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Azione 6 del 4 febbraio 2026

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3 milioni in favore dei camp per bambini e

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Dal 5 febbraio al 15 aprile 2026, nei supermercati Migros e su migros.ch, riceverai un buono associazione ogni 20.– CHF spesi, per un massimo di 15 buoni, fi no a esaurimento dello stock.

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MONDO MIGROS Pagina 4

Le città del futuro con il Fondo pionieristico Migros

SOCIETÀ

Viaggio alle origini dell’Istituto Dalle Molle, avanguardia scientifica nella Svizzera italiana dal 1973

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Esplosivi sommersi nei laghi svizzeri: i rischi, le soluzioni per recuperarli e il quadro in Ticino

ATTUALITÀ Pagina 12

La rinascita di Gardi

CULTURA Pagina 17

I molti misteri della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino

Un secolo di sci alpinismo approda alle Olimpiadi di Milano-Cortina con la Svizzera in prima linea

TEMPO LIBERO Pagina 27

Crans-Montana non ci divida

Chissà se, nel momento in cui state leggendo queste righe, si sarà interrotto il valzer dei veleni tra Italia e Svizzera sulla tragedia di Crans-Montana. L’impressione è che sia emerso qualcosa di più profondo e antico rispetto all’episodio che ha scatenato simmetrici rancori tra svizzeri e italiani.

Qualcosa che sembra avere a che fare più con i reciproci pregiudizi che con le differenze di cultura giuridica e giornalistica (su Azione ne ha parlato Orazio Martinetti un paio di settimane fa) tra i due Paesi confinanti. Nella sempiterna fabbrica dei luoghi comuni, svizzeri e italiani appaiono come l’uno la nemesi dell’altro: rigorosi, anzi «perfettini», i primi; creativi, anzi «furbastri», i secondi.

Quando tutto va bene, ci ridiamo su. Nell’immaginario dei Frontaliers, il pedante doganiere elvetico Loris J. Bernasconi continuerà a far valere la rigidità dei regolamenti svizzeri sul bonario, incasinato e lombardissimo Bussenghi al va-

lico di Brusata di Novazzano. Allo stesso modo, qualche anno fa, sulle reti italiane, l’ingenuotto ticinese signor Rezzonico se la vedeva con il vendicativo insubrico Fausto Gervasoni e l’ottuso agente Hüber di Mendrisio, che regolava a pistolettate ogni minima infrazione (nel trio comico di Aldo, Giovanni e Giacomo).

Quando però le cose vanno male, i consueti sfottò si trasformano in insulti. Chi credete di essere (voi svizzeri), che vi atteggiate a modello di serietà ed efficienza, mentre sotto sotto siete peggio di noi? Oppure: Come osate giudicarci (voi italiani), che – a proposito di incuria – avete sulla coscienza le sciagure del ponte Morandi, di Rigopiano e del Mottarone?

Al di là dei «crucifige» dei leoni da tastiera (italiani e svizzeri) sui social, il Governo di Roma ha ritirato il proprio ambasciatore in Svizzera, subordinando il suo ritorno alla costituzione di una squadra investigativa congiunta. Come se la collaborazione giudiziaria tra Italia e Svizze-

ra non fosse già perfettamente possibile senza le pressioni di Giorgia Meloni. Avviene tramite i canali ordinari di cooperazione giudiziaria internazionale, che funzionano da sempre in modo autonomo rispetto alla politica. Dall’altra parte, l’opinione pubblica svizzera si incattivisce con gli italiani, riducendo spesso la tragedia di Crans-Montana a una questione di immagine infangata e orgoglio ferito e rinfacciando all’Italia le paurose lacune di molte sue inchieste. Due macchine del fango contrapposte. Ma qui l’orgoglio non c’entra nulla. La tragedia non deve diventare un pretesto per Roma per attaccare la Svizzera, né deve impedire a noi svizzeri di riflettere in modo equilibrato e oggettivo. Non solo gli italiani, ma anche numerosi svizzeri sono rimasti perplessi, ad esempio, per la scarcerazione di Moretti dietro cauzione. E non è un attentato alla bandiera rossocrociata chiedersi se il Canton Vallese o il comune di Crans-Montana abbiano svolto correttamente i

controlli previsti, se le norme tecniche fossero state verificate, se le uscite di soccorso fossero in regola, se il personale fosse adeguatamente qualificato o se – peggio ancora – gli interessi economici abbiano fatto chiudere un occhio, forse due, a chi avrebbe dovuto garantire gli standard minimi di sicurezza del locale. Le indagini stanno facendo chiarezza su questi aspetti? È normale chiedere lumi, cercando anche di capire quanto questa tragedia sia stata un caso isolato e quanto, invece, sia da attribuire a un difetto strutturale, a un sistema troppo frammentato e macchinoso per garantire l’applicazione degli obblighi di protezione dello Stato. Ed è lecito interrogarsi sul modo in cui le inchieste vengono condotte. Ragioniamo lucidamente sui fatti e interrompiamo questa meschina gara a rinfacciarsi chi ha fatto – o chi è – peggio dell’altro. Stringiamoci insieme per prenderci cura del dolore che ci accomuna, profondamente, da una parte e dall’altra del confine.

Simona Sala Pagina 19
Geri Born

Città del futuro, come le vogliamo?

Fondo pionieristico Migros ◆ Quattro scenari per dare una risposta alla crescita della popolazione nel nostro Paese

È un dato di fatto indiscutibile: la Svizzera sta crescendo. Oggi nel Paese vivono oltre 9 milioni di persone. Secondo lo scenario più plausibile dell’Ufficio federale di statistica, nel 2050 saranno 10,4 milioni, con un aumento di oltre il 40% in mezzo secolo. Poiché la superficie del Paese è limitata e a crescere sono soprattutto le economie domestiche, «dobbiamo trovare soluzioni per convivere e abitare insieme in futuro senza compromettere la qualità della vita. Solo in questo modo i cambiamenti saranno accettati dalla popolazione», spiega Britta Friedrich, responsabile del Fondo pionieristico Migros.

Per questo motivo il Fondo pionieristico Migros ha elaborato quattro scenari futuri che riassumono le attuali tendenze della ricerca. Inoltre, attraverso un sondaggio rappresentativo* condotto dal Gottlieb Duttweiler Institut (GDI), è stato possibile definire le misure possibili relative alla crescita demografica che riscuotono maggiore consenso.

Il risultato più importante è che due terzi degli intervistati nel complesso sono soddisfatti della loro situazione abitativa attuale. Ciò è da ricondursi principalmente al fatto che dispongono di spazio sufficiente, ap-

Come implementare in modo quantitativo la densificazione?

Il Fondo pionieristico Migros fa parte dell’impegno sociale di Migros e promuove le start-up che si impegnano a migliorare la qualità della vita in Svizzera. Nell’ambito dell’attuale focus su «Costruire. Abitare. V ivere.», è alla ricerca di idee imprenditoriali che promuovano una densificazione qualitativa in Svizzera, in altre parole una densificazione con un valore aggiunto ecologico e/o sociale. I progetti selezionati saranno accompagnati fino a tre anni durante il loro ingresso sul mercato.

Info e iscrizioni

www.von0auf100.org

Fino al 15.3.2026

prezzano il vicinato e possono rimanere nella loro casa a tempo indeterminato. Allo stesso tempo, tre quarti dei partecipanti al sondaggio riconoscono che devono riconsiderare la loro situazione abitativa a causa della crescita demografica. Ma quali cambiamenti sarebbero disposti ad accettare?

Sulla base delle conoscenze acquisite, il fondo pionieristico intende promuovere progetti in grado di offrire soluzioni per l’abitare del futuro. Per questo ha lanciato un bando di raccolta di idee (vedi box).

Città più dense

Lo scenario «compatto e rigenerativo» prevede una densificazione dei centri urbani, anziché la continua espansione degli agglomerati. In altre parole, più persone vivranno nella stessa area. L’80% degli intervistati ritiene la densificazione una misura buona o parzialmente buona per contrastare la carenza di alloggi. Tuttavia, secondo gli intervistati la densificazione dovrebbe avvenire nelle città e nelle periferie, non nelle zone rurali. Perfino gli abitanti delle città la pensano così. La densificazione può avvenire in diversi modi, ad esempio attraverso l’ampliamento di edifici esistenti o la costruzione di edifici più alti. Entrambe le misure sono accolte dal 50% degli intervistati. La conversione di spazi adibiti a uffici in spazi abitativi è va-

Due scenari futuristici sviluppati con l’Intelligenza Artificiale (realizzati da 2erpack Identity, Behruz Tschaitschian & Veronika Kieneke).

lutata positivamente da due terzi degli intervistati. Jakub Samochowiec, ricercatore presso il GDI e autore del sondaggio, spiega questo alto grado di consenso con il fatto che gli intervistati non ne sarebbero toccati. «La loro attuazione non sembra quindi causare grandi problemi».

Una rete di piccoli centri urbani

Lo scenario più apprezzato è quello «Policentrico e interconnesso», valutato positivamente dal 33% degli intervistati. Esso prevede lo sviluppo di piccoli centri urbani interconnessi in tutto il Paese. Gli abitanti beneficiano dei vantaggi di vivere in città e allo stesso tempo di essere vicini alla na-

tura. Secondo gli intervistati i grandi centri urbani sono sempre meno attrattivi. Circa il 60% degli abitanti delle città entro i prossimi dieci anni desidera trasferirsi in una città più piccola. Inoltre, il 40% ca. degli intervistati dice di volersi trasferire in campagna.

A livello generale, la soddisfazione degli intervistati riguardo alla loro situazione abitativa dipende più dalla vicinanza a spazi ricreativi e di svago piuttosto che da un buon collegamento con i mezzi pubblici o da tempi di percorrenza brevi per recarsi al lavoro. Il fatto che lo scenario «Policentrico e interconnesso» preveda l’aumento di spazi di co-working e la promozione del telelavoro riveste quindi un ruolo minimo nella valutazione.

Una crescita professionale e personale

Grandi città? Sì, ma verdi

Lo scenario «Super Cities con cintura verde» risulta convincente per un quarto degli intervistati. In questo caso, gli sviluppi demografici si concentrano su quattro grandi aree metropolitane: Zurigo, Basilea, Berna e la regione del Lago Lemano. La creazione di zone-cuscinetto verdi tra questi spazi urbani dovrebbe provvedere alla tranquillità degli abitanti. Più della metà degli intervistati ritiene importante che l’urbanizzazione sia accompagnata da una valorizzazione delle aree verdi e naturali. «La popolazione accetta la vicinanza negli spazi pubblici se in cambio ottiene una maggiore qualità, ad esempio attraverso più verde, un’edilizia sostenibile e un ambiente valorizzato», afferma Jakub Samochowiec.

Un Paese agile Il quarto scenario, «Spazio abitativo in movimento – La Svizzera mobile», immagina un Paese in cui il concetto principale è rappresentato dall’agilità. Gli abitanti si trasferiscono spesso e cambiano appartamento in base alle esigenze del momento. Allo stesso tempo, gli strumenti digitali aiutano ad esempio le persone anziane a trovare uno studente cui affittare temporaneamente una stanza nel loro appartamento, nel tempo diventato troppo grande. Questo scenario risulta tuttavia un po’ troppo futuristico e riscuote il minor successo tra gli intervistati, che attribuiscono grande importanza al comfort e alla privacy. Solo il 15% degli intervistati sarebbe disposto a ridurre il proprio spazio abitativo a favore di spazi comuni. «Perfino la maggioranza dei giovani sotto i 30 anni tra dieci anni abiterebbe volentieri ancora là dove vive oggi», afferma Jakub Samochowiec. «Apparentemente, in questo Paese molte persone non amano cambiare luogo di residenza». * Il sondaggio è stato condotto online su oltre duemila persone provenienti da tutta la Svizzera.

Anniversari ◆ I venticinque anni in azienda di Giorgio Gallotti, responsabile apprendisti per Migros Ticino

Anche quest’anno sulle pagine di «Azione» ci occuperemo delle collaboratrici e dei collaboratori che festeggiano i 25 o i 40 anni in azienda. Questa settimana ci congratuliamo con Giorgio Gallotti, da alcuni anni responsabile degli apprendisti per Migros, figure sempre più importanti e stimolanti per l’azienda.

Quale è il suo ruolo in Migros Ticino?

Dopo quasi 10 anni di esperienza nel settore delle vendite, durante i quali ho maturato una significativa crescita professionale, passando da venditore a vice gerente presso la sede di Locarno, ho deciso di intraprendere una nuova strada. Dal 2010 sono principalmente il Responsabile Apprendisti per Migros Ticino, collaborando anche con il mio superiore,

Claudio Paganetti, Responsabile del personale, in qualità di Consulente del personale.

Ha voglia di raccontarci una giornata tipo?

Alla luce della mia doppia funzione, le mie giornate sono sempre intense e variegate, poiché devo occuparmi di tutto ciò che riguarda l’ambito formativo, senza trascurare le attività legate alla gestione del personale. Non esiste una vera e propria giornata tipo, ma una serie di mansioni che si intrecciano e si sommano tra loro. Gli ambiti di intervento, che riguardano sia gli apprendisti sia gli adulti, spaziano dalla selezione del personale alla gestione di casi specifici, dall’organizzazione di stage ai contatti interni ed esterni all’azienda. Mi occupo inoltre di lavori amministrativi, consulenza,

programmazione, gestione dell’aula per corsi interni (in particolare per gli apprendisti) e molto altro.

Cosa sono stati questi 25 anni di lavoro?

Quasi metà della mia vita è stata de-

dicata a Migros, e rappresenta senza dubbio la parte più soddisfacente della mia carriera professionale. Sono entrato in azienda come semplice venditore, senza grandi aspettative di sviluppo e senza un obiettivo specifico, ma grazie a volontà, motivazione e serietà, sono riuscito a ricoprire ruoli di responsabilità che mi hanno arricchito profondamente e regalato enormi soddisfazioni. Questo percorso è stato anche un crocevia importante per la mia crescita personale e caratteriale: nonostante fossi inizialmente una persona timida e riservata, sono riuscito a superare (mi permetto di dire «brillantemente») questo ostacolo, trasformando queste sfide in opportunità di crescita.

E Migros, cosa rappresenta? Rappresenta un insieme di persone

che hanno creduto in me, riconoscendo e apprezzando il mio impegno e la mia dedizione al lavoro.

Oltre a Migros, ha un hobby o un’attività particolare di cui ci vuole parlare? Non ho hobby o attività particolari, o almeno, nulla di trascendentale. Tuttavia, mi diletto nel praticare il tennis a livello poco più che amatoriale, uno sport che mi appaga e che mi ha regalato diverse soddisfazioni, sia per i risultati personali sia per lo spirito di gruppo che riesce a creare. Grazie al tennis, ho avuto l’opportunità di scoprire diverse località del Ticino, ma anche oltre Gottardo, e di instaurare conoscenze interessanti e durature. Ritengo che i rapporti con le persone siano legami essenziali, fondamentali per il benessere psicofisico.

Giorgio Gallotti lavora per Migros Ticino dal 1. febbraio 2001

SOCIETÀ

Giovani donne e tumore al seno L’associazione Anna dai capelli corti si rivolge alle donne che desiderano condividere il senso di insicurezza che può nascere dopo le cure

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La bellezza del Martin pescatore BirdLife lo ha eletto uccello dell’anno 2026, ma oggi in Svizzera «la freccia blu» è sotto pressione a causa della perdita del suo habitat

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Motori: marchi iconici Il caso del prototipo Type 00 di Jaguar fa riflettere su acquisizioni e partecipazioni strategiche cinesi e indiane nei brand europei

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L’eredità universitaria del visionario Angelo

Storia di un mecenate ◆ Viaggio alle origini del prestigioso Istituto Dalle Molle per lo studio dell’Intelligenza artificiale, avanguardia scientifica nella Svizzera italiana dal 1973

L’intelligenza artificiale ha conquistato il mondo. Per la rivista «Time» è la «persona» dell’anno 2025. È sulla bocca di tutti, anzi è nella propaggine elettronica di tutti, in tasca, sulla scrivania, in cucina… I corsi si moltiplicano, dai master di specializzazione per giovani nativi digitali all’infarinatura di recupero per la Terza Età più curiosa.

Per «esseri umani dai 6 ai 99 anni» l’Ideatorio dell’Usi ha costruito un percorso ludico-didattico transgenerazionale, «un’esposizione interattiva per scoprire cosa si nasconde dentro a robot e intelligenze artificiali e riflettere su che cosa ci distingue da loro». Come conferma il programma di approfondimento proposto all’Ideatorio di Cadro (ideatorio.usi.ch), il progetto di divulgazione scientifica è curato dall’Istituto Dalle Molle di studi sull’Intelligenza Artificiale (IDSIA), forte di un’autorevole esperienza educativa maturata sul campo fin dagli anni Ottanta del secolo scorso. Era il 1987, infatti, quando l’Istituto, in collaborazione con l’Associazione ticinese elaborazione dati e l’allora Dipartimento della pubblica educazione, propose il suo primo corso, che conciliava la formazione teorica con quella pratica. I destinatari erano analisti, programmatori, dirigenti aziendali, ma anche docenti e studenti, purché avessero sufficienti conoscenze di linguaggi di programmazione e di sistemi operativi di calcolo. Sorprendentemente gli iscritti furono 87, oltre il doppio di quanti se ne attendevano.

Angelo Dalle Molle, dopo il grande successo imprenditoriale dell’amaro Cynar, a sessant’anni scelse di dedicarsi allo studio degli strumenti utili al benessere dell’umanità

Con queste cifre promettenti nel campo della didattica e un programma di ricerca di prestigio internazionale, l’Istituto dalle Molle si (ri) presentava alla Svizzera italiana al rientro da un decennio di maturazione accademica all’Università di Ginevra. All’indomani della bocciatura in votazione popolare del CUSI (Centro universitario della Svizzera italiana) e 10 anni prima della nascita di USI e SUPSI, l’Istituto rientrava a Lugano con una rinnovata missione: lo studio dell’Intelligenza artificiale. Era la naturale evoluzione di quel microlaboratorio sperimentale di elaborazione automatica del linguaggio che nel 1976 aveva lasciato Lugano alla volta di Ginevra per mancanza di humus accademico nella Svizzera italiana. Il progetto lungimirante di un Isti-

tuto di studi semantici e cognitivi era quello di Angelo Dalle Molle (19082001), industriale veneto fino ad allora noto per il suo straordinario fiuto imprenditoriale, culminato nel successo dell’amaro Cynar, magistralmente pubblicizzato dall’attore Ernesto Calindri in mezzo all’infernale traffico milanese degli anni Settanta come il toccasana contro «il logorio della vita moderna».

Da sessantenne appagato dall’impero industriale costruito cavalcando innovativamente il boom economico, Angelo Dalle Molle aveva avviato una seconda vita, votata allo studio degli strumenti utili al benessere dell’umanità. Nel 1973, vendute le sue quote societarie, si permette il lusso di dedicarsi interamente ai suoi nuovi progetti: acquista una grande villa sul Brenta, villa della Barbariga, dove trasferisce la sua residenza e crea il suo laboratorio affacciato sul futuro dell’ecologia. Con il Centro studi della Barbariga e la successiva società PGE (Progetti Gestione Ecologica) si lancia nell’avventura di un sistema integrato di produzione di auto elettriche e di organizzazione di car

sharing. Il suo obiettivo è quello di liberare le città (e i centri storici in particolare) dall’inquinamento e dagli intasamenti. Dal logorio del traffico moderno, per dirla alla Cynar… Ma i tempi non sono maturi e la visione dello studioso imprenditore ecologista finisce per scontrarsi con l’infinita burocrazia, il potere dell’industria automobilistica e una tecnologia acerba. A dir poco acerbo, in quell’inizio degli anni Settanta, era anche lo studio delle interazioni fra uomo e macchina, altro pallino di Dalle Molle. Le applicazioni dell’informatica, il poliedrico imprenditore le aveva già toccate con mano in azienda, dove, nel 1968, aveva fatto installare un sistema a schede perforate dell’IBM per sollevare il reparto fatturazione del Cynar, messo sotto stress dall’impennata delle vendite. Imprenditore di successo, mago del marketing e della comunicazione, Dalle Molle si era profilato in quegli anni anche nel campo intellettuale, pubblicando la rivista progressista ed europeista «La via aperta al benessere di tutti». Il visionario progettista del benessere diffuso guarda quindi

alla Svizzera federalista e quadrilingue come laboratorio ideale al centro dell’Europa non ancora unita. Dalla felice congiunzione astrale tra capitale italiano e politica svizzera, si crea così a Lugano la Fondazione Dalle Molle per la qualità della vita, genitrice di quel primo Istituto di studi semantici e cognitivi (ISSCO) nato nel 1973. A presentare il nuovo istituto scientifico fu il vice presidente della Fondazione, Ferruccio Bolla (1911-1984), avvocato luganese, che a Berna sedeva allora nel Consiglio degli Stati, che aveva presieduto l’anno precedente. In estrema sintesi, l’obiettivo dichiarato da Bolla per la decina di scienziati internazionali chiamati a Lugano da Dalle Molle era «l’elaborazione di un progetto di lingua universale artificiale, semplice e univoca, idonea alla manipolazione meccanica e alla elaborazione automatica» In un salone di Villa Heleneum (prima sede dell’ISSCO, messa a disposizione dalla città di Lugano) gremito di autorità politiche e scientifiche cantonali e nazionali convenute all’inaugurazione, Ugo Sadis, capo dell’allora Dipartimento dell’educa-

zione, non aveva esitato ad accogliere l’iniziativa come «il primo nucleo di un centro universitario che la Svizzera italiana intende promuovere» Nasceva così quello che 50 anni più tardi sarebbe entrato di diritto a far parte dei dieci più importanti centri della storia dell’Intelligenza artificiale, oggi fiore all’occhiello di USI e SUPSI, in cui l’Istituto è stato pienamente integrato nel 2000.

Postilla

Ed è forse per riconoscenza al Cynar, al carciofo e alle erbe che ne hanno fatto la fortuna, che il poliedrico Dalle Molle, nel 1988, volle creare in Vallese anche Mediplant, un istituto per la ricerca, la consulenza e la valorizzazione delle piante medicinali e aromatiche.

Informazioni

Al visionario mecenate è stato dedicato un podcast in 5 puntate dal titolo Angelo Dalle Molle – Il genio dimenticato, a cura di Massimo Cerofolini, con la regia di Leonardo Patanè. Su RaiPlay Sound.

Matilde Fontana
L’imprenditore Angelo Dalle Molle. (Centro Studi della Barbariga)

Bontà e benessere con i cavoli

Attualità ◆ Nei supermercati di Migros Ticino la scelta di varietà di cavoli non è seconda a nessuno. Un’occasione imperdibile per fare il pieno di salute

Consumati un tempo principalmente durante i mesi invernali, grazie alla loro versatilità oggi i cavoli vengono apprezzati ormai in ogni stagione e sono ritenuti dei veri superfood in virtù delle benefiche sostanze di cui sono ricchi, le quali ci aiutano a sostenere il nostro benessere. Tra queste possiamo citare le vitamine C, K, A; fibre e minerali quali ferro, potassio e calcio. Inoltre, sono poveri di calorie. Tra i tipi di cavoli attualmente disponibili alla Migros, segnaliamo:

Caratterizzata per la sua forma sferica e le grandi foglie ondulate verde scuro, è un ortaggio robusto che resiste bene alle basse temperature. Le foglie più tenere si possono consumare anche crude. Ideale per zuppe, contorni, piatti al wok, involtini e cassoeula (vedi sotto).

Il cavolfiore si gusta cotto, lessato per una quindicina di minuti. Per mantenere il suo colore bianco, aggiungere all’acqua di cottura qualche goccia di limone o aceto. È molto apprezzato impanato, gratinato al forno, saltato in padella o sottoforma di zuppa.

Originari proprio della regione nei pressi della capitale belga, i cavoletti di Bruxelles si consumano cotti. Ogni rosetta è composta da tante foglie poste una sull’altra. Sono ottimi come contorno per selvaggina, arrosti o abbinati a spätzli e riso.

Apprezzato soprattutto sotto forma di crauti, il cavolo bianco è tuttavia ottimo anche crudo in insalata, come nella nota ricetta americana coleslaw con maionese e aceto. In Svizzera è spesso conosciuto come cabis.

Noto anche come cabis rosso, questo ortaggio ha un gusto più deciso rispetto al cugino bianco. Versatile e salutare, si consuma crudo in insalata, al vapore o stufato. Il suo colore intenso è dato dagli antociani, un colorante naturale.

Dal vivace colore verde, il broccolo possiede un sapore tenue che può ricordare quello degli asparagi. È adatto al congelamento. Non manca mai nei contorni a base di verdure.

La cottura in acqua salata o al vapore deve essere breve per evitare che si sfaldi.

Sapore neutro e facile digeribilità sono gli atout del cavolo cinese. Dà il meglio di sé crudo in insalata, saltato nel wok in molte ricette della cucina asiatica oppure servito come contorno cotto brevemente al vapore o lessato. È ricco di fibre.

Dalla tipica forma piramidale con rosette a spirale, il cavolo romanesco è originario del Lazio e si cuoce al vapore per una decina di minuti. Ha un sapore delicato che si abbina perfettamente a molte ricette della tradizione mediterranea.

La verza è uno degli ingredienti principali della cassoeula, un piatto tradizionale e popolare della tradizione insubrica, particolarmente diffuso e apprezzato anche nel nostro cantone. Oltre all’ortaggio, la ricetta prevede l’utilizzo di parti meno pregiate del maiale, come per esempio costine, cotenne, codini, orecchie, piedini e musetti. La preparazione richiede una cottura lenta, in modo che tutti gli ingredienti possano amalgamarsi al meglio regalando un piatto ricco di profumi e sapori. A proposito, attualmente e fino ad esaurimento, al banco macelleria delle principali filiali Migros sono disponibili alcune parti di maiale ideali per la preparazione della cassoeula, vale a dire piedini, orec-

chie, cotenna e codini. In aggiunta, le stesse questa settimana sono in offerta speciale. Come si prepara una cassoeula? Per una ricetta base, per 5-6 persone servono 2 kg di verza lavata e tagliata a pezzi non troppo piccoli, 2 kg di carni miste di maiale a piacere come p.es. costine, cotenna a pezzetti, codini, musetti, orecchie e piedini; 500 g di carote, sedano e cipolla tagliate fini; 1 bicchiere di vino bianco; sale e pepe q.b. In una pentola ampia soffriggere in un po’ d’olio cipolla, carote e sedano. Aggiungere le carni di maiale e rosolarle bene da tutti i lati facendo attenzione che non si attacchino. Salare e pepare. Sfumare con il vino bianco e poi abbassare la fiamma a fuoco medio. Unire la verza e stufare il tutto coperto per 2-3 ore fino a che sia tutto ben amalgamato e ben cotto, rimestando di tanto in tanto e facendo attenzione a non rompere carne e verze. Aggiungere eventualmente un po’ d’acqua o brodo se si asciuga troppo. Servire con una polenta fumante.

Azione 20%

Su piedini, orecchie, cotenna e codini di maiale p. es. piedini, al kg Fr. 5.60 invece di 7.–dal 5.2 all’11.2.2026 Nelle maggiori filiali Migros

La cassoeula: un piatto della tradizione ricco di sapori. (Flavia Leuenberger)
Flavia Leuenberger

Tanto gusto nel piatto

Attualità ◆ Le lasagne pronte de «I Salumi del Pin» sono sinonimo di ottima qualità. Pronte in tavola in breve tempo, ti regalano un pasto profumato e appetitoso

L’azienda «I Salumi del Pin» di Angelo Valsangiacomo a Mendrisio non è solamente nota e apprezzata per le sue bontà di fine salumeria, alcune delle quali disponibili sotto il marchio dei Nostrani del Ticino, ma anche per la produzione di specialità pronte di gastronomia, tutte realizzate con ingredienti di alta qualità che celebrano i sapori autentici della cucina ticinese e mediterranea. I vantaggi di questi prodotti sono chiari: autenticità nella lavorazione e brevi

tempi di preparazione. Una di queste specialità è naturalmente rappresentata dalle lasagne, uno dei piatti più amati della cucina italiana e tra i più gettonati dell’assortimento. Nel laboratorio dedicato dell’azienda sottocenerina la pietanza viene preparata artigianalmente impiegando semplici ingredienti, perfettamente combinati secondo una ricetta tradizionale. La carne utilizzata per la bolognese proviene da manzo svizzero Black Angus, una razza apprezzata in tut-

to il mondo per il delicato gusto e l’aroma della carne. Essendo prodotte con ingredienti freschi, queste lasagne si possono congelare senza problemi. La preparazione è semplice, è sufficiente passarle pochi minuti nel forno tradizionale con la loro vaschetta. Tra le altre proposte gastronomiche pronte a firma «I Salumi del Pin», consigliamo anche di provare la trippa alla milanese, il cotechino con lenticchie, gli spaghetti cinesi e l’insalata di nervetti.

Lasagne alla bolognese con manzo Black Angus Prodotte in Ticino per 100 g Fr. 2.20

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Come sta Anna?

Muoversi oggi, con più semplicità

Un biglietto, un abbonamento, un orario da controllare sul telefono. Imparare ad usare le app delle aziende di trasporto è più facile di quanto sembri.

Pro Senectute propone corsi e giornate speciali gratuite con spiegazioni chiare, passo dopo passo e il tempo per fare domande. I corsi si svolgono in diversi luoghi del Cantone. Un’occasione pratica per sentirsi più sicuri negli spostamenti di ogni giorno, da soli o in compagnia.

Scegli la località più vicina a te

– Mendrisio 6 marzo

– Bellinzona 17 marzo

– Biasca 9 aprile

– Muralto 16 aprile

– Tenero 16 aprile

– Lugano 23 aprile

– Porza 23 aprile

Per maggiori informazioni e iscrizioni: corsi@prosenectute.org

Contatti

Tel. 091 912 17 17 – info@prosenectute.org www.prosenectute.org

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Associazioni ◆ Tumore al seno: le giovani donne e la vita dopo le terapie

A dieci anni dalla sua creazione, il gruppo Anna dai capelli corti – composto da giovani donne con alle spalle l’esperienza del tumore al seno – è stato formalizzato in associazione durante lo scorso mese di ottobre. Il gruppo – il cui nome trae ispirazione dal romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery – era nato dalla constatazione del senso di solitudine e insicurezza che possono avvertire le pazienti al termine delle cure oncologiche per il fatto che questo coincide per forza di cose con un affievolirsi dell’accompagnamento da parte degli operatori sanitari. Da qui l’idea, appunto, di affrontare insieme questa delicata fase ritrovandosi regolarmente e creando così legami e scambi che aiutino ad uscire dalla solitudine e dalla paura della malattia. «Dall’esterno, una volta concluse le terapie ed eseguiti gli interventi chirurgici, si è pronte a tornare alla vita di prima come se nulla fosse. In realtà si tratta di un momento molto difficile perché si vorrebbe tornare a una vita “normale” ma testa e corpo non sono più come “prima”. La stanchezza, la difficoltà di concentrazione, l’impatto psicologico di un incontro ravvicinato con la morte e il tempo da dedicare alle terapie per superare gli effetti collaterali dei trattamenti devono esser integrati con pazienza nella routine quotidiana; insomma, il tempo a disposizione è lo stesso di sempre ma i “compiti” sono aumentati mentre la forza è diminuita», spiega Milly Lotti, membro di comitato dell’associazione.

Ma torniamo alla storia di Anna dai capelli corti: «Era il 10 dicembre 2015 quando ci incontrammo per la prima volta con un gruppetto di giovani donne al termine delle impegnative cure per il tumore al seno; l’idea nacque tra alcune colleghe del Centro di Senologia della Svizzera Italiana, allora diretto dalla Professoressa Olivia Pagani – afferma Gabriella Bianchi Micheli, psicologa e psicoterapeuta FSP, nonché presidente dell’associazione – è stata sicuramente una sfida, sia nel credere che incontri sui vari aspetti legati alla malattia in giovane età potessero interessare e stimolare pazienti e curanti, sia per quel che riguarda il dualismo pubblico-privato, in quanto la nostra forza è da sempre stata quella di accogliere tutte le potenziali interessate, siano esse state seguite negli ospedali o ambulatori pubblici o privati del nostro ma anche di altri Cantoni come pure della vicina penisola».

Dalla decina di donne di allora si è passati ad oltre il centinaio di iscritte all’associazione recentemente costituita: «Vista tale crescita – continua la presidente – abbiamo deciso, nel decimo anno, di evolvere creando l’associazione, per permettere anche in futuro alle nuove Anne e ai loro curanti di continuare a sviluppare iniziative e progetti di ricerca inerenti la malattia prima dei 50 anni. Crediamo infatti che il nostro possa diventare uno spazio oltre che di condivisione anche di denuncia di problematiche relative al dopo-malattia. E qui penso in particolare ai risultati dello studio Re-Work sulla ripresa lavorativa dopo il tumore al seno, promosso da noi e sviluppato dalla SUPSI (che verrà a breve pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica), il quale ha messo in evidenza molte difficoltà spesso non conosciute o considerate dalla società civile». Creare uno spazio di condivisione e scambio è da sempre stato l’obiettivo principale ancor più importante al-

la luce delle problematiche specifiche relative a una diagnosi arrivata prima dei 50 anni. «In questa fascia d’età ci s’interfaccia con il partner, si gestiscono figli spesso ancora piccoli, si guarda impotenti lo stravolgimento del proprio giovane corpo con cicatrici da affrontare, gestire e accettare. In ambito lavorativo, in un momento così difficile, si possono dover affrontare diversi problemi, mentre al di fuori ci si scontra – racconta Milly Lotti –con la pietà negli sguardi di chi ti circonda e il bisogno di avere uno scopo durante il giorno che non sia solo la malattia. Un altro elemento di preoccupazione è la possibilità di maternità futura; fortunatamente, anche a seguito dei risultati dello studio Positive sulla gravidanza dopo un tumore al seno, da noi sostenuto nel 2017, abbiamo testimonianze di giovanissime Anne che hanno dato alla luce dei bambini bellissimi, che sono il nostro orgoglio e la nostra speranza». Abbiamo fin qui fatto più volte riferimento a progetti di ricerca sostenuti dall’Associazione, un aspetto a cui i membri del comitato tengono molto: «Da subito ci siamo chinati su progetti di studio rivolti al miglioramento della presa a carico delle giovani pazienti, da sostenere anche finanziariamente – commenta la presidente – oltre a ciò, grazie ai fondi raccolti e alle donazioni, organizziamo diverse attività tra cui conferenze e serate di approfondimento, proposte creative, culturali, sportive e di svago». Lo scorso anno, in collaborazione con la compagnia Duodeno di Alessandra Ardia e Gaby Lüthi, è stato realizzato uno spettacolo teatrale, Le fil Rose, ispirato alle testimonianze e ai vissuti delle Anne. Nato come momento di sensibilizzazione e prevenzione per giovani studenti delle scuole professionali, è in seguito stato messo in scena in numerosi teatri del Cantone.

«Il prossimo anno, oltre al proseguimento degli incontri di teatro, svilupperemo con associazioni attive nel settore un progetto di sostegno e vicinanza a giovani donne in difficoltà in territori devastati dalle guerre, in particolare in Palestina», aggiunge Gabriella Bianchi Micheli, specialista in psiconcologia.

Un altro elemento che contraddistingue Anna dai capelli corti è la co-presenza di pazienti e curanti: «Durante gli incontri, la presenza di una figura professionale attiva nel settore facilita la discussione quando emergono domande relative alla malattia o alle cure specialistiche oppure quando si manifestano vissuti ed emozioni difficili da contenere ed elaborare tra pari. Oltre a ciò, la presenza di un professionista favorisce la

condivisione di difficoltà, timori, bisogni difficili da verbalizzare durante le visite di routine, innescando la ricerca di nuove strategie», afferma la psiconcologa.

Per quel che riguarda invece la dimensione prettamente «tra pari», essa contribuisce ad aiutare e sostenere le giovani donne a riprendere la propria vita quotidiana dopo le cure e a ritrovare un equilibrio psicofisico. «Fermo restando che ogni malattia è diversa, all’interno del gruppo ci sono donne che hanno vissuto esperienze molto simili, il che può portare, tramite il confronto, a vedere la propria situazione da una prospettiva diversa – spiega Milly Lotti – in generale poi, quello che colpisce è l’enorme accoglienza delle esperienze e idee che emergono, senza giudizio ma con gratitudine e rispetto. Un elemento molto importante dal momento che, come abbiamo descritto nel libro Doppio Laccio, il cancro al tempo del Coronavirus, quando la malattia diventa risorsa (Casagrande, 2021), accogliere ed elaborare la malattia e gli inevitabili cambiamenti con pazienza, creatività e spirito positivo, insegna ad affrontare le crisi in modo resiliente e permette di uscirne rafforzati».

All’interno del gruppo delle Anne, l’aiuto reciproco sa essere anche molto concreto: «Spesso le nuove arrivate, quotidianamente confrontate con problemi di diversa natura, si rivolgono al gruppo tramite la nostra chat su Whatsapp per chiedere consigli – aggiunge Milly Lotti – in questi casi, le Anne che si sono già confrontate con uno di questi problemi mettono a disposizione se stesse per condividere la propria esperienza e, in modo più ampio, per dare a chi è arrivato da poco la sicurezza che esiste una nuova dimensione dopo la malattia e le cure». Dopo una malattia oncologica la vita infatti continua ma con delle differenze rispetto a prima e soprattutto con una nuova consapevolezza. «La malattia sancisce un cambiamento irreversibile – conclude Milly Lotti – e ci fa capire l’importanza di sé come centro del proprio universo. Molte di noi sono mamme, una condizione che porta inevitabilmente a mettersi almeno al secondo posto nella scala gerarchica della vita. Quando si sopravvive a questa malattia, c’è una rivoluzione; si capisce che, pur continuando ad amare e rispettare tutti i nostri cari, dobbiamo fare lo stesso verso noi stesse e dobbiamo riguadagnare il primo posto sul podio della nostra vita, che dobbiamo vivere intensamente e in prima persona». Informazioni

L’associazione Anna dai capelli corti organizza molte attività tra cui conferenze e serate di approfondimento, proposte creative, culturali, sportive e di svago.

La freccia blu dei nostri fiumi

Mondoanimale ◆ Elegante, rapidissimo e fragile: il Martin pescatore è l’uccello dell’anno 2026 di BirdLife

Maria Grazia Buletti

Con i suoi lampi di blu turchese e arancio fiammeggiante, il Martin pescatore ( Alcedo atthis) sembra uscito da una fiaba. Eppure, questo piccolo gioiello alato è tutt’altro che un’apparizione rara: vive lungo i nostri ruscelli, torrenti e laghi, purché siano puliti, ricchi di vita e poco disturbati. Questo spiegano gli ornitologi di BirdLife, sottolineando che «è proprio questa condizione, sempre più difficile da trovare, a renderlo un simbolo perfetto scelto per il 2026: un uccello che, con la sola presenza, ci dice se un ambiente d’acqua dolce è sano».

Il Martin pescatore vive lungo i nostri ruscelli, torrenti e laghi purché siano puliti, ricchi di vita e poco disturbati. In Ticino la presenza è limitata e si concentra alle Bolle di Magadino

A prima vista, il Martin pescatore ricorda un colibrì europeo: «Il suo dorso blu-turchese brillante, il petto arancione caldo e il lungo becco appuntito lo rendono impossibile da confondere con altri uccelli». Eppure, nonostante la livrea appariscente, passa sorprendentemente inosservato: «Vive nascosto tra rami, radici e anfratti delle rive, dove si muove con discrezione, e spesso lo si percepisce prima di vederlo: un richiamo acuto, “zii!”, precede il suo volo radente sull’acqua, veloce come una freccia blu». Il Martin pescatore è un predatore specializzato e scruta l’acqua con una precisione impressionante, appollaiato su un ramo basso o su un posatoio naturale: «Quando indivi-

dua un piccolo pesce o un invertebrato, si lancia a dardo, immergendosi in un tuffo perfetto. Cattura la preda con il becco e torna sul posatoio, dove, se necessario, la stordisce sbattendola contro il ramo prima di inghiottirla». Predilige acque limpide, calme o a corrente lenta. Non ama le turbolenze né gli ambienti inquinati, e per questo la sua presenza è giudicata come un vero indicatore di qualità ecologica. Tra febbraio e marzo, nelle prime giornate miti, inizia la stagione degli amori: «Le coppie si formano attraverso inseguimenti spettacolari e regali nuziali che sono piccoli pesci che il maschio offre alla femmina». Per nidificare, il Martin pescatore ha bisogno di scarpate verticali naturali, sabbiose o argillose, non ricoperte da vegetazione e lontane da disturbi. Questo, spiegano gli esperti, è un requisito difficile da soddisfare nei territori dove fiumi e torrenti sono stati incanalati o cementificati. La coppia scava una galleria lunga fino a 80 centimetri, che termina in una camera di cova asciutta. È proprio qui che la femmina depone di solito sei o sette uova: «Durante le tre settimane di incubazione, i genitori si alternano con grande disciplina, e la stessa armonia caratterizza la crescita dei piccoli: quando uno riceve il cibo, lascia il posto agli altri senza litigi, un comportamento sorprendente per gli uccelli». Dopo tre o quattro settimane i giovani lasciano il nido, vengono scacciati dai genitori e iniziano subito una vita indipendente. Nel frattempo, gli adulti possono avviare una seconda e persino una terza covata nella stessa stagione. Il nuovo re piumato dell’anno appartiene quindi a una specie definita resiliente, ma sotto pressione: «La

popolazione nazionale è stimata tra 400 e 500 coppie, ma può oscillare rapidamente. Inverni rigidi, ghiaccio prolungato e piene improvvise possono causare forti mortalità, compensate però da un elevato tasso riproduttivo. Oggi, tuttavia, la minaccia principale è l’uomo che ne causa la perdita di habitat». Il problema sta nel fatto che, negli ultimi decenni, l’incanalamento dei corsi d’acqua, la cementificazione delle rive, il prosciugamento delle zone umide e l’inquinamento hanno degradato profondamente gli ambienti aquatici e in molti tratti mancano completamente le rive ripide necessarie alla ni-

Rüegger

dificazione. A questo si aggiungono i disturbi dovuti alle attività ricreative: «Kayak, paddle, pesca e frequentazione delle sponde possono allontanare l’uccello proprio nei momenti più delicati dell’anno». Il Martin pescatore non è, dunque, vulnerabile perché fragile: è vulnerabile perché dipende da ecosistemi che lo sono e la soluzione sta nel ricreare ambienti d’acqua vicini allo stato naturale. La buona notizia, invece, è che il Martin pescatore risponde rapidamente ai miglioramenti ambientali: «Il rispetto dello spazio riservato alle acque, previsto dalla legge, permette alle rive di ritornare naturali e diversifi-

La dura vita di un marchio iconico

cate. Gli interventi di rinaturalizzazione, come la rimozione degli argini artificiali, il ripristino della dinamica fluviale e la creazione di anse e pozze, migliorano la qualità dell’acqua, favoriscono pesci e insetti acquatici e creano nuovi territori adatti alla specie». Inoltre, dove mancano pareti naturali, si possono installare pareti artificiali progettate appositamente per la nidificazione. A questo proposito, BirdLife osserva che, nei suoi Centri natura come La Sauge e Klingnau, queste strutture offrono un luogo sicuro alle coppie e un’occasione unica per il pubblico di osservare l’uccello senza disturbarlo. Eletto uccello dell’anno 2026 Il Martin pescatore diventa ambasciatore per la biodiversità, e non rappresenta solo la bellezza dei nostri fiumi. «Esso rappresenta ciò che siamo chiamati a proteggere. È un ambasciatore della biodiversità d’acqua dolce, un messaggero che ci ricorda l’importanza di restituire spazio alla natura». Proteggere la freccia blu significa allora proteggere noi stessi, la qualità dell’acqua che beviamo, la ricchezza degli ecosistemi e la vitalità dei paesaggi che amiamo. In Ticino, questo volatile non è in pericolo immediato, ma resta una specie limitata e vulnerabile, con 11–22 coppie concentrate soprattutto alle Bolle di Magadino. Sono i dati di Ficedula che, a questo proposito, svolge un ruolo chiave attraverso monitoraggi, gestione delle scarpate e installazione di pareti artificiali che compensano la perdita di habitat naturali e le fluttuazioni del Verbano. Da noi la specie sopravvive grazie a queste misure attive, senza le quali il rischio di declino sarebbe molto maggiore.

Motori ◆ Il caso del prototipo di Jaguar fa riflettere su acquisizioni e partecipazioni strategiche cinesi e indiane nei brand europei

Mario Alberto Cucchi

Iconico. Si tratta di un aggettivo spesso utilizzato nel mondo dell’automotive ma non solo. Deriva dal greco (eikōn) che significa «immagine». Ed ecco allora che se Marilyn Monroe è un’icona intramontabile del XX secolo, simbolo di bellezza, sensualità e fragilità, Ferrari è un’icona di lusso, prestazioni e design. Non è facile diventare un’icona e nemmeno continuare ad esserlo. Ci si arriva creando un valore del brand e chi ne è in possesso non si sognerebbe mai di cederlo. Vero? No. Basti pensare al marchio inglese MG – Morris Garage – che rappresentava la sportività inglese ed è stato ceduto nel 2005 al gruppo cinese Nanjing Automobile per circa 50 milioni di sterline. Perché? Semplice MG era praticamente fallita. Va dato merito ai cinesi che oggi l’hanno riportata in vita ma va detto che le MG attuali, seppur belle non c’entrano nulla con il passato. Stessa fine toccherà al marchio inglese Jaguar da sempre icona di sportività e lusso made in UK? Potrebbe. Ormai da tempo le linee di produzione sono ferme. Doveva essere una breve pausa tra produzione del termico e quella del solo elettrico e invece non sono più ripartite. D’altronde tutti sappiamo i problemi causati dal rallentamento della transizione tecno-

logica che è andata ben oltre i tempi sperati. Nel frattempo Jaguar ha presentato un prototipo che non passa certo inosservato per le linee avveniristiche ma soprattutto per il colore: rosa! Si chiama Type 00 e prefigura i prossimi modelli elettrici. Non è piaciuto agli appassionati del marchio e non deve essere neppure piaciuto ai vertici indiani proprietari del Gruppo Jaguar Land Rover che a fine 2025 hanno provveduto a sollevare dall’incarico Jerry McGovern, capo design di Jaguar e responsabile del progetto «Reimagine». Tutto questo accade a pochi giorni dall’insediamento del nuovo CEO PB Balaji, ex direttore finanziario di Tata Motors (la proprietà indiana).

Eppure, tutti sappiamo che il valore del brand, del marchio, soprattutto se iconico è notevole e va mantenuto. Basti pensare che quando alla fine degli anni 90 BMW ha acquistato MINI ha sostenuto spese ingenti per mantenere in vita un paio d’anni la vecchia MINI, quella originale, pur di dare continuità prima del debutto della MINI dei nostri giorni. I tedeschi sono stati maestri. E ancora oggi MINI viene costruita a Oxford in UK. Lo sappiamo: i marchi automobilistici si vendono e si comprano. Volvo Cars è stata acquistata nel

2010 dal Gruppo cinese Geely che ha però mantenuto il management svedese con centri ricerche a Göteborg e produzione per la maggior parte europea. Anche Smart, nato come progetto congiunto tra Mercedes-Benz e Swatch, ha visto un profondo riorientamento produttivo. Oggi alcuni modelli sono prodotti da joint venture tra case tedesche e gruppi cinesi, con una forte componente di progettazione e assemblaggio in Cina, pur mantenendo il nome storico sul mercato europeo.

Il fenomeno non riguarda semplici licenze o accordi commerciali: in molti casi si tratta di acquisizioni totali o partecipazioni strategiche che consentono alle case automobilistiche cinesi di sfruttare marchi consolidati per entrare più facilmente nei mercati occidentali, dove la reputazione di un nome come Volvo, MG o Smart può essere un ponte fondamentale verso i consumatori. La logica è semplice: il marchio europeo funge da garanzia di riconoscibilità e apertura commerciale, mentre la produzione in Cina per-

mette di contenere i costi, integrare tecnologie moderne e sfruttare economie di scala difficilmente ottenibili se la produzione rimanesse limitata ai soli impianti europei.

Tuttavia, questo modello solleva una domanda cruciale: quanto resta di europeo e di autentico in un’auto che porta il nome di un marchio nato e cresciuto nel Vecchio Continente, ma che oggi è concepita, assemblata e sviluppata in Cina? Gli automobilisti vogliono solo un nome sul cofano oppure desiderano un’esperienza significativa radicata in storia e identità culturale? Guardando il successo dei produttori cinesi come BYD, Omoda e Gelly che erano sino a ieri sconosciuti si capisce che per molti automobilisti conta il rapporto qualità prezzo associato a tanta tecnologia e una buona garanzia. Ma poi ci sono ancora gli appassionati che invece sono disposti a spendere di più per marchi tedeschi come Audi, BMW e Mercedes o per automobili iconiche come Porsche e Ferrari. Da appassionati speriamo che gli indiani salvino gli inglesi mantenendo l’identità del «Giaguaro» e non vendano ai cinesi. Un marchio storico come Jaguar è molto più di un semplice logo su una griglia anteriore: è un patrimonio di cultura automobilistica, di design, di passione.

Linee avveniristiche e colore rosa per il prototipo Type 00 di Jaguar.

Le parole dei figli

Girl’s Night

«Che ne dite se, visto che siete via per il fine settimana, sabato sera organizzo a casa una Girl’s Night?». La richiesta arriva da mia figlia Clotilde, desiderosa di trascorrere qualche weekend in autonomia. Prima ancora di capire in cosa consista esattamente la «serata tra amiche», la mia testa corre alle questioni pratiche che seguiranno: cibo da mettere in frigorifero, letti da cambiare la domenica, lenzuola da lavare. Dopodiché, siccome credo fermamente che Le parole dei figli siano rivelatrici del modo di essere degli adolescenti, inizio a indagare per capirne meglio i contorni. Insieme a Clotilde a casa nostra ci saranno Greta, Ginevra e Maya, le sue migliori amiche da quando all’asilo avevano 3 anni. La serata è a tema: ognuna delle 4 deve fare una presentazione in PowerPoint su un argomento a scelta che abbia a che fare con la loro amicizia e serva a svisce-

Terre Rare

rarla in modo divertente e ironico. Cosa hanno scelto: una carrellata di vecchi messaggi WhatsApp di loro 4 dove bisogna indovinare chi li aveva spediti; chi farà che cosa come lavoro nel futuro, sdrammatizzando lo standard 8/5 (otto ore al giorno per 5 giorni) che i ragazzi della Gen Z vogliono evitare a tutti i costi; il meme dello starter pack: immagini di oggetti o capi di abbigliamento che raccontano chi sei e che risultano imprescindibili per definire la tua personalità; le caratteristiche del fidanzato perfetto per ognuna. È un modo per trascorrere la serata, magari in pigiama, tra complicità coltivata, risate a crepapelle, prese in giro reciproche. Dove ogni espediente è utile per nuove confidenze.

La Girl’s Night, insomma, rappresenta un altro tassello nella nostra esplorazione, attraverso Le parole dei figli, del sentimento dell’amicizia. Questo

E se tornassimo imprecisi?

In tempo di Carnevale, consentiteci di scherzare un poco. Ci è capitato di recente di notare come le occasioni conviviali trascorse con amici siano sempre più spesso «accompagnate» dall’IA. Già in tempi meno recenti lo smartphone aveva assunto, a tavola, un ruolo piuttosto invadente. Tanto che l’abitudine aveva offerto spunti cinematografici comici, in film la cui trama si giocava proprio sull’interazione tra commensali e i loro telefoni cellulari (se vi capita, riguardate Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, uscito nel 2016: era il remake di un film francese di analogo contenuto, e raccontava proprio di una situazione del genere). L’apparizione del telefono in occasione di cene tra amici è stata per noi anche l’occasione per osservazioni divertite. Ci si diceva: «Quando gli amici cominciano a tirare fuori lo smartphone, vuole dire che è ora portare in tavola il caffè, perché stanno

esaurendo gli argomenti e hanno voglia di tornare a casa…». L’apparizione dell’Intelligenza artificiale, ha lievemente modificato, ci sembra, i modi con cui si manifesta questa invadenza tecnologica. Stiamo chiacchierando del più e del meno, stiamo raccontando con enfasi divertita di un episodio delle nostre passate vacanze: «… e allora abbiamo imboccato quella stradina di campagna nei pressi delle valli di Comacchio e siamo arrivati a Borgoforte…». L’amico, concentrato, con gli occhi incollati al display commenta. «Gemini dice che vicino a Comacchio non c’è nessun Borgoforte… Vorrai dire Borgovecchio?». Un po’ sorpresi, cerchiamo di fare mente locale e di ricordare: in realtà, la parte divertente del racconto non è la precisione toponomastica ma la trama dell’avventura che ci sembra di aver vissuto. E quindi abbozziamo: «Eh, sì forse… co-

Approdi e derive

Di traffico, chiusure e fioriture

Finalmente ieri sono riuscita a contarli: erano undici. Ancora una volta il mio tentativo di uscire dal posteggio di casa per immettermi sulla via cittadina si stava rivelando una missione impossibile. Ben undici automobilisti, con audaci manovre, avevano pensato di evitare l’ostacolo imprevisto che avrebbe potuto rallentare il loro procedere, peraltro già lento nel traffico del mattino. E non sia mai che si conceda qualcosa in più alla lentezza! In fiduciosa attesa li ho osservati, uno per uno, con cura, alla ricerca di un incontro di sguardi, ma dai finestrini affioravano solo figure opache, trasparenti e mute. Anch’io mi sentivo trasparente. Rinchiusi nei loro abitacoli, tutti a ritagliarsi immagini frantumate del mondo, in una solitudine surreale che sembrava voler soffocare ogni legame. Anche in episodi minimi come questo capita a volte di provare sensazioni spiacevoli che fanno riflettere sul no-

legame, il più significativo per i Gen Z, lo abbiamo analizzato anche nella rubrica del mese scorso, quando abbiamo parlato di bonding time: il tempo dedicato a stringere relazioni più profonde attraverso attività che permettono di conoscersi meglio (cinema, confronto su libri, merende a tu per tu), per non limitarsi a rapporti superficiali. Per noi genitori, aggrappati al quality time nelle nostre vite frenetiche, la lezione è stata che non conta solo la qualità del tempo, ma anche la quantità.

La Girl’s Night invece mi porta a riflettere su un universo parallelo che finora riferito a chi ha la mia età – lo dico in modo politicamente scorretto ma senza giudizi – avevo liquidato come «serate tra zitelle». In 10 anni di vita con Riccardo, e almeno 2 serate a settimana di cene con amici che il più delle volte si autoinvitano (e spingono i nostri figli a dire: «Questa

munque abbiamo trovato una trattoria eccellente, cucinavano le anguille, proprio quelle di Comacchio, si chiamava pensate “Al Paradiso dell’Anguilla”…». E di nuovo l’amico, implacabile: «Chat GPT non trova nessun “Paradiso dell’Anguilla” da quelle parti. Forse era il “Paradiso della vongola”? Quello c’è». Insomma, finisce che a voi passa la voglia di raccontare, ma soprattutto vi fa soffrire l’impossibilità di condividere cose magari un po’ imprecise, ma che contengono il sincero entusiasmo delle vostre esperienze vissute. Alla fine tutto viene passato al setaccio dell’informazione digitale: gli orari di apertura dei musei in cui siete stati, il prezzo delle camere che avete prenotato, la distanza dal mare del B&B che avete trovato, l’altezza della collina lì vicino in cui avete vissuto una escursione avventurosa… Stiamo esagerando, naturalmente, ma è solo

stro modo di vivere e di convivere. Nel raccontare la quotidianità delle nostre relazioni, più volte abbiamo evocato il rischio di non riuscire più a percepire la presenza degli altri. E questo perché sempre più spesso siamo invitati ad essere presenti alla vita in modo performante, sollecitati ad esibirci nel suo grande spettacolo. Magari senza rendercene conto, nelle nostre relazioni assumiamo così una postura narcisistica e autoreferenziale. Il valore degli altri rischia allora di affievolirsi, o addirittura di sparire sullo sfondo dei nostri vissuti, consegnato solo alla sempre gradita attesa di un «mi piace». Quando l’altro non mi interpella più con il suo sguardo, la sua presenza si riverbera nel mio, solo per confermare il mio esserci.

C’è però un altro aspetto, più radicale, una condizione a priori del nostro attuale modo di abitare la vita che in modo sibillino si sta impossessando di

molte forme della nostra convivenza. Dentro ciascuno di noi c’è un interlocutore privilegiato, una voce potente che precede la voce degli altri, seduce e avvolge le nostre giornate. È il mantra del cosiddetto tempo reale che, con tutta la sua irrealtà, con tutta la sua inconsistenza esistenziale, sta distruggendo l’esperienza umana del tempo, consegnandola al «qui adesso». Una perdita che viene a ferire i rapporti, a cominciare da quei minuscoli episodi di nervosismo nel traffico, fino a situazioni ben più significative e dolorose. La chiamiamo lentezza, con un’accezione spesso negativa, questa esperienza umana del tempo. Eppure questa lentezza, che custodisce la purezza degli strati più profondi della nostra umanità, non è altro che il tempo autentico del nostro camminare nella vita. Per pensare, per sentire, per provare emozioni, per contemplare e per sognare, abbiamo bisogno di stare in

casa sembra un ristorante»), gli appuntamenti con le mie amiche sono relegati al pranzo. Inutile nascondere che il contesto, però, è ben diverso da una tranquilla serata con il bicchiere di bollicine in mano: il telefono che suona in continuazione; i pensieri che si affastellano sulle cose da fare il pomeriggio al lavoro; l’orologio in mano per essere certe di non bucare appuntamenti. Un’insalata come unica concessione per gli occhi sempre puntati sulla bilancia! È ancora una volta «tempo strappato» tra le mille cose da fare; non «tempo dedicato e rilassato»! Ma quanto si sta bene la sera in famiglia, giù dai tacchi e senza trucco, con le chiacchiere tra amici che si mescolano alla buonanotte dei figli? Difficilmente mi convertirò alle Girl’s Night, ma voglio condividere quanto scritto sul «Wall Street Journal», il quotidiano newyorkese a maggiore diffusione negli Stati Uniti con una media a livello mondiale di oltre 2 milioni di copie giornaliere. È un articolo di Katie Roiphe (New York, 1968), saggista statunitense post-femminista, che s’intitola Elogio della serata tra ragazze: «Amo e apprezzo i miei amici maschi, mio marito, le cene di coppia e le grandi feste, ma a volte mi ritrovo a desiderare la conversazione stimolante e rigorosa di un gruppo di donne riunite in una stanza. Perché un ambiente riservato alle donne è così liberatorio? (..) Con le coppie, tendiamo a diventare la versione adulta di noi stessi. La conversazione spesso si sposta su scuola, vacanze, ristrutturazioni, televisione, quando ciò di cui vorremmo parlare è una tragedia umana, un tradimento, un amore, un’aspirazione, un’illusione su larga scala o una delusione cocente».

per sottolineare un comportamento che va sempre più affermandosi e che dimostra la nostra assoluta dipendenza da una precisione enciclopedica che pare però abbastanza fuori luogo. Il bello dei momenti conviviali è dato anche dalla possibilità di raccontare liberamente, di intrattenere gli amici, di raccontarci la nostra vita così come noi vorremmo che fosse. Una cena in compagnia non è una seduta psicoterapeutica (ammesso e non concesso che anche lì non si raccontino episodi «poco accurati» della nostra esperienza quotidiana). In una cena in compagnia si ha voglia anche di lasciarsi andare, si aprono le porte al prossimo con la disponibilità di ascoltare versioni anche un po’ «messe in scena» della vita che viviamo. Fuori dallo scherzo: a volte è davvero preoccupante notare quanto la nostra capacità di relazionare con le altre persone sia influenzata dalla «parte

Che le Girl’s Night abbiano un senso anche per noi boomer?

digitale» del nostro modo di stare al mondo. Abbiamo talmente integrato nella quotidianità l’uso delle periferiche IA, da aver perso la cognizione del fatto che stia diventando un’invadente, poco ragionevole dipendenza. Ne abbiamo molte, di dipendenze, ovviamente: questa non è che l’ultima in ordine di arrivo. Ma se fumo, alcol, alimenti, passano bene o male sotto il controllo della nostra vigilanza personale, quella rispetto alle risorse informatiche sembra ancora sottovalutata. Interpellare le piattaforme IA è un gioco divertente, forse, perché abbiamo imparato di recente a usufruirne. Ma arrivano sempre più spesso ammonimenti dal mondo medico e scientifico sulle potenzialità di dipendenza che questi strumenti possono generare in utenti meno attenti. Un’abitudine che rischia di alterare, snaturare il nostro modo di stare con gli altri.

questo tempo fecondo dell’umana lentezza, abbiamo bisogno di sostare nelle sue durate. A dispetto di un mondo che sembra voler correre verso la sua negazione, a dispetto del continuo essere sballottati sulla superficie di un presente che scandisce il nostro fare quotidiano, questo umana lentezza rimane il ritmo prezioso dell’anima che nutre e alimenta l’esperienza intima di sé.

Leggere una poesia, raccogliersi in una preghiera, stringersi in un abbraccio, commuoversi e condividere un dolore, come è accaduto a tutti noi durante la immane tragedia di inizio anno: esperienze come queste, nella letizia, così come nella nostalgia o nella più profonda sofferenza, sempre raccontano la forza e la bellezza di un vivere autentico: sono la verità di quel di più della vita che ci abita, nonostante tutto. Questi vissuti intimi e a volte segreti sono un invito a stare in ascolto

dei tempi non misurabili dell’anima e a coltivare uno sguardo poetico sulla vita, in tutte le sue manifestazioni, in ascolto dei ritmi delle sue fioriture. Ce lo suggerisce anche Emily Dickinson la cui opera poetica è tutta attraversata proprio dalla lentezza, perché la vita per fiorire ha bisogno di tempo: ne ha bisogno per comprendere sé stessa e il mondo, per restare sempre in cammino, sempre in attesa, senza bisogno di alcun compimento. «Nessuna vita è sferica / tranne le più ristrette; / queste sono presto colme, / si svelano e hanno termine. / le grandi crescono lente, / dal ramo tardi pendono…». Offrendoci l’immagine triste di un’umanità un po’ sperduta, la poetessa statunitense parlava, nell’Ottocento, di ristrette vite sferiche, incapaci di accogliere e coltivare le aperture della vita. Come non pensare, oggi, alle dolorose chiusure che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada.

di Alessandro Zanoli
di Lina Bertola
di Simona Ravizza

ATTUALITÀ

Munizioni nei laghi svizzeri

Oltre 12’500 tonnellate di ordigni giacciono sui fondali. Le idee per recuperarli e la situazione in Ticino

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L’Africa e gli Stati Uniti

L’impatto del primo anno della seconda presidenza Trump e il Sudan come «banco di prova»

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La jihad al femminile Il terrorismo sfrutta le donne trasformandole in armi, scudi e merce di scambio

Pagina 14

Melania in primo piano Il docufilm Amazon da 75 milioni sulla first lady Usa alimenta grossi interrogativi politici

Pagina 15

La Svizzera rilancerà un’OSCE paralizzata?

Il punto ◆ L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa è allo stremo, segnata da guerre, tensioni transatlantiche e sfiducia. Berna intende lavorare per favorire la riapertura dei canali diplomatici, promuovendo rispetto e cooperazione tra gli Stati

Non era mai sembrata una tranquilla passeggiata domenicale, ma dopo i recenti sviluppi internazionali, l’anno di presidenza svizzero dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) appare sempre più come la scalata di un ottomila himalayano in un giorno di cattivo tempo.

L’OSCE è la più grande organizzazione regionale di sicurezza al mondo, conta 57 Stati-membri, fra i quali Stati Uniti, Russia ed Ucraina. Va da Vancouver a Vladivostok. Nata in piena Guerra Fredda (nel 1975 a Helsinki) per ristabilire la fiducia fra i due Blocchi, il suo scopo dichiarato è la promozione della pace, della stabilità e della democrazia attraverso il dialogo politico e la collaborazione. A Vienna, dove l’organizzazione ha sede, le decisioni da sempre sono prese all’unanimità. Non stupirà dunque nessuno sapere che, dall’invasione russa dell’Ucraina, l’OSCE è un morto che cammina. Tutto è bloccato, l’ultimo budget condiviso e approvato risale al 2021.

Un eventuale accordo di cessate-il-fuoco in Ucraina rappresenterebbe per l’OSCE l’occasione per recuperare un ruolo significativo

È in questa situazione di profonda crisi che alla Svizzera è stato chiesto di assumere per la terza volta – un fatto senza precedenti – la presidenza dell’OSCE. La Confederazione aveva già ricoperto questo ruolo nel 1996, quando il presidente federale era Flavio Cotti, e nel 2014 con Didier Burkhalter; quest’anno la responsabilità è toccata a Ignazio Cassis (nella foto). Il compito principale del capo della diplomazia svizzera sarà quello di mantenere in vita l’organizzazione, il che significa prima di tutto mantenere a bordo Mosca e Washington. A dicembre, Sergej Lavrov e Marco Rubio non erano presenti alla conferenza ministeriale, segno della perdita di interesse dei rispettivi Paesi per l’OSCE. Per il Cremlino, l’organizzazione è diventata una sorta di estensione di Nato e Unione europea e delle loro politiche russofobe. Per la Casa Bianca si tratta dell’ennesima organizzazione internazionale giudicata eccessivamente burocratica e poco efficiente; per questo Washington chiede una riduzione del budget e una maggiore concentrazione sulle missioni dedicate alla pace e alla stabilità, anziché sulla trasformazione della vita politica interna dei Paesi membri. La Svizzera continua invece a credere nell’OSCE come piattaforma di dia-

logo, e il consigliere federale Cassis ha annunciato l’intenzione di recarsi a Mosca, Washington e Kiev. L’obiettivo è parlare con tutti, trasformare lo scontro in confronto e ridare centralità all’OSCE.

«L’erosione del multilateralismo non è irreversibile – scrive Cassis nel preambolo dell’opuscolo sull’anno di presidenza – possiamo ravvivarlo agendo con lucidità. Questo implica un ritorno ai fondamentali della nostra organizzazione: i principi di Helsinki». Principi che sono questi: rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, rinuncia alla minaccia o all’uso della forza, composizione pacifica delle controversie, cooperazione e rispetto del diritto internazionale.

Forse le difficoltà dell’OSCE affondano le radici proprio nei principi su cui si basa: l’aggressione russa all’Ucraina li ha violati tutti, ma che dire degli Stati uniti del presidente Trump? Pensiamo a quanto successo nell’ultimo mese: la richiesta alla Da-

nimarca di cedere la Groenlandia agli Stati Uniti, la minaccia di prendersela con la forza, i paventati dazi a chi non asseconda le mire del presidente e ancora gli attacchi agli alleati per le loro politiche ambientali, migratorie, e così via. Non sono anche queste violazioni dei principi su cui si fonda l’organizzazione? È immaginabile tornare a far funzionare un’istituzione basata sul consenso fra i suoi membri, quando a mancare sono rispetto e fiducia? Dopo quanto abbiamo visto e sentito al recente World Economic Forum di Davos? Uno «Trump-show» che ha fatto dire anche al sempre compassato Ignazio Cassis: «È stato inaccettabile». Eppure, si legge sempre nell’opuscolo del DFAE: «Quando la diplomazia sembra impossibile, diventa indispensabile». Indispensabile per far tacere le armi, indispensabile per riaprire un dialogo, coscienti che qualsiasi nuova architettura di sicurezza in Europa non può prescindere – volenti o nolenti – dal coinvolgimento delle due potenze, Russia e Usa.

E così, fra sforzi diplomatici e negoziati sui finanziamenti, la Svizzera dovrà far trovare l’OSCE pronta nell’attimo in cui ci sarà l’accordo per un cessate-il-fuoco in Ucraina. Quello sarà il momento in cui davvero l’organizzazione si giocherà il proprio futuro, afferma l’ambasciatore svizzero Thomas Greminger, segretario generale dal 2017 al 2020: «L’OSCE non gioca oggi alcun ruolo nella risoluzione del conflitto. Questo potrebbe però cambiare con la fine delle ostilità. Allora potrebbe ritrovare un ruolo significativo come fu il caso nel 2014». Allora, sotto la presidenza di Didier Burkhalter, venne infatti dispiegata nel Donbass una missione di monitoraggio del cessate-il-fuoco fra esercito e separatisti filorussi. Un’ambasciatrice svizzera, Heidi Tagliavini, svolse un ruolo decisivo nella mediazione tra le parti, che portò alla firma dei primi Accordi di Minsk; e l’organizzazione supervisionò le elezioni presidenziali e parlamentari. Prepararsi a risponde-

re a una simile missione è l’obiettivo finale di Ignazio Cassis e della Svizzera: per salvare l’OSCE e per dare una possibilità alla collaborazione fra gli Stati. Anche se oggi, nel nuovo ordine mondiale fondato sulla forza, tutto questo appare come un’utopia. Un mondo che ricorda sempre di più quello che diede vita all’OSCE cinquantun’anni fa: diviso in blocchi, spartito fra super potenze. E allora, chissà? Magari, nonostante il tempo avverso, la Svizzera – con la sua neutralità e la sua esperienza di mediazione – ci porterà se non in vetta, almeno fino al Campo 4 di questo Everest diplomatico, ridando un po’ di lustro all’organizzazione. Per un ritorno allo spirito di Helsinki ci vorrà invece ben più di un anno e ben più degli sforzi elvetici. Purtroppo. La prima conferenza della presidenza svizzera dell’OSCE, in programma a San Gallo dal 9 al 10 febbraio, avrà un focus sulla lotta all’antisemitismo e ad altre forme di intolleranza e discriminazione. Keystone

Pietro Bernaschina

Laghi svizzeri, un deposito sommerso di esplosivi

Il punto ◆ Oltre 12’500 tonnellate di ordigni bellici «dormono» sui fondali, le idee proposte per recuperarle e la situazione in Ticino

Il 23 gennaio Armasuisse, l’Ufficio federale dell’armamento, ha presentato a Palazzo federale i risultati del concorso di idee lanciato nel 2024 per individuare progetti di recupero delle munizioni sommerse nei laghi svizzeri. L’obiettivo? Togliere dai fondali migliaia di tonnellate di ordigni bellici, alcuni potenzialmente attivi, soprattutto nei bacini di Thun e dei Quattro Cantoni. Nonostante le oltre 200 proposte arrivate e tre aziende premiate, nessuna soluzione è pronta per l’uso. In ogni caso i programmi di monitoraggio non indicano pericoli immediati. Così, per ora, le bombe restano dove sono, Ticino compreso.

Smaltire, ma come?

Tra il 1918 e il 1964, e soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, l’esercito svizzero ha smaltito nei laghi grandi quantità di munizioni obsolete o in eccesso. All’epoca, gettarle in acque profonde sembrava la soluzione più semplice e sicura. A favorire lo sversamento sistematico degli ordigni nei laghi contribuirono anche le fabbriche di armamenti e i depositi militari situati nei pressi dei laghi di Thun e dei Quattro Cantoni. «All’epoca non esistevano tecniche alternative praticabili», spiega Daniela Renzo, portavoce di Armasuisse. Ridurre i pericoli negli arsenali era la priorità; la detonazione controllata sulla terraferma era considerata troppo rischiosa. Due tragedie mostrarono quanto fosse pericolosa la gestione delle munizioni a terra. Al Fort de Dailly, nel maggio 1946, un’esplosione provocò la morte di diversi operai e distrusse una parte significativa dell’impianto, come documentato dal Dizionario storico della Svizzera. Nel deposito di Mitholz, nel dicembre 1947, una serie di deflagrazioni fece crollare intere sezioni del magazzino sotterraneo, causando vittime e danni. «L’immersione in acque profonde appariva invece una soluzione rapida e funzionale», continua Renzo. La pratica comunque cessò nel 1964, in seguito al rafforzamento della legge sulla protezione delle acque e a una maggiore sensibilità ambientale. «Gettare munizioni nei laghi non era più compatibile con la tutela degli ecosistemi», sottolinea Armasuisse.

Danni a lungo termine

Oggi il Lago di Thun contiene circa 4600 tonnellate di munizioni, il Lago dei Quattro Cantoni oltre 3000, seguito dal lago di Brienz con circa 280 tonnellate. Ma il record spetta al Lago di Neuchâtel, con 5000 tonnellate: qui, fino agli anni Trenta, il fondale era usato come poligono aereo, con bombe esplosive sganciate dall’alto. In seguito, fino alla chiusura del sito nel 2021, furono gettate munizioni inerti, razzi e proiettili senza esplosivo. Negli anni, sedimenti di alghe, limo e fango hanno ricoperto le bombe, rendendole più difficili da individuare. Nel frattempo alcuni pescatori del Lago di Thun hanno notato anomalie nei pesci, inizialmente attribuite a lavori sulla terraferma e scarichi civili. Armasuisse decise comunque di approfondire. «Nel 2004 e 2005 sono state effettuate valutazioni dei rischi, che non hanno rilevato effetti nocivi», spiega Anne-Laure Gassner, responsabile del settore Esplosivi. Un’analisi più approfondita nel 2012 ha porta-

to a un risultato inatteso: i sedimenti proteggono le munizioni. Riducendo il contatto con l’acqua e l’ossigeno, rallentano sia la corrosione degli ordigni sia il rilascio di sostanze chimiche (come il tritolo). Bombe fortemente corrose sarebbero molto più pericolose da maneggiare.

I progetti premiati

Al concorso pubblico indetto da Armasuisse nel 2024, 22 delle 214 proposte sono arrivate in finale e tre sono state premiate. Il progetto vincitore, presentato dalle olandesi Royal IHC Defence e ReaSeuro, prevede una «campana subacquea» che isola l’area di intervento sul fondale. All’interno, un sistema vibrante rimuove i sedimenti che coprono le munizioni, che vengono poi smontate a distanza e i cui materiali vengono recuperati. Il secondo posto è stato assegnato all’azienda svizzera Helbling Technik Wil, che ha sviluppato un robot subacqueo in grado di muoversi sul fondale, raccogliendo i sedimenti in modo controllato. Al terzo posto si è classificato Walo Bertschinger con

una piattaforma modulare dotata di sistemi automatizzati per separare e gestire in sicurezza sedimenti e ordigni. Tuttavia i progetti non saranno implementati a breve. «Nessuno è pronto all’uso immediato», avverte Anne-Laure Gassner. Serviranno anni di test e validazioni sul campo. Ma quando si interverrà? «Non possiamo tracciare scenari precisi», afferma Gassner. «Monitoriamo acqua e sedimenti. Solo se rilevassimo

anomalie, come emissioni di sostanze, partirebbe un’indagine approfondita». Il vero rischio non è tanto l’esplosività quanto il potenziale impatto ambientale. Dal 2021 Armasuisse analizza l’acqua ogni cinque anni e i sedimenti ogni due. Finché non ci sono segnali di pericolo, non si interviene. Mentre la Svizzera aspetta, altrove si agisce. Nel 2024, la Germania ha avviato un progetto pilota nella baia di Lubecca con una piattaforma

Quali sono i rischi per l’ambiente e per la sicurezza

La quantità di bombe sommerse nei laghi svizzeri è davvero notevole. Esiste il rischio di esplosioni a catena? Lo chiediamo a Jörg Mathieu, già responsabile di progetto per Armasuisse e oggi consulente esterno.

«No, perché le munizioni sono disperse e non concentrate in un’unica area. Il sedimento agisce come un efficace smorzatore, attenuando l’onda d’urto. Solo dove due o tre ordigni si trovano molto vicini il rischio aumenta leggermente, ma resta comunque contenuto».

Quali gli effetti di un’esplosione accidentale?

«Lo scenario massimo considerato

da Armasuisse è un’esplosione pari a circa 100 chili di tritolo, equivalente a una bomba aerea di media grandezza della Seconda guerra mondiale. Gli effetti colpirebbero soprattutto le imbarcazioni in superficie e costituirebbero un rischio per sub e nuotatori in zona».

Quali sono le implicazioni di questa situazione per chi opera sul lago?

«Alcune attività – posa di cavi, ancoraggi, lavori subacquei – richiedono precauzioni. Le munizioni disperse nel sedimento non costituiscono un rischio per la popolazione, ma impongono attenzione a chi lavora in acqua».

galleggiante automatizzata per recupero e distruzione delle munizioni. Nel Mar Baltico e nel Mare del Nord giacciono circa 1,6 milioni di tonnellate di materiale bellico della Seconda guerra mondiale. Nel 2023, l’Ue ha lanciato un’iniziativa per coordinare raccolta dati, valutazione dei rischi e gestione della sicurezza.

La situazione nel Cantone

Anche nei laghi ticinesi la situazione richiede attenzione. In alcuni specchi d’acqua di montagna, legati a ex poligoni di tiro sono stati ritrovati ordigni inesplosi usati come bersagli militari tra il 1937 e il 1966. Secondo il Dipartimento della Difesa, i laghi potenzialmente interessati sono circa una ventina, di cui cinque già controllati da Armasuisse e dai Kamir, l’unità subacquea militare specializzata nel recupero di ordigni inesplosi. I restanti si trovano soprattutto in Val Piora, Valle Bedretto, in Leventina e al Passo del Gottardo. Nella zona del Gottardo, negli anni Cinquanta, una valanga distrusse un deposito dell’esercito e parte del materiale finì in un lago. «Non sappiamo con certezza cosa ci sia», spiega Gassner. Per questo sono previste immersioni esplorative durante l’anno.

Armasuisse lancerà un progetto di ricerca per capire come monitorare le operazioni di recupero nei laghi più piccoli della Svizzera, Ticino compreso. «Si tratta di bacini con poche munizioni. Serviranno progetti ad hoc», precisa Gassner. Le operazioni di recupero potrebbero essere effettuate direttamente dai sommozzatori militari, addestrati e consapevoli dei rischi. Le prove sono previste nel corso dell’anno, senza un calendario definito, e saranno comunque escluse dai mesi invernali, quando la temperatura dell’acqua rende gli interventi troppo complessi.

Nel Lago Maggiore restano residui di un ex poligono di tiro aereo. Alcune munizioni prive di esplosivo sono state recuperate grazie a segnalazioni sporadiche e gestite dai Kamir e dalla Polizia cantonale. Non tutti i ritrovamenti, però, sono innocui: nel 2023, a Oggebbio (Italia), un turista ha rinvenuto sulla riva un proiettile da cannone di 40 centimetri ancora attivo. L’ordigno è stato neutralizzato dagli artificieri. Resta incerta l’origine sia delle munizioni inerti sia di quelle inesplose finite nel lago.

Nei laghi di Thun e dei Quattro Cantoni è stato trovato tritolo (TNT). È pericoloso per l’ambiente?

«Il TNT è tossico, sia per l’ambiente lacustre sia per l’uomo. Tuttavia le analisi condotte nei due laghi mostrano solo tracce minime, e sotto forma di prodotti di degradazione. In altre parole, quando il tritolo entra in contatto con l’acqua o il sedimento, non rimane intatto: per effetto di processi chimici naturali si trasforma gradualmente in altri composti. Questi derivati compaiono nell’acqua solo in quantità molto basse, dell’ordine di nanogrammi per litro. Come riferimento per le misurazioni, sono stati adottati gli

standard tedeschi, tra i più severi in Europa per l’acqua potabile, e i livelli riscontrati risultano ampiamente al di sotto dei limiti di sicurezza. L’impatto ecologico complessivo è quindi minimo».

La situazione è dunque sotto controllo?

«Finché i monitoraggi confermano livelli sicuri, le bombe non si corrodono e non ci sono rischi di esplosione. Inoltre, le acque non si inquinano. Non prevediamo eventi critici. Tuttavia eventuali lavori di costruzione o interventi meccanici sul fondo potrebbero comportare rischi, e in quei casi sarebbero necessarie precauzioni speciali».

Il Lago di Neuchâtel, qui sopra, conterrebbe 5000 tonnellate di ordigni. Sotto: un esplosivo di produzione tedesca da 6,5 chili –probabilmente usato dall’esercito svizzero tra il 1917 e il 1938 – recuperato dal Lago Maggiore. (Keystone)

Così la politica americana ha cambiato l’Africa

L’analisi ◆ Un anno di scelte di Washington ha aperto fratture, generato vuoti di potere e generato nuovi protagonismi regionali

Pietro Veronese

Negli ultimi giorni del 2025 il Governo israeliano ha annunciato il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente e l’«immediato» scambio di ambasciatori nelle rispettive capitali.

Il Somaliland è un vasto territorio che si estende lungo la costa del Golfo di Aden. Grande un po’ più di mezza Italia, conta circa sei milioni di abitanti e si è proclamato indipendente dalla Somalia ormai 35 anni fa, nel 1991. Da allora, nessuno – meno di tutti l’Onu – lo aveva mai riconosciuto come uno Stato sovrano. Israele è il primo a farlo. Per questo la notizia ha avuto una certa risonanza, anche se a prima vista era difficile discernere quale motivazione potesse spingere il Governo Netanyahu a un simile passo.

Subito dopo l’annuncio, tuttavia, si sono manifestate una serie di reazioni diplomatiche fortemente negative. La più veemente è stata quella della Somalia, che ha detto di considerare la decisione israeliana un attacco deliberato alla propria sovranità. Ma anche Paesi come la Cina e la Turchia l’hanno condannata. Altri ancora –Arabia Saudita, Qatar, Egitto, e numerosi Stati africani – si schierano a favore dell’integrità territoriale somala. A differenza degli Emirati Arabi, che da tempo appoggiano le ambizioni del Somaliland.

È la geografia a rendere il Somaliland, con i suoi 800 chilometri su una rotta strategica, un partner di grande interesse

Perché mai Israele si è risolto a spezzare un equilibrio fragile e – proprio perché fragile – rimasto immobile da ben 35 anni? La totalità degli analisti concorda nell’attribuire la decisione a considerazioni geopolitiche. È la geografia a fare del Somaliland, con i suoi circa 800 chilometri di affaccio su una rotta di capitale importanza strategica, un partner molto interessante. Un amico alle porte del Mar Rosso, in un contesto nevralgico altrimenti controllato da dirimpettai arabi e africani. È significativo che il Somaliland abbia già annunciato la volontà di aderire ai cosiddetti Accordi di Abramo, caposaldo della strategia regionale del Governo Netanyahu. Più facile la domanda che viene subito dopo: perché Israele ha deciso di fare la sua mossa proprio adesso? La risposta sta nello sconvolgimento che dodici mesi della seconda presidenza Trump hanno portato nei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Africa. Lo smantellamento della politica degli aiuti allo sviluppo e dell’agenzia che ne era incaricata, USAID; la rimozione di 15 ambasciatori in altrettante capitali del Continente, la maggior parte dei quali non è stata sostituita; la drastica riduzione dell’accesso ai visti di ingresso negli Usa per i cittadini di un gran numero di Paesi africani; i bombardamenti contro presunti obiettivi del

fondamentalismo islamico in Nigeria e in Somalia; la pressante diplomazia volta alla firma di accordi di pace tra Repubblica del Congo e Ruanda, sui cui esiti concreti molti osservatori restano guardinghi; il varo di protocolli bilaterali «America first» sia in materia di sanità che di accesso a preziosi minerali e altre materie prime; lo scontro politico con il Governo del Sudafrica, accusato addirittura di tollerare il presunto genocidio della minoranza bianca del Paese. Tutto insieme, un vero e proprio cataclisma, che ha lacerato vecchie intese, ne ha creato di nuove, ha seminato insicurezza e ha certamente rilanciato il protagonismo america-

no, lasciando però dei vuoti che sono altrettante opportunità e spazi d’intervento per altri protagonisti. La geopolitica è tornata a dettare le sue leggi, senza mediazioni e senza tante belle parole. Quanto più interessante la collocazione geografica, quanto più ricche le risorse del sottosuolo, tanto maggiore l’interesse di Washington per un determinato Paese. Né più né meno, con tanti saluti ai bisogni delle popolazioni, alla ricerca di criteri di equità nei rapporti bilaterali e agli imperativi dei diritti umani.

Che l’America di Trump guardasse con favore al riconoscimento del Somaliland era già scritto nero su bianco nei documenti programmati-

ci della nuova Amministrazione, pur nello spazio assai ristretto dedicato all’Africa. Israele sapeva dunque, muovendosi per primo, di fare cosa gradita e magari di assumersi un ruolo di battistrada. Un mese dopo, il presidente del Somaliland ha ricevuto per un lungo colloquio a porte chiuse Eric Trump, terzogenito del presidente americano e suo socio in affari.

Il vero banco di prova del nuovo ruolo degli Stati Uniti nelle vicende africane sarà la guerra del Sudan, che dura da quasi tre anni

Il vero banco di prova del nuovo ruolo dell’America nelle vicende africane sarà però un altro, e cioè la guerra del Sudan, che il prossimo 15 aprile compirà tre anni senza che nessuno sia ancora riuscito a fermarla. Quanto accade in Sudan dal 2023 è una delle più spaventose tragedie in atto sul nostro pianeta. Due forze armate, prima alleate, si combattono senza esclusione di colpi per il primato, in uno scontro di inaudita ferocia di cui la popolazione civile è il campo di battaglia. I morti si contano in centinaia di migliaia, i profughi in milioni, i crimini di guerra sono indicibili, distruzioni e sofferenze incalcolabili. L’intero Paese muore di bombe e di fame ed è già, di fatto, spartito in due. Finora nessuno dei numerosi ten-

tativi diplomatici – a cominciare da quello dell’Arabia Saudita – ha potuto ottenere un solo giorno di tregua. L’entità della catastrofe è tale che nessuno sforzo di pace è credibile senza l’impegno diretto degli Usa. All’Amministrazione Trump il merito di aver deciso di provarci. La cornice diplomatica proposta, il cosiddetto «Quad», è in perfetta sintonia con il realismo geopolitico dei tempi. Assenti i due belligeranti – l’esercito governativo sudanese e la supermilizia privata chiamata Rapid support force – ne fanno parte i loro sostenitori e referenti. l’Egitto per il Governo di Khartoum e gli Emirati Arabi, nuovo coprotagonista della geopolitica africana, per la Rsf. Ci sono poi l’Arabia Saudita in qualità di «veterana» degli sforzi diplomatici e ovviamente gli Stati Uniti. Nell’ultimo scorcio del 2025 il Quad ha proposto una road map, un percorso, condiviso da tutti, che ha come punti d’arrivo una tregua e un Governo civile. Ma l’itinerario resta sovraccarico di insidie. E gli assenti? Sono importanti, ognuno per motivi diversi. La Russia sembra mancare di una visione d’insieme per l’Africa, ma continua a fornire aiuti militari ove richiesta, in cambio di vantaggi economici. La Cina, come nel resto del caos mondiale, osserva in silenzio, lasciando che tutti coloro che sono alla ricerca di stabilità vengano a bussare alla sua porta. Quanto all’Ue, è assente e basta.

La guerra in Sudan ha provocato centinaia di migliaia di vittime, milioni di profughi, un livello di distruzione e sofferenza impossibile da quantificare. Sotto: donne mostrano le bandiere del Somaliland. (Keystone)

Il ruolo delle donne nelle reti jihadiste

Asia meridionale ◆ Dalla kashmira Asiya Andrabi alla pakistana Shaheen Shahid, il terrorismo sfrutta sempre di più figure femminili trasformandole in strumenti, scudi, armi e monete di scambio

In principio fu Asiya Andrabi, una delle più note attiviste separatiste del Kashmir. La «femminista islamica» a capo della Dukhtaran-i-Millat (DiM), un gruppo femminile (adesso fuorilegge) che a Srinagar – in India, regione del Jammu e Kashmir – tirava secchi di vernice sulle ragazze senza hijab e che in seguito è diventato una vera e propria organizzazione di fiancheggiamento a gruppi terroristici maschili.

Asiya Andrabi è la «femminista islamica» a capo del gruppo fuorilegge Dukhtaran-iMillat (DiM)

Asiya Andrabi è in galera da anni, ma la DiM è recentemente rientrata di prepotenza nelle cronache in seguito alle indagini sull’attentato suicida del 10 novembre 2025 al Red Fort di Delhi (un’auto è esplosa causando la morte di una quindicina di persone).

Asiya Andrabi non è l’unica donna ad essere coinvolta in simili attacchi, così come la Dukhtaran-i-Millat non è più l’unico gruppo terrorista femminile della zona.

A essere indagata per terrorismo, dentro a una rete di medici che secondo gli investigatori accumulava da

anni armi, nitrato d’ammonio e perfino ricino per eventuali attacchi chimici, era anche Shaheen Shahid: dottoressa di Lucknow che sarebbe stata radicalizzata online e reclutata come referente in India della nuovissima

ala femminile della famigerata organizzazione terroristica pakistana Jaish-e-Mohammed (JeM). Perché ultimamente la jihad femminile ha fatto un salto di qualità. E i terroristi senza scrupoli che perseguono una strettis-

sima applicazione della legge islamica, sono improvvisamente diventati «pro donne»: mandano adesso anche loro a morire, promettendo un ingresso per direttissima in Paradiso. Dove le stesse non troveranno la controparte femminile delle settantadue vergini promesse ai loro correligionari maschi, ma dove finalmente potranno, si spera, starsene in santa pace. I fatti sono semplici: in ottobre Masood Azhar, capo e fondatore della JeM (designato terrorista internazionale dall’Onu dal 2019), teneva come sempre dalla residenza di Bahawalpur, nel Pakistan meridionale, il suo settimanale sermone di minacce assortite. A essere destinatarie e bersaglio delle minacce erano «le giornaliste istigate dai nemici», colpevoli di raccontare le stragi compiute dalla sua organizzazione e, soprattutto, le «donne induiste» arruolate come soldati dall’esercito indiano. Per capire la portata dell’affronto bisogna considerare che, secondo i terroristi, se vieni ucciso da una donna non ti spettano le settantadue vergini di cui sopra. Azhar annunciava quindi la sua risposta strategica: la creazione di una brigata tutta al femminile appunto, chiamata Jamaat-ul-Mominat. Una brigata di donne, per le donne e gestita da donne: nella fattispecie, dalle sorelle di Masood Azhar. Una che dirige la Jamaat, un’altra che costruisce i moduli dottrinali, un’altra ancora siede nel consiglio dell’organizzazione insieme ad Afeera Farooq, che avrebbe dei legami col terrorista suicida dell’attentato di Pulwama che anni fa ha ucciso più di 40 soldati indiani. Una famiglia Corleone in salsa pakistana, una «Dynasty» della jihad: senza diamanti e spalline, ma con esplosivi al posto delle collane. Azhar afferma all’inizio che i membri dell’ala femminile saranno addestrati come le reclute maschili della Jaish-e-Mohammed. Poi ci ripensa, evidentemente preoccupato dalla troppa libertà concessa alle reclute, e impone regole severe alle donne che si uniscono alla brigata: non devono nemmeno parlare con «uomini non imparentati al telefono o tramite messaggistica, ad eccezione dei loro mariti o dei loro familiari diretti». E per andare sul sicuro lancia «Tufat al-Muminat», un corso digita-

le quotidiano che porta la radicalizzazione direttamente sul divano di casa. Per iscriversi, le donne devono inviare i propri dati personali tramite un modulo online e versare una donazione, creando così anche un meccanismo di raccolta fondi: in pratica, paghi per essere indottrinata e adoperata, se ti va bene, come spia altrimenti come attentatrice suicida. Intanto, dall’altra parte del confine, l’India porta le proprie donne in ruoli di punta: pilote di caccia, ufficiali in missioni operative, protagoniste in settori che per anni sono stati dominio maschile. Le fotografie della «Squadron Leader» (che è come dire «maggiore») Shivangi Singh – una delle figure simbolo dell’aeronautica indiana, prima donna a volare sul caccia Rafale – con la presidente Droupadi Murmu hanno fatto più danni psicologici alla JeM di un raid aereo: due donne, una in uniforme, competenti e libere.

Il terrorismo, come ogni impresa ben strutturata, innova, diversifica e investe dove trova terreno fertile, ovunque esso sia

Un incubo strategico per chi fonda la propria ideologia sulla subordinazione e sulla superstizione. Il caso di Lucknow è però un campanello d’allarme e ci ricorda un paio di cose: che il reclutamento non si ferma ai confini e che le donne, per questi individui, sono solo carne da macello. Isis, Boko Haram e le Tigri Tamil lo hanno dimostrato abbondantemente. Il reclutamento femminile non è una stranezza da sociologi: è una strategia precisa. La jihad ha capito difatti che dove l’uomo fallisce, la donna passa inosservata. E l’ha trasformata in strumento, scudo, arma e moneta di scambio. Perché se nel loro mondo arcaico la donna non vale nulla, quando si tratta di farsi esplodere diventa all’improvviso preziosa. La questione non è se questa strategia attecchirà, lì o altrove. La questione è quanto tempo ancora impiegheremo a prendere sul serio il fatto che il terrorismo, come ogni impresa ben strutturata, innova, diversifica e

terreno

Devastazione dopo l’attentato suicida del 10 novembre 2025 al Red Fort di Delhi. (Keystone)
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Melania Trump torna sotto i riflettori

Stati Uniti ◆ Il docufilm da 75 milioni di Amazon ridisegna l’immagine della first lady e alimenta grossi interrogativi politici

«Nessuna first lady aveva mai strappato un accordo come quello firmato da Melania Trump con Amazon MGM Studios. È un colpo commerciale straordinario, che dimostra quanto sia forte il desiderio di conoscerla senza filtri, direttamente attraverso la sua voce. Per molti resta ancora una figura in parte misteriosa». A commentare il docufilm Melania – uscito nelle sale la scorsa settimana e presto disponibile anche sulla piattaforma streaming di Jeff Bezos – è Anita McBride. Poche persone conoscono questo ruolo meglio di lei: vent’anni alla Casa Bianca e tre amministrazioni, è stata capo dello staff di Laura Bush. Autrice del volume di riferimento Remember the first ladies, oggi dirige il centro studi dedicato alle mogli dei presidenti Usa presso l’American University di Washington. «Questa collaborazione mi ha subito fatto pensare che il secondo mandato sarebbe stato molto diverso dal primo», spiega l’intervistata. La pellicola si concentra su un momento preciso: i venti giorni che precedono il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Mostra preparativi, momenti familiari e dinamiche interne alla transizione presidenziale (arriva in un momento delicato per il presidente Usa e si inserisce nel tentativo di ridefinire la figura pubblica della first lady; i due sono sposati dal 2005 ma fanno vite piuttosto separate). «Tutti vogliono sapere. Perciò ecco qui», dice nel trailer la voce fuori campo dell’ex modella slovena, che al progetto ha partecipato in modo diretto, intervenendo anche sulle scelte editoriali. «È consapevole che solo lei può raccontare la sua storia. Il suo libro autobiografico, diventato subito un best seller, ha confermato che

le persone sono davvero interessate al suo percorso. E poi quello specifico periodo, i giorni che precedono il rientro a Washington, è un momento che il pubblico trova affascinante», osserva McBride.

La storica sottolinea soprattutto come la conoscenza che abbiamo di queste figure sia spesso mediata e mai diretta, e come i giudizi siano inevitabilmente condizionati dalla popolarità dei mariti. «È una barriera difficile da superare. Quando però hai a disposizione una piattaforma come quella di questo documentario, allora puoi rivolgerti direttamente alla gente, puoi mostrare cosa vuoi, con le tue parole e le tue azioni. La sua è stata una sfida enorme».

In un’America profondamente polarizzata, non sorprende che il docufilm – che Trump, ancora prima della proiezione al Kennedy Center, ha voluto presentare in anteprima assoluta a un ristretto gruppo di invitati con una festa alla Casa Bianca (tra cui il CEO di Apple Tim Cook, l’ex pugile Mike Tyson e la regina Rania di Giordania) – stia alimentando un acceso dibattito. A far discutere, innanzitutto, è l’investimento enorme di Amazon: 75 milioni di dollari complessivi (un record per un documentario a carattere politico) di cui 40 per l’acquisizione dei diritti e altri 35 destinati a marketing, promozione e distribuzione. Una cifra che si traduce in una campagna pubblicitaria onnipresente: i poster di Melania tappezzano le grandi città americane, dagli autobus alle metropolitane, ai muri, senza contare la promozione diretta sui social del marito. Secondo alcuni osservatori, quella di Amazon sarebbe stata una scelta più politica che economica, un gesto di attenzio-

ne verso la Casa Bianca, una mossa che rafforza l’immagine della famiglia Trump, più che un’operazione di mercato.

A suscitare indignazione è stato infine altresì il nome del regista: Brett Ratner, da anni scomparso da Hollywood dopo una serie di accuse di molestie sessuali. Nel film la first lady appare come una figura forte, una voce capace di influenzare le scelte del marito. Un’impostazione molto diversa rispetto al primo mandato. «È tornata alla Casa Bianca sapendo cosa l’aspettava, consapevole di ciò che poteva e non poteva fare, conoscendo ogni insidia», osserva Anita McBride. «La prima volta nessuno può prepararti a cosa significhi entrare in quell’acquario, sotto i riflettori per qualsiasi cosa. Nel 2016 era cittadina americana da meno di dieci anni, aveva un figlio piccolo, i genitori con sé. Si trovava in un’altra fase della vita e l’ambiente era ostile». Un contesto

complicato, aggravato non solo dalla pressione dei media ma anche da frizioni interne al suo entourage. Questa volta, però, Melania Trump è tornata a Washington senza esitazioni, forte di una consapevolezza nuova del ruolo e dei suoi limiti. Un cambio di tono immediato, cristallizzato nella foto ufficiale, pubblicata pochi giorni dopo l’insediamento: in tailleur, lo sguardo glaciale, le mani appoggiate sulla scrivania, con l’obelisco di George Washington sullo sfondo. «Il messaggio è che lei è una donna d’affari, che sa come si comanda. Non è stata una scelta casuale. In questo senso è come Jackie Kennedy: molto consapevole dell’immagine. Sa che cosa comunica una fotografia», spiega.

Secondo la storica delle first ladies, sarà proprio questa la sua eredità: «Farsi ricordare come una persona determinata, che non si lascia imbrigliare da chi l’ha preceduta né dalle

aspettative». Anche perché, rimarca, non esiste un manuale per la perfetta padrona di casa. «Non hanno obblighi. Se preferiscono non svolgere attività pubblica, possono farlo. Ognuna è libera di scegliere come interpretare questo ruolo».

È in questa chiave che prende forma la Melania 2.0: meno sotto i riflettori, ma più concentrata su quelle cause che ha sempre indicato come prioritarie, dai rischi dei social media per i bambini, come il cyberbullismo, all’impatto degli oppioidi sui più giovani. Il bisogno di assumersi responsabilità pubbliche, secondo Anita McBride, nasce soprattutto con «Eleanor Roosevelt, esempio moderno di first lady attivista. Da allora, anche le altre hanno sentito il bisogno di portare avanti un’agenda, pur se non tutte, Mamie Eisenhower, Bess Truman ad esempio hanno fatto una vita più ritirata». Una posizione in continua evoluzione. Fino all’arrivo di Carter nel 1978, l’ufficio della first lady non aveva uno staff né un vero budget. Fu la moglie Rosalynn – spesso definita «co-presidentessa» – a richiederlo con insistenza. «Da ex collaboratrice della East Wing, le sono grata», ha commentato McBride in più di una occasione.

Anche Melania, osserva l’ex capo dello staff di Laura Bush, si è ritagliata un posto rilevante nella storia. È solo la seconda volta che una first lady torna alla Casa Bianca per un mandato non consecutivo, ed è anche la seconda a non essere nata negli Stati Uniti. Nel 2016 era stata criticata per aver ritardato il trasferimento a Washington. «Io la leggo in modo diverso: Melania Trump ha reso il percorso più semplice a chi verrà dopo, contribuendo a far evolvere il modello».

D ebito pubblico americano: una bomba a orologeria?

Gli Stati Uniti fanno notizia non solo per il caos che generano sulla scena internazionale e per la mancanza di considerazione verso i loro storici alleati, sia sul piano geopolitico sia su quello commerciale. A gennaio 2026 il loro debito pubblico ha superato la quota di 38’500 miliardi di dollari, con una crescita su base annua di 2000 miliardi. Il rapido aumento del debito pubblico deriva da decenni di deficit strutturali, registrati tanto sotto presidenze democratiche quanto repubblicane. Dall’inizio degli anni Novanta del Novecento, solo in due occasioni – durante la presidenza

Clinton – il bilancio federale ha chiuso l’anno in attivo. D’altronde, puntare al pareggio di bilancio – aumentando le entrate fiscali o riducendo la spesa pubblica – è una via più ardua dal punto di vista del consenso politico rispetto all’aumento del debt ceiling, il limite teorico dell’indebitamento federale che può essere innalzato con l’approvazione del Congresso. Dalla pandemia, poi, vi è stata una forte accelerata, con quasi 12 miliardi di dollari raccolti sui mercati per la maggior parte a brevi-medie scadenze. Una mossa che al momento sembrava sensata, dato che gli Usa si trovavano in un periodo con i tassi vicino allo zero. I nodi però, anche se lentamente, vengono al pettine. Attualmente non vi è alcun segnale di svolta verso finanze pubbliche più equilibrate: anzi, al contrario, l’amministrazione Trump ha varato l’estate scorsa un pacchetto di leggi che prevede un ulteriore ampio aumento del deficit. Il pagamento degli interessi rappresenta una delle voci di spesa più importante del budget governativo, addirittura davanti alle spese per la difesa. Inoltre, a breve termine, circa un quarto del debito esistente andrà a scadenza e dovrà essere rifinanziato a condizio-

ni peggiori rispetto a prima, dato che attualmente il livello dei tassi è molto più elevato. Ciò appesantirà ulteriormente la spesa pubblica statunitense. I Treasuries (titoli di Stato Usa) sono anche uno strumento geopolitico, dato che essi rappresentano una parte importante delle riserve valutarie delle banche centrali globali. Da anni la Cina riduce gradualmente la sua esposizione verso il dollaro, non ricomprando le obbligazioni scadute.

Dal punto di vista americano la prospettiva di una vendita massiccia di titoli del Tesoro a causa della perdita di fiducia negli Usa non è gradito, perché farebbe crollare il prezzo dei titoli di Stato, aumentandone il rendimento alla scadenza. Ciò potrebbe indurre gli investitori a spostare capitali dal mercato azionario verso i titoli di Stato, che offrono un rendimento fisso, sicuro ed elevato, causando volatilità sui mercati.

E per gli investitori svizzeri? Il rendimento del titolo decennale sopra il 4% è attrattivo a prima vista. Tuttavia entra in gioco il rischio del cambio. Il forte apprezzamento del franco nei confronti del dollaro spazza via il rendimento in dollari. Una soluzione può essere la copertura valutaria (hedging), che però ha dei costi, ossia la differenza tra i tassi a breve termine in dollari e franchi – attualmente circa il 3,5%. Solamente se l’investitore si attende una svalutazione del dollaro superiore ai costi del hedging può essere un’opzione, anche se poi il rendimento ottenuto sarà quello simile a quello di un’obbligazione in franchi. Dunque basso.

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CULTURA

La nostra storia dagli archivi RSI

Un tuffo nel passato locale: una mostra itinerante propone una settantina di scatti realizzati tra gli anni Settanta e i Duemila

Pagina 19

Il potere esercitato fuori mandato

In The Diplomat, l’ipotesi inquietante di un potere informale e indicibile che opera oltre le regole che lo legittimano

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Giuliano Collina, oltre le categorie

In memoria di un artifex che ha fatto dell’anti accademismo, della materia e del paesaggio lombardo il centro della propria ricerca

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Scoprire il passato nella Villa dei Papiri

Archeologia ◆ La Biblioteca Nazionale di Napoli ospita un laboratorio in cui si studiano i reperti di Ercolano, scrigni di preziose testimonianze tutte da interpretare

Alessandro Zanoli

La villa è lussuosa e si sviluppa su un’area di 250 metri. Il vialetto d’entrata inizia con un belvedere mosaicato rotondo, seguito poi da un vialetto che conduce in un magnifico cortile rettangolare. Al centro c’è la piscina e tutt’intorno preziose sculture, alcune delle quali in bronzo, fuse in modo straordinario, e con piante pregiate. In fondo al cortile si erge lo stabile principale, disposto su tre piani. Il proprietario di questa villa, lo abbiamo capito, dev’essere particolarmente facoltoso. Lo dimostra il fatto che alcune stanze interne della casa sono dedicate alla conservazione di rari e preziosi libri. Sono varie centinaia di testi che trattano di filosofia, diritto e discussioni giuridiche, ma non mancano testi di geometria, manoscritti che egli colleziona senza badare a spese.

La Villa di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino è ancora in gran parte ricoperta da venti metri di materiale eruttato dal Vesuvio

Questo, fino a quel tragico giorno nel 79 dopo Cristo. Quando, qualche giorno dopo l’eruzione, la colata di lava fango e ceneri roventi scivolò lungo le pendici del Vesuvio, la villa fu completamente ricoperta da oltre 20 metri di materiale incandescente. Della splendida dimora di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino non si sentì più parlare per oltre 1600 anni. Infatti, solo nel 1700, grazie all’interesse attorno all’allora nuova scienza dell’archeologia, alla curiosità manifestata dai cultori di storia antica e dagli stessi regnanti sul trono napoletano, si iniziò a investigare il sottosuolo della costiera circumvesuviana. Dai libri storici dell’antichità si avevano notizie della celebre eruzione, e si voleva dunque andare a vedere cosa fosse rimasto di quelle antiche cittadine. Del resto, vari tipi di reperti erano già venuti alla luce, sporadicamente, durante i lavori agricoli, o dopo scavi di pozzi. E se l’area della città di Pompei sarà quella più frequentata dai ricercatori di tesori antichi, anche nelle località dei dintorni inizieranno sondaggi e prospezioni. Una di queste suscitò l’interesse dell’architetto di Svitto Karl Jacob Weber (1712-1764), che si trovava allora alla corte dei Borbone. A Ercolano, partendo proprio dal ritrovamento in un pozzo di quel pavimento circolare mosaicato che è all’ingresso della villa, Weber capisce di aver individuato qualcosa di interessante e, dopo una lunga serie di sondaggi e scavi di cunicoli sotterranei, riesce a ricostruire l’intera pianta del-

la villa di Pisone. Lo ribadiamo: la villa a tutt’oggi resta in grandissima parte sepolta sottoterra. Tutto quello che si conosce della sua planimetria si deve ai rilievi compiuti con scavi in gallerie sotterranee. Nel corso di successive esplorazioni altri studiosi individueranno però, oltre alle ricche suppellettili, un inatteso tesoro: una ricchissima biblioteca di manoscritti su rotoli di papiro. Questa era infatti la modalità principale su cui si diffondeva la letteratura nell’antichità. Gli steli della pianta del papiro venivano sfogliati, sezionati, fino a ricavare sottili strisce che, incollate tra loro, creavano rotoli di varia lunghezza. Sulla loro superficie veniva poi manoscritto il testo dell’opera, vergato di volta in volta da abili copisti.

I papiri di Ercolano (la villa ha preso il nome da loro), sono stati esposti all’enorme calore del materiale eruttato dal vulcano. La copertura incandescente si è però solidificata senza lasciar filtrare ossigeno e quindi i papiri sono carbonizzati senza fiamma e senza essersi inceneriti. Alcuni esemplari sono esposti oggi in due vetrine dell’«Officina dei papiri ercolanesi», un laboratorio di studio all’interno della Biblioteca Nazio-

nale di Napoli. Ci guida nella visita dell’istituto la Dottoressa Federica Nicolardi, docente all’Università Federico II di Napoli e membro del Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi «Marcello Gigante». I rotoli carbonizzati appaiono come piccoli tronchi rotondi, neri e compatti. «Nel corso dei decenni» ci spiega la Dottoressa Nicolardi «numerosi studiosi hanno cercato vari metodi per srotolarli, e trovare il modo di recuperarne il contenuto. Si tratta infatti di testimonianze uniche che possono metterci in contatto con una tradizione letteraria scomparsa, di cui noi oggi non abbiamo più nessun’altra conoscenza, nemmeno tramite le trascrizioni medievali. I papiri di Ercolano invece sono testimoni diretti, originali, di quella tradizione. Riuscire a decodificarli può fornirci inestimabili informazioni». L’impresa non è facile: si sono tentate molte tecniche, alcune anche piuttosto fantasiose e perniciose, per srotolare i papiri. Ma alcuni risultati sono stati raggiunti e ci permettono di formulare alcune ipotesi. «Molti dei frammenti decrittati finora vengono attribuiti alla produzione del filosofo greco Filodemo di Gadara, amico e protetto di Lucio Calpurnio.

Come detto, i ritrovamenti sembrano confermare uno spiccato suo interesse per la filosofia e forse per aspetti giuridici, ma non solo» precisa la studiosa napoletana.

Ricercatori provenienti da tutto il mondo stanno cercando di ricostruire porzioni di testo dai papiri di Ercolano

Nell’Officina dei papiri, comunque, si sta lavorando intensamente per proseguire lo spoglio dei testi. Quelli «srotolati» fino a oggi sono conservati in appositi scaffali, in contenitori che ospitano migliaia di frammenti svolti e incollati su fogli di carta. «Il materiale viene osservato al microscopio, fotografato in infrarosso, tecniche che permettono di fare risaltare gli antichi inchiostri, ma di recente anche scansionato in 3D, per poter evidenziare i segni tra le pieghe dei fogli» ci spiega Federica Nicolardi. Nell’epoca dell’IA, inoltre, non mancano gli esperimenti di machine learning per insegnare ai computer a rivelare il testo dei papiri ancora chiusi tramite uno srotolamento virtuale. «Le tecniche più recenti sottopongono i reper-

ti a un’analisi del tutto simile a una TAC, e le varie microsezioni digitalizzate sono ricomposte tramite una complessa segmentazione che provvede ad “appiattire” il supporto. In seguito la macchina viene addestrata a riconoscere le porzioni di testo in cui c’è inchiostro, fino a rivelare lettere e colonne di testo».

Questo lavoro ha preso la forma di un vero Contest internazionale, il «Vesuvius Challenge» a cui hanno partecipato diversi giovani ricercatori da tutto il mondo. I vincitori del 2024, Luke Farritor, Yousef Nader, e Julian Schilliger (studente svizzero di robotica al Poli di Zurigo), sono riusciti a ricostruire un’importante porzione di un testo probabilmente del già citato Filodemo (e ad aggiudicarsi 700’000 dollari). Il lavoro sui papiri di Ercolano si trasforma dunque in una sfida appassionante che ricorre a competenze di alto livello tecnologico, ma anche, naturalmente, paleografico e papirologico. Un lavoro dagli effetti assolutamente straordinari, per muoversi più velocemente nella ricostruzione di quel che resta della biblioteca di Lucio Pisone. Il quale, a questo punto, potrà ricominciare a dormire sonni tranquilli, sapendo che la sua collezione è in buone mani.

Immagine virtuale della Villa dei Papiri appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino in una ricostruzione del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano. (museomav.it)

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Gardi Hutter, si riparte dalla nascita

In scena ◆ A colloquio con la grande artista elvetica da anni residente in Mendrisiotto alla vigilia del debutto ticinese di gardiZERO

Quando pensiamo a Gardi Hutter, nel nostro Paese andiamo tutti a Giovanna d’ArPpo, lo stralunato e tenero personaggio vestito di stracci, che affronta senza un minuto di tregua battaglie alla Don Chisciotte, tenendo il pubblico in equilibro tra le risate e i moti di tenerezza (e spronandolo, di volta in volta a una serie di riflessioni sulla società), anche perché alla fine la protagonista muore sempre.

Oggi, però, Gardi Hutter, la grande comica con radici nella Svizzera tedesca ma residente da molti anni nel Mendrisiotto, dai suoi settantadue anni di esistenza, ritorna al pubblico con gardiZERO, uno spettacolo nuovo, in cui si ride, ma ci si confronta anche con grandi temi esistenziali.

Gardi Hutter, parliamo di gardiZERO, uno spettacolo nuovo e diverso, dove afferma di avere lavorato sul vuoto e sull’assenza.

Oggi ho 72 anni, e dopo quarantaquattro anni in cui ho interpretato Giovanna – personaggio che ha funzionato a meraviglia – mi ritrovo con una maschera che quasi mi comanda. Quando sono Giovanna devo comportarmi in un determinato modo e pensare secondo la sua logica. A un certo punto ho sentito il pericolo della ripetizione, e dunque la necessità di fare uno spettacolo nuovo, pur restando riconoscibile. Volevo scoprire anche quei lati che in tutti questi anni erano rimasti nascosti. Forse, per i fan di Giovanna all’inizio sarà

Concorso

«Azione» mette in palio 3x2 biglietti per gardiZERO, il nuovo spettacolo di Gardi Hutter. Per partecipare inviate una mail a giochi@azione.ch, specificando il Teatro. Termine LAC e Teatro Dimitri: 6 febbraio (ore 10.00); Bellinzona: 8 febbraio (ore 23.45). Buona fortuna!

straniante, ma li invito a lasciarsi sorprendere.

Ha dunque salutato la sua Giovanna?

Ho cominciato a occuparmi del tema del «lasciare andare»: avevo voglia di lasciare indietro un po’ di zavorre e pesi, per vedere cosa restava, per trovare l’essenza odierna. Chissà per quanto tempo lavorerò ancora, forse dieci anni o forse anche solo uno. Se continuo, è perché ho la fortuna di avere un mestiere bello, ma sono consapevole di avvicinarmi al finale. È per questo che insieme a Michael Vogel ci siamo confrontati con un vuoto che all’inizio reputavamo pericoloso.

E cosa ha visto in questo vuoto?

Noi viviamo nel vuoto e andiamo verso il vuoto, ne siamo circondati. A volte sono sorpresa di come viviamo la quotidianità, vittime dei nostri calendari e dei nostri impegni. Finiamo per dimenticare che siamo qui per poco tempo, e diamo più spazio al viavai quotidiano che non all’eterno sconosciuto intorno a noi. Ci sembra di sapere tutto, ma non sappiamo niente.

Perché vuole fare ridere?

Perché credo che la risata sia la cosa più intelligente che gli umani si siano inventati, è una conquista culturale. Quando non si riesce a risolvere qualcosa, subentra la risata. Il riso, in fondo, è nato di fronte alla morte, che non possiamo vincere. Sono molte le maschere arcaiche che hanno a che fare con la morte. Dei nove spettacoli che ho realizzato, in otto alla fine muoio, secondo il meccanismo del comico che capovolge la tragicità della morte. In questo nuovo spettacolo, invece, affronto la nascita.

E perché questo tema?

Perché, a differenza della morte, la nascita nel senso del parto, è stata affrontata molto poco nell’arte, sia in quella pittorica sia in quella scenica e

filmica. La nascita, il primo atto decisivo di tutti noi, è rimasto nel buio artistico. Come, fra l’altro, gran parte della vita femminile.

È vero che con l’età arriva anche una certa libertà?

Con l’età, se si matura bene, si diventa più liberi, non solo a livello ormonale. Non ci si deve più costruire una carriera, e ciò che dicono gli altri perde di importanza. Quando ho iniziato, non c’erano donne comiche, si era convinti che le donne facessero piangere, mentre gli uomini potessero fare ridere e questa cosa mi mandava in bestia… Mi sono battuta tanto affinché la situazione cambiasse, ma oggi vivo un grande senso di rilassamento.

Ci sono testimonianze di comicità femminile nel passato?

Esistevano delle comiche, ma dopo il Rinascimento ci si è sempre di più aspettati che il femminile fosse bello e dolce. La comicità però è aggressiva, deride, smaschera – e non è mai ideologica. Esagera i nostri difetti per

fare divertire il pubblico, e il comico non può essere moralista.

Ha sempre voluto far ridere?

No, perché sono cresciuta senza teatro. Io non conoscevo questo mondo. Ma a vent’anni vi sono andata, quasi per ribellione.

Cosa fa ridere Gardi Hutter?

Per ridere ho bisogno dell’effetto sorpresa. Rido quando mi aspetto qualcosa e invece la battuta è un’altra. Trascorro molto tempo con i miei amici, e dalle nostre discussioni accese nascono sempre grandi risate. Dei grandi comici amo molto Chaplin e Buster Keaton, che sono stati i primi a fare delle storie lunghe.

Lei fa parte di una tradizione di personaggi comici che possiamo tranquillamente definire elvetici, per come hanno influenzato la nazione, pensiamo anche a Emil e Dimitri. Come sono i rapporti tra voi artisti? Lo humour svizzero esiste? Tra colleghi c’è una bella atmosfera e un rapporto di stima. Cerchia-

La Svizzera italiana negli archivi RSI

mo sempre di vedere i nostri reciproci spettacoli. Negli anni Ottanta i teatri erano pieni di humour «muto», oggi sono rimasti solamente i Mummenschanz o la Familie Flöz, per il resto questo genere è un po’ scomparso. Si vedono soprattutto la figura dello stand-up comedian o della coppia di comici che parla. In Italia, fortunatamente, vedo che ci sono segnali di ritorno della clownerie.

Cosa ne pensa del politically correct nell’arte? Oggi si deve fare attenzione a molti più aspetti… Credo sia importante prendere coscienza dell’inclusività, ma questa pulizia non deve portare a una «polizia della lingua». Sono cambiamenti lenti – rilassiamoci!

Dove e quando gardiZero, di e con Gardi Hutter Lugano, LAC, 6 febbraio (ore 20.00) Verscio, Teatro Dimitri, 7 febbraio (ore 20.00) Bellinzona, Teatro Sociale, 11 febbraio (ore 20.45)

Mostra itinerante ◆ Un percorso di immagini con fotografie scattate tra gli anni Settanta e il Duemila restituisce il ruolo di custodi della memoria alla radio e alla televisione di servizio pubblico

Gian Franco Ragno

La mostra itinerante Una storia. La Svizzera italiana nelle fotografie d’archivio RSI nasce dal desiderio di mostrare al suo pubblico, il più ampio possibile, una serie di circa settanta immagini – concentrate tra gli anni Settanta e gli anni Duemila – provenienti dai suoi ricchi archivi. Fotografie che sono state raggruppate secondo un criterio tematico per ogni pannello espositivo, all’interno dei quali convivono tuttavia epoche e programmi diversi.

Anche l’allestimento è vario: gli scatti sono incorniciati e proposti in modo estremamente eterogeneo. L’effetto immediato, cioè la prima impressione generale, è quella di trovarsi davanti a una parete di casa con tanti ricordi visivi raggruppati, oppure a una sorta di album di famiglia, che, in questo caso, è insieme collettivo e individuale. A completare il tutto dev’essere il visitatore – in base all’età e alla frequentazione del tubo catodico – che per conto suo raccoglie frammenti del

proprio passato legati ai diversi programma televisioni che hanno fatto la (nostra) storia.

Si è dato un taglio particolare, quello della RSI – per molti ancora RTSI, o TSI, titolazione in uso fino al 2009 – fuori dalle mura dei suoi studi; si è cercato di sottolineare l’incontro con il territorio durante «i collegamenti» al di fuori degli studi che si sono susseguiti negli anni (Paradiso, Campo Marzio e Comano). E quindi c’è una ricca presenza e successione di grandi apparecchiature, furgoni, telecamere e antenne che oggi suscitano un sorriso.

La radio è nata quasi cent’anni fa, le prime trasmissioni nel 1931 e dal 1936 con programmazione regolare, e la televisione più di 60 anni or sono, cioè nel 1961: stiamo parlando di una delle istituzioni e degli archivi più importanti sul territorio. Oltre al patrimonio audiovisivo da oltre mezzo milione di ore – e in costante aumento – solo nel formato di fotografia la RSI possiede più di 300mila immagini. E quanto possano essere suggestive quelle di archivio è stato recentemente dimostrato dal programma Edizione Straordinaria di Lorenzo Buccella e Lorenzo Mammone, in cui i frammenti video raccontano in maniera esemplare il tempo e il sentimento comune in cui sono stati pro-

dotti, meglio di qualsiasi ricostruzione.

L’occasione dell’esposizione è piacevole ma, se si può dire qualcosa in merito, è che il risultato è fin troppo contenuto, motivato probabilmente dal fatto che sia stata pensata e costruita per essere itinerante e dunque facilmente smontabile e rimontabile nelle sedi preposte. Avrebbe giovato qualche testo esplicativo in più, una linea temporale, l’indicazione degli autori, qualche informazione aggiuntiva su natura e organizzazione degli archivi.

Tra i vari testi di presentazione viene affermato che la mostra è stata creata per «Ricordarsi, riconoscersi e rivedersi». Ma credo che, anche prima di questa esposizione, nessuno possa mettere in dubbio il ruolo anche culturale che ha questa istituzione sul territorio – soprattutto e proprio per il fatto che il cantone sia così piccolo e che al contempo rappresenti una minoranza linguistica. I volti della televisione e le voci del-

la radio non possono che essere, come sono sempre stati nei tanti decenni che ci hanno proceduto, rassicuranti e famigliari, e per una grande porzione della popolazione, parte della vita di tutti i giorni.

Le prossime tappe • Locarno, PalaCinema. Lunedì 9 febbraio- domenica 15 febbraio (Lu-Ve 11-17; Sa-Do 14-17), con vernissage martedì 10 febbraio, ore 18.30; prenotazione consigliata. • Airolo, Caseificio del Gottardo. Lunedì 16 febbraio- domenica 22 febbraio (Lu-Ve 11-18; Sa-Do 14-18), con vernissage giovedì 19 febbraio, ore 18.30; prenotazione consigliata. Per prenotare https://www.rsi.ch/eventi/ Una-Storia-La-Svizzera-italiananelle-fotografie-d’archivioRSI--3341093.html

1973, Il Re di Poschiavo. (©SRG SSR RSI)

Piccante ed economico, il CURRY!

Il lato nascosto del potere

Netflix ◆ The Diplomat racconta non solo crisi e negoziazioni, ma ciò che potrebbe davvero accadere quando le regole non bastano

Manuela Mazzi

Dicono che difetti in credibilità, la serie The Diplomat, e che è molto fiction e poco realtà. E se invece normalizzasse solo ciò che dovrebbe restare indicibile?

Cerchiamo di spiegarci: se non avessero compresso tutto in uno o due personaggi velocizzando le decisioni e accelerando le scene, e se non avessero drammatizzato così tanto, forse, più che una serie «politica» l’intero girato sarebbe diventato un «problema politico» perché, a quel punto, lo spettatore avrebbe dovuto iniziare ad ammettere che la stabilità internazionale potrebbe dipendere spesso da persone non controllabili, non elettive e non completamente leali.

È questa, in fondo, la lieve, persistente inquietudine che ci ha permesso di godere della serie Netflix creata da Debora Cahn, giunta alla sua terza stagione. Un piacere che non ha a che fare soltanto con l’intreccio, con la tensione sempre al massimo o con l’evidente qualità della scrittura, per tacere della bravura recitativa degli attori, ma con il sospetto, mai del tutto smentito, che ciò che viene messo in scena non sia un’invenzione arbitraria, ma una variabile di verità resa presentabile dal racconto, cioè una realtà mascherata da fiction: (da wiki: «Durante la fase di sviluppo della serie, durata circa due anni, sono stati intervistati degli esperti del servizio diplomatico e militare e sono stati coinvolti come consulenti anche i funzionari della si-

curezza nazionale e della politica estera degli Stati Uniti»).

The Diplomat racconta di fatto la storia di un’ambasciatrice americana a Londra costretta suo malgrado a fare politica non più sul campo ma in giacca e cravatta (non ama tanto i vestitini, ed è contraria a molte convenzioni frivole). Affiancata da un marito apparentemente geniale ma che agisce anche al limite dell’incoscienza – il quale diventerà (spoiler) addirittura vicepresidente americano – Keri Russell nei panni di Kate Wyler affronterà crisi internazionali, ma anche personali, sguazzando tra segreti, alleanze e decisioni che potrebbero cambiare equilibri globali e rapporti diplomatici. Insomma, in ballo c’è il mondo, con tutte le sue polveriere.

Il successo della serie – premi importanti, diverse candidature ai Golden Globe, e grande consenso critico – non è dovuto solo al brivido da thriller. E non stupisce che Netflix abbia già messo in gestazione una quarta stagione, segno che questa narrazione del potere, così ambigua e nervosa, intercetta qualcosa di profondamente contemporaneo, e non dovrebbe nemmeno servire a dirlo data l’attuale situazione geopolitica mondiale.

Eppure c’è chi liquida The Diplomat come serie poco realistica, e lo fa di solito, appigliandosi a una visione delle maglie politiche rallentate da procedure, lungaggini, dai passaggi obbligati

e dalle catene di comando che – dicono – renderebbero impossibile una tale concentrazione di potere nelle mani di un’ambasciatrice, per quanto straordinaria e nonostante il genio del marito… Ed è vero: se ci si fermasse alla superficie delle regole, la serie apparirebbe forzata, talvolta persino implausibile. Ma proprio qui sta il punto cieco della critica più rassicurante: confondere il piano normativo con quello operativo trascura ciò che potrebbe accadere al di fuori dei protocolli, senza che ci sia documentazione pubblica a certificarlo.

The Diplomat sembra invece interrogarsi su ciò che accade quando le regole non bastano, quando l’urgenza, la paura dell’escalation o la necessità di guadagnare tempo spingono il sistema a servirsi di scorciatoie, zone d’ombra,

figure capaci di muoversi al limite – o poco più in là – del mandato ufficiale. Non afferma che sia sempre così, né che debba esserlo. Suggerisce, più prudentemente, che potrebbe accadere. E che forse accade più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Mettendo in crisi molti più valori che non siano solo quelli legati ai principi di ordine burocratico.

In questo senso, la serie non racconta tanto la diplomazia quanto il suo retroscena, la cosiddetta Realpolitik: l’uso e l’abuso dell’informazione, seduzioni e personalismi, imbrogli, segreti, omissioni strategiche, ambiguità, giochi di potere, pressioni con minacce e ricatti politici, negoziazioni ufficiose, e tutte quelle decisioni prese in nome di un bene superiore che nessuno ha il tempo – o il coraggio – di definire fi-

no in fondo. Il tutto mandato avanti da imbarazzanti reticenze, colpi di scena e riflessioni polivalenti, in un susseguirsi di immagini rette da mezze frasi e discorsi a metà magistralmente montati per sottrazione: le scene chiave vengono spesso manipolate per assenza, e interrotte non per creare suspence ma per confondere. Scene colmate solo in seguito da flashback che non chiariscono del tutto, ma spostano l’asse del giudizio. Un mandare avanti la storia che produce tensione, certo, ma soprattutto costruisce una morale instabile: un apparente errore può rivelarsi una necessità, una mossa geniale può trasformarsi in un abuso.

Quel che resta in chi guarda The Diplomat, infatti, è un incredibile sentimento misto tra giusto e sbagliato, tra necessario e inaudito; immedesimandoci nei protagonisti che vivono in questa costante dicotomia, alla fine non si riesce facilmente a capire «che cosa avremmo fatto noi al posto loro», restando da una parte con un senso di colpa e dall’altro con un profondo rispetto per chi si trova a dover prendere certe decisioni, senza più sentire il bisogno né di smascherare un colpevole, né di assolverlo. Tutto resta sospeso, come dovrebbe forse restare ogni discorso serio sul potere. E il dubbio finale – che la serie si guarda bene dal risolvere – è il più destabilizzante: se ciò che vediamo ci sembra esagerato, non sarà perché siamo abituati a non vedere?

SVILUPPATO CON ATLETI.

LERONE MURPHY, ESN ATLETA

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Keri Russell nei panni di Kate Wyler. (Liam Daniel/NETFLIX)

Nel laboratorio di Giuliano Collina

In memoriam ◆ È scomparso di recente, il pittore, incisore e scultore comasco. Assidui i suoi contatti col Ticino

Assidui sono stati i contatti di Giuliano Collina con il Ticino, propiziati anche dalla lunga amicizia con Renato Folini e dalla frequentazione della sua galleria luganese. Con la scomparsa (ndr nel mese di novembre 2024) di Giuliano Collina non viene solo a mancare uno dei più importanti pittori lombardi, ma anche un incisore e scultore di grande valore, insomma un artifex che non ha mai smesso di sperimentare e ragionare sulle tecniche e sui fondamenti dell’arte.

Giuliano Collina ha attraversato l’arte come pratica incessante, tra antiaccademismo, accumuli e distruzione

Mi piace pensare che la sua instancabile ricerca (un’energia creativa invidiabile lo sospingeva ancora alla soglia degli ottantasette anni) derivasse dalla sua sensibilità didattica (egli ha tra l’altro insegnato storia dell’arte contemporanea presso l’Università dell’Insubria e ha collaborato con Mario Botta nell’ambito dell’Accademia di Architettura di Mendrisio). Il suo era un antiaccademismo esibito fin dai titoli dei molti cataloghi che hanno costellato la sua lunga carriera (si era diplomato a Brera nel 1962 sotto la guida di due mostri sacri dell’arte del XX secolo, Marino Marini e Guido Ballo).

L’esecuzione di ogni sua opera poteva essere relativamente veloce (è il caso delle recenti illustrazioni della Divina Commedia) o fonte di rovello e ripensamenti quasi infiniti. Di pari passo, rispetto al rifiuto della «bella forma», un aspetto certamente centrale del suo lavoro era il fortissimo e concomitante interesse letterario che accompagnava l’opera pittorica e con essa dialogava (per anni sulla «Provincia» ha tenuto un suo coltissimo diario che meriterebbe di essere riunito in volume).

Qualche tempo fa ho potuto visitare il suo atelier a Como, ricavato da un’antica seteria dal soffitto altissimo. Ciò che mi colpì, varcata la soglia di quel luogo allo stesso tempo lugubre e fastoso, era la varietà di materiali e di formati che si affastellavano nel grande spazio: pareti ricoperte di pitture secche e altre ancora grondanti, enormi fogli appesi come feticci sinistramente penzolanti nel vuoto, secchi ricolmi di brandelli di carte e tele, frammenti ferrei indecifrabili, bulbi misteriosi…

In questo «gliommero» di opere finite, impostate, riprese, ripudiate, l’accumulo di «scarti» (le virgolette sono d’obbligo) o prove giudicate non riuscite o anche semplicemente scampoli di carta colorata, formavano una fertile catasta (quasi il compost da cui si formerà l’humus) da cui egli traeva idee per nuove opere. Era insomma un ininterrotto circolo di crea-

zione-distruzione di cui faceva fede il traboccante aspetto del suo atelier, poiché procedendo nell’esplorazione di quel grande spazio si scopriva una selva rigurgitante di materiali, una caverna mineralizzata e affascinante nella quale cascami di materiali eterocliti si alternavano a splendide incrostazioni cromatiche.

Una labirintica e rutilante follia in cui lo spazio lasciato libero dai manufatti più disparati era poco più di un sentiero nel mezzo di una giungla cromatico-materica: qui, Collina si muoveva con passo sicuro e piglio ardimen-

toso. Il visitatore, superato il primo impatto, veniva infine condotto a una minuscola radura dove il poco spazio libero era occupato da un divanetto e due seggiole. Su quel divano l’artifex si trasformava in un affabulatore tanto affascinante quanto battagliero.

Se è quasi banale affermare che ogni artista comasco, anche solo inconsciamente, si confronta di necessità (e di necessità supera) con l’eredità razionalista del capoluogo lariano, sarebbe fuorviante classificare Collina secondo la dicotomia concreto/astratto. Egli si muoveva piuttosto su un cri-

nale vivacissimo che poteva assumere di volta in volta l’una o l’altra forma espressiva, ma sempre sforzandosi di oggettivare l’idea.

L’opera di ogni pittore è fatta di periodi e stagioni tra loro molto diversi. Tra questi era tutt’altro che secondario il suo interesse per il paesaggio lombardo, così presente (per usare un’approssimazione geografica) nella pittura insubrica, una «linea lombarda», per trasmutare la celebre definizione di Dante Isella, che da Morlotti, il più eterodosso tra i tradizionalisti, risale almeno fino a Bellotto.

INCORREGGIBILE.

Il pittore Giuliano Collina con una sua opera. (giulianocollina. com)
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Battibecchi

Gniente di personale, Ignazio da Anagni

Suona il telefono. Rispondo. «Gnorno, gnor Mozzi», dice una voce maschile un po’ nasale. «Buongiorno», dico. «Con chi ho il piacere di parlare?».

«Sono Gnazio da Gnagni», dice la voce maschile.

«Lei è Ignazio e mi chiama da Anagni?», dico.

«E io che cosa ho detto?», dice Ignazio.

«Mi scusi», dico. «Era solo per sicurezza. A cosa devo la sua telefonata?». «Ho scritto un romanso», dice Ignazio.

«Succede», dico.

«Come, succede?», dice Ignazio.

«Succede a molti», dico, «di scrivere un romanzo».

«A me non è successo», dice Ignazio. Io questo romanso l’ho scritto proprio perché ho voluto scriverlo».

«Questo va a suo onore», dico. «E dunque, che cosa vuol farne di questo romanzo?».

«Voglio pubblicarlo», dice Ignazio.

Xenia

«Come si intitola?», dico.

«Il difetto di pronunsia», dice Ignazio.

«È un romanzo autobiografico?», dico.

«Gno», dice Ignazio. «Io non ho difetti di pronunsia».

«Ha ragione», dico. «Vuole accennarmi brevemente di che si tratta?».

«Gno», dice Ignazio.

«Le chiedo solo di raccontarmi la storia per sommi capi», dico.

«Gno», dice Ignazio.

«Ma perché no?», dico.

«Voglio che il mio romanso lei lo legga per intero», dice Ignazio. «Guardi», dico. «Ricevo ogni giorno da tre a cinque richieste analoghe alla sua. Non ce la faccio, fisicamente, a leggere tutto».

«E alora?», dice Ignazio. «E allora», dico, «devo fare un po’ di selezione preliminare».

«E la fa così, al telefono?», dice Ignazio.

«Se lei mi dicesse che il suo romanzo è un giallo, per esempio», dico, «po-

trei dirle subito che sono incompetente in materia di gialli».

«Gnon è un giallo», dice Ignazio. «E se mi dicesse che è un fantasy», dico, «dovrei dirle che in materia di fantasy io sono incompetentissimo». «Gnon è un fantasy», dice Ignazio. «E vuole dirmi dunque, all’incirca», dico, «che cosa è?».

«È il romanso di un uomo che crede di avere un difetto di pronunsia», dice Ignazio, «ma apparentemente gnon ce l’ha. E alora per curarsi questo difetto di pronunsia va da specialisti, va da foniatri, fonologi, patologi orali, glossopati, logopedisti, neurologi, linguisti, chirurghi maxillo-facciali, e gnente: tutti gli dicono che lui non ha nessun difetto di pronunsia. Ma lui non ci crede. Gnon crede a una parola di quello che gli dicono».

«Non si fida degli specialisti», dico. «E io che cosa ho detto?», dice Ignazio. «Mi scusi», dico, «era solo per riassumere. E quindi? Che cosa fa il nostro protagonista?».

Raissa e la lenta conquista di Ostia

[…segue] Invece sette anni dopo Raissa tornò a Roma. Sola, senza un soldo, annientata. Non era più la modella preferita e la musa dal volto arcobaleno del genio della Metafisica (come ne L’esprit de domination, 1927). Per De Chirico aveva abbandonato tutto – il marito, la famiglia, la danza, l’indipendenza economica, la realizzazione professionale. Ma già nel 1929 lui si era perdutamente innamorato di un’altra donna, e nel 1930, nemmeno un anno dopo il loro matrimonio, aveva conosciuto Isabella Pakszwer e l’aveva lasciata. «Perdendo lui perdetti tutto» – ha raccontato, ormai anziana, alla confidente che raccoglieva le sue memorie, nella casa di riposo in cui aveva dovuto ritirarsi. «Il mondo intellettuale che aveva creato attorno a me, il fascino inconfondibile della sua personalità. Perdevo il

Pop Cult

mondo nel quale ero vissuta accanto a lui e del quale anche io facevo parte (…) Come marito non valeva alcunché, come amante poco, ma ugualmente sono stata innamorata di lui tutta la vita, senza rimedio». Non riuscì mai a perdonarlo. Né lui lei (non le pagò gli alimenti finché non glielo ingiunse il tribunale, e ancora negli anni Settanta le fece causa per diffamazione e la vinse). La cancellò. Non le concesse neanche una parola nelle Memorie della mia vita (1945). Sono state altre donne (come Donatella Fagioli, Dora Grassi Oloms e Paola Olivanti), a ricostruire la sua biografia cancellata.

Nell’agosto del 1933, Raissa si presentò dall’archeologo Guido Calza: il critico d’arte Waldemar Georges l’aveva incaricata di chiedergli il permesso di studiare, e poi pubblicare sulla rivista

Controversie olimpiche

Come già accaduto in altri contesti, anche i giorni passati, pervasi dal grande dolore per i tragici eventi di Crans-Montana, hanno visto lo sport rivestire una volta di più il ruolo di elemento salvifico per eccellenza, in grado di fungere da «collante» e conforto in momenti tanto difficili per il nostro Paese: la candidatura della Svizzera come sede delle Olimpiadi Invernali del 2038 si è infatti sovrapposta alla grande attesa per l’imminente manifestazione di Milano Cortina 2026, creando non poco entusiasmo in tutti gli amanti dello sport, e non solo.

Tuttavia, anche in quest’atmosfera carica di aspettative e febbrili preparativi hanno infine fatto capolino le polemiche; e sebbene ogni edizione dei Giochi sia tradizionalmente afflitta da infinite discussioni relative a qualsiasi aspetto organizzativo, l’e-

«Comincia a frequentare naturopati, oligoterapisti, fattucchiere, chiromanti, aruspici, indovini, veggenti, profeti, oracoli, maghi», dice Ignazio.

«E con loro come va?», dico. «Male», dice Ignazio. «Tutti gli confermano, per compiacerlo, che sì, lui ha un difetto di pronunsia; ma ciascuno di loro gli prescrive rimedi diversi e incompatibili tra loro».

«Per esempio?», dico. «Uno gli dice che il difetto di pronunsia ha un’origine mentale», dice Ignazio, «un altro che ha un’origine fisica, e un altro ancora che ha un’origine spirituale o astrale. E così via».

«E infine», dico, «che cosa succede al pover’uomo?».

«Come ha fatto?», dice Ignazio. «Come ho fatto cosa?», dico. «Ad arrivarci da solo», dice Ignazio. «Veramente non ci sono arrivato», dico.

«Lei ha detto “pover’uomo”», dice Ignazio.

«Sì», dico. «Alora», dice Ignazio, «nell’ultimo capitolo un mago rivela al protagonista che il suo difetto di pronunsia è piccolissimo e nascosto, e per questo gnon se n’era accorto nessuno».

«E che difetto è?», dico. «È un difetto di cui il mago si accorge», dice Ignazio, «quando il protagonista, ormai stanco di tutta questa inutile ricerca, gli dice: “sono proprio un pover uomo”».

«Senza l’apostrofo», dico. «Esatto», dice Ignazio. «Il difetto di pronuncia del protagonista», dico, «è che non sa pronunciare gli apostrofi».

«E io che cosa ho detto?», dice Ignazio.

«D’accordo, d’accordo», dico. «E alora, gnor Mozzi», dice Ignazio, «me lo fa pubblicare questo romanso?».

«No», dico.

«Non me lo pubblica?», dice Ignazio. «E io che cosa ho detto?», dico.

che dirigeva, «Les formes», le pitture della necropoli dell’Isola Sacra, appena scoperta da Calza. L’affascinante signora – che conosceva il francese, l’inglese, il tedesco e il russo – parlava un italiano bizzarro, ma non era una sprovveduta. A Parigi aveva studiato archeologia all’École del Louvre. Il soprintendente – che aveva vissuto solo per Ostia antica, alla cui riscoperta, valorizzazione e protezione lavorava fin dal 1912 – probabilmente non aveva mai incontrato una donna simile. Le diede subito il permesso di studiare e pubblicare i dipinti, ma le chiese anche di fermarsi a Ostia per fargli da assistente. Raissa accettò. Fu con Calza, che ne era responsabile e direttore, negli anni entusiasmanti dei nuovi scavi in quartieri e settori inesplorati della città (1938-42). Senza laurea, sminuita come una spe-

cie di dilettante, era entrata nel mondo dell’archeologia da precaria: con contratti da «salariata giornaliera», e poi «temporanea», rinnovati di anno in anno fino al 1939, quando le leggi razziali imposero il suo licenziamento. Tuttavia la sua memoria visiva, la competenza, l’erudizione, la capacità analitica e l’abilità di attribuire i pezzi frammentari delle statue, e ricomporle, la resero indispensabile (nel dopoguerra fu reintegrata e rimase a vivere e lavorare a Ostia antica: a lei si deve il riallestimento del museo).

Per anni, fotografò e documentò i ritrovamenti, identificò e catalogò le statue: e poi le salvò dalla guerra e dai bombardamenti, seppellendole sotto la sabbia. La relazione professionale divenne anche sentimentale.

Ma Raissa Gurevič, Krol’, Lork, De Chirico, divenne la signora Calza so-

lo nel 1946, dopo l’annullamento del matrimonio col pittore, poco prima della morte di Guido. Leggendo il suo trattato sull’iconografia della statuaria romana imperiale e i saggi sulla nuova Igea, o i ritratti greci e romani – firmati Calza – nessuno può immaginare quale storia tortuosa e drammatica l’avesse condotta a Ostia. Nella città perduta dell’antica Roma, abbandonata e sepolta nel fango sulle rive del Tevere, a pochi chilometri dal mare, fra le dee, le imperatrici e le matrone defunte, mute presenze marmoree di una civiltà tramontata, Raissa figlia di Samujl, ebrea, ucraina, apolide, berlinese, parigina, poi italiana, trovò la sua vera patria. A Ostia antica, nella cappella di sant’Ercolano, accanto a Guido Calza, è stata sepolta nel 1979. La biblioteca oggi porta il suo nome.

dizione 2026 ha visto le controversie concentrarsi su di un elemento insolito – ovvero, la scelta dei circa 10’001 tedofori destinati ad avvicendarsi nel portare la fiaccola olimpica lungo il suo viaggio fino a Milano, dove la cerimonia di apertura dei giochi è prevista per il 6 febbraio. Infatti, in aggiunta a coloro che si sono regolarmente candidati tramite i canali ufficiali, la direzione dei Giochi si è riservata di nominare alcuni personaggi più o meno illustri, spesso originari delle varie zone della Penisola attraverso cui la fiamma doveva transitare; e sebbene fosse pressoché scontato immaginare i fortunati prescelti come ex campioni, magari affiancati da giovani promesse destinate a tenere alto il nome della nazione ospite, le scelte del comitato olimpico si sono concentrate altrove, andando a privilegiare figure legate all’ambito dello spettacolo

e della cultura popolare per spaziare dalla radio e televisione fino all’universo ormai irrinunciabile dei social network. Così, accanto a scelte gradite e in fondo inevitabili – come quella del cane Chico, primo quattrozampe a fare da ambassador digitale per una kermesse olimpica, che, insieme al «papà» Francesco, ha portato la fiaccola a Piacenza – altre sono apparse più opinabili: lo dimostrano le perplessità scatenate dalla presenza del cosiddetto «uomo gatto» (all’anagrafe Gabriele Sbattella, ex campione dei quiz televisivi) e dalla sorte riservata al comico Massimo Boldi, bruscamente defenestrato dalla rosa dei prescelti a causa di una battuta volgare che sottolineava, in modo assai poco elegante, la sua totale estraneità al contesto sportivo. Da lì a scatenare le polemiche, il passo è breve: a essere messi in discussione sono in-

fatti i criteri stessi per la scelta dei tedofori, al punto che il CONI e la Fondazione Milano Cortina hanno dovuto giustificarsi pubblicamente per il fatto di aver ignorato o «dimenticato» troppi atleti italiani, teoricamente ben più meritevoli di tale ruolo ma spesso costretti a inviare regolare candidatura tramite il formulario online.

Eppure, la questione è forse più semplice di quanto appaia a prima vista: lasciando perdere i facili idealismi, il fatto che oggigiorno le Olimpiadi rappresentino soprattutto un evento mediatico (nonché un innegabile business) costringe inevitabilmente a ricercare, nelle figure di riferimento ingaggiate dagli organizzatori, personaggi in cui lo spettatore medio –magari un «pantofolaio» poco interessato allo sport tout court – possa riconoscersi; un esempio su tutti, il già citato caso del cane Chico, feno-

meno del web da un milione di follower, i cui ideali, per come espressi attraverso innumerevoli video e post online, appaiono pienamente in linea con il cosiddetto spirito olimpico. In altre parole, se coinvolgere ogni categoria della popolazione, e non soltanto gli appassionati sportivi, è l’obiettivo primario della titanica macchina organizzativa dietro ai Giochi – fatta di sponsor, diritti televisivi, marketing e gadget assortiti – ecco che allora l’importanza della cultura popolare all’interno dell’equazione diventa innegabile. Ricordandoci come, a volte, il concetto di «compromesso» non abbia necessariamente una connotazione negativa, ma possa rappresentare la via per raggiungere un fine percepito come vantaggioso – nonché, come in questo caso, accontentare il maggior numero di persone possibile.

di Melania Mazzucco
di Giulio Mozzi
di Benedicta Froelich

LIFESTYLE

Fiori

Bellezza senza tempo

Le rose affascinano da millenni come simbolo di amore e sensualità. Perché la rosa merita pienamente il suo titolo di regina dei fiori e come preservare la sua magnificenza a lungo – anche dopo San Valentino.

Testo: Heidi Bacchilega

Amore

«La maggior parte delle rose non muore per mancanza di amore, ma per una cura sbagliata», afferma André Guggenbühl, che da 22 anni è responsabile della vendita, della cura e della presentazione dei fiori nelle filiali Migros di Zurigo. Secondo la sua esperienza le rose sono più robuste di quanto la loro reputazione suggerisca.

Trasporto delicato

Dopo l’acquisto, il trasporto è fondamentale per preservare la freschezza dei fiori. A temperature inferiori allo zero, la sola pellicola non è sufficiente a proteggere i fiori dal gelo. In questi casi, le rose, molto sensibili, dovrebbero essere avvolte in uno strato isolante, poiché le temperature estreme possono danneggiarle. Per i percorsi di trasporto più lunghi, sono disponibili in commercio i cosiddetti «pannolini per fiori», che assicurano loro un ambiente sufficientemente umido.

Tutto viene deciso al momento dell’acquisto

Per André Guggenbühl, una buona cura delle rose inizia in negozio. «Quelle ideali da acquistare sono le rose già leggermente aperte», dice. Continuano a svilupparsi nel vaso e durano più a lungo degli esemplari completamente chiusi o già fioriti.

Luogo

Acqua, vaso

Le rose preferiscono l’acqua tiepida e un vaso pulito, né troppo stretto né troppo grande. Sono sufficienti due terzi della lunghezza dello stelo in acqua. È importante aggiungere un rinfrescante per fornire nutrienti e mantenere l’acqua pulita. «L’acqua dev’essere cambiata ogni due o tre giorni», dice Guggenbühl. Raccomanda di pulire accuratamente il vaso e di tagliare nuovamente gli steli di circa un centimetro ogni volta.

Anche la posizione gioca un ruolo centrale. Le rose amano la luce, ma non il sole. Le correnti d’aria, la vicinanza al riscaldamento e le forti oscillazioni di temperatura ne riducono la durata. Anche la frutta non dovrebbe essere collocata nelle vicinanze: mele e banane emettono etilene, un gas di maturazione che fa invecchiare più rapidamente i fiori.

Rose nobili mazzo da 60 cm Fairtrade Max Havelaar

Non seguire rimedi casalinghi

Evitare di arricchire l’acqua con monete di rame, zucchero, candeggina o aspirina. «Fanno più male che bene», spiega Guggenbühl. I moderni conservanti sono stati studiati appositamente per i fiori recisi e sono la scelta migliore.

La regina dei fiori

La rosa accompagna l’umanità da migliaia di anni. Coltivata in Persia oltre 5000 anni fa, nell’antichità era dedicata alla dea dell’amore Afrodite, per i Romani simboleggiava il lusso e la sensualità, mentre nel Medioevo era una metafora della purezza e dell’amore divino. In seguito entrò nell’arte e nella letteratura e divenne una metafora del desiderio, della bellezza e della caducità. Ancora oggi, la rosa parla un linguaggio universale. Il rosso è sinonimo di amore, il bianco di innocenza, il giallo di amicizia, il rosa di tenerezza.

Fatti sulle rose

1 In tutto il mondo esistono oltre 30’000 varietà di rose, ma solo una piccola parte di esse viene utilizzata per il commercio di fiori recisi. Le preferite dai clienti Migros sono le Sherry Brandy e le Esperance.

2 San Valentino è il giorno delle rose. In Svizzera per la ricorrenza vengono venduti circa 4 milioni di esemplari, più che in qualsiasi altro giorno dell’anno. In tutto se ne vendono circa 150 milioni.

3 Kenya, Ecuador e Olanda sono i Paesi più importanti per la coltivazione delle rose. La coltivazione svizzera è molto ridotta e copre solo un buon 10% della domanda locale.

4 La più grande borsa dei fiori del mondo si trova ad Aalsmeer, vicino all’aeroporto di Amsterdam Schiphol. Qui si commerciano ogni giorno circa 21 milioni di fiori recisi, il 60% di tutti i fiori del mondo.

5 La Migros vende ogni anno oltre tre milioni di mazzi di rose.

«Sono diventato una persona completamente diversa» Abraham Kirputo Tuikoek, 28

Rose equosolidali e giovani forti

Grazie a un programma di promozione della Migros in collaborazione con Fairtrade Max Havelaar, nelle piantagioni del Kenya, oltre alle rose, sboccia anche la fiducia in sé stessi dei giovani che vi lavorano

Il trattamento iniziale

Una volta a casa, le rose hanno bisogno di essere tagliate. Tagliare i gambi in obliquo con un coltello affilato, in modo che possano assorbire meglio l’acqua. Le forbici non sono adatte: comprimono i dotti. Le foglie che toccano l’acqua devono essere rimosse perché favoriscono i batteri.

«Sono una persona completamente diversa», dice Abraham Kirputo Tuikoek, 28 anni, che prima non si fidava a parlare di fronte ad altre persone. Oggi, al contrario, è sicuro di sé. Mourine Aluoch Odero, 30 anni, spesso spendeva tutto il suo stipendio prima della fine del mese. Grazie alla pianificazione del budget, ora è in grado di risparmiare. Tuikoek e Odero lavorano in due aziende floricole keniote (Florenza e Nini) che coltivano rose certificate Fairtrade. Insieme ad altri 26 giovani collaboratori, hanno partecipato al programma «Youth Skills Development» da gennaio 2023 ad aprile 2024. Ciò è stato possibile grazie a un finanziamento iniziale una tantum della Migros. Durante il corso, i giovani collaboratori hanno acquisito familiarità con temi quali la leadership, la pianificazione finanziaria e la sicurezza nel presentarsi. Nei colloqui, è stato chiesto loro anche di identificare le sfide più grandi che devono affrontare. I principali problemi riscontrati riguardano la mancan-

za di pianificazione delle risorse finanziarie, l’abuso di alcol e droghe e le gravidanze non pianificate. Dopo ben un anno e mezzo dalla fine del programma, i primi effetti si fanno sentire. Nelle due aziende Florenza e Nini, anche il consumo di alcol è diminuito in modo significativo. I giovani che hanno partecipato al programma hanno svolto un’intensa opera di sensibilizzazione e fungono da modello per gli altri. Yegon vorrebbe espandere il programma alle altre 65 aziende floricole del Kenya e sta cercando nuovi partner per il finanziamento. Odero e Tuikoek guardano indietro con gratitudine. Odero, che gestisce un piccolo negozio di alimentari oltre al lavoro nella coltivazione di rose, sogna di diventare un’imprenditrice di successo. Tuikoek dice: «Già ora ho l’opportunità di guidare un piccolo team. Ma voglio spingermi oltre e, un giorno, assumere una posizione manageriale». Testo: Nina Huber

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I giovani in Kenya imparano a coltivare rose –e a trovare la loro strada nella vita.

TEMPO LIBERO

Laddove l’inverno non finisce

Reportage dalla cittadina artica di Honningsvåg, tra buio polare, pesca, turismo stagionale e una quotidianità costruita sulla resistenza

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Un ragù di manzo indonesiano

Per preparare il beef rendang si stufa la carne nel brodo e nel latte di cocco con le spezie e tre cucchiai di salsa pad thai

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Dalle pelli di foca all’Olimpo

Piccoli gesti contro il tempo

Dal racconto intimo di Au creux de ta main alle sfide cooperative di Take time, giochi come spazio narrativo dove l’identità prende forma

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Adrenalina ◆ Dopo cent’anni di risalite, gare e attese a Milano-Cortina si competerà nella disciplina dello sci alpinismo con un quartetto rossocrociato in prima linea

Moreno Invernizzi

Nella settimana che introduce l’appuntamento con i Cinque Cerchi di Milano-Cortina, anche Adrenalina, la nostra rubrica, non poteva esimersi dall’aprire una finestra sulle Olimpiadi. E lo fa portando sotto i riflettori una disciplina che, benché la Svizzera sia un Paese alpino e dove lo sci spopola, alle nostre latitudini è ancora poco conosciuta. E chissà allora se a contribuire a farle fare il definitivo salto di qualità in fatto di popolarità non siano proprio Marianne Fatton, Caroline Ulrich, Jon Kistler e Arno Lietha, ossia i quattro rossocrociati che rappresenteranno la Svizzera ai giochi di quest’anno nello sci alpinismo, sport che, appunto, fa la sua prima apparizione nel carnet dei Cinque Cerchi in questa 25esima edizione delle Olimpiadi invernali. Andiamo però con ordine: risaliamo… la china e torniamo alle sue origini, per spiegare cos’è lo sci alpinismo, come è nato e, non da ultimo, cosa l’ha portato nell’Olimpo.

Lo sci alpinismo è uno sport nato per muoversi in montagna che combina più abilità per affrontare salite e rapide discese

Lo sci alpinismo è sì una disciplina relativamente giovane, ma come sport (non competitivo) di anni sulle spalle ne ha parecchi. Anche parecchi più dello sci alpino che, per certi versi, è una sorta di discendente diretto. Storia dei primi anni del Novecento, quando sulle Alpi fecero la loro comparsa i primi impianti di risalita, che mandarono via via in «pensione» le pelli di foca, le quali, applicate sotto gli sci, fin lì rappresentavano il solo modo di risalire i pendii innevati da cui poi lanciarsi in veloci discese. C’è chi però, quelle pelli – in seguito soppiantate da strisce realizzate in materiale sintetico (generalmente poliestere) oppure in mohair (una fibra tessile di origine animale con caratteristiche simili alla seta, ricavata dal pelo della capra d’Angora) – ha continuato a usarle. Come Ottorino Mezzalama ed Ettore Santi, che nel primo dopoguerra (nel 1927 per l’esattezza) realizzarono la prima ascensione sciistica di una cordata italiana del Monte Bianco. Sei anni più tardi andò poi in scena la prima competizione agonistica internazionale di sci alpinismo. Come una delle classiche risalite che contemplano lo sci alpinismo, la strada che l’ha portato nel bouquet delle discipline olimpiche è stata piuttosto in pendenza, se si considera che per arrivare a questo traguardo c’è voluto quasi un secolo. A spianar-

la ci hanno pensato i Giochi olimpici invernali, gli Eyof, del 2020 che si sono svolti a Losanna. Qui sono stati assegnati i titoli iridati individuali nelle prove classiche e sprint, tanto al maschile quanto al femminile, come pure di staffetta mista a squadre. E sempre qui a mettersi in luce, imponendosi nella gara classica femminile e nella staffetta mista (dove aveva

corso assieme a Thomas Bussard, Thibe Deseyn e Robin Bussard) è stata la stessa Caroline Ulrich che ritroveremo fra qualche giorno all’ombra dei Cinque Cerchi. Sicuramente un’ottima premessa per alimentare i sogni e le speranze di vedere la bandiera rossocrociata nella prima pagina dell’albo d’oro olimpico di questo sport… Quello di Losanna è infatti stato

una sorta di ultimo test prima di fare il grande passo: l’anno successivo, ossia nel 2021, il Comitato olimpico internazionale ha infatti deciso di ammettere lo sci alpinismo nel bouquet delle 16 discipline olimpiche di Milano-Cortina 2026. La via che ha permesso agli «eletti» di intascarsi il pass per i Giochi ha preso avvio proprio in Svizzera, e più precisamente nel

comprensorio Morgins, che lo scorso mese di marzo ha fatto da sfondo alla prima prova qualificativa: i Campionati del mondo 2025 organizzati dalla Federazione mondale di sci alpinismo (Ismf).

Il responso delle nevi vallesane, ancora una volta, è di quelli che lasciano ben sperare, dato che un’altra atleta del poker rossocrociato che vedremo in azione alle Olimpiadi, la 30enne neocastellana Marianne Fatton, ha chiuso la rassegna iridata con una medaglia d’oro nella prova individuale, e una di bronzo nella gara mista (con Robin Bussard), ossia le specialità in cui si gareggerà sulle nevi di Bormio (dove a livello pratico andranno in scena le prove di sci alpinismo di Milano-Cortina). E proprio a Bormio, Marianne Fatton, in quella che è stata una sorta di prova generale delle Olimpiadi aveva fra l’altro chiuso al secondo posto. Anche al maschile le premesse sono ideali, considerato che i due elvetici in lizza hanno aperto nel migliore dei modi la stagione di Coppa del mondo di sci alpinismo centrando il primo (Jon Kistler) e il secondo posto (Arno Lietha) nella gara sprint di Solitude, negli Stati Uniti: se il buon giorno si vede dal mattino… Nella gara sprint, le atlete e gli atleti devono affrontare un percorso breve e vario con salita e discesa su un dislivello di approssimativamente 70 metri. Al primo sprint e salita con gli sci segue un cambio con tratto a piedi e sci fissati sullo zaino. Al secondo cambio si prosegue con gli sci fino al terzo cambio per poi rimuovere le pelli dagli sci e affrontare la discesa fino al traguardo. Ecco perché in questa specialità sono fondamentali la velocità e l’abilità del cambio tra salita con le pelli e discesa. La gara dura circa 3 minuti. La staffetta mista, invece, è una versione potenziata della gara sprint, in cui i membri di una squadra (una donna e un uomo) gareggiano insieme e compiono per due volte un dislivello di 140-180 metri. La gara dura 40-45 minuti. Nella staffetta mista si parte con una salita con sci ai piedi fino al primo cambio. Lì si rimuovono le pelli dagli sci per affrontare una discesa. Segue il «passaggio sprint», poc’anzi descritto.

Per chi volesse scoprire quest’affascinante disciplina, magari tifando per il poker rossocrociato impegnato alle Olimpiadi, le date da circondare con il pennarello rosso sono quelle di giovedì 19 febbraio, giorno in cui si svolgeranno batterie, semifinali e finale delle prove sprint individuali maschile e femminile, e quella di sabato 21 febbraio, giorno della staffetta mista.

Fogli di carta compostabili 1

Honningsvåg, una Macondo artica

Reportage ◆ Nel «villaggio» norvegese più a nord dell’Europa settentrionale, l’inverno non è una stagione ma una condizione mentale fatta di buio, vento e resistenza quotidiana

Enrico Martino, testo e foto

La fila di manichini guarda con un sorriso incongruo le tonnellate di neve che un cielo buio come la pece scarica su uomini e case in un silenzio irreale. Loro almeno stanno al caldo in una vetrina, a differenza degli sparuti passanti che sfidano il vento ghiacciato delle notti invernali di Honningsvåg per raggiungere le deboli luci del Corner, l’unico locale aperto d’inverno in questo sperduto angolo del circolo polare artico norvegese. Un rassicurante faro psicologico di fronte al porto dove prima o poi incontri tutti quelli che vivono nella «Baia sotto la montagna», un semicerchio di case colorate accucciato ai piedi di una montagna che domina una baia dell’isola di Magerøya nel Circolo Polare Artico. Qui tutto, dalla stazione di soccorso marittimo alla fabbrica del pesce, e al Corner ovviamente, è «il più a nord del mondo». Con un problema decisamente complicato, perché questo microscopico comune che comprende Capo Nord ha dovuto cedere il titolo di città più a nord del mondo alla vicina Hammerfest, decisamente più a sud ma registrata come città dal lontano 1789. Una gara che Honningsvåg pensava di avere vinto nel 1996 quando finalmente aveva raggiunto l’ambito status di città, ma già l’anno dopo un colpo basso legislativo aveva autorizzato a fregiarsi del titolo solo le città con oltre cinquemila abitanti. Ai poco più di duemila residenti sono rimasti lo status (che nessuno ha osato togliergli), la certezza granitica come le montagne che li circondano di essere i reali detentori del record, e il fegato di vivere in questa remota porta d’accesso al Finis Terrae più settentrionale d’Europa, Capo Nord.

In questa stagione – il sole non sorge da metà novembre a fine gennaio –ogni cosa, dalle lapidi del cimitero ai pescherecci ormeggiati al porto, viene continuamente inghiottita da un clima artico che può paralizzare in pochi minuti qualsiasi attività umana. «L’inverno? A Honningsvåg è uno stato d’animo mentale» ride Trym Johansen in una mattina spazzata dal vento ghiacciato affacciandosi dal boccaporto del suo peschereccio con un pesce oversized che tiene amorevolmente in braccio come un bambino. «Vedi? Qui si pesca sempre qualcosa ma il problema sono i lunghi mesi di buio. Per chi è nato qui non sono un problema ma a me che sono originario delle isole Lofoten un po’ di disagio lo creano. In compenso il ritorno del sole mi ricarica di energia e la gente è più aperta grazie ai turisti che vengono a Capo Nord». Un nome molto più evocativo dell’originario Knyskanes, inventato nel 1553 dal capitano inglese Steven Borough che veleggiava sull’Edward Bonaventu-

Honningsvåg conta 2367 abitanti; sotto: convoglio di autobus in inverno sulla strada di Capo Nord; in basso: Trym Johansen, un pescatore, sulla sua barca nei pressi del porto di Honningsvag, sull’isola di Magerøya; Honningsvåg, a 70° 58’ Nord, nel comune di Nordkapp, si vanta di essere la città più settentrionale della Norvegia e persino del mondo, sebbene il titolo sia conteso da Hammerfest, Norvegia.

re in cerca del Passaggio a Nord-Est. Poco più di un secolo dopo, nel 1664 è arrivato un sacerdote di Ravenna, Francesco Negri, primo turista ufficiale: «[…] Sono a Capo Nord, alla fine del mondo. Qui finisce anche la mia curiosità e, grazie a Dio, posso ritornare a casa soddisfatto» aveva scritto. Dopo di lui di turisti ne sono arrivati a milioni, a partire dalla prima comitiva organizzata nel 1875 dalla mitica agenzia britannica Cook. Nel frattempo, marinai e pescatori inglesi, baschi e olandesi hanno continuato per secoli a frequentare il mare di Barents, uno dei più pescosi del mondo. Basta guardare i pescherecci in coda per scaricare al piccolo molo dello stabilimento della Nordvagen A/S. «Nei giorni buoni ne arrivano ol-

tre sessanta, tieni presente che per ogni pescatore, e su quest’isola sono almeno centocinquanta, lavorano direttamente o indirettamente almeno sette persone» racconta soddisfatto Leif-Roger Nylund, il direttore, mentre intorno a lui operaie norvegesi, cambogiane e thailandesi riempiono a ritmi forsennati casse di merluzzi da spedire in tutta Europa.

A poche decine di metri un inquietante triangolo di lamiera verde emerge dalla neve, un’officina coperta che tutti chiamano la Cattedrale. «Ripariamo tutto, dai pescherecci ai frigoriferi, siamo come le patate, serviamo per qualsiasi uso perché in posti come questo bisogna sapersi arrangiare, soprattutto d’inverno» filosofeggia pragmaticamente Odd-Roar immer-

so nel suo regno di saldatrici, seghe e martelli.

Non riescono neanche a immaginarselo l’inverno di Honningsvåg gli oltre duecentomila turisti che ogni estate raggiungono le scogliere di Capo Nord, così due spagnoli, Gloria Palencia e José Mijares, si sono inventati un artico in miniatura dietro la porta di un negozio di souvenirs. «Hombre, noi facevamo le guide e ogni estate i turisti chiedevano sempre dov’è il ghiaccio. Chi arriva, soprattutto spagnoli e italiani, si aspetta un ambiente quasi artico perché siamo alla stessa latitudine di Groenlandia e Siberia, ma qui in estate non c’è neanche la neve così abbiamo deciso di reinventare ogni anno l’Artic Ice Bar, tutto di ghiaccio, un materiale fantastico. A me piace mol-

to lo stile di vita norvegese, il contatto con la natura e gli sport invernali; però questa è un’isola difficile e remota» ammette José mentre scalpella con entusiasmo il nuovo bancone di ghiaccio dell’Ice Bar per la prossima stagione turistica. «Qui la strada è uno spazio vuoto anche in estate, la temperatura è più bassa che nel resto del Paese, e non parliamo del vento che non molla mai. Però è un buon posto per vivere, la chiave è avere un progetto, non chiudersi in casa, e soprattutto non lasciarsi troppo prendere dai pensieri». Non deve essere facile in un posto che in questa stagione apre per poche ore, quelle tra l’arrivo e la partenza del traghetto postale, il leggendario Hurtigruten che collega i fiordi norvegesi, unico legame invernale con il resto del mondo oltre a un piccolo aeroplano. Per i rari turisti diretti a Capo Nord i 34 chilometri di strada vengono aperti per poche ore, meteo permettendo, per concedere a un piccolo convoglio di bus preceduto da grandi spazzaneve di raggiungere un nulla monocromatico di bianchi, grigi e azzurri.

È l’altopiano di Capo Nord che finisce davanti al grande mappamondo piantato all’estremità settentrionale del continente europeo, perché quella vera è il vicino e poco scenografico capo Knivskjellodden. Il tempo di fare qualche selfie poi tutti ripiegano verso il traghetto prima che meteo e buio annullino tempo e spazio, mentre Honningsvåg si rinchiude nel suo guscio di neve, ghiaccio e mare di cui solo i pescatori conoscono i segreti. Oltre al comandante di un grumo di lamiere che sprizza energia: «Orari, che cosa sono?» ride Magne Vikten indaffarato sulla plancia del RS Ulabrand, uno dei gioielli del Rednings Seiskapet, l’associazione norvegese dei soccorsi in mare. «Le emergenze qui sono continue e non possono aspettare in un mare duro come questo dove la sopravvivenza in acqua è al massimo di quindici minuti».

A bordo sono in quattro, con l’aria di chi affronta situazioni impossibili come una pratica da ufficio ma la vera paura, di cui nessuno parla volentieri, è quella di un disastro ecologico causato dal continuo traffico di navi russe che salpano dal vicino porto di Murmansk. «Un dato di fatto con cui dobbiamo convivere» ammette Vikten, per non parlare della tensione tra Nato e Russia e della crescente militarizzazione che minaccia il delicato equilibrio dell’ecosistema artico.

Con le difficoltà bisogna saperci convivere in questo angolo estremo d’Europa dove in un giorno d’inverno un peschereccio può affondare in porto per il peso della neve. Ole, per esempio, che dopo un incidente di pesca si è ritrovato con un uncino da pirata al posto di una mano, non ha battuto ciglio e ha costruito un paio di cottages in fondo a un fiordo che affitta ai turisti e adesso se la passa così bene che ogni inverno chiude casa e va a svernare in Spagna.

Storie di una Macondo (il villaggio immaginato da Gabriel García Márquez in Cent’anni di solitudine) artica dalla doppia vita, distratto luogo di passaggio estivo per chi è diretto a Capo Nord che l’inverno trasforma in una ultima Thule di luci teatrali e notti ghiacciate.

Informazioni

Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.

Ricetta della settimana - Rendang. Ragù di manzo indonesiano

Ingredienti

Ingredienti per 4 persone

2 scalogni

2 spicchi d’aglio

1 fetta di zenzero di 3 cm

2 gambi di lemongrass

700 g di spezzatino di manzo

2 c d’olio d’arachidi

1 cc di sale

pepe

2 c di concentrato di pomodoro

1 anice stellato

1 chiodo di garofano

2 cm circa di bastoncino di cannella

3 c circa di salsa pad thai (vedi suggerimento)

4 dl di brodo di manzo

2,5 dl di latte di cocco

1 limetta

4 rametti di coriandolo

Preparazione

1. Tagliate gli scalogni in quattro. Tritate finemente l’aglio e lo zenzero. Dimezzate per il lungo il lemongrass.

2. Dimezzate i pezzi di carne a seconda della dimensione, in modo che siano grandi circa 2-3 cm. Rosolateli tutt’attorno e una porzione per volta nell’olio ben caldo. Condite con sale e pepe. Estraete e tenete in caldo.

3. Soffriggete nella stessa padella gli scalogni, l’aglio, lo zenzero e il lemongrass. Aggiungete il concentrato di pomodoro, le spezie e continuate a soffriggere.

4. Aggiungete la salsa pad thai. Spegnete con il brodo e il latte di cocco. Unite la carne. Mettete il coperchio e stufate per 40-50 minuti, finché la carne risulterà tenera. Se occorre, cuocete più a lungo e aggiungete un po’ di liquido.

5. Togliete il coperchio e fate ridurre la salsa per circa 10 minuti. Tagliate la limetta a spicchi. Condisci il rendang con sale e pepe. Guarnisci con gli spicchi di limetta e il coriandolo. Accompagna con riso profumato.

Consigli utili

Salsa pad thai invece della pasta di tamarindo: il rendang spesso contiene pasta di tamarindo, ottenibile solo nei negozi di specialità. La salsa pad thai di Thai Kitchen può essere usata come alternativa. Rendang con pasta di tamarindo: per 4 persone, aggiungi 0.5-1 cucchiaio di pasta di tamarindo alle spezie e usa 1/2 dl di brodo in più.

Preparazione: circa 20 minuti; cottura: circa 50-60 minuti

Per persona: circa 38 g di proteine, 25 g di grassi, 18 g di carboidrati, 450 kcal

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Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch

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Il tempo in un palmo della mano

Colpo critico ◆ Tre esperienze ludiche che riflettono sull’identità e i piccoli gesti della vita attraverso ricordi, immagini e cooperazione

Gli esseri umani sono segnati dal tempo: ogni giorno che passa inesorabilmente ci cambia, ci trasforma. Nel suo volume Un étranger avec, sous le bras, un livre de petit format (Gallimard, 1989) il poeta francese Edmond Jabès racconta una conversazione che mi fa sussultare, come per una puntura di spillo.

I protagonisti sono una nonna e un bambino. Jabès non fornisce dettagli, ma io immagino che il dialogo si svolga in un salotto dall’atmosfera ovattata. Da un’ampia finestra entra una luce morbida, che si posa sulle poltrone, sui soprammobili, sulla teiera e sulle tazzine di ceramica, sul frontespizio degli album di fotografie. Proprio da uno di questi album cade una fotografia che ritrae una bella ragazza.

– Nonna, chi è questa signora?

– Ma sono io, caro, sono io quando ero giovane.

– E adesso, chi è?

Jabès osserva che «in quell’“adesso, chi è?” risiede l’enigma di una vita». Ecco la puntura di spillo. La domanda candida del bambino mette a nudo lo scorrere del tempo: «E adesso, chi è?» La bella ragazza non c’è più, il bambino non la riconosce: era sua nonna, ma ai suoi occhi oggi sua nonna non è più quella persona. Dov’è finita dunque la ragazza? Davvero, questa è una domanda sconfinata.

L’arte, la letteratura, la filosofia da sempre approfondiscono l’«enigma» del tempo. E così fanno anche quelle manifestazioni di cultura spontanea, popolare, che sono i giochi. Nei giochi da tavolo contemporanei, che sono autoriali, ciò implica spesso un lavoro di narrazione, insieme a quello di escogitare delle regole. Prendiamo il caso di Au creux de ta main, un titolo di Timothée Decroix pubblicato da La Boîte de Jeu nel 2020. Il gioco è indipendente dalla lingua e accoglie da 2 a 8 partecipanti per una durata di mezz’ora. Decroix scrive che il suo intento è quello di trasmettere i valori ricevuti da suo padre, «umorismo, follia e gentilezza, gioia di vivere e gusto dell’altro». Nella scatola ci sono cento «carte ricordo» che illustrano – con una serie di immagini disegnate da vari artisti – la vita di Léon, nato nel 1950. I giocatori si dividono in squadre di due persone: uno sarà la Nipote, l’altro il Nonno. L’idea è che sia la Nipote a narrare al Nonno un episodio della sua vita, per aiutarlo a ritrovare i ricordi. Come avviene il tutto? Mentre il Nonno ha gli occhi chiusi, la Nipote descrive un’immagine costruendo una serie di esperienze tattili nel palmo della mano del Nonno stesso. Può usare un pezzo di panno, un gettone rotondo, dei piccoli cubi di plasti-

Giochi e passatempi

Cruciverba

Se vuoi tagliare una torta con precisione per farcirla, giraci… Termina la frase risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate.

(Frase: 2, 4, 7, 1, 4, 3, 7)

ORIZZONTALI

1. Ordine militare

7. Epilogo

8. Un articolo al contrario

9. La fede dei francesi

10. Breve… interno

11. Sul pulsante dell’accensione

12. Quarto fiume europeo

13. Una moneta

14. Scherzo balordo

18. Scritti… assennati

20. Un amico di Charlie Brown

21. Può essere viziata

22. Una prova di maturità

23. Fiume della Catalogna

24. Eterni, immortali

26. Un anagramma di nomea

27. Raganella arborea

VERTICALI

1. Sotterrato, sepolto

2. La cantante Celine

3. Un pronome che va con gli altri

4. Particella negativa

5. Pesce dalle carni pregiate

6. Il rango dei nobili

10. Domani lo dirò di oggi

ca, una trottola o altri oggetti tridimensionali. Il Nonno infine riapre gli occhi ed esamina una serie di ricordi (cioè di immagini). Richiamando alla mente le sensazioni, dovrà riconoscere il ricordo giusto. Il pezzo di panno e il gettone rotondo, per esempio, possono evocare un asciugamano e un pomeriggio passato sulla spiaggia, quando Léon era un giovane padre e Léopoldine, la madre della Nipote, era ancora una bambina.

Nel 2022 è uscita La vie de Mei, un’espansione, con cinquanta «carte ricordo» legate a Mei, la moglie di Léon, cresciuta nella regione di Parigi con sua madre Wen, arrivata in Francia dall’estremo oriente. Anche senza fare una partita, soltanto scorrendo le carte del gioco base e dell’espansione, ci si può immergere nella vita di una famiglia: piccoli momenti della quotidianità, fatti minuti all’apparenza ma profondi e memorabili per chi li

12. Un segno del tempo 13. Fuga di Maometto dalla Mecca a Medina 14. Tempo inglese

15. Inutili, inefficaci

16. Simbolo chimico del rutenio

17. Vale a dire…

19. Desinenza verbale

20. I sola nell’arcipelago del Dodecaneso

22. Dieci in inglese

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

ha vissuti: l’esistenza di Léon è quella di tutti noi, intessuta di piccole cose, delusioni, brividi, momenti di sconforto e di felicità.

Un altro titolo che parte dal sentimento del tempo, in maniera però più astratta, è un grande successo del 2025: Take time, di Alexi Piovesan e Julien Prothière, pubblicato da Libellud. È un cooperativo in cui i partecipanti (da 2 a 4) devono disporre alcune carte intorno a un orologio. Naturalmente ci sono dei vincoli da seguire: è decisiva la capacità d’interpretare le mosse degli altri, cercando di capire le loro esigenze. Take time propone diversi orologi, con quaranta sfide evolutive che richiedono ai partecipanti un’intesa e una coordinazione sempre più efficaci.

Il tempo appare nei congegni degli orologi, come in Take time, o nella patina delle fotografie che narrano la vita di Léon. Il bello è che, nonostante i congegni che sminuzzano le ore delle nostre giornate (cellulari, sveglie, computer), il tempo rimane sorprendente e meraviglioso. Ho bene in mente il volto che aveva mia nonna a cento anni, ancora capace di stupori infantili. E guardo oggi quello di mia figlia che deve compierne tre e che, a volte, mi scruta con occhi provvisti di una saggezza centenaria. Questo è il mistero che chiamiamo vita.

i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

Soluzione della settimana precedente SACROSANTA VERITÀ – «Sai Marta, questa mattina ho constatato che il caffè sveglia di più…» Resto della frase: «…QUANDO TE LO ROVESCI ADDOSSO»

I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo
Dettaglio di una carta da gioco di La vie de Mei, un’espansione di Au creux de ta main. (La Boîte de Jeu )

15.70 invece di 23.45

Sminuzzato di pollo Optigal Svizzera, 2 x 350 g, (100 g = 2.24)

Tutti i mitici Ice Tea in brik al limone, light al limone o alla pesca, 10 x 1 litro, per es. al limone, 4.98 invece di 8.30, (100 ml = 0.05) conf. da 10 40%

Filetto di agnello Migros per 100 g, in self-service 30%

invece di 5.70

Tutti i müesli Farmer per es. bacche di bosco Classic, 500 g, 3.15 invece di 4.50, (100 g = 0.63) a partire da 2 pezzi 30% 9.95 invece di 19.95 Pralinés du Confiseur Frey, Édition d'amour in conf. speciale, 452 g, (100 g = 2.20) 50% 1.95 invece di 3.–Mango Extra Brasile/Perù, il pezzo 35%

Migros Ticino

Verde, rosso o ARANCIONE

3.35 invece di 3.95

Broccoli Migros Bio Spagna, al kg, prodotto confezionato 15%

6.35 invece di 7.95

Jamón Ibérico Sélection Spagna, 80 g, in self-service, (100 g = 7.94) 20%

Ideale con

5.95

Cuoricini con pomodori e burrata

250 g, (100 g = 2.38)

2.30 invece di 2.90 Patate per raclette Sélection

3.15

invece di 3.95

3.30

Mele Gala Svizzera, al kg 21%

2.20 invece di 2.80

1.95

3.95

4.70 invece di 6.30

Pompelmi rossi Spagna, rete da 3 pezzi 26%

1.55 invece di 2.10

2.95 invece di 3.75

3.20 invece di 4.20

Wienerli Migros Bio Svizzera, 4 pezzi, 200 g, in self-service, (100 g = 1.60) 23%

7.90

invece di 9.90

Prosciutto contadino Tradition Svizzera, 2 x 150 g, (100 g = 2.63)

5.90

invece di 7.40 Salame Milano Citterio Italia, 2 x 70 g, (100 g = 4.21) conf. da 2 20%

Ticino

5.40 invece di 8.20

Prosciutto crudo San Daniele Italia, per 100 g, al banco 34%

1.10

Fleischkäse affettato finemente IP-SUISSE per 100 g, in self-service 15%

invece di 1.30

4.30

invece di 5.40

Pancetta contadina IP-SUISSE in conf. speciale, 120 g, in self-service, (100 g = 3.58) 20%

5.35

Tartare di manzo prodotta in Ticino, per 100 g, in self-service 15%

invece di 6.35

Voglia di qualcosa di leggero?

Consiglio: per fare in modo che restino succosi, cuocere solo brevemente

7.95

invece di 15.90

9.95

invece di 15.65 Filetto dorsale di merluzzo M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 360 g, in self-service, (100 g = 2.76)

9.50

invece di 11.–

Filetti di salmone con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.90) 13%

10.95

invece di 19.80

Filetti di pangasio Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.73) 44%

CONVENIENZA per il corpo e l’anima

2.40 invece di 3.20

Tutti i cake Petit Bonheur per es. cake al cioccolato, 420 g, 4.16 invece di 5.20, prodotto confezionato, (100 g = 0.99) 20%

Twister cotto su pietra Migros Bio rustico e chiaro, 360 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.67) 25%

conf. da 6 25%

6.95

Biberli dell'Appenzello 6 x 75 g, (100 g = 1.54)

invece di 9.30

Tutte le torte non refrigerate per es. torta di Linz Petit Bonheur, 400 g, 3.04 invece di 3.80, prodotto confezionato, (100 g = 0.76) 20%

5.50 invece di 7.80

Millefoglie in conf. speciale, 6 pezzi, 471 g, (100 g = 1.17) 29%

Formaggi

Una delizia dal reparto frigo

–.20 DI RIDUZIONE

Snack al latte refrigerati Kinder Fetta al Latte, Pinguì, Choco fresh e Maxi King (articoli singoli esclusi), per es. Fetta al Latte, 5 pezzi, 140 g, 1.50 invece di 1.70, (100 g = 1.07)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i tipi di latte Energy e le bevande Energy, Emmi per es. Energy Milk High Protein alla vaniglia, 330 ml, 2.28 invece di 2.85, (100 ml = 0.69)

a partire da 2 pezzi 20%

Yogurt aha! disponibili in diversi gusti (escl. al naturale), per es. lamponi, 150 g, –.52 invece di –.65, (100 g = 0.35)

Bevanda all'avena Oatly Barista prodotto vegano, 1 litro, 2.72 invece di 3.40 a partire da 2 pezzi 20%

Mezza panna per salse, mezza panna acidula e prodotti M-Dessert, Valflora per es. mezza panna acidula, 200 ml, 1.45 invece di 1.70, (100 ml = 0.73) 15%

2.80

Budino proteico Chiefs Choco, Vanilla e Salted Caramel, 200 g, (100 g = 1.40)

Formaggella ticinese 1/2 grassa per 100 g 15%

1.85 invece di 2.20

Ticino

2.25

Caseificio Leventina per 100 g, prodotto confezionato 16%

invece di 2.70

Raclette al naturale Raccard, IP-SUISSE a fette in conf. da 2 o in blocco maxi, per es. a fette, 2 x 400 g, 16.60 invece di 20.80, (100 g = 2.08) conf. da 2 20%

1.20 invece di 1.55

Emmentaler dolce circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 22%

2.25

invece di 2.65

Parmigiano Reggiano DOP ca. 700/800 g, per 100 g, prodotto confezionato 15%

1.10

Tilsiter dolce circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g 21%

invece di 1.40

2.10 invece di 2.65

Le Gruyère dolce Migros Bio, AOP per 100 g, prodotto confezionato 20%

conf. da 2 30%

20.90 invece di 29.90

Fondue Gerber

L'Original o Moitié-Moitié, 2 x 800 g, (100 g = 1.31)

7.05 invece di 8.85

Le Gruyère grattugiato AOP 3 x 130 g, (100 g = 1.81) conf. da 3 20%

6.80

invece di 8.55

Mini Babybel in conf. speciale, rete da 18 x 22 g, (100 g = 1.72) 20%

Porta l’ASIA in tavola

Al naturale, affumicato o in vari gusti

a partire da 2 pezzi 20%

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i tipi di tofu per es. tofu curry Migros Bio, 230 g, 2.80 invece di 3.50, (100 g = 1.22)

Tutto l'assortimento Thai Kitchen per es. latte di cocco, 250 ml, 2.24 invece di 2.80, (100 ml = 0.90)

13.90 Banana Shaped Shrimps Asia Snacks, ASC in conf. speciale, 440 g (100 g = 3.16) HIT

8.95

invece di 13.05

Gamberetti sbollentati e sgusciati M-Classic, ASC d'allevamento, Ecuador, 450 g, in self-service, (100 g = 1.99) 31%

a partire da 2 pezzi 40%

Tutto l'assortimento bio Mister Rice per es. Jasmine, Fairtrade, 1 kg, 2.70 invece di 4.50

RISPARMIA oggi, gusta domani

12.60

Tutte le confetture Fruits Suisses e Satin, Belle Journée per es. Fruits Suisses ai frutti di bosco IP-SUISSE, 350 g, 3.88 invece di 4.85, (100 g = 1.11)

4.–

Caffè istantaneo Classic delicato Migros 200 g, (100 g = 2.00)

1.15 Gallette di riso integrale con cioccolato al latte M-Classic

Pronti in un ATTIMO

5.90

di 8.85

8.–

invece di 10.–

Patate fritte o patate fritte al forno, M-Classic prodotto surgelato, in conf. speciale, 2 kg, (100 g = 0.40)

Anna’s Best offre piatti gustosi e variegati per quando non hai tempo di cucinare. Gli ingredienti sono il più possibile freschi e naturali e i piatti prodotti con procedure che ne preservano le qualità.

Anna's

conf.

Da bere per depurarti

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Batticuoreincluso

20%

Tutti i cioccolatini Ferrero a scelta per es. Rocher, 200 g, 4.76 invece di 5.95, (100 g = 2.38)

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Lindor Lindt disponibil in diverse varietà, 200 g e 500 g, per es. cioccolato al latte, 200 g, 10.36 invece di 12.95, (100 g = 5.18)

Tutti gli articoli Merci e Toffifee per es. Toffifee, 125 g, 1.60 invece di 2.–, (100 g = 1.28)

4.95

4.95

90 g, (100 g = 5.50)

90 g, (100 g = 5.50)

e Crunchy Clouds, Frey (confezioni speciali e confezioni multiple escluse), per es. brezel salati Coaties Crispy, 100 g, 2.36 invece di 2.95 20%

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Tavoletta a forma di cuore ai lamponi Sélection
Tavoletta a forma di cuore al latte con nocciole Sélection, Fairtrade
Palline
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Coaties

9.95 invece di 12.95 Rose San Valentino in coprivaso il vaso

disponibili in diversi colori, mazzo da 24, il mazzo

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Crunchy o Petit Beurre al latte, per es. Crunchy, 3 x 250 g, 9.95 invece di 13.05, (100 g = 1.33)

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Senza zucchero, con aroma di menta e xilitolo

Gomme da masticare M-Classic

Spearmint, Menthol o Strawberry, 3 x 100 g, (100 g = 2.32)

Cura del corpo to go

Balsami trattanti o prodotti per lo styling dei capelli, Nivea per es. spray per capelli Diamond Volume, 2 x 250 ml, 7.40 invece di 9.90, (100 ml = 1.48) conf. da 2 25%

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Tutto l'assortimento di prodotti per la cura del viso e creme multiuso, Nivea incl. prodotti Men (prodotti Baby, confezioni da viaggio, prodotti Sun e confezioni multiple esclusi), per es. siero antimacchie Luminous 630 Nivea, 30 ml, 24.71 invece di 32.95, (10 ml = 8.24) a partire da 2 pezzi

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Pratico e CONVENIENTE

Tutti i detersivi Elan (confezioni multiple e speciali escluse), per es. Spring Time, in conf. di ricarica, 2 litri, 6.48 invece di 12.95, (1 l = 3.24)

Decalcificante Durgol per es. decalcificante rapido, 2 x 1 litro, 9.70 invece di 13.90, (100 ml = 0.49)

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Tutte le spugne Clean e Miobrill per es. spugne sintetiche Strong, 3 pezzi, 1.56 invece di 1.95

Cestelli o detergenti per WC, Hygo in confezioni multiple, per es. Ocean Clean, 2 x 750 ml, 5.60 invece di 7.–, (100 g = 0.37)

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