Anno LXXXIX 9 settembre 2026
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Cooperativa Migros Ticino
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Settimanale di informazione e cultura
MIGROS MONDO
Iniziativa e: ntazion sull’alime iverà rr da dove a uro? fut il cibo del Pagina 2
www.azione.ch ●
SOCIETÀ
ATTUALITÀ
CULTURA
TEMPO LIBERO
Le sfide quotidiane della «generazione sandwich» raccontate da Alberto Pellai
Riflessioni sulla neutralità elvetica e le lezioni del «Rapporto Bergier» in vista delle votazioni
Le opere dell’artista Helidon Xhixha offrono affascinanti giochi di luce nel Gambarogno
Dal pogo stick ai Sex Pistols, fino ai Nirvana: così salti e spallate diventano linguaggio da concerto
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Keystone
Clima, troppa energia nell’aria
Carlo Silini
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Un giallo come si deve Carlo Silini
E così, al termine di un’estate bizzosa, abbiamo il nostro ministro indagato: ancora formalmente in carica, ma ormai depotenziato dai colleghi di governo. Ora è sotto la lente per presunti reati «contro l’integrità sessuale», prima lo era per altre vicende forse legate a questo filone. Cosa sta succedendo? Stiamo assistendo alla rovinosa caduta di un politico in vista, già giudice in vista, esponente di spicco di un partito in vista ma un po’ in declino, travolto da vicende ben più gravi di un arrocco di dipartimenti fra consiglieri di Stato della stessa famiglia politica o di un’imbarazzante infrazione automobilistica del collega di partito, capace di tenere sulle spine Governo e Polizia. Romanzetti rosa, a pensarci oggi. L’elenco delle accuse a Claudio Zali si allunga quasi ogni giorno da quando, in luglio, sono emerse registrazioni audio nelle quali usava uno slang da capobanda che impartisce lezioni di (mala)vita a un’amica particolare, riluttante
di fronte all’invito a riempire, o far riempire, di botte un’altra donna. Poi la vicenda precipita: la stessa signora che conversava con lui nelle registrazioni denuncia di essere stata aggredita da uno sconosciuto e, pochi giorni dopo, muore annegata nel Ceresio. E bum, eccolo servito, il giallo estivo ticinese, suscettibile di nuovi sviluppi anche dopo la stesura di questo articolo. Da estimatore del genere «crime», questa congerie di fatti e fattacci mi sembra partorita dalla mente di un navigato narratore. C’è un uomo di potere dagli occhi di ghiaccio e i modi asciutti, rispettato, temuto e avversato perché considerato piuttosto libero dai condizionamenti di partito. Uno su cui già si chiacchierava per il caso del quattordicenne detenuto alla Farera, figlio di una sua conoscente. Un interessamento personale che lo portò a convocare magistratura e alti funzionari e gli è poi valso un’inchiesta per abuso di autorità e tentata coazione. C’è poi un’e-mail del 2020 nella quale Zali
chiedeva all’allora presidente dell’ente ospedaliero cantonale, EOC, Paolo Sanvido, con copia al consigliere di Stato Raffaele De Rosa, di favorire l’assunzione della stessa donna al centro delle registrazioni suggerendo il licenziamento di «uno dei frontalieri di cui l’EOC è farcito come un cannolo alla crema». E, soprattutto, ci sono le donne che frequentava, in lite fra loro, forse anche a causa sua, l’oggetto del contendere amoroso. Se aggiungete un Ticino prossimo alle elezioni di aprile, le voci secondo cui la presenza di Zali avrebbe complicato futuri riassetti nella destra cantonale e il ricordo di un recente periodo, diciamo così, opaco della magistratura cantonticinese, il quadro si presta a teoremi da serie Netflix. Ricatti e guerre tra ex, attrazione per donne in difficoltà, killer assoldati a Milano per far tacere chi parla troppo, vendette politiche a orologeria servite sul vassoio della cronaca ruggente. Sorvoliamo sui silenzi governativi, attribuiti a
seconda dei punti di vista a prudenza, imbarazzo o perfino viltà, e sui facilissimi «crucifige» rivolti a una figura ormai politicamente compromessa. Qui finisce il film e comincia il lavoro della giustizia. Occorre capire che cosa abbia fatto e che cosa non abbia fatto Zali, se la morte della donna delle registrazioni abbia un collegamento con questa vicenda e, in caso affermativo, quale. Occorre sapere se le sue segnalazioni siano state prese sul serio dalle autorità competenti. E capire se, in Governo o nel suo partito, qualcuno fosse a conoscenza di comportamenti illegali per chiunque, tanto più incompatibili con il suo ruolo istituzionale, e se abbia mosso un dito per fermarli. Una solida valutazione umana del personaggio e politica della classe dirigente sarà possibile solo dopo aver risposto a questi interrogativi. Poi sì, a bocce ferme, ben venga un genio del genere noir che prenda in mano la storia e la trasformi in un giallo come si deve.
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In futuro da dove arriverà il nostro cibo? Votazioni ◆ L’iniziativa sull’alimentazione chiede meno importazioni di generi alimentari e una maggiore autosufficienza Jörg Marquardt
Sono pochi gli argomenti che ci toccano tanto quanto ciò di cui ci nutriamo. Con l’iniziativa sull’alimentazione in votazione il prossimo 27 settembre si deciderà cosa mangeremo in futuro e le direttive che la Confederazione dovrà applicare per la produzione di generi alimentari. Con l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura – mediante il rafforzamento di una produzione nazionale sostenibile, più derrate alimentari vegetali e acqua potabile pulita (Iniziativa sull’alimentazione)», gli iniziativisti intendono dare un orientamento nuovo all’agricoltura. A loro avviso la Svizzera dipende troppo dai generi alimentari esteri. L’iniziativa intende inoltre ridurre i problemi ambientali legati all’agricoltura. L’iniziativa chiede che la Svizzera produca più generi alimentari. Attualmente i contadini svizzeri riescono a coprire appena la metà della domanda. Il grado di autosufficienza dovrebbe invece salire almeno al 70 percento. Al fine di raggiungere questo traguardo, agricoltrici e agricoltori dovrebbero produrre meno derrate alimentari animali e più derrate vegetali; dunque, meno carne di manzo, e al suo posto più cereali e frutta. Oltre a ciò dovranno essere più attenti alla protezione di suolo, biodiversità e acqua potabile. Per la messa in atto Confederazione e Parlamento hanno dieci anni di tempo.
PRO Cosa sostengono i favorevoli L’iniziativa è sostenuta dall’attivista ambientalista Franziska Herren e dall’associazione «Acqua pulita per tutti». Oltre al comitato, sostengono l’iniziativa i Giovani Verdi e gruppi
minori come le Anziane per il clima. Ad accomunarli vi è la preoccupazione che in caso di crisi – ad esempio se dovessero chiudere le dogane o interrompersi i flussi di fornitura – la Svizzera non sarebbe in grado di nutrire a sufficienza la propria popolazione. In tempi difficili come quelli attuali si reputa sensato produrre più derrate alimentari nel proprio Paese. Ciò richiederebbe uno spostamento importante dalle derrate alimentari animali a quelle vegetali. Secondo i favorevoli le superfici coltivabili della Svizzera potrebbero essere sfruttate in modo più efficiente se vi venisse prodotto più grano destinato agli esseri umani che non per gli animali da allevamento. Di questo approfitterebbero anche suolo e acqua potabile: oggi, attraverso letame e fertilizzanti si producono quantità importanti di azoto e fosforo. Questi ultimi diminuireb-
bero considerevolmente se ci si concentrasse su un’agricoltura orientata a prodotti alimentari vegetali. I favorevoli all’iniziativa sottolineano come l’intento non sia quello di eliminare i generi alimentari di origine animale, bensì di praticare un’agricoltura più sostenibile ed equipaggiata per il futuro.
CONTRO Cosa sostengono i contrari Consiglio federale, Parlamento, così come PS, PVL, Centro, PRL e UDC respingono l’Iniziativa alimentare. I delegati dei Verdi hanno dato libertà di voto, poiché condividono l’orientamento dell’iniziativa ma non la sua messa in pratica. Il fronte del no è capeggiato dall’Unione svizzera dei contadini. Anche le associazioni ambientaliste Pro Natura e Greenpeace
si sono distanziate dall’Iniziativa per motivi politici. Di base molti contrari condividono l’analisi del problema, ma non le soluzioni proposte. Secondo molti una percentuale di autosufficienza del 70 percento non è realistica. Il tentativo di raggiugere questo traguardo richiederebbe importanti interventi da parte dello Stato nell’agricoltura, nel settore agroalimentare e nel comportamento dei consumatori. L’Iniziativa richiede una riduzione del bestiame: maiali e polli verrebbero quasi dimezzati. Gli oppositori mettono in guardia: una diminuzione della produzione di carne e latte a fronte di una domanda invariata, richiederebbe un aumento delle importazioni. Per evitare ciò, la Confederazione dovrebbe gestire i consumi attraverso tasse o restrizioni delle importazioni. La conseguenza: più burocrazia e generi alimentari più costosi. I prodotti alimentari diventerebbero un bene di lusso. Secondo alcuni oppositori vi sarebbe anche un conflitto di obiettivi: un tasso di autosufficienza maggiore si può raggiungere solamente coltivando superfici oggi riservate alla biodiversità.
Migros condivide l’obiettivo di un’agricoltura sostenibile, ma mette in guardia da un intervento dello Stato nell’assortimento che ridurrebbe la libertà di scelta delle clienti e dei clienti. L’iniziativa alimentare potrebbe portare anche a una diminuzione dell’offerta della carne e a un aumento dei prezzi. Ciò potrebbe stimolare il turismo degli acquisti, cosa che non sarebbe negli interessi dell’agricoltura o del settore agroalimentare svizzeri. Perciò, Migros respinge l’iniziativa.
Anniversari collaboratori ◆ Bruno Ruggiu e Patrizia Oddo: quaranta e venticinque anni in azienda di rifornire e sistemare la zona trucchi, cosa che mi piace molto poiché amo dare consigli alle clienti che ne richiedono.
Bruno Ruggiu in Migros Ticino dall’1.6.1986
Patrizia Oddo in Migros Ticino dall’1.6.2001
andando in bici e in estate mi rilasso al lido.
Quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino? Il mio ruolo presso Migros Ticino è di macellaio banconiere.
Sono stati anni di grandi cambiamenti: quando ho iniziato non si usava ancora il computer, si scriveva tutto a mano. Ho svolto per 27 anni la mansione di capo macellaio, poi dopo diversi acciacchi alla schiena, con il supporto della Cooperativa, ho potuto proseguire la mia professione con mansioni più leggere.
Ha voglia di raccontarci una sua giornata tipo in filiale? Dipende dalle esigenze: posso passare dalla preparazione del banco macelleria al riempimento del service carne, passando per il taglio del formaggio, la vendita della pasticceria e il riempimento dei coloniali.
E Migros, cosa rappresenta? Rappresenta una parte molto importante della mia vita: mi ha dato la possibilità di crescere professionalmente e, grazie alla sua disponibilità, ho potuto continuare il mio lavoro con serenità, un gesto che apprezzo profondamente.
Cosa sono stati questi 40 anni di lavoro per lei?
E nel tempo libero, cosa fa? Cerco di fare un po’ di movimento
Bruno Ruggiu
Cosa farà, una volta in pensione? L’importante è arrivarci in salute!
Patrizia Oddo Quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino? Sono operatrice di cassa al 50%. Ci racconta una sua giornata tipo in filiale? Prima di iniziare il mio turno di lavoro, arrivo in filiale e mi fermo a bere un buon caffè e a fare due chiacchiere con i colleghi di turno. Il mio lavoro principale è stare in cassa, ma nei tempi cosiddetti morti mi occupo
Forum elle ◆ Due nuovi appuntamenti
Puntuali con l’autunno ritornano gli incontri di Forum elle, l’organizzazione femminile della Migros, piattaforma di scambio femminile apartitica, aconfessionale e indipendente. Tra gli appuntamenti di settembre segnaliamo: Mercoledì, 16 settembre 2026 Locarno segreta: tra fede, potere e mistero. Accompagnati da Jonas Marti alla scoperta della città sul Verbano Un’esperienza affascinante fra storia, arte e curiosità, alla scoperta di una Locarno meno conosciuta. Pomeriggio 14.15–16.00; ritrovo ore 14.15 stazione FFS Locarno-Muralto
La posizione di Migros
Una vita insieme a Migros Già un quarto di secolo, come sottolineiamo sempre, sono un lunghissimo periodo in azienda («Migros è una seconda casa», afferma la Patrizia Oddo), ma quello di Bruno Ruggiu è un traguardo ancora più impressionante: il collaboratore, macellaio di professione, infatti, lavora per Migros Ticino da ben 40 anni. A lui e naturalmente a Patrizia giungano le congratulazioni da parte della Redazione di «Azione» e di Migros Ticino tutta.
In gita tra donne
Cosa sono stati questi 25 anni di lavoro per lei? Ho iniziato a lavorare per Migros quando avevo 21 anni; lavoravo a Lugano Centro con un contratto a tempo pieno. Nel corso degli anni mi sono spostata e con l’arrivo della prima figlia ho chiesto e ottenuto una percentuale di lavoro al 50%. In questi 25 anni ho visto aprire molte filiali, tra cui Taverne, dove lavoro tuttora. E Migros, cosa rappresenta? Migros per me è una seconda casa: sono entrata in azienda che ero una ragazza, ma ancora prima, da bambina, andavo a fare la spesa con mia mamma nell’indimenticabile camion Migros che si fermava nella piazza del paese in cui abitavo. E nel tempo libero, cosa fa? Nel tempo libero mi piace leggere, il genere che preferisco sono i romanzi. Durante le vacanze amo fare viaggi con mio marito e i nostri due figli di 18 e 15 anni.
Giovedì, 15 ottobre 2026 Incontro con lo scrittore Andrea Vitali a Bellano Save the date: tra le anticipazioni da ottobre a dicembre segnaliamo un nuovo incontro con lo scrittore Andrea Vitali. Le socie di forum elle potranno passeggiare con lui a Bellano e pranzare in un locale da lui suggerito. Rientro nel pomeriggio. La gita in torpedone include anche il pranzo e il noleggio delle radioguide. Prenotazioni possibili solo dopo la pubblicazione della locandina sul sito. Per iscrizioni e informazioni www.forum-elle.ch e-mail: simona.guenzani@ forum-elle.ch Tel. 077 5247347
Benefici crampi
Festival ◆ Una kermesse anticonvenzionale Come ben lo definiscono i suoi organizzatori, Crampi al cuore è «un dispositivo capace di fare incontrare musica, performance, arte visiva, ed editoria indipendente. Di tessere relazioni improbabili tra archeologia e sintetizzatori, folklore e pratiche queer, dialetti e linguaggi digitali, ritualità popolari ed ecologie artistiche». Grazie e attraverso questa kermesse, per tre giorni Locarno diventa così uno «spazio in cui abitare il presente con altri ritmi, evocando percorsi di emancipazione dai modelli convenzionali de vivere comune». Dove e quando Crampi al cuore, 25-27 settembre 2026. Tickets e info: crampi.ch
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SOCIETÀ ●
Gli anziani e il rischio di cadute I consigli del geriatra Florenc Kola per prevenire le cadute in età avanzata e preservare la salute, il benessere psicofisico e la qualità di vita
Mezzo secolo di cambiamenti climatici Il meteorologo Paolo Ambrosetti racconta come dai primi studi pioneristici sul clima e il surriscaldamento si è arrivati ai moderni sistemi di allerta
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Le fatiche della generazione che sta nel mezzo
L’intervista ◆ Alberto Pellai racconta la «generazione sandwich» che si trova «schiacciata» tra i figli adolescenti e i genitori anziani Alessandra Ostini Sutto
Viene denominata «generazione sandwich» quella composta da 40-60enni che si trovano di fatto «schiacciati» – da qui la scelta del termine – tra due compiti di cura: seguire i figli preadolescenti e adolescenti nel loro percorso di crescita e occuparsi dei propri genitori, spesso alle prese con problemi di salute. Adulti che si trovano così in mezzo a due generazioni diverse sì ma che fanno fondamentalmente la stessa cosa, combattere per la propria autonomia, in una fase della loro vita, in aggiunta, solitamente già densa di impegni professionali, altre esigenze familiari e aspettative sociali. Il risultato? Un surplus di stress psicofisico e carico mentale. Di questo attualissimo tema, che tocca oggi numerosi adulti, abbiamo parlato con Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano. Padre di quattro figli, Pellai è un noto divulgatore scientifico, nonché autore di libri di successo, tradotti in oltre 15 nazioni. L’ultimo in ordine di tempo, scritto assieme alla moglie Barbara Tamborini, è dedicato proprio alla generazione sandwich. Si tratta de Il ritorno dello tsunami (pubblicato all’inizio di quest’anno da De Agostini), un libro volto ad aiutare i lettori a comprendere il filo rosso che unisce le azioni di adolescenti ed esponenti della quarta età affinché questo possa diventare la chiave per migliorare il dialogo tra generazioni e imparare a vivere con più leggerezza le sfide cui si trova confrontato chi sta nel mezzo. Dottor Pellai, il fatto che le persone di un’età compresa tra i 40 e i 60 anni circa si occupino contemporaneamente di figli adolescenti e genitori che invecchiano non mi sembra completamente nuovo; come mai quindi oggi si parla di generazione sandwich? Cos’è cambiato? Chi oggi ha tra 40 e 60 anni, essendo diventato genitore in età più tardiva rispetto alle generazioni precedenti, si trova con figli che hanno una maggiore necessità di sostegno ed accompagnamento e, allo stesso tempo, essendo aumentata l’aspettativa di vita, con genitori più anziani e quindi più bisognosi di accudimento. Di conseguenza, la cosiddetta «generazione sandwich» è effettivamente «schiacciata» tra due bisogni importanti dal punto di vista della cura, che fino a 20 o 30 anni fa non avevano le stesse caratteristiche. Si tratta di una condizione che riguarda ancora soprattutto le donne oppure le differenze di genere si stanno riducendo? Se per quel che riguarda la genitorialità e la co-genitorialità i papà sono
a disposizione dal territorio in cui si vive e, se ci si sente veramente consumati, fare una richiesta di aiuto anche per sé stessi. Un’altra situazione a cui prestare attenzione è la tendenza da parte del genitore anziano a voler rimettere il figlio nella posizione in cui il primo aveva potenza, autonomia e anche potere sulla vita del secondo e di farlo sentire sbagliato, anche quando in realtà sta facendo tutto giusto; una cosa che, soprattutto in relazioni non risolte o gestite bene, può pesare moltissimo. Finora sono emersi piuttosto gli aspetti negativi connessi alla «generazione di mezzo»; immagino però che vi siano anche degli aspetti positivi nell’avere a che fare contemporaneamente con due età insieme delicate e preziose; quali? Accanto alla parte faticosa, in cui ci si consuma tanto, c’è infatti quella profondamente affettiva. Avere un figlio in adolescenza significa guardarlo crescere e questo dà molto senso alla nostra vita; d’altra parte, accompagnare un genitore nell’ultimo pezzo della sua esistenza è un percorso che a molte persone regala una dimensione di profonda gratitudine. Soprattutto nel caso di genitori che hanno funzionato bene con te quando eri un bambino e un ragazzo, questo accompagnamento è pieno di nostalgia e ricordi belli ed è per questo una cosa che molti adulti ci tengono a vivere. La «generazione sandwich» comprende 40-60enni che vivono tra due compiti di cura: seguire i figli preadolescenti e adolescenti nel loro percorso di crescita e occuparsi dei propri genitori, spesso alle prese con problemi di salute. (magnific.com)
oggi più presenti, sull’assistenza al genitore anziano molto ricade ancora sulle donne; per cui di fatto queste ultime hanno ancora un surplus di accudimento da dover mettere a disposizione. La generazione a cui appartengono i figli adolescenti e quella di cui fanno parte i genitori anziani sono, seppur, ovviamente, diverse, accomunate da una stessa lotta per la propria indipendenza. Me ne parli… Da un lato ci sono preadolescenti e adolescenti che si sentono onnipotenti e cercano disperatamente di conquistare un’autonomia che ancora non sanno gestire, dall’altro gli anziani che, invecchiando, diventano meno autonomi ma al tempo stesso più ostinati nel rivendicare la propria indipendenza. E qual è il ruolo degli esponenti della generazione sandwich rispetto a questa «lotta»? La parola chiave a riguardo è «protezione»: ti proteggo da un’autonomia
che vuoi sfidare ma non sai ancora di che cosa è fatta e ti proteggo da un’autonomia che non sai più gestire ma che non vorresti abbandonare. Concretamente, la generazione di mezzo con il genitore anziano deve sostenere le autonomie che sono ancora sopportabili e affrontabili, togliendo quelle che espongono a rischi eccessivi, mentre che con il figlio preadolescente e adolescente deve accompagnare ed educare ad indipendenze che ancora non sono acquisite, bloccando al tempo stesso quelle per le quali il ragazzo non è ancora pronto. Un compito impegnativo e faticoso, che, infatti, sottopone chi lo deve svolgere ad alti livelli di stress e pressione organizzativa… Il carico è duplice: da una parte è concreto, con le varie cose che devono essere fatte, dall’altra emotivo, perché ci si deve sobbarcare una grande fatica per proteggere qualcuno che rivendica dal canto suo il diritto a non essere protetto e che quindi ti contesta con-
tinuamente, dicendo che sei un pessimo figlio nel caso del genitore anziano e un pessimo genitore nel caso del figlio adolescente. Vi sono altre difficoltà che può incontrare chi si trova in questa situazione? Sicuramente il fatto che in questa fascia d’età si ha in genere una vita affollata di impegni, professionali e non, fa sì che si verifichi un accumulo di richieste che risultano poi veramente difficili da gestire ed affrontare. Quali sono invece gli errori più frequenti che commette chi appartiene alla generazione sandwich? Uno è quello di voler far tutto da soli, con il rischio di arrivare allo sfinimento e di perdere la connessione con i propri bisogni primari, come il sonno, il riposo e a volte pure il nutrimento, che vengono trascurati in funzione dell’accudimento dell’altro. Importante dunque chiedere aiuto, usufruendo anche delle risorse messe
Lei, assieme a Barbara Tamborini, alla generazione che sta nel mezzo ha dedicato un libro, Il ritorno dello tsunami. Una guida illustrata per la generazione che sta nel mezzo. Come mai avete scelto questa particolare forma? Essendo anche noi in mezzo, con quattro figli e quattro genitori, ci siamo accorti che molte volte ci trovavamo incastrati in situazioni che avevano esattamente la stessa matrice, per le quali a volte sorridevamo e a volte ci arrabbiavamo, e da cui è nata la parte originale del libro (che ha anche una parte di saggistica), composta da 40 vignette, 20 per la situazione genitore-figlio preadolescente e altrettante per quella tra figlio e genitore anziano. Per realizzarla, abbiamo chiesto ad un vignettista di raccontare attraverso illustrazioni alcune situazioni che sono parallele tra adolescenti e genitori anziani (per esempio il figlio che vuole uscire senza casco per la bicicletta e il genitore che vuole uscire senza bastone per andare a fare una passeggiata). Il risultato è che partendo da uno stesso denominatore comune, i meccanismi messi in atto risultano perfettamente sovrapponibili nelle varie situazioni, come se ci fosse un sottile filo rosso che unisce le due età.
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MONDO MIGROS
Il buon pane nostrano
Attualità ◆ I prodotti da forno ticinesi sono il risultato di un’attenta selezione degli ingredienti, della tradizione artigianale e di una grande passione per il mestiere
imane t t e s e L strani o N i e d ino fino c i T l e d 2026 al 23.9.
Flavia Leuenberger
Come pochi altri alimenti, il pane da secoli fa parte della nostra quotidianità. Inoltre, riveste un ruolo importante nell’ambito di un’alimentazione variata ed equilibrata, perché può essere combinato bene con tutti gli altri alimenti base. Il pane apporta all’organismo molti elementi nutritivi indispensabili, come minerali, vitamine, proteine vegetali, fibre e carboidrati facilmente digeribili. Inoltre, è povero di grassi. Per preservare il valore di questo alimento fondamentale, i pani nostrani sono prodotti ancora oggi con molta dimestichezza artigianale dal panificio della Migros di S. Antonino (Fresh Food & Beverage Group). Materie prime di qualità, esperienza dei panettieri e una lavorazione attenta alla tradizione sono la garanzia di un prodotto genuino e dal gusto autentico, ogni giorno. La gamma di pani locali attualmente disponibili nei supermercati Migros annovera il Pane Val Morobbia, il Pane Passione, la Ciabatta e le Ciabattine e la Lingua Francese. Presso la panetteria della casa di S. Antonino è disponibile anche il Pane del Boscaiolo. In questa pagina alcuni tra i più gettonati dalla clientela.
La lavorazione dei pani nostrani richiede ancora una certa abilità manuale da parte dei panettieri Migros.
Cristina Piccapietra Responsabile Sede S. Antonino di Fresh Food & Beverage Group
«Questi pani sono speciali perché raccontano il nostro territorio. Sono prodotti dai nostri panettieri utilizzando materie prime regionali, a partire dalla farina del Mulino Maroggia, un’eccellenza ticinese che da generazioni valorizza i cereali locali. Le ricette si ispirano alla tradizione locale e ai lunghi tempi di lavorazione che esaltano gusto, fragranza e qualità. Ogni pane ha una propria personalità, ma tutti condividono gli stessi valori: artigianalità, ingredienti regionali e un forte legame con il Ticino. Sono pani autentici, pensati per portare ogni giorno sulla tavola il sapore del nostro territorio».
Le ciabattine sono un prodotto tipico della tradizione mediterranea. Piccole, croccanti fuori e soffici dentro, a base di frumento chiaro, sono la variante mini della classica ciabatta. Perfette per essere farcite con gli ingredienti preferiti, sono ottime anche per accompagnare salumi e formaggi tipici o insalate e zuppe di verdura. Ciabattine 3 pz/240 g Fr. 3.40
Cereali ticinesi certificati IP-SUISSE I pani nostrani sono prodotti a partire da farine di cereali coltivati in Ticino nel rispetto dell’ambiente secondo i criteri della produzione integrata e macinati con perizia e competenza dal Mulino Maroggia, azienda attiva nel settore fin dal 1888. I produttori IP-SUISSE non solo rinunciano all’utilizzo di fungicidi, insetticidi e regolatori della crescita nei loro campi, ma si impegnano anche a promuovere la biodiversità, adottando pratiche agricole sostenibili e creando habitat naturali per numerose specie animali e vegetali.
Prodotta secondo una ricetta tradizionale, la ciabatta nostrana è panificata a partire da un preimpasto lievitato oltre 3 ore. Ha un aroma e un gusto pronunciato, una crosta croccante e una mollica soffice e leggera. Ottima con tutti i piatti mediterranei o, appena tostata, come base per sfiziosi stuzzichini.
Ispirato alla bellissima valle che sovrasta Bellinzona, questo pane casereccio di frumento scuro, con segale, si mantiene fresco a lungo. Ha un sapore genuino e semplice, presenta una forma arrotondata, con caratteristica crosta croccante e friabile. Ottimo con i classici piatti della tradizione ticinese. Pane Val Morobbia 320 g Fr. 3.70
Ciabatta 280 g Fr. 4.10
Il pane passione classico è un intramontabile dell’assortimento. Crosta croccante, mollica aerata e gusto pronunciato sono gli atout di questo pane bianco allrounder intrecciato a mano dagli abili panettieri Migros. I lunghi tempi di lievitazione lo rendono più digeribile e meglio conservabile. Pane Passione 420 g Fr. 4.50
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MONDO MIGROS
Prelibatezze d’alta montagna
Attualità ◆ I primi formaggi d’alpe DOP 2026 ticinesi sono arrivati nei supermercati Migros, pronti a deliziare gli estimatori con il loro carattere unico
Una suggestiva immagine di un alpeggio ticinese.
Dopo un affinamento di almeno 60 giorni nelle cantine dei singoli alpeggi (tempo necessario per potersi fregiare del marchio DOP, Denominazione di Origine Protetta), a Migros Ticino sono giunti i primi formaggi d’alpe della stagione 2026. Prodotto tra i più caratteristici e genuini del nostro territorio, il formaggio d’alpe ticinese si distingue per il suo profumo intenso, l’aspetto giallo paglierino della pasta e il sapore deciso, frutto del latte di mucche allevate al pascolo alpino, nutrite con aromatiche erbe di montagna, e del lavoro di artigiani casari che trasformano la preziosa materia prima in un prodotto di rara qualità e bontà. Attualmente Migros propone i formaggi d’alpe DOP degli alpeggi Pe-
sciüm, Fieudo, Cristallina, Sorescia, Gorda, Predasca e Pian Segno, a cui nelle prossime settimane si affiancheranno altre referenze come Piora, Fortunei, Manegorio, Camadra e Cioss Prato. Già disponibile è anche il «Vallemaggia misto capra» con l’alpe Grossalp.
Consiglio Il formaggio d’alpe può essere stagionato ulteriormente anche per diversi mesi, a condizione di possedere una cantina idonea, con una temperatura e umidità costanti (10-15 °C e 8090%), una buona ventilazione e senza odori estranei. Gustare il formaggio a temperatura ambiente. Annuncio pubblicitario
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SOCIETÀ
Prevenire le cadute, proteggere l’autonomia
Salute ◆ Le conseguenze delle cadute negli anziani possono essere gravi e mettono a rischio qualità di vita e benessere psicofisico Maria Grazia Buletti
Le cadute rappresentano uno dei principali problemi di salute nella popolazione anziana, con conseguenze che possono compromettere autonomia, qualità della vita e benessere psicofisico. Intendiamo quindi approfondire le cause più frequenti, i fattori di rischio e le strategie di prevenzione, soffermandoci anche sull’importanza di uno stile di vita attivo, della sicurezza domestica e del ruolo di familiari e caregiver. L’obiettivo è offrire informazioni pratiche e consigli utili per ridurre il rischio di cadute e favorire un invecchiamento più sicuro e in salute. Quello che ci ha raccontato Luigi (nome noto alla redazione), pensionato di 82 anni che è inciampato nel tappeto del corridoio mentre si stava dirigendo in cucina, può capitare a chiunque: «All’inizio pensavo fosse stato solo un incidente. Per fortuna non mi sono rotto nulla, ma da quel giorno ho iniziato ad avere paura di muovermi da solo in casa». Nei mesi successivi Luigi ha limitato sempre più le uscite e perfino le attività quotidiane, finché, su consiglio del medico, ha intrapreso un percorso di riabilitazione, ha rivisto la terapia farmacologica e ha apportato alcuni semplici accorgimenti nella propria abitazione. Oggi è tornato a camminare con maggiore sicurezza e la sua esperienza dimostra come una caduta non sia quasi mai un episodio da sottovalutare e quanto sia importante intervenire tempestivamente per evitare che la paura comprometta autonomia e qualità della vita. In Svizzera, come dovunque, il fenomeno delle cadute nelle persone anziane assume dimensioni rilevanti e non è dunque da sottovalutare. Secondo l’UPI (Ufficio prevenzione infortuni) «ogni anno circa 90’000 persone di età superiore ai 65 anni subiscono una caduta con conseguenze tali da richiedere cure mediche o ospedaliere. Le cadute provocano inoltre oltre 7000 feriti gravi e sono responsabili di circa 1600 decessi all’anno in questa fascia di popolazione». Bisogna inoltre tenere conto del fatto che, oltre all’impatto sanitario, le conseguenze sono spesso profonde sul piano personale e sociale, poiché una caduta può determinare perdita di autonomia, ricoveri prolungati e un aumentato bisogno di assistenza. Con l’invecchiamento della popolazione, la prevenzione delle cadute rappresenta quindi una delle principali sfide per la salute pubblica anche nel nostro Cantone.
Un anziano su tre cade almeno una volta all’anno Ne parliamo con il dottor Florenc Kola, specialista in Geriatria e Medicina interna generale alla Clinica Sant’Anna di Sorengo, che parte da un presupposto imprescindibile: «Le cadute non sono un episodio inevitabile dell’invecchiamento, ma rappresentano un evento frequente che merita attenzione». Secondo il dottor Kola «circa un anziano su tre cade almeno
Negli anziani una caduta può determinare perdita di autonomia, ricoveri prolungati e un aumentato bisogno di assistenza. (magnific.com)
za muscolare e stabilità, aumentando ulteriormente il rischio di nuove cadute». Per questo, sottolinea il dottor Kola, «è importante intervenire già dopo il primo episodio con esercizi mirati al rinforzo della muscolatura e al miglioramento dell’equilibrio, valutando, se e quando necessario, anche un supporto psicologico».
Puntare anche sulla sicurezza dell’ambiente
una volta all’anno; il rischio aumenta negli ultraottantenni e nelle persone che vivono nelle case anziani, dove quasi la metà dei residenti sperimenta una caduta già nel primo anno di soggiorno». Le conseguenze possono andare ben oltre una frattura: «Una caduta può infatti segnare l’inizio di una progressiva perdita di autonomia, con ripercussioni sulla qualità della vita e, nei casi più gravi, anche sulla sopravvivenza. Per questo motivo, i geriatri la considerano un vero campanello d’allarme, da non sottovalutare mai».
Le cause sono quasi sempre molteplici, e alla base vi è l’interazione tra fattori personali, ambientali e patologie acute. Lo specialista sottolinea poi un altro elemento di cui tenere conto: «Chi è già caduto in passato presenta un rischio maggiore di nuovi episodi, soprattutto se soffre di problemi di equilibrio, riduzione della forza muscolare o difficoltà nella deambulazione. Anche le malattie croniche e la poli-farmacoterapia incidono in modo significativo, in quanto alcuni farmaci, come benzodiazepine, an-
tidepressivi, neurolettici, diuretici e antipertensivi, possono aumentare il rischio di caduta, specialmente dopo modifiche della terapia stessa». Un aspetto spesso trascurato è quello psicologico: «Dopo una caduta molte persone sviluppano la cosiddetta sindrome post-caduta, caratterizzata da una forte paura di cadere nuovamente, col risultato di una progressiva riduzione dei movimenti, delle uscite e delle attività quotidiane». Si innesca così un circolo vizioso: «Meno ci si muove, più si perde forPubbliredazionale
L’APPUNTAMENTO Anziani e il rischio di cadere: i consigli del geriatra ll Ciclo di conferenze gratuite di Rete Sant’Anna in Ticino promuove prevenzione, diagnosi precoce e stili di vita sani. Gli incontri si tengono di martedì alle 18:30 in diverse sedi e, al termine, gli specialisti rispondono a domande e curiosità. L’appuntamento di martedì 15 settembre 2026 alle 18.30 sarà presso la Sala Conferenze, in Via Sant’Anna 7 a Sorengo (Stabile Villa Anna 2). Cadere non è normale: nelle persone anziane una caduta può avere conseguenze importanti su salute, autonomia e qualità della vita. La buona notizia è che molti episodi possono
essere evitati con informazione, attività fisica, corretti stili di vita e semplici accorgimenti quotidiani. Durante la conferenza, geriatra, fisioterapista e medico di famiglia offriranno consigli pratici per riconoscere i fattori di rischio, mantenere equilibrio e forza muscolare, rendere più sicura la casa e sapere come comportarsi dopo una caduta. Un incontro aperto a tutti, in particolare ad anziani, familiari e caregiver, per vivere più a lungo in sicurezza e autonomia. Relatore e Relatrici della serata saranno la Dr.ssa med. Katerina Efstathopoulos, Specialista in Medicina
Interna al Centromedico di Lugano Centro; il Dr. med. Florenc Kola, Specialista in Medicina Interna e Geriatria alla Clinica Sant’Anna e la fisioterapista Valeria Trivellato, fisioterapista all’Ars Medica di Manno. Segue un rinfresco. Ingresso libero previa registrazione.
Iscrizioni Tel. +41 79 513 26 79 o scansionando il QR-code
Ad ogni modo, la prevenzione resta l’arma più efficace: «Con l’età si modificano inevitabilmente vista, equilibrio, postura e massa muscolare, rendendo indispensabile una valutazione globale della persona anziana». Secondo lo specialista, il principale fattore protettivo è dato dall’attività fisica regolare: «Aiuta a mantenere forza, coordinazione ed equilibrio, ma è importante anche restare attivi mentalmente e coltivare relazioni sociali. Fondamentali sono inoltre una buona qualità del sonno e un’alimentazione ricca di proteine, indispensabili per contrastare anche un fenomeno come la sarcopenia, cioè la perdita di massa muscolare e di forza tipiche dell’invecchiamento». Accanto allo stile di vita, i controlli medici periodici (dal proprio medico di famiglia e eventualmente in collaborazione con il geriatra) rivestono un ruolo centrale. «È opportuno verificare regolarmente vista, udito, pressione arteriosa e salute cardiovascolare, oltre a rivalutare le terapie farmacologiche, soprattutto quando si assumono molti medicinali». Anche la sicurezza dell’ambiente domestico rappresenta un elemento fondamentale nella prevenzione delle cadute della persona anziana: «Eliminare tappeti scivolosi e ostacoli, fissare i cavi, migliorare l’illuminazione, installare maniglie di sostegno e utilizzare calzature adeguate sono tutti interventi semplici ma molto efficaci. Non a caso gli anziani più fragili tendono a cadere soprattutto in casa».
Il ruolo dei familiari Un ruolo fondamentale spetta infine ai familiari e ai caregiver. «Più che sostituirsi alla persona anziana, dovrebbero incoraggiarla a mantenersi attiva e a riferire sempre eventuali cadute al medico, evitando che la paura favorisca isolamento e perdita di fiducia. Ogni episodio, infatti, può nascondere una causa correggibile, come una terapia da rivedere, un problema di equilibrio o una condizione clinica ancora non diagnosticata». Il messaggio conclusivo del geriatra è semplice ma importante: «Le cadute non sono una conseguenza inevitabile dell’età. Movimento, alimentazione equilibrata, controlli regolari, attenzione ai farmaci e una casa più sicura rappresentano gli strumenti più efficaci per ridurre il rischio e preservare autonomia, benessere e qualità della vita della persona anziana».
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Se l’atmosfera contiene più energi
Ambiente ◆ Il meteorologo Paolo Ambrosetti racconta mezzo secolo di cambiamenti climatici, dagli studi pionieristici alle moderne allerte c Carlo Silini
Considerato uno dei padri delle moderne allerte meteorologiche svizzere, Paolo Ambrosetti ha contribuito a creare i primi meccanismi di collaborazione tra MeteoSvizzera e le autorità di protezione civile. Lo abbiamo intervistato sul finire di un’estate di canicole e tragedie legate al maltempo. Paolo Ambrosetti, abbiamo visto poco tempo fa la gigantesca frana in Nepal, il crollo del ghiacciaio a Blatten nel 2025 e recentemente una nuova allerta sopra Randa. Stiamo andando verso un aumento di questi fenomeni? Sicuramente sì. Nelle regioni alpine il riscaldamento è più marcato che altrove. Questo ha conseguenze dirette sulla stabilità delle montagne. Le montagne sono attraversate da fratture e cavità nelle quali si infiltra l’acqua che, congelando, contribuisce a tenere compatta la roccia. Quando il ghiaccio si scioglie, questa funzione di «collante» viene meno e aumenta l’instabilità. Inoltre, i ghiacciai si ritirano e liberano enormi quantità di materiale che prima era bloccato dal ghiaccio. Si formano laghi glaciali e nuovi scenari di rischio. Io stesso ho potuto osservare questi cambiamenti. Negli anni Sessanta frequentavo il ghiacciaio del Rodano durante corsi di alpinismo alla Furka. Oggi, dove allora c’era il ghiaccio, si trova un lago. Nell’arco della mia vita la trasformazione è stata impressionante. Come possiamo tenere sotto osservazione questi sviluppi, come proteggercene? Esiste un enorme lavoro di monitoraggio. In Svizzera sono state realizzate mappe dei pericoli molto dettagliate e nelle aree più sensibili vengono installati sensori e sistemi di sorveglianza. A Blatten, per esempio, gli strumenti stavano già rilevando movimenti anomali molto prima del crollo. Resta però un limite fondamentale: possiamo osservare ciò che accade in superficie, ma non possiamo sapere con precisione ciò che sta avvenendo all’interno della montagna. Ed è proprio lì che si nasconde spesso il vero problema. Anche la distribuzione storica degli insediamenti alpini rifletteva questa consapevo-
Immagine ripresa con un drone delle conseguenze dell'inondazione lungo il fiume Trishuli, nel distretto di Nuwakot in Nepal, domenica 30 agosto 2026 (Keystone); nella pagina accanto, danni a Fontana in Valle Bavona un anno dopo l’alluvione del giugno 2024. (foto c.s.)
lezza. Se si osserva la Val Bedretto, per esempio, si nota che i nuclei più antichi sorgono sui conoidi più sicuri e non nei punti più esposti. I nostri antenati conoscevano bene i rischi naturali del territorio. E per quanto riguarda le alluvioni come quella in Val Bavona nel 2024? Si tratta di cicli naturali o di una nuova accelerazione? C’è un’accelerazione. Il riscaldamento globale aumenta l’energia disponibile nell’atmosfera. Più alta è la temperatura, maggiore è la quantità di energia e di umidità che può essere immagazzinata nell’aria. Quando questa energia si scarica attraverso temporali intensi, gli effetti possono essere molto più violenti di un tempo. La meteorologia può prevedere abbastanza bene l’evento atmosferico, ma molto più difficilmente le conseguenze sul territorio. Possiamo stimare quanta pioggia cadrà, ma non sempre sappiamo quali versanti siano pronti a cedere o quali corsi d’acqua possano esondare. E quindi? Quindi, negli ultimi anni abbiamo cercato di sviluppare sempre più le cosiddette «previsioni d’impatto»: non limitarsi a prevedere il fenome-
no meteorologico, ma anche valutarne le possibili conseguenze idrologiche, geologiche e infrastrutturali. In regioni come la Vallemaggia esistono inoltre condizioni geografiche particolarmente favorevoli allo sviluppo di temporali stazionari molto intensi. A nord delle Alpi i temporali tendono spesso a muoversi rapidamente su vasti spazi; a sud, invece, possono rimanere bloccati per ore sulla stessa zona, producendo accumuli eccezionali di precipitazioni. L’alluvione del 1978 nel Locarnese è un caso emblematico. Si stima che la portata della Maggia abbia raggiunto valori dell’ordine di 4.500 metri cubi al secondo, un evento straordinario. Una delle ipotesi formulate successivamente è che due ondate di piena provenienti da bacini diversi siano arrivate contemporaneamente, amplificando enormemente gli effetti dell’evento. Oggi osserviamo che quasi ogni anno una regione alpina svizzera viene colpita da un evento estremo: il Vallese, i Grigioni, il Ticino. Se l’atmosfera contiene più energia, questa energia prima o poi deve scaricarsi. Non è possibile prevedere esattamente dove, ma sappiamo che la probabilità di eventi estremi è in aumento.
Quando si analizzano i cambiamenti climatici, infatti, non è tanto la media delle temperature a essere importante, quanto la crescita della frequenza e dell’intensità degli estremi. In termini statistici, la distribuzione si sposta e aumentano le probabilità che vengano superate soglie critiche che un tempo erano molto più rare. Questo è uno degli aspetti più significativi del cambiamento climatico. Lei osserva e denuncia questi fenomeni da molti anni. Si parlava già di cambiamenti climatici negli anni Ottanta, a causa dell’aumento dei gas a effetto serra. In realtà il primo a occuparsene fu il fisico e chimico svedese Svante Arrhenius che, nel 1896, calcolò che un raddoppio della concentrazione di CO₂ nell’atmosfera avrebbe comportato un aumento della temperatura media terrestre di circa 3-5 gradi. Lo fece con strumenti molto semplici rispetto a quelli attuali. Dunque, non si tratta affatto di una teoria nuova. Nel corso del Novecento la ricerca è avanzata a fasi alterne, perché individuare un segnale climatico chiaro non era semplice. Anch’io a un certo punto mi misi ad analizzare i dati di-
sponibili e trovai un segnale interessante osservando le misurazioni del Gran San Bernardo. Già allora si vedeva un riscaldamento piuttosto evidente, soprattutto in quota. In effetti, nelle Alpi l’aumento delle temperature si è manifestato prima e in modo più marcato. All’inizio degli anni Novanta fui invitato a un convegno della Società Geografica Italiana a Roma. Vi partecipavano studiosi provenienti da diversi Paesi europei. Ognuno presentava un aspetto particolare: chi parlava delle precipitazioni in Sicilia, chi di altri fenomeni osservati nel proprio territorio. Già allora la domanda era: che cosa sta realmente succedendo? Molti minimizzavano il problema: «Se la temperatura aumenta di un grado, che importa? Risparmieremo sul riscaldamento». Era già allora una delle argomentazioni preferite degli scettici. La questione però non era l’aumento di un grado in sé, bensì i meccanismi che quell’aumento poteva innescare. Di che meccanismi parla? Ricordo l’intervento di un professore tedesco che sosteneva come il cambiamento potesse riguardare la circolazione generale dell’atmosfera, cioè il modo in cui il calore e l’umidità vengono redistribuiti sul pianeta attraverso la corrente a getto e i grandi flussi atmosferici. Usava l’immagine di un fiume. Se il suo corso diventa sempre più sinuoso, le ondulazioni si amplificano. Allo stesso modo, la corrente a getto tende a sviluppare onde più marcate. Quando accade, diminuisce la variabilità e aumentano gli estremi. Se ti trovi sul lato caldo di queste onde, hai temperature eccezionalmente elevate; se ti trovi sul lato freddo, puoi sperimentare ondate di gelo intense. È ciò che vediamo oggi? Sì. In Siberia si registrano temperature di oltre 35 gradi. In Nuova Zelanda si sono verificate forti nevicate fino al livello del mare. In Sud America masse d’aria fredda possono spingersi quasi fino all’Equatore seguendo la barriera delle Ande. Sono fenomeni che appaiono scollegati ma che, in realtà, fanno parte di un sistema globale. Nelle regioni amazzoniche ai piedi Annuncio pubblicitario
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SOCIETÀ
ia, prima o poi la scarica
che aiutano a salvare vite umane mentre la frequenza e l’intensità degli eventi estremi sono in crescita
delle Ande vivono ancora comunità indigene che non sono abituate agli sbalzi termici. Basta un raffreddamento di pochi gradi per provocare conseguenze sanitarie importanti. È un esempio di come fenomeni atmosferici apparentemente lontani possano avere effetti molto concreti sulle popolazioni. D’altra parte, se ci si trova sotto una persistente area di alta pressione, il risultato è l’opposto: caldo intenso e siccità. È quanto abbiamo osservato recentemente in Europa, quando una depressione di origine polare rimasta bloccata sull’Atlantico ha continuato a convogliare aria calda verso la penisola iberica e la Francia. Insomma, aveva ragione il professore tedesco. Molti degli eventi che osserviamo oggi sembrano confermare questa ipotesi di una modificazione della circolazione generale dell’atmosfera. Però climatologia e meteorologia non funzionano secondo uno schema lineare di causa ed effetto. Un cambiamento produce una conseguenza, che a sua volta ne genera un’altra, in una sorta di effetto domino. Si tratta di un sistema estremamente complesso. Non è possibile isolare un singolo elemento dal resto. Il clima è una configurazione complessiva che può evolvere verso un nuovo equilibrio. E basta superare determinate soglie perché il sistema entri in una fase completamente diversa. Sono processi difficilissimi da modellizzare proprio per la loro complessità. Parliamo dei mega incendi boschivi di questa estate e del rischio che scoppino anche da noi. Ho collaborato per anni con Marco Conedera dell’antenna ticinese dell’Istituto federale di ricerca WSL, studiando i rapporti tra climatologia e incendi. Un tempo, in Ticino, gli incendi si verificavano prevalentemente tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, nei mesi di marzo e aprile. Oggi possono svilupparsi anche nelle altre stagioni. Uno dei motivi è legato alla siccità. Le piante sane e vigorose resistono meglio. Il problema nasce quando la vegetazione si dissecca. Inoltre, in passato il bosco veniva sfruttato molto di più: si raccoglieva la legna e il sottobosco veniva regolar-
Tra ideali e previsioni meteo
Paolo Ambrosetti Esperto in meteorologia Paolo Ambrosetti è tra le figure di riferimento della meteorologia ticinese e svizzera. Formatosi negli anni Sessanta, assorbe gli ideali del Sessantotto, che influenzeranno il suo interesse per l’ambiente, la giustizia sociale e i grandi temi globali. Dopo il liceo studia fisica teorica al Politecnico di Zurigo, affiancando agli studi scientifici un interesse per l’antropologia culturale. Convinto che la scienza debba confrontarsi con i problemi concreti della società, si dedica all’energia solare e, grazie a una borsa del Fondo nazionale svizzero, vive nelle Ande peruviane tra il 1976 e il 1979. Un’esperienza decisiva anche sul piano personale: in Perù adotta con la moglie una bambina, poi riconosciuta legalmente anche in Svizzera. In seguito continua la ricerca sull’energia solare in Svizzera. Rientrato in Ticino, entra a MeteoSvizzera nel 1983, avviando una carriera di oltre trent’anni nella previsione meteorologica e nello studio dei cambiamenti climatici. Diventa una delle voci più autorevoli del settore. Il suo contributo più importante riguarda però lo sviluppo delle allerte meteorologiche: dagli anni Ottanta promuove la collaborazione tra meteorologi, protezione civile, soccorritori e autorità, contribuendo a costruire un modello poi esteso a livello nazionale. Per questo è considerato uno dei pionieri del moderno sistema svizzero di allerta meteo. Oggi, da pensionato, continua a intervenire nel dibattito pubblico sui cambiamenti climatici e sui rischi naturali, mantenendo lo sguardo critico e l’impegno civile che hanno caratterizzato tutto il suo percorso.
mente pulito. Oggi, invece, i boschi sono pieni di materiale combustibile. Ma il fuoco è anche un meccanismo naturale di rinnovamento degli ecosistemi forestali. Se si accumula troppo materiale vegetale e non si verificano incendi per lungo tempo, il rischio è che, quando finalmente il fuoco arriva, diventi devastante. Naturalmente in Svizzera non possiamo permetterci di lasciare bruciare i boschi. Interveniamo subito con elicotteri e mezzi di spegnimento. Tuttavia, resta il problema dell’accumulo di combustibile. Questo è un esempio di una questione più ampia: l’essere umano ha progressivamente modellato il territorio in funzione delle proprie esigenze. Vorremmo che la natura si comportasse secondo le nostre necessità. Ma la Terra non ha alcun interesse particolare per la specie umana. Com’è nato il sistema di allerta meteorologica in Svizzera? In un certo senso tutto nasce dopo l’alluvione del 1978. All’epoca non lavoravo ancora a MeteoSvizzera, ma quell’evento spinse i miei futuri colleghi di Locarno Monti a interrogarsi su una questione fondamentale: se siamo in grado di prevedere l’arrivo di forti precipitazioni, come possiamo utilizzare questa informazione per aiutare le autorità a prepararsi? A metà degli anni Ottanta si cominciò a inviare alla Cancelleria dello Stato dei brevi messaggi tramite telex. Erano poche righe che segnalavano il rischio di precipitazioni intense. Il problema era che non arrivava alcun riscontro. Quando arrivai si decise di fare un salto di qualità. Non bastava inviare un avviso. Occorreva capire di cosa avessero bisogno le autorità. Per questo sollecitai più volte un incontro con i responsabili della protezione civile e dei servizi d’intervento. Ci vollero quattro anni, dal 1987 al 1991, per avere un incontro e finalmente partì una vera collaborazione. Da lì nacque il primo sistema di allerta rivolto alle autorità cantonali. Funzionò? La prima prova importante arrivò con l’esondazione del Lago Maggiore nel 1993. Fu un evento graduale, che si sviluppò nell’arco di diverse settima-
ne. Questo consentì alle autorità di prepararsi e coordinare gli interventi. Ricordo che, alla fine dell’emergenza, vi furono complimenti espliciti da parte dell’esercito per la qualità della collaborazione tra tutti gli attori coinvolti. Da quel momento il modello cominciò a estendersi. Prima al Grigioni italiano, poi dal 2000 al resto della Svizzera. Il Ticino fu di fatto un laboratorio pionieristico. Quanto sono attendibili le previsioni meteo, oggi? La previsione perfetta probabilmente non esisterà mai. L’atmosfera è un sistema estremamente complesso. Grazie ai satelliti e alla potenza di calcolo disponiamo oggi di una quantità immensa di dati, ma restano sempre margini di incertezza. I modelli meteorologici e quelli climatici sono strumenti differenti. I primi cercano di prevedere l’evoluzione del tempo nei prossimi giorni; i secondi studiano tendenze che si sviluppano su decenni. Sui cambiamenti climatici, però, non esistono più dubbi sostanziali. Le osservazioni satellitari, i carotaggi nei ghiacci, le misure atmosferiche e oceaniche convergono tutte nella stessa direzione: il clima del pianeta si sta riscaldando a causa delle attività umane. Resta invece molto difficile prevedere con precisione dove e quando colpirà un singolo evento estremo. Per gli eventi su larga scala la prevedibilità può essere anche di diversi giorni. Per i temporali, invece, il margine è molto più ridotto. Posso sapere che si formeranno temporali, ma non necessariamente indicare con esattezza do-
ve colpiranno, a quale ora e con quale intensità. Per questo, negli ultimi anni della mia carriera, mi sono appassionato particolarmente al nowcasting: la previsione a brevissimo termine, quasi in tempo reale, ottenuta combinando modelli, osservazioni radar e esperienza umana. L’esperienza del previsore, a mio avviso, resta fondamentale. I modelli sono indispensabili, ma non sostituiscono completamente l’occhio e l’intuizione di chi osserva il tempo giorno dopo giorno. Per concludere, che inverno ci aspetta? Statisticamente questo è un anno influenzato da un forte episodio di El Niño, fenomeno che conosco bene anche per aver vissuto in Perù. El Niño provoca effetti importanti in molte regioni del pianeta: sulla costa pacifica del Sud America, in Australia, nell’oceano Indiano, in California. Talvolta sembra influenzare anche il comportamento del vortice polare. Quando il vortice polare è meno compatto, aumenta la probabilità che masse d’aria fredda scendano verso latitudini più basse, interessando la Scandinavia, l’Europa centrale e talvolta anche le nostre regioni. Questo non significa che possiamo prevedere un inverno particolarmente freddo. Tuttavia, da un punto di vista statistico, non si può escludere la possibilità di episodi freddi significativi nel corso della stagione. L’importante è ricordare che si tratta di una tendenza generale e non di una previsione in senso stretto. Annuncio pubblicitario
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Territorio ◆ Il 12 e 13 settembre tornano le Giornate europee Sabato 12 e domenica 13 settembre tornano le Giornate europee del patrimonio. L’edizione 2026, dedicata al tema In pericolo?, invita a interrogarsi sui rischi a cui è esposto il patrimonio culturale e sulle strategie necessarie per proteggerlo e tramandarlo alle generazioni future. Il programma gratuito delle Giornate del patrimonio prevede oltre 450 visite guidate, esposizioni e workshop in tutta la Svizzera. In Ticino sono proposte 25 attività, tra queste le visite guidate alla Ca’ di ferro a Minusio, ai Depositi dell’Ufficio dei beni culturali di Bellinzona o al Parco Scherrer di Morcote. Inoltre il settore Conservazione e restauro della SUPSI (Dipartimento ambiente costruzioni e design) partecipa alla manifestazione con due proposte che permettono di osservare da vicino alcune delle sfide della conservazione: dalla manutenzione delle opere d’arte esposte negli spazi pubblici (con la visita guidata attraverso il Parco delle sculture del Giardino del Belvedere di Lugano) agli effetti del cambiamento climatico sugli edifici storici (con la visita guidata alla Chiesa di Santa Maria in Selva a Locarno). Per entrambe le visite è richiesta la registrazione. Lista completa degli eventi e registrazioni sul sito www.scoprite-il-patrimonio.ch Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ ●
Alleanze occidentali in crisi Il voto svizzero sulla neutralità del 27 settembre offre lo spunto per riflettere sulle tensioni che attraversano Nato e Unione europea
Un mare sempre più morto Tra Israele, Cisgiordania e Giordania, il Mar Morto arretra senza sosta sullo sfondo di conflitti e crisi idrica
L’Islanda e Bruxelles L’esito negativo della consultazione mostra perché alcuni Paesi preferiscono il mercato unico al legame politico con l’Unione europea
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La neutralità sotto esame
Berna ◆ Lo scomodo «Rapporto Bergier» sul ruolo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale ha ancora qualcosa da dire Roberto Porta
Mentre in Ticino tiene banco il «caso Zali», tra i temi di maggiore discussione a livello svizzero c'è senza dubbio quello della neutralità, argomento in votazione popolare il prossimo 27 settembre. Un dibattito su scala nazionale voluto da Christoph Blocher in persona, artefice dell'iniziativa chiamata «Salvaguardia della neutralità svizzera» nonché padre (e ancora padrone) dell'UDC post-agraria. Senza entrare nei dettagli di questa iniziativa, che affronteremo nel prossimo numero di «Azione», val la pena di ricordare un capitolo della nostra storia recente che ha avuto direttamente a che fare con il concetto di neutralità. Un capitolo che ha un nome, «Commissione Bergier», un gruppo di storici che a cavallo del cambio di secolo, su incarico diretto del Consiglio federale, rilesse la storia e il ruolo della Svizzera nel corso della Seconda guerra mondiale. Un periodo fondamentale anche per il percorso secolare della neutralità elvetica. Non per nulla nel suo saggio La Svizzera è un Paese neutrale (e felice) lo storico ticinese Maurizio Binaghi scrive che «Il ricordo della “resistenza vittoriosa” durante la Seconda guerra mondiale ha plasmato le percezioni svizzere per tutta la guerra fredda. (…) La Seconda guerra mondiale rappresenta “un passato che non passa”, attraverso le lenti di questa esperienza il Paese legge il presente». Quel gruppo di storici, che portò il nome del suo presidente Jean François Bergier, ebbe proprio il compito di studiare quel periodo, con un'attenzione particolare alle relazioni del nostro Paese con la Germania nazista e all'applicazione del concetto di neutralità. Oggi, della «Commissione Bergier» si parla ben poco, se non qua e là nelle lezioni di storia o in qualche convegno per esperti. Eppure quel rapporto pubblicato nel 2002, e il confronto politico che lo accompagnò, possono aiutarci a soppesare la portata dell'iniziativa in votazione a fine settembre.
Il rapporto è scivolato nel dimenticatoio, per le dimensioni «extra-large» e per motivazioni di natura politica Ma perché il «Rapporto Bergier» è velocemente scivolato nel dimenticatoio? Un motivo è sicuramente dovuto alla sua mole. Malgrado un volume riassuntivo di circa 600 pagine, non si può dire che quel lavoro sia stato di facile divulgazione, visto che si suddivide in 25 volumi, per un totale di undicimila pagine, pubblicati nella loro versione conclusiva nel 2002. Ma al di là delle sue dimensio-
Lo storico svizzero JeanFrançois Bergier (1931-2009), da cui il rapporto prende il nome. (Keystone)
ni «extra-large», le ragioni di questo oblio sono di ben altra natura, si tratta in primo luogo di motivazioni di natura politica. E qui val la pena di tornare agli anni Novanta del secolo scorso. In quel periodo il nostro Paese si era ritrovato nel mezzo della bufera sugli averi ebraici, patrimoni non rivendicati e depositati nel corso della Seconda guerra mondiale nei forzieri delle banche svizzere ma mai restituiti ai loro legittimi proprietari e nemmeno ai loro discendenti. La pressione internazionale sul nostro Paese era enorme, esercitata in particolare dagli Stati Uniti e dal Congresso ebraico mondiale. Era riemersa anche la questione dell'oro acquistato dalla Svizzera in quegli anni, molto spesso dopo essere stato saccheggiato nei Paesi occupati dal regime nazista. La «Commissione Bergier» venne creata proprio per questo, per far luce sul ruolo della Svizzera nel corso del Secondo conflitto mondiale e per tentare di placare le tensioni internazionali di quegli anni. Un lavoro di ricerca che venne subito ostacolato da una buona parte della destra economica e, a Berna in Parlamento, dall'UDC di Christoph Blocher. Per il tribuno zurighese «non c'era molto
da ricercare, non dobbiamo scusarci per quanto capitato», come disse in un suo famoso discorso pronunciato il primo marzo 1997 a Zurigo. «Il popolo svizzero è riuscito a evitare la guerra e l'occupazione straniera grazie al duro lavoro, al sacrificio e alla nostra capacità di resistenza (…) Furono cruciali il ritorno alla neutralità integrale e la capacità di difesa dell'esercito svizzero». Termini che su per giù troviamo anche nell'iniziativa in votazione il prossimo 27 settembre, che non per nulla chiede una neutralità «permanente e armata». Il mito del ridotto nazionale e della mobilitazione generale rimane pertanto ben presente nei propositi di Blocher. Una posizione condivisa da una parte della popolazione, come ci ricorda Thomas Maissen nel suo volume: Svizzera, storia di una federazione: «Per lungo tempo molti Svizzeri si opposero a una rivalutazione del proprio passato durante la Seconda guerra mondiale, dato che per loro rappresentava un momento saliente nella storia del Paese». Del tutto diverse invece le conclusioni a cui giunse il «Rapporto Bergier». Per quel comitato di storici la Svizzera contribuì, seppur non intenzionalmente, a
prolungare la guerra, grazie alle relazioni economiche e finanziarie che continuò a intrattenere con il regime nazista. Una posizione tutt'altro che neutrale. Berna applicò inoltre una politica di asilo particolarmente restrittiva, condannando oltre 20mila persone respinte, in gran parte ebrei, a morte quasi certa. Più della metà di questi respingimenti avvenne in Ticino e in Mesolcina.
Berna applicò inoltre una politica di asilo particolarmente restrittiva, respingendo oltre 20mila persone ai confini Il rapporto mise comunque l'accento anche sui rifugiati accolti dal nostro Paese in quegli anni. Da allora ci sono state parecchie altre ricerche, citiamo ad esempio quella dello storico ticinese Adriano Bazzocco che ha studiato in particolare i respingimenti lungo al confine con l'Italia, giungendo alla conclusione che il numero di ebrei a cui non venne dato rifugio fu inferiore a quanto ipotizzato dalla «Commissione Bergier». Resta però il fatto che quel gruppo di storici mi-
se chiaramente in evidenza che durante il Secondo conflitto mondiale la neutralità elvetica fu applicata in modo ambiguo e poco trasparente, una neutralità orientata in primo luogo a preservare gli interessi economici del nostro Paese. Conclusioni che la Commissione formulò nel 2002 e che Blocher, con l'appoggio del suo fronte politico, tentò fin da subito di relegare nel dimenticatoio. E in questo l'uomo forte dell'UDC, che tra poco compirà 86 anni, ha sicuramente raggiunto il suo obiettivo: della «Commissione Bergier» e dei suoi lavori – come detto – si parla oggi ben poco. In vista della votazione del 27 settembre sembra invece che l'iniziativa sulla neutralità non avrà vita facile. Secondo i sondaggi finora pubblicati i favorevoli a questa proposta supererebbero di poco il 40%. Se questo sarà il risultato effettivo della votazione vorrà dire che quel «passato che non passa» sta perdendo un po' di presa sull'immaginario collettivo. E lo stesso si potrà dire della versione «blocheriana» della nostra neutralità. Chissà, forse in tutto questo c'è in qualche modo anche lo zampino del «Rapporto Bergier».
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La crisi delle alleanze occidentali
L’analisi ◆ Il voto svizzero sulla neutralità del 27 settembre offre lo spunto per riflettere sulle tensioni che attraversano Nato e Unione europea Lucio Caracciolo
C’è molto di istruttivo nel referendum sulla neutralità della Svizzera previsto per il 27 settembre. Intanto il paradosso apparente, per cui lo Stato neutrale per definizione si divide sul suo grado di neutralità, da rendere più stringente secondo i promotori della consultazione, cui il Governo risponde non opponendo un suo progetto ma osservando che la neutralità del Paese è già perfetta. In parole povere, la Confederazione non potrebbe in nessun caso allearsi con una parte contro l’altra in caso di conflitto. Il riferimento è ovviamente alla Nato. I pronostici, a oggi, indicano che questa seconda posizione dovrebbe essere suffragata dal consenso popolare. Ma non si sa mai. Soprattutto, il tema rispecchia il clima del tempo.
La Nato è una grande organizzazione militare talmente divisa che il suo leader – Trump, nella foto – dichiara ripetutamente di volere annetterne un socio (il Canada) e la regione strategica di un altro, la Groenlandia danese. (Keystone) In basso: Enrico Berlinguer. (Wikipedia)
La scelta atlantica, maturata a inizio 1949, rafforzò sia la sicurezza dell’Italia sia la tenuta delle istituzioni democratiche Visto dallo scrivente, cioè dal lato meridionale del valico di Chiasso, nell’Italia cofondatrice in extremis della Nato, la questione è infatti interessante, anzi rivelatrice. Intanto perché ci ricorda il clima che precedet-
te la nostra scelta atlantica, maturata a inizio 1949. Una parte rilevante del mondo cattolico, con ramificazioni nella Democrazia cristiana – per tacere di alcune gerarchie vaticane – ci avrebbe preferito neutrali. Con ciò af-
fiancandosi di fatto alla posizione socialista e comunista. E anche quando De Gasperi decise di bussare alla porta della Nato, ovvero a quella di Truman, non trovò unanime consenso. E non solo perché contro di noi
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si schieravano inglesi e olandesi. Truman stesso, seccato dall’appoggio che gli elettori italo-americani avevano appena dato al suo avversario, il repubblicano Dewey, fu convinto solo dal Dipartimento di Stato, che avvertiva: senza Roma salta tutto. Da Parigi si era infatti comunicato che la Francia non si sarebbe associata alla Nato senza Italia, considerata piattaforma geopolitica fondamentale per collegare l’Esagono ai suoi territori di Algeria, allora parte a pieno titolo dello spazio metropolitano. E senza Francia, ovviamente, mantenere il piede americano in Europa contro la minaccia comunista e sovietica (nell’ordine, Truman temeva più la sovversione rossa dell’Urss) sarebbe stato impossibile. La scelta atlantica si è rivelata essenziale per la nostra sicurezza. Ma soprattutto per garantire un tacito consenso di base fra i partiti che nella Prima Repubblica sorreggevano le fragili istituzioni democratiche. In chiaro: il Pci non ambiva al Patto di Varsavia e nemmeno alla neutralità. Tanto che, caso unico nella storia del comunismo, il capo della filiale italiana, Enrico Berlinguer, nel 1976 affermò pubblicamente di sentirsi più tranquillo sotto l’ombrello della Nato (i russi avevano appena tentato di farlo fuori, noleggiando i servizi bulgari). Fin qui la storia. Ma oggi, con la Nato in profonda crisi, e l’America che ostenta il suo crescente disinte-
resse per i partner europei, impegnata com’è nel contenimento della Cina, ci troviamo di fronte al paradosso di una grande organizzazione militare talmente divisa al suo interno che il suo leader dichiara ripetutamente di volere annetterne un socio (il Canada) e la regione strategica di un altro (la Groenlandia danese). Più in generale, l’invasione russa dell’Ucraina ha messo in chiaro la diversità dei punti di vista europei, fra loro e nei confronti degli americani. Oggi all’interno dello spazio atlantico emergono due faglie principali. Una al 49esimo parallelo, fra Canada e Stati Uniti, dovuta alle pressioni non solo territoriali di Trump, con punte ridicole ma rivelatrici – vedi la ridenominazione del Lago Ontario in Lago America. L’altra fra i Paesi del Nord-Est europeo, sostenuti dal Regno Unito, meno nettamente da Germania e Francia, che si spingono fino a minacciare l’intervento armato preventivo contro la Russia che starebbe per invaderli. L’altra è composta dal Sud-Ovest, dalla Grecia alla Spagna via Italia, molto più prudente nei confronti della Federazione russa. Siamo alla vigilia della sua dissoluzione, che renderebbe fra l’altro spettrale il dibattito sulla neutralità? Non crediamo. Temiamo peggio: l’Alleanza atlantica, grazie alla mole di interessi e strutture che la costituiscono, rischia la fine dello zombie: sopravvivere inerte a sé stessa. Accentuando le più o meno forzate diversità di interessi al suo interno.
L’invasione russa dell’Ucraina ha messo in chiaro la diversità dei punti di vista europei, fra loro e nei confronti degli Usa Qualcosa di simile avviene nell’Unione europea, che in Italia continuiamo ad abbreviare in Europa, quasi fosse un unico soggetto rappresentante l’intero Continente (e passi che ognuno di noi ha di tali confini idee diverse, o nessuna). A forza di evocare la ever closer union – chissà perché si fa finta di non capire che proprio in quanto closer permanente non può diventare closed – si sta diffondendo per reazione un’atmosfera nazionalista, con qualche sottotesto antidemocratico e razzista. Che il termine Unione porti male, come ci ricordano simpatici osservatori ex sovietici? Ecco perché, fra l’altro, il vostro referendum riguarda anche noi. Auguri!
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Chi comanda davvero a Caracas?
Venezuela ◆ Dopo il blitz del 3 gennaio il Paese continua a essere governato dagli stessi apparati, a cambiare padrone è il petrolio Angela Nocioni
Chi comanda ora in Venezuela? Fonti del regime venezuelano presieduto dalla ex vicepresidente Delcy Rodriguez, dopo che Nicolás Maduro è stato deposto con un blitz statunitense il 3 gennaio scorso, dicono: «Comanda il Governo chavista, il presidente Maduro è stato sequestrato ma il nostro Governo rivoluzionario sopravvive». Mentre diversi osservatori sottolineano: il controllo dell’ordine pubblico resta nelle mani degli stessi apparati militari attivi sotto Maduro, ma il settore petrolifero risulta sempre più influenzato dagli Stati Uniti. «Decidono tutto i generali corrotti che prima hanno lasciato cadere Maduro e poi si sono messi a disposizione della Casa Bianca che li lascia al potere in cambio del libero accesso al petrolio», affermano alcuni dissidenti di sinistra rimasti a Caracas, e che chiedono l’anonimato. Un giovane oppositore di destra dell’Università di Merida, Marcelo A., sostenitore di Trump e fortemente critico della destra venezuelana accreditata finora a Washington osserva: «Qui il regime è tale e quale a prima della caduta di Maduro, Delcy Rodriguez comanda su tutto tranne che sul petrolio». Il «New York Times» interpreta l’operazione del 3 gennaio come un segnale geopolitico con cui Washington ha inteso dimostrare la propria volontà a intervenire direttamente
per tutelare interessi considerati strategici. «Trump ha attaccato il Venezuela e ha catturato il suo leader, Nicolás Maduro, nonostante durante la sua campagna si fosse espresso contro l’interventismo all’estero. Trump vuole però evitare un’occupazione diretta e potenzialmente disordinata del Paese». L’occupazione indiretta di cui parla il «NyT» è stata definita dal suo corrispondente David Sanger «un’occupazione virtuale». Anche secondo il quotidiano americano, la Casa Bianca può contare su un’amministrazione venezuelana più disponibile a collaborare nel settore energetico. E ancora: «L’opposizione venezuelana, guidata da María Corina Machado, il cui candidato (Edmundo González Urrutia) è stato il legittimo vincitore delle elezioni presidenziali del 2024, è stata emarginata da Trump». Presumibilmente perché gli Stati Uniti hanno ritenuto più conveniente appoggiarsi agli apparati già esistenti che promuovere un vero cambio di regime. Commenta Paula Marita Fortes, imprenditrice antichavista scappata nel 2003 a Londra: «Dio mio, chi l’avrebbe detto di vedere un giorno il Venezuela diventare quasi un protettorato americano come Puerto Rico!». Un’analisi con cui concorda l’ex padrone del rubinetto del petrolio venezuelano Rafael Ramirez, la persona che meglio conosce l’impresa petroli-
La raffineria di El Palito, sulla costa venezuelana. (Keystone)
fera venezuelana Pdvsa (Petroleos de Venezuela). Nei primi anni della rivoluzione, quando Pdvsa era il bancomat del regime, finanziava i progetti sociali e anche le alleanze internazionali del presidente Hugo Chávez, Ramirez è stato ministro dell’energia del petrolio e presidente di Pdvsa (è stato per anni una delle figure più potenti del chavismo). Attualmente è rifugiato politico in Italia, vive a Roma. Il Venezuela, nonostante lo sfacelo dell’industria estrattiva dopo la nazionalizzazione voluta da Chávez, ha i giacimenti di gas tra i più ricchi del mondo ed è il secondo Paese per ric-
chezza in shale oil, il petrolio pesante. «Oggi comandano gli stessi militari corrotti del cui contrabbando di petrolio, oro, metalli preziosi ed altri traffici Maduro era garante», sostiene anche l’ex presidente di Pdvsa. Racconta Ramirez: «I numeri sono spaventosi: 65 miliardi di barili di greggio venezuelano sono in mano all’Amministrazione Trump». Una cifra che coincide con quella indicata dall’accordo petrolifero annunciato da Washington alla fine di agosto. Secondo la Casa Bianca, gli Stati Uniti otterrebbero il controllo maggioritario di 65 miliardi di barili, ma
diversi aspetti dell’operazione, inclusa la struttura societaria e il ruolo della compagnia statale Pdvsa, non sono stati chiariti pubblicamente. «Il 28 luglio è scaduto il termine dato dal Governo alle compagnie petrolifere per conformarsi alla Nuova legge che ha abrogato la Legge sugli idrocarburi del 2002 e la Legge sulla nazionalizzazione del 1976. In questo periodo c’è stato un riadattamento della mappa petrolifera venezuelana, con una diminuzione schiacciante di Pdvsa come operatore petrolifero nazionale a favore di aziende transnazionali – la maggior parte delle quali statunitensi – e quelle di fantomatici imprenditori nazionali a cui sono stati assegnati Contratti di partecipazione produttiva tra il 2022 e il 2026». Spuntano «imprenditori venezuelani» che da un giorno all’altro sono diventati i nuovi signori del petrolio – sostiene l’ex ministro – soggetti a cui vengono consegnate grandi aree e campi petroliferi già in funzione, prestanome chissà di chi. Continua Ramirez: non c’è discussione, gara d’appalto, concorrenza, accordi binazionali, nulla che permetta di stabilire parametri per le scelte, non si conoscono le condizioni fiscali, i piani di business, di sviluppo, i vantaggi per il paese. «Siamo in presenza di una spartizione della ricchezza petrolifera venezuelana che rischia di condizionare il Paese per i prossimi decenni». Annuncio pubblicitario
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Sotto l’ombrellone con bibita e fucile
Reportage ◆ Tra Israele, Cisgiordania e Giordania, il Mar Morto arretra senza sosta sullo sfondo di conflitti e crisi idrica Antonio Piemontese
Il Mar Morto si sta lentamente ritirando. L’ampio lago salato che si trova nella più profonda depressione del globo (circa quattrocento metri sotto al livello del mare) arretra di un metro all’anno. Località turistica a cavallo fra Israele, la Cisgiordania e la Giordania, famoso sin dai tempi antichi per le sue peculiarità – tra cui un altissimo grado di salinità – lo spettacolare specchio d’acqua soffre da tempo: i piani per provare a salvarlo sono rimasti lettera morta, relegati in fondo alla lista delle priorità di una terra tormentata. Lontano dalle spiagge e dei locali di Tel Aviv, qui ci sono solo silenzio, panorami desertici, incrostazioni di sale, e il peso di una storia a cavallo tra ebraismo, cattolicesimo e Islam. L’abbiamo raggiunto partendo da Gerusalemme, inoltrandoci in un territorio in cui passato e presente sono annodati come in pochi altri.
Kalia Beach, sulla riva settentrionale del Mar Morto. (Wikimedia Commons)
Diplomazia dell’acqua
Sulla strada per Gerico La strada dura meno di un’ora in auto. Lasciandosi alle spalle la Città santa a tre religioni – ottocento metri di altezza, temperature piacevoli anche d’estate e una brezza serale che non raramente richiede una giacca ai più freddolosi – il taxi si avvia verso le coste. La vettura attraversa spedita i check point, onnipresenti tra Israele e Cisgiordania: non è sempre semplice passare i controlli, ma può capitare che la procedura sia rapida. È il nostro caso. Giunti nel deserto della Giudea, i cartelli indicano che ci stiamo spingendo sotto al livello del mare: alla fine, il dislivello sarà di oltre milleduecento metri. La temperatura cambia di conseguenza: avvicinarsi è come calarsi in una gigantesca conca, dove l’aria salmastra ristagna e il respiro si fa via via più pesante. Sulla strada, l’autista suggerisce una deviazione per la biblica Gerico, oggi retta dall’Autorità nazionale palestinese: una delle città più antiche del mondo, con il Monte delle tentazioni che si affaccia sull’abitato. Le strade brulle e le abitazioni dai muri chiari portano alla memoria certi scorci dimenticati del sud Italia, resi deserto da povertà
cristalli di sale che non possono sciogliersi perché la soluzione è satura si sono depositati sul fondo del bacino; ma, con il ritiro progressivo, la poca acqua dolce proveniente da pioggia, sorgenti naturali o irrigazione agricola si infiltra sotto terra e raggiunge i depositi salini, che si sciolgono. A questo punto il terreno sovrastante collassa, creando i pericolosi crateri. Sarebbero oltre settemila i sinkhole apparsi a partire dagli anni Ottanta, con i nuovi cedimenti che avanzano a un ritmo tra i trecento e i settecento l’anno. Non danno segno di sé fino a che tutto frana: per questo motivo alcuni stabilimenti balneari hanno dovuto chiudere, ed è sconsigliato avventurarsi al di fuori delle zone ritenute sicure dal monitoraggio geologico israeliano e giordano.
e presenza mafiosa. Qui è la guerra, e non la mafia, ad allontanare chi può andarsene: ma la desolazione è la stessa. Resiste l’hotel Intercontinental, a testimonianza di un passato in cui forse l’area era frequentata. Il sole è forte. Venditori di dolciumi appaiono all’improvviso di fronte agli stanchi carretti non appena ci avviciniamo per osservarli. L’economia, dicono, arranca: ma c’è chi sfida i divieti per venire da Gerusalemme a mangiare nei ristoranti locali. Costano meno.
Tregua armata La visita dura poco, soprattutto perché non c’è molto da vedere. Ci rimettiamo in viaggio per raggiungere uno degli stabilimenti balneari frequentati dai turisti israeliani. Molti vengono solo per qualche ora, il tempo di immergersi nei flutti e ricoprirsi la pelle del fango che si trova vicino alle coste. Il bromo, presente nelle acque salmastre, produce un gradevole effetto di rilassamento. Merce rara, da queste parti. Sull’altra riva c’è la Giordania.
Chi viene qui cerca relax, ma si tratta di un concetto relativo. Il termometro non dà pace, e si tratta comunque di una tregua armata, come accade spesso nel vicino Oriente. Sotto agli ombrelloni, turisti si sdraiano con una bibita, un libro e il fucile M4 al fianco: immagine comune per le strade di Israele, spia dell’insicurezza che plasma la vita dello Stato ebraico. Quella delle armi è un’abitudine così diffusa che sorprende il viaggiatore appena arrivato, ma diventa familiare nel giro di pochi giorni. Ci si abitua.
Crateri pericolosi Di fronte allo specchio d’acqua si resta interdetti. Il panorama è spettacolare, ma gli stabilimenti sono arruffati. Poche sedie a sdraio, scarsi gli ombrelloni, molto disordine. Scarsi i turisti: chi c’era dice che è l’effetto della guerra. Sopra una collinetta c’è un campeggio di lusso con tende bianchissime e dotate di aria condizionata: pare vuoto. Anche il mare si rivela deludente: il fondo è paludoso, il sale brucia. Il
Mediterraneo, con i suoi bagni lunghi, è un ricordo: qui si consiglia di uscire dopo pochi minuti. Il panorama, però, vale la visita. E si tratta di uno scenario che, nel giro di pochi decenni, potrebbe cambiare in maniera drammatica. La fortissima evaporazione riduce naturalmente il livello delle acque, come peraltro avviene in ogni lago; ma lo sfruttamento intensivo del fiume Giordano (il principale immissario) da parte di Israele e Giordania ne ha ridotto la portata a circa il 10% di quella naturale. Così, anno dopo anno, la superficie del Mar Morto si riduce al ritmo di circa un metro ogni dodici mesi. Ma il cambiamento di un ecosistema millenario ha prodotto un altro esito: il fenomeno dei sinkhole, pericolosi crateri che si formano improvvisamente e le cui superfici e profondità possono spaziare da pochi metri a circa una ventina. Concentrati lungo la riva occidentale (quella israeliana), tra Ein Gedi a nord e Neve Zohar a sud, ne esistono, però, anche sulla sponda giordana. La spiegazione ha a che fare con il ritiro delle acque del lago: nel corso dei secoli i
Difficile pensare di invertire la rotta, anche per via della situazione internazionale. Negli anni si sono susseguite diverse proposte per fermare il restringimento del bacino del Mar Morto: progetti faraonici che avrebbero previsto il coinvolgimento di autorità israeliane e giordane, in una sorta di diplomazia dell’acqua, come avviene, per esempio, nel bacino dell’Indo tra India e Pakistan, sono naufragati. L’idea di base sarebbe quella di portare acqua dal Mar Rosso (ma si è parlato anche del Mediterraneo) al Mar Morto sfruttando la differenza di altitudine: in questo modo si potrebbe anche produrre energia idroelettrica per alimentare i desalinizzatori. Ma alle proposte non è stato dato seguito, mentre lo sfruttamento del principale immissario, il Giordano, continua a pieno ritmo su ambo le sponde. Non che il piano avesse del miracoloso: gli ecologisti hanno a più riprese sottolineato come intervenire in maniera così drastica su un ecosistema rappresenti un rischio che è meglio non correre. E così questo lago dei superlativi, dove ogni forma di vita o quasi è impossibile, rischia di sparire. Morto, appunto. Come vuole il nome.
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Sono nato l’11 maggio 1976 in un Comune di frontiera, dove tuttora vivo. La gestione familiare di un negozio di coloniali con distributore di benzina mi ha fatto scoprire fin da piccolo il fascino dei Paesi stranieri e dei viaggi, reali e con la mente. Un’enciclopedia in 16 volumi ricevuta da bambino ha poi alimentato una curiosità che non si è mai più sopita. (Alessandro Gagliardi) Caro Alessandro, partiamo allora per un viaggio nel tempo sfogliando l’edizione di «Azione» del 13 maggio 1976. Si parla anzitutto del terremoto che il 6 maggio devasta il Friuli: magnitudo 6,5, quasi mille vittime e oltre centomila sfollati. «Una vera ecatombe». Oggi sappiamo che da quel disastro nasce il cosiddetto «modello Friuli» di ricostruzione, un approccio che getta le basi per la creazione della moderna Protezione civile italiana. Ma dalle pagine del giornale emerge solo il timore che si ripetano gli errori già visti dopo l’alluvione di Firenze del 1966 e il terremoto del Belice del 1968: ritar-
Keystone
Cosa succedeva quando sono nato, l’11 maggio 1976
di, pasticci amministrativi, speculazioni, burocrazia e una Roma politica che tergiversa. Che la politica possa essere avvilente, a tratti meschina, lo sappiamo bene anche noi. Ma questa è un’altra storia. Tornando a casa, nell’edizione citata troviamo un articolo sulla contestazione giovanile in Svizzera, che sembra ormai avviata alla sua fase finale. Il settimanale lo spiega con la crisi
economica: dopo lo shock petrolifero del 1973, anche il nostro Paese conosce l’incertezza e l’aumento della disoccupazione. E così molti giovani decidono di «concentrare i propri sforzi su obiettivi meno vaghi e idealistici, come la collettività e la giustizia sociale, a favore di interessi concreti e tangibili: uno stipendio sicuro a fine mese o una laurea con reali prospettive di impiego». Chi invece non smette di contestare è il sociologo ginevrino Jean Ziegler, morto nel giugno scorso. Proprio nel 1976 pubblica Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, un libro destinato a far discutere, in cui denuncia il ruolo delle multinazionali elvetiche, il segreto bancario, il peso della finanza e la dipendenza delle istituzioni dal potere economico nel contesto delle forti disuguaglianze mondiali. Se ne parla su «Azione» in un «pezzo» dal titolo eloquente: Ziegler: bomba o petardo? E il giornale torna sul rapporto tra Nord e Sud del pianeta, dedicando una pagina alla complessa situazione della Rho-
desia (oggi Zimbabwe e Zambia). Il Paese è allora nel pieno di una guerra che oppone il regime della minoranza bianca ai movimenti nazionalisti africani. Uno dei grandi temi internazionali del tempo, simbolo delle lotte di decolonizzazione che animano il dibattito politico degli anni Settanta. Infine ci sono le donne che fumano la pipa. Pochissime, osserva il settimanale. Quelle che osano sfidare le convenzioni, appropriandosi di un oggetto considerato tipicamente maschile. Si parla però di una certa Nicky Verfaillie che inizia a produrne di apposite per loro: eleganti, quasi sacrali, permettono alle donne di partire per «viaggi astratti, in un mondo di sogni profumati che vanno... in fumo». Restando in tema, sulla pagina accanto c’è l'intervista a una donna che fuma molto, anche se non la pipa: Oriana Fallaci (1929-2006). Celebre giornalista italiana (vedi foto), è descritta come una «piccola donna mostruosamente dotata», che «affascina e irrita», «trascina e blocca». Capace di
di Romina Borla intervistare i protagonisti della storia, da Zhou Enlai e Giovanni XXIII ad Arafat. Franco no, perché non vuole stringergli la mano. Né Castro, perché dovrebbe aspettarne i comodi. Tutti uomini di potere che – afferma lei – «hanno paura. Sanno che le mie interviste non passano inosservate». Figura divisiva in un ambito dominato dai maschi, Fallaci rivendica il suo punto di vista: «Non sono obiettiva. Non capisco questa parola. Gli stessi fatti, visti da me o da lei, sono interpretati diversamente». E spiega di non essere entrata in politica perché «sono anarchica, non posso mettermi le manette aderendo a un partito. Faccio politica attraverso i miei articoli. I miei libri sono politici. Litigare con Cunhal (leader del Partito comunista portoghese, ndr.) è fare politica. (…) Non ho forse fatto più di un uomo politico?». Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno».
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L’ombra lunga dell’11 settembre
Stati Uniti ◆ Venticinque anni dopo gli attacchi, la memoria delle vittime e l’eredità di un’emergenza diventata permanente Donatella Mulvoni e Manuela Cavalieri
NEW YORK – «Credo che quella sensazione di emergenza non sia mai del tutto scomparsa. A volte si attenua, poi torna. Ci sono momenti in cui tutto sembra andare bene, poi accade qualcosa e la tensione torna. L’11 settembre resta sullo sfondo, nella mente delle persone, soprattutto di chi lo ha vissuto». Quella tragica mattina di venticinque anni fa Daniel Nigro non fu soltanto un testimone. Era a capo delle operazioni dei vigili del fuoco di New York, responsabile di un corpo di oltre quattordicimila uomini e donne. Poche ore dopo avrebbe assunto il comando operativo dell’intero Dipartimento. Guardato con la lente del tempo, il primo pensiero che riaffiora in Nigro è ancora quello avuto allora, mentre New York entrava nella giornata più nera della sua storia recente. «Stavamo arrivando da Brooklyn e attraversammo il Brooklyn Bridge subito dopo l’impatto del primo aereo», racconta ad «Azione». «Ero con Peter Ganci, il chief of department, che morì quel giorno. Guardando quello che era successo e quello che stava per accadere, gli dissi: “Questo sarà il giorno peggiore della nostra vita”. Era ancora prima che il secondo aereo colpisse. Quelle parole si rivelarono terribilmente vere; per lui fu l’ultimo giorno della sua vita, per me il più orribile mai vissuto».
orge W. Bush proclamò lo stato di emergenza nazionale. Da allora è stato rinnovato ogni anno. Nell’agosto 2025 Donald Trump lo ha prorogato ancora, sostenendo che il pericolo terroristico continua.
Screening e controlli alle frontiere hanno investito in modo particolare musulmani, arabi, mediorientali e sudasiatici
Il 14 settembre 2001 George W. Bush proclamò lo stato di emergenza nazionale. Da allora è stato rinnovato ogni anno Quasi tremila persone perirono. Per il Dipartimento dei vigili del fuoco e del soccorso medico di New York fu la perdita più grave mai registrata, con 343 vigili del fuoco uccisi in un solo giorno. «La verità è che il Dipartimento è ancora in lutto», spiega l’ex comandante ora in pensione. «Proprio ieri abbiamo aggiunto i nomi di altri membri deceduti negli anni successivi a causa delle malattie collegate». È la coda lunga dell’attacco. Tra le persone in divisa, le vittime delle patologie riconducibili agli attentati hanno ormai superato quelle uccise quella mattina. «L’11 settembre non abbandonerà mai i vigili del fuoco. Ci siamo ricostruiti, certo, siamo ancora qui a proteggere la città, ma quel giorno ha cambiato per sempre ciò che siamo». Anche New York e l’America non saranno mai più le stesse. Esiste un prima e un dopo. Sul fronte esterno, la stagione aperta allora sembra in parte essersi chiusa. Osama bin Laden è stato ucciso, il nucleo centrale di Al Qaeda è stato drasticamente ridimensionato (mentre alcune affiliate restano forti), gli Stati Uniti si sono ritirati (anche se rovinosamente) dall’Afghanistan dopo una guerra costata la vita a migliaia di militari americani.
Veduta aerea degli attacchi terroristici al World Trade Center di New York. (Keystone / www.abcnews.go.com)
Sul fronte interno, invece, molto di ciò che nacque allora è rimasto. Il «dopo» non è solo una frattura nella memoria collettiva, è diventata una prassi di sicurezza che ancora scandisce la vita dei cittadini, che ha esteso i poteri dello Stato, normalizzato controlli nati o ampliati per l’emergenza e ristretto, passo dopo passo, lo spazio della privacy in nome della prevenzione. «È il mondo in cui viviamo oggi: dobbiamo restare vigili per proteggerci a vicenda. Il compito principale del Governo è garantire la sicurezza dei cittadini», riflette Nigro, «e finché la minaccia del terrorismo non scom-
parirà, bisogna agire in modo oculato e proattivo per evitare nuovi attacchi. Basta guardarsi intorno: gli aeroporti, l’accesso ai grandi edifici, i metal detector. Tutte queste misure introdotte allora fanno ormai parte della nostra vita». Sono la nostra nuova normalità. Controlli sempre più rigidi negli aeroporti, limiti ai liquidi nel bagaglio a mano, body scanner, borse ispezionate all’ingresso di edifici ed eventi, watchlist e no-fly list, telecamere ovunque, verifiche più invasive alle frontiere e una capacità di raccogliere e incrociare dati personali che prima
dell’11 settembre sarebbe stata difficilmente immaginabile. Washington ha progressivamente ampliato i propri poteri e gli strumenti di sorveglianza, spostando il confine tra sicurezza dello Stato e libertà individuali. Non tutti quei poteri sono rimasti intatti, ma il paradigma nato allora – anticipare la minaccia prima che si materializzi – è sopravvissuto. Il concetto di «sicurezza nazionale» è diventato il principio attorno a cui sono state create nuove agenzie e ridefinite quelle esistenti. Lo racconta una data. Il 14 settembre 2001 Ge-
La necessità di maggiori strumenti di controllo da parte dello Stato, richiamata da Nigro come risposta a un rischio ancora possibile, ha però aperto negli anni un altro fronte, quello dei limiti. Il Department of homeland security (il Dipartimento della sicurezza interna) ne è forse l’esempio più evidente: istituito da George W. Bush nel 2002 e operativo dall’anno successivo, riunì 22 agenzie e funzioni federali sotto un unico dipartimento. Da quella riorganizzazione nacquero anche ICE (Immigration and Customs Enforcement) e CBP (Customs and Border Protection), oggi al centro della stretta sull’immigrazione voluta da Donald Trump. C’è poi il capitolo privacy, sacrificata in nome della sicurezza. Dopo l’11 settembre gli americani accettarono controlli fino ad allora impensabili. Nell’ottobre 2001 lo USA patriot act ampliò drasticamente i poteri federali di sorveglianza e lo scambio di informazioni tra intelligence e forze dell’ordine. Il Brennan Center for Justice ricorda che le 131 pagine della legge furono approvate senza emendamenti e con pochissimo dissenso appena tre giorni dopo la presentazione, aprendo la strada a un’espansione della sorveglianza interna poi accelerata dalla tecnologia. Una sorveglianza che non ha colpito tutti allo stesso modo. Screening, watchlist e controlli alle frontiere hanno investito in modo particolare musulmani, arabi, mediorientali e sudasiatici. È uno dei paradossi dell’eredità di quella mattina. Le sue conseguenze continuano a farsi sentire pesantemente proprio mentre la memoria diretta si allontana. «Molti dei nostri giovani non lo hanno vissuto, non erano ancora nati o erano troppo piccoli», osserva Nigro. A Ground Zero, le due grandi vasche del Memorial occupano oggi l’impronta delle Torri Gemelle, con i nomi delle 2977 vittime incisi lungo i bordi. Venticinque anni dopo, mentre il sistema di sicurezza nato da quella giornata continua a segnare gli Usa, la sfida è consegnarne la rimembranza a chi è venuto dopo. «Spero che l’America non dimentichi mai», afferma l’ex comandante. «E non intendo soltanto gli orrori di quel giorno, ma soprattutto le persone innocenti che persero la vita. È questo che vogliamo ricordare». Annuncio pubblicitario
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXIX 9 settembre 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino
ATTUALITÀ / RUBRICHE
Il Mercato e la Piazza
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di Angelo Rossi
Agricoltura svizzera tra mercato e clima ◆
Se c’è un settore della nostra economia che ha fatto parlare di sé nel corso di questa estate è l’agricoltura. In giugno la lobby dei contadini è riuscita a far respingere in Consiglio nazionale l’accordo Mercosur, con il quale venivano liberalizzati gli scambi con Paesi sudamericani come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay e il Paraguay. Tra luglio e agosto i contadini si sono poi fatti sentire perché volevano misure atte a compensare le perdite che stanno subendo e subiranno per il lungo periodo di siccità dovuto al cambiamento climatico. L’accordo Mercosur-AELS (di cui fa parte anche la Svizzera) mira a creare una vasta zona di libero scambio tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay da un lato, e Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein dall’altro. In autunno il Consiglio degli Stati sarà chiamato a esprimersi sull’intesa. La bocciatura in Consiglio nazionale
è stata resa possibile grazie a un’alleanza tra UDC, Verdi e Socialdemocratici. L’opposizione all’accordo non è di principio. L’idea di creare un ampio mercato libero da barriere doganali raccoglie infatti consensi. I critici temono però che l’intesa possa penalizzare l’agricoltura svizzera e chiedono misure compensative da parte del Consiglio federale: complessivamente 880 milioni di franchi da versare agli agricoltori nell’arco di otto anni. In Consiglio nazionale l’accordo Mercosur è stato respinto proprio perché questa proposta non è stata accettata. In sé, l’idea di compensare gli agricoltori esposti alla concorrenza del libero scambio è ragionevole. Il problema è l’entità dell’importo richiesto. Attualmente la Svizzera importa prodotti alimentari dal Sudamerica per un valore compreso tra 600 e 800 milioni di franchi all’anno. Se l’accordo entrasse in vigore, queste importazio-
Affari Esteri
ni aumenterebbero verosimilmente in misura significativa. Gli 880 milioni richiesti possono quindi essere letti come una sorta di dazio indiretto sui prodotti agricoli provenienti dai Paesi sudamericani firmatari dell’accordo. Se, per esempio, le importazioni passassero da 800 milioni a poco più di un miliardo di franchi all’anno, i 110 milioni annui di compensazioni equivarrebbero a un prelievo superiore al 10%. Se l’aumento delle importazioni fosse inferiore, l’incidenza sarebbe ancora maggiore. A quel punto ci si può chiedere che fine farebbero i vantaggi del libero scambio. In quest’ottica, l’importo compensativo richiesto appare eccessivo. Veniamo ora al cambiamento climatico. Il caldo eccezionale di fine primavera e dei mesi estivi di quest’anno si sta ripercuotendo in modo negativo sulla produzione agricola, sia sui risultati dell’allevamento che su quelli delle
coltivazioni. I rappresentanti del settore agricolo non hanno perso tempo a segnalare le possibili perdite e a invocare misure di sostegno da parte dello Stato. Il destinatario di queste richieste, il consigliere federale Albert Rösti, ha fatto per un certo tempo orecchio da mercante sperando forse che qualche acquazzone di mezza estate mettesse fine alla siccità. Verso la fine di agosto, in una conferenza stampa, si è poi deciso a dire la sua. Intanto precisando sin dall’inizio che, in materia di cambiamento climatico, il Consiglio federale ha sempre preso le cose sul serio. Per quel riguarda le richieste di favorire la realizzazione di impianti di climatizzazione nelle scuole, negli ospedali e nelle case di riposo, Rösti ha spiegato che misure del genere non sono di competenza del Consiglio federale. Secondo lui, comunque, occorrerà definire, in un documento da preparare entro fine ottobre, anche
quanto il Governo federale può fare per proteggere la salute dei cittadini minacciati da queste ondate di caldo. Se sulle cose da intraprendere, in generale, Rösti è rimasto sulle sue, egli è apparso più aperto verso le rivendicazioni dei contadini. Così si è appreso che il Consiglio federale metterà a disposizione 54 milioni in un fondo destinato a concedere crediti ai contadini in crisi di liquidità. Contemporaneamente il nostro Governo ha deciso di ritornare sulla decisione, presa a suo tempo dal Parlamento nell’ambito del dibattito sulle possibilità di risparmio, di sopprimere i contributi di 17,5 milioni annuali per facilitare l’adattamento dei boschi al cambiamento climatico. Questi aiuti non sembrano particolarmente elevati se rapportati ai danni subiti dal settore agricolo: secondo l’Unione svizzera dei contadini, il caldo è costato agli agricoltori oltre 500 milioni di franchi.
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di Paola Peduzzi
Se l’Islanda tiene Bruxelles a debita distanza ◆
Alla fine in Islanda ha vinto il «no» alla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue a con il 52,8% dei consensi e un’affluenza altissima – oltre l’80% – che conferma la sconfitta del Governo progressista che, nel mezzo delle mire americane per l’Artico e la perenne minaccia della Russia, aveva pensato che l’Europa potesse essere un buon rifugio. Il quesito non chiedeva un’adesione diretta, ma se riaprire o no i negoziati con Bruxelles; un secondo referendum sarebbe stato necessario una volta raggiunto un eventuale accordo. Questa scelta, secondo alcuni osservatori, ha finito per avvantaggiare il fronte del «no»: un voto favorevole equivaleva in sostanza a un «sì, forse», e infatti lo slogan della campagna dei pro, «Já til as sjá» (sì, per vedere) è apparso vago di fronte ai toni più aggressivi usati dagli avversari. La campagna dei contrari, meglio finanziata, ha costruito il proprio successo attor-
no a due pilastri radicati nell’identità nazionale di quest’isola con 400 mila abitanti: la pesca e l’agricoltura. Diceva che l’adesione all’Ue avrebbe trasformato l’Islanda in un «villaggio di pesca senza quote», esponendo il settore ittico al controllo di società straniere. Se sentite un sapore di Brexit, con le infinite discussioni sulle capesante e gli eglefini, è perché in effetti le tattiche utilizzate sono state simili. Negli ultimi anni poi gli islandesi hanno guardato con preoccupazione crescente ai tagli alle quote di pesca subiti dall’Irlanda, Paese membro dell’Ue, che hanno colpito duro le comunità costiere irlandesi: un monito, per molti islandesi, di quanto potesse costare l’adesione all’Ue. Il voto ha rivelato anche una netta frattura geografica: nella capitale Reykjavík ha prevalso il fronte favorevole a riaprire i negoziati, mentre nel resto del Paese, in gran parte rurale, ha vinto
Il presente come storia
nettamente il «no»; anche questa spaccatura sa molto di Brexit. La premier islandese, Kristrún Frostadóttir, che si era schierata a favore della ripresa dei colloqui, ha comunque parlato di un risultato positivo per la tenuta democratica del Paese, sottolineando l’importanza di aver portato la questione al voto popolare. Ma alcuni sostenitori del «sì» hanno denunciato campagne di disinformazione – proprio come per la Brexit, di nuovo – che rappresentano un caso di studio utile per tutti i Paesi, visto che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale è stato brutale. Ma a parte le ingerenze, la campagna europeista è stata cauta e prudente, come spesso accade ai sostenitori dell’Europa, mentre il «no» ha mobilitato il senso di identità nazionale, da sempre legato alla pesca. Sullo sfondo del voto si è mossa anche la geopolitica. L’instabilità internazionale, l’imprevedibilità dell’Am-
ministrazione Trump e le sue ripetute minacce nei confronti della Groenlandia – vicina di casa dell’Islanda, il presidente americano le confonde spesso – hanno alimentato in parte dell’elettorato la percezione dell’Ue come possibile garante di sicurezza. Le battute attribuite a Billy Long, indicato come nuovo ambasciatore americano a Reykjavík, sulla possibilità che l’Islanda diventasse il «cinquantaduesimo Stato» degli Usa (si è poi scusato) non hanno fatto altro che aumentare la paura. L’Islanda fa parte della Nato ma è priva di forze armate proprie, dipende quasi interamente dagli alleati, Stati Uniti in testa, per la propria difesa: in questo momento l’Ue sembra garantire maggiore protezione, ma evidentemente non abbastanza. Bruxelles aveva sperato in un esito diverso per rilanciare la causa dell’allargamento con l’adesione di un Paese occidentale ricco e stabile, a dieci anni esatti dalla
Brexit. Un portavoce del presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha comunque ribadito che l’Islanda «resta uno dei partner più stretti e affidabili dell’Ue», ricordando che il Paese è già profondamente integrato nell’economia europea attraverso lo Spazio economico europeo e l’area Schengen. Insomma, questo voto islandese mostra una strada per il Regno Unito, se davvero dovesse voler rimettere un piede in Europa, ma allo stesso tempo lancia un segnale non rassicurante al resto dell’Europa: per i Paesi più poveri il percorso di adesione è lungo, complicato e in qualche caso doloroso; per i Paesi più ricchi è conveniente restare con un assetto leggero, prendendo il mercato unico europeo ma non il legame politico. Era il famoso «cherry picking» che volevano fare i britannici e che l’Ue ha respinto, perché se ognuno sceglie solo la versione che gli fa comodo, si finisce per annichilire l’Unione.
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di Orazio Martinetti
L’etica come bussola dell’azione politica ◆
C’è stato un periodo, intorno agli anni 90 del secolo scorso, in cui il rapporto tra l’etica e la politica alimentava dotte disquisizioni, tra filosofi morali ma non solo. Se ne parlava nei simposi, nei consessi dei partiti, e ovviamente su giornali e riviste. Alla biblioteca di Locarno il direttore Antonio Spadafora organizzava impegnativi incontri sul tema, con relatori del calibro di Salvatore Veca, Remo Bodei, Eugenio Lecaldano, Sebastiano Maffettone, Mario Vegetti. Stimoli e suggerimenti giungevano anche da periodici come «Cenobio», «Dialoghi» e dalla commissione Justitia et Pax. Notevole diffusione, specie nelle scuole, ebbero i trattatelli dello spagnolo Fernando Savater, Etica per un figlio e Politica per un figlio, entrambi tradotti in italiano dall’editore Laterza. In seguito la discussione si è estesa ad altri ambiti, considerati più urgen-
ti, come le tecnologie riproduttive, la genetica, lo statuto dell’embrione, il fine vita. L’etica diventava bioetica. L’etica pubblica ha quindi lasciato il proscenio. E bisogna dire con grande e generale sollievo, dato che maneggiare la materia non era impresa facile, troppo alto il rischio di scivolare nel moralismo (con la possibilità di vedersi ritorcere l’accusa). Gli ultimi casi che hanno coinvolto alcuni esponenti della nostra «classe politica» (e pure, ahimè, parte della magistratura) hanno innescato reazioni contrastanti. Subito i canali sociali hanno emesso le loro sentenze, e senza indugiare troppo, senza aspettare eventuali pentimenti o attenuanti. C’è chi ha condannato senz’appello, chi ha giustificato e chi perdonato. Da un lato gli intransigenti e gli indignati, dall’altro gli indulgenti. Tutte reazioni legittime? Non proprio, giacché nei casi specifici sia-
mo in presenza di violazioni di norme e leggi, non di comportamenti che possono urtare la sensibilità, il «comune sentire». I reati hanno come effetto inchieste e alla fine della procedura sanzioni. Non di questo si occupa l’etica. Che però entra in scena quando la persona sotto accusa evita di trarre le auspicate conseguenze dai suoi atti. È nota la distinzione, proposta nel 1919 dal sociologo tedesco Max Weber, tra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità. La prima è assoluta e non ritiene di render conto a chicchessia delle sue azioni; la seconda insiste invece sulle conseguenze di un determinato atto e dunque sul dovere di «rispondere» alla pubblica opinione. La differenza risiede nella «risposta», che il primo atteggiamento non contempla. L’etica riguarda insomma la condotta di chi occupa una carica pubblica.
Non è materia per avvocati e tribunali, perché interroga in primo luogo la coscienza del singolo individuo. Cosa sarebbero le nostre istituzioni, il nostro apparato statale se politici, amministratori e funzionari ritenessero di poter fare a meno di una bussola morale, per affidarsi unicamente al tornaconto personale? Sarebbe la fine di ogni aspirazione al buon governo, alla politica che ancora beneficia di un qualche credito, al capitale di fiducia che, nonostante tutto, resiste. L’etica applicata alla politica è dunque necessaria, pena la perdita di ogni cartello orientativo. E tuttavia la sua missione incontra asperità di ogni genere, dentro una stagione impregnata del peggior machiavellismo: arroganza, egotismo dilagante, sprezzo per le più elementari norme di buon senso. Anche la coscienza individuale guarda viepiù all’appuntamento elettorale: gli scrupoli morali
evaporano, contano solo i voti raccolti. È come dire: l’etica non serve, è un orpello, è solo un passatempo per anime belle e un argomento per teologi. Ora trionfa il realismo politico, in un’era dominata da un’unica fauna rapace, quella guidata da falchi, lupi e volpi. Viviamo i tempi della violenza e dell’astuzia, disposizioni d’animo spacciate come virtù. Contrastare queste derive richiede un’attenzione costante, il ricorso ad un’attrezzatura critica sempre vigile. L’onnipresenza e l’invadenza dei canali sociali hanno generato un inebriante caleidoscopio di parole, suoni e filmati in cui non è facile individuare il bandolo della matassa, distinguere – come recita il sottotitolo di un volume dello storico Carlo Ginzburg, recentemente scomparso – il vero dal falso e dal finto. Anche questa operazione appartiene al campo dell’etica.
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXIX 9 settembre 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino 21
CULTURA ●
Perle musicali dal 18 settembre Il festival classicAscona promette grandi nomi e momenti indimenticabili, come spiega il direttore artistico Christoph Müller
Voglia di costruire ponti A colloquio con Jurij Meile, nuovo direttore del Cinema Teatro di Chiasso, alla vigilia della sua prima stagione culturale
L’editoria ticinese, pagina dopo pagina Dalla Highsmith ritrovata alle nuove voci della narrativa e della poesia, un viaggio nella produzione libraria del territorio
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Il lago di luce di Helidon Xhixha
Mostre ◆ Le sculture dell’artista albanese animano il Gambarogno trasformandosi in materia fluida e palpitante Alessia Brughera
Limpida, morbida e mutevole: così è la luce che si diffonde nella porzione ticinese del Lago Maggiore. È una luce che definisce l’atmosfera di questo luogo modulandola e conferendole consistenze sempre diverse. Bianca e soffusa al mattino, rischiara le montagne circostanti regalando tonalità trasparenti e pulite. Verso il mezzodì si fa più intensa, facendo risplendere le acque lacustri di un azzurro vivo in un’infinità di riflessi brillanti. Al tramonto, poi, accende il cielo e il lago di colori caldi, restituendo il paesaggio sotto forma di una miriade di schegge dorate. I bagliori del Verbano non potevano non affascinare Helidon Xhixha, artista tra i più affermati della scena contemporanea che proprio del rapporto con la luce ha fatto il fulcro attorno a cui far ruotare la sua intera ricerca. Per lo scultore albanese, nato a Tirana nel 1970 e formatosi tra Milano e Londra, l’obiettivo primario è riuscire a infondere un’anima alla materia, così da poter concretizzare la sua visione dell’arte plastica come negazione della stasi. E cosa, meglio della luce, può interagire con la materia vivificandola con la sua potente energia? Non è dunque un caso che Xhixha sia sempre stato attratto dagli elementi che riescono a instaurare uno stretto rapporto con la luminosità dell’ambiente naturale. Tra questi, il prediletto è l’acciaio inox, che l’artista lucida a specchio per far sì che diventi una superficie dinamica in grado di riverberare la luce e catturare il mondo circostante. Le sculture di Xhixha, spesso di dimensioni monumentali per amplificare l’effetto di fusione con lo spazio che le accoglie, si trasformano così in materia fluida e palpitante: tra increspature e levigature, pieghe e curvature, convessità e anfratti, vengono percorse da improvvisi fulgori alternati a zone d’ombra, generando giochi di riflessi che le rendono microcosmi in costante evoluzione capaci di alterare e moltiplicare il paesaggio. Dall’incontro tra le guizzanti creazioni di Xhixha e le cangianti vibrazioni luminose del Verbano nasce la grande mostra diffusa dal titolo Sul lago luccica, un progetto organizzato dall’Associazione GambarognoArte che interessa le sponde ticinesi del lago e che dà vita a un suggestivo itinerario scultoreo a cielo aperto. Le località coinvolte – Vira Gambarogno, Gerra, Magadino, Sant’Abbondio, San Nazzaro e Ascona – diventano le tappe di un’esperienza tra arte e natura che regala al visitatore inediti spunti visivi, stimolando la sua percezione dell’ambiente attraverso la libertà con cui le acque, il cielo, la vegetazione, le montagne e le architetture di questi territori dialogano con
Helidon Xhixha, Elliptical Reflection, 2013, Acciaio inox lucidato a specchio. (Copyright Giovanni Barberis)
la vigorosa materia dei lavori plastici dell’artista. Il lago si scompone così in mille scintillii, l’atmosfera si carica di fremiti inaspettati e i pendii si dissipano in immagini sfavillanti: ogni elemento del paesaggio pare scivolare e frammentarsi sulle superfici dell’acciaio, fondendosi con l’opera per reinventarla in base a ogni variazione ambientale.
Le sculture di Helidon Xhixha si rivelano uniche e irripetibili a ogni sguardo e in questo risiede la loro forza espressiva Ed è proprio questa la peculiarità dell’edizione 2026 delle mostre di scultura all’aperto del Gambarogno: la profonda connessione, quasi una simbiosi, tra le creazioni plastiche e il contesto in cui sono collocate. Le opere non sono elementi slegati dall’ambiente, ma realtà che vivono lo spazio lacustre inglobandolo e partecipando a ogni suo più piccolo mutamento. Forte di una lunga tradizione culturale che trova il suo incipit nel 1968 e che consolida l’idea del territorio come luogo di congiunzione tra linguaggi contemporanei e memoria storica, il progetto di quest’anno
si contraddistingue dunque per avere come punto focale la continuità visiva e concettuale tra opera e ambiente, innescando così una stretta relazione tra due elementi apparentemente lontani tra loro ma in grado di colloquiare in maniera feconda. Il risultato è una combinazione perfetta tra scultura e paesaggio fondata su una trasformazione reciproca che potenzia il significato di entrambi e la loro capacità di suscitare emozioni. Ecco allora che le opere diventano una sorta di prolungamento della realtà in cui lo spettatore stesso si trova immerso, anche lui parte integrante di un’esperienza percettiva dinamica che ridefinisce lo spazio. Ogni lavoro rappresenta la sosta di un percorso che può essere intrapreso in maniera libera, senza un principio e una conclusione definiti. È un itinerario che ciascuno di noi esplora secondo il proprio modo di vedere il mondo e costruisce secondo la propria attitudine a cogliere atmosfere differenti. Non c’è da stupirsi, quindi, se in questo cammino ci si trova a ritornare più volte nello stesso luogo per scoprire, nei diversi momenti della giornata, impressioni e punti di vista sempre nuovi. Le sculture di Xhixha si rivelano uniche e irripetibili a ogni nostro
sguardo. Ed è proprio in questo che risiede la loro forza espressiva: lasciarsi modulare senza sosta dal mondo circostante e al contempo annetterlo alla propria essenza per dar vita a un unico corpo vibrante. È ciò che accade in Elliptical Reflection, opera che sulle rive di Gerra accoglie e amalgama nelle sue forme sinuose il verde dei prati, le trasparenze delle acque e i guizzi del cielo. O nella suggestiva Ionic Column, creazione dall’accentuata verticalità che sul sagrato dell’antica chiesa di Sant’Abbondio rifulge dei mille bagliori riflessi dalle sue superfici multisfaccettate. O, ancora, in Thought of Light, scultura che a San Nazzaro si posa delicatamente su una formazione rocciosa per legare terra e luce, memorie ancestrali e contemporaneità. Tra le opere più suggestive della mostra c’è anche The Twin Bottles, realizzata da Xhixha in collaborazione con l’artista Jack Braglia: due enormi bottiglie in acciaio immerse nelle acque che lambiscono le rive di Vira ci fanno meditare su quanto la bellezza del paesaggio sia un bene prezioso da proteggere. Qui estetica ed etica si mescolano. Un oggetto quotidiano viene reso monumentale e «abbandonato» nella natura, in un chia-
ro riferimento ai rifiuti spesso gettati proprio nelle acque di laghi e mari, diventando il simbolo di una umanità che necessita di sviluppare una più forte sensibilità per le problematiche ecologiche. A spezzare ogni barriera tra arte e ambiente è Iceberg: senza alcun ancoraggio, questo lavoro in acciaio galleggia libero sulle acque asconesi trasformandosi in una presenza mobile in balìa delle onde e del vento. Opera dalla natura precaria che si inebria di luminosità durante il giorno per poi divenire un’apparizione silenziosa nelle ovattate ore notturne, essa incarna pienamente il significato della ricerca di Xhixha, ovvero l’idea della scultura come territorio privo di confini che vive del fragile ma seducente rapporto tra materia, luce e spazio, metafora di una realtà in continuo mutamento. Dove e quando Sul lago luccica. Sculture di Helidon Xhixha. Mostra internazionale di sculture all’aperto GambarognoArte 2026. Fino al 4 ottobre 2026. A cura di Carlo Pizzichini e Dalmazio Ambrosioni. Informazioni www.gambarognoarte.ch
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXIX 9 settembre 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino
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CULTURA
Una dolce rivoluzione a suon di note
Musica ◆ Intervista a Christoph Müller che racconta le novità di classicAscona, al via il prossimo 18 settembre Enrico Parola
«Se devo indicare il concerto cui sono più affezionato dico il primo: non perché è quello inaugurale, ma perché intreccia un capolavoro assoluto come la Grande Messa in do minore di Mozart, uno dei migliori cori di voci bianche al mondo, il Tölzer Knabenchor, un direttore cui sono molto legato quale Francesco Corti, l’Orchestra da Camera di Basilea e una delle tre artiste che quest’anno sono in residenza, il soprano Julia Lezhneva». L’indicazione di Christoph Müller è molto significativa perché sono davvero tanti gli appuntamenti e gli elementi che potrebbero essere sottolineati: se non è una vera e propria rivoluzione quella fatta dal nuovo direttore artistico di classicAscona e Locarno, di certo la si può considerare una radicale rivisitazione e un visionario rinnovamento rispetto alla lunga storia e alla gloriosa tradizione del festival: «Questa viene mantenuta con i diciannove concerti nelle due “case” della rassegna, le chiese del Collegio Papio ad Ascona e di San Francesco a Locarno; ma accanto ai “Concerti d’eccellenza” ho voluto creare due aree totalmente nuove, Ticino Terra d’artisti – Sehnsucht Ticino, sette eventi alla scoperta di luoghi di particolare bellezza naturale, artistica e paesaggistica nel locarnese, e quella che ho voluto intitolare Uno spazio per la prossima generazione, da intendersi non solo come generazione di artisti, ma di pubblico».
Un concerto di un’edizione degli scorsi anni nella Chiesa del Papio di Ascona; in basso, Christoph Müller, direttore artistico di classicAscona. (Roberto Barra)
Anche con classicAscona le due «case» della kermesse musicale restano le chiese del Collegio Papio ad Ascona e di San Francesco a Locarno Müller inizia proprio con questo filone la spiegazione della sua nuova visione di classicAscona: «Ho voluto lanciare “classicAscona Academy”, che coinvolgerà circa trecento giovani musicisti impegnati in masterclass con le artiste in residenza, workshop con grandi specialisti del Barocco come il flautista Maurice Steger e l’ensemble “Il Pomo d’Oro”, il laboratorio per circa duecento cantanti con Nigel Short e il suo meraviglioso Tenebrae Choir. Tutta questa attività accademica sfocerà in concerti pubblici che precederanno, durante il giorno, i “Concerti d’eccellenza” con i grandi artisti». Proprio l’ultimo giorno, però, i due filoni si uniranno per quello che si prospetta uno dei più emozionanti e significativi momenti di classicAscona: il 10 ottobre un’ottantina dei duecento giovani partecipanti al laboratorio vocale tenuto da Short formeranno l’Ascona Choral Academy e si uniranno all’Orchestra Giovanile dell’Ucraina per eseguire lo Stabat Mater di Dvorak, diretti da Oksana Lyniv: «Lyniv, oltre a essere una grande direttrice, è la fondatrice dell’orchestra; l’aveva creata dieci anni fa per riunire i migliori giovani talenti del suo Paese, ma con la guerra le possibilità di far musica si sono praticamente annullate. Per questo ho deciso di invitare l’orchestra questa e nelle due prossime edizioni, per offrire non un’occasione isolata, ma un progetto di ampio respiro dove loro possano crescere ed esprimersi. Saranno nostri ospiti per una settimana, le prove saranno aperte al pubblico, in particolare alle scuole, così come altri concerti tenuti dai giovani dell’Academy. Mi è sembrato un
modo significativo per dare un nostro contributo non solo a livello artistico, ma sociale». In programma ci sarà anche Canticum di Hanna Havrylets, morta il
27 febbraio 2022 a Kiev, tre giorni dopo l’inizio dell’invasione russa, a causa della mancanza di cure mediche adeguate. «È un brano di profonda spiritualità: con i soli strumenti
sembra recitare una preghiera segnata sia dalla malinconia per la situazione contingente, sia da una incrollabile speranza». L’altro nuovo ambito aperto da Müller è Sehnsucht Ticino: «Il confronto con gli altri responsabili del festival ha fatto emergere la necessità di allargare il pubblico, intercettando soprattutto quello del Nord, proveniente dalla Svizzera Tedesca, da Germania e Austria, dall’Olanda e anche dall’Inghilterra. Che cosa amano questi turisti e perché vengono qui? Amano la musica, ma innanzitutto vengono qui per le bellezze dei luoghi e della natura. Per questo sono andato alla ricerca di scorci iconici che potessero attirarli; magari anche piccoli, da cinquanta, settanta spettatori, ma che creassero un’immagine un po’ diversa, anche a valenza più “turistica”, di classicAscona. Ne sono risultati sette eventi dove la musica si mescola con la letteratura, la cucina tipica locale e l’escursionismo». Pubbliredazionale
classicAscona 2026: da Bartoli a Sol Gabetta classicAscona propone oltre 50 appuntamenti. Programma completo su classicascona.ch. Entrata gratuita alla cassa per i giovani sotto i 26 anni. 18.9 Mozart | San Francesco | Inaugurazione con la Messa in do minore di Mozart, Julia Lezhneva, Tölzer Knabenchor e Kammerorchester Basel. 19.9 Arcadi Volodos | Papio | Il grande pianista russo interpreta Schubert e Chopin. 20.9 Nello specchio di Rossini | San Francesco | La Camerata
Salzburg e i fratelli Jussen tra Rossini, Schubert e il Concerto per due pianoforti di Mendelssohn.
2.10 Il dolce far niente | San Francesco | Sol Gabetta e Il Giardino Armonico dedicati a Haydn.
25.9 Pathétique | San Francesco | OSI e Nemanja Radulović con Čajkovskij: Concerto per violino e Sinfonia «Patetica».
4.10 Chopin Orbit | Papio | Hayato Sumino, fenomeno internazionale e star del web, rilegge Chopin.
26.9 Orfeo ed Euridice | San Francesco | Cecilia Bartoli, Melissa Petit e Les Musiciens du Prince nell’opera di Gluck. 27.9 Sol Gabetta | San Francesco | Con la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen tra Elgar, Schubert e Brahms.
7.10 Richard Galliano | Papio | Il maestro della fisarmonica presenta New Viaggio. 9.10 Tenebrae Choir | Papio | Cinque secoli di musica corale sacra. 10.10 Concerto per la pace | San Francesco | Stabat Mater di Dvořák con Tenebrae Choir e Youth Symphony Orchestra of Ukraine.
Sul Monte Verità, a Villa Emden e al Castello Visconteo sarà protagonista Zora del Buono, che leggerà in italiano e tedesco affiancata ora da un trio, ora dai Fiati del Conservatorio, ora da un pianista. Due gli appuntamenti a Bordei, nelle Centovalli, col flautista Maurice Steger e Pietro Leemann, pioniere della cucina gourmet vegetariana. «Il 3 ottobre Mario Brunello condurrà il pubblico in un trekking musicale in Vallemaggia, per giungere alla chiesa costruita da Mario Botta a Mogno. Quando gliel’ho proposto, non ha esitato un attimo: lui è un innamorato della montagna e dei concerti all’aperto, ha inventato i “Suoni delle Dolomiti” di cui è anima da più di trent’anni, non vede l’ora di portare Bach nelle nostre montagne». Brunello è uno dei massimi violoncellisti al mondo, e il suo nome conduce Müller alla sezione più tradizionale, ma non certo più banale, del nuovo cartellone. «Il blasone e la storia non solo non devono essere abbandonati o sminuiti, ma anzi vanno rinnovati e perpetrati, e ho cercato di farlo coinvolgendo grandi interpreti di ogni strumento, tra cui Sol Gabetta e Vilde Frang anche come artiste in residenza». Tre appuntamenti ciascuna: la violoncellista argentina, che a Lugano ha firmato dei progetti innovativi e apprezzati con l’Orchestra della Svizzera Italiana, sarà accompagnata in Elgar dalla Deutsche Kammerorchester Bremen, in Haydn dal Giardino Armonico di Giovanni Antonini e dal pianista Bertrand Chamayou in Grieg e Rachmaninov. La violinista norvegese suonerà due volte in trio e poi in un ensemble cameristico dove compaiono anche due altre stelle, il pianista Olli Mustonen e il violinista Ilya Gringolts, suo sodale anche nel secondo trio. Tre sono le esibizioni anche della terza artista in residenza: dopo l’inaugurazione con Mozart, Julia Lezhneva sarà accompagnata alla tiorba da Luca Pianca e poi dall’Orchestra da Camera di Basilea in un originale e spumeggiante programma che titola Arie di baule – Arie da viaggio: le star dell’opera in tournée. Ed è proprio dalla lirica che arriva il nome per Müller «esemplare di come il festival prosegua all’insegna dell’eccellenza: Cecilia Bartoli, diva assoluta dell’opera, canterà l’Orfeo di Monteverdi, accompagnata da Gianluca Capuano, gli strumenti antichi de Les musiciens du prince e le voci del Canto d’Orfeo. Sarà una festa, un inno alla musica». Grande attesa anche per i pianisti Arcadi Volodos, ormai una leggenda vivente, Hayato Sumino, funambolico giapponese che accosta Chopin e sue composizioni ispirate al Polacco, e i fratelli Lucas e Arthur Jussen, solisti con la Camerata Salzburg nel Concerto per due pianoforti di Mendelssohn. Concorso «Azione» mette in palio 2X2 biglietti per il concerto inaugurale del 18 settembre nella Chiesa di San Francesco con la Messa in do minore di Mozart, Julia Lezhneva, la Kammerorchester Basel e il Tölzer Knabenchor. Per partecipare all’estrazione inviare una e-mail a giochi@azione. ch (oggetto: «classicAscona») indicando i propri dati personali entro domenica 13 settembre 2026. Buona fortuna!
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CULTURA
Ponti che vengono da lontano
Incontri ◆ A colloquio con Jurij Meile alla vigilia della presentazione della sua prima stagione da direttore del Cinema Teatro di Chiasso Simona Sala
Chiasso, un crocevia delle genti, come molti altri luoghi di questo Ticino contrappuntato di valichi, ma forse addirittura più degli altri. I due versanti della dogana hanno sempre vissuto dei rispettivi vantaggi, chi attraverso i distributori di benzina, chi attraverso bottegucce da tempo scomparse sul versante svizzero. Chiasso anche come terra di rifugio, lo dimostra oggi il centro federale d’asilo, lo dimostrò nel 1945 la colonna militare tedesca che tentò di forzare l’ingresso in Svizzera, per evitare la resa agli alleati. Chi vive lungo le fasce di confine lo sa, là la vita è un poco diversa, più imprevedibile, per il passaggio delle genti che la contraddistingue, con opportunità varie, che possono trasformarsi in carte vincenti per chi le sa cogliere. Oggi Chiasso, in un momento di trasformazione e stallo allo stesso tempo, ha particolarmente bisogno di una visione fresca, di una spinta che le permetta di essere associata di nuovo a concetti come «innovazione». Come ha già fatto in passato con il m.a.x. museo e il Centro culturale in generale, la cittadina di confine ha dunque scommesso di nuovo sulla carta della cultura, assumendo, per la direzione artistica del proprio teatro, una figura come quella di Jurij Meile, personaggio a cavallo di identità, culture e visioni, grazie una biografia ricca di incroci culturali, fatta di paradossi solo apparenti, che lo vede figlio di una filologa pugliese e di uno storico dell’arte della Valle del Reno. Domani 10 settembre Jurij Meile presenterà la sua prima stagione al Cinema Teatro di Chiasso, in quello che si prospetta un progetto sfaccettato e capace di uscire da una concezione classica e tradizionale di teatro. L’urgenza e il desiderio che si pare di percepire, infatti, sono di riuscire a creare un luogo aggregante, capace di inorgoglire cittadine e cittadini, facendo loro sentire che il Teatro è in fondo la casa di tutti. Jurij Meile, in questo senso, si è già messo all’opera a modo suo, presenziando regolarmente alla cassa del Cinema Teatro, felice di ricevere personalmente le prenotazioni, e ancor più di incontrare, conoscere e ascoltare. Ed è proprio lì, nell’atrio dell’edificio progettato dall’architetto Americo Marazzi e decorato da Carlo Basilico, inaugurato nel 1935, che lo incontriamo. Jurij Meile, lei racconta che un tempo, per molte persone, famiglia Meile compresa, Chiasso era il Ticino, o, al contrario, il Ticino era Chiasso. Sì, perché era una terra di passaggio: quattro volte all’anno la mia famiglia, come moltissime altre, si recava al Sud. Noi andavamo in Puglia, a Bari, per visitare i nonni, e ogni volta si passava da Chiasso.
Jurij Meile è in carica come direttore del Cinema Teatro di Chiasso dal 2025.
Ora però a Chiasso ci lavora, e questo dopo numerose esperienze diverse… Sono cresciuto a San Gallo, dove ho frequentato anche le scuole, ma già dopo il liceo avevo capito che, pur essendo grato di essere cresciuto in Svizzera, e soprattutto in una città piccola e circondata dal verde, dovevo recuperare il mio lato italiano, dunque, decisi di andare a studiare in Italia, dapprima a Bari, poi a Roma, in Piemonte e all’Accademia del Teatro alla Scala, per infine tornare in Svizzera, dove ho frequentato, tra l’altro, l’Università di Zurigo, quella di Basilea e la Schola Cantorum Basiliensis. Sono felice di aver vissuto entrambi gli universi, e per questo forse mi piace tanto stare qui, perché a Chiasso riesco a sentire entrambe le parti della mia identità. Culturalmente, cosa rappresentava per lei la Puglia? Mi ha sempre affascinato la storia del Teatro Petruzzelli, inaugurato nel 1903, con cui Bari ancora oggi si identifica – insieme a San Nicola. Il Teatro era nato da una spinta della borghesia e dei commercianti baresi, dunque non per volere di duches-
se o imperatrici, come ad esempio il Regio di Parma, il San Carlo di Napoli, o la Scala di Milano. Negli anni di maggior crisi della città, quei Novanta che videro la guerra in Jugoslavia, le ondate di rifugiati e l’approdo della famosa nave Vlora dall’Albania, con tutte le trasformazioni sociali che ne seguirono, Bari perse anche il proprio Teatro a causa di un incendio. Nel frattempo, per fortuna è stato ricostruito, e i baresi hanno ritrovato una parte importante della propria appartenenza identitaria. Vede dunque delle similitudini fra ciò che avviene a Chiasso, colpita da una crisi che è in qualche modo in antitesi con i fasti economici del passato? Anche questo teatro ha una storia molto interessante: nasce in un momento di fermento culturale ed economico, entra in crisi, rischia la distruzione e viene salvato da una comunità sensibile e convinta dell’importanza di una tale realtà. Chiasso forse non è una città di porto come Bari, ma probabilmente solo perché le manca il mare! È però una città proiettata geograficamente anche in
Terra lombarda e la speranza è che possa essere un faro per la comunità. Lei ama incontrare di persona il pubblico del Teatro, fra i suoi desideri vi è anche quello di ridare alla comunità locale la consapevolezza del patrimonio che possiede? Penso che il Cinema Teatro sia stupendo in quanto a caratteristiche e stile. È un teatro con una squadra straordinaria, è democratico, e vi vige un equilibrio perfetto tra grande e intimo. Per me è importante il coinvolgimento di tutti, in primis i giovani, che mi piacerebbe vedere sia in platea, sia sul palco. Per questo lavoro a stretto contatto con le scuole. Anche qui, in fondo, si plasma il futuro della nostra società. In questo ruolo di mediatore può certamente appoggiarsi anche a sue esperienze non legate solo al mondo dell’arte, come quella in Russia. Ce ne vuole parlare? Sin da ragazzo, sono interessato al management culturale per quella sua caratteristica di stimolare il dialogo e di condivisione, motivo per cui, insieme a degli amici, diedi vita molto presto a un’organizzazione con-
certistica piccola, ma estremamente professionale, che vinse perfino un premio di una fondazione della città di San Gallo. In seguito, accanto alla mia attività prettamente musicale, mi sono dedicato a diversi progetti di mediazione, anche in Ticino, con CSI, SUPSI e la Scuola Teatro Dimitri. Nel 2012 vinsi un concorso del DFAE per Presenza Svizzera, diventando un project manager in ambito diplomatico: ero responsabile della comunicazione nazionale in Russia perché nel 2014 si festeggiavano i Giochi Olimpici di Sochi e i duecento anni di relazioni diplomatiche tra i due Paesi – iniziate nel 1814 quando, dopo il Congresso di Vienna, Zar Alessandro Primo inviò in Svizzera un primo ambasciatore, il greco Giovanni Capodistria. Vi sono altri legami con la Russia, oltre al nome che porta? Porto un nome russo perché i miei genitori non volevano né un nome italiano né svizzero, ma un nome breve che non offendesse nessuno in famiglia. Mio nonno materno, da giovane appena laureato in medicina, testimoniò in un processo contro un generale fascista e pochi giorni dopo fu mandato in Russia dal regime, nonostante avesse un figlio piccolo. Dopo dieci giorni, cadde prigioniero, ma riuscì a tornare. Sono quindi cresciuto con questo nonno che mi raccontava della Russia e mi insegnava delle parole in russo, poi, per conto mio, ho scoperto Dostoevskij, Tolstoj, Ciakovskij, Mussorskij, ecc., ed è nata una passione, che mi ha portato, a un certo punto, a studiare russo all’università di Zurigo, in Plattenstrasse – proprio nella strada dedicata a Fritz Platten, il politico svizzero che contribuì a organizzare il viaggio di Lenin, negoziandone il passaggio attraverso la Germania, da Zurigo alla Russia per andare a fare la rivoluzione. Prima di andarci per lavoro, avevo fatto numerosi soggiorni in Russia, e un po’ la conoscevo. Senza entrare nel merito specifico della programmazione che verrà presentata a Chiasso domani, quali sono le sue visioni più in generale? Trovo gli spazi del Cinema Teatro interessanti e plasmabili. C’è la possibilità di smontare la platea, come si fa con il jazz, e su questo giocheremo ancora di più. Vi è poi un bel foyer. Vedo il teatro come un salotto, come un luogo di incontro e scambio. In un mondo sempre più digitale e dove la critica teatrale diventa sempre più rara, uno spazio reale, vero, diventa tanto più importante: ci si parla direttamente, ci si emoziona insieme e si discute. Per me la cosa più bella è quando, alla fine dello spettacolo, la gente mi ferma per raccontarmi la propria opinione su quanto appena visto. Annuncio pubblicitario
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MONDO MIGROS
GUSTO Salute
Quando bisogna
rinunciare al glutine?
In Svizzera circa 90’000 persone soffrono di intolleranza al glutine. Che cos’è esattamente, come viene diagnosticata e quali alimenti devono evitare le persone affette da questa patologia Testo: Barbara Scherer Illustrazione: Elena Knecht
Che cos’è il glutine?
Il glutine è una proteina naturale presente in diverse varietà di cereali. Il grano, il farro, la segale, l’orzo, il farro monococco e il farro bicocco contengono glutine. Come faccio a capire se sono intollerante al glutine?
I sintomi più comuni sono disturbi digestivi, nausea e dolori addominali. I sintomi possono però variare notevolmente, motivo per cui spesso la diagnosi arriva solo dopo molto tempo. «Alcuni soffrono anche di emicrania, dolori articolari o stati depressivi», spiega Tina Toggenburger, co-presidente e direttrice dell’IG Zöliakie della Svizzera tedesca, il punto di riferimento ufficiale per le persone affette da celiachia. Inoltre, la reazione al glutine può variare notevolmente: alcune persone presentano solo sintomi lievi, mentre altre manifestano reazioni gravi anche solo assumendo quantità minime di glutine», afferma Toggenburger. Nei bambini la malattia può manifestarsi anche con ritardi nella crescita e nello sviluppo. Che cos’è esattamente l’intolleranza al glutine?
L’intolleranza al glutine, nota anche come celiachia, è una malattia autoimmune. Nelle persone celiache, il consumo di glutine provoca un’infiammazione della mucosa dell’intestino tenue.
In che modo si differenziano la celiachia e la sensibilità al glutine?
In entrambi i casi, le persone colpite possono manifestare gli stessi sintomi. «La differenza sta nel fatto che, in caso di celiachia, l’assunzione di glutine danneggia l’intestino, mentre in caso di sensibilità al glutine ciò non avviene», spiega Tina Toggenburger. Quante persone soffrono di celiachia?
Se il test rileva la presenza di determinati anticorpi, nei bambini la diagnosi è considerata confermata. Negli adulti si procede con una duodenoscopia. «La sensibilità al glutine, invece, non può essere diagnosticata tramite un esame del sangue, poiché le persone affette non presentano anticorpi», spiega Toggenburger. Può essere accertata soltanto tramite un diario alimentare seguito da uno specialista.
Si stima che la celiachia colpisca da 1 a 2 persone su 100, ovvero almeno 90’000 persone in Svizzera. «E le donne sono colpite più frequentemente degli uomini», afferma Toggenburger.
Esistono farmaci per curarla?
Perché si sviluppa l’intolleranza al glutine?
«Sì, all’inizio il cambiamento è difficile», afferma Toggenburger, che soffre lei stessa di celiachia. Oltre agli alimenti che contengono chiaramente glutine, come la pasta o il pane, anche altri alimenti ne contengono, cosa che molti non si aspetterebbero. Il glutine può infatti essere presente anche in alcuni dadi da brodo, condimenti o bevande vegetali a base di avena. Per questo motivo è necessario controllare ogni confezione, verificandone gli ingredienti e le eventuali tracce di glutine, oppure cercare il simbolo ufficiale del «senza glutine», la spiga barrata. La Migros propone prodotti senza glutine di marca propria con il label aha!,
La predisposizione genetica svolge un ruolo importante nell’insorgenza della celiachia. «Il rischio è significativamente più elevato nei parenti di primo grado», afferma Toggenburger. La celiachia può manifestarsi a qualsiasi età. Spesso i primi sintomi compaiono durante l’infanzia, la pubertà o, nelle donne, durante la menopausa. Come viene diagnosticata la celiachia?
La diagnosi viene effettuata tramite un esame del sangue che può essere eseguito dal medico di famiglia.
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No, al momento l’unica opzione terapeutica è seguire una dieta priva di glutine per tutta la vita. L’alimentazione diventa molto più complicata?
come ad esempio prodotti da forno e pasta senza glutine. Le persone a cui è stata recentemente diagnosticata la celiachia possono rivolgersi all’IG Zöliakie oppure farsi seguire da un servizio specializzato di consulenza nutrizionale. Il numero di persone intolleranti al glutine è in aumento?
In effetti, il numero delle persone colpite è in aumento da anni. Le cause non sono ancora state chiarite in modo definitivo. «Potrebbe dipendere dal fatto che sempre più persone vengono sottoposte ai test per individuare la malattia», spiega Toggenburger. Rinunciare al glutine è diventato una moda: le persone sane dovrebbero davvero farlo?
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No. Chi non soffre di celiachia o di altre malattie legate al glutine non dovrebbe rinunciare agli alimenti che lo contengono. Cosa succede se la celiachia non viene curata?
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Si sviluppa un’infiammazione cronica dell’intestino tenue. I cosiddetti villi intestinali, responsabili dell’assorbimento delle sostanze nutritive e delle vitamine, si atrofizzano. Con il passare del tempo, le persone colpite sviluppano carenze nutrizionali. Nei casi più gravi può rendersi necessario il ricovero in ospedale o possono insorgere determinati tipi di tumore.
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L’inferno ticinese per Patricia High
Racconto ◆ Un contadino scomunicato, un viaggio fino a Lugano e il timore della dannazione eterna, nel piccolo libro ritrovato a firma d Manuela Mazzi
Non è forse un caso che uno dei racconti ticinesi del Novecento più inquieto sia stato scritto da una donna nata in Texas, consacrata dalla letteratura americana e ricordata soprattutto per assassini, impostori e identità rubate. A ben vedere, infatti, Un lungo cammino dall’inferno non parla davvero del Ticino. O meglio: ne parla moltissimo, ma per arrivare altrove. Cioè, là dove Patricia Highsmith è sempre andata a cercare i propri personaggi: nel punto esatto in cui una paura si trasforma in ossessione e un uomo qualunque scopre di non riuscire più a vivere come prima. Ripubblicato da Casagrande in una nuova traduzione di Maurizia Balmelli, e accompagnato da una postfazione di Daniele Cuffaro e da sette suggestive xilografie di Giovanni Bianconi, questo breve testo riemerge dopo decenni di irreperibilità. È un recupero prezioso, non soltanto per il valore documentario dell’operazione, ma perché permette di osservare Patricia Highsmith da un’angolazione inconsueta: non quella della regina del noir, della creatrice di Tom Ripley o dell’autrice portata sullo schermo da Hitchcock, bensì quella di una scrittrice capace di ascoltare un territorio e di trasformare una vicenda tramandata oralmente in letteratura. La storia nasce infatti da un episodio reale raccontato alla Highsmith da Liliane De Bernardi, amica dell’autrice e poi esecutrice testamentaria, oggi residente ad Ascona. Durante una serata organizzata dagli Eventi letterari Monte Verità, De Bernardi ha ricordato come, nel 1988, una prestigiosa rivista francese, «Le Nouvel Observateur», avesse chiesto alla scrittrice un racconto ambientato nel vecchio Ticino. Lei,
che aveva firmato opere celebri come Sconosciuti in treno e Carol, viveva già da un po’ stabilmente ad Aurigeno, dove si era trasferita nel 1981 e sarebbe rimasta fino alla morte, avvenuta nel 1995. In cerca di una storia si rivolse così al suocero della De Bernardi, contadino di Lodano e straordinario narratore orale, a suo dire, che ne custodiva parecchie. Highsmith ne ascoltò alcune e ne scelse una: il conflitto tra un uomo e il parroco del villaggio, degenerato fino alla scomunica.
Le domande che la Highsmith rivolse all’amica sono forse parte del materiale più interessante per comprendere il suo metodo di lavoro. Non le interessava sapere il nome preciso dei luoghi, né identificare i protagonisti. Chiedeva invece dettagli sulla mentalità, sulla religiosità popolare, sul peso che una simile condanna poteva avere nella vita di una famiglia. «Ho bisogno di montagne, semplicità, fede devota, resistenza fisica», scriveva alla De Bernardi, nelle sue lettere. E proprio in questa frase c’è già tutto il racconto. Il protagonista, Luigi Barta, è un contadino della Vallemaggia dell’Ottocento. Possiede poco, come tutti. Lavora una terra avara, vive in una casa di pietra, misura il passare delle stagioni attraverso il raccolto, la neve, il vino, le castagne. Quando il parroco del paese rivendica una striscia del suo vigneto e lui osa opporsi, la risposta è brutale: la scomunica. Da quel momento la vicenda cam-
bia natura. Non siamo più davanti a una disputa sulla proprietà, ma a un dramma interiore. Luigi non teme tanto di perdere un pezzo di terreno quanto di essere escluso dalla salvezza eterna. La parola pronunciata dal prete si incista nella sua mente
come un germe maligno. Non dorme. Il paese lo guarda con sospetto. Persino gli amici sembrano prendere le distanze. Ed è qui che emerge la bravura della scrittrice. Highsmith non osserva il mondo contadino con l’oc-
Angioletto Walter Cereghetti Giuditta
Matteo Beltrami I poeti dei conigli morti
Max Deste Quando il cielo collassa
Giovanni Soldati Il salto della lepre
Armando Dadò Editore
Articoli Liberi
Ikonos Editore
Fontana Editore
Il racconto nacque nel 1988 quando il «Nouvel Observateur» le chiese un testo ambientato nel vecchio Ticino
Conversazione a Foroglio, 1950; 16,5 × 13 cm (legno) | 22 × 18,4 cm (carta); Stampatore e editore: Giovanni Bianconi N. donazione: dgb 71
chio dell’etnografa e nemmeno con quello della turista colta. Fa qualcosa di più difficile: accetta integralmente la logica del suo protagonista. Per Luigi l’inferno non è una metafora. È una realtà. E il lettore, quasi senza accorgersene, finisce per condividere quella paura. È il medesimo procedimento che rende così perturbanti i suoi romanzi più celebri: la capacità di portarci dentro una coscienza e di costringerci a guardare il mondo dal suo interno. Durante la presentazione del libro, Daniele Cuffaro ha richiamato un’antica recensione che lodava la sorprendente precisione storica, sociale e psicologica del racconto. Il giudizio appare ancora oggi fondato. Colpisce, leggendo queste pagine, la naturalezza con cui Highsmith restituisce una civiltà costruita sulla scarsità; anche se certe descrizioni a noi sembrano ancora attraversate dalla sorpresa di chi sta scoprendo quel mondo; una sorpresa mai dichiarata, ma percepibile, e che per noi lettori ticinesi finisce quasi per passare inosservata, perché appartiene a cose che abbiamo smesso da tempo di guardare con stupore. Di fatto l’autrice non aveva vissuto quel mondo. Lo aveva però compreso. Forse per questo il paragone evocato da Cuffaro con Plinio Martini non appare forzato. Naturalmente le differenze restano enormi, ma entrambi guardano alla montagna non come a un paesaggio da cartolina bensì come a un luogo che modella caratteri, relazioni, destini. In Highsmith, come nel migliore filone della narrativa alpina, il territorio non fa da sfondo: agisce. E tuttavia, sotto la superficie di questo racconto apparentemente anomalo, continuano a pulsare i temi che stanno nella sua poetica. Il
Alberto Jelmini Mylène. Splendori illusori delle romance scam Ulivo Editore
Non sono sempre i grandi avvenimenti a cambiare un’esistenza. Talvolta basta il desiderio di conquistarsi un posto nel mondo, quando quel mondo sembra averne previsti ben pochi per una donna sola. È da questo principio che prende avvio Giuditta, il nuovo romanzo di Angioletto Walter Cereghetti, costruito a partire da una vicenda realmente accaduta e ambientato fra la Valle di Muggio e la Marsiglia degli anni Trenta e Quaranta. La protagonista è un’insegnante che sceglie di allontanarsi dal proprio paese per studiare e rendersi indipendente. Il suo cammino si intreccia con quello di Aloisio, in una relazione destinata a misurarsi con aspettative, incomprensioni e decisioni che lasceranno un segno profondo. Attraverso lettere, ricordi e testimonianze, il romanzo ricompone il percorso umano di una figura femminile chiamata a difendere la libertà delle proprie scelte. Nato a Casima nel 1941, nel Mendrisiotto, Cereghetti, dopo l’esordio con Nonna Lena, è tornato in libreria con un racconto che affonda le radici nella storia della Svizzera italiana e nelle vicende della sua gente. Giuditta è pubblicato da Armando Dadò nella collana La Betulla.
L’infanzia può essere un rifugio, ma anche un campo di battaglia. Non tanto perché il mondo degli adulti incomba già all’orizzonte, quanto perché alcune ferite imparano molto presto a parlare la lingua di chi le attraversa. I poeti dei conigli morti, nuovo romanzo del locarnese Matteo Beltrami, pubblicato da Articoli Liberi, porta il lettore in un paese della Svizzera mai identificato con precisione, dove un gruppo di bambini cresciuti in famiglie d’origine italiana affronta ogni giorno un ambiente segnato da sopraffazioni e ignoranza. Lentini, Dj Soldato, Sandrino, il Normanno e gli altri cercano allora uno spazio diverso, fatto di parole, immaginazione e amicizie, mentre il passaggio verso l’età adulta li costringerà a interrogarsi sul proprio futuro e sul rapporto con il luogo da cui provengono.
In Quando il cielo collassa, il bellinzonese Max Deste intreccia due vicende separate da oltre un secolo. Nel 2039 alcuni superstiti lasciano il bunker anti-radiazioni che li ha protetti per dieci anni e, durante l’esplorazione del mondo esterno, ritrovano un manoscritto che conduce alla Belle Époque e agli anni fra i due conflitti mondiali. I due piani narrativi, ambientati fra l’Italia fascista, Parigi, il Ticino, la Mesolcina, il San Gottardo e Losanna, finiscono così per riflettersi l’uno nell’altro, mentre il passato offre nuove chiavi per leggere ciò che resta del futuro. A custodire la memoria dei sopravvissuti è inoltre un’intelligenza artificiale, chiamata a raccogliere e tramandare le loro testimonianze. Il romanzo conclude così Il diario come rimedio al disagio, trilogia iniziata con Il desiderio di cadere e proseguita con Lasciare andare, nella quale la scrittura diaristica cambia volto a ogni capitolo del progetto, passando dalla confessione personale alla poesia fino ad approdare alla tecnologia. Max Deste, pseudonimo di Massimiliano De Stefanis, vive e insegna in Ticino. Quando il cielo collassa è pubblicato da Ikonos e conta 224 pagine.
Scomparire può essere una scelta. Ritrovare chi è svanito, invece, significa quasi sempre addentrarsi in una storia che va oltre i fatti. In Il salto della lepre Giovanni Soldati affida questo compito alla commissaria ticinese Adriana Veri, chiamata a seguire le tracce di Ian Angelini, uomo deciso a recidere ogni legame con il proprio passato. Sullo sfondo affiora un’antica leggenda della Liguria: quella della lepre che, pur di non consegnarsi al cacciatore, preferisce il salto nel vuoto. È un’immagine destinata ad accompagnare l’intero romanzo, nel quale inseguitore e inseguito finiscono per riflettersi l’uno nell’altra. Pubblicato per la prima volta nel 2016, il volume torna ora in libreria in una nuova edizione riveduta, proponendo ai lettori l’indagine che inaugurò la serie dedicata alle vicende di Adriana Veri.
Una conversazione iniziata quasi per caso si trasforma in un’ossessione, nonostante ogni indizio suggerisca che dall’altra parte dello schermo si nasconda un inganno. In Mylène. Splendori illusori delle romance scam, Alberto Jelmini prende spunto da una vicenda realmente accaduta per raccontare il rapporto fra Antonio e una donna conosciuta durante i mesi della pandemia. Rapporto alimentato esclusivamente da messaggi, fotografie e lunghe conversazioni a distanza. Con il passare del tempo, però, il sospetto lascia spazio alla certezza di trovarsi davanti a una sofisticata truffa sentimentale, senza che questo basti a interrompere un legame ormai diventato sempre più complesso. Nel romanzo trovano spazio anche numerosi estratti della corrispondenza originale, attraverso i quali il lettore segue dall’interno l’evoluzione di una relazione fatta di seduzione, illusioni, richieste d’aiuto e manipolazioni emotive. Pubblicato da Ulivo Edizioni, il volume si ispira a fatti avvenuti fra la fine del 2020 e la prima metà del 2021 e affronta il fenomeno delle romance scam, le frodi online costruite sulla simulazione di un rapporto affettivo. Il romanzo è introdotto da una prefazione del linguista Guido Pedrojetta.
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CULTURA
hsmith
della scrittrice di Tom Ripley
Meravigliosamente umano
Romanzi ◆ Paolo Di Stefano segue per un giorno intero donne e uomini comuni, componendo un mosaico dove convivono bellezza, banalità e inquietudine Piergiorgio Morgantini
potere, anzitutto. In questo caso non quello del denaro o della manipolazione, ma quello della Chiesa. Poi la paura, che cresce fino a deformare la percezione della realtà. Infine, la solitudine del singolo di fronte a un sistema che sembra più grande di lui. Temi antichi e modernissimi insieme. Persino la De Bernardi (che la storia la conosceva già) ha raccontato di essere rimasta molto colpita dalla lettura del testo finito, come se avesse condiviso il terrore della famiglia protagonista. È un’osservazione che forse aiuta a far capire perché questo piccolo libro ha ancora oggi una sua forza e ragione d’essere. Pur radicato in una vicenda locale, non parla solo della Vallemaggia di due secoli fa. Parla della fragilità umana davanti all’autorità, della forza delle convinzioni collettive e della facilità con cui una parola può cambiare una vita. Alla fine, ciò che resta impresso non è il viaggio verso Lugano che il protagonista fa per incontrare il vescovo, né la lite per una striscia di terra, o la ricostruzione storica. Resta l’immagine di un uomo che fa di tutto per sfuggire a una condanna che sente già dentro di sé. Ed è forse proprio qui che il vecchio Ticino di Patricia Highsmith incontra il resto della sua opera: nel momento in cui il paesaggio esterno cede il passo a quello interiore, e la vera distanza da percorrere non è quella che separa una valle dal suo vescovo, ma quella che divide un essere umano dalle proprie paure. Bibliografia Patricia Highsmith, Un lungo cammino dall’inferno, con xilografie di Giovanni Bianconi, Edizioni Casagrande, 2026, pp 56
La brava poetessa Patrizia Cavalli, morta da poco, affermava, parlando di poesia, che nei testi ci deve essere un eros della parola, una sorpresa del pensiero. Ho pensato a questa affermazione leggendo l’ultimo libro di Paolo Di Sfefano (Feltrinelli Editore, agosto 2025), ricordando anche che una delle ultime pubblicazioni della poetessa si intitolava proprio Vita meravigliosa. Dico questo perché uno dei pregi di questo libro va proprio in questa direzione. Del resto, Di Stefano, nato in Sicilia ma cresciuto a Lugano, di parole ne ha masticate tante: diverse le sue pubblicazioni precedenti, come pure le collaborazioni con le pagine culturali del «Corriere della Sera» e di «Repubblica», e anche l’insegnamento di cultura giornalistica in un’università di Milano, città dove oggi vive. Qualcuno lo ricorderà come direttore, per qualche anno, degli Eventi letterari del Monte Verità, o per le rubriche che appaiono regolarmente su questo settimanale. L’attività di giornalista e di fine osservatore è in fondo la spina dorsale (con tantissime vertebre e tanti ossicini) di questo libro. Protagonista è un passante invisibile, o ubiquo, come lo chiama l’autore, che durante una sola giornata settembrina di gran caldo, segue persone diverse sparpagliate in tutta la penisola italiana, da Milano alla Sicilia. Le ore sono scandite in grassetto, con la precisione di un orologio. Ma prima di entrare nel vivo della narrazione, dico due parole sulla copertina: il vestito di un libro. Nero, rosso, arancione, montagne nere e azzurro cupo del cielo: in questo paesaggio, un po’ buio ma anche luminoso, si muove una sola persona, intravista di spalle, la sagoma quasi nera con un piccolo squarcio di marroncino; che sia il passante ubiquo che
Immagine di copertina dell’ultimo romanzo di Paolo Di Stefano, Una giornata meravigliosa. (Feltrinelli)
prende forma? O uno dei tanti protagonisti del romanzo che si muovono tutti, come tutti, in una direzione, ognuno dentro una storia personale? O che sia il riflesso di una vita in cui, in qualche modo, possiamo qua e là riconoscerci? Non fosse che per il rumore e il brusio di fondo che accompagna le nostre più svariate abitudini. Le intenzioni dell’autore sono del resto esplicitate da ben quattro citazioni che precedono il romanzo. Mi limito all’ultima, riportando le parole del poeta portoghese Fernando Pessoa: «Dalla vita non voglio altro che starla a guardare. Da me stesso non voglio altro che stare a guardare la vita, sono come un essere di un’altra esistenza che passa». La prima impressione che ho avuto durante la lettura è quella del diverti-
mento: l’ironia con cui sono descritte le persone cadute sotto l’attenzione del passante ubiquo mi ha fatto sorridere. Proseguendo, progressivamente, il sapore si è fatto agrodolce; nelle storie, normalissime, la fisicità ha fatto capolino, tra odori di piedi e rutti spediti su whatsapp come gioco tra amanti. E il linguaggio è quello della quotidianità, con la volgarità che a volte lo caratterizza. Ad alleggerire il tutto le conversazioni tra un pittore e un giornalista con la barba (l’autore?) sul senso dell’arte. L’arte è forse un modo parallelo di inventare un’altra vita sulle ali della bellezza, al riparo dal rumore della banalità, e dai limiti dell’essere umano, capace da sempre di inventare guerre assurde, come quella ucraina a cui si accenna nel libro.
Chi sono le persone sotto gli occhi dell’osservatore invisibile? Ha poco senso e sarebbe noioso elencarle qui, si può lasciare il compito direttamente all’autore che ogni tanto sente il bisogno di riassumere quello che l’uomo invisibile ha incontrato; riporto un breve passaggio: «… chi cammina senza sapere dove andare, chi rutta, chi scivola, chi esplode fuggendo, chi medita vendette, chi le realizza con coltelli e forbici»; l’elenco è poi molto lungo, ricordo ancora due giovani amiche minacciate da un marito violento, un venditore senegalese che spera di cambiare il mondo, la bimba di uno spot televisivo alle prese con una pesca, un padre che parla con il gatto di sua figlia. Il riassunto che fa ogni tanto Di Stefano è forse il tentativo di legare storie così diverse, per non perdersi e dare anche al lettore l’impressione di leggere una storia sola, stretta nel breve tempo di un giorno. Una giornata meravigliosa, dunque, ma nel senso siciliano del termine che ne amplia il significato; ha un valore positivo ma anche negativo: una giornata memorabile per la sua normalità, tra splendore della vita e orrore. «E in tutto quel che ho visto io non so chi va e chi resta», conclude l’autore alla fine del suo lavoro, riprendendo una citazione di Montale tra quelle che introducono il volume. A me viene in mente un bel libro di Andrea De Carlo che si intitola Pura vita: alcune parole sul retro di copertina del romanzo di Di Stefano offrono un suggerimento affinché non sia squallida, o dannosa: «Vivete e lasciate vivere, imparate dai gatti». Bibliografia Paolo Di Stefano, Una giornata meravigliosa, Feltrinelli, 2025, 208 pagine
Un’apocalisse minerale nell’inframondo
Poesia ◆ Nell’ultima raccolta di Gilberto Isella, Etere – Pietra, prende forma una sorta di ossessione geologica colta e sapienziale Manuel Rossello
L’ultima raccolta di Gilberto Isella, Etere – pietra, pubblicata nella pregevole collana di poesia di Manni, pone subito il lettore di fronte all’elemento fondante del libro («rileverai / l’alitare di una pietra»). In effetti la componente litica è ossessivamente presente e una pur sommaria campionatura registra numerose occorrenze: «calce viva», «pietra d’inciampo», «pietra focaia», «macigno», «sassoso interludio», «massi alpini», «meteoriti» e così via. In modo analogo la dislocazione è insistentemente tellurica e diruta: «spelonche», «anfratti», «viscere», «faglie», «pertugi»… È raro che l’ambientazione geografica (o meglio, geologica) di una raccolta poetica venga fissata e ribadita in modo così ossessivamente totalizzante. Certo, il libro accoglie in sé poesie diverse per intenti e occasioni, tuttavia l’unità stilistica e la compattezza ctonia che le contraddistinguono sono tali da indurre il lettore a considerarle un tutt’uno. Anche quando l’incipit è dato da una circostanza particolare (la descrizione di un affresco del Pontormo), il tema si rivela un pre-testo per nutrire questa sua
«ossessione geologica» («nell’avello precipitiamo»). Inscenati in un bioma stillante e putrefatto («tra faraglioni lignei mutanti / in umidissima hylé»), questi versi non suggeriscono suoni ma clangori, l’illuminazione è claustrale, l’umidità soffocante («macere foglie / in pantano»). Sgocciolanti miasmi vegetali di una giungla pietrificata, ma catafratta di sostanze liquescenti: glasse, plasma, alghe, rigagnoli, viscere, sieri, fiale, globuli… Insomma, se non siamo nell’horror poco ci manca. Il poeta porta in scena manufatti, aggregati, concrezioni destinate a collassare («pilastri di bitume»). E colui che dice «io» avanza (o meglio si aggira smarrito) in questa apocalisse minerale dove silique, felci e licheni sono i testimoni del suo sconcerto. Come può, in un contesto così sordido e alienante, dove frammenti di riti sconosciuti si alternano all’attesa di una redenzione impossibile, porsi la speranza di una catarsi? Forse solo nei termini di un cedimento a una sorda sopraffazione: «l’apocatastasi proietterà / falsembianti e cocci: / inghiottimento tremulo / del multi-
plo nell’uno / ma lì nessuno / annoterà pensiero». Posto dunque un habitat ostile, affine all’«aere sanza stelle» dantesco, la scansione è sempre calibratissima. Infatti quella di Isella è una poesia colta, sapienziale, accostabile per impegno
e risultati a certe prove di Milo De Angelis (per non parlare di immagini che rimandano alla visionarietà di Dylan Thomas). Un dato per nulla casuale risulta la disseminazione di lessico montaliano (prode, battigia, cormorano, scogli). Ma inoltrandosi nel testo ci si imbatte addirittura in un sintagma ipermontaliano: «il pomerio degli acanti». Ciò non significa solo riecheggiare un autore amato, significa – credo – dichiarare una filiazione. Che tuttavia questo inframondo sia una rappresentazione lo fanno sospettare alcuni frammenti che ne svelano l’apparato scenico: «basta un remo da museo / per diventare istrione», «un mascherone appeso / nella lastra di cartongesso», «lei ti ama, […] / ma frappone plinti, abachi e frontoni». Nasce perciò il sospetto che quell’avanzare a tentoni, quell’affannarsi per trovare una via di fuga sia una gigantesca escape room sotterranea, una sorta di Squid game nel quale il lettore è chiamato di volta in volta a fare da spettatore e da concorrente. Altra caratteristica saliente è la quasi totale assenza di metafore, men-
tre abbondano gli accostamenti o binomi sinestetico-ossimorici con predilezione per l’antropomorfizzazione: «omelie umide», «imponderabili glasse», «cicatrici liquide», o ancora «selve anacolute». Gli oggetti divengono senzienti, quasi a suggerire una sorta di animismo: «tastiere amorose», «faglie titubanti», «ragnatele incredule». Al riguardo si potrebbe sostenere che la realtà odierna è talmente alienata, distopica e insignificante da non poter più essere decodificata attraverso le metafore, portatrici di un tasso di letterarietà percepito come troppo elevato. Questi binomi inusitati riescono invece a innescare uno spaesamento mentale estremamente accattivante eludendo l’ingombrante impalcatura metaforica. Uno slittamento retorico che è l’indizio di un tentativo – assai riuscito, pare di capire – di rivitalizzare la poesia, sottraendola da troppa versificazione stancamente ondeggiante tra ossessione onfalica e sperimentalismo di retroguardia. Bibliografia Gilberto Isella, Etere – Pietra, Manni editore, 2026
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GUSTO
Ricette e immagini: Migusto, Adobe Stock
Uva
È la stagione dell’uva! La dolcezza dell’uva risalta particolarmente bene nei menu saporiti. Ad esempio in questi piatti Dinah Leuenberger
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MONDO MIGROS
Zuppa di mandorle all’aglio con uva Antipasto Ingredienti per 4 persone
Quiche con funghi e pancetta
4 fette di pane per toast 150 g di mandorle spellate 2,5 dl di latte 2,5 dl d’acqua 4 spicchi d’aglio 1 cucchiaino di sale 7 cucchiai d’olio d’oliva 3 cucchiai d’aceto, ad es. Condimento bianco pepe dal macinapepe 150 g d’uva bianca senza semi
Piatto principale Ingredienti per 4 persone Per 1 tortiera di ca. 28 cm Ø
1 pasta per crostate rotonda, già spianata da 270 g 300 g di funghi gallinacci 120 g di pancetta a dadini 2 uova 3 dl di panna sale pepe 150 g d’uva, ad es. verde e rossa ½ mazzetto di prezzemolo
Insalata con uva L’uva arricchisce l’insalata con pancetta e formaggio non solo con i suoi acini ma anche in forma di dressing di questo goloso antipasto.
1. Scalda il forno statico a 190 °C (calore superiore e inferiore). Srotola la pasta e adagiala nella teglia assieme alla carta. Bucherella il fondo con una forchetta. 2. Pulisci i gallinacci e tagliali in due a seconda della grandezza. Rosolali brevemente in una padella assieme alla pancetta. 3. Mescola le uova con la panna e sbatti. Condisci la crema con sale e pepe. Tieni da parte alcuni gallinacci per guarnire. 4. Distribuisci la pancetta e i gallinacci sulla pasta. Copri con la crema. Inforna la quiche al centro del forno e cuocila per ca. 35 minuti.
Bianca o rossa?
Burrata e uva Per questo delicato e originale antipasto, gli acini d’uva saltano brevemente nell’olio e si sposano con la burrata, servita con pane tostato e rosmarino.
5. Taglia in due i chicchi d’uva, poi spezzetta il prezzemolo. Distribuisci entrambi sulla quiche assieme ai gallinacci tenuti da parte e servi. Accompagna con un’insalata.
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Spezzetta il pane e tostalo con le mandorle in una padella, senza aggiungere grassi, finché le mandorle e il pane assumono un bel colore dorato. Frulla il latte con l’acqua, l’aglio, il sale, il pane tostato e le mandorle. Incorpora l’olio e l’aceto e condisci con il pepe. Se necessario, aggiungi un poco d’acqua. Metti la zuppa in frigo per ca. 15 minuti. Dimezza gli acini d’uva e servili con la zuppa. Ottima con dei grissini.
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TEMPO LIBERO ●
Quindici Urban Sketchers per Lugano A GEA Art Fest 189 opere trasformano la città in un racconto composto da dettagli, luoghi conosciuti, angoli dimenticati e memorie personali
Un narvalo per compagno di viaggio Con qualche scampolo di stoffa colorata di recupero e un po’ di fantasia si può cucire un simpatico e originale zainetto per l’asilo, i giochi e le passeggiate
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Piccole note di antropologia del pogo
Tra il ludico e il dilettevole ◆ Dal punk alla catarsi collettiva, storia di una danza fatta di salti e spallate dove il caos si trasforma in comunità Sebastiano Caroni
Le attività ricreative, quelle tradizionali così come quelle più moderne, contribuiscono in modo decisivo a dare senso all’esperienza, centrale per la società, dello stare insieme. In alcune di queste attività – in quelle sportive, nei concerti rock, in discoteca, nei corsi di ballo, eccetera – lo stare insieme si accompagna al movimento. E chi dice movimento, dice corpo. Sottoponendoci a degli allenamenti regolari, a una disciplina ferrea, seguendo la cadenza di balli molto tecnici, educhiamo il corpo a una particolare disciplina. Altre volte, il movimento è meno vincolato, più spontaneo, come quando andiamo in discoteca per divertirci. Oppure quando, a un concerto rock, le note che vibrano nel vento annunciano una canzone dall’alto tasso adrenalinico. E allora, come su una barca in mare aperto, ci muoviamo in balia della folla (non a caso si parla, in questi casi, di una «marea» di gente). A volte poi capita che un gruppo di persone cominci a farsi largo per formare un grande cerchio che lascia, nel mezzo, una zona momentaneamente priva di pubblico. Una sorta di vortice in mare aperto, per intenderci.
Potrebbe, questo, essere il preludio allo scatenarsi di un convulso cozzare di corpi, una danza tribale che sprigiona energia adolescenziale. Se vi trovate in questa situazione, è probabile che stiate partecipando a un pogo. Ma non temete: nonostante l’esuberanza e le traiettorie imprevedibili dei corpi, gli urti, e le spallate frequenti, l’intensità del fenomeno non si apparenta a uno sfogo deliberato di violenza, poiché la forza d’urto viene addomesticata. Probabilmente il grande sociologo Émile Durkheim vi avrebbe detto che state vivendo un sano e tonificante momento di effervescenza collettiva: un’intensa eccitazione emotiva che viene a crearsi quando un gruppo condivide fisicamente uno spazio e un obiettivo comune, superando l’individualità per favorire una coscienza collettiva. Questo fenomeno, descritto da Durkheim ne Le Forme elementari della vita religiosa (1912), agisce come un motore sociale che trasforma l’energia psicologica condivisa rinforzando la solidarietà e l’identità comunitaria. Quel dimenarsi esuberante e un po’ caotico ricorda però anche i riti di origine africana dove, in presenza di musica, le persone si abbandona-
IA
All’epoca il pogo contribuì a sostanziare il desiderio di rottura e protesta nichilista che era tipico degli ambienti punk
no a danze che inducono quello che gli antropologi chiamano uno stato di trance collettiva. Si tratta di momenti privilegiati della vita comunitaria dove la coscienza si allenta e si inabissa in un’esperienza di natura mistica o, più semplicemente, che portano a uno stato di euforia collettiva. Ma da dove viene il sostantivo «pogo» e, rispettivamente, il verbo «pogare»? La parola ha un’origine ben precisa, che si può far risalire all’invenzione ludica dei tedeschi Max Pohlig e Ernst Gottschall che, nel 1920, unendo le prime lettere dei loro cognomi brevettano l’omonimo bastone a molla (il pogo stick). A metà strada fra un semplice gioco e un attrezzo circense, il pogo stick viene usato per divertirsi saltellando allegramente. Offrendo al corpo un unico punto di appoggio non sorprende che, a meno che non si disponga di una tecnica collaudata o di competenze da equilibrista, i salti procurati da questo aggeggio risultino più sbilenchi che perpendicolari. Proprio come il pogo moderno, verrebbe da dire, dove i
fan volutamente calibrano i loro salti in modo sghembo e bislacco incoraggiando così le consuete ed energiche spallate.
Etimologicamente, il verbo deriva da un gioco che è quasi attrezzo circense, il pogo stick, usato dai ragazzi per saltellare Le caratteristiche e la frequenza serrata dei salti prodotti dal pogo stick sembrerebbero, infatti, propedeutici all’ampliamento di senso che il termine conoscerà quasi mezzo secolo dopo. Si narra, infatti, che nel 1976 Sid Vicious, che allora non era ancora il cantante dei Sex Pistols ma il loro più grande fan, durante un concerto della band londinese diede avvio a una serie di movimenti energici saltando verticalmente in mezzo al pubblico per vedere meglio il palco. La leggenda metropolitana vuole che sarà proprio Vicious, una volta diventato vocalist della band, a rivendicare
la paternità del termine pogo nella sua accezione contemporanea. All’epoca il pogo contribuì a sostanziare quel desiderio viscerale di rottura e quella protesta nichilista che era tipica degli ambienti punk. Con il passare degli anni però il termine perde un po’ la sua carica politicizzata, adattandosi a generi musicali diversi e allo spirito delle generazioni. Vale la pena in questo senso citare l’iconico video dei Nirvana Smells Like Teen Spirit, che inscena un concerto in una palestra delle superiori dove il pubblico adolescente, facendosi travolgere dai ritmi della band di Seattle, provoca un pogo generalizzato. Una canzone, quella dei Nirvana, che potrebbe facilmente essere presa come manifesto sonoro della generazione X. Oggigiorno il pogo è diventato sinonimo di catarsi collettiva e di aggregazione giovanile. Al limite si potrebbe parlare di un rituale orientato alla liberazione dello stress quotidiano per mezzo di un’aggressività del tutto consensuale e incanalata dal ballo, e che prevede la condivisio-
ne di un codice etico e solidale. Se, per dire, qualcuno cade malamente, questi viene immediatamente rialzato dagli altri. Storicamente dominato da una forte presenza maschile, il pogo contemporaneo è, inoltre, sovente al centro di dibattiti culturali volti a renderlo uno spazio più sicuro e inclusivo per tutti i generi. E comunque, anche se un giorno vi trovaste involontariamente coinvolti in questi turbinii di corpi che si urtano allegramente, non è che poi dovete per forza pogare come degli ossessi. Chi bazzica abitualmente nei concerti rock lo sa bene. Anzi, se proprio volete saperlo, anche solo rimanendo ai margini del vortice, la vostra esperienza del concerto potrebbe notevolmente arricchirsi. Ogni tanto anche il pogo rallenta, e al sopraggiungere di ritmi più danzerecci potete godervi tutto quello spazio vuoto ballando a vostro piacimento, senza urtare o essere urtati. Un lusso, considerato che tutto succede a pochi metri dal palco: un po’ come essere nel vostro giardino di casa.
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TEMPO LIBERO
GEA ridisegna Lugano nei carnet di viaggio
Festival ◆ Fino al 15 settembre 189 opere firmate da quindici Urban Sketchers Ticino resteranno esposte nel Patio del Palazzo Civico, e saranno accompagnate da incontri e laboratori Manuela Mazzi
«Il mondo non diventa più bello perché lo disegno. Lo disegno per capire che è bello». Così Philippe Chappuis, in arte Zep, fumettista e illustratore svizzero romando ha scritto in merito ai carnet. E detto dall’autore di Titeuf è anche un buon modo per ricordare che fra fumetto, illustrazione e carnet de voyage i confini sono meno netti di quanto sembrino. Proprio su questo territorio di mezzo si muove la terza edizione di GEA Art Fest, che dal 7 al 15 settembre porta nel Patio del Palazzo Civico di Lugano 189 opere realizzate da quindici artisti dell’Urban Sketchers Ticino che compongono un racconto disegnato della città e del territorio. Cristina Rogna Manassero, direttrice artistica della manifestazione e direttrice generale di InnovaComiX, spiega che cosa succede quando un luogo, anziché essere semplicemente fotografato, viene vissuto e osservato abbastanza a lungo da diventare disegno. Cristina Rogna Manassero, GEA cambia forma a ogni edizione, pur restando concentrato sul rapporto con il territorio. Qual è l’idea di fondo che tiene insieme questi diversi sguardi? GEA è un po’ come un caleidoscopio che cerca di restituire un’immagine di Lugano da tanti punti di vista. Il primo anno abbiamo lavorato su fiabe e visioni dell’ambiente che circonda Lugano; il secondo, abbiamo raccontato storie legate a luoghi della città attraverso tavole autoconclusive di fumettisti; quest’anno, invece, abbiamo gli Urban Sketchers, un nutrito gruppo di artisti che descrive Lugano soffermandosi su particolari o suggestioni sempre molto personali. Per cui il nostro focus resta la descrizione dell’ambiente in cui viviamo. A cambiare è il filtro dell’artista, ed è questo l’aspetto più interessante, nonché il motivo per cui esiste una direzione artistica: guardare ciò che ci circonda attraverso tante lenti d’ingrandimento differenti, legate alla visione personale, perché no?, alla capacità artistica e anche al vissuto di chi osserva la città. Un bambino, per esempio, avrà una visione, diciamo, fino a un metro e mezzo; un adulto magari ne avrà una più ampia, più cosciente degli spazi che lo circondano. E poi conta anche la propria fisicità: avere o non avere la patente, muoversi in bicicletta, essere leggermente claudicante e quindi avere un passo più lento, insomma. La dimensione umana, in questo senso, è sicuramente la lente più interessante. Lugano, quindi, non solo come cornice, ma nucleo del festival. Perché concentrarsi sulla città, invece di allargare lo sguardo? Perché secondo noi Lugano è un luogo ricco di storie che, con il tempo, rischiano di scomparire dalla memoria delle persone che camminano per le nostre strade. E per amare di più un luogo, rispettarlo maggiormente e averne maggiore cura bisogna, secondo me, conoscerlo e creare con esso un legame di tipo affettivo. Attraverso il talento delle persone questo avviene più facilmente, in maniera più naturale. Raccontare una storia, sapere perché in un certo punto c’era una targa, chi ha vissuto in un determinato luogo o come quel luogo sia stato vissuto può diventa-
Cristina Rogna Manassero, direttrice artistica della manifestazione e direttrice generale di InnovaComiX, nel cortile di Via Cattedrale 4 di Lugano, dove si terrà una tappa della maratona del disegno.
re un modo per conoscerne la storia. Oppure, per poter dire al cugino che arriva da lontano che la propria città è bella e che ha anche un vissuto. C’è quindi una dimensione didattica, una personale e poi c’è proprio un perché più ampio: far vivere la città in maniera più armonica. E per questo c’è anche un altro aspetto per noi importante: gli incontri con il pubblico e le attività sono gratuiti, fatta eccezione per alcuni workshop. È proprio un modo per aprire GEA il più possibile al pubblico e cercare di offrire nuove visioni alle persone. Quindi il festival ruoterà attorno ai quindici Urban Sketchers Ticino autori delle opere? In realtà sono molti di più. Quella ticinese è solo una sezione di un movimento molto più ampio, e durante il festival arriveranno persone da Milano, Torino, dal nord della Svizzera e da altre città. Sabato pomeriggio ci sarà proprio un momento d’incontro aperto agli Urban Sketchers di altri club, ma anche ai cittadini che avranno voglia di unirsi e iniziare a disegnare. In fondo basta poco: un foglio di carta, un taccuino, una molletta da bucato per tenere fermo il foglio, una matita…
Sempre sabato 12 settembre, ci sarà anche una maratona guidata da Dario Galimberti, architetto e narratore, che partirà dal Municipio e arriverà fino al Sassello attraverso quattro tappe. In ogni punto verranno aperti luoghi particolari o proposti scorci meno evidenti di Lugano, mentre lui racconterà che cosa c’era lì, com’era fatto quel luogo, che storia aveva. Quelle suggestioni verranno poi disegnate dai partecipanti. I carnet che nasceranno da questa esperienza porteranno immagini e memorie di Lugano anche nei ricordi di persone che arrivano da altre città. È un mezzo pazzesco per far viaggiare la sua immagine. La parte più interessante, però, è far emergere artisti che non sono professionisti e che qui si espongono all’interno di quella che finisce per diventare una grande opera collettiva. Gea nasce nell’orbita dell’Associazione La Nona Arte e di InnovaComiX, eppure qui non si parla di fumetti, ma di taccuini. Qual è il confine fra illustrare e raccontare? È una domanda sulla quale si potrebbe fare un grande simposio. Basti pensare che il fumetto moderno ha uno dei suoi padri proprio in
uno svizzero, il ginevrino Rodolphe Töpffer, che già nell’Ottocento mise insieme immagine e parola per raccontare. Con il carnet de voyage arriviamo invece al racconto del territorio e alla sua memoria, che si fondono con il vissuto della persona che disegna. La cosa interessante è che con un’immagine si può raccontare moltissimo, così come con le sole parole non sempre si riescono a restituire tutte le informazioni, soprattutto quelle emotive. La nona arte mette insieme proprio questi due elementi: il segno, quindi l’immagine, e la parola. Il fumetto comunica attraverso entrambi e in questo modo riesce a parlare a pubblici molteplici. Anche GEA, questa volta, racconta: racconta l’emotività legata ai luoghi attraverso lo sguardo di quindici artisti. Perché proprio gli Urban Sketchers? È una collaborazione nata quasi per caso. L’anno scorso, durante GEA 2025, ho conosciuto alcune persone degli Urban Sketchers che erano venute a visitare il festival. Abbiamo cominciato a parlare e ci siamo accorti che il fattore umano e quello artistico erano entrambi imprescindibili. Da lì è nata la proposta al gruppo. Pubbliredazionale
PROGRAMMA GEA ART FEST LUGANO 2026 Sguardi disegnati: visioni e suggestioni su Lugano Mercoledì 9 settembre • 15:30–17:00 – Sguardi su Lugano, laboratorio di disegno dedicato ai bambini. • 18:00 – GEA Talk 2: Una «geografia segreta»: storie oltre le cartoline, con Carlo Silini. Giovedì 10 settembre • 18:00 – GEA Talk 3: Carta Bianca, dialogo con Spazio Fervida. Venerdì 11 settembre • 18:00 – GEA Talk 4: Il Ticino dell’Ottocento nelle illustrazioni di Johannes Weber, con Roberto Genazzini. Sabato 12 settembre • 10:00–12:00 – Sguardi su Lugano, laboratorio di disegno dedicato agli adulti.
• 14:00 – Maratona del Disegno, con Dario Gallimberti. • 16:30 – Salotto degli Artisti. Domenica 13 settembre • 10:30 – La Colazione di GEA, con Fausto Sassi e Roberto Genazzini. • 10:30 – Sguardi su Lugano, laboratorio di disegno dedicato agli adulti. • 14:00 – 16:30 – Laboratorio di disegno ad acquarello dedicato alle famiglie, con l’artista Loredana Baccianti. • 18:00 – GEA Talk 5: Guardare da vicino: lo sguardo come forma di viaggio, con Claudio Visentin. Lunedì 14 settembre • 18:00 – GEA Talk 6: Raccontare il viaggio: osservare e dare forma all’esperienza, con Andrea Ventola e Elena Ventola-Turienzo.
Martedì 15 settembre 18:00 – GEA Talk 7: Il quartiere Sassello: una storia dimenticata, con Dario Gallimberti e Gionata Zanetta. Visite guidate ogni giorno con la Direttrice Artistica Cristina Rogna Manassero: – Da lunedì a venerdì alle 17:30 – Sabato e domenica alle 10:30. Nota La partecipazione ai laboratori di disegno è possibile solo previa prenotazione. Tutti gli appuntamenti si terranno al Patio del Palazzo Civico di Lugano
Per informazioni info@lanonaarte.ch
Come direttrice artistica, in che modo ha selezionato le 189 opere in mostra? La prima selezione l’ha fatta, banalmente, lo spazio a disposizione: il Patio del Municipio non è infinito, e questo è già un bel setaccio. Gli Urban Sketchers Ticino sono molti di più di quelli presenti a GEA 2026; i quindici coinvolti sono fondamentalmente quelli che hanno aderito al progetto e poi, piano piano, hanno iniziato a presentarmi le loro visioni di Lugano. Alcune le ho accettate, altre no; alcune mi sono sembrate particolarmente originali e interessanti. Alla fine, ne abbiamo scelte 189. Come avete evitato la semplice successione di belle vedute di Lugano? Perché ogni artista ha raccontato una storia, soffermandosi su un dettaglio o andando a cercare un particolare. Per come sono stati costruiti i carnet, alla fine non ne viene fuori una successione di vedute, ma un racconto della città. Il carnet de voyage nasce per registrare ciò che si vive in un altrove. Ma qui gli Urban Sketchers hanno disegnato la città in cui vivono… La letteratura ci insegna che il viaggio non è soltanto quello del corpo, ma anche quello della mente. Lo si può fare lasciandosi rapire da ciò che si ha davanti, magari da un palazzo o da un’immagine, fermandosi a sentire le proprie emozioni. È anche questo: stare, rallentare, guardare e dedicare del tempo a qualcosa di altamente creativo. Nel disegno dal vero la selezione avviene, sì, attraverso l’inquadratura, ma passa anche dal tempo, dalla mano, dall’occhio. Quanto conta, nel racconto di Lugano, ciò che il disegnatore sceglie di lasciare fuori? Moltissimo, perché non si tratta solo di sedersi su un gradino e disegnare una piazza, per dire. Ogni luogo ha un suo modo di accogliere e anche di escludere persone, cose, aspetti. E ciò che escludi è banalmente molto legato al tuo vissuto: a ciò che non ti piace, a ciò che rifiuti, a ciò su cui invece ti focalizzi più facilmente. È un’alchimia molto personale, legata alla visione della vita che ciascuno ha. Mettendo insieme questi quindici sguardi, che Lugano emerge? Una Lugano molto dinamica, con cose del futuro, cose dimenticate, cose appena abbattute, ma soprattutto una Lugano del cuore, fatta di persone e storie vere, e tracce lasciate nel tessuto della città. L’elemento più importante è l’equilibrio che gli Urban Sketchers riescono a trovare fra le proprie impressioni personali, un vissuto, un racconto e un luogo che magari guardano per la duecentomilionesima volta, ma che, quando quel luogo ha una storia da raccontare, diventa molto interessante. E dopo la mostra, che futuro avranno le 189 opere? La maggior parte delle opere esposte verrà venduta, anche durante la mostra; le altre torneranno ai loro autori. Ma GEA non finisce al Municipio: il progetto dà già appuntamento al 25 febbraio 2027, sempre a Lugano: questa mostra sarà infatti riproposta durante InnovaComiX.
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXIX 9 settembre 2026
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azione – Cooperativa Migros Ticino
TEMPO LIBERO
Un piccolo zaino con un grande sorriso Crea con noi ◆ Basta qualche brandello di stoffa, pochi spilli, ago, filo e una buona immaginazione Giovanna Grimaldi Leoni
Preparazione Un sacchetto in stoffa allegro e personalizzato per il cambio da portare all’asilo o come un piccolo zainetto dove custodire giochi, libri e tesori da portare sempre con sé. Io ho scelto di decorarlo con un simpatico narvalo, realizzato con scampoli di jeans e stoffe colorate, ma naturalmente potete lasciare spazio alla fantasia e scegliere il soggetto che preferite: un animale, un fiore, un personaggio o qualsiasi altro disegno piaccia ai vostri bambini. Un progetto perfetto anche per dare nuova vita a piccoli avanzi di stoffa. Procedimento Per il narvalo. Stampate il cartamodello e riportate sulla stoffa i vari
pezzi che lo compongono. Ritagliate dal jeans la sagoma principale. Per viso, pinna e corno, mettete due pezzi di stoffa dritto contro dritto, fissate con spilli e cucite il perimetro lasciando una piccola apertura. Risvoltate i pezzi, aiutandovi con un oggetto appuntito per definire bene gli angoli, e stirateli. Posizionate il viso sulla sagoma in je-
ans e cucitelo lungo tutto il contorno. Fissate anche la pinna, cucendo soltanto il lato diritto, in modo che possa rimanere un po’ sollevata. Se vi piace, aggiungete due piccoli tondi di stoffa per realizzare le guance. Con il filo nero ricamate gli occhi e il sorriso per completare il viso. Prendete uno dei rettangoli di stoffa per la parte esterna del sacchetto e posizionate il narvalo nella posizione desiderata. Infilate il corno sotto la sagoma, lasciandone fuoriuscire la punta, e fissate tutto con gli spilli. Cucite il contorno a punto zig zag oppure, se la vostra macchina da cucire ne è provvista, con un punto specifico per applicazioni. Per usare il sacchetto come zainetto, preparate 2 passanti per il cordino tagliando 2 rettangoli di stoffa da 8×4 cm. Piegateli a metà per il lato lungo, dritto contro dritto, e cuciteli lasciando aperti i due lati corti. Risvoltate i passanti e stirateli. Posizionateli rivolti verso l’interno a 5 cm dal fondo e fissateli con uno zig zag. Per il sacchetto: prima di cucire tra loro le varie parti, realizzate uno zig zag di circa 10 cm su entrambi i lati lunghi dei rettangoli, nella parte superiore. Questo aiuterà a evitare che la stoffa si sfilacci nel punto in cui passerà il cordino. Ora disponete i quattro rettangoli nel seguente ordine: 1. Il rettangolo della fodera, con il
Giochi e passatempi Cruciverba Quanto sangue pompa ogni giorno il nostro cuore? Troverai la risposta a cruciverba risolto, leggendo nelle caselle evidenziate. (Frase: 3, 9, 2, 9, 5)
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Materiale
• 4 rettangoli di stoffa da 30 × 40 cm (2 per l’esterno e 2 per la fodera) • Scampolo di jeans per la sagoma del narvalo • Scampoli di stoffa per il viso, la pinna, il corno e le guance • Macchina da cucire e filo da cucito • Filo da cucito • Filo da ricamo nero e ago • Forbici, spilli • Ferro da stiro • Circa 2m di cordino per realizzare gli spallacci e spilla da balia • Penna evanescente • Cartamodello (I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
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Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku 6
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rovescio rivolto verso di voi. 2. Il rettangolo esterno con il narvalo rivolto verso di voi. 3. Il secondo rettangolo della stoffa esterna, dritto contro dritto. 4. L’ultimo rettangolo della fodera, con il dritto rivolto verso di voi. Fissate bene tutti gli strati con gli spilli e cucite i tre lati del sacchetto, prima con una cucitura dritta e poi rifinendo i margini con uno zig zag. Sui due lati lunghi lasciate una piccola apertura di circa 2 cm, a circa 6 cm dalla parte superiore. Sarà da qui che passerà il cordino. Quindi seguite uno zig zag lungo tutto il perimetro superiore, in modo da unire esterno e fodera. Fate un primo risvolto di circa 1 cm e poi un secondo risvolto di circa 3 cm, così da nascondere il bordo della stoffa. Cucite lungo il perimetro superiore, creando il tunnel attraverso cui passeranno i cordini. Risvoltate il sacchetto e stirate bene tutti i bordi. Con l’aiuto di una spilla da balia, fate passare il primo cordino attraverso il tunnel, facendolo entrare da un lato e uscire dall’altro. Ripetete l’operazione con il secondo cordino, partendo dal lato opposto. Fate passare le estremità dei cordini attraverso i due passanti sul fondo del sacchetto e annodatele saldamente. Ecco pronto il vostro zainetto!
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Soluzione della settimana precedente ORIZZONTALI 1. U n mammifero dei boschi 6. Precedono le settime 11. Non attingono dalle botti 13. La costellazione di Vega 14. Sigla olimpica del Sudafrica 15. Tramata nell’ombra 17. Preposizione 18. Nome femminile 20. Linee di combattimento 21. Pronome personale 22. Per l’appunto! 23. Articolo spagnolo
24. Le iniziali della cantante Amoroso 25. La regista Wertmüller 26. Un libro dell’Antico Testamento 27. Non pubblicate VERTICALI 1. Fulmini, saette 2. Le carte piglia tutto 3. Andata in poesia 4. A fin di bene 5. C onformi ai modelli di riferimento
7. C ampi mitologici dell’oltretomba 8. Collocata 9. Preposizione 10. Le iniziali dell’imitatrice Aureli 12. Q uella della sorte è la più amara 16. Due nel bicchiere 18. Il... trilussiano 19. Fu un grande conquistatore 21. Pittore francese dell’800 23. Possono degenerare 25. Potente allucinogeno 26. Vocali per scrivere bene
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LE FRASI DEL CUORE… E poi, ci sono quelle frasi che ti rimangono dentro, specialmente… – Resto della frase: …SE MANGI I BACI PERUGINA SENZA SCARTARLI M U G B A E N A D C A O N I A E L
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I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».
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Settimanale di informazione e cultura
Anno LXXXIX 9 settembre 2026
azione – Cooperativa Migros Ticino
TEMPO LIBERO / RUBRICHE
Viaggiatori d’Occidente
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di Claudio Visentin
Chi si indebita per una settimana di ferie ◆
Verso la fine dell’estate alcune notizie si rincorrono pigramente, avanti e indietro, come sospinte da un’onda di marea: sempre le stesse, sempre un poco diverse. Per esempio sono immancabili le lamentele per qualche forma particolarmente stravagante di overtourism: quest’anno citerei le code al Rifugio Friedrich August, in Val di Fassa, per comprare e mangiare i krapfen, ma soprattutto per fotografarli, allineati su lunghe tavolate, con uno dei punti più panoramici delle Dolomiti sullo sfondo. Non sono mancati gli scontrini pazzi, ormai un classico dell’estate italiana: potremmo citare per esempio i due turisti americani che a Roma nel giugno scorso sono riusciti a pagare 44 euro per 2 gelati, consumati in piedi. Ogni volta è una novità, come se non fosse mai successo prima: seguono stupore, condivisione in rete, immancabile indignazione, spiegazioni dei gestori sul fatto che nei luoghi più famosi eccetera. Tra tante, prevedibili bana-
lità, mi ha colpito invece un’altra notizia, più interessante. A Ferragosto, secondo Confturismo-Confcommercio e SWG, 13 milioni di italiani sono partiti per le vacanze, con soggiorni più o meno lunghi. Altri 4,5 milioni, invece, si sono accontentati di una gita in giornata. E tuttavia – ecco il punto – un’altra indagine, realizzata da EMG per Facile.it, stimava invece in 6,7 milioni gli italiani che non si sarebbero concessi alcuna vacanza durante l’estate, per diverse ragioni: per accudire una persona anziana o un animale domestico, oppure per timori legati al conflitto in Iran. Invece, nella maggior parte dei casi (4,4 milioni), hanno motivato la loro decisione di non partire con la mancanza di risorse, lamentandosi in particolare degli aumenti dei prezzi. A questo numero possiamo forse aggiungere anche quei vacanzieri italiani (2 su 10 secondo il Centro Studi Confcooperative) che nello stesso
Cammino per Milano
periodo hanno finanziato le loro ferie indebitandosi attraverso formule di pagamento rateale (con un incremento di queste forme di pagamento del 127% in tre anni e del 23% solo nell’ultimo anno). Il fenomeno non è soltanto italiano. Secondo Eurostat, nel 2024 il 31% degli italiani non poteva permettersi una settimana di vacanza lontano da casa, contro una media europea del 27%; percentuali ancora più alte si registravano in Portogallo (35%) e Spagna (33%), oltre naturalmente in Grecia, proprio i Paesi che registrano forti incrementi negli arrivi internazionali (per esempio nell’estate 2026, nonostante il caldo, le presenze di stranieri in Italia sono aumentate dell’8% rispetto all’anno prima secondo Federturismo). Come si spiegano questi due dati apparentemente contraddittori? Come può dunque un Paese prosperare come destinazione turistica mentre una parte consistente dei suoi abitanti fa-
tica a sostenere i costi di una vacanza? La risposta viene dall’economia del turismo. Nessuno dubita che sia un’importante fonte di ricchezza e di lavoro, ma alcuni suoi limiti strutturali spesso non sono compresi. Per cominciare, una parte consistente dei guadagni non resta sul territorio; basti pensare che una piattaforma digitale come Booking può trattenere anche un quinto del prezzo pagato dal cliente per l’alloggio. Inoltre il turismo crea molta occupazione, ma spesso precaria, stagionale e con salari modesti. Ci sono poi gli effetti indiretti: la presenza dei turisti provenienti da Paesi ricchi, e dunque con una forte capacità di spesa, può generare inflazione e, oltre ai prezzi dei prodotti di consumo, fa aumentare anche gli affitti e il costo degli immobili sino, nei casi estremi, a espellere di fatto i residenti. Nei territori turistici diventa difficile andare in vacanza, ma anche comprare casa e fare la spe-
sa ogni giorno; e a questo si aggiungono rifiuti, rumori, affollamento, traffico. Quasi sempre la vita dei locali deve adattarsi alle esigenze dei turisti e non il contrario, come sarebbe logico. Naturalmente questo non significa che si debba rinunciare al turismo; bisogna invece governarlo. Come ha scritto il ricercatore e manager Raffaele Rio nel suo ultimo libro (Il turismo non è destino. Come restituire ai territori il controllo del proprio futuro), «Il turismo non accade, si decide». Inoltre, ancor più di altre attività, è bene che il turismo non cresca troppo e non diventi mai la principale attività di un territorio. E strada facendo, meglio non contare solo il numero dei visitatori, come ancora oggi abitualmente si fa, ma valutarne piuttosto il profilo; è soprattutto importante tenere d’occhio la qualità della vita dei residenti, che viene prima della soddisfazione di chi visita per qualche giorno un luogo che, per altri, è semplicemente casa.
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di Oliver Scharpf
La ex Greenland di Limbiate ◆
Un mattino tardi di fine agosto con l’aria rinfrescata, vago consapevole che per arrivarci, dove devo, casomai, farò il giro della Lüzzina. Cammino già da chilometri sfiduciato: sceso a una fermata prematura su via dei Mille a Limbiate – dal bus centosessantacinque preso a Comasina, capolinea della gialla – la prima via possibile era sbarrata da un cancello. Oltre il cancello, orti, invano ho cercato un varco. Un sentiero poco più in giù però, seppure per niente invitante, entrava nel parco delle Groane, in parte uno dei boschi della droga tipo Rogoredo. A un certo punto, lo confesso, quando ho incrociato uno che mi ha ricordato di essere appena uscito dal carcere e sembrava anche uscito da un quadro di Kokoschka, sono tornato indietro. Quando, sulla strada, in questo comune a nord di Milano con il suffisso celtico come Lainate e Bollate dove vi ho portato di recente e che non
sono lontanissimi, uno svarionato in vestaglia e paglione in bocca mi chiede «che giorno è?», d’un tratto, ecco una noncuranza postadolescenziale ritrovata. In fondo non ho altro di meglio da fare nella vita che continuare a camminare, per cercare luoghi che valgano la pena di essere raccontati o così, solo per resistere a non scomparire del tutto. Dopo le ultime case geometrili demoralizzanti, tra i campi argillosi, nel nulla più totale tranne cartelli per la caccia agli autorizzati, stavo per mollare il colpo. Quando arrugginito, quasi illeggibile, a caratteri militari americani da mascherina, sopra un palo della luce, trovai scritto Greenland. Il parco divertimenti creato tra il 1964 e il 1965, in mezzo a una brughiera, dal giostraio Simeone Ottavio Sardena (19342025) e Giuseppe Brollo (1907-1992). Imprenditore che ha fatto fortuna iniziando a raccogliere scarti di metalli da
Sport in Azione
grandi aziende e per i dipendenti della sua ditta di profilati metallici, nei dintorni, fa costruire una città-satellite la cui appendice è la Disneyland brianzola chiamata all’inizio Brollolandia. Nata dieci anni prima di Gardaland, Greenland oggi è in completa rovina; il verde, sul viale asfaltato, si riprende il suo destino di terra. Avanzo tra frinire di cicale e ruinenlust, avvistando due torri giocose con ponte in mezzo. Tetto a punta in metallo verde pisello, come due matite colorate, tra un ponte levatoio di un castello che non c’è. Non idealissimi, oggi, i bermuda: graffiato dai rovi di more, mi avventuro tra i resti di Greenland tra i quali, una mini locomotiva a vapore spiaggiata tra le erbacce. Brollo exspress c’è scritto a mano, con una esse di troppo, su questo trenino divertimento dall’aria artigianale costruito credo con le lamiere del Brollo. Bar Tatanka leggo, sopra un
luogo di ristoro crollato ma non c’è gara con un posto dove troneggia ancora in bellavista l’insegna a caratteri cubitali bianchi – un tempo luminosi presumo – con profilo verde: Passeggiata. Panin si legge sotto: l’ultima vocale al neon giallo si è persa ma si capisce lo stesso la loro specialità. Atmosfera da set cinematografico abbandonato per spaghetti western, qui è stato girato il videoclip di Tu mi fai impazzire (2021) di Blanco e Sfera Ebbasta. Basterebbe l’azzurro-lilla scapigliato della cicoria selvatica, a fianco di un trenino-bruco, come bottino di caccia in questa mattinata verso mezzorgiorno ormai, forse. Eppure nel fitto della boscaglia, trovo anche la mela rossa e verde dove passava. Lo scheletro delle montagne russe è stato demolito qualche anno fa, caccia al premio si legge ancora nella postazione del tiro a segno dove pendono ventilatori da saloon.
Per terra, su un cartello di gelati estinti, da repertoriare i nomi Jack Lemon, Gengis Cola, Lipperlì. Se i go-kart sono uno sfacelo, il premio della caccia è, sull’isolotto a fianco dello chalet sul laghetto, dove accanto a una madonna divorata dai rovi, spicca gigante la mascotte di questo luna park il cui declino è iniziato negli anni Duemila. Un castoro con maglia verde e G bianca sulla maglietta, l’hotdog in una mano e nell’altra il bicchiere da fast-food. E alla fine, lì per lì, penso che a questo americanismo di svago gli sta bene questo sbrindellarsi, al contrario dei luoghi d’ozio umanistico sempreverdi visitati nei paraggi per via dell’acqua. Presente anche qui, in un laghetto per la pesca alla trota come campeggia ancora su un cartello. Su un muro, sprayato in rosso, la parodia sostituendo a una consonante, la vocale persa dei panini.
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di Giancarlo Dionisio
Tutto a posto. Ma non era un falso problema ◆
Alla resa dei conti sono state due serate tutto sommato tranquille. Nella sfida tra Lugano e Maccabi Tel Aviv, il calcio ha prevalso su tutti gli aspetti collaterali. In primo luogo perché all’AIL Arena si sono presentati pochi supporters della squadra israeliana. Nulla a che vedere con l’orda di esagitati, che in precedenti occasioni si era distinta per la sua violenza. Sul fronte opposto, solo duecento persone hanno accolto l’appello a partecipare a una manifestazione di protesta esteso via social media da alcune organizzazioni pro Palestina. Le forze dell’ordine, da giorni impegnate nell’allestimento di un adeguato dispositivo di sicurezza, hanno vissuto una serata meno impegnativa rispetto, ad esempio, a un normalissimo derby tra Lugano e Ambrì-Piotta. In dialetto si direbbe: femas ul segn da la crus cul gumbat! Se al seguito del Maccabi fossero arrivati duemila tifo-
si e i manifestanti fossero stati molti di più, il rischio guerriglia urbana sarebbe stato tutt’altro che remoto. Credo che si debba riflettere in tempi brevi sull’opportunità di organizzare eventi sportivi che coinvolgono squadre israeliane. Personalmente, non sono un fan delle sanzioni contro atleti e squadre che, spesso, non hanno responsabilità dirette per i presunti o reali crimini perpetrati dai loro governi. Tuttavia, dal momento che il mondo dello sport ha deciso che queste sanzioni hanno una funzione deterrente, ritengo corretto che le si applichi con coerenza. Gli atleti russi stanno pagando da quattro anni un pedaggio pesantissimo. Migliaia di giovani si sono visti annientare la speranza di una carriera, il sogno della gloria e della sicurezza economica, indipendentemente dalla loro adesione o meno ai progetti politici del loro Paese. Da più parti
ci si interroga sulle ragioni per le quali le grandi organizzazioni sportive non abbiano previsto alcuna sanzione nei confronti di club e atleti israeliani. Sostenere che la Russia sia un aggressore e Israele una vittima, è una semplificazione pericolosa. Non si giustificherebbe, ad esempio, lo svolgimento della Coppa del Mondo di calcio negli Stati Uniti, aggressori dell’Iran, con tanto di beatificazione del loro presidente. Nei giorni precedenti la sfida tra Lugano e Maccabi, il vice sindaco di Lugano, Roberto Badaracco, in un’intervista alla RSI ha posto l’accento su quello che, secondo me, è l’aspetto centrale del tema: «questa partita non si sarebbe dovuta giocare». FIFA e UEFA, contrariamente a quanto stanno facendo il CIO e altre federazioni, continuano a mantenere una linea dura nei confronti dello sport russo. Quanto a quello israelia-
no, la mano morbida è stata giustificata dal fatto che nel Medio Oriente «la questione è insolita e altamente complessa nell’ambito del diritto internazionale». Chi mi traduce, per cortesia? Non parlo il politichese. Il presidente dell’UEFA Alexander Ceferin, è stato molto solerte, nelle scorse settimane, nel lanciare una campagna contro Gianni Infantino, suo omologo alla FIFA. È per contro meno attento nei confronti di ciò che avviene nel suo ambito di competenza. Se non se la sente di sanzionare Israele, potrebbe e dovrebbe quanto meno riflettere sull’ipotesi di appellarsi a clausole d’urgenza, prima che ci scappi il morto. Ad esempio, lo scorso anno, l’ultima tappa della Vuelta di Spagna, è stata annullata per ragioni di sicurezza, con il beneplacito dell’Unione Ciclistica Internazionale che ha assecondato gli organizzatori di ASO, gli stessi che reggono le sorti del Tour de
France. A Madrid, la carovana sarebbe stata accolta da un oceano di oltre centomila manifestanti pro Palestina. La questione è aperta. Di eventi sportivi come la recente sfida dell’AIL Arena tra Lugano e Maccabi di Tel Aviv, ce ne saranno ancora. Non mi stupirei se in tempi brevi il mondo del calcio seguisse l’onda del CIO e aprisse le porte alla Russia. Non per convinzione, ma per puro opportunismo. Tuttavia, fino all’auspicabile parificazione delle sanzioni, e soprattutto fino al chiaro e definitivo stop delle situazioni di conflitto, nella mente di chi governa la nave dovrebbe essere sempre accesa la luce della responsabilità civile nei confronti di attori e spettatori. Altrimenti, a farne le spese, sarà sempre lo sport. Se all’AIL Arena, invece del Maccabi, fossero scesi il Monaco o il Panathinaikos di Atene, le tribune sarebbero state gremite. E per tutti sarebbe stata una festa meravigliosa.
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Migros Ticino
03.09.2026 15:12:02
Frutta e verdura
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Ve
Svizzera, sacchetto da 1,5 kg, (1 kg = 2.63)
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Migros Ticino 2
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Carne e salumi
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03.09.2026 15:12:43
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Pesce e frutti di mare
e t r e p I T A C S PE 19%
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Filetti di orata con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Turchia, 350 g, in self-service, (100 g = 2.56)
6
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Pane e prodotti da forno
Che
! À T N O B
conf. da 3
20% Biscotti freschi nidi alle nocciole, discoletti o biscotti al cocco per es. nidi alle nocciole, 3 x 216 g, 6.80 invece di 8.55, (100 g = 1.05)
23%
5.95 invece di 7.80
HIT Millefoglie in conf. speciale, 6 pezzi, 471 g, (100 g = 1.26)
2.95
Generoso in cubo 6 pezzi, 108 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.73)
HIT 3.95
20%
20%
Tutti i bun per hamburger Migros per es. bun per hamburger, già tagliati, 6 pezzi, 300 g, 1.28 invece di 1.60, (100 g = 0.43)
Fagottini alle pere Petit Bonheur e fagottini di spelta alle pere Migros Bio per es. Petit Bonheur, 3 pezzi, 225 g, 2.72 invece di 3.40, prodotto confezionato, (100 g = 1.21)
1.25
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Rosette precotte Migros 4 pezzi, 220 g, (100 g = 0.82)
1.10
500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)
21%
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CUMULUS
Gugelhopf al limone o marmorizzato
Cornetto al burro con barretta Branche in vendita sfusa 85 g, (100 g = 1.47)
CUMULUS
Quadrato ai semi di zucca in vendita sfusa 60 g, (100 g = 1.83)
1.35
Cornetto di Sils con semi in vendita sfusa 70 g, (100 g = 1.93)
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Formaggi e latticini
I G G A FO R M
i d o d n o m n U
20%
1.80 invece di 2.25
20%
circa 500 g o circa 830 g, in confezioni speciali, per 100 g
16%
2.05 invece di 2.45
1.55
Le Gruyère Surchoix AOP
invece di 1.95
per 100 g, prodotto confezionato
2.20
Formaggini freschi per 100 g
invece di 2.60
20x
NOVITÀ
NOVITÀ
2.60
1.95
Formaggio El Noé per 100 g
invece di 2.30
20x CUMULUS
circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g
15%
15%
Gottardo Caseificio
Vacherin Fribourgeois dolce AOP
CUMULUS
Appenzellerin saporito circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato
6.80
Raclette a fette Raccard all'aglio, IP-SUISSE 240 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.83)
Migros Ticino 8
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15% Tutti i formaggi Da Emilio per es. Grana Padano grattugiato, 120 g, 2.25 invece di 2.65, (100 g = 1.88)
20% Raclette al naturale Raccard, IP-SUISSE in blocco maxi o a fette in conf. da 2, per es. blocco maxi, confezionato, per 100 g, 1.80 invece di 2.25, (100 g = 1.80)
33%
7.95 invece di 11.90
Idea le con
20%
Fichi Extra Spagna, cassetta da 1 kg
3.15 invece di 3.95
Pane croccante forno di pietra bio 400 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)
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Formaggi, latticini e uova
a l l a d À T N O B Vi a L at tea conf. da 2
–.95
DI RIDUZIONE
6.75
Il Burro 2 x 250 g, (100 g = 1.35)
invece di 7.70
PREZZO BASSO
1.30
20%
LO SAPEVI
per es. This is not M*lk 3.5%, 1 litro, 2.80 invece di 3.50, (100 ml = 0.28)
conf. da 4
15%
5.60 invece di 6.60
20% Panna intera UHT Valflora, IP-SUISSE 2 x 500 ml, (100 ml = 0.56)
500 g, (100 g = 0.26)
?
Tutto l'assortimento Alpro
conf. da 2
Yogurt al naturale Migros Bio
L'assortimento LC1 è sinonimo di gusto e benessere. I prodotti contengono ingredienti che apportano un valore aggiunto. I batteri LJ1 e il calcio favoriscono la digestione. Inoltre, sono arricchiti con vitamina D.
Yogurt LC1 Immunity Nestlé disponibili in diverse varietà, per es. al naturale, non zuccherato, 4 x 150 g, 3.20 invece di 4.–, (100 g = 0.53)
10
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Prodotti freschi e pronti
20%
conf. da 2
25%
Tutte le burrate per es. Sélection, 125 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 2.53)
8.90 invece di 11.90
Beyond Burger, prodotto refrigerato 2 x 226 g, (100 g = 1.97)
conf. da 2
20%
conf. da 3
20%
Philadelphia Nature, Balance o alle erbe aromatiche, per es. Nature, 2 x 200 g, 4.40 invece di 5.50, (100 g = 1.10)
Pasta Migros Bio, refrigerata tortelloni ricotta e spinaci, girasoli alle verdure grigliate o spätzli all'uovo, in confezioni multiple, per es. tortelloni, 3 x 250 g, 8.40 invece di 10.50, (100 g = 1.12)
20x CUMULUS
HIT 6.95
conf. da 4
30%
NOVITÀ Uova svizzere d'allevamento all'aperto Migros Bio, con mini Herbamare
5.45
Formaggio tradizionale del pastore Gazi 500 g, (100 g = 1.09)
Pizze Anna's Best, refrigerate Prosciutto o Margherita, per es. Prosciutto, 4 x 400 g, 14.95 invece di 21.60, (100 g = 0.93)
8 x 53 g+
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Il festival delle marche
O R E Z Z I V S e t t la
l e d o i l g e m Il
a partire da 2 pezzi
20%
2.45 invece di 3.10
20%
Formaggio alla panna Luzerner Emmi, bio circa 280 g, in conf. speciale, per 100 g
Emmi Gala al naturale 80 g, 1.60 invece di 2.–, (100 g = 2.00)
20%
20%
3.15
Tutto l'assortimento Gerber per es. Fondue L'Original, 800 g, 11.96 invece di 14.95, (100 g = 1.50)
conf. da 12
20% Benecol Emmi mirtillo, fragola o lampone senza zucchero cristallizzato, per es. mirtillo, 12 x 65 ml, 9.20 invece di 11.50, (100 g = 1.18)
invece di 3.95
Raclette a fette per burger Emmi 8 pezzi, 150 g, (100 g = 2.10)
conf. da 12
20%
7.60 invece di 9.50
Yogurt da bere Aktifit Emmi fragola, pesca oppure Globi, 12 x 65 ml, (100 g = 0.97)
12
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03.09.2026 15:12:36
conf. da 3
a partire da 2 pezzi
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Caffè Latte Emmi
Tutti i pasti da bere I'm your meal e gli Energy Milk, Emmi
Macchiato, Cappuccino o Double Zero, per es. Macchiato, 3 x 230 ml, 5.25 invece di 6.60, (100 ml = 0.76)
per es. I'm your meal Choco, 500 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 0.79)
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20%
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Yogurt Mix it Emmi
25%
3.30 invece di 4.40
frutti di bosco e amarena, 250 g, 1.52 invece di 1.90, (100 g = 0.61)
Yogurt Pur Emmi lampone o fragola, 4 x 150 g, (100 g = 0.55)
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20%
3.20 invece di 4.05
20% Yogi drink Emmi
Yogurt e drink al kefir, Emmi
lampone o moca, 3 x 200 ml, (100 g = 0.53)
disponibili in diverse varietà, per es. yogurt alla fragola, 150 g, –.88 invece di 1.10, (100 g = 0.59)
Latte drink Emmi good day senza lattosio, 1 litro, 1.92 invece di 2.40, (100 ml = 0.19)
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Dolci e cioccolato
Dolcitentazioni
20%
3.95
Meringhe Migros Bio 120 g, (100 g = 3.29)
invece di 4.95
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Tutto l'assortimento di cioccolato Frey (prodotti Sélection e confezioni multiple esclusi), per es. al latte finissimo, 100 g, 1.76 invece di 2.20
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30% conf. da 3
invece di 8.85
20%
Caramelle Ricola
Tutti i praliné Ferrero
in diversi gusti, 2 x 50 g, per es. Original, 2.94 invece di 4.20, (100 g = 2.94)
per es. Rocher, 200 g, 4.76 invece di 5.95, (100 g = 2.38)
conf. da 5
32%
5.95
a partire da 2 pezzi
33% Petit Beurre M-Classic
Toblerone Milk, Tiny Milk o Mix
Chocolat au Lait o Chocolat Noir, 3 x 150 g, (100 g = 1.32)
in confezioni speciali o multiple, per es. Milk, 5 x 100 g, 11.– invece di 16.50, (100 g = 2.20)
HIT 4.95
Big Spender Knoppers in conf. speciale, 15 pezzi, 375 g, (100 g = 1.32)
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Tutti i gelati su stecco alla panna con la foca e affini e MegaStar prodotto surgelato, in confezioni multiple, per es. MegaStar alla mandorla, 6 x 120 ml, 7.76 invece di 9.70, (100 ml = 1.08)
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1.–
Savoiardi M-Classic 200 g, (100 g = 0.50)
14
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03.09.2026 15:12:33
Snack e aperitivi
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Mitico Ice Tea al limone o alla pesca, 6 + 2 gratis, 8 x 500 ml, (100 ml = 0.14)
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