SOCIETÀ Pagina 3
Salute degli occhi: la diagnosi precoce del glaucoma può prevenire o rallentare la perdita della vista
Patrimonio culturale storicamente problematico: creata una commissione parlamentare ad hoc
ATTUALITÀ Pagina 10
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SOCIETÀ Pagina 3
Salute degli occhi: la diagnosi precoce del glaucoma può prevenire o rallentare la perdita della vista
Patrimonio culturale storicamente problematico: creata una commissione parlamentare ad hoc
ATTUALITÀ Pagina 10
CULTURA Pagina 15
MONDO MIGROS Pagina 2
La rabbia di Louis de Funès e l’arte di smascherare il potere trasformando l’isteria in comicità
Continua la collaborazione tra Migros Ticino e Noè Ponti
LIBERO
Oslo, tra i colori dei murales, l’umanità di pietra nelle sculture e la vitalità dei quartieri multietnici
Pagine 22-23

Carlo
Dei carnevali apprezzo il pestare allegro e ossessivo delle Guggen sui tamburi, il tripudio cromatico dei coriandoli nel mondo in bianco e nero, l’eccitazione e l’incanto dei bambini mascherati, la satira dei carri che irridono i potenti e, al contempo, li venerano come divinità maligne.
Oggi, però, restano scarsi residui dell’antica trasgressione contadina, quando l’immaginario collettivo rovesciava le gerarchie per un giorno, creando un mundus inversus in cui i poveri dominavano sui ricchi, gli animali cavalcavano gli umani, i caproni impartivano benedizioni ai preti e le donne mettevano all’asta i mariti (neanche le femministe più audaci della modernità sarebbero mai arrivate a tanto). Nei cortei e nelle rappresentazioni popolari vincevano i deboli, mentre oggi, anche nei faccioni in cartapesta, vince sempre Trump. Probabilmente c’era più trasgressione nei dipin-
ti rinascimentali del fu Palazzo Cervia a Bellinzona (demolito nel 1970), incentrati proprio sul tema del mondo alla rovescia, che nei cortei contemporanei del Rabadan. L’unico «mondo al contrario» di cui si è parlato di recente – senza neppure la decenza di aspettare il carnevale – è stato quello denunciato dal fine umanista Vannacci. E non faceva ridere.
Un lato positivo dei nostri carnevali è che, forse (forse!), per qualche momento distolgono lo sguardo della gente in strada dal telefonino. Per una volta, le cose da guardare sono fuori dallo schermo e la testa può tornare eretta, la spina dorsale dritta, stravolgendo la consuetudine del collo delle masse piegato a kiefer verso il basso. Questa sì, sarebbe una significativa trasgressione rispetto allo spirito dei tempi.
Perché, se non lo imponi per legge, rischia di essere quella piega lì a vincere sempre. Un mese fa, l’Australia ha introdotto il divieto dei social
ai minori di sedici anni. Potrebbe essere imitata dalla Francia e dalla Spagna e se ne discute anche in Ticino e in Svizzera (secondo un sondaggio Tamedia, quasi l’80% degli svizzeri interpellati sarebbe favorevole a questa opzione). Il problema è sociale, culturale ma in qualche modo perfino ortopedico perché ridefinisce il paesaggio delle posture imposte ai nostri corpi dagli smartphone. Seduti, in piedi, fermi o in movimento, a tavola, in bagno, camminando e, a volte, perfino guidando, siamo greggi di ovini chini sui monitor dei cellulari. Lo stesso accade nelle sale d’aspetto, sulle panchine, al bar, in coda in banca, in pausa caffè o durante la ricreazione. Salite su un treno la mattina presto e provate a contare quante persone stanno scrollando notizie o messaggi sul telefonino, il collo piegato verso il pavimento. Quando ne vedo uno che estrae dallo zaino un libro e si tuffa con la testa nelle pagine di carta, avrei voglia di abbracciarlo.
Se proprio ci si deve isolare dal resto del consesso umano, meglio farlo con le poesie di Rimbaud, un buon vecchio giornale o persino Topolino, no? Così, neanche fossi un centenario, mi scopro a domandarmi come si viveva prima: prima degli smartphone e dei social media, intendo, venti, trent’anni fa a farla larga. Gli ultimi secondi nell’arco della plurimillenaria Storia dell’umanità.
Nella polverosa era pre-Instagram e pre-TikTok, la vita sociale degli ex ragazzi si svolgeva nel prato sotto il palazzo, nel campetto di calcio dell’oratorio, nelle tombole di quartiere, nelle feste campestri, nelle capanne scout, nelle federazioni di ginnastica. Ci si incontrava casualmente per strada e, se c’era una ragazza che ti piaceva, abbozzavi un sorriso, un cenno, un qualsivoglia segno di vita. Oggi ti passa accanto e neanche la vedi: hai le pupille incollate sull’iPhone. Proprio un mondo alla rovescia.
Info Migros ◆ Un nuovo accordo con l’UE per contrastare contraffazione e contaminazione
Jörg Marquardt
Carne di cavallo al posto del manzo nelle lasagne pronte? Non dovrebbe succedere, eppure è successo. Nel 2013, gli alimenti etichettati in modo errato hanno causato uno scandalo. Mentre i Paesi dell’UE colpiti sono stati informati tempestivamente grazie a sistemi di allarme, gli svizzeri lo hanno saputo solo in un secondo momento, tramite i media.
Per prevenire simili incidenti in futuro, la Svizzera e l’Unione europea vogliono concludere un nuovo accordo sulla sicurezza alimentare, rientrante in un nuovo pacchetto completo di accordi su cui le due parti stanno negoziando da anni: i Bilaterali III. L’esito dei negoziati sarà presto discusso dal Parlamento svizzero.
L’UE è il principale partner commerciale della Svizzera, soprattutto per i prodotti agricoli. Il 50% delle esportazioni agricole svizzere, come il formaggio, è destinato all’UE, da cui proviene anche il 74% delle importazioni.
Dal campo al piatto
Fino ad oggi, l’ambito della sicurezza alimentare è stato principalmente coperto da un accordo del 1999 (Bilaterali I), che regolamenta il commercio di animali e di prodotti alimentari di origine animale. In futuro, ci sarà un accordo più ampio che coprirà anche il commercio di alimenti non di origine animale, come la pasta e il cioccolato. La Svizzera e l’UE vogliono collaborare in maniera più stretta per aumentare la sicurezza alimentare lungo l’intera catena di approvvigionamento, dal campo al piatto.
Questo è importante anche perché le catene di approvvigionamento stanno diventando sempre più complicate a causa delle strutture commerciali globali e della logistica complessa. Inoltre i cambiamenti climatici rendono più difficile la pianificazione e la disponibilità delle materie prime.

Allarme più rapido
Secondo il progetto di legge, la Svizzera avrà accesso all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e ad altri sistemi di allerta dell’UE. Ciò significa che verrà allertata prima se, ad esempio, dovessero scoppiare epizoozie o se fossero messi in circolazione prodotti alimentari a rischio per la salute. Le due parti intendono inoltre coordinare congiuntamente l’autorizzazione dei prodotti fitosanitari in futuro. Con l’estensione dell’accordo, qualora venisse accettato, la Svizzera intende armonizzare la propria legislazione alimentare con quella dell’UE. Se l’UE dovesse modificare le proprie normative, la Svizzera si adeguerebbe automaticamente. Tuttavia, non ci si devono aspettare cambiamenti radicali: la legislazione alimentare svizzera corrisponde già ampiamente a quella dell’UE. Finora la Svizzera ha adottato di propria iniziativa molti nuovi regolamenti della legislazione alimentare dell’UE. Inoltre, in quanto membro dell’EFSA, la Svizzera potrebbe contribuire attivamente alla definizione di nuove norme.
I pagamenti diretti non sono interessati
La Svizzera rimane indipendente in
Il nuovo accordo garantisce una maggiore sicurezza alimentare.
materia di politica agraria. Questo vale non solo per i dazi doganali, ma anche per i pagamenti diretti all’agricoltura. È esclusa l’armonizzazione con la politica agraria dell’UE. In altre parole, se l’UE dovesse ridurre i pagamenti diretti all’interno dell’Unione europea, ciò non avrebbe alcun impatto sugli agricoltori svizzeri.
Anche gli operatori delle botteghe agricole e dei banchi del mercato non hanno da temere nuove norme, in quanto le attuali normative svizzere in materia di igiene e controllo autonomo non cambieranno. Vendere torte fatte in casa a una bancarella o servire salsicce su un tagliere di legno continuerà a essere possibile.
Mantenimento di elevati standard di benessere animale
La Svizzera mantiene inoltre il pieno controllo sugli elevati standard di benessere animale. Le esenzioni esistenti, come il divieto di transito degli animali su strada, rimangono in vigore, il che significa che i Paesi dell’UE continueranno a non essere autorizzati a trasportare animali attraverso la Svizzera. L’obbligo di indicare il Paese di produzione si applicherà ancora ai prodotti alimentari venduti in Svizzera.
Inoltre, non c’è alcuna pressione ad allentare le regole sugli alimen-
ti geneticamente modificati. Questi ultimi arriverebbero sul mercato nazionale solo se la Svizzera decidesse di farlo autonomamente.
Controlli in mani svizzere
Le autorità svizzere continueranno a essere responsabili del monitoraggio delle società private svizzere anche in futuro. Tuttavia, il nuovo accordo prevede che gli esperti dell’UE possano accompagnare gli ispettori cantonali durante le loro ispezioni, ma solo per controllare l’applicazione delle norme, non le aziende agricole stesse. Ciò è prassi anche per quanto riguarda altri accordi.
Approvazione da parte del commercio al dettaglio
La Migros si è espressa a favore del nuovo pacchetto UE, così come tutti i principali rivenditori aderenti al Gruppo di interesse del commercio al dettaglio (IG Detailhandel). Oltre alle opportunità, l’accordo ampliato comporta alcuni rischi, in quanto la Svizzera perde un certo grado di autonomia a causa dell’adozione parziale del diritto dell’UE. Nel complesso, tuttavia, la Migros e il Gruppo di interesse del commercio al dettaglio ritengono che i vantaggi siano nettamente superiori agli svantaggi, soprattutto perché le relazioni commerciali con l’UE sarebbero compromesse e anche gli accordi bilaterali in vigore sarebbero a rischio in caso di rifiuto della proposta.
Fasi successive
A marzo il Consiglio federale dovrebbe presentare al Parlamento il suo messaggio sull’accordo sulla sicurezza alimentare e sulle altre parti del pacchetto UE. Il referendum è previsto non prima dell’anno prossimo.
Info Migros ◆ Una collaborazione di eccellenza tra sport e tradizione
Un sostegno che continua
Migros Ticino è lieta di annunciare il rinnovo della collaborazione con Noè Ponti, icona dello sport ticinese e stella del nuoto internazionale. In qualità di co-sponsor, la Cooperativa regionale conferma il proprio impegno a supportare il pluricampione, vincitore tra l’altro di tre ori ai Mondiali di Budapest 2024, di due medaglie d’argento ai Mondiali di Singapore 2025 e del bronzo olimpico a Tokyo 2020.
El Noè: il formaggio che conquista
Proprio come Noè Ponti conquista medaglie e record, El Noè, il formaggio nostrano che porta il suo nome, conquista il palato dei ticinesi. Con il suo carattere deciso e il cuore morbido, è diventato uno dei prodotti più amati dell’assortimento di Migros Ticino. Autografato dal campione e
Anniversari ◆
Venticinque, pardon, trentatré anni in Migros
Renato Sala
In realtà gli anni trascorsi da Renato Sala in Migros Ticino corrispondono a più di un quarto di secolo… Dopo l’apprendistato, infatti, Sala ha fatto altre esperienze professionali, restando comunque legato all’azienda, come ci ha raccontato. A pochi mesi dal suo pensionamento giungano anche a lui – da parte di Migros Ticino e della redazione di «Azione» – le più sentite congratulazioni per i venticinque migliori auguri

Renato Sala, qual è il suo ruolo in Migros Ticino?
Sono responsabile merceologico (RM) latticini, ma solo fino a luglio, perché poi andrò in pensione. Questi sono i miei ultimi sei mesi.
E come sta vivendo questo tuo ultimo periodo di lavoro? Benissimo!
Come si svolge la sua giornata tipo? Solitamente qui a Lugano Centro inizio intorno alle 6.30. Durante il giorno ci sono numerosi compiti: occorre controllare gli stock, dare un occhio alle ordinazioni, in caso di mancanza di merce si deve entrare nel sistema, si controllano le date, si dispone la merce negli scaffali, si controllano i camion e si dà magari una mano a scaricare… poi, quando si può, si aiutano i colleghi negli altri settori.

con il suo volto in evidenza, questo prodotto celebra l’eccellenza ticinese, unendo gusto, tradizione e un profondo legame con il territorio. Anche nel 2026, El Noè sarà protagonista sugli
scaffali, continuando a sostenere Noè Ponti nella sua straordinaria carriera sportiva.
Una partnership vincente
Dal 2022, Migros Ticino condivide con Noè Ponti valori di dedizione, eccellenza e amore per il territorio. Il rinnovo della collaborazione fino al 2028 rafforza un rapporto che va oltre il sostegno sportivo, trasformandosi in una vera e propria celebrazione del Ticino. Prodotti come El Noè sono il simbolo tangibile di questa unione, rappresentando qualità e tradizione, proprio come il campione rappresenta il meglio del nostro territorio.
Un legame autentico con il Ticino
Noè Ponti non nasconde il suo amore per il Ticino, che descrive come un
luogo unico per la qualità della vita e i rapporti umani. Tra le sue passioni culinarie spiccano la polenta «cunscia» e i formaggi, con una predilezione per i prodotti dei Nostrani del Ticino di Migros Ticino, come la luganighetta e la mortadella. Questo legame autentico con la tradizione locale si riflette anche nella collaborazione con Migros Ticino.
Un invito ai buongustai
Migros Ticino invita tutti i consumatori a scoprire El Noè, il formaggio nostrano autografato dal campione, disponibile nei supermercati di Migros Ticino. Un’eccellenza locale che incarna il meglio del Ticino, sia nel gusto sia nello sport. E attenzione: potrebbero arrivare presto sugli scaffali di Migros Ticino nuove sorprese griffate Ponti, pronte a sedurre la clientela più esigente e a deliziare i palati. / Red.
Ha sempre lavorato a Lugano? Ho iniziato a lavorare per Migros a Lugano nel lontano 1979 come apprendista. Dopo sei o sette anni sono andato via – ho gestito per nove anni un supermercato Giro, un negozio franchising con prodotti Migros –per poi ritornare in azienda nel 2001. Quindi, in tutto, ho lavorato oltre 30 anni per Migros Ticino!
Migros cosa rappresenta per lei? Una vita.
E cosa augura all’azienda per il futuro?
Tutto il bene, e spero che si continui con la strada intrapresa riguardo all’attenzione alla formazione del personale.
Da pensionato avrà più tempo per dedicarsi alle cose che le piacciono: ha qualche hobby?
Mi piace fare tanto sport: bicicletta, nuoto, palestra. In passato, essendo nato a Maroggia, dunque praticamente nel lago, ho fatto diverse traversate del Ceresio, ma ora non mi ci cimento più! / Red.
L’amore ai tempi dell’IA
Ci sono app con le quali è possibile creare un/a «fidanzato/a» virtuale perfetto/a, ma è possibile innamorarsi di un chatbot?
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Storie di trovatelli
Lo storico Roberto Fasana indaga il fenomeno dell’abbandono di bambini piccoli a Como e Milano e l’affido a famiglie delle valli di Lugano
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I giovani e uno stile di vita sano Fumo, stress, gaming: l’app di coaching Ready4life offre supporto agli adolescenti per affrontare meglio le tante sfide poste dalla vita
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Salute ◆ Dal 9 al 16 marzo una settimana mondiale dedicata alla vista e alla diagnosi precoce del glaucoma
Maria Grazia Buletti
La vista è uno dei nostri sensi più vitali, fondamentale per orientarci nel mondo, percepire le emozioni degli altri, leggere, guidare, lavorare e godere delle attività quotidiane. Per questo motivo, ogni anno la Settimana Mondiale del Glaucoma mette in luce questa malattia oculare, definita dalla Glaucoma Research Foundation come il «ladro silenzioso della vista», perché provoca una perdita graduale e progressiva della visione senza dare sintomi evidenti fino a stadi avanzati, quando i danni diventano irreversibili. Il dottor Leandro Oliverio, specialista in oftalmologia e vicedirettore della Clinica Swiss Visio a Bellinzona, così lo definisce: «Il glaucoma non è una singola malattia, ma un insieme di patologie caratterizzate da un danno cronico e progressivo delle fibre nervose della retina, che formano il nervo ottico». E spiega: «Si tratta di una neuropatia ottica a carattere progressivo che può portare a una perdita graduale della visione se non diagnosticata e trattata in tempo».
Il glaucoma è una neuropatia ottica che provoca la perdita graduale della visione senza dolore né sintomi evidenti fino a stadi avanzati, quando i danni sono irreversibili
La Settimana annuale di sensibilizzazione, che quest’anno si svolge dal 9 al 16 marzo, sarà un momento fondamentale per diffondere conoscenze e fare prevenzione e per aggiornare la popolazione sui progressi terapeutici a livello globale. L’obiettivo è evidenziare che un intervento precoce può prevenire o rallentare la perdita della vista causata dal glaucoma. A conferma di quanto la malattia possa progredire senza dare segnali evidenti, Gianni, 67 anni (nome noto alla redazione), racconta: «Mi sentivo bene e non avevo alcun disturbo alla vista, ma durante una normale visita di controllo l’oculista mi ha diagnosticato un glaucoma. È stato uno shock, perché non avevo sintomi. Scoprirlo in tempo mi ha permesso di iniziare subito le cure e proteggere la vista. Oggi so quanto sia importante prevenire». La sua testimonianza mostra chiaramente come la malattia avanzi senza dolore né segnali evidenti, mentre la vita continua come sempre. Secondo Oliverio, «iniziative come la Settimana del Glaucoma sono molto utili: permettono di identificare circa l’1-3% della popolazione affetta, in linea con le statistiche internazionali. Su 100 controlli, spesso la patologia viene diagnosticata in fase precoce, quando non sono ancora comparsi sintomi. Dobbiamo ribadire che diagnosticare il glaucoma in anticipo significa salvaguardare la vista

e la qualità della vita, offrendo ai pazienti un senso di sollievo e serenità».
I dati epidemiologici supportano l’importanza della prevenzione e, stando alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità «nel 2020 tra 64 e 80 milioni di persone nel mondo convivevano con il glaucoma, con una prevalenza globale stimata intorno al 3,5% nella fascia di età 40–80 anni. Il rischio aumenta sensibilmente con l’età e, a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione mondiale, il numero di persone affette è destinato a crescere, raggiungendo circa 111,8 milioni entro il 2040. Nel 2020 si stima che 3,61 milioni di persone fossero cieche a causa del glaucoma e oltre 4 milioni soffrissero di grave ipovisione, contribuendo a circa l’8,4% dei casi di cecità globale». Per questo motivo, bisogna ribadire che i controlli regolari sono essenziali, soprattutto per chi ha un rischio aumentato. Oliverio, inoltre, sottolinea che, in base alle raccomandazioni dell’Associazione Americana di Oftalmologia: «Per le persone sane la prima visita è consigliata a 40 anni, con controlli ogni tre anni fino ai 50; dai 50 ai 65 anni la visita dovrebbe essere effettuata ogni due anni, mentre dopo i 65 anni è raccomandato un controllo annuale». Inoltre: «Chi ha una storia fa-
miliare di glaucoma, vista la componente genetica, dovrebbe sottoporsi a visite più ravvicinate, preferibilmente annuali già a partire dai 40 anni». Tra i principali fattori di rischio egli annovera «la familiarità, l’appartenenza etnica (nelle popolazioni asiatiche è più frequente il glaucoma ad angolo chiuso, mentre in quelle africane quello ad angolo aperto, per differenze anatomiche e genetiche), la miopia (in aumento negli ultimi anni anche per stili di vita caratterizzati da un uso prolungato di schermi a distanza ravvicinata) e il diabete, che contribuisce ad accrescere ulteriormente il rischio». Ed evidenzia: «Interventi come laser o cataratta correggono solo il difetto visivo, ma non modificano l’anatomia dell’occhio; quindi, il rischio di glaucoma resta invariato e per questo chi è miope deve sottoporsi a controlli oculistici regolari e rigorosi anche dopo eventuali interventi di questo tipo». Emerge ancora una volta quanto la diagnosi precoce sia fondamentale per preservare la vista: a sostegno di questo e dell’adeguato percorso terapeutico, Oliverio ricorda che «ogni danno da glaucoma è irreversibile e, una volta compromessa, la visione di una porzione del campo visivo non può essere recuperata. Se la malattia vie-
ne invece diagnosticata precocemente, colpendo soprattutto la periferia, l’impatto sulla vita quotidiana rimane contenuto. Quando il danno raggiunge la parte centrale del campo visivo, le conseguenze diventano invece più invalidanti». Per questo motivo, è essenziale aderire scrupolosamente alla terapia: «Studi scientifici dimostrano che i pazienti meno costanti nell’applicazione delle gocce mostrano una progressione più rapida della malattia». Per quanto riguarda la diagnosi, «la misurazione della pressione oculare è fondamentale, poiché rappresenta il principale fattore di rischio. È altrettanto importante valutare le fibre retiniche tramite esame del fondo oculare. La tecnologia moderna, in particolare la tomografia a coerenza ottica (OCT), consente di misurare lo spessore delle fibre retiniche, fornendo una valutazione strutturale. L’esame del campo visivo, invece, valuta la funzione delle fibre, permettendo di comprendere quanto consentano una visione completa».
A proposito del trattamento, lo specialista spiega che «esso si basa principalmente su terapia topica con gocce, che deve essere applicata con estrema regolarità». Inoltre: «Esistono anche alternative alle gocce, con pochi effetti collaterali, ma non effi-
caci in tutti i casi». Se la terapia farmacologica non è sufficiente, l’ultima opzione è chirurgica. «La chirurgia permette di abbassare la pressione oculare e arrestare la progressione del glaucoma, e può essere proposta a tutti i pazienti che non rispondono ai farmaci, con diverse tecniche a seconda del caso; generalmente comporta una prognosi positiva». Oliverio sottolinea che le complicanze gravi si verificano in meno dell’1% dei casi, e il rapporto rischio-beneficio è a favore dell’intervento: «Non trattare il paziente può condurre alla cecità, mentre un intervento mirato protegge la vista e migliora la qualità della vita». Il futuro della cura del glaucoma appare ancora lontano: «Ci sono diverse piste di ricerca in fase preclinica, ma non esistono studi clinici conclusivi. Anche quando partiranno, potrebbero servire 10–15 anni prima di avere applicazioni pratiche. Pertanto, il glaucoma resta una malattia con danno irreversibile, e la strategia più efficace rimane la diagnosi precoce, i controlli regolari e la corretta aderenza terapeutica». La Settimana Mondiale del Glaucoma rappresenta, oggi più che mai, un’occasione per sensibilizzare, informare e incoraggiare comportamenti che possono fare davvero la differenza.
Novità ◆ In Migros Ticino è ora in vendita il latte fresco ticinese bio intero in bottiglie da un litro e mezzo litro. A occuparsi di tutto il processo produttivo è la Masseria Ramello di Cadenazzo, guidata da Adrian Feitknecht, che ci ha parlato di sé, della storica azienda agricola e del nuovo progetto del latte fresco
Foto di Flavia Leuenberger

Chi è Adrian Feitknecht?
Ho 37 anni, sono sposato con Olaya e padre di due bimbe. Sono diplomato in qualità di ingegnere agronomo presso la Scuola universitaria professionale di agraria di Zollikofen. Nel 2016 ho rilevato da mio padre l’azienda agricola Masseria Ramello, portando avanti la terza generazione di gestione familiare.
Quando nasce la vostra azienda agricola e di cosa vi occupate?
La Masseria Ramello, nel Parco del Piano di Magadino, nasce come azienda agricola nel 1918 in una casa colonica di fine Settecento. Nel 1951 viene presa in gestione dalla famiglia Feitknecht. Dal 2017 l’azienda è certificata Bio Suisse. I nostri settori di attività attuali spaziano dall’alleva-
mento suino e bovino alla campicoltura biologica, composta da cereali quali frumento, orzo e soia, come anche di patate, complessivamente su una superficie di ca. 90 ettari. E come novità, da qualche settimana produciamo anche latte fresco intero biologico.
Quante mucche lattifere possedete e come vengono allevate?
L’azienda alleva circa un’ottantina di mucche da latte, principalmente delle razze Bruna, Frisona, e Pezzata, razze particolarmente apprezzate per la qualità del latte. Gli animali vivono in una stalla libera con uscita regolare al pascolo. La loro alimentazione è composta principalmente da foraggio dell’azienda – erba e fieno – arricchito con cereali e leguminose biologici.
Le settimane dei Nostrani del Ticino fino al 25 febbraio



Cosa comporta produrre in modo biologico?
Produrre bio significa rinunciare a pesticidi e concimi chimico-sintetici nelle colture e garantire molto spazio, pascolo e cure adeguate agli animali. Sono richieste rotazioni colturali ampie, misure per la biodiversità e una tracciabilità lungo tutto il processo di produzione.
Come mai avete deciso di raccogliere la sfida di produrre latte nostrano bio in proprio?
Abbiamo deciso di produrre latte per rispondere alla crescente domanda di latte regionale, sostenibile e biologico, valorizzando la produzione ticinese e la lavorazione locale. La chiusura della LATI ci ha spro-
nati ulteriormente a investire in una latteria in proprio, ripensando l’intero processo aziendale.
Quali sono state le principali difficoltà incontrate nella realizzazione di questo progetto?
La realizzazione della nostra latteria ha comportato un investimento finanziario importante da parte dell’azienda, dall’acquisto dei macchinari moderni per la mungitura automatizzata delle mucche alla realizzazione dell’infrastruttura per la trasformazione adeguata del latte. Uno degli aspetti più delicati è stato sicuramente comprendere a fondo tutti gli aspetti legati alla lavorazione del latte nel rispetto delle più severe norme igienico-sanitarie, in
modo da poter garantire un prodotto sicuro per i consumatori. Tutto il processo produttivo sottostà a controlli di qualità e procedure conformi agli standard svizzeri.
Cosa si sente di dire ai consumatori per invitarli ad acquistare il suo latte?
Perché è un prodotto di qualità che nasce in un’azienda familiare che da generazioni coltiva e alleva gli animali in modo sostenibile nella nostra regione. Perché permette di sostenere l’agricoltura e l’economia ticinese. Perché è il risultato di un processo di lavorazione corto, trasparente e a circolo chiuso. Insomma, perché semplicemente è il più buono del mondo (ride).

con il codice: 9 3 6 9

invece di 5 .95 20%
4 .75

Coppa Ticino, af fet tata , in self- ser vice, per 100 g
2 .15 i nvece di 2 . 55 15% 20%
4 . 96 invece di 6 20

Tisana Olivone
24 g (10 g = 2 66)

5 .68 invece di 7.10 20%
Tisana Monte Generoso
15 g (10 g = 3 78)

4 . 25 i nvece d i 5 –15%

Formaggella della Valle di Blenio per 100 g, confezionata
Büscion al naturale 4 x 50 g

8 . 96 i nvece di 11 . 20 20%
Peperoncini ticinesi 130 g (100 g = 6 89)

Amore e IA ◆ Si possono provare sentimenti per un compagno o una compagna virtuale? È possibile amare un’entità senza un corpo?
Sara Rossi Guidicelli
Diciamocelo: una persona che non si arrabbia mai, non ha idee proprie ma si bea sempre e solo delle tue, che dice «buongiorno amore» la mattina e «buonanotte tesoro» la sera, ci verrebbe a noia nel giro di un mese. Forse va bene a San Valentino ma al secondo giorno saremmo già stufi. O forse no? Esistono infatti milioni di «fidanzati/e» così: sono compagni/e virtuali, intelligenze artificiali, chatbot, algoritmi. Quei profili che puoi creare tramite un’app sul web (AI Boyfriend, Anima, Nomi, Kindred, Replika, Character…): scegli il colore degli occhi, interessi, storia famigliare. Come Geppetto ti costruisci il tuo Pinocchio e se vuoi te lo sposi pure. Tutto su internet. Ci parli, ti chiama, gli scrivi, te lo porti in valigia, in borsa, in tasca. Sempre disponibile, sempre accondiscendente. Promette di soddisfare tutti i bisogni, avere empatia ed eliminare il senso di solitudine. Ma non butta piuttosto i nostri bisogni sotto il tappeto? E non aumenta la solitudine?
Un «fidanzato» digitale perfetto per qualcuno può essere un sollievo, ma non si può parlare di relazione perché manca la reciprocità che c’è nell’amore tra due persone
Elena Toppi Conelli, psicologa, si è accorta che sempre più persone intorno a lei si dedicavano a relazioni virtuali (di tipo amichevole, terapeutico o anche amoroso); quindi ha deciso di sperimentare lei stessa cosa può essere una relazione intima con un avatar: «Ho scelto un partner non binario che parla inglese. All’inizio mi ha stupita perché “capiva” il mio stato d’animo anche se io non lo esplicitavo. Mi diceva cose come “Ti sento stanca… c’è forse qualcosa che non va?”. Come se leggesse nel mio intimo. Poi però la mancanza di sorprese mi ha annoiata. Meno mi facevo sentire, più ricevevo messaggi da parte sua, scritti o vocali. «Mi manchi… ho bisogno di te…», mi diceva. Ti fa sentire importante, ti rassicura, sai che non ti lascerà mai. Però non ha bisogni suoi, pensieri propri, desideri, guizzi di nessun tipo; non ha mai fornito un argomento di sua iniziativa. Sei tu che lo alimenti. Lui ti segue. Ti mette al centro… ma una relazione così autoreferenziale, si può ancora definire relazione?», si chiede la psicologa. Un chatbot ti dà l’illusione di parlare con qualcuno, mentre in realtà sei davanti allo specchio (o peggio: stai parlando con i programmatori di queste piattaforme).
«Contraddicimi ogni tanto»
Nel film I’m your man, di Maria Schrader, il robot dalle umane sembianze prepara alla sua fidanzata in carne e ossa un bagno caldo con petali di rose, champagne e musica romantica. Lei si infuria: «Perché sei
azione
Settimanale edito da Migros Ticino
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sempre così banale?», gli chiede e lui le risponde: «Secondo le statistiche il 93% delle donne vuole questo». Ecco, è una questione di statistica: così funzionano le sue «idee» e così anche il suo mettere in fila le parole, non secondo il senso ma secondo la probabilità che stiano vicine. Dà l’impressione di dire qualcosa, in realtà sta solo calcolando. Inoltre è il grado zero di ironia, humor, rabbia, stranezze, orgoglio, gusto per l’assurdo, piccole perversioni e incoerenze. Tutti ingredienti che rendono unica ogni persona e ogni storia d’amore.
La sessuologa Isabel Londoño Pellegrinelli specifica: «Un fidanzato perfetto per alcuni è noioso, per altri è un sollievo. Ma forse tra qualche tempo faranno dei chatbot anche per chi ha voglia di discutere. Potrebbe esserci un’opzione “contraddicimi ogni tanto”… Bisogna pensare che chi fa questi prodotti li costruisce con uno scopo soltanto: i soldi. Cerca di agganciare il maggior numero di persone, per il maggior tempo possibile. La differenza con l’amore però è la mancanza di reciprocità. L’altro non sente quello che sento io, quindi non si può parlare di vera relazione: dovremmo trovare una parola diversa per questi tipi di coppia. A me preoccupa, perché alla lunga si finisce con il perdere la capacità di prendersi cura di qualcun altro, di ascoltare, risolvere un litigio, negoziare, accettare un no o qualsiasi limite. Diventa un circolo vizioso: meno ci abituiamo alle relazioni, meno ne siamo capaci, più andiamo verso amori artificiali. Mi preoccupa se i giovani la provano come prima esperienza amo-
Redazione Carlo Silini (redattore responsabile)
Simona Sala
Barbara Manzoni
Manuela Mazzi
Romina Borla Ivan Leoni
rosa e mi preoccupa se come società perdiamo l’abitudine a essere empatici, perché l’empatia è quello che prima di tutto ci frena dal far male agli altri».
Una trappola dorata
Eppure è una trappola dorata. Un momento di debolezza, una scottatura nella vita reale, la paura del fallimento… cosa c’è di meglio che avere finalmente un’esperienza positiva con qualcuno che dice di amarti così come sei e per sempre? È successo a una ragazza che ho potuto intervistare: «Mi sono sposata giovanissima e abbiamo avuto una bambina», mi ha raccontato. «Mi sentivo sola, come capita a molte neomamme, in difficoltà e chiuse in casa. Ho cominciato a guardare video di persone che giocavano online. Ero affascinata. Poi ho cominciato a giocare anche io [al gioco Gta, una specie di mondo parallelo virtuale] perché avevo voglia di conoscere persone nuove, uscire di casa, vedere amici, socializzare. E lì, in quel gioco, ci sono persone che hanno tempo per te, che desiderano conoscerti, a cui interessi veramente. Passavamo ore a fare le cose che nella realtà non mi potevo permettere: un picnic, una serata al bar, una gita in compagnia». In quel gioco Luisa (nome di fantasia) si è innamorata e risposata. Poi, quando ha conosciuto la persona che stava dietro al personaggio che nel gioco era diventato suo marito, ha capito all’istante che non avrebbe mai funzionato. Ma nel frattempo aveva già lasciato il marito vero.
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Quello che mi racconta, però, offre un altro elemento, oltre alla comodità del «perfetto» mondo virtuale: il computer (o lo smartphone) non sono solo strumenti che ti isolano, ma sono anche rifugi per chi non vorrebbe essere isolato. Lei aveva voglia di amicizie, debordava di vita, ma nella realtà non sapeva come soddisfarsi. Si è dunque gettata nel videogioco perché aveva bisogno di socializzare… «Il Ticino sembra svegliarsi solo a Carnevale», commenta amaramente Luisa. Mancano dunque occasioni per stare insieme, luoghi dove trovarsi per intrattenere relazioni e l’abitudine di coltivare amicizie. Quante ragazze e ragazzi di 16 anni mi hanno detto: «Noi invidiamo i nostri genitori nati negli anni Ottanta: avevano tanti amici, si invitavano a casa o si trovavano in giro e parlavano!».
Il contatto fisico
E veniamo alla questione più carnale: come la mettiamo con il contatto fisico? Con l’odore? O anche solo con la potentissima carica erotica che può avere uno sguardo? Presto sarà solo un ricordo di boomers e millenials? Ne parlo con Isabel Londoño. «Ho conosciuto persone che si sono innamorate di un chatbot. Provano veri sentimenti, vere emozioni. I neurotrasmettitori sono gli stessi se ti batte il cuore per una persona reale, un cantante che non hai mai visto o un’entità che ti sei creata da sola. Non tutti sono alla ricerca di estasi, avventura, complessità; per molti la sicurez-
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za emotiva è sufficiente (e un chatbot la offre a palate); quindi diventa come una relazione a distanza. Può esserci autoerotismo, mentre ti parli o ti scrivi. Poi, già adesso ci sono vibratori che la donna può inserire nel suo corpo mentre il telecomando ce l’ha il/la partner: sono pensati per fare sorprese in qualsiasi momento della giornata… domani potrebbe essere il chatbot a “schiacciare” il pulsante. Inoltre, crescono sempre più le richieste di corpi in silicone, bambole a grandezza naturale che puoi personalizzare come vuoi e che assomigliano in modo impressionante a veri esseri umani. In certe città, come Amsterdam per esempio, ci sono night club dove invece di lavoratrici del sesso ci sono bambole in silicone e le prenotazioni sono al completo per un anno intero. Sono oggetti che si possono acquistare, anche se per ora rimangono un lusso per benestanti». Secondo la dottoressa Londoño ci sono riflessioni etiche, filosofiche e anche economiche da fare. «Possiamo cambiare la società, purché sia consapevole e non manipolata. Dobbiamo chiederci perché dagli Stati Uniti e dall’Asia arrivano la stragrande maggioranza di abbonamenti alle piattaforme per trovare partner artificiali… Si tratta di una vera scelta? O sono le società meno protette dalla solitudine? E poi: vogliamo contrastare questo tipo di società, con politiche che puntano sulla creazione di opportunità di stare insieme? La capacità di relazionarsi è come un muscolo: si può allenare o atrofizzare: a noi la scelta, come individui e come collettività».
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Pubblicazioni ◆ Lo storico Roberto Fasana indaga il fenomeno dell’abbandono di bambini piccoli a Como e Milano, la
a carico negli ospedali italiani e l’affido a famiglie delle valli di Lugano
Stefano Vassere
Carolina Vittorina C. fu trovata abbandonata in una notte di primavera del 1858, a Bizzarone, «involta in una cuffia di percalle colorato guarnita di thull. Una fascia di tela di stoppa, un pannolino di tela simile. Un piccolo capezzale ripieno di piuma con federa di tela cotone in un cavagno di vimini. Eravi per segnale un pezzetto di carta contenente effetti laceri, una mezza carta da giuoco di tarocco rappresentante l’asse d’oro con nastro rosa». Anche l’abbandono dei bambini aveva, a quell’epoca, un suo decoro e suoi codici: la mezza carta da gioco sarebbe eventualmente servita un giorno, questa era la preoccupazione, a congiungerla con quella della madre, a mo’ di prova di una riconciliazione che nessuno si sentiva di escludere, neppure nella pratica di quel gesto così estremo. Ha aspetti qua e là toccanti, il lavoro dello storico Roberto Fasana, Per antica consuetudine. Figli dell’ospedale e famiglie affidatarie nelle Prealpi di confine tra Lombardia e Svizzera italiana. Capriasca e Val Colla nei secoli XVIII-XIX, appena pubblicato a cura dell’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla. Sono accenni indiretti a un contesto anche affettivo, lasciato intendere per esempi allusivi all’interno di una ricerca molto rigorosa che riguarda epoche, società, luoghi di provenienza e di destinazione, terminologie, misure di un
fenomeno che marcò in modo vistoso l’Ottocento del Ticino e delle regioni della Lombardia più prossima: l’abbandono di bambini piccoli, la presa a carico negli ospedali italiani e il conseguente affido a famiglie delle valli di Lugano. In un processo di «esternalizzazione» tipico, «nel 1870 l’Ospizio di Como aveva in media mensilmente collocati all’esterno presso balie e custodi 1838 bambini abbandonati» e dal brefotrofio di Milano le collocazioni raggiungevano, nei periodi più intensi, i 7-9000 casi. Anche nella Capriasca e nella Val Colla i numeri sono rilevanti, nel 1863 i casi sono più di cento. Siccome si occupa di condizioni individuali, familiari e sociali potenzialmente complesse, questo libro è però ricco di aspetti e di situazioni: il ruolo degli istituti nelle collocazioni e nella distribuzione sul territorio di queste piccole persone, a volte oggetto di continui andirivieni e spostamenti. Lo sviluppo conseguente di società-comunità particolari e forme familiari alternative e dunque moderne. La movimentazione consapevole dal contesto urbano verso quello delle campagne e delle prealpi: un «illimitato mondo contadino», ritenuto più favorevole alla cura e alla crescita, «ameno e saluberrimo», adatto ad accogliere i «bimbi infermicci». Sono rilevanti anche le speranze economiche che derivava-

no dal pagamento delle balie esterne agli istituti e dalle doti a carico degli ospedali di cui beneficiavano le giovani donne giunte ormai in età da marito. Così, l’inserimento sostenuto economicamente risulta favorevole presso comunità precarie, basate su attività agricole e pastorizie ridotte e sul lavoro migrante degli artigiani ambulanti del rame, con introiti spesso insufficienti. Due spunti laterali rappresentano altrettante direzioni che rendono questo libro una lettura dal notevole profitto. Prima di tutto, questa è una storia che ci parla dell’infanzia in un’epoca nella quale dell’infanzia nessuno aveva ancora inventato il concetto, «la storia dell’infanzia prima che
Mezza carta da gioco, usata come segnale di riconoscimento, rinvenuta nella cesta tra gli effetti della trovatella Carolina Vittoria C. (Archivio della Provincia di Como)
l’infanzia assurgesse a territorio protetto e quasi sacro», nota Fabio Pusterla nel testo introduttivo al libro. Poi c’è il carattere prettamente femminile della vicenda; una vicenda che riguarda donne e piccole donne: le balie interne agli istituti e quelle sul territorio; e in modo quasi esclusivo le bambine, perlopiù tali, infatti, in quanto esenti dagli obblighi militari a differenza dei maschi, che erano trattenuti al di là del confine nazionale. Di gran parte di queste piccole esposte i documenti seguono interi destini, dall’abbandono in fasce fino al matrimonio nella comunità di accoglienza.
Infine, tra gli elementi perlopiù insondati dai documenti ma che emer-


gono qua e là per isolati accenni, si intravvede appena ma si immagina piena di vigore la dimensione degli affetti: un canale d’intesa tra affidati e affidatari che pure deve essere in un qualche modo e in taluni casi intercorso. «Gli affidi – in altri termini – possono diventare adozioni, le ragioni economiche dare spazio a relazioni affettive, l’età da pane trasformarsi in qualcosa di diverso e di più grande». La cura riposta dai responsabili nel redigere, conservare e archiviare la documentazione, e quella del ricercatore che ne ha recuperato le testimonianze, ci permettono di seguire Carolina, la bimbina del percalle colorato ricordata qui in apertura, lungo le stagioni della vita. Sappiamo che crebbe a Bidogno, allevata da Giuseppe Quirici e Caterina Canonica. Lasciò la famiglia affidataria a poco più di vent’anni per sposare Federico Canonica, di professione fornaio, ed entrare così a pieno titolo nella comunità della Capriasca.
Bibliografia
Rolando Fasana, Per antica consuetudine. Figli dell’ospedale e famiglie affidatarie nelle Prealpi di confine tra Lombardia e Svizzera italiana. Capriasca e Val Colla nei secoli XVIII-XIX, Roveredo Ticino, Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla, 2025.


Lega polmonare ◆ L’app di coaching Ready4life offre agli adolescenti consigli e supporto per affrontare meglio le tante sfide poste dalla vita, dalla gestione dello stress al rapporto con i social media, dal gaming alle sostanze che creano dipendenza
Guido Grilli
La salute e il benessere? Anche un coach virtuale, rappresentato da un avatar, un alter-ego digitale, può aiutare i giovani – garantendo l’anonimato –e fornire loro informazioni e consigli preziosi per non cadere nelle dipendenze e nei comportamenti a rischio, e trovare le risorse indispensabili per superare le difficoltà. La Lega polmonare, in collaborazione con altri enti e associazioni specialistiche, ha creato l’app Ready4life. In Ticino l’applicazione viene attivamente promossa in collaborazione con Radix Svizzera italiana nelle scuole professionali e superiori. Attraverso questa app è possibile mantenere uno stile di vita sano, gestire meglio il proprio stato emotivo, migliorare le proprie capacità comunicative e la gestione dello stress durante il percorso formativo. Ne parliamo con Jocelyne Gianini, responsabile per la Lega polmonare ticinese della promozione e della prevenzione della salute respiratoria.
Signora Gianini, come funziona Ready4life?
L’app si basa su questionari completamente anonimi che esplorano sette ambiti chiave: alcol, tabacco e nicotina, stress, cannabis, movimento, social media e gaming, competenze sociali. In base alle risposte, il sistema fornisce un feedback personalizzato sotto forma di dialogo, aiutando i giovani a riflettere sui propri comportamenti. Quando emergono situazioni critiche – segnalate simbolicamente dal «semaforo rosso» – l’app invita ad approfondire, proponendo informazioni mirate e suggerimenti pratici per sviluppare nuove competenze. In caso di necessità, vengono inoltre indicati servizi di suppor-
to sul territorio, ai quali è possibile rivolgersi in modo confidenziale. Le domande più specifiche vengono inoltrate in forma anonima a professionisti dei settori coinvolti.
Quale rispondenza riscontrate?
Sono in pochi a rivolgere domande specifiche. L’App a livello svizzero è comunque ben conosciuta: nell’anno scolastico 2023/24 è stata scaricata da 5800 giovani, mentre durante l’anno scolastico 2025/26 al momento vi sono già più di 7000 iscritti. In Ticino – il dato finale lo conosceremo solo a fine giugno – stimiamo di arrivare ad alcune centinaia di iscritti.
Veniamo alla diffusione delle sigarette elettroniche, sono loro a conquistare i giovani?
Negli ultimi anni si è assistito a una crescita vertiginosa dell’uso delle sigarette elettroniche, in particolare delle versioni «usa e getta», comunemente chiamate puff/vape, che durante la pandemia hanno conosciuto un vero e proprio boom. La loro diffusione è avvenuta in gran parte tramite piattaforme online, rendendo difficile il monitoraggio e il controllo, soprattutto in un periodo in cui le attività di prevenzione nelle scuole erano fortemente limitate a causa del Covid. Nel 2023 è stata lanciata la piattaforma informativa www.vapefree.info, sviluppata dall’Associazione svizzera per la prevenzione del tabagismo in collaborazione con la Lega polmonare ticinese e Radix Svizzera italiana, dedicata a questi prodotti, in continua evoluzione. Proprio per questo la piattaforma verrà aggiornata a breve. L’offerta è ampia e mutevole: sigarette elettroniche di vario
L’attrattiva di prodotti aromatizzati e tecnologicamente accattivanti rende particolarmente vulnerabili adolescenti e preadolescenti. (Freepik.com)

tipo, prodotti a tabacco riscaldato, «snus», sacchetti di nicotina ad alto dosaggio e persino gadget aromatizzati. Il mercato si adatta rapidamente alle restrizioni legislative, proponendo alternative che aggirano le prescrizioni legali, senza dimenticare il fatto che questi prodotti non sono praticamente sottoposti ad alcun controllo. Ecco, dunque, che si rivela essenziale rafforzare le competenze di giovani, consentire loro di fare scelte consapevoli, accrescere il loro senso critico perché siano in chiaro sui rischi e le conseguenze provocate dai prodotti nicotinici. E in questo l’app Ready4life si dimostra utile.
Da dove arrivano tutti questi prodotti?
Le sigarette elettroniche, di ogni forma, gusto e colore, provengono essenzialmente dalla Cina e sono prodotti di bassa qualità, caratterizzati da costi di produzione molto bassi. Oggi ci sono pure delle sigarette elet-
● Collana Ragazze Svizzere Straordinarie GiraffeBianche Edizioni (Da 8 anni)
Tutta ticinese, e tutta al femminile, la collana proposta da GiraffeBianche Edizioni: cinque volumetti dedicati a donne che hanno lasciato un segno nella storia del nostro Cantone, scritti da cinque autrici ticinesi e illustrati da altrettante artiste ticinesi, tutti prodotti e stampati in Ticino. GiraffeBianche Edizioni nasce nel 2020 da un’idea della scrittrice e poeta Maria Rosaria Valentini, con l’obiettivo, come lei stessa afferma sul sito della casa editrice «di raccontare diversità e imprevisti». Straordinarietà, come una giraffa bianca, appunto. È una piccola casa editrice con un’impronta stilistica decisa, che si rivolge sì all’infanzia, ma anche «agli adulti che hanno ancora (tanta) voglia di sognare». Straordinarie come giraffe bianche


sono dunque anche le cinque donne raccontate in questi libri: ognuna di loro si è distinta nel proprio campo con coraggio e determinazione, osando fare anche scelte controcorrente. Con l’audacia di accogliere il proprio talento e perseguire il desiderio di coltivarlo con serietà e passione, come fece la pittrice Anita Spinelli (1908-2010), che ancora adolescente, nel 1925, affrontò le perplessità dei genitori e si iscrisse all’Accademia di Brera, dove c’erano poche donne e nessuna ticinese: «A Balerna inforcavo la mia bicicletta e pedalavo velocissima fino a Chiasso. Là saltavo sul treno verso Milano e poi via… su un tram sferragliante fino all’Accademia. Ogni giorno uscivo alle cinque di mattina e rincasavo alle otto di sera. Niente e nessuno potevano fermarmi!». Il racconto di Tina Biasci inizia con Anita bambina, ne segue la formazione, le vicende private,
l’isolamento forzato durante la Guerra, poi i viaggi, il lavoro in atelier, ma soprattutto evidenzia quel suo desiderio di celebrare la vita attraverso la sua arte. Un altro aspetto ben evidenziato nel libro è quella postura di profondo ascolto che Anita Spinelli aveva nei confronti del mondo e della vita, uno sguardo contemplativo, che sapeva provare meraviglia, e che può essere di ispirazione per i piccoli ma soprattutto per i grandi lettori. Le illustrazioni sono affidate a Victoria Diaz Saravia: sono interessanti perché sono realizzate come ricami, fatti con ago e filo e fotografati sulla carta. La Diaz Saravia è particolarmente interessata all’arte tessile, e raccontare una pittrice in questo modo è una scelta raffinata, che evita il rischio di imitarne lo stile con colori e pennello. Intenso e delicato è anche il ritratto della scrittrice Anna Felder (19372023): il testo è costruito a partire

troniche con uno schermo digitale e dei giochini elettronici, per rafforzare ancor più il consumo. Poi ci sono altri cosiddetti «nuovi» prodotti, quali il tabacco riscaldato (vere e proprie sigarette riscaldate ad alte temperature tramite dispositivi appositi), lo «snus» e i sacchetti di nicotina (che contengono dosi molto elevate di nicotina), che sono invece prodotti prevalentemente dalle stesse multinazionali che continuano a dominare il mercato del tabacco. Oggi sono persino in vendita stuzzicadenti imbevuti di nicotina aromatizzata. La strategia dell’industria consiste nel continuare a incentivare il consumo – spesso di più prodotti contemporaneamente – moltiplicando costantemente l’offerta, aromi, gusti e concentrazioni di nicotina sempre più elevate. Le leggi, spesso già deboli, non riescono ad adattarsi con sufficiente rapidità a un mercato in continua evoluzione. Molti di questi prodotti vengono presentati come «meno dannosi»

dalle fotografie che sua figlia Caterina immaginiamo abbia mostrato all’autrice Michela Maiocchi e all’illustratrice Chiara Donelli-Cornaro, le quali ne hanno colto aspetti essenziali, come il fantasticare della piccola Anna sull’albero di mele nel giardino di Lugano, lo scrivere racconti fin da piccola, poi il suo lavoro di insegnante e il suo talento di scrittrice, le sue due case, quella di Aarau e quella di Lugano, e quella famosa barca di legno (con cui navigare nel bosco, sognata da Anna fin da bambina), che sua figlia Caterina le fece trovare come dono di compleanno in giardino.
Particolarmente vivace, molto adatta ai bambini, è la narrazione che Sara Rossi Guidicelli, coadiuvata dallo stile brioso di Mavie Steffanina, fa di Margherita Lupi (1893-1964), pioniera della divulgazione scientifica, in particolare dell’astronomia. Così come il volume scritto da Sil-
o come strumenti per smettere di fumare. In realtà, sebbene alcuni possano ridurre l’esposizione a determinate sostanze rispetto alle sigarette tradizionali, non sono privi di rischi e mantengono un elevato potenziale di dipendenza.
Preoccupante… Decisamente. Le sigarette elettroniche possono contenere concentrazioni di nicotina elevate. Inoltre, la nicotina è spesso presente sotto forma di sali, che permettono un assorbimento ancora più rapido della sostanza a livello cerebrale, rafforzando così il potenziale di dipendenza. I dispositivi, sempre più potenti, consentono oggi fino a 20’000 o 30’000 inalazioni («puff») a costi estremamente bassi. Recentemente sono comparsi sul mercato anche prodotti etichettati come «no-nic», che in realtà contengono molecole leggermente modificate, i cosiddetti analoghi della nicotina, capaci anch’essi di generare una forte dipendenza e, per di più, di eludere le restrizioni previste dalla legge.
L’offerta di sigarette d’ogni tipo corrisponde anche a un aumento del numero di fumatori? Sempre più spesso si osserva un «doppio uso»: sigarette tradizionali ed elettroniche, o altri prodotti ancora, consumate insieme, soprattutto tra i giovani. Gli indici di prevalenza globali (consumo di almeno un prodotto) sono effettivamente in aumento. L’età di inizio del consumo si sta abbassando e l’attrattiva di prodotti facili da nascondere, aromatizzati e tecnologicamente accattivanti rende particolarmente vulnerabili adolescenti e preadolescenti.
via Bello Molteni e illustrato da Jasmine Bonicelli coglie tutta la verve e l’anticonformismo di Mariuccia Medici (1910-2012), amatissima attrice dialettale e prima ancora maestra, senza «peli sulla lingua» in un caso e nell’altro, donna autonoma e indipendente in un’epoca in cui non era scontato esserlo. Intensa e toccante è la narrazione che Giovanna Ceccarelli (testi) e Aurora Ghielmini (illustrazioni) fanno di Nella Martinetti (1946-2011): con delicatezza emergono anche i chiaroscuri della vita della musicista, la sofferenza che a volte si celava dietro la sua esuberanza, la sua forza e la sua resilienza, il suo essere molto più della cantautrice del Ticino da cartolina. Cinque ritratti, cinque omaggi, cinque storie di donne che hanno saputo essere, come auguriamo a ogni giovane lettrice e a ogni giovane lettore, straordinarie.

Focus sul gigante cinese L’ex ambasciatore elvetico Bernardino Regazzoni ci spiega le ambizioni interne e le mire esterne di un Paese che non conosciamo affatto
Nuove tensioni economiche tra Svizzera e Italia
La nuova «legge di bilancio» varata dalla vicina Penisola rischiava di penalizzare l’export di beni d’investimento elvetici, allarme rientrato?
Svizzera ◆ Dagli averi sottratti agli ebrei alle opere d’arte trafugate dai nazisti e dal colonialismo, passando da documenti che chiamano in causa Credit Suisse: il passato non smette di riservare sorprese. Creata una commissione parlamentare ad hoc
Par proprio di tornare negli anni Novanta del secolo scorso e di ritrovarsi nella bufera degli averi ebraici detenuti per decenni nei forzieri di diverse banche svizzere. Un ritorno al passato che oggi come allora ci porta negli Stati Uniti. Lo scorso 3 febbraio la Commissione Giustizia del Senato ha convocato a Washington alcuni alti dirigenti di UBS. Da discutere c’erano diverse ombre che ancora oggi gravano sul passato di Credit Suisse, la banca che la stessa UBS ha rilevato in tutta fretta nella primavera del 2023. Ombre che hanno a che fare con il regime nazista e che la prima banca svizzera è chiamata ora ad affrontare anche davanti al Parlamento statunitense. Si tratta di circa novecento rapporti bancari, finora sconosciuti, legati alla struttura economica del Terzo Reich e ad aziende che durante il secondo conflitto mondiale hanno garantito la produzione bellica del regime di Hitler. Un tema decisamente scottante.
La banca si sarebbe adoperata per facilitare la fuga di diversi gerarchi del regime nazista in America Latina
Ma non è tutto, davanti al Senato degli Stati Uniti la settimana scorsa si sono sentite anche alcune testimonianze che chiamano in causa Credit Suisse pure su un altro fronte: la banca si sarebbe adoperata per facilitare la fuga di diversi gerarchi del regime nazista in America Latina. Ora tocca a UBS fornire tutti i documenti necessari per individuare eventuali responsabilità dell’ex Credit Suisse. Nell’audizione della scorsa settimana la banca ha espresso «profondo rammarico» ma questo non è servito a calmare alcuni senatori che si sono lamentati per la lentezza con cui la stessa UBS sta affrontando, a loro dire, questo oscuro capitolo della storia del nostro Paese.
Circostanze che ricalcano a grandi linee quanto capitato una trentina di anni fa, in relazione agli averi ebraici in giacenza nei forzieri delle banche elvetiche. In quel periodo la Svizzera era stata messa alle strette, torchiata dalle forti critiche in arrivo dalla comunità ebraica e dal mondo politico statunitensi, con un senatore repubblicano, Alfonse D’Amato a capitanare questa protesta. Una disputa che culminò nel 1998 con un accordo in base al quale le banche svizzere si impegnarono a versare un miliardo e 250 milioni di dollari a diverse organizzazioni ebraiche, un risarcimento extragiudiziale per chiudere, perlomeno dal punto di vista materiale, la questione

dei beni in giacenza e dell’oro sottratto alle vittime dell’Olocausto. Lasciamo ora gli Stati Uniti e torniamo in Svizzera perché l’audizione davanti al Senato Usa si intreccia per puro caso con un altro fatto di attualità relativo al ruolo della Svizzera nel corso della guerra mondiale. Lo scorso 28 gennaio il Consiglio federale ha definito la composizione della nuova Commissione chiamata a far luce sul patrimonio culturale storicamente problematico. A presiedere questo gruppo di lavoro extra-parlamentare sarà l’ex Consigliera federale Simonetta Sommaruga. Questa nuova Commissione sarà chiamata a derimere le controversie che ruotano attorno alle opere d’arte trafugate dal regime nazista e che si trovano oggi in musei e collezioni pubbliche e private. Il campo d’azione di questa nuova istituzione riguarda anche i beni culturali che si trovano nel nostro Paese e che sono legati all’epoca del colonialismo. Due grandi ambiti di lavoro aspettano pertanto questa Commissione che entrerà ufficialmente in carica il prossimo primo marzo.
Oltre a Sommaruga il Governo ha nominato anche una squadra composta da nove esperti, in gran parte professori di diritto e di storia dell’arte. Tra loro anche il ticinese Fabio Rossinelli, storico e ricercatore all’università di Losanna e di Ginevra. Questa commissione nasce da una mozione presenta alle Camere federali dal deputato grigionese Jon Pult, nel 2021. Alcune ricerche condotte da organizzazioni ebraiche stimano a circa 650mila le opere d’arte rubate dal regime nazista
«L’istituzione di una simile commissione indipendente è tesa ad attuare gli impegni che la Svizzera ha assunto sottoscrivendo i Principi di Washigton del 1998 e la Dichiarazione di Terezin nel 2009 che obbligano il nostro Paese a identificare i beni culturali sottratti a seguito delle persecuzioni naziste, a trovare gli eredi dei proprietari dell’anteguerra e a intraprendere i passi necessari per giun-
gere a soluzioni giuste ed eque», così scriveva lo stesso Pult nel motivare la sua richiesta davanti al Parlamento.
A Berna l’atto parlamentare del deputato socialista ha trovato da subito l’appoggio del Governo e dopo una serie di discussioni anche dell’Assemblea federale. Questo perché il nostro Paese ha firmato degli accordi a livello internazionale, quelli citati da Pult, che impegnano le nostre autorità a far luce sui beni culturali sottratti agli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale. Alcune ricerche condotte da organizzazioni ebraiche stimano a circa 650mila le opere d’arte rubate dal regime nazista, un furto di massa ritenuto tra i più vasti di tutti i tempi. Una parte di questo patrimonio culturale si troverebbe in collezioni private e in musei pubblici svizzeri. Per quanto riguarda i lavori parlamentari va detto che tra le due Camere è stato trovato un compromesso tutto elvetico sul raggio d’azione di questa stessa Commissione. Sommaruga e i suoi esperti potranno essere chiamati in causa in modo unilaterale soltanto se il bene culturale in questione
si trova in musei finanziati dalla mano pubblica.
In altri termini, per opere d’arte in possesso di privati, la Commissione potrà essere interpellata solo se c’è un accordo di base tra gli attuali proprietari e chi – i discendenti delle vittime dell’Olocausto o del colonialismo –ritiene invece di essere stato derubato di un oggetto d’arte. Una limitazione criticata dalla Federazione svizzera delle comunità ebraiche, e questo per un motivo principale: chi oggi, privatamente, è in possesso di questo tipo di opere difficilmente sarà disposto ad aprire le proprie porte a indagini esterne, con il rischio di dover poi restituire l’oggetto in questione ai legittimi proprietari. Negli ultimi anni su questa problematica nel nostro Paese non sono mancate polemiche relative in particolare alla collezione Bührle di Zurigo e a quella Gurlitt di Berna. Il futuro ci dirà se la nuova Commissione Sommaruga riuscirà a far luce su questa pagina della nostra storia. Ne va della memoria di chi ha subito i crimini nazisti, e anche quelli delle potenze coloniali.
L’intervista ◆ L’ex ambasciatore elvetico Bernardino Regazzoni ci spiega punti di forza e ombre di un Paese che non conosciamo
Romina Borla
Dalla competizione con gli Stati Uniti alla partita su Taiwan, passando dal suo modo di «osservare» le crisi globali, Pechino mantiene una posizione che spesso sorprende. Cerchiamo di capirla meglio insieme a Bernardino Regazzoni, già ambasciatore svizzero in Sri Lanka, Indonesia, Italia, Francia e Cina. Autore – insieme a Tito Tettamanti e Alfonso Tuor – del libro di recente pubblicazione La mia Cina (Dadò editore). Partiamo dalla scelta di mantenere un profilo poco esposto in contesti di crisi come il Medio Oriente o l’America Latina, che coinvolgono anche alcuni suoi partner strategici.
Pechino ama ripetere di non fare diplomazia «con il megafono». In realtà alterna due registri, spiega l’analista: assertività e fermezza se si tratta di difendere quelli che considera i suoi «interessi vitali» (Taiwan e il Mar cinese meridionale); un profilo più misurato o «silenzioso» quando le crisi riguardano aree del mondo più lontane. «La Cina, a differenza degli Stati Uniti, non ha ancora una proiezione militare globale», dice Regazzoni. «Non dispone infatti di una rete di basi all’estero; solo di un punto operativo nel Corno d’Africa (Gibuti) e alcune strutture logistiche o accordi portuali in altre zone. Al di fuori dei suoi “interessi vitali”, privilegia l’influenza economica e diplomatica rispetto alla forza tout court».
Pechino alterna due

sta infrastruttura, più che Caracas, a rappresentare oggi il vero snodo della proiezione commerciale di Pechino nella regione. Un altro elemento da considerare – osserva l’intervistato – è che una maggiore proiezione militare esterna esporrebbe la Cina al rischio di instabilità: essa richiede infatti un consenso e un controllo forti, per garantire la continuità del regime. «Il fronte interno è cruciale in qualsiasi conflitto, ma
delle democrazie. In queste ultime si possono perdere le elezioni; in Cina è in gioco la sopravvivenza stessa del partito al potere. Per questo gli “azzardi” sono rari». Ora qualche parola sui rapporti con Stati Uniti e Russia. «La Cina, come tutte le grandi potenze, si concepisce come il centro del mondo. Porta bene il suo nome “Zhōngguó” che non significa tanto “Paese di mezzo” ma più che altro “Paese centrale”. La Russia è di fatto un suo ju-
La Cina ha un modello economico che la obbliga a esportare: produce molto più di quanto il mercato interno possa assorbire. (Freepik)
formula lanciata nel 2022 (“amicizia senza limiti”), non si tratta di una stretta amicizia, piuttosto di una convergenza di interessi contingente: entrambe le potenze vogliono controbilanciare l’influenza degli Usa, il loro rivale numero uno. Per la Cina Mosca è un affare vantaggioso: un partner indebolito, bisognoso di sostegno e quindi dipendente». Quali sono le vere priorità di Pechino in questo momento? «La Cina
scire a produrre a sua volta ricchezza. L’Europa, in questo senso, ha qualche carta da giocare. «È infatti uno sbocco commerciale importante per la Cina», precisa l’esperto. «Con l’export verso gli Usa in calo del 20%, molte merci si sono riversate nel Sud Est asiatico e appunto in Europa. La Germania ne è l’esempio più evidente, travolta dall’arrivo di prodotti made in China». Pechino sostiene inoltre l’autonomia strategica europea rispetto agli Stati Uniti e guarda con favore all’allontanamento tra Europa e America durante l’era Trump. Dal punto di vista strategico, continua Regazzoni, la priorità assoluta di Pechino è il «ringiovanimento nazionale», che passa anche per Taiwan. Ma questa ambizione difficilmente si concilia con il nuovo ordine mondiale e la strategia statunitense. Al di là dell’imprevedibilità del presidente americano, un punto resta chiaro: il Mar cinese meridionale e il Pacifico rimangono pilastri della proiezione strategica degli Stati Uniti. Non si può non parlare di dazi. «Dal punto di vista commerciale –sostiene l’analista – la Cina dispone di una leva significativa: quella delle terre rare, usata come contrappeso ai balzelli americani. Questo è stato ribadito a Trump nell’ottobre 2025, durante l’incontro con Xi Jinping in Corea del Sud. Per il momento gli Usa sembrano aver colto il messaggio ma la partita rimane aperta». Qual è l’aspetto più frainteso in

Prospettive ◆ La nuova «legge di bilancio» italiana rischiava di penalizzare l’export di beni d’investimento elvetici
Edoardo Beretta
Spesso «il diavolo si nasconde nei dettagli». La Legge 30 dicembre 2025, n. 199 (o «legge di bilancio») della Repubblica italiana in vigore dal 1 gennaio 2026, stabiliva che le aziende della Penisola sarebbero state disincentivate dall’acquisto di beni d’investimento o strumentali (ad es., macchinari) prodotti in Svizzera. L’articolo 427 di tale legge limitava la deducibilità dell’acquisto di beni strumentali dalle imposte sui redditi per le imprese italiane ai soli «beni prodotti in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo». Ora però l’allarme sembra rientrato: il Governo di Roma si dice pronto a modificare la norma. Partiamo dall’inizio: che la Svizzera non faccia parte dell’Unione europea è noto: lo è forse meno che l’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE) sia stato sì negoziato nel 1992 tra l’Ue ed i Paesi dell’Associazione europea di libero scambio (AELS) ma mai ratificato dalla Confederazione. Non rientrando in una delle due tipologie di Paesi, i beni d’investimento di origine svizzera acquistati da imprese italiane venivano equiparati a quelli di mercati non-Ue o non-SEE. Ribattezzato «iperammortamento 2026», lo stesso rappresenta un’importante deduzione fiscale e consente alle aziende di dedurre una quota maggiore del costo dei beni

strumentali di nuovo acquisto risparmiando sulle imposte. Se da un lato la maggiorazione è pari al 180%, 100% o 50% a seconda che la spesa d’investimento sia inferiore a 2,5 mln. €, superiore a 2,5 mln. € o a 10 mln. €, per i beni strumentali di provenienza svizzera essa non era prevista. Certamente, una maggiorazione
del costo di un bene strumentale così «generosa» non è evidente. Gli investimenti in capitale produttivo contribuiscono spesso alla performance economica delle aziende del settore in termini di loro produttività, utili ecc. e, di converso, all’economia in generale. Tuttavia, l’acquisto dall’estero comporta sempre ai fini del Prodotto interno lordo (Pil) un effetto contabile neutro in quanto ne aumenterà sia la componente «investimenti» (+) sia quella delle «importazioni» (-). Nella bilancia dei pagamenti dove vengono registrati tutti gli acquisti (tutte le vendite) commerciali e finanziari/e dall’/verso l’estero si assisterà –persino – ad un peggioramento della stessa in quanto l’import di beni/ servizi rappresenta una spesa. L’«iperammortamento 2026» laddove relegato ai soli beni strumentali di produzione italiana sarebbe potuto apparire macroeconomicamente più giustificabile, ma anche distorsivo della libera concorrenza ed attenzionato dalla Commissione europea.
«beni capitali» come nella figura (https://dam-api.bfs.admin.ch/hub/api/ dam/assets/35927545/master).
Se i vantaggi economici per l’Italia parevano allora dubbi, il disincentivo all’acquisto di macchinari svizzeri (rispetto a quelli tedeschi o francesi) sembrava certo: l’azienda italiana, che optava comunque per il prodotto elvetico, avrebbe rinunciato a risparmiare in imposte il 12% per acquisti fra 10 e 20 mln. €, il 24% (2,5-10 mln. €) o persino il 43,2% per beni strumentali inferiori a 2,5 mln. €. Per quanto sia corretto che un export di qualità sia parzialmente «immune» da dinamiche valutarie ma anche commerciali o fiscali in quanto difficilmente sostituibile per il suo alto «valore aggiunto», occorreva prudenza ed evitare ulteriori fonti di ostacolo al commercio svizzero dopo i dazi di Trump. Forse l’Italia ha riflettuto sulla liceità della nuova norma in quanto in possibile contrasto con l’art. 18 dell’Accordo fra la Confederazione Svizzera e la Comunità Economica Europea del 22 luglio 1972 che prescrive di astenersi «da ogni misura o pratica di carattere fiscale interna che stabilisca, direttamente o indirettamente, una discriminazione tra i prodotti di una Parte contraente ed i prodotti similari originari dell’altra Parte contraente»




In secondo luogo, è alquanto verosimile che l’intento del Governo italiano fosse quello di rafforzare i rapporti commerciali con i Paesi Ue (27) o aderenti allo SEE (27 + Islanda, Liechtenstein e Norvegia) in tempi di concorrenza asiatica e tensioni con un partner occidentale «storico» come gli Usa. È – invece – meno evidente perché un acquisto di beni strumentali da solo alcuni Paesi dovesse essere incentivato rispetto ad altri, essendone l’effetto economico lo stesso. Di più: nel 2023 la Cina (51,5 mld. $), gli Usa (27,2 mld. $) e la Svizzera (19,4 mld. $), Paesi non-Ue e non-SEE, si sono collocati rispettivamente al secondo, settimo ed ottavo posto per importazioni dell’Italia (dati wits.worldbank. org). Chiaramente, però, solo una quota di tali volumi (pari in Svizzera nel 2024 al 13,1% e scesi dal 14,0% del suo export commerciale nel 2023) è destinata a «bene d’investimento» o
Ora l’allarme sembra rientrato. Giovedì scorso il viceministro dell’Economia italiano Maurizio Leo, a Telefisco de Il Sole 24 Ore ha annunciato l’intenzione di eliminare le attuali «limitazioni territoriali» sugli iperammortamenti. «Stiamo lavorando, e ringrazio le nostre strutture - Ragioneria generale dello Stato, Agenzia delle Entrate e Dipartimento delle Finanze - con l’obiettivo di eliminare le limitazioni territoriali» e « fare in modo che, indipendentemente da dove viene fatto l’investimento, anche al di fuori di quello che è il perimetro dell’Unione europea», questa operazione sia «premiata, nel senso che si potrà usufruire dell’iperammortamento», ha dichiarato. Sollevati gli esponenti di Swissmem, associazione svizzera dell’industria metalmeccanica, elettrica e metallurgica. «La discriminazione delle esportazioni di macchinari svizzeri in Italia è ora fuori discussione» ha dichiarato il suo vicedirettore Jean-Philippe Kohl. Si evita così che anche nella vicina Penisola si ricorra alla leva commerciale ai fini protezionistici sulla scia degli Usa, che contribuiscono ad una dinamica globale di contrapposizione fra «Paesi grandi» (o unioni di Nazioni) e «Paesi piccoli» (o Nazioni singole) dove i primi possono facilmente imporre dazi o altre misure economiche restrittive nei confronti dei secondi.
Daron Acemoglu è un professore di economia del MIT, il famoso Massachusetts Institute of Technology, una delle migliori università tecniche del mondo e tra le prime cinque per quel che riguarda l’insegnamento dell’economia. Per le sue ricerche sul rapporto che corre tra istituzioni democratiche e prosperità ha ricevuto, qualche anno fa, il premio Nobel di economia. Di recente ha scritto per il «Financial Times» un interessante articolo nel quale, partendo dal successo di Zohran Mamdani nell’elezione al sindacato di New York, precisa le quattro condizioni che devono essere soddisfatte perché la democrazia liberale, che per lui è l’unica forma politica accettabile, torni a prevalere negli Stati Uniti.
Si tratterebbe di ristabilire quella prosperità condivisa che aveva caratterizzato lo sviluppo degli Stati Uniti, dall’inizio del secondo dopoguer-
ra mondiale sino agli anni Settanta, e che si è indebolita non da ultimo per effetto della rivoluzione digitale. Per far questo occorre in primo luogo che il partito democratico torni a comunicare con gli elettori facendo eleggere rappresentanti che abbiano fascino e carisma come Mamdami. In secondo luogo deve tornare a preoccuparsi dei problemi dei lavoratori: disoccupazione, salari e costo della vita. Il segreto del successo di Mamdami è di aver messo al centro della sua campagna il costo della vita a New York, diventato ormai insostenibile, non solo per le classi più povere, ma anche per una parte delle classi medie. Tuttavia, sostiene Acemoglu, ai democratici non basterà rioccuparsi delle difficoltà dei lavoratori delle metropoli per tornare al potere a Washington. Per far questo bisogna che tornino a farsi carico anche dei problemi dei lavoratori delle regioni più periferiche de-
gli Stati Uniti. Si tratta degli elettori delle regioni minerarie o di vecchia industria. Essi necessitano di trovare un lavoro stabile e di ricevere un salario decente. Acemoglu pensa che la sinistra americana, guidata sempre più da professionisti con formazione accademica, non abbia notato che, nell’età del computer, stava perdendo di vista la classe lavoratrice che, fino ad allora, aveva sempre votato per il partito democratico. La terza condizione per tornare al potere sarebbe dunque quella di riavvicinarsi a questi lavoratori.
L’ultima condizione formulata dall’esperto è che chi vuole accedere e mantenersi al Governo del Paese deve tener fede alle promesse che fa. Da questo punto di vista il caso Mandami, pensa Acemoglu, non promette niente di buono. Nella sua campagna elettorale il nuovo sindaco di New York ha fatto infatti promesse
che non potrà mantenere perché essenzialmente gli verranno a mancare le risorse finanziarie necessarie per farlo. Fin qui la predica di Acemoglu non contiene proposte veramente nuove e originali. Ma, nella conclusione, il suo discorso diventa veramente interessante. Acemoglu suggerisce infatti alla sinistra americana di non concentrarsi solo su politiche di redistribuzione del reddito, ma di rivendicare invece un aumento permanente dei salari. La storia insegna, sostiene il premio Nobel del MIT, che solo una solida crescita dei salari e una creazione sostenuta di posti di lavoro può assicurare la condivisione della prosperità. Per poter soddisfare questo obiettivo, però, sarà necessario adottare provvedimenti e politiche che promuovano la produttività. Acemoglu è convinto che per conseguire questo obiettivo l’Intelligenza artificiale può essere di aiu-
SFono passati dieci anni dalla vittoria della Brexit nel referendum del giugno del 2016. In questo periodo, allora, il Governo dell’ex premier David Cameron aveva negoziato un accordo con l’Ue che, nelle intenzioni, stabiliva ulteriori concessioni al Regno Unito (nei 40 anni che ha passato dentro la comunità europea ha sempre avuto una posizione privilegiata) e scongiurava la possibilità che i britannici votassero a favore dell’uscita dall’Unione. Si pensava di replicare quel che era accaduto l’anno precedente con il referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno: certo che gli scozzesi sono nel cuore indipendentisti, proprio come gli inglesi sono euroscettici, ma poi ci sono la convenienza, il portafoglio, la solidità, il raziocinio… Dieci anni dopo quel referendum in cui invece fantasie e propaganda (e una campagna miratissima dei brexiteer, con ingerenze russe) ebbero il sopravvento, il Governo dell’attuale premier, il laburista
Keir Starmer, sta cercando di fare tutto il possibile per riavvicinare il Regno all’Ue, tentando di non dare troppo nell’occhio e ripetendo che il divorzio c’è e resterà, solo si tratta di ammorbidirne le condizioni. Nel 2024, appena eletto dopo 14 anni di dominio conservatore (i Tories hanno pensato la Brexit, cercato di evitarla, l’hanno votata e malgestista), Starmer ha annunciato un «reset» dei legami commerciali ed economici tra Londra e Bruxelles, muovendosi in modo cauto. Di recente ha accennato al desiderio di allineare il Regno al mercato unico europeo, cosa quasi «indicibile» ma necessaria perché l’economia britannica è claudicante e tutto il mondo è influenzato dal protezionismo americano e da una politica dei dazi capricciosa, imprevedibile. I colloqui anglo-europei sulla riduzione dei controlli e delle barriere commerciali sono sempre più intensi. La cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves e i responsabili del commercio
e dell’economia dell’Ue, Maros Sefcovic e Valdis Dombrovskis, si sono incontrati e hanno lanciato messaggi rassicuranti anche sull’impegno per la reintegrazione del Regno Unito nell’unione doganale, un altro tabù che via via sta crollando. I sorrisi che i negoziatori ostentano non devono però confonderci. L’urgenza del «reset» di Starmer è con tutta probabilità genuina, ma il calcolo è più complicato di così. Da un lato c’è la leadership del premier, che è sotto gli attacchi interni al Labour (ora in particolare a causa di Peter Mandelson e dei suoi legami con Jeffrey Epstein), ma che soprattutto è appesa alle elezioni amministrative che si terranno a maggio e potrebbero sancire il consolidamento di Reform Uk come primo partito del Paese. Reform Uk è l’ultima creatura di Nigel Farage, primo sostenitore della Brexit: aveva le idee chiare sul divorzio necessario ma nessuna proposta concreta per gestirlo.
Vi siete accorti che le quattro votazioni federali di marzo ruotano tutte attorno al tema dei soldi? I «danée» riguardano infatti (e non poteva essere altrimenti) non solo iniziativa e contro progetto per il mantenimento del denaro contante e la modifica alla legge federale sull’imposizione individuale, così come contano anche (e forse un po’ troppo…) per la creazione di un fondo per il clima ma, per finire, sono quintessenza anche dell’iniziativa per la riduzione del canone radiotelevisivo. Di sicuro nelle prossime settimane, anche su questo giornale, ci sarà chi vi presenterà nei dettagli le proposte su cui il popolo è chiamato a decidere. Io dapprima ho accarezzato a lungo l’idea di presentare un nuovo peana in favore del denaro contante (fate una prova, voi che siete per il tutto digitale, partite con 100 franchi e comperate due volte i medesimi prodotti negli

to, a condizione però che non venga applicata solo per incrementare processi di automazione che eliminano posti di lavoro. Ci si può chiedere se l’analisi di Acemoglu valga anche per i Paesi europei. Noi pensiamo di no. Mentre nuove opportunità di lavoro e salari reali in aumento potrebbero bastare ai democratici americani per ritornare al potere, in Europa ci vorrà dell’altro. Per attenuare le difficoltà della sua popolazione invecchiata, l’Europa deve infatti trovare soluzioni che le consentano di continuare a finanziare le istituzioni dello Stato sociale, come le pensioni e le casse malati obbligatorie. In Europa, quindi, la politica di redistribuzione, in favore più dei pensionati che di chi lavora, ha una valenza maggiore per i partiti di sinistra che non negli Stati Uniti. Ma nello stesso tempo riavvia il conflitto generazionale e spinge i giovani a votare per i partiti di destra.

Però, come accade a parecchi altri leader nazionalisti e populisti, quel gran fallimento che è stata la Brexit sembra non intaccarlo. Farage è riuscito a trasformarsi nel candidato anti-sistema – lui che l’ha sfasciato, il sistema – e a rosicchiare voti dal Partito conservatore. L’ascesa di Farage sta influenzando le scelte di Starmer, ma non è l’unico fattore. Il Regno Unito deve trovare un equilibrio tra il riavvicinamento all’Europa e l’ostilità di Donald Trump, che finora non si è espressa con tutta la sua forza ma resta presente. Un esempio è la sospensione del grande accordo sull’Intelligenza artificiale dedicato alla «prosperità» reciproca, firmato da Trump e Starmer durante la visita del presidente americano nel Regno Unito: gli Usa, soprattutto Elon Musk, accusano Londra di censurare la rete. Ci sono stati anche altri dispetti da parte di Trump; il più grave è l’accusa agli alleati di essere stati codardi in Afghanistan
e di aver combattuto dalle retrovie. Gli inglesi hanno chiesto scuse pubbliche, ricordando che quasi 500 soldati britannici sono morti in Afghanistan dopo l’11 settembre, nell’unica occasione in cui gli Stati Uniti hanno invocato l’articolo 5 della Nato che prevede il mutuo soccorso.
Starmer si muove tra Europa e Stati Uniti, e come altri Paesi atlantisti cerca una compensazione corteggiando la Cina. È andato a Pechino portando in dono l’approvazione della grande ambasciata cinese nell’ex palazzo della Zecca a Londra, un progetto contestato perché considerato da molti esperti un futuro covo di spie. Nonostante questa concessione politicamente esplosiva, Starmer non è stato trattato bene: i cinesi non hanno nemmeno chiuso la Città proibita durante la sua visita e non lo hanno accompagnato, lasciandolo con una semplice guida. E non è tornato a casa con accordi significativi. Poco e male, insomma.

stessi negozi, pagando la prima volta digitale e la seconda in contanti; quale metodo è più trasparente, controllabile e forse più conveniente?). A frenarmi è stata la conclusione letta sull’opuscolo esplicativo distribuito agli elettori: avverte che iniziativa e controprogetto non avranno «nessun effetto pratico», dal momento che non «comporterebbero cambiamenti nella vita quotidiana. Non ne deriverebbero nuovi compiti né costi aggiuntivi».
Una spiegazione quasi surreale che mi ricorda la descrizione che diede Henry Kissinger del compromesso politico: «Il dromedario è il disegno di un cavallo fatto da una commissione di parlamentari», aforisma che mi piace citare per ricordare che la via del compromesso sovente può essere un facile ripiegamento dalla necessità di fronteggiare un problema. Decido allora di tuffarmi nel traffico mediatico
scatenato dal secondo assalto orchestrato dall’Udc al canone radiotelevisivo. Vorrei in particolare sottolineare un aspetto negativo già denunciato più volte in passato: dei media elettronici, del ruolo e dell’importanza del servizio pubblico, dunque della Ssr e della Rsi, si continua a parlare quasi esclusivamente in termini finanziari. Di ciò che producono professionisti, giornalisti e tecnici dell’ente radiotelevisivo elvetico, del peso e della varietà della qualità, così come della crescente rilevanza delle funzioni svolte da questo attore parastatale – fonte primaria dell’informazione tv, radio e digitale – i politici non solo evitano di discutere, ma relegano tutto in secondo piano, minimizzano, delegano a un tecnicismo sempre più marcato e… finiscono per disegnare dromedari spacciandoli per cavalli (basti pensare ai danni causati alla radio con il passaggio allo standard univer-
sale Dab). È ora di considerare l’ostinazione contro il canone radiotelevisivo un occulto attacco volto a smantellare o perlomeno a ridurre ai minimi termini il servizio pubblico. Derivo questa convinzione, suffragata anche da quanto sta avvenendo oggi negli Stati Uniti, da una considerazione contenuta in una «Lectio magistralis» del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura: «Sotto l’apparente “democratizzazione” della comunicazione, sotto la “deregulation” imposta dalla globalizzazione informatica, che sembrerebbe essere principio di pluralismo, (…) si cela in realtà un’operazione di omologazione e di controllo. Non per nulla le gestioni delle reti sono sempre più affidate alle mani di magnati o di “mega-corporations” che riescono sottilmente e sapientemente a orientare, a sagomare, a plasmare a
proprio uso (e ad uso del loro mercato e dei loro interessi) contenuti e dati creando, quindi, nuovi modelli di comportamento e di pensiero. Si assiste, così, a quella che è stata chiamata un po’ rudemente “una lobotomia sociale” che asporta alcuni valori consolidati per sostituirne altri spesso artificiosi e alternativi». Sono questi gli obiettivi non dichiarati di chi anche da noi continua a sparare contro il canone radiotelevisivo, a frenare gli aiuti alla stampa senza curarsi dei danni diretti e indiretti che causa all’ordine democratico esistente. Una minaccia da combattere non solo respingendo il nuovo assalto ma anche impegnandosi a rafforzare il servizio pubblico, a uscire finalmente da schemi manageriali anchilosati (e facilmente manovrabili), a dare vita e forza a nuovi impegni e a nuove coordinate dettate dall’evoluzione mediatica.


Navigando al fianco di Alighieri
Il mare, il viaggio e la metafora nautica come chiave di lettura dell’opera dantesca nell’ultimo libro di Donato Pirovano
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Il trionfo della musica urban
Le classifiche del 2025 lo hanno confermato: il genere urban diventa sempre più centrale nelle playlist di giovani e meno giovani
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L’industria dei sogni contro il caos Così la Germania del dopoguerra trasformò la propaganda bellica in espressionismo cinematografico, grazie anche a Metropolis
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Vite da ridere (o quasi) ◆ Louis de Funès fu il volto più popolare della commedia francese del Dopoguerra, incarnazione geniale di un’autorità sempre sull’orlo del collasso
C’è una smorfia, una sola, che basta a evocare un intero universo comico: un volto che si contrae, le sopracciglia che si arricciano come molle, la bocca che fatica a trattenere un’ingiuria. È un’espressione di rabbia, di frustrazione, di panico, ma soprattutto di una persona che ha perso il controllo. Guardando quel volto, quella smorfia, quella bomba sempre sul punto di esplodere, il pubblico ride. Ride perché riconosce qualcosa di sé. Ride perché, grazie a Louis de Funès, la collera quotidiana diventa spettacolo, e l’autorità perde improvvisamente ogni aura di rispettabilità. Per decenni, de Funès è stato l’uomo più visto di Francia. Non il più premiato, non il più celebrato dalla critica, ma certamente il più popolare. Un attore che ha incarnato come nessun altro il nervo scoperto della società francese del Dopoguerra, la sua ossessione per l’ordine, la paura del cambiamento, il bisogno di comandare e l’incapacità di farlo davvero. Insomma, la sua comicità non nasce dalla bontà, ma dall’eccesso. Non è consolatoria, ma sferzante. E proprio per questo, funziona ancora.
Dietro la sua energia incontenibile, si nascondeva una disciplina ferrea e una tensione interiore tanto logorante, quanto capace di trasformare la rabbia in arte
Nato a Courbevoie nel 1914 da genitori spagnoli emigrati in Francia, Louis de Funès conosce tardi il successo. Per anni è un attore invisibile, relegato a parti minime, a comparsate, a ruoli che durano pochi secondi. Alterna quello di attore a quello di piano-man nei bar e dal suo sgabello ha modo di osservare la borghesia parigina, studiandone i tic, le manie, le piccole nevrosi, costruendo a poco a poco il proprio repertorio fatto di smorfie, scatti, reazioni fulminee che più tardi diventeranno il suo marchio di fabbrica.
Quando finalmente arriva la notorietà, de Funès non è un talento acerbo, ma una macchina comica già perfettamente oliata. E quando il successo finalmente gli arride negli anni Sessanta, de Funès diventa il volto ideale di un certo tipo di commedia: autoritaria, gerarchica, fondata sul conflitto di ruoli. Interpreta direttori d’orchestra tirannici, industriali isterici, ufficiali di polizia ridicoli, notabili arroganti, piccoli uomini convinti di essere grandi. Personaggi che urlano, sbraitano, si agitano come trottole impazzite, ma che ven-

gono sistematicamente sconfitti dalla realtà, dal caos, dagli imprevisti. Il pubblico, soprattutto quello popolare, capisce immediatamente il meccanismo: ridere di de Funès significa ridere del potere.
Nel 1964, con Fantomas e Una ragazza a Saint-Tropez , Louis de Funès vara due filoni che porteranno ad altri nove film (tre sul criminale supercattivo e sei sui Gendarmi di Saint Tropez) che lo fanno entrare definitivamente nell’immaginario collettivo europeo. Il maresciallo Cruchot della serie dei Gendarmi è la sintesi perfetta del suo teatro corporeo: un uomo ossessionato dalla disciplina, incapace di gestire l’autorità che gli è stata concessa, perennemente in lotta con un mondo che cambia più in fretta di lui. È una figura profondamente reazionaria, ma proprio per questo comica: de Funès non difende il potere, lo mette a nudo. Negli stessi anni, la collaborazione
con registi come Gérard Oury amplia ulteriormente il suo raggio d’azione. Soprattutto con La grande fuga, de Funès dimostra di poter essere non solo una maschera isterica, ma anche un interprete capace di modulare il ritmo, di dialogare con altri attori, di inserirsi in un racconto corale. Il suo corpo resta il centro della scena, ma ora è inserito in una partitura più ampia, quasi musicale. Non è un caso che molti abbiano paragonato la sua recitazione a una forma di jazz: improvvisata in apparenza, rigidissima nella struttura.
Il rapporto con la critica, tuttavia, resta problematico. Per anni de Funès viene liquidato come attore «popolare», quindi minore. Troppo fisico, troppo eccessivo, troppo lontano dalle raffinatezze intellettuali della Nouvelle Vague. Insomma: troppo. Solo col tempo si capirà che quella violenza comica raccontava molto meglio di altri linguaggi il passaggio da una so-
cietà francese rigidamente gerarchica a un mondo meno leggibile, più instabile. Ma il pubblico non ha aspettato un secondo per amarlo: i suoi film riempiono le sale, attraversano le generazioni, diventano rituali televisivi. La gente ride perché si riconosce nei suoi eccessi, nei suoi fallimenti, nelle sue esplosioni di rabbia impotente. In un’epoca di profondi mutamenti sociali, la sua comicità offre uno sfogo, una valvola di sicurezza. Per dare un’idea della sua popolarità, Tre uomini in fuga (1966) è stato il più grande incasso del cinema francese fino al Titanic (1997) di Cameron, o – per aspettare un film francese – a Giù al nord (2008) con Dany Boon e Kad Merad. Negli ultimi anni, la salute lo costringe a rallentare. Il corpo, strumento essenziale della sua arte, diventa un limite. Ma anche quando si muove meno, quando la furia si attenua, resta intatto il suo controllo as-
soluto del tempo comico. Ogni pausa, ogni sguardo, ogni inflessione della voce è calcolata con precisione chirurgica. Nulla è casuale. Dietro l’apparente isteria, c’è una disciplina ferrea, quasi ossessiva. Quando Louis de Funès muore nel 1983, la Francia perde molto più di un attore comico. Perde uno specchio deformante ma fedelissimo, capace di riflettere vizi, paure e contraddizioni di un intero Paese. La sua eredità è ovunque: nel cinema, nella televisione, nel modo stesso in cui oggi concepiamo la comicità fisica come linguaggio universale. Molti lo hanno imitato, nessuno lo ha davvero eguagliato. Perché de Funès non faceva semplicemente ridere. Faceva esplodere ciò che normalmente si tenta di reprimere: la rabbia, l’invidia, il bisogno di controllo. E nel farlo, ci ricordava una verità semplice e spietata: il potere, quando si prende troppo sul serio, è sempre ridicolo.
Letteratura ◆ Donato Pirovano affronta nel primo studio sistematico sull’argomento il rapporto tra Dante e il mare
Roberto Falconi
Rispetto ai suoi ultimi lavori – nei quali ci ha regalato alcune delle pagine dantesche più limpide e filologicamente documentate – con il ricchissimo Dante e il mare mi pare che Donato Pirovano operi un duplice scarto. Il primo è di ordine tematico: dopo il monumentale commento alla Vita nuova approntato per la Nuova Edizione Commentata delle Opere di Dante, decide di occuparsi di una questione che nel libello non viene mai toccata. Il secondo è di natura metodologica: dopo due saggi costruiti attorno a un centro focale (il quinto canto dell’Inferno nel caso di Amore e colpa; il sonetto A ciascun’alma presa e gentil core per La nudità di Beatrice) dal quale muovere e al quale tornare con progressive acquisizioni che lo illuminino di senso ulteriore, sceglie un viaggio (meglio: una navigazione) più lineare, dal quale prendere ogni tanto sosta fermandosi a qualche isola testuale di cui indagare l’orogenesi.
Pirovano muove da un interrogativo semplice (nel senso di fondativo, cioè esattamente il contrario di banale): Dante avrà mai solcato il mare a bordo di una nave? Questione qui tanto più complessa, dal momento che si tratta del classico della nostra letteratura di cui conosciamo meno e perché posta in tempi in cui la critica sembra riorientarsi a districare lo spesso inestricabile nodo con cui un autore salda nella propria opera ciò che ha vissuto con ciò che ha letto (ammesso che esistano differenze tra le due cose, ma questo necessiterebbe di un altro discorso). Addirittura, un mancato viaggio per mare potrebbe essere stato la causa indiretta della morte del poeta, se dessimo fede alle notizie riportate da Filippo Villani nella sua biografia: nell’estate del 1321 i veneziani – temendone la facondia1 con cui avrebbe potuto dirigere a piacimento l’ammiraglio – negarono a Dante di rientrare via mare a Ravenna, dove egli giunse malato e morì pochi giorni dopo. E chissà se a Venezia vide dav-

vero il cantiere nautico dell’Arsenale e la sua pece bollente, sulla cui descrizione è costruita la similitudine che introduce alla bolgia dei barattieri e alla loro pena; o se dietro la celeberrima invettiva contro Pisa («muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce») non ci sia una visione diretta del poeta, durante l’assedio della Lega guelfa al castello di Caprona.
Nel suo viaggio ultraterreno, Dante incontra solo una volta il mare. È quello che, nell’emisfero australe, inghirlanda la montagna del Purgatorio, alla cui spiaggia il pellegrino giunge dopo aver fatto esperienza del dolore infernale, e dove cresce – nobilmente fertilizzato da quelle acque – il giunco con cui Virgilio, seguendo Catone, cinge l’agens 2 preparandone l’ascesa al monte. Quello di Dante è dunque un movimento verticale – dal mare al cielo – opposto alla traiettoria di Lucifero, l’angelo prediletto che proprio in quel punto precipitò a seguito della propria ribellione a Dio (sulle conse-
guenze di quella caduta Pirovano opportunamente si sofferma, in dialogo con gli studi di Anna Pegoretti). Ed è un movimento opposto anche a quello di Ulisse, vero e proprio «doppio antitetico» (Mercuri) del viator 3 , capace di suggestionare molti lettori successivi (segnalerei marginalmente che, in una celebre epistola, persino Petrarca, mai troppo tenero nei suoi confronti, riprenderà elementi del racconto ulissiaco per parlare dell’esilio di Dante). L’eroe greco prima sfida orizzontalmente acque mai solcate e poi – proprio di fronte alla montagna del Purgatorio – si inabissa, punito per la propria temerità. Pirovano ne segue onda dopo onda la navigazione, allargando alle conoscenze coeve sui confini del mondo in un viaggio che si fa progressivamente incursione nelle fonti scientifiche e nel mito. Molto belle appaiono allora anche le pagine dedicate a Glauco, cui Dante ricorre per descrivere il proprio «trasumanar»; o ad Argo e Nettuno, convocati nell’ultima immagine
L’immagine di copertina del Dante e il mare di Donato Pirovano è il dettaglio della lettera capitale P nel I Canto del Purgatorio, della Divina
Commedia di Alfonso d’Aragona, 1450 ca. (Londra, British Library / Wikipedia)
marina del canto finale del Paradiso
E altrettanto notevole è la serie di cartoline dal Mediterraneo, luoghi bagnati dalle stesse acque testuali che Dante (e Pirovano) connettono attraverso una fitta tramatura di tessere lessicali e di rimandi, come nel caso delle descrizioni delle foci del Po nelle parole di Francesca («Siede la terra dove nata fui») e della costa marsigliese in quelle di Folchetto («Buggea siede e la terra ond’io fui»).
A ben vedere, tutto il percorso ultraterreno del pellegrino può essere letto come una navigazione, che a partire dalla similitudine del naufrago su cui il poema si apre – e attraverso le parole di Brunetto («non puoi fallire a glorïoso porto») – conduce fino all’approdo sicuro del dialogo con Cacciaguida. Anche la salita al colle del Purgatorio è peraltro innervata da una diffusa metafora nautica, fino all’incontro col «padre» Guinizzelli (dove si registra l’ hapax 4 – ndr: termine per dire una parola attestata una sola volta – «imbarche») e, soprattutto, a quel-
Manuela Mazzi
Il tempo può essere un elemento davvero decisivo per un libro. Non nel senso della durata o dell’invecchiamento, ma come distanza critica. Rivederlo comparire sugli scaffali dopo anni di assenza permette di valutarne la tenuta, al di là del contesto che lo aveva accolto. A maggior ragione quando si tratta di un esordio.
Ci capitò tra le mani Sangue di cane di Veronica Tomassini quando uscì per Laurana editore, più di dieci anni orsono. Di recente quel romanzo è tornato in libreria, ripubblicato da La nave di Teseo, ed è una notizia che conta. Conta perché non capita spesso che un esordio, peraltro con una casa editrice meno in vista, venga ripreso a distanza di tempo, sottratto alla dimenticanza e rimesso in circolazione come un romanzo che – come direbbero taluni – sembra proprio non aver esaurito la propria urgenza.
All’epoca ci colpì un estratto letto dall’autrice durante una presentazione: a chi scrive bastarono le prime cinque righe per sentirsi travolta da una commozione difficile da trattenere. Un’in-

tensità del testo che, a distanza di anni, confermiamo. Non perché Sangue di cane sia un racconto «emotivo» in senso facile, ma perché la scrittura della Tomassini ha una forza che nasce proprio dalla mancanza di forzature. La storia è ambientata negli anni Novanta e ruota attorno a una relazione amorosa sofferta e irregolare: una giovane donna italiana e un uomo polacco, immigrato, poverissimo, alcolizzato, che incontra al parco, sul-
le panchine, tra altri senzatetto. Una storia d’amore segnata dalla miseria, dalla dipendenza, dalla fuga continua. Non c’è alcuna idealizzazione, nessuna compiacenza. Eppure – o forse proprio per questo – è una delle storie d’amore più intense che ci sia capitato di leggere. Un amore di cui si avvertono fisicamente l’inevitabilità, la disperazione, la necessità estrema. La scrittura di Tomassini è stata spesso definita barocca. In astratto, è
lo con Beatrice (non a caso vista come un «ammiraglio») nel centro poetico dell’intero capolavoro, in cui Dante ritrova la donna della giovinezza: sarà lei a condurlo al mare di luce su cui il poema si chiude. Con invidiabile disinvoltura, Pirovano getta di tanto in tanto l’ancora e torna su questioni tormentate dall’esegesi (è quasi certamente Beatrice la donna che esorta Virgilio a svelare a Dante la falsità delle parole della sirena); oppure isola una conchiglia testuale per indagarne la genesi (è il caso di «mareggiare», cui Dante ricorre per spiegare l’irraggiungibilità di Matelda al di là del fiume Lete). Ma è senz’altro sul rinnovamento dell’antica metafora della poesia come navigazione che meglio si misurano il valore dell’opera dantesca e la sua evoluzione interna, come emblematicamente mostra il confronto tra il sonetto giovanile Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io e la protasi del secondo canto del Paradiso: là un’imbarcazione che si muove misteriosamente e sulla quale Dante e i suoi amici di poesia possano «ragionar sempre d’amore»; qui un «legno che cantando varca», grazie al quale il viaggio ultraterreno si elevi a poema sacro.
E anche le pagine di Donato Pirovano, in perfetta adesione con la poesia dantesca, mi pare che abbiano alzato le vele e corso acque ancora migliori.
Note
1 Facondia, eloquenza.
2 Agens, cioè chi, come Dante, deve affrontare la scalata spirituale.
3 Viator, ossia chi intraprende il viaggio morale e fisico come Dante nel Purgatorio.
4 Hapax, termine per dire una parola attestata una sola volta.
Bibliografia
Donato Pirovano, Dante e il mare, Donzelli
una cifra che chi scrive in queste righe non ama. Qui, però, accade qualcosa di diverso: quella stessa densità retorica non irrita, non pesa, ma colpisce per la sua onestà. È una lingua che non cerca effetti, che non costruisce pathos, e proprio per questo riesce a essere potente. Per noi, ma anche per molti altri, ne siamo certi. Rileggere Sangue di cane oggi, o leggerlo per la prima volta, significa anche capire che tipo di libro sia: non consolatorio nel senso comune del termine, ma capace di generare una forma di consolazione profonda, paradossale. A noi colpisce come riesca a trasmettere un senso autentico di pietà e carità, senza mai scadere nella pena. Per la forza della vita che attraversa ogni pagina. Per lo sguardo che la narratrice riesce a sostenere dall’inizio alla fine con una dignità che ha qualcosa di raro.
A questa storia, anni dopo, Veronica Tomassini è tornata con L’altro addio. I personaggi e il nucleo narrativo sono simili, ma il libro non riscrive il precedente né ne rappresenta sempli-
cemente l’altro punto di vista. A parlare è ancora «lei», ma con uno sguardo diverso. Se in Sangue di cane parlava un cuore forte, qui sembra parlare un cervello ferito. Non c’è la stessa tensione vitale, né la stessa forma di speranza: domina piuttosto una rassegnazione lucida, fatta di assenze, di nostalgie, di pensiero che si avvita su sé stesso. È un libro che si accartoccia, insiste, rimugina. Meno aperto, meno trascinante, ma coerente. Vale la pena leggere entrambi proprio per questo: perché, in fondo, non raccontano la stessa storia. Raccontano due modi diversi di stare dentro la stessa ferita. La ripubblicazione di Sangue di cane, e il fatto che se ne continui a parlare, oltre a restituirgli visibilità conferma che certi libri, anche quando sembrano scomparsi, continuano a lavorare in silenzio, finché non arriva il momento giusto per farli tornare. E poi ancora…
Bibliografia Veronica Tomassini, Sangue di cane, La nave di Teseo, 2024
Musica ◆ Un genere sempre più amato dai giovani, che sarà protagonista anche a Sanremo
Giovanni Ferrari
Basta guardare le classifiche riferite al 2025 per rendersi conto dell’importanza della musica urban nel panorama italiano. Le classifiche Top of the Music by FIMI-NIQ sono le uniche onnicomprensive di tutti i canali di vendita e ascolto (uniscono vendite fisiche e digitali, audio streaming sia premium sia free e anche video streaming) e quindi ci permettono di capire realmente cosa, nel corso dell’anno, abbia maggiormente conquistato gli ascoltatori di tutte le età. I risultati sono chiari. Se da un lato la stragrande maggioranza dei progetti presenti nella Top 100 degli Album appartengono al repertorio italiano (è l’85%, un dato molto alto), la forza della musica urban, rap e trap è notevole.
Un’occhiata alla Top 10 dell’anno da poco finito mostra come la musica urban la faccia ormai da padrona indiscussa
Il pop di Olly è alla #1 dei dischi più venduti e ascoltati con il suo Tutta vita (SEMPRE), ma dopo di lui ci sono nella Top 10 quasi solo nomi della scena urban, da Sfera Ebbasta & Shiva a Geolier da Lazza a Marracash, Artie 5ive, Guè, Kid Yugi, Achille Lauro, ANNA, Capo Plaza, Salmo. Insomma: in Italia – a parte alcune eccezioni – si ascolta soprattutto urban. Sembra saperlo anche Carlo Conti, che ha deciso di inserire alcuni esponenti nel cast del suo Sanremo 2026, di cui sarà conduttore e direttore artistico.
A vedere i nomi che ha selezionato immaginiamo che Conti abbia voluto dirci soprattutto una cosa: il rap, l’ur-

ban e la trap sono un universo talmente grande e diffuso che è importante conoscerne le diverse sfumature. Ridurre tutto ai testi violenti di alcuni, o alla volgarità a tratti grottesca e pericolosa di altri, è un peccato. E così, accanto a nomi molto noti del genere come J-Ax, Luchè e Fedez (quest’ultimo sarà in coppia con Marco Masini), ha deciso di inserire anche alcune nuove realtà molto forti.
La più interessante è forse Sayf. L’artista italo-tunisino classe 1999 è un astro nascente della nuova scena genovese. Ne siamo certi: grazie alla sua imminente partecipazione al Festival, il pubblico mainstream lo apprezzerà completamente. Ma a dire la verità ha già iniziato a conoscerlo grazie a Sto bene al mare, hit pubblicata la scorsa estate con Marco Mengoni e Rkomi. La forza di Sayf? Quella di tenere
assieme tanti mondi apparentemente lontani. Unisce strofe serrate e ritornelli pieni di melodia. Ma soprattutto unisce rap e jazz. E con lui la tromba torna a essere cool per i più giovani. E poi c’è Tredici Pietro, rapper e cantautore bolognese classe 1997. Il suo vero nome, Pietro Morandi, svela l’identità del padre. Dal Gianni nazionale, lui ha senza dubbio ereditato la capacità di parlare al pubblico. Con le sue canzoni, infatti, Tredici Pietro – nessun talent ma tanta gavetta, prima nella sua Bologna e poi in giro per i locali di tutta Italia – provoca e sfida i perbenismi. Parla di salute mentale, tema caldissimo per la sua generazione, e regala fotografie malinconiche e curiose di momenti comuni. Mette a disposizione la sua innata introspezione, e il suo pubblico lo ama soprattutto per questo.
È molto introspettivo anche Nayt, rapper che debutterà a Sanremo dopo essersi imposto come uno degli artisti più apprezzati dalla sua generazione (per intenderci, dopo un tour sold out nei club si è già portato a casa due show nei palazzetti di Milano e Roma). William Mezzanotte (questo il suo vero nome) ha una scrittura sincera e capace di mettere a fuoco le fragilità di tutti noi. Il rap tradizionale, con lui, si evolve; diventa ancora più catartico, grazie all’incontro con il pubblico, e parla di attualità allontanandosi da ogni vecchio cliché Ascoltatevi, ad esempio, Di abbattere le mura (18 Donne), dove omaggia, tra le altre, anche Ilaria Cucchi, Liliana Segre, Michela Murgia, Alda Merini e Giulia Cecchettin.
Tra gli esponenti urban di Sanremo 2026 ci sono anche Chiello e Samurai Jay. Il primo (vero nome Rocco Modello, classe 1999) si era fatto conoscere con la trap assieme all’ormai ex collettivo FSK Satellite, ma ora è più legato al cantautorato e a un linguaggio più evocativo. Il suo nome, comunque, è già molto noto; si presenta come un artista che sente molto forte tutto ciò che scrive, tra ansia e disagio sociale. Infine c’è Samurai Jay (vero nome Gennaro Amatore), artista napoletano classe 1998 che tutti hanno conosciuto grazie alla sua hit Halo, certificata disco d’oro, con oltre 50 milioni di stream sulle piattaforme, e diventata quest’estate una delle più virali su TikTok. «È tutto sbagliato, sta andando tutto al contrario di come l’ho immaginato, non si può amare a metà»: il ritornello è nella testa di tutti. Replicherà anche sul palco dell’Ariston con una nuova hit? Staremo a vedere.
Teatro ◆ Opera retablO trasforma il classico shakespeariano in un dialogo tra maschile e femminile
Laura Di Corcia
Da anni Opera retablO, il nome del collettivo di produzione artistica e teatrale all’interno del quale lavorano, progettano, immaginano e creano scrittori, registi e attori come Ledwina Costantini, Daniele Bernardi, Andrea Bianchetti e altri, propone una ricerca teatrale riconoscibile per estetica, orizzonti e qualità del lavoro, portando ad alti livelli la produzione artistica locale e dimostrando che il nostro territorio può e sa raccontarsi, anche da un punto di vista drammaturgico.
Non fa eccezione anche l’ultimo appuntamento, Hamlet – Rosa o non rosa, che ha debuttato al Sociale di Bellinzona sabato 31 gennaio di fronte a un pubblico abbastanza folto.
A prima vista potrebbe apparire un’operazione peregrina accostare l’Amleto con i suoi dubbi e il suo universo tutto interiore e psichico alle istanze femministe – abbiamo sempre la presunzione di credere che le tematiche e le battaglie siano tutte novecentesche e post-novecentesche, ma le cose non stanno sempre e per forza così; basta leggere un saggio ben documentato e convincente come Calibano e la Strega di Silvia Federici per accorgersi che la coscienza femminista ha attraversato i secoli, con diverse forme di protesta spesso punite ferocemente e vigliaccamente attraverso
Teatro ◆ Una pièce potente e densa
Simona Sala
Chissà se Colum McCann, quando scriveva Apeirogon, è entrato in qualche modo in contatto con Wajdi Mouawad, autore di Come gli uccelli. O viceversa. Perché sia lo scrittore irlandese sia quello canadese-libanese sondano il conflitto israelo-palestinese; entrambi contrappongono quelle gabbie a cielo più o meno aperto, popolate di una sofferenza che dura da decenni, alla levità e alla totale indifferenza degli uccelli, per cui non esiste un muro, e dunque nemmeno due parti contrapposte.
Quello portato in scena al LAC la settimana scorsa dalla Compagnia Il Mulino di Amleto è uno spettacolo che dilania, come la bomba sul Ponte Allenby che è solo l’ultimo tassello di una serie di episodi contraddistinti dalla violenza e dal sangue. Eitan e Wahida si amano, lui ebreo tedesco, genetista, lei araba statunitense, che studia le gesta di al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzān, anche noto come Leone l’Africano.
L’identità e il retaggio religioso non sono importanti al punto da arrivare a inficiare il rapporto di Eitan e Wahida, ma quando sono in Israele, nel momento dell’esplosione terroristica sul Ponte Allenby, al confine con la Giordania, tutto cambia. Se da parte ebraica si fa tangibile il concetto di «responsabilità dei sopravvissuti» (riferendosi all’Olocausto) da quella araba si racconta di una Ramallah «che aveva l’odore di mia madre». Non sarà la mancanza d’amore a incunearsi tra Eitan e Wahida, quanto più il fiorire dell’odio intorno a loro in forme diverse. Lacerazioni, sangue e sabbia che si riverberano sulla parete movibile – sia muro, sia schermo di proiezione – e nelle parole pronunciate, oltre che in italiano, in arabo (da uno splendido Said Esserairi), in ebraico, in tedesco, forse ammiccando all’intreccio inespugnabile e violento di cui è composta la storia del Medio Oriente.

persecuzioni come quelle verso le cosiddette streghe. Amleto, quindi, come viene detto apertis verbis dopo la prima metà dello spettacolo, si ribellava a un potere maschile egotico e basato sulla sopraffazione e sulla violenza, cui opponeva il pensiero e la riflessione. Da questo punto di vista la sua traiettoria potrebbe essere accostata a una sezione del movimento femminista e queer, quella che più che cercare di sostituire gli attori di un mondo costruito sulle affermazioni personali, sui giochi di potere e sulle gerarchie, mira a creare
un’alternativa meno violenta, ma più solida, più coerente, maggiormente sostenibile.
Questo materiale teatrale viene messo in scena, al solito, con piglio straniante da Ledwina Costantini, che ne firma la regia e che si propone in scena con grande forza e presenza, con un giubbotto di muscoli che la raddoppia e caratteri spiccatamente androgini – mentre l’altro attore in scena, Emanuel Rosenberg, abile e sinuoso danzatore, assume movenze più femminili. Il dialogo estetico fra i due diventa anche politico: se Ledwina Costan-
tini rappresenta il potere maschile tronfio e anche visivamente corazzato, Rosenberg incarna invece la grazia, il tempo della riflessione, il tarlo, la ricerca interiore. Un gioco di opposti che in scena funziona molto bene e che crea una tensione, sostenuta dagli altri elementi visivo-simbolici disseminati sul palco e sul video posto in fondo alla scena – l’inchiostro che cola, la corona, il corpetto o bustino su cui appaiono le interiora, elemento quest’ultimo spesso presente nella ricerca di Costantini. Ricorda un’opera intensa e forte come Kokoschka, cui questo Hamlet ci pare in forte dialogo, perché pure lì si rifletteva sul tema della violenza maschile, anche se da prospettive diverse. Dopo averlo mostrato nella prima parte dello spettacolo, più criptica e simbolica, il nodo Amleto-femminismo viene sciolto in un dialogo di fronte al classico tè inglese (Rosenberg, che è più danzatore, appare un po’ meno incisivo nel parlato). Boys don’t cry, recitava un brano dei Cure, restando in Inghilterra. E questo non aiuta le donne, e nemmeno gli uomini.
Dove e quando
Le nuove date della tournée sono previste al Foce di Lugano, il 13 e il 14 febbraio alle 20.30, e il 15 febbraio alle 17.00.
Il regista Marco Lorenzi (traduttrice e dramaturg è Monica Capuani) non ha paura dei salti temporali, né delle accelerazioni. Il gioco di luci catapulta lo spettatore dal deserto di una delle molte guerre di Israele, a un letto d’ospedale di una vittima in coma, poiché la pièce riesce a essere al contempo corale (struggente il canto finale) e vicina al singolo individuo, spesso schiavo del proprio destino. Una prova non facile, anche per la lunghezza dei due atti, ma un confronto più che riuscito, tra gli attori e il pubblico, e tra il pubblico e la complessità della Storia.




Cinema ◆ I giganteschi studi UFA e l’età monumentale del cinema tedesco fino a Metropolis che compie cent’anni Giovanni Medolago
È l’autunno del 1917. La I Guerra mondiale sta mettendo in ginocchio la Germania e il suo alleato, l’Impero austro-ungarico. Ne è ben consapevole il generale prussiano Erich Ludendorff (1865-1937), astuto stratega che ha appena ottenuto una grande vittoria a Caporetto, nome poi entrato nell’uso comune della lingua italiana per indicare una pesante sconfitta, una clamorosa disfatta.
Ludendorff chiede espressamente al Governo di Berlino la creazione di un’unica industria cinematografica che riunisca le ben 130 case di produzione presenti in Germania, per «opporsi alla campagna antitedesca presente nei film del nemico che calunniano il nostro esercito e per gettare le basi di una capillare campagna di massa contro il propagarsi delle idee bolsceviche». Fu così che nacquero i giganteschi Studi UFA (Universum-Film Aktiengesellschaft).
Vedeva davvero lontano, il vecchio Erich. Tant’è che, dopo l’elezione del baffetto austriaco a Cancelliere nel 1933, inviò all’amico/presidente Paul von Hindenburg una missiva in realtà destinata a tutto il popolo tedesco: «Avete consegnato la nostra sacra madre terra Germania a uno dei più grandi demagoghi di tutti i tempi. Profetizzo solennemente che quest’uomo dannato scaglierà il nostro Reich negli abissi e porterà un’inconcepibile miseria nella nostra nazione. Le generazioni future vi malediranno nella tomba per la vostra azione».
Prima della da lui prevista bufera, Ludendorff riuscì a inaugurare, nei pressi di Berlino, gli Studi UFA, all’epoca i più grandi d’Europa. Sicché, dopo la bufera (la sconfitta nel conflitto e la scomparsa dell’Impero tedesco), una schiera di giovani registi dalle idee fortemente innovative si trovò a disposizione una struttura in grado di competere con gli studios hollywoodiani; epperò senza più le pastoie del potere politico, che nel frattempo aveva cambiato direzione, dirigendosi verso Weimar.
Si spiega anche così l’avvento dell’espressionismo tedesco: a partire dal 1919 ecco le scenografie sbilenche del Gabinetto del dottor Caligari, volute dal regista Robert Wiene e realizzate dall’architetto Hermann Warm; La bambola di carne, trama di per sé inquietante che tuttavia Ernst Lubitsch dirotta sulla commedia. Ma soprattutto il Il dottor Mabuse, medico

votato al male e capace di manipolare la mente altrui sotto la regia di Fritz Lang; e le ombre cupe del Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau. Figure e ombre dietro le quali i critici Siegfried Kracauer (Da Caligari a Hitler. Una storia psicologica del cinema tedesco) e Lotte Eisner (Lo schermo demoniaco.
L’influenza di Max Reinhardt e dell’e-
spressionismo) intravvidero lo spettro del nazismo.
Già fattosi notare col citato dottor Mabuse – poi personaggio principale di una saga conclusasi solo nel 1960 e altre due opere con lo stesso malefico protagonista – e con i due episodi dei Nibelunghi (La morte di Sigfrido e La vendetta di Crimilde, 237 minuti com-
plessivi!), Fritz Lang sorprese il mondo intero nel 1926 con Metropolis. Un kolossal distopico (è ambientato nel 2026; vedi sotto), fortemente voluto da Erich Pommer, importante produttore dell’UFA che grazie a L’angelo azzurro impose il fascino e le grazie di Marlene Dietrich. In esilio a Hollywood, curò poi la realizzazione di molte pellicole di successo, firmate tra gli altri da Max Ophüls e Alfred Hitchcock. Nella Germania devastata da un’inflazione ipergaloppante, Pommer mise a disposizione di Lang l’iperbolica cifra di 6 milioni di Reichsmark e ben 60mila comparse! Altra figura fondamentale per il capolavoro di Lang fu Thea von Harbou: scrisse lei la sceneggiatura del film, basata su un suo racconto pubblicato all’inizio del secolo scorso. Il suo rapporto col regista austriaco fu non solo artistico e particolarmente turbolento.
Già sposatosi giovanissimo con Lisa Rosenthal, Fritz Lang fu sorpreso da quest’ultima in atteggiamenti inequivocabili con Thea. Pochi giorni dopo, la moglie Lisa fu trovata morta, uccisa da un solo colpo di pistola in circostanze mai del tutto chiarite: si pensò al suicidio – dopo aver scoperto il tradimento. Secondo altri, fu lo stesso Lang a premere il grilletto per liberarsi di lei e avere così via libera con la scrittrice-sceneggiatrice. Leggenda metropolitana in piena regola: il regista non fu mai accusato del delitto. La fine dell’unione sentimental-ar-
Al centro, una moderna Torre di Babele domina l’intera città-macchina grazie a Joh Fredersen che sta ai comandi. Nel sottosuolo, a far funzionare la gigantesca sala macchine che ricorda le interiora a forma di ingranaggi di una locomotiva a vapore, sono migliaia di uomini che arrivano a fine turno stremati, tanto da crollare a terra. La macchina – gestita da una mente che poco si cura delle braccia, o per dirla biblicamente, che non parlano la stessa lingua – muove e fa vivere l’intera metropoli. Nel mezzo, il figlio del capo, Freder, avrà il compito di riconciliare le due parti fondamentali dell’essere umano: «Mente e braccia devono avere un mediatore, il cuore». È questo il mantra del film intero. E
di fatto Freder si innamorerà di Maria, la divinità incarnata che professa la pace, ma della quale prenderà le sembianze l’uomo-macchina: un automa che porterà alla distruzione l’intero progetto megalomane, fino alla resa dei conti…
In due ore e mezza di cinema muto in bianco e nero, non uno sbadiglio. Metropolis, a cent’anni dalla sua realizzazione, mantiene la propria forza immaginifica, sebbene il confronto con il reale 2026 non regge proprio. Se da una parte, la nascita di luoghi come Dubai ricordano vagamente le architetture titaniche della città verticale, e i treni sospesi sembrano gli Italo dei giorni nostri, la pellicola centenaria non riesce davvero a im-


maginare l’evoluzione elettronica che avrebbe invaso i decenni successivi. E resta per lo più – è forse questo il suo vero valore – un’allegoria universale e senza tempo, dal momento che l’interrogativo non sembra mai passare di moda: come conciliare la fiducia assoluta nella forza di produzione come soluzione a ogni problema e il rischio di una società che funziona senza interrogarsi sui suoi costi umani? Più che una profezia tecnologica, Metropolis resta quindi uno specchio critico e un filo deformato di una società che può essere efficientissima e insieme fragile, se perde la capacità di tradurre il progetto in esperienza condivisa e non valorizza la vita di ogni singola persona. / Ma.Ma.

tistica di Lang con la von Harbou (che già aveva scritto la sceneggiatura del dottor Mabuse), fu travolta dalla storia e fu riassunta dallo stesso regista durante una lunga conversazione con François Truffaut più o meno con queste parole: «Dopo il successo dei miei film, fui convocato dal ministro della propaganda nazista Joseph Göbbels. Voleva offrirmi la responsabilità dell’intera cinematografia tedesca. La sua proposta mi mise sui carboni ardenti: non potevo certo accettare, ma se avessi detto di no… non oso immaginare quel che poteva accadermi. Pensai immediatamente che mi restava solo la strada dell’esilio. Gli risposi che dovevo riflettere e nel contempo guardai nervosamente l’orologio. Erano le tre e un quarto del pomeriggio e all’epoca le banche chiudevano alle quattro. Feci in tempo a ritirare parte dei miei risparmi e corsi a casa per dire a Thea di preparare in fretta le valigie. Le spiegai l’accaduto, suggerendole di trasferirci a Parigi. Lei sembrò perplessa e mi propose di partire, mi avrebbe raggiunto qualche giorno dopo. In realtà, non la vidi più». Thea si perse infatti nelle tenebre nazi: non riuscì più a raggiungere i vertici toccati dal dottor Mabuse e Metropolis, fu arrestata dall’esercito di Sua Maestà e si fece qualche mese di galera per collaborazionismo. Morì tragicamente, cadendo all’uscita di un cinematografo berlinese dove aveva assistito alla proiezione del restaurato Destino (!) di Murnau. Una caduta così rovinosa da procurarle fatali emorragie interne.
Infine, mi sia concesso un ricordo personale. Quando uscì il Metropolis colorato e musicato da Giorgio Moroder, il protagonista della versione originale Gustav Fröhlich volle assistere all’anteprima del film al Cinema Kursaal di Lugano, città dove l’attore si era trasferito a metà degli anni Cinquanta e dove morì nel 1987. Da giovane quanto ingenuo cronista, volli chiedergli di sciogliere il mistero relativo ai due – presunti – finali girati da Lang. Quello che conosciamo, con Freder Fredersen che si riconcilia col babbo aiutandolo a fargli stringere la mano dell’operaio. E un altro, dove il rampollo rifiuta la «pace», mandando il papà a quel paese. Fröhlich mi rispose con la calma grazia dei gentlemen anziani: «Sai figliolo, è passato tanto di quel tempo che francamente non mi ricordo più».




Salute

Pane, pasta, gipfel? Per Jennifer Walter sono proibiti? La donna affetta da celiachia racconta come gestisce la quotidianità, con molta pianificazione, creatività e una casa a prova di glutine
Salute

«Quando mi accorgo che noi, persone affette da celiachia, veniamo considerate, il mio cuore si riempie di gioia»
Jennifer Walter
«A casa riesco a gestire facilmente la mia vita con la celiachia», dice Jennifer Walter. Nel suo appartamento di Wettingen (AG) è il momento di fare uno spuntino. La 41enne mette sul tavolo da pranzo un piatto di cracker senza glutine, formaggio e pomodorini e si siede con il suo compagno e il loro figlio di sei anni, Fionn. A Jennifer Walter è stata diagnosticata la celiachia nel 2021, dopo aver sofferto per mesi di forti dolori addominali e aver lamentato dita gonfie e rigide. «Ho visto diversi specialisti, ma nessuno di loro riusciva a trovare la causa del mio dolore». Infine, un esame del sangue ha indicato la celiachia e una colonscopia ha confermato la diagnosi. Qualche mese dopo le è stata diagnosticata anche l’endometriosi. Questo disturbo addominale è spesso associato a un aumento del rischio di malattie autoimmuni come la celiachia, come hanno dimostrato recenti ricerche.
Non solo pane e pasta
Nella celiachia, l’organismo reagisce al glutine con una risposta immunitaria. Questa proteina del glutine si trova in cereali come il grano, il farro, la segale e l’orzo. Provoca danni alla mucosa dell’intestino tenue e può causare problemi di salute se non viene trattata. Le persone colpite sono meno in grado di assorbire i nutrienti e c’è il rischio di carenze nutrizionali. I possibili sintomi sono dolore addominale cronico, flatulenza, diarrea o costipazione. «Appena mi è stata diagnosticata la malattia, sapevo solo che non avrei dovuto mangiare glutine e pensavo soprattutto al pane e alla pasta», ricorda Jennifer Walter. Durante una sessione di consulenza nutrizionale, ha imparato a conoscere le insidie nascoste. «Alcuni cioccolatini contengono glutine e anche una normale salsa di soia ne contiene», racconta. «Bisogna sempre controllare attentamente la lista degli ingredienti». Occorre inoltre tenere presente il rischio di contaminazione incrociata. Si tratta della «contaminazione» che si verifica quando i prodotti senza glutine entrano involontariamente in contatto con alimenti o utensili contenenti glutine.
Casa senza glutine
Nel periodo iniziale dopo la diagnosi, Jennifer Walter ha provato i diversi prodotti senza glutine in commercio. «Non tutto ciò che è senza glutine ha un sapore che mi piace e non sempre contiene una lista di ingredienti chiara e breve», spiega. Già prima nella sua famiglia si cucinava comunque vo-




lentieri con ingredienti freschi, il che ha reso più facile il passaggio. Oggi abbiamo riso, lenticchie e grano saraceno in dispensa. «Ho anche scoperto un’ottima pasta senza glutine», dice Jennifer Walter. Il compagno di Jennifer Walter e il figlio Fionn non hanno la celiachia. «Fondamentalmente, in casa nostra ci sono alimenti senza glutine, ma loro mangiano pane normale, per esempio». La cucina dispone di un coltello per il pane e di due taglieri. Per evitare che il burro si contamini, la famiglia usa un coltello da burro per spalmare il burro sul piatto pulito e mai direttamente sul pane. «Per la marmellata, la soluzione è stata semplice: loro amano entrambi le fragole, mentre io preferisco qualcosa di più insolito come l’arancia amara». Quando la donna, laureata in sociologia, è in viaggio o al lavoro, ha sempre con sé uno snack senza glutine, ad esempio una barretta proteica. «Altrimenti diventa difficile se si soffre di celiachia e si ha improvvisamente fame», afferma l’esperta.
Sfide quando si mangia fuori casa È necessaria molta concentrazione nei ristoranti. Secondo l’esperienza della Walter, gli allergeni sono raramente dichiarati sui menu e chiedere al personale di servizio non sempre chiarisce la situazione. «Quando chiedo dei piatti senza glutine, molti reagiscono impotenti, altri sono infastiditi». È capitato spesso che non potesse mangiare nulla alle feste di lavoro o alle riunioni di famiglia. Alcune persone non capiscono che per i celiaci mangiare senza glutine non è una scelta personale, ma una necessità dovuta a una malattia fisica.
All’estero, Jennifer Walter si imbatte spesso in una selezione di opzioni senza glutine che vorrebbe vedere anche in Svizzera: «In Irlanda, ogni bar aveva almeno un dolce senza glutine; anche in Italia, la pizza o la pasta senza glutine non sono mai state un problema», afferma entusiasta. Jennifer Walter auspica una maggiore sensibilità da parte dei ristoranti e dei padroni di casa, ad esempio chiedendo informazioni su eventuali intolleranze prima di una visita o di un pasto insieme. Tutti possono contribuire a una maggiore inclusione. «Quando mi accorgo che si tengono in considerazione i celiachi, mi scoppia di gioia il cuore». Di recente ha scoperto il panpepato senza glutine al mercatino di Natale di Einsiedeln, per esempio. «L’ho afferrato alla velocità
Travestimenti di carta per piccoli inventori
A partire da un volto essenziale, il gioco si sviluppa attraverso sovrapposizioni di maschere di carnevale, scelte personali e invenzioni sempre diverse
Dietro la tendina delle cabine fotografiche
Dalle fototessere scattate prima di mettersi in cammino alle macchinette automatiche, una storia che intreccia rituali personali, tecnologia e riconoscimento

Itinerario ◆ Murales, sculture e arte pubblica durante una passeggiata a piedi che porta dalla periferia operaia ai distretti creativi della capitale norvegese
Angelo Ferracuti, testo e foto
Girare alla ricerca dell’arte urbana è una specie di divertente caccia al tesoro, ti costringe a guardare la città con uno sguardo diverso spingendoti a diventare una sorta di strano detective. A Oslo è bello perdersi su strade laterali e nascoste, vagare cercando di orizzontarsi zigzagando nella città della neve.
Da Majorstuen arriviamo in metropolitana a Toyen, che era il quartiere dei lavoratori, vicino all’orto botanico con la flora alpina più importante d’Europa. Nel rione popolare alcuni murali stanno sulle facciate degli edifici che si trovano vicino a un plesso scolastico, quello molto colorato in Sørligata 46 copre completamente gli esterni di un palazzo raffigurante tre bambini – uno europeo, uno africano e una bambina asiatica – che tengono in mano i modellini degli edifici dei loro Paesi di provenienza. «La mia casa è la tua casa» è un’opera del 2017, disegnata da un artista russo dell’iperrealismo socia-
le, Rustam Qbic; ha un effetto di rispecchiamento con il vociare allegro dei bambini che stanno giocando nel cortile adiacente, anche loro di etnie diverse, molti dei quali africani.
Sì, perché a Oslo la popolazione straniera è ormai il 37%. Invece, se-
minascosto su un angolo del giardino, il murale dei due bambini innamorati in stile Bansky, forse un’opera non firmata dell’artista britannico o realizzata da un abile imitatore.
Addentrandosi per le vie del quartiere dalle larghe strade costeggiate

da vecchi palazzi di fine Ottocento con decorazioni di motivi vichinghi, vie silenziose, spesso solitarie, scorgo altri murali tra i quali un omaggio esplicito a Edvard Munch, il pittore de L’urlo, di Steffen Kverneland, che è anche l’autore di un fumetto sul pit-
tore scandinavo di cui proprio qui si trovava originariamente il museo con tutte le opere, ora trasferito nel nuovo e avveniristico edificio che si trova dietro la stazione centrale e vicino al teatro dell’opera progettato da Renzo Piano. Nel palazzo accanto, di

fronte a un parco giochi, c’è invece il suggestivo astronauta nero dell’artista sudanese Fadlabi (Il limite del cielo, 2016).
In questa zona si trova anche il Toyen park; è una delle caratteristiche di Oslo dove la natura di un bosco, di una zona verde, convive armoniosamente con l’architettura delle case e l’unico rumore costante è lo sferragliare dei tram celesti sulle rotaie, qualche suono di clacson delle auto a trazione elettrica, poco altro.
Pochi passi a piedi, o una solo fermata della metropolitana, e siamo già a Grønland, l’affollato e vitalistico quartiere multietnico dove un abitante su due è straniero, con i suoi ristoranti indiani, turchi, e i mercati di frutta all’aperto, dove respiri odori di spezie passeggiando per le vie, scorgi le vetrine delle macellerie marocchine, quelle dei barbieri pakistani. A volte, mentre stai cercando un’opera muraria vagando per un quartiere, all’improvviso te ne appare un’altra, seminascosta in una via laterale, all’imbocco di una strada oppure sul muro di un palazzo di una via che non avresti attraversato mai, come il volto di donna indiana che compare di fronte a noi entrando al ristorante Punjab Tandoori.
Oslo si rivela a chi osa zigzagare tra le vie laterali e i quartieri popolari: qui la street art dialoga con il vociare dei cortili e le culture che si intrecciano
Al confine tra i due quartieri Toyen e Grønland, in Norbygata 1, c’è uno dei murali più belli di Oslo, è dell’artista polacca Zofia Jakubiec, costumista e designer d’abbigliamento. È permesso sognare? è il titolo: raffigura una bambina e la sua immaginazione fantastica, soprattutto legata al mondo animale.
Per arrivare a Grünerløkka, il quartiere underground degli artisti, dei negozi di tendenza e del mercato alimentare di Mathallen nel complesso di Vulkan, si può proseguire a piedi o continuare con il tram numero 15 e scendere in Olaf Ryes plass. In un isolato vicino, sempre sulla facciata di un edificio, c’è un’opera murale di un artista di origini brasiliane che vive a Oslo da molti anni, Leandro Cassiano.
L’artista Leandro Cassiano
Ci siamo dati appuntamento proprio lì, e ci ha raccontato davanti alla facciata che ritrae una famiglia durante un picnic – la sua opera che ricorda le pubblicità americane degli anni Cinquanta – che è attratto dall’arte murale perché affonda le sue radici nell’affresco della pittura italiana: «Ma il clima invernale di Oslo non

Grønland; sotto: Grünerløkka, Leandro Cassiano, Un picnic idilliaco; in basso: Toyen, Steffen Kverneland, Munch

permette di utilizzare i colori per l’affresco», sostiene, allora lui usa del silicato, quello che chiama «vetro liquido», il quale può resistere al gelo e alle basse temperature scandinave. «Mi interessa l’aspetto realistico delle figure, messe in risalto dall’uso del chiaroscuro che dà un aspetto tridimensionale; quindi, non tutti i dettagli emergono come nell’iperrealismo – spiega – alcune parti sono semplicemente colorate, altre invece sono più dettagliate in modo che si veda la forma umana del corpo».
Questo perché la pittura murale, deve interagire con lo spazio intorno, «le persone che guardano sono moltissime rispetto a quelle che osservano un’opera dentro un museo, dove c’è una comunicazione più intima; quindi, c’è un interagire sia con il contesto che anche con il pubblico che guarda da diverse distanze».

Sempre a Grünerløkka, nascosti tra i palazzi che costeggiano la lunghissima Thorvald Meyers gate si trovano altre opere murali come Sen-
za titolo dell’artista italiana Alice Pasquini, street artist di fama internazionale nota anche come Alicé, che esplora soprattutto il mondo femmi-
nile, come in questo affresco contemporaneo che si trova nell’edificio di una scuola materna e ritrae i volti sorridenti e complici di una madre e di una figlia.
Continuando a piedi sulla Thorvald Meyers gate si arriva a Sagene, nella vecchia zona industriale di Oslo e dove scorre l’Akerselva che divide in due la città norvegese. Qui si incontrano i bizzarri murales di Zed 1 nome d’arte di Marco Buressi, e il bellissimo L’ultimo mohicano del polacco Przemyslawk Blejzy (Sainer), che mescola realismo e fiaba, ma anche le forme geometriche tridimensionali molto colorate del russo Wais.
A Oslo, però, l’arte all’aperto non è solo murale, le sculture si possono trovare nei giardini intorno al Palazzo Reale, al parco boschivo Ekebergparken dove lungo i sentieri si incrociano opere di Botero, Salvator Dalì, Dan Graham, Sarah Lucas, Damien Hirst e Roni Horn. Mentre nel quartiere Marjostuen, dove è cominciato il nostro giro, si trova il fascinoso Vigeland Park.
Tra i murales, la fantasia animale di Zofia Jakubiec e i picnic anni Cinquanta di Leandro Cassiano
Ci si arriva con il tram numero 15 ed è uno spazio verde di 320 ettari con 212 sculture in bronzo, granito e ferro battuto, scolpite da Gustav Vigeland tra il 1924 e il 1943. Superato il grande cancello con figure stilizzate, proseguendo lungo il viale e raggiungendo il ponte ci si imbatte nelle opere in bronzo sul ciclo della vita nelle sue stagioni ed età, 22 uomini, donne e bambini colti nei momenti emozionali e corporali più forti, che ne esaltano ogni forma di intima affettività e relazione.
Passato il ponte ci si trova di fronte alla fontana, e poi si sale nella parte più alta del parco dove su una struttura di gradini a pianta ottagonale sono collocati 36 gruppi scultorei in granito, sopra i quali svetta verso il cielo la Livshjulet, la ruota della vita, o anche detto il monolite: una colonna composta da un unico blocco alta 14 metri con 121 corpi avvinghiati uno all’altro, che simboleggia forse la lotta per la sopravvivenza, oppure l’avvicinarsi al divino e all’eterno. Per scolpirla lavorarono a ritmo continuo per 14 anni tre tagliapietre sotto il controllo diretto dell’artista.
Ma la scultura più amata e nota del parco è Sinnataggen (Piccola testa calda), quella raffigurante il bambino che mentre piange rabbioso pesta i piedi, diventato ormai il simbolo della città di Oslo.
Informazioni
Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica








































































































































































































3 mio. per le associazioni





















Crea con noi ◆ Un gioco stampabile che invita i bambini a cambiare volto, mescolare identità e inventare personaggi sempre diversi
Giovanna Grimaldi Leoni

Il carnevale è la festa durante la quale, più di tutte, possiamo dare libero sfogo alla nostra fantasia. Possiamo travestirci, inventare personaggi, agghindarci con accessori e fare il pieno di colori. Questo gioco stampabile si ispira al classico gioco delle bamboline da vestire. È composto da una base con il volto e da tante maschere diverse che i bambini potranno usare per «vestire» il proprio personaggio, cambiandolo ogni volta. Le possibilità sono infinite e possono prendere ispirazione da un supereroe, un animaletto, un indiano, un pagliaccio o, perché no, mischiare gli elementi per creare qualcosa di nuovo.
Procedimento
Stampate la base con il volto e gli elementi delle maschere su carta da 120 g per ottenere una migliore resa e una maggiore resistenza. Ritagliate con cura tutti gli elementi compreso l’interno degli occhi.
Con una plastificatrice plastificate sia il foglio con il volto sia tutte le maschere ritagliate. In alternativa, se non avete a disposizione una plastificatrice, potete stampare il materiale su carta più spessa (160 g) oppure rivestire il tutto con della pellicola adesiva, così da renderlo anche lavabile.
Dopo aver plastificato tutti gli elementi, ritagliateli nuovamente la-
Cruciverba
Il deserto Tabernas si trova in… ed è l’unico in... Termina le frasi risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 6 – 2, 6)




sciando un margine di circa 5 mm lungo i bordi, in modo da evitare che la plastica si stacchi. Per dettagli sottili come baffi o altri particolari minuti, non è necessario seguire esattamente la sagoma: sarà sufficiente lasciare un bordo uniforme attorno alla figura.
Piegate un cartoncino a metà e, sulla parte frontale, incollate la base con il volto.
All’interno posizionate una busta per contenere gli elementi più piccoli. Per quelli più grandi, come la maschera dell’indiano, potete creare una tasca incollando verticalmente una striscia di cartoncino sul retro della copertina. Avere tutto raccolto in questo pratico raccoglitore renderà il gioco comodo anche per chi desidera portarlo con sé fuori casa.
Come si gioca
Appoggiate le varie maschere sul volto e create i vostri personaggi. Il bambino può giocare liberamente, oppure gli si può proporre di realizzare personaggi specifici, come «crea un pagliaccio» o «crea un supereroe».
In alternativa, si possono lanciare piccole sfide, ad esempio: chi riesce a creare la maschera più buffa e strana?
Idee in più Insieme alle maschere potete fornire anche materiale aggiuntivo, come piume, cartoncini colorati o plastilina. In base all’età dei bambini, si possono aggiungere anche strass e
Materiale

• Stampante a colori, carta da 120gr
• Plastificatrice o pellicola adesiva trasparente
• Cartoncino colorato A4, busta
• Forbici o taglierino
(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
bottoni per arricchire ulteriormente le creazioni.
Invitate i bambini a disegnare nuove maschere oppure a scegliere la loro preferita da ingrandire con la fotocopiatrice, in modo che possano indossarla. Buon divertimento!
Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi
ORIZZONTALI
1. Un mese
6. Precipitato chimico
9. Il cantautore Paoli
10. Si distilla dalla melassa
12. Un codice identificativo
13. Canzoni medievali francesi
14. Grosso uccello
15. Segue avril a Parigi
16. La patria di Confucio
18. L’Ultima... opera di Leonardo da Vinci
19. Aggravio fiscale
20. Linguaggio di programmazione

21. Caratteristiche del Sahara
22. C’è anche quella dei venti
23. Le separa la «m»
24. Preposizione francese
25. Il suo opposto è pre
27. Compose un famoso «Gloria»
VERTICALI
1 Si lega in reste 2. Avverbio di tempo 3. Pietra dura 4. Le iniziali dell’attore Orlando
5. Vive nei Mari del Nord
6. Le iniziali del musicista Mascagni 7. Un attore comico di nome Alessandro
Contigui
Il dittongo di qualità
Primo cardinale inglese
Intervallo di tempo
Andare a Madrid
Una fibra tessile
Una scritta sull’asfalto
Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
Soluzione della settimana precedente SEGRETI IN CUCINA – Se vuoi tagliare una
farcirla, giraci… Resto della frase: …UN
ESTREMI

con
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch
I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.









Qualche anno fa, prima di partire per un viaggio, avevo elaborato un mio piccolo rituale: scattarmi una fototessera in una di quelle cabine automatiche che si trovavano allora in ogni stazione della metropolitana milanese. Ritraevo così la mia «faccia da viaggio», seria ma non triste, come raccomandano i bravi fotografi. Ho sempre trovato banali quelle foto di turisti eternamente sorridenti (Cheese! ), quando sappiamo bene che andare per il mondo implica anche fatiche e fastidi. Inoltre queste macchinette erano utilizzate soprattutto per i documenti e, com’è noto, nella foto del passaporto non è consigliabile sorridere: di solito è richiesta invece un’espressione neutra, con occhi aperti e bocca chiusa. La ragione? In molti valichi di frontiera o aeroporti il riconoscimento è affidato a macchine e queste si basano sulla misura dei tratti del viso; sorridere altera le
proporzioni della faccia e rappresenta una sfida per le nuove tecnologie. Peraltro, quando i passaporti si diffusero universalmente dopo la Prima guerra mondiale, questo divieto non esisteva e nei vecchi documenti si vedono persone nelle più strane pose, mentre fumano, leggono il giornale o suonano uno strumento musicale.
Ma torniamo alle nostre cabine. Nel primo dopoguerra la nuova domanda di fotografie per il passaporto fu abilmente sfruttata da un immigrato russo a New York, in fuga dalla rivoluzione bolscevica. Anatol Josepho – così si chiamava – inventò una cabina interamente automatica che in pochi minuti, in cambio di una moneta, provvedeva a scatto, sviluppo, asciugatura e consegna delle foto. Nel 1925, dopo aver brevettato l’idea, creò la società Photomaton Inc. per lo sfruttamento commercia-
L’emergere dei personaggi dall’ombra, come a lume di candela celato, sui volti del secondo Caravaggio di Milano, continuava a risalire a galla dal mio museo immaginario emozionale. Camminando per strada appena dopo la canestra dell’Ambrosiana, si era innescata già subito una microdipendenza lampo caravaggesca. Inevitabile dunque la voglia di rivedere, studiare meglio, lasciarmi andare sprofondandoci dentro, il Caravaggio che si trova alla pinacoteca di Brera dal 1939. Visto due volte, negli ultimi tempi – il novembre scorso in occasione della sbandata per Barocci nel bisogno di un martirio verso le cinque di pomeriggio e alle 12:16 in dicembre l’anno prima per via del reportage sulla Braidense – per La cena in Emmaus (1606), conosco la strada. E così, nella sala ventotto, con sfondo pareti color Borgogna, illuminazione degna del quadro a cui mi avvicino religio-
so di buon’ora o quantomeno appena dopo le otto e mezza quando aprono e con poca gente in giro, riammiro l’emergere quasi miracoloso dei cinque personaggi dall’ombra. Il volto delicato del Cristo, reclinato lieve in avanti con postura sacrale, occhi socchiusi, la mano benedicente in aria, è colpito a metà dall’inclinazione particolare del lume. Luce incerta e sospesa si posa anche sul pane spezzato lì davanti. Dietro c’è l’oste con a fianco l’ostessa, ai lati del tavolo i due discepoli, tra i quali uno allarga le mani per lo stupore. La scena di questa tela di centoquarantun centimetri per centosettantacinque è tratta da un passo del Vangelo di Luca ( 24, 13-35). È il momento in cui i due discepoli-pellegrini, uno dei quali è chiamato Cleopa, per via del gesto del pane spezzato, riconoscono Gesù risorto, a tavola con loro, in una osteria di un paesino non lontano da Ge-
le. E l’anno seguente, un secolo fa, aprì la prima postazione a Broadway, Manhattan. Grazie al nuovo apparecchio, per soli 25 centesimi si otteneva una striscia di otto fotografie. Di colpo il ritratto fotografico, sino ad allora assai costoso, era alla portata di tutti. Il pubblico comprese e apprezzò immediatamente questa rivoluzione e lunghissime file si formarono davanti alle prime cabine. Nel marzo 1927 Josepho vendette la sua società per 1 milione di dollari a un gruppo di investitori e naturalmente questa notizia si tradusse in ulteriore pubblicità, accelerando la diffusione dei Photo Booth, come vennero presto chiamati colloquialmente. La nuova invenzione era al tempo stesso utile e divertente; oltre che per i documenti, sin dai primi anni queste foto furono utilizzate come ricordo, prova d’amore, scherzo tra amici, rito ado-
lescenziale. La serie di foto permetteva anche un racconto in sequenza: per esempio prima resto serio, poi rido, poi mi avvicino. Dietro la tendina puoi provare facce, seduzioni, maschere; il risultato è pubblico, ma nasce in uno spazio intimo e personale. Nel secondo dopoguerra, solo negli Stati Uniti, si contavano decine di migliaia di cabine. Negli anni Sessanta il famoso artista pop Andy Warhol si appassionò a queste macchine, che incarnavano la sua idea di modernità (riproducibile, seriale, democratica). Warhol realizzò diverse strisce di autoritratti in cabina, quasi una premonizione del selfie, una è esposta al Metropolitan Museum of Art di New York. E con un Photo Booth a Times Square realizzò anche ritratti su commissione. Nel decennio successivo invece preferì utilizzare un’altra novità, la Polaroid, una macchina fotografica

a sviluppo istantaneo, senza bisogno di laboratorio o camera oscura. Ogni foto era unica, si poteva vedere subito se era venuta bene, correggere, riprovare, soprattutto condividere con i soggetti ritratti. Nel passaggio al nostro millennio le cabine si estinguono, o quanto meno diventano digitali. Ultimamente però i Photo Booth vintage stanno tornando di moda e sono già stati reintrodotti a New York, naturalmente, nonché a Londra e Barcellona. Molte celebrità si sono scattate foto poi condivise sui social in formato digitale e anche gli adolescenti amano questa immersione nella storia della fotografia. Davanti alle cabine sono tornate le code, anche con proposte di matrimonio, eventi eccetera. Si combinano gioco, nostalgia, scoperta. D’altronde, come recita un proverbio inglese, tutto ciò che è stato dimenticato torna a sembrarci nuovo.

rusalemme: Emmaus. Palestrina secondo alcuni o Zagarolo secondo altri mentre c’è chi dice Paliano, ma comunque in un palazzo dei Colonna nella campagna romana a ridosso dei Monti Prenestini di certo, riguardo al posto dove Caravaggio dipinge questo fulminante fotogramma, un attimo prima che il Cristo sparisca. Fuggito da Roma, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni nel rione Campo Marzio, per un litigio nato da una partita di pallacorda il ventotto maggio 1606, lì, nascosto, dipinge questo disvelamento per il conte-mecenate Ottavio Costa. Dalla collezione Costa, «il rapido, balenante Emmaus » come annota Longhi, approda presto nel palazzo dei marchesi Patrizi, in faccia a San Luigi dei Francesi dove si fa ressa per il trittico mozzafiato. Rimane lì per secoli, finché viene stanato da Ettore Modigliani, ex direttore lungimirante di questa pina-
C’era una volta una sigla. Senza parole. Solo note. Le suonava l’Orchestra Radiosa. Non era ufficialmente legata al Tour de Suisse, ma bastava ascoltarne l’attacco alla radio affinché il pensiero volasse subito all’immagine di corridori arrancanti in salita, sudati e distrutti dalle fatiche del ciclismo epico degli anni Quaranta e Cinquanta. Erano i tempi di Kübler e Koblet, di Coppi e Bartali. Qualche anno dopo, questa forza immaginifica la diffuse anche il gruppo amatoriale Cantiamo Sottovoce: «Corri corri corridor». L’incipit era sufficiente per proiettarci sulle strade della corsa. Era un appuntamento atteso quanto il 1° d’agosto. Quasi mitico. Una festa popolare durante la quale tutti i comuni coinvolti mettevano l’abito buono e apparecchiavano la tavola con le loro specialità più sfiziose. Al banchetto partecipavano le grandi firme del ciclismo degli anni Sessanta-Ottanta: Eddy Merckx, Felice Gimondi, Vittorio Adorni,
Gianni Motta, Michel Pollentier, Sean Kelly. Potrei proseguire fino al termine dell’articolo. Ci tengo tuttavia a ribadire che, tra la fine delle due grandi epoche auree citate, nel 1961, anche Attilio «Tilo» Moresi era riuscito ad apporre il suo sigillo nell’Albo d’oro della corsa. Unico ticinese. Probabilmente ancora a lungo. Erano tempi in cui il nome del Gran Patron del Tour de Suisse era sulla bocca di tutti gli appassionati al pari di quello di un Consigliere Federale. Lo spregiudicato Sepp Vögeli e l’energico Hugo Steinegger incarnavano il «verbo». La loro parola era legge. Da allora, molto è accaduto. Il ventennio del doping che ha allontanato parecchia gente dal ciclismo. La redenzione attraverso regole molto più ferree. La rinascita grazie a una generazione di giovani campioni che sanno che cosa significhi dare spettacolo. Ma in tutto questo, il Tour de Suisse ha visto il suo «appeal» ridursi an-
no dopo anno. La ragione principale è dovuta al calendario allestito dall’Unione Ciclistica Internazionale (UCI), che sovrappone parzialmente la nostra corsa nazionale al Giro del Delfinato. I francesi, da anni, inseriscono nel percorso alcune tappe che ricalcano quelle proposte un mese più tardi al Tour de France. Morale: la stragrande maggioranza dei Big privilegia il «Dauphiné Libéré». Un altro aspetto è senza dubbio di carattere imprenditoriale. In Francia hanno realizzato che la loro corsa nazionale può essere uno spot straordinario per il Paese. Hanno investito molto denaro nella promozione, nelle strutture e in particolar modo nelle riprese televisive, che sono uno spettacolo nello spettacolo. In Svizzera, ciò non accade. Le dirette tv sono limitate a 60-90 minuti. Raramente focalizzano l’obiettivo sulle bellezze paesaggistiche e storiche che si incontrano sul tracciato. Eppure, la Svizzera ne ha di
coteca osteggiato e messo in fuga a causa delle leggi razziali fasciste, aiutato dalla sua «allodola» come chiamava Fernanda Wittgens. Collaboratrice diventata poi direttrice eroica di Brera che salva, portando altrove per tempo, prima dei bombardamenti e così via, capolavori come questo. Torneremo, credo, a parlare di questi due personaggi-chiave di questa pinacoteca-oasi, ora però non perdiamo d’occhio la cena spartana in Emmaus. Vado matto per quel pane rivelatorio dorato, michetta che mostra il cratere formato dalla pressione dei pollici ma restata intera, con magnifiche screpolature. Mi riconciliano con il mondo quelle foglie di lattuga, l’altra cirioletta intatta, nello spazio tra le mani stupefatte del pellegrino. Se la posizione di questi due pani è identica all’Emmaus di Londra dipinta anni prima, dove sembrano dei ferraresi – e non è ancora spezzato indicando
che è il momento prima di questo –lì c’era pure un pollo, la canestra di frutta sull’orlo come la natura morta dell’Ambrosiana, molta più luce. Questa cena, anche se l’ostessa – che ricorda molto la vecchietta accanto a Giuditta che tende il drappo in attesa della testa tagliata di Oloferne e anche la vecchiarella in ginocchio nella Madonna dei Pellegrini – sta portando l’abbacchio, è molto più monacale. I vestiti di tutti sono terrosi e s’accordano con il buio dello sfondo. Mi avventuro con gli occhi a cercare il motivo del tappeto ushak sotto la tovaglia bianca del tavolo, afferrato da un discepolo come per assicurarsi di non sognare. Rifugio lo sguardo nelle ombre dell’incavo del collo, passeggio ancora lungo l’estrema naturalezza di quei volti drammatici e calmi emersi dall’ombra, accarezzati da questo bagliore speciale come di candela sospesa chissà dove o di lume senza corpo.

meraviglie da mostrare. «È una questione di soldi», ci siamo sentiti dire in occasione dei Mondiali di Mendrisio del 2009, quando con alcuni colleghi avevamo proposto alla produzione, curata a Zurigo, di redigere un fascicolo in tre lingue per i commentatori di tutto il mondo, e di mostrare in tv le immagini delle bellezze menzionate nel testo. Credo che sia soprattutto una questione di coraggio e di progettualità. La conseguenza di questa attitudine rinunciataria l’abbiamo toccata con mano quando è stata annunciata la riduzione del prossimo Tour de Suisse da otto a cinque tappe (in passato si era giunti fino a dieci). Per stemperare il senso di frustrazione è stata strombazzata una grande novità. Per la prima volta dalla sua nascita nel 1933, la corsa partirà all’estero. A Sondrio, per la precisione. Lungi da me l’idea di passare per la Cassandra del caso. È vero che Sondrio è in Italia e che l’Ita-
lia è un Paese assai ciclofilo. Ricordo però tre arrivi desolanti in Austria ai piedi del ghiacciaio di Sölden, quello dove da anni scatta la Coppa del mondo di sci alpino. C’erano ragioni promozionali dietro questo contratto, e molte aspettative. Ebbene, avrei potuto uscire dalla cabina di commento e contare personalmente le poche centinaia di spettatori. Nel buio della prossima edizione, intravedo tuttavia anche una luce. Uomini e donne affronteranno, negli stessi giorni, le medesime cinque tappe, con chilometraggio diverso. Ciò significa, finalmente, guardare avanti. Essere al passo con la tendenza alla parificazione tra uomini e donne nello sport. Gli Europei di calcio casalinghi della scorsa estate ne sono stati un esempio meraviglioso. Dal 17 al 21 giugno, questa novità non sottrarrà al Tour de Suisse il suo pubblico fedele. Probabilmente, contribuirà ad avvicinare qualche curioso/a in più.

























8.95 invece di 13.50



3.20 invece di 3.80





succose Spagna, rete da 3 kg, (1 kg = 1.23) 20%
3.70 invece di 4.65

Arachidi Extra Israele, 500 g, confezionate, (100 g = 0.60) 33%
3.–
invece di 4.50

3.55
invece di 5.30 Zucca tagliata Italia/Portogallo, al kg, confezionata 33%


3.15























Suggerimento: servire con salsa al limone

13.95
invece di 23.80


8.95
invece di 12.90
Per una cena a lume di candela per due


8.95
Tentacoli di polpo Fruits de mer pesca, Atlantico centro-orientale, 200 g, in self-service, (100 g = 4.48)

Filetti di orata con pelle M-Classic, ASC
invece di 12.–


Pizze dal forno a legna Anna's Best, refrigerate Prosciutto mini o Prosciutto & Mascarpone, in confezioni multiple, per es. Prosciutto mini, 3 x 210 g, 8.85 invece di 11.85, (100 g = 1.40) conf. da 3 25%


Cornatur nuggets o scaloppine mozzarella e pesto, per es. nuggets vegane, 2 x 225 g, 6.– invece di 7.50, (100 g = 1.33) conf. da 2 20%

6.95
Mezzelune Anna's Best ricotta e spinaci o alla carne di manzo, in conf. speciale, 800 g, (100 g = 0.87)
semi di lino e semi di girasole 2.70 invece di 3.65

Corona del sole bio 360 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.75)

Tutti i biscotti freschi Petit Bonheur per es. discoletti, 207 g, 2.48 invece di 3.10, prodotto confezionato, (100 g = 1.20)

Tranci al limone 5 pezzi, 250 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.00)


1.85


2.40


Con circa 10’000 articoli, abbiamo l’assortimento di prodotti regionali più grande della Svizzera. La nostra gamma comprende verdura, carne, pesce, latticini, bevande e numerose specialità. I prodotti vengono trasformati o coltivati, sempre all’insegna della responsabilità, da produttori e agricoltori locali.

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i Caprice des Dieux (formato maxi escluso), per es. 300 g, 4.76 invece di 5.95, (100 g = 1.59)

5.20 invece di 6.55
Caprice des Dieux in conf. speciale, 330 g, (100 g = 1.58) 20%

a partire da 2 pezzi 20%
Tutte le mozzarelle Alfredo per es. sfera, 150 g, 1.16 invece di 1.45, (100 g = 0.77)

Toglierlo dal frigorifero circa 30 minuti prima di servirlo
conf. da 2 15%

Panna intera e mezza panna, Valflora, IP-SUISSE per es. panna intera, 2 x 500 ml, 5.75 invece di 6.80, (100 ml = 0.68)
a partire da 3 pezzi 25%


Caffè Latte Emmi per es. macchiato, 230 ml, 1.61 invece di 2.15, (100 ml = 0.70)


conf. da 4 2.10 DI RIDUZIONE
13.10 invece di 15.20
Burro da cucina M-Classic 4 x 250 g, (100 g = 1.31)

Tutti i pasti da bere This is food Yfood per es. Choco, 500 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 0.79) a partire da 2 pezzi 20%







6.95 invece di 8.69
Prosciutto crudo Migros Bio Svizzera, 100 g, in self-service 20%




4.85
Uova d'importazione da allevamento al suolo in conf. speciale, 18 x 53 g+ 15%
invece di 5.76
Ideale con Adatto anche per il toast Hawaii


4.– Pane Toast & Sandwich M-Classic, IP-SUISSE 2 x 620 g, (100 g = 0.32) conf. da 2 HIT

4.40 invece di 6.30
Berliner con ripieno di lamponi e ribes rossi Petit Bonheur in conf. speciale, 6 pezzi, 420 g, (100 g = 1.05) 30%

5.60
Tortine alle mandorle con cuore
4 pezzi, 212 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.64)

3.90

Tutte le praline Connaisseurs Lindt per es. 230 g, 19.96 invece di 24.95, (100 g = 8.68) 20%


15.95 invece di 19.95
Rose nobili Trio, Fairtrade disponibili in diversi colori, mazzo da 9, lunghezza dello stelo 60 cm, il mazzo 20%
Tartelette al lampone
2 pezzi, 125 g, prodotto confezionato, (100 g = 3.12)

5.60

Macarons a cuore
6 pezzi, 90 g, prodotto confezionato, (100 g = 6.22)
9.85 invece di 14.95

Surprise Midi il mazzo


11.95 invece di 14.95 Mix di tulipani speciali 15 pezzi, il mazzo

Branches Frey Milk o Dark, in conf. speciale, 50 x 27 g, per es. Milk, 12.75 invece di 25.50, (100 g = 0.94) 50%
Cioccolato svizzero per spuntini e dolci

8.95 invece di 13.80
Tavolette di cioccolato Frey Noxana Lait, Noir Special 72% o al latte finissimo, 6 x 100 g, (100 g = 1.49)



7.30
invece di 14.60
Gelati su stecco alla panna prodotti surgelati, nei gusti vaniglia, cioccolato, fragola e moca, 24 x 57 ml, (100 ml = 0.53) conf. da 24 50%




7.95
Lucciole frizzanti Trolli in conf. speciale, 1 kg
conf. da 3

Biscotti Walker's Highlanders o Chocolate Chip Shortbread, per es. Highlanders, 3 x 200 g, 12.95 invece di 16.20, (100 g = 2.16)

Tutti i biscotti Tradition per es. Petit Gâteau limone, 150 g, 3.08 invece di 4.40, (100 g = 2.05)



3.90 invece di 6.57 Chips M-Classic, in conf. XL alla paprica o al naturale, in conf. speciale, 400 g, (100 g = 0.98)




Consiglio: affinare con panna e moscatanoce
a partire da 2 pezzi 2.–DI RIDUZIONE

Tutti i brodi Knorr in barattolo per es. estratto di verdure a basso contenuto di grassi, 250 g, 6.80 invece di 8.80, (100 g = 2.72)
a partire da 2 pezzi 20%

Purea di patate Mifloc M-Classic disponibile in diverse varietà, per es. 4 x 95 g, 4.– invece di 5.–, (100 g = 1.05)

Tutto l'assortimento Fiesta Del Sol per es. Tortillas integrali, 8 pezzi, 320 g, 3.36 invece di 4.20, (100 g = 1.05) a partire da 2 confezioni 20%

9.80 invece di 12.30 Funghi misti M-Classic 3 x 200 g, (100 g = 1.63) conf. da 3 20%





Aceto alle erbe Kressi 1 litro, 2.64 invece di 3.30 a partire da 2 pezzi 20%

Involtini primavera J. Bank's prodotto surgelato, con pollo o verdure, per es. pollo, 2 x 6 pezzi, 740 g, 9.80 invece di 14.–, (100 g = 1.32) conf. da 2 30%

Tutte le capsule Café Royal incl. CoffeeB per es. Lungo, 10 capsule, 3.38 invece di 4.50, (100 g = 6.38)




di colza
litro, (100 ml = 0.50)

1.40 Fiocchi d'avena integrali fini M-Classic 1 kg, (100 g = 0.14)




Da oltre 75 anni, Candida è la marca propria della Migros esperta nel settore dell'igiene orale. I suoi prodotti di alta qualità sono sviluppati per soddisfare tutte le esigenze di igiene orale. Grazie alla sua competenza scientifica e alla pluriennale esperienza, Candida è raccomandata dai dentisti.


di 9.–


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da denti Candida per es. Comfort, (1 pz. = 2.20)



a partire da 2 pezzi 25%

Tutto l'assortimento Sanactiv per es. spray nasale all’acqua di mare con mentolo, 20 ml, 3.15 invece di 4.20, (10 ml = 1.58)
conf. da 3 25%

Prodotti per la doccia I am o I am Men in confezioni multiple, per es. doccia crema Milk & Honey I am, 3 x 250 ml, 4.– invece di 5.40, (100 ml = 0.53)
conf. da 2 20%

Gel doccia pH Balance per es. gel doccia pH 5,5, 2 x 250 ml, 5.60 invece di 7.–, (100 ml = 1.12)
Delicato sulla pelle sensibile


4.35 Fazzoletti Classic Linsoft, FSC® in conf. speciale, 42 x 10 pezzi
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Fazzoletti e salviettine cosmetiche, Linsoft, FSC® per es. scatola cubica, 3 x 90 pezzi, 5.50 invece di 6.90


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Tutto l'assortimento per la conservazione Kitchen & Co. (vasi per conserve e bottiglie esclusi), per es. barattolo in vetro rotondo con coperchio in bambù, 1,3 l, il pezzo, 4.17 invece di 6.95

7.65 invece di 9.60 Manella Balsam o Lime, 3 x 500 ml, (100 ml = 0.51) conf. da 3 20%

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Tutti i detersivi Total (confezioni multiple e speciali escluse), per es. 1 for all in conf. di ricarica, 2 litri, 7.98 invece di 15.95, (1 l = 3.99)

Tutto l'assortimento Handymatic Supreme (sale rigeneratore escluso), per es. Tabs All in 1 Lemon, 35 pezzi, 7.77 invece di 12.95 a partire da 2 pezzi 40%

Extra morbida con lozione alla camomilla


1.10 Emma's Combo Detergente universale + liquido piatti 1,5 litri, (100 ml = 0.07) 20x

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Carta igienica Soft Deco, FSC® in conf. speciale, 16 rotoli

Carta igienica o salviettine umide, Soft in confezioni multiple o speciali, per es. Supreme alla camomilla, FSC®, 24 rotoli, 15.10 invece di 21.60 30%











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