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Azione 48 del 28 novembre 2022

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Anno LXXXV 28 novembre 2022

Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura

edizione

48

MONDO MIGROS

Pagine 2 / 4 – 5 ●

SOCIETÀ

TEMPO LIBERO

ATTUALITÀ

CULTURA

Oltre a mitigare bisogna pensare a come adattarci al nuovo clima, iniziando dai paesi più poveri

Vitaliano Trevisan, in Black tulips, torna con la memoria ai ricordi di un sudato soggiorno nigeriano

Il conflitto in Ucraina continuerà a tempo indeterminato e spetterà poi all’Europa sostenere Kiev

Niki de Saint Phalle, la sua vita e le sue opere viste da vicino e raccontate da chi l’ha conosciuta

Pagina 3

Pagina 19

Pagina 29

Pagine 44-45

L’Umbria delle meraviglie

Enrico Martino

Enrico Martino

Pagina 23

La fine di un’illusione Peter Schiesser

La conferenza sul clima chiusasi a Sharm el Sheik una settimana fa ci ha derubati dell’illusione di poter contenere l’aumento della temperatura terrestre globale a 1,5 gradi Celsius. L’obiettivo non è stato cancellato, ma nessun passo, neanche a parole, è stato fatto verso piani concreti, la richiesta di vincolare tutti i paesi a raggiungere il picco delle emissioni di CO2 entro il 2025 è stata respinta, come voleva la Cina che punta al 2030, quella di ridurre la dipendenza da energie fossili è stata bloccata dall’Arabia Saudita. I fronti sono stati chiari: i paesi industrializzati, l’Occidente insomma, contro i paesi emergenti, in cui si sommano, in un’alleanza contronatura, grandi inquinatori come Cina e India e le isole del Pacifico a rischio di sparizione per l’innalzamento del livello dei mari. I primi a perorare la necessità di compiere un’evoluzione rispetto alla conferenza di Glasgow dell’anno scorso, per rendere concreta l’ambizione di ridurre le emissioni di anidride carbonica e quindi di limitare a 1,5 gradi l’aumento della temperatura globale. I

secondi a richiedere – e infine ottenere – l’istituzione di un fondo per aiutare i paesi del sud del mondo colpiti già oggi e ancora di più in futuro dai mutamenti climatici. Non a caso il fronte è stato guidato dal Pakistan, devastato nei mesi scorsi da alluvioni i cui danni sono stimati a 40 miliardi di dollari (più di un decimo del PIL nazionale). Il ragionamento, legittimo, è che i mutamenti climatici sono colpa delle nazioni industrializzate, che per decenni hanno approfittato del progresso materiale lasciando al pianeta e alle generazioni future il conto da pagare. Allo stesso tempo, i paesi del sud del mondo, emergenti e poveri, non sono disposti a rinunciare troppo velocemente alle energie fossili prima di aver raggiunto un minimo livello di benessere. Sharm el Sheik ha mostrato che l’Occidente ha perso la leadership della lotta contro i cambiamenti climatici, mai come questa volta ci sono state tante divisioni. Ora si presenta un vuoto, perché l’opposizione a piani concreti e misure incisive è infine solo autolesionista. Anche la vittoria sulla creazione di un fondo è solo una

conquista a parole. Nessuno ha oggi idea di come dovrà essere strutturato, a che cosa concretamente servirà, quali paesi saranno chiamati ad alimentarlo, di quanti capitali sarà dotato (e finiranno nelle mani giuste o nei meandri della corruzione?). La richiesta del sud del mondo è che sia solo l’Occidente a pagare, a loro volta i paesi industrializzati insistono che vengano chiamati alla cassa anche grandi inquinatori come Cina e India, non più equiparabili a paesi in via di sviluppo. Sarà materia di negoziati nelle prossime conferenze. Questo vuol dire che dobbiamo prepararci mentalmente e praticamente ai mutamenti climatici, a un aumento della frequenza e della forza di eventi naturali, a siccità e inondazioni, incendi e smottamenti, a modifiche di fauna e flora, con imprevedibili ripercussioni sugli equilibri ambientali globali del pianeta. I pericoli dei cambiamenti del clima sono noti da anni, le evidenze scientifiche si sono confermate, eppure la comunità internazionale resta divisa, molti Stati sono più sensibili a interessi economici, op-

pure non possono prescinderne per non acuire la povertà fra la propria popolazione. Il mondo attuale è troppo complesso per credere di sistemarlo con delle conferenze annuali cui partecipano tutte le nazioni, ma a queste non si può rinunciare, poiché non esiste alternativa migliore. Tuttavia, la lotta ai cambiamenti non può fermarsi, e in realtà non si ferma. Al di là degli insuccessi, dei freni politici che possono essere posti (anche in Occidente), la consapevolezza che si debba puntare a «zero emissioni» si fa largo, nella popolazione ma anche in molti paesi, persino negli USA, dove singoli Stati introducono leggi più severe di quelle nazionali decise o bloccate a Washington (dai repubblicani). Contestualmente, oltre a preparare un futuro più sostenibile, bisognerà investire per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Riguarda anche noi, considerato che la Svizzera è uno dei paesi in cui il mutamento del clima risulta più accentuato: caldo e siccità rendono più instabili le montagne e penalizzano l’agricoltura, mostrandoci quanto siamo tutti vulnerabili.


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