SOCIETÀ Pagina 3
Come educare i maschi del futuro andando oltre il vecchio copione che li vuole forti e invulnerabili?
L’8 marzo si vota sull’imposizione individuale e sull’iniziativa a difesa del denaro contante
ATTUALITÀ Pagina 11
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SOCIETÀ Pagina 3
Come educare i maschi del futuro andando oltre il vecchio copione che li vuole forti e invulnerabili?
L’8 marzo si vota sull’imposizione individuale e sull’iniziativa a difesa del denaro contante
ATTUALITÀ Pagina 11
CULTURA Pagina 17
MONDO MIGROS Pagina 2
Un imperdibile weekend sulle nevi di Airolo
Al Castello di Masnago di Varese una mostra omaggia il pittore italiano Renato Guttuso
Claude Alain rende la montagna accessibile a chi ha disabilità grazie al suo team e al pratico dualsci
TEMPO LIBERO Pagina 27

«Money money money / Must be funny / In the rich man’s world» (Soldi soldi soldi, dev’essere divertente nel mondo dei ricchi, ndr) cantavano gli ABBA nel 1976, esattamente mezzo secolo fa, quando ancora le transazioni quotidiane si svolgevano accompagnate dal fruscio delle banconote e dal tintinnio delle monete. Quando ancora l’astrazione delle operazioni economiche era reclusa in ambiti ben precisi come quello bancario, di investimento o assicurativo, ma a nessuno sarebbe passato per la testa di pagare un caffè al bar o una pagnotta al supermercato sfoderando una tessera o, peggio ancora, con un bonifico via e-banking.
Sì, perché in fondo il soldo fisico (sia esso stampato su carta, preferibile per ovvii motivi, o, in moneta) non è solo in grado di dare un senso di possesso e convogliare informazioni sulla nazione che lo produce e sull’epoca in cui si vive –come ben sanno i proprietari dei metal detector
che, ancora oggi, in molte parti del Ticino, scovano nel nostro sottosuolo incredibili testimonianze pecuniarie dell’antichità, dall’Ottocento su su fino all’antica Roma, passando per il Medioevo – ma è anche questione di praticità.
Lo ha dimostrato con forza il gruppo di cittadini per lo più pensionati di Ilanz (Grigioni), che la scorsa settimana ha consegnato al proprio sindaco una petizione in cui si chiedeva il mantenimento di parchimetri a moneta, mettendo in campo un’opposizione a quella che viene considerata un’egemonia del digitale, dove, per pagare, non si può che ricorrere ad app o a tessere di plastica (a proposito: chissà cosa scoveranno i metal detector tra mille anni). Il sindaco Marcus Beer non l’ha presa particolarmente bene: dopo avere perso le staffe con i – pacifici – firmatari della petizione, ha parlato di «vecchi irresponsabili ed egoisti», buttando la querelle su fattori anagrafici e sull’incapacità dei pensionati
di adattarsi alle esigenze della nostra epoca. Intanto, nelle grandi città del nostro Paese, sempre più esercizi pubblici hanno deciso di rinunciare al contante, perdendosi così potenzialmente anche la bellezza delle nuove banconote svizzere, disegnate dai vincitori del concorso grafico nazionale, che saranno annunciati dalla Banca nazionale svizzera nelle prossime settimane. Che i soldi fisici stiano vieppiù scomparendo dalla nostra quotidianità è un dato di fatto. Smartphone, tablet e pc si sono aggiunti alle (nel frattempo) classiche tessere come mezzo di pagamento. Un cambiamento inarrestabile, se, come dicono le statistiche, nel 2025 il 70% delle transazioni è avvenuto senza contanti, ma al contempo anche fortemente indigesto, là dove secondo la BNS il 95% della popolazione svizzera riconosce l’importanza dei soldi fisici. Un cambiamento che a molti può incutere un certo timore che potenzialmente si riverbererà sui ri-
sultati della votazione in programma per il prossimo 8 marzo, quando saremo chiamati a esprimerci su «Sì a una valuta svizzera indipendente e libera con monete o banconote» (v. anche articolo di Alessandro Carli a pag. 11). Forse, uno dei rischi che si intravvedono in una società senza contanti, è anche la perdita di una visione di insieme del proprio capitale e delle proprie disponibilità, fenomeno che in certa misura potrebbe contribuire al crescente indebitamento delle fasce più giovani della popolazione. Senza dovere scomodare un’epoca in cui il proprio gruzzoletto lo si nascondeva sotto l’asse di un pavimento o in un controsoffitto, magari, così come le monete romane che riemergono, potrebbe tornare alla luce anche un proverbio di un tempo antico: in medio stat virtus. La virtù, il giusto, sta in quella via di mezzo che, in un’epoca di polarizzazioni, al pari del contante, è merce sempre più rara.
Sponsoring ◆ Non mancate all’appuntamento con i Migros Ski Day ad Airolo il primo marzo 2026

Momenti imperdibili per le famiglie: grazie all’iniziativa Migros Ski Day è possibile combinare divertimento e sport sulle piste per un’intera giornata a soli CHF 99. Nel prezzo sono inclusi skipass, pranzo e souvenir.
Come ben si sa, una giornata sulle piste da sci può essere costosa, ma l’alternativa esiste: con il Migros Ski Day potrete trascorrere un’indimenticabile giornata sugli sci a un prezzo vantaggioso. Per soli CHF 99, i membri di Famigros o Swiss-Ski possono sciare per un’intera giornata senza limiti nei comprensori sciistici più adatti alle famiglie della Svizzera e partecipare a una divertente gara a squadre.
La giornata sugli sci a 124 franchi per famiglia prevede anche uno sconto dell’80% sui biglietti dei mezzi pubblici
Per tutte le altre famiglie la giornata sugli sci, gara amatoriale compresa, costa solo CHF 124. Perfino il viaggio è economico: per le famiglie che partecipano al Migros Ski Day è pre-
visto uno sconto dell’80% sui biglietti dei mezzi pubblici.
Migros Ski Day è uno Unified Event e dunque offre anche alle famiglie con membri affetti da disabilità la possibilità di parteciparvi. Swiss-Ski e le organizzazioni partner PluSport e Swiss Inclusive Sport possono sostenere le famiglie.
Tanti extra a poco prezzo
La quota d’iscrizione non comprende solo gli skipass giornalieri per tutti i membri della famiglia, ma anche un pranzo.
Tutti potranno scoprire il comprensorio sciistico grazie a una gara di orientamento con gli sci (SKI-

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Sabato 28 febbraio, lo ricordiamo, ad Airolo avrà luogo anche il Grand Prix Migros, la più grande gara di sci per bambini al mondo. Saranno in tutto 11 le gare di qualificazione in tutta la Svizzera, in vista del grande finale a Crans-Montana (26-29 marzo).
In totale, parteciperanno alla manifestazione oltre 6500 bambini e ragazzi di età compresa tra i 4 e i 16 anni. Le attività per bambini proposte saranno numerose, secondo il motto «Molto più di una semplice gara di sci». Le manifestazioni saranno rese possibili soprattutto grazie ai più di
venti anni di sostegno da parte di Migros, che sarà ancora una volta lo sponsor principale.
Ogni partecipante potrà rivedere le proprie prestazioni in un video personalizzato reso possibile e finanziato da Migros e da Sunrise.
Nel corso dei weekend doppi come quello di Airolo, sarà possibile combinare la gara di sci per bambini e adolescenti con la giornata sugli sci in famiglia del Migros Ski Day (v. articolo principale). Questo permetterà di vivere un giorno all’insegna della competizione
Anniversari ◆ Migros Ticino e la redazione di «Azione» si congratulano con Fabio Leoni per i 25 anni in azienda
Fabio Leoni
Da venticinque anni in azienda, Fabio Leoni ha due grandi passioni: quella per il lavoro, che desidera svolto in modo preciso e curato, e quella per il suo lago, dove ama passare il tempo libero, magari a bordo di una «lucia».
Qual è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino?
Di formazione sono macellaio, quando sono entrato in Migros Ticino un quarto di secolo fa avevo già un’esperienza di quindici anni. Oggi in Migros mi occupo soprattutto della macelleria e del reparto pesce, ma siamo diventati più flessibili, e quando è necessario, mi succede di aiutare anche in altri reparti. Sono da molti anni a Lugano Centro, ma ho lavorato anche in altre sedi, come Crocifisso, Paradiso e Taverne. Ancora oggi mi capita di dovermi spostare per fare delle sostituzioni.
azione Settimanale edito da Migros Ticino
Fondato nel 1938
Abbonamenti e cambio indirizzi
tel +41 91 850 82 31
lu–ve 9.00–11.00 / 14.00–16.00 registro.soci@migrosticino.ch
Abbonamento annuale del valore di 96.– Chf

Fabio Leoni lavora per Migros Ticino dal 1. febbraio 2001
Come si svolge la sua routine quotidiana?
Quando arrivo al mattino, per prima cosa inizio a sistemare il banco della carne, preparo il ghiaccio per il pesce, controllo il pesce e lo registro; poi cominciano ad arrivare i clienti. Per me è importante servirli bene e mi piace vederli contenti. Nel corso della mattinata mi occupo anche
Redazione Carlo Silini (redattore responsabile) Simona Sala
Barbara Manzoni
Manuela Mazzi
Romina Borla Ivan Leoni
della griglia per il pollo, che più tardi dovrò preparare e prezzare. La mattina vola sempre!
E questi 25 anni in Migros Ticino cosa sono stati per lei?
Migros Ticino mi ha sempre trasmesso un senso di sicurezza, poiché è una cooperativa seria. Per me è un grande datore di lavoro.
Nel tempo libero le piace fare qualcosa di particolare?
Fino a cinque anni fa facevo molto sport, amavo il canottaggio. Ancora oggi mi piace uscire sul Lago di Como sulle «lucie», le vecchie barche che i pescatori usavano, oltre che per catturare il pesce, anche per muoversi da sponda a sponda trasportando merci e materiali. Ho fatto anche numerose regate, perfino la Vogalonga a Venezia. Abito direttamente sul lago e dunque ce l’ho nel sangue: non appena posso, esco a fare una remata con un mio amico che possiede una barca.
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Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Telefono tel + 41 91 922 77 40 fax + 41 91 923 18 89
Indirizzo postale
Redazione Azione CP 1055 CH-6901 Lugano
e l’altro del divertimento in famiglia sulle piste.
I partecipanti hanno dunque l’opportunità di vivere da vicino lo spirito unico del Grand Prix Migros e, durante la grande finale a Crans-Montana potranno mettersi alla prova nel fondo e nel biathlon – un’esperienza entusiasmante per gli appassionati di sport e le famiglie.
Informazioni
Calendario delle manifestazioni Grand Prix Migros 2026: gp-migros.ch
OL) e riceveranno un regalo ricordo e una Rivella, oltre a partecipare a uno slalom gigante amatoriale, cui ogni famiglia potrà prendere parte come squadra. Affinché anche gli amici e i parenti rimasti a casa possano godersi l’evento, al termine della giornata ogni famiglia riceverà un video personale della gara.
Divertimento nel Village
La giornata sulla neve non si svolge però solo sulle piste o sugli impianti di risalita, ma anche nello sponsor Village, dove lo sponsor principale Migros, l’organizzatore Swiss-Ski, il co-sponsor Rivella e l’Event Supplier Carne Svizzera proporranno un imperdibile programma di animazione, tanto divertimento e fantastici premi immediati.
Condizioni di partecipazione Possono partecipare da 3 e 5 persone per famiglia, sugli sci o sullo snowboard. Requisito: almeno un bambino nato dal 2011 in poi e al massimo due adulti. Per famiglia e stagione è possibile partecipare a un massimo di 2 eventi, con la condizione che ogni famiglia possa iscriversi a un solo evento durante il primo mese della finestra di iscrizione Iscrizioni e info migros-ski-day.ch
Info Migros ◆ Con «Save Food» Migros si impegna nella lotta allo spreco alimentare
L’anno scorso il raccolto di patate in Svizzera è stato molto buono. Per garantire che le quantità eccedenti finiscano nei nostri piatti e non come mangime per gli animali, Migros si assume la responsabilità attraverso azioni supplementari e riduzioni di prezzo nell’assortimento standard. Ma l’impegno di Migros va ben oltre: con «Save Food» si lancia un segnale forte contro lo spreco alimentare, offrendo a prezzi vantaggiosi frutta e verdura svizzera che prima non era venduta in modo uniforme nell’assortimento a causa di deviazioni dagli standard. Il concetto nazionale sostiene l’agricoltura e sensibilizza i clienti a un approccio consapevole al cibo.
Si inizia
L’offerta è iniziata nella settimana del 9 febbraio con le patate svizzere e nei prossimi mesi sarà estesa ad altri prodotti come carote, cipolle, mele e pere. I prodotti «Save Food» non
Posta elettronica info@azione.ch
Pubblicità Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino tel +41 91 850 82 91 fax +41 91 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

soddisfano gli standard convenzionali, possono ad es. differire dalla merce standard a causa di forme irregolari, dimensioni ridotte o danni causati dagli agenti atmosferici. Tuttavia, non perdono nulla in termini di qualità. La Migros ha sempre sostenuto l’agricoltura svizzera, anche in tempi difficili. Che sia a causa di calamità naturali, di raccolti danneggiati o di eccedenze di frutta e verdura: Migros raccoglie questi prodotti e li porta ai consumatori. Con «Save Food», si combinano approcci già esistenti come «Brutte ma buone», in un’offerta unitaria nazionale che combina sostenibilità e consapevolezza dei prezzi.
Editore e amministrazione
Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino tel +41 91 850 81 11
Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria – 6933 Muzzano
Lettori
124’000
Tiratura 80’000
Un manuale aiuta a gestire le ecoemozioni
Il libro di Alice Facchini, giornalista, e Matteo Innocenti, psichiatra e psicologo, si pone l’obiettivo di riconoscere e nominare le emozioni legate alla crisi ambientale
Il progetto SpazioDiRosa
Pro Familia Svizzera italiana si rivolge a neogenitori e imprese informandoli su diritti e buone pratiche per favorire la conciliabilità fra lavoro e famiglia
Il caffè dei genitori ◆ La sensazione delle donne è che per gli uomini sia difficile parlare di ciò che sentono: come aiutarli a coltivare la disponibilità a scoprire se stessi e gli altri oltre i copioni che gli sono stati assegnati?
Quante volte noi mogli, compagne o fidanzate ci siamo infuriate davanti alla risposta secca del nostro partner: «Non voglio parlarne»? E quante altre, durante la litigata a seguire, invece di analizzare insieme il problema ci siamo sentite rinfacciare: «Non importa cosa faccio, non sarà mai abbastanza per te»? E poi, dopo lo scontro, quante volte ancora ci siamo ritrovate a fare i conti con un broncio interminabile?
A Il caffè dei genitori, dove più volte ci siamo interrogati su come educare i figli maschi alle emozioni, oggi proviamo a fermarci su una domanda di fondo: perché per gli uomini è così difficile parlare? O, perlomeno, parlare di ciò che sentono?
L’occasione per discutere dell’argomento ci viene offerta da Francesca Cavallo, scrittrice e attivista, co-autrice del fenomeno editoriale mondiale Storie della buonanotte per bambine ribelli (Mondadori, 2017), che affronta apertamente il tema nella sua rubrica Maschi del futuro su Substack: «Per gli uomini è facile parlare delle cose piccole – scrive –, ma quando si tratta di quelle grandi spesso si incontra un muro di silenzio, sul quale si infrangono molti matrimoni».
«Ripensare l’educazione dei maschi significa aiutarli a non avere paura delle proprie emozioni, a saperle riconoscere e accogliere»
La scommessa di Cavallo è puntare sulle nuove generazioni: «Ripensare l’educazione dei maschi – è il suo mantra – significa anche aiutarli a non avere paura delle proprie emozioni, a saperle riconoscere e accogliere». Un principio che ha preso forma anche nel libro Storie spaziali per maschi del futuro (ed. Undercats, 2024) una raccolta di 12 fiabe in cui i protagonisti non devono essere eroi per sentirsi amati. Al centro non ci sono forza o imprese epiche, ma coraggio emotivo, gentilezza, creatività e curiosità. Una sfida fondamentale. Ma nel frattempo, con i maschi adulti che abbiamo accanto, come facciamo?
È difficile, a questo punto, non tornare a uno dei testi più citati quando si parla di incomunicabilità di coppia: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere di John Gray, pubblicato da Sonzogno nel 1992. Il terzo capitolo è significativamente intitolato Gli uomini si rifugiano nelle caverne e le donne parlano: «Pretendere che un uomo chiuso nella sua caverna diventi istantaneamente aperto, affettuoso e attento è irrealistico – scrive Gray –, come pretendere che una donna turbata si calmi all’istante». Un’e-
sternazione diventata cult, come il libro. Ma che oggi mostra tutti i suoi limiti: politicamente scorretta, priva di basi scientifiche, ancorata a stereotipi di genere che vengono riprodotti e rafforzati. Una lettura assolutoria, che finisce per ignorare quanto contino l’educazione e il contesto sociale nel modo in cui uomini e donne imparano a esprimere – o a trattenere –le emozioni.
Il problema, però, resta. Lo racconta bene sul «New York Times Magazine», in un articolo che ha fatto il giro del mondo, Daniel Oppenheimer, scrittore e filmmaker americano, autore di saggi e articoli su politica, cultura e relazioni, che racconta in prima persona la propria esperienza di terapia di coppia. Oppenheimer descrive la quotidianità delle liti con la moglie Jess partendo da scene minime, apparentemente neutre: un modulo scolastico scomparso, un’osservazione detta senza enfasi, un sospiro di troppo. «È un’osservazione apparentemente neutrale – scrive – ma sono abbastanza sicuro che sia rivolta a me». La risposta arriva secca, difensiva: «Sono sveglio dalle 6.30 del mattino e sto facendo del mio meglio. Puoi darti una calmata?».
Un figlio che non si comporta al meglio, la quotidianità di casa trascurata per un progetto importante di lavoro, per poi scoprire a cena con gli amici le ore trascorse da lui a smanettare online, l’esigenza di amore e intimità comunicata male: dietro i motivi di litigio raccontati da Oppenheimer c’è molta della nostra quotidianità. Uomini che si sentono giudicati, rimuginano, tacciono e poi esplodono: «Se ero in allerta – racconta Oppenheimer – bastava una provocazione con un pizzico di sottotesto o una lamentela buttata lì per scatenare una reazione». Una quotidianità che spesso fa rima con incomunicabilità. Il «non ne voglio parlare» che chiude ogni possibile confronto a cuore aperto. La difficoltà a costruire una vera intimità.
Commenta Francesca Cavallo: «È una storia che colpisce, perché non so voi, ma io questa storia l’ho sentita così tante volte fra le persone intorno a me: amici, parenti, conoscenti. La capacità degli uomini di costruire intimità con gli altri viene soppressa durante l’infanzia quando, tra la metà e la fine della scuola elementare, il loro bisogno di connessione, di contatto fisico, di conforto inizia ad essere brandizzato come “debolezza”».
E noi donne ci auto assolviamo?
Anche la reazione di Jess, la moglie di Daniel Oppenheimer, è comune a molte di noi: «Prima lottavo di più per la vicinanza – ammette –. Ma

col tempo, mi sono semplicemente ritirata».
Daniel e Jess decidono di fare terapia di coppia da Terry Real, psicoterapeuta statunitense noto per il lavoro con coppie sull’orlo del divorzio, autore di bestseller, primo fra tutti I Don’t Want to Talk About It (Non voglio parlarne, 1997). Sul suo sito, Real si domanda: «Cosa sta realmente succedendo agli uomini in questo momento? Per generazioni, agli uomini è stato insegnato che l’invulnerabilità è l’essenza della mascolinità. Che più sei duro, più diventi un “vero uomo”. Ma secondo quel vecchio copione, eri costretto a negare metà della tua umanità. Nascondi i tuoi sentimenti. Ingoia i tuoi bisogni. Rimani stoico. Sii invulnerabile. Ma questa è la ricetta per la solitudine. Per relazioni fallite. Per problemi di salute». Terry Real teorizza addirittura che «la disponibilità degli uomini a minimizzare la debolezza e il dolore è così grande che è stata identificata come un fattore della loro minore aspettativa di vita. I dieci anni di differenza nella longevità tra uomini e donne risultano avere poco a che
fare con i geni. Gli uomini aspettano più a lungo per riconoscere che sono malati, impiegano più tempo per cercare aiuto, e una volta ricevuto il trattamento non vi si attengono bene quanto le donne». Ritorniamo, però, al punto di partenza: da mamme puntiamo sui maschi del futuro, ma noi come ne usciamo? Real si rivolge direttamente agli uomini: «Ciò di cui hai bisogno è essere completo: un uomo forte, sexy, brillante, dal cuore grande e amorevole». A Il caffè dei genitori – dove peraltro siamo tutte felicemente sposate o risposate –, ci domandiamo: «Ma uno così dove lo trovi?».
Terry Real assicura agli uomini che possono imparare: perché gli ideali maschili tradizionali hanno reso così tanti uomini soli, insensibili o arrabbiati; perché troppa sicurezza può essere dannosa e cos’è la vera autostima; come essere adattabili, dolci quando serve e duri quando serve; come mantenere la propria posizione ed essere assertivi senza sembrare dominanti; come esprimere le proprie emozioni senza sentirsi deboli o impotenti; come accettare aiuto, di tanto
in tanto, senza sentirsi sotto pressione per essere sempre quello che risolve i problemi; come gestire i conflitti senza chiudersi in se stessi o esplodere. In che modo tutto ciò sarebbe possibile? Lo psicoterapeuta propone corsi online di tre ore a 47 dollari. Permetteteci di dubitare che secoli di mascolinità alfa possano essere smontati così. Forse è meglio tornare a puntare sui nostri figli. Francesca Cavallo, però, ci invita a non gettare la spugna: «Secondo me gli uomini del presente non andrebbero scoraggiati dall’innescare dei processi di cambiamento. La promessa non è “diventerai sexy e tenero, dolce e forte” ma, “inizierai un percorso di scoperta di te, che ti porterà a vivere una vita che ti assomiglia infinitamente di più di quella che conduci ora”. Io credo sia importante anzi incoraggiare gli uomini che stanno iniziando a lavorare su di sé, perfino con un corso da 47 dollari. Purché il punto di approdo non sia una performance alternativa a quella del “maschio alfa”, ma la disponibilità a scoprire se stessi e gli altri (le altre) oltre i copioni che ci sono stati consegnati».
La ricerca di cibi genuini, che coincide con la necessità di cose semplici, non manipolate, di qualità sicura, ci porta a considerare ancora di più alcuni prodotti realizzati nel nostro bellissimo territorio, a due passi da casa nostra. Uno di questi è rappresentato dalla polenta, una pietanza intramontabile della tradizione. La sua semplicità è da sempre la chiave del suo successo. Con brasato o spezzatino, formaggio, latte, funghi porcini o gustata come polenta concia o uncia, un piatto quest’ultimo ricco e saporito dove è condita con formaggio e burro… sono davvero tante le varianti con cui viene servita la polenta. Alla Migros esistono diverse tipologie di polenta ticinese, tra cui le apprezzate varianti integrale e fraina.
Nata da mais coltivato in Ticino, la polenta integrale viene lavorata come da antica tradizione con una macinazione delicata che preserva il chicco nella sua interezza. Il risultato è una polenta dal sapore autentico, con una consistenza rustica e un valore nutrizionale equilibrato. Cremosa, avvolgente e genuina, permette di portare in tavola il vero gusto della cucina ticinese, unendo armoniosamente territorio, tradizione e semplicità.
Attualità ◆ La polenta ticinese è una tentazione davvero irresistibile, immancabile sulla tavola della tradizione Azione
dal 19.2 al 25.2.2026
Realizzata con il 70% di farina di mais integrale e il 30% di semola di grano saraceno, entrambi coltivati con passione nel nostro territorio, la polenta fraina unisce gusto deciso e consistenza rustica per un’esperienza autentica senza compromessi. Ideale per la preparazione di una polenta taragna ricca e saporita, ma anche di piatti più elaborati e contemporanei, esprime l’essenza del gusto delle nostre montagne.
Nata nel 2025 su iniziativa di alcuni agricoltori ticinesi coltivatori di mais,
Le

la società cooperativa OriginTI è attiva nella valorizzazione delle varietà di mais a frattura vitrea, qualità ideali per la produzione di farina per polenta. Prove agronomiche e degustazioni effettuate presso il centro Agroscope di Cadenazzo hanno dimostrato che nuove varietà di mais permettono di ottenere delle farine simili, se non migliori, rispetto a quelle vecchie tradizionali.
Attualità ◆ Con le tisane Olivone e Brumana benessere e gusto vanno a braccetto



Gli effetti benefici delle piante sul nostro organismo sono noti da millenni. Per sfruttare al meglio le loro qualità è però importante optare per le giuste miscele di erbe officinali, per esempio scegliendo le tisane Olivone e Brumana dei Nostrani del Ticino, gradevoli bevande a base di materie prime coltivate e lavorate nella nostra regione.
Le tisane nostrane sono realizzate con erbe officinali coltivate in Ticino
Fornite dalla Cofti.ch SA di Chiasso, azienda specializzata nella promozione di prodotti a base di erbe officinali, sono adatte al consumo quotidiano per un momento di piacere che richiama la naturalezza del nostro territorio. Composta da erbe quali melissa, lippia, menta e salvia, la tisana
Olivone è l’alleato perfetto per chi cerca una bevanda al contempo rinfrescante e digestiva, in grado di rivitalizzarci in tutte le circostanze e in ogni stagione. È particolarmente apprezzata anche fredda, con l’aggiunta di una fettina di limone e qualche cubetto di ghiaccio, per una bibita superdissetante e aromatica. Malanni di stagione come influenza, raffreddore e tosse? In questo caso la tisana Brumana può essere naturalmente benefica, grazie alla sua miscela di erbe balsamiche di montagna come timo, menta e melissa. Piacevole ed equilibrato, questo infuso è perfetto per allietare le pause relax durante i periodi più freddi. Le singole bustine di entrambe le tisane sono raccolte in un sacchetto salvafreschezza, in modo da preservare al meglio il bouquet aromatico delle erbe di montagna. Alla salute!

Attualità ◆ Una specialità per chi ama la buona tavola: il prosciutto cotto nostrano. Sette fatti su questo prodotto di pregio
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Per molti un buon panino imbottito senza prosciutto cotto è impensabile. Ma c’è prosciutto e prosciutto: il prosciutto cotto dei Nostrani del Ticino è ricavato dalla coscia del maiale, considerata la parte migliore rispetto a un prodotto ottenuto dalla spalla.
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Il prosciutto cotto nostrano è realizzato dal salumificio «I Salumi del Pin» di Mendrisio utilizzando esclusivamente cosce fresche di suini allevati in Ticino.
3
Le cosce disossate e mondate del grasso superfluo, vengono aromatizzate con una soluzione a base di aromi naturali, sale e vino e infine massaggiate a lungo per permettere agli aromi di essere assorbiti bene dalla carne.
Succoso e saporito, è un prodotto senza aggiunta di polifosfati, ideale per chi cerca un prodotto di qualità più naturale, con meno additivi artificiali.

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Una volta inserite in appositi stampi, le cosce aromatizzate vengono cotte per diverse ore nel forno a vapore a temperatura controllata, fino al raggiungimento di una temperatura al cuore di 69 gradi.
6
Un’attenzione particolare nella scelta delle materie prime e una lavorazione nel rispetto della tradizione da parte di esperti salumieri, conferiscono ai prodotti a firma «I Salumi del Pin» una qualità costante, da molti anni apprezzata dalla clientela Migros.
7
Il prosciutto cotto è un prodotto non solo molto versatile in grado di arricchire di gusto e aroma molti piatti, ma contiene anche meno grassi rispetto ad altri salumi. Ricco di proteine, è un alimento facilmente digeribile.

di 2 . 90 39%
1 .75

Luganighetta Ticino, per 100 g, in self- ser vice (of fer ta valida dal 19 2 fino al 22 2)
2 .10 invece di 2 85 26%
Verza Ticino, al kg

2 .60 i nvece d i 3 . 25 20%

San Gottardo Prealpi per 100 g, confezionato
3 . 80 i nvece d i 5 60 32%
500 g (100 g = 0 60) 3 . –i nvece di 3 .75 20%

Prosciutto cotto Ticino, per 100 g, al banco a ser vizio

Ambiente ◆ Un manuale dedicato ai più giovani aiuta a riconoscere e gestire le emozioni che scaturiscono dal contatto con la crisi climatica
Stefania Prandi
Perché si prova un nodo allo stomaco quando si vedono immagini di foreste bruciate o di animali intrappolati nella plastica? Come si può gestire il senso di colpa se si viene assaliti dalla preoccupazione di non fare abbastanza per la Terra? Ci sono delle strategie per superare l’ansia per un mondo che sembra destinato alla distruzione? Ecoemozioni. Piccola guida di sopravvivenza al pianeta che cambia (Erickson) è un manuale per i più giovani scritto da Alice Facchini, giornalista, e Matteo Innocenti, psichiatra e psicologo. L’obiettivo del testo è riconoscere e nominare le emozioni legate alla crisi ambientale. Attraverso spunti pratici, esercizi e riflessioni, vengono proposti strumenti per trasformare la sensibilità ai temi ambientali in energia per agire. Alice Facchini, che cosa sono le emozioni climatiche?
Sono emozioni che scaturiscono dal contatto con la crisi climatica. Ce ne sono di diversi tipi. Nel libro citiamo l’ecoansia che deriva dalla preoccupazione di quello che potrebbe accadere all’ambiente. L’ecoansia può farci sentire arrabbiati, impotenti, tristi oppure in colpa per i nostri comportamenti e quelli di chi ci sta intorno. La solastalgia, invece, è un senso di perdita di qualcosa a cui ancestralmente sentiamo di appartenere: il nostro ambiente naturale. Proviamo solastalgia quando il nostro territorio è direttamente colpito da un evento estremo. Pensiamo a un’alluvione o un incendio. Ma possiamo anche soffrirne nella vita di tutti i giorni, se vediamo un parco che viene cementificato, oppure se gli alberi della nostra strada vengono tagliati. Insieme alla natura, in quei momenti vengono distrutti anche i nostri ricordi, le nostre abitudini e certezze.
Esistono anche emozioni climatiche più estreme? Sì, ad esempio l’ecoparalisi è una delle emozioni ambientali più dure da affrontare. Nasce quando la nostra mente si fissa sul pensiero che il mondo sta morendo e non c’è più alcun modo per poterlo salvare. L’ecoparalisi ci sommerge e ci immobilizza, impedendoci di agire. Accade soprattutto quando siamo molto esposti a notizie sul cambiamento climatico: sappiamo fin troppo bene cosa dovrebbe essere fatto per salvare il pianeta, e cosa effettivamente si sta facendo. E siamo consapevoli che il singolo non può fare la differenza da solo, a fronte di Stati e multinazionali che agiscono su larga scala. L’ecoparalisi arriva quando veniamo invasi dallo sconforto. Di solito questa condizione dura da qualche ora a qual-

che giorno. In casi più complessi, può continuare più a lungo e sfociare in uno stato di depressione. Quando ci accorgiamo di avere un crollo, è molto importante cercare di condividere le proprie emozioni e chiedere aiuto.
Nel vostro libro ricordate che le emozioni ambientali non sono delle malattie...
Sì, secondo psicologi e psichiatri le emozioni ambientali sono una risposta funzionale al mondo che ci circonda e vanno ascoltate e accolte. Bisogna imparare a gestirle in maniera efficace ed efficiente. Inoltre esistono anche emozioni positive che in parte bilanciano quelle negative. Pensiamo alla biofilia, al senso di appartenenza ed empatia dell’essere umano con gli elementi della natura, come le piante, gli animali, le montagne e gli oceani. Un’altra emozione positiva è l’eutierria che crea un senso di coesione tra noi e la natura. Quando proviamo quest’ultima emozione i confini spariscono e ci sentiamo parte del tutto: percepiamo una connessione con la vita del pianeta e un profondo sentimento di pace e unità. L’eutierria è una sorta di medicina e per risvegliarla non occorre andare lontano, basta passeggiare in un parco cittadino oppure prendersi cura delle piante dentro casa.
C’è un capitolo nel quale avete raccolto alcune delle paure più diffuse tra i giovani. Quali sono?
I giovani dicono di non venire ascoltati dagli adulti che limitano la loro capacità di azione. Hanno le mani legate mentre continuano a sentirsi ripetere che sono proprio loro a dovere salvare la Terra. Abbiamo raccolto le loro denunce e le loro domande in più occasioni, durante workshop e incontri pubblici. Proprio in seguito a queste esperienze abbiamo deciso di scrivere il libro,

Mondoanimale ◆ Anche senza coccole, le tartarughe riconoscono chi le cura
Maria Grazia Buletti
Il libro invita anche a trasformare la preoccupazione per l’ambiente in energia per agire. (Pexels. com)
perché pensiamo che sia giusto incoraggiare i ragazzi e le ragazze a condividere quello che provano e a sostenerli nel cercare di incanalare le loro energie verso qualcosa di costruttivo. Non è giusto che i giovani cadano nello sconforto, pensando che tutto quello che fanno è vano semplicemente perché non hanno il potere di un presidente del consiglio o di qualche altra figura politica o istituzionale. Come cittadini del mondo possiamo fare tutti la nostra parte e l’azione ci può aiutare anche a superare il disagio nel quale spesso ci troviamo immersi. Ogni persona è unica e piena di talenti che può usare per migliorare il mondo, anche nel bel mezzo della crisi climatica.
Nel vostro manuale suggerite anche di imparare ad essere «elastici». Perché?
È importante conciliare la propria azione individuale con quella collettiva e capire fino a che punto è opportuno sacrificarsi per il bene dell’ambiente. La decisione di dove mettere la propria asticella è individuale. Certe volte è bene ricordarsi che concedersi uno sgarro non è così sbagliato, ma è umano. Abbiamo intervistato dei ragazzi che, pur di ridurre il loro impatto ambientale, erano arrivati a sacrificarsi al punto di mangiare solo avanzi, sviluppando anche disturbi del comportamento alimentare. Crediamo che il sacrificio personale non debba diventare un’autoflagellazione. È importante cercare di regolare l’intensità emotiva causata dalle ecoemozioni senza colpevolizzare chi le prova, provando a trovare dei modi utili per canalizzare le energie. Per questo abbiamo inserito nel libro anche degli esercizi pratici, per gestire i momenti in cui si viene travolti dalla preoccupazione, ma anche per migliorare la propria routine quotidiana.


Le tartarughe hanno da sempre affascinato l’uomo per la loro longevità, il passo lento ma determinato e la capacità di suscitare curiosità e affetto. In Canton Ticino, la loro tutela non è affidata a un unico ente, ma coinvolge diverse autorità e organizzazioni: dall’Ufficio del Veterinario Cantonale ai Comuni; mentre la legge cantonale protegge specie autoctone come la testuggine palustre europea e regola l’introduzione di specie invasive. Questo complesso intreccio tra natura e cura umana mostra quanto le tartarughe siano strettamente legate alla responsabilità e alla sensibilità delle persone che le circondano e, pur avendo ciascuna un carattere distinto, mostrano sovente segni di riconoscimento e attaccamento verso le persone, soprattutto dopo periodi prolungati di convivenza. Questo ci porta a chiederci in che modo esse si rapportino davvero all’essere umano, quanto la loro presenza rifletta un legame più profondo con noi, e se corrisponda al vero che esse sappiano riconoscere il loro essere umano di riferimento. Ci viene in aiuto lo studio recente Human–Chelonian Bond in Italy (2025, MDPI) che ha indagato il rapporto tra proprietari e tartarughe in Italia, coinvolgendo 91 guardiani di cheloni, soprattutto Testudo hermanni, e giungendo alle seguenti considerazioni: «Circa il 45% dei partecipanti ha espresso emozioni come “amore” o “affezione” verso il proprio animale, e chi allevava il chelone all’interno della casa tendeva a considerarlo un vero membro della famiglia, sebbene, rispetto a cani e gatti, il grado di attaccamento percepito risultasse generalmente più basso». Altri studi sulle capacità cognitive delle tartarughe indicano inoltre che specie come Pseudemys nelsoni possono apprendere, osservando altre tartarughe, segnali visivi associati al cibo, e ricordare compiti appresi anche dopo mesi. Ciò suggerisce che la memoria e l’apprendimento possano facilitare il riconoscimento di persone o situazioni positive legate all’uomo (Pub-

Med; The Environmental Literacy Council). Tutti questi dati mostrano che le tartarughe possono sviluppare legami emotivi e riconoscere l’essere umano. Verificando le fonti veterinarie e le guide di allevamento (PetMD, «Turtles as Pets: Care and Behavior », 2024), la conclusione è analoga: «Pur non essendo dimostrato che le tartarughe provino “amore” nel senso umano del termine, esse reagiscono positivamente ai proprietari soprattutto quando ricevono cure costanti, cibo e un ambiente adeguato». Tuttavia, i risultati disponibili presentano limiti significativi perché mancano studi sperimentali che misurino direttamente questo attaccamento emotivo, sia in termini fisiologici sia comportamentali, come invece avviene per mammiferi sociali. Inoltre, è difficile distinguere tra comportamenti legati all’associazione con ricompense (ad esempio «umano uguale a cibo») e forme più complesse di affezione o fiducia. Eppure, pare che questo riconoscimento vada oltre la semplice presenza in uno spazio condiviso, e si manifesti in comportamenti concreti, come ci racconta Elisa parlando della sua tartaruga Alana: «Quando accendo la luce della stanza, Alana non si nasconde più come faceva all’inizio. Si avvicina lentamente verso di me, si muove senza paura e rimane tranquilla mentre le metto il cibo nella ciotola. Ormai riconosce la mia presenza e sa che non succederà nulla di spiacevole: la routine è chiara per lei. Non è come un cane che cerca le coccole, ma vedo chiaramente che si sente sicura e a suo agio quando le sono vicina». Un racconto che confermerebbe la linea dei ricercatori: «La tartaruga può avvicinarsi più rapidamente, mostrare minore timidezza o continuare a muoversi in prossimità della persona senza segni di stress. In questo senso, l’interazione con l’uomo diventa prevedibile e rassicurante per l’animale, creando una forma di fiducia basata sull’esperienza piuttosto che su un legame emotivo complesso». Ciò non toglie che però, dal punto di vista dei proprietari, la percezione di affezione è reale e significativa, e lo studio Human–Chelonian Bond in Italy mostra che molti guardiani usano termini emotivi come «amore», «affezione» o «fascinazione» per descrivere il loro rapporto con essa: «Una percezione importante non solo dal punto di vista soggettivo, ma anche perché influisce concretamente sul benessere dell’animale: la persona che interpreta il comportamento della tartaruga come affetto tende a offrirle più attenzione, cure migliori e interazioni regolari, creando un ambiente più stimolante e sicuro per l’animale».


Pro Familia ◆ Il progetto SpazioDiRosa promuove buone pratiche basate sulla parità per conciliare lavoro e famiglia
Stefania Hubmann
La cura è una competenza che fa crescere anche l’azienda. È questo uno dei messaggi lanciati attraverso il progetto SpazioDiRosa, promosso da Pro Familia Svizzera italiana per sensibilizzare neogenitori e imprese sui diritti dei primi e le buone pratiche che le seconde possono mettere in atto per favorire la conciliabilità fra lavoro e famiglia. SpazioDiRosa è innanzitutto un manifesto destinato alle aziende e concepito per promuovere attraverso informazioni puntuali la consapevolezza di lavoratrici e lavoratori sui propri diritti in qualità di genitori. Lo affiancano una locandina con il medesimo taglio ma rivolta ai neogenitori e una cartolina che questi ultimi possono portare in azienda. Presentata lo scorso 25 gennaio alla Filanda a Mendrisio, l’iniziativa è un omaggio all’infermiera pediatrica Rosa Gatto, attiva nel Mendrisiotto e prematuramente scomparsa nel 2022. A lei l’associazione, rivolgendosi alle autorità di Mendrisio, propone di intitolare un parco giochi o uno spazio pubblico destinato alle famiglie.
«Di fronte al calo delle nascite dobbiamo considerare la maternità e la genitorialità come una responsabilità collettiva»
Da qualche settimana, sul posto di lavoro così come nei luoghi frequentati dai neogenitori, è possibile essere attratti dal variopinto materiale informativo. Congedi, pause per l’allattamento e per tirare il latte, turni notturni sono alcuni dei temi spiegati secondo le normative vigenti nei vari box. Altre caselle sono dedicate alle buone pratiche, non regolamentate dalla legge ma applicabili a discrezione dalle aziende a favore delle loro risorse umane. La flessibilità è di sicuro una misura che facilita l’accudimento. Basti pensare al telelavoro, all’occupazione a tempo parziale, o ancora alla concessione di congedi non pagati. Non a caso i di-
ritti sono contrassegnati da un asterisco, le buone pratiche da un cuore. «Ci rivolgiamo in particolare alle piccole e medie imprese – spiega Laura Semini-Fieni di Pro Familia Svizzera italiana – presenti in modo massiccio sul territorio ticinese e a volte, proprio a causa della loro dimensione, meno strutturate nella gestione delle risorse umane e magari poco informate sulle misure di conciliabilità fra lavoro e famiglia. Viviamo inoltre in un contesto di calo delle nascite e se vogliamo davvero invertire questa tendenza dobbiamo iniziare a guardare alla maternità e alla genitorialità in modo diverso: non più come una questione privata, ma come una responsabilità collettiva e condivisa che coinvolge tutti gli attori sul territorio, incluse le aziende». Nel manifesto è inserito un codice QR che rimanda a una piattaforma con tante risorse utili (articoli, quiz, indirizzi) per chi cerca una migliore conciliazione vita-lavoro. La collaborazione con il Servizio per le pari opportunità del Cantone Ticino ha portato all’elaborazione della locandina da distribuire nei luoghi frequentati dalle famiglie. Da rilevare che la nuova azione di Pro Familia Svizzera italiana si inserisce in un contesto più ampio di promozione della conciliabilità fra vita privata e lavoro. Laura Semini-Fieni: «L’associazione dispone ad esempio a livello nazionale del programma di certificazione Family Score, un sondaggio gratuito per le aziende che permette di valutare le proprie politiche di conciliazione vita-lavoro. Sul sito dell’associazione si trovano anche esempi di misure, non per forza costose, che i datori di lavoro possono mettere in atto per aiutare il proprio personale a trovare un migliore equilibrio».
SpazioDiRosa nasce invece dal contatto personale con le realtà della maternità di Gilda Gobbi, levatrice attiva in ospedale e, sempre a Mendrisio, nello Studio AMNIOS, partner del progetto, sostenuto anche dall’Ufficio Famiglie e Giovani del Canton Ticino. «Rosa Gatto è stata una figu-

ra carismatica e all’avanguardia che ha sostenuto numerose famiglie nella regione», afferma l’ideatrice. «Infermiera pediatrica, naturopata e consulente per l’allattamento, era parte dello Studio AMNIOS e desideravo rendere omaggio alla sua persona con un’iniziativa che riflettesse il suo spirito e la sua attività. Il manifesto elaborato con Pro Familia Svizzera italiana è un’ottima soluzione, poiché è uno strumento flessibile i cui contenuti possono essere adattati ai cambiamenti legislativi». Anche Gilda Gobbi insiste sulla ricchezza che rappresenta la maternità per la società. Nella sua esperienza quotidiana, maturata in oltre vent’anni, continua a constatare quanta pressione il mondo del lavoro eserciti sulle neomamme. Per questo motivo è essenziale che i genitori siano informati su quali possibilità la legge assicura loro per prendersi cura dei figli, in particolare nei primi mesi di vita. Prosegue la levatrice: «Seguiamo le donne/ coppie dalla gravidanza al post parto per diversi mesi e spesso ci ricontattano proprio al momento della ripresa del lavoro. La nascita del primo figlio, come pure l’ingrandirsi della famiglia, comporta grandi cambiamenti con conseguente affanno a livello organizzativo. È quindi essenziale che la
responsabilità e la cura del neonato siano condivise da entrambi i genitori. Il sostegno pratico ed emotivo del padre è importante e su questo aspetto insisteva molto anche Rosa dedicando loro un incontro specifico durante i corsi pre parto».
L’ispiratrice del progetto SpazioDiRosa è stata evocata a più riprese durante l’evento di gennaio anche da parte di madri che hanno beneficiato del suo sostegno. Ad «Azione» ha fornito la sua testimonianza Lisa Toniolo, madre di quattro figli fra gli 8 e i 13 anni. Di Rosa ricorda la grande disponibilità e il carattere schietto che con umiltà e rispetto puntava al concreto. «Di fronte a una difficoltà o a un momento di fragilità – precisa Lisa Toniolo – al di là della sua competenza professionale, metteva a disposizione la sua umanità per discutere e trovare insieme una risposta. Insisteva sull’importanza dell’allattamento quale momento privilegiato nello sviluppo della relazione madre-figlio così come sulla necessità di un cambiamento di mentalità. Per questo dedicava pure molta attenzione al ruolo del padre». Ribadito ancora una volta anche il contributo dell’accudimento al bene della società. «Purtroppo –conclude l’intervistata – manca ancora
un riconoscimento culturale collettivo alla cura e all’accudimento». Oltre a presentare con grande successo di pubblico il progetto SpazioDiRosa, alla Filanda nella medesima occasione Pro Familia ha reso nota la richiesta rivolta alle autorità della Città di Mendrisio: valutare l’intitolazione di uno spazio pubblico a Rosa Gatto. Nella lettera si ricorda come nel corso di quasi quarant’anni l’infermiera pediatrica abbia rappresentato «una figura di riferimento per intere generazioni di famiglie del Mendrisiotto». A Mendrisio, dopo esperienze in diversi contesti ospedalieri cantonali e nazionali, fra i quali l’Universitätsspital di Zurigo, ha portato «competenze avanzate, uno sguardo moderno e un approccio fortemente orientato alla persona. Grazie anche al suo contributo, il reparto maternità dell’OBV è diventato negli anni un centro riconosciuto per qualità, attenzione e visione, apprezzato ben oltre i confini comunali». Considerando l’impatto strutturale e duraturo di Rosa Gatto sul territorio, la lettera di Pro Familia Svizzera italiana, firmata dalla responsabile dell’Antenna Michela Trisconi, evidenzia come il riconoscimento a questa figura «assumerebbe anche un forte valore simbolico, rendendo visibili nello spazio pubblico della Città temi spesso relegati alla sfera privata: la cura, la nascita, il lavoro genitoriale e l’accompagnamento nei momenti di fragilità». Il nuovo progetto di Pro Familia Svizzera Italiana rappresenta un’agile forma di sensibilizzazione, graficamente immediata, a favore di una migliore conciliabilità fra vita privata e lavoro. L’obiettivo è di raggiungere attraverso diverse vie il maggior numero di persone possibile. Secondo le nostre interlocutrici è infatti necessario agire a tutti i livelli per far evolvere dal punto di vista culturale l’approccio e la considerazione nei confronti della maternità.
Informazioni www.profamiliasvizzeraitaliana.ch








Al momento di pubblicare questa rubrica il Carnevale transalpino (visto dal punto di vista dei Confederati) sarà giunto al Gran Finale del Martedì Grasso. Dalle parti dell’A ltropologo, nella fattispecie, in certi piccoli e piccolissimi villaggi delle Dolomiti, lontano dal clamore mediatico del Circo Olimpico, si è impegnati a inventare l’ultimo sberleffo prima della Quaresima che, a mezzanotte, metterà fine alla baldoria. Geniale fra tutte la trovata di una coppia di maschere vista l’altro giorno sfilare a novecento e più metri d’altitudine: nei panni sgangherati di contadini d’antan, il volto nascosto da grottesche maschere lignee, spingevano goffe e cialtrone sull’asfalto ghiacciato una vecchia pentola a pressione mentre con uno sdentato spazzolone da cucina le facevano furiosamente strada sul ghiaccio: medaglia d’oro di curling – quella, appunto, che è sfuggita alla squadra olimpica italiana… Carnevale: nelle Dolomiti, dopo una stasi durata decenni, il revival del-
la cultura popolare in chiave identitaria degli ultimi venti o trent’anni ha riportato alla ribalta le mascherate invernali tradizionali. Il coordinamento fra i comitati organizzatori ha determinato la richiesta che i cosiddetti «Carnevali Arcaici delle Dolomiti» vengano inseriti nell’elenco UNESCO del patrimonio intangibile dell’umanità.
Già fatto a Basilea! – diranno gli organizzatori dei Vorfasnachtsveranstaltungen – termine complesso così come complessi sono i molteplici eventi di quello che è generalmente ritenuto il più grande Carnevale di area protestante: per non dire l’unico sopravvissuto. Inserito nella lista UNESCO dal 2017, il Basler Fasnacht sopravvisse alle fulminanti legislazioni dell’epoca post-Riforma quando, in tutta Europa, draconiane legislazioni posero fine a tutto ciò che sapeva di superstizione pagana equiparata al Papismo. Anche se la Chiesa Romana aveva provato per secoli a sradicare la pratica delle mascherate invernali dall’in-
ventario rituale delle classi popolari e non. Era andata, in poche parole e grossomodo, che le mascherate invernali in tutta Europa e probabilmente dall’Età del Bronzo quando si configura una «cultura paneuropea», celebravano la rinascita, il ritorno del Sole dopo il solstizio invernale. Spesso legate ai riti d’iniziazione dei giovani, le maschere rappresentavano i morti che tornavano sulla terra nei dodici giorni fra il Natale e quella che sarebbe diventata in epoca cristiana l’Epifania. Non a caso dunque le maschere (masca: termine longobardo per «spirito, spettro, fantasma») del Carnevale di Basilea si chiamano larven: le larvae latine erano le maschere funebri in cera degli Antenati conservate nei larari di famiglia e fatte sfilare nei funerali.
Dopo secoli di tentativi falliti, avendo blindato i Dodici Giorni di Shakespeariana memoria con una raffica di «momenti forti» del calendario liturgico – Natale, Santo Stefano, Santi Innocenti, Te Deum, San Silvestro…
Cara Silvia, sono mamma di un ragazzo che ha l’età delle vittime del rogo di Crans Montana. Con altre mamme mi sono resa conto di essere preoccupata perché i nostri figli adolescenti sono spaventati dall’incidente del Costellation. Poco propensi a uscire e troppo rifugiati nel loro mondo di videogiochi e social, questi ragazzi sembrano ora avere una ragione in più per non uscire di casa. Noi genitori abbiamo sentimenti ambivalenti: sappiamo che non è sano non avere frequentazioni vere e reali all’età dei nostri figli, ma siamo anche molto toccati dalla tragedia di Crans Montana. Che fare? Spingere i figli a uscire e divertirsi come dovrebbe essere naturale alla loro età? Assecondarli in queste paure tentando di cogliere l’occasione proprio per renderli attenti ai tanti pericoli che potrebbero correre? Co-
me ridare fiducia e sicurezza ai ragazzi? E a noi? / Bea
Cara Bea, il dramma di Crans Montana – l’incendio del Constellation – è stato uno shock per tutti. Non solo perché ha coinvolto tante giovani vite, ma anche perché ha rivelato la fragilità di una generazione che credevamo protetta e sicura. Ora stiamo vivendo la fase post-traumatica. Sebbene il tempo attenuerà le reazioni cognitive ed emotive di questo evento catastrofico, le conseguenze sono pesanti e non possiamo far finta di nulla. Si tratta di affrontare stati depressivi, vissuti di angoscia e di paura che, in età evolutiva, rischiano di oscurare il futuro, di ostacolare la maturità. Condivido la vostra preoccupazione
per i figli, l’incertezza su come aiutarli a elaborare reazioni e tensioni che sfuggono al controllo cosciente. La vostra ambivalenza è comprensibile ma, come dimostra la storia, ogni generazione possiede risorse e capacità per far fronte alla vita. Spesso i sintomi sono evidenti: difficoltà a prendere sonno, sogni inquietanti, scarsa concentrazione. E soprattutto, come lei nota, tendenza a isolarsi nella realtà virtuale dove tutto è possibile e reversibile. Il desiderio o il bisogno di socializzazione, proprio della giovinezza, viene ricercato nei social, ove contatti superficiali non consentono vere interazioni: con il rischio di essere sempre connessi e sempre soli.
Credo venga spontaneo a voi genitori spronarli a uscire, incontrarsi con gli amici, riprendere sport e hobby. Ma,
– con risultati modesti (mettiamola così) Roma decise di venire a patti in omaggio al detto inglese «if you cannot beat them, join them»: se non poi batterli fatteli alleati. E così fu inventato il Carnevale. Ovvero: divertitevi pure come volete, ma fino alla mezzanotte del Mercoledì Santo – che poi cominciano i chiari di luna della Quaresima. E dunque ecco, nei documenti, a partire grossomodo dal XII secolo, i termini Carnis levamen (il togliere la carne – da qui Carnevale), Carnes tollendas, Carniprivium, Carne Vale (addio alla carne), Fasnacht tedesco, Shrovetide inglese e Carêmentrant francese… insomma tutti termini che designano il Carnevale come funzione della Quaresima. Onore storico ai popolani di Basilea che non solo non si rassegnarono alle misure repressive di un’élite cittadina convertita ai rigori pietistici senza compromessi della weberiana etica protestante/spirito del capitalismo, ma anzi rilanciarono la posta in gioco – e il cuore – oltre l’ostaco-

lo. Il Carnevale di Basilea comincia il Lunedì successivo l’inizio ufficiale della Quaresima: come dire… «alla faccia…». Perché dunque l’anomalo ritardo?
Nel 1091 il Concilio di Benevento riscrisse la data d’inizio della Quaresima per includere anche le cinque domeniche della Quaresima che fino ad allora erano state escluse dal computo dei rigori quaresimali. Da allora fino al XVI secolo (re)sistettero a Basilea come altrove due Carnevali: il Mercoledì delle Ceneri era noto come Herren – or Pfaffenfasnacht (il Carnevale/Carnis Levamen dei Preti e dei Signori – osservanti zelanti a tempo debito della Riforma). Il secondo, celebrato/rivendicato da classi subalterne irriducibili come Bauernfasnacht, Carnevale dei Contadini, rimasti indietro rispetto alla Storia storieggiata, celebrato e sopravvissuto per i cinque giorni/domeniche abolite e in ritardo fino ad oggi.
Historia Magistra Vitae? Forse. Ma solo (?) fino a Carnevale. Vale

per superare il trauma, è preliminare dar parola alle emozioni e condividerle. Il silenzio non serve, per cui, anche in famiglia, parlatene, commentate gli eventi, leggete i giornali, ascoltate le trasmissioni per radio o televisive. Tuttavia non credo che questo compito spetti solo a voi. Riguarda tutta la società che può, con cerimonie pubbliche, evitare ogni tentativo di rimozione. In particolare l’elaborazione del dolore dovrebbe coinvolgere la scuola, luogo d’incontro per eccellenza, ove è possibile raccontare, confrontare gli stati d’animo, sciogliere il nodo di emozioni che blocca la fiducia e la speranza. Ogni motivo d’incontro, come le feste di diploma, i compleanni, gli anniversari, che ora sembrano inopportuni, possono avere una funzione consolatoria. Se volete mettere
in guardia i vostri figli contro i reali pericoli, le prediche non servono, meglio disporsi ad ascoltare e rispondere a eventuali domande, non in modo retorico, ma tenendo presente la specificità dell’interlocutore, la sua identità. Al tempo stesso esprimete con sincerità il vostro stato d’animo, le vostre emozioni. State vicini con amore a chi soffre e vedrete che alla fine la prudenza nascerà dall’esperienza: la vita s’impara vivendo.
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Inviate le vostre domande o riflessioni
a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)

Cari lettori, questo mese non risponderò a una vostra domanda, ma desidero parlarvi di un trend diventato virale sui social e che, sinceramente, appena ne sono venuta a conoscenza, mi ha toccato molto, sia come dietista sia come madre: « Almond mum» ovvero «Mamma Mandorla».
Questa definizione è stata coniata dagli spettatori di un reality show trasmesso su Netflix: The Real Housewives of Beverly Hills. Tra le protagoniste c’è anche Yolanda Hadid, ex modella e madre delle top model Bella e Gigi. Proprio quest’ultima, durante le riprese (avvenute nel 2013, quando era giovanissima), chiama la madre Yolanda dicendo di sentirsi debole dopo aver mangiato solo «mezza mandorla». La risposta della madre è diventata il simbolo di questa mentalità: «Prendi un paio di mandorle e masticale molto bene». Yolanda avrebbe quindi concesso
alla figlia affamata, come snack, poche mandorle, da masticare bene e molto lentamente e niente altro. Il pubblico, indignato, ha coniato quindi il termine « Almond mum», diventato poi virale sui social per riferirsi ai genitori che promuovono una cultura dietetica tossica, un’alimentazione restrittiva e l’insoddisfazione per il proprio corpo, spesso trasmettendo questi comportamenti ai figli. Queste mamme si gettano a capofitto su tutte le «diete», seguono l’alimentazione «sana», etichettano gli alimenti come «buoni» o «cattivi», demonizzano intere categorie di alimenti (spesso non a ragione) e creano un clima di terrore a tavola criticando le porzioni che si mangiano e consigliando di ignorare il proprio senso di fame e di sazietà. Inoltre, giudicano l’aspetto fisico dei figli e usano l’esercizio come punizione, vedendo lo sport come un modo per «guadagnar-
si» il cibo o per «bruciare» uno sgarro. Questo comportamento forse deriva dal loro desiderio di fare del bene al proprio figlio, perché chi non vuole un bambino in salute e di successo? Chi desidera che il proprio figlio sia «discriminato» perché fuori dalla «norma»? Oppure, in questa era dei social, può essere un pensiero narcisistico, un loro modo per mostrarsi e mostrare al mondo quanto sono bravi e quanto «perfetti» sono i loro figli… In realtà non so cosa ci sia dietro a tutto ciò, ma sono sicura che è potenzialmente dannoso, in quanto può favorire abitudini alimentari disordinate nei bambini. La restrizione porta al desiderio e i bambini possono arrivare a mangiare di nascosto, magari abbuffandosi. I continui commenti negativi sull’aspetto fisico possono portare a una bassa autostima e a legare il proprio valore personale solo al peso. L’ossessione familiare per la dieta è pure un fattore di
rischio significativo per lo sviluppo di anoressia, bulimia o altre forme di alimentazione disordinata, che possono rovinare la vita. Da qualsiasi punto lo si veda, l’ipercontrollo sull’alimentazione dei figli ha conseguenze fisiche e psicologiche tutt’altro che salutari e bilanciate. Il cibo non deve essere trattato come una ricompensa o una punizione. Il cibo va rispettato e amato. Per creare delle abitudini alimentari sane, che aiutino veramente i propri figli, si deve partire dal presupposto che sia il genitore a decidere cosa si mangia, seguendo i principi del piatto equilibrato; quando si mangia, ossia a orari regolari; e dove si mangia: a tavola senza tablet o tv. Al bambino sta il compito di decidere se mangiare e quanto. È importantissimo che ascolti i segnali del proprio corpo, come la fame e la sazietà. Ricordatevi che non esiste un alimento giusto o sbagliato, non si danno pre-
mi o punizioni. Non si deve usare il dolce come ricompensa per aver finito le verdure (es. «Se mangi i broccoli, ti do il gelato»). Questo rende il broccolo un «ostacolo» e il gelato un «premio prezioso», distorcendone il valore. Si devono offrire nuovi cibi senza forzarne l’assaggio. Possono essere necessari anche 10-15 tentativi prima che un bambino accetti un nuovo sapore. Come genitori dobbiamo essere un modello positivo, sfoghiamo i nostri complessi sui rotolini alla pancia con le amiche mentre i bambini corrono felici al parco giochi e gustiamoci tutto quello che proponiamo da mangiare ai nostri figli.
Informazioni
Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)















Cuba, il volto di un declino Sull’isola il petrolio scarseggia, i blackout sono all’ordine del giorno, gli alberghi chiudono mentre povertà e degrado avanzano
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Il richiamo dei luoghi segnati dal dolore
Dai campi di sterminio agli orrori dei Balcani e del Ruanda: viaggi di consapevolezza oppure morboso turismo del macabro?
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Il mondo non va a rotoli Riflessioni sull’ultimo libro di Claudio Cerasa, direttore del quotidiano «Il Foglio», che ci invita a essere ottimisti
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Svizzera ◆ L’8 marzo, tra i diversi oggetti in votazione, figurano anche la riforma fiscale – che, se approvata, sarà applicata a livello federale, cantonale e comunale – e l’iniziativa in difesa di monete e banconote
Attesa da oltre quarant’anni, l’imposizione individuale delle coppie sposate potrebbe essere finalmente accolta dagli svizzeri, l’8 marzo prossimo. Si vota perché la legge che introduce questo cambiamento è combattuta da due referendum: il primo lanciato da un comitato interpartitico e il secondo da dieci Cantoni. La riforma vuole parificare fiscalmente gli sposi ai concubini per eliminare la «penalizzazione del matrimonio». Gli oppositori temono che la soluzione proposta sia «peggiore del male che vuole guarire». Attualmente, le coppie sposate sono tassate congiuntamente: i redditi e la sostanza dei coniugi vengono sommati, con un maggior onere fiscale rispetto alle coppie conviventi, sottoposte al regime di imposizione individuale.
Sarà la volta buona per cancellare questa disparità di trattamento? Stando ai sondaggi, una maggioranza sarebbe favorevole alla legge federale sull’imposizione individuale, approvata dalle Camere di stretta misura, quale controprogetto indiretto all’iniziativa popolare «Per un’imposizione individuale a prescindere dallo stato civile (Iniziativa per imposte eque)», presentata dalle donne PLR. Se la legge fosse accolta, l’iniziativa sarebbe ritirata. Altrimenti si vota di nuovo.
In caso di accettazione popolare, l’imposizione individuale si applicherebbe non solo sul piano federale, ma anche ai livelli cantonale e comunale. Questa armonizzazione richiederà tempo, tanto che la legge dovrebbe entrare in vigore solo nel 2032. Il progetto prevede una diminuzione del gettito dell’imposta federale diretta (IFD) stimata sui 630 milioni di franchi all’anno. La perdita per i Cantoni, che beneficiano delle entrate dell’IFD, è valutata a 130 milioni. La ripercussione sulle entrate fiscali cantonali e comunali dipende dall’attuazione dell’imposizione individuale da parte dei Cantoni.
La legge prevede che la tassazione non dipenderà più dallo stato civile, per cui ognuno pagherà le imposte in base al proprio reddito e alla propria sostanza. Ciascun coniuge presenterà la propria dichiarazione fiscale. Il reddito (per es. lo stipendio o la pensione) sarà tassato individualmente. Alle coppie sposate e alle persone non sposate verrà dunque applicata la stessa tariffa fiscale. Per alleviare il carico fiscale delle famiglie, la deduzione per figli nell’ambito dell’IFD passerà da 6800 a 12000 franchi. Si stima che la legge dovrebbe favorire fiscalmente circa la metà dei contribuenti che versano l’IFD e penalizzare il 14%. I principali beneficiari sono i pensionali e le famiglie a

doppio reddito. Fra i perdenti ci sono le famiglie monoreddito e le persone sole senza figli.
Dieci Cantoni (AI, AR, AG, NW, OW, SG, SZ, TG, UR, VS) hanno lanciato il referendum, ritenendo che l’imposizione individuale «non equivalga a una maggiore equità fiscale»: pur eliminando la «penalizzazione del matrimonio», «creerebbe nuove disparità». A livello nazionale, si prevedono circa 1,7 milioni di dichiarazioni d’imposte in più. Un vero grattacapo per le amministrazioni impegnate nella verifica delle tassazioni. Saranno necessari circa mille posti di lavoro supplementari con un aumento dei costi per il personale. Il referendum è stato impugnato anche da un comitato interpartitico (Centro, UDC, Evangelici, UDF), sostenuto da Unione dei Contadini e USAM, per il quale la soluzione proposta non risolve il problema e non garantisce maggiore equità. L’imposizione individuale – assicurano Governo e Parlamento – porrà invece fine alla diversità di trattamento tra coppie sposate e concubine. Secondo i fautori (PLR, PS, Verdi, PVL, Economiesuisse), le critiche degli avversari (minori entrate e maggiori oneri amministrativi) non possono continuare a giustificare un sistema fiscale
notoriamente distorto e ingiusto. Occorre dunque porre fine alla disparità di trattamento e dare una risposta moderna e coerente con lo Stato di diritto, nell’ottica anche della parità tra uomini e donne (eliminando gli effetti fiscali negativi per il secondo reddito, incentiva il lavoro di queste ultime anche dopo la maternità).
Garantire il denaro contante
L’8 marzo prossimo si vota anche sull’iniziativa popolare «Sì a una valuta svizzera indipendente e libera con monete o banconote», promossa dal Movimento svizzero per la libertà, il quale vuole impedire che monete e banconote vengano eliminate o soppiantate. L’iniziativa chiede che il contante sia sempre disponibile in quantità sufficiente e che un’eventuale sostituzione del franco svizzero con un’altra valuta possa avvenire solo tramite modifica costituzionale, quindi con il voto del Popolo e dei Cantoni.
Il tema arriva alle urne in un momento in cui i pagamenti senza contante sono in forte crescita: se nel 2017 rappresentavano il 30% delle transazioni, nel 2025 hanno raggiunto il 70%, trainati dall’uso sempre più dif-
fuso di carte di credito e app di pagamento. Nonostante questa evoluzione, il contante rimane molto apprezzato: secondo la BNS, il 95% della popolazione ne riconosce l’importanza. Anche il Consiglio federale considera fondamentale garantirne la disponibilità, tuttavia ritiene che l’iniziativa non sia lo strumento più adeguato per raggiungere questo obiettivo. Per questo ha elaborato un controprogetto diretto (Decreto federale concernente la valuta svizzera e l’approvvigionamento in numerario) – approvato dal Parlamento e sottoposto al voto insieme all’iniziativa – che, a differenza dell’iniziativa, riprende «formulazioni giuridiche collaudate, chiare e facilmente applicabili», come ha sottolineato la ministra delle finanze Karin Keller-Sutter. Anche il controprogetto prevede che la garanzia dell’approvvigionamento di contante e l’utilizzo del franco svizzero come moneta nazionale, previsti dalla legislazione attuale, siano iscritti nella Costituzione. Tuttavia differisce dall’iniziativa perché incarica la Banca nazionale svizzera, e non la Confederazione, di garantire l’approvvigionamento di contante.
Per il Governo e il Parlamento il controprogetto rafforza la posizione giuridica del contante e del fran-
co quale unità monetaria nazionale. Esso riprende le legittime richieste dell’iniziativa, ancorando nella Costituzione due principi: la BNS continua a garantire l’approvvigionamento di contante e il franco è e rimane l’unità monetaria della Svizzera. Né l’iniziativa, né il controprogetto comporterebbero cambiamenti nella vita quotidiana. Non ne deriverebbero nuovi compiti o costi aggiuntivi. Inoltre non introducono il diritto di pagare in contanti o impongono l’obbligo di accettarli.
Ritenendo il controprogetto troppo impreciso, il comitato d’iniziativa ha scelto di non ritirare il proprio testo, che a suo avviso garantisce in modo più chiaro, a livello costituzionale, il mantenimento del denaro fisico, ossia di banconote e monete. Le Camere federali hanno invece respinto nettamente l’iniziativa – nonostante risulti più apprezzata nei sondaggi – e sostenuto il controprogetto diretto del Consiglio federale. Gli elettori dovranno quindi esprimersi separatamente su iniziativa e controprogetto, rispondendo con un sì o un no a entrambe le domande. Inoltre, nella domanda risolutiva potranno indicare quale delle due opzioni preferiscono nel caso in cui venissero approvate entrambe.
Reportage ◆ Con l’ex presidente venezuelano Maduro in carcere, l’isola perde l’ultimo alleato: poco petrolio, blackout diffusi, ospedali ridotti all’osso, alberghi che chiudono mentre la povertà e il degrado dilagano
Andrea Galli
Cuba, Cuba, adiós Cuba. Cronaca urgente di queste ore. Monta l’idea che i falchi e gli agenti segreti di Trump puntino ad affossarla così tanto, e in breve tempo, brevissimo, da rendere inevitabile un’insurrezione dall’interno. Farla collassare. Oppure obbligare il presidente Miguel Díaz-Canel all’estrema umiliazione: invocare la pietà del medesimo Trump. L’aggressione americana del Venezuela dell’ex presidente Maduro, arrestato a inizio gennaio e messo in galera a New York, ha sottratto ai cubani uno degli ultimi alleati. L’ultimo. Il principale fornitore di petrolio e di altre materie prime. Cuba sta male. I blackout bloccano gli aeroporti, il Governo ha varato misure forse definitive: basta vendita di gasolio al pubblico, ridotti i turni dei dipendenti statali, tagliati gli orari di apertura degli ospedali dove hanno sospeso molti interventi chirurgici. E stanno financo chiudendo gli alberghi. Sì. Gli alberghi. Sì, i turisti. Allora si sappia che noi turisti (appena due milioni di afflussi stranieri nel 2024, l’anno scorso ancora di meno), versiamo i soldi direttamente a loro. Ai veri padroni. Pochi. Spesso anonimi in quanto nell’ombra, in questa meraviglia vera e straziante che è Cuba. Isola e mondo. Un mondo isolato. Il vuoto attorno anche innescato, appunto, dall’America trumpiana. Ma prima, Gaesa. Ovvero il Consorzio legato al Minfar, il Ministero delle forze armate rivoluzionarie, il suo settore commerciale articolato in una Banca centrale parallela che controlla i trasporti, i supermercati, le aree di servizio e oltre la metà di alberghi e resort come accertato da plurime inchieste giornalistiche compresa una sul «Miami Herald», fondato nel 1903 nella città per antonomasia degli esuli cubani.
La censura strangola, la libertà di stampa latita, i cubani detenuti per aver protestato contro il Governo sono in cella
Gaesa: un conto bancario da 18 miliardi di dollari – dicono – in una terra di stipendi medi tra i 15 franchi di un impiegato e i 30 franchi di un medico, dentro un listino prezzi che sale, l’equivalente di 0,9 franchi per mezzo chilo di pane, e in centro nella capitale Avana, la Habana in lingua spagnola, anche 180 franchi d’affitto mensile per un monolocale. Povertà però non nell’istruzione, merito enorme di Fidel Castro e qualità permanente di Cuba nonostante la crisi; Fidel il quale vive e lotta nella cartellonistica, una sequenza di poster ai lati delle strade, primi piani giganteschi, scoloriti; ancora oggi Cuba primeggia nel contrasto alla mortalità infantile. Ma la censura strangola, di conseguenza la

libertà di stampa latita, le centinaia di cubani detenuti per aver protestato in strada contro il Governo (era il 2021) se ne stanno in cella. Punto. Vedete, prima d’andare a Cuba, qualche mese fa, avevamo cercato e cercato e cercato colleghi. Per poterli incontrare, dialogarci. Invano. Nessuno ci ha risposto. Anche a causa del disastro d’ogni servizio, dell’impossibilità tecnica d’affidarsi a telefonate, messaggistica, e-mail. Fuori dall’isola s’apprende il minimo, di Cuba. Gli stessi abitanti incontrati a caso ripetono che da quel 2021 sono spariti, emigrando, in 2 milioni. Sull’isola, secondo alcune stime, rimangono in 8 milioni. Picco negativo. Passaggio storico.
I mezzi pubblici sono scenario per le fotografie, vecchi coloriti scassa-
ti bus. Zero treni, permangono rotaie invase dall’erba d’un verde acceso, il colore verde ovunque domina, straborda. S’allungano autostrade per collegare le principali aree, ad esempio dalla capitale a Ponente verso l’onirica valle di Viñales coi suoi mille cani randagi paciosi, i suoi cavalli forti e fieri. Ma l’autostrada principale che doveva attraversare l’isola venne lasciata interrotta dai sovietici, finanziatori ed esecutori, tutto terminò di colpo in concomitanza con la frantumazione dell’Est Europa nel 1989. L’asfalto, in generale, è relativo. C’è, manca, si sbriciola. Chi se ne frega. Il moto rimane perpetuo. Un popolo in movimento. Gente in bici che gestisce un cavallo al lazo. E l’occupazione primaria dei cubani: fare l’autostop. A cominciare dagli universitari.

La cosiddetta Generazione Z, che include i nati tra la fine degli anni Novanta e il 2010, si tiene lontana dall’epica rivoluzionaria a differenza dei genitori i quali s’aggrappano ad autoconvincimenti per giudicare in positivo l’impero di Castro, anzi dei Castro (dopo Fidel il fratello Raul, capo di Stato dal 2008 al 2018), e le eredità.
Non erano mai esistiti, o forse non in questa misura, i cubani in estrema indigenza, ma Cuba ora è altro
Un improvvisato autista – ma d’altra parte l’improvvisazione è arte di sopravvivenza, la stessa che trasforma i salotti in bar, gli impiegati in venditori di vestiti di seconda mano che hanno addosso – salta fuori per miracolo nel mezzo d’una tempesta in una Avana distesa di rovine fra palazzi sberciati, disossati, discariche abusive e l’orina svuotata dal balcone raccolta nei secchi ché lo scarico era intasato. Egli ci fa salire su di una Lada, macchina sovietica prodotta settant’anni fa, e vaga distratto e beato e innamorato e gonfio d’orgoglio patriottico centrando pozzanghere e schivando passanti vari che se ne infischiano di camminare investiti dal temporale, ormai sono zuppi, quale del resto il senso di rifugiarsi sotto di un portico, affrettarsi per cosa, e verso dove?
Vi sono fra questi passanti uomini anziani male in arnese, le coordinate d’una resistenza da privi di fissa
dimora, insomma barboni, giornate d’afa, che inzuppa, a invocare l’elemosina. Non erano mai esistiti, o forse non in questa significativa misura, i cubani in estrema indigenza, ma Cuba ora è altro, il Sudamerica che le stava vicino scivola via. La narrativa del passato ha perduto appassionati tifosi nei palazzi del potere; Colombia e Brasile sono stati partner solidi e si fermano a rapporti cordiali, non oltre; Argentina, Bolivia e la Repubblica dominicana sono contro; l’embargo degli Stati Uniti risale al 1958 e trattasi di un blocco commerciale, economico, finanziario. Di Trump s’è detto, del Venezuela idem. Intanto si diffonde copioso il contrabbando. E non abbiamo narrato dell’infinito Levante, da Camaguey a scendere fino a Santiago di Cuba, una delle culle della rivoluzione castrista, e spenta per giorni dall’assenza di luce nonché dal razionamento massiccio dell’acqua. Avanzano angoli ampi di buio che innescano comportamenti da coprifuoco in replica al risveglio di predoni i quali nei vicoli assaltano, derubano, feriscono e anche segnano a vita o magari la tolgono con una lama da cucina già sporca di sangue. I cubani che tornano per le ferie dall’Europa hanno una valigia in stiva gonfia di saponi, deodoranti, salviette, carta igienica, fazzoletti, medicinali per il mal di testa e la febbre, ormai beni di lusso poiché inesistenti, e intanto galleggiano nel mare le bottiglie di birra, la birra costa una miseria, è pressoché gratis, un’arma di distrazione di massa, il sole accecante lampeggia sui vetri.

Il punto ◆ Dai campi di sterminio al Ruanda e alla Bosnia: viaggio verso la consapevolezza o morbosa attrazione per il dolore?
Guido Mariani
«Perché i turisti visitano i luoghi di atrocità?». Con questo titolo un recente articolo sul settimanale «The Economist» spiegava il gusto macabro e forse narcisista che caratterizza il fenomeno del «dark tourism», la tendenza di alcuni viaggiatori a visitare posti legati a fatti di sangue, Paesi pericolosi o difficilmente accessibili, per esibire poi le loro avventure come trofei sui social network. Esempi di questo turismo estremo lo offrono gli intrepidi, o incoscienti, che visitano località dove sono in corso guerre o dove le armi hanno appena cessato di sparare. «Si scambiano consigli su Instagram e TikTok», scriveva «The Economist».
La speranza è che il ricordo e l’insegnamento incarnati dal sito pervadano le coscienze delle persone che lo visitano
«In Siria c’è chi vuole vedere i sobborghi distrutti delle città o farsi fotografare con i carri armati lasciati dai russi. Alcuni sperano di visitare la prigione più famosa del Paese, alla periferia di Damasco, conosciuta come “il mattatoio umano”». L’articolo però citava come esempio di «turismo oscuro» anche quello di coloro che visitano luoghi della memoria come Auschwitz più per provare forti emozioni che per capire il passato. Relativamente ai campi di concentramento nazisti è arrivata al settimanale una lettera di replica di Leonard Hammer, docente di Diritti umani presso l’Università dell’Arizona. «Anche se i visitatori vanno semplicemente per guardare – ha scritto il professore – la speranza è che il ricordo e l’insegnamento incarnati dal sito pervadano le loro coscienze». In effetti la definizione di «dark tourism» può essere fuorviante.
Se è vero che l’espressione fu co-
niata nel 1996 da due accademici che avevano notato l’interesse del pubblico nel visitare il posto dell’assassinio di John Kennedy, è anche vero che oggi visitare luoghi di drammi o guerre del passato può essere un modo per cercare di comprendere gli errori e gli orrori della storia. Il turismo, va detto per onestà, ha da sempre una connotazione cupa. Nel 2024 quasi 15 milioni di visitatori sono entrati al Colosseo pronti per i selfie e nessuno parla di «dark tourism». In molti hanno negli occhi le immagini spettacolari del film Il Gladiatore, in pochi ricordano che fu luogo di atroci esecuzioni pubbliche. Dopo il trionfo di Traiano in Dacia, nel 107 d.C. l’anfiteatro Flavio per ben 123 giorni ospitò i supplizi di migliaia di prigionieri e spettacoli all’ultimo sangue con 10mila gladiatori. «Finché i nazisti non costruirono i campi di sterminio, il Colosseo fu forse il luogo con il numero di uccisioni per metro quadrato più elevato rispetto a qualunque prigione o campo di battaglia» ha scritto lo storico Matthew White, autore del saggio Il libro nero dell’umanità. Lo stesso potrebbe essere detto di Pompei o Ercolano, miracoli archeologici nati da una catastrofe che causò la morte di migliaia di persone.
Le ville dei delitti celebri
È chiaro che il tempo attenua l’impatto delle tragedie, ma forse non deve cancellare il senso della storia. Tuttavia il vero turismo macabro è un altro. È quello dei curiosi che visitano le ville dei delitti celebri che occupano le pagine di cronaca solo per esibire degli scatti col cellulare, o chi va, per il gusto di dire «io ci sono stato», in aree in cui viaggiare è sconsigliato o richiede un’adeguata preparazione. Emblematico è il triste caso di Otto Warmbier, giovane americano che nel dicembre del 2015 parte-

cipò a un viaggio di gruppo in Corea del Nord, dove a ogni viaggiatore è raccomandata l’attenzione alle regole locali. Dopo una improvvida festa di Capodanno, il ragazzo, reduce dal clima goliardico dei college, durante la notte cercò di rubare, in una zona interdetta al pubblico dell’hotel internazionale in cui risiedeva, un poster di propaganda. Venne arrestato il giorno dopo e fu detenuto per 17 mesi, si ammalò gravemente e fu rimpatriato solo dopo che le sue condizioni di salute lo avevano portato a un coma irreversibile. Morì il 19 giugno 2017 a soli 22 anni. Una tristissima lezione che in molti non hanno imparato. Come l’influencer russo Vitaly Zdorovetskiy rilasciato dopo più di nove mesi di detenzione in un carcere filippino per una serie di episodi legati
a molestie durante le sue dirette streaming. Ma in quest’ultimo caso più che «dark tourism» bisognerebbe parlare di «stupid tourism». Chi viaggia invece per conoscere è giusto che visiti anche siti di azioni atroci che custodiscono una memoria. I turisti del macabro si specchiano nel dolore umano rischiando di compiacersene. Gli altri viaggiano per imparare. Il macabro risiede nei crimini, non nello spirito e nello sguardo di chi vuole comprendere. Nessuna lettura o lezione scolastica può preparare al dolore che si prova entrando nei campi di sterminio nazisti di Auschwitz o Mauthausen. Altre realtà conservano il ricordo di drammi che rischiano di essere dimenticati. A Phnom Penh, capitale della Cambogia, l’ex-scuola di Tuol Sleng fu tra-
dichiarazione d’imposta: quali detrazioni sono ammesse?
sformata in una prigione durante il genocidio del 1975 perpetrato dai Khmer Rossi, vi transitarono migliaia di prigionieri che, quando non morirono di torture o stenti, vennero poi trasferiti in zone fuori dalla città in cui vennero giustiziati. Oggi è possibile visitare anche questi «killing fields», campi della morte, dove le ossa delle migliaia di vittime senza nome riemergono ancora dal terreno, quasi a sfuggire all’oblio.
A Srebrenica, in Bosnia, è rimasta intatta la fabbrica in cui fu radunata la popolazione maschile della città prima di essere sterminata dall’esercito serbo-bosniaco. Le foto appese alle pareti ricordano l’accaduto. Sono rimasti anche gli osceni graffiti dei soldati Onu che lasciarono mani libere ai carnefici. In Ruanda i memoriali del genocidio dei tutsi del 1994 sono un po’ dappertutto e fanno capire di cosa l’uomo può essere capace anche in un paesaggio incantato. «Meditate che questo è stato: vi comando queste parole», scrisse Primo Levi. Nei luoghi di tragedie dove non c’è una storiografia consolidata o dove non c’è una narrazione che è penetrata nella cultura popolare (come la Cambogia o il Ruanda), o dove le divisioni politiche vogliono riscrivere la storia (come in Bosnia), questi posti sono baluardi che preservano ricordi strazianti, ma che possono e devono ancora dimostrare qualcosa a un’umanità che stenta sempre a imparare dai propri errori. E che insegnano, citando lo scrittore Ernst Weichert, che i popoli pietosi tengono l’inferno nell’aldilà. Ai milioni di turisti che visitano oggi il Colosseo non è richiesto di commuoversi per eventi di due millenni orsono, ma di capire che il passato non è solo la scenografia per una foto, ma cerca di parlarci e di darci una lezione.
La consulenza della Banca Migros ◆ Sfruttando correttamente le possibilità offerte dalla legge è possibile ridurre in maniera significativa il carico fiscale. Ecco alcune dritte
Nelle scorse settimane i contribuenti hanno ricevuto a casa i documenti per la dichiarazione d’imposta. Prima di compilarla è consigliabile avere una visione d’insieme delle possibilità di deduzione. Sfruttando bene i margini di manovra previsti dalla legge, infatti, è possibile ridurre notevolmente il proprio onere fiscale. Tra le leve più importanti c’è la previdenza per la vecchiaia: i versamenti nel pilastro 3a effettuati lo scorso anno sono interamente deducibili dal reddito imponibile, indipendentemente dal fatto che l’avere sia depositato su un conto di risparmio 3a o investito in un fondo 3a. Per sfruttare appieno questo vantaggio fiscale conviene versare l’importo massimo annuo, che nel 2025 ammontava a 7258 franchi per i dipendenti affiliati a una cassa pensioni. La somma rimarrà invariata nel 2026. I lavoratori autonomi senza cassa pensioni possono versare fino

al 20% del reddito netto, per un massimo di 36’288 franchi. Anche le spese professionali costituiscono un’altra leva importante: chi
si reca al lavoro in auto o con i mezzi pubblici, nell’ambito dell’imposta federale diretta può ad esempio dedurre fino a 3200 franchi dal reddito imponibile. La maggior parte dei cantoni fissa limiti ancora più elevati, mentre alcuni vi rinunciano del tutto. Inoltre, la Confederazione e tutti i cantoni (tranne Ginevra) consentono di dedurre i costi per una bicicletta, di norma 700 franchi l’anno.
I lavoratori che mangiano fuori casa beneficiano di una deduzione fiscale forfettaria pari a 15 franchi al giorno per la Confederazione e i cantoni. Qualora il datore di lavoro corrisponda un supplemento per i pasti o offra una mensa aziendale sovvenzionata, la deduzione è ammessa solo per metà.
Oltre ai costi di formazione e perfezionamento professionali, i dipendenti possono far valere presso la Confederazione una deduzione del 3% dello stipendio netto – da 2000
a 4000 franchi – per l’abbigliamento e gli strumenti lavorativi, i costi per l’acquisto di dispositivi informatici o di letteratura specialistica.
I proprietari immobiliari beneficiano di diverse possibilità di deduzione: fino a quando sarà abolito il valore locativo, potranno dedurre dal reddito imponibile non solo gli interessi ipotecari, ma anche diverse spese per la manutenzione della proprietà abitativa. La manutenzione comprende, ad esempio, i lavori di ristrutturazione per mantenere il valore dell’immobile o le misure per la tutela dell’ambiente e il risparmio energetico. A seconda di cosa conviene, si possono far valere i costi di manutenzione effettivi o un forfait.
I comproprietari di piani possono dedurre, oltre alle spese di manutenzione, anche i versamenti nel fondo di rinnovazione e amministrazione della comunione dei proprietari per piani, a condizione che i mezzi
non siano destinati a investimenti di valorizzazione.
Per concludere, la cosa più importante: consigliamo di raccogliere sistematicamente i giustificativi e in caso di dubbio, di verificare le possibilità di deduzione del proprio cantone presso un ufficio di consulenza o con un calcolatore online.
Consigli fiscali Ulteriori consigli sul risparmio fiscale sono disponibili qui:
Anniversari ◆ Dal 1876 a oggi, il viaggio del quotidiano che ha attraversato crisi e rinascite senza perdere la sua identità
Roberto Festorazzi
Il 5 marzo 1876, 150 anni or sono, usciva nelle edicole il primo numero del «Corriere della Sera», fondato e diretto da Eugenio Torelli-Viollier. Fin dapprincipio il giornale, con sede in via Solferino, a Milano, si caratterizzò per alcuni capisaldi, rimasti inalterati fino a oggi, pur nelle alterne vicende storiche: il dibattito delle idee, l’accuratezza tanto dei servizi esteri quanto di quelli interni (in particolare, per quel che riguarda la politica italiana), l’autorevolezza dei commentatori, a cominciare dagli editorialisti, e la varietà delle firme, di letterati, critici, filosofi, uomini di ingegno, che apparivano nella terza pagina, quella culturale.
La direzione di Albertini
Il primo periodo d’oro del «Corriere» coincide con la direzione di Luigi Albertini, che con il fratello Alberto era anche coeditore del giornale. Questa era, durata dal 1900 al 1925, si caratterizzò per un forte e coerente impegno della testata, programmaticamente organo della borghesia lombarda, in senso liberalconservatore. Albertini, infatti, era politicamente avverso a Giovanni Giolitti, il capo del Governo che guidò l’Italia dagli inizi del Novecento, aprendo alle istanze sociali. Nel primo decennio del Novecento il «Corriere della Sera» consolidò la sua
posizione di principale quotidiano nazionale. A Milano doveva però confrontarsi con la forte concorrenza de «Il Secolo», giornale radicale e popolare, lontano dall’impostazione più elitaria della redazione di via Solferino. In quegli anni il «Corriere» attirò firme prestigiose come Luigi Einaudi, Gabriele D’Annunzio e Luigi Pirandello. Nel 1925, con l’avvio della fascistizzazione della stampa, Luigi Albertini fu costretto a lasciare la direzione e la proprietà del giornale passò alla famiglia Crespi, più vicina al regime.
Dopo il Ventennio, il quotidiano di via Solferino fu affidato alle mani prima di Guglielmo Emanuel e poi di Mario Missiroli. Il «CdS» rimase sempre filogovernativo, e a favore di Confindustria, avversando la formula del centrosinistra fino alla metà degli anni Sessanta. Sebbene stiamo parlando di un organo di stampa paludato, e largamente chiuso alle istanze del rinnovamento della società, cominciò dalla direzione di Alfio Russo, e poi di Giovanni Spadolini, una cauta apertura alla modernizzazione.
Va ricordato che quando si parla del «Corriere» degli anni Sessanta, bisogna alludere alle punte di autorevolezza raggiunte dalla testata, che si riflettevano anche all’estero. Fu questa la sua seconda epoca d’oro. Delegazioni del giornale, nel 1964-65, furono ricevute, a Londra, a Downing Street, e in America, alla Casa Bianca, dove il

presidente, Lyndon Johnson, in un discorso, elogiò il solido atlantismo della linea politica del quotidiano, esaltando la funzione della libera stampa in una società democratica. Nel 1972 Piero Ottone assunse la direzione del «Corriere della Sera», imprimendo al giornale una svolta più aperta alla sinistra riformista, che suscitò un acceso dibattito. Era ancora il «Corriere» di sempre, o stava nascendo un altro giornale? Per Indro Montanelli non vi erano dubbi: si trattava
del secondo caso. Nel 1974 guidò così una scissione e fondò «Il Giornale nuovo» (in seguito «Il Giornale»), portando con sé numerose firme prestigiose di via Solferino, tra cui Enzo Bettiza. Montanelli sperava che la borghesia, soprattutto milanese, abbandonasse il «Corriere» per abbracciare il suo «Giornale»: ma non fu così. La grande maggioranza dei lettori restò fedele all’antico baluardo della libera stampa. Venne il 1981, e con esso, si scoperchiò la pentola maleodorante della P2, la su-
perloggia massonica che, a parte le sue attività criminose di stampo affaristico e le molte corruttele, mirava a instaurare in Italia una Repubblica presidenziale. Venne alla luce, tra i nomi degli affiliati alla P2, anche quello del direttore del «Corriere della Sera», Franco Di Bella, il quale si dimise subito. Seguirono anni di sbandamento, per il giornale, avvelenato dalla polarizzazione interna alla redazione, divisa tra progressisti e moderati, e oppresso dalla conflittualità sindacale. Nel 1982, il quotidiano finì in amministrazione controllata, sotto l’egida di un garante, un senatore eletto nelle liste del Partito comunista. Ne seguì che la linea del giornale, guidato da Alberto Cavallari, era scopertamente filo-Pci. Nel 1984, con l’avvento al timone di Piero Ostellino, il glorioso foglio tornò alle origini, all’ortodossia liberale. E, negli ultimi trent’anni, che è successo di nuovo? Il «Corriere» è stato a lungo governato da due eccellenti direttori, come Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli. Il primo ha avuto anche il merito di riportare Montanelli (dopo la fallita esperienza del secondo quotidiano da lui fondato, «La Voce») al giornale cui aveva dedicato 37 anni della sua vita. Oggi la testata rimane caposaldo della qualità dell’informazione e della circolazione delle idee. Ha 150 anni, ma, a parte i tempi neri dell’erosione della diffusione cartacea, non li dimostra.






Pubblicazioni ◆ L’ultimo libro di Claudio Cerasa è un invito a ragionare su dati e fatti reali che dimostrano un miglioramento complessivo delle condizioni dell’umanità
Carlo Silini
Possiamo permetterci di essere ottimisti oggi? Ottimisti non nel senso del cuore, che spera sempre per il meglio, ma della ragione che vede esplodere il disordine mondiale, aumentare l’insicurezza dei popoli, moltiplicarsi guerre, tendenze tiranniche e politiche ricattatorie anche laddove non te le saresti mai aspettate? È ragionevole, in altre parole, mantenere uno sguardo positivo su un mondo apparentemente allo sbando? È un quesito, questo, a cui risponde affermativamente e forse anche controintuitivamente Claudio Cerasa, direttore del quotidiano «Il Foglio», nel suo ultimo saggio, L’Antidoto. L’abbiamo intervistato.
Il suo libro è un invito a uscire dalla passività, a informarsi, a capire perché nonostante tutto non possiamo non dirci ottimisti, rispetto al futuro. Viviamo quindi, come avrebbe detto Leibniz, nel migliore dei mondi possibili?
No, e infatti il mio libro non è un’operazione leibniziana. Non dico che questo sia il migliore dei mondi possibili, dico che è migliore di come viene raccontato. Il punto non è proclamare che tutto va bene, ma rifiutare l’idea opposta, oggi dominante, secondo cui tutto va irrimediabilmente male. L’ottimismo che difendo non è metafisico, è storico e razionale: nasce dal confronto tra dati, trend, progresso reale e percezioni collettive. Non siamo nel migliore dei mondi possibili, ma siamo in un mondo che migliora più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Ed è già una buona ragione per non consegnarsi al fatalismo.
Lei scrive: «Qualsiasi tentativo di essere ottimisti, oggi, viene considerato non solo uno scandalo, ma un’eresia, una negazione irresponsabile del nuovo dogma dominante: la cultura dello sfascio». Cos’è la cultura dello sfascio?
La cultura dello sfascio è l’idea secondo cui descrivere il mondo come un disastro permanente non è solo legittimo, ma moralmente obbligatorio. È una cultura che trasforma il pessimismo in segno di intelligenza e l’ottimismo in colpa. Funziona così: se riconosci un progresso sei ingenuo, se citi un dato positivo sei complice del potere, se provi a distinguere tra problemi reali e percezioni sei sospetto. Nel libro faccio molti esempi: dall’ecoansia trattata come unica postura possibile, alla demonizzazione dell’Occidente, fino al modo in cui i media selezionano solo ciò che conferma una narrazione di declino. È una cultura che non mobilita, paralizza.
Il suo libro, citiamo, «è un tentativo folle ma speriamo apprezzato di mettere a fuoco quelle che David Brooks ha definito anni fa la virtù dell’onestà radicale». Cioè?
L’onestà radicale è la scelta di raccontare il mondo per quello che è, non per quello che fa più rumore. Brooks dice una cosa semplice ma rivoluzionaria: distinguere tra fatti e opinioni, tra ciò che è discutibile e ciò che non lo è. Oggi sembriamo incapaci di farlo. Nel libro uso questa idea per dire che l’ottimismo non nasce dall’autoinganno, ma dall’onestà verso i numeri, i trend, la complessità. Essere onesti radicalmente

significa rinunciare a parte dell’enfasi morale per guadagnare lucidità. È una virtù scomoda, perché ti costringe a contraddire lo spirito del tempo.
E quindi i media sono responsabili di questa disonestà radicale, o sono solo lo specchio di una civiltà della post-verità in cui la verità sembra un concetto in forte ribasso (Trump insegna)? Sono entrambe le cose. I media riflettono una domanda di emozione, ma allo stesso tempo la alimentano. Nel libro mostro come il meccanismo del «bad news is good news » non sia neutro: altera la percezione del rischio, amplifica l’ansia, legittima il catastrofismo come unica forma di serietà. Non è solo colpa di Trump o della post-verità: è una scelta editoriale, spesso economica. Il problema non è raccontare le cattive notizie, ma raccontare solo quelle, senza contesto, senza proporzioni, senza memoria storica. Così il mondo sembra sempre peggiore, anche quando non lo è.
«In mezzo al caos – si legge nel suo volume – le borse mondiali hanno continuato a crescere (…) Solo nel 2024, la capitalizzazione globale ha toccato i 110 trilioni di dollari, più dell’intero Pil mondiale». Sì, la ricchezza cresce, ma secondo il World Inequality Report 2026 re-
sta nelle mani di pochi: il 10% della popolazione possiede il 75% della ricchezza mondiale; Il 50% appena il 2%; l’1% controlla da solo il 37% della ricchezza globale… Non nego questi dati, li contesto. La disuguaglianza esiste ed è un problema serio, ma va letta insieme ad altri dati che spesso vengono omessi: la riduzione drastica della povertà estrema, l’aumento del reddito medio globale, l’accesso crescente a istruzione, sanità, tecnologia. Nel libro spiego che molte statistiche sulla ricchezza fotografano stock, non flussi, e ignorano mobilità sociale, capitale umano, miglioramenti reali delle condizioni di vita. Dire che il mondo è più ricco non significa dire che è giusto. Significa però rifiutare l’idea che sia irrimediabilmente ingiusto e quindi senza via d’uscita. Da qualche tempo sputano rubriche sui giornali e podcast dedicati alle notizie positive che ci circondano. Sono iniziative lodevoli, ma non rischiano di essere «riserve indiane» che marginalizzano ulteriormente le informazioni positive?
Sì, se restano ghetti. Le buone notizie non devono essere una categoria a parte, come se fossero un genere minore o una consolazione. Il punto non è creare spazi separati per l’ottimismo, ma contaminare il racconto generale con contesto, dati, proporzioni. Nel libro dico che la vera sfida
Alcuni dati che fanno ben sperare
• Oggi nel mondo muoiono meno di 10’000 persone all’anno per eventi climatici estremi: negli anni Trenta erano mezzo milione. Succede non perché il clima sia meno violento, ma perché siamo diventati più capaci di proteggerci.
• Nel 1950 meno della metà dell’umanità sapeva leggere e scrivere, mentre oggi l’umanità che sa leggere e scrivere è oltre l’86 per cento.
• Nel 1990 morivano ogni giorno 34’000 bambini sotto i 5 anni e che oggi sono meno di 13’000, e
Quando il mondo dorme di Francesca Albanese, Rizzoli, 2025
ogni giorno che passa migliaia di vite vengono salvate da vaccini, cure, igiene.
• Nel 1981 il 42 per cento delle persone viveva in povertà estrema e oggi invece quel numero, anche grazie alla globalizzazione, è arrivato a meno del 9 per cento.
• Durante il Covid l’umanità ha sequenziato un virus in dieci giorni e prodotto un vaccino in meno di un anno, cosa mai successa prima.
Fonte
Claudio Cerasa, L’antidoto
è smettere di trattare le notizie positive come eccezioni imbarazzanti. Se le isoli, confermi l’idea che la normalità sia il disastro. L’ottimismo non deve essere un supplemento, deve essere un criterio.
Lei cita Tony Blair secondo cui «difesa dell’ottimismo significa difesa della democrazia. Difesa del pessimismo significa difesa del populismo». Come lo spiega?
Perché la democrazia vive di fiducia nel futuro. Se tutto è perduto, se il sistema è irriformabile, se il declino è inevitabile, allora la tentazione populista diventa razionale. Blair coglie un punto centrale: nessuno si affida volentieri a chi dice che non c’è speranza. Il pessimismo permanente delegittima le istituzioni, rende inutili le riforme, prepara il terreno a chi promette rotture radicali. L’ottimismo, quando è informato, è una forza conservativa nel senso migliore: difende ciò che funziona e lo migliora, invece di bruciarlo.
Nel suo strepitoso Candide, Voltaire ci mette in guardia dalla bontà cieca, dall’ottimismo per principio: il suo protagonista, convinto assertore della positività del mondo, in effetti, subisce una quantità incredibile di ingiustizie. Aveva torto Voltaire?
No, e infatti non difendo l’ottimismo cieco di Pangloss. Candide è una critica all’ottimismo passivo, a chi pensa che «andrà tutto bene comunque». Nel libro riprendo la distinzione di Paul Romer: tra ottimismo compiacente e ottimismo condizionato. Il primo è ingenuo, il secondo è esigente. Dire che il mondo può migliorare se facciamo le scelte giuste non è un’illusione, è una responsabilità. Voltaire aveva ragione contro l’ottimismo ottuso. Ma oggi il rischio opposto è diventato dominante: un pessimismo automatico che non capisce più nemmeno ciò che funziona.
Bibliografia
Claudio Cerasa, L’antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo, 217 pagg., Silvio Berlusconi editore, 2025.
A Gaza la catastrofe umanitaria continua, mentre i raid israeliani non si fermano. Secondo (non solo) Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, quanto sta accadendo presenta gli elementi del genocidio. Già nel 2024 la giurista, esperta di diritto internazionale e professoressa universitaria ha pubblicato un rapporto sulla questione palestinese intitolato Genocide as Colonial Erasure (Genocidio come cancellazione coloniale). I suoi precedenti rapporti Onu (pubblicati tra il 2022 e il 2024) e il suo saggio J’accuse (novembre 2023) l’avevano già segnalata come una delle massime esperte della spinosa tematica. Nel suo nuovo libro, Quando il mondo dorme, Francesca Albanese intreccia la competenza giuridica con le esperienze personali nell’area israelo-palestinese, raccontando le vicende di dieci persone emblematiche dell’attuale tragedia della regione. Tra queste c’è la storia di Hind Rajab, una bambina di sei anni che chiama i soccorsi da un’auto crivellata di colpi e piena dei corpi dei suoi familiari. Il suo corpo sarà ritrovato poco distante da quelli dei due paramedici, Abu Hassan e George, uccisi mentre cercavano di raggiungerla.
Usciamo dalla Striscia di Gaza e ci spostiamo in un’altra area della crisi: la zona intorno a Gerusalemme. Qui entra in scena l’esperienza del professor Alon Confino – scomparso di recente – studioso dell’Olocausto che, da storico e da ebreo, ha testimoniato anche il regime di apartheid che avrebbe voluto vedere finire. Già professore di storia presso noti atenei statunitensi e israeliani, Confino è autore di saggi sul genocidio ebraico durante la seconda guerra mondiale come Un mondo senza ebrei (Mondadori, 2017).
Un altro personaggio non comune del libro è il chirurgo plastico britannico-palestinese Ghassan Abu-Sittah, rettore dell’Università di Glasgow, uno dei massimi specialisti mondiali nell’ambito della chirurgia craniofacciale. Dalla tranquillità della Gran Bretagna, il grande esperto fa, come volontario, il proprio ingresso nel calderone di Gaza già il 9 ottobre 2023 (quindi due giorni dopo l’incursione dei terroristi di Hamas in Israele). Qui, Abu-Sittah assiste alla guerra sistematica degli israeliani contro ospedali e infrastrutture sanitarie locali (la sua autorevole testimonianza è stata raccolta anche da altri noti analisti del Medio Oriente). Dal chirurgo plastico, l’autrice del saggio passa alla giovane pittrice Malak Mattar (25 anni) che ha cominciato a dipingere durante un altro conflitto, la guerra di Gaza del 2014, come mezzo per elaborare quel trauma. Tra gli ultimi personaggi raccontati c’è il medico e scrittore Gabor Maté, un ebreo ungherese sopravvissuto all’Olocausto e residente in Canada, specializzato anche in traumi infantili e nel fenomeno delle dipendenze. Gli altri protagonisti del libro sono l’austriaca Ingrid Jaradat Gassner (già direttrice del Badil Resource Center for Palestinian Residency and Refugee Rights) l’architetto israeliano Eyal Weizman, una delle persone più vicine all’autrice, nella vita come in questa sua ricerca. Attraverso quegli occhi, attraverso quelle dieci vite ed esperienze, l’autrice spalanca per i lettori le finestre sull’inferno sulla terra. Un libro terribile e indimenticabile.






Il nuovo ritmo di Sayf
Attraverso la sua musica e grazie alla voglia di sperimentazione, il giovane rapper italotunisino Sayf riesce ad avvicinare i più giovani anche a un genere come il jazz
Voci dall’editoria ticinese
Tra le ultime uscite, esordi romanzeschi, carteggi ed erbari amatoriali, memoir, libro fotografico, biografie di pittori, racconti e testimonianze storiche
Pagine 20-21
Mostre ◆ A Varese si omaggia il pittore italiano con le opere appartenenti alla Fondazione Pellin
Profondamente radicato nella sua epoca, Renato Guttuso ha saputo interpretare e trasformare l’esistenza quotidiana attraverso la forza espressiva e la tensione emotiva della propria pittura. Grazie a uno sguardo critico e appassionato sulla vita, l’artista di origini siciliane si è affermato come uno dei personaggi più significativi del Novecento, capace, al pari di pochi altri, di indagare la condizione umana con implacabile onestà e con acuta sensibilità.
È la realtà stessa, difatti, a infondere in lui l’impulso di dipingere con un linguaggio vigoroso e incisivo, a tratti crudo, in grado di restituire senza filtri una visione distintiva e autentica dell’uomo. L’uso audace del colore e le pennellate decise conferiscono alla pittura di Guttuso un’energia straordinaria, amplificando la narrazione e riflettendo la duplice natura del suo credo artistico e del suo approccio alla vita, da una parte mossi da ottimismo ed esuberanza, dall’altra permeati da malinconia e rabbia. Riconducibili alla corrente neorealista italiana, le tele di Guttuso racchiudono da sempre contenuti etici poiché uno dei fondamenti del pensiero del maestro italiano è la concezione dell’arte come strumento di conoscenza e di azione che unisce l’esperienza personale a quella collettiva. La pittura diventa così un potente mezzo per esprimere le preoccupazioni della società e la speranza di un mutamento dei suoi aspetti più iniqui. L’impegno politico e civile che emerge dall’opera artistica di Guttuso, tra stoica sopportazione e impavida denuncia sociale, caratterizza anche la vita stessa del pittore, fervente sostenitore del comunismo, della lotta alle oppressioni sociali e soprattutto della libertà. Quella libertà che il nonno garibaldino e i genitori gli insegnano a difendere a ogni costo fin dalla tenera età.
Nato nel 1911 a Bagheria, Guttuso sviluppa la sua pittura guardando la lezione di Gustave Courbet, di Vincent van Gogh e del grande amico Pablo Picasso. Dopo essersi avvicinato negli anni Trenta al gruppo Corrente, movimento milanese sorto in opposizione all’arte accademica e al regime fascista, frequenta l’ambiente artistico di Roma, dove si trasferisce definitivamente nel 1937 legandosi alle tendenze che rifiutano con decisione il «ritorno all’ordine».
Durante la sua densa e dinamica vita, a partire dal 1953 Guttuso trascorre le sue estati a Varese, nella piccola frazione di Velate. La prima volta vi giunge per caso, insieme alla moglie Mimise, con l’intento di vendere la dimora che lei eredita dai genitori. Arrivato a Villa Dotti, però, si innamora del silenzio e della luce di questo luogo così diverso dalla sua Sicilia

e decide di tenere l’abitazione per soggiornarvi durate i periodi di villeggiatura. Nei numerosi mesi all’anno in cui Guttuso è a Velate dipinge con assiduità nelle scuderie trasformate in studio e partecipa con entusiasmo alla vita culturale della città, frequentando figure quali Piero Chiara, Giovanni Testori e Dante Isella.
Forse non tutti sanno che una delle tele più famose di Guttuso, Vucciria, opera iconica del 1974 che immortala uno scorcio dello storico mercato palermitano, viene in realtà realizzata proprio nell’atelier varesino. Qui l’artista si fa recapitare, con l’aiuto del suo fedele assistente Nino Marcobi, tutti i tipici prodotti alimentari siciliani per poterli riprodurre dal vero, alcuni fatti arrivare direttamente dalla Trinacria, altri, come il quarto di manzo che campeggia sulla destra del quadro, dalle botteghe di Velate. Nel suo studio di Varese Guttuso ha anche un ospite che gli fa visita quasi quotidianamente per vederlo dipingere e per parlare e confrontarsi con lui sulle vicende della vita. È Francesco Pellin, imprenditore locale conosciuto per caso a Ischia con il quale il pittore si trova in grande sin-
tonia. Il lungo rapporto di amicizia tra i due porta Pellin alla costituzione di una raccolta di opere che, nel corso degli anni, arriva ad annoverare molti dei lavori più importanti dell’artista e che, dal Duemila, viene valorizzata da un’apposita fondazione intitolata all’imprenditore varesino.
È in questo contesto che prende vita la mostra dedicata a Guttuso al Museo d’arte Moderna e Contemporanea del Castello di Masnago a Varese, esposizione che presenta una decina di dipinti appartenenti alla Fondazione Pellin e concessi in comodato d’uso alla Città.
Si tratta di opere che dagli anni Sessanta, come la pregevole Natura morta di morandiana memoria, datata 1966, giungono fino alla metà degli anni Ottanta, accompagnando così il visitatore fino all’ultima fase del percorso artistico del pittore. In questi lavori emergono i temi cari a Guttuso, le sue passioni e il suo impegno civile, in una visione viscerale dei più diversi aspetti della vita che l’artista sa rendere con grande efficacia sulla tela.
Il mondo delle donne è tra i soggetti che più affascinano Guttuso, soprattutto nell’epilogo della sua fer-
vente ricerca, momento in cui sente ancora più forte il potere liberatorio dell’atto creativo. I nudi femminili del pittore, spesso dalla fisicità prorompente e disinibita, vanno oltre la mera rappresentazione dell’eros muliebre per cercare, secondo le parole stesse dell’artista, «di dar conto dell’insopprimibile presenza delle cose e del loro modificarsi, risalendo dalle forme ai sentimenti e alla umana verità».
In opere quali Gineceo I e Gineceo II, le donne raffigurate da Guttuso si presentano nella loro cruda corporeità, a volte con occhi socchiusi, sguardi elusivi e profili da tergo, diventando emblema dell’individuo che procede per la sua strada nonostante le ferite dell’animo. Qui l’estremo realismo e l’acceso cromatismo fungono da soglia per travalicare la dimensione fisica e accedere alla bellezza intrinseca racchiusa in ogni essere umano. Emblematico della componente etica e politica dell’arte di Guttuso è Il sonno della ragione genera mostri, lavoro realizzato a inchiostro e acquarello il 2 agosto 1980, giorno della strage di Bologna: il titolo, preso in prestito dalla celebre acquaforte di Francisco Goya, e la figura mostruosa dalle fat-
tezze animalesche al centro della scena testimoniano l’orrore provato dal pittore alla notizia dell’accaduto. Tra i dipinti più significativi in mostra c’è poi Spes contra spem, opera ambiziosa, complessa ed enigmatica eseguita a Velate nell’estate del 1982, pochi anni prima della morte dell’artista. Considerata il testamento spirituale di Guttuso, questa grande tela è una sorta di compendio di tutto il suo vissuto che racchiude allegorie e rimandi all’amicizia, all’amore, alla morte, alla vita e all’arte. È un quadro intriso di mistero e di forza, di attesa e di sfida, in cui il senso della fine si mescola alla speranza di un nuovo inizio.
Dove e quando Renato Guttuso. Opere della Fondazione Francesco Pellin Varese, Museo d’arte Moderna e Contemporanea del Castello di Masnago. Fino al 29 marzo 2026.
Orari: ma-gio 9.30-12.30; ve-sa 9.30-12.30/14.00-18.00; do 14.00-18.00. Informazioni: www.museivarese.it
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Podcast ◆ L’autore di Comprami ripercorre la storia dell’artista milanese
Daniele Bernardi
Anche se non sembra, c’è una certa continuità fra Comprami. La mia ragazza è su OnlyFans (Il Sole 24 Ore, 2023) e La sindrome di Baj (Storie libere, 2025), l’ultimo podcast di Daniele Vaschi, DJ, musicista e conduttore radiofonico passato, fra metà degli anni ’90 e i primi del 2000, dagli studi di Radio Lupo Solitario a quelli dell’ormai scomparsa Rock FM.
Se il primo lavoro – fra l’altro, a suo tempo recensito anche su queste pagine – attraverso la propria indagine sulla piattaforma OnlyFans esaminava le metamorfosi della libido in una contemporaneità che di quest’ultima fa merce in nome di un riscatto sociale che non conosce vergogna, ora il secondo prende le sue mosse a partire da una domanda sull’eros – in senso lato – declinato in una dimensione di desiderio: «perché ci si deve sempre innamorare di qualcuno o di qualcosa?».
Ma questo qualcuno o qualcosa nel podcast di Vaschi sono un artista e la sua opera. E non è un caso che per parlare di innamoramento l’autore approdi all’arte, luogo in cui il linguaggio eccede le sue funzioni pratiche in nome di una spinta vitale che non si esaurisce nel mero pragmatismo.
L’artista in questione, naturalmente, è Enrico Baj (Milano, 1924 – Vergiate, 2003), pittore, scultore ed autore al quale, fra il 2024 e il 2025, Palazzo Reale ha dedicato un’importante mostra – Baj Baj chez Baj – e da cui Daniele Vaschi è letteralmente ossessionato; come si può immaginare, il titolo del podcast rimanda alla nota sindrome di Stendhal, quel fenomeno che colpisce chi è sconvolto da un’opera al pun-
to da manifestare dei disturbi somatici. Ecco che allora, per guarire dal suo «male», Vaschi si lancia nella realizzazione di una «audio-biografia» strutturata come un viaggio dal presente al passato; quest’idea proviene dallo stesso Baj, il quale, per raccontare la sua storia nella Automitobiografia (Johan & Levi, 2018) procede a ritroso nel tempo, dal 1983 al 1924.
In verità, fin dal suo incipit La sindrome di Baj ci catapulta piuttosto indietro nel tempo, e in particolare al 16 dicembre del ’69, dove troviamo l’immagine di Giuseppe Pinelli in caduta libera dalla finestra della questura di Milano ad aprire il racconto. Sì, perché è bene ricordare che esiste un tragico legame fra la recente mostra realizzata a Milano e i giorni a partire dai quali la storia italiana si addentrò, per dirla con Sergio Zavoli, nella «notte della Repubblica».
Il podcast di Vaschi è un viaggio nel tempo fatto di ricerche, considerazioni personali, materiali d’archivio e interviste
Nel 1972 il capoluogo lombardo propose a Baj una retrospettiva a Palazzo Reale. In tutta risposta, l’artista dichiarò di voler esporre una sola opera: I funerali dell’anarchico Pinelli, installazione composta da pannelli e materiali vari in cui è raffigurata, con un dichiarato riferimento a Guernica, la violenta morte del ferroviere ingiustamente sospettato dell’attentato neofascista di Piazza Fontana. Il riferimento a Pi-
casso, per Baj, non era casuale: nel ’53, in quello stesso museo ancora segnato dalla guerra, l’artista spagnolo aveva voluto collocare il suo capolavoro sul bombardamento della città basca. Ora, la bomba del 12 dicembre del ’69 alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana fu un trauma enorme. Non va dimenticato che quello stesso giorno, in Italia, scoppiarono altri quattro ordigni. L’omicidio di Pinelli, poi, rappresentò un diretto «prolungamento» della strage. Per Baj tutto questo era la sua Guernica e da qui l’intenzione di esporre a Palazzo Reale i sopraccitati funerali.
Le cose però non andarono come previsto: a ridosso dell’inaugurazione venne ucciso il commissario Luigi Calabresi, giudicato dall’opinione pubblica della sinistra extraparlamentare responsabile della morte di Pinelli. Morale della favola, l’evento venne annullato e sono dovuti passare più di quarant’anni perché quel quadro scomodo, in seguito alla recente monografica Baj Baj chez Baj, trovasse stabilmente visibilità presso un’istituzione museale milanese (oggi lo si può finalmente vedere presso il Museo del Novecento).
Ma tutto questo non è che l’inizio del lungo racconto che Vaschi fa del suo amato Baj attraverso ricerche, considerazioni personali, materiali d’archivio e interviste con chi lo ha conosciuto ed è stato suo collaboratore, come la moglie-archivista Roberta Cerini Baj, vero e proprio Virgilio del podcast, o il pittore Ugo Nespolo, amico e fondatore, con lui, dell’istituto ticinese di Patafisica.

Ciò che però più colpisce è come questo viaggio che, appunto, presto si addentra nel passato, parli immediatamente del nostro presente. Sono infatti impressionanti le dichiarazioni di Baj rispetto alle problematiche ambientali e all’intelligenza artificiale – dichiarazioni dei primissimi anni Novanta – da lui già considerata un potenziale pericolo in una società sem-
Musica ◆ A colloquio con il giovane rapper genovese, fra i protagonisti del prossimo Sanremo
Giovanni Ferrari
Non appena inizia a raccontare le sensazioni rispetto al suo debutto in gara al Festival di Sanremo, Sayf sembra voler minimizzare, abbassare le aspettative sul suo conto (che sono già ragionevolmente altissime). Parlando del suo brano Tu mi piaci tanto, infatti, commenta: «È semplicemente una canzone come un’altra. Chi me l’ha fatto fare di andare a Sanremo? Questo sistema. La musica si vende, e quindi vendiamola», ha detto con il sorriso timido, ma anche con tutta la sua naturale convinzione.
Le aspettative su di lui, lo dicevamo, sono già molto forti. E i motivi sono molti. Sayf (all’anagrafe Adam Viacava) è uno dei nomi che meglio testimoniano la ricchezza della scena rap genovese. Infatti, l’artista, classe 1999 nato da una famiglia italo-tunisina, unisce rap e melodie, cantautorato e sonorità jazz (ha iniziato a suonare la tromba fin da piccolo). Ma anche sonorità sudamericane, influenze arabe e una costante presenza di riferimenti alla tradizione musicale genovese. Questo suo approccio alla musica è prezioso e personalissimo. Così come la sua canzone in gara a Sanremo, Tu mi piaci tanto, che inizia citando le alluvioni di Liguria ed Emilia-Romagna. «Mi sono venute queste immagini in mente, durante la scrittura del pezzo. Ciò che è avvenuto in Liguria ovviamente l’ho vissuto in prima persona. Mi ricordo che ai tempi, avrò avuto 13 o 14
anni, ero andato anch’io a togliere il fango».
Tu mi piaci tanto contiene anche immagini della cultura popolare italiana. Passa da un omaggio a Fabio Cannavaro alla celebre citazione «L’Italia è il Paese che amo» di Silvio Berlusconi: «Mi affascinano tutte le vicende che riguardano la Prima Repubblica. Mi interessano perché voglio capire cosa è successo allora, cosa sta succedendo ora e cosa succederà.
La storia è circolare». Ma Sayf riporta alla memoria di tutti anche la tragedia di Luigi Tenco, cantautore che proprio a Sanremo è morto ormai 59 anni fa. Canta, infatti: «Amore, amore mio, che paura di venir capito in questa fase di tirocinio, Tenco è morto qui vicino». Questa, spiega, «è una citazione personale, perché racconto la paura di venire capito. Ho fatto musica tutta la vita, senza una particolare attenzione addosso. Ora, piano piano,

pre più computerizzata, in cui i media sono peggio delle droghe e dove l’umano – e qui si torna al podcast Comprami menzionato in apertura – è sostituito da parametri che dell’umano sembrano avere davvero poco.
Dove ascoltarli La sindrome di Baj si trova sulle principali piattaforme d’ascolto.
quest’attenzione sta arrivando. Sto iniziando a sentirla, questa pressione di giocarmela bene, se non ai semplici fini di carriera anche ai fini di vita, perché se mi finisce il sogno della musica io non so cosa vado a fare». Nella canzone, poi, parla anche delle «botte nelle piazze» e richiama l’immagine del «fiore su una camionetta». «È il classico simbolo della non-violenza. Qui ci vogliono tutti scontrati e chi mangia non siamo mai noi che ci scontriamo: è la gente sopra di noi. Io non sono un rivoluzionario, io faccio una canzonetta. Però magari a qualcuno viene la voglia di fare qualcosa. Io sono un sognatore. Sogno un mondo tranquillo, unito. Siamo tutti uguali, è che poi ce lo si dimentica…». Tra le peculiarità della scrittura di Sayf c’è la sua capacità di abbracciare una visione ironica sulla realtà, ma senza perdere un’emotività che cresce, reale e potente. «Questo mio modo di scrivere secondo me va interpretato in chiave quasi infantile. Se ci fate caso, un bambino non si fa problemi a dirti: “Sei brutto!”, ma molte volte te lo dice ridendo. Penso di avere quel tipo di tono: voglio permettermi di dire una verità – o di dare un punto di vista anche brutto o crudo – ma senza avere la pesantezza o la serietà dell’adulto. Mi piace che venga vista come una cosa volutamente infantile. Anche il “Tu mi piaci tanto” del titolo è di per sé una frase molto “da bambino”, però mi piace, perché con questo tono io posso parlare di più cose». Durante la serata delle cover, in programma venerdì 27 febbraio, Sayf duetterà sul palco dell’Ariston con Alex Britti e Mario Biondi. I tre artisti porteranno una loro reinterpretazione di Hit the Road Jack. Rispetto a questa collaborazione, Sayf racconta: «L’idea della canzone era già quella, dovevamo solo capire come farla e con chi. Poi è spuntato il video di Alex Britti e Mario Biondi che suonavano insieme e questo ci ha dato lo spunto di chiamarli entrambi. Quando poi ho scoperto che avevano lavorato entrambi con Ray Charles… Le cose, secondo me, vanno sempre come devono andare. E il destino ha voluto così». Se il circuito pop ha iniziato a conoscere Sayf soprattutto grazie alla collaborazione della scorsa estate con Marco Mengoni e Rkomi sul brano Sto bene al mare, ora sarà tutto il pubblico generalista a restare ammaliato dal suo stile e dai colori della sua musica. L’esperienza di Sanremo cambierà Sayf e la sua gentilezza? Si trasformerà in una popstar? Lui ci rassicura. «Non ho paura di snaturarmi: sono qui e mi fa piacere. Allo stesso tempo, secondo me è importante rimanere legati a quello che si vive, a quello che si ama vivere. Io sono tranquillo su questo perché so che, indipendentemente da come andrà, non andrò a cercarmi determinati tipi di contesti. Io sono tranquillo e sto in posti tranquilli. Mi va bene così».
Carteggi ed erbari amatoriali ◆ Le lettere, le erbe e gli animali di Rosa Luxemburg indagano la possibilità di continuare ad amare il
Gianluigi Bellei
«Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente… lasciate ogni speranza, voi ch’entrate», scrive Dante Alighieri nella Divina Commedia al Canto terzo (1-9). Siamo alla porta dell’Inferno, nel baratro della città di Dite.
Il carcere è una piccola città dolente. In carcere si muore, in carcere si odia, in carcere si pena, in carcere ci si automutila, in carcere si pensa alla vendetta, in carcere si ozia, in carcere ci si abbrutisce. Qui vengono rinchiuse le persone non conformi; che devono essere sorvegliate e punite. A volte qualcuno pensa che possano essere riabilitate. Ma, a parte casi eccezionali, la detenzione non fa altro che acuire la propria personalità deviante. «Se il motivo di un delitto – scrive Michel Foucault – è il vantaggio che ci si rappresenta, l’efficacia della pena è nello svantaggio che ci si attende… La pena dell’idea della pena».
Difficile per chi non è stato in carcere capire cosa si provi.
Ma, anche se non spesso, qui si legge, si scrive, si dipinge, si sogna. Non avete idea di quanti intellettuali o artisti abbiano soggiornato in una cella. Avevo iniziato a stilarne una lista, ma è troppo lunga. Cito a caso i filosofi Zenone di Elea, il quale tenta di uccidere il tiranno Demilo e per non rivelare altri nomi si strappa a morsi la lingua e la sputa contro di lui, e Severino Boezio; poi Torquato Tasso, Silvio Pellico, Cesare Pavese, Jean Genet, Pëtr Kropotkin e Oscar Wilde del quale non potete perdervi La ballata del carcere di Reading. «Io non ho mai visto – scrive – uomini guardare con un occhio così malinconico verso il minuscolo lembo d’azzurro, che i prigionieri chiamano cielo, e verso ogni nube errante che trascinava i suoi velli sfilacciati dietro».
Alberto Nessi In cerca della luce Edizioni Casagrande
Ai margini del Sud, la luce chiede conto. Si costruisce qui una mappa irregolare di presenze artistiche che hanno attraversato il Ticino nel primo Novecento, attirate da un Sud che prometteva libertà espressiva più che stabilità. Alberto Nessi, nel suo ultimo In cerca della luce (il cui sottotitolo è Storie di artisti venuti in Ticino) sceglie il racconto come forma di prossimità: non ricostruisce carriere, ma si avvicina a esistenze segnate da scelte radicali, da una fedeltà ostinata al fare artistico, spesso pagata con isolamento e povertà.
I pittori (tra i nove di cui si parla nel libro e dei quali compaiono alcune opere, vi è anche una pittrice), spiriti inquieti, non vengono idealizzati, emergono piuttosto nel loro attrito con il mondo: astiosi verso l’accademia, individualità ombrose, esili interiori, internamenti, silenzi. I villaggi ticinesi entrano in queste traiettorie come elementi attivi, capaci di modificare lo sguardo e il gesto, fino a diventare materia stessa dell’opera. La scrittura procede per tocchi misurati, evitando l’aneddoto e lasciando spazio a una domanda che attraversa tutte le pagine: che cosa significa perseverare nella creazione, quando non offre né riparo né riconoscimento?

Anche Rosa Luxemburg (Zamosć, 1871 / Berlino, 1919) c’è stata. Recentemente l’editore Casagrande di Bellinzona ha pubblicato alcune sue lettere dal carcere in un agile volume dal titolo Un ardente desiderio di primavera. (Per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento suggeriamo il libro di Peter J. Nettl Rosa Luxemburg, il Saggiatore; di Rosa Luxemburg Lettere di lotta e disperato amore. La corrispondenza con Leo Jogiches, Feltrinelli; e di Hannah Arendt Rosa Luxemburg, Mimesis). Rosa è un personaggio amato od odiato sia in vita sia dopo. Per decenni viene oscurata, sino forse agli anni Settanta quando il suo pensiero ritor-
Luca Villoresi
Un legame mai nato
Fontana Edizioni

In Un legame mai nato, la vicenda procede per piccoli scarti, attraverso ricordi, intuizioni e tensioni interiori che si accumulano pagina dopo pagina, mettendo il lettore di fronte a ciò che manca, a ciò che non è stato detto, a una verità rimasta sospesa troppo a lungo. Nel suo romanzo d’esordio, Luca Villoresi segue una giovane protagonista impegnata in un confronto difficile con le proprie origini, evitando facili spiegazioni e puntando dritto sull’impatto emotivo delle scelte. Più che sull’azione, il libro si concentra infatti sulle conseguenze: il peso delle omissioni, il senso di isolamento, il bisogno di capire da dove si viene per poter andare avanti, dove il passato non fa da semplice sfondo. Si tratta dunque di una lettura che parla di identità, di assenze e di scelte difficili, senza cercare scorciatoie.
na in auge magari con le ecofemministe. Ancor oggi è difficile darne un giudizio pacato e ragionevole. Lelio Basso nell’introduzione alle sue lettere scrive che al fondo della sua personalità c’è «un bisogno infinito di amare la vita e di amarla in tutte le sue creature». Forse, alla radice di molti rivoluzionari o «di tante ribellioni giovanili che poi influenzano tutta una vita» c’è una profonda rivolta contro le sofferenze e la miseria «e un sentimento di amore per chi ne è vittima».
«Io mi sento di casa in tutto il mondo – scrive Rosa in una lettera a Matilde Wurm nel 1917 – ovunque siano nuvole o uccelli e lacrime umane». Ma il suo amore per Leo è quello più
Miriam Nicoli
Alba de Céspedes e Adriana Ramelli FrancoAngeli
Un modo discreto di fare storia è quello di seguire il filo di una lettera, poi quello di un’altra, e accorgersi che – tra saluti, confidenze, scarti d’umore – si compone un’idea di mondo. Succede nel volume Alba de Céspedes e Adriana Ramelli. Due intellettuali del Novecento di Miriam Nicoli (FrancoAngeli, 2025), ricercatrice di Mendrisio, che edita e legge il carteggio nato a Lugano nel 1954 tra Adriana Ramelli, alla guida della Biblioteca cantonale luganese, e Alba de Céspedes, scrittrice italo-cubana di risonanza internazionale. Nelle missive, distese su quasi quattro decenni, tornano domande sul lavoro intellettuale, sulla scrittura come mestiere e necessità, e sul «posto» delle donne – in casa, nelle istituzioni, nello spazio pubblico. Ne esce un doppio ritratto: due voci autonome, allergiche alle gerarchie di genere, capaci di fare dell’amicizia un laboratorio critico. Nicoli, formata a Losanna, ricostruisce anche il contesto: reti e scambi culturali fra Italia e Svizzera nel dopoguerra, conferenze, editoria. E restituisce a Ramelli una biografia intellettuale finalmente a fuoco, figura decisiva per la presenza dell’italiano e della cultura italofona nel nostro Paese.
forte e nel 1896 gli scrive: «Se dovessi arrivare alla conclusione che ho due alternative, o ritirarmi dall’attività politica e vivere con te in pace da qualche parte, oppure continuare l’attività politica su larga scala e rompere con te, sceglierei la prima soluzione».
È il mondo che Rosa ama. In una lettera del 1898 scrive: «Il paesaggio mi ha colpito più di tutto il resto; i campi di segale, i prati, i boschi, le distese infinite, la lingua polacca e i contadini polacchi. Non puoi immaginare come tutto questo mi renda felice. Mi sento come rinata, come se avessi ritrovato la terra sotto i piedi. Non sono mai sazia delle loro parole, del sapore dell’aria di qui».
Marco D’Anna Passages Artphilein Editions

All’orizzonte, quasi inghiottite dalla luce, scorrono navi che sembrano immobili. In Passages Marco D’Anna – fotografo noto e attivo da anni nell’area luganese e già nostro collaboratore – concentra l’attenzione sulle grandi vie marittime del commercio contemporaneo e sceglie la distanza come misura dello sguardo: i cargo appaiono minuscoli, sospesi tra mare e cielo, presenze che chiedono tempo. Il libro, pubblicato da Artphilein Editions, attraversa i corridoi oceanici trasformandoli in paesaggio mentale. Le imbarcazioni diventano segni di una trama estesa e poco percepibile che collega continenti, materie, fasi produttive e distribuzione. Ogni immagine rimanda a tragitti ripetuti, a passaggi che precedono l’oggetto quotidiano e ne raccontano la complessità.
Rosa ha sempre desiderato un figlio che non è mai arrivato. Per questo la gatta Mimi occupa un posto importante nella sua vita e nelle sue lettere. Mentre la storia d’amore con Leo è fatta di dissapori e distacchi, ma le due vite sono indissolubili.
Durante i moti del 1919, repressi dal governo socialdemocratico, viene arrestata, assieme allo spartachista Karl Liebknecht, dalle milizie dei Freikorps, assassinata con un colpo di pistola alla testa e il suo corpo gettato nel fiume. Anche Karl viene ucciso. A Leo non rimarrà molto da vivere. Anche l’eroe, il cospiratore inafferrabile e leggendario, dopo poche settimane verrà arrestato e ucciso.
Danilo Treccani Il bambino che sparì dietro l’armadio
Pubblicazione indipendente
Un nascondiglio domestico, scelto per sparire e, nello stesso gesto, per farsi notare: da lì prende avvio un racconto che non cerca alibi né pietà, ma parole precise. Il bambino che sparì dietro l’armadio è un memoir in cui il malcantonese Danilo Treccani intreccia infanzia e maturità, seguendo un filo che porta fino a una diagnosi arrivata tardi: l’ADHD, finalmente nominato, rilegge a ritroso inquietudini, disallineamenti, cadute. Il libro alterna scene nette e riflessioni: la scuola come luogo ostile, la fatica di stare «al passo», le ferite incise nella propria anima da esclusione e derisione, la ricerca di strategie di sopravvivenza che a volte diventano dipendenze. Sullo sfondo, ricorrono paesaggi e dettagli del Ticino –non cartoline, ma punti d’appoggio emotivi – insieme ad altri luoghi che segnano i passaggi di vita dell’autore narratore.
Treccani è informatico, viaggiatore, vigile del fuoco, e pure fotografo, tant’è che si sente nella scrittura una sensibilità visiva, fatta di tagli rapidi e immagini che restano. Il risultato non è un saggio educativo né un manifesto: è una testimonianza che prova a trasformare la neurodivergenza in materia narrativa, e la fragilità in una forma di chiarezza.
Rosa milita nel Partito socialdemocratico tedesco ed entra in collisione con l’ortodossia del suo dirigente Karl Kautsky. Taccia di autoritarismo Lenin e predilige un approccio politico maggiormente spontaneo. Giornalista, saggista, rimane il suo scritto Accumulazione del capitale del 1913. Nel 1916 è tra i fondatori dello Spartakusbund che promuove l’insurrezione.
L’immagine che si ha di Rosa è duplice, come la sua vita; da una parte la si vede assetata di sangue e dall’altra una sentimentale «osservatrice di uccelli e amante dei fiori», scrive Hannah Arendt. Ma l’aspetto maggiormente rilevante per Arendt è la scoperta da parte di Nettl, biografo di Rosa, del «gruppo dei pari» , oggi completamente scomparso. Il suo nucleo era formato da ebrei assimilati. Ebrei colti, borghesi, di cultura tedesca (Rosa conosceva a memoria Goethe) e di formazione politica e morale russa. Friedrich Nietzsche è il primo a capire che in Europa gli ebrei sono «buoni europei». Arendt sostiene che le borghesie ebraiche di Parigi, Londra, Berlino, Mosca… non erano internazionaliste, come sostenevano, bensì europee. Non avevano una patria perché la loro patria era l’Europa. Rosa parlava correntemente polacco, russo, tedesco, francese e conosceva l’inglese e l’italiano. Era un outsider e rimase, conclude, un’ebrea polacca. Rosa passa in prigione circa quattro anni in diversi momenti della sua vita. Nel 1904 a Zwickau, nel 1906 a Varsavia, nel 1907, nel 1913 e nel 1916 nel carcere di Barnimstrasse a Berlino, e da qui spostata nella fortezza di Wronki nella regione di Poznan. Esce dal carcere il 9 novembre 1918, pochi mesi prima del suo assassinio. Il volume delle edizioni Casagrande presenta venti lettere e sedici fogli provenienti dagli erbari di Rosa. Let-
tere struggenti nelle quali sono presenti oltre alla sua amata gatta Mimi, delle oche, delle cinciallegre, dei fringuelli, degli usignoli, dei canapini; poi api, formiche… Ma rivelano anche la sua passione per la pittura. In una lettera del 1917 dal carcere di Wronki indirizzata a Luise Kautsky chiede se Robert Kautsky, durante la prossima visita, forse potrebbe «realizzare il suo progetto di dipingermi, se gli bastano tre o quattro sedute. Oddio, questa idea mi diverte». Quella che più rivela la sua sensibilità è indirizzata a Sophie Liebknecht nel 1917, scritta dal carcere di Breslavia dove incontra dei bufali addetti al trasporto dei sacchi. Il soldato li frusta e, durante l’operazione di scarico, un bufalo sanguinante la guarda con i suoi occhi neri e dolci; «mi sono messa davanti a lui e l’animale mi ha guardata, mi sono scese le lacrime – erano le sue lacrime…».
Gli erbari amatoriali sono realizzati con la vegetazione raccolta nei cortili delle varie prigioni o nelle vicinanze. In quello dell’infermeria del carcere di Berlino vi era un orto con verdure ed erbe aromatiche, ma anche delle galline. Gli erbari ci raccontano delle piante esistenti ai suoi tempi e ci aiutano a immaginare dove potevano crescere per ammirarne i colori e cercare di comprendere cosa viveva in quelle carceri: un’edera, una splendida anemone, una delicata malva, un asparagus…
Bibliografia
Rosa Luxemburg, Un ardente desiderio di primavera – Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere, a cura e traduzione di Danilo Baratti e Patrizia Candolfi con uno scritto di Nicola Schoenenberger, Edizioni Casagrande, novembre 2025, 184 pp illustrate a colori
Convegno ◆ Pubblicati da Armando Dadò gli atti della giornata di studio locarnese
Pietro Montorfani
Nel 2023, a cento anni dalla nascita, si era ricordata in Ticino la figura di padre Giovanni Pozzi, lo studioso, italianista e filologo cappuccino originario di Locarno, per molti anni docente di letteratura all’Università di Friburgo. In quell’occasione, oltre ad alcuni eventi collaterali, erano stati organizzati ben due convegni scientifici: uno «ufficiale», a maggio a Lugano, promosso dall’Associazione Biblioteca Salita dei Frati in collaborazione con l’USI e il Dipartimento di italiano dell’ateneo friburghese; e uno più «spontaneo», il 14 ottobre a Locarno, per iniziativa di Carlo Ossola e François Dupuigrenet.
Padre Giovanni Pozzi ritorna alla luce rinnovando la cultura francescana proprio a ridosso degli 800 anni dalla scomparsa del santo fondatore
Gli atti del primo convegno, La costanza del risultato, l’ardimento dell’interpretazione, erano stati pubblicati da Interlinea nell’autunno del 2024, mentre quelli della seconda giornata di studi hanno trovato sede pochi mesi più tardi presso l’editore Dadò, sotto il significativo titolo Preghiera e poesia. Una destinazione non casuale, perché il medesimo editore locarnese aveva già ospitato nel 2023 il libro San Francesco di scrittura in preghiera, un’antologia dei principali studi pozziani sul Cantico delle creature, curata dallo stesso Dupuigrenet.
Se il primo convegno, quello luganese, si era concentrato dichiaratamente su Pozzi, sui suoi ambiti di ricerca e sugli studiosi con i quali si era relazionato, con testimonianze anche di chi lo aveva conosciuto, l’appuntamento locarnese (e il volume Dadò

ben lo dimostra) allargava piuttosto lo sguardo provando a concepire una serie di affondi tematici che non sarebbero forse spiaciuti al diretto interessato. Un convegno, insomma, non tanto su di lui quanto per lui, immaginandolo come un potenziale relatore o al limite uno spettatore curioso. In realtà alcuni dei contributi restano comunque molto aderenti alla sua figura: così avviene ad esempio per il capitolo di François Dupuigrenet sulle litanie mariane e la collaborazione con Mario Botta ed Enzo Cucchi per la chiesa del Tamaro, oppure quelli di Laura Quadri sugli studi mistici, di Saverio Snider sulla religiosità popolare o di Alessandro Martini (suo successore alla cattedra friburghese) sul Pozzi «lettore di poesia».
Racconti ◆ Tiri di rimbalzo di Mario Giudici e la messa in crisi della forma breve tra controllo e deviazione
Manuela Mazzi
Si dice che la parte difficile, per una raccolta di racconti, sia la sua tenuta di senso, l’architettura semantica, se vogliamo dirla in modo più tecnico. Non di per sé i singoli racconti, che se son ben fatti quelli stanno pure bene per conto loro. Ecco: in Tiri di rimbalzo di Mario Giudici (Giampiero Casagrande editore, 2025) a fornire la cornice perfetta è proprio il titolo che chiarisce sin da subito la «poetica» (si può dire?) di cui è intrisa l’intera raccolta. I racconti del mendrisiottese Giudici non hanno coerenza di lunghezza, né di tema, né di voce, piuttosto si dispongono per urti successivi, prendendosi il proprio spazio, occupando un determinato campo narrativo, senza preoccuparsi troppo di mettersi d’accordo con gli altri.
Non per nulla, lo stesso Gilberto Isella, nella prefazione, fornisce una chiave di lettura solida e autorevole, individuando nell’azione del rimbalzo la figura centrale della raccolta: deviazione, effetto imprevisto, perdita di controllo. «Nell’indagare il mondo, spesso alla ricerca dell’inconsueto, l’io non è mai al riparo da urti o virtuali colpi di rimbalzo», scrive Isella, allar-
gando lo sguardo che va ben oltre la sola fabula. Perché è così, i racconti di Giudici non fanno stare tanto comodo il lettore. Anzi, spesso, fingono di essere accoglienti, di mostrare momenti di ordinaria sopravvivenza, per poi slittare però verso quel che qualcuno potrebbe considerare addirittura perturbante, proprio quello originale, dato che in scena Giudici ricrea ambienti domestici, una strada, un giardino, l’orlo di una piscina, giochi, incontri tra amici, riti minimi che dovrebbero servire a prendere le misure del mondo, che poi l’autore distorce un poco mettendo in tensione la storia.
Vien da sé l’impressione che il mondo di queste narrazioni risulti instabile, come sembrano esserlo alcuni personaggi, e talvolta pure il narratore stesso, che pare spesso fregarsene persino della linea temporale. Come capita in Osmosi, dove l’età del protagonista è incerta, e gli spostamenti del tempo approssimativi, così da non chiarire mai se a parlare sia un adolescente, un adulto, o un adulto che continua a pensare come un ragazzo. Uno slittamento che non viene tematizzato, ma lavora tra le righe, producendo

un senso di disagio, quell’inquietudine narrativa che tiene vispi i lettori. Abbiamo detto di Osmosi, ma tra gli altri c’è anche Indelebile che sembra godere di una precisione scientifica, tanto che chi legge è quasi tentato di verificare ogni spiegazione e ogni termine usato, come se la scrittura lo sfidasse sul terreno della competenza, oltre che su quello dell’immaginazio-
Altri studiosi invece, forse anche perché più esterni alla rete delle conoscenze svizzero-italiane, da Pozzi partono per andare altrove, sempre comunque dentro il raggio della cultura francescana: Holly Flora si dedica alle Lettrici laiche davanti alle stigmate di san Francesco, Alessia Meneghin alle Forme e modi della devozione popolare in Toscana nel tardo Medioevo e Daniele D’Aguanno –citando indirettamente un bel titolo di Pozzi – a Come pregava la gente al Centro e al Sud. Giacomo Jori, docente all’USI, scrive di San Francesco nella letteratura italiana fra Rinascimento e Barocco, Erminia Ardissino propone invece un contributo su La «Vita di Iesu Christo» di Ludovico da Filicaia (che fu uno dei fondatori del convento cappuccino di Bigorio) mentre Sandra Migliore si occupa degli « usi e abusi» della figura di san Francesco nel XX secolo.
Nel complesso traspare, dal volume curato da Francçois Dupuigrenet e Laura Quadri, una vitalità non soltanto delle prospettive di ricerca inaugurate da padre Pozzi attorno al tema della preghiera che si fa poesia (e viceversa), ma soprattutto degli studi francescani più in generale, proprio oggi che entriamo in un importante anno giubilare – gli 800 anni dalla scomparsa del santo fondatore – durante il quale possiamo aspettarci un profluvio, se non una vera e propria alluvione di pubblicazioni sul tema. Bene che anche la Svizzera italiana, con questa e altre iniziative, senta la necessità di fare la propria parte.
Bibliografia
Per Padre Pozzi. Preghiera e poesia, a cura di François Dupuigrenet e Laura Quadri, Armando Dadò, 2024
In copertina, l’immagine di Max Huber, Rotazione di quadrati 5, 1991.
ne. Diciamo di questi, ma come questi anche gli altri racconti, servono tutti –in un certo senso – a mettere in crisi, ciascuno a suo modo, l’affidabilità della mediazione narrativa. Certo, non ha tutti i torti Isella quando dice che «l’importante è centrare i bersagli», pur accettando «la ferita e il fallimento». Ma diciamolo, in Tiri di rimbalzo il bersaglio sembra
spostarsi mentre lo si prende di mira. Ed ecco quello che intendevamo all’inizio: il rimbalzo del titolo, è quello che ritroviamo negli eventi narrati, nelle relazioni tra i personaggi, e persino nella forma stessa del racconto: focalizzazioni che si ribaltano, voci che si avvicendano, improvvise sospensioni metanarrative. Ma, soprattutto, il confronto con l’altro, questo rimbalzare tra noi, che Isella individua come caposaldo dell’indagine esistenziale, qui lo possiamo immaginare nel rapporto fra chi scrive e chi legge. È stato bravo, infatti, Mario Giudici a giocare con il lettore che sembra essere invitato a orientarsi in uno spazio creativo che non vuole rimanere ingabbiato in una cornice rigida e che scende in campo ritrovandosi su un terreno irregolare, pieno di deviazioni da imboccare senza temere di perdersi.
Tiri di rimbalzo non è dunque una raccolta tradizionale, né una sequenza di esercizi di stile, ma semmai un’esperienza di lettura, fatta di controllo e deviazione, precisione e scarto; è questa la forma che deve adottare un tiro di rimbalzo.













































«Borgo anticooo…! Dai tetti bigi sotto il cielo opacooo…!»
«Fatelo smettere per l’amor del cielo! Non si può lavorare in mezzo a ’sto casino!» Il direttore dell’agenzia piomba nell’anticamera del suo ufficio con occhi da pazzo e le tre segretarie si bloccano per la sorpresa. Dal bagno in fondo al corridoio fluisce il canto possente e melodioso. Enrica, la più anziana delle tre, tenta di calmare il boss: «È l’idraulico più bravo della città». «Non può lavorare in silenzio come fanno tutti gli altri?». Carlotta si fa coraggio: «C’è il rischio che se gli diciamo di smettere si offenda e se ne vada, piantando il lavoro a metà, ha una lista di prenotazioni lunga un chilometro». Chantal, l’impiegata più giovane, completa il ragionamento: «E noi continueremmo a restare senza bagno chissà per quanto tempo». Riprende Enrica: «Quando ha scoperto che siamo un’agenzia di spettacolo, ci ha messi in cima alla
lista…». Il direttore finalmente comprende: «Cioè? Per lui questo lavoro sarebbe una specie di provino?». «Sì, spera di farsi notare». «Binariooo! Triste e solitariooo!» riattacca l’idraulico. Enrica torna alla carica: «Non si può negare che abbia una bella voce, calda e intonata». «È proprio questo che mi provoca l’orticaria. Almeno cantasse male!». Il direttore era gonfio di rabbia: «È dai tempi di Villa e Taioli che non sappiamo cosa farcene di una bella voce! Enrica, per favore, vada lei a spiegarglielo». Enrica scuote la testa: «Mi dispiace direttore, in tanti anni è la prima volta che rifiuto di eseguire un suo ordine. Siamo stufe di chiedere ospitalità all’ufficio del notaio al piano di sotto». La granitica rabbia del direttore inizia a sgretolarsi: quelle tre sono troppo preziose per correre il rischio di inimicarsele: «Cosa proponete allora?». «Non so…», questa volta prende parola Chantal, e dagli sguardi che si
Fioccano sui quotidiani italiani irresistibili interviste a famosissimi personaggi del jet set che pochi conoscono tra i lettori abituali di giornali. E sono interviste, per lo più, sulla loro vita intima e sentimentale (3-): il trauma infantile, qualche abuso sessuale, la solitudine adolescenziale, il primo bacio, il secondo bacio, il terzo bacio, il tradimento, le fughe, le gelosie, i ritorni, il matrimonio fallito, il divorzio riuscito, l’incontro folgorante, la vacanza più esotica, la vacanza più erotica, eccetera. Dicono che queste pagine hanno grande successo (2) soprattutto in rete. Interviste che fanno guadagnare molti clic (ma non si sa quanto e se i clic facciano davvero guadagnare qualcosa). Personalmente conosco solo lettori (vecchi bacucchi) che leggono ancora il giornale di carta, e che incontrando quelle interviste sempre più frequenti fuggono, a volte indignati a volte an-
Anoiati, comunque fuggono dai giornali. Se osi obiettare che «Le Monde» non pubblicherebbe mai un’interminabile intervista a una velina o a un velino sui suoi amori passati e presenti, ti sentirai rispondere, con un lieve sorriso (1), che il pubblico italiano (3) è diverso da quello francese (5½). Possibile che non riesci a capire? A furia di sentirti ripetere per anni e anni dai funzionari del marketing che devi liberarti della vecchia cultura e che sei tu a non capire il trend, il mainstream, il sentiment collettivo, hai finito per crederci. Finché, a un certo punto, ti sei guardato alle spalle e hai visto che quelli che ti deridevano e capivano tutto – il trend, il mainstream, il sentiment – hanno lasciato sulla loro strada nient’altro che macerie. I giornali sono al collasso e il mercato dei libri idem. Ora, con quelle interviste che mi sembrano effimere e inutili, anzi addirittura nocive
scambia con le colleghe si può dedurre che le tre hanno messo a punto una proposta. «Si potrebbe, così, tanto per dargli una piccola soddisfazione, fargli registrare una canzone, una di quelle classiche, cantate da Claudio Villa, girare un video clip da mettere in rete…». «Scherzate? A parte la spesa, non ce lo leveremmo più dalle scatole». «Bè!», chiosa Enrica, «Scommetto che è disposto a coprire le spese facendoci uno sconto. Senza contare che avere un idraulico bravissimo sempre a portata di mano non sarebbe affatto male». «Va bene», si arrende il direttore. «Occupatevene voi. E che non si sappia in giro che la nostra agenzia promuove le belle voci. Saremmo rovinati».
L’idea vincente l’ha Chantal: «Gli facciamo cantare un classico di Claudio Villa, Granada. Vestito da idraulico e fiero di esserlo. Ci facciamo aiutare da ChatGPT a cambiare le parole». Ecco il risultato: «Idraulico! / Terra di tubi e
di scarichi, / sei la passione che scorre in me! / Con le mie mani sistemo i lavandini, / tra rubinetti e guarnizioni, oh che c’è! / Idraulico! / Il mio destino è nel sifone, / tra mille gocce risplendo ancor. / Sento cantare il tuo scroscio potente, / sei come un’onda che dà il buon umor! Chiave inglese, / sei la mia spada brillante, / tra i flessibili io danzo elegante. / E se un tubo perde un po’, / con te lo aggiusterò, / e l’acqua scorrerà… / nel cuore della città / Idraulico! / Con la mia tuta e il mio coraggio, / entro nei bagni, affronto ogni ostacolo. / Senza paura del calcare ribelle, / rido del gocciolar instancabile! / Idraulico! / La tua bellezza è in ogni scarico, / quando il lavandino torna a cantà. / Oh professione che ha dignità, / sei il mio canto di libertà!». Due mesi dopo. Enrica, mentre a casa sua sta facendo un giro di canali televisivi, capita sul primo piano del suo principale che sta rispondendo alle domande di un’inviata: «Bè, sì, effetti-

vamente, ho sempre creduto alle qualità canore del nostro idraulico, fin dal primo giorno, fin da quando l’ho sentito cantare mentre lavorava nel bagno della nostra agenzia. Non le dico le resistenze nel nostro ambiente; dicevano tutti che non c’è più mercato per una bella voce. Ma io ho tenuto duro e ho vinto alla grande. Il suo video clip è in rete da meno di tre mesi e ha già cinque milioni di follower. È presidente della Confraternita degli Idraulici Onorari. Fra tre mesi, in tempo per il Salone del Libro, uscirà la sua autobiografia. Gli editori hanno fatto a gara per aggiudicarsela. Non posso farne il nome ma una casa di mode di primaria importanza lo ha scritturato come testimonial per una nuova linea di tute da idraulico. Il contratto prevede che lui la indossi sempre, anche quando va a dormire. Per il prossimo Festival di Sanremo ci sono trattative in corso: lui ci andrà solo se gli lasceranno indossare la tuta da idraulico».

(intendo commercialmente oltre che culturalmente), non ci casco più (6+ a me stesso). I giornali, nonostante tutto, perdono copie e le soluzioni furbe non funzionano come non funzionava, all’inizio degli anni Novanta, l’immissione massiccia di chiacchiere e personaggi televisivi nei giornali nazionali. Ibridazione nata dalla certezza che solo così la platea dei lettori sarebbe cresciuta. Pura illusione: non solo il pubblico non è cresciuto ma è diminuito. Ricordo che mio padre, antico lettore del «Corriere della Sera», in quegli anni ne fu disorientato e lo lasciò (6+ anche a mio padre). Guardava volentieri la tv, ma non amava la confusione e non voleva che la tv invadesse il «suo» giornale. Sono convinto che la confusione e l’indistinto non giovino quasi mai: provate a entrare in una libreria di catena: dopo due passi vi trovate davanti a titoli di ogni genere e quali-
tà, Fabio Volo accanto a Philip Roth e Bruno Vespa (con tutto il rispetto, 1) di fianco a Heidegger… Come resistere alla tentazione immediata della fuga? I migliori alleati di Amazon sono i megastore di libri che danno visibilità a ciò che è già visibile ovunque, con pile pericolanti di bestseller. Tornando ai giornali, anche lì il disorientamento è sommo. Accanto al velino di turno che parla della prima volta che si è depilato, ecco lo scrittore inglese Julian Barnes (5½), intervistato da Raffaella De Santis sulla «Repubblica», parlarci del suo ultimo romanzo, Partenze (Einaudi). Ultimo davvero, perché Barnes annuncia che non scriverà più. Una leucemia all’alba degli ottant’anni gli impone di dedicarsi alla malattia: «Mi sono detto: l’idea di morire e lasciare un libro a metà non è un bel modo di concludere. Così ho pensato che la cosa mi-
L’ombra del tiranno: vecchi fantasmi e algoritmi moderni
Possiamo ancora parlare di «tirannide» nel XXI secolo, o il termine è diventato un anacronismo per descrivere leader come Donald Trump? Se guardiamo alla storia recente degli Stati Uniti, l’immagine di una democrazia immune all’autoritarismo vacilla. Ricordiamo le tensioni esplose durante le proteste civili degli ultimi anni: l’uso spregiudicato di poteri d’emergenza, la retorica contro gli avversari politici e la gestione dei centri per migranti hanno spinto molti a vedere nell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione) un braccio esecutivo inquietante. Ricordiamo Renée Nicole Good, poetessa e madre di tre figli, uccisa nella sua Honda Pilot a Minneapolis, dalla pistola d’ordinanza di Jonathan Ross dell’ICE. Ricordiamo Alex Pretti, l’infermiere ucciso sempre da loro, sempre a Minneapolis. Un medico testimone: «Era disarmato, non mi hanno permesso di salvarlo». Queste non
sono semplici speculazioni, ma segnali di una postura politica che flirta con l’esercizio illiberale del potere. Tuttavia, il volto della tirannia contemporanea è multiforme. Da un lato, abbiamo l’ostentazione muscolare di leader come Vladimir Putin e Xi Jinping: il loro celebre brindisi non è solo un atto diplomatico, ma il manifesto di un’autocrazia che fonde la hybris dei monarchi del passato con le armi della modernità. In loro, la paranoia del controllo e la gestione opaca del denaro si intrecciano a tecnologie militari e informatiche d’avanguardia. Oggi il tiranno non ha per forza il volto truce del dittatore novecentesco. Esiste una nuova stirpe di autocrati «in doppiopetto»: figure apparentemente rassicuranti, capaci di muoversi tra i meccanismi della finanza e della comunicazione globale. Come suggerito dagli studiosi Sergei Guriev e Daniel Treisman, siamo nell’era degli «spin
dictators» (si potrebbe tradurre come «dittatori della manipolazione»). Il modello russo: Putin ha a lungo incarnato questa figura, preferendo la manipolazione del consenso e la simulazione di processi democratici alla repressione di massa (almeno fino alla svolta bellica in Ucraina, che ha riportato a galla un autoritarismo più feroce e crudele). Il modello cinese: Xi Jinping ha invece perfezionato la «tirannia digitale». Qui, il controllo non passa solo attraverso la forza, ma tramite algoritmi di riconoscimento facciale e sistemi di credito sociale, rendendo la sorveglianza un elemento capillare della vita quotidiana. Il suo sogno per nulla segreto è di annettere Taiwan, l’isola di fronte alle coste della provincia cinese del Fujian, dove nel 1949 si rifugiò il governo nazionalista sconfitto da Mao Zedong alla fine della guerra civile cinese. Per Pechino, Taiwan resta un territorio che
considera parte integrante della Cina e la cui separazione è vista come una questione storica irrisolta. Il modello occidentale: in contesti come quello americano, la sfida portata da Trump non mira ad abbattere le istituzioni, ma a eroderle dall’interno. Attraverso la delegittimazione sistematica della stampa («nemica del popolo») e della magistratura (e persino dei risultati elettorali), si scivola verso una «democrazia illiberale» dove le regole del gioco rimangono formali, ma la sostanza democratica viene svuotata. Egli opera (e ha operato) all’interno di una democrazia consolidata, dotata di pesi e contrappesi (checks and balances). Tuttavia, molti politologi, come Steven Levitsky, vedono in lui un demolitore delle istituzioni. La storia ci ricorda l’Orecchio di Dionisio a Siracusa: una grotta dalla forma peculiare dove, secondo la leggenda, il tiranno ascoltava i segreti dei
gliore fosse scrivere il mio ultimo libro ora». Parla dell’aldilà e della vecchiaia: affrontarla, dice, senza credere in Dio, «rende tutto più difficile». D’altra parte, aggiunge, «la malattia è semplicemente l’universo che fa il suo lavoro», non è una colpa, ma «soltanto il corpo che comincia a declinare». Barnes è un uomo in partenza che ci invita a riflettere sulla vita molto meglio dei tanti giovanotti depilati su cui il marketing punta tutto. Sentite questa: «La memoria si degrada. Più raccontiamo un ricordo, più cambia. La memoria è più vicina all’immaginazione che al recupero fedele del passato. Ma l’alternativa sarebbe intollerabile. Se il cervello ci restituisse tutto, impazziremmo». Immaginando una frase da dire nel momento della morte, Barnes non ha dubbi. È una frase di Prosper Mérimée: «Sono sul treno». Sul treno, non sul trend

prigionieri sfruttando l’acustica perfetta. Ieri era una cava di pietra, oggi è la Rete. Il passaggio fondamentale della nostra epoca non riguarda solo la politica, ma il nostro modo di abitare lo spazio pubblico. Le piattaforme digitali e le architetture social hanno ridefinito il nostro «stare al mondo». Oggi, il gesto di interpretare la realtà è mediato da infrastrutture private che fungono da occhi e orecchie per chi detiene il potere. Se la Rete è nelle mani di pochi, il confine tra connessione sociale e sorveglianza politica diventa pericolosamente sottile. In definitiva, sebbene ogni epoca generi le proprie scosse autoritarie con intensità diverse, l’obiettivo finale rimane immutato. Che si tratti di forza bruta o di raffinata manipolazione algoritmica, la tirannide punta sempre alla medesima distruzione: quella della libertà individuale all’interno della comunità.




In insalata, come crostata o come sofisticato contorno di carne e pesce: il mango sorprende per la sua versatilità. Lasciati ispirare dalle nostre ricette!

Panzanella al mango con burrata
Piatto principale per 4 persone
1 mango maturo
1 ciabatta da 350 g
8 cucchiai di olio d’oliva
2 spicchi d’aglio
2 cucchiai di senape
1 limone sale pepe
3 mini lattughe romane
1 vasetto di cucunci da ca. 90 g 100 g di pomodori semisecchi o di pomodorini ciliegini
4 mini burrate o 2 mozzarelle di bufala
½ mazzetto di menta o basilico
1. Sbucciare il mango. Togliere la polpa a circa 5 mm dal nocciolo e tagliarla in varie forme geometriche di qualsiasi dimensione. Tagliare il pane a cubetti e tostarlo con metà dell’olio. Tritare grossolanamente l’aglio e soffriggerlo brevemente. Mescolare la senape con l’olio rimanente fino a ottenere una salsa densa. Spremere il limone, aggiungere il succo alla pasta e mescolare per ottenere un condimento. Condire con sale e pepe.
2. Disporre la lattuga su un piatto da portata. Posizionarci sopra i pezzetti di mango con i cubetti di pane, i cucunci, i pomodori e le burrate. Aggiungere le foglioline di menta o basilico. Versare il condimento a pioggia.



Il riso glutinoso, noto anche come riso appiccicoso o sticky rice, in Asia è utilizzato soprattutto nei dessert. Con il mango e il latte di cocco si può creare un meraviglioso dessert tailandese.

I gamberetti grigliati vanno infilzati su steli di citronella. Servire con un’insalata esotica di mango e papaya: una prelibatezza con cui viziare i propri ospiti.








Un abbinamento speciale: raffinati petti di pollo marinati e grigliati accompagnati da una salsa al mango piccante: una delizia per il palato!

La base è costituita da datteri e noci, sulla quale viene versata una crema di mango e latte di cocco. Guarnire con pezzetti di frutta e servire ben freddo: un dolce delizioso!

Conservazione del mango
Il mango si conserva a temperatura ambiente I frutti acerbi hanno bisogno di una settimana per maturare. Se avvolti in un giornale o vicino a una mela o a una banana, la maturazione avviene in modo più veloce. Il mango non dev’essere conservato in frigorifero perché perde rapidamente il suo sapore. Ammorbidire il mango secco. Tagliare le fette di mango a pezzetti e mescolarle con quark, skyr o yogurt. Mettere in frigorifero per tutta la notte. Il giorno dopo, i pezzi di frutta sono molto morbidi e hanno quasi il sapore della frutta fresca.
Tagliare il mango, vedi video:




Come influisce lo stress sul peso?
Lo stress altera l’equilibrio ormonale e favorisce l’accumulo di grassi, soprattutto a livello addominale. L’ormone dello stress, il cortisolo, aumenta l’appetito e può scatenare attacchi di fame e fame emotiva. In alcuni casi si perde l’appetito perché il corpo si concentra sulla gestione dello stress.
Come influisce la carenza di sonno sul peso?
La carenza di sonno aumenta la grelina, l’ormone della fame, diminuisce la leptina, l’ormone della sazietà, aumenta gli attacchi di fame e ostacola il metabolismo dei grassi. Ciò significa che il corpo immagazzina più energia in eccesso sotto forma di grasso e, allo stesso tempo, usa meno riserve di grasso per produrre energia. Un altro effetto: meno esercizio fisico e prestazioni ridotte a causa della stanchezza.
Stop al circolo vizioso
Stress, carenza di sonno e aumento di peso sono correlati e si intensificano a vicenda. Lo stress disturba il sonno, la carenza di sonno affatica il corpo e fa aumentare gli ormoni dello stress. Inoltre, entrambi i fattori influenzano il metabolismo e stimolano gli attacchi di fame verso cibi poco salutari e ipercalorici. L’aumento di peso che ne deriva, a sua volta, può ridurre il benessere e la resistenza allo stress, facendo ripartire il ciclo.
Consigli per più equilibrio
Meno stress
• Esercizi di respirazione: respirare consapevolmente calma corpo e mente.
• Rilassamento muscolare: tendere e rilassare i muscoli scioglie le tensioni.
• Stabilire priorità: elaborare i compiti.
• Pianificare pause: pause regolari per recuperare le energie.
Migliorare il sonno
• Ambiente con pochi stimoli: camera da letto silenziosa e fresca (16–18 °C).
• Meno digitale: routine serale senza elettronica.
• Esercizio fisico: attività fisica di giorno, niente attività intense la sera.
Misure di sostegno
• Alimentazione: mangiare in modo equilibrato e stabilizzare la glicemia.
• Esercizio fisico: sessioni brevi riducono lo stress.
• Routine: brevi rituali mattutini attivano corpo e mente.

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Altri campioni ◆ Claude Alain spiega come sia stato possibile raggiungere i quattromila metri del Monte Rosa con un dualsci
Claude Alain prende in mano il telefono per controllare le previsioni meteo dei prossimi giorni di inizio gennaio. Poi il dito scivola sull’app del rullino fotografico e la sua attenzione si ferma su un’immagine scattata poche ore prima, in piena azione durante un’ascesa lungo una delle tante cime del Parco nazionale della Vanoise. Nella foto compaiono una decina di persone, ciascuna impegnata in un ruolo preciso. Al centro, una persona con disabilità è seduta su una speciale sedia dotata di due sci: il cosiddetto dualsci.
Fa freddo, oggi, un freddo pungente. Ma la persona all’interno della scocca è ben protetta ed equipaggiata. Del gelo, grazie a indumenti tecnici, casco, bandane, guanti, crema solare, grandi occhiali protettivi e soprattutto a un sacco a pelo per le gambe con sistema di riscaldamento integrato, l’ospite quasi non si accorge. Sta vivendo un’esperienza unica e indimenticabile: un’escursione in pelli di foca.
Un’avventura che già solo a immaginarla sembra inverosimile, eppure… Basta osservare meglio l’immagine. Attorno alla protagonista ci sono altre otto persone: otto studenti-atleti di alcune scuole internazionali di Villars che si sono messi a disposizione per questa spedizione di quattro giorni. Dalla foto si intuisce che sono legati a delle corde tramite moschettoni e che trainano all’unisono il dualsci verso l’alto.
Claude Alain scorre ancora e avvia un filmato. L’andatura è lenta, necessariamente lenta. Ogni passo deve essere coordinato affinché lo sforzo sia distribuito in modo uniforme. Un compito tutt’altro che semplice, visto che il terreno raramente è regolare per più di pochi metri. Come su un’imbarcazione, dove lo skipper decide la rotta, anche qui c’è una persona che guida l’insieme: è lo stesso Claude Alain, che mantiene il dualsci costantemente in equilibrio durante la salita.
Claude Alain spegne il telefono. Qui, in capanna, si preferiscono i racconti agli schermi. Ne approfittiamo per fargli qualche domanda e ascoltare la sua storia: «Quello che si vede in questa foto è una parte del team. In realtà, la spedizione durata quattro giorni era composta da quattro persone in situazione di andicap sul dualsci, quattro guide alpine, due medici e 23 persone che tirano con le corde». Da molti anni Claude Alain è a capo di un’associazione chiamata Handiconcept che permette a persone con paraplegia, tetraplegia e poli-disabilità di sciare grazie a strumenti come mono, dual e tandemsci. La passione per la montagna e per lo sci escursionismo ha fatto il resto: «A un certo punto mi sono chiesto: perché non provare a portare il dualsci anche in un’escursione in pelli di foca?».


Con il sostegno di alcuni allievi di più scuole internazionali di Villars, appassionati di sci alpinismo, e con l’accompagnamento di guide alpine specializzate e di uno staff medico, nasce così il progetto, ben tredici an-
ni or sono. Prima un’escursione di un giorno, poi una di tre giorni nella regione del Sempione, per capire se l’idea avesse davvero un futuro. Le difficoltà non sono mancate. «Le corde fisse – spiega Claude Alain –, inizial-
mente provocavano strattoni continui alla persona trasportata. La soluzione è arrivata inserendo degli elastici tra moschettoni e corde. Anche le inversioni durante la salita si sono rivelate complesse, per via della necessaria coordinazione e del groviglio di corde». Superati questi e altri piccoli problemi iniziali, l’impresa si è però rivelata possibile.
L’esperienza sul Sempione e nelle regioni limitrofe è stata ripetuta per circa dieci anni, con il costante coinvolgimento degli studenti delle diverse scuole Internazionali di Villars, le quali nel frattempo hanno iniziato a finanziare il progetto. Forte dell’esperienza accumulata, Claude Alain lo scorso anno ha deciso di puntare ancora più in alto: il Monte Rosa. La preparazione è durata due mesi. Inizialmente sono state selezionate le persone che desideravano partecipare a una spedizione di più giorni. A queste si sono uniti due sciatori ed escursionisti che, a seguito di un incidente, avevano visto quei luoghi trasformarsi in lontani ricordi. Per loro, l’ascesa rappresentava una seconda possibilità. È nato così un gruppo di oltre venti persone, composto da medici, guide alpine e un nutrito numero di giovani «tiratori». È stato il primo dualsci a raggiungere quota 4216 metri.
Claude Alain si emoziona ancora oggi nel raccontarlo. Qui, invece, nel Parco nazionale della Vanoise, ci
troviamo su un itinerario più semplice, ma non per questo scontato. In montagna nulla lo è. Nonostante sopralluoghi e prove preventive, gli imprevisti sono sempre in agguato. Ricorda, ad esempio, anni fa, l’arrivo a una capanna durante una spedizione nei pressi del Gran San Bernardo: stanchi, i partecipanti scoprirono che l’accesso alle camere era stato nel frattempo limitato e furono costretti a dormire in cucina. O ancora, gli ultimi trenta metri privi di neve per raggiungere una capanna che ha reso necessario l’utilizzo delle corde per calare i partecipanti verso l’ingresso. Claude Alain di storie da raccontare ne avrebbe molte altre. Riprende il telefono e mostra nuove immagini, altre mete, fino alla vetta del Monte Rosa e ai video delle discese. Qui la squadra si riduce a due: il passeggero e la guida. Due sci larghi sotto il dualsci e la tecnica della guida che restituisce sensazioni altrimenti impossibili: libertà, velocità, emozione. Viene in mente, soprattutto in questo periodo, il motto olimpico «citius, altius, fortius» («più veloce, più in alto, più forte»). Ma qui siamo oltre, in una dimensione dove lo spirito olimpico lascia spazio alla gioia pura di tornare a salire e scendere in alta montagna, immersi nel silenzio, nel bianco. È tempo di spegnere il telefono, definitivamente per oggi. Domani sarà un’altra giornata.
Carteggi ed erbari amatoriali ◆ Le lettere, le erbe e gli animali di Rosa Luxemburg indagano la possibilità di continuare ad amare il
Gianluigi Bellei
«Per me si va nella città dolente, per





Foucault – è il vantaggio che ci si rap presenta, l’efficacia della pena è nello svantaggio che ci si attende… La pena dell’idea della pena».
Difficile per chi non è stato in carcere capire cosa si provi.
Ma, anche se non spesso, qui si legge, si scrive, si dipinge, si sogna. Non avete idea di quanti intellettuali o artisti abbiano soggiornato in una cella. Avevo iniziato a stilarne una lista, ma è troppo lunga. Cito a caso i filosofi Zenone di Elea, il quale tenta di uccidere il tiranno Demilo e per non rivelare altri nomi si strappa a morsi la lingua e la sputa contro di lui, e Severino Boezio; poi Torquato Tas so, Silvio Pellico, Cesare Pavese, Jean Genet, Pëtr Kropotkin e Oscar Wilde del quale non potete perdervi lata del carcere di Reading mai visto – scrive – uomini guardare con un occhio così malinconico ver so il minuscolo lembo d’azzurro, che i prigionieri chiamano cielo, e verso ogni nube errante che trascinava i suoi velli sfilacciati dietro».
Alberto Nessi In cerca della luce
Edizioni Casagrande
Ai margini del Sud, la luce chiede conto. Si costruisce qui una mappa irregolare di presenze artistiche che hanno attraversato il Ticino nel pri mo Novecento, attirate da un Sud che prometteva libertà espressiva più che stabilità. Alberto Nessi, nel suo ultimo In cerca della luce (il cui sotto titolo è Storie di artisti venuti in Tici no) sceglie il racconto come forma di prossimità: non ricostruisce carriere, ma si avvicina a esistenze segnate da scelte radicali, da una fedeltà ostina ta al fare artistico, spesso pagata con isolamento e povertà.







I pittori (tra i nove di cui si parla nel libro e dei quali compaiono alcune opere, vi è anche una pittrice), spiri ti inquieti, non vengono idealizzati, emergono piuttosto nel loro attrito con il mondo: astiosi verso l’acca demia, individualità ombrose, esili interiori, internamenti, silenzi. I vil laggi ticinesi entrano in queste tra iettorie come elementi attivi, capaci di modificare lo sguardo e il gesto, fino a diventare materia stessa dell’o pera. La scrittura procede per tocchi misurati, evitando l’aneddoto e lasciando spazio a una domanda che attraversa tutte le pagine: che cosa significa perseverare nella creazione, quando non offre né riparo né riconoscimento?
Anche Rosa Luxemburg (Zamosć, 1871 / Berlino, 1919) c’è stata. Recentemente l’editore Casagrande di Bellinzona ha pubblicato alcune sue lettere dal carcere in un agile volume dal titolo Un ardente desiderio di primavera. (Per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento sug geriamo il libro di Peter J. Nettl , il Saggiatore; di Rosa Lettere di lotta e disperato amore. La corrispondenza con Leo Jogi , Feltrinelli; e di Hannah Arendt
Rosa è un personaggio amato od odiato sia in vita sia dopo. Per decen ni viene oscurata, sino forse agli anni Settanta quando il suo pensiero ritor

na in auge magari con le ecofemministe. Ancor oggi è difficile darne un giudizio pacato e ragionevole. Lelio Basso nell’introduzione alle sue lettere scrive che al fondo della sua personalità c’è «un bisogno infinito di amare la vita e di amarla in tutte le sue creature». Forse, alla radice di molti rivolu
forte e nel 1896 gli scrive: «Se dovessi arrivare alla conclusione che ho due alternative, o ritirarmi dall’attività politica e vivere con te in pace da qualche parte, oppure continuare l’attività politica su larga scala e rompere con te, sceglierei la prima soluzione».
È il mondo che Rosa ama.
In una lettera del 1898 scrive: «Il paesaggio mi ha colpito più di tut to il resto; i campi di segale, i prati, i boschi, le distese infinite, la lingua polacca e i contadini polacchi. Non puoi immaginare come tutto questo mi renda felice. Mi sento come rinata, come se avessi ritrovato la terra sotto i piedi. Non sono mai sazia delle loro parole, del sapore dell’aria di qui».
Rosa ha sempre desiderato un figlio che non è mai arrivato. Per questo la gatta Mimi occupa un posto importante nella sua vita e nelle sue lettere. Mentre la storia d’amore con Leo è fatta di dissapori e distacchi, ma le due vite sono indissolubili. Durante i moti del 1919, repressi
sta Karl Liebknecht, dalle milizie dei Freikorps, assassinata con un colpo di pistola alla testa e il suo corpo gettato nel fiume. Anche Karl viene ucciso. A
che l’eroe, il cospiratore inafferrabile e leggendario, dopo poche settimane



Un legame mai nato, la vicenda procede per piccoli scarti, attraverso ricordi, intuizioni e tensioni interiori che si accumulano pagina dopo pagina, mettendo il lettore di fronte a ciò che manca, a ciò che non è stato detto, a una verità rimasta sospesa troppo a lungo. Nel suo romanzo d’esordio, Luca Villoresi segue una giovane protagonista impegnata in un confronto difficile con le proprie origini, evitando facili spiegazioni e puntando dritto
lettuali del Novecento di Miriam Nicoli (FrancoAngeli, 2025), ricercatrice di Mendrisio, che edita e legge il carteggio nato a Lugano nel 1954 tra Adriana Ramelli, alla guida della Biblioteca cantonale luganese, e Alba de Céspedes, scrittrice italo-cubana di risonanza internazionale. Nelle missive, distese su quasi quattro decenni, tornano domande sul lavoro intellettuale, sulla scrittura come mestiere e necessità, e sul «posto» delle donne – in casa, nelle istituzioni, nello spazio pubblico. Ne esce un





Più che sull’azione, il libro si concentra infatti sulle conseguenze: il peso delle omissioni, il senso di isolamento, il bisogno di capire da dove si viene per poter andare avanti, dove il passato non fa da semplice sfondo. Si tratta dunque di una lettura che parla di identità, di assenze e di scelte difficili, senza cercare scorciatoie.


ratorio critico. Nicoli, formata a Losanna, ricostru isce anche il contesto: reti e scambi culturali fra Italia e Svizzera nel dopoguerra, conferenze, editoria. E restituisce a Ramelli una biografia intellettuale finalmente a fuoco, figura decisiva per la presenza dell’italiano e della cultura italofona nel nostro Paese.

All’orizzonte, quasi inghiottite dalla luce, scorrono navi che sembrano
Passages Marco D’Anna – fotografo noto e attivo da anni nell’area luganese e già nostro collaboratore – concentra l’attenzione sulle grandi vie marittime del commercio contemporaneo e sceglie la distanza come misura dello sguardo: i cargo appaiono minuscoli, sospesi tra mare e cielo, presenze che chie-


anici trasformandoli in paesaggio mentale. Le imbarcazioni diventano segni di una trama estesa e poco percepibile che collega continenti, materie, fasi produttive e distribuzione. Ogni immagine rimanda a tragitti ripetuti, a passaggi che precedono l’oggetto quotidiano e ne raccontano la complessità.
racconto che non cerca alibi né pietà, Il bambino che sparì


treccia infanzia e maturità, seguendo un filo che porta fino a una diagnosi arrivata tardi: l’ADHD, finalmente nominato, rilegge a ritroso inquietudini, disallineamenti, cadute. Il libro alterna scene nette e riflessioni: la scuola come luogo ostile, la fatica di stare «al passo», le ferite incise nella propria anima da esclusione e derisione, la ricerca di strategie di sopravvivenza che a volte diventano dipendenze. Sullo sfondo, ricorrono paesaggi e dettagli del Ticino – non cartoline, ma punti d’appoggio

narratore.


Treccani è informatico, viaggiato re, vigile del fuoco, e pure fotografo, tant’è che si sente nella scrittura una sensibilità visiva, fatta di tagli rapidi e immagini che restano. Il risultato non è un saggio educativo né un manifesto: è una testimonianza che prova a trasformare la neurodivergenza in materia narrativa, e la fragilità in una forma di chiarezza.
Itinerario d’arte ◆ A Bergamo Alta il FAI ha restaurato la residenza
Tommaso Stiano, testo e foto

Un tempo si conosceva il sostantivo bergamasco murù che indicava la pianta di gelso molto diffusa in Lombardia (gelsicoltura) perché era il nutrimento del baco da seta e quindi stava alla base della manifattura tessile composta da tante filande diffuse anche nel nostro Cantone. Ebbene, proprio questa attività fece la fortuna dei signori Murù, termine dialettale con cui era nominata la famiglia Moroni di Bergamo. Nomen omen avrebbero detto i latini, cioè nel nome sta tutto il destino di una persona, nel nostro caso è il cognome che identifica di fatto la caratteristica di questa famiglia bergamasca la quale volle l’albero del suo benessere nel proprio blasone.
I Moroni erano originari di Albino (Valle Seriana), un grosso paese a 13 km dal capoluogo orobico, e si erano trasferiti in città a metà del Cinquecento. Fu Francesco Moroni (1606-
1674) a promuovere la costruzione della nobile dimora in un punto panoramico di Bergamo Alta che guarda verso oriente soprattutto per ragioni di rappresentanza e di prestigio personale visto il fiorente commercio di stoffe a cui si dedicava. Comperò alcuni vecchi edifici e un vasto appezzamento a Porta Penta (Porta Dipinta) sulla via principale che dalla pianura sale nel centro storico, si sposò con Lucrezia Roncalli nel 1631 e vissero nella nuova magione i cui lavori durarono nove anni, dal 1646 al 1655. Da quel momento, l’imponente palazzo appartiene ai Moroni ma la sua manutenzione, ultimamente, è diventata onerosa, così, nel 2008, il conte Antonio Moroni (1919-2009) donò alla Fondazione Museo di Palazzo Moroni l’edificio e il parco. Nel 2019 tale Fondazione, per iniziativa della figlia Lucretia Moroni, che vive a


New York, affidò in gestione tutta la proprietà al FAI, il Fondo per l’Ambiente Italiano, ente che si prodiga nella tutela del patrimonio artistico e paesaggistico della Penisola, sostenuto da fondi pubblici e privati.
Dopo gli opportuni restauri delle sale seicentesche, degli affreschi e l’aggiornamento degli impianti d’ordinaria utilità, nel 2023 il FAI ha ridato vita a questo luogo unico aprendo al pubblico tutto il piano nobile, il mezzanino e il parco che si estende su due ettari circa. Per una visita conoscitiva dei vari ambienti interni e una passeggiata nel vasto parco servono almeno due ore. Ci sono visite guidate da prenotare, audioguide o un opuscolo che illustra brevemente ogni angolo, cominciando dalla facciata sobria ed elegante, passando per il sontuoso scalone, fino ad alcune suppellettili che sono vere opere d’arte.
Partiamo dai grandi ambienti spettacolari. Come si addice a ogni dimora gentilizia, il primo impatto piacevole è con lo scalone d’onore che porta al piano nobile; è tutto affrescato secondo lo stile barocco del Seicento, le figure celebrano la famiglia Moroni e il suo successo economico-sociale ispirandosi alla Metamorfosi di Apuleio. Straordinario è poi il soffitto della Sala dell’Età dell’oro, un affresco realizzato con la tecnica del trompe-l’œil che dà maggiore profondità alla stanza, una prospettiva che sale fino al cielo in cui spicca Saturno, il dio dell’agricoltura, munito di falce per mietere il raccolto, allusione agli abbondanti frutti del tenace lavoro svolto dai Moroni.
L’episodio della Caduta dei Giganti, tratto dalla Metamorfosi di Ovidio, costituisce lo spunto per il magnifico soffitto della sala omonima che funge da monito contro la superbia, un peccato capitale che può colpire chicchessia, anche le famiglie più in vista. Ma è nella Sala della Gerusalemme Liberata che l’occhio si appaga di una straordinaria bellezza: è il locale più vasto con funzione di rappresentanza e accesso ai giardini ed è qui che bisognava esprimere i valori in pregio alla famiglia Moroni ispirandosi alla Gerusalemme Liberata, il poema epico di Torquato Tasso.
L’effetto cupola con lucernario sul cielo azzurro è dovuto ancora all’illusione ottica del trompe-l’œil che ingigantisce il volume della stanza e fa stare con naso all’insù per un bel
momento, cercando di identificare i motti virtuosi dipinti sui cartigli tra le finte colonne e le allegorie. Qui non possiamo dilungarci a descrivere gli altri ambienti di Palazzo Moroni, segnaliamo comunque l’intimità del Salottino cinese che testimonia il gusto esotico del Settecento, il Mezzanino dove visse il conte Antonio Moroni, il cortile con la statua di Nettuno, i giardini terrazzati all’italiana (ortaglia, pergola, prato, roc
colo) e la quadreria, tutti segni della grande passione artistica e naturalistica delle famiglie Moroni che si sono succedute lungo i quattro secoli della loro storia di successo.
Dove e quando Palazzo e Giardini Moroni, Via Porta Dipinta 12, Bergamo. Orari: da mercoledì a domenica, 10.00-18.00. Maggiori informazioni sul portale www.palazzomoroni.it

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Requisiti richiesti
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Buona conoscenza della piattaforma SAP (preferibilmente RE/FX) e dei processi amministrativi legati alla gestione immobiliare
Ottime capacità organizzative e precisione nella gestione dei dati
Attitudine al lavoro di squadra e buone capacità relazionali
Flessibilità e capacità di lavorare in modo autonomo
Necessaria la conoscenza di una seconda lingua nazionale (tedesco costituisce titolo preferenziale)
Candidatura
Dal sito internet www.migrosticino.ch (sezione «Lavora con noi»), includendo la scansione dei certificati d’uso.
Piatto principale
Ingredienti per 4 persone
1,6 l di acqua
2 buste di miscela per risotto
alla milanese
1 limone
• 600 g di filetti di pesce, ad esempio merluzzo
• 50 g di burro
sale
pepe farina per spolverare
erba cipollina a piacimento per guarnire
1. Portate a bollore l’acqua, poi aggiungete la miscela per risotto mescolando. Cuocete al dente per 15-20 minuti rimestando di tanto in tanto.
2. Incorporate la metà del burro.
3. Nel frattempo, tagliate il limone a spicchi e tenetene da parte alcuni per guarnire.
4. Bagnate i filetti di pesce tutt’attorno con un po’ di succo degli spicchi di limone restanti. Condite il pesce con sale e pepe, poi spolverate con poca farina.
5. Rosolate il pesce per intero in padella nel burro avanzato a fuoco medio per circa 5 minuti.
6. Distribuite il pesce nei piatti con il risotto e gli spicchi di limone. A piacimento, tagliuzzate l’erba cipollina direttamente sopra sul piatto.
Preparazione: circa 30 minuti.
Per persona: circa 39 g di proteine, 27 g di grassi, 96 g di carboidrati, 800 kcal
Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch











Mondoverde ◆ Specie, ibridi e architetture vegetali dalle regioni calde ai climi temperati
Anita Negretti
Duemila specie e altrettanti ibridi e cultivar (varietà coltivata) compongono il variegatissimo gruppo delle Begoniaceae e devono il loro nome a Michel Bégon, importante naturalista francese conosciuto con il soprannome di Le grand Bégon. Nato il giorno di Natale del 1638 a Blois, in Francia nella Loira, dopo vari incarichi amministrativi, divenne intendente per le Indie occidentali francesi e nel corso della sua vita si occupò, per hobby, di scoprire e coltivare nuove piante fino ad allora sconosciute, come ad esempio le begonie. Originarie delle zone calde del mondo, tra cui l’America meridionale e centrale, l’Africa tropicale e il sud est asiatico, nel corso dei decenni, si sono diffuse anche in altre zone – ad esempio l’Europa, adattandosi a climi più rigidi. Caratteristica che le accomuna è quella di avere fiori maschili e femminili sulla stessa pianta, ma con forme e grandezze diverse e per questo definite monoiche.
Le begonie vengono suddivise in tre grandi gruppi in base al tipo di apparato radicale: rizomatose, tuberose e fascicolate.
La Begonia Tamaya o corallina riesce a raggiungere quasi il metro d’altezza, fiorendo tutto l’anno in casa, con boccioli bianchi rosati portati su steli semplici, da tutorare con bastoncini di bamboo poiché si spezzano facilmente. Le foglie, che hanno
una forma particolare che ricorda le ali degli angeli, sono verdi puntinate di bianco, molto decorative e ricordano quelle delle Begonia maculata
Anche quest’ultima ama la vita in appartamento, un’irrigazione leggera, che lascia il terreno umido ma non inzuppato, usando acqua decalcificata (basterà lasciare l’acqua nell’innaffiatoio a riposo per la notte e non usarla tutta) e posizione lontana dai raggi diretti del sole. Alta fino a un metro e cinquanta, è caratterizzata dalle lunghe foglie verde scuro con grossi punti bianchi e fiorellini biancastri o rasati da maggio ad ottobre.
Tra le begonie rizomatose troviamo la B. rex, originaria dell’India: ha foglie molto grandi, cuoriformi e dai bei colori caldi, ricoperte da una leggera peluria per cui è sconsigliabile bagnare le foglie per non farle marcire.
Lisce o frastagliate, le foglie di queste begonie raggiungono i trenta centimetri di lunghezza e hanno giochi di colore che vanno dal verde all’argento, passando per il rosso e il nero velluto. Producono fiori piccoli e bianchi, le si coltiva in vaso da ritirare in appartamento tra settembre e aprile, mentre nei mesi caldi possono esser collocate all’esterno in posizione di ombra o mezz’ombra.
Durano per molti anni e il metodo più semplice per riprodurle è le-
Cruciverba Il sistema circolatorio del nostro sangue, tra arterie, vene e capillari, copre una lunghezza… Completa la frase leggendo, a soluzione ultimata, le lettere evidenziate. (Frase: 2, 5, 9, 10)
ORIZZONTALI
1. Nota quella di Kariba
4. Lo spadaccino dal naso prominente
9. Dà ripetizioni a voce...
10. Nome femminile
11. Vale Company nei loghi
12. Vaghi riferimenti
13. Le iniziali della Tatangelo
14. Respiro affannoso
16. Il prefisso che dimezza
17. Cani da caccia e da guardia
18. Semi commestibili
20. La Giunone dei greci

gato alla talea di foglia: basterà appoggiarne una sulla terra, praticare qualche taglio accanto alla nervatura principale e, tenuto il terreno umido, dopo qualche settimana compariranno nuove piantine direttamente dalla foglia madre.
Durante la tarda primavera compaiono nelle fioriere o all’interno di aiuole, le piccole Begonie Semperflorens, facenti parti del gruppo delle fascicolate: hanno foglie lucide, verdi o rosse, e fiori piccoli ma dai colori brillanti; originarie del Brasile, si trattano come piante stagionali, poi-
ché in settembre-ottobre deperiscono con l’arrivo del freddo. Semplicissime nel mantenimento, raggiungono anch’esse i trenta centimetri di altezza e i loro fiori bianchi, rosa o rossi, sbocciano ininterrottamente per tutta l’estate, sia al sole sia a mezz’ombra.
Le begonie tuberose, tra cui anche B. tuberhybrida, hanno non solo le foglie appariscenti, ma anche i fiori, che spesso portano due o più giri di petali. Amano le zone a mezz’ombra, terriccio umido e senza calcio. In inverno entrano in fase di riposo: perdono tutto l’apparato ae-

reo, non devono venir bagnate per qualche settimana mentre a marzo rispunteranno.
Se cercate una specie molto rustica, dalla fioritura vistosa durante tutta l’estate e da lasciare all’aperto, acquistate la Begonia dragon: al sole o a mezz’ombra, con terriccio leggermente acido, cresce rigogliosa ed è chiamata anche begonia gigante poiché crea veri e propri cuscini grazie ai suoi fiori campanulati, raggruppati in grappoli pendenti, rossi, corallo o bianchi, che ben si evidenziano su foglie carnose verde lucido.

22. Possono essere offensivi
24. Pronome personale
25. Grossa fetta di pesce
27. Due buchi
28. È ricco di petrolio
VERTICALI
1 Prefisso che vuol dire dieci
2. Un anagramma di Caino
3. Vai! A Chicago
4. Trentatré nel Paradiso dantesco
5. Un canto solenne
6. Hanno un letto stretto 7. Le
Simile alla caffeina
Sono strumenti a fiato 13. Subdoli uncini 15. La Sofia Ricci 16. Le iniziali di Hemingway 19. Un peso di poco peso
Regione storica della Spagna 23. Un dono dei Magi 24. L’attrice Farrow 26.
Soluzione della settimana precedente VIAGGIANDO IN – Il deserto Tabernas si trova
Resto delle frasi: … SPAGNA – … IN EUROPA

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.











6.95


3.75













a partire da 2 pezzi 30%
Datteri
Israele, vaschetta da 300 g, 2.91 invece di 4.15, (100 g = 0.97)




5.50 invece di 7.90
Clementine extra Orri Spagna, rete da 2 kg, (1 kg = 2.75) 30%
a partire da 2 pezzi 20%

Semi di girasole tostati e salati con buccia Göral
300 g, 2.80 invece di 3.50, (100 g = 0.93)
Mele Jazz Svizzera, al kg 30%
3.60 invece di 5.20


2.65
invece di 3.80

2.30
Limoni Migros Bio Spagna/Italia, rete da 1 kg

1.25

2.20 invece di 2.95 Mini cavolfiori e mini broccoli Spagna, vaschetta da 240 g, (100 g = 0.92) 25%

2.80 invece di 3.50 Cetrioli Spagna, al kg




2.30 invece di 2.95 Spinaci baby Demeter Italia, 125 g, confezionati, (100 g = 1.84)

3.70
Svizzera, sacchetto da 1,5 kg, (1 kg = 2.47) 25%
Patate Amandine
invece di 4.95


Tutto l'assortimento di verdura Migros Bio prodotti surgelati, (Alnatura esclusi), per es. piselli, 500 g, 2.25 invece di 3.–, (100 g = 0.45)
































8.80
invece di 11.–

Filetti di salmone con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.76) 20%







33%
Pacific Prawns ASC o frutti di mare misti, Costa prodotto surgelato, in conf. speciale, per es. Pacific Prawns ASC, 800 g, 19.80 invece di 29.60, (100 g = 2.48)

6.95
invece di 8.70
8.80
Filetti di platessa M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 300 g, in self-service, (100 g = 2.32) 20%

invece di 11.05
Croccantini di pangasio M-Classic, ASC d'allevamento, Vietnam, 700 g, in self-service, (100 g = 1.26) 20% Grande tenerezza e pochissimi grassi

Raclette al naturale Raccard, IP-SUISSE
a fette in conf. da 2 o in blocco maxi, per es. a fette, 2 x 400 g, 16.60 invece di 20.80, (100 g = 2.08) conf. da 2 20%

1.65 invece di 2.10 Le Gruyère Surchoix AOP circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 21%
a partire da 2 pezzi 20%

Emmentaler e Le Gruyère grattugiati, AOP
250 g, 4.40 invece di 5.50, (100 g = 1.76)

Chavroux Pyramide, tendre bûche e pur chèvre, per es. Pyramide, 150 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 2.11) 20%

Formaggella ticinese 1/4 grassa per 100 g 16%
1.75 invece di 2.10

2.60 invece di 3.25 San Gottardo Prealpi per 100 g, prodotto confezionato 20%

250 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.64) 20%
4.10 invece di 5.15
Asiago pressato, DOP

20%
5.60
invece di 7.–Formaggio fresco Cantadou aglio ed erbe aromatiche, rafano o mix di pepe, 2 x 140 g, (100 g = 2.00) conf. da 2
conf. da 4
1.–DI RIDUZIONE

5.80 invece di 6.80
Creme Dessert Tradition Vanille, Caramel o Chocolat au lait, 4 x 175 g, (100 g = 0.83)

Yogurt LC1 Immunity Nestlé disponibile in diverse varietà, per es. arancia sanguigna-zenzero, 4 x 150 g, 3.50 invece di 4.40, (100 g = 0.58)

5.90 invece di 7.90 Knöpfli Migros Bio con uova, 2 x 500 g, (100 g = 0.59) conf. da 2 25%

Crauti e cavolo rosso Migros Bio e Anna's Best, refrigerati per es. crauti cotti Migros Bio, 500 g, 2.81 invece di 3.30, (100 g = 0.56) 15%

conf. da 4 20% Tutto l'assortimento Planted. per es. Kebab, 175 g, 4.76 invece di 5.95, (100 g = 2.72) 20%
conf. da 2 20%

Snack Anna's Best refrigerati Dim Sum Sea Treasure o Vegetable Spring Rolls, per es. Dim Sum Sea Treasure, ASC, 2 x 250 g, 11.– invece di 13.80, (100 g = 2.20)
100% di succo di frutta

Succo d'arancia Anna's Best, refrigerato 2 litri, (1 l = 2.38) 40%
4.75 invece di 7.95


Argeta è una crema spalmabile prodotta con ingredienti di alta qualità e disponibile in diversi gusti. Priva di conservanti, esaltatori di sapidità, glutine e olio di palma. A colazione, a cena o come spuntino, Argeta si sposa bene con pane, cracker o verdure fresche.

5.45 invece di 7.80 Crema da spalmare Argeta pollo, pollo piccante o tonno, per es. pollo, 4 x 95 g, (100 g = 1.43)

Tutto l'assortimento Dona, Göral e Podravka per es. semi di girasole Göral, 300 g, 2.80 invece di 3.50, (100 g = 0.93)

Prodotto con latte vaccino, in salamoia



6.35 invece di 7.95 Formaggio del pastore Ömür 55% di grassi, 1 kg 20%






Israele, vaschetta da 300 g, invece di 4.15, (100 g = 0.97)

25%

Frittelle di carnevale grandi Petit Bonheur (riccioline escluse), 6 pezzi, 216 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.20) 21% Pita 350 g, 1.58 invece di 2.10, (100 g = 0.45)
2.60 invece di 3.30

2.– Stark Smoki Flips 250 g, (100 g = 0.80) HIT

3.45 invece di 4.35 Yogurt Süzme M-Classic 1 kg 20%

6.10
invece di 7.95
Torta Foresta Nera Ø 16 cm, 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.22) 23%

Fagottini alle pere Petit Bonheur e fagottini di spelta alle pere Migros Bio per es. Petit Bonheur, 3 pezzi, 225 g, 2.72 invece di 3.40, (100 g = 1.21) 20%
Con sesamo e semi di lino

2.20
invece di 2.95
Pane croccante ai cereali IP-SUISSE 310 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.71) 25%


Leckerli finissimi in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.86) 33%
Vincitori della degustazione con un punteggio di 5,2 12.90 invece di 19.50



1.90 Farina bianca M-Classic, IP-SUISSE 1 kg, (100 g = 0.19)

7.50
Patate fritte al forno M-Classic prodotto surgelato, 1,5 kg, (100 g = 0.50)

Kellogg's disponibile in diverse varietà, per es. Trésor Choco Nut, 2 x 620 g, 11.10 invece di 13.90, (100 g = 0.90) conf. da 2 20%

18.90 invece di 27.–
Nescafé Gold de Luxe, Gold all'Italiana o Finesse, 2 x 180 g, per es. Gold de Luxe, (100 g = 5.25) conf. da 2 30%

25.90 invece di 38.70
Chicco d'Oro, in chicchi o macinato 3 x 500 g, (100 g = 1.73) conf. da 3 33%
a partire da 2 pezzi –.30 DI RIDUZIONE

Tutta la pasta Migros (Migros Tradition escl.), 500 g e 750 g, per es. pipe extra, 500 g, 1.45 invece di 1.75, (100 g = 0.29)






Schweppes





Tutte le tavolette di cioccolato Frey (prodotti Sélection e confezioni multiple esclusi), per es. Lait Extra, 100 g, 1.61 invece di 2.30 a partire da 3 pezzi

10.95 invece di 21.90
Cornetti alla vaniglia e alla fragola Fun prodotto surgelato, in conf. speciale, 16 pezzi, 16 x 145 ml, (100 ml = 0.47) 50%

Snickers in conf. speciale, 9 + 1 gratis, 500 g, (100 g = 0.99)


invece di 11.80
Chocolat au Lait o Chocolat Noir, 4 x 150 g, (100 g = 1.17) conf. da 4

Caramelle Original Ricola senza zucchero, incluso berretto in omaggio, 3 x 125 g, (100 g = 3.68) conf. da 3
Petit Beurre M-Classic

invece di 10.86
Pasqua al Nougat Eili con ripieno di gianduia, 340 g, (100 g = 2.21)
a partire da 2 pezzi
30%

Tutto l'assortimento di alimenti per bebè Nestlé (latte Pre, latte di tipo 1, latte Comfort e confezioni multiple esclusi), per es. Beba Optipro Junior 18+, 800 g, 15.37 invece di 21.95, (100 g = 1.92)
20x CUMULUS NOVITÀ

Avent per es. tazza con beccuccio 6m+ blu, il pezzo, 9.90
20x CUMULUS NOVITÀ
20x CUMULUS NOVITÀ
a partire da 2 pezzi 30%

Tutto l'assortimento per la cura del bebè Johnson's per es. shampoo per bebè, 300 ml, 2.45 invece di 3.50, (100 ml = 0.82)

20x CUMULUS NOVITÀ
2.95

Crema alla lanolina Purelan o Hydrogel Pads, Medela per es. crema alla lanolina Purelan, 7 g, 7.50, (10 g = 10.71)

Prodotti Mam per es. Easy to Drink Cup, 290 ml, 13.90
20x CUMULUS

8.95 Sun Roll-on Nivea
(10 ml = 1.79)
20x CUMULUS
8.95


Olio per bebè Milette 250 ml, (100 ml = 1.18)

Sciroppo contro la tosse Tetesept Kids 125 ml, (10 ml = 0.72)







cura



Collutori Listerine per es. Fresh Mint, 2 x 500 ml, 8.– invece di 10.70, (100 ml = 0.80)

Collutori Listerine (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. protezione gengive Total Care, 500 ml, 4.95 invece di 6.60, (100 ml = 0.99) a partire da 2 pezzi 25%

Tutte le colorazioni per capelli I am, Kétec, Schwarzkopf e Syoss per es. crema ad azione intensa I am, 260 nero, il pezzo, 3.71 invece di 4.95 25%

Tutto l'assortimento Potz per es. decalcificante, 1 litro, 4.64 invece di 5.80, (100 ml = 0.46)

Tutti gli ammorbidenti Exelia per es. Florence, in conf. di ricarica, 1,5 litri, 3.57 invece di 5.95, (1 l = 2.38) a partire da 2 pezzi

4.95 Dissolvimacchie Dr. Beckmann per es. Unto & Salse, 50 ml, (10 ml = 0.99) 20x CUMULUS


di 22.92
Detersivo Perwoll in conf. speciale, 2,6 litri, per es. Black, (1 l = 6.13)

Detergente per il forno Dr. Beckmann Aktiv Gel 375 ml, (100 ml = 1.32)

Tutti gli aspirapolvere per es. aspirapolvere a traino Mio Star V-Cleaner VAC8Power, il pezzo, 127.20 invece di 159.–20%

29.95 Clog da donna in pelle disponibili in bianco o nero, taglie 36–40, il paio

17.95 Pile Energizer Max AA o AAA in conf. speciale, 16 pezzi

Carta per uso domestico Twist Classic, Deluxe o Recycling 1/2 strappo, in confezioni speciali, per es. Classic, FSC®, 12 rotoli, 10.90 invece di 15.60 30%

Tutti i termoventilatori e gli umidificatori per es. umidificatore a ultrasuoni Mio Star 400 Titan, il pezzo, 79.96 invece di 99.95 20%


Prodotti per disegnare e fare bricolage Paper & Co. per es. carta da disegno A4, bianca, 120 g/m2, FSC®, 70 fogli, 3.95 invece di 5.90










Tutte le noci e la frutta secca, Migros Bio (prodotti Alnatura e Demeter esclusi), offerta



5.50 invece di 9.54
Prosciutto crudo dei Grigioni Surchoix Svizzera, 120 g, in self-service, (100 g = 4.58), offerta valida dal 19.2 al 22.2.2026 42%