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Azione 38 del 16 settembre 2026

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Anno LXXXIX 16 settembre 2026

edizione

Cooperativa Migros Ticino

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Settimanale di informazione e cultura

MIGROS MONDO

icino Migros T uovi 32 n ha accolto isti apprend Pagina 2

www.azione.ch ●

SOCIETÀ

ATTUALITÀ

CULTURA

TEMPO LIBERO

Che cosa succede in un bosco dopo un incendio? Intervista al biologo e ricercatore Marco Moretti

Nell’era dei «dupe» e degli articoli «ultra low cost», quanto conta ancora il marchio?

Al Museo Tinguely di Basilea in mostra il corpo nella sua relazione con la macchina

Oltre cento gli iscritti alla prima edizione del Trail Ticino 500 organizzata da Scenic Trail

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scenictrailphotography

Lungo il perimetro del Ticino

Moreno Invernizzi

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Sopravvivere a noi stessi Simona Sala

L’ambizione di «raccogliere» il sapere, di codificarlo, di catalogarlo per tramandarlo e conservarlo, e donargli, se non l’immortalità, almeno lunga vita, accompagna l’essere umano sin dall’antichità. La Biblioteca di Alessandria (III secolo a.C.) è forse uno dei templi del sapere più famosi di cui ci siano giunti notizia e riflesso di gloria, ma all’antichità risalgono anche gli Archivi Reali del 2550 a.C. di Ebla, odierna Siria, con centinaia di tavolette di argilla, o la straordinaria collezione proveniente da Villa dei Papiri di Ercolano, rimasta sepolta dopo l’eruzione del Vesuvio, e quindi nascosta all’umanità dal 79 a.C. al 1752 e, grazie a nuove tecnologie – tra cui l’Intelligenza Artificiale – ancora in fase di decifrazione. Non si producono ormai più papiri, né si scrive sull’argilla (sebbene il passato non abbia mai smesso di parlare e raccontare, anche attraverso pietre silenziose, come testimonia il più recente ritrovamento archeologico in quel di Ligornetto-Stramonte), ma si continua assiduamente a

catalogare e ad archiviare, in Egitto nel 2002 si è perfino ricostruita la Bibliotheca Alexandrina – quasi millequattrocento anni dopo la distruzione di quella detta «d’Alessandria» avvenuta nel Seicento. E ci si è spinti addirittura un passo oltre. Oggi, infatti, per il futuro dell’umanità (che, forse, a detta dell’ex dipendente di Anthropic, sviluppatrice del chatbot Claude, all’IA, alle macchine, non sopravviverà), si raccolgono anche i modelli di apprendimento delle stesse macchine. Siamo in ambito digitale, e ci riferiamo all’ambiziosa mission della fondazione svizzera Internet Archive Switzerland, che, partendo dal presupposto che l’accesso alla conoscenza debba essere universale, si prefigge, da una parte, di mettere in salvo il maggior numero possibile di archivi in pericolo; dall’altra, invece, in quello che per molti è perfino difficile da immaginare, archivia, preservandoli dall’oblio, i modelli di IA, IA Generativa e Large Language Models (LLMs) nelle loro fasi evolutive, documentando così la

profonda e inarrestabile mutazione/transizione che l’umanità sta attraversando. Il bisogno dell’uomo di salvare dall’oblio gran parte di ciò che gli sopravviverà non risparmia nemmeno le lingue: in una replica digitale della Stele di Rosetta del 196 a.C., è stato creato e inviato nello spazio il Disco di Rosetta, contenente un corpus di 1500 lingue racchiuse in un dischetto in nichel di pochi centimetri, la cui durata, garantiscono i realizzatori, arriverà ai 2000 anni. Chiunque nel futuro ritroverà il Disco di Rosetta, saprà come parlavano molti di noi sulla Terra. Non è un caso che Internet Archive Switzerland, che è partner dell’Internet Archive (la biblioteca statunitense non-profit fondata nel 1996 da Brewster Kahle, che ad oggi ha salvato oltre mille miliardi di pagine web dall’oblio), si trovi a San Gallo, a pochi passi da un’altra biblioteca, di cui per fortuna possiamo godere ancora oggi. La Biblioteca dell’Abbazia di San Gallo nacque nell’VIII secolo e, grazie alla sua scuola mo-

nastica e al suo essere un importante centro di scrittura, diventò meta di pellegrinaggi di persone che venivano da lontano, per «sapere». A lungo fu luogo di incontro e di scambio, con idee nuove che entravano naturalmente in circolo. L’impressione è che, a differenza di allora, nonostante il sapere che con ogni mezzo cataloghiamo, archiviamo, digitalizziamo, e perfino incapsuliamo per mandarlo nello spazio, sia senza dubbio ben conservato, esso abbia sempre meno presa su di noi. Oggi che possiamo potenzialmente sapere, imparando, tutto ciò che vogliamo, prevenendo i nostri errori, trovando soluzioni alle crisi e urgenze del nostro tempo, lavorando su dei modelli di cui già disponiamo, scegliamo di non sapere, occupati come siamo a investire tutti i nostri sforzi ad alimentare l’IA con ogni mezzo, affidandole il nostro bene più prezioso, quello che portò Dante a dire: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Ma quando all’IA avremo dato tutto quello che sappiamo, noi per cosa «saremo fatti»?


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MONDO MIGROS

Alla scoperta dei più bei paesaggi svizzeri

Gioielli nascosti ◆ In Svizzera da quindici anni si elegge una regione a «paesaggio dell’anno». Ve ne presentiamo cinque che valgono bene una visita Pierre Wuthrich

Val Bavona: scoprire un gioiello nascosto Con le sue «Terre» abitate perlopiù d’estate, le sue imponenti pareti rocciose con le cascate d’acqua, gli stretti sentieri e i terrazzamenti, la Valle Bavona è un luogo molto speciale. Questo paesaggio unico nel suo genere viene conservato da una Fondazione. Paesaggio dell’anno 2025. Il nostro consiglio: da San Carlo una vecchia mulattiera (6 km, facile) porta al pittoresco Foroglio, passando per Sonlerto. Le sue storiche case di pietra e la spettacolare cascata vi sorprenderanno.

Lungo la Val ­Sinestra (GR): a spasso con i fantasmi Ma ci saranno poi davvero? I pareri sono discordanti. Se i cacciatori di fantasmi dell’Hotel Val Sinestra nell’omonima valle ne sono convinti, i turisti sono più rilassati. A fare l’unanimità è la bellezza della valle, plasmata dal selvaggio Brancla, affluente dell’Inn. Paesaggio dell’anno 2011. Il nostro consiglio: Il sentiero dei ponti sospesi tra l’Hotel Val Sinestra e Vnà (11 km, difficoltà media) porta alle affascinanti piramidi di terra di Prà San Peder. Con un pizzico di fortuna troverete anche delle orchidee selvatiche.

Sul Chäserrugg (SG): tra natura e architettura Gli impianti di risalita possono deturpare un paesaggio – oppure valorizzarlo, come hanno dimostrato gli

te la passeggiata incontrerete arnica, garofano superbo, fiordaliso montano e molte altre piante.

Sopra, uno scorcio della Val Bavona (Milo Zanecchia); a destra, la Lorzenebene (ZG) dall’alto (Andreas Busslinger).

Il «paesaggio dell’anno» La Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio (SL-FP) dal 2011 assegna il premio «Paesaggio dell’anno». Vengono premiati comuni, organizzazioni, cittadine e cittadini che si impegnano per la valorizzazione di un paesaggio e allo stesso tempo ne conservano le qualità particolari. Il premio, fra gli altri, è finanziato anche da Migros.

architetti Herzog & de Meuron nel Toggenburg, riprogettando le stazioni della funicolare e della funivia sul Chäserrugg e creando delle strutture che si incastonano in modo armonioso nel mondo alpino. In vetta la costruzione di legno è fotogenica al punto che quasi ci si dimentica di godere della vista spettacolare sul Churfirsten e sul lago di Walenstadt. Paesaggio dell’anno 2021. Il nostro consiglio: Il sentiero dei Fiori (3 km, facile) inizia direttamente in Vetta e conduce attraverso una flora alpina variegata. Duran-

Le nuove leve dell’azienda

Migros Ticino ◆ Sono stati accolti trentadue nuovi apprendisti che svolgeranno la propria formazione in cinque diversi rami professionali Nella foto sono presenti gran parte dei nuovi arrivati; alcuni apprendisti non hanno potuto partecipare allo scatto perché impegnati nelle attività scolastiche.

Lorzenebene (ZG): natura e boom dell’edilizia Nel Canton Zugo si assiste a un vero e proprio boom: ovunque – soprattutto lungo il lago – spuntano nuovi edifici residenziali e commerciali. È dunque notevole che la Lorzenebene (piana di Lorze) tra Zugo e Cham sia stata mantenuta come spazio di collegamento. La grande area verde comprende una riserva naturale, rive pubbliche, nonché superfici agricole. Paesaggio dell’anno 2026. Il nostro consiglio: La passeggiata circolare SchweizMobil ZG17 (10 km, difficoltà media) inizia a Cham e si snoda lungo il Lago di Zugo – non dimenticate il costume da bagno! – così come nella vecchia Lorze. Lungo il percorso non perdetevi gli impressionanti scorci del Rigi.

disti accolti, distribuiti in cinque diversi rami professionali (commercio al dettaglio, commercio, meccanico autoveicoli, autista veicoli pesanti, fitness), portando a 74 il numero complessivo di giovani attualmente in formazione. L’azienda conferma così il proprio impegno nella formazione

delle nuove generazioni e nello sviluppo delle competenze professionali del territorio. «Un grande in bocca al lupo per questo nuovo percorso! Che sia l’inizio di un futuro radioso e ricco di successi» è l’augurio di Migros Ticino alle nuove leve.

Il paesaggio sacrale friburghese nel bacino della Sarina, contrappuntato da conventi, cappelle e chiese, darà una dimensione supplementare alla vostra esperienza nella natura. Quando all’improvviso ci si ritrova davanti alla Certosa La Valsainte, nel bel mezzo dell’idilliaco paesaggio della Gruyère, l’emozione è garantita. Qui i credenti trovano la pace e momenti di riflessione e chiunque può godersi uno scenario che sembra progettato per un film. Paesaggio dell’anno 2025. Il nostro consiglio: dalla Certosa (non aperta al pubblico) si segue la SchweizMobil-Route 272 e si sale su La Berra. Il giro circolare di 14 chilometri (difficoltà media) offre uno spettacolare panorama a 360 gradi. Per maggiori informazioni www.sl-fp.ch

Migros, la mia storia

Anniversari ◆ Auguri a Francesca Brizzi Chiofalo per il suo quarto di secolo in azienda Qual è il suo ruolo in Migros Ticino? Lavoro in Centrale a S. Antonino, nel Dipartimento Finanze. Qui ho avuto la possibilità di crescere professionalmente, acquisendo nuove competenze e assumendo nel tempo maggiori responsabilità. Oggi, per esempio, mi occupo anche di ispettorato nelle filiali, un’attività che mi permette di conoscere e collaborare direttamente con colleghi con i quali, in precedenza, avevo rapporti soprattutto telefonici. Come è una sua giornata tipo? La mia giornata lavorativa è varia: può trascorrersi interamente in ufficio, tra le attività legate al Registro Soci, le telefonate e i lavori di routine, come la registrazione dei rimborsi spese, oppure portarmi in una delle nostre filiali per l’ispettorato.

Il 28 agosto 2026 si è svolta, nella sede centrale di S. Antonino, la tradizionale giornata dedicata agli apprendisti nuovi assunti che hanno iniziato il loro percorso professionale all’interno di Migros Ticino nelle ultime settimane. Quest’anno sono 32 i nuovi appren-

Bacino della Sarina (FR): tra natura e spiritualità

Cosa sono stati questi 25 anni? Soprattutto crescita, cambiamenti e nuove sfide. Sono entrata in Migros molto giovane e il mio percorso professionale, quindi, è cresciuto insieme alle diverse fasi della mia vita. Non sono mancati momenti impegnativi e situazioni che hanno richiesto capaci-

Francesca Brizzi Chiofalo in Migros Ticino dal 18 luglio 2001

tà di adattamento, ma nel complesso posso dire di sentirmi ancora oggi serena e appagata. Mi piace quello che faccio e, soprattutto, l’ambiente nel quale lavoro e le persone con cui condivido le mie giornate. Migros cosa rappresenta? Molto più di un semplice datore di lavoro: fa parte della mia storia, della mia vita e mi sta a cuore. E nel tempo libero? Prima di tutto c’è mio figlio, che occupa una parte importante del mio tempo e della mia vita. Inoltre, mi piace leggere e viaggiare. Negli ultimi anni ho imparato a dare importanza anche al benessere personale, sia fisico sia mentale, seguendo alcuni corsi e ritagliando momenti per me stessa.


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SOCIETÀ ●

Incidenti in acqua: la brutta estate 2026 Il numero dei casi di annegamento nei nostri laghi e fiumi quest’anno è da triste primato, ne parliamo con due esperti

Dalla paleontologia al mito Eleonora Alberti e Andrea Netzer propongono una lettura inedita del Monte San Giorgio, tra rigore storico, miti popolari e ricerca interiore

L’effetto benefico dei giardini sensoriali Favoriscono il benessere fisico e psicologico delle persone con problemi di declino cognitivo: l’esempio della casa per anziani Al Pagnolo

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Il fuoco, un disturbo intermedio con vincitori e vinti Ambiente ◆ Nella narrazione mediatica degli incendi boschivi prevalgono le preoccupazioni per i danni a persone, animali e infrastrutture, ma la natura sembra raccontare un’altra storia Barbara Manzoni

Non è la prima estate, quella che ci stiamo lasciando alle spalle, che vede gli incendi al centro dell’attenzione mediatica. Quest’anno sono stati particolarmente spaventosi quelli in Francia, Spagna e Grecia, alimentati dalla siccità e da un caldo anomalo. A preoccupare sono ovviamente i danni a persone e infrastrutture. Eppure l’altro punto di vista, quello dell’ecosistema, può dare una lettura diversa del fuoco che almeno nelle aree Mediterranee ha sempre giocato un ruolo importante. E allora un bosco come reagisce dopo un incendio? Cosa capita alla vegetazione e alla fauna? Lo abbiamo chiesto a Marco Moretti, biologo ricercatore presso l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL). Marco Moretti, che cosa capita in un bosco dopo un incendio? Come reagisce la vegetazione? Tutto dipende da dove avviene l’incendio, cioè se colpisce ecosistemi adattati agli incendi, come è avvenuto questa estate nelle regioni del sud di Spagna e Francia, dove il fuoco ha sempre fatto parte dell’ecosistema e ha forgiato la vegetazione stessa, o se invece colpisce ecosistemi che non sono adattati. Gli ecosistemi mediterranei reagiscono piuttosto velocemente al fuoco, anzi vi si trovano anche piante che ne hanno bisogno per rigerminare o addirittura piante che producono degli oli eterici che fanno avanzare la fiamma. In questi ambienti il fuoco è come se riportasse l’orologio a zero. Permette alle specie di piante meno competitive di ritrovare vigore, grazie allo spazio lasciato dalle specie dominanti eliminate temporaneamente dal fuoco. Tralasciando dunque tutta la tragedia umana, la perdita di abitazioni, attività economiche e infrastrutture, da un punto di vista puramente ecologico il fuoco, per l’ecosistema Mediterraneo è rigeneratore. E questo, in una certa misura, lo abbiamo visto anche da noi al sud delle Alpi. Lo stesso discorso vale per gli animali? In un certo senso sì. Durante i miei studi sugli effetti degli incendi sugli invertebrati ho constatato come gli incendi permettano di rimettere in circolazione tutta la biodiversità. Nelle aree boschive bruciate arrivano ad esempio delle specie cosiddette pirofile, ossia specie che beneficiano del fuoco, perché nella loro evoluzione si sono ritagliate una nicchia che è esattamente quella che si crea dopo gli incendi, quando la cenere è ancora tiepida. In questi ambienti molto particolari si trovano alcuni funghi che crescono solo sulle ceneri o sui

Una escursionista cammina tra i tronchi carbonizzati a seguito dell'incendio della foresta di Leuk del 2003 e accanto a un tappeto floreale. (Keystone)

tronchi bruciati, è proprio lì che questi insetti vanno a deporre le uova. Si sono così evoluti al punto da essere dotati di organi in grado di percepire la presenza di fumo e possono spostarsi anche per chilometri. Prendendo in considerazione i castagneti al sud delle Alpi, inoltre, è interessante vedere come dopo un incendio, in pochissimo tempo, gli insetti vadano a colonizzare le zone aperte, dove trovano molte risorse come legno morto o mezzo morto, funghi e fiori. Lo abbiamo constatato anche dopo il grande incendio dei boschi della regione di Leuk in Vallese: in una zona che solitamente è molto secca mai si era assistito a una presenza così massiccia di fiori, davvero impressionante, che ha attirato molti insetti impollinatori, cavallette, farfalle che in un bosco chiuso non si trovano. Un effetto che possiamo definire benefico per la biodiversità. Che cosa capita al suolo? Dipende dal tipo di incendio. Se si tratta di un fuoco cosiddetto «di superficie» ed è sospinto dal vento brucia soprattutto la lettiera, talvolta anche solo in modo parziale. Durante un incendio sperimentale a una profondità di 20-30 cm la temperatura è di 30°-40°, paradossalmente una temperatura molto favorevole per l’attività batterica, che, nel caso di

un incendio invernale, può attivarsi anticipatamente. Ora con gli incendi estivi, che tenderanno ad aumentare di frequenza, siamo di fronte a dinamiche che conosciamo ancora poco nelle nostre regioni. Quello che avviene adesso coi terreni molto aridi è tutto da capire. Restano invece invariati i problemi legati allo strato di cenere che si forma dopo un incendio e che risulta essere molto impermeabile. Se dopo l’incendio se ne è accumulato uno strato consistente e arrivano delle piogge intense l’acqua invece di penetrare scorrerà in superficie, il rischio è che trasporti a valle delle grandi masse di terra mista a cenere creando colate di detriti come è avvenuto ad Ascona alla fine degli anni Novanta. Un problema particolarmente sentito da noi dove i boschi sono per lo più boschi di protezione. Quali sono i tempi necessari per tornare ad avere un’area boschiva dopo un incendio? Tutto dipende dal tipo di foresta e dal regime del fuoco. Se si tratta di un fuoco sospinto dal vento di solito si propaga in modo molto eterogeneo, lascia delle chiazze anche non bruciate e la vegetazione riparte piuttosto velocemente da queste isole. Se ci troviamo in un bosco di conifere il fuoco tenderà, invece, ad essere più intenso e ad andare in profondità,

consumando lentamente tutto l’humus. La reazione della vegetazione dopo un incendio dipende, inoltre, dal tipo di foresta. Alle nostre latitudini la presenza del castagno rappresenta una fortuna. Il castagno è, infatti, una specie che reagisce molto velocemente con ricacci dalla ceppaia, soprattutto nella sua tipologia «a ceduo». Per un castagneto, i tempi di recupero della fauna invertebrata sono di 17-20 anni. La fauna del suolo, per contro, ci metterà un po’ più di tempo, perché per riformare una lettiera matura, provvista di tutti gli strati, ci vogliono fino ad oltre 30 anni. Tutt’altro discorso, invece, se a bruciare è un bosco di faggio o, ancora peggio, di conifere. I tempi sono molto lunghi, perché le piante devono ripartire dal seme. Le foreste boreali della Scandinavia, ad esempio, hanno dei cicli di recupero di 100-150 anni. Il discorso è molto diverso quando le aree toccate dall’incendio sono molto estese come è capitato quest’anno in Francia nella Gironda? Sicuramente nei casi registrati in Francia e Spagna questa estate siamo su dimensioni alle quali non siamo abituati. Più ampia e più omogeneamente bruciata è la foresta e più farà fatica a rigenerarsi, soprattutto se gli incendi sono molto inten-

si. Eventi di queste dimensioni in effetti spiazzano, soprattutto perché si registrano solo negli ultimi 10-20 anni. In passato, gli incendi erano più contenuti, c’era più controllo, anche perché molta più popolazione utilizzava la foresta per la raccolta della legna e non si accumulava così tanta biomassa. E, soprattutto, la biomassa non era così secca, e quindi potenzialmente «esplosiva». Ma il bosco che rinasce è esattamente uguale al precedente? Se si tratta di un bosco che appartiene a un ecosistema adattato agli incendi direi di sì, torna fondamentalmente uguale a prima dell’incendio. La macchia mediterranea torna praticamente identica, da noi il ceduo castanile è in grado di rigenerarsi velocemente. Certo il fuoco favorisce solo alcune specie ben adattate e dà loro la possibilità di dominare, col rischio di frenare un po’ la capacità del bosco di essere eterogeneo. In generale gli insetti ne traggono vantaggio, ovviamente non tutti, ma chi muore è una risorsa alimentare per chi vive. C’è un ricircolo dell’energia e delle risorse e c’è chi ne approfitta e chi meno. Il fuoco da questo punto di vista è benefico poiché rimette in circolo la materia e le risorse. È un disturbo intermedio con vincitori e vinti che si alternano.


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10 anni di alpinavera e regio.garantie in Ticino

Attualità ◆ L’organizzazione svizzera attiva nella promozione dei prodotti regionali festeggia i 10 anni di presenza in Ticino. Intervista alla direttrice Jasmine Said Bucher

ane m i t t e s Le strani o N i e d o fino n i c i T l de 2026 . 9 . 3 2 l a

Alcuni prodotti nostrani particolarmente apprezzati dai consumatori: dai cereali (nella foto Alessandro Fontana, direttore del Mulino di Maroggia) ai pomodori coltivati in Ticino, passando per il miele e i büscion fino ai biscotti al miele Crèfli.

Signora Said Bucher, come e perché è nata alpinavera? L’idea di creare alpinavera è nata nel 2005. Mio marito e io avevamo dedicato le vacanze estive alla stesura di due progetti, uno dei quali era proprio alpinavera. Nel 2006 è stata costituita l’associazione e, da maggio 2007, alpinavera è operativamente attiva. La missione dell’associazione è mettere in rete i produttori dell’agricoltura e dell’industria alimentare con il commercio al dettaglio e i consumatori. Le collaborazioni vengono sostenute attraverso attività di marketing, comunicazione e relazioni pubbliche. Migros Ticino rappresenta per alpinavera e per i produttori il partner commerciale più importante e affidabile in Ticino.

Jasmine Said Bucher direttrice di alpinavera

10 anni di alpinavera in Ticino sono un bel traguardo. Quali sono stati i momenti salienti di questo decennio? Sicuramente la collaborazione duratura con Migros, così come il riconoscimento e l’utilizzo del marchio di qualità Marchio Ticino,

rappresentano alcuni dei traguardi più importanti. Anche iniziative come Caseifici Aperti e il mercato di Locarno offrono ai piccoli produttori una grande opportunità per entrare direttamente in contatto con i consumatori e acquisire nuovi clienti. Un altro grande successo è il fatto che circa 180 aziende agricole e alimentari offrono quasi 1’800 prodotti certificati e sono partner di alpinavera. Grazie all’accordo comune tra Marchio Ticino e alpinavera, i produttori che superano con successo la certificazione possono utilizzare il marchio regio.garantie e, nel quadro del co-branding, anche il Marchio Ticino e possono vendere i prodotti a Migros come Nostrani del Ticino, perché tutti i prodotti Nostrani del Ticino sono certificati alpinavera regio.garantie. Cosa deve avere di particolare un prodotto per poter essere certificato alpinavera? Come si richiede la certificazione? Un produttore stipula un contratto con alpinavera e con Marchio Ticino. Marchio Ticino ha affidato ad alpinavera l’intera gestione del sistema di qualità. Il produttore indica quali prodotti desidera certificare e alpinavera lo accompagna nella preparazione dei controlli e della certificazione. Per la verifica e la certificazione, il produttore conclude poi un contratto con un ente di controllo e certificazione accreditato. I controlli e la certificazione vengono effettuati in azienda ogni due anni. In linea generale, per i prodotti composti da un solo ingrediente, come il for-

Cos’è alpinavera alpinavera è un’associazione di supporto che opera come piattaforma di marketing e comunicazione per i prodotti regionali certificati provenienti dai cantoni Glarona, Grigioni, Uri e Ticino. Alcuni dati sull’associazione Prodotti certificati

3263

Aziende partner (incl. il settore della gastronomia)

558

Collaboratori

8

Contatti pubblicitari generati

154

milioni Fatturato

301,5

milioni di chf

maggio, l’intera materia prima deve provenire dal Ticino. Per i prodotti trasformati, come i biscotti, almeno l’80% degli ingredienti deve provenire dal Ticino. Lo zucchero svizzero può essere conteggiato. Eventuali deroghe possono essere concesse per un periodo massimo di tre anni. Qual è secondo lei il prodotto ticinese che meglio rappresenta il territorio? È una domanda difficile, poiché il Ticino vanta un ricco patrimonio culinario e numerose specialità di grande qualità. Tra le più conosciute vi sono il formaggio d’alpe, la formaggella, i büscion, le luganighe, il riso, le castagne, il miele e il vino. Trovo particolarmente interessanti i prodotti che nascono dalla collaborazione tra più produttori, come ad esempio le salse presenti nell’assortimento Migros o alcune specialità regionali di biscotti. E, da grande amante dei dolci, il mio preferito personale rimane il prodotto del patrimonio culinario «Crèfli» al miele. Perché i consumatori dovrebbero acquistare i prodotti Nostrani del Ticino certificati alpinavera? I prodotti Nostrani del Ticino sono sinonimo di qualità autentica e credibile. Acquistando un prodotto Nostrani del Ticino si sostiene l’agricoltura e il settore agroalimentare ticinese. Anche le piccole e medie imprese hanno così l’opportunità di affermarsi sul mercato. Queste aziende creano posti di lavoro e opportunità di formazione professionale. Proprio attraverso l’apprendistato,

in queste realtà, i giovani possono apprendere le tecniche artigianali della produzione alimentare, contribuendo a preservare e tramandare il patrimonio gastronomico del Ticino. Inoltre, le filiere regionali dal valore aggiunto contribuiscono a ridurre i trasporti inutili, promuovendo un’economia più sostenibile e rispettosa dell’ambiente.

Mercatino alpinavera al Centro S. Antonino dal 16 al 19 settembre 2026

Per celebrare i 10 anni di alpinavera e regio.garantie in Ticino, da oggi fino a sabato presso il Centro S. Antonino ti aspetta un mercatino dedicato ai prodotti regionali dei Nostrani del Ticino, dove saranno presenti alcuni produttori per presentare e far degustare le loro specialità. Tra i prodotti in evidenza durante la quattro giorni all’insegna del gusto e della genuinità, spiccano i ravioli dell’Oste di Quartino; il latte bio della Masseria Ramello di Cadenazzo; le gallette alla farina bona dell’azienda Farina Bona di Vergeletto; gli hamburger di manzo Charolais della Terrani SA di Sorengo; le tisane della Fondazione San Gottardo di Melano; la tisana Generoso, i peperoncini e il sale alle erbe della Cofti di Chiasso e i formaggi caseificio Blenio e formaggella Crenga del Caseificio del sole di Aquila.


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L’hamburger ticinese

Attualità ◆ Una specialità che unisce carne di manzo della regione, lavorazione artigianale e gusto autentico

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Gli amanti degli hamburger sono avvisati: il loro piatto preferito è disponibile anche in versione nostrana. Basta infatti andare alla Migros, dove si possono trovare gli hamburger di manzo Charolais, una razza bovina nota per la qualità delle sue carni, rinomate per essere tra le più tenere, succose e saporite. Gli animali sono allevati al pascolo sul Piano di Magadino dall’azienda agricola Aerni, nel rispetto del loro benessere. La loro carne viene lavorata con cura e competenza dall’azienda Terrani SA di Sorengo, che prepara gli hambur-

ger puntando a valorizzare il sapore e le caratteristiche specifiche della carne Charolais, per un risultato gustoso e dalla consistenza perfetta. Consiglio per la preparazione: arrostire in padella o grigliare gli hamburger per una decina di minuti a fuoco vivo, girandoli a metà cottura. Al cuore la carne può rimanere rosata. Condire anche solo con un pizzico di sale, pepe e servire come meglio si preferisce, nel pane bun, in un classico panino, oppure da soli con un’insalata di stagione per un piatto gustoso e leggero.

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SOCIETÀ

L’acqua che non perdona

Ticino ◆ Quest’anno preoccupa il numero dei casi di annegamento nei nostri laghi e fiumi; ne parliamo con Rinaldo Kümin, coordinatore della Società Svizzera di Salvataggio-Regione Sud, e con Anna Nizzola, presidente di Acque Sicure Matilde Casasopra

I cartelli di Acque Sicure alla Foce del Cassarate invitano i bagnanti alla prudenza e informano sui pericoli. (foto b.m.)

Annegamenti e incidenti in acqua Ticino, aprile – agosto 2026

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incidenti mortali in acqua 10 annegamenti + 1 incidente di canyoning DOVE È SUCCESSO 5 Lago 3 Piscina privata 2 Fiume 1 Canyon

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CASI PER MESE 3 2 1 0 Apr

Mag

Giu

Lug

Ago

7 uomini · 4 donne Età: dai 2 ai 95 anni Ogni numero è una persona. Rispettare i propri limiti in acqua, non nuotare da soli e sorvegliare sempre i bambini può fare la differenza.

Fonte: cronaca locale

Ticino, aprile 2026. Le prime avvisaglie di quella che si rivelerà l’estate più calda di tutti i tempi ci sono già tutte. Meteosvizzera osserva che: «con un valore di 6,9°C, a sud delle Alpi la temperatura media di aprile 2026 è risultata di 3,3 °C superiore alla media 1991-2020. Si è trattato del secondo mese di aprile più caldo dall’inizio delle misure nel 1864. L’anomalia positiva è stata più marcata in montagna, dove ha localmente superato i +4 °C». Proprio da una zona di montagna, la Valle Verzasca, il 17 aprile giunge la notizia di un annegamento. È un 17enne del cantone Berna. Il suo tuffo non si è concluso con un sorriso ed è, purtroppo, il primo dei dieci casi di annegamento che costelleranno i mesi di quest’estate: tre in piscine private, due nel fiume e cinque nel lago (v. tabella). L’ultimo risale allo scorso 29 agosto, nelle acque antistanti Brusino Arsizio dove, a 300 metri dalla riva, una 32enne del canton Zurigo, uscita in barca con il suo compagno, si è tuffata senza più riemergere. Il Ceresio, in quella zona, raggiunge gli 80 metri di profondità. «Noi – precisa Rinaldo Kümin, coordinatore responsabile della Società Svizzera di Salvataggio-Regione Sud (https://sssregionesud.ch/ ) – non siamo abilitati a scendere a quelle profondità. Possiamo arrivare ai 30 metri, ma per andare oltre dobbiamo far capo a squadre specializzate dotate di mezzi adatti per un’immersione come questa che, inutile negarlo, è pericolosa e difficile. Nel caso di Brusino ci siamo perciò affiancati alla squadra della Polizia lacuale ticinese che, a sua volta, ha chiesto l’intervento del GRES (Gruppo specialista in ricerche subacquee delle polizie di Ginevra e Vaud) che sarebbe giunto in Ticino il 7 settembre. Nel frattempo, però, le ricerche sono proseguite sebbene il lago, a quelle profondità, sia un mondo molto complicato e scuro fatto di fango che tutto inghiotte». La tecnologia, in questo caso, si è però rivelata di fondamentale importanza. Grazie a un drone il corpo della donna è stato individuato a 72 metri di profondità nelle acque prospicenti Morcote. Erano, come precisa il comunicato stampa della polizia cantonale, le 13.30 del 4 settembre. Successivamente il corpo è stato recuperato. Rinaldo Kümin, lei ricorda altri casi simili? «Ricordo benissimo un caso che risale al luglio del 2021 e che si risolse però in modo ben diverso. Due giovani erano usciti in barca. Arrivati in zona Capo San Martino uno si è tuffato, ma non è più riemerso. Le ricerche sono scattate immediatamente, ma lì la profondità del lago raggiunge i 200 metri e per perlustrare un’area di circa 40.000 metri quadrati, la Polizia lacuale dovette impiegare uno speciale sottomarino a comando remoto (ROV) e sistemi sonar. Come nel caso di Brusino si chiese l’aiuto degli specialisti del GRES che, allora, affiancarono noi e la Polizia lacuale ticine-

se. Il corpo di quel giovane non è però mai stato ritrovato, né allora né durante interventi analoghi condotti negli anni successivi». C’è tristezza nella voce di Rinaldo Kümin, quella che prova chi per tutta la vita ha cercato di evitare che per un momento di piacere si possa anche morire. «Penso poi che, a volte, a morire è addirittura chi cerca di dare una mano. Uno dei casi che non dimenticherò mai è quello che alla Foce del Cassarate vide protagonista un uomo di 50 anni che, a inizio luglio 2021, si gettò in acqua vestito nel tentativo di salvare il figlio che – verosimilmente a causa della diversa temperatura tra l’acqua del lago e quella portata dal fiume – si trovava in difficoltà. Il figlio fu salvato, mentre il corpo del padre l’abbiamo recuperato a circa 18 metri di profondità». Ricordiamo che nel 2021 i casi di annegamento alla Foce furono due (entrambi cittadini stranieri). Poi, fino al 2025 quando a morire fu un 67enne domiciliato a Lugano, non se ne registrarono, come d’altronde quest’anno. Nove, in totale, i casi registrati nel 2021 che poi calarono anno dopo anno. Lei Kümin, come spiega l’impennata del 2026? «Potrei dirle che il caldo può aver indotto alcuni a raggiungere fiumi e laghi senza la dovuta preparazione. Potrei anche dirle che, spesso, si sopravvalutano le proprie capacità o, ancora, non si procede a un acclimatamento graduale del corpo favorendo quindi uno shock termico che interviene quando, da temperature troppo elevate, ci si tuffa in acque di 10-15° gradi più fredde. Tutte cose che diciamo, ripetiamo e diffondiamo da anni, ma… non basta mai e, fran-

camente, a volte assale lo sconforto». Difficile anche per l’arch. Anna Nizzola, presidente di Acque Sicure, la Commissione cantonale incaricata di promuovere la prevenzione degli annegamenti e la prudenza nei fiumi, nei laghi e durante attività come nuoto, immersioni e canyoning. «Non è possibile dare una spiegazione unica perché ogni annegamento ha una storia e delle circostanze diverse. Sicuramente quest’anno il numero è molto alto e deve farci riflettere. Laghi, fiumi e piscine vengono frequentati sempre di più e spesso si tende a sottovalutare quanto velocemente possano cambiare le condizioni. Quello che questi incidenti ci ricordano è che con l’acqua non bisogna mai abbassare la guardia. Come Acque Sicure dobbiamo continuare a lavorare soprattutto sulla prevenzione e sull’informazione». Un rapido giro sul web permette facilmente di constatare che le informazioni per prevenire questi incidenti non mancano, così come non mancano nei bagni pubblici. È dunque ancor più amaro dover constatare che, rispetto al 2025 – quando gli annegamenti furono 4 più un incidente mortale di canyonig – quest’anno i decessi sono raddoppiati e, purtroppo, il 30 luglio, a Claro, la morte di una turista belga di 52 anni che stava praticando canyoning nel riale Censo non ha risparmiato neppure questo sport. L’arch. Nizzola oltre a essere presidente di Acque Sicure è anche un’indiscussa autorità del canyoning. È inevitabile – le chiediamo – che in uno sport come questo ci scappi l’incidente anche mortale? «Guardi, il canyoning, come tutte le attività che si svol-

gono in montagna e in un ambiente naturale, comporta dei rischi. Questo però non significa che un incidente, tanto meno mortale, sia inevitabile. È fondamentale conoscere il percorso, valutare bene il meteo e la portata dell’acqua, avere una preparazione adeguata e sapere anche quando è il momento di rinunciare. Il rischio zero non esiste, ma con esperienza, prudenza e una buona preparazione può essere ridotto in modo importante». Preparazione, esperienza e prudenza sono dunque elementi indispensabili, nel canyonig come nel nuoto (sia in superficie, sia in apnea). Rinaldo Kümin, come spiega allora il fatto che tra le persone decedute quest’anno ben quattro – tutti uomini – avessero superato i 70 anni? «Le persone anziane, che pure hanno esperienza, spesso sono portate a non valutare correttamente le proprie forze. Se le mie energie sono già ridotte a causa del caldo, non è certo gettandomi in acqua senza preparazione che risolvo il mio problema di spossatezza. Mi vien da dire che in certi casi lo aggravo visto che lo shock termico, al quale ho accennato prima, causa: blocco del respiro, aumento del battito cardiaco e aumento della pressione, tutti stati che possono essere particolarmente pericolosi. Quando si è giovani si è spesso portati a sopravvalutare le proprie capacità, ma… si è giovani. Per gli anziani, invece, quest’atteggiamento può rivelarsi fatale». Pensare che viviamo nell’èra dell’Intelligenza artificiale, ma che poi, ogni anno, andiamo a scontrarci con l’imprudenza umana non può che metterci a disagio. Arch. Nizzola lei pensa che, alla luce dei dati di quest’anno, ci sia ancora spazio per delle soluzioni? «Certamente c’è ancora spazio per fare molto. La tecnologia può aiutarci, per esempio con previsioni e sistemi di allerta sempre migliori, ma alla fine la decisione resta alla persona. Credo che la cosa più importante sia imparare a riconoscere il pericolo e a non sopravvalutare le proprie capacità. A volte anche decidere di non entrare in acqua o rinunciare a un’attività è una scelta di responsabilità». Intanto la settimana scorsa l’anticiclone africano ci ha lasciati e, con le temperature che tornano a scendere, finiremo col credere che l’allarme lanciato a inizio mese dall’ONU a proposito del Niño non foss’altro che un’esagerazione. Forse, a questo punto, val la pena ricordare che i centri di calcolo internazionali, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale e la comunità scientifica elvetica hanno già emesso forti allerte climatiche per il 2027 a causa della formazione di un potenziale Super El Niño. Questo fenomeno rischia infatti di innescare ondate di calore globali senza precedenti che renderanno l’estate 2027 ancora più estrema di quella che ci apprestiamo a lasciarci alle spalle.

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Tra dinosauri, draghi ed energie invisibili

Territorio ◆ Eleonora Alberti e Andrea Netzer propongono una lettura inedita del Monte San Giorgio, sospesa tra rigore storico, miti popolari e ricerca interiore Carlo Silini

Da decenni il Monte San Giorgio viene raccontato come un tesoro paleontologico, un paradiso per gli escursionisti e uno dei paesaggi più preziosi della Svizzera italiana. Ma è possibile leggerlo anche in un altro modo? È la domanda che attraversa il nuovo libro di Eleonora Alberti e Andrea Netzer, una guida decisamente anomala che accosta alla storia, all’arte e alla geologia una dimensione più controversa e sfuggente: quella delle cosiddette energie del luogo. Da un lato troviamo il Monte San Giorgio riconosciuto dall’UNESCO, i fossili triassici, le chiese, le cave di Arzo, i sentieri e le testimonianze di secoli di presenza umana. Dall’altro emergono leggende di draghi e creature fantastiche, luoghi ritenuti energeticamente speciali, percorsi associati ai chakra e misurazioni espresse nella scala Bovis, strumenti interpretativi che appartengono però alla geobiologia e alla radiestesia, ambiti non riconosciuti dalla comunità scientifica e privi di conferme sperimentali condivise. Gli autori non cercano di dimostrare l’esistenza di queste energie né di metterle sullo stesso piano delle evidenze geologiche o storiche. Piuttosto, propongono un’esplorazione del territorio che intreccia dati, simboli, tradizioni, percezioni e immaginario collettivo. Il risultato è un viaggio che procede su due binari paralleli: quello della conoscenza documentata e quello dell’esperienza soggettiva. Un invito a camminare lentamente, a osservare e a interrogarsi sul motivo per cui alcuni luoghi, da sempre, sembrano parlare agli esseri umani più di altri. Ne discutiamo con Eleonora Alberti (EA) e Andrea Netzer (AN). Il libro non è né una classica guida turistica né un saggio esclusivamente storico-artistico. Quando avete deciso di affiancare alla lettura culturale del territorio una dimensione energetica e spirituale? EA: Sin dall’inizio. La montagna incantata nasce proprio dal desiderio di proporre una lettura più ampia e stratificata del Monte San Giorgio. Da storica dell’arte osservo i luoghi attraverso le opere, le architetture e le testimonianze che hanno lasciato nel tempo. Ma il paesaggio non è soltanto ciò che si può documentare: è anche ciò che viene percepito, raccontato e vissuto dalle generazioni che lo hanno abitato. Il Monte San Giorgio, con i suoi fossili, le sue chiese, le leggende e le tradizioni popolari, ci è sembrato il luogo ideale per esercitare questo sguardo più ampio. Abbiamo quindi cercato di mettere in dialogo storia, arte, memoria, mito e dimensione spirituale, senza confonderne i diversi livelli e

Quale itinerario consigliereste a chi vuole sperimentare questa doppia lettura del territorio? AN: Il percorso verso la vetta è probabilmente il più adatto. Più che raggiungere una meta, suggeriamo di concedersi soste lungo il cammino: davanti a una chiesa, in un punto panoramico o semplicemente in un tratto di bosco particolarmente silenzioso. Non serve alcuna preparazione particolare. Basta fermarsi, osservare e ascoltare. Lungo il percorso si incontrano infatti elementi naturali, storici e spirituali che raccontano le molte anime della montagna. In un’epoca di esperienze sempre più rapide e frammentate, la lentezza può diventare un modo per riscoprire il paesaggio e, forse, anche sé stessi.

Veduta sul Lago Ceresio e sul villaggio di Morcote da Serpiano – Itinerario 2. (Massimo Gavioli)

lasciando al lettore la libertà di costruire il proprio percorso di lettura. Nel libro il paesaggio sembra diventare quasi uno specchio interiore. In che modo la contemplazione artistica di un luogo e la sua percezione energetica finiscono per coincidere? EA: Arte e paesaggio hanno una cosa in comune: chiedono di rallentare e di prestare attenzione. Quando osserviamo davvero un’opera o un luogo entriamo in relazione con essi e smettiamo di considerarli semplici oggetti da guardare. Una montagna, un bosco o una chiesa possono suscitare emozioni, ricordi e stati d’animo difficili da descrivere in termini

oggettivi. Per questo la percezione energetica non vuole sostituire la lettura storico-artistica, ma affiancarla. Sono due modi diversi di avvicinarsi allo stesso luogo: uno si concentra sulle tracce concrete lasciate dalla storia, l’altro sull’esperienza personale e sulla capacità del paesaggio di entrare in risonanza con chi lo attraversa. Parlate di energie del luogo e di riferimenti come le unità Bovis. Di cosa si tratta? AN: La scala Bovis è un sistema utilizzato in alcuni ambiti radiestesici per valutare le cosiddette energie sottili dei luoghi. Va detto chiaramente che né la radiestesia né le unità Bovis

L'interno della Basilica di Santa Maria dei Miracoli a Morbio Inferiore – Itinerario 14. (Massimo Gavioli)

sono riconosciute dalla scienza come strumenti di misurazione oggettiva. Nel libro le presentiamo quindi come parte di una tradizione culturale ed esperienziale, non come verità dimostrate. Ci interessa soprattutto il fatto che, in culture diverse e lontane tra loro, l’essere umano abbia sempre cercato linguaggi per descrivere il rapporto tra il proprio benessere e l’ambiente che lo circonda. Al di là delle interpretazioni, resta l’esperienza concreta di chi percepisce alcuni luoghi come particolarmente armonici, ispiranti o capaci di favorire raccoglimento e serenità. Il Monte San Giorgio è famoso per i suoi fossili. Come si passa dalla paleontologia al mito? EA: Perché questa montagna ci mette davanti a una profondità temporale che supera la misura umana. I fossili raccontano una realtà documentabile e scientificamente straordinaria; il mito nasce invece quando l’uomo cerca di dare un significato a ciò che lo affascina e lo supera. Il drago, simbolo ricorrente sul Monte San Giorgio, rappresenta proprio questo passaggio dalla realtà materiale all’immaginario. Non è un caso che le montagne abbiano spesso generato racconti di creature misteriose, santi, eremiti o fenomeni prodigiosi. Sul Monte San Giorgio la presenza dei fossili e delle leggende crea un dialogo particolarmente suggestivo tra il mondo della conoscenza e quello della narrazione simbolica.

Qual è stata la scoperta più inattesa durante la preparazione del libro? EA: Mi ha colpito la quantità di storie che si sovrappongono sul Monte San Giorgio. Accanto ai monumenti e ai documenti storici emergono leggende, devozioni, racconti popolari e memorie locali che continuano a vivere nella trasmissione orale. Alla fine la montagna appare come un grande palinsesto in cui geologia, arte, storia e immaginario continuano a dialogare. È stata proprio questa ricchezza di livelli, più che una singola scoperta, a farci vedere il territorio con occhi nuovi e a convincerci che meritasse di essere raccontato nella sua complessità. Se dovesse riassumere in un’immagine il senso del vostro lavoro, sceglierebbe il dinosauro, il drago o San Giorgio? EA: Sceglierei il drago. Il dinosauro rappresenta il tempo profondo della Terra e ciò che la paleontologia ci permette di conoscere attraverso le tracce materiali. San Giorgio rappresenta invece la dimensione culturale, religiosa e simbolica costruita dall’uomo nel corso dei secoli. Il drago sta nel mezzo: appartiene all’immaginario e simboleggia ciò che l’uomo non comprende pienamente, la forza della natura, il mistero e la possibilità di trasformare la paura in consapevolezza. I tre simboli raccontano così tre modi diversi di guardare la stessa montagna. È questa pluralità di sguardi che abbiamo cercato di restituire nel libro, invitando il lettore a esplorare il Monte San Giorgio non soltanto come un luogo da visitare, ma come un luogo da interpretare. Bibliografia Eleonora Alberti, Andrea Netzer, La montagna incantata. Miti, leggende e luoghi energetici sul Monte S. Giorgio, Fontana Edizioni, 2026, 278 pagine

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MONDO MIGROS

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Un giardino da vivere con tutti i sensi

Anziani ◆ Le esperienze nei giardini sensoriali favoriscono il benessere fisico e psicologico nelle persone con problemi di declino cognitivo: l’esempio della casa per anziani Al Pagnolo di Sorengo Stefania Hubmann

Un giardino ricco e variato per la natura che offre, per le attività che ospita, per le persone che lo animano. Così si presenta oggi il giardino sensoriale e terapeutico della casa per anziani Al Pagnolo a Sorengo, i cui residenti provengono anche dai Comuni di Collina d’Oro e Muzzano nell’ambito di un Consorzio composto dai tre Comuni. Inaugurato un anno fa, il giardino è definito sensoriale e terapeutico, essendo concepito quale spazio protetto per rispondere alle esigenze delle persone con disturbi percettivi o carenze sul piano comportamentale e cognitivo, problematiche presenti in numero crescente nelle case per anziani. Arricchita da un box vetrato con funzione di giardino d’inverno, la trasformazione dell’area verde che affianca l’edificio ha permesso di realizzare un articolato spazio di svago piacevole per tutti che è però anche parte integrante delle cure. A mostrarci peculiarità del grande giardino è la direttrice della casa per anziani Al Pagnolo Chiara Sassi. Molteplici sensi vengono subito sollecitati quando si entra nel giardino del Pagnolo: la vista della cascata e dello specchio d’acqua con i pesci, il rumore dell’acqua, il profumo di fiori ed essenze. Ed è proprio questo l’obiettivo di un giardino sensoriale e terapeutico, come d’altronde suggerisce il nome. Il contatto diretto con la natura attraverso percorsi e spazi che garantiscono sicurezza è pensato per offrire stimolazioni sensoriali in modo da coinvolgere tutti i cinque sensi. Le finalità di questo tipo di progetto, sempre più attuato nell’ambito della cura delle persone con problemi di declino cognitivo, mirano a favorire il benessere fisico e psicologico, a stimolare la memoria remota, a rallentare il deterioramento delle capacità psico-fisiche, a ridurre i problemi comportamentali come la deambulazione compulsiva o il vagabondag-

gio. Ciò significa di conseguenza poter diminuire la contenzione e l’uso di farmaci. «Per realizzare il nostro giardino sensoriale – spiega Chiara Sassi – ci siamo basati sui principi di queste strutture, integrando però le esigenze che abbiamo osservato nei nostri residenti. Ad esempio, il piacere di sedersi insieme a chiacchierare e di guardare con curiosità cosa succede sulla strada si riflette nella disposizione delle panchine che, sotto un pergolato verde, sono rivolte in parte verso il giardino e in parte verso l’esterno. Un altro fattore importante legato al box vetrato è rappresentato dall’esperienza della pandemia. La necessità di organizzare incontri con i familiari a piccoli gruppi separati ha favorito la nascita di questo spazio che, grazie alla presenza di diversi elementi (caminetto, diffusore di essenze, luci colorate, musica di sottofondo) rappresenta un piccolo salotto con vista aperta sul giardino». Quest’ultimo è composto da due spazi su altrettanti livelli (collegati da un camminamento) con funzioni e aspetti specifici. Il giardino pianeggiante, che comprende le strutture già citate, ha diversi percorsi e aree di sosta con piante destinate con il tempo a garantire zone d’ombra sempre più ampie. Al momento, teli e ombrelloni fanno le veci della natura laddove necessario. Fiori e arbusti rendono il giardino colorato e profumato, mentre sfruttando il dislivello naturale del terreno è stato realizzato un laghetto alimentato da acqua di riciclo che scende a cascata da una struttura in pietra. «La parte superiore – aggiunge la direttrice – è riservata al frutteto e agli orti rialzati. Oltre ai meli e ai peri già presenti, sono stati piantati altri dodici alberi da frutto. Lungo il muro perimetrale crescono invece le bacche e non mancano neppure le erbe aromatiche. L’intero raccolto è utilizzato nella nostra cucina. Nel giardi-

Il giardino sensoriale della casa per anziani Al Pagnolo di Sorengo è stato inaugurato un anno fa.

no sensoriale i residenti svolgono diverse attività: nutrono i pesci, curano gli orti rialzati o ancora contribuiscono a colorare il muro della cascata con le loro creazioni. Sono attenti a tutto quanto accade in questo spazio e riferiscono a chi di dovere. Nella parte superiore sono inoltre stati posati diversi attrezzi per svolgere semplici esercizi alle braccia e alle gambe adatti anche a coloro che si muovono in sedia a rotelle». Al di là delle attività organizzate, ognuno può utilizzare il giardino sensoriale come e quando preferisce.

La natura calma l’ansia e favorisce i ricordi L’effetto benefico dei giardini sensoriali è comprovato da alcuni decenni. Il principio di utilizzare la natura per calmare l’ansia e favorire i ricordi nei malati di demenza è stato appli-

cato dapprima negli Stati Uniti e nei paesi del Nord Europa come Svezia e Regno Unito. Dopo i primi studi negli ospedali psichiatrici e geriatrici, si sono sviluppati i progetti di spazi all’aperto che potessero garantire a questi pazienti di muoversi liberamente, ma in sicurezza (fondo regolare, pendenze lievi, presenza di corrimani, eliminazione degli ostacoli, nessuna pianta tossica). In genere i percorsi sono circolari per evitare il senso di chiusura. In Italia si è compiuto quest’anno un ulteriore passo inaugurando a Cesena il primo giardino sensoriale all’interno di un parco pubblico. Il 2026 è significativo anche per la casa per anziani Al Pagnolo che festeggia 40 anni di attività con una giornata speciale prevista l’11 novembre. La struttura accoglie 63 residenti in camere singole e rappresenta un progetto lungimirante in quanto a organizzazione degli spazi. L’idea di

un nuovo giardino era già stata avanzata dal direttore che l’ha guidata per i primi 33 anni: Daniele Geiser. La nuova direttrice ha potuto realizzarlo grazie anche alla volontà della Delegazione consortile presieduta da Stefano Giulieri. Enti pubblici e privati hanno sostenuto finanziariamente l’importante intervento progettato dall’architetto Enrico Sassi la cui esperienza in questo campo è legata in particolare al giardino sensoriale del Centro diurno terapeutico di Pro Senectute Ticino e Moesano a Balerna, iniziativa pionieristica a livello cantonale. Come ogni giardino, anche quello della casa per anziani Al Pagnolo è in continua evoluzione. Apprezzato dai residenti, è fonte di ispirazione anche per Chiara Sassi. La natura fa il suo corso con rigogliose crescite che favoriscono la biodiversità, ma i cambiamenti sono pure legati alle attività dei residenti e ai nuovi bisogni individuati con l’utilizzo del giardino. Precisa la nostra interlocutrice: «L’aggiunta di un nebulizzatore, la creazione di un nuovo spazio per sedersi all’ombra generata dall’edificio, la posa di luci per permettere passeggiate all’imbrunire, sono alcuni accorgimenti introdotti per rispondere al meglio alle esigenze dei residenti». Il Pagnolo si propone quale luogo di vita accogliente sin dall’arrivo, come dimostra il muretto del parcheggio tinteggiato con colori vivaci che fungono al contempo da punto di riferimento per i residenti. Il motivo a strisce colorate fa riferimento all’ente Ricerca Demenze Svizzera – Fondazione Synapsis, richiamando così l’importanza degli studi sulle malattie legate al declino cognitivo, studi che hanno portato anche alla nascita dei giardini sensoriali. Informazioni www.pagnolo.ch www.ricerca-demenze.ch

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Viale dei ciliegi Sara Simoni Segreti che sussurriamo alle ombre Il Castoro OFF. (Da 14 anni)

Il «romance» è indubbiamente un genere letterario di tendenza nel pubblico giovanile, forse quello di maggior successo editoriale, anche grazie alla sua promozione sui social media, in comunità di lettori (soprattutto di lettrici), che trasformano la lettura in un’azione sociale (e quindi con connotazioni più attraenti rispetto alla tradizionale lettura solitaria), un’azione che comprende recensioni, commenti, condivisioni, e persino riscritture creative della storia del momento (la cosiddetta fan fiction). Il romance, insomma, è un genere che, lungi dall’essere letteratura di serie b, ha rinnovato in modalità degne di nota la storia della fruizione letteraria, e la sua definizione anglofona anche in italiano non è solo un modo per nobilitare il vecchio termine di «romanzo rosa», ma è un’indicazione precisa di specificità. Il romance, sì, pone l’amore al centro, talvolta con un’indagine piuttosto articolata sul mondo relazionale ed emotivo dei personaggi, ma i modelli femminili che mette in scena esprimono spes-

di Letizia Bolzani

so una femminilità moderna, fiera e ribelle alle convenzioni, che non ha bisogno di un partner per sentirsi realizzata. Inoltre, il romance si intreccia sovente con altri generi, come il giallo, lo storico, il gotico, il fantasy, dando vita a storie particolarmente interessanti. Naturalmente, come per tutti i generi, esistono anche romance scadenti, o francamente brutti, o che mettono in scena relazioni tossiche, di pessima ispirazione per le giovani lettrici. A maggior ragione, quindi, vale la pena di segnalare i romance di qualità, come quelli di Sara Simoni, giovane scrittrice italiana laureata in Lettere Classiche e

in Scienze e Tecniche della Comunicazione, che raccontano storie ambientate in città italiane, nel passato, con elementi di soprannaturale. Segreti che sussurriamo alle ombre si potrebbe definire tecnicamente un «romantasy», in cui c’è fusione di romance e di fantasy. Siamo a Torino, nel 1898. Clelia è l’unica donna iscritta alla facoltà di medicina, deve sopportare lo sprezzo di molti colleghi, ma porta avanti con fermezza i suoi studi. La sua vita alberga un segreto: a prendersi cura di lei, dopo averle salvato la vita quando da bambina era rimasta orfana, è Lucrezia, una donna vampira. Clelia le è grata, ma il senso di lealtà nei confronti di Lucrezia inizierà a vacillare quando Clelia incontrerà Brando, un giovane giornalista determinato a trovare il vampiro che gli ha ucciso il padre e che è convinto si stia aggirando per Torino. Un romanzo appassionante, che affronta anche temi molto attuali (come la violenza contro le donne), e non privo di una sottile ironia, che traspare sin dall’incipit: «Il Giornale delle Signorine diceva che il cucito era il passatempo più adatto a una ragazza in età da marito, e diamine se aveva ragione. Poche cose aiuta-

vano a svagare la mente e a rilassarsi quanto usare ago e filo su una ferita cutanea lineare». Randall de Sève-Kate Gardiner Provaci ancora, cucciolo Terre di Mezzo (Da 3 anni)

Il titolo originale è Sometimes we fall, a volte cadiamo, e in effetti questo albo è proprio un invito a superare la paura del fallimento: «può capitare. E va bene lo stesso», ripete mamma orsa al suo orsetto, che vorrebbe tanto salire sull’albero per cogliere una susina. La storia procede con poche, precise e misurate parole, che lasciano tutto lo spa-

zio alle grandi e belle illustrazioni, ma che, pur nella loro brevità, riescono a dar vita a una delicata suspense nel racconto dei timidi tentativi fatti da orsetto per raggiungere il frutto, riuscendo inoltre a creare una di quelle narrazioni a struttura iterativa-cumulativa, perfette per i piccoli, che amano sapere cosa aspettarsi ma anche avere ogni volta una piccola sorpresa. A ogni ripetizione della sequenza narrativa si aggiunge un nuovo elemento: «È un problema quando anche tu vorresti una bella susina viola… ma hai troppa paura di saltare. “E se provo a prenderla e non ci riesco?” Chiedi alla mamma. “A volte proviamo e non riusciamo, può capitare”, risponde la mamma addentando il frutto viola e maturo. “Va bene lo stesso”. È un problema quando anche tu vorresti una bella susina viola e matura, ma hai troppa paura di arrampicarti…». La susina, gustata dalla mamma imperturbabile (che con saggezza non interviene a sostituirsi al suo cucciolo, ma lo lascia prendere qualche rischio e provare, incoraggiandolo e supportandolo) ogni volta ha un aggettivo in più a connotarla: viola, matura, succosa… La storia – perfetta da leggere ad alta voce – procede con ritmo, e il finale è tenero e non scontato.


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Periodo di partecipazione: dal 22.08.2026 al 31.12.2026. È consentita una sola partecipazione al giorno per persona. Ogni partecipante può vincere al massimo un premio. Partecipazione riservata a persone maggiorenni residenti in Svizzera. Per partecipare, acquistare un prodotto selezionato, caricare lo scontrino su https://www.mms.com/fr-ch/disneyland-paris e compilare i campi obbligatori. Conservare lo scontrino e la confezione fino al 15.11.2027 ed esibirli su richiesta. I vincitori saranno estratti a sorte al termine della promozione e informati via e-mail. Saranno assegnati i seguenti premi: 1 × soggiorno a Disneyland® Paris per quattro persone: 1 pernottamento al Disney Hotel New York – The Art of Marvel (camera con 2 letti matrimoniali) + 2 giorni di ingresso a entrambi i parchi Disney® + volo diretto da Zurigo o Ginevra a Parigi (Economy) + 70 CHF di indennità forfettaria per le spese di viaggio a persona; 3 × soggiorno a Disneyland® Paris per due persone: 1 giorno di ingresso a entrambi i parchi Disney® + volo diretto da Zurigo o Ginevra a Parigi (Economy) + 70 CHF di indennità forfettaria di viaggio a persona; 50 × confezioni di M&M’S®. I premi sono riscattabili fino al 15.11.2027. Ogni partecipante riceverà un codice sconto del 20% sulle edizioni speciali M&M’S®, da utilizzare sul sito web mms.com/fr-ch/disneyland-paris, valido fino al 30.04.2027 e riscattabile per quantità di uso domestico. Sono esclusi il pagamento in contanti. Ulteriori informazioni e condizioni di partecipazione complete su mms.com/fr-ch/disneyland-paris. Organizzatore: Mars Schweiz AG, Neuhofstrasse 4, 6340 Baar, Svizzera. © 2026 Mars o affiliate.

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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXIX 16 settembre 2026

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SOCIETÀ / RUBRICHE

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Le parole dei figli

di Simona Ravizza

Comeback

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«Facciamo un 2016 comeback!» mi dice venerdì mia figlia diciottenne Clotilde, quando le chiedo perché sta uscendo in pantaloncini di jeans inguinali, calze autoreggenti, doppia maglia (t shirt sopra canottiera) e trucco pesante. Scopro così, ne Le parole dei figli, l’uso di comeback per indicare – nel senso letterale del termine – un ritorno al passato. In quest’accezione la Generazione Z lo usa per parlare di tendenze che spera ritornino: «Sarebbe davvero bello se i jeans strappati facessero un comeback!». Con lo stesso significato circolano anche formule miste come «Ragazzi, bring back le Vans colorate!», dall’espressione inglese to bring back, cioè riportare indietro. Vale per i vestiti – spesso capi vintage trovati nei mercatini – e per la musica, come l’album Santeria di Marracash e Guè (2016), in cui in Insta Lova

cantano: «Eccoti la Love Story, senza uscire mai fuori / Per te servono anche due caricatori! / Ti ho conosciuta così, ci siamo fidanzati su Whatsapp / Mi scrivevi di sì, di sì, di sì / Ed è finita in 3G, abbiamo divorziato su Whatsapp / Senza uscire da qui (…) / In questa nuova era, non mi tocca uscire più di sabato sera / Non devo girare su una Porsche Panamera, accendo il cellulare e sono già in discoteca». E vale anche per il cinema: Il padrino (1972), Taxi Driver (1976), L’Odio (1995). «È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani – dice Hubert, uno dei protagonisti ventiquattrenni de L’Odio –. A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio».

È un ritorno al passato che ha il sapore della nostalgia. Noi boomer diciamo: «Stasera andiamo a una festa anni Settanta!» e la viviamo come un evento collettivo, la rievocazione condivisa di un’epoca. Per la Generazione Z, invece, il comeback non è legato a un’occasione particolare: attraversa la vita quotidiana. Mi chiedo allora se ci sia una differenza di prospettiva, e quale sia. La studentessa Ella Faust, in Come la Generazione Z ascolta le sirene del passato, articolo pubblicato sul giornale della Washington University «The Common Reader», scrive: «Televisione, cinema e radio erano i mezzi con cui le persone del passato (noi!, ndr) esprimevano e diffondevano la loro nostalgia. Oggi Internet permette di provare questa nostalgia su scala molto più ampia. Offre accesso a una capsula del tempo dei decenni passati, ma grazie al web, possiamo scegliere

quali aspetti di quei decenni ammirare e quali ignorare. Internet permette agli adolescenti di usare il passato come via di fuga dal costante stimolo del mondo moderno. Come pesci fuor d’acqua, desideriamo fuggire in un mondo che non riusciamo nemmeno a comprendere appieno». Del resto lo dice anche Marcel Proust in À la recherche du temps perdu: «Il ricordo delle cose passate non coincide necessariamente con il ricordo di come fossero davvero». Il ritorno, però, ne Le parole dei figli, può avere anche il sapore del futuro. È un comeback la storia di due adolescenti che si rimettono insieme, di due amici che si riconciliano o, più in generale, di quel comportamento attribuito agli uomini: «Men always come back» («Gli uomini tornano sempre indietro») a indicare la facilità con cui tornano indietro sui propri passi.

Il ritorno al futuro può anche seguire un periodo negativo, difficile o di declino. «In vista degli orali è ora del mio comeback scolastico». Oppure: «Sono state settimane pesanti, ora vado dal parrucchiere e faccio un comeback!», cioè torno carina. Applicato a figure famose, vale per chi rientra dopo una lunga pausa: «Dopo un lungo periodo di silenzio il cantante X ha fatto il suo comeback», oppure «Dopo l’infortunio, questa stagione l’atleta Y ha fatto un comeback». E, soprattutto, il ritorno al futuro può essere un ritorno a sé st<essi. I Gen Z sembrano dirci che credono nella rivalsa, che è il loro comeback personale. Nostalgici già da giovani, ma anche ottimisti nella propria capacità di risollevarsi. Da questo nasce, a mio avviso, il fascino del comeback: un ritorno che ha la forma del domani.

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Terre Rare

di Alessandro Zanoli

Niente di nuovo sotto… l’IA ◆

dono davvero di dialogare con un essere senziente e si fidano per esempio dei responsi gastronomici sulle qualità di ristoranti, senza rendersi conto che si basano sulle classifiche già prodotte da tempo in aggregatori come Tripadvisor. Per quel che ci riguarda, come già rilevato nella scorsa puntata di questa rubrica, il maggior tempo a disposizione per la lettura della stampa offerto dalle vacanze ci ha permesso di notare come l’argomento tenga piede in modo massiccio sulle pagine dei media. Ad esempio, sono state riportate da varie testate le conclusiomagnific.com

Come sono andate le vostre prime vacanze con l’Intelligenza Artificiale? L’avete usata anche voi per confrontare offerte di viaggio, per trovare idee per l’impiego del tempo nelle località turistiche visitate, per scoprire percorsi sconosciuti o occasioni d’acquisto insperate? In realtà, nella maggior parte dei casi è proprio impossibile farne a meno. Tutte le richieste formulate sullo smartphone passano ormai di default all’interno di un’IA generativa, dove la stessa finestrella di Google non è nient’altro se non una porta d’accesso a Gemini. E però non è che la ricerca IA porti più lontano di quanto succedeva in passato. Se nella vecchia modalità si veniva indirizzati genericamente a siti istituzionali di agenzie turistiche, o magari a qualche pagina specifica di Wikipedia, oggi l’IA propone qualcosa di sostanzialmente simile, ma in tono apparentemente più personalizzato e competente. Tanto che alcuni cre-

Approdi e derive

ni dell’inchiesta compiuta dal gruppo di ricerca internazionale AI-Econ Lab (www.ai-econlab.com). Il lavoro voleva sondare l’impatto reale che avrà sul mercato del lavoro, nei prossimi anni, l’introduzione generalizzata dell’automazione IA. Lo studio ha riguardato 391 professioni, cercando di capire in che modo sarà possibile sostituirle con agenti digitali. Il risultato dell’esercizio è piuttosto impietoso ma non ci dice niente di nuovo, se non che a trovarsi al riparo da una possibilità di sostituzione «artificiale» sono tutti quei lavori in cui la componente relazionale ed empatica sono più presenti e necessarie. Tranquilli dunque docenti, educatori e addetti al settore sanitario. Stessa tranquillità dovrebbero poi condividere coloro che sono occupati in comparti dove la manualità è fondamentale, come parrucchieri e lavoratori dell’edilizia. Per tutti gli altri, dagli impiegati d’ufficio ai giuristi, da-

gli ingegneri agli architetti, dai giornalisti agli informatici, saranno tempi duri. L’IA si è dimostrata sicuramente più veloce e performante: magari non precisa nell’esecuzione dei compiti, ma ciò sembra poco importante. Il miglioramento della produttività è fondamentale, per i datori di lavoro. Probabilmente col tempo anche la macchina imparerà la precisione. E, tutto sommato, non sono solo gli attori del mondo economico a riporre grande fiducia nello strumento. Ognuno di noi sembra propenso ad affidarsi alle risorse dell’IA, sulla spinta di una sincera voglia di migliorarsi e di sperimentare nuovi strumenti in grado di suggerirci idee. Magari sovrastimando però il valore delle risposte ricevute. Ci ha fatto riflettere il caso di una pittrice dilettante, incontrata in un paesino di villeggiatura, che ha organizzato una mostra dei suoi quadri, ispirati al tema della violenza contro le donne.

Il proposito era naturalmente onorevolissimo. I dipinti di per sé non erano, onestamente, di particolare bellezza. Si trattava di nature morte floreali, in cui una mano interagiva in modo «violento» con i fiori raffigurati. Senonché la pittrice, forse cosciente dello scarso impatto emotivo dei suoi lavori, ha chiesto a un grafico di fotografarli digitalmente e di animarli con l’IA. Il risultato, mostrato al termine del percorso espositivo su uno schermo TV, era di un effetto splatter davvero orribile. Fuggendo da una manifestazione tanto evidente di kitsch, ci siamo chiesti quanto davvero l’IA, perlomeno in ambito creativo, sarà in grado di migliorarci, o quanto invece saprà semplicemente mettere in mostra il nostro cattivo gusto. Ma anche questa conclusione, comunque, non ci dice nulla che non sapessimo già. Tranne la canicola, niente di nuovo sotto il sole, quest’estate: nemmeno con l’IA.

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di Lina Bertola

Profumo di scuola

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Canicola di metà agosto, entro in un grande magazzino pieno di turisti alla ricerca di frescura e vengo accolta da una sontuosa esposizione di materiali scolastici. «Tutto per la scuola»: un rituale consueto in cui le immancabili offerte promozionali si intrecciano con suggestivi richiami a fantasie infantili. Forse è solo un’impressione dettata da mala tempora, ma questa overdose di decorazioni e luccichii, questa esibizione un po’ spudorata di immagini con velleità simboliche, mi appaiono più del solito una fastidiosa esagerazione. Diari, matite colorate, astucci e zainetti mascherati a tal punto che mi è difficile ritrovare, tra gli oggetti esposti, quel profumo di scuola che mi accompagna da una vita, proprio come le celebri madeleines di proustiana memoria. Con un po’ di fatica per queste interferenze indesiderate, la visione di

tante cose belle riesce però a far affiorare un’altra bellezza, custodita in tanti vissuti. Percepisco finalmente la presenza di un altrove invisibile. Questa esperienza di trascendenza dal visibile all’invisibile è resa possibile proprio dal pervasivo linguaggio dei consumi. Da un consumismo che diventa in qualche modo metafisico. L’espressione può sembrare un ossimoro, perché il richiamo consumistico di tanti kit sgargianti è un invito ad acquistare e a maneggiare oggetti. E il desiderio di poterli tenere tra le mani per felici esibizioni in aula, è un invito ad abitare in un orizzonte di concretezza, a sostare nella fisicità di pratiche condivisioni, lontani da emozioni, sentimenti e pensieri che potrebbero venirci incontro da un altrove. In realtà non è sempre così: il nostro agire, anche nelle minuscole vicende quotidiane, rimane per fortuna sem-

pre aperto a possibili esperienze di trascendenza. Può accadere, infatti, che anche l’esibizione della bellezza di tanti oggetti frivoli, squadernata davanti ai nostri occhi, ci porti a incontrare un’altra bellezza nascosta. Un po’ come, a inizio Novecento, aveva suggerito la corrente di pittura metafisica con i suoi oggetti sospesi in spazi immobili a indicare la possibilità di andare oltre ciò che appare, per svelarne l’essenza. Si pensi ad esempio alle famose opere di Giorgio de Chirico, entrate nell’immaginario collettivo e avvolte in un senso di mistero. La ricerca nelle cose materiali di una realtà non contingente, la capacità di accogliere significati invisibili nella fisicità degli oggetti, possono rivelarsi un’esperienza preziosa per ciascuno di noi. Un’esperienza da coltivare come occasione feconda per tenerci in contatto con il nostro mondo in-

teriore, per farci sporgere lo sguardo su altri vissuti, per dare voce ai tempi dell’anima, spesso soffocati in quel tempo reale che ci insegue e inghiotte le nostre giornate. È un’esperienza bella che della bellezza custodisce il significato autentico: purezza e gratuità, al di là delle sue effimere, stereotipate rappresentazioni da cartolina. Ma bisogna saperla riconoscere, non tanto in ciò che le cose mostrano di sé quanto piuttosto in ciò cui alludono. Anche in questo mondo ridotto a mercato, il suo valore ci chiama come una promessa e insieme come un invito ad andare oltre il cartellino del suo prezzo, per ospitare quel di più della vita che può donare una luce nuova anche alle ombre lunghe di fatiche, nostalgie e sofferenze. Della bellezza nascosta della scuola, molto spesso tradita e maltrattata, ho parlato spesso su queste pagine.

Mi piace richiamare oggi, all’inizio di un nuovo anno, le sue atmosfere preziose, la sua forza progettuale che, da sempre, è fiducia in un mondo almeno un po’ migliore. O il valore dell’esperienza della conoscenza, la sua gratuità e lentezza, intima e insieme condivisa, a contrastare il mantra di conoscenze spendibili nel mercato della vita. Il valore del tempo non misurabile dell’educarsi che della vita custodisce la qualità, la purezza del suo esserci, al di là di ogni misura. E, soprattutto, il valore di quel prendersi cura della vita che sempre ancora riconosco nell’impegno di tanti maestri. Mi piace concludere con pensieri di bellezza un lungo viaggio tra «approdi e derive». Termino con un auspicio: che il titolo della mia rubrica possa finalmente essere capovolto. L’auspicio che dalle troppe derive del presente possano fiorire nuovi approdi.


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ATTUALITÀ ●

Intervista a Pascal Grieder Il direttore della Posta svizzera parla dei cambiamenti e delle sfide che attendono il gigante giallo

Si vota sulla neutralità La consultazione del 27 settembre riaccende il confronto sul posto della Svizzera nel mondo

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Dietro il successo dell’AfD La vittoria dell’estrema destra in Sassonia-Anhalt apre interrogativi sul futuro politico dell’Europa

Se Roggero fosse svizzero? Il caso del gioielliere piemontese che ha ucciso due rapinatori in fuga alla prova del diritto elvetico

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Quanto conta ancora il marchio?

Economia ◆ Da Temu a Shein, il successo dell’ultra-low cost sta cambiando le abitudini di consumo. Nell’epoca delle imitazioni e della convenienza estrema, che cosa spinge davvero a scegliere un prodotto? Edoardo Beretta

Che i consumi globali siano profondamente cambiati dal Secondo dopoguerra in poi – si potrebbe persino sostenere che, così per come li conosciamo, non esistevano sino ad allora – è chiaro. Sin al più tardi dagli anni del «miracolo economico» nei primi anni Cinquanta e Sessanta con il loro fabbisogno «ruggente» di elettrodomestici di largo utilizzo, ma anche di mobilio o articoli per la cura della persona, il consumatore mediamente benestante si è sempre più concesso piccoli o grandi «lussi», trasformando il possesso di qualcosa in spesso fine a sé stesso e non essenziale. Non è, infatti, un caso che il termine status symbol abbia fatto la sua prima apparizione proprio fra il 1955 e 1959, sebbene si dovrà attendere gli anni Ottanta e – parzialmente – Novanta per assistere all’apogeo supportato anche dai cosiddetti yuppies.

Dagli anni Duemila in poi il modello di consumismo «accelerato» è iniziato a cambiare sostanzialmente. Basti solo pensare al parziale spostamento da acquisti instore (cioè in un negozio fisico) a sempre più offstore (cioè tramite piattaforme digitali, i cui precursori sono stati i cataloghi cartacei di vendita per corrispondenza). A ciò si aggiunge come i consumi siano parzialmente «liquidi» e privilegino il possesso immediato – ad esempio sotto forma digitale – piuttosto che disporne materialmente. Nel contempo, anche la divisione dei lavori alla base della prosperità delle Nazioni teorizzata dal filosofo ed economista Adam Smith (1723-1790) è andata alterandosi: la Cina – da «fabbrica del mondo» in cui produrre a basso costo su incarico dell’Occidente – è invece assurta a protagonista di tale cambiamento con nuovi marchi e piattaforme di e-commerce che puntano a offrire merci (sia all’ingrosso sia al dettaglio) sempre più rapidamente, a basso prezzo ma con caratteristiche percepite dall’occhio del consumatore come comparabili con i brand veri e propri. Grazie anche all’influsso dei social media, la generazione Z (cioè i nati fra il 1997 ed il 2012) è il principale target della cultura «dupe», cioè di quella tendenza ad acquistare prodotti economici ispirati a noti articoli di lusso senza però usare marchi o loghi falsi. Fra i grandi offerenti di prodotti «dupe» vi sono – fra le altre – le piattaforme di e-commerce cinesi

Keystone

Un «dupe» (da duplicate) è un prodotto economico e legale che imita le caratteristiche di un articolo di lusso o famoso

AliBaba, fondata nel 1999 e tuttora la più redditizia con un fatturato di 148,4 miliardi di dollari (https:// www.macrotrends.net/stocks/charts/BABA/alibaba/revenue), ma anche Temu (fondata nel 2022) e Shein (fondata nel 2008) con ricavi rispettivamente pari a 92,5 miliardi di dollari (https://ecdb.com/resources/sample-data/retailer/temu) e 71,2 miliardi di dollari (https://ecdb.com/resources/sample-data/retailer/shein). Proprio queste ultime sono concorrenti globali sempre più «incombenti» grazie al fatto di fungere da «vetrina» anche per venditori presenti in molte delle principali Nazioni degli utenti. Peraltro la loro crescente diffusione all’infuori della Cina contribuisce al suo soft power ovverosia quell’attrattività anche sociale finora ancora contenuta se raffrontata a Paesi quali gli Stati Uniti. Tuttavia, il punto nodale è forse un altro ancora e si collega a come le diseguaglianze economiche all’interno della società non risparmino – anche alle nostre latitudini – il ceto medio altrettanto gravato da premi della cassa malati in crescita, rispar-

mi bancari scarsamente remunerati e sempre nuove voci di spesa nei bilanci domestici.

Quanti sceglierebbero davvero «l’essenzialità» laddove potessero facilmente permettersi quel «di più»? Siamo, quindi, di fronte alla «fine» dello status symbol e (prima ancora) della ricerca del marchio negli acquisti? Mai dire mai, sebbene sia altamente improbabile: basti soltanto pensare anche alle recenti file di fronte a megastore o punti vendita del brand stesso per accaparrarsi per tempo il nuovo modello del prodotto di turno. A ben guardare, però, trattasi di oggetti sì di marca e considerati cult, ma non per forza particolarmente cari: e – se costosi – vengono spesso acquistati a scopo di rivendita a prezzo maggiorato. È, dunque, senz’altro vero che i giovani sono maggiormente resistenti ai modelli di consumo dei propri genitori e non cercano a tutti i costi il marchio quanto piuttosto l’essenzialità a parità

di funzione. Come potrebbero infatti, trovandosi spesso in mobilità studentesco-lavorativa, situazioni abitative temporalmente precarie e/o dagli spazi contenuti? Ecco che la funzionalità deve prevalere sul «di più» del brand. Tuttavia, non è escluso che gli attuali modelli di consumo siano ben più semplici da spiegare sotto il profilo socioeconomico. Siamo, infatti, sicuri che molti non ricercherebbero il marchio laddove il prezzo d’acquisto raffrontato al reddito disponibile glielo consentisse con agevolezza? In altre parole: quanti sceglierebbero davvero «l’essenzialità» laddove potessero facilmente permettersi quel «di più»? Temu e Shein – giusto per citare alcuni esempi aziendali di rilievo – sono quindi sì il risultato di un modello di commercio elettronico innovativo caratterizzantesi per una grande varietà di prodotti, ma uno degli «ingredienti» imprescindibili della formula di successo rimane la strategia del prezzo ultracompetitivo. Se i beni di largo consumo ma anche di qualità sono oggigiorno – raffrontati al reddito disponibile dell’individuo medio – da notevolmente a generalmente meno

cari rispetto al passato, non si può dire altrettanto di molti beni di lusso. Giusto per citare un esempio fra altri possibili: una celebre borsa a mano nel 1955 costava x, nel 1990 5,23 volte x e nel 2025 ben 51,36 volte x, registrando così un incremento di più del 5000% in 70 anni. Se raffrontati al reddito disponibile di un soggetto americano, il prezzo d’acquisto incideva nel 1955 per il 12,5%, nel 1990 per il 6,7% e nel 2025 per il 16,5% confermando (pur con tutta la cautela da prestare in tali raffronti) che nel 1990 ci si poteva permettere certi prodotti più facilmente. Come possono operare allora le aziende, se i marchi devono da un lato rimanere tali e non «svendersi» ma dall’altro sempre meno individui possono (o vogliono) concederseli? Puntare su qualità e servizio al cliente nel tempo oltre che durevolezza del prodotto di marca contro ogni forma di «obsolescenza programmata», e al crescente impatto ambientale che ne deriva, rimangono senz’altro elementi vincenti. Ma anche riflettere su prezzi minori (laddove possibile) non deve essere un «tabù». Perché una cosa è certa: il brand è e rimane attrattivo.


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ATTUALITÀ

«Fatico a immaginare un futuro senza lettere» Posta svizzera ◆ Pascal Grieder, CEO dal 2025, parla delle sfide che attendono il gigante giallo tra digitalizzazione, servizio pubblico e cambiamenti nelle abitudini dei e delle clienti Christian Dorer

Il direttore generale della Posta Svizzera racconta come cambiano i servizi dell’azienda tra il calo della corrispondenza tradizionale, il boom dei pacchi e la trasformazione digitale.

Si parla tanto dei pacchi che provengono dalla Cina, ma anche l’anno scorso, nonostante l’aumento dei volumi di spedizione, solo il 20% dei pacchi proveniva dalla Cina.

Pascal Grieder, lei non lavora soltanto in ufficio: ogni tanto sale anche sul motorino dei postini. Che cosa ha scoperto durante questi giri? In centrale è possibile capire sfide e processi di lavoro solo su un piano teorico. Per capire le cose fino in fondo, però, è necessario andare al fronte. Una cosa mi ha stupito: la consegna della posta è molto più impegnativa di quanto immaginassi.

Sempre più gente vuole tutto subito. Ci sono aziende che pubblicizzano le consegne in giornata. Lei cosa fa? È una storia breve: abbiamo introdotto l’offerta, le e i clienti si sono dimostrati interessati, ma senza essere disponibili a pagare. Dunque l’abbiamo eliminata. Ora stiamo testando altri metodi per diventare più veloci, ad esempio con due finestre di consegna giornaliere. Alla fine però resta la domanda: il valore aggiunto è grande abbastanza per giustificare tutti gli sforzi?

È passato dalle telecomunicazioni alla guida della Posta Svizzera, un’azienda osservata da vicino da politica, media e cittadini. Sente la mancanza dell’economia privata? Meno di quanto avrei immaginato. Circa il 90% delle entrate della Posta proviene infatti dal libero mercato e dalla concorrenza. Detto questo, in un’azienda come la nostra si confrontano interessi molto diversi, per cui è raro che vi sia unanimità. Inoltre, i processi politici richiedono spesso tempi piuttosto lunghi.

Per quanto ancora ci saranno gli uffici postali? In tutto abbiamo circa 2000 uffici postali serviti da personale. Circa 700 di questi sono sedi nostre, gli altri sono partner come il negozietto di paese o la cancelleria comunale. Questo sembra un modo cortese per dire: andiamo avanti a chiudere. La Posta si trova in un momento di trasformazione. Fondamentalmente anche in futuro cercheremo di stare il più vicino possibile alla clientela. Ma sì, la pressione economica è grande, e se sempre meno gente viene nelle filiali postali, prima o poi non possiamo più finanziare l’infrastruttura. Per questo cerchiamo nuove possibilità di fatturato nelle filiali.

Una delle grandi sfide della Posta riguarda la corrispondenza: negli ultimi dieci anni il volume delle lettere è diminuito del 40%. In Danimarca l’operatore storico ha deciso di abbandonare il recapito delle lettere. È uno scenario che potrebbe verificarsi anche in Svizzera? Auguri di buon compleanno, cartoline, inviti: mi risulta difficile immaginare un futuro senza lettere, e non credo nemmeno che scompariranno del tutto. Ma continueranno a diminuire. In Danimarca oggi sono le ditte private a occuparsi delle lettere, e il francobollo costa più di 5 franchi… Vuole aumentare la Posta A da CHF 1,20 a 1,40. In questo modo non accelera il declino che vorrebbe evitare? Può darsi. Ma purtroppo l’aumento del prezzo è una scelta senza alternative. Poiché il volume delle lettere diminuisce in modo così importante, ogni anno perdiamo circa 85 milioni di franchi. Una parte la possiamo compensare diventando più efficienti in azienda e risparmiando sui costi. Ma non basta. Se il volume dimi-

Beat Schweizer

La «NZZ» ha descritto il suo lavoro come uno «dei più duri del Paese»... Per me è uno dei migliori lavori del Paese! È come quando si scia: chi scia volentieri, ogni tanto ama andare su una pista nera. Senza sfide mi annoio piuttosto in fretta.

nuisce, la singola lettera diventa più cara. Nel confronto internazionale, i nostri prezzi rimangono comunque molto buoni. Vi è anche la proposta di non consegnare la posta tutti i giorni. Potrebbe essere una soluzione per garantire il futuro del servizio? Al momento i partiti e i gruppi d’interesse stanno prendendo posizione sulla revisione della legge sulle poste. Essa prevede la possibilità di discutere di questa opzione, sebbene non prima del 2035. Per noi sarebbe molto più efficiente perché il postino un giorno potrebbe consegnare la posta in una metà del villaggio, e il giorno dopo nell’altra. Le spedizioni espresso e la consegna quotidiana dei pacchi andrebbero avanti lo stesso.

Vi è anche l’idea di una bucalettere centrale di quartiere. Ha davvero intenzione di eliminare la buca delle lettere davanti alla mia porta di casa? No, questo è un malinteso. Le bucalettere di raccolta esistono già, ad esempio in campagna, quando il tragitto per il postino è particolarmente lungo, o in alcuni quartieri cittadini. Ora si vuole ancorare anche giuridicamente il fatto che ciò sia possibile, a patto che siano tutti d’accordo. Quali sarebbero i benefici di una simile soluzione? Una soluzione centrale in un locale chiuso può essere più sicura di un pacchetto che giace senza protezione davanti a una porta di casa. Ma

non si tratta di costringere la gente. Continueremo a consegnare la posta nella bucalettere della gente. A proposito di pacchi: se da una parte diminuiscono le lettere, la posta dei pacchi esplode. Per quanto andrà avanti questo trend? Credo che questa tendenza continuerà ancora per diversi anni. Rispetto ad altri Paesi, come la Gran Bretagna, in Svizzera il numero di pacchi per abitante è ancora relativamente basso, circa la metà. Non vedo quindi un picco all’orizzonte nel breve periodo. Un pacco proveniente dalla Svizzera vi rende tanto quanto uno che viene dalla Cina? Sì, per noi non c’è alcuna differenza.

Perché la gente lotta per un ufficio postale che non usa nemmeno? A volte c’è in gioco più dell’ufficio postale. Quando questo scompare, si ha anche l’impressione che il proprio paese non sia più tanto importante. Nel mio Paese ciò è già successo, perciò riesco a capire bene i sentimenti in gioco. Ma ho anche visto come la maggior parte della gente, dopo qualche tempo, trovasse meglio la soluzione con gli orari di apertura prolungati. Un tempo la Posta rappresentava una porta verso il mondo, oggi si può vivere anche senza di essa. La Posta si trova in una crisi di identità? No, lo nego con veemenza! Un tempo la Posta era più rilevante per le lettere, oggi rende possibile il fiorente commercio online. Quattro su cinque pacchetti vengono consegnati da noi. Se Migros o Digitec Galaxus consegnano qualcosa, noi ci prendiamo cura del fatto che venga recapitato alla cliente o al cliente. Questo ruolo rende oggi la Posta molto più rilevante di un tempo. Annuncio pubblicitario

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ATTUALITÀ

La Svizzera decide sulla neutralità

Confederazione ◆ Indipendenza o isolamento? Le ragioni di chi sostiene e di chi contesta l’iniziativa al voto il 27 settembre Alessandro Carli

La neutralità è riconosciuta dal diritto internazionale dal 1815 ed è presente nella Costituzione federale dal 1848 L’iniziativa citata, depositata da Pro Svizzera e dall’UDC nell’aprile del 2024, vuole che nella Costituzione la neutralità svizzera sia definita «permanente e armata». Chiede che la Svizzera non partecipi a sanzioni contro Stati belligeranti e non aderisca ad alleanze militari o difensive. La collaborazione con quest’ultime è ammessa soltanto in caso di aggressione militare diretta contro la Svizzera. Il testo chiede pure che il nostro Paese non partecipi a scontri militari tra Stati terzi. Le sanzioni economiche sarebbero autorizzate solo se decise dall’Onu, veti incrociati del suo Consiglio di sicurezza permettendolo. In materia, i promotori dell’iniziativa biasimano la ripresa da parte del-

Keystone

Per dire no alla guerra, la Svizzera deve adottare un concetto più restrittivo della sua neutralità, presente nella Costituzione federale dal 1848 e divenuta uno dei simboli dell’identità elvetica. È quanto sostengono i promotori dell’iniziativa popolare «Salvaguardia della neutralità svizzera», sottoposta al voto di Popolo e Cantoni il prossimo 27 settembre. Secondo il Comitato d’iniziativa, la neutralità ha preservato la Svizzera dagli orrori della guerra, garantendole pace, sicurezza e benessere. Tuttavia, dagli anni Novanta, questo principio cardine dello Stato federale è stato sempre più indebolito. Si tratta ora di precisarlo e rafforzarlo. Gli oppositori ritengono invece che l’attuale prassi abbia dimostrato la propria efficacia e che un irrigidimento del principio limiterebbe il margine di manovra della Svizzera in materia di politica estera e sicurezza. Respingere l’iniziativa – affermano – non significa rinunciare alla neutralità, bensì a renderla più credibile. L’esito del voto si annuncia incerto.

la Svizzera delle sanzioni dell’Unione europea contro la Russia, in seguito alla guerra scatenata dal Cremlino contro l’Ucraina. Il comitato d’iniziativa si oppone anche all’«illusorio» avvicinamento del Consiglio federale alla Nato, al posto di «occuparsi della mancanza di equipaggiamento per la nostra Difesa nazionale». Per i fautori, l’iniziativa permette alla Svizzera di adempiere i propri obblighi nei confronti delle Nazioni Unite e di avvalersi della propria rafforzata neutralità permanente per prevenire e risolvere conflitti, offrendo i propri buoni uffici in qualità di mediatrice. Promotrice dell’iniziativa, come detto con Pro Svizzera, l’UDC è anche il solo partito a difenderla in Parlamento. La neutralità permanente e armata «si è rivelata una carta vincente». Non va quindi «reinterpretata da maggioranze politiche fortuite» e applicata «a geometria variabile», come

avviene da alcuni decenni. «Di fronte alle crescenti tensioni tra le grandi potenze, la neutralità deve rimanere un pilastro fondamentale della Confederazione». Nella campagna promossa dall’UDC è sceso in campo anche il suo peso massimo Christoph Blocher, già consigliere federale, che ritiene «pericoloso» l’attuale approccio internazionale del Governo. A suo modo di vedere, per i piccoli Stati la neutralità è determinante per prevenire le aggressioni. Per l’ex consigliere nazionale Walter Wobmann (UDC/SO), presidente del comitato d’iniziativa, la neutralità non è un «relitto del passato, come certi oppositori vorrebbero far credere», ma un principio di politica estera alla base della libertà, in particolare in tempi turbolenti caratterizzati da guerre in Europa e Medio Oriente, nonché da tensioni tra le grandi po-

tenze. Accettare l’iniziativa – secondo il consigliere nazionale Lorenzo Quadri (Lega) – è l’unico modo per «ripristinare la neutralità svizzera e ridarle credibilità». Consiglio federale, Parlamento e tutti i partiti (a parte l’UDC) respingono l’iniziativa. Contrariamente a quanto sostengono i fautori, essa indebolirebbe la neutralità al posto di rafforzarla. Gli oppositori respingono un concetto rigido della neutralità che deve invece restare flessibile, viste le tensioni geopolitiche attuali. La stessa è riconosciuta dal diritto internazionale dal 1815 ed è presente nella Costituzione federale dal 1848. «La nostra neutralità funziona e non è il caso di cambiarla. La Svizzera è sempre stata neutrale e lo rimarrà». Queste le parole del ministro degli Esteri Ignazio Cassis, secondo cui «la neutralità è uno strumento al servizio degli interessi della Svizzera:

protegge la nostra libertà, la nostra sicurezza e la nostra indipendenza». Secondo il Consiglio federale, se accettata, l’iniziativa ostacolerebbe la cooperazione in materia di sicurezza, che va preparata prima e non quando la Svizzera è già stata aggredita, come prevedono i sostenitori dell’iniziativa. Da qui l’importanza per il nostro Paese – sottolineano gli oppositori – di collaborare con i suoi partner internazionali, segnatamente l’Ue e la Nato, sempre nel rispetto del diritto della neutralità. Se l’iniziativa fosse accolta, ne soffrirebbe anche l’industria bellica elvetica. Per difendersi la Svizzera deve poter fare affidamento sulla solidità della propria industria degli armamenti. Ove non fosse più ritenuta un partner affidabile in materia di sicurezza – afferma ancora il Consiglio federale – la Svizzera comprometterebbe la fiducia nelle imprese d’armamento del nostro Pese. Nel 2025, l’86% delle esportazioni di materiale bellico svizzero erano destinate all’Europa. Infine i contrari ricordano che l’iniziativa intende sancire una prassi in parte già applicata che supera quella attuale solo in fatto di sicurezza e di sanzioni. A questo punto è lecito chiedersi se non le si poteva opporre un controprogetto diretto. La questione è stata ampiamente dibattuta in Parlamento: il Consiglio degli Stati, in materia di neutralità, voleva ancorare nella Costituzione la prassi attuale, mentre il Consiglio nazionale la riteneva del tutto superflua. Il controprogetto è così stato accantonato in procedura di conciliazione. Dal canto suo, il consigliere federale Ignazio Cassis, nell’ambito della guerra in Ucraina, aveva proposto, già nel 2022, una «neutralità cooperativa». Allora presidente della Confederazione, il nostro ministro degli esteri voleva combinare la tradizionale neutralità svizzera con una maggiore collaborazione internazionale. Si era però dovuto inchinare al pollice verso del Consiglio federale. Ora dovrà vedersela con il verdetto popolare.

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Cosa succedeva quando sono nata, il 26 marzo 1955 Sono nata alla Carità di Locarno il 26 marzo 1955 e sono cresciuta a Caviano (Gambarogno), dove i miei gestivano una pompa di benzina con negozio e ristorante. Dopo la scuola dell’obbligo ho lavorato con loro. Rifarei tutto, nonostante la fatica. Oggi canto in un coro parrocchiale. Sogno nel cassetto? Viaggiare di più, tanto di più. (Laura Clerici di Cugnasco) Cara Laura, nasci in un mondo dominato dalla Guerra fredda che divide l’Europa in due blocchi contrapposti. Sono gli anni del boom economico e, anche in Ticino, è iniziata l’era degli elettrodomestici. Però la lavatrice resta un lusso per molte famiglie. Su «Azione», settimana dal 24 al 30 marzo 1955, troviamo l’illustrazione di una «macchina da lavare automatica» che si può provare «senza impegno» a Lugano, definita «l’entusiasmo della massaia svizzera». Pensate al tempo risparmiato dalle donne, che cominciano a guardare oltre i confini imposti... E nemmeno a noi interessa restare a casa: dal giornale afferriamo solo cu-

Il nuotatore francese Gilbert Bozon. (Wikipedia)

riosità e scintille che vogliono andare lontano. Come te. Partiamo dal transatlantico «il Conte Biancamano della Società Italia» – se ne parla in un articolo intitolato Potenziati i servizi marittimi – restituito dagli Alleati e completamente rinnovato: «È oggi una delle nostre unità

più signorilmente ospitali: dispone di tre piscine, di tre cinematografi, di impianti sportivi e fisioterapici, di lussuosi saloni con aria condizionata e di telefono transoceanico». Si annunciano «viaggi straordinari» che porteranno i passeggeri da Genova verso Venezuela, Colombia e Antille… Rotte che per molti significano emigrazione, avventura, commercio, amori e dolori. Ma nel «tuo» anno anche nei cieli aumenta il movimento. Dieci anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, racconta «Azione», Lufthansa torna a operare voli di linea, simbolo di una Germania che riallaccia i collegamenti internazionali e guarda al futuro. La stessa fiducia nel domani si riflette sulle strade. Nel 1954 l’industria automobilistica italiana registra un «nuovo record della produzione», lo dice il giornale: 216’700 veicoli, con un aumento del 24,3% rispetto al 1953. Le esportazioni salgono a 44’136 unità. Sono gli anni della motorizzazione di massa trainata dalla Fiat, mentre marchi come Alfa Romeo e Lancia si rivolgono a una

clientela più ristretta e benestante. Dalle strade italiane lo sguardo torna poi a spingersi più lontano: sul settimanale troviamo una storia che sembra uscita da un romanzo d’avventura. Protagonista è lo svizzero Peter Ryhiner (1920-1975), cacciatore e commerciante di animali esotici, che per risolvere i suoi problemi finanziari, aggravati dal recente matrimonio, decide di partire alla ricerca di «due rinoceronti indiani, domandati dallo zoo di Basilea». L’uomo diventa famoso dopo la cattura, a Calcutta, di un esemplare eccezionale di pitone: tutto bianco ma con gli occhi azzurri (non albino). Lo chiama Serata, dal sanscrito «bellezza». Trasportato suo malgrado prima a New York e poi in Svizzera, l’animale attira folle di curiosi. Qualche anno più tardi Ryhiner racconterà le sue avventure nel libro The Wildest Game (1958), scritto con Daniel P. Mannix. Un’altra scintilla per te. Allora «Azione» pubblica ogni due settimane uno spazio riservato «ai lettori sotto i 15 anni»: La tribuna dei piccoli. Dove leggiamo la storia del nuota-

di Romina Borla tore francese Gilbert Bozon, passato da un’infanzia modesta a Troyes, «una grigia città della provincia francese», ai successi internazionali e alle Olimpiadi. Grazie allo sport arriva a guadagnare abbastanza da potersi comprare «uno scooter e un giradischi» (gli anni Cinquanta!), contribuendo anche a migliorare le condizioni di vita dei suoi genitori. C’è di più: mentre si allena e colleziona vittorie, riesce anche a ottenere il diploma di elettricista. «Con il coraggio e la costanza si può andare molto lontano», commenta il giornalista. L’ultima sorpresa contenuta nell’edizione citata riguarda uno dei numeri più curiosi che esistano: 12’345’679. Moltiplicato per 9 dà 111’111’111, per 18 dà 222’222’222, per 27 dà 333’333’333 e così via, fino a 81, che restituisce 999’999’999. Un piccolo prodigio aritmetico capace di stupire, nel 1955 come oggi. Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno».


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Cosa significa la vittoria dell’AfD

Germania ◆ La netta affermazione dell’estrema destra in Sassonia-Anhalt apre interrogativi sul futuro politico dell’Europa Marzio Rigonalli

Alle volte basta un evento, un colpo di scena, o qualcosa d’altro di una certa rilevanza, per scatenare un terremoto politico. È quanto è successo in Sassonia-Anhalt, una delle più piccole delle 16 regioni che compongono la Germania. Questo Land conta soltanto 2,1 milioni di abitanti e dal 1949 al 1990 faceva parte della Germania orientale. Le ultime elezioni regionali l’hanno proiettato sul palcoscenico nazionale e su quello internazionale. Al centro della scossa politica c’è stata la netta vittoria dell’AfD (Alternativa per la Germania), un partito di estrema destra, e la conseguente sconfitta dei partiti tradizionali.

Davanti allo slogan «Comincia qui», il candidato di punta Ulrich Siegmund (pollice alzato) festeggia il successo elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt. (Keystone)

Un cancelliere debole Molto è già stato scritto sulle cause di questo risultato elettorale. Conviene quindi soffermarsi sulle possibili conseguenze, sia in Germania sia in Europa. Sul piano interno, due sono le ripercussioni che meritano attenzione. La prima riguarda il futuro di Friedrich Merz. Dopo questa pesante sconfitta, il cancelliere riuscirà a restare al potere a Berlino, dove risiede dal maggio dell’anno scorso, e a guidare l’alleanza con i socialdemocratici? Merz aveva promesso di dimezzare il consenso elettorale dell’AfD. Non ci è riuscito. Anzi, i consensi per l’estrema destra sono aumentati. I sondaggi a livello federale dicono che oggi l’AfD raccoglie il 28% di voti favorevoli, mentre la CDU, il partito del cancelliere, si ferma al 22%. Le critiche contro Merz cominciano a emergere anche

all’interno del suo partito e indeboliscono una leadership già poco popolare. Le prossime elezioni nazionali si terranno nel 2029. Un cancelliere debole non è un fattore positivo né per la Germania né per tutta l’Europa. La seconda conseguenza tocca l’applicazione del programma dell’AfD. È un insieme di misure contrarie ai valori, alla politica e alla cultura occidentali. Sono previsti: l’abolizione del diritto all’asilo, l’allontanamento dalla scuola degli alunni handicappati e dei figli di stranieri, la promozione della famiglia tradizionale con padre e madre, la riforma dell’insegnamento della storia, in modo che

non si parli più del nazismo, bensì di Bismarck e dei periodi storici anteriori, la remigrazione di tutti gli stranieri naturalizzati o immigrati di seconda generazione. Sul piano internazionale si vogliono togliere le sanzioni applicate contro Mosca, si intende ricomperare il gas russo e tagliare tutti gli aiuti all’Ucraina. Sono misure che, almeno in parte, rinviano a provvedimenti adottati durante il nazismo e che lasciano esterrefatto chi li scopre e non vuole si ritorni a passati storici drammatici. Occorrerà vedere se chi governerà nella Sassonia-Anhalt, nei prossimi mesi, riuscirà ad applicare almeno una parte di queste misu-

re e come reagirà il Governo centrale. E bisognerà anche attendere i risultati delle prossime elezioni regionali, in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino, previste il 20 settembre. Sul piano internazionale non hanno sorpreso i complimenti indirizzati da Mosca e da Donald Trump all’AfD per la sua vittoria elettorale. Soddisfazione è stata espressa anche da diversi partiti della destra radicale europea, che vedono nel successo del partito tedesco un ulteriore segnale della crisi di consenso che attraversa l’Unione europea. Molte di queste forze condividono infatti l’obiettivo di restituire maggiori competenze agli Stati nazio-

nali e di limitare il potere delle istituzioni comunitarie. Tuttavia, considerate alcune proposte particolarmente controverse dell’AfD, le manifestazioni di entusiasmo sono rimaste perlopiù prudenti. Resta da vedere se la spinta che arriva dalla Sassonia-Anhalt darà nuovo ossigeno e forza all’estrema destra europea. Non è escluso che ciò avvenga, perché in alcuni Paesi l’estrema destra è già arrivata in Governo e in altri è alle porte del potere. In Francia, per esempio, Marine Le Pen, la leader del Rassemblement national, è data chiaramente favorita per l’elezione presidenziale del prossimo mese di maggio. La tendenza riscontrabile in più Paesi è dunque favorevole a questa corrente politica e, in generale, alle posizioni estremistiche. I partiti tradizionali della destra moderata, del centro e della sinistra socialdemocratica sono in difficoltà. Non riescono a dare risposte convincenti ai problemi che caratterizzano la vita quotidiana della gente. Dal potere d’acquisto insufficiente, agli alti prezzi dell’energia, ai servizi pubblici in declino, all’assenza di prospettive soddisfacenti per il futuro. E la mancanza di un programma coinvolgente si traduce in una perdita di fiducia nella politica tradizionale. Gli appuntamenti per una verifica non mancano. Anzi sono numerosi. Il 13 settembre sono stati chiamati alle urne i cittadini svedesi. Il 25 ottobre toccherà alla Bulgaria. Nel 2027 avremo poi quattro momenti significativi, con le elezioni in Francia, in Spagna, in Polonia e in Italia. I futuri risultati elettorali ci daranno informazioni sull’orientamento politico che caratterizzerà l’Europa nei prossimi anni.

Cento anni dalle «leggi fascistissime»

Italia ◆ Nel 1926 Benito Mussolini cancellò le ultime libertà democratiche e trasformò il Paese in una dittatura totalitaria

Un secolo fa, nel novembre del 1926, con il varo delle cosiddette «leggi fascistissime» veniva di fatto introdotta la dittatura in Italia, con la soppressione della maggior parte delle garanzie democratiche. Sebbene per convenzione si riconduca la nascita del regime al famoso discorso del 3 gennaio 1925 che Mussolini (nella foto) pronunciò davanti alla Camera del deputati, è più esatto far risalire gli albori dell’era fascista, come sistema a partito unico, all’anno successivo. Infatti, dopo l’intervento del 3 gennaio, in cui il capo del Governo si assumeva la «responsabilità politica, morale e storica» di tutto quello che era avvenuto in Italia dalla nascita dei Fasci, se non prima, ivi compreso soprattutto il delitto Matteotti del giugno 1924 (che chiamava in causa un suo coinvolgimento diretto), in realtà non cambiò molto nella sostanza della vita pubblica italiana e delle sue istituzioni. Verso la fine del 1925 si ebbero le concrete avvisaglie di quanto sarebbe avvenuto l’anno seguente. Vennero infatti pubblicate due leggi: la prima che rafforzava le attribuzioni del capo del Governo, e la seconda che poneva la gerenza degli organi di stampa sotto la responsabilità e il riconoscimento delle autorità dello Stato. Fu un duro colpo alla libertà della parola scritta, tanto è vero che, nel campo

Wikipedia

Roberto Festorazzi

liberale, sia i fratelli Luigi e Alberto Albertini, rispettivamente direttore ed editore del «Corriere della Sera», sia Alfredo Frassati, direttore de «La Stampa», si ritirarono dai loro posti, non volendo essere alla mercé dei prefetti del Regno. Tra il 4 novembre 1925 e il 31 ottobre 1926, Mussolini subì quattro attentati, dai quali uscì vivo. Il 4 novembre 1925 fu sventato il piano del deputato socialista (e massone) Tito Zaniboni di sparare al dittatore in erba. La polizia irruppe nella camera dell’Hotel Dragoni, antistante Palazzo Chigi, da cui Mussolini si sarebbe

affacciato per pronunciare un discorso. Nella stanza dell’albergo, venne trovato un fucile già puntato alla finestra da Zaniboni. Il secondo attentato venne attuato, il 7 aprile 1926, dall’irlandese Violet Gibson che sparò a Mussolini sulla Piazza del Campidoglio, ferendolo al naso. L’11 settembre successivo fu la volta dell’anarchico Gino Lucetti, che lanciò una bomba a mano contro l’auto su cui viaggiava Mussolini, a Roma, nelle vicinanze di Porta Pia. L’ordigno rimbalzò contro lo sportello della vettura ed esplose in strada, ferendo otto persone. Lucetti fu subito immobilizzato da un passan-

te, e poi raggiunto dalla polizia. L’ultimo attentato: il Duce venne colpito da un’arma da sparo mentre sfilava in auto scoperta nel centro di Bologna. L’autore del gesto, Anteo Zamboni, un quindicenne, venne linciato sul posto. Quel 31 ottobre 1926, Mussolini uscì incolume, ma le cronache raccontarono che egli fosse stato raggiunto al cordone dell’Ordine mauriziano che portava a tracolla e trapassato al bavero della giacca. Come e perché quel colpo non andasse a bersaglio, rimane ancora oggi un mistero. Qualcuno ha ipotizzato che Mussolini indossasse un giubbotto anti-proiettili. La cornice stessa in cui ebbe luogo il drammatico evento ha lasciato supporre che l’agguato di Zamboni occultasse, in realtà, trame oscure: dagli anarchici all’ala più intransigente del fascismo che si raccoglieva attorno al ras di Cremona, Roberto Farinacci. Ma sono tutte piste che convincono poco. La reazione ai fatti di Bologna fu furibonda e violenta. Il capo del Governo fece varare, nei primi giorni di novembre, una serie di provvedimenti passati alla storia come le «leggi fascistissime». Per prima cosa, tanto i giornali di opposizione (da «Il Mondo» alla «Voce Repubblicana», dall’«Avanti!» a «l’Unità»), quanto i grandi organi di informazione (dal «Corriere della Sera» a «La Stampa»), si videro

revocare la gerenza. Una serie di provvedimenti per la sicurezza e «la difesa dello Stato» vennero approvati dal Consiglio dei ministri.

Ritorna la pena di morte Per cominciare, fu introdotta la pena di morte per chiunque attentasse alla vita del Capo del Governo, del re, della regina e del principe ereditario. Venne poi estesa la soppressione della libertà di stampa a molti periodici, e si decise lo scioglimento di tutti i partiti, le organizzazioni e le associazioni di opposizione al fascismo. Furono istituiti il confino e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che giudicava i «reati politici» commessi dai nemici del regime. Il 9 novembre, un’ulteriore legge liberticida venne approvata dalla maggioranza fascista della Camera. I deputati di minoranza furono tutti dichiarati decaduti dalla loro carica. Questo valeva sia per gli antifascisti che, dopo il delitto Matteotti, per marcare l’isolamento morale di Mussolini, si erano ritirati in blocco nell’antiparlamento dell’Aventino, sia per i comunisti che erano rientrati nell’aula di Montecitorio quasi subito. Nasceva così il ventennale regime del Duce, a quattro anni dalla sua conquista del potere avvenuta con la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922.


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ATTUALITÀ

Se Mario Roggero avesse sparato a Lugano

L’intervista ◆ Il caso del gioielliere piemontese che ha ucciso due rapinatori in fuga alla prova del Diritto svizzero. La parola all’avvocata penalista Demetra Giovanettina Romina Borla

Se quei fatti fossero avvenuti a Lugano o a Chiasso, anziché in Piemonte, la giustizia svizzera sarebbe arrivata alle stesse conclusioni? È sempre rischioso fare affermazioni nette quando si parla di determinazione della pena. Nel sistema svizzero, ancora più che in quello italiano, il giudice ha un ampio margine di valutazione. Inoltre, per molti reati, la legge prevede una cornice di pena piuttosto ampia, che consente di adattare la sanzione alle circostanze concrete del caso. Detto questo, del caso Roggero sappiamo che è stato escluso che abbia agito in stato di legittima difesa e che è stato condannato per due omicidi e un tentato omicidio. Gli è tuttavia stata riconosciuta «l’attenuante della provocazione», avendo sparato, secondo i giudici, in preda a uno «stato d’ira» causato dal comportamento delle stesse vittime. Anche in Svizzera le circostanze che hanno preceduto le azioni del gioielliere avrebbero probabilmente avuto un peso importante nella determinazione della sanzione. Tuttavia, considerando che nel nostro ordinamento la pena massima per l’omicidio intenzionale è di vent’anni di carcere, ritengo poco probabile che si sarebbe arrivati a una condanna molto diversa da quella inflitta in Italia, pari a 14 anni e 9 mesi. Spesso si dice che la legittima difesa finisca dove inizia la vendetta. Come traccia il Diritto svizzero questa linea di demarcazione? Tecnicamente la legittima difesa finisce quando finisce l’aggressione o la minaccia di un’aggressione. Il Diritto svizzero prevede due categorie

presi in considerazione dalla giustizia svizzera? Come detto, lo stato di «scusabile eccitazione o sbigottimento» previsto dall’art. 16 cpv. 2 del CP può essere preso in considerazione solo se ci si trova di fronte a un caso di «eccesso di legittima difesa», cioè a una reazione a un’aggressione ancora in corso o imminente. Non era questo il caso di Roggero. Per questo motivo nemmeno un giudice svizzero avrebbe verosimilmente applicato l’art. 16 cpv. 2 del CP. Lo stato emotivo dell’uomo, la sua esasperazione e il comportamento tenuto dai rapinatori avrebbero però potuto essere considerati nella determinazione della pena come circostanze attenuanti. Del resto anche la giustizia italiana ha tenuto conto di questi elementi, riconoscendogli «l’attenuante della provocazione».

magnific.com/AI

È un caso che fa discutere anche gli undicenni ticinesi. Ne abbiamo sentiti alcuni parlarne animatamente, segno tra l’altro di quanto sia facile per i più giovani accedere, tra smartphone e social media, a contenuti non sempre adatti alla loro età. Un caso che ha spaccato l’Italia e continua a dividere l’opinione pubblica. Quello del gioielliere piemontese Mario Roggero, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due ladri e ferito un terzo dopo una rapina. Proprio oggi è attesa una decisione sulla richiesta di sospendere la pena che gli è stata inflitta (leggi la scheda in basso). Da una parte c’è chi lo considera un uomo esasperato da anni di assalti, abbandonato dallo Stato, costretto a difendere la sua famiglia e il suo lavoro. Vittorio Feltri si è spinto fino a dire che «bisogna premiarlo», che «così bisogna fare», perché «in una società civile non si può soccombere ai banditi». Dall’altra c’è chi ricorda che, secondo i giudici, il pericolo era ormai cessato: i rapinatori – non certo innocenti ma, per dirla con De André, anche «vittime di questo mondo» – erano già in fuga quando Roggero li ha rincorsi e freddati. Non siamo nel Far West e non spetta ai cittadini farsi giustizia da soli, insomma. Come spesso accade nei casi che dividono il Paese, la politica si è gettata nella mischia nel tentativo di raccogliere consensi. Lasciando da parte le polemiche, c’è però una domanda che ci interessa particolarmente. La rivolgiamo all’avvocata penalista Demetra Giovanettina.

per il concetto di legittima difesa. La prima è quella della legittima difesa cosiddetta «esimente» (art. 15 del Codice penale o CP), i cui presupposti sono dati quando una persona reagisce in maniera proporzionata e adeguata alle circostanze a un’aggressione in corso o imminente. In altre parole: fa quanto necessario, nulla di più, per porre fine all’attacco che sta subendo. In questo caso la persona si comporta in modo lecito e non subisce conseguenze penali. La seconda tipologia? Si tratta della legittima difesa «discolpante» (art. 16 del CP). Anche in

questo caso la persona reagisce a un attacco, ma va un po’ oltre, fa più del necessario per interromperlo. Può trattarsi di una risposta troppo violenta, non proporzionale, di un colpo in più quando l’aggressore è già fuori combattimento. In questi casi si parla di «eccesso di legittima difesa» e l’autore viene condannato per la sua reazione, ma il giudice attenua obbligatoriamente la pena. L’art. 16 cpv. 2 del CP prevede inoltre che, se i limiti vengono oltrepassati per «scusabile eccitazione o sbigottimento», l’autore non agisce in modo colpevole. Quando insomma la reazione è eccessiva, ma si tratta di una reazio-

ne scusabile, comprensibile, allora il giudice non si limita ad un’attenuazione, ma prescinde dalla pena.

gero entra in carcere a Bollate. Viene avviato l’iter relativo a una possibile domanda di grazia, la cui eventuale decisione spetterebbe al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Risarcimenti La sentenza ha riconosciuto una provvisionale complessiva di 480 mila euro a favore dei famigliari dei rapinatori. Si tratta di un anticipo sul risarcimento, in attesa dell’eventuale quantificazione definitiva dei danni in sede civile.

Tornando al caso Roggero… Se i rapinatori sono già in fuga, il fatto di inseguirli e attaccarli non può rientrare in nessuna delle forme di legittima difesa appena descritte, proprio perché non è dato il primo requisito, cioè quello di un’aggressione in corso o imminente. E lo stato emotivo del gioielliere? Se non ricorrono i presupposti della legittima difesa, paura, rabbia e shock possono comunque essere

Le tappe della vicenda 28 aprile 2021 Tre uomini rapinano la gioielleria di Mario Roggero a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. Minacciano lui, la moglie e la figlia con dei coltelli e delle pistole che in seguito si rivelano finte. Dopo l’assalto Roggero esce dal negozio, insegue i ladri in fuga e spara. Due di loro, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, muoiono; un terzo resta ferito. Primo grado e Appello La Corte d’Assise di Asti condanna il gioielliere a 17 anni di carcere. La legittima difesa non viene riconosciuta perché il pericolo immediato era ormai cessato. In Appello la pena viene ridotta a 14 anni e 9 mesi. 15 luglio 2026 La Corte di Cassazione respinge il ricorso della difesa e rende definitiva la condanna. Qualche giorno dopo Rog-

16 settembre 2026 Il Tribunale di sorveglianza di Milano esamina la richiesta di sospendere temporaneamente la pena, in attesa della decisione sulla domanda di grazia. In alternativa, valuta la concessione degli arresti domiciliari. La politica Il caso ha assunto una forte dimensione politica, alimentando un acceso dibattito sui limiti della legittima difesa. Diversi esponenti del centrodestra – tra cui Matteo Salvini e Roberto Vannacci – si sono schierati a favore di Mario Roggero, chiedendo la grazia o altre misure che ne evitino la permanenza in carcere.

Soldi in Tunisia Parallelamente è emersa la questione delle somme raccolte dal comitato #iostoconmarioroggero, nato dopo la condanna in primo grado per sostenere le spese legali del gioielliere. Non è dato sapere quanto denaro è finora stato raccolto, ma si sa che di recente la Procura generale di Torino ha disposto il sequestro di 50 mila euro su un conto estero intestato a Roggero e a sua moglie.

Fonti «Ansa», «Il Post», «Corriere della Sera»

Esistono precedenti significativi nella giurisprudenza federale in cui la reazione violenta di una vittima sia stata considerata attenuata o scusabile? Certamente ci sono stati numerosi casi di reazioni animate da rabbia o desiderio di vendetta avvenute dopo la fine di un’aggressione. In questi casi, come in quello di Roggero, non entra in gioco l’art. 16 del CP, perché manca il presupposto fondamentale della legittima difesa: la reazione a un’aggressione in corso o imminente. Esiste però, ad esempio, una decisione della Corte d’appello di Basilea nella quale l’autore è stato prosciolto dall’accusa di lesioni semplici grazie al riconoscimento di un caso di eccesso di legittima difesa «discolpante» ai sensi dell’art. 16 cpv. 2 del CP. Cos’era successo? Si trattava di un giovane che, colpito all’improvviso con un pugno, aveva reagito sferrandone tre. La sua reazione era andata oltre quanto strettamente necessario per respingere l’attacco, ma il tribunale ha ritenuto che lo shock, il dolore e l’agitazione provocati dall’aggressione fossero all’origine dell’eccesso. Ha inoltre considerato che l’eccesso fosse relativamente contenuto, trattandosi di pugni contro pugni, e che le conseguenze riportate dall’aggressore fossero modeste. In generale, più gravi sono le conseguenze della reazione, più elevato deve essere il grado di eccitazione o sbigottimento per poter giustificare l’applicazione dell’art. 16 cpv. 2 del CP. Questo stato deve inoltre derivare direttamente dall’aggressione subita e non da altri fattori. Per quanto riguarda invece le reazioni a un’aggressione già conclusa, la giurisprudenza del Tribunale federale è costante: una «risposta» successiva alla fine dell’attacco non può essere qualificata come legittima difesa, nemmeno nella forma dell’«eccesso di legittima difesa». Chi reagisce quando il pericolo è ormai cessato esce infatti dal campo di applicazione degli articoli 15 e 16 del CP. Per quanto riguarda i risarcimenti a chi «subisce la reazione»? I congiunti delle vittime possono costituirsi accusatori privati nel procedimento penale e chiedere un risarcimento. Nella commisurazione comunque si terrà conto del comportamento delle vittime, che verosimilmente porterà a una riduzione dell’importo.


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CULTURA ●

Nuove sfide per l’OSI Barbara Widmer ripercorre il proprio percorso ai vertici di un’orchestra proiettata al futuro

La vergogna di appartenere Nel suo ultimo saggio Ginzburg riflette sul rigore utile per opporsi alla manipolazione del presente

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Uomini alla deriva del silenzio In Vaim Jon Fosse mette in scena esistenze consumate dall’inerzia, dentro una desolazione

Scoprire Mariuccia Secol Al Muzeum Susch, nei Grigioni, si valorizza finalmente una figura di donna straordinaria

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Essere umano-macchina, un rapporto critico Mostre ◆ Al Museo Tinguely di Basilea si indaga il corpo (soprattutto femminile) nel suo rapporto con il lavoro Elio Schenini

I movimenti disarticolati, sorprendenti e improduttivi delle sculture mobili immaginate e costruite da Jean Tinguely durante tutto il corso della sua vita come reazione al contempo ludica e critica al rapporto che la società industriale ha instaurato tra uomo e macchina, sono uno dei punti di partenza della mostra Labouring Bodies che il museo di Basilea a lui dedicato, ospita in questi mesi. L’altro, che a questo in qualche modo si ricollega e che si innesta sulla prospettiva politica sempre presente nel suo approccio artistico, è costituito dalle riflessioni femministe che a partire dagli anni Settanta hanno riconsiderato il ruolo delle donne nel contesto sociale, con particolare attenzione al duplice compito che il sistema capitalista ha affidato loro: da un lato il lavoro domestico e l’accudimento dei figli, dall’altro, una serie di mansioni ripetitive e seriali che prevedono una stretta interrelazione con le macchine. Combinando questi due spunti iniziali con l’estrema attualità del tema dell’automazione causata del vertiginoso sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale degli ultimi anni, la curatrice Sandra Beate Reimann ha immaginato un percorso espositivo che indaga, attraverso le opere di una quarantina di artiste, il corpo femminile come strumento di un lavoro spesso misconosciuto e poco o per niente retribuito a partire dagli inizi del secolo scorso. Mettendo in evidenza come la progressiva meccanizzazione favorita dall’industrializzazione massiccia della società non fosse affatto neutrale dal punto di vista delle dinamiche di forza e di genere all’interno della società, una serie di artiste degli anni Settanta – tra le quali, Mary Kelly, Helen Chadwick, Ursula Burghardt e Lee Lozano – di cui la mostra recupera i lavori, hanno per prime messo in discussione l’iconografia tradizionale del lavoratore, quasi sempre identificato con la figura maschile dell’operaio. Nelle riflessioni di queste artiste, che si collocano nel contesto del cosiddetto secondo femminismo, l’analisi della condizione femminile ha spesso portato a mettere l’accento sulla fondamentale dicotomia tra produzione e riproduzione. Nella videoinstallazione di Mary Kelly del 1974, che viene qui ricostruita per la prima volta, la giustapposizione delle mani di un’operaia che lavora a una macchina in una fabbrica per la produzione di recipienti in metallo e quelle di una donna che accarezza la propria pancia gravida, serve a mettere in evidenza la divisione sociale del lavoro che non riguarda solo l’attività retribuita, ma anche l’attività svolta nell’ambito della cura dei figli, che non è quindi biologicamente, ma storicamente determinata e per questo, quindi, modificabile.

Niki de Saint Phalle, Jean Tinguely, Per Olof Ultvedt, Untitled (Plakatzeichnung), 1966 (© 2026 ProLitteris, Zürich; Niki Charitable Art Foundation; Creditline: Museum Tinguely, Basel)

Nelle sculture in plastica a forma di elettrodomestici indossabili di Helen Chadwick è invece l’immagine tradizionale della donna come angelo del focolare che la pubblicità di quegli anni aggiorna alle novità tecnologiche facendola apparire più glamour e meno faticosa, perpetuando in maniera sottile la tradizionale discriminazione di genere tra lavori maschili e femminili, a venire messa in discussione.

Se è soprattutto negli anni Settanta, nell’ambito della critica femminista, che il ruolo della donna nell’ambito lavorativo è stato posto al centro di molte ricerche artistiche, non va dimenticato che già nei primi decenni del Novecento artiste quali Sella Hasse e Alice Lex-Nerlinger, nel ribollire politico e sociale che aveva caratterizzato gli anni della Repubblica di Weimar, avevano messo al centro del-

le loro opere, oltre al lavoro femminile, anche i temi legati al famigerato paragrafo 218, che vietava le pratiche contraccettive e criminalizzava l’aborto con pene che andavano fino a cinque anni di lavori forzati. Proprio contro il ruolo di produttrice di «disoccupati o di carne da cannone» che lo Stato assegnava alla donna, si scaglia con la consueta ironia John Heartfield, unico artista maschio

presente in mostra, oltre al già citato Jean Tinguely, in uno dei suoi celebri fotomontaggi dal titolo Fornitrice obbligata di materiale umano (1930), in cui in primo piano osserviamo una proletaria seduta frontalmente con le mani appoggiate sul ventre gravido e lo sguardo perso nel vuoto mentre sullo sfondo compare il corpo sdraiato di un giovane senza vita con accanto un fucile. Il ruolo centrale che il sistema capitalista ha affidato già nella prima metà del Novecento alle donne nell’«accudimento» non solo dei figli, ma anche delle macchine, basti pensare all’industria orologiera o tessile, nel quadro di una divisione del lavoro che affidava spesso all’universo femminile i lavori meno gratificanti e retribuiti, è invece al centro del video della zurighese Alexandra Navratil. Le immagini mostrano le mani di una donna anziana, un’ex operaia della ditta per la produzione di materiale fotografico ORWO a Wolfen in Sassonia-Anhalt, che accarezzano le macchine ormai immobili che per decenni hanno dovuto «accudire», seguendone i movimenti rapidi e imperativi. In questo storico stabilimento, una vera e propria fabbrica al femminile, dove negli anni Ottanta lavoravano oltre 8mila donne, gran parte delle attività si svolgevano al buio per evitare di esporre i materiali fotosensibili alla luce, condannando chi vi lavorava a una vita immersa quasi completamente nell’oscurità. Partendo dagli esempi storici, la mostra arriva poi fino ai nostri giorni attraverso le opere di numerose artiste contemporanee che evidenziano come la divisione di genere continui a esistere anche nella società deindustrializzata del terziario avanzato. Dove forse la mostra non riesce a spingersi in maniera convincente è nel futuro. Il rapidissimo sviluppo dell’AI e della robotizzazione a cui stiamo assistendo impotenti, prefigurano infatti sempre più un universo del lavoro dove la sostituzione e l’ibridazione dell’umano con la macchina appare ormai inevitabile. Se a questo si dovesse affiancare un parallelo sviluppo dell’ectogenesi, per l’umanità si configurerebbero scenari imprevedibili, immaginati finora solo nei più foschi scenari della letteratura fantascientifica. La definitiva soluzione della dicotomia tra produzione e riproduzione rischia infatti di avere un corollario che forse, accecati dal nostro antropocentrismo, non consideriamo mai a sufficienza: l’estinzione del genere umano. Dove e quando Labouring Bodies, Basilea (Paul Sacher-Anlage 1), Museum Tinguely. Fino all’8 novembre 2026. Orari: ma-do 11.00-18.00; gio 11.00-21.00. www.tinguely.ch


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CULTURA

«Lascio un’Orchestra vivace e con un potenziale» Incontri ◆ A colloquio con Barbara Widmer, per quattro anni ai vertici dell’OSI, e ora pronta a nuove sfide Giovanni Conti

Da sedici anni ha messo le sue competenze musicologiche e musicali al servizio della Fondazione per l’Orchestra della Svizzera italiana. Forte di una laurea in musicologia e letteratura e un Master in Management culturale, ha salito con successo i gradini che l’hanno portata da Assistente artistica a Direttore artistico, carica che ha deciso di lasciare entro fine anno. L’abbiamo incontrata per parlare della sua esperienza e delle sue prospettive.

L’Orchestra della Svizzera Italiana a Lugano (© OSI / Kaupo Kikkas)

Barbara Widmer, lei è prossima a terminare un’esperienza importante della sua carriera professionale. Qual è il suo stato d’animo? È un momento in cui convivono sentimenti diversi. Da una parte c’è un po’ di emozione, perché si conclude un’esperienza alla quale ho dedicato moltissimo e che mi ha permesso di crescere, professionalmente e umanamente. Dall’altra, prevale la gratitudine per quanto abbiamo costruito insieme e la curiosità per ciò che verrà. Credo che ogni conclusione sia anche un nuovo inizio: oggi guardo al futuro con serenità, consapevole di ciò che ho imparato e con ancora molta voglia di mettermi in gioco. Il segno del suo operato rimarrà evidente anche quando lei non sarà più presente, mi riferisco alla nuova stagione concertistica dell’OSI 2026-27. Vuole parlarcene? Echi di eroi e demoni è una stagione che nasce innanzitutto dalla musica e solo successivamente dal tema che la attraversa. Mi interessava costruire un percorso nel quale alcune grandi figure dell’immaginario – l’eroe, il demone, il destino, la lotta, la trasformazione – potessero emergere attraverso linguaggi musicali molto diversi, dal grande repertorio sinfonico alla musica del Novecento e contemporanea. Il punto di partenza è l’idea che queste figure non appartengano soltanto al mito o alla storia della musica: in qualche modo appartengono a ciascuno di noi. La musica ha sempre raccontato il conflitto tra luce e ombra, tra aspirazione e fragilità, tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. Ed è proprio questa dimensione universale che mi interessava mettere al centro. Vorrei quindi che per lo spettatore la stagione possa diventare anche un viaggio introspettivo: incontrando i demoni e gli eroi raccontati dalla musica, ciascuno potrà riconoscere, forse inaspettatamente, qualcosa di sé. Musicalmente, ho cercato di rendere questo viaggio il più articolato possibile, mettendo in dialogo grandi capisaldi del repertorio con pagine meno frequentate e con la musica del nostro tempo. Anche per questo la stagione non segue un’unica estetica, ma propone prospettive diverse, affidate a direttori e interpreti capaci di restituire al pubblico la ricchezza e la complessità di questi mondi musicali. «Echi» è forse la parola più importante del titolo: perché demoni ed eroi non appartengono soltanto alle opere che li hanno raccontati. Continuano a risuonare dentro di noi. In questo senso credo che la stagione rappresenti bene la mia idea di Orchestra: un luogo nel quale la grande musica del passato possa continuare a parlare al presente, non soltanto attraverso la bellezza dell’ascolto, ma attraverso la possibilità di riconoscerci, interrogarci e, perché no, la-

Barbara Widmer Ha lavorato con l’OSI per 16 anni

sciarci trasformare. Accanto alla stagione principale, continua l’originale formato be connected. La sua Direzione si è caratterizzata anche per una serie di iniziative che hanno dimostrato un’importante attenzione verso il pubblico e una certa vivacità sul Territorio. Sforzi ripagati? Direi di sì, anche se credo che per un’istituzione culturale il risultato non possa essere misurato soltanto attraverso i numeri. Quello che considero particolarmente significativo è aver visto crescere la curiosità e la partecipazione attorno

all’Orchestra, e averla vista sempre più presente nella vita del territorio. Abbiamo voluto creare occasioni di incontro e di partecipazione, raggiungere pubblici diversi e soprattutto avvicinare le nuove generazioni. Ecco così be connected con i suoi Lunch with OSI, i concerti per le scuole, le famiglie e tanto altro ancora, nati proprio con l’obiettivo di creare un rapporto più diretto e informale tra i giovani, i musicisti e la musica. Sono iniziative che considero importanti perché non cercano semplicemente di «portare» nuovo pubblico in sala, ma di costruire nel tempo una relazione. Il risultato più importante, quindi, è aver rafforzato l’idea che l’Orchestra della Svizzera italiana non sia soltanto un organismo musicale di alto livello, ma una vera istituzione culturale del territorio, capace di dialogare con la comunità e di guardare alle generazioni future. Un aspetto non secondario della sua esperienza è certamente stato

quello delle mutate condizioni di collaborazione con uno dei partner storici dell’Orchestra, ovvero la RSI… È stato un passaggio importante e, in una certa misura, inevitabile. La RSI è uno dei partner storici dell’Orchestra della Svizzera italiana e il suo ruolo nella storia dell’Orchestra è indiscutibile. Ma quando cambiano le condizioni di collaborazione, un’istituzione culturale non può limitarsi a difendere ciò che esiste: deve avere la capacità di ripensarsi. Ho scelto quindi di affrontare questo cambiamento non come una perdita, ma come una spinta a rafforzare l’autonomia e il posizionamento dell’Orchestra. Questo ha significato diversificare le partnership, sviluppare nuove opportunità di coproduzione e diffusione e, soprattutto, interrogarsi su quale debba essere oggi il ruolo di un’orchestra nel territorio e nella società. Credo che un Direttore debba avere proprio questa responsabilità: non soltanto custodire un patrimonio, ma creare le condi-

Concerti imperdibili a colpo d’occhio OSI AL LAC 2026/27 (ore 20.00) LAC Lugano

• Giovedì 1. ottobre 2026 Jérémie Rhorer, direttore; Maximilian Hornung, violoncello. • Giovedì 15 ottobre Antonello Manacorda, direttore; Hans Liviabella, violino. • Giovedì 12 novembre Krzysztof Urbanski, direttore; Nelson Görner, pianoforte. • Giovedì 26 novembre Markus Poschner, direttore; Maria Dueñas, violino. • Giovedì 10 dicembre Jader Bignamini, direttore; Francesco Piemontesi, pianoforte. • Giovedì 18 febbraio 2027 Giovanni Antonini, direttore; Isabelle Faust, violino. • Giovedì 25 febbraio Robert Treviño, direttore;

Pablo Ferrández, violoncello. • Giovedì 11 marzo Roberto González-Monjas, direttore; Huw Montague Rendall, baritono. • Giovedì 8 aprile Krzysztof Urbanski, direttore; Alexander Malofeev, pianoforte. • Giovedì 22 aprile Duncan Ward, direttore; Bomsori, violino. OSI AL DOCKS (ore 20.00) Sala Docks Lugano, Pambio Noranco

• Giovedì 19 novembre 2026 Avi Avital Play&Conduct, mandolino. • Giovedì 14 gennaio 2027 Robert Treviño, direttore; Paolo Basso, sommelier. La mente dei sensi - Musica e vino tra percezione, memoria e interpretazione.

• Giovedì 21 gennaio Johannes Moser Play&Conduct, violoncello e violoncello elettrico • Giovedì 28 gennaio Maxim Rysanov Play&Conduct, viola • Giovedì 4 febbraio Lars Mlekusch, direttore; Manu Delago, handpan OSI A PENTECOSTE/ PRESENZA (ore 20.00) LAC Lugano

• Sabato 15 maggio Giovanni Antonini, direttore; Sol Gabetta, violoncello • Domenica 16 maggio Kristian Bezuidenhout Play&Conduct, pianoforte; Sol Gabetta, violoncello Informazioni www.osi.swiss

zioni perché esso possa continuare a crescere. Il rapporto con la RSI rimane importante, ma oggi l’Orchestra deve essere capace di costruire il proprio futuro attraverso una rete sempre più ampia di interlocutori e di opportunità andando verso pubblici diversi, costruendo nuove forme di relazione. E poi il sempre maggior impegno sul territorio e con il LAC. Lei lascia a chi le succederà un’orchestra di elevato spessore artistico, retta da musicisti di grande capacità, il cui potenziale è notevole. Tenuto conto delle difficoltà, soprattutto di natura economica, che futuro vede per questa straordinaria formazione musicale che ha segnato quasi un secolo della storia culturale della Svizzera italiana e non solo? Vedo un futuro importante, ma credo che oggi più che mai sia necessario avere una visione chiara e la capacità di fare delle scelte. L’Orchestra della Svizzera italiana ha un patrimonio straordinario: musicisti di altissimo livello, una forte identità, una storia quasi centenaria e una posizione unica nel panorama culturale svizzero e internazionale. Ma proprio per questo non possiamo dare nulla per scontato. Le difficoltà economiche sono reali e richiedono certamente attenzione, rigore e capacità di innovazione. Ma non credo che la risposta debba essere semplicemente quella di ridurre. Credo piuttosto che si debba capire quali priorità darsi e come rendere l’Orchestra sempre più solida e autonoma nel proprio posizionamento. In questi anni abbiamo cercato di lavorare proprio in questa direzione: rafforzare le relazioni sul territorio, sviluppare nuove partnership, ampliare il rapporto con il pubblico e investire molto sulle nuove generazioni. Sono convinta che la sostenibilità di un’orchestra non sia soltanto una questione economica: è anche la capacità di essere riconosciuta come necessaria dalla Comunità che la sostiene. In questo senso lascio un’Orchestra straordinariamente viva e con un enorme potenziale.


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CULTURA

La vergogna secondo Ginzburg

In memoriam ◆ Lo storico italiano, scomparso lo scorso mese di giugno, si è congedato con un denso saggio Paolo Di Stefano

Carlo Ginzburg, lo storico che ha fondato la «microstoria», certamente una delle menti più illuminate della cultura europea degli ultimi decenni, studioso del sabba e dell’Inquisizione, autore di un classico come Il formaggio e i vermi, si è congedato con un saggio di notevole intensità civile. Si intitola Il vincolo della vergogna ed è uscito pochi mesi fa da Adelphi, divenuto il suo editore dopo un lungo legame con l’Einaudi. La casa editrice di Torino, che era stata fondata nel 1933 da suo padre Leone, ucciso dalle torture naziste nel carcere di Regina Coeli, era stata lasciata da Carlo nel 1994, quando lo Struzzo passò alla Mondadori di Berlusconi. Ginzburg è morto il 17 giugno scorso, aveva 87 anni. La nascita, nel 1939, da due genitori come Leone e Natalia Ginzburg aveva comportato, per Carlo, una fedeltà agli ideali antifascisti, ma si è trattato di una fedeltà mai esibita. Era una fedeltà nei fatti, che non aveva bisogno di troppe parole, ma rimaneva purtuttavia una ragione profonda sottesa, anche inconsapevolmente, a tutte le sue scelte. Perché Il vincolo della vergogna? Ginzburg lo spiega nel primo saggio del suo ultimo libro senza tanti preamboli. Nel tempo in cui insegnava a Harvard, venendo a sapere delle violazioni e delle torture realizzate nel carcere di Guantanamo, Ginzburg dice di aver provato indignazione, orrore e rabbia, non vergogna. Al contrario, provava vergogna rispetto a fatti meno gravi che accadevano in Italia. Da qui nasce la considerazione iniziale del libro: noi pensiamo comunemente che il Paese al quale apparteniamo sia quello che amiamo di più. È invece quello di cui ci vergogniamo o di cui possiamo vergognarci: «La vergogna non nasce da una scelta: ci piomba addosso come una malattia improvvisa, invadendo i nostri corpi, i nostri sentimenti, i nostri pensieri». Volendo analizzare storicamente la passione della vergogna, Ginzburg passa in rassegna vari studi sulla Grecia antica, che oppongono le culture arcaiche della vergogna ai codici del-

Carlo Ginzburg in un’immagine del 2013. (Wikipedia)

la colpa tipici della modernità cristiana. Ciò che Ginzburg ci tiene a sottolineare è che la vergogna (aidos in greco) è un legame che coinvolge la comunità: provo vergogna rispetto a… E inoltre, ci si può vergognare di sé stessi ma anche di qualcun altro. «La vergogna – scrive Ginzburg – incarna il rapporto tra il corpo individuale e il corpo politico». Cambia di paese in paese e cambia nel tempo. Per gli antichi romani, ricorda Sant’Agostino, era vergognoso indossare la stessa tunica lunga fino ai piedi che per i suoi contemporanei era richiesta come l’unica socialmente accettabile. All’inizio della Tregua, Primo Levi presenta una scena che spiega qual è il limite o il non limite della vergogna. A guerra finita, il sopravvissuto, che si trova con un gruppo di deportati di Auschwitz, incontra i liberatori, quattro soldati dell’Armata Rossa a cavallo: «Non salutavano, non sorridevano;

apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota (…): la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista». È una vergogna, in quanto esseri umani, per il male commesso da altri esseri umani. In una postilla, Ginzburg precisa di aver provato la stessa vergogna, lui «italiano ed ebreo» come Primo Levi, verso Israele, per la criminale risposta di Netanyahu all’orrendo massacro commesso da Hamas il 7 ottobre 2023. È il segno di una duplice appartenenza: Italia sì, ma, in quanto ebreo della diaspora, anche Israele. Siamo fatti, dice Ginzburg, non di un’unica identità ma di identità multiple, siamo fatti di intrecci. Siamo individui in cui convergono più insiemi.

Alle impronte digitali che caratterizzano la nostra unicità si aggiungono i contesti: apparteniamo a una specie, a un genere, a una comunità politica, a una comunità linguistica, a una comunità professionale eccetera. Ora, capite quanto questa idea doppia di vergogna e di identità multipla faccia resistenza contro tutti i razzismi, i conflitti, le emarginazioni e le deportazioni che fioriscono nel nostro tempo. Non solo. C’è un altro punto, nell’ultimo libro di Ginzburg, che ci permette di riflettere sulla contemporaneità. Lo si trova nel saggio su Proust. Dove leggiamo un’idea suggerita dal critico e filologo austriaco Leo Spitzer, secondo cui nessun gruppo di parole nella Recherche è «così frequente e denso di nostalgia come réel, réalité, réaliser». Ciò serve a Ginzburg per rivendicare l’energia e la determinazione impiegate, anche dallo scrittore francese meno sospettabile di positivismo,

nel ricercare la realtà e la verità pur nella consapevolezza della difficoltà di questa impresa. È un concetto che ha sempre guidato il lavoro di Ginzburg, refrattario a ogni sorta di scetticismo postmodernista e di confusione tra storia e finzione. Del resto, Ginzburg, che rievoca sempre l’invito di Nietzsche a una «lettura lenta», addita nella filologia o nell’atteggiamento filologico (il rigore e l’attenzione nella verifica delle parole) un contravveleno alle fake news e al linguaggio della propaganda. Tra le opere letterarie che hanno visto lontano con molti decenni di anticipo, nel capitolo La libertà fragile, viene citato un libro del 1932, Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Dove si legge: «I rappresentanti delle organizzazioni politiche e commerciali hanno perfezionato nuove tecniche per manipolare, nell’interesse di una minoranza, i pensieri e i sentimenti delle masse… queste forze impersonali… trasformano il mondo in un luogo assai malsicuro per la democrazia, inadatto alla libertà individuale». E Ginzburg, da grande storico e filologo qual è, individua la fonte (non dichiarata) di quei pensieri. È un passo della Psicologia delle folle dell’antropologo e sociologo francese Gustave Le Bon. Anno di pubblicazione 1895: «L’affermazione pura e semplice, staccata da ogni ragionamento e da qualsiasi prova, costituisce un mezzo sicuro per far penetrare un’idea nello spirito delle folle. Quanto più l’affermazione è concisa, senza prove e senza dimostrazione, tanto maggiore è la sua autorità…». Era un’idea che sarebbe stata ripresa da Hitler: «La propaganda efficace deve limitarsi a poche semplici necessità, e quindi esprimerle in poche formule stereotipate… solo la ripetizione costante riuscirà alla fine a imprimere un concetto nella memoria di una folla». Ogni riferimento all’oggi, da parte dell’antifascista Ginzburg, è tutt’altro che casuale. Bibliografia Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna, Milano, Adelphi, 2026 Annuncio pubblicitario

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A Vaim anche gli uomini finiscono alla deriva

Romanzi ◆ Jon Fosse racconta una remota comunità del Vestland segnata dalla solitudine e dall’alcol, in una rarefazione beckettiana sospesa sul mare Manuel Rossello

In un’intervista realizzata poco prima della sua scomparsa, Henning Mankell ha affermato che la ragione profonda del successo del crime novel nei Paesi nordici sarebbe dovuta all’eccessiva tranquillità, al conseguente tedio e in definitiva alla malinconia che caratterizzano quei territori. Al netto di un’affermazione certo provocatoria, Leopardi, Zanella e tutta una schiera di autori tra i quali ci sentiamo di includere Lucio Battisti («corrono dolcissime le mie malinconie» nei Giardini di Marzo), ci hanno insegnato che perfino dall’umorismo nero è possibile trarre alimento per la creazione letteraria. Il norvegese Jon Fosse non scrive gialli. Quanto alla corda della malinconia, invece, lo includiamo volentieri tra gli atrabiliari. Che egli sia un caso singolare tra gli scrittori scandinavi lo dimostra il fatto che l’editrice milanese Iperborea, focalizzata sulla letteratura nordica, prima del conferimento del Nobel lo aveva in catalogo solo come autore per l’infanzia. D’altronde, a scorrere la sua biografia sembra che abbia fatto di tutto affinché il suo valore non venisse riconosciuto, e d’altra parte ci si sorprende di quanto abbia pubblicato nonostante le mille traversie di una vita dissipata. Se è vero, come si dice, che ogni libro è un’autobiografia mascherata,

non può non sorgere il dubbio che in Vaim (questo il titolo del testo pubblicato da La Nave di Teseo) Fosse abbia attinto a piene mani dal suo travagliato passato. Non a caso i personaggi, a cominciare dal protagonista, si iscrivono nella schiera dei perdenti, come gli antieroi di Hamsun o di John Fante. In una trama a dir poco evanescente (a Vaim, anonimo villaggio di pescatori lungo la frastagliata costa norvegese, c’è così poca vita che se si sente bussare alla porta viene il dubbio che sia stato il vento), il protagonista, egli stesso pescatore, narra alcuni fatti insignificanti delle sue vuote giornate, alternandoli a una sequela di doglianze. Capiamo ben presto che è uno sconfitto, un reietto dalla vita talmente degradata da sostituire la cintura rotta con uno spago o da adattarsi a dormire vestito. E spesso i suoi discorsi sconclusionati sono impastati dall’alcol. Insomma, poco ci manca a definirlo un clochard. Questa sua abulica passività è subita come un destino ineluttabile. Ma tale declino non riguarda solo il protagonista. A Vaim si ha l’impressione che ognuno sia stato segnato dall’accidia e subisca un inabissamento sociale. Un luogo dove non c’è traccia di relazioni parentali, affollato da una moltitudine di solitudini.

Immagine di copertina del romanzo Vaim di Jon Fosse. (Nave di Teseo)

I personaggi si contano sulle dita di una mano, ma altri elementi travalicano la loro natura e si fanno essi stessi personaggi: da un lato la sua piccola imbarcazione, usata più come rifugio che come mezzo di trasporto, diventa la placenta protettiva del protagonista; dall’altro il mare, dispensatore di cibo e presente quasi a ogni pagina con il suo sciabordio rassicurante, diventa il liquido amniotico che culla la sua fragile psiche. Anche perché Jatgeir è il classico tipo di uomo che le donne ignorano. E comunque da molto tempo ha rinunciato all’idea di avere una

compagna, dopo un fallimentare approccio, vari anni prima, che definire corteggiamento sarebbe del tutto fuori luogo in quelle lande per nulla avvezze alla passionalità. Provare amore per una donna ma non avere il coraggio di manifestarglielo: quante trame sono state costruite attorno a questo eterno schema? L’unico filo che ancora lo lega a Eline (la donna il cui ricordo lo ossessiona) è nel nome dato alla barca. Ed è questo un dettaglio che darà una scossa decisiva alla storia. Tutto il libro fluttua in una nebbia d’indefinitezza, ma al tempo stes-

so questa sorta di caligine spirituale è tratteggiata con grande efficacia. Impossibile non sentire come la scrittura di Fosse sia imbevuta di classici (la scansione in tre sequenze monologanti si rifà al teatro greco), ma al tempo stesso essa è pienamente moderna poiché vi si percepisce il portato della lezione beckettiana (per le vie di Vaim non ci stupiremmo di incrociare uno stralunato Estragone). Ci sono scrittori (Simenon, Dürrenmatt, Oates) insuperabili nel comporre con pochi, scarni elementi un preciso clima morale. Fosse è maestro nel tratteggiare questa desolazione della contea di Vestland, prigioniera della fredda luce del Nord e condannata all’insopprimibile richiamo dell’alcol. Ma quando nelle acque del molo viene rinvenuto un cadavere, i commenti degli astanti insinuano il dubbio che sotto questa vicenda di perdizione e di squallore si celi una risonanza soprannaturale, quasi che quella di Jatgeir sia la storia di un alter Christus o di un rothiano «santo bevitore». D’altronde «quando uno ha vissuto tutta la vita in mare», commenta uno dei personaggi, «in un certo senso diventa religioso». Bibliografia Jon Fosse, Vaim, La nave di Teseo, 2025, pp. 128

L’immortale parola in versi

Letteratura ◆ In libreria una monumentale antologia della poesia italiana Stefano Vassere

sto introduttivo presenta due modi di affrontare la poesia di tutte le epoche: da una parte la sequenza cronologica, «un foglio preciso del calendario, che la situa in quell’epoca e in quel giorno»; dall’altra, della poesia «il tempo selvaggio, imprendibile che annienta ogni cronologia per diventare pura presenza». Ancora Milo De Angelis trae immagini qualificanti dei vari periodi: l’evolvere improvviso dell’immagine della donna; il quattrocentesco fuggire del tempo; la tentazione del notturno nel Rinascimento e nel poema epico. Il Seicento è «secolo della scienza e del barocco» e «del brutto e del deforme». Poi l’Illuminismo e la tensione morale, fino al Novecento, al suo «labirinto, consapevoli che si tratta di un luogo in cui è impossibile non perdersi». L’antologia ha una sua strada d’accesso nelle schede biografiche. Così è incerta la vicenda di Rinaldo D’Aquino (XIII secolo), del quale abbiamo poco più che il nome; di Stefano Protonotaro sono «vaghe e difformi le notizie», «perfino il nome è di proble-

matica interpretazione»; «nulla si sa di Cielo D’Alcamo» (XIII secolo) e «quasi nulla» di Giacomino Pugliese (XIII secolo) e di Compiuta Donzella (fiorentina del XIII secolo). Machiavelli è «uomo di insondabili abissi», Pietro Bembo «autentico tiranno del gusto. Scrisse tanto, amò tantissimo», tra le altre Lucrezia Borgia e Maria Savorgnan; «il legame

con Faustina Morosina della Torre, gli diede tre figli, e non gli impedì di diventare cardinale». Teofilo Folengo è «strepitoso inventore di linguaggi»; Leopardi «si è fatto carico della letteratura italiana e l’hanno detto gobbo, infelice, impaniato di pessimismo». Di Fogazzaro si dice che «fosse timido con le donne – per non dire goffo». La notizia sul siciliano Mario www.magnific.com

Un fatto ha colpito il critico Roberto Galaverni: l’assenza, nella monumentale Immortale parola. Antologia della poesia italiana dalle origini ai giorni nostri – uscita a cura di Milo De Angelis, Nicola Crocetti, Davide Brullo – della Commedia di Dante. Certo, si vuole evitare il solito rito del chi c’è e chi non c’è, e sarebbe complicato decidere che cosa mettere: un canto intero? Qualche terzina? Versi isolati? E dunque bene così. Non c’è Dante, ma nell’Immortale parola ci sono moltissime sorprese. L’arco temporale va dalle origini a poeti nati entro il 1925: da Giovanni Di Brienne, «uomo d’armi e poeta di origine francese» (morto nel 1237), un solo testo ne è conservato, a Giovanni Giudici, morto nel 2011. L’ordine è cronologico: i profili e i testi sono incolonnati, senza intestazioni per periodo, secolo, genere o altro. Il lettore cerca invano, alla fine del volume, un indice che non sia quello alfabetico degli autori. Conviene fare tesoro delle parole di Milo De Angelis, che nel breve te-

Rapisardi (1844-1912) informa che «andava abbigliato come un cowboy: cappello a tesa larga, baffi lunghi, farfalla al collo, occhi lietamente strabici». Gabriele D’Annunzio ha qui forse il maggiore numero di pagine, «fosse nato americano, gli avrebbero dedicato un film, serie tv, musei e mausolei in quantità». La presenza di donne, descritte volentieri attraverso una personale inquietudine, è abbondante: Barbara Torelli è «gentildonna quattro-cinquecentesca dalla vita movimentata»; poi Isabella Di Morra, Gaspara Stampa, Veronica Franco, «donna d’impareggiabile arguzia, cortigiana d’ineguagliata grazia». La primo-settecentesca Faustina Maratti, «dicono fosse bellissima», fu ferita nel volto da un pretendente. Bibliografia Immortale parola. Antologia della poesia italiana dalle origini ai giorni nostri, a cura di Milo De Angelis, Nicola Crocetti, Davide Brullo, Milano, Crocetti Editore, 2025 Annuncio pubblicitario

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CULTURA

L’intersezionalità di Mariuccia Secol Mostre ◆ Al Muzeum Susch la prima retrospettiva istituzionale dedicata all’artista italiana Gianluigi Bellei

Se cercate il nome di Mariuccia Secol nei vari cataloghi, anche quelli dedicati alle donne, come per la mostra al Centre Pompidou di qualche anno fa, rimarreste delusi. Il suo nome non compare, nemmeno nei testi di Lea Vergine o nella mostra L’altra metà del cielo. In questo caso si tratta di divergenze ideologiche.

L’esposizione in corso nel museo grigionese presenta l’«archivio ribelle» di una donna risoluta e fuori da ogni schema Mariuccia è nata a Castellanza in provincia di Varese nel 1929. Si stabilisce a Daverio nel 1954 e presto la sua casa diventa un salotto culturale frequentato da Enrico Baj, Bruno Munari, Leonardo Sciascia. Dal 1965 al 1988 insegna all’atelier di pittura dell’ospedale psichiatrico di Bizzozero. Nel 1974 fonda il gruppo femminista «Immagine» di Varese che combatte per il salario al lavoro domestico. Poche le sue mostre; forse si può citare la partecipazione nel 1978 allo «Spazio aperto» della Biennale di Venezia. Qui, assieme a Silvia Cibaldi, Milli Gandini, Clemen Parrocchetti, Maria Grazia Sironi e Mirella Tognola, le donne scrivono in catalogo: «Ero madre di tutti, una grande madre, una madre, ero figlia, fi-

glia, figlia, Natura, Storia. Mi fermo nell’aria e guardo la mia acqua, addio madre, ancora un momento mi rifletto insieme alle altre e vado a dimenticare la mia affascinante natura». Nello stesso anno il gruppo organizza un incontro intitolato Vogliamo, Voliamo. Scrivono di arte militante come creatività di rifiuto e, seguendo Secol, come se «il destino delle casalinghe, oppresse e dipendenti, ci collegasse alle radici della follia medicalizzata»… «Libere da voli abbiamo voluto volare». Fino al 1. novembre l’engadinese Muzeum di Susch dedica a Mariuccia Secol la prima esposizione strutturata della sua vita. Il museo, che originariamente ospitava un monastero e poi un birrificio, è stato ampliato e ristrutturato ultimamente dagli architetti Chasper Schmidlin e Lukas Voellmy. Ha aperto nel 2018 grazie all’imprenditrice Grażyna Kulczyk e si concentra sulla promozione del lavoro di artiste donne «trascurate, ignorate o fraintese». L’esposizione di Mariuccia presenta il lavoro di una vita, un «archivio ribelle che sfida la storia dell’arte ufficiale». Dal primo dopoguerra con dipinti che narrano il trauma della distruzione e dell’olocausto. Poi il laboratorio di pittura all’ospedale psichiatrico per cercare di lenire difficoltà psicologiche attraverso la pratica pittorica, in molti casi con operazioni tessili. Sia-

Mariuccia Secol, Casa di bambola (No. 5), 1970, patchwork di capi d’abbigliamento, tela, pelliccia, fiori, 137 x 57 cm (© Mariuccia Secol. Courtesy of the artist’s family. Photo: Magdalena Typiak

mo nel periodo della rivoluzione di Franco Basaglia; per Mariuccia dal 1965 al 1988. Con il ’68 inizia nel territorio italiano una nuova esperienza psichiatrica contro le istituzioni, la scienza borghese, le gerarchie, l’autorità. Perché, scrive Giovanni Jervis, «la psichiatria è nella sua pratica e nella sua teoria uno strumento di potere della classe dominante». Ricordiamo infine che la legge 180 che aboliva i vecchi manicomi è del 1978. Quindi, dicevamo, arriva il ’68 e l’artista lascia i suoi pennelli silenziosi per iniziare una pratica del rifiuto. Scrive di sé: «I miei quieti pennelli scompaiono, nuovi elementi emergono in un lavoro criptico». Scuce; lacera per iniziare il suo abito da sposa, poi gli altri vestiti, spugne metalliche, grembiuli. Decostruisce l’immaginario collettivo della bellezza e della perfezione, delle norme imposte dalla società perbenista e costrittrice per ricostruire uno spazio di rigenerazione psichica e collettiva: dalla Casa di bambola del 1970-73 all’Animus-Animo del 1982. Nella prima grande sala troviamo una sorta di summa del suo percorso artistico, una panoramica completa come una «crisalide che si dischiude». Al centro la monumentale Donna ponte, un’installazione tessile di dieci metri «che incarna la sua poetica dell’intersezionalità, capace di unire fronti diversi – tra maschile e femmi-

nile, tra sé e l’altro – e di abbracciare la marginalità universale… perfetta rappresentazione di questa sintesi della sua ricerca orientata all’accoglienza del diverso e alla valorizzazione delle soggettività fragili». Nelle altre sale vi sono lavori esposti in maniera tematica e cronologica; dagli oggetti tessili ai pastelli, dalle stoffe alle ceramiche. In catalogo, Mariuccia, dopo un gustoso brano sui fiori adattato al proverbio – non si colpisce una donna neanche con un fiore – scrive: «Favola, metafora e arma nella lotta all’interno della famiglia; il libro di ricette gettato nel fuoco che sprigiona una meravigliosa fiamma liberatoria… solo la sopravvivenza di base era garantita mentre si metteva in pratica la creatività del rifiuto». Un’artista che si «immerge nella materia bruciante del presente» e, come scrive Tzvetan Todorov ne Il caso Rembrandt, solo il «rispetto del mondo permette il ritrarsi del sé». Appunto. Dove e quando Mariuccia Secol: Unraveling A cura di Monica Branika ed Eva Brioschi; Susch, Muzeum Susch. Fino al 1. novembre 2026. Orari: gio-do 10.00-17.00; me fino fine sett. 10.00-17.00. muzeumsusch.ch. Catalogo Hatje Cantz Annuncio pubblicitario

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CULTURA / RUBRICHE

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Battibecchi

di Giulio Mozzi

Un Mozzi tira l’altro ◆

Alessandria. Dieci di mattina. Scendo dal treno. Nel sottopassaggio c’è un uomo alto e stempiato con in mano un foglio. Sul foglio c’è scritto, bello grande: «MOZZI». Non riesco a fare a meno di guardarlo. L’uomo se ne accorge. «Buongiorno», mi dice. «Lei è Mozzi?». «Sì», dico. «Mi hanno mandato a prenderla», dice l’uomo alto e stempiato. «Piacere, Romanengo». Ci stringiamo la mano. «Ho la macchina qui fuori», dice Romanengo. «Ma lei è sicuro che sta aspettando proprio me?», dico. Si avvicina un tipo tarchiato, con impermeabile e valigetta. «Buongiorno», dice. «Buongiorno», gli diciamo io e Romanengo. «Sono Mozzi», dice il tipo tarchiato. «Mozzi è lui», dice Romanengo, indicandomi. «Io sono Mozzi», dice Mozzi. «Anch’io», dico.

«Mi hanno detto che mandavano qualcuno a prendermi», dice Mozzi. «Allora è lui che aspettava», dico a Romanengo. «Non capisco», dice Romanengo. «Chi di voi due devo portare all’albergo?». «Io non ho bisogno di albergo», dico. «Vivo qui. Ho una casa». «Ma allora, scusi», dice Mozzi, «che cosa stava cercando di fare?». «Niente», dico. «Il signor Romanengo mi ha chiesto se sono Mozzi, e io gli ho detto di sì». «E perché lo ha fatto?», dice Mozzi. «Perché è vero. Mi chiamo Mozzi», dico. «Giulio Mozzi» «Aaah», dice Romanengo. «Quel Giulio Mozzi?», dice Mozzi. «Lo scrittore?». «Sì», dico. «Per caso anche lei scrive?». «No», dice Mozzi. «Io commercializzo materie prime per la produzione di prodotti cosmetici per il capello». «Una professione interessante», dico. «Meno di quel che si possa pensare», dice Mozzi.

«Sarà qui per la ditta Paglieri», dico. «Precisamente», dice Mozzi. «Signori Mozzi», dice Romanengo. «Sì?», diciamo Mozzi e io. «Devo portare all’albergo uno di voi due», dice Romanengo. «Fatemi capire quale». «Lui», dico indicando Mozzi. «A lei serve un passaggio?», dice Mozzi. «Qual è l’albergo?», dico a Romanengo. «Alli Buoi Rossi», dice Romanengo. «In centro», dico. «Se vuole», dice Mozzi, «le possiamo dare un passaggio». A Romanengo: «Non è un problema, vero?». «Non so», dice Romanengo. «Si aspettano un Mozzi, e io gliene porto due». «Ma poi lui se ne va per i fatti suoi», dice Mozzi. «Certamente», dico. «Però», dice Mozzi. «Le andrebbe di essere mio ospite a cena?». «Addirittura», dico. «Sono un commerciante, ma amo la letteratura», dice Mozzi. «Ho letto alcuni suoi libri. Mi sono sempre doman-

dato se per caso non fossimo parenti». «Lei di dov’è?», dico. «Pavia», dice Mozzi. «Ma mio padre era di Montagnana, Padova». «Mio nonno paterno era di lì», dico. «Chiedo scusa», dice Romanengo. «Vogliamo andare?». «Andiamo, andiamo», dice Mozzi. A me: «Su, venga con noi». In due minuti siamo al parcheggio, nella Volvo grigia di Romanengo. «Però poi, quando arriviamo», dice, «gli spiegate voi a quale Mozzi devono dare la camera, vero?». «Non si preoccupi», dice Mozzi. A me: «Allora, per la cena?». «Volentieri», dico. «La raggiungo all’albergo verso le otto?». «Anche le otto e mezza», dice Mozzi. «Il meeting finisce alle sette, e poi vorrei almeno fare una doccia». «Bene», dico. «Ma, mi scusi: il suo nome di battesimo?». «Ah già», dice Mozzi. «Venanzio». Sorride. «Venanzio Mozzi. Ma tutti mi chiamano Gino».

Ci stringiamo la mano. «Venanzio era il secondo nome di mio padre», dico. «La nostra parentela diventa sempre più probabile», dice Gino Mozzi. «Non importa se siete parenti», dice Romanengo. «Io devo consegnare all’albergo un Mozzi solo». «Lei si sta creando un problema che non esiste», dice Gino Mozzi. «Ciascuno di noi due sa benissimo quale Mozzi è». «Il problema è che non lo so io», dice Romanengo. «Almeno mi avessero dato il nome». «Le hanno dato solo il cognome?», dico. «Che cosa ho detto?», dice Romanengo. «Ci sono seicentoquarantanove famiglie Mozzi, in Italia», dice Gino Mozzi. «E lei come fa a saperlo?», dice Romanengo. «Cognomix», dice Gino Mozzi. «Un sito specializzato». «Quindi ci sono altri seicentoquarantasette Mozzi in giro», dice Romanengo. «Che casino. Speriamo bene».

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Xenia

di Melania Mazzucco

Edita, affascinante, inquieta e sfuggente ◆

Nell’unica foto della sua giovinezza, un primo piano in bianco e nero con effetto flou, esibisce una bellezza eterea da diva. Nell’autoritratto che dipinse nel 1938 emerge invece dalle tarsie lignee dello sfondo come una severa dama del Quattrocento, con l’abito nero e i capelli bruni raccolti sulla nuca. Per Giorgio De Chirico aveva il dono misterioso dell’ubiquità: la lasciò a casa ma la vide poco dopo, in un altro quartiere di Roma – cantava una melodia arcana, cavalcioni su un ramo. Alberto Savinio invitava i pittori maschi a inchinarsi davanti ai suoi quadri. Alla pittrice Leonetta Pieraccini, moglie del critico Emilio Cecchi, che la incontrò a un ricevimento dei Contini Bonacossi nel 1931, apparve mentre danzava con un cavaliere, «vestita di celeste, con dei lustrissimi e stonati scarpini di pelle argentata, le braccia e le spalle nu-

de, col volto eccitato da un’espressione grottesca di beatitudine»: folle, «paurosamente folle». Anna Banti la descrisse nel suo Quando anche le donne si misero a dipingere come «alta, fragile, il suo sorriso bianco sotto i capelli biondissimi aveva qualcosa di infantilmente incantato e spontaneamente affabile». Insomma, una «donna strana ed enigmatica» (ancora De Chirico), insolita nei modi e nell’aspetto – affascinante, inquieta, sfuggente. In arte è conosciuta come Edita Broglio (ma negli anni Trenta si firmò anche Rocco Canea). Broglio è il cognome del marito, Mario. Il suo era più impegnativo: von zur Muehlen. Era nata nel novembre del 1886 a Smiltene, in Livonia, allora provincia dell’Impero russo. Il padre Walter, barone, apparteneva alla nobiltà baltica di origine tedesca (discendeva dai cavalieri dell’Ordine Teutoni-

co), la madre Blanchine a una famiglia di mercanti francesi stabilitisi a Riga. Oggi Smiltene è una cittadina sonnacchiosa, nella campagna della Lettonia settentrionale. I turisti vi capitano per i sentieri nella foresta e le escursioni sul fiume Nigras. Se esisteva un castello di famiglia, non l’ho trovato. Lei provò sempre nostalgia per la bellezza armoniosa del paesaggio livone, gli immensi alberi, la terra fertile, la natura incontaminata. Ma erano ricordi remoti, perché dopo la morte della madre si era trasferita a Tartu (oggi Estonia), presso lo zio Raimund von zur Muehlen, cantante alla corte dello zar, amatore d’arte e spirito libertario. L’Impero russo era agitato da tensioni, attentati, cospirazioni rivoluzionarie, e lei, adolescente, le condivise (all’ospedale di Riga prestò servizio

come crocerossina). Durante la rivoluzione del 1905 tuttavia si scatenarono violenze contro l’aristocrazia baltica al servizio dello zar. Edita raccontò di essere espatriata a Königsberg (oggi Kaliningrad, enclave russa, ma allora territorio prussiano), per salvare il padre. Il barone finì per rientrare in patria, lei invece si iscrisse all’Accademia di belle arti della città. Ma completati i corsi, nel 1910 si diresse a Parigi, come tutti i giovani aspiranti artisti. L’anno dopo approdò in Italia. Da Firenze scese a Roma e nel 1912 affittò uno studio vicino piazza del Popolo. Nell’ambiente artistico della capitale, Edita – che in quel periodo «emotivo e fenomenico», da lei definito «incandescente», ispirato dall’influsso dardeggiante del sole, sperimentava una pittura onirica quasi astratta – apportò le sue conoscenze dell’avanguardia internazionale (i

fauves, Cézanne, l’espressionismo, il Blaue Reiter e Kandinsky) e già nel 1913 espose alcuni quadri alla mostra della Secessione romana (partecipò anche alla II edizione, l’anno dopo). Nel 1914, a seguito della morte del padre, tornò a Smiltene: fu l’ultima volta. Lo scoppio della Prima guerra mondiale – e poi la Rivoluzione d’ottobre – la separarono brutalmente dalle sue origini. La giovane artista aristocratica, benestante e cosmopolita era divenuta una straniera (sospetta, in tempo di guerra), senza rendita, né casa: si rifugiò ad Anticoli Corrado, un borgo della Ciociaria caro ai pittori (l’equivalente nostrano di Fontainebleau, Pont-Aven o Worspwede), sia per il paesaggio pittoresco sia per i modelli, di cui era nota l’avvenenza. Ma Edita «ammalata, sfrattata, crollata» non riusciva più a (…continua) dipingere.

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Pop Cult

di Benedicta Froelich

Sintomo di fatuità: il fenomeno degli abbandoni estivi ◆

Come ogni estate, qualora, come spesso accade, s’incontri qualcuno di ritorno da soleggiati soggiorni capresi, chi scrive non può fare a meno di andare istintivamente a rileggere almeno qualche pagina di un libro che ha segnato la giovinezza di molti di noi – ovvero, il pressoché leggendario La storia di San Michele (1929), a firma del medico e psichiatra svedese Axel Munthe, accorato e toccante affresco della sua vita nell’omonima villa di Anacapri in cui trascorse diversi anni. L’aspetto forse più commovente del memoriale è il rapporto che, durante la propria permanenza in Italia, Munthe intrecciò con gli animali: in forte anticipo sui tempi rispetto alla società dell’epoca, egli li considerava infatti al pari degli esseri umani in tutto e per tutto, schierandosi apertamente contro usanze crudeli dell’epoca quali l’accanimento contro gli

uccelli migratori, e arrivando al punto di comprare il Monte Barbarossa per farne un rifugio protetto per tali creature. Eppure, a ogni rilettura del libro di Munthe si accompagna inevitabilmente una triste presa di coscienza: la constatazione di come, rispetto al pensiero progressista dell’autore nordico, oggigiorno noi ci si trovi in una fase di assoluta regressione, evidenziata dal fatto che il sopraggiungere dell’estate ci confronta regolarmente con il crescente fenomeno degli abbandoni di animali domestici durante il periodo delle ferie – quando intere legioni di cani, gatti e altri pets vengono «scaricati» (di solito sul ciglio della strada) da proprietari così ansiosi di andare in vacanza da non poter tollerare l’idea che la presenza di un essere totalmente dipendente da loro possa in qualche modo rovi-

nare, o anche solo complicare, la loro esperienza d’evasione dalla routine della vita quotidiana. Troppo faticoso cercare un albergo che accetti cani, troppo oneroso pagare una pet sitter che rimanga a casa a occuparsi del gatto durante l’assenza del proprietario; meglio sbarazzarsi completamente del problema e rimuovere l’elemento di disturbo – nel migliore dei casi, regalandolo al primo che passa, o portandolo in canile o gattile; e nel peggiore, abbandonandolo lungo la strada. E se Axel Munthe fosse ancora tra noi, senza dubbio considererebbe la questione come un dilemma che, ben lungi dal limitarsi alla cronaca dei nostri tempi, presenta alcune gravi implicazioni etiche, perlopiù sottovalutate dalla cultura di massa. Infatti, chi scrive non può evitare di chiedersi, in un simile frangente, quale possa essere, a conti fatti, la capacità

di attaccamento emotivo di un individuo capace di disfarsi di un altro essere vivente – oltretutto condannandolo a morte quasi certa tra i guardrail dell’autostrada – con la stessa facilità con cui si butta via un abito fattosi troppo stretto, rendendo assurdamente semplice gettarsi alle spalle anni di fedeltà e affetto; il tutto davanti alla tentazione «irresistibile» rappresentata da un viaggio o una vacanza – in sostanza, da un’evasione momentanea e per certi versi effimera. Certo, qualcuno dirà che in fondo «sono solo animali», come noi umani abbiamo spesso l’abitudine di sottolineare; eppure, si sa, il nostro comportamento verso gli esseri più deboli – verso coloro che sono, di fatto, completamente indifesi davanti a noi – costituisce per molti versi lo specchio della nostra vera natura: per dirla con Immanuel Kant, «puoi conoscere

il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali». Forse, se davvero riuscissimo a spogliarci delle sovrastrutture che governano la nostra mente, potremmo renderci conto di come il fenomeno estivo dell’abbandono abbia, in realtà, molto a che fare con quello che si potrebbe definire come il nostro effettivo coefficiente di umanità; e che quindi a essere messo sotto accusa non è soltanto l’egoismo insito nella scelta di abbandonare un animale, quanto piuttosto qualcosa di ben più grave – l’impermanenza delle umane emozioni, e l’incapacità a stabilire legami duraturi con altri esseri viventi. Se tutto ciò costituisca un vero e proprio segnale d’allarme, o solo la prima avvisaglia di una sorta di endemica «malattia» del nostro tempo, è una domanda che dovremmo, infine, essere disposti a farci e ad affrontare.


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GUSTO Peperoni

Tra il dolce e il piccante Che legame c’è tra i peperoni e i peperoncini? E che dire del chili e della paprica? Facciamo luce in questa giungla linguistica proponendo ricette che vanno dal gusto delicato a quello piccante Testo: Claudia Schmidt e Silvia Schütz

Cevapcici con peperoni Piatto principale per 4 persone 600 g di carne macinata, ad es. di manzo o d’agnello 1 cucchiaio di paprica dolce 1 cucchiaino di pepe di Cayenna macinato grosso 1 spicchio d’aglio ¼ di mazzetto di santoreggia o origano ca. 1 cucchiaino di sale 8 mini peperoni di vari colori ca. 2 cucchiai d’olio di colza HOLL 1. Scalda il grill a ca. 160 °C. Mescola la carne macinata con la paprica e il pepe di Cayenna. Unisci l’aglio schiacciato, le foglioline di santoreggia e il sale. Mescola gli ingredienti e impasta bene. 2. Per persona forma 2 cevapcici lunghi ca. 8 cm e spessi 3 cm. Infilzali su spiedini di legno insieme con i mini peperoni.

Ricette e immagini: Migusto

3. Spennella con l’olio e griglia i cevapcici con i peperoni per ca. 8 minuti.

Qui puoi scaricare l’app Migusto


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MONDO MIGROS

Feta al forno con peperoni Piccolo pasto per 4 persone 4 peperoni, ad es. giallo, rosso 2 spicchi d’aglio 4 rametti di timo 6 cucchiai d’olio d’oliva sale pepe 200 g di feta 1. Scalda il forno ventilato a 200 °C. Priva i peperoni dei semi e tagliali a pezzetti di ca. 2 cm. 2. Mettili in una teglia, aggiungi l’aglio schiacciato e le foglioline di timo. Irrora con l’olio d’oliva e condisci con sale e pepe. 3. Accomoda la feta tra i peperoni e aromatizzala girandola tra i peperoni un paio di volte poi mettila al centro. Cuoci al centro del forno per ca. 20 minuti.

Peperoni ripieni Ricetta per i peperoni con ripieno di carne macinata e riso, cosparsi con formaggio grattugiato e gratinati in forno.

Peperoni, peperoncini, paprica: qual è la differenza?

Freschi dalla Migros

Con il termine peperoni si indicano solitamente i peperoni dolci. Sono grandi, carnosi e disponibili nei colori verde, giallo, arancione o rosso. Il loro sapore varia da leggermente aspro a dolce.

I peperoncini sono i parenti piccanti dei peperoni e vengono chiamati anche chili. Il loro grado di piccantezza deriva dalla sostanza chiamata capsaicina che contengono che e viene misurato sulla scala di Scoville (SHU): mentre i peperoni si attestano a 0 SHU, i peperoncini particolarmente piccanti superano il milione di SHU.

La paprica si ottiene da peperoni essiccati e macinati e può essere delicata, dolce o piccante.

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Cipolle, aglio, zenzero e mais croccante in combinazione con peperoncino e garam masala nell’olio diventano un condimento eccezionale per il cibo asiatico.


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TEMPO LIBERO ●

Le donne giraffa e il prezzo dell’esotismo A Chiang Rai le donne Karen Padaung indossano anelli di rame per mostrarsi ai visitatori da cui dipendono economicamente

Una ricca focaccia alsaziana Preparata con pasta già pronta, se guarnita con gorgonzola, mele, cipollotti, cicorino rosso e mandorle affumicate, sarà un successo

In ogni buon villaggio ci scappa il morto A cinquant’anni dalla morte della mitica Agatha Christie, alcuni giochi di ruolo e investigazione riportano in scena la Golden Age inglese

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Cinquecento cartoline dal Ticino visto dall’alto

Adrenalina ◆ La prima edizione della prova organizzata da Scenic Trail ha portato oltre cento iscritti lungo il perimetro cantonale Moreno Invernizzi

Ammirare l’orizzonte «accendersi» con i colori dell’alba è uno spettacolo che colpisce dritto al cuore. E la sensazione magica è ancora più grande se quello spettacolo della Natura lo si ammira dalle creste di una montagna. Un idilliaco scenario che si sarà presentato agli occhi di più d’uno dell’ottantina di partecipanti della prima edizione del Ticino 500, il trail che ha portato a spasso i concorrenti lungo i 500 km e rotti che costituiscono, a grandi linee, il confine del nostro Cantone. Con partenza e arrivo, però, dislocati a Roveredo.

Come mai questo… sconfinamento? La domanda l’abbiamo girata ad Aaron Rezzonico, persona assai conosciuta nell’ambiente per essere a capo dell’organizzazione Scenic Trail, organizzatrice del Ticino 500: «Tutto è nato quasi per caso. Con alle spalle una quindicina di anni di esperienza in manifestazioni di questo genere, le vette del Ticino le conoscevo bene, per cui un’idea di massima del percorso, ce l’avevo già. Da definire restavano però il punto di partenza e di arrivo. L’ottima accoglienza che le autorità comunali di Roveredo ci hanno riservato in occasione di un nostro sopralluogo in Mesolcina per verificare l’idoneità di istallarci un punto di controllo, nonché le infrastrutture trovate sul posto, ci hanno persuasi che quella fosse la scelta ideale per partenza e arrivo». Per completare il periplo su e giù dalle varie montagne, i concorrenti avevano a disposizione una finestra di undici giorni, dall’8 al 19 agosto. «Il trail è una sfida con sé stessi, una sfida ai propri limiti. Ognuno era libero di andare al suo ritmo, scegliendo come e quando riposarsi. L’unica cosa da rispettare era il tempo limite entro il quale si doveva transitare al punto di controllo intermedio (a Bosco Gurin, a metà strada dell’intero percorso, da raggiungere entro le 125 ore dalla partenza) al fine di poter garantire a tutti supporto e assistenza in caso di necessità, e il tempo massimo entro il quale si doveva completare l’intera fatica. A complicare le cose è stato il gran caldo che ha caratterizzato praticamente tutti gli undici giorni. Da qui la decisione di allargare i cancelli temporali, portando il tempo massimo per completare il trail a 265 ore». Ai nastri di partenza di questa prima edizione si sono presentati atleti provenienti un po’ da tutto il mondo: «Era rappresentata una trentina di Paesi. Ovviamente la parte del

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Su 110 iscritti, hanno tagliato il traguardo solo in ventotto. Gli altri, provati dalle fatiche, hanno gettato la spugna prima

leone, circa il 10%, era costituito da svizzeri, ma abbiamo avuto la partecipazione anche di diversi italiani. E poi c’erano atleti provenienti da Nazioni come Germania, Austria, Cina, Thailandia, Stati Uniti, Canada, Bulgaria…». Complessivamente, a questa prima edizione si sono iscritte 110 persone, fra cui una decina che hanno optato per il percorso «corto» (si fa per dire…) di 50 km, e un’altra ventina ha invece optato per la versione dimezzata (250 km), con arrivo a Bosco Gurin, mentre la restante parte ha deciso di imbarcarsi nell’avventura completa, da Roveredo a Roveredo, marciando da un capo all’altro del Ticino. «A tagliare il traguardo sono stati in ventotto. Gli altri, provati dalle fatiche, hanno gettato la spugna cammin facendo, in particolare nel corso delle prime tre tappe: i 150 km iniziali, assai impegnativi, si sono rivelati particolarmente selettivi, sorprendendo parecchi». Per Aaron Rezzonico è però in

particolare uno il passaggio più impegnativo di tutto il percorso: «Tastando un po’ il polso ai partecipanti, mi è parso di capire che il passaggio che presentava le difficoltà maggiori, anche dal profilo psicologico, è stata la Bocchetta di Formazzora (che con i suoi circa 2700 metri di quota rappresentava anche il tetto del Ticino 500), che si raggiunge dopo aver percorso, da Foroglio, tutta la Val Calnègia, una sassaia molto impegnativa tecnicamente. Passata questa Bocchetta, poi, si scende verso Bosco Gurin. Chi si è ritrovato su questo tratto di notte – e con le temperature elevate sul giorno, in molti hanno scelto di spostarsi (anche) di notte – ha avuto il suo bel filo da torcere. In diversi hanno ad esempio optato per la formula delle turbosieste notturne; basti pensare che il più veloce di tutti a completare l’intero percorso, ha addizionato circa 15 ore di sonno sull’arco dei 7 giorni e spiccioli che gli sono necessitati per tagliare il traguardo di Roveredo».

Mentre pare non esserci un vero passaggio più bucolico di altri: «Sarò forse un po’ di parte, ma personalmente direi che ognuno dei 500 km di percorso costituisce il passaggio più suggestivo. Ogni segmento ha il suo fascino, un’autentica cartolina. Se devo però sceglierne qualcuno, direi che i più belli per me sono quelli in Val Bavona, costellati di scalinate in granito che salgono verso Gradisc e trasudano anni e anni di storia…». In undici giorni di gara in piena natura, a ogni buon conto, di imprevisti ne possono sempre capitare: «Anche quelli fanno parte del gioco e bisogna saperli fronteggiare. Ogni concorrente era tracciato con il Gps in modo che in qualsiasi momento potevamo intervenire, magari per rimettere sulla giusta via chi s’era un po’ perso. Inoltre avevamo un canale dedicato per avvisare tutti di eventuali pericoli. Penso ad esempio al rischio di temporali e altro ancora. Abbiamo poi dovuto ritoccare leggermente il percorso durante

l’attraversamento della Verzasca, dato che il sentiero che da Lavertezzo porta al Poncione d’Alnasca era chiuso a causa di un incendio. Ragion per cui abbiamo elaborato una variante e avvisato tutti per tempo. Ci siamo pure dovuti occupare della questione dei cani da pastore. Oltre alle regole di base di comportamento da tenere in caso di incontro ravvicinato, contemplate nel nostro road book, abbiamo reso attenti tutti i concorrenti di dove nello specifico avrebbero potuto fare questo genere di incontri, in modo che fossero preparati. Anche perché un conto è se questo capita in pieno giorno, e tutto un altro è se si verifica in piena notte…». Archiviata la prima, si guarda già avanti: «La seconda edizione, che verosimilmente dovrebbe ricalcare il tracciato di quest’anno, è in agenda dal 7 al 18 agosto 2027. Un’edizione che avrà però un nuovo nome, scelto tramite un sondaggio tra i partecipanti, che rimpiazzerà Ticino 500».


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Nello zoo umano delle donne giraffa

Reportage ◆ Fuggite dalla Birmania in cerca di lavoro, rimangono incastrate nella macchina del turismo thailandese che le mette in mostra come rappresentanti di un’etnia da catturare in uno scatto Angelo Ferracuti, testo e foto

L’autista è arrivato puntuale nel piccolo aeroporto di Chiang Rai, lo vediamo appena sbarcati dal volo da Bangkok agli arrivi. È un uomo basso di statura sorridente e dai capelli neri, un paio di Ray-Ban da sole, ci prende la valigia trascinandola verso il parcheggio. L’idea è di raggiungere il Triangolo d’oro, la triplice frontiera nel nord della Thailandia dove il fiume Rop Ruak confluisce nel Mekong e sulle sponde opposte ci sono Laos e Birmania (Myanmar), quella che una volta era la via dell’oppio. Diversamente da altre zone del Paese, qui si percepisce un discreto benessere economico, «è una zona agricola molto fiorente – sostiene l’autista mentre guida cauto – e si è sviluppato molto anche il turismo». Non sarà mica per l’industria dell’oppio? Chiediamo. Dice che la produzione clandestina è diminuita drasticamente, le piantagioni sono state sostituite con caffè, tè, noci macadamia e frutta, per cui si è spostata nel Myanmar, oggi il più grande produttore insieme all’Afghanistan, ma nei boschi delle montagne che si vedono in lontananza, piccole coltivazioni sopravvivono ancora in aree remote, a volte portate avanti da minoranze etniche come i Lisu, Lahu o Akha per uso personale o per il mercato locale. Subito dopo l’autista ci avverte che sulla strada, se vogliamo, a una decina di chilometri da dove siamo, c’è il villaggio delle donne dal collo lungo, chiamate anche donne cigno o giraffa, possiamo fare una deviazione e arrivarci. Queste donne appartengono all’etnia Karen Padaung e sono arrivate qui come rifugiate politiche dallo Stato birmano Kayah varcando il confine negli anni Ottanta a causa della guerra civile e delle persecuzioni che hanno subito dal regime militare, poi sono diventate prigioniere del sistema turistico e vivono in una zona collinare vicino alla statale che stiamo attraversando. Alla fine di una sterrata arriviamo a un parcheggio, più avanti incontriamo il bar e poi la biglietteria. C’è un ingresso da pagare, 300 bath, meno di dieci euro, ci incamminiamo su una scalinata di terra battuta che scende, costeggiamo un laghetto poi arriviamo al primo insediamento, dove alcune donne anziane ci invitano ad avvicinarci alle loro capanne e acquistare con una certa insistenza degli oggetti di artigianato, peraltro prodotti in serie e di scarsa qualità. È mattina presto, siamo tra i rari visitatori, non c’è quasi nessun altro in giro. L’autista ci spiega che il parco etnografico è composto da otto piccoli villaggi, di poco distanziati uno dall’altro, tre ragazze con in mano dei fasci di legna ci vengono incontro sorridenti. Solo più avanti, vediamo le prime «donne giraffa», stanno sedute sulla veranda fuori dall’uscio delle loro piccole case di legno, in genere lavorano ai telai, con i quali confezionano sciarpe di seta colorate. Sono miti e sorridenti, vestono abiti tradizionali e sul viso hanno disegni di cerchi e decorazioni dorate. Intorno al collo, invece, campeggiano gli anelli di rame come una gorgiera, ma l’origine di questo ornamento non si conosce, forse è nato come segno simbolico o di bellezza, di seduzione e fedeltà, qualcuno suggerisce per renderle meno attraenti agli occhi dei maschi delle tribù vicine. Mentre una leggenda narra che il popolo Padaung avrebbe offeso gli spiriti Nat, che successivamente li perseguitò mandando tigri minaccio-

Queste donne appartengono all’etnia Karen Padaung e sono arrivate in Thailandia come rifugiate politiche dallo Stato birmano Kayah varcando il confine negli anni Ottanta.

se contro la tribù, tanto che gli uomini fecero indossare gli anelli al collo delle donne per difenderle dagli agguati dei feroci felini, che notoriamente attaccano le prede mordendole sul collo. Le donne che incontriamo hanno un portamento silenzioso e fiero, una mitezza nei piccoli gesti di saluto, una di loro spiega che questa pratica si inizia a cinque anni, «ogni anno si aggiunge un anello, fino all’età di ventuno, alla fine il collare può arriva-

re a pesare anche dieci chili». La verità è che di fatto non allunga il collo, ma schiaccia le clavicole comprimendo il torace, questo fa sì che i muscoli della nuca senza gli anelli metallici non riescano più a reggere il peso della testa. Gli anelli fanno male, queste donne hanno problemi a mangiare, a stendere la testa per dormire. Nonostante vivano in una prigione a cielo aperto, le vedi comunque sorridenti e affabili, ma quando quei sorrisi si spengono af-

fiora nei loro visi una profonda tristezza, quella di chi ogni giorno è costretto a recitare la parodia della sua vita domestica in un teatro all’aperto. Questa finzione rende tutto ancora più straziante. L’autista, che ha accompagnato qui chissà quante persone, nel vederci turbati spiega che «qui lavorano solo i maschi, che devono pensare alla sopravvivenza, le donne incontrano i turisti e si mettono in posa per farsi fotografare». Fuori dalle case i banchetti con braccialetti e anelli, animali di legno e piccole donne giraffa scolpite e pitturate di rosso, di blu o di verde; il loro cellulare, appoggiato di fianco alle postazioni, perché anche qui nello zoo umano è arrivata la modernità. Lo chiamano turismo etnico, ma molte di queste donne che incontro sono rifugiate senza cittadinanza, prive di passaporto, sfruttate dal Governo, dalle agenzie turistiche e dai boss locali; hanno pagato per venire qui con il miraggio di un lavoro sicuro e adesso sono costrette a vivere in questo teatro dell’assurdo, mentre i mariti per sbarcare il lunario vendono manodopera sempre per il turismo nei parchi con gli elefanti. Lo stato di «apolidi» senza cittadi-

nanza thailandese limita la loro libertà di movimento e le rende dipendenti dal turismo, che diventa necessario per la sopravvivenza. Anni fa alcune di loro con l’aiuto di ong locali e l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) si sono ribellate, togliendosi gli anelli dal collo: erano disposti a ospitarle in Canada e Finlandia, ma non c’è stato verso, lo Stato thailandese non ha concesso il visto per l’espatrio. Alcune, forse per paura, confessano che sono fiere di continuare questa tradizione: «Finché stiamo qui riusciamo a vivere grazie al turismo e ai nostri prodotti artigianali, anche se il nostro sogno è tornare in Birmania». Quando stiamo per andarcene, notiamo che è appena arrivato un gruppo di turisti americani, vestiti in modo pittoresco: sembrano degli scout, con i loro cappelli, gli abbigliamenti da Indiana Jones e le macchine fotografiche a tracolla, pronti a scattare foto che immaginano rare, memorabili. Altri arriveranno nel corso della giornata. La recita sta per ricominciare. Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.


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MONDO MIGROS

LIFESTYLE Riordinare

Di fronte al cappottino, l’autrice Silvia Schütz si lascia prendere dalla nostalgia: riuscirà a separarsene?

Il mio stand appendiabiti è come un album fotografico. Quasi ogni capo d’abbigliamento proviene da un viaggio ed è legato a ricordi ed emozioni, motivo per cui mi risulta difficile separarmene. Sarebbe comunque necessario: su alcune grucce sono già appese due giacche una sopra l’altra, dietro la prima fila di magliette nel cassetto inizia il caos, e i cappelli impilati ricordano un vano tentativo di emulare la Torre di Pisa. Mi sto dedicando alla lettura di testi sull’argomento. Lasciar andare e fare ordine non è difficile solo per me, dato che comporta molte decisioni. Non c’è da stupirsi che ci siano professionisti che aiutano a riordinare. In primo luogo, Marie Kondo. La giapponese è diventata famosa in tutto il mondo grazie alla serie Netflix. Quando fa ordine, inizia proprio dalle cose più semplici: i vestiti. Seguono poi, in ordine crescente di difficoltà, libri, documenti, oggetti vari e, infine, oggetti di valore affettivo. Il mio problema: i miei vestiti fanno parte delle cose a cui sono affezionata. Inizio quindi contemporaneamente con il livello 1 e il livello 5. Il mio obiettivo per oggi: voglio liberarmi di alcuni capi di abbigliamento che si trovano su due stand appendiabiti.

Mettere in ordine fa stare bene Secondo i coach dell’organizzazione, nel migliore dei casi fare ordine dovrebbe addirittura essere divertente. Per me la musica è un fattore importante. Metto qualche canzone degli Abba, più tardi mi servirà un po’ più di energia con gli AC/DC, e infine Jimi Hendrix. Un’altra variante: fare ordine insieme alle amiche che, come ricompensa per il loro aiuto, possono tenere tutto ciò che piace loro. Secondo la Lega svizzera per il cervello, fare ordine dovrebbe regalare gioia grazie all’ormone serotonina e ridurre lo stress attraverso la riduzione del cortisolo. È quindi un balsamo per la mente e per il corpo. Sebbene abbia sempre considerato il mio appendiabiti pieno come un aspetto positivo, una settimana dopo aver fatto ordine devo ammettere: è vero. L’album fotografico non è più appeso all’appendiabiti, che ora è libero e offre spazio per qualcosa di nuovo – proprio accanto al cappottino zebrato.

Gurten o Cervino? Per prima cosa bisogna ammucchiare tutti i vestiti per rendersi conto di quanta roba si possiede. Fortunatamente da me quella montagna, con i due stand appendiabiti, rappresenta più una collina che non il Cervino. Tuttavia si tratta lo stesso di una quantità non indifferente. Ora segue, passo dopo passo, la procedura di distacco. Tengo in mano il cappotto a righe nere e marroni e, nei miei ricordi, mi ritrovo immediatamente sulla Madison Avenue di New York, dove l’ho comprato insieme a un’amica quasi 20 anni fa. Che vacanze fantastiche! Due svizzere un po’ fuori di testa a New York, pronte a ogni genere di avventura. Monito a me stessa: basta distrazioni, devo fare ordine.

E se gli abiti ormai non ti vanno più? Marie Kondo consiglia di dare via tutto ciò che non suscita gioia quando lo si tiene in mano. Questo non vale assolutamente per il mio cappottino. Altri coach di organizzazione consigliano invece di gettare via tutto ciò che non si è indossato nell’ultimo anno. Sembra semplice, ma non lo è affatto. All’epoca indossavo spesso quel cappotto, ma ormai non mi va più bene. Quindi modifico la regola: si tiene solo ciò che dà gioia e che non si discosta di più di due taglie dalla realtà. Ma cosa fare con i capi preferiti che, secondo la regola, bisogna eliminare? Kondo è inflessibile: buttare via, donare, regalare o vendere. Prima si ringrazia educatamente il capo d’abbigliamento per gli anni trascorsi insieme. Ciò che può restare viene riposto con cura, ordinato per categorie, nell’armadio appena pulito: maglioni autunnali e invernali in un posto, magliette in un altro e così via. Ho ancora in mano il cappottino a strisce di New York. Mi tornano in mente dei ricordi: indossando i nostri vestiti appena comprati, abbiamo bevuto Cosmopolitan in un bar vicino a Central Park, sentendoci delle donne di mondo e, dopo due bicchieri, abbiamo finto di essere francesi. La mattina seguente, la mostra video di Pipilotti Rist al Museum of Modern Art (MoMA), che si poteva ammirare stando sdraiati, è stata la nostra salvezza. Secondo monito: basta distrazioni, devo fare ordine.

Fare ordine con Kondo e Hendrix

Separarsi dalle cose fa bene alla psiche, dicono. L’unica difficoltà sorge quando ogni capo di abbigliamento racconta una storia. Da dove cominciare, allora? Testo: Silvia Schütz Foto: Mara Truog

I consigli di Marie Kondo per fare ordine 1. Segna in modo definitivo nella tua agenda le date in cui hai previsto di fare ordine. 2. Visualizza la tua vita ideale (ordinata), in modo da rimanere motivato e non perdere di vista il tuo obiettivo. 3. Organizza gli spazi per categoria, non uno per uno: abbigliamento, libri, documenti, oggetti di uso quotidiano, oggetti con valore affettivo (ricordi). 4. Per prima cosa, svuota sempre tutti gli oggetti di una categoria e mettili tutti insieme in un unico mucchio. Tutti. 5. «Sparks of Joy»: conserva solo ciò che ti rende felice.

Obiettivo dell’operazione di riordino: liberare due stand appendiabiti dai vestiti.

6. Ringrazia ogni capo di abbigliamento o oggetto per il servizio reso. 7. A ogni cosa che rimane viene assegnato un posto fisso. 8. Buttare via.

Ecco la mole degli abiti in eccesso


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Ricetta - Focaccia alsaziana con mele e gorgonzola ●

Ingredienti

Preparazione

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Ingredienti per 4 persone

1. Dimezzate le mele senza sbucciarle e tagliatele a fette senza togliere il torsolo. Spruzzatele con il succo di mela. 2. Tagliate i cipollotti ad anelli di circa 5 mm di spessore. Tritate grossolanamente le mandorle. 3. Scaldate il forno ventilato a 220 °C. Accomodate ogni sfoglia di pasta su una teglia foderata con carta da forno. Piegate a piacimento le sfoglie e stendetele formando un ovale; così la focaccia sembrerà fatta a mano. 4. Spalmate la panna acidula sulla pasta e guarnite con le mele, i cipollotti e le mandorle. Spezzettate il gorgonzola e distribuitelo. Irrorate le focacce con un filo d’olio. 5. Infornate 2 focacce alla volta e cuocetele per 10-12 minuti. A metà cottura invertite la posizione delle due teglie e completate la cottura. 6. Poco prima della fine di cottura spezzettate il cicorino, distribuitelo sulle focacce e cuocetelo per 1-2 minuti. Salate a piacimento.

Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch

2 mele, ad esempio Gala 2 c di succo di mele o di limone 1 mazzetto di cipollotto 2 c di mandorle affumicate o nocciole 4 sfoglie di pasta per tarte flambée di 200 g ciascuna 350 g circa, di panna acidula semigrassa 80 g circa, di gorgonzola 4 c d’olio d’oliva 50 g circa, di cicorino rosso fleur de sel

Preparazione: circa 20 minuti; cottura in forno: 10-12 minuti Per porzione: circa 22 g di proteine, 48 g di grassi, 106 g di carboidrati, 1170 kca

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Il gioco del delitto perfetto nella campagna inglese Colpo critico ◆ A cinquant’anni dalla morte di Agatha Christie, alcuni titoli ludici riportano in scena atmosfere, personaggi e meccanismi narrativi della Golden Age Andrea Fazioli

Tutti siamo già stati lì. È un piccolo villaggio inglese, sprofondato nella campagna e nella pace illusoria degli anni Venti o Trenta del Novecento. L’autore Colin Watson, in un suo celebre saggio, lo definì «Mayhem Parva», presentandolo come un’utopia, un posto dove la vita scorre placida come un ruscello di campagna. Almeno in apparenza, perché immancabilmente poi a Mayhem Parva accade un incredibile delitto. Ed è uno scandalo. Com’è possibile che qualcuno abbia usato turbare la pace del villaggio? A Mayhem Parva c’è «una chiesa ben frequentata, una locanda con alloggi decenti per detective-ispettori itineranti, una scuola di paese, una libreria e un negozio» (Colin Watson, Snobbery with violence: english crime stories and their audience, Faber and Faber, 1971). Il problema appare insolubile: chi ha messo quel cadavere nella biblioteca del colonnello in pensione? È il mondo di Agatha Christie, di cui quest’anno si ricordano i cinquant’anni dalla scomparsa. Ed è ben radicato nell’immaginario collettivo: anche chi non avesse mai letto i suoi romanzi ha visto magari i film o alcune fra le serie ispirate all’autrice britannica. In realtà Mayhem Parva non è mai esistito: quel mondo era già fittizio ai tempi di Christie. Ed è questo il bello. A differenza della cronaca ne-

ra e delle storie più vicine alla realtà, il giallo classico consente di mettere in scena un delitto, con la ricerca della verità che ne consegue, senza eccessi di morbosità e di violenza. Anche nell’ambito ludico Mayhem Parva è stato più volte messo in scena, con molte varianti. Una di queste venne creata da Graham Walmsley nel 2009 e pubblicata in italiano nel 2010 da Narrattiva con il titolo Il gusto del delitto. Un gioco di relazioni mortali, a cura di Michele Gelli. È una bella edizione che si richiama alle copertine dei Gialli Mondadori: un valore aggiunto per ricreare l’atmosfera del classico mistery della Golden Age inglese. È un gioco di ruolo per 4-6 giocatori (ma si può arrivare fino a 8), in cui ognuno incarna un membro di una famiglia nobile o della servitù. Dopo aver preparato dei personaggi, si mette in scena una situazione: la colazione, la partita di croquet o il tè del pomeriggio. I giocatori interagiscono liberamente, finché qualcuno non invita un altro a una «scena collaterale». Avviene allora un confronto in cui ognuno dei due tenta di «influenzare» l’altro, cioè di costringerlo a fare o ad ammettere qualcosa, tirando alcuni dadi. Dopo un po’ i conflitti cresceranno: dietro l’apparenza si rivelerà un groviglio di malignità e rancori, come vuole la tradizione di Mayhem Parva… nessuno è immune al male.

L’investigatore del gioco Il gusto del delitto e la giovane Claire Harper del gioco In giallo. (IA)

Niente è stabilito. Si tratta di creare una storia, non di risolvere un problema. Ma qualcuno verrà ucciso, naturalmente. Il giocatore che impersonava la vittima cambierà ruolo e vestirà i panni dell’ispettore Cross, incaricato di scoprire la verità. Alla fine, tramite una scelta mediata da un lancio di dadi, si decide il colpevole. Fra i molti altri giochi che riman-

Giochi e passatempi Cruciverba

Alla nascita il cucciolo di canguro è grande all’incirca… e per svilupparsi rimarrà nel marsupio della mamma… trova il resto delle frasi risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 4, 2, 7 – 5, 4, 4)

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dano ad Agatha Christie menziono almeno Suspects: Claire Harper entre en scène, creato da Guillaume Montiage nel 2021 per Studio H e tradotto in italiano nel 2022 da MS edizioni con il titolo di In giallo. È un cooperativo: i partecipanti (da 1 a 6) devono risolvere un delitto con una serie di carte che raffigurano le persone sospette, i luoghi, gli oggetti. La pro-

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

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ORIZZONTALI 1. G arbate, educate 7. Specie alla quale apparteniamo 8. Un’emittente televisiva 9. Possessivo 11. Andar col vate... in giro 12. Qualifica il cast 13. Profeta biblico inghiottito da un pesce 17. Un’antica moneta 18. Albero d’alto fusto 19. Antico popolo germanico guidato da Odoacre 20. Codice bancario 21. Santippe lo era di Socrate 23. Responsabili punite 25. Le iniziali dell’attore Sperandeo

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tagonista, la giovane Claire Harper, sembra uscita diritta da un romanzo della Golden Age. La scatola contiene tre episodi, che si possono giocare una volta sola (ma sono uscite diverse espansioni). Fra l’altro, fra gli autori dei vari casi c’è anche Paul Halter, un autore francese che si ispira ai grandi classici del giallo e che è abilissimo nel raccontare i delitti della camera chiusa, nei quali la vittima viene rinvenuta in una stanza sbarrata ermeticamente dall’interno. Anche chi non ama troppo i gialli si lascerà prendere da questi giochi. Proprio come i romanzi di Agatha Christie, hanno la capacità di parlare a tutti, in ogni lingua, in ogni cultura, mettendo in scena l’eterna vicenda della piccola comunità turbata dal delitto. Manca solo Poirot o Miss Marple. Del resto, è proprio Miss Marple, nel primo romanzo che la vede protagonista, a dire che il villaggio di St. Mary Mead è un microcosmo privilegiato per osservare l’umanità. Suo nipote Raymond paragona il paese a uno «stagno morto». E la saggia zia gli risponde che non «c’è nulla di più brulicante di vita della goccia d’acqua di uno stagno sotto la lente del microscopio» (A. Christie, La morte nel villaggio, 1930; Mondadori, 1987). Non a caso, come lei stessa dichiara, il solo e grande hobby di Miss Marple è proprio «lo studio della Natura Umana».

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Soluzione della settimana precedente 26. Le iniziali del musicista Respighi 27. Nome maschile 28. Lui, lui e lui VERTICALI 1. La cancelleria vescovile 2. C elebre moschea di Gerusalemme 3. Segue avril a Parigi 4. Rendono spenta la seta 5. Malasorte prolungata 6. N ell’antica Sparta sorvegliava l’operato del re

10. Letto spesso asciutto di fiumi africani 12. Divise, frazionate 13. Misurano molte medicine 14. Raganella arborea 15. Ci segue ovunque 16. Una scrollata di testa 17. S cozzese a Buckingham Palace 19. Le iniziali di Pellico 21. Un superstite del diluvio 22. Prefisso che vuol dire tre 24. Le iniziali dell’attore Solfrizzi 26. La bocca di Virgilio

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

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I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».


026 17. 9 – 23. 9. 2

33%

3.95

Uva Pizzutella Extra Italia, al kg

invece di 5.95

41%

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3.75 invece di 5.40

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di salmone 12.95 Filetto senza pelle M-Classic, ASC invece di 22.25

d'allevamento, Norvegia, 500 g, in self-service, (100 g = 2.59)

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Fino a esaurimento dello stock. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti.


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Migros Ticino

10.09.2026 15:34:41


Frutta e verdura

I R O L I CO e r b m e t t e s di

25%

2.70 invece di 3.60

Zucca Hokkaido Svizzera, al kg

Idea le con

30%

conf. da 2

20%

Feta Migros Bio

Pesto alla genovese, alla calabrese o rosso, Barilla

180 g, 2.07 invece di 2.95, (100 g = 1.15)

per es. alla genovese, 2 x 190 g, 6.20 invece di 7.80, (100 g = 1.63)

2

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10.09.2026 15:33:58


a partire da 2 pezzi

22%

6.05 invece di 7.80

20%

Minestrone Migros

Carote in sacchetto Migros Bio e Demeter

Ticino/Svizzera/Cananda, al kg, confezionato, (100 g = 0.61)

Svizzera, per es. Migros Bio, Svizzera, 1 kg, 2.64 invece di 3.30

20%

20%

1.60 invece di 2.–

Lattuga cappuccio con cuore Migros

3.40

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Cetrioli Nostrani Migros Ticino, al kg, (100 g = 0.34)

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Gallinacci Lituania, vaschetta da 500 g, (100 g = 1.79)

lavata, pronta al consumo, 200 g, (100 g = 0.80)

20%

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32%

2.80

20%

3.80

Pere Williams Svizzera, al kg

invece di 3.50

Kiwi Gold Extra

Porri interi Svizzera, al kg

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Nuova Zelanda, al pezzo, –.95 invece di 1.40

31%

HIT 5.30

Ananas a cubetti 550 g, (100 g = 0.96)

Migros Ticino

2.40 invece di 3.50

21%

Fichi blu Turchia, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.48)

2.50

Manghi bio Migros Spagna, il pezzo

invece di 3.20

Offerte valide dal 17.9 al 23.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 3

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10.09.2026 15:34:07


Carne e salumi

I L G A T i r o t i d n e t n da i 10%

2.60

Filetto di maiale Migros Svizzera, per 100 g, in self-service

invece di 2.90

20%

2.35 invece di 2.95

3.70

46%

Cordon bleu di maiale IP-SUISSE per 100 g, in self-service

Lombatina d'agnello Migros per 100 g, in self-service

1.20 invece di 2.25

25%

Arrosto di collo di maiale IP-SUISSE per 100 g, in self-service

2.90 invece di 3.90

Spezzatino di vitello Migros Svizzera, per 100 g, in self-service

31%

5.45 invece di 7.95

Entrecôte di manzo al pezzo IP-SUISSE per 100 g, in self-service

4

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10.09.2026 15:34:40


20%

3.35 invece di 4.20

18%

per 100 g, in self-service

20%

1.80 invece di 2.25

5.40

Sminuzzato di manzo IP-SUISSE

invece di 1.60

Svizzera, per 100 g, in self-service

invece di 6.65

20%

Pizzoccheri prodotti in Ticino, per 100 g, in self-service

4.95 invece di 6.20

21%

1.25

Costolette di vitello

20% Curry Balls di pollo Migros

Pollo intero Optigal

Brasile, 300 g, in self-service, (100 g = 1.65)

18%

2.95

Bistecche di coscia di pollo speziate Migros Svizzera, per 100 g, in self-service

invece di 3.60

Mini filetti di pollo Optigal Svizzera, per 100 g, in self-service

20x

20x

NOVITÀ

NOVITÀ

CUMULUS

40% 11.60

invece di 19.40

al naturale e speziato, Svizzera, per es. al naturale, al kg, 7.95 invece di 9.95, in self-service

Crispy di pollo Don Pollo prodotto surgelato, in conf. speciale, 1,4 kg, (100 g = 0.83)

Migros Ticino

3.95

CUMULUS

Chicken Strips Don Pollo al naturale o alla paprica, Brasile, 150 g, in self-service, (100 g = 2.63)

4.70

Piccata di pollo Migros Svizzera, 150 g, in self-service, (100 g = 3.13)

Offerte valide dal 17.9 al 23.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 5

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10.09.2026 15:35:10


Salumi

I l g u s to c h e

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19%

7.95 invece di 9.90

37%

1.50

Landjäger Tradition affumicato Svizzera, 4 x 2 pezzi, 400 g, in self-service, (100 g = 1.99)

invece di 2.40

conf. da 3

14%

6.95 invece di 8.10

Polpettine di carne IP-SUISSE per 100 g, in self-service

10%

4.40

Salsiccette di maiale M-Classic, IP-SUISSE 3 x 4 pezzi, 3 x 200 g, (100 g = 1.16)

invece di 4.90

Salametti di cinghiale prodotti in Ticino, per 100 g, in self-service

20x

20x

20x

NOVITÀ

NOVITÀ

NOVITÀ

CUMULUS

2.50

CUMULUS

Salsiccia Chablais Spécialité Suisse Svizzera, per 100 g, in self-service

2.95

CUMULUS

Salsiccia del contadino Spécialité Suisse Svizzera, 2 pezzi, per 100 g, in self-service

7.95

Salametti di capriolo M-Classic Svizzera/Germania, 2 pezzi, 180 g, in self-service, (100 g = 4.42)

Migros Ticino 6

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conf. da 2

22%

6.95 invece di 9.–

25%

Svizzera, 2 x 120 g, (100 g = 2.90)

30%

5.35 invece di 7.70

6.95

Prosciutto cotto in crosta Spécialité Suisse

invece di 9.30

prodotto in Ticino, per 100 g, in self-service

3.75 invece di 5.40

affettato finemente, Svizzera, 120 g, in self-service, (100 g = 5.79)

conf. da 2

30%

Prosciutto crudo San Pietro Rapelli

Mostbröckli dell'Appenzello Spécialité Suisse, IGP

20%

5.90

Salame Felino Italia, per 100 g, al banco a servizio

Salame Milano Citterio Italia, 2 x 70 g, (100 g = 4.21)

invece di 7.42

20x CUMULUS

conf. da 2

16%

NOVITÀ

2.30

Affettato Tradition Svizzera, 200 g, in self-service, (100 g = 1.15)

4.95 invece di 5.90

20x

20x

NOVITÀ

NOVITÀ

CUMULUS

5.50

Petto di tacchino affettato finemente Don Pollo Brasile/Ungheria/Francia, 2 x 150 g, (100 g = 1.65)

CUMULUS

Prosciutto cotto Puccini Rapelli a ridotto contenuto di sale Svizzera, 140 g, in self-service, (100 g = 3.93)

Migros Ticino

Prosciutto cotto Vignola Citterio al naturale e con tartufi, Italia, per es. al naturale, 120 g, 7.95, in self-service, (100 g = 6.63)

Offerte valide dal 17.9 al 23.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 7

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Pesce e frutti di mare

o t a l e g n o c , o Affumicat

? O C S o FRE Pesce selva

21%

9.95 invece di 12.60

tico

Salmone selvatico Sockeye Migros, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 280 g, in self-service, (100 g = 3.55)

28% dorsale di 13.95 Filetto merluzzo M-Classic, MSC invece di 19.55

13.30

Gamberetti tail-on Pelican, cotti, ASC prodotto surgelato, 500 g, (100 g = 2.66)

pesca, Atlantico nordorientale, 450 g, in self-service, (100 g = 3.10)

44% 10.95 Filetti di pangasio Pelican, ASC invece di 19.80

prodotto surgelato, in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.73)

8

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Pane e prodotti da forno

i t a n r o Sf c o n AM O R E

Prodotti freschi e pronti

conf. da 4

40% Fiori o gnocchi, Anna's Best, refrigerati

21% 7.–

invece di 8.89

fiori al limone e formaggio fresco o gnocchi alla caprese, in confezioni multiple, per es. fiori, 4 x 250 g, 11.75 invece di 19.80, (100 g = 1.18)

Mini Biberli Petit Bonheur con ripieno di mandorle 634 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.10)

30%

4.40

conf. da 4

25%

invece di 6.30

HIT Berliner con farcitura ai lamponi e ribes rossi Petit Bonheur

5.95

in conf. speciale, 6 pezzi, 420 g, (100 g = 1.05)

Triondo Wild Deluxe ripieno di selvaggina, fichi, arance e pancetta, in confezione speciale, 250 g, (100 g = 2.38)

Mini tortine per es. tortina di Linz Petit Bonheur, 4 x 75 g, 4.20 invece di 5.60, (100 g = 1.40)

Con ciliegie candite e Kirsch

conf. da 2

20%

25%

5.95 invece di 7.95

Cornatur Torta Foresta Nera Ø 16 cm, 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.19)

nuggets o scaloppine mozzarella e pesto o sminuzzato, per es. nuggets vegane, 2 x 225 g, 6.– invece di 7.50, (100 g = 1.33)

Offerte valide dal 17.9 al 23.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 9

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Formaggi e latticini

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2.–

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Quark alla frutta Migros lampone, fragola o albicocca, 4 x 125 g, (100 g = 0.40)

a partire da 2 pezzi

10%

a partire da 4 pezzi

20%

Tutto l'assortimento di crème fraîche e panna acidula per es. Valflora al naturale, 200 g, 1.98 invece di 2.20, (100 g = 0.99)

Tutti gli yogurt Excellence 150 g, –.84 invece di 1.05, (100 g = 0.56)

conf. da 3

20% Caffè Latte Emmi Macchiato, Cappuccino o Double Zero, per es. Macchiato, 3 x 230 ml, 5.25 invece di 6.60, (100 ml = 0.76)

L a t te s e n za lattos io

–.75

a partire da 2 pezzi

Coffee Macchiato Migros 270 ml, (100 ml = 0.28)

20%

Latte UHT semiscremato aha!, IP-SUISSE 1 litro, 1.56 invece di 1.95, (100 ml = 0.16)

a partire da 3 pezzi

15%

Panna per caffè Valflora 500 ml, 1.70 invece di 2.–, (100 ml = 0.33)

15% Robiolini Nostrani al naturale o alle erbe 200 g, per es. al naturale, 4.25 invece di 5.–, (100 g = 2.13)

Migros Ticino 10

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conf. da 2

20%

16% 17.50

Tutto il formaggio per raclette a fette Migros Bio per es. al pepe, 10 fette, 240 g, 5.20 invece di 6.50, prodotto confezionato, (100 g = 2.17)

20%

1.55 invece di 1.95

Appenzeller surchoix circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato

invece di 3.–

Canaria per 100 g, prodotto confezionato

21%

invece di 8.85

invece di 2.15

Tilsiter surchoix circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g

15%

conf. da 3

6.95

1.70

2.13 invece di 2.50

3 x 130 g, (100 g = 1.78)

Migros Ticino

6.80 invece di 8.55

2.45 invece di 3.10

Le Gruyère Höhlengold AOP per 100 g, prodotto confezionato

30% Sbrinz, AOP Sbrinz

Tutti i formaggi per insalata e i tipi di feta

per 100 g, prodotto confezionato

per es. Feta Migros Bio, 180 g, 2.07 invece di 2.95, (100 g = 1.15)

20%

Formaggio grattugiato Le Gruyère, AOP

2 x 800 g, (100 g = 1.09)

20%

20%

20%

2.40

invece di 21.–

Fondue Appenzeller

21%

Mini Babybel in conf. speciale, rete da 18 x 22 g, (100 g = 1.72)

4.95 invece di 6.30

Président Carré Gourmet in conf. speciale, 350 g, (100 g = 1.41)

Offerte valide dal 17.9 al 23.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 11

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Scorta

i s r a i c s a l n o Pr ez z i d a n

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DI RIDUZIONE Tutte le capsule Delizio, 48 pezzi per es. Lungo Crema, 17.80 invece di 19.80, (100 g = 6.18)

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NOVITÀ Tè e tisane Sélection Green Tea Jasmin, Bio Matcha e Milky Oolong, per es. Green Tea Jasmin, 150 g, 13.95, (100 g = 9.30)

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Caffè in chicchi Boncampo Migros

in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.66)

Classico e Oro, 1 kg, per es. Classico, 7.– invece di 8.–, (100 g = 0.70)

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Tutte le farine bio

3 x 250 g, (100 g = 0.51)

(prodotti Demeter e Regina esclusi), per es. Farina per treccia Migros Bio, 1 kg, 2.66 invece di 3.80, (100 g = 0.27)

invece di 4.80

12

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conf. da 5

a partire da 2 pezzi

30%

20%

Zuppe di noodles Nongshim

Purea di patate Mifloc M-Classic

Kimchi, Spicy Ramen o Veggie Soup, per es. Kimchi, 5 x 120 g, 6.65 invece di 9.50, (100 g = 1.11)

disponibili in diverse varietà, per es. 4 x 95 g, 4.16 invece di 5.20, (100 g = 1.09)

20% Oli d'oliva Don Pablo

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Tonno rosa Migros, MSC

Ketchup Heinz

in acqua salata e olio, per es. acqua salata, 3 x 80 g, 2.93 invece di 3.90, (100 g = 1.22)

Tomato oppure Tomato light, 2 x 500 ml, per es. Tomato, 4.95 invece di 6.20, (100 ml = 0.50)

conf. da 6

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30%

5.45 invece di 7.80

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Pasta Barilla spaghetti, fusilli o penne rigate, 3 x 500 g, (100 g = 0.35)

20x CUMULUS

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16.50 Mini pizze Piccolinis Buitoni invece di 22.–

surgelate, prosciutto o mozzarella, in confezione speciale, 40 pezzi, 1,2 kg, (100 g = 1.38)

5.60

Bruschetta con pomodori e mozzarella Migros prodotto surgelato, 348 g, (100 g = 1.61)

Offerte valide dal 17.9 al 23.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 13

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Dolci e cioccolato

a i z i l e d a t s e qu

Conced it i

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20%

Tutti i gelati Crème d'Or in vaschetta da 500 ml e 1000 ml prodotto surgelato, per es. vaniglia Bourbon, 1000 ml, 8.76 invece di 10.95, (100 ml = 0.88)

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20%

20%

12.80 Tavolette di cioccolato Lindt invece di 16.–

HIT 6.95

Tutti i Toffifee

al latte finissimo o al latte con nocciole, 5 x 100 g, (100 g = 2.56)

125 g e 400 g, per es. Milk, 125 g, 1.60 invece di 2.–, (100 g = 1.28)

50%

HIT Maltesers in conf. speciale, 400 g, (100 g = 1.74)

9.95

Peanut M&M's in conf. speciale, 800 g, (100 g = 1.24)

Napolitains 14.90 Cioccolatini Selection Frey invece di 29.88

assortiti, in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 1.49)

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Snack e aperitivi che le In azione an s al chili Tortilla Chip

a partire da 2 pezzi

–.60

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25%

Tutto l'assortimento Blévita (confezioni singole escluse), per es. Gruyère AOP, 6 x 38 g, 3.35 invece di 3.95, (100 g = 1.47)

2.55 invece di 3.40

35%

7.65

18% 7.–

invece di 8.60

invece di 11.80

Bastoncini alle nocciole M-Classic

Tortilla Chips al naturale e al chili, Migros Bio 150 g, (100 g = 1.70)

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Biscotto al caramello Lotus Biscoff in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.77)

33% Noci di anacardi, gherigli di noci o noci miste, Sun Queen per es. noci di anacardi, 3 x 200 g, 6.70 invece di 10.05, (100 g = 1.12)

in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.70)

a partire da 3 pezzi

30%

a partire da 2 pezzi

–.30

DI RIDUZIONE

Tutti i biscotti Tradition

Tutti i salatini da aperitivo Party

per es. Petit Gâteau limone, 150 g, 3.15 invece di 4.50, (100 g = 2.05)

per es. cracker alla pizza, 150 g, 2.80 invece di 3.10, (100 g = 1.87)

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N O N e h c i z o z n a g u i c s Pre o r p i Bevande

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LO SAPEVI

Vitamin Well offre la variante giusta per ogni esigenza: Original è una bevanda dissetante arricchita con vitamine e minerali. Zero è priva di zucchero ed è anch’essa arricchita con ingredienti selezionati. Su ogni bottiglia è possibile vedere a colpo d’occhio quali ingredienti rispondono a quale esigenza.

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Energy Drink o Sugarfree, 24 x 250 ml, (100 ml = 0.42)

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25% Tutto l'assortimento Vitamin Well per es. Reload, 6 x 500 ml, 10.13 invece di 13.50, (100 ml = 0.34)

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Tutti i succhi di frutta Sun Queen

Classic, Zero oppure Zero zuccheri e Zero caffeina, 8 x 500 ml, (100 ml = 0.23)

6 x 1 litro e 1 litro, per es. succo d'arancia, Fairtrade, 6 x 1 litro, 13.97 invece di 19.95, (100 ml = 0.23)

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Bebè e bambini

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Tutto l'assortimento Hipp (latte Pre, Comfort e di tipo 1 esclusi), per es. bustina morbida mela, pera e banana, bio, 100 g, 1.56 invece di 1.95

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disponibile in viola, verde o blu, tg. 62/68–134/140, il pezzo

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Bellezza e cura del corpo

i d O M U F i u O l r R e p P e i per le b e n e s s e re

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Tutto l'assortimento di prodotti in ovatta Beauty & Co. (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. dischetti d'ovatta, 80 pezzi, 1.56 invece di 1.95

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Prodotti per la doccia e lozioni per il corpo, Kneipp

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(confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. balsamo doccia delicato ai fiori di mandorlo Hautzart, 200 ml, 3.71 invece di 4.95, (100 ml = 1.86)

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Tutto l'assortimento Sanactiv

per es. roll-on Dry Impact 72 h, 2 x 50 ml, 5.60 invece di 7.50, (100 ml = 5.60)

per es. spray nasale all'acqua di mare, 20 ml, 3.08 invece di 4.10, (10 ml = 1.54)

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Tutto l'assortimento Secure e Tena (confezioni multiple e sacchetti igienici esclusi), per es. Secure Ultra Normal FSC®, 20 pezzi, 4.24 invece di 5.65 Offerte valide dal 17.9 al 23.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 19

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