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Anno LXXXIX 23 settembre 2026
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Cooperativa Migros Ticino
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Settimanale di informazione e cultura
MIGROS MONDO
anno Come sar isti qu i nostri ac ? del futuro Pagina 4
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SOCIETÀ
ATTUALITÀ
CULTURA
TEMPO LIBERO
I ragazzi crescono in un mondo dove si teme che l’IA ci sostituirà nel lavoro, come incoraggiarli?
Al carcere La Stampa, dopo vent’anni di vuoto, sta tornando uno spazio dedicato alle donne
Bud Spencer, Terence Hill e quel mondo dove i prepotenti esistono, ma possono essere sconfitti
Reportage dall’antica ed esotica «Via delle Spezie», e dall’isola di Hormuz nel Golfo Persico
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Keystone
L’Europa chiama, Berna risponde?
Roberto Porta
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Quando si andava ancora al bar Simona Sala
Una decina di anni fa usciva il documentario Service inbegriffe («Servizio incluso») del franco-svizzero Erik Bergkraut. Per un anno il regista aveva frequentato alcuni locali pubblici sparsi nei quattro angoli della Svizzera, nel tentativo di sviscerarne l’importanza e le peculiarità. Oltre a un ristorante nella Val-de-Travers, i cui protagonisti parevano usciti da un romanzo di Simenon, un locale alternativo lungo i binari della stazione di Zurigo e un’amata meta in cima alla Hundwiler Höhi nell’Appenzello, vi figurava anche un ritrovo ticinese, il Caffè Papa di Biasca, popolato da persone abituate ad alzarsi presto la mattina per andare a lavorare, e i cui silenzi risultavano più articolati di molti discorsi. Nel frattempo, a pochi anni di distanza, il Caffè Papa non c’è più, non è stato rilevato da nessuno, ed è scomparso, subendo così la sorte di sempre più numerosi ritrovi (dalla bettola ai bar delle stazioni, passando per le osterie di paese), chiusi una sera per non venire mai più riaperti. Vi è chi
imputa questa morìa al cambiamento delle abitudini dei giovani, oggi usi a socializzare diversamente, o chi invece creda sia colpa della diminuzione del consumo di alcol, circostanza tutt’altro che negativa. È sulla presunta «socializzazione alternativa» dei giovani che viene qualche dubbio, soprattutto se si ha avuto la fortuna di avere vent’anni nel periodo tra gli anni Settanta e i Novanta, quando al bar non ci si andava per forza dandosi appuntamento (ma semplicemente si passava, perché qualcuno c’era sempre), la polizia e i vicini chiudevano ancora un occhio sugli schiamazzi, e i locali avevano quel non so che di vissuto e autentico, senza essere necessariamente belli e trendy, come lo sono molti di questi tempi. Oggi, al netto dei bar che, appunto, non vengono più frequentati e sono sempre meno, e dei mesi estivi, ricchi di occasioni di incontro, quali sono gli spazi aggregativi previsti per chi abbia voglia di stare insieme? Di certo non siamo un Cantone che brilla per spazi indipendenti in cui vi
sia una programmazione condivisa e la possibilità di autoregolarsi, come ve ne sono invece un po’ ovunque in Svizzera, da Bienne, che ha dato in gestione il suo vecchio stadio Gurzelen alla popolazione, al celebre Espace Noir di Saint-Imier, nel Canton Berna, tanto per fare un paio di esempi. La scomparsa graduale e inesorabile di spazi aggregativi più o meno spontanei e non codificati o programmati, si riverbera però sulla cittadinanza più di quanto si possa immaginare. Molti locali, infatti, se non proprio uno Stammtisch (tavolo degli habitué), presentavano una fauna più o meno variegata, che in un modo o nell’altro finiva per interagire all’interno di un contesto comunque strutturato. Poteva succedere che si picchiassero i pugni sul tavolo per una divergenza di opinioni o che tra un bicchiere e un tiro di biliardo si alzassero i toni oltre l’educato, ma tutto avveniva sempre in presenza. Tutte le discussioni, ma anche i pettegolezzi, i
semplici racconti della quotidianità o l’ascolto della musica, sono ora stati letteralmente spostati altrove. Non che non ci si parli più, anzi. Forse mai come oggi il nostro mondo pullula di opinionisti e influencer pronti a dirci la loro, ma come? Trascinandoci nei rabbit hole o nelle bolle, quelli che finiscono per farci incontrare chi la pensa come noi, dopando a dismisura l’opinione che abbiamo delle nostre opinioni, finendo per disimparare il confronto reale. È sui social che oggi ci si incontra, che si coalizza a favore o contro qualcosa e qualcuno, sempre riparati dallo schermo. Ed è proprio nel mondo digitale che si minano anche le basi stesse della democrazia, laddove lo scambio reale contraddistinto dal rispetto del proprio interlocutore con il conseguente ascolto, anche passivo, è sempre più sostituito da un catatonico berciare, che con il tempo, oltre a farsi brusio di sottofondo, può rischiare di diventare anche pericoloso.
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MONDO MIGROS
«Abbiamo sempre più scelta, ma meno tempo»
Consumi ◆ In futuro faremo ancora la spesa, o se ne occuperà l’IA? E come si trasformeranno i negozi? A colloquio con Johannes Bauer, ricercatore di mercato del Gottlieb Duttweiler Institut Jörg Marquardt
Johannes Bauer, immaginiamo di essere nel 2035: come faremo i nostri acquisti? Per la spesa di scorta o settimanale, saranno sempre più importanti gli ordini online, con un supporto maggiore degli assistenti digitali. Poiché prendono nota del detersivo, della carta igienica e del mangime per animali che acquistiamo regolarmente, potranno occuparsi del nostro carrello della spesa. Se però la sera ci finisce il latte, sarà importante avere un negozio nei paraggi. I negozi resteranno importanti anche quando si tratterà di lasciarsi ispirare o scoprire nuovi prodotti.
Le nostre abitudini di acquisto sono destinate a cambiare.
Il frigorifero saprà ordinare il latte in modo autonomo? All’inizio no. Uno studio recente del Gottlieb Duttweiler Institut ha mostrato come l’IA venga utilizzata soprattutto per cercare e confrontare al fine di trovare l’offerta più conveniente. Si è molto più prudenti quando è l’IA a stabilire di cosa si ha bisogno. Cosa spinge il cambiamento nelle nostre abitudini di acquisto? I modelli di vita si fanno più sfaccettati e questo porta a un cambiamento dei nostri bisogni. Una famiglia con bambini ha bisogno di quantitativi e soluzioni diversi rispetto a un’economia domestica di una persona sola. A ciò si aggiungono budget diversi, allergie, obiettivi sanitari e preferenze alimentari. Allo stesso tempo abbiamo una scelta sempre maggiore, ma meno tempo. Tra migliaia di prodotti a disposizione, la tecnologia può aiutarci a filtrare quelli che fanno al caso nostro. La società invecchia costantemente. Che ruolo ha questa evidenza? Ciò porta a un cambiamento delle abitudini di acquisto. Da una parte aumenta la domanda di prodotti per la salute e il benessere. Dall’altra
Johannes Bauer gestisce il Think Tank del Gottlieb Duttweiler Institut (GDI) di Rüschlikon ZH, sostenuto dal Percento culturale Migros
diventano più importanti l’accesso facilitato, un buon orientamento e il servizio. Soprattutto in età avanzata, avere negozi facilmente raggiungibili può contribuire a mantenere la propria indipendenza e a entrare in contatto con le altre persone.
Come si differenziano le abitudini di acquisto in città e in campagna? Mentre nelle città spesso vi è una sovraofferta commerciale, nelle aree rurali l’obiettivo principale è garantire l’approvvigionamento dei beni essenziali. La tecnologia può aiutare a gestire i punti vendita più piccoli, ad esempio attraverso l’accesso digitale e il self-checkout. I negozi Teo di Migros Svizzera orientale dimostrano come questi piccoli formati possano funzionare bene, soprattutto nelle regioni rurali. Il commercio online e quello tradizionale potranno coesistere? Non è un controsenso: il canale dipende dal bisogno. Online e tradizionale possono addirittura rafforzarsi a vicenda: online controllo se
un prodotto è disponibile nella mia filiale, perciò ci vado, e magari scopro qualcosa di nuovo che la prossima volta ordinerò online. In Svizzera, nell’ambito del non-food gli acquisti online raggiungono circa il 20%, in quello del food appena il 3%. L’acquisto online di prodotti alimentari resterà un mercato di nicchia? No, probabilmente la percentuale aumenterà. In Gran Bretagna si acquista online già l’11% dei prodotti alimentari. Ciò dimostra come anche in Svizzera siano possibili percentuali maggiori. Come possono rimanere attrattivi i supermercati di fronte al commercio online?
Un buon supermercato mi porta al traguardo in poco tempo, soprattutto quando ho fretta, e mi offre dei motivi per rimanere più a lungo quando ho voglia di lasciarmi ispirare. Sono decisivi: freschezza, disponibilità, prezzi equi e un processo di pagamento semplice. Soprattutto nel campo degli alimentari, la vicinanza fisica rappresenta un vantaggio importante. Il fatto che Migros voglia continuare a estendere la propria rete di supermercati si allinea all’alto valore che si dà al concetto di vicinanza nella quotidianità. Da alcuni anni assistiamo a un boom delle consegne di pasti – perché continuare ad andare al supermercato, se possiamo ordinare il cibo già cucinato? Molta gente oggi acquista in modo diverso, chiedendosi spesso: «Cosa mangio stasera?» invece di «Dove compro i miei alimentari oggi?». I supermercati possono reagire con delle soluzioni ad hoc, ad esempio con piatti freschi da consumare subito o idee di ricette con tanto di ingredienti. Non devono trasformarsi necessariamente in cuochi, ma in risolutori di problemi nel campo dell’alimentazione. Quali sono i Paesi in cui il futuro degli acquisti è già cominciato? Il futuro degli acquisti sta cominciando in molti luoghi. Nei Paesi Bassi il supermercato online Picnic lega le proprie consegne a delle tratte fisse, come un tempo faceva il lattaio. In Giappone gli onnipresenti Konbini non offrono solo alimentari: vi si può anche stampare e scansionare documenti, acquistare biglietti, spedire pacchi o prelevare contanti. Mentre in Cina le offerte digitali e fisiche si fondono sempre di più in un’esperienza di acquisto fluida grazie a super-app come Meituan.
Migros, una parte della propria storia
Anniversari ◆ Questa settimana ci congratuliamo con Romina e Manuela, da 25 e 40 anni al servizio di Migros Ticino Questa settimana, oltre che congratularci per il traguardo del quarto di secolo in azienda raggiunto da Romina Borga, ospitiamo anche la testimonianza di Manuela Mazzoni, che a Migros Ticino ha dedicato quarant’anni della propria vita. A entrambe le collaboratrici, nonché colleghe, giungano dunque le congratulazioni sia da parte di Migros Ticino sia da parte della redazione di «Azione». Grazie!
Romina Borga Quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino? Non ho un ruolo specifico: sono polivalente in base alle esigenze del negozio. Ha voglia di raccontarci una sua giornata tipo in filiale? Inizio dai reparti frutta e verdura come supporto, poi, in base alle necessità, vado nei reparti food e non food. Cosa sono stati questi 25 anni di lavoro per lei?
by o un’attività particolare di cui ci vuole parlare? Nel tempo libero amo dedicarmi alla mia vita privata, non ho una passione in particolare. Mi dedico alla mia tranquillità. Romina Borga in Migros Ticino dal 2.4.2001
25 anni sono significativi, un bel pezzo di vita. Mi hanno aiutato a crescere, a farmi le ossa. Sono parte della mia storia di vita. Si cresce, si impara, si cade, e ci si rialza. Mi sono adattata ai cambiamenti, ho cercato di affrontare le sfide nel modo migliore, con la soddisfazione di esserci comunque riuscita. E Migros, cosa rappresenta? Migros rappresenta il mio lavoro, dove tutti i giorni si è flessibili, si è a contatto con le persone e le loro storie, si fa un lavoro di squadra. È una parte importante del mio percorso professionale. Oltre a Migros, ha magari un hob-
Manuela Mazzoni Come è iniziata la sua avventura? La mia avventura è iniziata nel 1986, quando ho cominciato a lavorare come cassiera nella filiale in Piazza a Locarno. Non potevo certo immaginare che quel primo impiego sarebbe diventato una storia lunga quarant’anni. Nel 1990 sono passata al m-electronics come venditrice, occupandomi anche di alcune mansioni al banco informazioni. Nel 1993 sono diventata prima venditrice alla Melectronics, nel 2007 vice responsabile e nel 2017 ho assunto il ruolo di responsabile team. Oggi mi occupo del banco informazioni e del reparto fiori, due attività che svolgo con piacere. Le giornate possono essere impegnative, ma quando arriva sera e penso a ciò che ho fatto, provo
sabili e clienti. Alcuni clienti abituali sono diventati volti familiari che incontro ancora oggi. Sono rapporti che nascono attraverso piccoli gesti, una parola, un sorriso o semplicemente il piacere di riconoscersi dopo tanti anni. Manuela Mazzoni in Migros Ticino dall’11.8.1986
ancora quella sensazione di soddisfazione che mi ha accompagnata durante tutti questi anni. Cosa sono stati questi 40 anni di lavoro? Il mondo del commercio è cambiato enormemente. Ho vissuto l’arrivo dell’era digitale, l’evoluzione della tecnologia, nuovi sistemi di lavoro e nuove abitudini della clientela. Devo ammettere che non tutti i cambiamenti sono stati sempre piacevoli o facili da accettare. Ma anche questo fa parte della vita professionale: imparare, adattarsi e andare avanti. Ciò che invece non è mai cambiato è il valore delle persone. Ho conosciuto tanti colleghi, collaboratori, respon-
E Migros, cosa rappresenta? Per me rappresenta molto più di un posto di lavoro: è un po’ come una famiglia. Ma Migros mi ha regalato anche qualcosa di ancora più importante e inaspettato: proprio qui ho avuto la fortuna di conoscere il mio attuale compagno. Oltre a Migros, ha un hobby o un’attività particolare ? Adoro fare passeggiate, cucinare insieme al mio compagno e viaggiare. Amo molto anche gli animali e recentemente abbiamo purtroppo dovuto affrontare la perdita del nostro gatto. Ora, all’orizzonte si avvicina una nuova fase: la pensione. Un momento che aspetto con serenità e curiosità. Con il mio compagno sto pianificando un nuovo capitolo della nostra storia: trasferirci alle Isole Canarie.
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Cambiare sguardo sull’epilessia Lo spettacolo teatrale Quando arriva il buio promosso dalla Società degli Epilettici della Svizzera italiana racconta l’esperienza di chi convive con questa malattia
L’integrazione passa dallo studio dell’italiano Come funzionano e che scopi perseguono i corsi di lingua italiana rivolti alla popolazione straniera? Ne parliamo con Sara Perboni e Nicola Martino di ECAP Ticino Unia
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Insegniamo ai figli a fare domande
Il caffè dei genitori ◆ I ragazzi crescono in un mondo dove si teme che l’IA ci sostituirà nel lavoro: come incoraggiarli a seguire senza troppa paura la strada che più li appassiona?
L’idea che l’intelligenza artificiale rubi posti di lavoro e rallenti le assunzioni, colpendo soprattutto i più giovani, rimbalza ormai anche su TikTok, diventato una delle principali fonti d’informazione per i nostri figli. I video di licenziamenti condivisi sono un fenomeno tanto ricorrente da aver meritato un articolo sul «New York Times»: Guarda come perdo il posto su TikTok. L’impatto di questi messaggi, che spesso esasperano la realtà, alimenta nei più giovani una profonda sfiducia nel domani. A Il caffè dei genitori, lo sconforto dei figli è palpabile: «A che cosa serve impegnarsi nello studio, se poi resterò disoccupato?». Negli ultimi mesi ci siamo chiesti più volte quale sia l’incoraggiamento giusto da dare ai nostri figli. Dopo aver consultato studi e statistiche sulle ripercussioni dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, abbiamo trovato la risposta altrove. L’illuminazione è arrivata da una riflessione del filosofo della scienza Telmo Pievani: «Se si osservano i premi Nobel degli ultimi dieci anni, si nota che sono stati assegnati a persone che, a un certo punto, si sono poste una domanda insolita, “deviante”. È andata bene e hanno aperto un nuovo, inaspettato campo di studi». Non aspiriamo certo ad avere premi Nobel in famiglia. Il nostro desiderio, più semplicemente, è crescere figli capaci di seguire senza troppa paura la strada che più li appassiona, qualunque essa sia, fornendo loro gli strumenti giusti. La convinzione che abbiamo maturato è che, per riuscirci, gli adolescenti debbano imparare una cosa su tutte: l’importanza di porsi delle domande. Vediamo perché, proprio con l’aiuto di Pievani. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale sarà sempre più in grado di svolgere mansioni ripetitive, fornire risposte ed elaborare dati, la mente creativa che osa porsi interrogativi fuori dagli schemi possiede la chiave per aprire le porte del domani. Ecco perché vale la pena guardare da vicino chi, con una semplice domanda, ha cambiato la traiettoria della conoscenza. Nell’estate del 1976, durante una vacanza a Madrid, la studentessa di ingegneria meccanica e aerospaziale Frances H. Arnold legge per caso La biblioteca di Babele (1941) di Jorge Luis Borges. Nel racconto, la Biblioteca raccoglie tutti i libri possibili, ciascuno di 410 pagine, costruiti combinando in ogni modo 25 caratteri. Tra miliardi di testi privi di senso, si nascondono rari volumi di senso compiuto, ma trovarli è quasi impossibile. Arnold immagina che anche il mondo delle proteine possa funzionare in
Magnific.com
Simona Ravizza
modo simile. Le proteine sono lunghe catene costruite con venti aminoacidi, paragonabili a frasi composte da un alfabeto di venti lettere. Basta cambiare una sola lettera – una mutazione – perché la proteina assuma una forma o un comportamento diversi. Alcune combinazioni non producono nulla; altre, rarissime, generano funzioni essenziali per la vita.
Telmo Pievani: «I premi Nobel degli ultimi dieci anni sono stati assegnati a persone che, a un certo punto, si sono poste una domanda insolita» Da questa intuizione nasce la domanda che le cambierà la vita: «E se la natura avesse esplorato solo pochi scaffali di questa immensa biblioteca? Se esistessero milioni di proteine mai provate, capaci di innescare reazioni nuove e utili all’uomo?». Molti scienziati liquidano l’idea sostenendo che, se la natura non le ha mai create, significa che non possono funzionare. Arnold, però, insiste. Per vent’anni introduce in laboratorio mutazioni casuali in proteine già esistenti, selezionando quelle più efficaci. Ar-
riva così a una scoperta decisiva: alcune proteine possono evolversi fino a diventare enzimi completamente nuovi. Gli enzimi sono proteine specializzate che accelerano le reazioni chimiche; modificandole attraverso mutazioni e selezione, Arnold ottiene molecole capaci di fare ciò che in natura non esiste. Negli anni Novanta compaiono i primi enzimi evoluti artificialmente: lavorano su sostanze inedite, creano legami chimici sconosciuti alla biologia – perfino tra carbonio e silicio o tra carbonio e boro – e permettono di produrre farmaci, biocarburanti, vernici, detergenti e cosmetici con processi molto meno inquinanti. Per questa scoperta, nel 2018 Arnold riceve il Premio Nobel per la Chimica «per l’evoluzione diretta degli enzimi». Pievani spiega a Il caffè dei genitori: «Nella didattica, nella ricerca, nelle scoperte che facciamo, le cose più importanti emergono perché ci siamo posti una domanda e abbiamo trovato qualcosa di completamente diverso da ciò che ci aspettavamo. L’algoritmo, invece, “fa piovere sul bagnato”, continuando a suggerirti ciò che già ti interessa. La curiosità, il pensiero laterale e le deviazioni sono ciò che ti rende davvero creativo». Poi aggiun-
ge: «I Paesi che hanno scelto un’educazione più tecnica formano scienziate e scienziati bravissimi, che però usano le nuove tecnologie in modo “muscolare”: continuano a fare le stesse cose, solo più velocemente e in modo più efficiente. Ma se si guardano i Nobel degli ultimi dieci anni, si scopre che sono andati a persone che hanno saputo usare la tecnologia per farsi domande nuove, aprendo così campi di studio inediti». Il pensiero va subito ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll: «Ogni cosa è curiosa – dice Alice quando vede un albero con una porta nel tronco – e credo sarà bene che entri subito». Ogni suo ingresso – nella Tana del Coniglio, nel campo di croquet, in Tribunale, al tavolo del tè del Cappellaio Matto – è dettato dalla voglia di scoperta e scandito da domande. Alice chiede al Ghiro, che racconta la storia delle tre sorelle Elsie, Lacie e Tillie che vivono nel pozzo: «E di che cosa si nutrivano?», «Ma perché vivevano in fondo al pozzo?», «Cosa tiravano?», «Io non capisco. Da dove tiravano su la melassa?». Sono domande impazienti e logiche all’interno di un mondo che ha perso la logica. È così che Carroll mostra la vera curiosità: accettare perfino
l’assurdo e tentare di capirlo. In questo continuo chiedere, Alice non trova risposte, ma impara a non smettere di cercarle. Capacità di interrogarsi, comprensione dei nessi tra le cose, discernimento critico: doti fondamentali da sempre, e oggi ancora di più. La nostra convinzione è che l’IA stia spostando la frontiera della conoscenza verso chi è capace di porsi domande che vadano oltre la logica superficiale delle risposte immediate, ormai accessibili a tutti con un clic. Ancora Pievani: «Questo per me resta un insegnamento fondamentale. Uno dei miei maestri, il grande genetista Luigi Cavalli-Sforza, mi diceva sempre: “Guarda, fatti un’idea delle pubblicazioni; se vedi che tutti stanno lavorando su quel problema lì, tu vai da un’altra parte, subito. Ti andrà male nove volte su dieci, ma se azzecchi quella volta, diventi uno scienziato”». Uno scienziato allora è soprattutto un adulto che non procede con i paraocchi, ma con la mente aperta. Del resto, già Albert Einstein diceva: «Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta».
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Per piatti ben riusciti
Attualità ◆ Con la versatile carne di vitello porti in tavola pietanze gustose adatte a ogni occasione. Con la ricetta che ti proponiamo qui sorprenderai i tuoi ospiti con raffinatezza
La ricetta Arrosto di vitello con verdure Ingredienti per 4 persone • 1,2 kg di spalla di vitello, legata • 2 cucchiaini di sale • pepe • paprica • ½ mazzetto di rosmarino • 1 cipolla • 150 g di carote • 150 g di porri • 150 g di pastinache • 2 cucchiai di burro per arrostire • 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro • 3 dl di vino rosso • 4 dl di fondo bruno Preparazione
Azione 20% Piatti intramontabili come la wiener schnitzel, l’ossobuco e la cotoletta alla milanese, i saltimbocca alla romana, l’arrosto al forno o il vitello tonnato sarebbero, per i puristi del gusto, impensabili senza l’utilizzo della carne di vitello. Questa carne di giovane bovino si caratterizza per la sua delicatezza, il sapore neutro e l’inconfondibile tenerezza. Rispetto a quella del manzo, risulta essere di un colore un po’ più chiaro e con un contenuto di grassi inferiore. Le macellerie Migros propongo-
no diversi tagli di questa carne ricercata, di origine svizzera. Essa proviene da una filiera controllata, con standard ben definiti di qualità, tracciabilità e benessere animale. Tra questi possiamo citare le fettine fesa, le costolette, lo spezzatino, gli ossibuchi e i vari arrosti. A proposito: se si è a corto di idee in fatto di ricette, i nostri macellai sono a disposizione per fornire alla clientela consigli e trucchi culinari personalizzati per delle preparazioni di sicuro successo.
Arrosto spalla di vitello Svizzera, per 100 g Fr. 3.90 invece di 4.90 dal 24.9 al 30.9.2026
1. Scalda il forno statico a 190 °C. Condisci la carne con sale, pepe e paprica. Infila la metà dei rametti di rosmarino sotto lo spago. 2. Taglia la cipolla a fette, le verdure restanti a pezzetti grossolani. 3. Scalda il burro per arrostire in una brasiera. Rosola la carne da ogni lato per ca. 5 minuti. Unisci le verdure, il resto del rosmarino, il concentrato di pomodoro e continua la rosolatura per ca. 5 minuti. Bagna con il vino e il fondo, copri e trasferisci al centro del forno. Cuoci per ca. 70 minuti, finché la temperatura interna della carne avrà raggiunto 75 °C. Dopo 30 minuti di cottura, togli il coperchio della brasiera. Bagna di tanto in tanto la carne con il sugo. 4. A fine cottura, estrai la carne dal sugo e tienila in caldo per 10 minuti. Condisci la salsa con sale e pepe. 5. Affetta la carne e servila con il sugo e le verdure. Accompagna l’arrosto con purè di patate.
Dolcezze d’autunno
Attualità ◆ Entra dolcemente nella nuova stagione lasciandoti coccolare dalle nostre raffinate creazioni di cioccolato, alcune delle quali in edizione limitata
Per molti il cioccolato è una tentazione a cui è difficile resistere. Tanto più che, oltre a essere buono, contiene delle sostanze che possono favorire il nostro benessere. Nei suoi supermercati, da sempre Migros propone un ampio e variegato assortimento di specialità di cioccolato, in grado di accontentare tutti in ogni periodo dell’anno. Dalle varianti dedicate alle ricorrenze più importanti dell’anno a quelle classiche sempre presenti sugli scaffali, fino alle creazioni speciali in edizione limitata, l’offerta si distingue per qualità, varietà e prezzi costantemente competitivi. Ecco alcune proposte di tendenza da non lasciarsi assolutamente scappare.
Palline di cioccolato Vermicelles Frey 200 g Fr. 5.50
Crunchy Clouds Mandorle tostate Frey 150 g Fr. 3.95
Crunchy Clouds Strudel di mele Frey 150 g Fr. 3.95
Palline Arancia sanguigna Lindor Lindt 200 g Fr. 12.95
Suprême Vermicelles Frey 100 g Fr. 2.95
Un incontro perfetto tra gusto e stagionalità: le palline di cioccolato al latte con ripieno di crema di marroni sono un autentico piacere tutto autunnale dedicato agli amanti dei sapori più golosi e sorprendenti.
Questo cioccolato fondente con mandorle intere tostate è una vera tentazione per i sensi. Ogni pezzetto regala un momento di piacere autentico, dove eleganza e golosità vengono pienamente appagate.
Deliziose nuvolette di cioccolato al latte con croccante alle mandorle, pezzi di mele e crispies di frumento integrale. Una specialità che strizza l’occhio a uno dei dolci più amati della pasticceria classica.
Una variante sorprendente per i celebri cioccolatini Lindor. Un guscio finissimo di cioccolato al latte con morbido ripieno all’arancia rossa. Irresistibilmente vellutate, queste palline incantano fin dal primo assaggio.
Una tavoletta in edizione limitata destinata ad andare a ruba. Finissimo cioccolato al latte ripieno di uno dei dessert tipici della stagione autunnale, i vermicelles. Non c’è niente di meglio per addolcire la tua quotidianità.
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Epilessia, il teatro racconta l’invisibile Salute ◆ Un’iniziativa che unisce arte e sensibilizzazione per cambiare lo sguardo sull’epilessia Maria Grazia Buletti
La sala si oscura, il brusio si spegne, e resta solo una voce. Sul palco del Teatro TAN, lo scorso 1° maggio 2026, Quando arriva il buio prende forma nel corpo e nelle parole di Paola Valchera. È un monologo che non cerca effetti speciali: racconta invece ciò che spesso rimane invisibile, l’esperienza di chi convive con l’epilessia. A promuovere questa pièce è la Società degli Epilettici della Svizzera Italiana (SeSi), con un obiettivo preciso: portarla anche nelle scuole, trasformando il teatro in uno strumento di sensibilizzazione. Perché l’epilessia, ancora oggi, non è solo una condizione neurologica, ma un territorio segnato da paure, silenzi e da quel misto di tabù e preoccupazione che spesso coinvolge non solo chi ne soffre, ma anche chi gli sta accanto.
Quando arriva il buio è un monologo che racconta l’esperienza di chi convive quotidianamente con l’epilessia In platea si ascolta in silenzio, perché quel «buio» non è solo metafora teatrale. È una realtà concreta per molte persone, fatta di crisi imprevedibili ma anche di vita quotidiana, relazioni, lavoro, scuola. Eppure, nonostante riguardi milioni di individui nel mondo, l’epilessia resta circondata da stereotipi e informazioni frammentarie. Da qui parte il nostro viaggio: dal teatro alla scienza, dall’emozione alla conoscenza.
In Svizzera 4000 diagnosi all’anno Nel mondo, l’epilessia interessa circa 50 milioni di persone, rendendola una delle malattie neurologiche croniche più diffuse a livello globale, secondo l’OMS. La stessa organizzazione stima inoltre che fino al 70% delle persone con epilessia potrebbe vivere senza crisi, se correttamente diagnosticata e trattata, grazie a una terapia farmacologica adeguata. Secondo la Ligue Suisse contre l’Épilepsie si calcola che in Svizzera convivano con l’epilessia circa 80’000–100’000 persone, pari a circa l’1% della popolazione, con circa 4000 nuove diagnosi ogni anno. Nonostante i progressi della medicina, questa malattia rimane ancora oggi caratterizzata da una forte variabilità clinica e da un impatto significativo sulla qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie. Nonostante colpisca decine di milioni di persone nel mondo (ricordiamo che in Svizzera si stima che interessi fino a un individuo su cento), l’epilessia resta pure una condizione ancora circondata da falsi miti e timori. Per capire cosa succede nel cervello quando «arriva il buio», e cosa significa oggi convivere con l’epilessia, mettiamo in dialogo l’esperienza vissuta messa in scena dal teatro promosso da SeSi e il sapere medico.
Un momento della messinscena che vuole avvicinare il pubblico alla realtà dell’epilessia (sesi.ch)
Ne parliamo dunque con la dottoressa Chiara Prosperetti, neurologa all’Istituto neuroscienze della Svizzera italiana EOC, la quale spiega: «Il primo passo è superare l’immagine dell’epilessia come sinonimo di caduta e convulsioni, perché si tratta di una predisposizione a sviluppare crisi epilettiche ricorrenti legate a un’attività elettrica anomala del cervello, nella quale gruppi di neuroni producono segnali eccessivamente sincronizzati». Per farci ben comprendere, Prosperetti paragona il fenomeno a una stanza in cui molte persone parlano contemporaneamente: «Le voci si sovrappongono e il messaggio diventa incomprensibile». Quindi, nel cervello questa attività disorganizzata può produrre sintomi diversi a seconda della zona coinvolta: «Le crisi possono essere focali oppure generalizzate e in quest’ultimo caso possono comparire perdita di coscienza, caduta e convulsioni, seguite da un recupero anche lento. Ma questa è solo una delle possibili manifestazioni».
Una condizione, tante realtà La specialista sottolinea infatti che l’epilessia è una condizione frequente, ma comprende realtà molto diverse: «Alcune forme compaiono nell’infanzia e possono avere una base genetica; altre possono svilupparsi dopo un ictus, un’emorragia, un tumore, un’infezione del sistema nervoso o alcune malattie autoimmuni; mentre nell’età avanzata possono essere associate anche a malattie neurodegenerative». E spiega che una singola crisi, però, non significa necessariamente epilessia: «Traumi, infezioni, alterazioni metaboliche o elettrolitiche e alcune sostanze possono provocare una crisi senza determinare una predisposizione perma-
nente». Non sempre, inoltre, si riesce a individuare una causa: «Gli esami più avanzati permettono oggi di cercare alterazioni molto piccole, talvolta invisibili alle tecniche tradizionali. Ma bisogna sottolineare che un cervello dall’aspetto normale non esclude la malattia: nell’epilessia è soprattutto la funzione ad essere alterata e non la struttura». La terapia farmacologica è generalmente il primo approccio e secondo Prosperetti: «Circa la metà dei pazienti ottiene un buon controllo delle crisi con il primo farmaco, mentre un altro gruppo può beneficiare della combinazione di più terapie. Per chi continua ad avere crisi malgrado l’assunzione dei farmaci esistono ulteriori possibilità, tra cui la chirurgia dell’epilessia e, in casi selezionati, la neurostimolazione. La terapia deve quindi essere personalizzata sulla persona e sul tipo di epilessia».
Pregiudizi difficili da superare Se la medicina ha fatto grandi passi avanti, sul piano sociale rimangono ancora molti pregiudizi: «L’epilessia è stata associata per secoli a interpretazioni soprannaturali e ancora oggi alcuni pazienti incontrano persone che temono sia contagiosa o che considerano chi ne soffre fragile e incapace di praticare sport o svolgere determinate attività». Ma la paura nasce spesso dalla scena della crisi, malgrado che, spiega la neurologa: «Nella maggior parte dei casi si tratta di fenomeni autolimitanti che durano pochi minuti. I rischi maggiori possono derivare dalle conseguenze, come una caduta o un trauma. Sapere come comportarsi permette quindi di affrontare la situazione senza panico». L’epilessia è inoltre una malattia invisibile: «Non è una malattia mentale,
ma proprio perché spesso non lascia segni evidenti può essere difficile da comprendere dall’esterno e pure questo contribuisce allo stigma». La dottoressa sottolinea inoltre come uno degli aspetti più pesanti per chi vive questa condizione sia l’incertezza: «Una persona può avere una sola crisi all’anno e vivere comunque ogni giorno chiedendosi quando arriverà la prossima. Questa imprevedibilità può condizionare lavoro, relazioni, attività sociali e autonomia». Nei giovani si aggiunge il peso della terapia quotidiana: «Se le crisi non si verificano, può sembrare che il farmaco non sia più necessario. Ma stare bene può essere proprio il segno che la terapia sta funzionando, mentre sospenderla autonomamente significa invece esporsi al rischio di nuove crisi». Per Prosperetti, la divulgazione è quindi fondamentale: «Conoscere l’epilessia significa avere meno paura e imparare a gestire correttamente una crisi. Un genitore informato può affrontare con maggiore lucidità ciò che accade al proprio figlio; una scuola preparata può evitare reazioni dettate dal panico; una persona con epilessia può sentirsi meno sola e meno costretta a nascondere la propria condizione». In questo senso il teatro può diventare uno strumento particolarmente potente: «Quando arriva il buio non offre soltanto informazioni, ma porta il pubblico dentro un’esperienza e permette di avvicinarsi, anche emotivamente, a una realtà spesso invisibile». Dal palco alla scuola, il messaggio è dunque semplice: conoscere significa ridurre la paura. E trasformare il buio in conoscenza può essere il primo passo per spezzare il silenzio e lo stigma che ancora circondano l’epilessia.
Solitudini allo specchio Oncologia ◆ Un seminario indaga le solitudini di malati e curanti
È vero che la solitudine fa ammalare? Come vive il medico la solitudine di fronte al malato cronico? L’isolamento sociale si può prevenire? Il malato è solo nel suo cammino di cura? Sono questi alcuni degli interrogativi che si affronteranno martedì 29 settembre durante il 27esimo Seminario organizzato dalla Fondazione di Ricerca Psico-Oncologica in collaborazione con l’Associazione Triangolo. Fin dalla prima edizione i seminari proposti dalle due organizzazioni si sono chinati sulla centralità della persona nelle cure, approfondendo il significato e il senso della prassi medico-sanitaria contemporanea. Il 29 settembre al Palazzo dei congressi di Lugano (dalle 9.00 alle 16.00) saranno molti gli ospiti che parleranno delle solitudini degli uomini da diversi punti di vista. Lo psichiatra e psicologo Graziano Martignoni interverrà su «Le molte solitudini dell’uomo»; lo psichiatra Diego De Leo affronterà il quesito «Ma è vero che la solitudine fa ammalare?»; il geriatra Marco Trabucchi parlerà della solitudine del medico di fronte al malato cronico, mentre l’imprenditore e paziente Riccardo Braglia della solitudine del malato; Giorgio Merlani, medico cantonale, racconterà di come ci si sente «Solo al timone nella bufera»; la psicologa Serena Petrocchi risponderà alla domanda «L’isolamento sociale si può prevenire?». Ospite d’eccezione della giornata sarà lo scrittore e giornalista Paolo Giordano con il suo intervento intitolato «La solitudine nelle parole, la solitudine delle parole». Le diverse conferenze saranno intercalate da momenti di discussione, da alcuni video e da un intervento teatrale di studenti e studentesse del corso di laurea in Cure infermieristiche della SUPSI. La giornata sarà introdotta da un Prologo attoriale di Claudio Moneta, che la chiuderà poi con un Epilogo. Il seminario è aperto a tutti gli interessati, previa iscrizione. Informazioni www.triangolo.ch
Disegno di copertina del programma. (Gabriella Ornaghi)
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SOCIETÀ
Studiare ogni giorno per un futuro migliore
Integrazione ◆ I corsi di lingua italiana rivolti alla popolazione straniera promossi dal Cantone sono realizzati in collaborazione con ECAP Ticino Unia Guido Grilli
Quando li senti parlare rimani sbalordito. La loro volontà di superare le difficoltà è quella di molti. Ma loro sembrano avere una marcia in più. Eren e Melisa Yilmaz, 35 e 28 anni, sono arrivati in Ticino dalla Turchia un anno e mezzo fa. Dopo quattro mesi a Balerna al Centro per richiedenti l’asilo Pasture hanno ottenuto lo statuto di rifugiati. La loro appare già una storia di integrazione riuscita. Dove sta il segreto? «L’italiano. Per noi è fondamentale per vivere nella vita quotidiana e nel lavoro» – spiegano incasellando perfettamente lessico, sintassi e tempi verbali. «Studiamo ogni giorno la lingua per vivere una vita di qualità e costruirci un futuro migliore. Facciamo errori ma impariamo molto». Decisivi i corsi, dapprima alla Croce Rossa e poi quattro mesi presso ECAP Ticino Unia. In Turchia lei ha studiato letteratura inglese, lui architettura d’interni. Oggi la loro nuova vita prende forma: Eren sta seguendo un programma occupazionale alle FART, dove sogna di diventare macchinista. Melisa, invece, ha appena iniziato l’apprendistato come impiegata di commercio.
«L’italiano è il “primo contatto” con la nostra società. Attraverso le parole, i partecipanti si avvicinano ai valori, alla cultura e ai modi di vivere del territorio» I corsi di lingua italiana rivolti alla popolazione straniera assumono un ruolo centrale nelle politiche di coesione del Cantone. Promossi nell’ambito del Programma di integrazione cantonale e realizzati in stretta collaborazione con ECAP Ticino Unia, questi percorsi non rappresentano solo un’offerta didattica, ma un’infrastruttura di accoglienza. Sara Perboni, responsabile del settore Lingue e integrazione di ECAP Ticino Unia e Nicola Martino, direttore, ci illustrano come.
Partiamo dal principio cardine: la lingua. Perché imparare l’italiano è così determinante per chi arriva in Ticino, spesso senza punti di riferimento, e come si inserisce questo bisogno nel percorso di integrazione? «Imparare la lingua del luogo in cui si risiede – osserva Sara Perboni – è un requisito universale, un bisogno primario. L’italiano è il “primo contatto” con la nostra società. Attraverso le parole, i partecipanti si avvicinano ai valori, alla cultura e ai modi di vivere del territorio. Per questo i nostri non sono semplici corsi di lingua, ma percorsi con un obiettivo esplicito di integrazione». Si tende a vedere la lingua come un requisito burocratico. «Preferisco definirla una “necessità”. È l’elemento indispensabile per esistere all’interno della comunità e non restarne ai margini». «Questa necessità – aggiunge Nicola Martino – è dettata anche dalla natura del nostro mercato del lavoro, estremamente competitivo. Senza integrazione linguistica, l’accesso all’impiego è precluso o fortemente limitato. Il lavoro è il momento in cui l’individuo conquista l’indipendenza finanziaria e la dignità. Parlare l’italiano significa poter costruire relazioni e, soprattutto, sentirsi bene e autonomi nella società». Esiste una declinazione specifica di questo bisogno per quanto riguarda l’integrazione delle donne? «Certamente – assicura il direttore. Molte donne provenienti da contesti sociali lontani dai nostri trovano nei corsi la chiave per acquisire un’indipendenza personale che prima non avevano. Significa poter gestire le proprie amicizie e la vita quotidiana autonomamente, senza dover dipendere dal marito per ogni piccola interazione esterna». Entriamo nel merito della didattica. Molti immaginano l’aula come un luogo di studi grammaticali astratti, ma il vostro approccio sembra molto diverso, quasi esperienziale. «Noi insegniamo la “lingua in uso”» – evidenzia la responsabile del settore Lingue e integrazione.
Si studia l’italiano, ma l’aula è anche un crocevia di storie. (ecap.ch)
«Adottiamo il metodo FIDE, che si basa sugli “scenari”: si simulano situazioni di vita reale, come parlare con un medico, interagire con un datore di lavoro. Si pratica la lingua dentro contesti concreti». «È essenziale sottolineare – osserva Martino – che il metodo FIDE (acronimo di Français, Italien, Deutsch) ha oggi un valore legale vincolante. In seguito alle modifiche legislative degli ultimi anni, la certificazione delle competenze linguistiche è diventata un requisito obbligatorio per l’ottenimento e il rinnovo dei permessi di dimora (B), di domicilio (C) e per le procedure di naturalizzazione. Noi come ECAP dobbiamo rispondere a standard qualitativi rigorosi per garantire che il certificato rilasciato abbia piena validità istituzionale». L’aula è un crocevia di storie. Cosa accade quando si trovano a condividere lo stesso banco persone che provengono da nazioni in conflitto tra loro? Dichiara Sara Perboni: «Gestiamo quotidianamente realtà sensibili: possiamo avere in au-
la contemporaneamente turchi e curdi, israeliani e palestinesi, russi e ucraini. Qui entra in gioco l’alta formazione dei docenti sui temi dell’interculturalità. L’obiettivo comune – imparare la lingua per iniziare una nuova vita – agisce da catalizzatore: si crea una solidarietà basata sulla comune condizione di migrante». Quali sono le sfide pratiche che i partecipanti devono superare e quali numeri caratterizzano l’attività di ECAP Ticino? «Le difficoltà maggiori sono legate a quello che definiamo “shock interculturale”. Si tratta di comprendere le dinamiche della scolarizzazione occidentale e le piccole regole pratiche, come la puntualità svizzera. Noi organizziamo Corsi intensivi per i rifugiati, Corsi PIC (Programma Integrazione Cantonale) e di socializzazione mamma-bambino. Eroghiamo circa 50 corsi intensivi per il settore asilo e una ventina sono finanziati dal Servizio dell’integrazione degli stranieri». Ma come si passa dalla prima pa-
rola in italiano a un percorso professionale compiuto? «Questo – afferma il direttore – è l’aspetto più gratificante. Vediamo persone che, partendo da zero, arrivano a frequentare i corsi di preparazione per l’esame cantonale di assistente di cura o per l’Attestato Federale di Capacità (AFC). Molti ci dicono esplicitamente che non vogliono “pesare” sul sistema assistenziale; vogliono pagare l’affitto con i propri soldi e uscire dal circuito del sostegno pubblico». Evidenzia dal canto suo Perboni: «Accogliamo rifugiati che presentano un “analfabetismo totale nella lingua madre”. Vedere persone di 40 o 50 anni che imparano a leggere e scrivere per la prima volta nella loro vita, in lingua italiana, è il grado più alto di empowerment possibile. Inoltre, bisogna rompere lo stereotipo del “migrante bisognoso”: tra i nostri banchi siedono dottori, ingegneri, informatici e molti giornalisti che sono fuggiti dai loro paesi perché impossibilitati a scrivere la verità. La lingua è l’unico ostacolo che separa queste professionalità qualificate dal poter contribuire alla nostra società». Come si articola la vostra presenza sul territorio? Nicola Martino: «ECAP opera come partner del Cantone Ticino in particolare con Ufficio dei richiedenti l’asilo e dei rifugiati (URAR) e con il Servizio per l’Integrazione degli Stranieri (SIS). Operiamo attraverso una “formazione di bassa soglia”, rendendo l’accesso ai corsi il più semplice possibile. Abbiamo sedi a Biasca, Locarno, Bellinzona, Camorino e Mendrisio. Disponiamo di nostre aule sul territorio per facilitare la prossimità. I residenti con permesso B o C pagano una quota simbolica di 150 franchi, grazie ai finanziamento PIC dal Cantone. Per i richiedenti l’asilo e i rifugiati, il finanziamento avviene invece tramite la Legge sull’asilo. Come fondazione aiutiamo direttamente chi non riesce a pagare i corsi finanziando le quote oppure dilazionandole per facilitarne il pagamento».
Migranti, storia di un’infermiera
Libri ◆ Annelise Bergmann-Zürcher racconta dieci anni di lavoro in un Centro federale di accoglienza per richiedenti l’asilo Barbara Manzoni
Ci sono libri che ci colpiscono nel profondo non per l’originalità della storia e tantomeno dello stile, ma perché ci raccontano qualcosa che tutto sommato già sappiamo in un modo così diverso da costringerci a fare i conti con noi stessi. Sono libri rari. Sono libri che bisogna leggere. È questo il caso di Storie dai margini. Percorso di un’infermiera scritto da Annelise Bergmann-Zürcher e pubblicato in italiano da cascioeditore (Lugano 2026) con la traduzione di Gabriella Soldini e la prefazione di Giona Mattei. Il libro, più che un racconto, è un’intensa testimonianza di un’infermiera che ha lavorato per più di dieci anni in un Centro federale di accoglienza per richiedenti l’asilo della Svizzera romanda. Annelise Bergmann-Zürcher ci accompagna lungo un percorso lavorativo che in po-
chi conoscono e di cui in effetti non esistono molte altre testimonianze dirette. La sua esperienza, scrive, inizia con una domanda posta in modo brutale durante il colloquio di assunzione: «Trova scioccante che la nostra impresa faccia degli utili sulle spalle dei richiedenti?». Scoprirà poi che «il fatto di essere tenuta in qualche modo, grazie al mio lavoro, a far guadagnare soldi al mio datore di lavoro non ha facilitato le mie decisioni e ha moltiplicato i miei scrupoli. Ho spesso dovuto battermi con asprezza per far rispettare dei criteri di cura che andavano contro gli interessi economici dell’impresa, anche se questi non venivano esplicitati negli obiettivi ufficiali e ancor meno nei discorsi di circostanza». Nei brevi capitoli che compongono il libro vi è spesso un protagonista, un incontro particolarmente signifi-
cativo che ha lasciato nell’autrice un ricordo indelebile. Come quello con il bambino del capitolo Ben fatto, pic-
colo Joy o con le tre sorelle afgane del capitolo Un giorno di novembre. Sono donne, uomini, ragazzi, famiglie intere, bambini, anziani. Chi arriva malato, anche in fase terminale, chi con segni evidenti di torture o di abusi. Impossibile non essere sopraffatti da una casistica così varia, dolorosa, lontana dall’esperienza maturata in un normale contesto svizzero. Così scrive l’autrice: «la storia del mio percorso di infermiera con i migranti è anche questo: la perdita di riferimenti, di certezze, di principi. In un certo senso una decostruzione mentale per posare, mattone dopo mattone, convinzioni meno consuete ma più solide». Il racconto è scritto in prima persona e ci accompagna in anni dedicati alla cura nel senso più ampio e nobile del termine. Anni che porteranno Annelise Bergmann-Zürcher
al limite delle sue possibilità. «Strada facendo – si legge nella prefazione di Giona Mattei – non riuscirà più a sopportare né il male che è stato inflitto ai suoi pazienti prima di giungere in Svizzera, né la loro disumanizzazione da parte della nostra società di accoglienza». La consapevolezza di un esaurimento fisico e psichico non attenua però la forza della sua voce. Leggere Storie dai margini riporta il discorso sui migranti, fatto troppo spesso solo di cifre e infinite discussioni politiche tra Stati, a un livello etico e umano che tendiamo a omettere, sottacendolo anche a noi stessi. Bibliografia Annelise Bergmann-Zürcher, Storie dai margini. Percorso di un’infermiera, Lugano, cascioeditore, 2026
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GUSTO
Cucina italiana
Tutto bene
insieme
Pesce e carne nello stesso piatto? Assolutamente sì! La cucina italiana ama gli abbinamenti audaci. Lasciati ispirare. E buon appetito.
Vitello tonnato Antipasto per 4 persone
1 cipolla 200 g di sedano rapa 200 g di carote 100 g di porri 1,5 l d’acqua, fredda 1 foglia d’alloro 5 bacche di ginepro 1 cucchiaino di sale 500 g di noce di vitello, ordinabile in anticipo dal macellaio Migros Salsa tonnata 1 scatola di tonno rosa al naturale da 200 g, peso sgocciolato 155 g 50 g di maionese 20 g di capperi 3 cetrioli sott’aceto 5 cucchiai di brodo, ad es. quello di vitello 3 cucchiai d’olio d’oliva 1 cucchiaio di succo di limone sale pepe cucunci per guarnire anelli di cipolla rossa per guarnire germogli di ravanello per guarnire insalata mista per guarnire
1. Tagliate a dadini la cipolla, il sedano e le carote. Tagliate il porro a pezzetti. 2. Mettete tutte le verdure in una pentola grande. Riempitela con 1,5 litri d’acqua fredda. Aggiungete la foglia d’alloro, le bacche di ginepro e il sale. Portate a ebollizione e aggiungete la noce di vitello. Abbassate il fuoco e fate sobbollire dolcemente a fuoco basso per ca. 1 ora.
4. Per la salsa tonnata, frullate il tonno con la maionese, i capperi, i cetriolini e il brodo con un frullatore a immersione. Incorporate l’olio d’oliva versandolo lentamente. Condite la salsa con il succo di limone, sale e pepe. 5. Tamponate la carne e tagliatela a fettine sottili. ore! e, am ato, Sapor nn ello to Nel vit a al tonno a la sals raffinatezz on . c o a ll e lt a it v es ine di le fett
6. Distribuitela nei piatti e ricopritela di salsa tonnata. Guarnite con cucunci, anelli di cipolla, germogli e insalata.
Ricette e foto: Migusto, Getty Images, Adobe Stock
3. Estraete la carne e lasciatela intiepidire. Mettete da parte il brodo.
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MONDO MIGROS
Crema di burrata con insalata di pompelmo Antipasto per 4 persone Rosso, bianco, verde: pompelmo, cicorino rosso e burrata si incontrano in perfetta armonia.
40 g di pistacchi sgusciati non salati 2 pompelmi 1 cicorino rosso da ca. 250 g 6 cucchiai d’olio d’oliva 3 cucchiai di Condimento bianco sale pepe 2 burrate da 125 g 2 rametti d’erbe aromatiche, ad es. basilico
1. Tosta i pistacchi senza olio in una padella antiaderente, lasciali raffreddare e poi tritali.
Finocchi caramellati su salsa di pomodoro I finocchi caramellati al burro e i pomodori trasformati in salsa con aglio e scalogno, si uniscono in un delizioso antipasto.
con Antipasto li :g re e tt ra a c io i finocch aromi d ro o d e pomo no si esalta te. en m a c recipro
Focaccia calda alla mozzarella Per un panino very hot: la focaccia alle erbe viene farcita con salame, rucola, mozzarella, carciofi e pomodoro e passata in forno. Irresistibile!
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2. Pela i pompelmi con un coltello affilato e tagliali a fette. Taglia a fette il cicorino. 3. Mescola l’olio e il Condimento bianco, poi condisci con sale e pepe. 4. Riduci finemente in purea le burrate con il frullatore a immersione. Distribuisci la crema nei piatti. Condiscila con poco sale e pepe. 5. Adagia il cicorino e i pompelmi sulla crema. Irrora con la salsa. Cospargi con i pistacchi. Guarnisci con alcune foglie delle erbe aromatiche.
Panino caldo: sandwich caldo dal ricco ripieno, con una piacevole nota piccante e formaggio cremoso.
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ATTUALITÀ ●
Focus sullo Xinjiang La porta cinese sull’Asia centrale, sulla Nuova via della seta, è tornata strategica, ma il prezzo dell’integrazione resta al centro del dibattito
Alice Weidel in Germania Tra richiami al passato nazista e una biografia che sembra smentire gli stereotipi, la leader dell’AfD guarda già al 2029
Una svolta per le detenute in Ticino Dopo vent’anni riapre la sezione femminile a La Stampa: si punta a garantire condizioni detentive più adeguate ed eque per le donne
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Svizzera-Ue, il momento delle scelte
Bilaterali III ◆ Dopo dodici anni di crisi e negoziati il nuovo pacchetto di accordi con l’Unione europea arriva alle Camere federali Roberto Porta
Ci siamo. A partire da lunedì 28 settembre le Camere federali affronteranno un cantiere dalla portata epocale, quello del nuovo pacchetto di accordi con l’Unione europea. Un colosso di oltre duemila pagine, che verrà discusso dapprima dal Consiglio degli Stati. Sulla carta i dibattiti potranno occupare i «senatori» per oltre una ventina di ore. Con tempistiche simili sarà poi il turno del Consiglio nazionale, nel corso della prossima primavera. Una maratona decisamente fuori misura, che ben spiega il significato politico di questa nuova intesa. Un pacchetto che è stato siglato, e vale la pena di ricordarlo, dopo che negli ultimi dodici anni le relazioni bilaterali tra Unione europea e Svizzera si erano inceppate per ben due volte. La prima frenata risale al 2014 con l’approvazione dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa, che azzerava di fatto l’accordo sulla libera circolazione delle persone.
Oltre a discutere sul tipo di scrutinio, il tema centrale che ruota attorno a questi accordi è senza dubbio quello della sovranità Il Parlamento ritenne poi opportuno applicare in modo «light» questa iniziativa targata UDC, per evitare di dover denunciare la libera circolazione e di conseguenza l’insieme del primo pacchetto di accordi bilaterali. Dopo quel voto Bruxelles decise di bloccare i negoziati in corso in quel momento e di penalizzare il nostro Paese in alcuni ambiti, su tutti quello della ricerca e degli scambi universitari Erasmus. Il secondo cortocircuito risale al maggio del 2021, quando l’allora presidente della Confederazione Guy Parmelin si presentò a Bruxelles per comunicare alle autorità europee che l’accordo quadro istituzionale, forgiato per rilanciare le relazioni bilaterali, era da cestinare: il Governo svizzero non lo riteneva sufficientemente equilibrato. Calò un gelo immediato nei rapporti con l’Ue, con discussioni e trattative che ripresero poi solo nel 2024 portando al nuovo accordo che ora approda in Parlamento e che ufficialmente si chiama «Pacchetto per la stabilizzazione e lo sviluppo delle relazioni Svizzera-Ue (Bilaterali III)». Con questo insieme di accordi settoriali – che rafforza quelli già esistenti e ne introduce altri tre, nell’ambito dell’energia elettrica, della sanità e della sicurezza alimentare – il Consiglio federale mira a ulteriormente facilitare l’accesso del nostro Paese al mercato unico europeo. «La Svizzera crea condizioni quadro affidabili per la sua economia di esportazione e raf-
Quella parlamentare è la penultima tappa di un percorso, prima della votazione popolare che emetterà il verdetto definitivo sui Bilaterali III. (Keystone)
forza così la propria prosperità», come si legge nel comunicato del marzo scorso, con cui il Governo passava la palla – e la patata bollente – alle Camere federali. Quella parlamentare è la penultima tappa di questo lungo percorso, prima della votazione popolare che emetterà il verdetto definitivo sui Bilaterali III. E qui tocchiamo uno dei tanti nervi scoperti di questa vicenda: le modalità di questo voto dalla portata epocale. Le possibilità sono di fatto due: uno scrutinio in cui si tiene conto solo del popolo, oppure una votazione a doppia maggioranza, che includa anche il parere dei Cantoni. Qui le opinioni divergono e i toni in aula si faranno di certo accesi. Basandosi sulla Costituzione, il Consiglio federale si è schierato per un voto a maggioranza semplice, perché non si tratta di aderire a un’organizzazione di sicurezza collettiva o a una comunità internazionale. Un parere condiviso dalla sinistra e del PLR, partito comunque piuttosto diviso al suo interno, il Centro deve ancora prendere una posizione, in totale disaccordo invece l’UDC, partito contrario in tutto e per tutto a questo nuovo accordo. Da notare che la Conferenza dei Go-
verni cantonali sostiene il voto a maggioranza semplice. Sono 15 i Cantoni favorevoli a questa opzione, 10 quelli contrari, tra cui il Ticino, mentre Berna si è astenuto. Un po’ a sorpresa, i Cantoni scartano pertanto la modalità di voto che li chiamerebbe direttamente in causa, e questo anche perché tutte le precedenti votazioni sugli accordi bilaterali si sono svolte sulla base della sola maggioranza popolare.
Il pacchetto prevede la «ripresa dinamica» del diritto europeo, nei soli settori che riguardano l’accesso al mercato unico Ma al di là delle discussioni attorno al tipo di scrutinio – tocca al Parlamento definirne le modalità – il tema centrale che ruota attorno a questi accordi è senza dubbio quello della sovranità. Il pacchetto negoziato con Bruxelles prevede la cosiddetta «ripresa dinamica» del diritto europeo da parte della Svizzera, nei soli settori che riguardano l’accesso al mercato unico dell’Ue. Si tratta di sincronizzare le rispettive normative, per poter avere uno sviluppo in parallelo della
legislazione europea e di quella svizzera. Il problema si porrebbe nel caso in cui tra Ue e Svizzera dovessero aprirsi dei contenziosi. Se Berna, anche dopo una votazione popolare, si opponesse ad esempio ad accettare una nuova normativa dell’Ue. Il meccanismo previsto dal nuovo accordo prevede l’intervento di un tribunale arbitrale, composto dallo stesso numero di giudici europei e giudici svizzeri, con un presidente scelto da entrambe le parti. Per quanto riguarda l’interpretazione del diritto Ue, questi giudici saranno chiamati a rivolgersi alla Corte di giustizia europea. L’ultima parola spetta comunque al Tribunale arbitrale, per definire eventuali «misure di compensazione» a carico della Svizzera. Queste «compensazioni», che di fatto saranno delle sanzioni, dovranno essere proporzionate e relative al solo contesto toccato da questa controversia. Un meccanismo che oggi non esiste, in questi ultimi anni l’Ue ha inflitto sanzioni al nostro Paese in modo del tutto arbitrario e unilaterale. Da questo punto di vista si tratta di un passo in avanti, che garantisce una maggiore certezza del diritto. «La Corte di giustizia dell’U-
nione europea non sarà mai chiamata a comporre una controversia», si legge nei documenti del Consiglio federale. Non manca però chi, e non solo tra i ranghi dell’UDC, ritiene che il ruolo della Corte di giustizia Ue possa essere troppo preponderante, anche perché questo tribunale è considerato uno dei motori dell’integrazione europea. Questo fronte guarda con preoccupazione anche al futuro della democrazia diretta, visto che il risultato delle votazioni popolari svizzere potrebbe anche andare a incocciare contro una norma europea. Nei prossimi tempi il Parlamento avrà di che arrovellarsi attorno a questa «ripresa dinamica» del diritto Ue. E lo stesso vale anche per altre questioni sensibili, a cominciare dalla libera circolazione delle persone e dalla lotta al dumping salariale. In questo ambito farà discutere anche una serie di normative interne relative al mercato del lavoro svizzero e alla sua protezione sindacale. Il «colosso» è dunque lì, pronto per il vaglio del Parlamento. Senza dimenticare che tra un anno ci saranno le elezioni federali: la politica svizzera rischia così di vivere una lunga stagione di… canicola intensa.
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ATTUALITÀ
La Nuova via della seta passa da qui
Xinjiang ◆ La porta cinese sull’Asia centrale è tornata strategica ma il prezzo dell’integrazione resta al centro del dibattito Paolo Brovelli, testo e foto
Loiyk è tagiko. Ma non dei tagiki del Tagikistan. Un tagiko di Cina, di stirpe wakhi, un ramo del lignaggio iranico orientale del Pamir – qui, Sarikol – nato e cresciuto nella Contea autonoma tagika di Tashkurgan, nella Prefettura di Kashgar, qui, nella Regione autonoma uighura dello Xinjiang. Sua moglie è uzbeka, anche lei degli uzbeki di Cina, però, di Yarkant, qui vicino. Lo so, è complicato. Ma così è il mondo, a guardarlo bene: complicato. E dunque anche la Cina. Soprattutto la Cina. Quella di cui parlo è lontana dai grandi fiumi pieni d’acqua e dalle megalopoli costiere che proiettano sfavillio oltre montagne e oceani. Siamo in una delle grandi regioni esterne, periferiche, piene di minoranze. Di quelle che paion dimenticate, ma che ora si riscoprono strategiche. Perché lo Xinjiang è anche Asia centrale, e son millenni che è il crocevia del Continente. È la Via della seta! Lungo le sue carovaniere (ora autostrade), tra monti altissimi e terribili deserti, c’è passato il mondo: persone, merci, idee, l’Oriente e l’Occidente. Mercanti sogdiani, tocari, arabi, persiani, cavalieri saka calati dalle steppe, monaci indiani recando il Buddha, tribù mongole e turche navigando di oasi in oasi, isole di antiche civiltà. Anche Marco Polo.
Dopo il 2009 Pechino ha accelerato la sinizzazione dello Xinjiang attraverso un vasto apparato di sorveglianza e repressione Lo Xinjiang da più d’un millennio è la terra degli uighuri, una popolazione turcica parente di quelle che abitano oltre i suoi confini occidentali (kazaki, kirghizi, uzbeki). È il Turkestan orientale, insomma. Maggiore regione del Paese, è grande come dal Portogallo alla Germania, ma con una popolazione di soli 25 milioni, per via della sua geografia di steppe, deserti e montagne. Dal censimento del 2020, risulta, però, che ormai gli uighuri non arrivano alla metà del to-
Il gran bazar di Ürümqi, il principale polo economico e industriale dello Xinjiang.
tale, quasi raggiunti dagli han, cioè i cinesi della Cina propria, forti soprattutto nella capitale Ürümqi e nel nord. Il resto se lo spartiscono altri popoli, pure perlopiù turcichi. Lo Xinjiang era ed è la porta cinese sull’Occidente. Confina con quasi tutti i Paesi dell’Asia centrale, oltre che con Russia e Pakistan. Per questo, negli ultimi anni, volente o nolente, ha riconquistato il suo posto nel mondo. Dal 2013, quando il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato il megaprogetto della Belt and Road Initiative (BRI), la Nuova via della seta, progettata per resuscitare le antiche rotte dell’Asia interna verso i mercati d’Occidente aggirando il controllo dell’impero talassocratico (leggi americano) sugli stretti. Nei recenti piani quinquennali di Pechino sono stati inclusi i progetti per nuove, ambiziose, ferrovie e autostrade lanciate oltreconfine. Da Ürümqi, il più importante centro economi-
co e industriale, parte il treno per il Kazakhistan, verso la Russia e fino a Duisburg, Germania; da Kashgar, millenario snodo della Via della seta, partiranno linee ferroviarie attraverso il Tian Shan fino in Uzbekistan, e per il Pamir tagiko verso il Caspio e il Caucaso. Nonché ambiziosi binari oltre il Karakorum, per raggiungere l’Oceano Indiano e il porto di Gwadar, comprato al Pakistan, vicino al golfo Persico, evitando il giro dai porti della costa orientale – stiamo parlando di una delle zone più lontane dal mare del mondo. Insieme alle strade vengono le fabbriche, la grande agricoltura. Così le esportazioni s’impennano. Tanta meccanica, elettronica, prodotti agricoli e abbigliamento. Ma anche pannelli solari e auto elettriche. Negli ultimi anni lo Xinjiang è stato uno dei centri dello sviluppo energetico sostenibile della Cina. Benché ricco di petrolio e carbone, da qui passa la
transizione ecologica dell’energia del Paese di mezzo. È dai suoi sconfinati campi eolici e fotovoltaici, vasti come province e tra i maggiori del pianeta, tra questi tralicci che si perdono all’orizzonte del deserto diafano che si costruisce quel futuro che dovrebbe far bene al pianeta. Ecco, dunque, i presupposti della decisione di integrare a qualunque costo la regione al resto del Paese, passando per le sue popolazioni. Parola d’ordine: sinizzare. Subordinare le identità etniche al Partito. A maggior ragione dopo le sommosse del 2009, costate circa 200 morti tra uighuri e han, causate dal malcontento locale per i continui arrivi di han dall’Est, convogliati dal Governo verso nuove opportunità, e le restrizioni religiose e culturali imposte dalla capitale. Così, sbandierando lo spauracchio dei «Tre mali», pittoresca definizione pechinese per indicare separatismo, estremismo religioso
e terrorismo, gli interventi sono stati drastici. E allora: militarizzazione, sorveglianza e schedatura di massa. Ora ci sono posti di polizia a ogni angolo. Tempo di reazione: meno di tre minuti. Gli arresti e gli internamenti nei «Centri di formazione professionale» (o «Campi di rieducazione»), secondo stime di organismi internazionali, sono almeno un milione. Non solo i colpevoli comprovati. Anche i sospetti, quelli in odore di… individuati tramite Big Data e IA. Come in un racconto di Philip K. Dick. Loiyk, però, getta acqua sul fuoco. Mentre viaggiamo, lui mi ricorda sempre l’altro lato della medaglia. Quando scopro il Corpo (paramilitare) di produzione e costruzione dello Xinjiang, o Bingtuan, fondato nel 1953 per difendere i confini occidentali e controllare la regione, mi dice che sì, sono quasi tutti han, ma a parte la sorveglianza, è stato determinante anche per lo sviluppo. Ha fondato città, scuole, ospedali, infrastrutture, aziende agricole, industrie. Il Governo, sostiene, ha sempre fatto una politica di tutela delle minoranze – «certo», aggiunge sorridendo, «fino a quando non interferiscono con le linee del Partito». È ancora così, anche se, nelle nuove direttive del presidente Xi, vi sono cambi sostanziali. Un esempio per tutti, «il bilinguismo nelle scuole, ora non c’è quasi più, a favore del mandarino». D’altro canto, mi spiega, le minoranze godono ancora d’un certo favore e i passi avanti a livello economico e infrastrutturale sono enormi. «Gli uighuri hanno una casa in cui abitare. E, in genere, non tuguri, come prima, ma case con acqua corrente, elettricità. Le strade sono ampie e asfaltate. Ci sono scuole gratuite e una certa assistenza sanitaria pubblica, anche se ancora lontana dalla perfezione». E allora, a quel punto gli chiedo: ma tu, da che parte stai? «Dalla parte del mio popolo, ma anche del mio Paese», risponde. «Siamo parte della Cina da almeno tre secoli e, dopo tanto tempo, finalmente possiamo approfittarne per far parte anche del mondo moderno».
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Cosa succedeva quando sono nata, l’11 agosto 1993 Sono nata l’11 agosto 1993, sotto il segno del Leone. Il sole è da sempre uno dei simboli più importanti della mia vita: mi ricorda di essere luce, di restare positiva anche quando tutto intorno sembra diventare più buio. il Leone invece mi ricorda la forza di rialzarmi e affrontare ogni sfida con coraggio. (Francesca Sabena) Cara Francesca, «Le cose pregevoli nascono dalla fatica e dal silenzio». Ci colpisce questa citazione trovata su «Azione» del 12 agosto 1993, il numero più vicino alla tua data di nascita. La frase compare in un articolo dedicato ai Rabisch (traducibile in arabeschi o ghiribizzi), una raccolta di testi pubblicata nel 1589 ed «espressione dell’Accademia della Val di Blenio»: una confraternita «clandestina» di artisti e letterati milanesi che, per sottrarsi alle convenzioni e guadagnarsi spazi di libertà, adotta simbolicamente l’identità dei facchini «ma anche osti, spazzacamini, spaccalegna, brentadori, castagnai ecc.; uomini spinti dalla povertà dei loro luoghi verso
Un cercapersone. (Wikipedia)
l’illustre pianura e i commerci della grande città». Un modo originale di guardare il mondo, che ci ricorda quando i migranti eravamo noi... Un’altro dettaglio che cogliamo dall’edizione citata è la pubblicità di un cercapersone. Ricordi cos’è? Un piccolo apparecchio elettronico che
segnala chi ti cerca e memorizza i messaggi. Mentre tu cerchi un telefono fisso o una cabina telefonica per richiamare, sempre se desideri farlo. Nel 1993, infatti, i telefonini esistono, però in pochi possono permetterseli. Un’altra epoca insomma, altre storie, forse meno interrotte dalle notifiche e meno distratte di quelle che viviamo oggi. Fa quasi sorridere pensarci mentre l’Europa discute di come proteggere i più giovani dall’eccesso di schermi e social (Ursula von der Leyen li vuole vietare sotto i 13 anni). Ma sul tuo «Azione» non troviamo solo questo. Sono anni duri. Come se ne esistessero di molli, del resto. Si tratta solo di fortuna forse: nascere in un contesto stabile oppure fragile. In ogni caso, si tratta di una fase di transizione tra la Guerra fredda e quello che molti osservatori definiscono «il nuovo disordine mondiale», all’indomani della caduta del Muro di Berlino nel 1989. Nella Svizzera tedesca accade una vicenda inquietante. Un articolo intitolato Un tuffo nel razzismo e poi una bella doccia rac-
conta la decisione del Comune zurighese di Bauma di limitare l’accesso alla piscina pubblica ai richiedenti l’asilo. La motivazione? «La presenza di persone di colore, i loro sguardi, infastidiscono gli utenti locali». Avrebbero potuto accedervi soltanto il giovedì pomeriggio e accompagnati dal personale del centro di accoglienza. Quando la vicenda diventa pubblica si scatenano le proteste e il Comune è costretto a fare marcia indietro. Ciò che è successo, scrive il giornale, «è rivelatore di un crescente razzismo presente anche fra noi, sempre negato, spesso banalizzato. E chi può permettersi la banalità quando, in Germania, Hoyerswerda cambia nome e luogo pressoché ogni notte, alimentata dalle fiamme che giovani dalle teste rasate credono purificatrici (nel 1991 a Hoyerswerda gruppi di giovani neonazi attaccano per giorni richiedenti l’asilo e lavoratori stranieri, ndr.) e in Bosnia si respira da tempo aria di “soluzione finale” di sinistra e “himmleriana” memoria?». Il mondo brucia, racconta «Azione».
di Romina Borla «Sarajevo agonizzante aspetta rassegnata l’assalto finale dei serbi» mentre la Nato pensa di bombardare. In Somalia l’Onu cerca di contenere una crisi umanitaria devastante. Anche l’Italia è in ginocchio. Da una parte l’inchiesta «Mani Pulite» e «Tangentopoli» travolgono partiti, imprenditori e amministratori pubblici, mettendo in crisi l’intero sistema politico della Prima Repubblica. Dall’altra continua la stagione delle stragi mafiose. Solo un anno prima sono stati assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E nel 1993, il 27 maggio, un’autobomba esplode nel cuore di Firenze, causando vittime innocenti e ferendo anche il patrimonio artistico della città. Insomma, sei nata in tempi densi. Tempi che richiedevano forza e coraggio. Come del resto servono oggi. Tempi in cui c’è un assoluto bisogno di quel sole di cui parli tu. Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno».
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ATTUALITÀ
Alice Weidel: il paradosso dell’estrema destra
Germania ◆ Tra richiami al passato nazista e una biografia che sembra smentire gli stereotipi, la leader dell’AfD guarda già al 2029 Cristina Marconi
Con quell’aria gelida da tecnocrate dell’estremismo, Alice Weidel tutto sembra tranne che una «cancelliera dei cuori», come la chiama il suo popolo di Alternative für Deutschland. Il lato meno «inquietante», meno prevedibile, di lei è proprio ciò che la rende improbabile come leader di un partito di estrema destra: è lesbica, ha due figli, dice che la famiglia è ovunque ci siano dei bambini. Vive in Svizzera con la compagna regista e produttrice televisiva originaria dello Sri Lanka e nella loro casa sul Lago di Costanza non trascorre molto tempo, tanto da non sapere neanche quanti elettori abbia la circoscrizione nella quale è stata eletta. Il lato più inquietante è che sta facendo di tutto per sdoganare gente come Björn Höcke, molto comprensivo verso il passato nazista della Germania, e che non si scompone se la folla la saluta al grido di un «Alice für Deutschland» in cui il suo nome suona tanto come «alles» come nella scritta incisa sui pugnali dei nazisti e bandita da allora («Alles für Deutschland» ovvero «Tutto per la Germania»). La quarantasettenne alta e bionda, severa nel volto e nell’abbigliamento classico ai limiti dell’antiquato – giacca, camicia, filo di perle, pantaloni, mocassini – è la rigida star del firmamento politico tedesco di questi nostri tempi sinistri. La supervittoria di AfD dello Stato della
Sassonia-Anhalt, con 39 seggi su 83 nel Parlamento regionale, costringe a fare i conti con Weidel e a chiedersi se quell’incoerenza di fondo non sia stata invece strategica nel convincere la gente a votarla, come avviene in altri casi. Il suo estimatore, il vicepresidente americano JD Vance, d’altronde sta con un’avvocatessa di origine indiana emancipata e affermata professionalmente, mentre Jordan Bardella del Front National – in Francia – è fidanzato con una principessa Borbone molto lontana dalle preoccupazioni della working class del suo elettorato. O lo stesso Nigel Farage, sposato con una di quelle europee che ha voluto cacciare dal Regno Unito; o Roberto Vannacci in Italia, che ha una moglie rumena. L’incoerente Weidel non si è dovuta ammorbidire per prendere i voti moderati, come hanno fatto Giorgia Meloni e Marine Le Pen, forse perché la sua identità stessa confonde e potrebbe essere vista come un’apertura, al di là del suo elettorato bianco e poco istruito, che invece sembra cedere alla sua aura professorale, da competente. «The Economist» parla di lei come di un «misto di modernità e follia» e, come tutta la stampa internazionale, cerca di capire come sia possibile giocare con il passato nazista del Paese con tanta disinvoltura. Lei non fa nulla per stemperare questa immagi-
Alice Weidel con la compagna Sarah Bossard. (Keystone)
ne: se prima il partito aveva obiettivi economici, ora sono più sociali, legati soprattutto all’immigrazione. Odia le pale eoliche, i gender studies, i confini aperti, la società multietnica, dice di non essere «queer» nonostante la sua biografia. Nata in una famiglia cattolica a Harsewinkel, nel Nordreno Westfalia, con un padre agente di commercio e una madre casalinga, aveva un nonno nazista che era stato nominato giudice militare a Varsavia e che è morto quando lei aveva sei anni. Weidel è stata una studentessa sveglia e brillante, ha imparato il cinese da sola prima di passare del tempo nel Paese, ha lavorato come analista
in due grandi istituzioni finanziarie come Credit Suisse e Goldman Sachs e nel 2009 ha conosciuto Sarah Bossard, nata in Sri Lanka, adottata da una coppia svizzera e, pare, autrice di post gioiosamente pro-LGBTQ+ in tempi neppure troppo remoti. Il suo mondo è quello del cinema e della tv, popolato da gente con una sensibilità molto lontana da quella di Weidel, che secondo i suoi ex colleghi non aveva mai manifestato opinioni estremiste se non su un punto: la moneta unica europea, a cui era molto contraria. E questa avversione ideologica la accostava al nascente partito di AfD, fatto di professori e di auste-
ri economisti alle prese con una battaglia contro i Paesi del sud Europa. Pare che sia stata proprio Bossard, a una festa, dopo che Alice aveva tenuto banco a lungo con le sue posizioni sull’euro, a esortarla ad impegnarsi in prima persona. È entrata nel partito nel 2013 e da allora è stata molto visibile anche perché, sebbene non sia una grande oratrice, è comunque chiara e articolata – questo piace – insieme al fatto che è figlia di una storia pesante, che è quella di tanti, e non se ne vergogna anzi, non fa nulla per andare contro chi minimizza l’Olocausto. Inoltre, parla benissimo l’inglese, cosa che le è valsa la simpatia di Donald Trump – uno secondo cui c’è troppa «attenzione sulle colpe passate» dei tedeschi – e di Vance. Dice di ammirare Margaret Thatcher, ma poi è tutta a favore della spesa pubblica e il suo discorso anti-immigrati non tiene conto di nessun fattore economico. I suoi detrattori, preoccupatissimi, osservano come le sue posizioni estreme potrebbero essere tutte frutto di un calcolo politico, visto che i partiti di protesta permettono crescite meteoriche che quelli tradizionali non consentono, soprattutto alle donne, soprattutto a quelle che si presentano come dei freak ideologici e attirano l’attenzione. Intanto lo sguardo di Alice Weidel è già rivolto alle elezioni federali del 2029. Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ
Competenze finanziarie, come ce la caviamo? Un nuovo studio misura il livello di conoscenza della popolazione in Svizzera su denaro, previdenza e investimenti, evidenziando punti di forza e lacune Jörg Marquardt
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La metà ha un conto 3a Più le persone dispongono di conoscenze finanziarie, tanto più plasmano il proprio futuro finanziario.
Le competenze finanziarie
Il 55%
Il 69% delle persone intervistate nell’ambito dell’«Osservatorio competenze finanziarie» risponde perlopiù correttamente alle domande su finanze e previdenza per la vecchiaia, il 2% ottiene il massimo punteggio. Il 25% sa rispondere correttamente quantomeno a metà delle domande.
degli intervistati ha un conto 3a, soprattutto nella fascia d’età tra 40 e 64 anni.
Il 50%
investe in fondi, ETF o singole azioni e il 6% intende iniziare a investire.
Il 33%
verifica il certificato della cassa pensioni e identifica eventuali lacune previdenziali.
4
Le donne sono in ritardo
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La Svizzera centrale è più competente La Svizzera centrale (79,9% di risposte esatte) e il Cantone di Zurigo (79,8%), risultano i più competenti sui temi finanziari, gli altri Cantoni di lingua tedesca seguono a breve distanza. Il punteggio minore lo ha ottenuto il Ticino (73,9%). La popolazione della Svizzera romanda (Ginevra, Neuchâtel, Vaud e Vallese) registra il 76,7% di risposte corrette.
Osservatorio competenze finanziarie L’«Osservatorio competenze finanziarie» è un sondaggio annuale sulle competenze finanziarie degli abitanti in Svizzera. L’edizione del 2026 è stata condotta dalla Banca Migros in collaborazione con l’istituto di ricerca gfs.bern. Il sondaggio si è svolto online dal 29 giugno al 23 luglio 2026 e ha coinvolto 3572 persone di età superiore ai 18 anni.
Perché la previdenza per la vecchiaia ha una bassa priorità per il cittadino? Non ha denaro sufficiente da poter mettere da parte:
38%
Si affida all’AVS e alla cassa pensioni:
34%
L’argomento è troppo complicato: Troppo giovane, c’è tempo: Non si fida del sistema di previdenza per la vecchiaia:
20% 15% 12%
Cosa è importante per chi investe Sicurezza: Costituzione di un patrimonio a lungo termine:
43% 31%
Flessibilità nel disporre del proprio denaro:
30%
Ottimizzazione delle imposte:
28%
Risparmio per il pensionamento:
26%
3
Le domande che mettono in difficoltà: – «Più sono le persone che puntano su un investimento, più quel tipo di investimento diventa sicuro». Il 32% ritiene corretta questa affermazione. Invece è l’esatto contrario: il solo numero di investitori non rende sicura la scelta; quando troppi puntano sullo stesso investimento, possono crearsi bolle speculative. – «Chi si aspetta un rendimento elevato dovrebbe optare per un investimento sicuro». Quasi un quarto degli intervistati ritiene vera l’affermazione, che però non rispecchia la realtà: senza rischio elevato in genere non si ottengono grandi rendimenti. – «Per quanto riguarda la cassa pensioni si discute spesso di ridurre la cosiddetta aliquota di conversione. Questo cosa significa per una persona assicurata?» Il 7% degli intervistati pensa che ciò farebbe crescere più lentamente il capitale risparmiato nella cassa pensioni. Un 3% ritiene che questo consentirà di riscuotere prima il capitale della cassa pensioni, mentre un altro 3% pensa che basteranno contributi inferiori per raggiungere lo stesso capitale. Non è così: un’aliquota di conversione ridotta si traduce in una minor rendita della cassa pensioni.
Il 75% degli uomini si sente sicuro delle proprie decisioni finanziarie, mentre solo il 58% delle donne ha questa sicurezza. Rispetto alle donne della stessa fascia d’età, la percentuale di uomini tra i 18 e i 39 anni che pensa più spesso a costituire un patrimonio a lungo termine è quasi il doppio. In fatto di conoscenze finanziarie, costituiscono il fanalino di coda le donne giovani (dai 18 ai 29 anni), con solo il 65% di risposte corrette, 10 punti percentuali in meno rispetto agli uomini della stessa età.
5
Finanze sotto controllo?
Il 70% delle persone intervistate si occupa abbastanza o molto delle questioni economiche e finanziarie nella vita di tutti i giorni. Per quanto riguarda la previdenza per la vecchiaia, la percentuale scende al 62%.
6
Fiducia nella previdenza Il 70% degli intervistati ha fiducia nell’efficacia del sistema previdenziale.
7
A chi diamo fiducia su una scala da 0 a 10 La maggior parte delle persone intervistate si fida della propria banca (7,3) e dà invece poca fiducia ai «finfluencer» sui social (1,7). La fiducia nei media tradizionali è perlopiù scarsa, come mostra il punteggio di 4,1; l’AVS, le casse pensioni e le autorità federali sono per contro percepite come affidabili (6,1-6,9). Anche gli amici e i familiari sono ritenuti piuttosto attendibili (5,7).
Ottimista nonostante le preoccupazioni finanziarie? Ha spesso preoccupazioni legate al denaro:
43% 76%
Ritiene di poter raggiungere gli obiettivi finanziari a lungo termine: Pensa con scetticismo
19%
Negli ultimi 12 mesi il cittadino...
59%
... ha risparmiato regolarmente ... ha stilato un budget per l’economia domestica ... ha tenuto conto di informazioni provenienti dai social media o da «finfluencer» per prendere una decisione d’investimento
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ATTUALITÀ / RUBRICHE
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Il Mercato e la Piazza
di Angelo Rossi
Siccità e guerre: l’inflazione rialza la testa ◆
Il 2026 è stato finora caratterizzato da una lunga siccità che ha penalizzato le produzioni agricole. Per le patate, ad esempio, si stima un raccolto di sole 333’000 tonnellate quest’anno, il più basso da quando esiste la statistica del raccolto. Rispetto alla media annua svizzera, la perdita è di circa il 20%. Le perdite nelle messi del mais saranno ancora maggiori: si parla di diminuzioni dal 25 al 60%. Per la frutta la situazione è un po’ diversa. Mentre per le mele si prevede una perdita di produzione di circa il 20% (rispetto alla media degli ultimi 5 anni), per le pere si registrerà un aumento. Anche nella produzione di ortaggi si registrerà una perdita che, però, sarà limitata al 5%. La riduzione della produzione agricola non è che uno dei fattori di rincaro generati dalla siccità. Ancora poco si sa, per esempio, su quanto la siccità di quest’anno farà aumentare i prezzi dell’energia e di
altri prodotti importati via Reno. Già oggi, però, l’indice svizzero dei prezzi al consumo risente delle tensioni geopolitiche, in particolare della guerra tra Iran e Stati Uniti e del blocco parziale dello stretto di Hormuz. Dopo una progressiva diminuzione tra settembre 2024 e maggio 2025, quando l’inflazione è scesa fino al – 0,1%, il tasso è risalito allo 0,2% in luglio, per poi tornare allo 0,0% nel novembre 2025. Da lì ha ripreso a crescere, passando dallo 0,1% di febbraio allo 0,6% di aprile 2026, nel pieno delle ostilità tra Washington e Teheran. Dopo una fase di stasi tra maggio e luglio, con un calo allo 0,4%, l’inflazione è risalita allo 0,8% in agosto, anche per effetto della siccità. Insomma, l’aumento dei prezzi in atto dal mese di febbraio di quest’anno può essere attribuito per una metà alle guerre, in particolare alla guerra degli Stati Uniti con l’Iran, e per l’al-
tra alla siccità. Occorre però anche rilevare che l’effetto negativo della siccità sull’indice dei prezzi al consumo ancora non si è esaurito ed è probabile che sia in settembre sia in ottobre si farà ancora sentire con ulteriori aumenti. Attualmente le previsioni congiunturali danno, per il 2026, un tasso di inflazione ancora pari allo 0,6%. È però probabile che la prossima revisione delle stesse farà salire il rincaro per l’anno in corso fino all’1%. L’inflazione sta dunque rialzando la testa. Per gli specialisti della congiuntura non si tratta però di una crescita importante. Essi cominciano a preoccuparsi solo quando l’inflazione supera il 2%. Per le famiglie, invece, anche un aumento dell’1% dei prezzi può essere inquietante specie se non è accompagnato da un aumento almeno pari degli stipendi e dei salari. Tanto più che per il prossimo futuro si attendono revisioni verso l’alto
delle tariffe dei servizi pubblici e degli affitti. Le FFS hanno già annunciato per il 2027 un aumento medio dei prezzi dei loro biglietti e abbonamenti pari al 3,6%. Anche i biglietti e gli abbonamenti del bus diventeranno più cari. La Posta aumenterà il prezzo dei francobolli, a partire dal primo gennaio del prossimo anno, del 16%. A questi aumenti si aggiungeranno i soliti aumenti dei premi della cassa malati: ci si aspetta un incremento dal 3,7 al 5%. Anche gli affitti potrebbero crescere perché i tassi ipotecari stano salendo. L’aumento relativo degli affitti, specie per le nuove costruzioni, potrebbe essere abbastanza tosto. Per fortuna si attende per il prossimo anno, a livello nazionale, un ribasso delle tariffe per la corrente elettrica pari in media al 4%. Le Aziende Industriali di Lugano, però, non vi si adegueranno, il che significa che i loro abbonati continue-
ranno a pagare le medesime tariffe di oggi per il loro consumo di energia. Azienda Multiservizi di Bellinzona ha invece annunciato che ridurrà le sue tariffe di circa il 5%. I sindacati hanno di recente rivendicato un aumento dei salari dell’ordine dell’1,5%. Difficilmente lo otterranno. Di conseguenza è molto probabile che, per effetto degli aumenti di prezzi e tariffe appena elencati, nel 2027 potere di acquisto e consumi ristagneranno. Si tratta di una conclusione frustrante. Frustrante soprattutto perché è dovuta non a decisioni o errori dei nostri imprenditori e dei nostri lavoratori, ma a eventi esterni come le guerre e il cambiamento climatico sui quali i nostri agenti economici non possono influire, a breve termine in nessun modo, neanche restando neutrali. Solo i pensionati possono rallegrarsi un po’: a dicembre riceveranno per la prima volta la tredicesima AVS.
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Dietro l’angolo
di Resy Canonica
Una svolta per le detenute in Ticino ◆
«Quello che mi pesa di più è non vedere il cielo». Mentre lo dice, il suo sguardo non cerca il soffitto della sala colloqui ma rimane fissato su di me. Maria, nome di fantasia scelto per tutelarne l’identità, ha 25 anni e da sei mesi è una detenuta. Le hanno appena detto che a breve attraverserà pochi metri: dalla Farera, il carcere giudiziario di Lugano, si sposterà a La Stampa, il penitenziario accanto. Una distanza irrisoria che però cambia un mondo: tra poco in Ticino riapre, dopo vent’anni di vuoto, una sezione femminile pensata per l’esecuzione della pena. Fino ad allora, per Maria, il luogo in cui trascorre il tempo fuori dalla cella è una terrazza con tre pareti di cemento armato e una di sbarre: non un cortile, non un prato, un rettangolo di cielo tagliato dal reticolato. Le ore d’aria sono due al giorno, contro le molte
di più previste in un carcere ordinario; non esistono atelier dove imparare un mestiere come per i detenuti uomini, non c’è una cucina comune. Si sta soprattutto in cella, a non fare niente. Il motivo è tecnico quanto assurdo: la Farera è un carcere giudiziario, costruito per la carcerazione preventiva, destinato a chi è in attesa di processo o potrebbe compromettere l’inchiesta influenzando prove e testimonianze, non a chi sta già scontando una condanna definitiva come Maria. Il paradosso dura dal 2006, quando la vecchia sezione femminile della Stampa venne smantellata: poche detenute, si disse allora, non giustificavano uno spazio dedicato. Da allora le donne condannate a pene lunghe sono state trasferite oltre Gottardo, nei penitenziari di Hindelbank, nel Canton Berna, o La Tuilière, nel Canton Vaud, lontano da famiglie e affetti; quelle
Atlante del presente
con pene più brevi, come Maria, sono rimaste alla Farera, dove continuano a vivere le restrizioni previste per la detenzione preventiva. Oggi in Ticino le detenute sono una ventina; circa la metà avrebbe diritto, per legge, a un regime di esecuzione pena ordinario che, come detto, da ormai vent’anni non esiste più. Una situazione che ha alimentato per anni critiche e interrogativi, ma che ora si avvia verso una soluzione concreta. Nella nuova sezione, ricavata in un’ala del penitenziario nel quartiere luganese di Cadro, ci saranno dieci celle, tra cui una pensata per le madri con bambini fino a tre anni, un laboratorio per corsi di formazione, un orto, uno spazio comune con angolo cottura e lavanderia. Le celle resteranno chiuse solo dalle 21 in poi, non l’intera giornata come oggi, e le detenute potranno aprirle e richiuderle da
sole: un cambiamento che all’esterno può sembrare minimo ma che nel linguaggio del carcere pesa come una rivoluzione. Maria ne parla con una speranza cauta: da mesi sentiva parlare del progetto, la cui apertura è stata più volte rinviata proprio per far fronte al sovraffollamento del sistema carcerario ticinese, e temeva restasse l’ennesimo annuncio rimandato, finché pochi giorni fa non le hanno confermato che l’attesa sta per finire davvero. Ma quello che la commuove di più non è pensare a sé, tra undici mesi, quando la pena sarà scontata – sarà comunque libera – quanto alle detenute che restano più a lungo. «Nella condizione attuale è difficile prepararsi mentalmente per affrontare di nuovo il mondo da persona libera», dice con un sorriso sghembo. Un’osservazione che pesa più di tante statistiche: un
carcere dovrebbe preparare al ritorno nella società, non limitarsi a contenere. «So di aver sbagliato e di doverne pagare le conseguenze, ma non è questo il punto», sottolinea Maria. Il punto, spiega, è che le condizioni per farlo non dovrebbero cambiare a seconda del sesso. Non chiede di uscire prima, né sconti particolari: chiede che una donna in carcere valga esattamente quanto un uomo. La sua non è una storia isolata. Con lei, altre donne stanno vivendo la stessa condizione alla Farera, così come l’hanno vissuta negli anni molte altre prima di loro. «Non chiediamo un trattamento speciale», ribadisce Maria. «Vogliamo solo la stessa possibilità concessa agli uomini, quella che finora ci è stata negata». Quando accadrà sarà anche il giorno in cui il Ticino tornerà ad avere, dopo vent’anni, un carcere pensato anche per le donne.
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di Francesca Mannocchi
Crescere nel rumore del mondo ◆
Ogni settembre pensiamo che il tempo ricominci, compriamo quaderni, rimettiamo in ordine gli orari, misuriamo scarpe diventate piccole durante l’estate, riempiamo calendari. La scuola riapre e la vita sembra obbedire di nuovo a una forma conosciuta fatta di gesti minimi, la sveglia, la colazione, lo zaino, e poi l’autobus, i compiti e la cena da preparare. Come se l’autunno fosse una disciplina del tempo e insieme una promessa. Si torna, si ricomincia e insieme si cresce. Quest’anno quella promessa arriva dentro un mondo che continua a cambiare e infiammarsi davanti ai nostri occhi a una velocità che a tratti ci sembra inaudita. I nostri figli hanno imparato parole che fino a pochi anni fa appartenevano ai libri di storia o ai notiziari degli adulti: drone, evacuazione, ostaggio, cessate il fuoco. Non sono parole episodiche, sono quotidiane, il mondo raggiunge le loro stanze senza bussare e spesso arriva
nella sua forma più brutale. Viviamo in un mondo in cui un bambino può sapere dove cade un missile senza sapere davvero dove sia quel luogo sulla carta geografica e può riconoscere il suono di una sirena prima di avere parole abbastanza precise per dire che cosa significhi sentirsi al sicuro. Può vedere una casa scomparire e tornare subito dopo al proprio esercizio di matematica. La guerra ha smesso di avere un confine netto anche per chi la guarda da lontano, è entrata nelle giornate, ha già modificato il linguaggio e cambiato la misura di ciò che consideriamo normale. Qui comincia la responsabilità degli adulti, è il modo in cui permettiamo che l’emergenza si trasformi in grammatica quotidiana. Ogni volta che una morte diventa un numero, che una città distrutta diventa uno sfondo, che una famiglia in fuga scivola oltre il margine della nostra attenzione, stiamo insegnando
qualcosa anche ai nostri figli e stiamo dicendo loro quali vite meritano di interrompere la nostra giornata e quali possono restare sullo schermo. L’autunno che viene ci pone allora una domanda più seria di quella che accompagna ogni riapertura delle scuole: che cosa significa chiedere a un bambino di studiare, crescere, progettare il futuro mentre il presente gli mostra con quanta facilità gli adulti sappiano distruggere ciò che dichiarano di voler proteggere? Questo autunno ci chiede di ricordare che l’infanzia non è un luogo separato dal mondo adulto, ma un luogo che ne assorbe il linguaggio e le paure, le omissioni e le gerarchie, che i bambini capiscono molto prima di possedere le parole per raccontare ciò che hanno capito. È questa forse la forma più profonda dell’educazione in un tempo come il nostro, cioè il compito di dare alla realtà una misura e restituire una storia dove le immagi-
ni producono assuefazione, insegnare loro che il mondo è complesso senza trasformare la complessità in un alibi. Abbiamo pensato a lungo all’infanzia come al luogo dell’innocenza, questo autunno invita a pensarla anche come il luogo della fiducia. La grammatica dei mesi che verranno riguarda tutti noi, riguarda i bambini che conoscono il suono delle sirene e quelli che conoscono soltanto quello delle notifiche. Riguarda ciò che consegniamo loro insieme ai libri di scuola: una geografia del mondo, una gerarchia delle vite, una misura di ciò che merita attenzione, un’idea di quali morti ci riguardino e quali possano diventare abitudine. La vera eredità che lasciamo ai figli è anche il modo in cui avranno imparato a guardare gli altri. Se cresceranno pensando che il dolore altrui sia un incidente periferico oppure una parte della propria idea di mondo. Settembre ci offre ogni anno una pic-
cola illusione di ordine. I calendari tornano a riempirsi, fissiamo scadenze, programmiamo mesi, compriamo ciò che serve per cominciare. Intanto consegniamo ai nostri figli qualcosa di molto più grande di uno zaino nuovo. Consegniamo loro la nostra idea di ciò che è normale. È questa la responsabilità che l’autunno mette davanti agli adulti. Non lasciare che la paura diventi la lingua con cui i nostri figli imparano il mondo. Entreranno nelle aule portando sulle spalle quaderni, libri, merende, aspettative. Porteranno anche ciò che hanno visto in questi anni, ciò che hanno ascoltato, ciò che hanno intuito guardandoci. Nessuno di noi può promettere loro un mondo al riparo dalla guerra. Possiamo decidere quale idea di mondo consegnare loro mentre la guerra accade. Un mondo in cui la vita degli altri continua a pesare. Dipende da noi fare in modo che sia abbastanza.
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CULTURA ●
Park e Botta a Lugano Il sodalizio tra l’artista Park Eun Sun e l’architetto Mario Botta in mostra alla Fondazione Braglia
La gioia sull’orlo dell’inferno Photo Elysée riunisce tre mostre che passano dalla guerra alla danza, dalla memoria alla ribellione
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La musica che cambia I generi musicali sono sempre meno definiti, mentre l’algoritmo sceglie per noi cosa ascoltare
Chi deve adattarsi a chi? Il geografo Alberto Vanolo porta a Sconfinare una riflessione su autismo e città contemporanea
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Bud Spencer e Terence Hill secondo Leonardo Rodriguez. (L.R.)
Bud e Terence, amici per caso
Vite da ridere (o quasi) ◆ A dieci anni dalla morte di Bud Spencer, il culto della coppia continua a unire generazioni e Paesi diversi Carlo Amatetti
A inizio settembre, più di ventimila persone hanno raggiunto Ilmenau, cittadina della Turingia per l’occasione ribattezzata «Hillmenau». Sono arrivate per assistere a proiezioni, concerti, spettacoli western, gare di braccio di ferro e perfino a una competizione a base di fagioli. Il venticinquesimo SpencerHill Festival ha stabilito il proprio record di pubblico e dedicato uno degli appuntamenti principali a Bud Spencer, scomparso dieci anni or sono. Terence Hill non ha potuto partecipare, ma il premio più ambito della lotteria era una visita a casa sua in Italia. L’ha vinta una famiglia tedesca; la più emozionata, raccontano gli organizzatori, era la figlia quindicenne. Il dettaglio dice più di molte analisi. I loro film appartengono soprattutto agli anni Settanta e Ottanta, eppure conquistano spettatori che non erano nati quando la coppia si separò. In Germania, il culto comprende festival e perfino un museo, ma attraversa buona parte dell’Europa e non sembra alimentato soltanto dalla nostalgia. Forse dipende dal fatto che tutto avvenne senza un progetto preciso. Carlo Pedersoli (in arte Bud Spencer)
e Mario Girotti (Terence Hill) provenivano da storie diverse. Il primo, napoletano, era stato un campione di nuoto, primatista italiano dei cento metri stile libero e atleta olimpico. Aveva vissuto in Sudamerica e collezionato piccole parti cinematografiche senza pensare a una carriera da attore. Girotti, veneziano, era entrato giovanissimo nel cinema, aveva recitato per Visconti nel Gattopardo e lavorato in Germania. A riunirli fu nel 1967 Giuseppe Colizzi per Dio perdona… io no!. Pedersoli accettò soprattutto per ragioni economiche; Girotti arrivò come sostituto, perché l’attore scelto si era fratturato una gamba. Anche i loro pseudonimi nacquero allora, per dare al western italiano un’apparenza internazionale. Mario preferì Terence Hill perché conservava le iniziali di sua madre. Colizzi intuì inoltre che il contrasto fisico poteva diventare racconto. Per preparare Girotti al ruolo gli suggerì di osservare allo zoo lo sguardo dei felini: non limitarsi a fissare l’avversario, ma guardare oltre. Al «gatto» rapido e penetrante oppose così il «cane» massiccio e tenace interpretato
da Pedersoli. Prima ancora delle battute, erano già due caratteri leggibili a colpo d’occhio. Non fu subito un colpo di fulmine artistico. Nel primo film i due sono ancora prigionieri dei modelli dello spaghetti western: Hill è il pistolero solitario, Spencer l’uomo massiccio e taciturno. La chimica esiste, ma deve trovare la propria lingua. Sarà Enzo Barboni, direttore della fotografia diventato regista con lo pseudonimo E.B. Clucher, a compiere il passaggio decisivo. Stanco di una violenza cinematografica sempre più cupa, volle smontarla dall’interno: le pistole lasciarono il posto agli schiaffi, i morti ai cattivi che cadevano e si rialzavano come nei cartoni animati. Anche Lo chiamavano Trinità… nacque contro ogni prudenza. La sceneggiatura, inizialmente pensata per un solo protagonista, era stata respinta da vari produttori: troppi dialoghi e troppo pochi cadaveri. Furono Hill e Spencer a intuire che un secondo personaggio avrebbe fatto funzionare meglio la storia. Accanto al pistolero pigro e beffardo apparve così Bambino, gigante burbero che tenta di rimettere ordine nei guai provocati dall’altro e
finisce regolarmente per moltiplicarli. Il film superò i tre miliardi di lire d’incasso e trasformò il western in una commedia per famiglie. Il segreto era antico. Come Stanlio e Ollio, Bud e Terence erano riconoscibili prima ancora di parlare: uno enorme, barbuto e apparentemente lento; l’altro agile, sorridente e provocatore. Ma alle gag aggiungevano una qualità morale rassicurante. I loro personaggi potevano essere ladri, vagabondi o imbroglioni, mai davvero cattivi. Difendevano il più debole, umiliavano il prepotente e ristabilivano la giustizia senza sangue. Le risse erano coreografie ritmate da schiocchi, pentole, sedie sfasciate e dall’immancabile pugno dall’alto di Bud, devastante ma miracolosamente incruento. Era cinema popolare nel senso più pieno: comprensibile a un bambino, godibile da un adulto ed esportabile senza grandi perdite. Il nucleo era visivo e universale: il contrasto fra i corpi, la provocazione, l’attesa, la reazione spropositata. Lo spettatore sapeva che cosa sarebbe accaduto e proprio per questo desiderava vederlo ancora.
A favorirne la circolazione contribuì anche il doppiaggio, che adattò dialoghi e ritmi ai diversi pubblici, talvolta accentuandone la componente comica. Ma la traduzione poteva cambiare le parole, non la struttura essenziale: provocazione, attesa, esplosione e riconciliazione. Era una grammatica elementare e solidissima, capace di superare i confini linguistici senza bisogno di spiegazioni. In un cinema sempre più suddiviso per età, pubblico e piattaforma, Bud Spencer e Terence Hill offrono tuttora un raro territorio comune. I genitori mostrano ai figli i film che guardavano da bambini, ma i figli non devono fingere di apprezzarli: entrano subito nel gioco. I ventimila di Ilmenau, compresa una ragazza di quindici anni impaziente di incontrare Terence Hill, mostrano che la formula è ancora viva. Forse perché quelle storie promettono un mondo semplice, non necessariamente ingenuo: i prepotenti esistono, ma possono essere sconfitti; l’amicizia resiste ai litigi; la forza diventa accettabile soltanto quando protegge qualcuno. E alla fine, rimesso il mondo a posto, resta sempre il tempo per una padella di fagioli.
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CULTURA
Park-Botta, dialogare attraverso le opere
Mostre ◆ Alla Fondazione Braglia il lavoro di Park Eun Sun e il progetto museale tutto coreano di Mario Botta Simona Sala
La contea di Sinan, o Shinan, si trova nella nuova entità amministrativa dello Jeonnam-Gwangjiu, Corea del Sud. Essa consiste in circa ottocento isolette (in totale la Corea ne ha più di tremila), di cui solo centoundici abitate. Su una di esse, e più precisamente quella di Jeundo, l’architetto ticinese Mario Botta (incaricato dallo stesso governo sudcoreano, come ha sottolineato il sindaco della contea di Shinan Kim Tae Sung, presente all’inaugurazione della mostra) ha progettato l’Infinito Museum, pensato per diventare dimora d’arte per le opere dello scultore Park Eun Sun, nato nel 1965 a Mokpo, ma attivo da anni a Pietrasanta, in Toscana. Un connubio, quello tra Mario Botta e Park Eun Sun, iniziato in seguito all’incontro dei due a Roma, in occasione della mostra dell’artista coreano ai Mercati di Traiano nel 2014 – anche se, in realtà, Park Eun Sun, come ammette lui stesso, ha scoperto la figura dell’architetto Botta oltre quarant’anni or sono, quando, ancora studente universitario, rimase incantato dal simbolismo e dal rispetto della tradizione dei suoi progetti. Se, da una parte, Park Eun Sun è da sempre affascinato dalla capacità dell’architetto ticinese di «riempire gli spazi di luce infinita», dall’altra, a colpire Mario Botta a Roma è stato soprattutto il talento dell’artista coreano di creare opere in grado di dialogare con l’architettura romana circostante, per sua natura portatrice di «profonda memoria». Una memoria, va detto, soprattutto europea, e quindi, potenzialmente, non per forza immediata per un artista che, nel proprio DNA umano, custodisce cultura e storia asiatiche.
Infinito Museum, progetto di Mario Botta Architetti, modello in scala 1:100 di Atelier Ivan Kunz. (© Mario Botta Architetti)
Park Eun Sun, Proliferazione – Continua, 1995 (dett.), marmo rosso. (Fondazione Braglia, foto Nicola Gnesi)
Mario Botta e Park Eun Sun si sono incontrati per la prima volta nel 2014, in occasione di una mostra ai Mercati di Traiano Alla fine, però, e lo dimostra bene questa amicizia, più delle culture e delle appartenenze, sono le affinità elettive a fare la differenza, e non è da escludersi che Botta abbia riconosciuto un poco del proprio agire nella visione artistica e nelle modalità di lavoro di Park Eun Sun, così come quest’ultimo abbia ritrovato degli elementi familiari in alcune delle scelte, inconfondibili, che fanno di Mario Botta Mario Botta. E così, a colpo d’occhio, in molti dei lavori dello svizzero e del coreano troviamo dichiarazioni geometriche precise e inconfondibili, così come le similitudini cromatiche rappresentate dall’alternanza, sviluppata soprattutto in orizzontale; ben lo dimostra ad esempio l’opera Connessione del 2006, con i suoi marmi rosa Portogallo e nero Belgio, la forma squadrata, quella cupola e perfino la crepa che la attraversa – forse in un tentativo di catturare luce – , che rimanda naturalmente a una costruzione ormai caposaldo della storia dell’architettura, come lo è la chiesa di Mogno, in Vallemaggia. Una somiglianza che, però, e lo sottolineano i protagonisti stessi, interpellati in un’intervista pubblicata sul catalogo della mostra Park Eun Sun – Mario Botta. Scultura e architettura fra Oriente e Occidente, non va esasperata, poiché se l’artista coreano si concentra, attraverso le sue opere, nell’espressione delle emozioni uma-
ne, Mario Botta è guidato dalla ricerca della «seriosità che è dietro la forza di gravità», forza in cui l’architetto individua «il fatto positivo
dell’essere oggi uomini sulla Terra». La narrazione, concettuale e visiva, presenta dunque delle similitudini solo a un primo impatto, ma
allo stesso tempo, lo sottolinea la curatrice della mostra Gaia Regazzoni Jäggli nel catalogo, apre «una riflessione sul rapporto tra forma, spazio e materia». La relazione tra i due creatori-artisti si può ora contemplare in tutta la sua complessità e bellezza in una mostra inauguratasi lo scorso 19 settembre alla Fondazione Gabriele e Anna Braglia di Lugano. Nella sala al pianoterra – cui si accede dopo essere passati accanto alle tre colonne di bronzo di Park Eun Sun Colonna Infinita, Ripetibilità 1 e Accrescimento, collocate vicino all’ingresso della Fondazione – è possibile vedere la maquette di Infinito Museum, con le sue tre piramidi e una serie di padiglioni più piccoli, che perfettamente si incastonano nella morfologia dell’isola coreana, plasmata da mare (con due maree al giorno) e montagna, in un equilibrio delicato che Botta si è sforzato attivamente di preservare, optando per un intervento architettonico a misura d’uomo e di natura. Accompagnano il visitatore anche schizzi preparatori e disegni, oltre a una gigantografia del complesso museale. Pubbliredazionale
Non solo la mostra, ma anche un concorso ed eventi collaterali Concorso La Fondazione Gabriele e Anna Braglia e «Azione» mettono in palio 5 x 2 biglietti per una visita guidata della mostra Park Eun Sun – Mario Botta. Scultura e architettura fra Oriente e Occidente, in data giovedì 8 ottobre 2026, ore 16.30. Ad accompagnare le visitatrici e i visitatori sarà la collaboratrice della Fondazione e storica dell’arte Elisa Malnati. Oltre ai biglietti, vi sono in palio anche due cataloghi della mostra. Per partecipare all’estrazione inviare una mail a giochi@azione.ch (oggetto: «Braglia-catalogo» o «Braglia-visita guidata») indicando i propri dati personali e le preferenze entro martedì 29 settembre. Buona fortuna! Gaia Regazzoni Jäggli, curatrice della mostra e direttrice artistica della Fondazione Gabriele e Anna Braglia, anticipa: «Attraverso la visita guidata che offriamo ai vincitori del concorso di «Azione» il prossimo 8 ottobre, si avrà modo di scoprire più da vicino la portata di questo intenso dialogo tra Oriente e Occidente, e fra due linguaggi di-
Scatto di gruppo in occasione del vernissage; da sin. Park Sun Eun, Mario Botta, Gabriele Pietro Braglia e Kim Tae Sung, sindaco della Contea di Shinan. (Foto Giorgia Ghezzi Panzera)
versi – ma con molte cose in comune – come lo sono quello della scultura e quello dell’architettura. Per restare nel solco della tradizione della Fondazione Gabriele e Anna Braglia, nel corso della mostra sono previsti una serie di eventi collaterali o complementari, le cui date sono ancora da definirsi, che vedranno
avvicendarsi figure diverse del mondo dell’arte. Per maggiori informazioni sui contenuti di questi eventi collaterali, suggerisco di iscriversi alla nostra newsletter o di consultare il sito. Il mio invito è dunque rivolto a chiunque sia curioso, abbia voglia di approfondimento e di momenti di autentico scambio».
Ma è quando ci si sposta al primo piano della Fondazione che il progetto architettonico appena visionato assume tutto il suo valore e la sua ragione d’essere, e ciò avviene grazie all’incontro con le opere dell’artista coreano. In quella che a tratti appare come una sfida alle leggi della fisica (alcune delle statue sembrano, o addirittura, sono in bilico) si incontrano opere contraddistinte da un profondo gusto per la geometria e un certo rigore formale, che però, a uno sguardo più attento, o ravvicinato, presentano profonde rotture interne, crepe, spazi vuoti, là dove il nostro occhio di spettatrice o di spettatore non se li aspetterebbe. Il risultato, grazie anche all’alternanza ottenuta attraverso l’utilizzo di materiali diversi, è un’idea di imperfezione inattesa, che allo stesso tempo riesce a conferire un innegabile dinamismo alle opere. A differenza dell’arte del kintsugi, nata in un altro Paese asiatico, il Giappone, dove la frattura diventa, attraverso il restauro, elemento artistico a sé, in Park Eun Sun non vi è il desiderio di «aggiustare», bensì di creare spazi di rottura in cui possano inserirsi non solo elementi fisici come, ad esempio, la luce, ma anche idee, dubbi e riflessioni, in quello che sempre più, lungo il percorso espositivo, si delinea come un dialogo costante tra elementi in contrapposizione.
Nelle sue opere Park crea degli spazi di rottura in cui idealmente si inserisce la luce, ma trovano forma anche idee e riflessioni La forza di gravità rappresentata dal marmo o dal bronzo utilizzati, ad esempio, è contrastata dalla leggerezza del dinamismo di certe colonne, così come l’adesione a un linguaggio formale e levigato si contrappone all’imperfezione data dalle fratture. Il confronto sorge spontaneo anche a livello concettuale, con l’idea astratta di un’opera da un lato e la sua realizzazione concreta e tangibile dall’altro e da ultimo, ma non per importanza, con l’Oriente, parte fondante della biografia culturale di Park Eun Sun e l’Occidente, che per lui rappresenta gli anni della formazione delle competenze materiche e della crescita artistica interiore. «Ricevere» un museo dal proprio governo è un atto di grande fiducia oltre che una consacrazione, ma è anche il riconoscimento a Park Eun Sun di quanto profondamente abbia, nel corso degli anni, creduto a ciò che faceva e ancora vuole fare. I primi tempi in Italia furono infatti difficili per il coreano, che, però, non ha mai smesso di dedicarsi con tenacia alla propria arte, costruendo così, giorno dopo giorno, quel percorso che ora, grazie alla mostra e al museo progettato da Mario Botta, è fruibile e percorribile anche per tutti noi, e la cui destinazione, come dichiara il nome del museo, è nientemeno che l’infinito. Dove e quando Park Eun Sun – Mario Botta. Scultura e architettura fra Oriente e Occidente. A cura di Gaia Regazzoni Jäggli, Lugano, Fondazione Gabriele e Anna Braglia. Fino al 19 dicembre 2026. Orari: gio-ve-sa 10.00-12.45 e 13.45-18.00. www.fondazionebraglia.ch
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MONDO MIGROS
LIFESTYLE Calze di nylon
Una sottilissima rivoluzione Tutto è iniziato con un’invenzione in laboratorio. Pochi anni dopo, milioni di donne facevano la fila per comprare le calze: la fibra di nylon rivoluzionò l’igiene, la moda e persino l’arte della guerra Testo: Edita Dizdar
1946
1940
1935
L’ENTUSIASMO NON SI FERMA
Riprende la produzione di calze di nylon. Fino alla metà degli anni ’50 venivano ancora prodotte con una cucitura sul retro della gamba.
L’ASSALTO
IL PIONIERE
Negli Stati Uniti vengono messe in vendita le prime calze di nylon.
Il chimico statunitense Wallace Carothers inventa il nylon, la prima fibra sintetica al mondo.
1941
1938
FORNITURE MILITARI
Il nylon viene utilizzato per la produzione di paracadute e altro materiale militare dell’esercito statunitense.
LA RIVOLUZIONE DELLE SETOLE Il primo spazzolino da denti con setole in nylon arriva nei negozi e sostituisce le setole di pelo animale.
1973
Foto: Keystone (3), The Board of Trustees of the Science Museum
MATERIALE VERSATILE
1951
1965
75 ANNI FA: MIGROS ENTRA IN SCENA
LA MINI CON I COLLANT
La Migros mette in vendita le prime calze di nylon di produzione svizzera con il marchio «Royal».
«Resistente come l’acciaio, sottile come una ragnatela»: con questo slogan, nel 1938 l’azienda statunitense DuPont pubblicizzò la sua rivoluzionaria invenzione: il nylon. Tre anni prima, il chimico Wallace Hume Carothers aveva sviluppato e brevettato, su incarico dell’azienda, la prima fibra tessile interamente artificiale a base di carbone, acqua e aria. Il primo prodotto di massa realizzato con il nuovo materiale miracoloso è stato lo spazzolino da denti. Fino ad allora, le setole degli spazzolini da denti erano per lo più costituite da peli di animali. Il nylon era più igienico e meno costoso da produrre. Il prodotto venne pubblicizzato come «Miracle Tuft», ovvero «ciuffetto prodigioso». Un look setoso per tutti Quello che accadde poi entusiasmò le donne: all’Esposizione Universale del 1939 a New York furono presentate le prime calze di nylon. Questa novità, estremamente sottile e che arrivava fino alle cosce, fece la sua comparsa il 15 maggio 1940 negli Stati Uniti in alcuni negozi selezionati. L’afflusso fu enorme: solo nel primo giorno di vendita ne furono vendute quattro milioni di paia. L’oggetto del desiderio era leggero, elastico, resistente e decisamente più economico delle calze di seta, considerate l’emblema dell’ele-
General Motors integra il primo airbag in nylon nelle proprie automobili.
Le minigonne diventano di moda, il che porta all’invenzione dei collant.
ganza femminile. «Fino ad allora, bastava uno sguardo alle gambe delle signore per capire chi potesse permettersi calze di vera seta e chi invece dovesse ripiegare su calze più economiche di cotone o di seta sintetica», afferma Simona Bischof, mediatrice culturale presso il Museo del Tessile di San Gallo. Il nylon ha cambiato le cose: «L’effetto seta è diventato improvvisamente accessibile a tutti.»
Il primo giorno di vendita furono vendute quattro milioni di paia di calze di nylon Prima la scarsità, poi l’abbondanza La gioia delle donne non durò a lungo. Quando, nel dicembre 1941, gli Stati Uniti d’America entrarono nella Seconda guerra mondiale, fu la fine dell’entusiasmo. Il nylon serviva ora per realizzare paracadute, corde, reti e altre attrezza-
2026
FIBRA MULTIUSO
Le fibre di poliammide, di cui fa parte il nylon, trovano molteplici impieghi, ad esempio nell’abbigliamento outdoor.
ture. Dopo la fine della guerra, però, nel 1946 la produzione riprese. Sembrava che tutte le donne americane volessero accaparrarsi un paio di calze. Le risse nei negozi che ne derivarono sono passate alla storia come «Nylon Riots». Alla fine, la mania del nylon raggiunse l’Europa. Anche la Svizzera fu invasa da calze a basso costo provenienti dagli Stati Uniti, tanto che i produttori locali si ritrovarono con magazzini pieni di calze invendute. Il fondatore della Migros, Gottlieb Duttweiler, decise di dare una mano all’industriale Alfred Ruckstuhl di Wil (SG) e inserì nel proprio assortimento le sue calze di nylon a un prezzo vantaggioso. Quando negli anni ’60 fecero la loro comparsa le minigonne, nacquero i collant. Non richiedevano l’uso di reggicalze ed erano quindi molto più pratici delle calze classiche. Ancora oggi indispensabile Negli ultimi decenni si sono aggiunte molte altre innovazioni legate al nylon, questo materiale miracoloso, e ad altre fibre sintetiche. Oggi le si trova, ad esempio, nell’abbigliamento sportivo e da outdoor, nelle tende, nelle corde o nei paracadute. «Le fibre di poliammide, come il nylon, sono leggere e allo stesso tempo resistenti all’abrasione e allo strappo», afferma Nina Bach-
mann. L’esperta di sostenibilità presso Swiss Textiles, l’associazione svizzera del settore tessile, ritiene che questo materiale abbia ancora un grande potenziale di innovazione. Secondo lei, il riciclaggio e l’upcycling della poliammide dovrebbero assumere un ruolo sempre più importante in futuro.
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CULTURA
Venti minuti di Paradiso
Meijer, l’uomo che ha dato la luce a Gandria
Fotografia ◆ Photo Elysée riunisce l’alternanza di luce e orrore di Alfredo Jaar, la danza come resistenza di Hannah Darabi e l’Asia di Ella Maillart Giovanni Medolago
A poche centinaia di metri dalla stazione di Losanna, Plateforme 10 (polo museale che la città si è regalata pochi anni or sono), ospita «Photo Elysee»: eleganti e maestosi spazi dove sono attualmente in corso tre mostre. La prima è di Alfredo Jaar, poliedrico artista cileno (architetto, regista, creatore di istallazioni). Oggi 70enne, ha chiesto a una ventina di fotoreporter sparsi nel mondo di realizzare due scatti precisi: pace e serenità nel primo, dramma e dolore nel secondo. Da cui, il titolo del suo ultimo progetto: Inferno&Paradiso. Posta sopra l’entrata di una sala buia, un’insegna illumina alternativamente ogni venti minuti le due parole. Una volta entrato, lo spettatore si trova di fronte a una serie di diapositive proiettate e dilatate sulle pareti. Lynsey Addario ci fa condividere la gioia di un matrimonio in un paese arabo; Motaz Azaiza quella di una bambina palestinese, nel suo nuovo vestitino; Véronique De Viguerie coglie un venditore di palloncini afghano sommerso dai colori sulla sua bicicletta. Splendida l’immagine del franco-siriano Abdulmonam Eassa: due ragazzi sudanesi che approfittano di una piena del Nilo per tuffarsi da un frondoso albero parzialmente sommerso dalle acque. Acqua che domina pure l’immagine proposta da P. E. Piovano: una donna armata di secchio raccoglie quella di una cascata in Cile. Su una spiaggia senegalese ecco un gruppo di giovani che scherzano, ballano e sorridono davanti all’obiettivo della fotoreporter filippina H. R. Morales. Ricorda la poesia di Rimbaud Le dormeur du val, l’immagine di Lindokuhle Sobekwa: un ragazzo che dorme tra le alte erbe di un campo nei pressi di Johannesburg, fortunatamente senza quei due fori rossi sul fianco, come recita l’ultimo sferzante verso nell’ode del Poeta Maledetto. Un immaginario Virgilio ci guida poi in un «Inferno» che davvero sembra quello dantesco. La già citata Ad-
Carnevale in una favela di Rio de Janeiro: uomini di una gang locale che pattugliano le strade incontrano una bambina travestita da gatto, 2019. (© Véronique de Viguerie)
dario si sposta in Ucraina: ritraendo un gruppo di persone, impossibilitate a raggiungere un rifugio, si stende a terra sotto le bombe russe. Sempre in Ucraina, una donna piange sul cadavere del marito che, a due passi dal tunnel della métro di Kiev, è stato raggiunto da una raffica di mitra. Ecco il piccolo Mahmoud (9 anni), rimasto senza braccia dopo l’ennesimo raid israeliano su Gaza, che appena risvegliatosi chiede alla mamma: «E adesso, come farò ad abbracciarti?».
Ogni fotografia conserva una traccia del passato, ma può anche continuare a parlare con precisione al nostro presente In una favela di Rio durante il carnevale una bambina travestita da micetta sembra farsi beffe di un trio anch’esso mascherato, epperò armato di mitra e probabilmente intenzionato ad approfittare del bailamme generale
per compiere chissà quale malefatta. Due sorelle siriane che si abbracciano piangendo sulle macerie della loro casa a Damasco. Poteva mancare la tragedia dei migranti? Certo che no, e ci pensa Olivier Jobard con l’immagine di due giovani marocchini annegati nel tentativo di attraversare l’Atlantico per raggiungere le Canarie. Agghiacciante, infine, la foto di Lorenzo Meloni: un ragazzo iracheno affiliato all’Isis e ucciso a Mosul prima che potesse farsi esplodere con la cintura d’esplosivo. Si torna a respirare un’atmosfera decisamente meno pesante con il lavoro di Hannah Darabi, Why Don’t You Dance?, titolo preso in prestito da un racconto di Raymond Carver e che dà voce (molti filmati accompagnano le foto) ad alcune ex-professioniste della danza del ventre, popolarissime prima che gli ayatollah proclamassero la loro volontà di cancellare il corpo femminile dall’universo iraniano. Forse un po’ inaspettatamente, la Darabi ci rivela come le giovani irania-
ne accompagnino il loro urlo «Donna, vita e libertà» esibendosi nelle tradizionali danze folkloristiche di quel Paese oggi sotto le bombe USA. Il loro divertimento diventa atto politico, una forma di gioiosa resistenza. Mahvash, cantante e ballerina di cabaret degli anni Cinquanta, costituisce la base di quest’opera: la sua autobiografia romanzata permette ad Hannah Darabi di esaminare come la danza abbia funzionato quale strumento di protesta durante la rivoluzione del 1979 e come i corpi delle donne – sia nell’espressione, sia nell’aspetto – siano stati soggetti a crescenti restrizioni. In una serie di collage, Darabi rivisita il libro della Mahvash, I segreti della realizzazione sessuale (edito nel 1957!), combinando pagine di riviste, estratti di testo, materiale effimero e le sue fotografie. Altro protagonista di Why Don’t You Dance? è Mohammad Khordadian, ballerino e coreografo della scena pop iraniana di Los Angeles. Attraverso di lui, la Darabi mette in luce sulla diaspora e sulle pratiche sviluppatesi in esilio, evidenziando le serate del Cabaret Tehran, locale – si dice imperdibile – per gli iraniani riparati nella California meridionale. La visita si chiude con l’omaggio alla ginevrina Ella Maillart (19031997) e alle sue immagini, molte inedite. Provetta velista, sciatrice e hockeista su prato, dal Lemano guidò la sua Citröen sino alla Cina, passando per India e Afghanistan, e questo nel 1932. Che donna! Dove e quando Alfredo Jaar, Inferno & Paradiso; Hannah Darabi, Why Don’t You Dance?; Ella Maillart, Récits photographiques. Losanna, Photo Elysée, Place de la Gare 17. Tutte e tre le mostre, fino al 1° novembre 2026. Orari: lu, me, ve, sa e do 10-18; gio 10-20; ma chiuso. elysee.ch
Voci che risalgono dal fondo
Teatro ◆ Tratte da La catastròfa di Paolo Di Stefano, in scena le storie della tragedia di Marcinelle Laura Di Corcia
Negli ultimi anni – lo abbiamo scritto anche su queste colonne – è sempre più stretto il dialogo del teatro con la narrativa: penso allo spettacolo tratto dalla Ferocia di Lagioia, messo in scena da Michele Altamura, penso al lavoro fatto sui romanzi di Ágota Kristóf da parte della compagnia Fanny & Alexander. Ci sono dei romanzi, però, che già strutturalmente conservano in seno una vocazione teatrale, che sembrano nascere quasi per la scena. È il caso del fortunato, per quanto dolente, libro di Paolo Di Stefano, La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, pubblicato nel 2011 e insignito del prestigioso premio Volponi. La storia affonda mani e piedi nella tragedia del Bois du Cazier, miniera di carbone in Belgio. Lì, la mattina dell’8 agosto 1956, un incidente nell’impianto di risalita provocò la morte di 262 lavoratori; 136 di questi erano italiani. Nel romanzo, che racconta la storia non dall’alto, ma dal basso, complice anche la professione dello scrittore, Di Stefano, che oltre a essere narratore
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è giornalista, non c’è una voce, ma un coro di voci, volte tutte insieme a formare un polittico che restituisce ai lettori la tragedia nei suoi risvolti più crudi, ma anche più umani. Un romanzo polifonico che porta
Un minatore durante una pausa nel sottosuolo, in una fotografia d’archivio legata al mondo minerario belga degli anni Cinquanta.
alla luce dolori, ma anche sogni, speranze, momenti di sconforto e gioie: di queste contraddittorie schegge è costruita la storia migratoria di ogni popolo, non solo di quello italiano. Nella lettura o «testimonianza» scenica – come la definisce il regista, Riccardo Frati, a margine dello spettacolo che ha avuto luogo lo scorso martedì al LAC di Lugano – la pluralità di voci converge in un unico punto, la voce dell’interprete, Leonardo De Colle, cui fa da contraltare (quasi una voce fuori campo) Etta Scollo, solista e alla chitarra, autrice, oltretutto, delle musiche e delle canzoni (in scena ci sono anche Paolo Camporesi, alla fisarmonica e Davide Lucio Cervi, al violoncello). Se la pluralità in questa lettura si riduce (le voci sono due), ciò che recupera in dimensione è l’ampio dispiegamento dei documenti visivi proiettati sullo sfondo: le foto, in bianco e nero, i volti in primo piano degli operai interrogano continuamente gli spettatori e fungono da personaggi muti, ma presenti. Attraverso questi elementi il
pubblico scivola in questa storia di ingiustizie, fatiche, omissioni – ancora oggi i fatti restano controversi. Si spazia: non solo la tragedia, ma le condizioni di vita prima e dopo la catastrofe, il razzismo, le scritte «Interdit aux chiens et aux italiens». Interessante, in questo romanzo, e anche nella sua resa scenica, il dato linguistico: i lavoratori, di classe sociale bassa, lasciata l’Italia e raggiunto il Belgio, avevano creato una lingua ibrida, fra dialetti, italiano, francese. Per questo il titolo, La catastròfa, così vibrante, originale e quasi selvaggio. Un titolo che è un j’accuse. E poi le voci, come questa: «Io avevo diciotto mesi, quando è morto mio padre Ottavio, ma non mi ricordo niente, come se non l’avessi mai visto e conosciuto. Certe volte mi sforzo, mi sforzo con la testa e con la memoria, guardo le fotografie, mi sforzo ma proprio non mi posso ricordare, capito? Non mi posso ricordare ma posso dire che se l’uscita del pozzo nuovo non era sbarrata, mio padre e i suoi compagni sarebbero risaliti».
Mostre ◆ Da riscoprire fino al 30 settembre
Nato a Zurigo nel 1900, Fritz Meijer si formò artisticamente nelle prestigiose accademie di Weimar, Berlino, Dresda e Parigi. Tuttavia, fu l’arrivo a Gandria nel 1935 a segnare la sua svolta umana e professionale. Lontano dai circuiti commerciali tradizionali e dalle grandi gallerie cittadine, Meijer scelse di vivere stabilmente nel borgo affacciato sul Ceresio fino alla sua scomparsa, trasformando il paese nel suo atelier permanente. Lì gestiva una piccola galleria personale, dove vendeva le proprie tele direttamente a passanti, residenti e turisti. Inaugurata nel 125esimo anniversario dalla nascita dell’artista svizzero tedesco (1900–1969), la mostra diffusa Gandria attraverso lo sguardo di Fritz Meijer vuole essere un omaggio al pittore post-impressionista che ne ha immortalato la bellezza per oltre trent’anni. Gandria, con i suoi vicoli e le sue scalinate, si è così trasformata in una galleria a cielo aperto in cui celebrare il legame tra l’artista svizzero e la sua terra d’adozione. L’allestimento si sviluppa come un’installazione site-specific: una serie di riproduzioni delle opere di Meijer sono state collocate, dove possibile, nei punti esatti da cui il pittore trasse ispirazione, con un’appendice nel vicino borgo italiano di Castello Valsolda. Così, ai visitatori è dato modo di confrontare lo scorcio reale con la sua trasposizione artistica. La pittura post-impressionista di Meijer, densa di luce e colore, ha catturato la vita intima di ogni giorno di un luogo forse all’epoca ancora più autentico di come lo conosciamo oggi, e che ritroviamo proprio in quei porticcioli, oleandri in fiore e contrasti cromatici tra le facciate sbiadite e le acque del lago che tanto affascinavano l’artista. Come dichiara il figlio Gideon, «L’esposizione non è soltanto una mostra retrospettiva, ma un viaggio affascinante nella memoria storica del Ceresio. Fritz Meijer non è stato un semplice spettatore del paesaggio ticinese, ma il custode poetico di un microcosmo intatto. Un invito a riscoprire, passo dopo passo, la Gandria di ieri attraverso gli occhi di chi l’ha amata sopra ogni cosa». Dove e quando Gandria attraverso lo sguardo di Fritz Meijer, Vicoli di Gandria, fino al 30 settembre 2026. Entrata libera
Fritz Meijer, Autoritratto con basco rosso, anni 30, 50x50 cm. (Gideon Meier)
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CULTURA
Quando l’algoritmo sceglie per noi
Musica ◆ Saltano i generi, mentre i nostri gusti e le scoperte sono orientati sempre più dalle piattaforme Giovanni Ferrari
Ha ancora senso parlare di generi musicali? Oppure anche le classiche distinzioni tra canzoni pop, rock, rap e jazz (solo per citarne alcune) sono da considerarsi superate? I tempi che stiamo vivendo – che vedono nell’estrema personalizzazione un valore assoluto – sembrano confermare uno scenario inedito. Prima del Novecento esistevano soprattutto tradizioni, come la musica popolare o i canti religiosi. Poi, sono arrivate a definirsi ufficialmente le caratteristiche di vari generi: dal jazz al blues. Poi il gospel, il rhythm&blues, il rock’n’roll… Con il passare degli anni, e con una crescente contaminazione tra artisti e scene musicali, si sono create le basi per la nascita del funk, del folk rock. O della disco music, del pop moderno, dell’hip hop, della techno, del britpop. E di tanti altri, fino ad arrivare alla trap e alle ultime tendenze. E oggi? Innanzitutto gli artisti non si sentono più in obbligo di appartenere a un unico genere. A differenza di qualche decennio fa, oggi è naturale (e quasi ovvio) che in un’unica canzone possano convivere più influenze e generi. E non solo. È altrettanto normale che all’interno di un disco si possano trovare brani di mondi completamente opposti, apparentemente lontani tra loro. Secondo alcuni esperti, infatti, siamo in una società «post-genere», do-
ve sia artisti sia ascoltatori non si sentono più in dovere di identificarsi in un unico genere. Ma allora, da dove era nato questo bisogno di suddividere canzoni e cantanti in generi musicali? Oltre al naturale categorizzare le canzoni in base ad affinità stilistiche, strutturali, geografiche o storiche, anche la stessa industria discografica ha inizialmente spinto per questa classificazione, basata su elementi chiave come ritmo, armonia, strumenti usati, area di provenienza e contesto sociale. Non solo per ufficializzare la nascita di differenti scene artistiche ma anche per necessità più organizzative: dalla gestione dei propri cataloghi fino al bisogno di informazioni, per permettere di allestire al meglio i negozi di dischi, suddividendo spazi in base ai gusti dei clienti. Ma non è tutto qui. Nel Novecento, infatti, era più semplice definire i confini di un genere musicale, perché essere parte di uno di essi era il sinonimo dell’appartenenza a una forma di identità collettiva. Definirsi punk, ad esempio, non significava semplicemente esprimere un gusto specifico in quanto a melodie e sonorità, ma anche dichiarare di sposare una certa cultura, con valori e simboli particolari, condivisi con molte altre persone. Definire un genere significava (anche) legittimare la formazione di gruppi e comunità. Ora, invece, questo tipo di aggre-
Difficile attribuire un unico genere a Mahmood, che mescola pop, elettronica, soul, urban e sonorità mediorientali. (Wikimedia)
gazione è sempre più difficile, nonostante esistano ancora queste «tribù» musicali. In quest’epoca fluida ognuno può costruirsi il proprio mondo di riferimento. E l’algoritmo dei social network non farà quasi nulla per allontanare gli ascoltatori da esso: si impegnerà infatti ad amplificare il più possibile questi gusti, presentando continuamente altre canzoni o altri cantanti che, in base agli ascolti effettuati, potrebbero essere apprezzati. È inutile segnalare che questa dinamica – per quanto «comoda» e «sicura» – sia anche molto pericolosa, visto
che finisce per creare delle vere e proprie bolle, per cui si è spinti ad ascoltare solo ciò che già piace. E questo non vale solo per quello che riguarda la musica, ma si può adattare a tutti i campi del sapere. Ma se torniamo a concentrarci esclusivamente sui generi musicali, c’è una grossa novità su cui riflettere. In questa fase specifica dello streaming, lo strapotere appartiene alle piattaforme, che stanno modificando le esperienze di ascolto degli utenti. Prima del loro avvento, gli amanti della musica sceglievano i dischi nei
negozi in base ai generi. Oggi, invece, Spotify e gli altri colossi spingono sempre di più su playlist che si basano sull’umore degli ascoltatori o sull’attività che stanno facendo in quel preciso istante. Così, oggi spopolano le playlist per allenarsi, per rilassarsi, per dormire, per affrontare un lungo viaggio in auto. Questo è un cambiamento epocale. Non è un caso che le playlist più popolari di Spotify non siano quasi mai «di genere» (un report uscito lo scorso aprile per celebrare i 20 anni della piattaforma ha svelato che le playlist più ascoltate di sempre sono legate a uno stato d’animo, in particolare a quello degli ascoltatori durante le «feste» o più in generale durante ogni tipo di «celebrazione»). Oltre alle playlist che selezionano i brani più in voga (Today’s Top Hits, Top 50 – Global, Viral 50 – Global, New Music Friday), su Spotify vanno alla grande quelle legate alle attività di chi le ascolta (Peaceful Piano, Beast Mode, Deep Focus, Lo-Fi Beats, Deep Sleep, Workout Twerkout, Mint, Coffee + Chill). Poi, come già anticipato, ci sono le playlist che si riferiscono all’umore degli ascoltatori, come Happy Hits!, Chill Hits, Mood Booster, Life Sucks e Sad Songs. Lo si intuisce dai nomi delle playlist… Non importa quale sia l’umore: l’importante è assecondarlo il più possibile con le canzoni più giuste. Annuncio pubblicitario
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CULTURA
Una città che non obbliga tutti a essere uguali
Festival ◆ Ospite di Sconfinare, dall’8 all’11 ottobre a Bellinzona, il geografo Alberto Vanolo parlerà della città autistica Manuela Mazzi
«Immaginare differenti tipi di città è un modo per immaginare differenti forme di società». È una delle frasi che meglio restituiscono il senso de La città autistica (Einaudi) di Alberto Vanolo, ospite – venerdì 9 ottobre alle 18:30, in Piazza del Sole a Bellinzona – di Sconfinare Festival, quest’anno, dedicato a «Parola, silenzio e nuovi sguardi». Geografo, studioso di città e di giustizia sociale, Vanolo chiarisce subito da quale punto osserva l’autismo: non è un medico, ma è il padre di Teo, un ragazzo autistico con il quale ha maturato negli anni una conoscenza della neurodivergenza. La città autistica non è però un libro su suo figlio, e nemmeno soltanto sull’autismo. È piuttosto un modo per rimettere in discussione alcune idee che diamo per scontate: come dovrebbe funzionare una città, e soprattutto, chi o cosa deve adattarsi a chi. A Bellinzona il suo intervento si inserisce anche nel progetto La città che include, sviluppato in collaborazione con Fondazione ARES per favorire contesti più consapevoli nell’accoglienza delle persone autistiche e delle loro famiglie. Professor Vanolo, scrive che le parole plasmano il modo di vedere la realtà. Quanto pesa la parola «autismo»? Nel linguaggio comune, descrivere un comportamento, una persona o un fenomeno come «autistico» implica attribuire una connotazione negativa: una cosa «autistica» non parla, non si relaziona, è isolata dal contesto. È un problema culturale, come lo è anche per altre categorie. Il fatto stesso che un elemento dell’identità sia utilizzato in senso dispregiativo è il tipo di lettura culturale dell’autismo che ritengo sia oggi importante contrastare. Scrive che comprendiamo molte più cose di quelle che riusciamo a nominare. Quanto si può comunicare anche senza parole? Solo una piccola parte delle nostre conoscenze, emozioni e atmosfere può essere descritta o ricondotta alla comunicazione esplicita. Nella comunicazione umana neurotipica si tende ad assegnare moltissimo valore a quello che si dice. Nella relazione con una persona non o poco verbale bisogna imparare a mettere in secondo piano quel registro e valorizzare altre forme di empatia. Le persone autistiche non verbali non sono non-comunicative o non-empatiche: semplicemente lo sono in maniera diversa, come sostiene il ricercatore autistico Damian Milton che parla di un «problema di doppia empatia», Nel libro critica alcuni processi di normalizzazione. Qual è il confine fra offrire nuove possibilità e richiedere un mascheramento? La risposta non è semplice, ma ritengo che porsi il problema sia un primo passo importante. Non essendo io autistico, non intendo farmi in alcun modo loro portavoce. Ho descritto il mio particolare incontro con l’autismo, e come ho imparato a conoscerlo. Quell’incontro è stato plasmato da chi sono e da cosa studio, e in questo senso posso affermare che è stato un incontro di taglio quasi «coloniale»: scoprire ed esplorare l’autismo, tentare di entrare nella mente di mio figlio, come se fossi un esploratore che si avventura nel cuore della giungla, pronto a diffondere la logica superiore dell’uomo bianco. Quel-
Alberto Vanolo, autore de La città autistica, Einaudi, 2024. (ICS-ULisboa). Sullo sfondo un’immaginaria Piazza del Sole. (IA)
lo che sto tentando di fare è rimettere in discussione tutta quella costruzione, cercando di guardare all’autismo in maniera differente, decentrando gerarchie e performance implicite nel mio sguardo neurotipico. Rispetto al confine sollevato nella domanda, immagino possa essere individuato nella distinzione fra ciò che può ampliare il repertorio di azioni di una persona, e quindi la sua libertà, e ciò che invece serve solo a venire incontro ad aspettative sociali o a ridurre il disagio altrui, per esempio insegnando a sedersi nel modo «giusto», guardare le persone negli occhi e stringere la mano nella maniera ritenuta appropriata. Questi però sono esempi estremi, per il resto non è semplice. Dunque, quando parliamo di inclusione, di quali bisogni stiamo parlando davvero: quelli delle persone autistiche, delle loro famiglie o della comunità neurotipica? Di tutti e tre. Prendo l’esempio delle proiezioni cinematografiche autism-friendly: luci soffuse, volume più basso, ed è ammesso muoversi, parlare, uscire e rientrare. Vengono presentate come un servizio per le persone autistiche, e in parte lo sono. Ma se guardo alla mia esperienza, si ripercuote anche nella sospensione temporanea del giudizio altrui: per due ore non devo controllare mio figlio, non
devo scusarmi, non devo spiegare. Il beneficio principale è dunque mio. Molte misure di inclusione riducono l’attrito sociale prodotto dalla presenza di persone atipiche più di quanto trasformino l’ambiente per chi lo abita. Il che va bene, purché non si scambi la tregua per la giustizia, e non si finisca per costruire sale separate. È questo l’intento del libro? Non chiedersi solo quali difficoltà abbia una persona autistica nel vivere la città, ma quanto sia la città stessa a produrre alcune di quelle difficoltà? La relazione funziona nei due sensi. Nel caso delle disabilità fisiche, una città con barriere disabilizza le persone che si muovono per esempio con una sedia a rotelle. Ma, in senso provocatorio, lo schema logico può essere applicato anche altrove: il meccanismo è differente, tuttavia ci sono ambienti in cui il colore della pelle, o un’altra caratteristica, viene tradotto in un «muro invisibile» che rende difficile l’accesso. Vale anche nel caso dell’autismo, per esempio perché è spesso associato a meccanismi peculiari di percezione sensoriale. Si può lavorare molto per produrre ambienti più accessibili e, quindi, giusti. Una «città autistica», però, non può significare solo eliminare rumori, luci forti o altri stimoli. Come si
progetta allora uno spazio capace di accogliere bisogni diversi? Non esiste un modello universale di città vivibile. La città è, per definizione, uno spazio di conflitto e compromesso: non si può spostare un mattone senza che ci siano scontenti e soddisfatti. C’è chi è eccitato da frenesia e velocità, e chi ha bisogno di silenzio e isolamento. Molti avvertono oggi la sensazione che il modello dominante di città sia problematico e non a caso le presunte «visioni alternative», come la celebre città dei 15 minuti, godono di popolarità. La città autistica può forse offrire qualcosa di radicalmente differente rispetto all’immaginario della città delle 24 ore, piena di stimoli e sorprese. Nel campo dell’accessibilità il problema è noto: tornando a chi si muove con una sedia a rotelle, ci sarà il bisogno di eliminare i gradini, ma chi è ipovedente e utilizza un bastone ha invece bisogno di dislivelli e di segnali acustici, che però possono infastidire le persone neurodivergenti. Conoscere e riconoscere la molteplicità di queste esigenze può alzare la qualità del design. Ambienti ben progettati tendono, comunque, a essere apprezzati in maniera trasversale: le aule scolastiche rivestite di materiali fonoassorbenti, per esempio, piacciono a tutti. La città è normalmente associata all’anonimato, alla libertà e alla tolleranza della differenza; eppure lei racconta di sentirsi spesso più libero con Teo nei locali periferici, dove gli «sguardi normativi sono meno penetranti»… Credo sia soggettivo. La mia impressione è che il confine fra ciò che si ritiene o no «appropriato» sia molto stretto nei luoghi maggiormente codificati ed eleganti. Un ristorante di lusso, una biblioteca o una chiesa richiedono silenzio, movimenti lenti, un abbigliamento e un comportamento ben definiti, tutte cose difficili da controllare per mio figlio e me, che tendiamo a essere sbracati e chiassosi. E la sensazione di essere penetrati dagli sguardi è a volte molto violenta. Ci troviamo meglio in situazioni più punk, dove la nostra eccentricità non viene nemmeno notata. Da questo punto di vista, Bellinzona potrebbe avere qualche vantaggio rispetto a una metropoli? La città di media dimensione offre delle possibilità straordinarie grazie a Pubbliredazionale
Sconfinare Festival, 8-11 ottobre 2026, Piazza del Sole, Bellinzona Giovedì 8 ottobre • 18.30: Quando la parola diventa scena, con l’attore Fabrizio Gifuni e il semiologo Stefano Bartezzaghi. • 20.45: Il capitale umano di Paolo Virzì; film in collaborazione con il Circolo del Cinema Bellinzona. Venerdì 9 ottobre • 18.30: La città e i suoi linguaggi, Alberto Vanolo, geografo; in collaborazione con la Fondazione ARES. • 20.45: Che ci faccio qui… in scena, spettacolo di e con Domenico Iannacone. Sabato 10 ottobre • 10.00: Le parole del potere, con il giornalista Massimo Giannini. • 11.30: Il silenzio è rivoluzione, con la saggista Nicoletta Polla-Mattiot.
• 14.00: Dove nasce la parola, con il neurolinguista Andrea Moro. • 15.30: La forma di ciò che sfugge, con lo scrittore Mauro Covacich. • 17.00: Il mare non tace, con lo scrittore Björn Larsson e l’esploratore Alex Bellini. • 18.30: Premio Giorgio Orelli 2026, assegnato a Franco Buffoni. • 20.45: Le parole che restano, con lo scrittore e personaggio pubblico Walter Veltroni.
• 18.30: Letteraturap: parole scelte con cura, con il cantautore Murubutu.
Domenica 11 ottobre • 7.00: Prima luce, pratica di yoga e poesia con Roberta Beffa e Michele Corengia, in collaborazione con Fondazione Sasso Corbaro. • 16.00: Frammenti di luce, film per bambini, a cura di La Lanterna Magica.
Info e acquisto biglietti www.sconfinarefestival.ch
Sconfinare Club L’abbonamento di Sconfinare Club garantisce l’accesso a tutti gli eventi, ingresso prioritario, posto riservato nelle prime file, drink di benvenuto, borsa in tela, 10% di sconto al Bookshop e, dove possibile, accesso privilegiato ai firmacopie con gli autori.
percorsi di comunità, solidarietà, cura reciproca che sono difficili da immaginare nei centri più grandi. D’altro lato, tende a diminuire l’eterogeneità delle situazioni che si possono incontrare. Credo che riconoscere come centri grandi e piccoli funzionino in modo differente possa permettere una politica dell’accessibilità e della coesione sociale più attenta. La città autistica rivaluta stabilità, ripetizione, lentezza, noia, riposo e silenzio: quasi l’opposto dell’immaginario urbano. Il discorso sull’autismo diventa qui una critica più ampia alla città contemporanea? Sì, è possibile leggere l’autismo come una logica alternativa a quella dominante. Naturalmente è una lettura culturale e metaforica: le persone autistiche, di per sé, possono essere consumiste o anticapitaliste, di destra o di sinistra. Ma è il fatto stesso di avere un modo di essere al mondo differente da quello dominante a rendere la categoria un punto di vista privilegiato per la critica alla società contemporanea. Non è un caso che Autistici/Inventati sia il nome di uno storico collettivo italiano di attivismo digitale, che si è appropriato di quel termine facendo leva proprio su quella connotazione, e che oggi è tornato alla ribalta dopo che, a fine agosto, l’amministrazione Trump l’ha inserito fra le organizzazioni terroristiche globali. La città che immagina richiede però anche solidarietà collettiva, una cultura della cura, tempi meno competitivi e persino un ripensamento dell’idea di autonomia. Sembra che per costruire una città autistica occorra prima costruire una società completamente diversa? Città e società sono due aspetti di una stessa realtà. In geografia, con città non intendiamo un centro che supera una certa soglia di popolazione, ma più in generale la dimensione della vita comune, e non a caso gran parte del pensiero utopico si lega all’esercizio di immaginare città completamente differenti da quelle che conosciamo. Per non restare un’utopia, quindi, qual è la prima cosa che si potrebbe fare domani mattina? Spesso, le famiglie in cui c’è una situazione di disabilità intellettiva (condizione che non necessariamente si sovrappone all’autismo) tendono a sottrarsi allo spazio pubblico. La vita prende forma prevalentemente a casa o in poche situazioni protette. Questo è un problema sociale, politico e culturale enorme. La prima cosa da fare è pensare a come restituire lo spazio pubblico a chi si sente inadatto o ha paura. Vale per l’autismo, ma vale per qualsiasi altra categoria sociale. Bibliografia Alberto Vanolo, La città autistica, Einaudi, 2024, pp. 136 Concorso Per i lettori di «Azione» sono in palio 2x2 biglietti per l’incontro con Alberto Vanolo del 9 ottobre in Piazza del Sole a Bellinzona nell’ambito di Sconfinare Festival. Per partecipare all’estrazione inviare una e-mail a giochi@ azione.ch (oggetto: «Sconfinare 2026») indicando i propri dati personali entro domenica 4 ottobre 2026. Buona fortuna!
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GUSTO
Cucina italiana
Come la Svizzera
ha imparato ad amare gli spaghetti Oggi ormai parte integrante del nostro menu, la cucina italiana è stata accolta con una certa riluttanza dalle famiglie svizzere. Uno sguardo alle origini della cucina italiana Testo: Dinah Leuenberger
ntano Anni ’60: gli spaghetti al sugo dive sia a cena. zo pran a sia to ezza un piatto molto appr
La pizza e la pasta provengono dagli Stati Uniti. Beh... in ogni caso la cucina italiana deve la sua fama agli Stati Uniti. Affinché potesse diventare la cucina più amata al mondo, sono stati infatti necessari sia i flussi migratori sia il marketing americano. L’Italia esiste come Stato solo dal 1861. «Anche per questo motivo, l’identità italiana ha potuto consolidarsi solo grazie all’emigrazione: le persone vennero definite per la prima volta «italiani» solo una volta giunte nella nuova terra», spiega la storica Sabina Bellofatto, specialista della storia della cucina italiana in Svizzera. Già intorno al 1900 in Svizzera vivevano numerosi lavoratori italiani. Molti provenivano da regioni rurali povere del Nord Italia, dove in tavola si mangiava soprattutto polenta. Le conserve di pomodoro, il parmigiano, l’olio d’oliva o la pasta erano sì disponibili in
Svizzera, ma costosi. La situazione è cambiata con la fondazione delle cooperative di consumo italiane. Importavano prodotti senza intermediari e li vendevano a prezzi più convenienti. Tuttavia, una «cucina italiana» così come la conosciamo oggi non esisteva ancora, spiega Bellofatto. Pizza: da Napoli a New York Questa cucina si è sviluppata soprattutto negli Stati Uniti. Lì, a partire dall’inizio del 20esimo secolo, si incontravano emigranti provenienti da diverse regioni d’Italia, che potevano permettersi più spesso carne, uova o formaggio. Da semplici piatti regionali sono così nate pietanze più sostanziose. I ristoranti li proponevano come piatti della cucina italiana, l’industria li produceva in grandi quantità e la pubblicità li rese famosi anche al di fuori dei
aggi, dolci, verdure: da Anni 1960: pasta, riso, salumi, form otti italiani. prod di rta offe ricca una ros, Mig
Foto: Schweizerisches Sozialarchiv/Hermann Freytag, Winterthurer Bibliotheken/ Sammlung Winterthur, MGB-Archiv (4), Paolo Dutto (2), Adobe Stock
Anni ’50: nella filiale della Società Cooperativa Winterthur si trova tutto ciò che la clientela italiana desidera.
Settimanale di informazione e cultura
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azione – Cooperativa Migros Ticino
MONDO MIGROS
«I cannoli li mangio solo in Sicilia»
I nonni della consulente alla clientela Alexandra Reina (33) sono originari di Agrigento. Ancora oggi le radici siciliane caratterizzano la sua vita quotidiana, le sue ricette e i suoi gusti.
Quando l’Italia arrivò alla Migros La cucina italiana è ormai parte integrante della Svizzera. Ma quando è iniziata la sua ascesa trionfale sugli scaffali della Migros?
Anni 1970: alla Jowa la produzione di pizza surgelata procede a pieno ritmo.
quartieri italiani. Anche la pizza – originaria di Napoli – è cambiata: «A New York si è trasformata da semplice cibo da strada napoletano a piatto da ristorante», racconta Bellofatto. Esiste una «vera» carbonara? Dopo la Seconda guerra mondiale, giunse in Svizzera una nuova ondata di lavoratori italiani. Grazie al loro reddito regolare, qui potevano acquistare generi alimentari che nelle loro regioni d’origine erano troppo costosi. In questo nuovo mondo del consumo si è gradualmente affermata, anche tra gli immigrati, una cucina italiana comune. Allo stesso tempo, la popolazione svizzera ha scoperto l’Italia come meta turistica. La pubblicità e il turismo di massa hanno diffuso l’immagine del soleggiato sud. Anche la Migros ha fatto propria questa immagine dell’Italia. Poiché a partire dagli anni ’50 l’assortimento si è notevolmente ampliato, ben presto sugli scaffali hanno fatto la loro comparsa anche prodotti alimentari italiani. «Non si vendevano solo passata di pomodoro o ravioli, ma un vero e proprio stile di vita», afferma Bellofatto.
«Negli anni ’50 non si vendevano solo passata di pomodoro o ravioli, ma un vero e proprio stile di vita»
I nonni di Alexandra Reina arrivarono a Bienne negli anni ’60 da Agrigento, in Sicilia, come lavoratori stranieri. «All’epoca non conoscevano molte persone e non parlavano né tedesco né francese. Ma esisteva il centro La Famille Sicilienne. Lì si ritrovavano tutti gli italiani provenienti dalla Sicilia e la domenica mangiavano insieme», racconta Reina. A quei tempi i prodotti italiani per cucinare erano ancora pochissimi. In modo del tutto diverso da oggi. «Io in genere compro tutti i generi alimentari alla Migros, anche quando cucino italiano. Dopo le vacanze estive, portiamo con noi dalla Sicilia solo l’olio d’oliva. Una parte della mia famiglia lo produce lì.» A Bienne, le mancano soprattutto la ricotta di latte di pecora e il pane di farina di mais con semi di sesamo, entrambi tipici della Sicilia. Anche in Svizzera mangia raramente i cannoli: «C’è chi li vende, ma nella maggior parte dei casi non raggiungono la qualità di quelli siciliani». Fin da piccola guardava la nonna mentre cucinava; ricorda con grande piacere i pranzi domenicali in famiglia. «Ma ho imparato a cucinare solo quando mi sono trasferita. Né mia nonna né mia madre volevano che ci fosse qualcuno a disturbarle in cucina. Quello era il loro regno.» Oggi cucina senza rinunciare alle proprie preferenze: per i suoi tre figli, ad esempio, adatta i piatti italiani. «A volte mangiamo anche la carbonara con pancetta e parmigiano. Ma la panna la lascio decisamente sempre da parte.»
«Ogni piatto è un ricordo»
Giuseppe Mezzero (45), chef a Zurigo, osservava suo padre mentre cucinava. Per lui, tramandare questa tradizione è la cosa più importante.
Sabina Bellofatto, storica
«La varietà di pelati amata dai lavoratori immigrati», recitava ad esempio una pubblicità Migros. Tuttavia, poiché molte casalinghe svizzere non sapevano ancora come utilizzarli, la Migros iniziò anche a pubblicare ricette adatte. La pizza veniva presentata come una «torta salata italiana» e condita con il Gruyère, poiché la mozzarella non era ancora molto diffusa. «A partire dagli anni ’90, le tradizioni regionali e la questione dell’autentica cucina italiana hanno assunto un ruolo sempre più centrale», afferma Bellofatto. La carbonara ne è un simbolo. Bellofatto fa riferimento a una tesi secondo cui sarebbe nata dopo la Seconda guerra mondiale utilizzando uova in polvere e pancetta provenienti dalle razioni dei soldati americani. La prima ricetta conosciuta risale al 1952 e non apparve in Italia, bensì in una guida ai ristoranti di Chicago. Due anni dopo, in Italia, seguì una ricetta con il Gruyère e l’aglio. Anche la panna ne fece parte per decenni. Oggi la preparazione con il guanciale, ovvero la pancetta ricavata dalla guancia del maiale, e il pecorino romano è generalmente considerata l’unica variante autentica. Il problema della carbonara non risiede quindi tanto nella panna – che, secondo i puristi, non dovrebbe assolutamente far parte di una carbonara – quanto nella nostra convinzione che ci sia sempre stata una sola ricetta «giusta».
1928
Riso per risotto, olio d’oliva e pasta La Migros pubblicizza i propri prodotti in italiano. Destinatari: i «muratori» delle città. 1 chilo di riso costa 1 franco.
1943
Zucchine Nel pieno della guerra, questi ortaggi vengono raccomandati come «piante ad alto rendimento».
1946
Ravioli Le tre varietà – «Delicatesse», «Formaggio» e «Carne» – vengono considerate un pranzo completo e riscuotono subito grande successo.
1949
Broccoli Questa verdura proveniente dal sud dell’Italia arriva nelle cucine svizzere passando per l’America.
1950 «La carbonara? La preparo con il guanciale, il pecorino romano e senza panna. Anche se un cliente desidera qualcosa di diverso: su questo non cedo!», afferma sorridendo Giuseppe Mezzero, che gestisce il ristorante Signor Giuseppe a Zurigo. Ha ereditato questo atteggiamento da suo padre. Anche lui era cuoco e, quando all’inizio degli anni ’90 la famiglia si trasferì da Caserta, vicino a Napoli, in Germania, aprì lì un ristorante. «Da ragazzino ho iniziato a guardarlo lavorare. Oggi anche mio figlio di nove anni è già qui con me in cucina. Poter tramandare la tradizione è per me la cosa più importante», racconta. Le cose sono già cambiate parecchio: quando siamo arrivati in Germania, la pizza veniva cotta su teglia e nessuno conosceva le melanzane. Oggi l’interesse per la cucina tradizionale italiana è decisamente maggiore, anche in Svizzera. Per Mezzero non si tratta di una moda, ma di qualcosa con cui è cresciuto. «Ogni piatto racchiude in sé un ricordo, una persona o un momento speciale della mia vita. È proprio questa autenticità che vorrei trasmettere anche ai miei ospiti a Zurigo.»
Pasta Dopo dieci anni di interruzione, torna nuovamente nell’assortimento. Nel 1967, il 65% degli uomini in Svizzera dichiara che il loro piatto preferito è la pasta.
1952
Pesche Grazie a un raccolto eccezionale, è stato possibile importarle e venderle a prezzi convenienti.
1956
Pizza La Migros pubblicizza una ricetta per l’impasto della pizza «con olio d’oliva».
1956
Pelati Prodotto in esclusiva da Luigi Manuzzi per la Migros. Una scatoletta costa 1 franco: è così economica che i lavoratori stranieri che tornano in Italia ne fanno scorta in abbondanza.
1964
Salame A causa delle restrizioni alle importazioni, il salame sta diventando difficile da trovare. È in atto la «guerra del salame».
1971
Fromaggio Mozzarella, stracchino & Co. riscutono un grande successo alla Migros.
1986
Tiramisù L’icona dei dolci italiani è disponibile in coppetta, senz’alcol. Il tiramisù conquista in un batter d’occhio le cucine svizzere.
2007
Burrata L’alternativa morbida e avvolgente alla mozzarella arriva dalla Puglia. La «Burrata Pugliese Murgella» è disponibile alla Migros già da quasi vent’anni.
2023
Pinsa Inventata nel 2001 dal pizzaiolo romano Corrado Di Marco, la versione light della pizza è disponibile anche alla Migros dal 2023.
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azione – Cooperativa Migros Ticino
MONDO MIGROS
CONSIGLI Casa
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Mito n° 5: bisogna iniziare dai vetri No. Per prima cosa si puliscono gli infissi e i davanzali. Per farlo bastano acqua fredda o tiepida, un detergente delicato e un panno morbido o una spazzola morbida. Poi si lascia asciugare bene. «Solo dopo si lava il vetro della finestra, lo si asciuga con un tergivetro con movimenti regolari dall’alto verso il basso e si asciugano i bordi e gli angoli del vetro con un panno in microfibra», spiega Widmer. Dopo ogni passata, è opportuno pulire rapidamente la guarnizione in gomma. Ciò evita la formazione di striature e garantisce un risultato perfetto.
Mito n° 1: le finestre si puliscono quando c’è bel tempo Falso. Chi si mette al lavoro quando c’è il sole si complica il lavoro. «Questo è l’errore più comune», afferma Jakob Widmer, esperto di pulizia delle finestre. «L’acqua si asciuga troppo in fretta e lascia delle striature.» L’amministratore delegato della Widmer Facility Services AG di Winterthur consiglia di effettuare le pulizie nelle giornate nuvolose e asciutte, con temperature piacevoli.
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Mito n° 2: più prodotto per la pulizia si usa, più le finestre risulteranno pulite Neanche per idea! Per l’esperto è chiaro: «Meno detergente si usa, meglio è.» Nella maggior parte dei casi è sufficiente acqua fredda o tiepida con una piccola spruzzata di detersivo per piatti. È bene tenere a portata di mano dei detergenti specifici per i vetri solo in caso di sporco particolarmente ostinato. Si dovrebbero invece evitare detergenti aggressivi o abrasivi.
Un piccolo aiuto per finestre perfettamente pulite
5 miti
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sulla pulizia dei vetri
Mito n° 3: per avere finestre senza aloni servono apparecchi costosi Non proprio. Occorre un raschietto per vetri di buona qualità con la lama in gomma intatta, un utensile per insaponare i vetri, un secchio e un panno in microfibra pulito. «Nella maggior parte dei casi è possibile fare a meno di costose attrezzature speciali e di numerosi prodotti per la pulizia», afferma Jakob Widmer.
Quando si parla di pulizia dei vetri, circolano ancora molti pregiudizi. Un esperto ci svela perché «meno è meglio» e come pulire i vetri senza lasciare aloni
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Testo: Edita Dizdar
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Mito n° 4: i rimedi casalinghi non servono più per pulire le finestre Assolutamente no! Un goccio di aceto nell’acqua può rimuovere le macchie di calcare, mentre un po’ di alcol etilico aiuta a eliminare le incrostazioni di grasso. «Entrambi dovrebbero però essere utilizzati con parsimonia», spiega l’esperto.
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TEMPO LIBERO ●
Basta la delicatezza di un fiore di alchechengi È da un piccolo tesoro della natura, maneggiato con cura, e amorevolmente decorato con buona immaginazione, che nascono le magiche e preziose fatine dell’autunno
Elogio della noia anche durante i viaggi Che cosa accade se durante un volo intercontinentale di venti ore il sistema multimediale si guasta dopo il decollo e i passeggeri si ritrovano senza distrazioni digitali?
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Pagina 43 ◆
Anziano di Hormuz alla ricerca di conchiglie sulla battigia dell’isola al tramonto. Sotto, il forte portoghese dell’isola di Hormuz. Chiamato Forte de Nossa Senhora de Vitória, venne fondato all’inizio del XVI secolo. Controllava un tempo l’omonimo Stretto. Nella pagina di fianco, dall’alto: isola di Hormuz, scena di strada con donna locale che indossa una maschera tradizionale mentre conduce un affare; al centro, isola di Qeshm, stretto di Hormuz. Cantiere di imbarcazioni tradizionali chiamate lenj, molto simili ai dhow, navi a vela che venivano utilizzate dai mercanti arabi nel Medioevo per i commerci marittimi lungo la Via delle Spezie; in basso, alture desertiche sull’isola di Qeshm, stretto di Hormuz.
Hormuz: lo stretto attraverso cui passa la Storia
Reportage ◆ Lungo la Via delle Spezie, Bandar Abbas e le isole dello stretto conservano ancora le tracce di mercanti, imperi e rotte che per secoli hanno unito Mediterraneo e Oceano Indiano Gianni Dubbini Venier, testo e foto
La città costiera di Bandar Abbas è l’ultima fermata. Si passa direttamente dai deserti della provincia di Fars alla zona costiera dello stretto di Hormuz, sul Golfo Persico. Appare di notte tra le alture montuose, illuminando a giorno il paesaggio circostante. Dopo nove ore di autobus trascorse tra le montagne e le sabbie a sud di Shiraz, si può finalmente apprezzare il clima mite, l’odore e il sapore salino del mare che scende dritto in gola. E si può vagare a piedi con uno sguardo calmo tra le strade, i vicoli bui e il fronte del porto. Al di là delle banchine, il profilo misterioso dell’isola di Hormuz. Per secoli, tra quelle isole dello stretto – fino a pochi anni fa visitabili sebbene fuori dagli itinerari turistici, oggi al centro di drammatiche tensioni geopolitiche e di venti di guerra –, transitò la Via delle Spezie. Ma fin dall’epoca più antica que-
sta fondamentale arteria economica esercitò la sua potente influenza sui destini del mondo. L’Islam, il Cristianesimo, l’Induismo si diffusero tra quelle terre e quelle acque. Quei commerci e quei contatti furono possibili soprattutto grazie al ruolo di mediazione dei mercanti arabi, attraverso la navigazione sui dhow, grandi navi che vengono ancora costruite, seguendo antiche tradizioni, dai cantieri navali di Qeshm, lunga isola di fronte a Bandar Abbas. Un tempo erano dei velieri, ora solcano le acque dello stretto a motore. La Storia globale ha sempre plasmato questi luoghi e continua a farlo. Nel 326 a.C. l’ammiraglio di Alessandro Magno, Nearco, percorse la rotta del Golfo Persico fino allo stretto di Hormuz, fornendo con la sua flotta un appoggio all’armata di terra decimata dagli stenti dei deserti della Gedrosia, alla volta di Babilo-
nia. Secoli dopo, in epoca imperiale romana, dal Mar Rosso, i mercantili approdavano al porto di Muziris sulla costa occidentale dell’India.
Erano alla ricerca frenetica delle spezie, esotiche merci di lusso. L’itinerario marittimo della Via della Seta, conosciuto anche come «Via delle
Spezie», collegava il Mediterraneo e il Mar Rosso. Ma da lì si andava oltre, verso Oriente, fino in India. Già nel I secolo d.C il Periplo del Mare Eritreo, fondamentale resoconto di geografia antica, fornì con precisione una descrizione delle coste del Subcontinente indiano. A Muziris gli archeologi trovarono infatti delle anfore romane che contenevano proprio le spezie. Dal Malabar proveniva il pepe, ma si poteva giungere fino alle isole Molucche dell’Indonesia, allora l’unica fonte di approvvigionamento al mondo della noce moscata, dove si trovavano anche i chiodi di garofano. Tutti quei commerci passavano proprio per Hormuz, fondamentale collo di bottiglia dei traffici mercantili di ogni epoca storica: oggi i cargo con il gas e il petrolio, un tempo le navi a vela con le stive cariche di spezie di ogni genere. Per Hormuz tran-
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sitò pure il celebre veneziano Marco Polo nel suo viaggio di ritorno dalla Cina del Gran Khan. Con il passare dei secoli, la Via delle Spezie diventò la via marittima asiatica per eccellenza. Ed è proprio per questi retaggi storici che il cibo della provincia iraniana di Hormozgan è molto diverso rispetto al resto del Paese: al palato, speziato e piccante. Di mattina, il sole irradia la stanza. La temperatura è mite, sui venticinque gradi. Dalla camera d’hotel sul lungomare, all’orizzonte, compare nuovamente l’isola di Hormuz, questa volta colorata di toni ocra. Le strade attorno al lungomare di Bandar Abbas brulicano di gente. Si può osservare una straordinaria diversità di etnie. Il melting-pot risulta evidente anche dall’aspetto del taxista, un uomo nero altissimo, che non parla una parola di inglese ma nemmeno farsi: solo bandari, il dialetto locale. Nei pressi del mercato del pesce, donne dal portamento elegante rievocano le sagome delle principesse dei racconti di Sinbad. Nonostante il caldo, i loro volti sono incipriati, mentre guardano tutte sorridenti le venditrici di strada sedute nella sporcizia, vestite di abiti sgargianti. Intente a vendere la frutta, quelle confabulano e contrattano velocemente.
Le Isole dello Stretto di Hormuz (Golfo Persico) fino a pochi anni fa erano ancora visitabili, anche se fuori dagli itinerari turistici Gli uomini del Belucistan, riconoscibili per i loro larghi pantaloni, siedono assieme ad alcuni yemeniti e ai pachistani della costa, vestiti con i loro kurta pijama. Le ragazze portano invece lunghi hijab neri che lasciano scoperti solo gli occhi. Altre indossano dei veli multicolori e coprono il volto con delle maschere di stoffa chiamate boregheh. Secondo la tradizione e gli usi dei villaggi della provincia, questo tipo di maschera sarebbe associato alle donne sciite; le sunnite indosserebbero invece un altro tipo di coprivolto, fabbricato in cuoio, simile alle maschere femminili del carnevale veneziano. La tradizione delle maschere, tipica della provincia di Hormozgan, è molto antica. Risale all’epoca dell’invasione portoghese e quindi ai primi anni del Cinquecento. Un antico detto lusitano afferma che «il mondo è un anello e Hormuz la pietra preziosa incastonata». Arriviamo sull’isola di Hormuz a bordo di uno sgraziato e rumoroso battello a motore che ricorda anche in questo caso un po’ i vaporetti veneziani. Una volta sbarcati, si comprende perfettamente l’importanza strategica dell’isola e si apprezza l’abilità del viceré portoghese Albuquerque nel fondare ai primi del Cinquecento i vari avamposti marittimi in giro per il mondo. Hormuz, Malacca, Goa: il controllo degli an-
gusti bracci di mare era la specialità di quell’ammiraglio che veniva soprannominato il «signore degli stretti». All’epoca, gli stretti come Hormuz e Malacca contavano più di qualsiasi altro passaggio, e con rammarico per la sua classe aristocratica, a quell’altezza Venezia risultava essere ormai fuori dal «grande gioco» oceanico globale. Questa debolezza fu compresa da Tomé Pires, intellettuale portoghese, autore di una cinica frase: «Chiunque possieda lo stretto di Malacca, ha per le mani la gola di Venezia». Malacca, sebbene si trovi in Malesia e sia separata da Hormuz da migliaia di miglia oceaniche, era direttamente collegata all’isola. Da Hormuz, venivano inoltre importati dai veneziani preziosi tessuti di seta, chiamati «ormesini», con riferimento proprio a quella località. A Venezia vi è infatti una fondamenta nel sestiere di Cannareggio, chiamata «Fondamenta degli Ormesini». Sull’isola, guardando verso Est, si comprende bene che quella che molti secoli fa era una fortezza chiamata Forte de Nossa Senhora de Vitória, sovrastata da una grande torre di guardia, appare ormai solo una grande distesa di rovine. Verso Sud, in lontananza, si scorge la punta dell’Oman, e a Ovest, la lunga isola di Qeshm che restringe lo stretto, pure quella con un forte portoghese in testa. Secondo alcune scritture antiche, Qeshm veniva associata perfino al giardino dell’Eden. Camminando sul lungomare, si incontrano bambini che giocano con un pesce gatto appena catturato nella luce della sera, mentre le loro coetanee se ne stanno nei cortili a guardare i visitatori, avvolte nella loro bellezza e in drappi sgargianti, con sguardi curiosi. Le loro madri invece, accovacciate a poca distanza, fumano pipe d’acqua (hookah) tradizionali, con aria pigra, rilassata. Un vecchio con una papalina cerca conchiglie sulla battigia, mentre sulle alture costiere dell’Iran il sole sta tramontando. L’antica chiesa portoghese del forte di Hormuz assomiglia a una specie di grotta ad arcate cinquecentesche, con al suo interno una minuscola teca-museo dove sono esposte alcune monete, insieme a piccole sfere di cannone arrugginite e un crocifisso: tutti cimeli dell’epoca coloniale. Arrampicandosi sulle mura sgretolate del forte, mentre cala la sera, si può puntare lo sguardo verso la costa iraniana e seguire verso Est i profili desertici dell’antica Gedrosia – che avevano stroncato le formidabili armate di Alessandro il macedone – fino in Pakistan. Da lì in poi, oltre l’orizzonte, come scrisse il grande poeta Rumi, quelle acque diventano «prima mare immenso, poi oceano»: l’Oceano Indiano. Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica. Annuncio pubblicitario
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TEMPO LIBERO
La magica simpatia delle fatine autunnali Crea con noi ◆ Dal delicato fiore dell’alchechengi a piccole creature del bosco Giovanna Grimaldi Leoni
Avete mai osservato da vicino un fiore di alchechengi? Quel delicato involucro color rame, leggero e quasi trasparente, che in autunno custodisce il suo piccolo frutto, sembra fatto apposta per diventare qualcosa di magico. È proprio da questo piccolo tesoro della natura che nascono le fatine dell’autunno. Il fiore dell’alchechengi diventa il loro corpo e, con una perlina di legno, un po’ di morbida lana cardata e alcuni elementi raccolti nel bosco, prende vita una minuscola creatura fantastica. Un’idea semplice per trasformare i
di lana e incollateli direttamente sul volto creando la pettinatura che preferite. Potete lasciarli morbidi e spettinati oppure realizzare una piccola treccia, dividendo la lana in tre ciocche e intrecciandole delicatamente. Per decorare la testa possiamo utilizzare le piccole cupole secche dei frutti del faggio, che sembrano minuscoli cappellini naturali. In alternativa, possiamo ricavare un copricapo dalla parte superiore di una pigna. Con un tronchese tagliate la pigna e rimuovete delicatamente i «petali» in eccesso, fino a ottenere una piccola calotta da incollare sulla testa. A questo punto incollate copricapi e ali utilizzando la colla a caldo. Le fatine sono pronte. Sistematele su una base di legno insieme a muschio, rametti, pigne e foglie secche, creando un piccolo angolo del bosco. Idea in più Essendo il fiore dell’alchechengi molto delicato, le fatine devono essere maneggiate con cura. Per proteggerle e, allo stesso tempo, creare per loro un piccolo mondo incantato, potete costruire una «casa delle fate»: ad esempio, sistematele all’interno di un barattolo di vetro insieme a qualche elemento naturale e a una piccola catena di lucine. Con delicatezza, potete far passare qualche luce anche all’interno dei
piccoli tesori dell’autunno in bamboline tutte diverse, pronte ad abitare il bosco incantato. Preparazione Per prima cosa, disegnate sulle perline di legno, occhi, bocca e altri piccoli dettagli con il pennarello indelebile. Con la pittura acrilica aggiungete le guance, utilizzando un pennellino sottile e un tocco di luce agli occhi. Lasciate asciugare. Con il filo di carta twist create un doppio fiocco e modellate le due asole fino a ottenere delle piccole ali. Con le mani «strappate» alcuni ciuffi
Giochi e passatempi Cruciverba Forse non tutti sanno che la statua della libertà è un… Scopri il resto della frase a cruciverba ultimato, leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 4, 5, 7, 4, 3)
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Gusci essiccati di alchechengi Perline di legno da 35mm Filo di carta twist per le ali Involucri dei semi del faggio Pigne Pennarello indelebile nero Pittura acrilica rosa o pennarello e pennello fine • Colla a caldo • Lana cardata (I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
gusci degli alchechengi: quando si accenderanno, sembreranno piccole lanterne magiche. Buon divertimento! Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/ passatempi
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
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Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
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Soluzione della settimana precedente ORIZZONTALI 1. U n gioco con le tessere 6. Una isola minore delle Cicladi 10. Nel Martini 11. L’obiettivo principale 12. Quella pescatrice è un pesce 13. Il patriota Menotti 14. Mini Nutritional Assessment 15. Stretto che separa la Tasmania dall’Australia 16. L e iniziali dell’opinionista Mughini 17. Un codice identificativo 18. C omponimento musicale in forma libera
19. La colpisce una stecca 20. Una cantante 22. Le fiutano i segugi 23. L’antico «do» 24. Indugiare VERTICALI 1. Non è in uno stato di veglia 2. Isola del Mar Baltico 3. H a un «carattere» esplosivo 4. Sigla di un’imposta 5. Ci… seguono in cucina 6. Schiena
7. Risonanza 8. Due quarti di luna 9. Il famoso bin Laden 11. Uno spray per i capelli 13. Sono anche di vestiario 15. Importante meta turistica indonesiana 16. Una consonante 18. Così si chiamava la Coppa del Mondo calcistica 19. Indispensabili se di prima necessità 21. L ’organizzazione che avversò De Gaulle 23. La patria di Abramo
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch
CUCCIOLI DAL MONDO – Alla nascita il cucciolo di canguro è grande all’incirca … e per svilupparsi rimarrà nel marsupio della mamma… Risposte risultanti: … COME UN FAGIOLO – … CIRCA OTTO MESI
G O C C E
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Anno LXXXIX 23 settembre 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino
TEMPO LIBERO / RUBRICHE
Viaggiatori d’Occidente
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di Claudio Visentin
Dettagli e immaginazione contro la noia ◆
Nei Pensieri, pubblicati postumi nel 1670, Blaise Pascal scrive: «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: non saper restare tranquilli in una stanza». Per il filosofo francese, quando siamo soli e senza occupazione siamo costretti a confrontarci con la tragica condizione umana: la fragilità, la mortalità, il vuoto, l’incertezza, insomma la nostra radicale insufficienza. Per questo cerchiamo continuamente qualcosa che ci distolga da questi pensieri e un vasto settore dell’economia contemporanea si occupa professionalmente della nostra distrazione. Questo tema è stato ora ripreso dal regista Ruben Östlund in un film molto atteso, in uscita nel 2027: Il sistema di intrattenimento è fuori uso. È un progetto ambizioso: la produzione ha acquistato un Boeing 747 dismesso, lo ha smontato e trasportato a Budapest, dove è stato rimontato come
set. Le riprese sono durate 76 giorni e hanno coinvolto 150 comparse, che, per esigenze di continuità, dovevano occupare sempre gli stessi posti. Anche il cast è di tutto rispetto, a cominciare da Keanu Reeves e Kirsten Dunst. La trama è claustrofobica: durante un volo intercontinentale da Londra a Sydney il sistema multimediale si guasta poco dopo il decollo. I passeggeri devono così affrontare la prospettiva di una ventina di ore di volo senza schermi e distrazioni digitali. Segue un’autentica, profonda disperazione che, appunto, avrebbe fatto felice Pascal. Due bambine si contendono un iPad ancora carico. Una donna prende il telefono del compagno addormentato, lo sblocca usando il suo volto e scopre che ha avuto numerose relazioni con giovani donne; durante il resto del volo non mancherà il tempo per un chiarimento.
Cammino per Milano
Östlund ambienta spesso i suoi film negli spazi del turismo internazionale. In Turist (2014) una famiglia svedese è in vacanza sulle Alpi francesi. Durante una valanga apparentemente minacciosa, il padre fugge lasciando moglie e figli da soli. Il pericolo passa, ma quel gesto mette in crisi il matrimonio e soprattutto l’immagine che l’uomo ha di sé come marito e padre. In Triangle of Sadness (2022), una giovane coppia di modelli partecipa a una crociera di lusso per ricchi. Dopo una serie di tragicomici disastri, alcuni passeggeri si ritrovano naufraghi su un’isola deserta, dove le gerarchie sociali si capovolgono e chi sa come cavarsela prevale su chi possiede solo denaro e status sociale. Uno dei meccanismi ricorrenti nei film di Östlund è proprio questo: in una situazione apparentemente ordinata, una crisi imprevista fa crollare le convenzioni e rivela la vera natura dei protagonisti.
Ma torniamo al nostro film. Molte storie sul grande schermo sono ambientate durante un volo aereo; sono spesso dei thriller dove il pericolo è rappresentato di volta in volta da terroristi, criminali, persino serpenti. Nel film di Östlund, invece, il terrore è la noia. L’uomo di Pascal esce dalla stanza, ma scopre che si può essere soli anche nella folla anonima e distratta del nostro tempo; e che l’inferno può cominciare proprio quando siamo costretti a stare davvero con gli altri, senza la protezione della nostra confortevole bolla digitale. Eppure, come ha scritto di recente lo scrittore di viaggio americano Rolf Potts, la noia può essere un dono, se sappiamo riconoscerlo: «La noia del viaggio è un invito a riflettere sugli eventi che ci hanno condotto fin lì, a immaginare ciò che accadrà dopo e a prestare maggiore attenzione ai più piccoli dettagli del luogo nuovo in cui ci tro-
viamo – anche quando quel luogo è semplicemente la cabina di un aereo piena di sconosciuti irritabili». Queste riflessioni mi hanno subito fatto tornare alla mente un altro libro, scritto alla fine del Settecento da Xavier de Maistre: Viaggio intorno alla mia camera. Messo agli arresti domiciliari per essersi battuto in duello, il giovane ufficiale sabaudo trasforma i 42 giorni di pena in un’esperienza che oggi possiamo leggere quasi come una risposta a Pascal. E nella sua stanza fa scoperte straordinarie: un oggetto lo porta a una persona, un quadro a un ricordo, il letto a una riflessione sulla vita. Se sai usare l’immaginazione – sembra dire de Maistre – puoi viaggiare dentro di te; e una stanza può contenere il mondo intero, se osservi con attenzione. La stanza non cambia: cambia il modo di guardarla. E noi, da quanto tempo non coltiviamo la nostra immaginazione?
●
di Oliver Scharpf
La galleria Strasburgo
◆
Per una volta tanto, per portarvi a spasso attraverso uno dei miei microreportage mediolanensis, a Milano ci vado verso sera. Una di quelle sere di fine estate in cui si assapora una malinconia dolce e giusta, grazie alla quale ritrovo la mia unica vera vocazione, forse: flâneur baudeleriano professionista. Tanto che se il soggetto in mente delude, non m’intristirò certo sul posto, passerò oltre, verso altre mete in ballo, annotate da tempo. Pronto a girare fino a notte fonda, se caso. Nascostissima, sotto la gigantografia del volto radioso di Kimi Antonelli appena dopo aver vinto il Gran Premio di Monza, scorgo l’entrata della galleria Strasburgo. Sulla soglia, l’occhio è risucchiato dai vortici del pavimento tutto a mosaico, leccati dalla luce delle lampade a boccia a grappoli di tre. Opera di Francesco Somaini (1926-2005), scultore originario di Lomazzo che non mi fa impazzire, a
parte magari la serie delle Antropoammoniti. E i pavimenti-mosaici vorticisti come questo, il primo tra l’altro, nato nel 1957 tra corso Europa e via Durini: fin dal primo istante preso per mano dalla grazia dell’illuminazione dovuta ai trio di bocce in cima a steli disinvolti, merito di Luigi Caccia Dominioni (1913-2016). Architetto-designer super milanese – esempio di quella milanesità colta senza sfarzo ormai rara, dove nel rigore si nasconde come si deve la sorpresa, il lampo di follia – incontrato all’inizio dell’estate non lontano da qui, per via di una sua fontana in piazza San Babila. Maestro di scale elicoidali, qui potrete scoprire oltre le bocce-luci – un po’ un suo leit-motiv, illuminarono l’Ambrosiana nel 1959 ma innanzitutto conducono l’animo nei passages parigini dove sono elemento tipico da sempre – il lucernario ellittico puntiforme in vetrocemento.
Sport in Azione
Il percorso non dritto, le vetrine ricurve, il manto sinuoso del muro e soffitto in stucco veneziano tra rosso mattone e rosso pompeiano. Nel punto di snodo, fuori da un bar chiuso, per terra, sul pavimento a mosaico, dorme un barbone. «Finché ci sarà ancora un mendicante, ci sarà il mito» osserva Walter Benjamin nella sua opera postuma e incompiuta: I passages di Parigi (1982). Dove al di là di questi «mondi in miniatura» si tratta anche del flâneur baudeleriano e così d’un tratto, i riflessi benjaminiani fraterni rafforzano il mio vagare impegnato. Raccolgo la gamma di colori delle tessere di marmo e pietre, poste una a una dai fratelli Bernasconi di Como, su disegno di Somaini: nero lava, bianco magnolia, marrone, beige, smeraldo, «color del tra-su». Come canta Jannacci per il vestitino della ragazza che Andava a Rogoredo (1964).
In The Analysis of beauty (1753), William Hogarth definisce la linea serpentina, la linea della bellezza perché incarna, al contempo, varietà e unità e compagnia cantante. Conto, in un andirivieni degno di Pollock che a qualcuno potrebbe venire in mente anche a proposito del pavimento, trentatré bocce su un lato, trentanove sull’altro, per un totale di settantadue, scandite in grappoli di tre, di cui solo tre, fulminate. Tre negozi di cucine, l’entrata di un condominio con tavolo di legno e marmo bianconero come salame, un lampadario eccentrico in ferro battuto, pavimento a scacchi, è il repertorio in parte di questa galleria dal toponimo alsaziano. Con la testa sopra le sue scarpe, il barbone non fa una piega ai miei continui passaggi. Si è svegliato solo una volta, non mi ha chiesto niente se non l’ora, ed è tornato a dormire. Nel sonno, protrae, ignaro, il mito;
quantomeno per i lettori di Benjamin. Settantasette passi, a ritmo a metà strada tra film poliziottesco e scapigliatura, ci metto, entrando da Corso Europa, per sbucare alle 18.51 in via Durini. Dove vi trovate in faccia la casa di Toscanini, poi negozi di Cassina, Versace o cos’altro. Ma il mio sguardo, in questa domenica sera verso metà settembre dal sapore savinionesco-gaddiano con pure il rosa in cielo, alla faccia dei tanti ancora in giro con borse d’alta moda, marche di lusso o quello che sono poi, è rapito dal movimento in cotto della facciata di Santa Maria della Sanità. Mini chiesuola che sembra la forma di un violoncello, non a caso alcuni milanesi la chiamano El Viulun. E tra le pieghe barocche, acciuffando il guizzo di quel pezzo di tetto in coppi che mi ricorda tantissimo una curva da autodromo, vinco anch’io il mio gran premio.
●
di Giancarlo Dionisio
Troppo forte per essere vero? ◆
Tadej Pogačar, impresa dopo impresa, sta scalando le classifiche di gradimento fra gli appassionati di ciclismo. Da tempo, i paragoni si fanno solo con Eddy Merckx che, cifre alla mano, rimane per ora il più vincente della storia. Ciò nonostante, l’asso sloveno divide il pubblico. Si gode una maggioranza che esalta le sue imprese epiche, le lunghe cavalcate solitarie che ricordano quelle che cinquant’anni or sono avevano quale protagonista il Cannibale. Deve tuttavia fare i conti con una fetta di mercato che trova il suo strapotere noioso e soporifero. È un fenomeno strano, moderno, che emerge soprattutto nei social media, dove il campionissimo va bene, ma solo per i suoi connazionali. Gli svizzeri non hanno nulla da eccepire sul dominio di Marco Odermatt, così come gli italiani si godono i successi seriali di Jannik Sinner. Dopo aver vissuto al fronte una dozzina di stagioni cicli-
stiche in cui tutto si risolveva con un paio di scattini a due, tre chilometri dal traguardo, non ho dubbi. Troverei blasfemo paragonare l’epos e il pathos di Pogačar, con quei balbettii. Quando i detrattori del Dominatore si ritrovano senza argomenti, passano dapprima alle minacce – per tanto così, non ha più senso seguire le corse ciclistiche. Ricevono in cambio la reazione virulenta degli entusiasti che li esortano a utilizzare quell’affarino, inventato nel 1944 da Eugene Polley, che consente di cambiare canale senza spostarsi dal divano e, soprattutto, li invitano a togliersi dal dibattito, poiché di ciclismo non ci capiscono un accidente. È una commediola divertente, fino a quando il dibattito non scivola in risse. Quando la minaccia di ricorrere al telecomando non basta, infatti, gli Antipogačar si trasformano in accusatori. Vince perché è dopato. Farà la fine di
Lance Armstrong. Si dovranno riscrivere le classifiche. Sono accuse gravi, infamanti per il corridore, per la sua squadra e per tutto il ciclismo. Spesso con un linguaggio di per sé da querela. Sono in sintonia con un atteggiamento spregiudicato, in voga, ahinoi, a volte anche nei media tradizionali, che sembra aver spazzato il concetto di presunzione d’innocenza. Che Pogačar faccia uso di sostanze dopanti non vi è il pur minimo indizio. Dubbi? Legittimi. Su chiunque salga su una bicicletta e si apponga un numero sulla schiena. Fa parte della storia. Ai tempi di Fausto Coppi si parlava dapprima di Bomba, poi di anfetamine che sono state un ingrediente della dieta del corridore fino agli anni Ottanta. Dopo di che, tra la metà degli anni Ottanta e il 2008, c’è stata l’esplosione del doping ematico. Dubbi legittimi, dicevo, proprio perché l’ambiente sta ancora pagando il
prezzo di quel ventennio folle. C’è, a mio modo di vedere, una data spartiacque: il 17 luglio del 2008, quando i gendarmi francesi prelevarono Riccardo Riccò alla partenza della 12esima tappa del Tour de France, per una positività al CERA, il superamento della diffusissima EPO (Eritropoietina). Fu l’ultimo big colto con le mani nella marmellata; la confessione di Armstrong, avvenuta in seguito, riguardava fatti precedenti quella data. Da allora, il mondo del ciclismo si è dato una regolata. Ha capito che doveva farlo. C’era in gioco l’ultima fetta di credibilità. Ha istituito il passaporto biologico del corridore, che racchiude tutti i suoi dati medici, e che autorizza le varie federazioni nazionali a sanzionare chi manifesta delle variazioni ematiche rilevanti e ingiustificate, anche in assenza della positività a un controllo. Ha inoltre implementato il concetto di reperibilità h24 per 365
giorni l’anno, onde evitare che maghi e fattucchiuere entrino in azione lontano dalle corse. Morale, sia pure col ragionevole dubbio, il ciclismo di oggi è molto più pulito e credibile rispetto a quello del passato. La fiducia va data a coloro che concludono le tappe col cosiddetto Gruppetto, così come al dominatore Tadej Pogačar e ai suoi meravigliosi rivali, Jonas Vingegaard, Mathieu Van der Poel, Remco Evenepoel, Wout Van Aert e colleghi. Per la cronaca: Pogi non ha concluso la Vuelta di Spagna, che stava dominando, per le conseguenze di una grave caduta. La maglia rossa è stata conquistata dallo spagnolo Enric Mas. Un regalo insperato. Come lo sarà per chi, tra pochi giorni, trionferà agli Europei, ai Mondiali e al Lombardia. In assenza del Re, ci sarà grande battaglia. Ma non necessariamente più pathos.
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23%
conf. da 2
5.95
6.50
21%
Pancetta da arrostire IP-SUISSE per 100 g, in self-service
1.90 invece di 2.50
Mortadella Gran Selezione, affettata finemente Rapelli prodotta in Ticino, per 100 g, in self-service
23%
Salsiccia bianca con senape Svizzera, 2 x 4 pezzi, 2 x 260 g, (100 g = 1.14)
3.20 invece di 4.20
Wienerli Migros Bio Svizzera, 4 pezzi, 200 g, in self-service, (100 g = 1.60)
Migros Ticino 6
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Pesce e frutti di mare
i t n a m a i l g Pe r
e c s e p del
28%
7.95 invece di 11.10
Lombi di pollock Alaska senza pelle M-Classic, MSC pesca, Pacifico nord-occidentale, 2 pezzi, 300 g, in self-service, (100 g = 2.65)
40%
2.95
Filetto di tonno pinna gialla Migros
4.55
Filetti di salmone con pelle Migros Bio
invece di 4.95
46%
per 100 g, in self-service
dorsale di 14.95 Filetto salmone senza pelle invece di 27.80
M-Classic, ASC
d'allevamento, Norvegia, 400 g, in self-service, (100 g = 3.74)
Varie va sche tte per al forno in off cottura erta
35% Filetti di salmone Pelican ASC o filetti dorsali di merluzzo dell'Atlantico Pelican MSC prodotto surgelato, in conf. speciale o in conf. multipla, per es. filetti di salmone ASC, 500 g, 10.40 invece di 16.–, (100 g = 2.08)
23% Pesce fresco in vaschetta per cottura al forno Migros filetto di salmone marinato, ASC, filetto dorsale di merluzzo con pistacchi, MSC e filetto di branzino con pomodori, ASC, per es. filetto di salmone ASC, d'allevamento, Norvegia, 400 g, 9.95 invece di 12.95, in self-service, (100 g = 2.49)
d'allevamento, Norvegia, per 100 g, in self-service
Offerte valide dal 24.9 al 30.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 7
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Formaggi, latticini e uova
à t i s o m e r c ù i p
, o i g g a m r o Pi ù f
a partire da 2 pezzi
21%
2.20 invece di 2.80
20%
Le Gruyère d'Alpage AOP
Tutte le fette di formaggio per raclette Raccard aromatizzate
circa 250 g, in conf. speciale, per 100 g
per es. assortite, 900 g, prodotto confezionato, 18.80 invece di 23.50, (100 g = 2.09)
15%
22%
1.20 invece di 1.55
Emmentaler dolce circa 300 g o circa 700 g, in conf. speciali, per 100 g
21%
2.20 invece di 2.80
conf. da 2
2.25
20% Caseificio Blenio per 100 g, prodotto confezionato
invece di 2.65
20% Formaggio cremoso Luzerner Emmi circa 280 g, in conf. speciale, per 100 g
Leerdammer a fette Original o Lightlife, in conf. speciale, per es. Original, 350 g, 5.45 invece di 6.83, (100 g = 1.56)
15.25 invece di 19.10
Fondue Moitié-Moitié Migros, AOP 2 x 400 g, (100 g = 1.91)
15%
1.90 invece di 2.25
Grana Padano, DOP pezzo da ca. 700/800 g, per 100 g, prodotto confezionato
Migros Ticino 8
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conf. da 3
21%
6.95 invece di 8.85
Emmentaler e Le Gruyère grattugiati, AOP
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15%
3 x 130 g, (100 g = 1.78)
intero UHT 15.80 Latte Valflora, IP-SUISSE
Pa sti da bere equilibrati
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15%
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2.20
Tutti i pasti da bere This is food Yfood per es. Choco, 500 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 0.79)
Formaggini Freschi, aha! per 100 g, prodotto confezionato
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30%
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Philadelphia
Uova d'importazione da allevamento al suolo
Nature, Balance o alle erbe aromatiche, per es. Nature, 2 x 200 g, 3.85 invece di 5.50, (100 g = 0.96)
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Yogurt Saison e M-Classic per es. strudel di mele/prugne e cannella/castagne, Saison, 6 x 200 g, 3.90 invece di 4.20, (100 g = 0.33)
1.85
Yogurt e quark alla fragola Migros 500 g, (100 g = 0.37)
Offerte valide dal 24.9 al 30.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 9
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Assortimento di pasta fresca Garofalo, refrigerata (confezioni multiple escluse), per es. tortellini al prosciutto crudo, 250 g, 4.23 invece di 6.50, (100 g = 1.69)
Svizzera, vaschetta da 250 g, (100 g = 0.96)
25%
Tutte le paste in blocco e già spianate, Anna's Best
35%
Champignon marroni
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a partire da 2 pezzi
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2.40
Mozzarella Galbani classica o mini, in conf. multiple, per es. classica, 4 x 150 g, 7.50 invece di 10.–, (100 g = 1.25)
conf. da 2
conf. da 2
35%
33%
fresca Garofalo, 16.90 Pasta refrigerata invece di 26.–
tortellini al prosciutto crudo o ravioli ricotta e spinaci, 2 x 500 g, (100 g = 1.69)
Pizze Da Emilio, refrigerate Margherita o Quattro stagioni, per es. Margherita, 2 x 350 g, 10.65 invece di 15.90, (100 g = 1.52)
10
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10.95 Aperitivo Crodino Biondo
Prosciutto affettato finemente IP-SUISSE
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Salametti Rapelli Svizzera, 4 pezzi, 280 g, in self-service, (100 g = 2.46)
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Tutte le salse Salsa all'Italiana per es. Napoli, 250 ml, 1.09 invece di 1.55, (100 ml = 0.44)
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Acqua minerale San Pellegrino 6 x 1,25 litri, (100 ml = 0.06)
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Pasta Garofalo rigatoni o spaghetti, 2 x 500 g, (100 g = 0.39)
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Lasagne La Trattoria
Salatini da aperitivo Gran Pavesi
Tutto l'assortimento Ponti e Giacobazzi
prodotto surgelato, verdi o alla bolognese, per es. verdi, 2 x 600 g, 6.95 invece di 10.40, (100 g = 0.58)
Cracker Salato, Sfoglie Classiche o Sfoglie Mais, in confezioni speciali o multiple, per es. Cracker salato, 560 g, 3.90 invece di 4.93, (100 g = 0.70)
per es. aceto balsamico di Modena Ponti, 500 ml, 3.36 invece di 4.80, (100 ml = 0.67)
Offerte valide dal 24.9 al 30.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 11
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Pane e prodotti da forno
C ro c c a nt i o
? I C I F F SO 20%
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3.15
Cookies 4 pezzi, 304 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.96)
invece di 3.95
Pane d'altri tempi forno di pietra 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.63)
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20%
3.50
Toast PuraSpelta Migros, IP-SUISSE 550 g, (100 g = 0.64)
Tutte le torte non refrigerate per es. torta di Linz Petit Bonheur, 400 g, 3.16 invece di 3.95, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)
Con burro sv
izzero
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14% Treccia russa Petit Bonheur 330 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.09)
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NOVITÀ Cornetti alla crema in conf. speciale, 4 pezzi, 280 g, (100 g = 2.14)
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Toast con burro Migros, IP-SUISSE 500 g, (100 g = 0.78)
12
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Bevande
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30% Coca-Cola e Fanta in confezioni multiple, disponibili in diversi formati, per es. Coca Cola Classic, 6 x 1,5 litri, 10.05 invece di 14.35, (100 ml = 0.11)
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Capri Sun Multivitamin, Multivitamin Zero, Monster o Mystic Dragon, 10 x 200 ml, (100 ml = 0.14)
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Dolci e cioccolato
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assortiti, 2 x 180 g o 2 x 100 g, per es. 2 x 180 g, 23.90 invece di 29.90, (100 g = 6.64)
al latte, in conf. speciale, 800 g, (100 g = 3.24)
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Pralinés du Confiseur Frey Édition d'automne, 452 g, (100 g = 2.57)
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Palline Lindor Lindt al latte o assortite, 375 g, (100 g = 5.32)
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Tavoletta di cioccolato Lindt Lindor al pistacchio , 100 g
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Tavoletta di cioccolato Les Grandes Lindt al pistacchio, 150 g, (100 g = 3.97)
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Tavoletta di cioccolato Lindt Cresta Classic, 100 g
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Brezel salati Coaties Crispy Frey 200 g, (100 g = 2.35)
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Pistacchi Party in bustina, 250 g o 500 g, per es. 500 g, 3.60 invece di 7.20, (100 g = 0.72)
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Tutti i moretti Kisss M-Classic per es. Big Milk, 4 x 32,5 g, 1.92 invece di 2.40, (100 g = 1.48)
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Biscotti Oreo Original, Double Cream o Golden, per es. Original, 3 x 154 g, 5.90 invece di 8.85, (100 g = 1.28)
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Biscotti Pan di Stelle 350 g, (100 g = 0.99)
Biscotti Baiocchi Classici e Abbracci, Mulino Bianco
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5.75 invece di 7.20
Kezz Zweifel Original alla paprica, Salt o Sweet BBQ, 2 x 110 g, (100 g = 2.61)
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Tutti i tipi di caffè La Semeuse in chicchi, macinato e capsule, per es. caffè macinato Mocca Surfin, 500 g, 11.16 invece di 13.95, (100 g = 2.23)
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Choco Bits! Migros, Fairtrade 500 g, (100 g = 0.59)
Tutte le miscele per dolci e i dessert in polvere, Homemade (Cup Lovers esclusi), per es. preparato per brownies "Brownies Pecan", 490 g, 5.20 invece di 6.50, (100 g = 1.06)
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C ro c c a nt i
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e morbide
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20% Maionese, Thomynaise, senape dolce o concentrato di pomodoro, Thomy per es. maionese à la française, 2 x 265 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 0.89)
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Crema per sandwich 2 x 200 g, (100 g = 1.35)
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20% Tutte le gallette di riso Migros Bio per es. gallette di riso e mais, senza glutine, 100 g, –.72 invece di –.90
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Tutte le barrette Barebells per es. Salty Peanut senza zuccheri aggiunti, 55 g, 2.38 invece di 3.40, (100 g = 4.33)
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Cornetti al prosciutto Migros
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Salse Bon Chef alla cacciatora, al curry, alla panna o ai funghi, per es. salsa alla cacciatora, 3 x 32 g, 3.30 invece di 4.95, (100 g = 3.44)
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