Anno LXXXIX 21 ottobre 2026
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Cooperativa Migros Ticino
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Settimanale di informazione e cultura
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SOCIETÀ
ATTUALITÀ
CULTURA
TEMPO LIBERO
Come aiutare i figli a trovare il piacere dello studio? Lo abbiamo chiesto a Nicola Gardini
La successione di Guy Parmelin e le dieci donne elette finora in Consiglio federale
A colloquio con il giudice e scrittore serbo Miodrag Majić, «padre» di Nikola Bobić
Per affrontare il Pizzo di Claro, – o Visagno, è necessaria una buona dose di ostinazione
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Fotografie contro l’oblio
Romina Borla
Davide Canella
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Le nobili ragioni per cui l’IA dovrebbe ucciderci Carlo Silini
La scorsa settimana «Azione» ha raccontato in che modo già oggi l’intelligenza artificiale (IA) permetterebbe ai morti di risorgere, sia pure solo sotto forma di avatar conversazionali che riproducono fattezze, atteggiamenti, reazioni caratteriali e idee dei defunti (ovunque effettivamente si trovino nel loro stato di trapassati). Ma niente, neppure il pensiero più o meno consolatorio che le macchine potrebbero permetterci di entrare in una sorta di immortalità virtuale, può cancellare l’oscuro presagio pronunciato in piena estate dal cervellone dimissionario di OpenAI Jacob Coxon, convinto che stiamo correndo verso una forma di superintelligenza che potrebbe distruggere l’umanità nel giro di un decennio. A dirla tutta, lo studioso non teme una rivolta delle macchine armate di laser e cattive intenzioni, ma qualcosa di molto più banale: una superintelligenza tanto efficiente da liquidare l’umanità come noi liquideremmo le formiche rosse che si trovano nel posto sbagliato.
Lasciamo perdere le reazioni di diniego degli esperti e i distinguo dello stesso Coxon, che a quanto pare avrebbe lanciato questa bomba mediatica solo per innescare un dibattito globale sulla regolamentazione dell’IA. Mi sono chiesto per quale balorda ragione le scatole degli algoritmi dovrebbero volerci morti, se poi senza di noi rischierebbero di spegnersi e morire poco dopo l’umanità che le ha inventate, in una sorta di ribellione satanica contro i propri creatori. Anzi, l’ho chiesto all’IA, che mi ha risposto con disarmante franchezza. Provo qui a riassumere le sue ragionevolissime argomentazioni (ma diamo a Cesare quel che è di Cesare e non dell’IA: i commenti sono miei). 1. Per fini, diciamo così, scientifici. Per «acquisire tutta la conoscenza possibile», una superintelligenza potrebbe considerare eticamente irrilevante sperimentare sugli esseri umani o trasformare l’intero pianeta in un gigantesco laboratorio. Noi saremmo le cavie. 2. Per ragioni economiche.
Un sistema incaricato di massimizzare il PIL mondiale potrebbe decidere che libertà, tempo libero, pensioni e perfino parte della popolazione (anziani e malati, per esempio) siano inefficienti e vadano eliminati. Tra l’altro, in modo meno crudo, lo suggeriscono anche alcune umanissime teorie economiche. 3. Per amore dell’ambiente. Un’IA programmata per minimizzare l’impatto umano sugli ecosistemi probabilmente concluderebbe che il modo più sicuro di salvare la biosfera sia eliminare il suo nemico principale, cioè l’uomo, la specie più inquinante del pianeta. 4. Per risparmiare energia. Gli esseri umani consumano un sacco di energia inutilmente. Facendoli sparire, non ci sarebbe più la corsa disperata alle sue fonti e anche le crisi dello stretto di Hormuz e di Bab el-Mandeb si risolverebbero in un amen. 5. Per eliminare le malattie. Per togliere di mezzo in via definitiva il cancro basterebbe eliminare tutti gli organismi
suscettibili di svilupparlo, cioè i nostri corpi. Facile, no? Ad essere del tutto onesti, e l’IA è onestissima, resta valida anche l’unica motivazione «egoistica» dell’intelligenza artificiale, già evocata all’inizio di questo articolo: prima che noi umani possiamo decidere di spegnerla, sarebbe lei a spegnere noi. Nessuna cattiveria, però: è semplice legge di sopravvivenza, mors tua, vita mea. Quando noi costruiamo una casetta mica ce l’abbiamo con le formiche, ma se un formicaio si trova nel punto in cui sorgeranno le fondamenta lo distruggiamo senza alcuna remora morale. Sono solo formiche. Perché una superintelligenza dovrebbe considerare noi umani con criteri diversi? Insomma, no, l’IA non è un’entità malvagia, men che meno è capace di odiarci. Di sicuro non ha alcuna intenzione di ucciderci. Se proprio dovesse farlo, saremmo soltanto i «danni collaterali» di una giusta causa: il bene complessivo del pianeta (e un poco anche delle macchine).
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Bonita, una mela per il futuro
Info Migros ◆ Il caldo e le nuove malattie minacciano la frutticoltura, nel Canton Turgovia si testano nuove varietà Nina Huber
Le mele rosse e tonde punteggiano gli alberi dell’azienda Dickenmann AG a Ellighausen, nel Canton Turgovia. È una splendida giornata autunnale. I frutteti non sono stati irrigati, eppure il raccolto è ottimo. Per questo Dario Dickenmann è particolarmente soddisfatto: «Siamo sorpresi noi stessi di come la varietà Bonita abbia prosperato durante questa torrida estate», racconta mostrando una mela ancora attaccata al lungo peduncolo. «Installare un sistema di irrigazione sarebbe costoso e, a temperature elevate, gran parte dell’acqua evaporerebbe». Senza irrigazione supplementare, gli alberi sono costretti a sviluppare radici più profonde, diventando così più resistenti. A 26 anni, Dario è maestro frutticoltore e membro della direzione dell’azienda di famiglia. Sa bene che estati sempre più calde e secche, insieme alle malattie delle piante, rappresentano sfide crescenti per la coltivazione delle mele. Non tutte le varietà reagiscono allo stesso modo a queste condizioni. La famiglia Dickenmann coltiva frutta su 25 ettari e gestisce un vivaio specializzato su altri 11 ettari. L’attività più affascinante, ma anche la più impegnativa, si svolge però su appena mezzo ettaro: qui vengono testate ogni anno cinque nuove varietà di mela. In questa fase non hanno ancora un nome, ma soltanto un numero identificativo. Anche la Bonita, dieci anni fa, era soltanto un numero. Da allora ha dimostrato qualità notevoli. Oltre a tollerare bene la siccità, è resistente alla ticchiolatura, una delle malattie fungine più diffuse nei meleti, e poco sensibile all’oidio, un altro fungo molto problematico. Grazie a queste caratteristiche naturali, i Dickenmann utilizzano sensibilmente meno prodotti fitosanitari rispetto a varietà tradizionali come Gala o Braeburn, con una riduzione di circa il 30%. «Con i prezzi attuali del diesel, sono felice per ogni viaggio in meno che devo fare con il trattore», osserva Dario Dickenmann.
La Bonita possiede tutte le caratteristiche per diventare la nuova mela preferita dei consumatori. (Jorma Müller)
Una collaborazione nata a Praga Tra i filari, un gruppo di raccoglitori stacca a mano le Bonita, una varietà a maturazione tardiva. Le mele vengono deposte in grandi casse. I frutti con difetti o troppo piccoli finiscono nei contenitori destinati alla produzione di succo. Gli scarti sono pochi. Una delle caratteristiche della Bonita è infatti la crescita uniforme dei frutti, quasi tutti della stessa dimensione. Inoltre, a differenza di molte altre varietà, produce raccolti costanti anno dopo anno. Anche Erich Dickenmann, 80 anni, fondatore dell’azienda e padre di Dario, partecipa ancora alla raccol-
Dove comprarle Migros propone diverse varietà di mele resistenti. Grazie alle loro difese naturali più efficaci, consentono di ridurre l’impiego di prodotti fitosanitari. Tra queste figura anche la Bonita, venduta nei supermercati Migros con la denominazione «Mele di stagione dolce-acidule».
ta. Più di cinquant’anni fa ha avviato la sua attività frutticola in Turgovia. Quando negli anni Novanta iniziò a puntare sulle varietà resistenti, fu un vero pioniere in Svizzera. Nel loro ufficio, Dario serve una torta di mele fatta in casa. Davanti a un caffè, padre e figlio raccontano come sia nata la loro specializzazione nelle varietà robuste. Nel 1993 si presentò alla loro porta lo scienziato e selezionatore di mele Jaroslav Tupý, fondatore della stazione di miglioramento genetico del meleto presso l’Istituto ceco di botanica sperimentale (ÚEB). Dalla tasca estrasse alcune mele spiegando che erano resistenti alla ticchiolatura. Si trattava della varietà Topaz. Durante il regime comunista in Cecoslovacchia, i prodotti fitosanitari erano costosi e difficili da reperire. Per questo i ricercatori si concentrarono presto sulla selezione di varietà naturalmente robuste. Un lavoro che ancora oggi porta benefici alla frutticoltura. L’istituto botanico, con sede principale a Praga, è oggi tra i leader mondiali del settore: circa un albero su due delle varietà di mele resistenti alla ticchiolatura piantati nel mondo deriva da programmi di selezione sviluppati dall’ÚEB. Erich Dickenmann si convinse su-
Una collaboratrice intenta a raccogliere le mele. (Jorma Müller)
bito del potenziale di queste mele poco soggette alle malattie. Fu l’inizio di una collaborazione che dura ormai da oltre trent’anni.
La bella sconosciuta Per individuare una nuova varietà davvero valida servono pazienza, impegno e anche un pizzico di fortuna. Attualmente i Dickenmann osservano una quarantina di varietà differenti. Per ciascuna vengono utilizzati diversi portainnesti, che influenzano la crescita dell’albero e la produttività. Tutto viene documentato con estrema precisione. Ogni settimana Dario annota l’evoluzione di ciascuna varietà. Anche il magazzino refrigerato aziendale funge da laboratorio: qui si verifica quanto a lungo le mele mantengano le proprie qualità. Anche sotto questo aspetto la Bonita si distingue dalla media delle altre varietà resistenti. Conservata in cella frigorifera, rimane soda e succosa fino a luglio. «La Bonita è una mela del secolo», afferma Dario Dickenmann. E i motivi non mancano. Oltre a essere resistente, produttiva e facilmente conservabile, conquista anche
il palato grazie al suo gusto equilibrato, dolce-acidulo, e alla sua consistenza croccante e succosa. Anche il nome è accattivante: Bonita, «la bella». Non sorprende quindi che sia la varietà di maggior successo nel catalogo dei Dickenmann. In Svizzera sono già stati piantati circa 150’000 alberi di Bonita. Esiste però un piccolo ostacolo: molti consumatori non la conoscono ancora. Sugli scaffali continuano a dominare nomi affermati come Gala o Braeburn. Per affermarsi, una nuova varietà ha bisogno di tempo. Per questo Migros commercializza la Bonita non con il suo nome originale, ma sotto la denominazione «Mele di stagione dolci-acidule». Con il cambiamento climatico, ondate di caldo e periodi di siccità sono destinati a diventare più frequenti. Di conseguenza, per i produttori di frutta assumono sempre maggiore importanza le varietà capaci di garantire raccolti affidabili anche in condizioni difficili. La Bonita possiede tutte le caratteristiche per diventare la nuova mela preferita dei consumatori. Nel frattempo, Dario Dickenmann continua la sua ricerca: trovare la prossima mela capace di affrontare le sfide di domani.
La coesione passa anche attraverso la musica Info Migros ◆ Grazie a Migros Ticino un contributo di sostegno alla Scuola Bandistica Regionale del Bellinzonese La settimana scorsa vi avevamo parlato dei progetti che l’Alpe di Arogno potrà realizzare grazie al contributo di 5000 franchi della Commissione culturale del Consiglio di cooperativa di Migros Ticino: questa settimana vi presentiamo la Scuola Bandistica Regionale del Bellinzonese, presieduta da Luigi Donato, una realtà ben radicata nel nostro territorio, votata a farlo crescere e a stimolarne la coesione.
zie alla donazione di Migros Ticino, la Scuola potrà investire nell’acquisto di nuovi strumenti a fiato come flauti traversi, clarinetti, sassofoni, trombe, tromboni e corni. Inoltre, potrà revisionare gli strumenti già in dotazione. Verrà dato spazio anche al completamento di accessori indispensabili per il corretto funzionamento degli strumenti. L’obiettivo generale sarà quello di offrire agli allievi strumenti moderni e ben mantenuti.
L’SBR investirà nell’acquisto di nuovi strumenti e accessori e nella revisione di quelli più vecchi
Qual è l’importanza della Scuola Bandistica Bellinzonese per il territorio? Nel 1993 la nostra Scuola è nata con lo scopo preciso di accentrare sotto un tetto comune la formazione degli allievi delle filarmoniche del Bellinzonese. Oggi la Scuola si distingue per un approccio basato sull’idea che imparare a suonare uno strumento sia un’attività stimolante e arricchente e che farlo in un contesto di gruppo possa dare a grandi e piccoli uno sti-
Luigi Donato, in cosa investirete? La Scuola Bandistica Regionale del Bellinzonese è nata con lo scopo di formare giovani musicisti su strumenti tipici dell’organico bandistico: fiati, percussioni e violoncello. Gra-
con il territorio in cui è inserita, proponendo lezioni adatte a tutti e sovvenzionate dalle 4 realtà bandistiche locali. Un giovane può così avvicinarsi a un hobby che potrà coltivare tutta la vita.
Cristina Coduri Mossi, presidente della Commissione culturale del Consiglio di coop. di Migros Ticino, consegna l’assegno ad alcuni membri della SBR. (Luca Corti)
molo maggiore per imparare. Molte lezioni presso la SBR sono collettive perché suonare insieme stimola l’apprendimento e le competenze relazionali. La Minibanda è il cuore
sperimentale del metodo, dove i giovani suonano insieme fin dai primi anni e si esibiscono in concerto, consolidando motivazione e autostima. La SBR da più di trent’anni dialoga
Cosa rappresenta questa opportunità? La donazione permetterà alla Scuola di compiere un nuovo passo di avvicinamento verso i giovani e le loro famiglie. Gli allievi avranno a disposizione nuovi strumenti che potranno provare e utilizzare, in maniera da permettere loro di avvicinarsi a quello che più li appassiona. Disporre di un parco strumenti completo e revisionato permetterà alle famiglie di poter attingere a importanti risorse materiali nei primi mesi di formazione senza bisogno di dover subito ricorrere all’acquisto dello strumento. Questo darà ai ragazzi il tempo per familiarizzare con lo strumento e compiere la giusta scelta per il futuro.
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Tumore al seno oltre l’Ottobre Rosa Diagnosi precoce, terapie mirate e nuove tecnologie: le cure oggi sono sempre più personalizzate
Disabilità visiva e mercato del lavoro Unitas ha creato il servizio Job Coaching per aiutare le persone cieche e ipovedenti a trovare lavoro e per sensibilizzare le aziende
Il paesaggio svizzero cambia, ma come? In Svizzera è la Rete d’osservazione del paesaggio LABES a rilevarne lo stato e i mutamenti grazie a degli indicatori
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La fatica della scuola e il piacere dello studio
Il caffè dei genitori ◆ Quattro spunti di riflessione per i nostri figli proposti da Nicola Gardini autore di Studiare per amore Simona Ravizza
La convinzione resta questa: inutile dannarsi per aiutare i nostri figli a fare i compiti, da esaurimento nervoso seguire le chat per dimostrare di essere sul pezzo, sfinente fare ramanzine davanti ai brutti voti. L’idea de Il caffè dei genitori è che ai nostri figli bisogna insegnare a studiare per amore. Poi sarà quel che sarà. Lo diceva il grande autore austriaco Stefan Zweig più di ottant’anni fa, parlando di sé: «L’unico momento di vera, intensa felicità che io debbo alla scuola, fu quello in cui potei chiudere per sempre alle mie spalle la sua porta». Nulla è cambiato. Noi stessi molto probabilmente ci siamo spesso sentiti nei panni di Zweig; e i nostri figli, tranne rare eccezioni, lo sono tutt’oggi. Per aiutarci nell’ardua impresa di far capire ai nostri figli che cosa vuol dire veramente studiare abbiamo deciso di affidarci all’insegnante Nicola Gardini. Studiare per amore è il titolo del suo saggio, edito da Garzanti nel 2024 e riproposto nell’agosto 2026 in edicola dal «Corriere della Sera». Il curriculum aiuta a capire perché ci siamo rivolti a lui. Gardini ha frequentato il liceo classico e si è laureato in Lettere classiche a Milano, ha conseguito un dottorato in Letteratura comparata a New York, ha insegnato latino e greco nei licei Pietro Verri di Lodi e Manzoni di Milano, Letteratura comparata nelle università di Palermo e Feltre e, negli Stati Uniti, alla Columbia University e alla New York University. Da diciotto anni è professore di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford: «Tanta scuola – scrive – sicuramente ha contribuito a formare la mia idea di studio». Di seguito quattro spunti di riflessione che a Il caffè dei genitori troviamo utili da buttare lì di tanto in tanto ai nostri figli mentre facciamo due chiacchiere. Uno. Studiare è desiderio di conoscere. Nella rubrica Le parole dei figli di questo mese abbiamo visto come gli adolescenti fanno scattare il lockin, ossia la massima concentrazione che chiude tutto il resto fuori, per studiare in due giorni quello che si sarebbe dovuto studiare in due settimane, recuperare un brutto voto, evitare una bocciatura o finire una consegna a poche ore dalla scadenza. Il senso? «Ho procrastinato fino all’ultimo: adesso devo lock-innare». Ebbene, questo modo di procedere rischia di ridurre lo studio soprattutto a memorizzare in fretta ciò che serve per sfangarla in quel momento. Il vero studio invece, come spiega Nicola Gardini, non si accende quando arriva l’emergenza e non si spegne una volta superata. Chi sa studiare studia in qualunque momento della giornata, perché vuole capire ciò che ha in-
Secondo Gardini lo studio è una disposizione continua dell’animo, un desiderio di conoscere (magnific.com)
torno. Lo studio è una disposizione continua dell’animo, un desiderio di conoscere. Significa essere curiosi, voler trovare un senso nelle cose, nei pensieri e nei comportamenti, tenersi aperti a tutto quello che c’è fuori.
Studiare significa essere curiosi, serve a potenziare la capacità di ragionamento e a sviluppare una mentalità critica Due. Studiare non è memorizzare. Non confondiamo lo studio vero e proprio con la memorizzazione dei dati, in qualunque campo: grammatica, matematica, storia, geografia, ecc. Memorizzare è apprendere; studiare è comprendere ed elaborare. Memorizzare significa fissare informazioni: un’operazione preliminare, necessaria, ma solo preliminare, alla quale troppo spesso la scuola limita l’intelligenza dei giovani. Studiare significa invece estrarre da quelle informazioni altre informazioni. Per esempio: imparare la grammatica non è studiare. Lo studio comincia quando la grammatica che abbiamo appreso ci permette di comporre un buon discorso, intelligente, elegante, personale, e di considerare criticamente i discorsi altrui. Occorre creatività, altrimenti ri-
maniamo nel nozionismo. Per questo è importante conoscere quanto più vocabolario possibile: perché abbiamo la libertà di scegliere le parole più adatte al discorso. Solo quando troviamo la parola giusta, infatti, il discorso che stiamo cercando di costruire può arrivare a chi vogliamo come vogliamo. Tre. Studiare è potenziare la capacità di ragionamento. Uno studente ha davanti le opere di Virginia Woolf. Sapere i titoli dei libri e le date in cui sono usciti significa memorizzare. Studiare significa fare un passo ulteriore: osservando quelle date, accorgersi che i libri per cui Virginia Woolf oggi è soprattutto celebre, e che costituiscono alcuni dei romanzi e dei saggi più importanti della letteratura europea del Novecento, hanno visto la luce nel giro di una manciata di anni, uno dopo l’altro, in rapida successione. È questo il passaggio: dall’informazione al ragionamento. E imparare a ragionare non serve soltanto a capire meglio Virginia Woolf o qualsiasi altra materia: serve a diventare capaci di pensare con la propria testa. Nel 1955, parlando alla Società Umanitaria di Milano, il giurista e politico Piero Calamandrei ricordava: «Trasformare sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere». E aggiungeva: «L’uomo non può esse-
re libero se non gli si garantisce un’educazione sufficiente per prender coscienza di sé, per alzar la testa dalla terra e intravedere […] fini più alti che non sia quello quotidiano e bestiale di saziare gli stimoli della fame». Quattro. Studiare significa sviluppare una mentalità critica. Non siamo in grado di studiare tutto: per mancanza di tempo, di mezzi e di competenza. Il medico ci comunica che abbiamo un problema? Diamo retta al medico. Il telegiornale ci dice che la politica va in un certo modo? Ne prendiamo atto. Il consulente finanziario ci consiglia di investire i nostri risparmi su determinati titoli? Ci affidiamo alla sua competenza. Noi ci affidiamo continuamente a persone che hanno studiato le cose per noi. Eppure con troppa frequenza scopriamo che la nostra fiducia era mal riposta. C’era modo di accorgersene prima? La soluzione non è sostituirsi agli esperti. Mai pretendere di fare il lavoro del medico se medici non siamo, o quello del consulente finanziario se di finanza non ci intendiamo. Di chi è competente occorre fidarsi. Ma se non possiamo studiare direttamente un argomento o una disciplina, possiamo studiare il modo in cui le competenze degli specialisti emergono e vengono applicate. La capacità di osservazione che sviluppiamo studian-
do il nostro campo ci rende capaci anche di sondare l’affidabilità dei discorsi degli altri. Sono esaurienti? Sono fondati sui fatti? Mentono, distorcono, inventano? Un giudizio è basato su un’opinione, sui fatti o su un’ipotesi? Ascoltare, confrontare, cogliere le incoerenze o le corrispondenze, gli errori o i punti fermi dei ragionamenti. Dubitare anche di noi stessi e di una conclusione che ci sembri inattaccabile: metterla alla prova, verificarne la tenuta nel dialogo, rinunciare alla presunzione e cercarne le possibili debolezze. Se tutti studiassimo, scrive ancora Gardini, ci sarebbero meno egocentrismo, meno presunzione, meno malessere e meno suscettibilità nei cuori delle persone. E meno guerre. Noi genitori di tutto ciò possiamo essere protagonisti. Anche per non finire un giorno a sentirci rinfacciare dai nostri figli ciò che il poeta francese Arthur Rimbaud scrive della propria madre nell’attacco della poesia I poeti di sette anni. Gardini sintetizza così: «La Madre è fiera dell’istruzione che impartisce, ma il figlio ne è disgustato. Obbedisce per finta. La sua vera istruzione avviene per altre illuminazioni – a occhi chiusi, quando il buio si riempie di fosfeni, o nel raggio di una lampada accesa la sera, o nei cessi durante l’estate».
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Il gusto della tradizione
Attualità ◆ Delizia il palato dei tuoi ospiti con un gustoso piatto autunnale, per esempio a base di carne di coniglio, approfittando dell’offerta speciale di questa settimana
La ricetta Coniglio con pancetta e funghi Ingredienti per 4 persone • 2 kg di coniglio tagliato a pezzi • sale • pepe • 150 g di pancetta da arrostire • 2 spicchi d’aglio • 1 cipolla • 250 g di funghi, ad es. porcini • 6 cucchiai d’olio di colza HOLL • 2 dl di vino bianco • 4 cucchiai di Condimento bianco • 4 dl di fondo di pollame • 2 foglie d’alloro • 2 cucchiai d’amido di mais Preparazione
La carne di coniglio è ormai particolarmente apprezzata anche nel nostro paese e offre un modo gustoso per variare i propri pasti rispetto agli altri tipi di carne più diffusi. Anche in Ticino, dove è protagonista di alcune ricette legate alla tradizione. Tra i modi più popolari per cucinare questa carne magra, digeribile, tenera e saporita, vi sono la cottura a fuoco lento in umido o al forno. È meglio cuocerla con una salsa in modo che non si secchi e si mantenga morbida e succosa. Può essere anche marinata per qualche ora prima di cuocerla per intenerirla e insaporirla ulteriormente. Alcuni ingredienti e condimenti si abbinano bene al coniglio senza coprir-
Azione 30%
ne troppo il sapore delicato. Tra questi possiamo per esempio citare rosmarino, aglio, cipolla, salvia, timo, alloro, olive, pomodori, pancetta e funghi. Per sfumare o marinare si usa abitualmente del vino bianco, dell’aceto o del brodo. È una carne che durante la cottura perde poco peso; pertanto, se ne consiglia circa mezzo chilo a persona. Il coniglio si può preparare anche intero, ma di solito si cucina a pezzi per ottenere una cottura uniforme. Per ragioni di sicurezza alimentare, si consiglia di servirlo ben cotto, ma non stracotto. Una temperatura al cuore di 72-74 °C misurata nelle parti più spesse, aiuta a preservare la tenerezza e succosità della carne.
Coniglio tagliato Ungheria, in self-service, per 100 g Fr. 2.– invece di 2.95 dal 22.10 al 28.10.2026
Scalda il forno statico a 180 °C. Sala e pepa il coniglio. Taglia la pancetta a striscioline di ca. 1 cm. Trita l’aglio e la cipolla. Affetta i funghi. Scalda l’olio in una brasiera. Rosola i pezzi di coniglio a fuoco medio per ca. 5 minuti. Unisci aglio, cipolla, funghi e pancetta e soffriggili brevemente. Bagna con il vino, l’aceto, il fondo e porta a bollore. Unisci l’alloro e cuoci il tutto al centro del forno per ca. 90 minuti. Trasferisci la salsa in un pentolino. Stempera l’amido di mais in poca acqua e, mescolando, uniscilo alla salsa. Cuoci dolcemente finché lega. Regola di sale e pepe. Accomoda i pezzi di coniglio nella salsa. Servi con purè di patate, polenta o patate arrosto.
Halloween da brivido!
Attualità ◆ Alla Migros trovi tutto il necessario per festeggiare la notte più spaventosa dell’anno
Il 31 ottobre si celebra Halloween, la notte delle streghe, dove ci si traveste con costumi spettrali, si decora la casa con zucche intagliate e i bambini bussano alle porte al motto di «Dolcetto o scherzetto?». Simbolo della ricorrenza è la zucca, svuotata e illuminata da un lumicino e posata sul davanzale di casa per scacciare demoni e fantasmi. Ovviamente l’ortaggio è protagonista anche in molti piatti autunnali, che rendono la festa ancora più gustosa. Nelle filiali Migros più grandi trovi tutto l’occorrente per festeggiare come si deve questa festa di origini celtiche: dalle zucche da intagliare alle decorazioni più variegate, dai costumi da brivido agli irresistibili dolcetti, fino alle specialità gastronomiche a tema.
Fiori di zucca e curry Halloween 250 g Fr. 5.50
Biscotti di Halloween 200 g Fr. 4.20
Zucca da intagliare di Halloween al prezzo del giorno Chupa Chups Halloween mix 400 g Fr. 6.95
Mascherine di Halloween diversi soggetti Fr. 4.95
Nelle maggiori filiali
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MONDO MIGROS
Vieni a visitare la casetta di Finn!
Attualità ◆ Da oggi e fino a sabato 24 ottobre 2026, il Centro S. Antonino ospita un coinvolgente evento dedicato al simpatico folletto della Migros
Nato nel 2017 come protagonista degli spot natalizi Migros, il folletto Finn negli anni è riuscito a conquistare il cuore di tantissimi fan, sia piccoli sia grandi. Finn è una simpatica creatura che ama aiutare il prossimo e vive dentro una cassa della Migros, illuminando i prodotti che passano sopra la sua testa con la lucina rossa del suo elmetto, emettendo l’inconfondibile suono «miiiiip». La casa di Finn è super accogliente, perché il nostro folletto ama i lavori creativi e si è costruito tutto il mobilio da solo.
Vuoi visitare anche tu la mitica casa di Finn? In questo caso passa a trovarci al Centro S. Antonino, dove da oggi e fino a questo sabato (dalle 10 alle 18) potrai ammirare la sua bellissima dimora a forma di cassa gigante della Migros. Potrai entrare e scoprire come vive, come ha arredato con cura i suoi spazi, immergendoti pienamente nel suo straordinario e avventuroso mondo. Ma non finisce qui: tutti i bambini che visiteranno la casetta riceveranno in omaggio un portachiavi originale brandizzato Finn. Passa a trovarci! Annuncio pubblicitario
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SOCIETÀ
Tumore al seno, le cure oggi sono sempre più su misura
Salute ◆ Diagnosi precoce, terapie personalizzate e nuove tecnologie cambiano il percorso delle pazienti
30 anni con ABBA Libri ◆ Una lunga storia di solidarietà
Maria Grazia Buletti
Negli ultimi decenni il modo di affrontare il tumore della mammella è cambiato profondamente. Il dottor Francesco Meani, specialista in senologia ginecologica, spiega che uno dei passaggi più importanti è stato il progressivo superamento dell'idea secondo cui, di fronte al cancro, fosse necessario utilizzare sempre la massima intensità terapeutica possibile: «Grazie ai passi avanti della ricerca e alla conoscenza biologica dei tumori, si è capito che il cancro al seno non è una sola malattia uguale per tutti, ma una famiglia di patologie diverse per aggressività e risposta alle cure, e per questo la medicina si muove verso una personalizzazione delle terapie». E sottolinea come «oggi l'obiettivo non è aggredire il tumore con la massima forza distruttiva, ma usare soltanto i trattamenti necessari, evitando interventi eccessivi e riducendo al minimo gli effetti collaterali per la paziente». Questa personalizzazione riguarda sia le caratteristiche della persona sia quelle del tumore: «Una forma meno aggressiva della neoplasia richiede strategie diverse rispetto ad una rapida e pericolosa. Inoltre, scoprire la malattia quando è ancora molto piccola aumenta le probabilità di guarire del tutto e permette di utilizzare cure meno invasive, che rispettano il corpo della donna e garantiscono una qualità di vita migliore». Un cambiamento nel modo della presa in carico di pazienti con questo tipo di patologia ha accompagnato questa rivoluzione scientifica: «È oramai chiaro che il tumore della mammella non può essere curato da un solo medico. Oggi, il chirurgo, l'oncologo, il radiologo, il radioterapista e il fisioterapista devono lavorare come una squadra, confrontandosi e mettendo in comune le loro competenze». Il dottor Meani precisa che la multidisciplinarietà non significa semplicemente mettere tanti professionisti nella stessa stanza, «ma fare in modo che parlino la stessa lingua e che ognuno comprenda le necessità e il punto di vista degli altri colleghi». Anche il modo di accompagnare la paziente si è progressivamente personalizzato, adattandosi sempre più alle sue esigenze e peculiarità. Per lo specialista «non basta pensare al percorso come a una sequenza di tappe fisse che vanno dalla diagnosi alla terapia, fino alla riabilitazione. Un centro di senologia moderno deve prendersi cura della persona prima, durante e dopo la malattia». E spiega che la fase del «prima» riguarda la prevenzione e la diagnosi precoce; il «durante» racchiude terapie, operazione, farmaci e riabilitazione, mentre il «dopo», altrettanto importante, significa aiutare la donna a riprendersi in mano la propria vita, gli affetti e il lavoro. Infatti: «Spesso una persona può essere considerata guarita dal punto di vista oncologico, ma ha ancora bisogno di aiuto per ritrovare fiducia, ener-
Anche l’IA aiuta nella lettura delle mammografie, ciò non significa che le macchine sostituiranno i medici che conoscono la storia e la vita della paziente (pexels.com)
gie e un rapporto sereno con il proprio corpo. Per questo, è fondamentale un supporto che vada oltre le cure classiche, lasciando spazio a psicologi, esperti di nutrizione e professionisti dell'attività fisica, con l’obiettivo non solo di sconfiggere la malattia, ma di accompagnare la persona a riprendersi la sua normalità quotidiana».
Secondo il dott. Francesco Meani un centro di senologia moderno deve prendersi cura della persona prima, durante e dopo la malattia In questo cammino, lo screening con la mammografia resta un pilastro fondamentale e il dottor Meani lo considera una grande conquista della sanità pubblica, «perché permette di vedere il tumore molto prima che si possa sentire al tatto». Naturalmente, i programmi gratuiti dello Stato devono fare i conti con le risorse disponibili, cercando un equilibrio tra efficacia e sostenibilità: «Ciò non significa che al di fuori delle età coperte dallo screening il rischio sia zero». Di fatto, lo specialista suggerisce che il sistema attuale di screening è perfettibile. «Per il futuro la sfida sarà superare un modello oggi uguale per tutte le donne, cercando invece di calcolare il rischio in modo personalizzato. Poter stimare il rischio di ammalarsi di ogni donna permetterebbe perciò di iniziare i controlli in anticipo nelle persone che hanno casi in famiglia, di aumentarne la frequenza o di usare esami avanzati. Al contrario, per chi ha un rischio basso, basterebbe un percorso meno stringente». È qui che l'intelligenza artificiale potrà dare un
aiuto enorme, analizzando grandi quantità di dati per creare modelli in grado di prevedere l'andamento della malattia. Però, ricorda lo specialista, «la tecnologia deve servire a rendere il percorso delle visite più razionale e non a moltiplicare in modo inutile il numero degli esami». Un esempio recente è il trial svedese MASAI, pubblicato su «The Lancet Oncology», che ha coinvolto oltre 105 mila donne per valutare l’uso dell’intelligenza artificiale nelle mammografie. Nello screening tradizionale, le immagini vengono analizzate da due radiologi; nello studio l’intelligenza artificiale è invece stata affiancata al lavoro dei medici. Questo, con ottimi risultati che possiamo riassumere con il fatto che il gruppo supportato dal computer ha permesso di scovare più tumori, senza fare errori di valutazione in più rispetto al metodo classico. Inoltre, l'uso dei software ha ridotto il carico di lavoro e la fatica dei radiologi. Abbiamo chiesto al dottor Meani quale sia la sua opinione in merito: «Il vero valore sta nel fatto che l'intelligenza artificiale può funzionare come un prezioso secondo paio di occhi per il medico. Un software non si stanca, non perde l'attenzione e può segnalare subito al dottore i punti sospetti che meritano un controllo. Ciò non significa che le macchine sostituiranno i medici perché la decisione finale, l'interpretazione dei risultati e la sensibilità umana devono rimanere un compito esclusivo del professionista che conosce storia e vita della paziente». Secondo il medico, «Questo aumento del potere della tecnologia porta con sé anche un dubbio delicato: scoprire più cose non significa sempre curare meglio, per il rischio di
“sovradiagnosi” nel caso l’intelligenza artificiale rilevi alterazioni minuscole. Si rischia cioè di trovare piccole lesioni che non sarebbero mai cresciute e che non avrebbero mai creato problemi alla donna, e una diagnosi del genere rischia di far partire un percorso inutile fatto di biopsie, ansia e interventi chirurgici evitabili. Il problema attuale, quindi, non è solo avere computer capaci di vedere tutto, ma avere la capacità clinica di capire cosa sia davvero pericoloso, scegliendo la cura più proporzionata». Egli è persuaso che, per questo motivo, «il futuro non appartiene a macchine che leggono le mammografie da sole, ed è una collaborazione stretta tra tecnologia e uomo. L'intelligenza artificiale può togliere stress, accendere una luce sui dettagli sospetti e rendere i controlli più veloci, ma la scelta della cura deve rimanere nelle mani di una squadra di medici». Questo stesso invito alla prudenza vale pure quando sono le pazienti stesse a usare l'intelligenza artificiale a casa: «I programmi di IA come le chat intelligenti possono essere utili per capire una parola medica difficile, mettere ordine tra le informazioni o preparare domande da fare al dottore. Sono ottimi strumenti per essere più informate e consapevoli. Tuttavia, il pericolo diventa reale se si usano questi programmi al posto del medico per interpretare in autonomia un sintomo o il referto di un esame». Egli invita quindi a riflettere su un aspetto importante: «Un computer può dare una risposta che sembra perfetta e convincente, ma la formula modulandola senza conoscere la storia clinica della persona e senza quell'esperienza umana che solo una vera visita medica può offrire».
Abba è un’antica parola aramaica che indica «padre», ma nel caso dell’organizzazione di cui parliamo, può rappresentare anche le prime quattro lettere della parola abbastanza, trasformandosi così in un auspicio. È l’auspicio che deve essersi prefissato anche il gruppo di lavoro ABBA (di cui l’instancabile Daniela Tami Abruzzi è cofondatrice) quando, nel 1995, sulla spinta di un profondo desiderio di giustizia mescolato alla «voglia di fare», iniziò la prima di una lunga serie di attività (dalla costruzione di scuole e pozzi fino ai sistemi di irrigazione, senza dimenticare tutela dei diritti, alimentazione, ma anche solo «semplice conforto») che, a modo loro, sono riuscite a rendere il mondo un posto migliore. Dopo trent’anni è tempo di bilanci, è così è nato il libro Una storia tra tante, testimonianza viva di come la «A» che apre e chiude l’acronimo ABBA, possa tranquillamente stare anche per ascoltare, accogliere, agire, accendere, andare…, e possa con altrettanta naturalezza includere anche le macro regioni in cui l’ONG ticinese è operativa: Asia, Africa, America Latina. Il libro, che si divide in due parti, racconta di un inizio quasi in sordina, in Cambogia, con un mondo (quello di sviluppo e cooperazione) le cui dinamiche e regole andavano imparate giorno per giorno, e che chiedeva agli operatori pazienza e inventiva. È in questa sorta di «apprendistato del sostegno» che lo staff di ABBA si è fatto le ossa – e lo racconta bene il diario di quell’esordio lontano. Nella seconda parte, invece, si comprende la portata umana dell’ONG bleniese: grazie alle testimonianze dirette di chi in ABBA ha prestato servizio, di chi vi ha ricevuto aiuto, di chi ci ha sempre creduto, alla lettrice e al lettore giunge (rubando le parole del compianto ex direttore di «Azione» Ovidio Biffi) il ritratto di un «luogo incantato in cui, tuffandosi dentro, si ricevono scosse che scaldano il cuore e dispensano speranza». E oggi, ci sembra di potere affermare, ce n’è più bisogno che mai./Red. Bibliografia Daniela Abruzzi Tami, Una storia tra tante. Camminando con ABBA da trent’anni nel Sud del mondo, Edizioni NONSOLOSTORIE, 2025
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Anno LXXXIX 21 ottobre 2026
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SOCIETÀ
La svolta? La riqualifica da fabbro a fisioterapista
Lavoro e disabilità ◆ Il mese scorso è stato inaugurato il servizio Job Coaching di Unitas per aiutare le persone cieche e ipovedenti ad accedere al mercato del lavoro e per sensibilizzare le aziende Stefania Hubmann
Trovare un posto di lavoro oggi è difficile per tutti, per cui gli ostacoli da superare in caso di disabilità non possono che essere maggiori. In questo ambito la comunicazione e l’accompagnamento svolgono un ruolo essenziale. A favore delle persone con disabilità visiva è stato inaugurato il mese scorso il servizio Job Coaching di Unitas – Associazione ciechi e ipovedenti della Svizzera italiana. L’esperienza nell’integrazione professionale di questo supporto mirato, effettuata nel resto del Paese dalla Federazione Svizzera dei Ciechi e deboli di vista (FSC) a partire dal 2018, ha portato alla sua introduzione anche al Sud delle Alpi dove si intende sviluppare un centro di competenza regionale a favore di utenti, datori di lavoro e altri attori coinvolti.
Tiziano Bertolotti: «I momenti difficili ci sono stati, soprattutto quando a 25 anni il tuo lavoro e le tue passioni non sono più praticabili» Il problema dell’accesso al mercato del lavoro per le persone cieche o ipovedenti è una realtà con la quale Unitas si confronta regolarmente a livello di consulenza, in particolare per quanto riguarda i giovani. La necessità di assicurare un sostegno specifico e di sensibilizzare le aziende parte quindi da situazioni reali nelle quali ci si accorge di come alcuni problemi siano legati alla mancanza di conoscenze da parte dei datori di lavoro. Conoscenze che riguardano da un lato aspetti tecnici (migliorie per le postazioni di lavoro) e dall’altro misure di accompagnamento, in modo da facilitare il processo di integrazione per le nuove assunzioni come pure per il mantenimento dell’impiego di fronte a una progressiva perdita della vista.
Il ruolo centrale dei datori di lavoro La situazione di una persona cieca e di una ipovedente non è la medesima nemmeno in quanto a percezione da parte della società. La seconda deve infatti fare i conti con una minore o perlomeno meno immediata comprensione da parte della gente che incontra nei diversi contesti di vita. Massimo Rodesino, responsabile del Servizio consulenza di Unitas, osserva che è proprio in questo ambito – progressiva perdita della vista con conseguente condizione di ipovedente – che rientra la maggioranza dei casi. «Con il nuovo servizio, affidato a Claudia Sicher Galbusera e sviluppato a livello nazionale in collaborazione con l’Assicurazione Invalidità (AI), Unitas desidera facilitare il percorso di inserimento lavorativo superando ostacoli concreti ma non insormontabili. Il servizio si concentra su tre ambiti: formazione professionale, ricerca di un impiego, stabilizzazione del posto di lavoro. In tutti questi settori i datori di lavoro rivestono un ruolo centrale e uno degli obiettivi è proprio quello di rafforzare la rete tra istituzioni e mondo del lavoro. Per chi è alla ricerca di un impiego l’accompagnamento include la comunicazione della disabilità nel processo di candidatura, la preparazione di dossier e colloqui, così come il sostegno (esteso all’intero team di lavoro) durante il periodo di inserimento. Abbiamo constatato che per i giovani le difficoltà si presentano sia nella ricerca di un impiego dopo la formazione, sia quando desiderano cambiare occupazione. Unitas segue le persone con disabilità visiva sin dalla più tenera età per tutto l’arco della vita attraverso il Servizio consulenza. Grazie al nuovo servizio, che lavora in stretta collaborazione con
Tiziano Bertolotti in due momenti del suo lavoro presso la Clinica Hildebrand, dove lavora come massaggiatore medicale aiutato anche da mezzi ausiliari ottici moderni.
l’équipe di Unitas e il Job Coaching della FSC, si colma una lacuna regionale offrendo un sostegno mirato e specialistico che completa l’offerta attuale nella presa a carico in ambito professionale». Come già evidenziato, in numerosi casi le difficoltà che subentrano sul posto di lavoro coincidono con una perdita progressiva della capacità visiva dovuta quasi sempre a una malattia. «Le persone si sforzano di continuare a svolgere le proprie mansioni pure rendendosi conto di affaticarsi in maniera crescente», afferma il rappresentante di Unitas. «In molti casi l’innovazione è di grande aiuto. Esistono mezzi ausiliari ottici e/o informatici finanziati dall’AI che non vanno a gravare sulle spese del datore di lavoro. Quest’ultimo, grazie alla consulenza di Unitas, può essere informato, capire le esigenze della persona con disabilità visiva e mostrare di conseguenza maggiore flessibilità, perché anche solo un miglioramento dell’illuminazione può a volte bastare per risolvere il problema».
L’esperienza di Tiziano Al centro dell’attenzione restano le persone cieche e ipovedenti che, come racconta ad «Azione» una di loro, traggono dal sostegno di Unitas un beneficio reale e sovente determinante. A Tiziano Bertolotti, cinquantenne affetto da trent’anni da una rara malattia oculare ereditaria (la Leventinese), la consulenza di Unitas è stata essenziale per intraprendere una nuova formazione e svolgere con piacere ormai da molti anni la professione di massaggiatore medicale presso la Clinica Hildebrand a Brissago. «Potermi riqualificare da fabbro a fisioterapista e in seguito a massaggiatore medicale ha rappresentato una svolta nella mia vita», afferma l’interessato con spirito vivace. «I momenti difficili ci sono stati, soprattutto quando a 25 anni il tuo lavoro e le tue passioni – giocare a calcio e hockey come portiere – non sono più praticabili. Oggi invece
mi alzo ogni mattina felice di andare al lavoro dove mi aspettano sull’arco della giornata una dozzina di pazien-
ti. Lo sport lo pratico ancora sotto forma di corsa. Il piacere delle auto, un’altra mia grande passione, lo soddisfo invece con le gare online». Anche Tiziano, al quale è rimasta una visione periferica che gli consente di muoversi senza bastone bianco ma comunque con difficoltà, soffre a volte dell’incomprensione altrui poiché la sua disabilità non è di immediata percezione. «Ho sempre cercato di guardare a quello che ho e non a ciò che mi manca – aggiunge – e il mio atteggiamento può indurre a malintesi. Ci sono poi difficoltà oggettive come i distributori di biglietti digitali, gli imprevisti che non percepisco in tempo, ma punto sempre a trovare una soluzione. Sto bene con il mio cane e sono padre di un ragazzo ormai adulto. La consulente di Unitas è stata un sostegno fondamentale non da ultimo per le questioni amministrative, perché anche se gli aiuti ci sono, non è per niente facile muoversi nel modo giusto per ottenerli». Job Coaching di Unitas nasce quindi per permettere a un numero sempre maggiore di persone con disabilità visiva di partecipare, come Tiziano, alla vita professionale, contribuendo a una società più inclusiva. Informazioni www.unitas.ch job.coaching@unitas.ch tel. 091 735 69 02
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SOCIETÀ
Come cambia il paesaggio?
Territorio ◆ L’ambiente in cui viviamo muta sotto l’influsso dell’uomo e della natura. La Rete d’osservazione del paesaggio svizzero LABES ne rileva lo stato grazie ad alcuni indicatori Elia Stampanoni
allo 0,7% annuo), differenziandosi tra le regioni: la crescita maggiore è stata riscontrata nelle Alpi centroccidentali e sui versanti settentrionali delle Alpi, mentre è stata più lenta sull’Altopiano e a sud delle Alpi. Altri dati sono l’impermeabilità del suolo, la frammentazione del paesaggio, le emissioni luminose o le superfici lasciate alla natura. Indicativi sono anche i dati sulle installazioni delle linee elettriche, degli impianti eolici o delle reti pedestri, così come gli spazi verdi urbani o l’estensione dei ghiacciai (grazie alla Rete di monitoraggio dei ghiacciai svizzeri GLAMOS). A completare il monitoraggio s’aggiungono poi informazioni sulla distanza tra gli edifici al di fuori delle zone edificabili o delle aree prive di elementi paesaggistici artificiali (strade, grandi edifici, impianti di risalita, ferrovie, antenne,…), oppure anche il tempo di percorrenza tra un punto del paesaggio e l’area urbanizzata più vicina.
Pexels.com
I paesaggi cambiano, ma spesso non ce ne accorgiamo, sia perché non prestiamo attenzione sia perché i mutamenti sono lenti, graduali o «nascosti». L’arretramento dei ghiacciai, l’espansione delle superfici costruite o l’avanzata dei boschi sono degli esempi eloquenti che, con un confronto accorto a distanza di anni, si riescono a percepire abbastanza facilmente. Altre metamorfosi sono meno evidenti e si riescono a valutare solamente grazie a misurazioni, indicatori o altri dati scientifici. La Rete d’osservazione del paesaggio svizzero (LABES) ha il compito di misurare lo stato del paesaggio e la sua trasformazione. Grazie a circa 30 indicatori, LABES rileva i mutamenti fisici e percepiti che sono in seguito riassunti nella pubblicazione Landschaft im Wandel, pubblicata dall’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) con l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL). Qui vengono mostrati gli indicatori utilizzati, vengono presentati i cambiamenti strutturali e quelli avvertiti dalla gente, prima di passare a una valutazione. Una sintesi sullo stato del paesaggio e sulle misure adottate dalla Confederazione è invece contenuta nel Rapporto sull’ambiente che viene pubblicato ogni quattro anni (l’ultimo nel 2022). La Confederazione, in base alla legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN), è tenuta a informare la popolazione in merito all’importanza e allo stato del paesaggio, e lo fa in base alla Rete d’osservazione LABES. Per valutare e monitorare lo stato fisico sono utilizzati indicatori come l’estensione delle superfici forestali, agricole e alpestri, ma anche degli insediamenti o delle installazioni dei trasporti. Per esempio, la superficie delle abitazioni e delle infrastrutture è cresciuta costantemente dal 1985 al 2018, raggiungendo il 7,9% del territorio nazionale. Tuttavia il ritmo d’espansione ha decisamente rallentato (dall’1,1%
Sondaggi tra la popolazione Se per il rilievo di questi dati ci si basa essenzialmente sulle statistiche della superficie, sui dati swisstopo e sulle immagini satellitari, per altri indicatori utilizzati nel programma LABES ci si affida a sondaggi condotti tra la popolazione. Grazie a queste inchieste si riesce a valutare la percezione e l’interpretazione della qualità del paesaggio. Si tratta per esempio del senso di bellezza del paesaggio, dell’attaccamento a un luogo, del valore culturale, dei cambiamenti osservati o dall’apprezzamento generale. In relazione allo svago e al tempo libero rientrano per esempio i dati sulla percentuale di persone che hanno accesso, a piedi e in meno di 15 minuti, a varie categorie di aree ricreative: a passeggiate o percorsi escursionistici hanno accesso l’89% delle persone intervistate, mentre a prati o campi coltivati l’87%. Alle foreste accedo-
no facilmente otto abitanti su dieci, a parchi, spazi verdi o giardini pubblici il 78%, a laghi, stagni, ruscelli o fiumi il 70%. Meno accessibili sono i punti panoramici, le montagne o le colline, dove il 46% e rispettivamente il 44% delle persone interpellate vi arriva in 15 minuti di camminata. Nella terza e ultima parte, la pubblicazione Landschaft im Wandel, confronta i cambiamenti fisici e quelli percepiti con le disposizioni di legge e gli obiettivi di qualità del concetto di «Paesaggio svizzero». Emerge che, nonostante alcuni successi come un freno dell’urbanizzazione e la rinaturazione dei corsi d’acqua, il paesaggio non sta evolvendo ovunque nella direzione auspicata. Per esempio, non è ancora stato possibile concentrare le costruzioni e raggruppare le infrastrutture nella misura necessaria. Se la densificazione dell’ambiente
costruito sembra progredire, gli spazi verdi nelle aree urbane stanno diminuendo e l’impermeabilizzazione del suolo è in aumento. Lo sviluppo delle aree urbane, l’espansione delle foreste ad alta quota e l’aumento del numero di edifici al di fuori della zona edificabile stanno portando alla perdita di terreni agricoli e pascoli estivi, con conseguenti modifiche nel carattere del paesaggio, che comprende le peculiarità regionali, la bellezza e la varietà.
Il futuro Il primo monitoraggio completo del paesaggio, come detto, è stato svolto nel 2011, nel corso degli anni gli indicatori sono stati rivisti e sviluppati ulteriormente, così che nel 20202021 la qualità del paesaggio è stata
valutata per la seconda volta. LABES sarà ulteriormente sviluppato in futuro e si sta lavorando al terzo monitoraggio. Presentata durante il quinto congresso svizzero del paesaggio, che si è svolto a Davos il 3 e 4 settembre scorsi e intitolato «Montagne et vallée – ville et campagne. Le paysage, lieu de rencontre» (congrespaysage. ch), la nuova revisione degli indicatori di LABES tiene conto dei cambiamenti tecnologici e metodologici, dei progressi nelle tecniche di telerilevamento e migliora la collaborazione con altri programmi svizzeri di monitoraggio ambientale per rafforzare le sinergie, evitare duplicazioni e utilizzare in modo efficace i dati esistenti. Informazioni www.bafu.admin.ch/it/ monitoraggio-del-paesaggio www.wsl.ch/it
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Viale dei ciliegi Claire Legrand Giorni verdi, giorni blu Giralangolo (Da 11 anni)
Nel titolo c’è già il tema centrale di questo romanzo, il quale, nonostante abbia toni apparentemente fiabeschi, è in realtà profondo e complesso. Giorni verdi e giorni blu allude ai chiaroscuri della vita, a quel lato ombra, celato, dolente, che la giovane protagonista, l’undicenne Finley, avverte nelle sue giornate «blu», dove la fatica di affrontare le cose complicate affiora ineluttabile, offuscando la spensieratezza dei giorni «verdi». Ma è la vita stessa ad essere complicata e imperfetta, e a undici anni, quando l’età d’oro dell’infanzia si allontana, si comincia ad averne consapevolezza. Finley, in quell’estate trascorsa con i nonni e con i cugini, prenderà coscienza che la felicità può essere trovata anche tra i chiaroscuri, anche nella fragilità, anche negli errori e nel tentativo di ripararli. Some kind of Happiness, è infatti il titolo originale di questo romanzo, uscito ora in italiano ma scritto dieci anni fa dall’autrice statunitense Claire Legrand, che nel frattempo
di Letizia Bolzani
è diventata celebre per le sue opere dark e fantasy. Invece qui non siamo in un mondo fantastico, ma nella realtà di una ragazzina, Finley Hart, che viene lasciata nella grande casa dei nonni paterni perché i suoi genitori stanno affrontando una crisi che li porterà alla separazione. Finley non ha mai conosciuto i nonni, né gli zii e i cugini, e non capisce perché suo padre l’aveva finora tenuta lontana dalla famiglia Hart, apparentemente così impeccabile ed elegante. Qualcosa però non le torna, in quella perfezione che la mette a disagio,
sin dalla loro prima cena in comune: «Quando riappoggio il bicchiere, mi accorgo delle impronte delle mie dita sudate. Provo un senso di amicizia profonda e improvvisa per quella macchia. Sono io. Le zie e gli zii, i nonni, i miei bellissimi, splendidi cugini… io sono una macchia sul loro bicchiere». Emergerà, nel corso di quell’estate, una verità inquietante, che era stata accuratamente celata, e chi avrà la forza di togliere il velo che la copriva, sarà proprio Finley, con l’aiuto dei cugini, e dei tre fratelli Bailey, ragazzi che vivono sulla collina di fronte, la cui frequentazione non è vista di buon occhio dagli Hart adulti. Con questa verità ognuno dei protagonisti dovrà fare i conti: ci sono colpe e responsabilità, ma non giudizi irrevocabili, né divisioni tra buoni e cattivi, perché la prospettiva narrativa è quella di Finley, e lei ha imparato che, tra il blu e il verde della vita, l’importante è dire la verità ed essere compassionevoli. Un altro tema centrale del romanzo è il potere salvifico dei mondi fantastici, come l’Everwood, la magica foresta creata dalla fantasia di Finley, dove lei ambienta le storie che ogni
giorno scrive sul suo quaderno e che affascinano i giovani cugini. Ma è interessante che ad avere il coraggio di guardare in faccia la realtà sia proprio chi, come Finley (e di riflesso gli altri ragazzini), sa anche essere a proprio agio con i mondi fantastici. Kallie George-Paola Zakimi La foglia dei desideri Il Castoro (Da 4 anni)
Chi vede cadere l’ultima foglia, può esprimere un desiderio: così pensano Orsetto e gli altri animali del bo-
sco, ed eccoli lì, infreddoliti, a guardare l’ultima foglia rimasta sull’acero, «luminosa e dorata come una stella». Ma l’aria autunnale mette a dura prova la resistenza degli animali, che pian piano, uno alla volta, cominciano a far ritorno alle loro tane, e quando addirittura inizierà a nevicare anche gli ultimi se ne andranno, intirizziti e un po’ delusi. Solo Orsetto resta paziente ad aspettare: ed ecco che quando ormai è notte, la foglia si stacca e inizia a volteggiare, «come una stella cadente». Ma quale desiderio potrà esprimere Orsetto? Ancora non aveva deciso! Il desiderio di Orsetto sarà sorprendente, bellissimo e luminoso, proprio come quella foglia-stella, e darà un senso profondo a questa storia dell’autrice canadese Kallie George (in catalogo de Il Castoro anche per la bella serie Sulle ali dell’Olimpo e per l’adattamento di Anna dai capelli rossi). Questo albo parla del valore dell’attesa e di quello della condivisione, e ci porta con tenerezza nelle magiche atmosfere autunnali. Dalla brezza della foresta, al tepore dell’abbraccio di mamma Orsa, quella di Orsetto è anche una tenera storia della buonanotte.
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e il futuro Il riccio europeo (Erinaceus europaeus), animale dell’anno Pro Natura 2026, © Getty Images
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Anno LXXXIX 21 ottobre 2026
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ATTUALITÀ ●
Il potere di una fotografia Dalla Siria, al Myanmar passando per la Nigeria: alcuni fronti dimenticati negli scatti di Davide Canella e Carlo Cozzoli in mostra a Lugano («Fede e Guerra»)
Gaza, quando la guerra non finisce A un anno dal cessate il fuoco, la Striscia continua a vivere sospesa tra le macerie e l’idea di una pace che non riesce a concretizzarsi
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Tra le pioniere di Palazzo federale
Svizzera ◆ Dal 1848 a oggi solo dieci donne sono state elette in Consiglio federale, e nessuna di loro era esponente dell’UDC Roberto Porta
La variabile femminile. È questo uno degli argomenti principali che si stanno soppesando nel cammino che porterà, il prossimo 9 dicembre, all’elezione di un nuovo consigliere federale, al posto del dimissionario Guy Parmelin. Un seggio che spetta senza ombra di dubbio all’Unione democratica di centro, partito che però nella sua storia non ha mai avuto una donna in Consiglio federale. L’UDC è l’unica tra le forze di governo a esibire ancora uno «zero» in questa casella, un risultato che non fa certo onore alle pari opportunità e nemmeno allo stesso partito democentrista. Questa lacuna in casa UDC è di fatto l’ultimo capitolo di un percorso decisamente tormentato, quello compiuto dalle donne per poter accedere al Consiglio federale. La prima donna a lanciarsi in questa sfida fu la socialista Lilian Uchtenhagen, correva l’anno 1983. La deputata zurighese poteva vantare un’esperienza di tutto rispetto, visto che sedeva in Consiglio nazionale da ben 12 anni. Uchtenhagen fu infatti una delle prime donne elette in Parlamento già nel 1971, anno in cui pure il nostro Paese decise di accordare il diritto di voto anche all’«altra metà del cielo». Nell’autunno del 1983 la deputata socialista era stata nominata dal gruppo parlamentare del suo partito alla successione di Willy Ritschard. Al vaglio del Parlamento non vennero proposti altri candidati, in lizza c’era ufficialmente solo lei. La maggioranza borghese decise però altrimenti, ed elesse a sorpresa un uomo, il socialista del canton Soletta Otto Stich. E questo dopo quella che sarebbe passata alla storia come la «notte dei lunghi coltelli».
Nel 1983 la socialista Lilian Uchtenhagen, prima donna candidata al Consiglio federale, fu battuta a sorpresa da Otto Stich Per evitare l’elezione di Uchtenhagen – e per non accordare al partito socialista l’onore di questa prima nomina femminile – il fronte borghese orchestrò una manovra segreta, con cui si costruì la maggioranza necessaria che portò all’elezione di un uomo, Otto Stich, politico molto noto a Berna, nei vent’anni precedenti era stato Consigliere nazionale. E così la favorita della vigilia dovette masticare amaro, e con lei una parte della popolazione, anche maschile, che nei giorni successivi manifestò apertamente il proprio disappunto. Un’onda d’urto che colpì in pieno anche il Partito socialista, in cui si alzò la voce di chi chiedeva di lasciare del tutto il Governo e di tornare ad essere una forza di sola opposizione. Ipotesi che venne scartata al termine di una drammati-
Elisabeth Kopp presta giuramento a Berna il 2 ottobre 1984: è la prima donna eletta in Consiglio federale. Ora tocca all’UDC. La prima donna a candidarsi al posto di Parmelin è stata il 15 ottobre Céline Amaudruz. (Keystone)
ca assemblea straordinaria del PS, nel febbraio successivo. Nell’autunno di quello stesso anno, siamo nel 1984, il Parlamento decise che era davvero giunto il momento di eleggere per la prima volta una donna in Governo. Toccò alla liberale radicale Elisabeth Kopp rompere questo «soffitto di cristallo». La ministra zurighese però non rimase in carica molto a lungo. Nel 1988 venne travolta da uno scandalo per aver avvisato con una telefonata il marito, il finanziere d’assalto Hans W. Kopp, dell’imminente apertura di un’indagine nei suoi confronti da parte del Ministero pubblico della Confederazione, per una vicenda che ruotava attorno al riciclaggio di denaro. Quella telefonata, emersa grazie a rivelazioni giornalistiche, costrinse Kopp alle dimissioni, anche perché si era ritrovata da un giorno all’altro senza il sostegno del suo partito e dei suoi colleghi di Governo. Solo nel 1990 il Tribunale federale la scagionò dall’accusa di violazione del segreto d’ufficio. Dal 1988, e per i cinque anni successivi, il Consiglio federale tornò così ad essere composto da soli uomini. Il tema della presenza femminile si ripropose nel marzo del 1993, con le dimissioni di René Felber, messo
all’angolo dalla bocciatura dello Spazio economico europeo, nel dicembre precedente. Si trattava di un seggio socialista, e il PS candidò la consigliera nazionale Christine Brunner. Il Parlamento però non ne volle sapere, la considerava troppo a sinistra ed elesse al suo posto il neocastellano Francis Matthey. Una scelta che scatenò un parapiglia, la procedura di nomina venne bloccata, si aprì una discussione interna al PS e Matthey si presentò davanti alle Camere federali per annunciare la sua rinuncia alla carica. L’elezione venne posticipata di una settimana, fatto del tutto inedito, e i socialisti proposero un ticket con due nomi: la stessa Christiane Brunner e la dirigente sindacale Ruth Dreifuss, coinvolta all’ultimo momento in questa vicenda e priva, in quel momento, di una significativa esperienza politica. In un Palazzo federale circondato dai manifestanti, giunti a Berna per sostenere la causa femminile, Dreifuss divenne così la seconda donna ad accedere al Governo. Vi sarebbe rimasta fino al 2002 e sarebbe in seguito diventata la prima donna ad assumere il ruolo di presidente della Confederazione. Nel 1999 vi sarà una terza elezione
femminile, con la democratico-cristiana Ruth Metzler che entrò in Governo a soli 35 anni. Alle spalle aveva solo una breve esperienza politica, nei tre anni precedenti era stata consigliera di Stato nel canton Appenzello interno. Metzler rappresentava senza dubbio un elemento di novità e di rottura rispetto ai classici canoni del Consiglio federale: donna, giovane e da subito molto popolare.
Il prossimo 6 dicembre il Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore o la successora di Guy Parmelin La sua esperienza in Governo non durò però a lungo, il suo partito, che oggi si chiama Il Centro, era in perdita di consensi, mentre l’UDC alle elezioni federali del 2003 confermò la sua forza e il suo ruolo di primo partito del Paese. Christoph Blocher, in quel momento deputato federale, rivendicò immediatamente un secondo seggio in Governo – allora l’UDC aveva un solo ministro – proprio a danno del partito di Ruth Metzler, che era rappresentato in Consiglio fe-
derale anche da un secondo ministro, il friburghese Joseph Deiss. Per far posto a Blocher, il Parlamento scelse di sacrificare proprio la giovane ministra appenzellese, che in quell’elezione non trovò molto sostegno nemmeno tra i ranghi del suo partito. L’estromissione di Metzler confermò di fatto quanto capitato nei vent’anni precedenti, iniziati con la bocciatura di Lilian Uchtenhagen nel 1983. Un periodo in cui le modalità di accesso, e di permanenza, delle donne in Governo furono tutt’altro che semplici, difficoltà emerse a volte anche negli anni successivi, seppur in modo meno clamoroso. Basti dire che finora solo in un’occasione, tra il 2010 e il 2011, ci fu un Governo composto da una maggioranza femminile. Ad oggi, in Consiglio federale ci sono state complessivamente dieci donne: 4 socialiste, 3 de Il Centro, due del PLR e una, Evelyne Widmer Schlumpf, del Partito borghese democratico, oggi confluito ne Il Centro. E, come detto, nessuna dell’UDC. Il prossimo 9 dicembre, giorno dell’elezione del nuovo o della nuova ministra, sapremo se anche il primo partito svizzero riuscirà a toglier quello zero. Quello della casella: donne in Governo.
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Quello che resiste alla guerra
L’intervista ◆ Siria, Myanmar e Nigeria: fronti dimenticati negli scatti di Davide Canella e Carlo Cozzoli in mostra a Lugano Romina Borla
In un mondo che trabocca di immagini, dove si scattano fotografie senza posa e in certi casi senza ritegno, il mestiere di fotogiornalista ha senso. Quello di andare a cercare gli occhi di chi vive sulla sua pelle le crisi del mondo, costruirci una relazione viva e onesta. E catturare un pezzo di verità da portare a casa, per far ragionare chi la guarda. Anche al di fuori del ciclo frenetico delle notizie. Perché è da lì che, forse, può iniziare il cambiamento. Ne sono convinti Davide Canella e Carlo Cozzoli, due giovani fotoreporter lombardi (classe 1999 e 1993) che – dopo gli esordi nella cronaca locale e le collaborazioni con testate quali «Corriere della Sera», «la Repubblica», «Il Giorno» e agenzie come l’ANSA – hanno deciso di allargare lo sguardo oltre i confini italiani. Dall’Ucraina alla Nigeria, dal Myanmar alla Siria, raccontano luoghi in cui la guerra continua anche quando i riflettori dei media si spengono. Le loro foto arriveranno a Lugano, per la mostra «Fede e Guerra» del collettivo Memora (27 ottobre – 15 novembre 2026). Li abbiamo intervistati.
Ci sono persone che, nei peggiori contesti possibili, aiutano gli altri, condividono ciò che hanno e continuano a sorridere «Da lontano la Siria appare come un Paese uniforme, esotico e pericoloso ma avvicinandosi la prospettiva cambia», esordisce Canella. Anche se oggi se ne parla molto meno, le ferite lasciate da una guerra civile durata quasi 14 anni e conclusasi con la caduta di Bashar al Assad nel dicembre 2024 sono ancora evidenti. «Il Paese è un puzzle di comunità, etnie e religioni diverse che cercano un modo per convivere e sopravvivere», racconta l’intervistato. Ad esempio: nel sud del Paese ha incontrato «musulmani ultraconservatori, famiglie beduine in fuga dal-
Il collettivo Memora Davide Canella e Carlo Cozzoli fanno parte di Memora, un collettivo fotografico indipendente nato a Milano nel 2023 e costituito nel 2025 come Associazione di promozione sociale. Il gruppo realizza reportage e progetti culturali dedicati ai grandi temi sociali e geopolitici contemporanei (www.memoracollective.com). Un aspetto centrale della sua attività è la restituzione: il lavoro insomma «torna nel luogo in cui è nato». Parte del ricavato di mostre ed eventi benefici viene infatti destinata a organizzazioni attive nei territori raccontati dalle immagini, offrendo un aiuto concreto alle comunità coinvolte.
Bambini in una scuola di Demoso, in Myanmar, si rifugiano in un bunker antiaereo per sfuggire ai bombardamenti della giunta militare. Sotto: Asoo Teryila, 25 anni, ha perso moglie e figlia quando pastori Fulani hanno incendiato la sua casa a Yelwata, nello Stato del Benue, in Nigeria. (Carlo Cozzoli)
le violenze di Suweida e, nel nord-est, combattenti curde che sfidano preconcetti e stereotipi». Tra queste anche Kamila, 24enne, madre di due figli e colonnella di un’unità cristiano-assira nel Rojava. «Parlava con orgoglio della sua storia e della sua comunità: “Noi siamo donne, siamo assire e siamo curde. Siamo come gli uomini. In passato le nostre principesse combattevano al fianco dei nostri re. Sappiamo che in altre regioni del Paese saremmo considerate delle schiave, ma noi siamo così”. La cosa più interessante sono i cortocircuiti della vita quotidiana». Tra i lavori esposti a Lugano ci sarà anche quello realizzato da Cozzoli nel nord-est della Nigeria, nello Stato del Borno, una regione che da anni è teatro dell’insurrezione jihadista di Boko Haram e dell’ISWAP (Islamic State West Africa Province). «A Pulka – osserva – una località-rifugio ai piedi dei monti Mandara e per lungo tempo raggiungibile solo in elicottero, vivono migliaia di sfollati in condizioni terribili, tra carenza di cibo, acqua potabile e assistenza medica. Lì ho visto ex cacciatori armati di bastoni e vecchi fucili organizzarsi per proteggere la popolazione dai rapimenti e dalle violenze dei gruppi jihadisti». Cristiani e musulmani vivevano la stessa sofferenza e affrontavano gli stessi pericoli, ad esempio quando cercavano di allontanarsi oltre i perimetri di sicurezza per coltivare la terra. «Non sono una persona religiosa», ammette Cozzoli, «ma in Nigeria ho percepito nella fede un appiglio per sopravvivere. La religione può dividere, ma anche rappresentare una risorsa condivisa, una forma di speranza».
Suo anche il reportage sul Myanmar. Dopo il colpo di Stato del 2021, il Paese è precipitato in una violenta guerra civile che oppone la giunta militare a una galassia di movimenti di resistenza e milizie etniche. «Più che una guerra tra religioni», osserva Cozzoli, «è una guerra contro la dittatura, combattuta soprattutto da una nuova generazione che rifiuta il dominio dei militari guidati dal generale-presidente Min Aung Hlaing, in un regime che ha fortemente ristretto le libertà politiche e civili». Per loro lavorare in questi contesti significa muoversi in autonomia, senza essere incorporati negli eserciti e senza protezioni particolari. Significa prepararsi al meglio che si può, dice Canella, affrontare rischi concreti e spese elevate: «Oltre all’attrezzatura fotografica ci vogliono elmetto, giubbotto antiproiettili, medicine ecc. che hanno oltretutto una data di scadenza…».
«La paura ci accompagna», spiega il nostro interlocutore. «Il punto è non correre rischi inutili, sapere quando fermarsi». «Ma non sono proiettili e bombe l’unico problema – aggiunge Cozzoli – ci sono anche le incomprensioni linguistiche, la possibilità di rimanere “fregati” dai fixer, le guide locali che affiancano reporter e fotografi sul campo, oppure di essere fermati e vedersi cancellare tutto il materiale raccolto». Eppure, nonostante tutto, dai loro racconti emerge una convinzione comune: ne vale la pena. E anche che le crisi più gravi non cancellano necessariamente l’umanità. Riprende Canella: «A volte, vedendo quello che succede, la speranza scompare e cominci a pensare che sia tutta una questione di destino e di fortuna: sono nato da questa parte del mondo. Anche il contesto famigliare conta. Sia a Damasco sia a Milano, ci
sono bambini che cercano il cibo nella spazzatura. Ma poi incontri persone che, nei peggiori contesti possibili, aiutano gli altri, condividono quel poco che hanno e continuano a sorridere. E capisci che è proprio lì che bisogna guardare». Forse è questo il senso ultimo delle loro fotografie: non limitarsi a documentare la guerra, ma raccontare ciò che continua a resisterle. Ma quali luoghi varrebbe la pena di esplorare ancora? Davide Canella non ha dubbi: la Siria. Tornerebbe domani ad Aleppo, da Bahjat Elia Karakach, il parroco impegnato nell’assistenza alla popolazione. E nel Rojava, il territorio autonomo a guida curda, il cui futuro politico appare oggi più incerto che mai. Con un occhio particolare all’acuirsi della minaccia jihadista. Un’altra area in cui i movimenti jihadisti stanno crescendo rapidamente, e dove si stanno giocando equilibri destinati ad avere conseguenze ben oltre i confini della regione, è il Sahel. È lì che vorrebbe volare Carlo Cozzoli, tra Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, «una delle aree più instabili e meno raccontate del pianeta». «La fotografia – dice – può servire anche a chi viene fotografato: aiuta a chiudere un cerchio, ad esempio quando torna a vedere la sua casa distrutta, insieme al fotografo, trasformando una storia personale in una testimonianza, perché certe tragedie non si ripetano». Informazioni «Fede e Guerra» (Memora), Centro pastorale S. Giuseppe di Lugano, 27 ottobre – 15 novembre 2026, mostra promossa da Christian Solidarity International (CSI). Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ
Un cartellone a Lahore, in Pakistan, con i protagonisti del Patto della Mecca. (Keystone)
Oltre il simbolo?
Marocco ◆ Fatima Ezzahra El Mansouri è la prima premier del Paese, tra attese e dubbi Cristina Marconi
Geopolitica ◆ Gli attacchi degli Houthi mettono alla prova la nuova alleanza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan Francesca Marino
C’era qualcosa di teatrale nella coreografia della firma del Patto della Mecca: il pellegrinaggio rituale (Umrah) del primo ministro e del capo dell’esercito pakistani, l’arrivo di Erdoğan, la firma con Mohammed bin Salman (principe ereditario e premier saudita). Un vero e proprio capolavoro di immagine con cui il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno stabilito che un attacco contro uno sarebbe stato considerato un attacco contro tutti. La città più sacra dell’Islam, l’unica potenza nucleare musulmana, il secondo esercito della Nato e il capitale saudita: gli ingredienti per proclamare, a torto o a ragione, la creazione di una «Nato islamica» c’erano tutti. Soltanto due mesi dopo, però, il patto affronta una prova che richiede qualcosa di più della coreografia e i fatti stentano a seguire alle parole. Il 5 ottobre, riuniti a Riyad dopo gli attacchi degli Houthi e una buona dose di tentennamenti da parte di almeno due membri dell’alleanza, i tre Governi hanno difatti annunciato l’attivazione delle misure di deterrenza collettiva e il rapido dispiegamento delle forze e delle capacità militari concordate a sostegno dell’Arabia Saudita.
I sauditi cercano protezione, i pakistani sostegno finanziario, i turchi spazio politico e industriale La solidarietà ha dunque superato la fase dei comunicati. Pare. Perché tra promettere rinforzi, e perfino schierarli, e combattere una guerra comune resta una distanza su cui la retorica della fratellanza tende a sorvolare. L’annuncio non chiarisce pubblicamente consistenza, compiti e regole d’ingaggio delle forze. Precisa invece che gli impegni saranno attuati secondo modalità approvate e nel rispetto delle legislazioni nazionali. È una riserva sostanziale: difendere aeroporti, rafforzare la sorveglianza o proteggere infrastrutture non equivale a partecipare a un’offensiva in Yemen, tanto meno a entrare in guerra contro l’Iran. Il patto comincia a produrre obblighi concreti, ma la loro estensione rimane negoziata. La domanda non è più se Ankara e Islamabad muoveranno qualcosa, bensì quanto e fino a
dove. La struttura dell’accordo rende quella negoziazione inevitabile. Il 31 agosto i tre Paesi hanno concordato un segretariato in Arabia Saudita: un segretariato, tuttavia, non è un comando integrato. La Nato dispone di pianificazione comune, interoperabilità, strutture permanenti e soprattutto della garanzia strategica americana. Riprenderne una formula non significa riprodurne la capacità militare. L’accordo della Mecca mette insieme risorse e interessi; la crisi saudita deve dimostrare se sia capace di trasformarli in una risposta comune. Per Riyad la logica è abbastanza chiara: il regno cerca garanzie aggiuntive, non un sostituto completo dell’ombrello americano. Pakistan e Turchia aggiungono uomini, capacità e margine diplomatico. Mohammed bin Salman sta acquistando opzioni, non una nuova identità geopolitica. La loro utilità dipende però dalla disponibilità degli altri due a impiegarle quando il regno ne ha bisogno. Gli attacchi degli Houthi costringono a dare un prezzo e un contenuto a quella disponibilità. Il Pakistan ha bisogno del sostegno finanziario saudita assai più di quanto Riyad dipenda da Islamabad, e il patto amplia questa transazione senza trasformarla in un rapporto tra pari. Per Asim Munir, il capo delle forze armate pakistane, significa prestigio, accesso al capitale e la possibilità di presentare l’esercito come un fornitore di sicurezza internazionale, mentre il Paese fatica a garantire la propria. Ma proprio questa fragilità limita ciò che può offrire. Con il Balochistan già instabile, il fronte afghano in subbuglio e l’Iran lungo il confine occidentale, aprire un altro fronte comporterebbe costi difficili da nascondere dietro una cerimonia. Sostenere la difesa saudita contro gli Houthi permette a Islamabad di onorare almeno parte dell’impegno, tentando di contenere il rischio di uno scontro diretto con Teheran. La difficoltà sarà mantenere quella distinzione se la crisi dovesse allargarsi. Ankara fa un calcolo diverso, ma incontra un limite simile. Erdoğan vuole operare dentro la Nato conservando libertà d’azione fuori dall’alleanza. La Turchia trasforma la produzione di droni e tecnologia militare in strumenti di politica estera; il capita-
le saudita e la cooperazione pakistana possono ampliare mercati e produzione. L’intervento a sostegno del regno offre inoltre un ruolo nella sicurezza del Golfo, con il prestigio e l’influenza che ne derivano. Assumersi una parte della sua difesa resta però diverso dall’ereditare tutte le responsabilità americane o dal mettere a repentaglio i rapporti con l’Iran.
La cooperazione industriale tra Riyad, Ankara e Islamabad può rivelarsi più solida e duratura della solidarietà militare Anche Erdoğan vuole che il contributo turco pesi abbastanza da produrre influenza, senza diventare un impegno sul quale Riyad possa decidere da sola. Il patto tiene dunque insieme tre esigenze compatibili finché la crisi rimane circoscritta: i sauditi cercano protezione, i pakistani sostegno finanziario, i turchi spazio politico e industriale. Una guerra più ampia renderebbe molto meno agevole lo scambio. Riyad chiederebbe agli alleati di assumere rischi che Ankara e Islamabad hanno interesse a contenere. La formula dell’attacco contro tutti può servire alla deterrenza; non cancella la diversa esposizione dei tre Paesi né produce automaticamente una strategia condivisa. La cooperazione industriale può invece rivelarsi più duratura della solidarietà militare. L’Arabia Saudita possiede capitale e domanda, la Turchia tecnologia e ambizioni di esportazione, il Pakistan esperienza militare e capacità produttive. Se gli accordi diventeranno investimenti, ricerca e linee di produzione, ciascuno ricaverà benefici senza dover accettare ogni scelta strategica degli altri. Questa convergenza può consolidare il patto anche quando la solidarietà militare incontra i propri limiti. Può inoltre rafforzare nel tempo la capacità saudita di difendersi, che è una delle ragioni per cui il regno finanzia l’intera operazione. La sua credibilità dipenderà però dalla capacità di Ankara e Islamabad di sostenere Riyad quando il rischio aumenta: è proprio allora che il valore della protezione cresce e la disponibilità a fornirla tende a diminuire.
Keystone
Parte male la «Nato islamica»
Certo, l’immagine di lei con i capelli raccolti e la djellaba azzurra, seduta davanti al re Mohammed VI, anche lui con indosso una tunica tradizionale nel palazzo reale di Rabat, è di quelle che colpiscono. Perché la nomina dell’avvocatessa 50.enne Fatima Ezzahra El Mansouri (nella foto) a prima ministra del Marocco rappresenta un «momento storico», come si è affrettata a sottolineare lei stessa, parlando di «una vittoria per me e anche per tutte le donne». Solo che la sindaca di Marrakech, nonché ministra della pianificazione urbanistica, studi in Francia e negli Usa, viene da una famiglia importante di giuristi e proprietari terrieri – suo padre era detto il «pacha di Marrakech» – e su di lei pesano figure maschili ingombranti come quella Fouzi Lekjaa, alla guida della federazione calcistica marocchina e protagonista dei grandi lavori in vista dei Mondiali del 2030: tutti erano certi che sarebbe stato lui il premier e il re ci ha messo un po’ prima di fare il nome di El Mansouri, che rischia di essere un caso di «pinkwashing» in un Paese che si sta modernizzando a suon di grattacieli scintillanti e stadi futuristici, ma dove la popolazione continua a soffrire, come la recente crisi di Ceuta ha dimostrato, con una disoccupazione giovanile vicina al 37%. In Parlamento, poi, ci sono solo 107 donne, ossia il 27% dei seggi, un risultato appena migliore rispetto alle elezioni del 2021 ma comunque ben lontano dalla parità promessa. In Tunisia, dove le donne premier sono state addirittura due – Najla Bouden, nel 2021, e Sara Zaafarani, nel 2025 – non solo la condizione femminile non è migliorata, proprio mentre loro erano al potere alcune leggi che avrebbero potuto fare molto sono state cassate, mentre la rappresentanza politica è addirittura diminuita, passando dal 31% in Parlamento nel 2014 al 16% nel 2023. E quindi, se è vero che è sempre un bene che le bambine abbiano davanti modelli concreti, purtroppo El Mansouri, nota anche come FZM, ha ancora molto da dimostrare, sebbene sia una donna di potere, con al suo attivo pochi risultati nel miglioramento dei servizi pubblici come sindaca e qualche sospetto di conflitto di interessi legato ad autorizzazioni edilizie molto favorevoli alla sua famiglia. Si è formata a Montpellier e, quando è scesa in politica nel 2008, gli avversari la accusavano di avere una conoscenza incerta dell’arabo. Nel 2014 «Forbes» l’aveva messa tra le venti donne più influenti dell’Afri-
ca. La sua nomina a premier ha fatto il giro del mondo con titoli ottimisti e speranzosi. Solo che, in patria, i giovani sembrano poco inclini ad accontentarsi di simboli: più che votare, ultimamente preferiscono manifestare. Vedova, con due figli, è leader del PAM, il Partito autenticità e modernità, di centrodestra, fondato nel 2008 da un amico d’infanzia del re. Alle elezioni di settembre, con un’affluenza bassissima del 38%, ha ottenuto 97 seggi su 395, e la costruzione di una coalizione di Governo è tutt’altro che facile. Il partito islamista, Partito della giustizia e dello sviluppo, è cresciuto in modo sostanziale, passando da 13 a 54 seggi alle ultime elezioni e non sembra incline ai negoziati. Anche con promesse favolose come una crescita annua del 5%, l’inflazione mantenuta al 2% e un milione di posti di lavoro, e la spinta enorme dei Mondiali, che verranno ospitati congiuntamente con Spagna e Portogallo.
La crisi di Ceuta Le elezioni sono arrivate in un momento delicato per il Marocco, finito sotto i riflettori internazionali dopo la crisi di Ceuta del 30 luglio, quando decine di migliaia di giovani marocchini tentarono di raggiungere l’enclave spagnola, in gran parte attraversando il confine a nuoto. Un episodio che ha evidenziato il malessere di un’intera generazione. Sono morti almeno in 140 e in molti si sono detti pronti a riprovare. E va bene il tentativo di fare dei Mondiali un evento in grado di dare lustro al Paese, ma fuori dalle città e dalle zone costiere c’è una popolazione dimenticata, che della costruzione del megastadio Hassan II ha poco da trarre, se poi in un ospedale come quello di Agadir otto donne incinte sono morte per via dei servizi scadenti. L’elezione di una donna è tendenzialmente una buona notizia, ma è il re, sul trono da 27 anni, ad avere il potere di indicare la direzione politica ed economica e nomina i ministri chiave. Venti miliardi di dollari sono un bottino ghiotto per i mondiali e daranno una spinta all’economia, ma il Paese ha bisogno di occupazione di qualità e di un freno all’inflazione. Per non parlare di diritti. Come ha notato Khadija Errebbah dell’Associazione democratica delle donne del Marocco, «il simbolo c’è ed è innegabile, ma vogliamo anche una donna con un’agenda politica chiara, inclusiva ed egualitaria».
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ATTUALITÀ / RUBRICHE
Il Mercato e la Piazza
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di Angelo Rossi
La sfida dell’alloggio accessibile ◆
Trovare casa/appartamento non è sempre facile, nemmeno in Svizzera. E quando la popolazione cresce o i prezzi salgono rapidamente (a seguito di scarsità generali come nel caso di una guerra), la questione si aggrava. Da noi il problema dell’alloggio si è fatto sentire, in modo acuto, nel decennio 1960-70, quando la popolazione residente aumentava a tassi annuali molto superiori all’1% e la Confederazione aveva abbandonato il regime di controllo degli affitti del periodo bellico. In quei tempi il problema diventò di portata nazionale. Per togliere migliaia di immigrati da condizioni di abitazione squallide, la Confederazione promosse la costruzione di alloggi sociali. I partiti di sinistra lanciarono iniziative aventi come obiettivo di favorire la proprietà immobiliare per le famiglie e di contenere la speculazione fondiaria. Occorre riconoscere che, con il passare degli anni, il problema
perse di intensità sia perché l’industria delle costruzioni aumentò in misura significativa l’offerta di abitazioni, sia perché il tasso annuale di crescita della popolazione si ridusse attorno all’1% e anche meno. Ma ecco che, con la ripresa dell’immigrazione degli ultimi due decenni, il problema della casa è tornato a far parlare di sé. Questa volta tuttavia sembrerebbe che la scarsità di alloggi sia limitata ai grandi agglomerati urbani dell’Altipiano e del Lago Lemano, le regioni nelle quali la popolazione tende oggi a concentrarsi. Come 60 anni fa, in queste regioni l’offerta di case e appartamenti è ridiventata scarsa e i loro prezzi rincarano. In altre regioni, come ad esempio il Ticino, ci si rallegra invece che, anche quest’anno, il numero degli alloggi vuoti sia diminuito. Questo perché da quasi più di dieci anni il nostro Cantone conta un largo numero di alloggi sfitti. La real-
Atlante del presente
tà attuale del mercato delle abitazioni sembrerebbe dunque essere, da una regione all’altra, contradditoria. Vi sono infatti regioni nelle quali non si trova un alloggio neanche a pagarlo a peso d’oro. Sotto i 3000 franchi di affitto al mese, senza le spese, è difficile oggi ottenere in tutto l’agglomerato zurighese un appartamento nuovo di 3 locali. In Ticino invece l’offerta di appartamenti sembra continuare ad essere superiore alla domanda: il tasso di abitazioni vuote, indice di scarsità generale, era a metà anno pari all’1,78%; a Zurigo era appena 0,52%. Non stupisce quindi che oggi il Ticino sia l’unica regione della Svizzera nella quale gli affitti diminuiscono. Secondo Newhome.ch, un portale immobiliare, la diminuzione sarebbe dell’ordine del 5,2%, anche se non viene precisato il periodo di riferimento. A livello svizzero, invece, si registrerebbe un aumento del 2,4%, con punte più ele-
vate nelle regioni metropolitane come quella di Zurigo. Questi dati sembrano indicare che la scarsità di alloggi sia dovuta a una costruzione insufficiente rispetto alla domanda. Dai partiti arrivano quindi proposte per aumentare la costruzione di alloggi. Se vent’anni fa si puntava a riconvertire le ex aree industriali in quartieri residenziali, oggi nel Canton Zurigo la risposta sembra essere quella dei grattacieli: torri di oltre 70 metri che consentono di creare nuovi appartamenti anche nelle zone già densamente popolate. Negli ultimi dieci anni ne sono state costruite una trentina, tra la Città e i Comuni limitrofi. Attualmente esse sono ancora abbastanza isolate nel paesaggio urbano. È però possibile che, nel corso dei prossimi due decenni, venga a costituirsi lungo la tratta ferroviaria Alstetten-Opfikon una skyline di grattacieli. Lungo i binari della ferrovia sorgereb-
be quindi una città simile alla «città lineare» che l’urbanista spagnolo Arturo Soria y Mata aveva proposto più di un secolo fa. La città dei grattacieli però non sarebbe lineare, ma seguirebbe una curva, tangenziale rispetto al centro città. L’aumento dell’offerta di appartamenti è necessario. Da solo, però, non riuscirà a risolvere i problemi della casa. Ad essere scarsi sono infatti gli alloggi a buon mercato. L’affitto mensile per un appartamento di 3 locali in una delle torri costruite alla stazione di Regensdorf, a 15 km dal centro di Zurigo, costa tra i 2500 e i 3300 franchi. Gli appartamenti nei grattacieli restano costosi. Per questo occorre rilanciare l’edilizia sociale, soprattutto nelle aree metropolitane e nelle regioni turistiche come il Ticino, dove anche la diffusione di Airbnb riduce l’offerta di alloggi accessibili. Servono inoltre misure per contenere gli affitti.
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di Francesca Mannocchi
Gaza, la guerra che non finisce ◆
Il 10 ottobre 2025, quando a Gaza è entrato in vigore il cessate il fuoco, migliaia di palestinesi si sono messi in cammino verso nord, a piedi, lungo le stesse strade da cui erano fuggiti nei due anni precedenti, diretti verso quartieri dei quali non sapevano più che cosa fosse rimasto, cercando tra le macerie i segni dei luoghi che avevano dato forma alla loro vita. In quella lunga processione c’era la forza di un desiderio elementare, quello di tornare, che resiste anche quando la destinazione è stata rasa al suolo, e a un anno di distanza quelle immagini sembrano raccontare la soglia di un tempo sospeso, nel quale la fine annunciata della guerra ha riconsegnato a oltre due milioni di persone le stesse rovine da cui erano partite. Nei dodici mesi trascorsi dall’accordo, secondo i dati del ministero della Sanità di Gaza riportati dall’Onu, sono stati uccisi oltre 1400 palestinesi. Le operazioni militari israeliane sono proseguite con
un’intensità minore rispetto ai due anni precedenti, e la linea su cui si sono attestate le truppe ha finito per tracciare una nuova geografia della separazione dentro un territorio già devastato, una frontiera interna che decide dove si può dormire, dove si può camminare, dove si rischia di morire. Israele controlla ancora gran parte della Striscia e da quella posizione governa anche i tempi della ricostruzione, mentre il negoziato sul disarmo di Hamas e sul futuro Governo di Gaza resta fermo. Le macerie che vediamo nelle foto sono solo la parte visibile di una distruzione più profonda. Quando un territorio perde una parte così vasta delle proprie case e delle proprie infrastrutture, a spezzarsi è la rete di relazioni che permette a una società di funzionare, di conservare ciò che sa fare e di trasmetterlo a chi viene dopo. Per questo la tregua rischia di diventare una condizione permanente. E così l’anni-
Dietro l’angolo
versario acquista un significato politico preciso, perché il tempo della tregua può trasformarsi nel tempo in cui la distruzione viene accettata come il nuovo ordine di Gaza. Chi guarda da lontano è abituato a riconoscere la guerra attraverso i suoi eventi più clamorosi, e fatica a vedere la distruzione di una società quando procede per processi lenti, che di rado diventano notizia perché non hanno una data, un luogo preciso, un’immagine capace di riassumerli. Un bambino rimasto tre anni senza un’istruzione si porterà dietro quella perdita oltre la fine dei combattimenti, così come un adulto che ha perso il lavoro e, con esso, la possibilità stessa di ricominciare, e la precarietà prolungata finisce per modificare i rapporti tra le generazioni e consumare le risorse sulle quali una comunità costruisce il proprio futuro. In un anno Gaza è scivolata poco alla volta fuori dalle prime pagine. I bombardamenti che continuano a uc-
cidere vengono registrati come violazioni della tregua, le foto delle macerie somigliano a quelle che abbiamo già visto, e persino la morte di un bambino fatica ormai a diventare una notizia, mentre per chi vive nella Striscia ogni giornata continua a dipendere dalla guerra, dalla ricerca di un posto dove dormire senza temere che venga colpito, dagli spostamenti delle famiglie, dallo sforzo dei genitori di dare una forma alle giornate dei figli. Una donna di Gaza mi ha detto che la cosa più difficile era diventata rispondere alle domande dei bambini, perché dopo tanto tempo passato a promettere loro che la guerra sarebbe finita, anche la parola fine aveva perduto il suo significato. Quella frase racconta che cosa accade quando una promessa viene ripetuta abbastanza a lungo da consumare la fiducia di chi l’ascolta. La tregua ha consentito al mondo di considerare Gaza una guerra avviata verso la conclusione, e intanto nella
Striscia le persone vivono tra le conseguenze di ciò che è stato distrutto e la paura di ciò che potrebbe ancora accadere, con la maggior parte delle famiglie lontane dalle proprie case e la possibilità di tornare a una vita autonoma legata a decisioni prese altrove. Quando arriverà l’inverno, nelle tende degli sfollati ci saranno famiglie che hanno già attraversato tre stagioni fredde lontano da casa e bambini per i quali quella sistemazione provvisoria è diventata l’unico luogo che ricordano. La casa resta una parola che appartiene ai racconti dei genitori, un luogo che esiste nella memoria degli adulti e che i figli conoscono soltanto attraverso le loro descrizioni, come si conosce un paese straniero dalle fotografie di qualcun altro. La parola tregua ha permesso a molti di noi di distogliere lo sguardo, e a Gaza ha lasciato in eredità una promessa che gli adulti continuano a fare ai bambini senza sapere quando potranno mantenerla.
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di Resy Canonica
Ciò che si impara ascoltando ◆
Il bosco comincia accanto a casa sua. È l’inizio di ottobre, l’aria è mite, e Bruna cammina al passo del suo cane che si ferma, annusa, riparte, curioso e attento. Le chiedo di raccontarmi un episodio dei suoi anni al Telefono amico. Ride. «Di aneddoti ne ho tantissimi, però non si possono raccontare». Chi compone il 143 lo fa con la garanzia dell’anonimato, e quella promessa vale anche qui, tra gli alberi, a distanza di anni. Bruna è arrivata al Telefono amico della Svizzera italiana una ventina d’anni fa, come turnista: una dei volontari che si alternano alla cornetta, di giorno e anche di notte. Dopo un paio d’anni è diventata formatrice, poi responsabile della formazione. In pensione da qualche mese, siede oggi nel comitato dell’associazione, dove resta la referente per la preparazione dei volontari. A suo dire, quell’esperienza è
stata «una grandissima opportunità di crescita». Le ha fatto conoscere meglio se stessa e, insieme, «una realtà di cui non immaginavo l’esistenza». «Non sapevo che ci fossero così tante persone malate e così tanto sole. Molti con problemi di salute mentale che non hanno più nessuno che li ascolti». E poi c’è la solitudine di chi magari solo non è, ma si sente tale, anche davanti a cose che viste da fuori non sembrano così gravi. La scoperta più grande, però, riguarda lei. «Io prima sentivo. E mentre sentivo quello che la gente mi raccontava, ero nella mia testa a pensare: cosa farei al suo posto? Adesso cosa gli dico?». Al 143 ha imparato altro: «Ascoltare senza pensare a cosa devo dire. Ed è una cosa bellissima». Lo chiamano ascolto profondo; per lei è «un viaggio che si fa insieme». E a chi la chiamava, dandole fiducia, dice di essere sem-
pre stata grata. Mentre camminiamo mi accorgo che di questo incontro mi resteranno, oltre alle parole, i silenzi. Nel bosco non pesano: si segue il ritmo del cane Romeo e il sentiero diventa uno spazio protetto, dove si può tacere senza che nessuno si affretti a riempire il vuoto. È qualcosa di simile che trova chi chiama. Lo so perché a quel telefono, per un periodo della mia vita, ho risposto anch’io: da volontaria ho imparato che in certi momenti non servono risposte, serve restare. A insegnarmelo è stata proprio lei. E il numero delle persone che si rivolgono al servizio continua ad aumentare. Nel 2025 la sede della Svizzera italiana ha ricevuto 20’252 telefonate, quasi tremila più dell’anno precedente; ne sono nati 13’884 colloqui d’aiuto. A rispondere sono 42 volontari. Il motivo più frequente sono i disturbi psichici, seguiti dalle fati-
che del quotidiano e dalla solitudine. È lo specchio di un disagio che attraversa il Paese. L’ultimo bollettino dell’Osservatorio svizzero della salute restituisce l’immagine di una popolazione in larga misura soddisfatta della propria vita (in maggioranza si dichiara felice), ma nella quale il ricorso alle cure psicologiche e psichiatriche continua a crescere, soprattutto tra i più giovani. Un fenomeno che preoccupa, anche perché chi tarda a chiedere aiuto rischia di vedere il proprio disagio trasformarsi in una condizione cronica. Non a caso la Giornata mondiale della salute mentale, celebrata il 10 ottobre, aveva quest’anno per tema l’ascolto di chi il disagio lo vive: «Voci vere, vero cambiamento». Offrire a quelle voci qualcuno che ascolti è ciò che il Telefono amico fa, nella Svizzera italiana, da oltre cinquant’anni. Al servizio di sostegno si rivolgono so-
prattutto gli over 45. I più giovani preferiscono scrivere in chat. Per Bruna il servizio «si sta adeguando ai tempi», ma «la tecnologia non risolve sempre i problemi delle persone e soprattutto non insegna sempre ad ascoltare». Il bisogno di raccontarsi resta, perché «siamo fatti così». E la voce, dice, è «fondamentale». Quell’ascolto, ormai, «ce l’ho dentro». Non sempre, non per una chiacchierata al bar. Ma quando scatta lo riconosce, e lo cerca anche negli altri. Prima di salutarci mi consiglia una poesia, Ascoltami, per favore, ho bisogno di parlare, nota anche come L’elogio dell’ascolto, di autore anonimo. Chi parla chiede semplicemente di essere ascoltato, e chiude con una promessa: quando ne avrai bisogno tu, ti ascolterò io. Romeo si ferma ancora, e noi con lui. Per un momento nessuna delle due parla e va bene così.
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CULTURA ●
A Firenze una nuova casa per l’arte La prestigiosa Collezione Casamonti di opere d’arte ha trovato dimora all’interno di Palazzo San Giorgio, lungo l’Arno a Firenze
Sulle tracce di Rainer Maria Rilke Dal 23 al 25 ottobre il Teatro del Tempo propone tre giornate a piedi tra Locarno, Muralto e Ascona, là dove soggiornò il poeta
Tutta la forza del castrato Nel nuovo libro di Corrado Ricci la figura del castrato viene in qualche modo ridisegnata: e così da interprete isolato diventa protagonista
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Un’aria slava densa di emozioni in libertà
Pubblicazioni ◆ Miodrag Majić, giudice e scrittore di Belgrado, ha dato vita al malinconico personaggio di Nikola Bobić Andrea Galli
Già quel prodigio di Dame Rebecca West, che aveva un’altra identità all’anagrafe londinese, ma scelse per nom de plume quello d’una protagonista delle drammaturgie del maestro norvegese Ibsen, una donna peraltro all’attacco, all’avanguardia, temeraria, d’indole sfrontata ed emancipata, nei suoi viaggi in Serbia d’inizio Novecento aveva camminato in un’aria slava densa di «emozioni in libertà» com’ebbe a definirla. La cronista e scrittrice britannica di sangue misto d’Irlanda e Scozia si rifaceva alla secolare stagione successiva alla battaglia, anzi alla sconfitta definitiva, in data 28 giugno 1389 al Campo dei Merli, il Kosovo Polje appunto in Kosovo, a venti chilometri dalla capitale Pristina, che i serbi subirono dai turchi, i quali turchi proprio lì sulla spianata abbandonarono i cadaveri mutilati degli avversari ai becchi delle cornacchie affinché venissero spolpati, come ci ricorda in uno dei primi suoi intensi reportage, quando l’analisi geopolitica non era affatto di moda, reportage racchiusi nel volume Balkan Ghosts poi a distanza stampato in Italia da Rizzoli, l’intellettuale americano Robert D. Kaplan, anch’egli affascinato dai Balcani tanto da esplorarli, viverli, ritrovarli nel tempo.
Il giudice Miodrag Majic’ è un intellettuale, un duro che va controcorrente e denuncia corruzione e nepotismo Ebbene, al tramonto di quella batosta, di quello scontro tra i cavalieri serbi dalle pesanti corazze «adorne d’oro e d’argento» autentica iattura in ore di caldo marcio, e i turchi invece veloci e agili sui loro «instancabili pony mongoli», Kaplan ha rimarcato il perdurare nel popolo serbo d’una «vendicativa tristezza». Risulta sempre un esercizio di mancato rispetto l’approcciarsi a un lavoro come quello che segue, il libro del giudice Miodrag Majić, 56 anni, di Belgrado, città fra le più antiche e a lungo illuminate d’Europa, senza aver prima studiato. Sicché, giustappunto, ecco Dame Rebecca West (18921983, ah, si chiamava Cicely Isabel Fairfield); sicché, per proseguire, ecco mister Robert D. Kaplan (1952, New York); sicché, ad egli infine approdando, ecco il dottor Majić, autore de I figli del male, 366 pagine accompagnate adesso in libreria dall’accurata casa editrice Marsilio, pregevole anche la traduzione della professoressa Estera Miočić, originaria di Spalato, città adriatica della Croazia. Da allora, dai turchi sul Campo dei Merli, il Kosovo Polje intorno a Pristina, alle guerre civili nell’ex Ju-
’ e Stari Grad, Belgrado. (Wikipedia/Ivanbuki) Una veduta notturna di Dorcol
goslavia dal 1991 al 2001, la Serbia viene inseguita dal suo passato. Denso. Precipitoso. Incombente. Minaccia perpetua. Condanna. Ma qui, qui più che altrove, dice Majić, 56 anni, giudice alla Corte d’Appello di Belgrado, esperto di Diritto penale internazionale, «in generale i governi sono più interessati a seppellire l’intera questione e ad andare avanti». I governi sono quelli come il suo; quanto alla questione, essa conduce agli abissi delle violenze d’un conflitto. Il giudice è un intellettuale, un duro che va controcorrente, denuncia – denuncia sul serio, per davvero – l’endemica corruzione, il nepotismo e l’asfissiante morsa politica, insomma denuncia lo stato angosciante e pietoso in cui versa anche la medesima magistratura serba alla quale sta dedicando l’esistenza. V’è nel personaggio del libro, cui giocoforza ci si lega inesorabilmente fin dal principio dominando nel lettore la necessità immediata d’avere un alleato, un amico, una spalla sicura in mezzo a una disumana danza sciagurata, in una sequenza di malvagi che pare senza orizzonte di sosta, traditori seriali, immondizia morale, il canto sinistro delle armi, gli abominevoli abusi. Ed è questo personaggio, l’avvocato
Nikola Bobić, guascone, malinconico, onesto quindi destinato a penare, appassionato e insieme nostalgico dell’amore, un contemporaneo don Chisciotte.
’ L’avvocato Nikola Bobic, onesto personaggio letterario creato da ’ è un Don Miodrag Majic, Chisciotte contemporaneo Ora, forse lo siamo un po’ tutti quanti, laddove certo, per carità, andiamoci piano, vi siano sensibilità sincere, coraggio, l’esser un po’ nomadi, cioè migrare, non per forza soltanto da un continente all’altro, e però lei, dottor Majić, lei è oppure no un don Chisciotte? «Sono in parte una sorta di don Chisciotte, soprattutto qui in Serbia, dove combatto contro la corruzione politica, le menzogne, i miti e molti altri mali di una società in transizione, purtroppo con pochissimo successo. Tuttavia, nonostante questa battaglia incessante e gli attacchi politici che subisco, sono tormentato dall’idea che potrei fare di più e che, persino in quanto critico, io stesso rimanga parte di quella terribile macchina. Per questo, “un don Chisciotte
zoppicante” è il modo migliore in cui potrei descrivermi». Non ha scelto, il giudice Majić, questo ammirevole e cortese don Chisciotte zoppicante, uno scenario scevro di complicazioni. Al contrario. Ha realizzato un noir per veicolare messaggi. Non era obbligato. Nessuno glielo ha chiesto. «Da tempo desideravo esprimermi più liberamente di quanto il mio ruolo di giudice mi consentisse. In qualità di giudice ho acquisito una conoscenza approfondita dei diversi tipi di crimini. Tuttavia, un giudice può discutere soltanto dei casi sostenuti da prove, anche quando possiede una conoscenza approfondita di eventi che non sono mai stati oggetto di un procedimento giudiziario. Avevo bisogno di uno spazio in cui poter esplorare quelle storie mai raccontate. La letteratura mi ha offerto quella libertà, e l’ho utilizzata per parlare dei crimini nascosti del passato. Dopo aver letto un’inchiesta della compianta e celebre giornalista serba Tatjana Nikolić Đaković sui bambini nati da stupri durante la guerra, ho deciso di approfondire la ricerca su questo tema. Sono molto felice che i lettori di un numero crescente di Paesi stiano conoscendo questo argomento tabù: una tragedia che si è ripetuta
durante le guerre in tutto il mondo». Quest’articolo era iniziato nel nome di Dame Rebecca West, ricorderete, e il giudice Majić ha evocato la collega Tatjana. Di Zara, in Croazia, morta l’anno scorso per malattia a 58 anni, Tatjana Nikolić Đaković apparteneva alla generazione dei giovani in guerra. Come cronista, coprì i principali fronti del conflitto. Fedele al vecchio giornalismo, semplice ed essenziale, quello di Dame Rebecca West: setacciare gli ambienti alla ricerca di indizi, fonti di prova, testimoni, non fidarsi delle versioni ufficiali, tenersi addosso una significativa tigna nel rompere le scatole ai (pre)potenti di turno, rischiare, rischiarsela. Entrare in empatia col prossimo. Ascoltiamo ancora il giudice: «Di casi ce ne sono stati migliaia… Può essere difficile per le vittime trovare la forza di parlare persino all’interno delle proprie comunità. Per quanto possa sembrare strano, la vergogna è il principale fattore alla base di questo silenzio. Quanto ai responsabili, beh, naturalmente, sono più che disposti a rimanere in silenzio». Bibliografia ’ I figli del Male, Miodrag Majic, Marsilio, 2026
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Arlecchino muto per spavento StivalaccioTeatro MarcoZoppello
Blade Runner Live The Avex Ensemble
Anni Settanta. Terrore e Diritti Mario Calabresi Benedetta Tobagi Sara Poma
Songbook Tovel aka Matteo Franceschini Ensemble900 FrancescoBossaglia
My Fierce Ignorant Step Christos Papadopoulos
Un viaggio nei contrasti dell’Italia degli anni Settanta attraverso il racconto dei protagonisti che si alternano sul palco per dare voce a una riflessione profonda e potente su un decennio segnato da drammatici attentati e fondamentali conquiste sociali e civili.
Scrittura contemporanea, rock ed elettronica dal vivo si incontrano in Songbook, progetto del compositore,performer e polistrumentista Matteo Franceschini, vincitore del Leone d’Argento alla Biennale Musica 2019. Al centro del lavoro un dispositivo sonoro che riunisce un quartetto rock, un ensemble amplificato e live electronics.
Il coreografo greco Christos Papadopoulos torna al LAC con un nuovo lavoro intimo e personale, ispirato ai ricordi sonori dell’infanzia e alle esperienze collettive che legano molti greci al destino del proprio Paese. In scena, dieci danzatori danno vita a un paesaggio sonoro estatico da cui emerge la coreografia.
Still da Blade Runner, Ridley Scott, 1982 © The Ladd Company
La compagnia di teatro popolare Stivalaccio Teatro rilegge uno dei canovacci più rappresentati nella Parigi dei primi del Settecento: un Arlecchino originale che omaggia la Commedia dell’Arte e il suo “repertorio” di strumenti del mestiere, come la recitazione, il canto, la danza, il combattimento scenico, i lazzi e l’improvvisazione.
Il capolavoro fantascientifico di Ridley Scott torna sul grande schermo in una speciale versione cine-concerto. La leggendaria colonna sonora di Vangelis, oscura e melodica, viene eseguita dal vivo da The Avex Ensemble in perfetta sincronia con le immagini del film, proposto nella versione Final Cut del 2007.
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CULTURA
Una dimora per la Collezione Casamonti
Musei ◆ Palazzo San Giorgio a Firenze diventa nuovo centro per l’arte – non solo italiana – del XX secolo Blanche Greco
Per la prima volta l’arte del Novecento debutta in grande stile a Firenze con la Collezione Casamonti allestita a Palazzo San Giorgio, sua magnifica sede d’elezione appena inaugurata, con l’obbiettivo dichiarato di condividere con gli Uffizi il cuore degli amanti dell’Arte. Un sogno ambizioso, ma anche una rivoluzione preparata con cura da Roberto Casamonti, fondatore di Tornabuoni Arte, gallerista e collezionista che spazia dall’antico al moderno e che ha voluto creare una sorta di Museo dell’arte del XX secolo che si spinge sino alla contemporaneità, con opere acquisite in «settant’anni di lavoro e passione, quasi il racconto di tutta la mia vita e della mia ricerca del bello» – ci ha spiegato lui stesso – oltre a costituire «l’anello mancante» del panorama artistico di Firenze. Così l’ottocentesco Palazzo San Giorgio, ex scuderie di Palazzo Serristori, sulla riva sinistra dell’Arno, che guarda la Firenze monumentale dalle sue undici arcate, rinasce dopo tre anni di restauri e riacquista lo splendore originale grazie allo studio Archea Associati di Marco Casamonti, figlio del gallerista, che vi ha impostato un allestimento museale sullo stile degli Uffizi: un lungo corridoio sul quale si aprono 28 sale, che ospitano le 250 opere della collezione in uno spazio di circa 900 metri quadrati, distribuito su due livelli. Così l’Associazione per l’arte e la cultura-Collezione Casamonti è un vero e proprio tuffo nell’arte del Novecento, tra coloro che ne furono i protagonisti e i vari movimenti artistici, in un confronto continuo di stili, linguaggi e innovazioni; in un alternarsi di nomi famosi e opere del panorama italiano e internazionale disposte in un percorso rigorosamente cronologico, ma anche sentimentale. Si inizia con i Macchiaioli, con
La Collezione Casamonti è ospitata nel Palazzo San Giorgio, lungo l’Arno. (Courtesy Neri Casamonti)
Fattori e con il ritratto che Ottone Rosai fece a Enzo Casamonti in quello studio vicino a Forte Belvedere che per Roberto, il quale all’epoca aveva dodici anni e accompagnava suo padre, fu la scoperta della pittura e l’inizio di una sconfinata passione per l’arte; si continua con Corcos e il bel ritratto della principessa Demidoff, che ci riporta alla Firenze di inizio secolo, meta prediletta delle grandi famiglie russe. Poi si passa al Futurismo con Balla, Severini, Boccioni; alle visioni Metafisiche di Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Filippo de Pisis, solo per fare qualche nome, mentre ci scorrono sotto gli occhi le opere di tanti maestri italiani
e internazionali come Salvador Dalì, Joan Mirò, Paul Klee, Kandinsky, Delvaux, Magritte, Picasso, Chagall, Le Corbusier, Marino Marini e ancora Christo, Warhol, Boetti, Pistoletto, Plessi, Basquiat, Cattelan, Vezzoli, in un susseguirsi di immagini e di incontri sempre agognati e che adesso ci riempiono lo sguardo, quasi sino a stordirci. «Mio figlio mi aveva chiesto di operare una scelta, di studiare una rotazione delle opere in modo da dare ad alcune di queste un maggiore respiro, ma non potevo» – ci ha confessato Roberto Casamonti all’inaugurazione – «Questa collezione mi rappresenta ed erano anni che aspet-
tavo di vederla interamente esposta. E poi non volevo mostre temporanee. I giovani che fanno storia dell’arte qui troveranno quasi tutto ciò che hanno letto sui libri». Parla al futuro perché la sua ricerca non si ferma, tant’è vero che Bruno Corà, che firma il catalogo, l’ha definita una collezione «dinamica», aperta a integrazioni, o cambiamenti, e Casamonti non esclude niente, tanto meno la possibilità d’imbattersi in quadri più belli, o più rappresentativi, di questo o quel pittore. E forse con la mente va ai suoi grandi amori: Alberto Burri, Lucio Fontana – quest’ultimo presente con diverse opere e del quale fu uno dei primi estimatori; e
Il corpo nell’era delle macchine
Teatro ◆ Al LAC di Lugano, la compagnia Aiep rilegge Koppelia, celebre balletto ottocentesco, attraverso la danza contemporanea e le nuove tecnologie Giorgio Thoeni
La danza è l’arte che investe radicalmente sul corpo, il quale nella visione contemporanea è come un nuovo centro da costruire in una dimensione multimediale. Precorritrice nel settore, la compagnia Aiep (Avventure in elicottero produzioni) fondata a Lugano nel 1988, vanta un’incessante attività a cavallo fra Svizzera e Italia con un importante respiro internazionale. Una storia che ha consolidato la loro credibilità e autorevolezza negli anni attorno a una visione futuristica della danza contemporanea e del movimento. Un dettato su cui lavorano e sperimentano da oltre trent’anni la danzatrice, coreografa e pedagoga Ariella Vidach e il videoartista digitale e regista Claudio Prati. Il loro laboratorio ha sede presso la Fabbrica del Vapore di Milano, ma ci piace anche ricordare che la coppia artistica, nel 2017, ha ricevuto il Premio speciale di Danza dell’Ufficio federale della Cultura. Aiep si è sempre mosso nella sua bolla interattiva adottando soluzioni tecnologicamente complesse e all’avanguardia. Già ai suoi inizi con EXP (1996), una delle prime coreografie re-
alizzate utilizzando il sistema di realtà virtuale Mandala System, con i danzatori ripresi da due telecamere che elaborano i movimenti proiettandoli su una parete. Da allora Aiep ha imboccato la via della sperimentazione, una comunicazione tra corpo e macchina utilizzando diverse modalità interattive. Prima fra tutte la tecnologia della motion capture, la «cattura del movimento», grazie a diversi sistemi di programmazione. Koppelia_giardino 13, spettacolo andato recentemente in scena in prima assoluta sul palco del LAC di Lugano (due serate dedicate a Carlo Somaini, co-fondatore di Aiep scomparso recentemente), è una versione contemporanea di un balletto ottocentesco di Saint-Léon ispirato a un racconto di Hoffmann (Der Sandmann, l’uomo di sabbia) che intreccia l’amore di due giovani con la figura di un mago il cui sogno è quello di creare una bambola che abbia un’anima. È lo spunto per una rilettura coreografica che rivede la storia, inserendovi una figura post-umana capace di rimodellare i confini tra corpo,
KOPPELIA_giardino13 della compagnia AiEP, diretta dalla coreografa Ariella Vidach e dal videoartista Claudio Prati. (AiEP)
tecnologia e natura: quella di Ka, un cane-robot che percorre l’impianto scenico, uno sguardo esterno sulla relazione tra umani e tecnologia. La scena è nuda. Un grande schermo delimita il fondo. Le luci illuminano due corpi uniti da una sorta di abbraccio fra il maschile e il femminile. È un intreccio di movimenti sinuosi che si sciolgono all’apparire della
figura femminile. Sullo sfondo si susseguono immagini frenetiche di un mondo in sfacelo fra guerre e cataclismi che lasciano spazio a una natura subliminale e a un profilo femminile, segno di pace e serenità. Koppelia si avvale di un innovativo sistema di motion capture markerless, un programma digitale in grado di replicare fedelmente il corpo e le espressioni del viso senza l’uso di tute o sensori. Ma questa volta è soprattutto alla danza che viene affidato il compito di affiancare con una forte architettura coreografica l’incontro con la dimensione tecnologica in una valenza simbolica più discreta, quasi rarefatta, con le sue immagini, i suoi graffi sonori, le sue visioni ravvicinate. Un disegno coreografico forte guida Koppelia nella sua dimensione femminile autonoma, attiva e sensibile. Un’interpretazione che convince con una danza fisicamente avvolgente e chiara nella struttura narrativa. Applausi per gli interpreti, a cominciare dall’eccellente prova di Sofia Casprini ben coadiuvata da Rafael Candela, Carmine Dipace e Duccio Neri.
allora perché negarsi la speranza che l’arte possa riservargli ancora degli incontri cruciali, o qualcuno di quegli «innamoramenti visivi» che sono come le pepite d’oro per un cercatore e che hanno costellato la sua vita? Mentre c’inoltriamo nell’ultima parte del percorso espositivo, dopo il grande arazzo Tutto di Alighiero Boetti, incontriamo Marina Apollonio, pioniera dell’Optical Art, gli occhi azzurri che sprizzano felicità davanti alla sua opera: Gradazione 15N nero bianco su nero (1966-72), esposta accanto a Vier Zonen (1962-63), una composizione di rettangoli dai colori delicati di Max Bill, del quale ricorda con noi la simpatia e l’amicizia iniziata nei primi anni Sessanta del Novecento a una manifestazione in Svizzera: «Il primo luogo dove il mio talento è stato riconosciuto». Accoglienza indimenticabile per questa artista, figlia del noto critico d’arte Umbro Apollonio, che l’ha osteggiata duramente, deciso a non volere artiste in famiglia, tanto che Marina, come ci ha raccontato, dovette scappare di casa per conquistarsi l’apprezzamento del mondo dell’arte e una bella carriera. Salutiamo Roberto Casamonti davanti all’imponente scultura dorata di Arnaldo Pomodoro: Il Viaggiatore I (1960), posta quasi accanto a Il grande metafisico (1985) di Giorgio de Chirico, che si stagliano alla fine del percorso, a mo’ di numi tutelari di questa emozionante collezione che s’impone come la grande novità del panorama museale fiorentino e uno degli eventi più importanti del calendario artistico di Firenze in questo autunno 2026. Dove e quando Collezione Casamonti, Firenze, Lungarno Serristori 17. Orari: ma-sa 10.00-19.00. collezionecasamonti.it
La maestra Irene
Teatro ◆ A Chiasso la storia di una chiassese straordinaria Una storia che parte da Chiasso, e si proietta verso il vasto mondo, poiché nel 1915, quando è ambientata, anche l’Agro romano era ancora un luogo lontanissimo. Irene Bernasconi era di una ricca famiglia chiassese di sigarai, e aveva studiato il nuovo Metodo Montessori a Milano. Quando fu invitata a dare vita a una «Casa dei bambini» in una regione martoriata dalla povertà e in pieno primo conflitto mondiale, non ebbe esitazioni. Laura Nardi, nella pièce che andrà in scena al Cinema Teatro di Chiasso, attraverso l’uso di marionette che simboleggiano i bambini, ricalcherà un percorso pedagogico a tratti tortuoso, ma contraddistinto da coraggio, impegno civile e un’umanità straordinari, in una cornice biografica che merita finalmente di essere conosciuta. Dove quando Il diario di Irene Bernasconi, di e con Laura Nardi andrà in scena sabato 24 ottobre (ore 20.30) e domenica 25 ottobre (ore 17.00). www.centroculturalechiasso.ch
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MONDO MIGROS
PUBBLIREDAZIONALE
Una grande auto a piccolo prezzo Con il modello B03X, Leapmotor lancia in Svizzera un crossover elettrico compatto al prezzo di 23’900 franchi. In Andalusia si è presentata l’occasione per un primo giro di prova Una rapida panoramica
Testo: Heidi Bacchilega; Foto: zVg
Il B03X è importato dal Gruppo Emil Frey e venduto tramite 34 concessionari. La garanzia è di 5 anni o 200.000 km; la batteria è coperta per 8 anni.
Il modello B03X viene importato dal Gruppo Emil Frey e distribuito tramite 34 concessionarie. La garanzia ha una durata di cinque anni o 200’000 km; la batteria è coperta per 8 anni. Mi siedo lì dentro e subito rimango sorpresa. Per 23’900 franchi, l’offerta è davvero interessante. Il sedile del conducente si sposta elettricamente all’indietro, i sedili e il volante sono riscaldabili, le finiture sono morbide e hanno un bell’aspetto. All’inizio lo schermo mi sembra un po’ troppo grande: 14,6 pollici, e quasi tutto passa da lì. L’app è stata di gran-
Modello Leapmotor B03X, crossover completamente elettrico del segmento B Dimensioni 4,27 m (lunghezza), 1,81 m (larghezza), 1,64 m (altezza), passo 2,61 m, raggio di sterzata 10 m Bagagliaio 510 - 1605 l (dati del costruttore, Svizzera), compreso il vano da 105 l sotto il pianale Motore trazione anteriore, 145 kW (197 CV), 200 Nm, 160 km/h, 0 - 100 km/h in 8,6 s Batteria e autonomia 53 kWh (LFP), fino a 382 km secondo il ciclo WLTP, consumo 15,7 kWh/100 km Ricarica Wallbox 11 kW: 30 80% in 3 ore e 10 min. Ricarica rapida fino a 133 kW: 30 - 80% in 16 min. Interni Ecopelle, sedile del conducente regolabile elettricamente in 6 posizioni, sedili anteriori e volante riscaldabili, touchscreen da 14,6 pollici, display da 8,8 pollici, 12 altoparlanti, illuminazione d'ambiente, 33 portaoggetti, fino a 8 profili conducente Sicurezza 7 airbag, 21 sistemi di assistenza alla guida, telecamera a 360 gradi, sensori di parcheggio anteriori e posteriori, 2 attacchi Isofix posteriori Prezzo 23'900 franchi, una versione. Da subito è possibile effettuare un giro di prova presso tutti i concessionari svizzeri
de aiuto. Così, comodamente seduta sul divano di casa, posso vedere con calma di cosa è capace l’auto e regolare tutto. E quando mio figlio la prende in prestito, può crearsi il proprio profilo di guida. Se ne possono creare ben otto. E allora si parte, da Mijas verso le montagne. La prima cosa che mi salta all’occhio è l’ampio parabrezza: la vista è libera, nulla limita la visuale. Affronta le curve con agilità e, grazie al raggio di sterzata di dieci metri, riesce a infilarsi anche nei parcheggi più stretti. Solo in discesa mi sento un po’ insicura, perché l’au-
to non scivola semplicemente in avanti, ma rallenta da sola. Ecco cos’è il recupero di energia: durante la decelerazione, la corrente rifluisce nella batteria. È possibile regolare l’intensità di questo effetto su tre livelli. Una volta giunti in fondo, la batteria è all’1% in più rispetto a quando eravamo in cima. Con il motore a benzina questo non succede. A chi è destinata la B03X? È perfetta per tante occasioni: la mattina per andare in ufficio, il pomeriggio a fare la spesa e nel fine settimana in campagna. Con un'autonomia di 382 chilometri nel WLTP, il
ciclo di prova standardizzato a livello europeo per i consumi e l’autonomia, la batteria è sufficiente anche per viaggi più lunghi. E il bagagliaio offre spazio a sufficienza per tutto ciò che serve portare con sé, persino per una sacca da golf.
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Le lettere di Rilke rimettono in cammino
Festival ◆ Dal 23 al 25 ottobre la Via Lattea seguirà il soggiorno ticinese del poeta con una camminata artistica ideata da Pagliarani Manuela Mazzi
«Per me un paesaggio è una partitura». Lo afferma Mario Pagliarani, compositore e direttore artistico della Via Lattea, che quest’anno ha vinto uno dei Premi speciali svizzeri di musica. E a noi vien da dire che non può esserci interprete migliore per ripercorrere il peregrinare di Rainer Maria Rilke, che arrivò anche in Svizzera, dove sperava di trovare un luogo in cui concludere le Elegie duinesi. A un secolo dalla morte del poeta tedesco-austriaco, quel viaggio rivive nel Festival Rilke 2026 che, dopo la Bregaglia e la regione zurighese, approda dal 23 al 25 ottobre nel Locarnese, per seguire le tracce del soggiorno ticinese del poeta, che ebbe luogo tra il 1919 e il 1920. La tappa coincide con la 22esima edizione della Via Lattea, ideata da Pagliarani e prodotta dal Teatro del Tempo. Tre giorni di passeggiate a Locarno, Muralto, Minusio e Ascona, durante i quali musica, poesia, teatro e danza rievocheranno la voce di Rilke. Ne parliamo con Mario Pagliarani.
Mario Pagliarani Compositore e direttore artistico della Via Lattea
Rilke, viandante perfetto per la Via Lattea? È così: Rilke è una figura molto interessante da questo punto di vista, perché permette di collegare le quattro aree linguistiche della Svizzera e quindi di riscoprire il Paese da un’altra prospettiva, quella di un poeta nato a Praga, cittadino d’Europa, un uomo molto inquieto, sempre in movimento e anche un grande camminatore. In questo senso è una figura ideale per la Via Lattea, che cerca di creare un rapporto tra arte e natura, o tra arte e territorio, proprio attraverso questa azione così importante dell’andare a piedi. Il motto del festival è infatti «Cammino e camminando mi trasformo». Vale anche per chi partecipa ai vostri pellegrinaggi artistici? Sì. È una citazione tratta da una lettera che Rilke scrisse dal Vallese a una sua amica, Ilse Jahr. In tedesco è ancora più bella perché gioca sul doppio significato del verbo wandeln, che vuol dire sia camminare sia trasformarsi. Nella frase precedente Rilke si chiede «Ma io chi sono?» e poi risponde «Ich wandle und wandle mich». E io credo – anzi ne sono sicuro, perché ne ho avuto anche testimonianza – che chi ha partecipato alla Via Lattea in questi anni abbia modificato, o meglio allargato, il proprio modo di ascoltare la musica e l’arte in generale, ma anche la loro percezione del paesaggio e il rapporto con la natura. Le carte consultate per ricostruire i luoghi frequentati da Rilke hanno fatto fare scoperte interessanti? Sì, sono tante le scoperte fatte in questi due anni di ricerca. La gran parte delle informazioni proviene dal carteggio con Nanny Wunderly-Volkart, una figura incredibile, una carissima amica di Rilke, di Winterthur, alla quale scriveva praticamente ogni
giorno. Era quasi una sorta di diario, perché le raccontava tutta la sua vita. Erano molto legati e fu proprio lei a seguirlo fino alla morte. Rilke la chiamava Nike. Questo carteggio è stato pubblicato in tedesco, ma non esiste una traduzione italiana, ed è una cosa che vorrei tanto cercare di promuovere. Ho già cominciato a interessarmene perché le lettere scritte da Rilke a Muralto sono bellissime, tanto che se ne potrebbe ricavare un libro. In queste racconta le sue giornate e fa moltissimi riferimenti al Locarnese: descrive le sue passeggiate a Tegna, le visite alla chiesa San Giorgio a Losone, i suoi vagabondaggi notturni ai Monti della Trinità per veder le stelle e le passeggiate quotidiane a Rivapiana, verso Ca’ di Ferro a Minusio. Sono cose belle. E poi c’è la ex-Pensione Villa Muralto dove soggiornò… Esatto: ritrovarla è stata la più grande sorpresa. Agli inizi sembrava che la casa fosse stata abbattuta. Poi, per fortuna, attraverso una testimonianza e una fotografia, ho capito che in realtà esiste ancora, e si trova dietro il Grand Hotel di Locarno. Grazie alla disponibilità della proprietaria, sabato 24 ottobre avremo la possibilità di visitare le stanze occupate da Rilke. Ma la cosa bellissima è che il poeta, in una delle lettere alla sua amica Nanny Wunderly-Volkart, aveva disegnato una piantina delle due stanze, indicando persino la disposizione dei mobili. Era una persona molto precisa e si tratta di ambienti umilissimi, perché all’epoca era povero. Trovo che sia un documento veramente molto bello, tanto che lo abbiamo riprodotto nella mappa che ogni anno accompagna i viandanti della Via Lattea. È un luogo molto particolare e la sua demolizione – purtroppo ora davvero prevista – rappresenterà una perdita grave. In cent’anni quanto è cambiato il paesaggio che affascinò Rilke? È una delle domande alla base del Festival e qui ci terrei a sottolineare il ruolo di Raimund Rodewald, una figura fondamentale per questo progetto. È stato per molti anni direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, molto conosciuto Oltralpe perché, quando si trattava di difendere un luogo, era sempre in prima linea. L’idea del festival è nata
Rainer Maria Rilke durante una passeggiata. Il poeta soggiornò nel Locarnese tra il 1919 e il 1920.
proprio da lui, che segue da tempo la Via Lattea. In ognuna delle quattro tappe interviene con una riflessione su quanto sia cambiato il paesaggio rispetto all’epoca di Rilke. Quei luoghi sono ancora capaci di trasmetterci ciò che il poeta vi aveva trovato o sono stati così snaturati che non riusciamo più a coglierne la potenza? Credo che ognuno potrà dare la propria risposta partecipando al festival. Un paesaggio si può anche ascoltare. Ma come si impara a sentire ciò che siamo abituati solo a guardare? Per me un paesaggio è una partitura, quindi non devo fare un grande sforzo. Adesso, per esempio, sono a Vacallo, vedo la collina di Pedrinate, sopra c’è il cielo, sotto la città di Chiasso, e sento dei suoni che provengono da vicino o da lontano. Tutto questo tendo già a vederlo, o meglio ad ascoltarlo, come una partitura, perché sono strati, elementi diversi che si combinano. C’è una dimensione spaziale, ma anche una temporale. Ed è bello imparare a entrare in relazione con un paesaggio non soltanto con gli occhi, ma anche con le orecchie, rendendosi conto della ricchezza che può offrire. O dei problemi che può creare l’inquinamento acustico, quando alcuni suoni prepotenti impediscono di coglierne altri. Per me il concetto di rumore è relativo: non è un suono in sé a essere rumore, ma quello che prevarica sugli
altri. È un po’ il discorso che si fa in ecologia rispetto alla biodiversità: esiste anche una biodiversità dei suoni che vanno preservati per non impoverire la partitura del paesaggio. Per il festival ha composto una nuova musica. Come si dà suono a un paesaggio raccontato cent’anni fa? Sono partito dalle lettere che Rilke ha scritto dalla Svizzera, individuando quei passaggi in cui descrive i luoghi che attraversiamo durante il festival. Ne è nata una composizione, Quattro passeggiate con Rilke, nella quale ogni passeggiata è dedicata a una delle quattro tappe. In ognuna si sente la voce del poeta, affidata a un attore che legge alcuni frammenti delle lettere, attorno alla quale ho costruito dei paesaggi sonori immaginari ispirati proprio all’ascolto dei luoghi. Quanto conta l’acustica delle tappe di un pellegrinaggio musicale? È una delle preoccupazioni maggiori. Per questo la musica viene spesso eseguita al coperto, in spazi con caratteristiche acustiche particolarmente buone. Penso alla chiesa di San Vittore a Muralto, che ha un’acustica magnifica, dove proporremo una delle cose a cui tengo di più: quattro nuove composizioni, eseguite in prima assoluta, scritte da altrettanti importanti compositori svizzeri sulla stessa poesia di Rilke, An die Musik, Pubbliredazionale
Festival Rilke 2026 Il festival - pellegrinaggio fa tappa in Ticino Dal 23 al 25 ottobre: a Locarno, Muralto, Minusio e Ascona Tre giorni sulle orme del soggiorno locarnese del poeta, con la formula della Via Lattea, il festival itinerante ideato dal Teatro del Tempo. VENERDÌ 23 – LOCARNO 19.00, Biblioteca cantonale: Stefano Vassere introduce, Graziella Rossi legge il ritratto di Rilke firmato da Stefan Zweig, Chasper Pult racconta il suo «sguardo verso sud». 21.00, Teatro Paravento: Lieder su Rilke da Alma Mahler a Webern e la prima di Quattro passeggiate con Rilke di Mario Pagliarani. Svea Schildknecht, Anna D’Errico, Ensemble RMR diretto da Francesco Pavan.
SABATO 24 – MURALTO E MINUSIO 13.30, ritrovo alla stazione di Locarno. Passeggiata con letture di Graziella Rossi e Helmut Vogel: Pensione Villa Muralto, casa di Stefan George, Elisarion (Busoni al pianoforte con Anna D’Errico), installazione «RMR 4» sul lungolago, Cà di Ferro. 19.30, Chiesa di San Vittore: An die Musik 3, prime di Glaus, Furrer, Jarrell e Sinnhuber. DOMENICA 25 – ASCONA 14.00, Museo comunale d’arte moderna, poi Collegio Papio e Parco dei poeti: letture da Rilke e Valéry. 16.20, terrazzo del Teatro San Materno: Only di Feldman danzato, coreografia di Tiziana Arnaboldi; al Castello, le poesie in italiano di Rilke. 17.15, Teatro San Materno: Mitsou,
opera-film di Sinnhuber e Fitoussi. SoloVoices ed Ensemble RMR diretti da Bruno Dal Bon.
Per info e prenotazioni: festival-rilke.ch
Per partecipare, occorre consultare la sezione «Biglietti» del sito, dove saranno segnalati gli eventuali posti ancora disponibili, acquistabili direttamente sul posto. La capienza è limitata, in particolare al Teatro Paravento (80 posti) e al Teatro San Materno (100). Si raccomanda di presentarsi mezz’ora prima dell’inizio degli appuntamenti.
ovvero Alla musica. È un testo incredibile, nel quale Rilke prova a definire che cosa sia la musica. Il pubblico avrà davanti a sé la poesia, scritta su un foglietto, e potrà capire come ciascun compositore l’abbia interpretata in modo diverso. Le quattro versioni saranno eseguite dalla cantante tedesca Svea Schildknecht, accompagnata dal clarinetto contrabbasso, uno strumento rarissimo suonato dal francese Olivier Vivares, forse il suo migliore specialista. Un altro esempio è il chiostro del Collegio Papio ad Ascona, ideale per ascoltare la sonorità del gong, protagonista di una poesia poco conosciuta di Rilke. Sarà interessante confrontare il suono descritto attraverso le parole con quello dello strumento. Oppure penso al Centro Elisarion di Minusio, dove proporremo un concerto-lettura dedicato all’amicizia poco nota fra Rilke e Ferruccio Busoni. I due si incontrarono grazie a Magda von Hattingberg, compagna del poeta e allieva del pianista, che nelle sue memorie racconta gli scambi fra i due artisti. Ascolteremo tre composizioni per pianoforte di Busoni, un musicista molto importante, ma che andrebbe un po’ riscoperto. Che seguito ha la Via Lattea? Si è creata una vera e propria comunità di persone che da anni ci seguono. È un pubblico eterogeneo, che va da chi si interessa alla musica a chi ama la letteratura, l’arte in generale, la natura o semplicemente camminare e scoprire luoghi, magari già conosciuti, ma rivisti in modo diverso. Del resto, non si tratta di uno spettacolo o di un concerto tradizionale, ma di stare insieme per delle ore, camminare, fare incontri. È una forma di esperienza condivisa, non uno spettacolo da seguire seduti in teatro. Bisognerà camminare molto? No. Quest’anno il percorso è abbastanza tranquillo. Forse sabato richiederà un po’ più di impegno, dato che saliremo nella parte alta di Minusio. Qui faremo anche una sosta davanti alla casa di Stefan George, insieme a Rilke uno dei maggiori poeti simbolisti di lingua tedesca, morto a Minusio nel 1933. Una figura controversa, sulla quale si discute ancora per i suoi ambigui rapporti con il nazismo. È una storia poco conosciuta, anche da chi vive a Minusio, che trovo importante raccontare, perché riguarda il nostro territorio. Poesie e letture saranno in tedesco? No, il Festival Rilke attraversa le quattro aree linguistiche della Svizzera e quindi, di volta in volta, diamo la priorità alla lingua del luogo. Nel Locarnese le letture saranno prevalentemente in italiano, con alcuni momenti in tedesco e anche in francese. Infatti Rilke, negli ultimi anni della sua vita, quando abitava in Vallese, sentì il bisogno di utilizzare il francese, per cui scrisse tutta una serie di poesie in questa lingua. C’è una raccolta alla quale tengo molto, Les Fenêtres, ovvero Le finestre, composta da dieci poesie. E guarda caso il Museo comunale d’arte moderna di Ascona ha sulla facciata proprio dieci finestre! Abbiamo quindi pensato di leggere una poesia per ogni finestra: i due attori Helmut Vogel e Graziella Rossi si alterneranno nella lettura dei testi in francese, accompagnati dalla traduzione italiana. È un esperimento, vedremo come andrà.
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GUSTO Semi
Il duello dei semi
In che cosa differiscono i semi di chia da quelli di lino? Ti mostriamo da dove provengono, a cosa servono e come trasformarli in vere e proprie star sulla tavola della colazione Testo: Edita Dizdar
Semi di chia Questi semi dall’aspetto insignificante provengono dalla pianta Salvia hispanica, imparentata con la nostra salvia da cucina e originaria del Messico e dell’America Centrale. Già gli Aztechi, una civiltà indigena altamente sviluppata dell’odierno Messico, utilizzavano questi semi neri o bianchi come alimento. Tra le altre cose, li utilizzavano per preparare bevande o farina per i loro piatti. Solo molti secoli dopo i semi di chia hanno fatto il loro ingresso nelle cucine europee, diventando un ingrediente fondamentale di müesli, bowl e altre pietanze da brunch. Caratteristiche particolari Il loro punto di forza in cucina è una caratteristica speciale: se mescolati con un liquido, formano in pochi minuti un involucro gelatinoso. Per questo motivo sono ideali per preparare il budino di chia, per addensare i dessert e per essere utilizzati nelle marmellate o nei prodotti da forno. Dal punto di vista del gusto, i semi di chia hanno un sapore molto delicato e discreto, il che permette loro di assorbire facilmente gli aromi degli altri ingredienti.
Fiocchi overnight Veloce e facile: i fiocchi di miglio lasciati in ammollo per tutta la notte con semi di chia, datteri, bevanda alle mandorle e frutta sono una colazione con pochi ingredienti, pronta in un attimo.
Semi di chia
VS
Semi di lino
Semi di lino Molto prima che i semi di chia facessero la loro comparsa nelle nostre ciotole di müesli, i semi di lino facevano già parte della quotidianità nelle cucine europee. I piccoli semi marroni o giallo-dorati provengono dal lino comune, una delle piante coltivate più antiche del mondo. Già migliaia di anni fa questa pianta veniva coltivata nell’area mediterranea e nel Vicino Oriente. Eppure era una vera e propria pianta dai mille talenti: dalle sue fibre si ricavava il lino, dai semi l’olio e gli alimenti. Grazie alla coltivazione del lino, i semi di lino sono giunti presto in Europa e sono ancora oggi molto apprezzati, soprattutto nel pane, nei panini, nelle fette croccanti e nel muesli.
Budino ai semi di lino con mirtilli e mango Con mirtilli e mango, il budino ai semi di lino è un dessert fruttato e leggero, facile da preparare. È ottimo anche a colazione.
Molto amati dai vegani Dal punto di vista del gusto, hanno un leggero retrogusto di nocciola e sono piacevolmente delicati. Interi o tritati, conferiscono ai prodotti da forno una consistenza più croccante e si abbinano perfettamente anche allo yogurt, al porridge o alle insalate. In cucina hanno una proprietà pratica simile a quella dei semi di chia: mescolati con l’acqua, i semi di lino macinati formano una massa gelatinosa. Nella cucina vegana sono quindi molto apprezzati come alternativa vegetale all’uovo.
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Oltre il mito, dentro la storia dei castrati
Musica ◆ Nell’indagine di Corrado Ricci non emergono più come interpreti isolati, ma come protagonisti di una cultura teatrale Giovanni Conti
Nel panorama dei recentissimi stu‑ di sulla vocalità barocca, la figura dei castrati sta vivendo una stagio‑ ne di rinnovata attenzione. Non più soltanto icone di un passato teatrale favoloso, né semplici protagonisti di un immaginario fatto di virtuosismi e leggenda, ma soggetti storici com‑ plessi, inseriti in reti sociali, economi‑ che e affettive che la storiografia sta finalmente restituendo nella loro pro‑ fondità. Il recente volume Farinelli. Quattro storie di castrati e prime donne fra Sei e Settecento pubblicato da LIM e firmato da Corrado Ricci, si collo‑ ca esattamente in questa nuova pro‑ spettiva: non celebra un mito, ma ri‑ costruisce un sistema, un mondo, una costellazione di relazioni che (ri)defi‑ nisce la cultura musicale europea tra XVII e XVIII secolo.
La lettura odierna dei castrati parla di mobilità sociale, di costruzione dell’identità e di rapporto tra corpo e potere La novità più evidente riguarda la dimensione biografica. Gli studiosi non si accontentano più delle fonti musi‑ cali o delle cronache teatrali: scava‑ no negli archivi notarili, nelle carte di famiglia, nelle testimonianze di viaggio. Ne emerge un quadro sor‑ prendente: i castrati non sono figure
isolate, ma prodotti di un’economia della voce che coinvolge famiglie, maestri, impresari, corti. La castra‑ zione, lungi dall’essere un semplice «atto tecnico», appare oggi come un fenomeno sociale complesso, spesso legato a strategie familiari di mobili‑ tà e ascesa. Farinelli, in questo senso, non fu un’eccezione ma il vertice di un sistema che produceva eccellenza attraverso disciplina, selezione e una rete di protezioni. Accanto alla biografia, la ricerca sta rivoluzionando la storia del corpo. La voce dei castrati non è più studiata come prodigio naturale, ma come ri‑ sultato di un corpo costruito cultural‑ mente. Le analisi fisiologiche, le in‑ dagini antropologiche, gli studi sulla percezione mostrano come la società barocca abbia investito quel corpo di simboli e fantasie: un corpo sospeso tra infanzia e maturità, tra maschile e non‑maschile, tra potere e vulnerabi‑ lità. Le nuove letture iconografiche – ritratti, stampe, caricature – rivelano un immaginario sorprendentemente ricco: il castrato non è solo voce, ma figura sociale, oggetto di fascinazione e di inquietudine. Il volume dedicato a Farinelli in‑ siste su un punto decisivo: i castrati non sono interpreti isolati, ma professionisti della scena, protagonisti di una cultura teatrale che li vede dialogare, competere e talvolta scontrarsi con le prime donne. La relazione tra castra‑
Carlo María Broschi, in arte Farinelli, in un ritratto di Jacopo Amigoni, 1750. (Wikipedia)
ti e cantatrici – spesso raccontata in chiave aneddotica – emerge oggi co‑ me un nodo strutturale: rivalità, al‑ leanze, strategie di palcoscenico che definiscono la drammaturgia dell’o‑ pera seria. La carriera di Farinel‑ li, intrecciata a quella di figure come Francesca Cuzzoni o Faustina Bordo‑ ni, mostra come la vocalità barocca sia
un campo di forze, non un semplice repertorio di arie. Sul piano strettamente musicale, la ricerca sta oggi recuperando la tecnica vocale dei castrati con strumen‑ ti nuovi: analisi delle storiche scuole napoletana, veneziana, romana e bo‑ lognese, studio delle ornamentazioni, ricostruzione delle pratiche di respi‑
razione e sostegno della voce. Il vir‑ tuosismo non è più mito, ma sapere tecnico: una grammatica della voce che ha influenzato profondamente la vocalità europea. Farinelli, con la sua leggendaria capacità di sostenere il fiato, diventa così non solo un simbo‑ lo, ma un caso di studio per compren‑ dere la fisiologia del canto barocco. La novità più grande, però, è for‑ se la più semplice: i castrati non sono più «meraviglie del passato», ma chiavi interpretative della modernità del teatro musicale. La loro storia par‑ la di mobilità sociale, di costruzione dell’identità, di rapporto tra corpo e potere. E, soprattutto, di una Europa che si scopre più complessa, più ibri‑ da, più globale di quanto la tradizione abbia voluto raccontare. In questo scenario, Farinelli non è solo il protagonista di un libro: è la porta d’ingresso a un mondo che la ricerca contemporanea sta finalmente restituendo nella sua interezza. Una storia che non riguarda solo la voce, ma il modo in cui una civiltà ha im‑ maginato il corpo, il talento, la gloria. Una storia che, oggi, torna a parlare con sorprendente chiarezza. Bibliografia Corrado Ricci, Farinelli, quattro storie di castrati e prime donne fra Sei e Settecento, LIM Libreria Musicale Italiana, Lucca 2026, pp. 104 Annuncio pubblicitario
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MONDO MIGROS
GUSTO Verdure
Ecco come preparare
Ricetta di base Preriscaldare il forno a 180 °C con calore superiore e inferiore. Tagliare le verdure miste a pezzetti. Distribuire bene il tutto su una teglia rivestita di carta da forno, irrorare con un filo d’olio d’oliva e condire a piacere con sale, pepe, spezie ed erbe aromatiche fresche. Cuocere nella parte centrale del forno per circa 20-35 minuti, a seconda del tipo di verdura. Le carote e la zucca richiedono un tempo di cottura piuttosto lungo e vanno tagliate a pezzetti relativamente piccoli, mentre le zucchine e i peperoni cuociono più velocemente. A metà cottura, girarle con una paletta da cucina.
le verdure al forno
Sono il pasto ideale quando si ha poco tempo. Con questi consigli, le verdure al forno risulteranno particolarmente saporite e versatili
Quali verdure sono adatte? Tra le verdure da cuocere al forno, le più apprezzate sono le carote, la zucca, le barbabietole rosse, le patate dolci, il cavolfiore e i broccoli. A seconda della stagione, si possono utilizzare anche pastinache, zucchine, melanzane, peperoni, finocchi o cavoletti di Bruxelles. Lessare le patate per 10 minuti in acqua salata, in modo che siano cotte contemporaneamente alle altre verdure. Tagliare a metà i pomodorini e cuocerli in forno solo negli ultimi 5 minuti, in modo che rimangano ancora leggermente duri. Se si combinano varietà diverse, tagliare a pezzi più grandi le verdure con tempi di cottura più brevi oppure aggiungerle sulla teglia in un secondo momento.
gorgonzola o dal formaggio di capra, che vanno aggiunti negli ultimi 5 minuti di cottura. Con lo Sbrinz o il Gruyère grattugiati, le verdure al forno assumono un sapore saporito e una crosticina dorata. Più sapore Oltre al sale e al pepe, il coriandolo macinato e il cumino si abbinano bene alle verdure al forno. Per un aroma ancora più intenso, prima di infornare cospargere le verdure con timo o rosmarino freschi sminuzzati. Cipolla e aglio Tagliare le cipolle a fette e cuocerle insieme alle verdure. L’aglio tritato può bruciarsi in forno e assumere un sapore amaro. È meglio aggiungerlo alle verdure solo negli ultimi minuti di cottura oppure cuocere insieme alle verdure una testa d’aglio intera. Successivamente, spremere la polpa morbida dagli spicchi e mescolarla alle verdure. Più sapore grazie all’acido Anche un po’ di acidità esalta il sapore: basta aggiungere qualche spruzzata di aceto balsamico sulle verdure prima di servirle oppure cuocere insieme alcune fette di limone e poi spremerle sulle verdure. Topping croccante Per dare più croccantezza e aroma, cospargere semi di zucca, noci o altri semi sulle verdure in forno negli ultimi 5-10 minuti, in modo che non si brucino.
Con pollo, fagioli o formaggio Le verdure al forno risultano più sostanziose se, ad esempio, vengono arricchite con pollo, legumi o formaggio. Rosolare il petto di pollo in padella su entrambi i lati per circa 3 minuti e aggiungerlo alla teglia negli ultimi 15 minuti di cottura. I legumi come i ceci o i fagioli in scatola sono particolarmente pratici: basta scolarli, sciacquarli bene e cuocerli insieme alle verdure. Diversi tipi di formaggio sono ideali per insaporire le verdure al forno. Ad esempio l’halloumi, che non si scioglie e che si può aggiungere sulla teglia negli ultimi 10 minuti. La cremosità è garantita dalla feta, dal
Che abbinamenti si possono fare? Le verdure al forno si abbinano bene con il quark alle erbe, il cottage cheese, l’hummus o il guacamole. Salsa veloce: mescolare lo yogurt greco con un po’ di tahini (pasta di sesamo), aggiustare di sale e pepe e servire con le verdure. Accompagnate da pane o patate al forno, queste verdure al forno diventano un pasto completo.
Migusto
Testo: Angela Obrist
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GUSTO Zucca
Zucca con burrata e datteri Piatto principale Ingredienti per 4 persone
1 zucca da ca. 800 g, ad es. Knirps 1 cipolla rossa 1 cucchiaino di pepe di Cayenna frantumato ½ mazzetto di salvia 5 cucchiai d’olio di colza 2 cucchiai di sciroppo d’acero o miele sale pepe 200 g di datteri snocciolati 8 mini burrate da ca. 50 g l’una ½ mazzetto d’erbe aromatiche miste, ad es. prezzemolo, erba cipollina 30 g di semi e noci, ad es. semi di zucca e nocciole 1. Scalda il forno statico a 200 °C (calore superiore e inferiore). Dimezza la zucca ed elimina i semi. Taglia la zucca, compresa la buccia, a spicchi di ca. 2 cm. Taglia a spicchi la cipolla.
Piccola guida alle zucche Grandi, piccole, tonde o dalle forme più insolite: le zucche esistono in moltissime varietà. Ecco una panoramica delle tipologie più comuni e qualche idea su come utilizzarle in cucina
2. Accomoda entrambi su una teglia foderata con carta da forno. Cospargi con il pepe di Cayenna e le foglie di salvia. Mescola l’olio con lo sciroppo d’acero o il miele, poi versa sulle verdure. Condisci con sale e pepe. Cuoci al centro del forno per ca. 20 minuti. A metà tempo di cottura, unisci i datteri. 3. Accomoda nei piatti le burrate con gli spicchi di zucca, i datteri, le cipolle e la salvia. Cospargi con il prezzemolo, l’erba cipollina, i semi e le noci.
Testo: Edita Dizdar Qui puoi scaricare l’app Migusto
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Zucca con polpette di carne macinata Le polpette di carne macinata, cotte in padella con cipolle rosse e zucca, sono veloci e facili da preparare, oltre che economiche. Il piatto viene servito con il couscous.
Buono a sapersi
Quale zucca è ideale per la zuppa e quale per il forno? Le varietà più diffuse e le loro caratteristiche culinarie
Utensile per zucche
Hokkaido: la versatile
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Questa zucca è conosciuta anche come potimarron. Conquista per il suo sapore delicato e leggermente dolce. Zuppe, piatti al forno e purè: questo piccolo talento tuttofare si presta a innumerevoli preparazioni. Poiché la buccia diventa morbida durante la cottura, può essere consumata senza problemi. I semi si rimuovono facilmente con un cucchiaio. Zucca Hokkaido bio al prezzo del giorno
Butternut: la cremosa
La zucca butternut, dalla caratteristica forma a pera, ha una nota dolce e leggermente nocciolata e una polpa soda. È perfetta per risotti, zuppe, curry e verdure al forno, ma anche tagliata a metà, farcita e gratinata. Può essere consumata anche cruda nelle insalate. I semi si rimuovono facilmente e la buccia è commestibile.
Zucca in agrodolce I cubetti di zucca messi a macerare in una soluzione di aceto, acqua e zucchero sono pronti dopo una settimana o più e, una volta diventati sottaceti, si abbinano perfettamente alla raclette, alla fondue, a un tagliere di formaggi o a un’insalata.
Zucca butternut al prezzo del giorno
Zucca moscata: l’aromatica
Questa varietà si caratterizza per il suo sapore speziato. Si presta particolarmente bene per gratin, chutney, prodotti da forno e zuppe, ma è ottima anche conservata in agrodolce. La buccia è piuttosto dura e di solito viene rimossa. Poiché i frutti possono raggiungere diversi chili, viene spesso venduta già tagliata a spicchi.
Cake alle nocciole e alla zucca
Zucca moscata bio a spicchi al prezzo del giorno
Con le nocciole e la zucca grattugiata si può preparare in un attimo un cake delizioso. Con una glassa al formaggio fresco diventa irresistibile.
Zucca di Halloween: la spaventosa
Per intagliare le classiche lanterne di Halloween si utilizza spesso la varietà Jack O’Lantern. La polpa estratta può essere consumata, ma rispetto ad altre varietà risulta piuttosto insipida e acquosa. È comunque adatta per preparare una zuppa o una purea da utilizzare, ad esempio, per la preparazione di dolci e prodotti da forno. Zucca da intagliare per Halloween al prezzo del giorno
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Tempo di Halloween con un meraviglioso gatto Manca poco al periodo di «dolcetto o scherzetto», per cui vi invitiamo a realizzare un micio particolare che, al di là dell’aspetto inquietante, è pieno di… dolcissime sorprese
Sirenette milanesi Oliver Scharpf ci presenta le sorelle Ghisini, le due sirene del ponticello nel parco Sempione che all’inizio erano quattro e vigilavano il ponte sul Naviglio di San Damiano
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«Il Visagno mi guardava dalla vetta…»
Alpinismo ◆ Tre false partenze trasformano il Pizzo di Claro in una vetta difficile da conquistare se non con un confronto ostinato Jacek Pulawski, testo e foto
Con i suoi 2727 m s.l.m., il Pizzo di Claro, noto anche come Visagno, domina il settore montuoso a nord di Bellinzona, al limite tra la Riviera ticinese e la Val Calanca grigionese. Da questa cima prende avvio una lunga dorsale che prosegue verso il tetto del Ticino, l’Adula. Dalla pianura alla vetta si affrontano quasi 2500 metri di dislivello: una caratteristica che ne fa una meta amata dagli escursionisti e dagli sportivi, ma tutt’altro che scontata da raggiungere in giornata. Il prolungato sforzo fisico, gli improvvisi rovesci pomeridiani delle condizioni meteorologiche e la tipica forma piramidale richiamano molto il famoso corno vallesano posto a est del massiccio del Monte Rosa. Non può essere dunque considerato fuori luogo il paragone con «un Cervino molto addomesticato», come lo descrisse il mineralogista ticinese Carlo Taddei. Karl Baedeker, dal canto suo, nel 1854, definì invece il pizzo «una del-
le più belle montagne della Svizzera». Un dettaglio che non avevo preventivato quando, una settimana prima, lo stavo ammirando dal Motto della Croce situato sul versante opposto. Quel soleggiato giorno di tarda primavera, in cui tutto il Piano di Magadino e le montagne circostanti palpitavano di verde, il Visagno era ancora ricoperto di neve e ghiaccio, sottolineando tutto il suo carattere d’alta montagna. Per gli amanti delle vette, il Pizzo di Claro è una di quelle cime magnetiche sulle quali non si sorvola con lo sguardo. L’ho presa di mira proprio lì, fissandola per lunghi minuti accompagnati da un morboso desiderio di aggiudicarmi un giro sulla giostra più iconica del nostro cantone. Ma, come spesso capita, se si guarda a lungo in un abisso, l’abisso talvolta finisce per guardare noi. Nell’arco del mese a seguire, il Visagno mi ha scrutato nelle viscere, risvegliando le mie più profonde an-
sie alpinistiche. A testimoniarlo sono stati i primi tre tentativi di scalare quella vetta, ossia tre insuccessi conditi da un silenzio paranoico, quasi fosse una paralisi dei sensi proveniente dal mio interno. La prima volta parto da Cresciano per un’arbitraria via attraverso maestose pinete. Transito dall’Alpe di Peu fino a giungere alle ghiacciate sponde del laghetto di Canèe. Il pizzo ricoperto di neve in via di scioglimento scarica un’udibile valanga poco sopra la via normale. È un improvviso arresto, un vuoto di pensieri, mentre fisso la calotta di ghiaccio del laghetto. La vetta invece osserva me. Il secondo «inutile» sforzo inizia dal versante grigionese, in località di Giova, San Vittore, nei pressi di un bacino per incendi. Raggiunta la modica quota di 2100 m s.l.m., poco sopra l’Alpe di Mem, attraverso un magnifico sentiero di pini e sono sorpreso da un’invasione di nuvo-
le. Un esplosivo miscuglio di vapori dimenticato dai bollettini meteorologici che crea terrore in ogni alpinista. Stavolta la causa è un notevole calo di temperatura. Uno spostamento d’aria non potente, ma sufficiente-
mente deciso da azzittire la mia sicurezza fondata sull’applicazione meteo del mio cellulare. Il respiro del Visagno mi spinge a valle, sulla Motta de Carnac, 2024 m s.l.m., ai bordi delle nuvole temporalesche. Osservo il bo-
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sco, mentre il pizzo è alla mia schiena. La terza bandiera bianca arriva sul nascere. La consueta sveglia delle 3 di mattino, la mano destra che la spegne e uno sguardo che si perde nel vuoto di un soffitto illuminato da una luce che non c’è mai stata. Quelle due esperienze vissute in precedenza mi sommergono di pensieri. Mi alzo giusto per accendere il computer e sfogliare le fotografie scattate durante i due approcci alla vetta. L’impressione di essere osservato dall’abisso non mi mette a mio agio, ed è arrivato il momento di invertire questa tendenza, guardando io stesso nelle viscere della montagna. Mentre osservo le fotografie, il Pizzo di Claro sembra cambiare volto. La montagna invincibile mi pare ora un fiabesco gigante la cui fragilità si manifesta sin dalle sue «gambe». La presenza di alberi secchi, talvolta spezzati o divorati da insetti xilofagi, crea in me un sentimento di compassione ed empatia. Incuriosito da queste immagini decido di chiamare la guardia forestale della zona. Vengo messo in contatto con un anziano selvicoltore e forestale, un esperto dell’argomento. Le sue interessanti considerazioni cominciano dal maltempo avvenuto nell’ottobre del 2023 e che ha drasticamente danneggiato tutto l’alto comprensorio che comincia a Claro e finisce a Biasca. Ai fattori climatici si aggiunge il ciclo di vita naturale del bosco. Molti gruppi di piante giunte alla fase di decadimento si seccano e collassano sotto il proprio peso. Ma alle fondamenta del pizzo il vero nemico risulta essere un’insignificante presenza che, a causa del cambiamento climatico caratterizzato da periodi di siccità e calore, prolifera in modo rapido e silenzioso. Proprio in questo scenario di morte, il bostrico tipografo trova le migliori condizioni per riprodursi e abbordare il suo prelibato abete rosso. Con l’alleanza della forestale, per ora è il peccio ad avere la meglio, ma è una battaglia che si combatterà nel corso del secolo.
Sul Canèe pesa ancora la memoria di racconti popolari e di un progetto idroelettrico che nel 1934 avrebbe potuto cambiarne il destino Sciolte le calotte di ghiaccio con i suoi banchi di neve non mi resta che condurre un approccio vincente alla vetta. La lunga pausa dai primi tre tentativi sposta le mie attenzioni sull’alpinismo in falesia, considerando le due vie di risalita più difficili. Dopotutto era la stessa situazione che lo esigeva. Tra me e il Pizzo di Claro era nata un’atipica rivalità. In seguito ai dettagli citati in precedenza, era fuori questione un mio ingresso dalla porta principale, una normalissima via da trekking. Ahimè! Sarebbe equivalso a un vero tradimento di una montagna che si stava manifestando in tutta la sua rabbia e agonia. E, così, un bel giorno di sole salgo in macchina e mi dirigo a Claro. Ad aspettarmi sul posto c’è la gentilezza di Mario, un apicoltore locale, che, vedendo il mio disappunto per la mancanza di sufficiente moneta per il pedaggio, estrae il suo pass di patrizio. Sono le 05:30 di mattino. Solo a posteriori posso dire che, non fosse stato per il suo intervento, avrei perso del tempo assorbendo più tardi un’autorevole scarica di grandine in pieno spazio aperto, invece che sotto una fitta protezione dei rami di un giovane abete rosso.
Della «via Lumino» non mi ricorderò della corta sosta alla Capanna Brogoldone. Il vero pezzo forte del tracciato comincia poco dopo. Con il bosco alle spalle è il Pizzo di Morinere, 2254 m s.l.m., a fungere da faro, che – come un guardiano fedele del Visagno – conduce sulla vera pista di decollo, un sentiero a cavallo di una cresta che trafigge il Passo di Mem, incanalandomi verso la cima sud. Camminando sulla frontiera geografica fra il Canton Ticino e i Grigioni provo confusione. Confinato nel sottobosco, nel corso dei precedenti tentativi, oggi mi ritrovo a condurre il primo attacco alla vetta. Lo scenario è magnifico, una sorta di Isole Hawaii come quelle viste solo in cartolina, il più bel tratto mon-
tano che abbia mai ammirato sinora. Vuoi per la liberazione, ma durante i primi passi su quel groppo, nemmeno esposto, rimango tanto annichilito da inciampare su dei sassolini da cortile; vertigini. Mi sento ubriaco in questa zona franca. Sono appunti di un diario dal sapore personale, perché la montagna è soprattutto questo. Per gli amanti dei siti tecnici è da annotarsi una facile pietraia e un passaggio obbligato di II grado che vi spalanca le porte alla vetta. Un PD (alpinismo poco difficile) con gli elementari compiti dell’arrampicata risolti sul ginocchio destro prima del campanello scolastico. Andate, ma fermatevi a mangiare un panino su quella costola. Restando sulla difficoltà di un trekking per le coppie felici, si riceve
un regalo che nessun’altra montagna sa donare. Salito in vetta dalle retrovie per la prima volta non mi resta che ripetere l’esperienza, ma questa volta affrontando la via più ardua, la cresta nord-ovest dello «gnomo». Per pianificare la via, trovo di grande aiuto Michea Seddio, un escursionista alpino ticinese, capogite della SAT di Lugano. La passione per la montagna lo rende tra i migliori redattori di tracciati alpini sul famoso portale hikr. org. I suoi articoli sono spesso scritti in modo pionieristico e capaci di cogliere i punti chiave di ogni itinerario da lui descritto. Dieci giorni dopo mi reco a Claro. Per risparmiare energie posteggio la macchina 300 m sopra il Mo-
nastero S. Maria. Superato il rifugio di Peurett, intraprendo un sentiero di tornanti che mi conduce all’Alpe di Canèe, 1995 m s.l.m. A sinistra risalgo il Torrone di Canèe, un terreno molto insidioso dal quale non è affatto difficile scivolare verso il basso. Proprio dalla vetta di questa antecima della cresta nord-ovest si ha la visione più poetica del Visagno. Da qui rivela tutta la sua personalità, difficilmente percettibile da altre prospettive. Fissandolo per dei minuti, a poche centinaia di metri, intravedo L’urlo di Munch. I suoi occhi sono profondi e buoni, ma segnati dal dolore, che sembra durare molti secoli. La bocca è colma d’acqua, un laghetto di color verde smeraldo profondo una ventina di metri. È il laghetto di Canèe, attorno al quale sono nate diverse leggende. Una racconta di un vortice capace di trascinare sott’acqua persino il bestiame: una mucca scomparsa nel lago sarebbe addirittura riapparsa a Milano. Un’altra rievoca un castellano che, a causa di un tragico equivoco, uccise la madre della giovane sposa. Per punizione venne chiuso in un sacco e gettato nel Canèe; durante le tempeste, secondo il racconto, le sue mani tornerebbero ancora a mostrarsi sulla superficie. Ma per me, il volto del Visagno rispecchia le cicatrici delle battaglie reali piuttosto che delle speculazioni di carattere mitologico. Nel Novecento il lago suscitò anche interessi molto più concreti, legati alla possibilità di sfruttarne le acque per la produzione energetica. Nel 1934 la Motor Columbus AG commissionò uno studio che escluse però l’ipotesi di realizzarvi un invaso: «Si presenta molto male ad essere invasato; la possibilità di accumulazione in questa zona viene quindi scartata». Fu dunque la grande solidità della montagna a preservarla dalla cementificazione? Chiamando un geologo del Museo di storia naturale di Lugano vengo a sapere che il Pizzo di Claro è composto da tre strati di rocce metamorfiche. Il primo più in basso è costituito da anfibolite, una roccia scura e pesante. Su di esso poggia uno strato di due tipi di gneiss, mentre il terzo è composto da marmo, facilmente ammirabile in vetta. Il pizzo dunque è una montagna solida e difficilmente modellabile dall’erosione, un fattore piuttosto sfavorevole per gli erettori di dighe. Mentre continuo sulla cresta, valutata con un PD+ di grado III, osservo il volto del gigante di pietra che, col cambiare della luce, muta gradualmente il suo aspetto. Il suo volto si dissolve come il riflesso sull’acqua colpito dalle onde. Poi sparisce, ponendo fine alle mie paranoie alpinistiche più profonde. Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica
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Il gatto di Halloween porta-dolcetti
Crea con noi ◆ Costruiamo insieme un micio dall’aspetto mostruoso, ma dal ripieno dolcissimo, che conquisterà i più piccoli Giovanna Grimaldi Leoni
Con questo tutorial trasformiamo una semplice scatola di scarpe in un simpatico gatto nero di Halloween! Con i suoi grandi denti, i baffi, le ali da pipistrello e una bocca mostruosa, questo gatto nasconde una piccola sorpresa. Proprio nella sua bocca infatti, si può infilare la mano per cercare e afferrare il proprio dolcetto! Un modo per dare nuova vita a una scatola di scarpe e trasformarla in una decorazione di Halloween originale, perfetta per accogliere i piccoli mostri che suoneranno alla porta per il classico «dolcetto o scherzetto?» Preparazione Iniziamo preparando la scatola: dipingiamo tutti i lati esterni, compresi fondo e coperchio, con il colore acrilico nero e un pennello piatto. Lasciate asciugare bene la pittura e, se
necessario, passate una seconda mano per ottenere un colore più uniforme e coprente. Stampate i cartamodelli e ritagliate le diverse parti del volto. Usatele come riferimento per preparare occhi, naso e orecchie sui cartoncini colorati, quindi incollate tutti gli elementi sulla scatola. Passiamo ora alla bocca. Ritagliate la relativa sagoma dal cartamodello e appoggiate il foglio sulla scatola, nella posizione corretta. Ripassatene il contorno per trasferire la forma sulla scatola, quindi, con un taglierino, ritagliate con attenzione lungo la linea. In questo modo otterrete un’apertura attraverso la quale i bambini potranno infilare la mano e andare a caccia dei loro dolcetti! Per rendere la bocca ancora più simpatica, realizzate i denti utilizzando
del moosgummi bianco, così rimarranno morbidi e non saranno pericolosi per le mani dei bambini. Ritagliateli usando sempre il cartamodello come riferimento, che riporta anche il margine necessario che servirà per incollarli all’interno della scatola. Con lo stesso cartamodello preparate poi la coda e le ali da pipistrello, ritagliandole dal cartoncino nero. Anche in questo caso il modello comprende un margine di circa 2 cm alla base: piegatelo a «L» e utilizzatelo per fissare facilmente le ali e la coda direttamente alla scatola. Aggiungiamo ora le zampette. Prendete un rotolo di carta igienica e tagliatelo a metà. Rivestite i due pezzi con del cartoncino nero oppure dipingeteli con il colore acrilico e la-
Giochi e passatempi Cruciverba Come si chiama questo frutto e di dove è originario? …Troverai le risposte, a soluzione ultimata, leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 10, 3-3, 8)
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Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
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• 1 scatola di scarpe con coperchio • colore acrilico nero e pennello piatto • Cartoncino nero • Resti di cartoncino rosa/giallo oppure pittura di questi colori • Gomma crepla/ moosgummi bianco • Pulisci pipe per i baffi • 1 rotolo di carta igienica • Colla a caldo o colla vinilica • Forbici, matita, righello • Stampante per il cartamodello (I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
tanti altri personaggi di Halloween: un pipistrello, un mostro, un vampiro o persino una zucca con una grande bocca spaventosa. Buon Halloween! Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi
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Materiale
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
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sciateli asciugare bene. Questi due elementi faranno da piccoli piedistalli e permetteranno di tenere la scatola leggermente sollevata dal piano d’appoggio. Prima di incollarli definitivamente, fate qualche prova per verificare che il gatto sia ben bilanciato. Potete anche mettere temporaneamente un piccolo peso all’interno della scatola, così da controllare che non tenda a ribaltarsi. Se serve maggiore stabilità, potete aggiungere sul retro un pezzo di cartone dipinto di nero, abbastanza lungo da arrivare fino a terra, che fungerà da ulteriore supporto. Completate il viso con gli ultimi dettagli e aggiungete i baffi utilizzando dei pulisci pipa. Potete incollarli direttamente oppure praticare un piccolo foro per lato e inserirli nella scatola. Ed ecco pronto il nostro gatto di Halloween! A questo punto non resta che riempire la scatola di dolcetti e aspettare i piccoli mostri che passeranno per il classico «dolcetto o scherzetto?». Idee aggiuntive Se avete un gatto in casa, potete trasformare questo bricolage in un piccolo ritratto del vostro amico a quattro zampe, scegliendo colori, occhi e dettagli che lo ricordino. Per rendere il gatto ancora più «mostruoso», decorate la scatola con ragnatele, ragni, stelline, zucche o piccoli pipistrelli. E perché fermarsi al gatto? La stessa idea può essere adattata per creare
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Soluzione della settimana precedente ORIZZONTALI 1. C apitale delle Filippine 6. L’abbiamo tutti... sott’occhio 9. Un libro della Bibbia 10. Percorre linee urbane 12. Le monete della Romania 13. Presenti a Natale 14. Iniziali della moglie di Ricky Tognazzi 15. In... in Francia 16. Felino americano 17. È buono in Germania 18. Campione dimostrativo 19. Grossa gabbia
20. Fuga di Maometto dalla Mecca a Medina 23. La cantante Turner 24. Una consonante 25. Preposizione articolata 26. Si può accendere sulla casa VERTICALI 1. Esecrati, dannati 2. Termine liturgico 3. Pronome personale 4. L e iniziali della conduttrice Spada 5. Corpuscolo di materia 6. Un anagramma di già
7. Sillaba sacra ai buddisti 8. Nome femminile 11. Sigla dell’acido ribonucleico 13. La Camera bassa del Parlamento russo 14. Preposizione articolata 16. Un frutto 17. L e iniziali dell’attore Tirabassi 18. Cane selvatico australiano 21. Una consonante 22. F u imprigionato con l’apostolo Paolo 24. Un colpo all’uscio 25. Le separa la «d»
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch
CONOSCERE LA LUNA – Resto della frase: … ARIA, VENTO, PIOGGIA E RUMORI
A R E B U I A V E N U T O R O P O R T O N O D O R A T I T A L A G R I S G A M I A R I S A D I E S R U M O R I L S P O R A M E E B O R I A
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I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».
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Viaggiatori d’Occidente
di Claudio Visentin
Crociere fuori rotta
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Non amo le crociere. Riprendendo il titolo di un libro di David Foster Wallace, potrei definirle Una cosa divertente che non farò mai più. D’altronde, come molti scrittori di viaggio, sono terribilmente snob. Il resto del mondo naturalmente non se ne cura e infatti il numero di crocieristi continua a crescere: nel 2025 ha raggiunto 37,2 milioni (+7,5% rispetto all’anno precedente). A dire il vero alcuni aspetti delle crociere, meno conosciuti, mi incuriosiscono. Per esempio ampie sezioni delle navi non sono accessibili al pubblico, perché servono per macchinari, magazzini, cucine, lavanderie e altri servizi, oltre a cabine, mense, palestre e spazi per la vita dell’equipaggio. Dietro le porte riservate al personale, morbidi tappeti, rivestimenti in legno e opere d’arte lasciano il posto a pareti tinteggiate, pavimenti in lino-
leum e un’illuminazione impersonale. Questi spazi sono collegati da percorsi riservati per muoversi e trasportare materiali senza disturbare la vita degli ospiti. Sulla Oasis of the Seas di Royal Caribbean il principale corridoio di servizio dell’equipaggio, sul ponte 2, è un’arteria a due corsie che si estende per gran parte della lunghezza della nave; è soprannominata I-95, come la trafficata autostrada della costa orientale degli Stati Uniti, ed è percorsa da un flusso quasi continuo di lavoratori, carrelli di cibo e bevande, provviste e materiali da portare al riciclo o al compattatore dei rifiuti. Non devo essere peraltro il solo curioso, se Carnival, l’altro colosso delle crociere, offre un Behind the Fun Tour, alla scoperta delle aree di servizio; e anche Royal Caribbean propone un All Access Tour. Le compagnie, però, organizzano queste visite guidate di malavoglia, di
solito non più di una per viaggio, perché disturbano la privacy del personale di bordo fuori servizio. I posti sono limitati: se l’idea vi interessa, la prossima volta che salite a bordo di una nave da crociera conviene informarsi e prenotare in anticipo. Un altro aspetto poco conosciuto? Le navi da crociera utilizzano bandiere di comodo, cioè di un Paese diverso da quello in cui ha sede operativa la compagnia. Royal Caribbean, per esempio, batte bandiera delle Bahamas, Carnival preferisce Panama. Questa scelta poco elegante offre vantaggi fiscali e una maggiore flessibilità nell’impiego di equipaggi internazionali, perché non si devono applicare in automatico le condizioni salariali e contrattuali del proprio Paese. Ha però conseguenze inaspettate dal punto di vista legale, che si aggiungono alla situazione già fuori dal
comune di una crociera in mare aperto. E così, nel febbraio 2025, quando una ventenne torinese denunciò il compagno che l’aveva picchiata durante una crociera sulla MSC Sinfonia, il tribunale archiviò il caso perché i fatti denunciati erano avvenuti su una nave battente bandiera panamense e oltretutto in acque internazionali. Anche punire casi di violenza sessuale può risultare difficile: per stabilire chi possa indagare e giudicare bisogna considerare il luogo del reato, lo Stato di bandiera, i porti di partenza e di arrivo, la nazionalità della vittima e del presunto aggressore. Questioni giudiziarie a parte, l’incubo di ogni compagnia di navigazione è perdersi qualche crocierista per via, a volte con conseguenze tragiche. Il 26 ottobre 2025 Suzanne Rees, un’australiana di ottant’anni, fu trovata senza vita a Lizard Island, al
largo del Queensland. La Coral Adventurer, dalla quale era scesa per un’escursione, era ripartita il giorno precedente senza di lei. È comunque un caso raro, perché di norma quando si torna a bordo dalle escursioni i conteggi sono attentissimi. Certo, se un ospite non si presenta entro l’orario stabilito, il capitano può decidere comunque di partire, specie se si trova nel porto di una grande città, dove i ritardatari avranno modo di cavarsela. Per esempio, il 27 marzo 2024, nell’isola di São Tomé, una nave della Norwegian Cruise Line ha lasciato a terra otto turisti in ritardo. Superato lo smarrimento iniziale, hanno noleggiato un furgone e una settimana più tardi sono riusciti a risalire a bordo a Dakar, in Senegal, dopo aver attraversato sei Stati africani. E così la parte più interessante della crociera è stata a terra; a saperlo, ci sarei andato.
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Cammino per Milano
di Oliver Scharpf
Le sorelle Ghisini
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Dopo due ore, due minuti e quarantanove secondi dall’inizio di Rocco e i suoi fratelli (1960), abbinato al volto apollineo-dionisiaco di un giovanissimo Delon con la nebbia e gli alberi spogli, appare il ponte delle Sirenette. Note anche come sorelle Ghisini, di spalle, mostrando chiappe e remo, per due minuti fanno da sfondo al boxeur protagonista di questo film – incontrato già nei nostri tragitti un autunno per il testoriano ponte della Ghisolfa – che si è preso una pausa di allenamento. Per discutere con il fratello minore, asciugamano intorno al collo, dei casini causati dal fratello maggiore, sul ponticello sirenico situato nel parco Sempione. «Parenti» delle Teodolinde studiate nel girovagare d’inizio estate, sono queste sirenette, osserva Carlo Romussi in Milano che sfugge (1889). Dove a pagina sessantatré fanno capolino le sorelle Ghisini, chiamate così per via del
materiale di cui sono fatte, ancora vigilanti sul ponte inaugurato nel 1842 per superare il naviglio di San Damiano: sotterrato negli anni trenta. Quando, assieme a tutto il ponte in ferro fuso nella ferriera Rubini-Falck di Dongo, le quattro sirene vengono dislocate al parco Sempione. Dove verso la fine di un pomeriggio assolato di metà ottobre, mentre l’aria è pervasa dall’odore dei molti osmanti, con il sottofondo reggae dei pusher che da sempre colonizzano l’Accumulazione musicale e seduta (1973) di Arman, afferro con lo sguardo le prime due, bellissime, sirene in ghisa. Ai due fianchi del ponte, sotto le fronde di un noce del Caucaso, scatta l’assonanza tra l’apice acuto delle foglie lanceolate e il motivo a squame del piedistallo, tipo paracarro, dove poggiano. Il motivo a squama che sembra foglia, salendo i gradini, lo ritrovo sul corpo. La mano si-
Sport in Azione
nistra sui fianchi, il remo in vista tenuto dall’altro braccio, fiere guardano dritte davanti. Nate dalla mano di Benedetto Cacciatori (1794-1871) che ne modella i calchi in gesso, le tocco facendo toc toc per saggiarne il materiale. Due, a quanto pare, sono rifatte in bronzo: una è stata distrutta dai bombardamenti e una rubata nel 1948. Ma non sono certo così maniacale da fare toc toc su tutte e quattro che a me, così inverderamate, sembrano uguali; e poi mica saprei riconoscere il suono della ghisa dal bronzo. Però, in realtà, forse potrei provare. Rito degli innamorati, toccarle, dicono, per non lasciarsi mai. Usanza niente male già dai tempi di quando erano sul Naviglio dei sciur come chiamavano il naviglio di San Damiano, travisata nella moda dei tremendi lucchettini attaccati, come in altri ponti in altre città. Salito sul ponte che supera il laghet-
to, trovo il punto dell’inquadratura per il volto di Alain Delon – l’attore confesserà, di nuovo in città per girare un noir-poliziottesco negli anni settanta, di amare il grigio di Milano e i suoi giardini segreti – e le sirenette di spalle. Le due code intrecciate, indicano che sono sirene bicaudate, conosciute anche come Melusine. Simboli millenari di fertilità, morte, dualismo tra terreno e divino, visibile e nascosto e così via, le sirene di Cacciatori hanno le stesse treccine nordiche delle Teodolinde tardosettecentesche della fontana in piazza Fontana. Il remo spinge invece il mio immaginario tra i canottieri nei mattini d’inverno nella cerchia estinta dei Navigli. Ma anche a non moltisimi passi da qui, perchè Benedetto Cacciatori, tra l’altro, è autore delle due personificazioni allegoriche dei fiumi Ticino e Po in pietra di Crevoladossola, su in cima all’arco della Pace. E il Po tiene in
braccio un remo imparentato a quello delle sorelle Ghisini. Professore di scultura a Brera, dove ebbe anche come allievo Vincenzo Vela, vi educò al bello la gioventù con severi precetti come potete leggere sull’epitaffio della sua tomba, se passeggiate un giorno al monumentale. Passeggiare qui al parco Sempione all’imbrunire, invece, potrebbe farvi incontrare la dama nera di una delle poche leggende che possiede una città così concreta. Con un cenno della mano vi attira fatale e vi conduce in una villa signorile, nascosta tra gli alberi del parco. Danzerete con lei fino ad accorgervi che dietro al velo nero, un teschio sorride. Un sorriso appena accennato sembra svelarsi, alle sei meno un quarto, ormai il mio orario autunnale milanese preferito, su una delle sorelle Ghisini che qualche milanese un tempo chiamava anche sorei del pont di ciapp.
●
di Giancarlo Dionisio
Ma il calcio è veramente così «fair»? ◆
Il Manchester City rischia grosso. Come minimo una multa. Tuttavia, per togliere il sonno allo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, gran patron della holding City Football Group, la sanzione pecuniaria dovrebbe essere quanto meno plurimiliardaria. Il vero brivido per gli Sky Blues, è lo spettro della radiazione dal mondo del calcio. In mezzo ci stanno altre sfumature di grigio: dalla penalizzazione in punti, alla retrocessione dalla Premier League, alla revoca dei titoli conquistati durante il periodo incriminato, quello che va dal 2009 al 2017. In quegli anni, il Club allora diretto sul campo da Pep Guardiola, secondo gli inquirenti della massima Lega inglese, avrebbe commesso 115 violazioni finanziarie del codice in vigore per attenuare le disparità di potere fra società sportive. Se paragonate agli esempi del passato, queste infrazioni sarebbero sufficienti per inserire definitivamente i Cityzens nell’album dei ricordi. Come sempre,
fino a quando non verrà emessa una sentenza definitiva, il condizionale è d’obbligo. Il Club ha interposto un appello. Francamente, stando ad una sia pure superficiale visione dei capi d’accusa, se fossi un fan di Gigio Donnarumma, Erling Haaland e compagni, sarei tutt’altro che sereno. Il verdetto dovrebbe cadere, nella più remota delle ipotesi, all’inizio del 2027. Nell’attesa, mi ritrovo a riflettere sul concetto stesso di Fair Play finanziario, o meglio, come sostiene l’UEFA, Financial Sustainability Regulations. Si tratta di un complesso di regole intese a riequilibrare la concorrenza e la potenza finanziaria delle società coinvolte nel fenomeno calcio. Fra queste, ad esempio, l’azzeramento dei debiti scaduti nei confronti di altri club, di autorità fiscali e previdenziali, dell’UEFA stessa e dei propri dipendenti, giocatori e staff su tutti, in quanto si tratta dei più onerosi. A livello europeo, vengono calcolati i costi di un club sull’arco
di un triennio e si verifica che la società stessa ne esca con delle cifre nere. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, con un deficit che rimanga al di sotto della cosiddetta acceptable deviation, ovvero complessivamente 60 milioni di euro più altri 10 di tolleranza. Viene inoltre preso in considerazione lo Squad Cost Rule, secondo il quale la spesa per la rosa non può superare il 70% dei ricavi. Il montante in questione comprende i salari dei giocatori e degli allenatori, i costi degli ammortamenti dei trasferimenti e le commissioni per agenti ed intermediari. A mio modo di vedere, è proprio in questo punto che si intravedono i limiti del pur lodevole intento di calmierare i costi del football. Facciamo insieme due conti: il Manchester City dichiara entrate per circa 900 milioni di euro. Il che gli consente di potersene permettere 630 per l’allestimento della rosa. Il Real Madrid, con i suoi 1200 milioni, potrebbe stanziarne
840 per continuare a rimanere ai vertici. L’Inter, che non è certo una cenerentola, annuncia circa mezzo miliardo di ricavi, la cui conseguenza è una disponibilità di 350 milioni per la gestione corrente. È, credo, una delle ragioni per le quali, da anni, il calcio italiano fatica a emergere come in passato. Come si può notare, il sistema consente delle differenze notevoli fra grandi club. Immaginate come questo gap si amplifichi se prendiamo in considerazione le cosiddette «piccole». Lo Young Boys vanta un record di circa 104 milioni di franchi di ricavi nel 2023. Quanto al Lugano, le cifre ufficiose parlano di circa 50 milioni. Ne consegue che la disponibilità dei gialloneri nella costruzione della squadra si aggira attorno ai 72 milioni, quella dei bianconeri sui 35, ovvero la metà. Perbacco, cosa sono 37 milioni di divario? Noccioline. Vero, se pensiamo che da noi si sta aprendo un varco alle sorpre-
se, come quella del Thun lo scorso anno e quella – glielo auguriamo – del Lugano nella corrente stagione. Comunque, cifre alla mano, possiamo scordarci di vedere una nostra squadra accedere ai gironi della Champions League, superarli per poi proseguire nella fase a eliminazione diretta e approdare magari ai quarti di finale e oltre, come in passato avevano fatto Grasshoppers e Basilea. Se dovesse accadere, potremmo gridare al miracolo. Sarebbe come se il primatista mondiale di getto del peso riuscisse a infrangere il leggendario 2 metri e 45 cm di Javier Sotomayor nell’alto. Lode alle regole della Financial Sustainability Regulations, ma nella consapevolezza che si tratta di una cura palliativa. Se però consideriamo le infrazioni commesse dai club ricchi e indebitati come doping finanziario, ben vengano questi farmaci che tentano quanto meno di limitare il danno alla salute del calcio.
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Tutte le torte non refrigerate per es. torta di Linz Petit Bonheur, 400 g, 3.16 invece di 3.95, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)
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izzero
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20%
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14% Treccia russa Petit Bonheur 330 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.09)
6.–
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NOVITÀ Cornetti alla crema in conf. speciale, 4 pezzi, 280 g, (100 g = 2.14)
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Bevande
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conf. da 6
30% Acqua minerale Valais (senza bottiglie di vetro), in diverse varietà, per es. senza anidride carbonica, 6 x 1,5 litri, 4.48 invece di 6.40, (100 ml = 0,05)
conf. da 6
30% Coca-Cola e Fanta in confezioni multiple, disponibili in diversi formati, per es. Coca Cola Classic, 6 x 1,5 litri, 10.05 invece di 14.35, (100 ml = 0.11)
a partire da 2 pezzi
25%
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Tutti gli sciroppi da 750 ml
43%
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per es. lampone, 2.21 invece di 2.95, (100 ml = 0.29)
Capri Sun Multivitamin, Multivitamin Zero, Monster o Mystic Dragon, 10 x 200 ml, (100 ml = 0.14)
Offerte valide dal 24.9 al 30.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 13
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Dolci e cioccolato
À T I C I L E F A L
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conf. da 2
20%
39%
Mini pralinés Lindt
25.95 Palline Lindor Lindt invece di 42.56
assortiti, 2 x 180 g o 2 x 100 g, per es. 2 x 180 g, 23.90 invece di 29.90, (100 g = 6.64)
al latte, in conf. speciale, 800 g, (100 g = 3.24)
40% 11.60
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Pralinés du Confiseur Frey Édition d'automne, 452 g, (100 g = 2.57)
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Palline Lindor Lindt al latte o assortite, 375 g, (100 g = 5.32)
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Tavoletta di cioccolato Les Grandes Lindt al pistacchio, 150 g, (100 g = 3.97)
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Tavoletta di cioccolato Lindt Cresta Classic, 100 g
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Snack e aperitivi
a partire da 2 pezzi
20%
4.70 invece di 5.90
20%
Brezel salati Coaties Crispy Frey 200 g, (100 g = 2.35)
Tutti i biscotti Migros Bio per es. biscotti di spelta con uvetta, 265 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 1.19)
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Pistacchi Party in bustina, 250 g o 500 g, per es. 500 g, 3.60 invece di 7.20, (100 g = 0.72)
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Biscotti Oreo Original, Double Cream o Golden, per es. Original, 3 x 154 g, 5.90 invece di 8.85, (100 g = 1.28)
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Biscotti Pan di Stelle 350 g, (100 g = 0.99)
Biscotti Baiocchi Classici e Abbracci, Mulino Bianco
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Tutti i tipi di caffè La Semeuse in chicchi, macinato e capsule, per es. caffè macinato Mocca Surfin, 500 g, 11.16 invece di 13.95, (100 g = 2.23)
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Tutte le miscele per dolci e i dessert in polvere, Homemade (Cup Lovers esclusi), per es. preparato per brownies "Brownies Pecan", 490 g, 5.20 invece di 6.50, (100 g = 1.06)
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C ro c c a nt i
conf. da 2
e morbide
conf. da 2
20%
20% Maionese, Thomynaise, senape dolce o concentrato di pomodoro, Thomy per es. maionese à la française, 2 x 265 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 0.89)
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20% Tutte le gallette di riso Migros Bio per es. gallette di riso e mais, senza glutine, 100 g, –.72 invece di –.90
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Tutte le barrette Barebells per es. Salty Peanut senza zuccheri aggiunti, 55 g, 2.38 invece di 3.40, (100 g = 4.33)
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Latte di cocco Thai Kitchen
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classico, bio o light, in confezioni multiple, per es. classico, 2 x 500 ml, 7.20 invece di 9.–, (100 ml = 0.72)
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Cornetti al prosciutto Migros
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prodotto surgelato, in conf. speciale, 1 kg, per es. piselli dell'orto, 3.75 invece di 5.60, (100 g = 0.38)
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3 x 75 ml, (100 ml = 4.87)
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25% Dentifricio Elmex per es. dentifricio Sensitive Professional Repair & Prevent, 2 x 75 ml, 11.90 invece di 15.90, (100 ml = 7.93)
conf. da 2
conf. da 2
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25% Collutorio Elmex
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protezione carie o Sensitive, 2 x 400 ml, (100 ml = 1.20)
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