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Cooperativa Migros Ticino
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Settimanale di informazione e cultura
MIGROS MONDO
Al via da OI domani V ine a-Sem Bellinzon Pagina 2
www.azione.ch ●
SOCIETÀ
ATTUALITÀ
CULTURA
TEMPO LIBERO
Gli oggetti possono discriminare categorie di persone: lo spiega la storica del design Chiara Alessi
L’india prenderà il posto della Cina? La sua economia è in crescita ma ha ancora bisogno di Pechino
A Bellinzona – Castello di Sasso Corbaro – con una monografica si celebra l’arte di Fra Roberto
A Ouro Preto la febbre dell’oro che ha fatto grande il Brasile e condannato generazioni di uomini
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L’estate dei pascoli secchi
Nina Huber
Pixabay
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Luciana Caglio, il coraggio di dire Carlo Silini
Quando, tre anni fa, mi ha accolto nello studiolo che stava sbaraccando in via Canonica a Lugano, Luciana Caglio, scomparsa lo scorso 22 agosto a 97 anni, era sommersa da libri e pensieri. Desiderava confrontarsi sul senso della vita e soprattutto della morte. Fu un incontro franco e per me memorabile, non solo perché in un paio d’ore senza mai esserci visti prima, abbiamo scambiato idee e pensieri vertiginosi, ma anche perché con lei non c’era spazio per fronzoli, chiacchiere vuote e banalità. «Cosa pensi di questo?», «In cosa credi?», «Perché?». Domande e risposte secche, da giornalista a giornalista. Ho riconosciuto in quello scambio la mente e la penna tagliente che avevo imparato ad apprezzare attraverso i suoi articoli, letti soprattutto su «Azione», dove aveva cominciato a collaborare negli anni Sessanta al fianco di Vinicio Salati, di cui prese il posto nel 1975. Il 2 gennaio di quell’anno curava la rubrica
«L’Agendina» e già allora affrontava temi che oggi definiremmo di parità di genere, ricordando quanto la società continuasse a distribuire ruoli e potere in base al sesso. Non era una sensibilità occasionale. Dopo gli anni trascorsi nella redazione guidata da Salati, assunse infatti la direzione di «Azione» e contribuì consapevolmente a darle una fisionomia inedita per l’epoca: quella di una redazione a forte presenza femminile. Accanto a lei lavoravano per esempio Carla Baroni, Rossana Cardani, Florinda Balli, Silvia Piazza e Monica Puffi cui si aggiunsero poi nuove redattrici. Amavano raccontare che chi entrava per la prima volta in redazione finiva quasi sempre per chiedere: «Dov’è il direttore?», come se fosse inconcepibile che al vertice ci fosse una donna. Persino la signora delle pulizie deprecava l’assenza di una guida maschile. Un aneddoto che oggi fa sorridere, ma che restituisce bene quanto fosse pionieristica la strada aperta da Luciana Caglio.
In oltre sessant’anni ha firmato articoli dedicati a moda, politica, sport e cultura. Sotto la sua guida, gli interessi di «Azione» si sono allargati dando spazio a firme storiche: Eros Costantini, Giovanni Orelli, Sergio Jacomella o Aldo Fraccaroli. A cui se ne aggiunsero altre molto prestigiose dalla vicina penisola, come Fulco Pratesi e Giovanni Arpino. «Di Luciana Caglio», scrive Enrico Morresi nel saggio Giornalismo nella Svizzera italiana 1950-2000, «piace anche un certo piglio sdegnoso», come nel commento pubblicato dopo l’insuccesso dell’iniziativa popolare cantonale per il voto alle donne nel maggio 1966: «È stata una voce femminile, istericamente esultante, che insultandoci ci ha annunciato al telefono, domenica pomeriggio, che «era passato il no»». Penna tagliente, abbiamo detto. Fino alla fine. L’ultimo pezzo su «Azione» è del luglio di 56 anni dopo e ricorda che «il “piove governo ladro” continua a ispirare i comportamenti di cit-
tadini che, in piena contraddizione, deplorano le malefatte dei governanti e, in pari tempo, ne chiedono la protezione». L’impronta di Luciana Caglio non è legata solo alla straordinaria longevità del suo scrivere su questa e altre testate, ma al fatto di essere stata la prima donna a diventare direttrice di un media del nostro Cantone già nel 1975 (grazie alla lungimiranza e alla larghezza di vedute, diciamolo per inciso, di un editore anomalo come Migros Ticino). Al di là di questo, in un mestiere spesso tentato dalla prudenza e dalle formule di comodo, lei ha scelto per tutta la vita la strada più difficile: pensare con la propria testa e scrivere ciò che pensava. Quando ci salutammo nel suo studiolo in fase di smantellamento, ebbi la sensazione di uscire da una conversazione importante. Oggi so di avere incontrato una donna che aveva attraversato quasi un secolo senza perdere la curiosità di capire e il coraggio di dire.
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azione – Cooperativa Migros Ticino
MONDO MIGROS
Migros Partner a Bellinzona-Semine
Info Migros ◆ Domani, giovedì 3 settembre, Migros Ticino aprirà in via F. Zorzi 22 a Bellinzona (ex Outlet Migros) il suo quinto supermercato di quartiere in franchising
Questo nuovo punto vendita si baserà su quattro punti chiave: vicinanza, freschezza, simpatia e apertura domenicale. Per l’occasione, diverse attività, omaggi e interessanti offerte speciali. Lo strategico formato di ultima generazione, fortemente voluto dall’azienda, completa al meglio la rete di vendita di Migros Ticino nel Bellinzonese, con un’ottica di prossimità e servizio alla clientela. La Cooperativa è convinta che il formato VOI Migros Partner saprà rispondere al meglio alle esigenze del contesto e alle peculiarità della struttura ospitante, valorizzando appieno il potenziale offerto dai 400 metri quadrati di superficie di vendita.
Il formato di ultima generazione completa la rete di vendita di Migros Ticino nel Bellizonese La clientela del quartiere, così come chi di passaggio raggiungerà il negozio in auto, potrà beneficiare di 25 comodi posteggi riservati e avrà la possibilità di effettuare sia una spesa quotidiana rapida e completa, sia acquisti settimanali più importanti e consistenti. Il nuovo esercizio sarà dotato di due casse tradizionali.
Assortimento di VOI Migros Partner Bellinzona-Semine Nel concreto gli esercizi di vicinato VOI si distinguono dalle classiche filiali di Migros Ticino sia dal punto di vista dell’offerta sia per una differen-
Bryan Danesi (con la maglietta scura) e il suo staff vi aspettano da giovedì 3 a domenica 6 settembre con uno sconto speciale del 10% su quasi tutto l’assortimento. (Frame & Motion / Sirio Aimi)
te concezione visiva degli spazi. Ciò che invece li accomuna, oltre all’ampiezza dell’offerta convenience, con diversi articoli di marca, e alla freschezza dei generi alimentari a marca Migros come pane, latticini, carni, frutta e verdura, è l’ottimo rapporto qualità-prezzo, inserito nell’ottica di una particolare attenzione alla produzione locale e forte attenzione verso i mutevoli bisogni della clientela. In sostanza, VOI Bellinzona-Semine vuole offrire al vicinato un’esperienza d’acquisto al passo con i tempi e proporrà un assortimento accuratamente calibrato e orientato a soddisfare i bisogni più attuali della clientela, con un’attenzione particolare all’assortimento Daily dei piatti caldi e freddi pronti al consumo. Alla buona scelta di prodotti alimentari e non alimentari si affiancheranno l’assortimento «Chiosco» e una selezione curata di bevande alcoliche e tabacchi.
Le iniziative per l’apertura di VOI Migros Partner Bellinzona-Semine
Contatti e orari d’apertura di VOI Migros Partner Bellinzona-Semine
Per festeggiare degnamente con la popolazione questa nuova apertura, da giovedì 3 a domenica 6 settembre verrà concesso uno sconto speciale del 10% su tutto l’assortimento (eccetto alcune esclusioni). Sabato 5 settembre dalle 09.00 alle 17.00 truccabimbi per i più piccoli e domenica 6 settembre sul mezzogiorno grigliata offerta con bratwurst e panino in compagnia dell’Associazione AC Ravecchia. Spicca poi il concorso in essere dal 7 al 9 settembre, con in palio tre carte regalo VOI del valore di CHF 500, CHF 200 e CHF 100! Inoltre, dal 7 al 13 settembre, per ogni spesa a partire da CHF 30 si riceverà in omaggio una pratica e sostenibile borsa VOI, realizzata con plastica al 100% riciclata.
Nel pieno rispetto della Legge sull’apertura dei negozi (LAN), trovandosi in un’area turistica e ad alto traffico di viaggiatori, questa filiale di prossimità potrà rimanere aperta per 48 domeniche all’anno, fatta eccezione per quelle del mese di novembre, per le quali è attualmente imposta la chiusura dal Cantone. Il responsabile Bryan Danesi e i suoi sei collaboratori, cordiali e ben preparati, sono pronti a soddisfare i bisogni della clientela con cura e attenzione, in un clima accogliente e famigliare. Orari d’apertura: Lu-ve: 8.00-19.00 Sa: 8.00-18.30 / Do: 8.00-19.00 Tel. 091 821 79 00
Una vita più lunga per i polli
Info Migros ◆ Migros implementa il benessere animale da Optigal. Cosa significa questo per l’allevamento di pollame? Abbiamo visitato la fattoria Stucki nell’Emmental Nina Huber
La vita di Walter e Christine Stucki si regola sulle loro galline. I pulcini arrivano nella fattoria di Höchstetten poco dopo la schiusa e saranno consegnati alla ditta Micarna della Migros, che li ritirerà al più tardi 27 giorni più tardi, quando saranno polli adulti. Prima dell’arrivo di nuovi pulcini restano dunque otto giorni per pulire la stalla e disinfettarla. Se ciò accadeva otto-nove volte all’anno, ora il ritmo cambierà, poiché gli Stucki alleveranno una razza che cresce più lentamente. Le galline resteranno nella stalla fino a 44 giorni e raggiungeranno un peso di due chili. Saranno più robuste e meno vulnerabili. A causa dei tempi di allevamento più lunghi, le contadine e i contadini alleveranno meno galline, ma grazie a una compensazione di Migros, il loro guadagno non diminuirà. Sono diversi i prodotti Optigal sottoposti a questo cambiamento. L’organizzazione di settore IP Suisse, che difende un’agricoltura sostenibile, accompagna la transizione. «Non mi importa di dover pulire
Walter Stucki nella sua fattoria (Beat Schweizer)
la stalla meno spesso», afferma Walter Stucki ridendo. Da 35 anni insieme alla moglie gestisce la fattoria appartenuta ai genitori di lui. Nella stalla di 300 mq allevano 4200 pulcini alla volta, e per gli standard svizzeri il loro allevamento è considerato piccolo. «Il mio compito durante l’allevamento consiste soprattutto nell’osservazione degli animali e del loro comportamento», spiega il contadino 63enne. Per farlo indossa un grembiu-
le bianco pulito, un berretto, si lava le mani e infila gli stivali di gomma, che poi disinfetta. Solo a quel punto entra nella stalla. I pulcini di otto giorni si sono già abituati a lui, e si avvicinano curiosi. Walter controlla gli animali, le postazioni di cibo e acqua, temperatura e umidità. Nei primi giorni i pulcini hanno bisogno di una temperatura di 34 gradi. Questa poi scende gradualmente fino ai 22 gradi. La stalla dispone di mangiatoie e
ciotole per l’acqua mobili, che vengono alzate mano a mano che gli animali crescono. Vi sono anche postazioni con paglia o sabbia che favoriscono il comportamento naturale degli animali. Le galline hanno inoltre molte possibilità di sedersi. Compiuti i 21 giorni, gli animali possono uscire nel giardino d’inverno coperto, dove sono protetti da volpi, falchi e dall’influenza aviaria, che rappresenta una minaccia soprattutto nei periodi migratori. «L’ultimo giro di controllo lo faccio prima di andare a letto», racconta Stucki. «Per lavorare con le galline ci vuole una mano ferma», completa Christine Stucki (61). La rilassatezza necessaria per questo lavoro i due l’hanno imparata nel corso degli anni. E a Christine questa risulta utile anche nel lavoro di insegnante di scuola elementare. All’inizio del 2028 gli Stucki passeranno la fattoria a una figlia e al suo partner. Fino ad allora continueranno a occuparsi dei loro animali, che nella fattoria vengono prima di ogni cosa.
Trekking tra natura e musica
Eventi ◆ Appuntamento ad Airolo con Migros Hiking Sounds
Perché non approfittare degli ultimi scampoli d’estate per trascorrere due giornate all’aria aperta, sulle note della bella musica? Allora segnatevi in agenda il weekend del 12 e 13 settembre. La manifestazione Migros Hiking Sounds è garanzia di eventi indimenticabili, con il suo incredibile mix tra natura e musica live in diverse location della Svizzera, da Laax a Gstaad, fino a Klosters: in tutto sono previsti 18 giorni di eventi in 9 luoghi diversi con una lunga serie di artisti musicali. Quest’anno la tournée farà tappa per la prima volta ad Airolo: il 12 e 13 settembre 2026 Migros Hiking Sounds vi invita a una due giorni di trekking accompagnati da buona musica live. In programma, 77 Bombay Street, Luca Hänni, Lo & Leduc, Opération Zéro e Professor & Professora Bumbastic. Ognuna delle due giornate di Migros Hiking Sound inizierà nello Start Village, nel centro di Airolo, dove riceverete la pratica borsetta Goodie-Bag, con diversi snack come Farmer, Farmer Chips, Mini Risoletto, formaggio, bibite, verdura, frutta e altre sorprese (i contenuti possono variare da quelli qui descritti), generi alimentari che vi garantiranno l’energia essenziale per un buon trekking. Un’escursione di facile accessibilità della durata di due ore vi permetterà quindi di scoprire il suggestivo scenario di Airolo. Durante il percorso sarete sorpresi da momenti musicali, mentre sul palco Subway Stage giovani leve vi presenteranno la loro musica e voi potrete dedicarvi alla griglia. Al termine dell’escursione, una volta giunti al traguardo, vi aspetterà il palco Migros Hiking Sounds Stage, con due concerti live, in quello che si trasformerà in un indimenticabile connubio tra musica e natura. Migros Hiking Sounds pensa anche alle famiglie: domenica 13 settembre ad Airolo ci sarà il Family Day. In programma diverse attività ludiche, così Hiking Sounds sarà indimenticabile anche per i più piccoli. Dove e quando Migros Hiking Sounds 2026, Airolo, 12 e 13 settembre 2026. Sia sabato 12 sia domenica 13 settembre si può scegliere se fare parte del gruppo delle ore 9.00-10.00 o 10.00-11.00 al momento dell’acquisto dei biglietti. Iscrizioni e biglietti migroshikingsounds.ch
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SOCIETÀ ●
Progetti e vita a Campo Vallemaggia La via scelta dal Patriziato per rendere viva la valle di Campo valorizza patrimonio e attività produttive e offre nuove esperienze di scoperta
Intervista a Silvia Vegetti Finzi Dopo vent’anni la nostra collaboratrice si accomiata dai lettori della Stanza del dialogo, il suo saluto e un messaggio di fiducia
Fotografare il dolore Flavia Leuenberger Ceppi con il suo racconto silenzioso intitolato Femicide ha vinto il secondo premio dello Swiss Press Photo Award 2026
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Anche gli oggetti possono discriminarti
L’intervista ◆ Le donne, ma anche le persone con disabilità fisiche devono fare i conti quotidianamente con un mondo che non sembra essere stato costruito e arredato anche per loro. Parla la saggista Chiara Alessi Stefania Prandi
Gli oggetti che ci circondano, dalle sedie ai dispositivi di sicurezza, passando per i telefoni cellulari e gli strumenti musicali, non sono «neutri», non vanno cioè bene per tutti nello stesso modo. Possono risultare scomodi quando ci si siede e li si allaccia, oppure difficili da tenere in mano e da suonare. Sono, in particolare, le persone con esigenze diverse, come quelle con disabilità fisiche, a dovere fare i conti quotidianamente con un mondo che non sembra essere stato costruito e arredato anche per loro. Ma non sono le uniche. Le donne (metà della popolazione mondiale) possono faticare ad abitare spazi e a usare oggetti considerati adatti a «tutti». Aiuta a riflettere sulla storia, sull’uso e sulla dimensione politica degli oggetti, che costringono il corpo femminile ad adeguarsi a misure non universali, un libro appena pubblicato, intitolato La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne (Laterza) di Chiara Alessi, critica e storica del design, autrice di diversi saggi.
Già negli anni Ottanta Donald Norman aveva posto l’attenzione su chi usa gli oggetti più che su chi li progetta Chiara Alessi, perché questo titolo, La sedia del sadico? Si tratta di una citazione di Donald Norman, psicologo e ingegnere statunitense, che negli anni Ottanta ha scritto una «bibbia» del design, ancora oggi presente nella maggior parte delle bibliografie dei corsi di studio. Il titolo originale del saggio di Norman era The psichology of everyday things ma, quando è stato tradotto in italiano, è diventato La caffettiera del masochista. È un testo importante perché ha messo l’attenzione su chi usa gli oggetti più che su chi li progetta, e su come ci si adatti a una specie di congiura del silenzio, un accordo, più o meno esplicito, di tacere sui loro malfunzionamenti. Io ho cercato di allargare ulteriormente la prospettiva, concentrandomi sul fatto che esistono luoghi e oggetti che rinforzano la gerarchia tra progettista e utenti, considerando, nello specifico, i corpi femminili. Nel titolo mi riferisco alla sedia ginecologica (che non è mai stata migliorata nei decenni) e a un esperimento di design che mette in discussione la sua comodità e il fastidio che provoca. Dal suo libro emerge che gli oggetti non sono neutri. Come possiamo accorgercene? Possiamo riflettere sul modo in cui vengono usati. Ci sono oggetti uti-
Durante l’epidemia di Covid le mascherine, nel caso delle donne, spesso non superavano il fit test, cioè non risultavano perfettamente aderenti al volto perché erano state concepite per un corpo maschile (magnific.com)
lizzati diversamente dallo scopo per cui sono stati progettati, le cui funzioni vengono migliorate o peggiorate. Un classico esempio è il coltello: può essere usato sia per ferire qualcuno sia, ad esempio, per tagliare il pane e dare da mangiare agli altri, oppure per costruire qualcosa. Possiamo anche ritrovarci con oggetti ideati per cambiare in meglio le nostre vite, ma che le peggiorano. Nel mio libro, per esempio, faccio riferimento ai dispositivi di contraccezione femminile come la spirale, a come siano diventati strumenti di liberazione per certe donne e, allo stesso tempo, mezzi di controllo per altre, contribuendo alle sterilizzazioni di massa. O ancora, oggetti rivoluzionari come la coppetta mestruale, ottima soluzione per alcune, ma per altre, nelle aree dove ad esempio l’accesso all’acqua è limitato, problematica. Langdon Winner, nel suo studio del 1980, Do Artifacts Have Politics?, si chiedeva se gli artefatti avessero una funzione politica dopo essersi reso conto che una serie di cavalcavia costruiti tra gli anni Venti e Sessanta, che conducevano a Long Island da New York, erano più bassi
che nel resto del Paese. La differenza penalizzava l’accesso alle spiagge delle minoranze etniche a favore dei bianchi che avevano l’automobile.
«La designer svizzera Lena Bernasconi nella sua ricerca ci mostra come gli indumenti per mestieri considerati erroneamente maschili penalizzino le donne, costringendole in abiti scomodi» Le donne si sono spesso dovute arrangiare con oggetti scomodi e poco funzionali. Oltre alla sedia ginecologica, ci fa qualche altro esempio? Durante l’epoca del Covid le mascherine, nel caso delle donne, spesso non superavano il fit test, cioè non risultavano perfettamente aderenti al volto, costringendo molte a dover fare un doppio giro dietro le orecchie e a trovare altre soluzioni per farsele andare bene. E questo perché erano state concepite per un corpo maschile, nonostante la maggior parte
di chi faceva un lavoro di prossimità con i malati fosse di genere femminile (pensiamo alle infermiere, esposte quindi a un rischio maggiore rispetto ai loro colleghi). Un altro esempio riguarda i giubbotti antiproiettile, per le forze dell’ordine, che non sono certo pensati per corpi con il seno o con una conformazione del busto diversa da quella «standard». A proposito di indumenti di lavoro, lei cita la designer svizzera Lena Bernasconi. In che modo la sua ricerca sposta la prospettiva di «neutralità» degli oggetti? Lena Bernasconi si è interrogata sul sessismo degli oggetti, partendo da Caroline Criado Perez, con il saggio Invisibili, ma anche da Karin Erenberger, o Rebekka Endler, e poi intervistando direttamente le donne artigiane per capire quali fossero le loro esigenze sul lavoro. Nella sua ricerca ci mostra come gli indumenti per mestieri considerati erroneamente maschili penalizzino le donne, costringendole in abiti scomodi, non previsti per i loro corpi, danneggiando le loro performance. Con le interviste ha individuato i problemi e poi ha realiz-
zato un prototipo universale, anche a misura di donna, con una posizione diversa delle tasche e del cavallo e con degli elastici. Nella progettazione di Bernasconi è interessante il processo: non è partita dall’astrazione, ma dal confronto con le dirette interessate; ha quindi immaginato qualcosa di nuovo in maniera condivisa. Secondo lei ci sono dei segnali di miglioramento nella progettazione degli oggetti? Secondo me sì. Negli ultimi venti anni ci sono stati molti tentativi di ripensare alcuni oggetti, mettendo proprio al centro l’esperienza delle donne con la co-progettazione. Un altro aspetto fondamentale riguarda le possibilità offerte dalle nuove tecnologie come i file open source, scambiabili e modificabili a proprio piacimento, e le stampanti 3D, che permettono forme di autoproduzione impensabili prima. Adesso si possono creare oggetti, aggiustando misure e forme standardizzate a gusti e bisogni diversi, senza passare per forza dalla produzione industriale. In questo senso il momento che stiamo vivendo è davvero rivoluzionario.
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MONDO MIGROS
Un taglio tenero e saporito
Attualità ◆ Le costolette di maiale sono un’autentica delizia per gli amanti della carne. La ricetta che vi proponiamo in questa pagina strizza l’occhio al cambio di stagione
Azione 34%
La ricetta Costolette di maiale con salsa agli champignon
Costolette di maiale IP-SUISSE in self-service, per 100 g Fr. 1.70 invece di 2.60 dal 3.9 al 9.9.2026
Ingredienti per 4 persone • 4 costolette di maiale • 3 cucchiai di zucchero di canna • 3 cucchiai d’olio d’arachide • 3 cucchiai di concentrato di pomodoro • sale • pepe • 70 g di cipolle • ca. 2 peperoncini, ad es. verdi • 200 g di champignon • ½ mazzetto di coriandolo • burro per arrostire • 2 cucchiai di farina • 4 dl d’acqua • 1 dado di salsa d’arrosto legata Preparazione
Dopo la lunga stagione delle grigliate, per molti torna la voglia di piatti semplici e genuini, perfetti per andare dolcemente incontro all’autunno. Come quelli classici preparati con le succulente costolette di maiale. Impanate, in padella, al forno, alla griglia o in umido, questo taglio del
suino non delude mai le aspettative qualunque sia il modo in cui lo si cucini. Le costolette si caratterizzano per le fini venature di grasso e per la presenza dell’osso, che contribuiscono a renderle saporite, tenere e succose in cottura. Sono ottenute dalla parte dorsale del suino, corrispon-
dente al carré. Come tutte le preparazioni a base di maiale fresco, per motivi di sicurezza alimentare anche le costolette vanno servite ben cotte, con una temperatura al cuore ideale di almeno 70 °C. A proposito: segnaliamo che questa settimana alla Migros le costo-
Il gusto autentico del farro
lette di maiale IP-SUISSE sono offerte ad un prezzo particolarmente vantaggioso. Questa carne proviene da animali allevati nel rispetto delle normative della produzione integrata, dove si tiene conto del benessere animale e di metodi di produzione sostenibile.
1. Per la marinata, mescola lo zucchero con l’olio e il concentrato di pomodoro, poi sala e pepa. Ungi bene la carne con la marinata. Trita la cipolla. Dimezza per il lungo i peperoncini, privali dei semi e sminuzzali. Taglia gli champignon a fette, trita il coriandolo. Scalda il forno a 200 °C. 2. Scalda il burro in una padella e rosola le costolette 2 minuti per lato. Trasferiscile in una teglia e continua la cottura nella metà inferiore del forno per 10 minuti. Nel frattempo, fai soffriggere nel fondo della carne la cipolla, il peperoncino e gli champignon poi cospargi di farina. Aggiungi l’acqua e il dado e lascia sobbollire per ca. 5 minuti. Regola di sale e pepe. Aggiungi il coriandolo o servilo separatamente. Servi le costolette con la salsa.
Attualità ◆ Con i prodotti «Poggio del Farro» porti in tavola ogni giorno il sapore genuino e naturale di questo cereale ricco di proprietà nutrizionali
Dalla Toscana arrivano sugli scaffali dei supermercati Migros alcuni prodotti a base di pregiato farro italiano del rinomato marchio «Poggio del Farro», ormai apprezzati da molti anni dalla clientela ticinese. Oltre ad alcune tipologie di pasta, alla farina di farro e al farro perlato, la gamma annovera anche due prodotti ideali da consumare come snack durante la giornata o in abbinamento a molti altri ingredienti. Le fette biscottate al farro sono realizzate con una miscela bilanciata di farine di farro. Ricche di fibre e a basso contenuto di grassi saturi, sono irresistibilmente croccanti e si prestano per essere gustate non solo a colazione con marmellate, miele, yogurt o creme spalmabili; ma accompagnano bene anche alimenti salati come formag-
gi, affettati, uova, hummus o verdure grigliate. Leggerezza e gusto naturale sono gli atout delle gallette di farro e mais biologiche. Fonte di fibre, con pochi zuccheri, questi snack pronti al consumo sono ideali da soli oppure vengono apprezzati come sostituti del pane, come base per sfiziosi aperitivi o per accompagnare gli spuntini dolci o salati più disparati. Buon farro! Azione 33% Fette biscottate Poggio del Farro 120 g Fr. 2.08 invece di 3.10 Gallette di farro e mais Poggio del Farro 120 g Fr. 1.74 invece di 2.60 dal 3.9 al 9.9.2026
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Nintendo Days al Centro S. Antonino
Attualità ◆ Da mercoledì 9 a sabato 12 settembre 2026 il Centro S. Antonino ospita un imperdibile evento dedicato ai fan di videogiochi Nintendo
Appassionati, curiosi, piccoli e grandi avventurieri del mondo dei videogiochi… tutti sono invitati al Centro S. Antonino, dal 9 al 12 settembre 2026, dalle ore 10 alle 18, per una quattro giorni di divertimento e spensieratezza all’insegna della Nintendo, brand di videogiochi tra i più amati. Durante questo evento esclusivo i visitatori potranno immergersi nel fantastico universo Nintendo, per un’esperienza unica fatta di gioco, emozioni e avventure indimenticabili. Sono previste ben sei postazioni Nintendo Switch 2, dove sarà possibile cimentarsi con alcuni tra i giochi più famosi del brand, come Super Mario, Pokémon, Yoshi e Mario Kart. Il mercoledì e sabato pomeriggio è inoltre prevista una Pokémon Trading Zone, dove ci si potrà incontrare per scambiarsi spontaneamente le proprie carte Pokémon. Ma non finisce qui: il sabato ci sarà pure un ospite d’eccezione, nientemeno che la mascotte Super Mario, che sarà a disposizione per selfie e momenti d’incontro con il pubblico presente. Passa a trovarci, ne vale la pena! Annuncio pubblicitario
Nuova apertura VOI Bellinzona-Semine! Dal 3 settembre 2026
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di riduzione su tutto* l‘assortimento presso VOI Bellinzona-Semine dal 3 al 6 settembre 2026
VOI Bellinzona-Semine Via Franco Zorzi 22 6500 Bellinzona Tel. 091 821 79 00 bellinzona-semine@voi-ticino.ch www.voi-migrospartner.ch
Orari d‘apertura Lunedì–Venerdì 8:00–19:00 Sabato 8:00–18:30 Domenica 8:00–19:00
Aperto anche la domenica * Esclusi articoli M-Budget, prodotti non Migros, come tabacco, superalcolici, prodotti Swisslos, ecc., sacchi e bollini con tassa, vignette, depositi, schede telefoniche, prestazioni di servizio, e-loading, schede iTunes, carte SIM, carte regalo e Smartbox. Non utilizzabile negli shop Online.
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SOCIETÀ
Con Cervo Castello lungo il Sentiero del re
Un cartone animato negli abissi
Stefania Hubmann
Maria Grazia Buletti
È un’estate festosa per il Patriziato di Campo Vallemaggia, la locale popolazione e i numerosi villeggianti. A luglio è stato infatti inaugurato uno dei progetti a tutela del paesaggio più importanti: il restauro del Corte Piemantiu all’alpe Sfille. Ora è in fase realizzativa il «Sentiero del re», percorso didattico-naturalistico fra i villaggi di Campo Vallemaggia e Cimalmotto che sarà pronto la prossima primavera. Si tratta solo di due esempi recenti dell’intensa attività svolta dal Patriziato in questi ultimi anni. Consapevole della preziosa risorsa che rappresenta la natura della valle di Campo, l’ente è impegnato a tutelare e valorizzare questo patrimonio nell’ambito di uno sviluppo turistico misurato. Il sentiero permetterà, attraverso otto postazioni, di scoprire contenuti legati alla natura, ma pure alla storia e alla cultura della valle, favorendo un apprendimento ludico e interattivo che mira a sensibilizzare le nuove generazioni. Il Corte Piemantiu è uno dei quattro corti dell’alpe Sfille ed è composto da quattro edifici fra i quali lo stallone lungo 26 metri, tornato a ospitare il bestiame. Il suo recupero rappresenta un’iniziativa impegnativa dal punto di vista sia logistico sia finanziario, con un investimento di circa 370 mila franchi. Un’iniziativa che ha però il pregio non solo di valorizzare antiche testimonianze della vita rurale, ma di rimetterle a disposizione di coloro che ancora gestiscono il territorio agricolo. Aziende agricole solide e tre esercizi pubblici diversificati contribuiscono a rendere viva la valle di Campo che conta una sessantina di abitanti con un balzo avanti di sei volte se si considera l’occupazione delle residenze secondarie. Con il «Sentiero del re» l’attenzione è rivolta in primo luogo alle famiglie alla ricerca di una natura incontaminata e autentica. «Per questo progetto – spiega il presidente del Patriziato Martino Pedrazzini – abbiamo sfruttato un percorso ad anello esistente che si può quindi già percorrere, sul quale la società di consulenza ambientale Maddalena & associati di Gordevio ha elaborato il concetto narrativo». Il risultato sarà un’avventura di un paio d’ore da vivere come una missione. Accompagnando il personaggio di Cervo Castello fra i boschi ci si immergerà nella sua storia – che prende spunto dal libro Le avventure di Cervo Castello di Barbara Vago Ormachea – osservando e comprendendo nel contempo i fenomeni che caratterizzano questo ambiente, dalla biodiversità alla storia del territorio. Prosegue il nostro interlocutore: «La partenza e l’arrivo si troveranno all’info point di Campo Vallemaggia, situato nella casa patriziale. Il percorso di 4,2 km attraversa bosco, prati e pascoli con un disli-
Nel silenzio assoluto degli abissi, dove la luce non arriva e la pressione è estrema, ogni incontro tra organismi può raccontare una storia di sopravvivenza. È proprio in questo scenario remoto e inospitale che una semplice immagine ha acceso la curiosità di scienziati e pubblico, trasformandosi rapidamente in un piccolo caso mediatico. A quasi duemila metri di profondità, nel buio dell’Oceano Atlantico, una spugna marina gialla e una stella marina rosa sono state osservate adagiate l’una accanto all’altra sul fondale, creando un contrasto cromatico sorprendente che cattura immediatamente lo sguardo. La superficie porosa della spugna, dalla forma irregolare e leggermente allungata, sembra filtrare silenziosamente l’acqua circostante, mentre la stella marina, con le sue braccia distese e morbide, appare posizionata accanto ad essa in un equilibrio sospeso tra quiete e potenziale movimento. Quest’immagine è stata raccolta nel 2021 durante una spedizione della National Oceanic and Atmospheric Administration sul monte sottomarino Retriever, ed è diventata virale per la sorprendente somiglianza con i celebri personaggi di SpongeBob e Patrick. Ma al di là dell’aspetto curioso, quella fotografia racconta una storia molto più complessa, fatta di adattamenti, sopravvivenza e relazioni ecologiche tipiche degli ambienti più estremi del pianeta. A sottolinearlo è il biologo marino Christopher Mah, secondo cui «la vicinanza tra i due organismi potrebbe non essere casuale. Le stelle marine, infatti, non sono creature passive come spesso si immagina: molte specie sono predatori opportunisti e si nutrono di una grande varietà di organismi bentonici, comprese le spugne». A suffragio delle convinzioni scientifiche di Mah, altri studi pubblicati sul Journal of the Marine Biological Association descrivono proprio questa dieta flessibile, soprattutto nelle specie che vivono nei fondali profondi.
Vallemaggia ◆ La via scelta dal Patriziato per rendere viva la valle di Campo valorizza patrimonio e attività produttive e offre nuove esperienze di scoperta
In luglio si è tenuta la festa di inaugurazione del restauro del Corte Piemantiu all’alpe Sfille che ha coinvolto più di 300 persone.
vello di circa 200 metri ed è adatto ai bambini a partire dai 5-6 anni. Le otto postazioni didattiche saranno caratterizzate da totem in legno che in modo giocoso affrontano temi rilevanti come la biodiversità, il ruolo di alcuni edifici storici (lavatoio, chiesa, forno comunitario), le attività agricole passate e presenti e ancora la situazione geologica caratterizzata dalla grande frana sottostante i due villaggi arrestata grazie ai lavori di risanamento della fine del secolo scorso». Il «Sentiero del re» offrirà inoltre un’esperienza sonora con un’attività di ascolto alla postazione sette, dotata a questo scopo di due sedie a sdraio finlandesi in legno. Non mancherà nemmeno il puro divertimento grazie alla tirolese e a diversi scivoli. Queste attività si svolgono nell’ambito di un programma più ampio varato dal Patriziato nel 2021 per preservare e dare nuova vita al paesaggio rurale, culturale e naturale della valle. Oltre ai progetti citati, nel documento Paesaggio Campo Vallemaggia spiccano la ristrutturazione delle tre case patriziali di Cimalmotto, Campo e Niva e il risanamento delle caraa, antiche vie di comunicazione testimoni della gestione agricola del passato. «Gli edifici sono tre case “gemelle” siccome tutte erano state costruite come scuole», precisa Martino Pedrazzini. «Quella di Cimalmotto è stata ristrutturata già all’inizio degli anni duemila ricavandone tre appartamenti di vacanza. A Campo (sede del Comune e del Patriziato con sale riunioni e un appartamento di vacanza) i lavori sono terminati nel 2020 e l’anno successivo è stato realizzato l’info point. Il progetto di Niva è in corso e auspichiamo che i tre appartamenti previsti possano essere occupati quali residenze primarie, considerata la vicinanza
alla Vallemaggia. Per quanto riguarda le caraa, l’anno scorso è stata ripristinata quella del Cavà sopra Cimalmotto, ma è desiderio del Patriziato poter procedere anche per le altre che sono numerose. Oltre a permettere di apprezzare il paesaggio e la tecnica costruttiva dei muri a secco, questi ultimi sono elementi importanti per favorire la biodiversità». Giovane e dinamico, il presidente del Patriziato sottolinea che l’intero ufficio patriziale lavora in maniera energica e compatta. L’impegno è costante e attento anche agli aspetti finanziari. Il programma Paesaggio Campo Vallemaggia prevede un investimento complessivo sull’arco di più anni di oltre un milione di franchi. Per il «Sentiero del re» il costo ammonta a poco meno di centomila franchi. Gli sforzi a tutti i livelli sono però ripagati dai risultati ottenuti fra i quali spicca dall’anno scorso l’inserimento nella rete internazionale dei Villaggi degli Alpinisti (di cui in Ticino fa parte anche la Valle Onsernone) promossa dai Club Alpini di diversi Paesi a favore di un turismo di montagna sostenibile. I criteri di ammissione sono rigorosi, perché «l’enorme potenziale di questi luoghi – si legge sul relativo sito – si trova nella loro autenticità, nelle loro tradizioni e nella loro cultura». La via imboccata dal Patriziato di Campo Vallemaggia è quindi quella giusta per mantenere viva la valle tutto l’anno, valorizzando le testimonianze del passato, favorendo le attività produttive e offrendo nuove esperienze di scoperta attuali ma rispettose del territorio.
Mondoanimale ◆ La scienza insegna che non c’è amicizia tra spugna e stella marina
La spugna osservata, appartenente al genere Hertwigia, fa parte del phylum Porifera, uno dei gruppi animali più antichi sulla Terra. Per meglio comprendere questo connubio di convenienza, bisogna fare un passo indietro e ricordare che, nonostante l’apparente semplicità, le spugne sono organismi altamente specializzati: «Esse filtrano grandi quantità d’acqua, contribuendo al ciclo dei nutrienti, e producono sofisticati composti chimici per difendersi dai predatori». Ricerche sostenute dai National Institutes of Health e pubblicate sulla rivista Marine Drugs evidenziano come queste sostanze possano avere proprietà antibatteriche e persino antitumorali: «Proprio per queste caratteristiche, le spugne marine sono oggi oggetto di grande interesse nella ricerca biomedica». Eppure, queste difese non sempre bastano. Lo spiegano gli studi del Woods Hole Oceanographic Institution: «Le comunità abissali sono caratterizzate da una forte competizione e da relazioni trofiche opportunistiche». In altre parole: «Ciò che è disponibile diventa potenzialmente cibo. A queste profondità, che superano i 1800 metri, la temperatura si aggira intorno ai 2-4 gradi e la luce solare è completamente assente. Gli organismi che vivono qui hanno sviluppato adattamenti unici, come metabolismi lenti e strategie alimentari flessibili». Se da un lato il confronto con i personaggi dei cartoni animati rende la scena immediatamente riconoscibile, dall’altro rischia di semplificare una realtà biologica ben più complessa: «Negli abissi non esistono amicizie, ma equilibri dinamici regolati dalla necessità di sopravvivere». È proprio in questo contesto che l’ipotesi di una predazione prende forza e, secondo Christopher Mah, «la stella marina potrebbe essere stata sul punto di nutrirsi della spugna, anche se un’immagine statica non consente di confermarlo con certezza». Una spugna marina del genere Hertwigia e una stella marina del genere Chondraster sul fondale dell’Oceano Atlantico immortalate da una telecamera della National Oceanic and Atmospheric Administration. (NOAA Ocean Exploration)
Informazioni www.patriziatocampovallemaggia.ch https://www.sac-cas.ch/it/ ambiente/i-villaggi-degli-alpinisti/ Annuncio pubblicitario
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SOCIETÀ
«Il mio saluto? Fiducia e speranza»
L’intervista ◆ Dopo vent’anni di preziosi contributi su «Azione» Silvia Vegetti Finzi si accomiata dai lettori della Stanza del dialogo Barbara Manzoni
Per vent’anni nel nostro settimanale è stato un appuntamento fisso. Uno spazio di ascolto e di riflessione guidato dalla professionalità e dall’umanità di Silvia Vegetti Finzi. Il nome, La stanza del dialogo, lo aveva scelto insieme all’allora caporedattore di «Azione», Peter Schiesser, che aveva fortemente voluto la sua collaborazione. Fin dal nome gli intenti di questa rubrica amatissima dai lettori erano dunque chiari: aprivamo le nostre pagine ai lettori, ai loro interrogativi, alle loro riflessioni, alle loro paure, alle loro esperienze. L’ambizione era quella di fornire ascolto e risposte. Attraverso la penna di Silvia questo piccolo miracolo di condivisione è avvenuto per anni. Ora è tempo di chiudere questo bel capitolo. Chi scrive lo fa con il magone perché Silvia non è stata al fianco solo dei lettori ma di tutta la redazione, per anni è stata una confidente paziente e disponibile, una collaboratrice sempre pronta a dare un suo contributo di valore al giornale; ricordo, ad esempio, durante il periodo del Covid le sue «Riflessioni durante la pandemia». Gli acciacchi legati all’età, mi confida in questa intervista con la quale saluta i suoi lettori, non le permettono più di continuare a scrivere per «Azione», la sua voce è limpida come sempre quando me lo dice al telefono e non è per nulla lamentosa, anzi il messaggio che qui riportiamo è di fiducia e di ottimismo. Vent’anni fa nella prima Stanza del dialogo che pubblicammo nell’ottobre 2006 tu scrivevi: «…ora la vita privata è diventata così problematica da richiedere modi nuovi di conoscere, di comunicare e di agire. Nei rapporti tra coniugi, genitori e figli, nonni e nipoti non vi è più nulla che vada da sé. Che segua i solchi della tradizione, che si possa affrontare con semplice buon senso. Spesso, nei momenti più difficili, ci sentiamo frastornati in un vortice di suoni, parole, immagini,
messaggi che ci circondano ma non c’incontrano. Avvertiamo allora il bisogno di un luogo di silenzio e ascolto, ove parlare di sé, non per sfogarsi, ma per esprimere pensieri ed emozioni, per superare ostacoli che sembrano insormontabili, ma che, una volta raccontati e condivisi, si ridimensionano e lasciano emergere possibili soluzioni». Sono trascorsi vent’anni eppure questa introduzione potrebbe essere scritta oggi, non credi? Altro che! Forse oggi la situazione si è ulteriormente aggravata per un nuovo problema, una nuova difficoltà che è l’eclisse del futuro. In questi 20 anni molte speranze e molte illusioni sono crollate, le giovani generazioni si trovano spaesate, i genitori sono preoccupati. Per fortuna in famiglia ci sono i nonni, i quali, avendo vissuto tempi migliori, come i felici anni 60, gli innovativi anni 70, i cambiamenti e il femminismo degli anni 80, portano una visione più positiva. I nonni sono una forma di speranza, che rassicura la famiglia e che suggerisce alle generazioni più giovani l’idea che come c’è stato un buon passato ci può essere anche un buon futuro. Tu hai aperto una Stanza del dialogo e i lettori hanno risposto subito. In questi anni sono stati numerosi coloro che ti hanno scritto e confidato dubbi, timori, esperienze, idee, riflessioni chiedendoti un’opinione o un consiglio. Come hai vissuto questo dialogo? È stato più un dare o un ricevere? Per me è stata sicuramente un’esperienza importante nell’ambito della mia vita. È però difficile dare una misura di quanto si riceve e quanto si dà, perché quando esiste un affetto, un’amicizia, una corrente d’amore penso che il dare e il ricevere si confondano. Comunque è stata una grande passione, credo di esserne uscita più matura, più consapevole. Questo non vuol dire che io nella Stanza del dialogo abbia esposto una
Silvia Vegetti Finzi è stata professoressa di Psicologia all’Università di Pavia, ha lavorato come psicoterapeuta e saggista ed è scrittrice.
forma di saggezza, la saggezza del passato non c’è più, i tempi cambiano troppo rapidamente e possiamo solo crescere insieme. Nella tua vita professionale sei stata psicoterapeuta, insegnante e scrittrice. Sono tutti modi diversi di entrare in contatto con gli altri, in quale ruolo ti sei sentita più appagata? Direi che questi ruoli sono accomunati dal fatto di essere costituiti soprattutto dall’ascolto. In questi ruoli ho ricevuto le esperienze degli altri, ho accolto vite possibili oltre la mia e quindi mi hanno permesso un arricchimento incredibile in tutti i casi. Inoltre resto convinta che sia importante la narrazione, cioè che di fronte a emozioni spesso oscure e passioni incontrollabili sia importante dare voce alle nostre esperienze e condividerle perché solo così, sapendo da dove veniamo, possiamo capire dove stiamo andando. Oggi ti accomiati dai nostri lettori, i limiti dell’età si fanno sentire ci hai detto e cerchi la tranquillità. Come affronti questa stagione della vita? La quarta età è una stagione della vi-
ta che reca in modo ineluttabile degli acciacchi, per dare loro un nome che si dava una volta. Credo, però, che ci sia molto di positivo nel fatto di condividere quest’età. Io vivo in una comunità di anziani, per non dire di vecchi, e c’è un’amicizia, uno scambio di parole, di opinioni, una cura reciproca e un aiuto che fa sentire ancora bella questa quarta stagione della vita. Sta per uscire il tuo ultimo libro, ci puoi dire di cosa parla? Molto volentieri. Questo libro di fatto continua la storia della mia vita oltre la prima infanzia. Continua, dunque, la narrazione del primo libro dedicato alla mia vita che si intitola Una bambina senza stella. Questo secondo libro inizia quando io ho l’età di 9 anni e mi descrivo fino a quando io ne ho 14. I tempi sono stati tempi particolari, sono stati gli anni di quel cosiddetto miracolo economico e nel mio racconto osservo l’avvento, ciò che viene prima dello scoppio del miracolo economico e lo faccio con gli occhi di bambina, quindi con una vista dal basso, da dove si colgono con meraviglia dei particolari che rappresentano poi lo sviluppo ma che sfuggono allo
sguardo alto degli adulti. I bambini sanno avere uno sguardo di meraviglia che coglie il piccolo ma sappiamo che nel piccolo, nel minuscolo, nella microvita trovano posto anche i grandi eventi. Come si intitola? Sono ancora incerta ma credo che il titolo sarà Il mondo nel cortile, perché la storia si svolge tutta nel microcosmo del cortile dove io sono cresciuta nella periferia di Brescia. Raccolgo le filastrocche, i giochi, gli incontri e gli scontri di quel piccolo mondo estremamente vivace e in questo modo man mano racconto la storia delle donne fino a cogliere quello che i grandi rapporti di statistica ed economia non hanno colto, cioè il rapporto delle donne, la loro evoluzione che in quegli anni le ha viste passare da casalinghe a lavoratrici. Spesso è stato un lavoro in nero rimasto misconosciuto ma penso che l’autonomia economica abbia segnato l’inizio dell’emancipazione femminile. Con quali pensieri vorresti salutare i lettori di «Azione»? Innanzitutto vorrei ringraziare di tutto cuore i lettori soprattutto quelli che mi hanno corrisposto perché hanno costituito il cuore della Stanza del dialogo. Io rappresento la generazione dei nonni, quella che è stata chiamata la generazione felice e che porta uno sguardo positivo sul mondo, dimostrando che anche dopo la notte più scura viene sempre il mattino. Ci tengo molto a mandare questo messaggio di fiducia e di speranza, perché ho vissuto un mondo in cui ogni giorno era migliore dell’altro mentre adesso sembra che ci sia una stagnazione che immobilizza tutto. Rimango convinta, però, che le nuove generazioni sapranno assumersi e lo stanno già facendo una nuova responsabilità di fronte alla crisi della natura e di fronte alle guerre che insanguinano il mondo.
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Viale dei ciliegi Chiara Tartagni Rücken e ritorno, Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Edizioni Curci (Da 8 anni)
«Immagina di vivere in carrozze e in dimore sconosciute dai sei ai diciassette anni, e nel contempo fare musica, comporre, esibirti». Così Chiara Tartagni si rivolge alle giovani lettrici e ai giovani lettori nella postfazione del suo bel romanzo Rücken e ritorno, che racconta l’infanzia di Wolfgang Amadeus Mozart, il quale dal 1762 al 1773 fu quasi sempre in giro per l’Europa, prima con tutta la famiglia, ossia con il padre Leopold, la madre Anna Maria e la sorella Maria Anna detta Nannerl, e poi con il solo padre, che come sappiamo fu determinato a gestirne la carriera, anche con forti pressioni e controllo. Il racconto di Chiara Tartagni è tuttavia molto opportunamente centrato sulla vita interiore del giovane Wolfgang – «cosa desidero io davvero?» – e su quel passaggio così delicato dalla magia dell’infanzia alla più dolente consapevolezza dell’adolescenza; anche se alla magia dell’infanzia Mozart sapeva di poter sempre tornare,
di Letizia Bolzani
perché quel suo regno immaginario, chiamato Rücken, di cui egli si figurava il gioioso re, sarebbe sempre stato lì per lui, quando avesse voluto tornarvi, ogni volta che la vita adulta avesse rischiato di perdere la sua luce. Molti sono i personaggi che contornano la vita giovanile di Mozart, e alcuni di essi in questo racconto si stagliano in modo particolarmente struggente. A cominciare da Nannerl – «strepitosa musicista di cui sappiamo troppo poco» – tenera e complice con il fratellino; fino alla dolce figura della contessa van Eyck, sposata a un uomo molto più anziano, che morì giovanis-
sima proprio durante la permanenza dei Mozart a casa loro; al domestico Sebastian Winter, che per il piccolo Mozart disegnò la mappa del regno di Rücken (il racconto si chiude proprio con una lettera di Wolfgang a lui indirizzata); e perfino la futura regina di Francia, Maria Antonietta, conosciuta bambina durante un’esibizione del piccolo Mozart alla corte imperiale asburgica. Il volume è pubblicato dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in coedizione con Edizioni Curci. Le illustrazioni sono di Sara Zollo. Inquadrando il codice Qr si può ascoltare l’audiolibro e alcuni brani del compositore. Hervé Éparvier – Jean-Marc Langue Incredibile avventura a Dinoland Franco Cosimo Panini (Da 5 anni)
I «librigame», cioè quei libri in cui la trama è condizionata dalle scelte che il lettore, partecipante attivo al susseguirsi delle vicende, fa di volta in volta, ebbero una notevole fortuna negli anni Ottanta e poi conobbero un certo declino, dovuto forse all’avvento dei videogiochi (che permettevano
non solo di partecipare alla trama, ma anche di godere dell’aggiunta immersiva di effetti visivi e sonori). Oggi si assiste sorprendentemente a un ritorno di questi libri, con risultati interessanti (penso ad esempio ai romanzi di Andrea Angiolino o di Pierdomenico Memeo, per citare due autori italiani). Nel librogame (che si distingue dal librogioco, il quale prevede delle attività prettamente ludiche per i piccoli, e non delle scelte narrative), i lettori si trovano a più riprese di fronte a bivi (o anche a trivi, o quadrivi) in cui devono scegliere cosa far fare al protagonista (identificato con chi leg-
ge, e non a caso questi romanzi sono scritti spesso in seconda persona): in tal modo, a dipendenza delle scelte, si andrà a una pagina oppure a un’altra del volume. Negli ultimi tempi assistiamo a due novità: da una parte, questi librigame tendono a diventare degli «escapebooks» (sul modello del fenomeno delle Escape Rooms), dove non si tratta solo di scegliere come far agire il protagonista, ma occorre anche risolvere enigmi vari per aiutarlo ad uscire sano e salvo dalla sua avventura; dall’altra, tra questi libri interattivi cominciano ad apparire anche degli albi illustrati destinati a lettori più piccoli. L’albo che vi segnaliamo le esprime entrambe e saprà di certo affascinare i bambini, anche per l’ambientazione di sicuro successo del mondo dei dinosauri: il piccolo lettore o la piccola lettrice sono invitati a visitare il Parco Attrazioni Dinoland («dove sono stati ricreati geneticamente alcuni dinosauri»), ma le scelte si presentano sin dall’inizio: ci andrai con la nave o con un sottomarino? Per non parlare degli enigmi, labirinti, indovinelli, che troverai man mano che procedi. Buon divertimento e buona avventura!
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Muoversi, imparare, creare, incontrarsi
Una traccia di sangue, un orecchino: il femminicidio spesso inizia molto prima della morte vera e propria. (Foto dal lavoro Femicide di Flavia Leuenberger Ceppi)
Silenzioso racconto di dolore Premi ◆ Flavia Leuenberger Ceppi premiata allo Swiss Press Photo 2026 Simona Sala
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A volte, e non è un luogo comune, un’immagine può trasmettere più di molte parole. È il pensiero che colpisce chi guarda le immagini della fotografa ticinese (e nostra collaboratrice) Flavia Leuenberger Ceppi, che con il suo racconto silenzioso, uscito su «Le Temps» con il titolo Femicide, ha vinto il secondo premio dello Swiss Press Photo Award 2026. Un racconto che, in un dichiarato intento di scostarsi dalla cronaca, cerca di individuare una serie di tematiche legate al tragico fenomeno del femminicidio, il quale, anche in Svizzera, fa registrare dati sempre più allarmanti – senza contare le vicende di violenza di genere che riempiono la cronaca dei nostri giorni. L’approccio di Leuenberger al tema, se da una parte risulta asciutto (forse perché non legato a una vicenda specifica, è infatti intenzionale quel suo non soffermarsi su una esperienza particolare, onde evitare l’insidia di scivolare nella cronaca), dall’altra appare tanto più straniante per gli accenni, le allusioni, i non detti. E forse anche perché la fotografia è
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un mezzo espressivo per sua natura silenzioso, in questo si contrappone con fermezza al rumore – di urla, di colpi – che contraddistingue la maggior parte delle violenze, qui del tutto assente.
Il silenzio surreale che caratterizza il mezzo fotografico – e le immagini di Leuenberger – si contrappone al rumore della violenza Nessuna foto, nel proprio linguaggio muto e al contempo delicato, parla dell’omicidio in sé, ma ne cattura il prologo, come nel lavandino con l’orecchino di donna e la scia di sangue, nella radiografia della frattura di un osso del braccio, o l’epilogo, come nell’immagine del bambino – uno dei molti orfani che i femminicidi creano – celato da una tenda. «Credo sia giusto parlare del femminicidio e sensibilizzare la gente», spiega Flavia Leuenberger Ceppi, «ma, poiché le parole non sempre mi
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escono nel modo giusto, ho deciso di lavorare con l’immagine. Mi sono resa conto che a precedere un femminicidio vi sono sempre dei campanelli d’allarme e spesso la donna finisce in preda alla cosiddetta Sindrome della Donna Maltrattata (Battered Woman Syndrome), una sorta di senso di impotenza e adattamento al trauma continuo, quindi, la spirale di violenza che precede un femminicidio spesso inizia da molto lontano». Il problema della violenza è legato anche alla sua rappresentazione, non da ultimo per un certo rischio di emulazione, come parlarne, allora? «Ho dovuto trovare degli escamotage, come il lavandino con il filo di sangue. Nelle mie foto non ci sono persone terze, ma rappresentazioni simboliche, come i lamponi, scelti per il loro colore e la loro consistenza, o la pistola, appoggiata sopra oggetti di uso quotidiano come lo possono essere degli indumenti maschili. La radiografia, che sono riuscita a reperire online grazie all’aiuto di un medico, raffigura una tipica frattura da autodifesa dalle percosse. In fondo, non è importante a chi appartenga, perché il dolore e il lutto sono universali». La casa, la dimora, proprio quel luogo che un modo di dire definisce «casa dolce casa», molto spesso può trasformarsi nel teatro della violenza domestica, ed è per questo che Leuenberger l’ha scelta come palcoscenico della propria rappresentazione, è lì che la fotografa ha lavorato, perché è da lì che si deve partire, dalla necessità di una consapevolezza di quanto sia necessario proteggere, prevenire, perseguire. Affinché le scie di sangue restino simboliche, o meglio, possano finalmente diventarlo.
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Un bambino rimasto senza madre e una radiografia di una frattura derivante da violenza domestica. (Foto dal lavoro Femicide di Flavia Leuenberger Ceppi)
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di Tiziano Fratus
Alberi per le città europee del futuro ◆
Lo vediamo e lo sentiamo: questa rovente estate che i climatologi promettono sarà una delle più fresche dei prossimi decenni, ci ha messo in ginocchio; attaccati ai condizionatori e alle ventole per almeno due mesi, ha messo a nudo tutti i peccatucci che avevamo finto di non conoscere o di non prevedere. Non singoli cataclismi, tipo Vaja, con il suo abbattimento di milioni di alberi tra Trentino, Friuli e Veneto, ma una stagione intera di temperatura extraordinaria e costante, non quella solita catena di giorni di canicola ruggente, come vediamo anche nei film di qualche tempo fa, magari ambientati a New York o in una Roma da cartolina, ma l’estate, integralmente. E così, tra le molte conseguenze, risulta evidente che le nostre città non potranno rinnovarsi così come sono, molte specie botaniche sof-
frono il caldo continuativo, costante, opprimente. E se da un lato i nostri commentatori scientifici e ambientali promettono milioni di nuovi alberi – ma bisognerà pure, prima o poi, fare i conti con i costi, con una manutenzione spesso scarsa e insufficiente, morie costanti – per calmierare il caldo e assicurare tre o quattro gradi di media di refrigerio, cosa certamente buona e giusta, dall’altro capiamo che alcune delle specie attualmente diffuse andranno a soffrire, e quindi bisognerà tropicalizzare le nostre città. Ma con quali specie? L’Agenzia Ambientale Federale tedesca, nel suo sesto Rapporto di valutazione del gruppo intergovernativo sul Cambiamento Climatico, prevede un aumento della temperatura mondiale entro l’anno 2100 compresa tra l’1,4 e il 4,4%, una stima crescente rispet-
Alimentazione
to alle stesse proiezioni di alcuni anni addietro, a dimostrazione che il cambiamento climatico è in fase di netta accelerazione. Maggiore intensità di calore porta necessariamente a rivedere l’intera filiera delle produzioni agricole, a partire dalle sementi disponibili per le culture più diffuse e richieste dal mercato, vedi anzitutto i cereali, preferendo culture che non necessitano di ingenti quantità di acqua, bene che sarà evidentemente sempre più scarso, dato lo scioglimento dei ghiacciai sulle nostre montagne e i livelli negativi record di siccità dei grandi fiumi. In Italia lo si sta vivendo in anticipo rispetto a quanto accadrà in Svizzera e in Germania, e presumibilmente nel resto del continente. Basti l’esempio che riguarda il fiume Po: lo scorso 31 luglio, nel Cremonese, è stato segnato un nuovo record, 8 metri e
59 cm sotto lo zero idrometrico. E il Tevere a Roma non se la passa poi meglio, con le rocce dei fondali che affiorano a vista d’occhio. Ora, le amministrazioni delle città e dei centri abitati avranno molto a cui pensare, per tentare di contrastare questa ondata di caldo che stazionerà sulle nostre case per mesi; ammesso che piantare alberi sia la soluzione, o una delle soluzioni più indicate e percorribili, insieme alla de-cementificazione di piazze, viali e aree urbane, anche gli alberi del futuro cambieranno. Le piante del futuro dovranno, ad esempio, sapersi adattare a lunghi periodi di siccità e calore, sopportare il compattamento del suolo, resistere a periodi di freddo invernale. Attualmente nelle nostre città gli alberi più presenti sono: platani, tigli, aceri, bagolari, frassini, carpini, ippocasta-
ni, cedri, cipressi, querce varie, pini, faggi, pioppi, tassi, magnolie, storaci, tassodi, robinie, olmi, noci del Caucasso e ciliegi. In futuro potremo assistere a un sensibile aumento di alberi esotici provenienti da Australia e Sudamerica, quali araucarie, ficus, pini extracontinentali (punteruolo rosso permettendo), jacarande (come non notarle a Palermo e non ammirarle nei lunghi e vasti viali di Buenos Aires!) e altre varietà più adatte alla calura estiva. Sarà così anche a Lugano, Ginevra, Losanna e Zurigo? Anche i laghi subiranno un cambiamento, anzi, probabilmente saranno tra gli ecosistemi che alle nostre latitudini subiranno maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico che è in atto, sperando che non sia la desertificazione il loro e il nostro futuro.
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di Laura Botticelli
Mangiare selvaggina è sano? ◆
Buongiorno Laura, il mio nuovo compagno è un cacciatore: ha il congelatore pieno di cervo e cinghiale e preferisce mangiare questa carne piuttosto che il pollo o il tacchino di allevamento del supermercato che dice che sicuramente sono pieni di antibiotici e chissà cosa altro. A me piace la selvaggina, ma l’ho sempre mangiata solo occasionalmente al ristorante ma mai così appena cacciata e neanche così frequentemente e ne ho un po’ timore. È sana per la salute? A cosa dovrei fare attenzione? La ringrazio e saluto cordialmente, Rosaria Buongiorno Rosaria, la ringrazio per questa domanda «originale». La selvaggina, intesa come carne di cinghiale, cervo, capriolo e lepre è considerata carne rossa. Se guardiamo da vicino i valori nutrizionali mostrano che la selvaggina è più magra, con meno grassi totali rispetto alla carne di maiale o di manzo. Anche
nello specifico ha meno grassi saturi ed è più ricca di ferro, zinco e proteine di alta qualità. Resta però una carne rossa, e secondo World Health Organization (IARC) il consumo elevato di carne rossa è associato a un maggior rischio di tumore del colon-retto. Il rischio è più elevato per le carni processate e per la quantità di grassi saturi presenti nella carne rossa e di additivi e nitriti: è vero che la selvaggina ne ha pochi, e se la si mangia fresca e non, per esempio, in forma di salume, ha meno composti potenzialmente dannosi ma comunque non è considerata a «rischio zero». Il problema principale non è la carne in sé, ma il metodo di cottura. Le alte temperature, in generale, bruciano la carne che poi forma ammine eterocicliche e idrocarburi policiclici che sono delle sostanze che danneggiano il DNA, e possono portare a tumori. È meglio evitare quindi il grill e punta-
re piuttosto sulla preparazione di stufati, arrosti in forno a 160°C, o padella a fiamma dolce girandola frequentemente. Un altro trucco che può aiutare è aggiungere la marinatura con olio, limone, rosmarino prima di cuocere la carne perché è dimostrato che riduce le sostanze dannose, e accompagnarla con verdure. Si dovrebbe fare attenzione alla possibile presenza di piombo che deriva dalle munizioni e da una cattiva lavorazione della carne. Vivendo in ambiente naturale l’animale può essere esposto anche a contaminanti presenti nel suolo e nell’acqua, come metalli pesanti o inquinanti persistenti. È vero che in Svizzera i livelli di contaminanti sono generalmente bassi nella carne ma possono essere comunque più elevati negli organi come fegato e reni che li possono accumulare naturalmente. Se consideriamo l’aspetto ambientale, ovviamente, si può dire che
la selvaggina abbia un valore aggiunto rispetto alla carne rossa di allevamento, in quanto ha un minore impatto in confronto ad un allevamento intensivo di altri animali. In generale, le linee guida consigliano di consumare tutta la carne rossa, compresa la selvaggina, massimo 350– 500 g a settimana (cotta). Il consumo di carne rossa va quindi intercalato con l’assunzione dei legumi, delle uova, del pesce, dei formaggi e della carne bianca come indicato dalla piramide alimentare. In merito alla paura degli antibiotici nei polli, devo dire che la normativa Svizzera è una tra le più restrittive dell’Europa. L’uso di antibiotici infatti può avvenire solo per curare gli animali malati e non possono essere usati per farli crescere più velocemente o come sistema di prevenzione. Inoltre, esiste un sistema di monitoraggio e c’è l’obbligo di «tempo di sospensione» dove l’animale non può essere macel-
lato finché il farmaco non è eliminato. Grazie a tutto ciò la carne in commercio non contiene residui significativi. In conclusione, mi sento di dire che la selvaggina può essere una scelta nutrizionalmente valida e sostenibile, un ottimo sostituto alla carne rossa di allevamento, purché inserita con moderazione in un’alimentazione varia ed equilibrata. Vi consiglio quindi di non esagerare nel suo consumo e di fare la spesa verificando l’origine della carne bianca, preferendo quella di origine Svizzera e cercando i marchi che garantiscono che gli animali abbiano avuto un buon allevamento incentrato sul loro benessere e all’aperto. Informazioni Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)
La vostra pubblicità su Azione eentra Settimanale d’informazione culturain 80 mila dellaeCooperativa MigroseTicino case in Ticino nel Moesano raggiunge 117 mila lettori. Informazioni dettagliate su www.azione.ch/inserzioni-pubblicitarie Redazione Azione Casella Postale 6315, CH-6901 Lugano Telefono +41 91 922 77 40 info@azione.ch
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Caccia al tesoro
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ATTUALITÀ ●
Svizzera – 1 La siccità picchia duro sull’agricoltura, a colloquio con Markus Ritter, presidente dell’Unione svizzera dei contadini
Maîtres à penser Nella prima parte dell’anno ci hanno lasciato due grandi pensatori della contemporaneità: Jürgen Habermas e Edgar Morin
Svizzera – 2 Presto voteremo sulla neutralità e a confrontarsi sono due visioni diverse di questo concetto: la neutralità dinamica e la neutralità rigida
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Giovani a Mumbai. l’India Ha una popolazione più giovane e dinamica, e questo rappresenta un vantaggio economico e produttivo, ma questo vantaggio da solo basta a far diventare l’India la nuova Cina. (Wikimedia commons)
India, la prossima fabbrica del mondo?
Geopolitica ◆ Molti analisti osservano ammirati la sua crescita economica e si chiedono se presto non prenderà il posto della Cina Francesca Marino
Il paragone tra Cina e India è diventato ormai, da questa parte del mondo, una specie di filone letterario: «Cindia», «l’elefante e il dragone» e via banalizzando vengono spolverate e rispolverate ogni volta che si parla dello sviluppo economico a est delle nostre esautorate economie. E da qualche anno a questa parte, poi, ogni volta che una multinazionale apre una fabbrica in India c’è qualcuno che annuncia la fine della Cina. La Cina per il momento non sembra essersene accorta, e in verità nemmeno l’India. La questione, però, non è peregrina: con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, un’economia che continua a crescere a ritmi superiori a quelli di quasi tutte le altre grandi potenze e un numero crescente di aziende occidentali intenzionate a ridurre la propria dipendenza da Pechino, l’India appare come il candidato naturale a diventare la prossima fabbrica del mondo. E i numeri, almeno a prima vista, sembrano darle ragione.
Mentre Pechino deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione Nuova Dheli mostra una spinta propulsiva notevolissima Il Fondo monetario internazionale ha previsto per il 2026 una crescita indiana del 6,4 per cento, contro il 4,6 della Cina. L’India è ormai la grande
economia che cresce più rapidamente, sostenuta da consumi interni, servizi e investimenti, mentre Pechino deve fare i conti con l’invecchiamento della popolazione, una domanda interna debole e un modello economico che mostra da tempo evidenti segni di affaticamento. Non solo: dopo la pandemia, le guerre commerciali e la crescente rivalità strategica tra Washington e Pechino, aziende e governi occidentali hanno scoperto che affidare una parte enorme delle proprie catene produttive a un unico Paese poteva essere poco prudente. Nessuno pensa seriamente di abbandonare la Cina dall’oggi al domani: l’obiettivo è avere almeno un’alternativa. È la strategia definita China+1, di cui stanno già beneficiando Vietnam, Indonesia e Messico. Nessuno di questi possiede però le dimensioni dell’India, né un mercato interno altrettanto grande: una multinazionale che trasferisce una fabbrica in Vietnam o in Indonesia trova una buona base produttiva; in India, oltre a questa, trova anche centinaia di milioni di potenziali consumatori. Un buon esempio è costituito dal mercato dei telefoni cellulari. Le esportazioni indiane di elettronica sono aumentate del 24 per cento nell’ultimo anno fiscale e gli smartphone sono diventati uno dei principali prodotti esportati dal Paese. Apple e Samsung hanno ampliato la produzione locale, mentre Foxconn
e altri grandi fornitori internazionali stanno costruendo una rete industriale che solo pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare. Nel 202425 l’India ha prodotto telefoni cellulari per circa 60 miliardi di dollari, esportandone per oltre 21 miliardi. Il problema è che assemblare milioni di iPhone non significa ancora essere diventati la Cina.
Le esportazioni di elettronica sono aumentate del 24% e gli smartphone sono uno dei principali prodotti esportati La vera forza dell’industria cinese non consiste infatti nei salari bassi, che ormai spesso bassi non sono neppure più, ma nell’ecosistema costruito in quarant’anni: porti, ferrovie, autostrade, energia, componentistica, fornitori, tecnici specializzati e interi distretti industriali nei quali quasi ogni pezzo necessario per costruire un prodotto può essere trovato a poche ore di distanza. Spostare l’assemblaggio è relativamente semplice; spostare tutto quello che c’è dietro lo è molto meno. Ed è qui che emerge il paradosso indiano. Delhi vuole diventare l’alternativa alla Cina, ma per costruire quell’alternativa ha ancora bisogno della Cina. Nell’anno fiscale 2025-26 l’India ha importato dalla Repubblica po-
polare merci per circa 132 miliardi di dollari, con un deficit commerciale superiore ai 100 miliardi. Dalla Cina arrivano macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, celle solari, batterie e materiali indispensabili proprio a quelle industrie che il governo indiano vorrebbe rendere autonome. Persino molte aziende che vendono prodotti orgogliosamente Made in India dipendono in qualche punto della catena da componenti o tecnologie cinesi. L’India sta guadagnando pezzi delle catene produttive mondiali, soprattutto nell’elettronica, ma è molto lontana dall’avere sostituito l’enorme piattaforma manifatturiera cinese. Ci sono poi problemi meno spettacolari di un nuovo stabilimento Apple ma assai più difficili da risolvere. La qualità delle infrastrutture cambia enormemente da uno Stato indiano all’altro, così come la burocrazia, l’accesso ai terreni e l’affidabilità amministrativa. Il sistema giudiziario è lento, la formazione professionale non riesce ancora a fornire ovunque le competenze richieste dalle industrie più sofisticate e soprattutto rimane aperta la questione fondamentale dell’occupazione. Per l’India non basta infatti crescere. Deve creare lavoro per una popolazione giovane immensa. È contemporaneamente il suo maggiore vantaggio rispetto alla Cina, che invecchia rapidamente, e la sua più grande scommessa. Ma proprio qui il confronto
comincia a perdere senso. Perché l’India non deve necessariamente diventare la nuova Cina. La Cina è diventata la fabbrica del mondo in una fase storica irripetibile, quando la globalizzazione premiava la concentrazione delle catene produttive, la manodopera a basso costo era determinante e la sicurezza strategica interessava assai meno dell’efficienza. Oggi il principio è quasi opposto: diversificare, distribuire il rischio, evitare che una crisi geopolitica possa bloccare produzione e approvvigionamenti in mezzo mondo. In questo scenario l’India non ha bisogno di sottrarre alla Cina ogni fabbrica. Le basta diventare uno dei pochi Paesi senza i quali le nuove catene produttive globali non possono essere costruite. Ha le dimensioni, il mercato, le competenze tecnologiche e soprattutto il peso politico per farlo. Washington, Bruxelles e Tokyo non la corteggiano soltanto perché cresce al sei per cento: la corteggiano perché è l’unica grande potenza asiatica che possa controbilanciare strutturalmente la Cina senza essere un satellite degli Stati Uniti. Delhi, naturalmente, intende incassare i vantaggi senza diventarlo, continuando contemporaneamente a commerciare con Pechino, comprare petrolio dalla Russia e presentarsi come portavoce del Sud globale. E potrebbe diventare uno dei Paesi intorno ai quali verrà ridisegnata la geografia economica e strategica del mondo.
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ATTUALITÀ
«La siccità non è ancora finita»
Svizzera ◆ Quali conseguenze ha avuto l’estate torrida sull’agricoltura? E cosa significano i raccolti ridotti per i prezzi degli alimenti? Markus Ritter, presidente dell’Unione Svizzera dei Contadini, fa il punto della situazione Nina Huber
Markus Ritter, le piogge degli ultimi giorni hanno allentato la pressione sulle aziende agricole? Siamo grati per ogni goccia d’acqua. Tuttavia, la siccità non è ancora finita. Il terreno è talmente arido che l’acqua è riuscita a penetrare solo in misura limitata negli strati più profondi del suolo.
zione e nello stoccaggio dell’acqua. In Svizzera esistono però circa 6700 aziende d’estivazione e non è possibile effettuare tutti gli investimenti contemporaneamente. L’irrigazione da sola non basterà a risolvere il problema, giusto? Esatto. L’irrigazione può coprire solo superfici limitate. In una giornata molto calda il terreno necessita di circa 5 millimetri di precipitazioni. Per un’azienda di 40 ettari significa due milioni di litri d’acqua al giorno. La pioggia è semplicemente insostituibile.
In qualità di presidente dell’Unione Svizzera dei Contadini, è in stretto contatto con le agricoltrici e gli agricoltori. Qual è oggi la loro principale preoccupazione? La pressione psicologica. In particolare, l’allevamento soffre per la grave carenza di foraggio. Molti animali hanno dovuto lasciare gli alpeggi in anticipo e, in alcuni casi, essere macellati troppo magri, perché manca foraggio anche nelle aziende di fondovalle. Le entrate diminuiscono, mentre aumentano le spese per acquistare mangime. Nell’estate del 1947, caratterizzata da una forte ondata di caldo, alle mucche si davano da mangiare pere in autunno. Cosa succederà quest’anno se le scorte per l’inverno sono già esaurite? In alcune regioni l’erba potrebbe ricrescere da qui all’autunno. Altrove, invece, i pascoli sono talmente danneggiati che difficilmente si riprenderanno entro quest’anno. Stiamo importando foraggio dalla Germania settentrionale, dalla Polonia e da
Due milioni dalla Migros Migros mette a disposizione dell’agricoltura svizzera due milioni di franchi per sostenere le aziende finite in difficoltà finanziarie a causa del persistere del caldo e della siccità. «L’agricoltura svizzera è fondamentale per l’approvvigionamento del nostro Paese. Proprio in una situazione straordinaria come quella dell’attuale siccità è importante assumersi rapidamente le proprie responsabilità e sostenere le contadine e i contadini colpiti», afferma Mario Irminger, presidente della Direzione generale della Federazione delle cooperative Migros.
L’allevamento soffre per la grave carenza di foraggio. Molti animali hanno dovuto lasciare gli alpeggi in anticipo e, in alcuni casi, essere macellati troppo magri. (Magnific.com)
altri Paesi ancora più lontani. Tuttavia, la qualità non è paragonabile a quella del nostro fieno e questo avrà ripercussioni anche sulla produzione di latte. Quali sono le conseguenze della siccità per i raccolti? Per le patate prevediamo perdite di almeno il 20-30 per cento. In vaste superfici, le barbabietole da zucchero non potranno essere raccolte. Si registrano danni importanti anche per il mais. Mele e patate sono molto più piccole del normale. Siamo però fiduciosi che quest’anno i grandi distributori accetteranno e venderanno anche prodotti di calibro ridotto. Cosa significa tutto questo per le consumatrici e i consumatori? I prezzi aumenteranno, anche se soltanto di pochi centesimi. A pagare il prezzo più alto sarà però l’agricoltura stessa. Per l’andamento dei prezzi sarà determinante anche l’evoluzio-
ne della situazione all’estero, dato che la siccità colpisce ampie zone dell’Europa. A quanto ammontano i danni? Al momento stimiamo perdite per almeno mezzo miliardo di franchi. L’entità precisa sarà chiara solo dopo i raccolti. Quali misure possono aiutare nell’immediato le famiglie contadine? Stiamo conducendo colloqui costruttivi sui prezzi con grandi distributori come Migros, che riconoscono parte dei costi supplementari legati alla siccità. Apprezziamo inoltre il fatto che sia stato possibile autorizzare rapidamente l’importazione di foraggio esente da dazi. Stiamo ora valutando la possibilità di concedere prestiti federali alle aziende maggiormente colpite, per garantire la liquidità necessaria. Questa estate torrida non è arrivata
Markus Ritter Da quattordici anni è presidente dell’Unione Svizzera dei Contadini. Consigliere nazionale del Centro, quattro anni fa ha affidato ai figli la gestione della sua azienda agricola biologica di Altstätten, nel Canton San Gallo. (Wikipedia)
all’improvviso. Le aziende agricole si sono preparate troppo poco a estati di questo tipo? No. Molte hanno modernizzato le stalle con ventilatori e impianti di raffreddamento e hanno investito in sistemi di irrigazione, soprattutto negli alpeggi. In questi ultimi si è investito molto anche nella capta-
Sul lungo periodo l’agricoltura dovrà adattarsi? Sì. Le colture più resistenti al caldo acquisiranno maggiore importanza. Tuttavia, la combinazione registrata quest’anno di scarse nevicate in inverno, primavera secca e settimane di caldo e siccità estremi ha messo in difficoltà perfino il mais, che ama il caldo, e i prati artificiali con piante a radice profonda. Parallelamente sono necessari sforzi politici per contrastare il cambiamento climatico, anche a livello internazionale. Con estati sempre più calde, l’economia alpestre e l’allevamento bovino continueranno ad avere senso? Sì. La Svizzera dispone ancora di importanti riserve idriche e di vaste superfici montane che non sono adatte alla coltivazione agricola. Le mucche contribuiscono a mantenere aperti gli alpeggi, favorendo così la biodiversità, e producono un prezioso fertilizzante naturale che fa parte del ciclo agricolo. Quanto tempo servirà ai campi e agli animali per riprendersi dopo quest’estate? Le colture agricole possono essere riseminate l’anno successivo. Per le aziende zootecniche che hanno ridotto il numero di capi il recupero richiederà invece più tempo. Perché un vitello diventi una vacca da latte occorrono dai due ai tre anni. Che cosa si augura per l’agricoltura svizzera? Pioggia! E che le nostre famiglie di agricoltori mantengano la calma e non si arrendano. Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ
Habermas e Morin, l’eredità di due giganti
Scienze sociali ◆ I pensatori che ci hanno lasciato negli ultimi mesi hanno esplorato la complessità e la razionalità del nostro tempo Orazio Martinetti
In questa prima metà dell’anno la comunità delle scienze sociali ha perso due intellettuali che hanno segnato con le loro idee il secondo dopoguerra: prima, il 14 marzo, Jürgen Habermas (nato nel 1929) e poi, il 29 maggio, Edgar Morin (1921). Tedesco il primo, francese il secondo. Ambedue editorialmente prolifici e tradotti in tutte le principali lingue del mondo. Habermas autore impervio, spesso contorto, bestia nera dei traduttori; Morin più accessibile attraverso una prosa in cui riversava anche esperienze autobiografiche. Tutti e due appartenenti all’area di sinistra, ma sempre da una posizione vigile e critica. Agli inizi comunista e anti-europeista, Morin ha poi percorso una sua via, diventando il pensatore della «complessità», tema del suo ponderoso «opus magnum» in sei volumi, reperibili in italiano nel catalogo Raffaello Cortina. Nemico di ogni ortodossia, di ogni fideismo, non ha tuttavia rinunciato a misurarsi con Marx, al quale ha dedicato una serie di saggi raccolti nel volume Pro e contro Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi. Più ingombrante l’eredità con cui Habermas dovette fare i conti durante la guerra fredda: la Scuola di Francoforte, fondata negli anni Trenta da Horkheimer, Adorno e Marcuse, figure che ancora oggi non smettono di interrogare filosofi e sociologi e perfino, come nel caso di Adorno, i musicologi e i critici letterari. Se la parola-chiave dell’opera di Morin è «complessità», quella che contraddistingue meglio il lascito di Habermas è «razionalità», concetto che egli riprende da Max Weber. Solo una politica retta da una disposizione razionale è garanzia di buon governo. Ragione significa infatti analisi scientifica della situazione, deliberazione democratica, trasparenza dei criteri, informazione corretta. Nel corso degli anni 70-80 le complesse architetture teoriche habermasiane filtrarono anche nel nostro dibattito, ancora molto ossificato, attraverso la media-
Il filosofo tedesco Jürgen Habermas (nato nel 1929) è scomparso il 14 marzo. (Wikimedia Commons)
zione di Virginio Pedroni, Marcello Ostinelli, Alberto Bondolfi, Enrico Morresi. Ci si rese conto che le categorie ideologiche del post ’68 non funzionavano più e che occorreva prestare attenzione ai cambiamenti che nel frattempo erano intervenuti nella società, nel mondo del lavoro e della rappresentanza sindacale, nei costumi e nelle aspirazioni dei giovani.
Il Gulag e Auschwitz Habermas si ritrovò inoltre a fare i conti con il greve passato della Germania, con l’incerta identità tedesca, con i dubbi legati alla riunificazione del Paese dopo il 1989. Vastissima eco ebbe il suo confronto-scontro con lo storico Ernst Nolte, che nel 1986 intese sostenere che tra il bolscevismo e il nazismo sus-
Il filosofo francese Edgar Morin (classe 1921) è scomparso lo scorso 29 maggio. (Wikimedia Commons)
sistesse un nesso causale; che il terrore rosso, iniziato con la Rivoluzione d’ottobre, avesse anticipato le politiche di sterminio messe in atto dopo il 1933 dal regime nazista e dunque funto da esempio. La polemica, entrata negli annali sotto l’espressione «Germania: un passato che non passa», è ancora oggi non del tutto sopita.
Tutti e due sono appartenuti all’area politica della sinistra ma mantenendo sempre una posizione vigile e critica sulla realtà Morin ha invece rivolto le sue cure alla scuola, alla formazione, insistendo sulla necessità di riformare l’insegnamento e i piani di studio: una revi-
sione radicale dell’organizzazione dei saperi, da non più considerare come disgiunti e frazionati, ma come campi interconnessi, da affrontare con metodi interdisciplinari. Manifesto di questo approccio è il volume La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, del 1999.
Una missione civilizzatrice Sia Habermas che Morin si occuparono intensamente dell’Europa, delle sue radici, del suo cammino, delle forme istituzionali assunte nel tempo e del suo salto da Comunità ad Unione. Habermas, europeista della prima ora, ha sempre guardato all’Ue con un occhio benevolo, ma ogni volta sollecitando riforme che garantissero un’effettiva partecipazione dei cittadini all’edificazione della
casa europea e una «maggiore cooperazione fiscale, economica, politica e sociale». Innumerevoli i suoi interventi, tra articoli, saggi, interviste, successivamente radunati nei «piccoli scritti politici», sempre editi da Suhrkamp. L’Europa in costruzione è stata pure al centro delle riflessioni di Morin, a partire da Pensare l’Europa, in cui perorava la missione positiva e civilizzatrice del vecchio continente dentro un quadro internazionale sempre più dominato dalle grandi potenze extra-europee. Habermas e Morin lasciano un’opera multiforme, ammirevole per ampiezza di temi e profondità analitica, sia nella filosofia che nella sociologia, sostenuta da puntuali incursioni nella sfera pubblica, al fine, come recita il titolo dell’ultima intervista ad Habermas, di costruire «un mondo migliore». Annuncio pubblicitario
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ATTUALITÀ
La nostra neutralità, in un mondo complesso
Svizzera ◆ Prima di discutere sanzioni, alleanze e buoni uffici, occorre distinguere il diritto dalla morale e lo Stato dall’individuo Luca Tenzi
Il 27 settembre gli elettori svizzeri saranno chiamati a pronunciarsi sull’iniziativa popolare che propone di iscrivere nella Costituzione una definizione più vincolante della neutralità, limitando in particolare l’adozione di sanzioni contro Stati belligeranti e la cooperazione con alleanze militari. Si tratta di un voto importante perché non mette in discussione l’esistenza della neutralità svizzera, bensì il modo in cui essa dovrà essere interpretata e applicata in futuro. La neutralità è una di quelle parole che sembrano avere un significato evidente. In Svizzera è principio politico, strumento di sicurezza, elemento identitario e, per alcuni, persino un tratto caratteristico della nostra storia nazionale. Proprio per questo tendiamo ad attribuirle funzioni diverse e talvolta incompatibili: proteggerci dai conflitti, legittimare le nostre scelte di politica estera, favorire la mediazione internazionale e persino indicarci una posizione morale di fronte ai grandi eventi del nostro tempo.
Un contesto infuocato Con il ritorno della guerra in Europa e le crisi che scuotono il Medio Oriente, il dibattito si è inevitabilmente riacceso. Le sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, la guerra a Gaza e le tensioni tra Israele, Stati Uniti e Iran hanno alimentato una domanda ricorrente: la Svizzera è ancora neutrale? La domanda è legittima, ma rischia di generare più confusione che chiarezza se non si definisce prima chi debba essere neutrale: lo Stato, il Governo, il diplomatico o il cittadino. Non è una sottigliezza linguistica. Dalla risposta dipende infatti il criterio con cui valutiamo molte decisioni politiche. Il termine deriva dal latino neuter, «né l’uno né l’altro», e indica la non appartenenza a una delle parti in conflitto. Tuttavia, per gli individui la neutralità è soprattutto un atteggiamento di imparzialità, la capacità di sospendere il giudizio o di non schierarsi. Per gli Stati, invece, è una condizione giuridica regolata da obblighi precisi. Uno Stato neutrale non è tenuto a rinunciare a ogni opinione; è tenuto soprattutto a limitare l’impiego del proprio potere in modo conforme alle regole della neutralità. L’individuo neutrale disciplina il proprio giudizio; lo Stato neutrale disciplina l’uso del proprio potere. Da qui deriva una seconda distinzione, altrettanto importante: quella tra diritto della neutralità e politica di neutralità. Il primo riguarda gli obblighi giuridici che si applicano durante un conflitto armato internazionale; la seconda
Basilea: la statua bronzea «Helvetia auf der Reise» (Helvetia in viaggio, a volte definita Helvetia stanca) dell’artista Bettina Eichin (foto c.s.).
di sovranità e una protezione contro le pressioni esercitate dai grandi blocchi geopolitici. Per altri è uno strumento di pace incompatibile tanto con l’avvicinamento alla Nato quanto con l’adozione di sanzioni economiche. Altri ancora la considerano una condizione favorevole ai buoni uffici, alle attività di mediazione e alla presenza delle organizzazioni internazionali sul territorio svizzero. Queste interpretazioni possono convergere nel sostegno alla neutralità, ma divergono spesso sulla sua concreta applicazione.
Due concezioni a confronto
comprende l’insieme delle scelte con cui la Svizzera cerca di rendere credibile, utile e riconoscibile la propria posizione nel mondo.
Distinzioni preziose Confondere questi due piani porta a considerare ogni decisione di politica estera come una violazione della neutralità oppure, all’opposto, a pensare che la politica disponga di una libertà senza limiti. In realtà, il diritto della neutralità non impone né il silenzio morale né l’immobilità diplomatica. Esso vieta di partecipare militarmente a un conflitto, di mettere il territorio nazionale a disposizione dei belligeranti e impone il rispetto di precise regole di trattamento nei confronti delle parti coinvolte. Neutralità non significa assenza di azione, ma disciplina dell’azione. Questo è probabilmente il punto più importante da tenere presente nel dibattito attuale. Resta però una questione fondamentale: è possibile essere neutrali e al tempo stesso partecipare alle organizzazioni internazionali, difendere gli interessi economici del Paese, attrarre investimenti esteri e svolgere un ruolo diplomatico attivo? Il Consiglio federale ricorda regolarmente che la neutralità non è un fine in sé, bensì uno strumento al servizio dell’indipendenza e della sicurezza della Confederazione. La sua efficacia dipende inoltre non solo da ciò che la Svizzera fa, ma anche da come il suo comportamento viene percepito all’estero. Si può
Una panoramica di Palazzo federale a Berna (foto c.s.).
infatti essere giuridicamente neutrali senza essere considerati tali da altri governi. Una parte importante delle polemiche degli ultimi anni nasce proprio da questa distanza fra diritto, politica e percezione. Guardando all’estero emerge che non esiste un unico modello di neutralità. Austria e Malta hanno consacrato la neutralità nei propri ordinamenti ma fanno parte dell’Unione europea e partecipano a diverse forme di cooperazione internazionale in materia di sicurezza. La Moldova proclama la neutralità permanente pur collaborando con l’Ue e con la Nato (ma la loro costituzione non è rispetta dai russi). Finlandia e Svezia, dopo decenni di neutralità o non allineamento, hanno invece deciso di aderire all’Alleanza atlantica. L’Irlanda mantiene una politica di neutralità militare fondata più sulla prassi che su un preciso dispositivo costituzionale. Questi esempi mostrano che la neutralità non è una formula unica e immutabile. Può assumere forme diverse e adattarsi a contesti geopolitici differenti. Anche per la Svizzera essa è stata interpretata nel corso del tempo in modo flessibile, pur mantenendo alcuni principi fondamentali.
Gli effetti sull’economia Tuttavia il non allineamento non rimane confinato alla politica estera. Produce effetti concreti anche sul piano economico e commerciale. I partner stranieri non chiedono necessariamente alla Svizzera di schierarsi, ma si aspettano posizioni comprensibili, coerenti e prevedibili. Per un Paese piccolo, fortemente integrato nell’economia mondiale e dipendente dalle esportazioni, la credibilità costituisce una risorsa essenziale. Se la neutralità fosse interpretata come una distanza assoluta rispetto a tutte le parti, sorgerebbero interrogativi difficili. Sarebbe ancora coerente aderire all’Onu, accettarne le decisioni e assumerne responsabilità? Sarebbe compatibile con gli accordi conclusi con l’Unione europea? E con l’adesione a istituzioni economiche internazionali che impongono regole comuni? Portata all’estremo, una neutralità assoluta rischierebbe di trasformarsi in una forma di isolamento incompatibile con il grado di interdipendenza che
caratterizza il mondo contemporaneo. Inoltre, la neutralità può regolare il comportamento della Svizzera, ma non può neutralizzare le reazioni degli altri Stati. Pressioni diplomatiche, difficoltà negoziali, restrizioni commerciali o controversie economiche dimostrano che il contesto internazionale continua a produrre conseguenze concrete indipendentemente dalla posizione giuridica adottata dalla Confederazione. Per alcuni cittadini la neutralità rappresenta soprattutto una garanzia
Il voto del 27 settembre non oppone dunque neutralità e abbandono della neutralità. La Svizzera resterà neutrale in ogni caso. La vera scelta riguarda due modi diversi di concepirla. Da una parte vi è una neutralità dinamica, che lascia alle autorità un certo margine di adattamento alle circostanze. Dall’altra una neutralità più rigida, che iscriverebbe nella Costituzione limiti più stringenti riguardo alle sanzioni e alla cooperazione con le alleanze militari. La prima privilegia la capacità di adattamento, ma può essere accusata di incoerenza o imprevedibilità. La seconda offre una regola più stabile e identificabile, ma riduce le opzioni politiche e diplomatiche disponibili prima ancora che una crisi si manifesti. È in questo equilibrio tra flessibilità e rigidità, tra capacità di manovra e certezza delle regole, che si concentra il vero dibattito che attende gli elettori svizzeri il prossimo 27 settembre. Annuncio pubblicitario
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CULTURA ●
Quel volto oltre il finestrino Werner Bischof racconta il dopoguerra attraverso persone, gesti e attese: una grande mostra a Milano ne ricostruisce il percorso
La privata rivoluzione di un adolescente Il 17 settembre arriva nelle sale Becaària, che Erik Bernasconi ha ambientato nel 1977, in un Ticino lontano dai cliché sulla montagna
Una casa per due scrittrici La curdo-siriana Maha Hassan immagina di incontrare Anne Frank e costruisce un libro sospeso fra memoir e finzione
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Fra Roberto, dare concretezza alle emozioni
Mostre ◆ Presso le sale espositive del castello di Sasso Corbaro a Bellinzona, una monografica celebra il percorso creativo del frate cappuccino, responsabile del convento del Bigorio fra il 1966 e il 2019 Ada Cattaneo
È il 1954 quando il ventunenne Giuseppe Pasotti entra a fare parte dell’Ordine dei frati cappuccini. È in concomitanza con questa nuova vita che inizia a dipingere. Con il tempo, pur senza seguire una scuola d’arte, ma grazie alla frequentazione di altri artisti, acquisisce le tecniche dell’affresco, della vetrata e del mosaico. È questa la vicenda di Fra Roberto, a lungo impegnato presso uno dei luoghi più significativi della spiritualità nel cantone, il convento del Bigorio, di cui fu responsabile fra il 1966 e il 2019. Fino a novembre 2026 presso le sale espositive del castello di Sasso Corbaro a Bellinzona una mostra monografica celebra il suo percorso creativo.
ve era stato invitato per dipingere una via crucis. Fu in quel periodo che ebbe modo di incontrare Hans Stocker, ritenuto fra i principali artisti di vetrate in Svizzera, e proprio da lui, quasi come un apprendista in bottega, cominciò ad apprendere le basi di questa tecnica, che in seguito avrebbe assunto un ruolo privilegiato nella sua produzione. Spiegando la genesi di questi manufatti, racconta come sia essenziale partire dalla conoscenza dell’ambiente dove verrà collocata l’opera, per comprendere il gioco che la luce attiverà con essa. È in un secondo momento che viene sviluppato il disegno in proporzioni naturali, che verrà presentato al committente.
«Ti rendi conto che c’è qualcosa che va oltre, che c’è veramente un messaggio nella potenza della natura»
Nel Medioevo succedeva che i religiosi di un determinato luogo di fede ne curassero anche l’apparato artistico La combinazione di vita religiosa e artistica che distingue il vissuto di Fra Roberto ci appare oggi qualcosa di inusuale. Ma, facendo capo alla tradizione, questa non è affatto un’unione insolita. Nel Medioevo si trattava di una correlazione alquanto diffusa, che spesso portava i religiosi che risiedevano in un determinato luogo di fede a curarne anche l’apparato artistico, per non considerare qui tutto l’impegno dei monaci miniatori, che si occupavano di illustrare i codici trascritti dai confratelli. Nel Rinascimento Fra Angelico e i suoi affreschi nel monastero di San Marco a Firenze esprimono appieno la totale corrispondenza fra spiritualità e pittura, andando a definire una preghiera visiva fra le più elevate della storia dell’arte. Durante il Barocco il caso del gesuita Padre Pozzo e delle sue prospettive illusionistiche «da sotto in sù» riaffiora con forza. Ma in seguito, con la professionalizzazione del mondo dell’arte, tali intrecci sarebbero ampiamente andati a perdersi. Singolare, quindi, che Roberto Pasotti abbia saputo davvero tenere vivi sia l’impegno religioso sia la pratica artistica, mantenendo entrambi durante il corso della vita. Quando è sollecitato su questo tema, spiega: «La vita nel convento ti impone una regola, un ritmo scandito giorno per giorno. Con questa educazione, mi sono in certo qual modo imposto un programma di vita che si aggiungeva a questa regola comunitaria. Il mondo dell’arte, però, questa regolarità talvolta la dimentica. Allora, subentra anche quel po’ di pazzia, di ribellione ai ritmi, agli orari che permet-
Olio su tela del 2025: fiori; sotto: Chiesa parrocchiale di Gorduno 2008. (© Ely Riva)
te di immergersi nella creazione, un momento interessantissimo, stupendo, ma che non ha e che non vuole una regola o un’interruzione». Per un lungo periodo frequenta regolarmente la Svizzera tedesca: sente la necessità di confrontarsi con
altri autori, perché la pratica artistica si nutre anche del confronto con opere altrui. Il dialogo è molto importante per capire le reciproche idee creative, le diverse posizioni. In Ticino segue le attività del Movimento 22, che si opponeva alle posizioni più tradizionaliste della SPSAS (Società pittori, scultori e architetti svizzeri) e che favoriva momenti di formazione e scambio per i propri membri. Quando emerge la questione su possibili prevenzioni da parte degli altri artisti sulla sua condizione di sacerdote, Fra Roberto spiega che non ha mai incontrato pregiudizi e si verificavano anzi occasioni per discussioni anche relative ai temi più profondi e a quelli del ruolo della Chiesa nella religione e nella fede. Oggi, nella mostra in corso a Bellinzona, sono esposti i disegni e le tele, ma a occupare un posto di rilievo sono soprattutto le vetrate. Una tecnica di grande rilevanza, soprattut-
to a partire dal periodo gotico, quando assume a pieno titolo un ruolo nel contesto liturgico, la vetrata artistica è una tecnica che combina in modo del tutto peculiare realizzazione tecnica e concezione progettuale. In un percorso parallelo a quello dell’affresco, in passato aveva spesso il ruolo di illustrare i concetti chiave della liturgia, che venivano enfatizzati e attivati dalla presenza della luce. Oggi è spesso quest’ultima componente a entusiasmare gli artisti, che si muovono di frequente nell’ambito dell’astrazione. I casi zurighesi di Grossmünster (le cui vetrate sono state concepite da Sigmar Polke) e Fraumünster (con le opere di Augusto Giacometti e Chagall) rappresentano una sorta di compendio dei diversi modi di intendere questa tecnica. Pasotti inizia a occuparsene in maniera fortuita, a seguito di un soggiorno nel convento di Wil, nel Canton San Gallo, do-
Da qui inizia la realizzazione del vero e proprio progetto di dettaglio – o cartone – che verrà poi affidato al vetraio, che si occuperà di sagomare i vetri colorati che verranno poi assemblati con profili in piombo. Se, poi, ci sono delle parti che vanno ulteriormente caratterizzate con disegni a pennello, questi dovranno essere cotti in un forno apposito. Un procedimento tecnicamente complesso, che permette tuttavia di ottenere risultati di grande impatto, e che ancora oggi viene applicato in piena linea con la tradizione proprio come avveniva ai suoi esordi, nel Medioevo. Da ultimo, Fra Roberto si sofferma su ciò che hanno rappresentato per lui gli anni trascorsi in profondo raccoglimento nella natura, al Convento di Bigorio. «Quando la luce penetra nel paesaggio, è una cosa incantevole. Bisogna essere proprio lì davanti a quello spettacolo. Ti accorgi allora che c’è qualche cosa che va oltre, che c’è veramente un messaggio nella potenza della natura. È il senso della presenza di Dio come rivelazione. Cercare di trasformarlo in opere non è solo un pretesto, ma è un mezzo che aiuta a sondare l’animo umano, le sue inquietudini, le sue zone d’ombra. Poter dipingere queste emozioni, dare anche una concretezza ad esse, a queste sensazioni di grande confusione è una cosa che fa veramente bene, sia all’anima sia al corpo». Dove e quando Fra Roberto tra le mura, Bellinzona, Sasso Corbaro. Orari: 10.00-18.00. Fino all’8 novembre 2026. fortezzabellinzona.ch
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Werner Bischof, dalla parte dell’uomo
Mostre ◆ Una retrospettiva milanese ripercorre la breve e intensissima carriera del fotografo svizzero dell’agenzia Magnum Viviana Viri
Dietro il vetro di un treno fermo alla stazione Keleti di Budapest, una bambina guarda oltre il finestrino. Al collo porta un cartellino con il proprio nome, una mano resta infilata nella tasca del golfino. Sta lasciando un’Ungheria ancora ferita dalla guerra per raggiungere la Svizzera insieme a centinaia di altri bambini. Werner Bischof non fotografa il treno, né l’organizzazione dei soccorsi. Sceglie quel volto. Ferma un’istante sospeso in cui la storia, con tutta la sua violenza, si deposita sul viso di una bambina. In quello sguardo è racchiuso il dopoguerra europeo più di quanto possano raccontare le rovine lasciate dalla guerra. Di quella bambina, ricordata come Jurika, conosciamo il nome, ma non il destino. È però rimasto il suo volto, ritratto di un’intera generazione cresciuta tra le macerie del Novecento.
Una mostra che attraversa l’Europa del dopoguerra, l’Asia e le Americhe seguendo il filo della sua fotografia umanista Quest’immagine, tra le più note di Werner Bischof, appartiene alla serie dedicata all’Europa del dopoguerra, uno dei nuclei della retrospettiva Werner Bischof. Point of View, allestita al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano e in corso fino al 18 ottobre. Anche senza averla davanti agli occhi, questa fotografia continua a raccontare lo sguardo di Bischof. Curata dal figlio Marco Bischof – che insieme a Tania Samara Kuhn gestisce il Werner Bischof Estate di Zurigo – da Andréa Holzherr e dalla stessa Kuhn, la mostra riunisce circa duecento stampe vintage originali, provini a contatto e materiali d’archivio, ripercorrendo il cammino di uno dei grandi protagonisti della fotografia del Novecento. Prima ancora che un fotoreporter – definizione alla quale il fotogra-
fo svizzero guardò sempre con una certa diffidenza – Werner Bischof fu un autore interessato a ciò che si nascondeva oltre la superficie delle cose. La fotografia non era per lui soltanto uno strumento per documentare la realtà, ma un modo per comprendere il mondo. Le sue immagini sembrano abitare quella terra di mezzo cara ad Albert Camus, dove la bellezza non cancella il dolore e il dolore non spegne la bellezza: un luogo in cui la tragedia della storia non annulla la possibilità di una resistenza interiore. Guerre, carestie e distruzioni non diventano mai spettacolo: al centro rimangono gli individui, i loro gesti e la loro capacità di continuare a vivere. Il percorso espositivo segue cronologicamente le tappe fondamentali della carriera del fotografo: gli anni della formazione a Zurigo, il racconto dell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale, i reportage realizzati in Asia e gli ultimi viaggi nel continente americano, mostrando il passaggio dalla fotografia di studio a un linguaggio sempre più aperto all’incontro con la realtà. Werner Bischof muove i primi passi come fotografo negli anni Trenta, quando frequenta la Scuola di Arti e Mestieri della sua città, Zurigo, sotto la guida di Hans Finsler, tra i principali esponenti della Nuova Oggettività e vicino ai principi del Bauhaus. I suoi primi lavori, dedicati alla natura e agli oggetti, rivelano il rigore compositivo della sua ricerca formale. Figlio di un imprenditore che sperava per lui un futuro nel mondo degli affari, Bischof apre dapprima uno studio fotografico e lavora nella pubblicità e nella moda, per poi lasciarsi trasformare lo sguardo dalla guerra. Nel 1945 lascia la Svizzera e viaggia attraverso un’Europa devastata dal conflitto, fotografando Francia, Germania, Polonia, Paesi Bassi e Italia. Più che le macerie, però, cerca le persone che tra quelle macerie continuano a vivere. È in questo momento che nasce il Bischof più conosciuto.
Werner Bischof, Contadino che si ripara dal sole mentre bada alle sue mucche al pascolo, Cambogia, 1952. (© Werner Bischof / Magnum Photos)
I bambini dei programmi di accoglienza del dopoguerra, le famiglie in cammino, i volti segnati dalla fatica e dall’attesa diventano il centro del suo racconto. Da questi viaggi nascono i suoi primi grandi reportage, pubblicati sulla rivista «Du», che attirano l’attenzione di Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. Nel 1949 entra così a far parte dell’Agenzia Magnum che avevano da poco creato, avviando una collaborazione con alcune delle più importanti testate internazionali. Sotto quest’egida, tra il 1951 e il 1952, viaggia a lungo in Asia, realizzando reportage destinati a diventare fondamentali nella storia della fotografia. Dalla carestia del Bihar al Giappone del dopoguerra fino alla Corea, osserva la sofferenza senza
spettacolarizzarla, cercando la dignità delle persone incontrate. È questo atteggiamento a distinguerlo da molti fotografi del suo tempo. Pur diventando uno dei più grandi fotoreporter del Novecento, Bischof, come detto, non amò mai questa definizione, perché riteneva che il compito della fotografia non fosse soltanto documentare gli eventi, ma avvicinarsi alle persone. È proprio questa responsabilità nei confronti della realtà e la sua concezione etica dello sguardo, a renderlo un fotografo profondamente umanista. La mostra restituisce questa dimensione più intima del suo lavoro anche attraverso i materiali che ne raccontano il metodo: taccuini, schizzi, documenti e provini a contatto. Bischof prepara-
va a lungo i suoi reportage, annotava e disegnava, cercando di entrare in sintonia con luoghi e persone prima di fotografarle. Le sequenze esposte rivelano quanto ogni immagine fosse il risultato di una scelta meditata, più che di un istante fortuito. L’ultimo capitolo della sua ricerca lo vede, nel 1953, ad attraversare gli Stati Uniti, il Messico e il Perù. È durante questo viaggio che fotografa Frida Kahlo nella sua casa di Coyoacán, la Casa Azul, e realizza uno dei suoi scatti più celebri: un giovane musicista andino che suona il flauto lungo la strada per Cuzco. In quell’immagine silenziosa si ritrova tutto ciò che Bischof aveva cercato per una vita: la capacità di trasformare una persona qualunque nel centro del mondo. Pochi giorni dopo quello scatto, destinato a diventare una delle immagini simbolo del Novecento, il 16 maggio 1954, la jeep su cui viaggiava precipita in un burrone a pochi chilometri da quel luogo che aveva appena consegnato alla storia attraverso il suo obiettivo. Aveva soltanto trentotto anni. Pochi giorni dopo la sua morte Robert Capa perde la vita in Indocina, ucciso dall’esplosione di una mina. Una coincidenza dal forte valore simbolico che accomuna, nello stesso istante, il destino di due protagonisti della fotografia documentaria. Uno sguardo che non si interrompe con la sua improvvisa scomparsa: l’eredità di Bischof continua in una fotografia capace di unire la dimensione documentaria a quella profondamente umana, uno sguardo sulla realtà che ritroveremo negli anni successivi in autori come Sebastião Salgado. Dove e quando Retrospettiva Werner Bischof. Point of View, Museo Diocesano Carlo Maria Martini a Milano. Fino al 18 ottobre. Lu–Do, ore 17.30-22.30 (da Corso di Porta Ticinese, 95) Ultimo ingresso: ore 22.00. Info: https://tinyurl.com/ycyc2j5b
Le Storie di Arzo si aprono all’infanzia
Spettacoli ◆ L’ultima edizione del Festival Internazionale di Narrazione è stata una festa della parola con interpreti spesso appartenenti a circuiti alternativi Giorgio Thoeni
Ancora una volta il successo ha coronato il Festival Internazionale di Narrazione che, giunto alla sua 26esima edizione, ha avuto luogo sull’arco di quattro giorni proponendo 27 spettacoli e incontri con il pubblico che hanno animato le sale e le corti del suggestivo nucleo di Arzo. Nonostante una meteorologia incerta, soprattutto per le prime due giornate, il pubblico ha risposto numeroso premiando un progetto che ogni anno propone contenuti originali che all’intrattenimento fine a sé stesso preferiscono storie che inducono alla riflettere, sulla realtà, sulla Storia, sulla società e su una fantasia spesso strozzata dalla superficialità e da facili effetti. Questa edizione l’ha fatto con una programmazione che ha messo in luce giovani autori e interpreti con appuntamenti destinati sia all’infanzia sia a un pubblico adulto. Un segno di intelligenza che va a premiare anche l’ottantina di volontari scesi in campo per
accompagnare gli appuntamenti distribuiti ordinatamente in spazi pubblici e privati. Spazi, questi ultimi, trasformati in una festa della parola teatrale per la bravura di interpreti che, a parte qualche eccezione, spesso appartengono a circuiti alternativi e per una particolare tipologia di pubblico. Esempi significativi li abbiamo registrati attraverso l’offerta di spettacoli per l’infanzia. Come nel caso di Giada Ciccolini con il suo A corpo libero, 30 minuti per bambini da 1 a 7 anni: una sfida che pochi sono in grado di raccogliere con successo. Il teatro per ragazzi infatti non si improvvisa e il pubblico giovane è quello più difficile: se lo spettacolo non piace lo fanno capire e la noia con il disinteresse diventano palpabili. Ecco perché è un genere che va sostenuto quando dimostra di essere uno strumento di formazione accanto al divertimento. Nel caso della Ciccolini, ex ginnasta e attrice, la sfida è ancora più gran-
I ClassAttori, nei panni del loro spettacolo: Firmato Ribelle. (Simone Mengani)
de perché il suo spettacolo è un teatro d’attore senza parole essendo tutto basato sul movimento del corpo: in una scena nuda, su un tappeto, l’artista esplora tutte le possibilità espressive del proprio corpo iniziando dalle mani, le dita, i piedi e le gambe di fronte ai suoi piccolissimi spettatori, rapiti e incuriositi dalla magia di quei gesti misurati che raccontano nel silenzio.
Una grande lezione di espressione e narrazione corporea che ci arriva ancora una volta dalla fucina della Baracca-Testoni di Bologna. Sempre alla ricerca della qualità ci siamo imbattuti nel collettivo I classattori dell’Associazione Giullari di Gulliver, una presenza consolidata ad Arzo e sul territorio. Il gruppo composto da Camilla Stanga, Tiago Poretti e
Fedro Mattei, ispirandosi a Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza di Luis Sepùlveda, hanno messo in scena Firmato Ribelle. Con semplicità, umorismo e autoironia, il trio ha racontato l’avventura di una lumaca che abbandona il suo villaggio alla ricerca e alla scoperta di una dimensione nuova e sopratutto sostenibile. Un bel messaggio per una platea degli adulti di domani. Per quella di oggi invece, il Festival ha cavalcato molte realtà come quella legata alla Memoria, un valore che non si deve smettere di frequentare. Come ci ha ricordato il drammaturgo catalano Sergi Cairo Nieto con El pacto del Ovido. A poco più di 50 anni dalla morte di Francisco Franco, il performer indaga sul silenzio storico della Spagna sulla guerra civile e sul regime del Caudillo partendo dall’amnistia del 1977, conosciuta anche come «Il patto dell’oblìo»: una sorta di concordato velo su 40 anni di dittatura.
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Amore libero, ribellione e recinti per pecore
Cinema ◆ In vista dell’uscita di Becaària, il 17 settembre, il regista ticinese Erik Bernasconi racconta come ha trasformato il romanzo di Giorgio Genetelli in un film che ribalta più di un luogo comune Manuela Mazzi
1977. Dicono che sia un lazzarone, e allora il padre lo spedisce in montagna dove deve imparare a stare al mondo; ma invece di insegnargli un po’ di disciplina, proprio quel castigo estivo gli farà capire come scegliere da sé chi diventare. È il viaggio di formazione di Mario, protagonista di Becaària, il film del bellinzonese Erik Bernasconi tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore preonzese Giorgio Genetelli. Premiato alle Giornate di Soletta 2026, dove si è aggiudicato il Prix du Public, Becaària arriverà nei cinema il 17 settembre. In vista dell’uscita abbiamo incontrato Erik Bernasconi per parlare del passaggio dal romanzo allo schermo, di un Ticino del 1977 che sovverte più di qualche luogo comune e delle scelte con cui il regista ha trasformato quel passato in immagini. Il cambiamento più sostanziale rispetto al romanzo di Giorgio Genetelli è l’introduzione di un vero e proprio coprotagonista, assente nel testo originale. Una scelta che potrebbe apparire radicale, ma che nasce dalla volontà di conservare ciò che Erik Bernasconi considera l’aspetto più prezioso del libro: il suo tono. «Nel romanzo questo è dato dai pensieri dell’io narrante. Non si capisce bene se sia un Mario più anziano che racconta o un Mario molto più consapevole, che si prende anche un po’ in giro. Questo contraltare dato dai pensieri e dal flusso di coscienza, ecco, avrei potuto replicarlo con una voce fuori campo, ma avrebbe appesantito il medium cinematografico», spiega il regista.
Svegliarsi alle 5, fare il fieno...: «Lavorare in montagna stanca. Anche ribellarsi, a un certo punto, diventa una fatica» Da qui, la scelta di introdurre una figura femminile capace di svolgere quella stessa funzione narrativa. «Avrei potuto anche scegliere Cicio quale personaggio speculare; importante nel romanzo, un po’ meno nella riduzione. Ma a me sembrava che in quel modo la parte femminile di Mario, che nel libro emerge dai suoi pensieri, avrebbe rischiato di andare perduta». Così prende forma Prisca: «È ispirata a una figura minore del romanzo, che appare verso la fine del libro e di cui non parlerò più di tanto. Prisca è però diversa, tranne per il carattere che corrisponde a quello di una donna tipica di quel tempo». A colpire è anche il rovesciamento del tradizionale rapporto tra città e montagna. In Becaària è quest’ultima a concentrare quasi tutta la libertà – sessuale, sentimentale, comportamentale –, mentre la città sembra incarnare soprattutto rigidità e conformismo: «Sì, è vero: c’è un rovesciamento rispetto alla norma che vuole un giovane di un paesino, di una periferia, costretto ad andare in un posto più grande, dove fare esperienza per crescere. Abbiamo visto molte storie di questo tipo. Già nel romanzo, invece, è presente una situazione contraria: questo nostro Mario è perso, non sa che cosa vuole fare della vita, ma soprattutto rivendica il diritto di non saperlo. Alla fine, scopre alcune cose, mica tutte, ma alcune sì, andando in un paesino di montagna» spie-
Backstage di Becaària. Le riprese sono state girate in Vallemaggia, nel 2024, dopo la devastante alluvione, come spiega Nicola Mazzi nel suo articolo del 26 gennaio: Un’estate del 1977 in una valle del Ticino. (S. Montiglia)
ga Erik Bernasconi. «Da un lato può sembrare un paradosso, ma a me divertiva. Anche perché è tutt’altro che impossibile che qualcuno vada in un posto ancora più piccolo e scopra delle cose importanti. Le cose importanti, infatti, le scopriamo incontrando persone nuove, e le persone nuove sono ovunque. Mi interessava molto scardinare un po’ il cliché secondo cui in montagna ci sono tutte persone chiuse, mentre in città sono tutte persone aperte». Una contrapposizione che Bernasconi non nega del tutto, ma che invita a guardare con maggiore sfumatura: «Come in tutti i cliché, qualcosa di vero in parte esiste. Però, quando andiamo nelle valli, incontriamo anche persone di grande saggezza. Questa è la parte che mi interessava raccontare». Eppure, quando arriva il momento di trasformare le sue scoperte in un futuro concreto, Mario dovrà decidere se fare le valigie e partire oppure no. Viene allora da chiedersi se, in fondo, non riaffiori l’idea che per emanciparsi davvero occorra andare altrove: «È così, e vale un po’ per tutti, ma non per forza dal piccolo al grande, dalla montagna alla città. Probabilmente, se incontrassimo un adolescente di New York, ci racconterebbe del suo bisogno di andarsene da New York per scoprire qualcosa di nuovo».
E il film lo lascia ben capire: «È l’alterità, più del luogo, a permettere di ridefinire sé stessi, per poi magari tornare», osserva il regista. «Quanti ticinesi e quante ticinesi sono andati via e poi sono tornati per dirsi: “Ma no, alla fine in Ticino si può anche stare bene”. E quanti di chi non partirà mai, non avrà mai questi pensieri?». Di certo Mario in montagna subisce una trasformazione tale da sorprendere. In città è un ragazzo ribelle, arriva fino alla provocazione, rompe una vetrata, si abbassa i pantaloni davanti al maestro; poi viene praticamente esiliato in montagna e, invece di tentare di scappare, opporre resistenza, o sottrarsi al lavoro, si adegua quasi subito alla nuova vita. Un cambiamento che potrebbe apparire sin troppo improvviso. «Beh, intanto diciamolo: è vero che lui è un ribelle, ma un ribellino. Ricordiamoci anche che siamo negli anni Settanta. Arriviamo dal Sessantotto, quando la ribellione, soprattutto fuori dal Ticino, era ben altra cosa. Anche la violenza legata alla ribellione era ben altra cosa». In verità, sembra che Mario in città si adegui quasi per inerzia a un certo modo di essere ribelle; in montagna, invece, è costretto a chiedersi chi sia davvero. Del resto, è proprio il film a suggerire che Mario non sappia ancora chi Pubbliredazionale
Becaària arriva nei cinema ticinesi 1977, in un piccolo villaggio del Ticino: il sedicenne Mario si trova a metà strada tra l’adolescenza e l’età adulta. A scuola come nella vita, molte cose sembrano sfuggirgli tra le dita e le tensioni con il padre sono frequenti. Mandato in montagna per l’estate a lavorare come contadino, scopre un mondo rude ma libero, dove la natura impone il proprio ritmo. Lassù tutto sembra possibile: Mario scopre nuove forme di responsabilità, sensualità e autodeterminazione artistica. La bellezza dei paesaggi, il calore degli incontri e il risveglio di un primo amore cambiano per sempre la sua visione di sé e del proprio futuro. Il regista ticinese Erik Bernasconi (Sinestesia, Alter Ego) porta sul grande schermo il romanzo di Giorgio Genetelli, creando un vivace ritratto degli anni Settanta. Girato poco dopo il maltempo nella Valle Maggia nel 2024, il film racconta un’epoca di trasformazione, unendo un’estetica nostalgica
e suggestive immagini della natura a una coinvolgente colonna sonora, per creare un’esperienza cinematografica estiva e ricca di emozioni. Uscita nelle sale nella Svizzera italiana: 17.9.2026. Diverse proiezioni in anteprima si terranno alla presenza del regista: 11 settembre Mendrisio – Multisala Teatro – 20:30 17 settembre Massagno – Cinema Arthouse Lux – 20:00 18 settembre Bellinzona – Forum – 18:00
Per guardare il trailer
Il regista Erik Bernasconi vicino a una cinepresa sul set di Becaària. (Sabrina Montiglia)
sia; non è davvero il ribelle, non è il bravo ragazzo e non è nemmeno il lazzarone: è un giovane che deve ancora definirsi. «Sì, è un po’ questo il punto», conferma Bernasconi. «Lui arriva in un posto nuovo e ha finalmente lo spazio per ridefinirsi, per crearsi un ruolo che non deve essere per forza quello di prima. Si ritrova davanti a qualcuno che gli chiede semplicemente di lavorare. Mentre le provocazioni di Rinaldo e Ardito – “Ma chi è ’sto qua? ’Sto becaària…” – finiscono per toccarlo nell’orgoglio. Era un po’ il metodo educativo che avevano anche i miei allenatori in quegli anni. Ti davano del lazzarone e tu ci rimanevi male e reagivi». Lo stesso meccanismo, tuttavia, era già attivo anche nel rapporto con il padre…: «I genitori non valgono!», sorride il regista. «O meglio: allora, la generazione dei padri, in generale, era da rifiutare. E in ogni caso, anche oggi, quando si trova qualcuno che non ha un giudizio complessivo su di te, ma ti punzecchia su un aspetto preciso, allora su quello puoi agire. Così come quando io giocavo a hockey: quando mi stuzzicavano era più facile reagire e cercare di fare meglio quella cosa specifica». La ribellione, del resto, non scompare del tutto: «Qualche piccola reazione Mario ce l’ha ancora. In qualche gesto da sbruffone, in qualche tentativo di indipendenza. E poi lavorare in montagna stanca. Anche ribellarsi, a un certo punto, diventa una fatica». Qualcosa di quella rivoluzione adolescenziale riemerge anche in un’immagine enigmatica che viene ripetuta nel film: il pugno alzato che Prisca rivolge a Mario prima di partire e che lui, nel finale, le restituisce. Un gesto che richiama immediatamente l’immaginario politico della sinistra degli anni Settanta, ma che nel film assume anche il valore di un linguaggio privato, condiviso soltanto dai due protagonisti. Difficile è capire davvero quel che si dicono: «In realtà mi piace che resti questo alone di mistero» confessa il regista. Non è un caso. Anche sul piano del tono, Becaària sembra sottrarsi continuamente a definizioni troppo nette. Passa con naturalezza dal comico al sensuale, dal grottesco ai momenti più drammatici, senza stabilirsi davvero in un solo registro. Un equilibrio che Bernasconi ricerca consapevolmente: «Mi fa piacere che si noti. Credo che ci siano due motivi di base. Uno è che già il romanzo affronta una storia seria, ma lo fa con la legge-
rezza e l’autoironia che probabilmente sono tipiche di Giorgio Genetelli. E poi credo che sia un po’ la mia cifra stilistica quella di combinare i generi, di stare in un tono composto da vari tipi di sensazioni». Una scelta che, in fondo, riflette anche il suo modo di guardare la realtà. «Credo di rispecchiarmi in questo. Cerco sempre di vivere i drammi con la maggiore leggerezza possibile e le grandi gioie con la consapevolezza che fanno parte delle cose della vita. Non voglio farla troppo filosofica: è che sono così». Poetica che passa anche attraverso la fotografia, chiamata non a riprodurre il 1977, ma a evocarlo. Con il direttore della fotografia Pietro Zürcher, Bernasconi ha infatti immaginato, fin dalle prime fasi della lavorazione, quale avrebbe dovuto essere l’estetica del film lavorando molto sul colore; ogni singolo fotogramma sembra una polaroid di quel tempo: «Abbiamo deciso che non volevamo essere filologici, che non volevamo riprodurre l’immagine proprio com’era negli anni Settanta. Volevamo cercare di arrivare a come noi ci ricordiamo quegli anni». Scelta poi condivisa dall’intera squadra. «Ci siamo documentati, siamo andati a vedere le fotografie. Un lavoro che abbiamo fatto anche con il trucco e i costumi, ma pure con la scenografia. Per ottenere un’immagine bisogna che tutti remino nella stessa direzione». Il 17 settembre, Becaària arriverà nelle sale, però, con una speranza che va oltre la ricostruzione di un’epoca. «Si dice molto che chi ha vissuto quegli anni si riconoscerà. Io spero invece che si riconoscano anche i giovani di oggi. Essere adolescenti significa sempre essere confusamente in cerca di sé stessi. Cambiano i tempi, cambiano le difficoltà, ma quella ricerca resta la stessa». La sfida, conclude sorridendo, sarà convincerli a entrare in sala: «Una volta che lo faranno, ho una buona speranza che il film possa arrivare anche a loro». Concorso «Azione» mette in palio alcuni biglietti per una delle anteprime del film. Per partecipare al concorso, inviare una mail indicando le proprie generalità, indirizzo tradizionale, e luogo e data dell’anteprima interessata a giochi@azione.ch precisando come oggetto: «Becaària». entro lunedì 7 settembre 2026, ore 23.59. Buona fortuna!
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Sorellanza tra scrittrici libere
Pubblicazioni ◆ Un mix di memoir e finzione permette all’autrice curdo-siriana Maha Hassan di dialogare con Anne Frank Giacomo Longhi Alberti
È il 2007 quando Maha Hassan, scrittrice curdo-siriana in esilio a Parigi, viene invitata a trascorrere un anno nella casa dove ha vissuto Anne Frank (scriviamo il nome con la grafia internazionale) ad Amsterdam. Un invito che la coglie di sorpresa: Maha si è trasferita da poco in Europa e di Anne Frank non ha mai sentito parlare. Da questo antefatto prende avvio Nella casa di Anne Frank, un libro difficilmente classificabile – memoir, autobiografia romanzata, finzione? – uscito originariamente in arabo nel 2020 e oggi pubblicato in italiano nella collana Notturnali della casa editrice Emuse, nella bella e attenta traduzione di Annamaria Bianco. Le ragioni per cui questo libro sfugge alle etichette sono molte. La più evidente, ed esplicitata fin dalle prime pagine, è il confronto fra una scrittrice nata e cresciuta in Siria, curda e di lingua araba – una scrittrice araba – e la figura-simbolo della Shoah, della persecuzione degli ebrei in Europa, autrice di un diario diventato uno dei testi fondamentali della memoria del Novecento. Ridotto al nocciolo, è l’incontro fra due scrittrici che portano con sé identità complesse e che il luogo comune continua a immaginare inconciliabili. Un confronto che, però, avviene fra una persona viva e una persona morta; ed è proprio su questo presupposto che Hassan costruisce il suo libro, attraverso una forma ibrida che
oltrepassa gli schemi del memoir per inoltrarsi in un territorio decisamente più immaginativo. La letteratura permette infatti a Maha di riconoscere quasi subito in Anne una sorella, anzi una gemella, e grazie al miracoloso intervento di Nabu, il dio mesopotamico della scrittura, di riportarla in vita sulla pagina. Quello che apparentemente dovrebbe essere il racconto di una scrittrice araba durante un anno di residenza nella casa di Anne Frank, dopo pochi capitoli si trasforma così in un esperimento letterario dagli esiti inattesi. All’inizio seguiamo Maha nei suoi spostamenti tra Amsterdam e Parigi (Parigi è un «amante di cui non ci si può fidare», Amsterdam una «nonna che accoglie tutte le nostre follie a cuore aperto»), nel suo progressivo familiarizzare con la nuova città europea e riconoscere inattese somiglianze con la Siria che si è lasciata alle spalle. Finché interviene il miracolo della letteratura e la voce del libro si sdoppia: non è più soltanto Maha a raccontare. A un certo punto Anne Frank prende la parola in prima persona, osserva la sua ospite, la interroga, la contraddice perfino, e insieme a lei porta avanti una riflessione sullo sradicamento, sulla persecuzione, sulla guerra ma soprattutto sull’esercizio forse più difficile: vedere l’altro e sottrarsi, almeno per un momento, al «frastuono» delle appartenenze. A sorpresa, il volume non si conclu-
Immagine di copertina del libro di Maha Hassan, Nella casa di Anne Frank. (Emuse, 2026)
de con la fine dell’anno di residenza. Per anni Maha tiene per sé le pagine scritte ad Amsterdam; non le pubblica. Non è un dettaglio secondario. Come ha raccontato in seguito, impiegherà oltre dieci anni prima di decidersi a pubblicare il libro, frenata soprattutto dalla paura delle interpretazioni. «La cosa peggiore che possa capitare a uno scrittore è il bisogno di giustificarsi», ha detto di recente, spiegando di aver
temuto non tanto il confronto con Anne Frank quanto il rischio che le venissero attribuite intenzioni che non erano le sue. Nel frattempo la rivoluzione siriana si trasforma in guerra, scrive altri libri. L’incontro con Anne Frank sembra scivolare sullo sfondo. Finché, nel 2017, riceve l’invito a partecipare a un incontro di scrittori a Ramallah. È allora che la seconda parte di Nella casa di
Mostre ◆ Alla Biblioteca Salita dei Frati a Lugano, Adriano Pitschen ripercorre quasi cinquant’anni di ricerca artistica con opere storiche e lavori recenti
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Adriano Pitschen, Ciliegie, 1977, acquaforte, 150 x 100 mm. (© Adriano Pitschen / Foto: Stefano Spinelli)
gli esordi, ha continuato a misurarsi con forma, spazio e rapporto fra pittura e incisione. Pitschen ha esposto più volte in Ticino: da Mendrisio e Ascona a Lugano e Porza, fino alla mostra del 2022 alla Biblioteca cantonale di Lugano, dedicata ai suoi lavori per il libro. Vernissage L’inaugurazione è prevista sabato 5 settembre alle 17.30 nel porticato della Biblioteca di Salita dei Frati; interverranno l’artista e Robert Redmer. La rassegna, organizzata dall’AAAC con la Biblioteca, resterà aperta sino al 10 ottobre. L’ingresso è libero.
Bibliografia Maha Hassan, Nella casa di Anne Frank, traduzione dall’arabo di Annamaria Bianco, Lecco, Emuse, 2026 Annuncio pubblicitario
Forme e incisioni
Da Ciliegie, un’acquaforte del 1977, alle composizioni realizzate quasi cinquant’anni dopo: è lungo questo arco temporale che si dispone Nitori, la mostra con cui Adriano Pitschen torna a Lugano presentando una selezione della propria produzione incisoria, capace di restituire, per tappe, l’evoluzione della sua ricerca grafica. La mostra avrà luogo, dal 5 settembre, nel Porticato della Biblioteca Salita dei Frati. L’artista luganese, classe 1953, si è formato a Brera. Si occupa poi soprattutto di pittura, mentre all’incisione ritorna verso la fine degli anni Ottanta e da lì non la abbandona più, sperimentando tecniche e soluzioni diverse. Il percorso espositivo riunisce acqueforti, acquatinte, linoleografie, xilografie e lavori ottenuti anche mediante supporti perforati. Dai segni più fitti delle prove iniziali si arriva alle strutture essenziali e alle forme circolari che caratterizzano la produzione successiva. Fra i lavori scelti si trova anche Composizione semiaperta, realizzata quest’anno per i soci dell’Associazione Amici dell’Atelier Calcografico (AAAC); è inoltre presente l’opera d.c.p.m. del 2006, una cartella di grafica accompagnata da testi poetici di Dubravko Pušek e legata alla collaborazione con gli stampatori Gianstefano e Francesco Galli. Il titolo, Nitori, richiama l’idea di limpidezza e offre la chiave scelta per attraversare una produzione che, da-
Anne Frank compie il suo gesto più audace: Maha porta con sé Anne Frank nel mondo arabo, prima al Cairo e poi tra Palestina e Israele, trasformando quel viaggio in un’indagine radicale sul presente. E qui il romanzo cambia natura. Se la prima parte ruota attorno alla domanda se una scrittrice araba possa abitare la casa di Anne Frank, la seconda si chiede che cosa accade quando Anne Frank esce da quella casa e attraversa il presente insieme a lei. Hassan non la usa come un simbolo da piegare alla propria tesi. La trasforma nel personaggio che le resiste. È Anne a ricordarle ciò che il suo sguardo rischia di lasciare ai margini, a costringerla a rimettere mano al libro, ad allargare il campo della memoria. Il romanzo evita una scorciatoia oggi molto frequente: mettere semplicemente in parallelo sofferenze diverse o costruire una graduatoria del dolore. Quello che interessa a Hassan è qualcosa di più instabile e, forse, anche di più scomodo: interrogarsi su che cosa significhi raccontare il dolore dell’altro senza appropriarsene, e fino a che punto sia possibile restare fedeli alla propria esperienza senza trasformarla in un’identità chiusa.
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CULTURA / RUBRICHE
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In fin della fiera
di Bruno Gambarotta
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L’estate è la stagione delle disgrazie, ammonivano i nostri vecchi. Ho avuto la prova che avevano ragione il 19 agosto a Cuneo, quando ho rotto la dentiera alla stazione, sul marciapiede che serve i binari 3 e 4. La prima a rompersi è stata una stanghetta degli occhiali da vista, mentre mi trovavo in vacanza in una baita di montagna. Nell’unico negozio del paese vendevano di tutto ma non riparavano occhiali. Avevano però del nastro adesivo. Un ultimo rotolo, alto dieci centimetri e così lungo da scocciare tutto l’equatore. Ho domandato alla padrona dell’emporio se me lo dava in leasing. Niente da fare. Se me ne vendeva una decina di centimetri. Idem come sopra. L’ho comprato tutto e ho piazzato un cartello davanti alla baita: «Si fanno riparazioni di ogni genere con nastro adesivo. Modica spesa». Non c’è stato quel grande afflusso che mi auguravo.
Nel sistemare il cartello, m’è caduto a terra l’orologio da polso. Non ha smesso di funzionare ma si è aperta la cassa: nessun problema; l’ho impacchettato di scotch per bene, risparmiando così il costo della riparazione. Un unico piccolo inconveniente: adesso è un’impresa scoprire che ore sono. Veniamo alla dentiera. Fiorella Mannoia doveva tenere un concerto a Dolceacqua sul suo nuovo disco. Aveva però pronto un repertorio in grado di coprire solo un’ora di musica. Io ero dunque stato invitato dalla sua agente ad aprire la serata intrattenendo il pubblico per un’ora con i miei racconti. Mi aveva visto all’opera in un teatro di Monza durante un concerto di De André tradotte da diversi complessi che le suonavano e cantavano nei vari dialetti. Io facevo la mia comparsa tra un’esibizione e l’altra durante il cambio di strumenti, esecutori e microfoni, introducendo il complesso e la can-
zone che stava per suonare. In platea c’erano Fabrizio e sua moglie. A proposito: torniamo alla dentiera. Il 18 agosto scendo dalla Valle d’Aosta per andare a Dolceacqua. Mi porto dietro qualche panino nel caso non fossimo andati a cena. Si sa come sono fatti questi artisti, magari vogliono digiunare. E poi dopo lo spettacolo scappare via. Così gli altri della compagnia rischiano di digiunare. Invece Fiorella desiderava cenare prima del concerto. «Qualcosina» ha detto lei. Ma poi si sa. Con il titolare del ristorante felice di avere lì una celebrità, arrivano senza averli ordinati un sacco di piatti prelibati e di specialità locali. Fiorella e i componenti del suo gruppo chiacchieravano e piluccavano qua e là. Io ho fatto il pieno, non dovevo mica cantare. Dovevo solo parlare. Se quando sei davanti al microfono ti scappa il ruttino puoi sempre farlo passare per una gag.
L’esibizione di Fiorella, bella e bravissima, è stata travolgente. Un filino meno la mia: sfoderavo tutto il mio repertorio collaudato mentre dal pubblico partiva a ripetizione un unico richiamo: Fiorella! Fiorella! Lei, dopo i due bis rituali, ha salutato ed è ripartita subito per Milano con la sua squadra. Gli organizzatori dell’evento, vedendomi un po’ smarrito, mi hanno invitato: «Noi andiamo a cena. Anche se hai già mangiato, ci farebbe piacere se ti siedi con noi e ci tieni compagnia». Io ho messo le mani avanti, nessuno poteva più smentirmi, gli altri erano già partiti: «Mangiato! Non esageriamo! Più che altro ho tenuto compagnia a Fiorella, sapete come siamo fatti noi artisti, prima dello spettacolo non mangiamo mai». Così mi sono seduto un’altra volta a tavola con il beneplacito del cameriere fatto mio complice con un solo gesto: mi ha sistemato piatti posate e bicchieri
(tre: brindisi, vino e acqua) e io ho ricominciato da capo. La mattina dopo ho preso il treno da Ventimiglia per Cuneo. E lì, alla stazione, mentre aspettavo la coincidenza per Torino, ho provato un certo languore. Mi sono ricordato che avevo la valigia mezza piena di panini. Cosa dovevo fare? Buttarli forse? Neanche per sogno. Ne ho tirato fuori uno, scoprendo che il pane era diventato durissimo. È stato sufficiente il primo morso per spaccare in due la dentiera. E così, l’ho riattaccata con lo scotch. Funziona benissimo. Serve anche per controllare la giusta temperatura del cibo. Quando è troppo caldo scioglie il nastro, impedendo di deglutire rischiando un’ulcera. Si chiama medicina preventiva. Se qualcuno, fra i miei cortesi lettori, ha una dentiera da riparare, sono a sua disposizione, costi modici, pronta consegna.
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Voti d’aria
di Paolo Di Stefano
Interrogativi sulla storia ◆
La storia si ripete e non insegna nulla. Del resto, lo diceva già Dumas padre: «Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?» (bravo Alexandre, 5½). «La storia siamo noi» canta De Gregori (poetico e inconfutabile, 5+). «Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo» ha scritto Sant’Agostino (troppo ottimista, 4-). «La storia – disse Stephen – è un incubo dal quale cerco di destarmi» si trova nell’Ulisse di Joyce (destarsi dall’incubo della storia? illusorio, 4+). Se dovessi sintetizzare il mio modesto pensiero sulla storia, incrocerei due citazioni: una frase dello scrittore e diplomatico francese Paul Morand (3 al collaborazionista ma 6 – alla sua frase) «La storia, come un’idiota, meccanicamente si ripete»; e i versi di Eugenio Montale che culminano nel distico «La storia non è
magistra / di nulla che ci riguardi» (6). Dico questo dopo aver seguito, la scorsa settimana, il simpatico siparietto della premier italiana nel decennale del terremoto che colpì i comuni dell’Appennino centrale. Dichiara Meloni: «In questi dieci anni sono state tante le difficoltà. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente». Che è come scoprire l’acqua calda. Segue l’autocelebrazione di rito: «I dati testimoniano che la direzione è cambiata…». Indovinate da quando? Esattamente da quando si è insediato il governo Meloni (1½ come l’anno e mezzo che manca alla scadenza del governo Meloni). È ovvio che l’impegno del risanamento aumenterà, e se ce lo assicura la premier possiamo stare tranquilli. La storia si ripete come un’idiota e non è maestra di niente. Vi ricordate l’abbraccio di Berlusco-
A video spento
ni (con caschetto rosso) ai terremotati dell’Aquila? E le promesse? Realizzate. Un miliardo di euro per la costruzione di «new town» distribuite in tutta la provincia. Un decennio dopo, il Cavaliere tornò per un’autocelebrazione alla sua maniera, elogiando la «colossale opera di ricostruzione». Lo si può ancora ascoltare su YouTube (1½ d’obbligo): «Queste case sono case solidissime non solo contro il terremoto anche con scosse elevate ma sono case solide per la durata di sé stesse (sic!), sono belle, sono vissute con gioia da chi le abita». Le case «solide per la durata di sé stesse» già allora cadevano a pezzi, terrazzi in frantumi, quartieri evacuati per rischi di crolli, finché quest’anno il «miracolo new town» è stato abbattuto dalle ruspe. Autocelebrarsi è un vizietto da cui è difficile guarire anche di fronte al fallimento. Del resto, l’abbiamo detto, la storia non insegna niente. Ogni volta,
di fronte alle grandi tragedie, la solita solfa retorica. Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, qualche giorno dopo la tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956, disse in Parlamento parole irripetibili: «I nostri animi restarono sospesi sul fondo dell’abisso, sul quale si piegavano in angosciosa ansia i familiari delle vittime…» (-X, fate voi). Nel 1963, sulle rovine del Vajont, lo stesso Leone, allora presidente del Consiglio, alla popolazione che urlava «assassini» contro i politici che avevano favorito la costruzione della diga, giurò: «Giustizia sarà fatta». Non soltanto giustizia non fu fatta (condanne minime), ma Leone da avvocato avrebbe difeso la Società costruttrice e l’Enel. La storia non è magistra di nulla, tant’è vero che nonostante le serie riserve dichiarate da tanti ingegneri, ancora è aperto il tema Ponte sullo Stretto di Messina. Ogni volta che
ne sento parlare il pensiero mi corre al Vajont: anche gli ingegneri che si opponevano alla diga non furono ascoltati. La lettura del saggio Tra Scilla e Cariddi di Giulio Ferroni (appena pubblicato dall’editore Laterza, voto 5+) aggiunge, ai dubbi tecnici e ambientali, interrogativi morali. Il libro è scritto da un critico letterario che si dichiara «in preda ad astratti furori» come il protagonista di Conversazione in Sicilia, che attraversa lo Stretto per fare ritorno al suo paese. Basterà qui limitarsi alle premesse: ispirato dalla lettura del capolavoro di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Ferroni confessa di aver sempre pensato che la letteratura riguardasse la vita (di tutti). E anche per questo vede in quell’opera mostruosa di ferro e cemento progettata in un luogo cruciale della memoria e della letteratura un atto di violenza. Forse la letteratura è maestra più della storia.
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di Aldo Grasso
Dalla propaganda alla compiacenza ◆
Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco e sessantadue dalla pubblicazione di Apocalittici e integrati. Nel suo testamento, il semiologo chiedeva che per almeno dieci anni la sua figura non venisse celebrata in convegni e ricorrenze: meglio piuttosto rileggere le sue opere, compulsarle con attenzione e, magari, comprenderle; poi sarebbe giunto il tempo per parlarne. Oggi si torna a discutere di Eco partendo da un gioco di parole che l’autore de Il nome della rosa avrebbe certamente apprezzato: l’acronimo AI sta per Apocalittici e Integrati, ma definisce anche l’Artificial Intelligence. Cosa lega questi due universi? Ogni epoca sceglie la propria macchina simbolica. Negli anni Sessanta era la televisione, accusata di omologare il gusto, e insieme celebrata come strumento di democratizzazione culturale. Oggi quella macchina si chiama intelligenza artificiale. Cambiano gli
oggetti, non il copione. Da una parte gli apocalittici, convinti che l’AI segnerà la fine del lavoro intellettuale e della creatività; dall’altra gli integrati, persuasi che l’algoritmo inaugurerà una nuova età dell’oro della conoscenza. Non vi è momento più adatto per tornare a Eco: non per cercarvi una risposta pronta sull’intelligenza artificiale, ma per imparare a formulare meglio le domande. Il libro del 1964 viene spesso ricordato come un saggio sul «concetto feticcio dell’industria culturale». In realtà parlava soprattutto di un atteggiamento mentale. Eco non si chiedeva se i media (con il loro carico di cultura di massa, kitsch, fumetti, canzoni di consumo…) fossero buoni o cattivi, ma cercava di capire perché ogni innovazione producesse due schieramenti speculari: chi vi leggeva il tramonto della civiltà e chi vi intravedeva l’alba di un mondo migliore. Era una
lezione di metodo prima ancora che di critica culturale. Con l’intelligenza artificiale, tuttavia, accade qualcosa di nuovo. Il dibattito tende a sostituire l’analisi con la profezia: gli apocalittici descrivono scenari di disoccupazione di massa, gli integrati promettono produttività infinita. Entrambi trasformano una tecnologia in un mito, finendo per smettere di osservarla. La vera novità dell’AI non consiste nella potenza di calcolo, ma nella sua natura linguistica. Per la prima volta una macchina non esegue solo ordini: conversa, argomenta, scrive, traduce, persuade. Non importa stabilire se «capisca» davvero ciò che dice; più interessante è chiedersi cosa accada quando milioni di persone dialogano quotidianamente con un sistema che produce testi plausibili e coerenti. Il cambiamento più radicale riguarda l’autorità del sapere. Per secoli la conoscenza ha avuto un volto: il maestro,
l’enciclopedia, il libro. Internet aveva spostato il baricentro sulla ricerca orizzontale; l’intelligenza artificiale compie un passo ulteriore, sostituendo la ricerca con la conversazione. Non cerchiamo più informazioni, chiediamo direttamente una risposta. La conoscenza assume la forma del dialogo, modificando il nostro rapporto con il dubbio, la verifica e l’errore. Inoltre, l’AI inaugura una nuova forma di delega. Le macchine ci avevano liberato dalla fatica fisica; oggi si alleggerisce il lavoro cognitivo sintetizzando documenti, organizzando idee ed elaborando testi. La questione è capire quale esercizio dell’intelligenza rischiamo di atrofizzare. Qui emerge un paradosso tipicamente «alla Eco». La cultura di massa tendeva all’omologazione proponendo a tutti gli stessi contenuti. L’intelligenza artificiale sembra fare l’opposto, promettendo risposte personalizzate. Ma
proprio la personalizzazione rischia di produrre un nuovo conformismo: non l’uniformità della propaganda, ma quella della compiacenza. La domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale pensi – un quesito che appartiene alla metafisica –, ma quale idea di intelligenza stiamo costruendo. Se la riduciamo alla rapidità della risposta, alla correttezza sintattica o all’efficienza, giudicheremo l’uomo con il metro delle macchine. Se invece continuiamo a riconoscervi il dubbio, l’ironia, la responsabilità e l’invenzione dell’inaspettato, il confronto cambia prospettiva. La lezione più attuale di Umberto Eco consiste nel rifiuto delle tifoserie. Essere apocalittici o integrati significa lasciare che sia la tecnologia a decidere il terreno della discussione. Essere interpreti significa osservare come quella tecnologia trasformi i linguaggi, le istituzioni e l’immaginario.
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GUSTO Zucchine
Zucchine con taboulé di ceci Piatto principale per 4 persone 4 zucchine sale 200 g di pomodorini ciliegini 1 mazzetto di prezzemolo a foglia liscia 1 cucchiaino di cumino 1 limone 1 scatola di ceci da ca. 250 g 8 cucchiai di olio d’oliva pepe
1. Taglia per il lungo le zucchine e incidi la superficie di taglio a losanghe. Sala e lasciale riposare un po’. 2. Nel frattempo, taglia i pomodori a dadini. Trita grossolanamente il prezzemolo. 3. Pesta finemente il cumino nel mortaio. Spremi il limone. Scola i ceci e lasciali sgocciolare. 4. Mescola i pomodori con il cumino, il prezzemolo, i ceci, il succo di limone e ¾ dell’olio. Condisci con sale e pepe.
Ricette e immagini: Migusto, Adobe Stock
5. Scalda il grill a 200 °C. Asciuga le zucchine dall’acqua di vegetazione con carta da cucina. Spennellale con il resto dell’olio e condiscile con sale e pepe.
Zucchine: le regine della versatilità
La fine dell’estate ce ne regala in abbondanza. È quindi ancora più bello che questa verdura verde si presti a così tante preparazioni diverse. Queste ricette dimostrano quanto abbia da offrire Testo: Claudia Schmidt
6. Griglia le zucchine per ca. 8 minuti a fuoco diretto. Servile con il taboulé di ceci.
Qui puoi scaricare l’app Migusto
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MONDO MIGROS
Spaghetti alle zucchine Una ricetta veloce, leggera e semplice: basta mescolare le spirali di zucchine con spaghetti, peperoncini, aglio e formaggio fresco di capra. Buon appetito!
Primo soccorso contro l’eccesso di raccolto Chi coltiva le zucchine in giardino rimane stupito dalla rapidità con cui crescono. Con i seguenti consigli è possibile sfruttare al meglio questa versatile varietà di verdura. Raccogliere le zucchine piccole Per quanto le zucchine di grandi dimensioni possano sembrare impressionanti, questi ortaggi sono più buoni quando sono ancora piccoli e teneri. Per questo motivo conviene raccoglierle regolarmente, invece di lasciarle crescere a lungo.
Zucchine con ripieno di carne macinata Zucchine con ripieno di carne macinata: anche i bambini adorano questo piatto. Inoltre, sta benissimo anche su un buffet.
Utilizzarle nelle zuppe Le zucchine particolarmente grandi sono ideali per preparare una zuppa cremosa. A tal fine, taglia le zucchine a pezzi e rosolale in un po’ d’olio insieme alle cipolle, all’aglio e a una patata. Aggiungi il brodo e cuoci finché non si ammorbidiscono. Successivamente frulla il tutto e insaporisci con panna, scorza di limone e parmigiano. Servi con prezzemolo tritato. Cucina creativa Le zucchine grandi, tagliate nel senso della lunghezza, possono essere farcite proprio come quelle piccole. Servi la zucchina intera, in modo che ogni commensale ne riceva una fetta. Oppure taglia le zucchine trasversalmente a fette spesse, disponile come se fossero dei bicchieri, svuotale, farciscile e gratinale. Tagliate nel senso della lunghezza e grigliate, le fette di zucchine possono sostituire le sfoglie per lasagne e conferire a questo piatto così amato un tocco stagionale.
Piccole, grandi regine della Migros
Zucchine al kg al prezzo del giorno
Frittata di zucchine alle erbe aromatiche
Zucchine al forno Disponi a strati in una pirofila da gratin le zucchine tagliate a listarelle, alternandole con fette di mozzarella. Aggiungi il parmigiano e i pomodorini, inforna… e buon appetito!
La frittata con fette di zucchine saltate in padella ed erbe aromatiche – come menta, basilico, erba cipollina e prezzemolo – è ottima anche fredda..
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MONDO MIGROS
LIFESTYLE Cura del corpo
Ecco come la pelle mantiene il proprio equilibrio Cos’è il pH? Come si riconoscono i suoi cambiamenti e cosa si può fare? Le risposte e i consigli più importanti per la cura quotidiana a casa Testo: Edita Dizdar Cos’è il valore del pH della pelle?
Il valore del pH indica quanto una sostanza sia acida o basica. «La superficie della pelle sana è leggermente acida e il suo valore si attesta solitamente tra 4,5 e 5,5», afferma Malgorzata Karwath, primaria del reparto di dermatologia dell’Ospedale universitario di Basilea. Il valore può variare a seconda della parte del corpo, dell’età, del metodo di misurazione e dei fattori esterni. Questo ambiente leggermente acido, noto anche come mantello acido protettivo, si forma, tra l’altro, a causa del sudore, del sebo e dei componenti dello strato più superficiale della pelle.
I prodotti per la cura e la pulizia delicati e leggermente acidi possono favorire il mantenimento del naturale equilibrio cutaneo. Tuttavia, il valore del pH da solo non è determinante per stabilire se un prodotto sia ben tollerato: anche gli altri ingredienti svolgono un ruolo importante. «Espressioni come “pH neutro” o “neutro per la pelle” non costituiscono una garanzia di qualità o di tollerabilità», afferma l’esperta.
Come si riconoscono i cambiamenti?
Pelle secca, ruvida o desquamata, arrossamenti, sensazione di bruciore o maggiore sensibilità possono indica-
Cura delicata
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A cosa dovrei prestare attenzione nella cura della pelle?
Unsplash/Antonio Verdin
Perché è importante?
Il valore del pH rafforza la barriera cutanea e influisce sul microbioma cutaneo naturale, ovvero l’insieme di tutti i microrganismi presenti sulla nostra pelle. Anche sostanze importanti come gli enzimi, che contribuiscono alla formazione e al rinnovamento della barriera cutanea, funzionano in modo ottimale in queste condizioni.
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Come posso favorire il mantenimento del pH naturale?
re una barriera cutanea compromessa. Tali disturbi possono tuttavia avere molte cause diverse. Un valore di pH elevato si osserva, ad esempio, in caso di malattie della pelle quali la derma-
tite atopica, la rosacea, l’acne, nonché in caso di pelle secca e matura. «In caso di disturbi persistenti, è opportuno sottoporsi a una visita medica», raccomanda Karwath.
È importante utilizzare prodotti adatti alla propria pelle. In genere, i prodotti dalla formulazione delicata sono più rispettosi della pelle. Gli scrub aggressivi, i saponi fortemente sgrassanti o una detersione troppo frequente possono compromettere il mantello acido protettivo della pelle. «Chi usa acqua tiepida anziché calda e fa una doccia il più breve possibile contribuisce a evitare che la pelle si secchi inutilmente», afferma la dottoressa Malgorzata Karwath. In caso di pelle secca, può essere utile applicare successivamente un prodotto idratante adatto.
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CONSIGLI Ammorbidente
Bucato ultra morbido L’ammorbidente rende il bucato soffice e gli conferisce una gradevole fragranza. Tuttavia, non agisce allo stesso modo su tutti i tessuti e dovrebbe essere utilizzato solo in modo mirato Testo: Heidi Bacchilega
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Cosa fa davvero l’ammorbidente
Cosa contraddistingue i prodotti
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Quando è opportuno usare l’ammorbidente
È particolarmente indicato per capi in cotone come magliette o biancheria da letto. Anche i tessuti misti ne traggono vantaggio, poiché «scricchiolano» meno. Per quanto riguarda gli asciugamani: è vero che li rende morbidi, ma diminuisce anche il loro potere assorbente e quindi li fa asciugare meno bene.
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Esso ricopre le fibre come una pellicola sottile. Liscia la superficie dei tessuti e riduce l’elettricità statica. «In questo modo il bucato risulta più morbido al tatto e cade in modo più fluido», spiega Sabrina Kalt, responsabile di prodotto per il settore tessile e biancheria presso la Migros.
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Quando è meglio evitarlo
L’ammorbidente non è indicato per l’abbigliamento sportivo e tecnico, poiché ne compromette la traspirabilità. I panni in microfibra perdono la loro efficacia pulente, mentre la lana e i capi in piumino possono danneggiarsi. Per gli indumenti protettivi, l’ammorbidente è assolutamente da evitare, poiché può comprometterne la funzione protettiva.
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Errori tipici
«Molti ne usano troppo o versano l’ammorbidente direttamente sui capi», spiega la responsabile di prodotto. Inoltre, nella maggior parte dei casi non è necessario utilizzarlo a ogni lavaggio.
Oggi esistono ammorbidenti con ingredienti di origine vegetale facilmente biodegradabili; tra questi figura anche l’ammorbidente della linea «Nature Clean» della Migros. Le varianti classiche contengono spesso coloranti, profumi e conservanti che possono finire nei fiumi quasi senza essere filtrati. Chi ha la pelle sensibile farebbe meglio a scegliere un prodotto senza profumo.
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A cosa prestare attenzione
«Basta dare un’occhiata alle istruzioni di lavaggio dei capi per capire se è possibile utilizzare l’ammorbidente», afferma Sabrina Kalt. In ogni caso, è importante un uso mirato e un dosaggio corretto. Di solito bastano dai 15 ai 25 ml per ogni ciclo di lavaggio. In caso di acqua dolce, è necessario dosare con particolare parsimonia. Il sito wasserhaerteschweiz.ch fornisce informazioni sulla durezza dell’acqua nel tuo comune.
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Croccante fuori, morbida dentro La ciabatta è un pane tipicamente italiano a base di farina, acqua e olio d’oliva, fantastico se infarcito per dare forma a gustosi panini
Dai fumetti al ring con una marcia in più Marvel Tōkon: Fighting Souls abbina personaggi e ambientazioni iconiche a un sistema di combattimento profondo, con il doppiaggio italiano
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Per tutto l’oro del Far West tropicale
Reportage ◆ Nella Minas Gerais, il comune di Ouro Preto è parte delle cosiddette cidades historicas, e Patrimonio dell’Umanità UNESCO Enrico Martino, testo e foto
Minas-Rio, 7-2 titola una pagina ingiallita di quotidiano, incorniciata come una reliquia in un anonimo barzinho, un baretto annidato in una stradina di Ouro Preto, Brasile. Non si riferisce a qualche leggendaria partita di calcio, è la cronaca di una sparatoria avvenuta una ventina d’anni fa, quando bande di rapinatori in trasferta da Rio de Janeiro presero d’assalto una banca locale. Finì sette a due, sette prigionieri e due morti, perché la polizia li stava aspettando. Ma per quale ragione scelsero proprio questa cittadina Patrimonio UNESCO circondata da una gruviera di colline bucherellate da vecchie miniere? Forse perché Ouro Preto è stata per secoli la cassaforte del Paese più vasto del Sudamerica, e questi sono da sempre i danni collaterali di una febbre dell’oro, che ha lasciato in eredità una teatrale bellezza architettonica. Ci vuole tempo, molto tempo, dopo lo stordimento iniziale, per comprendere che cosa si nasconde dietro il fascino di questo sogno barocco iniziato alla fine del Seicento, quando l’acqua si trasformò in oro. Più precisamente quando una compagnia di bandeirantes, gli avventurieri che si inoltravano nelle zone inesplorate del Brasile in cerca di ricchezze, scoprì delle insolite pietre nerastre bagnate da un ruscello. Era ouro preto, oro nero alluvionale ricoperto da ossido di ferro, in quantità tale da scatenare una corsa all’oro che attirò una massa di disperati che secondo le cronache del tempo, «morivano di fame con le tasche piene di pepite».
la sua chiesa, perché nel cattolicissimo Brasile coloniale vigeva una rigorosa intolleranza religiosa. L’unica cosa che univa tutti, comprese le anime inquiete di schiavi neri decapitati e amanti trucidate in modo efferato che popolano le leggende locali, era un’irrefrenabile fame di ricchezza. Quanta ce ne fosse lo testimonia un’urbanistica inventata da avventurieri e minatori tra colline così ripide che spesso le strade diventano scalinate, un teatro di pietra che va in scena ogni alba, quando i primi raggi del sole scivolano lungo stradine che si attorcigliano su e giù tra le colline, rivelando un delirio di campanili, cupole e santi dallo sguardo estatico che si moltiplicano all’infinito.
«Morivano di fame con le tasche piene di pepite». Nessuna immagine racconta meglio la febbre dell’oro che fece la fortuna del Brasile e la rovina di generazioni di cercatori Solo nel Settecento vennero spedite in Portogallo almeno ottocento tonnellate d’oro, oltre a quello illegale o rimasto nella colonia, facendo di Minas Gerais – le «Miniere Generali», nome che è tutto un programma – il cuore pulsante del Brasile e spostando per sempre verso sud il baricentro del paese. Gli spietati campi minerari di questo Far West tropicale si trasformarono rapidamente in cittadine stracolme di oro e pietre preziose, ma anche di arte e architetture barocche. Oggi queste cidades historicas sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ma a quei tempi fortune inimmaginabili potevano nascere in pochi giorni, pronte a dissolversi alla stessa velocità, in un ambiente di violenza tale che secondo un testimone dell’epoca «Dio
Ouro Preto. Sullo sfondo la chiesa di Sant’Ifigenia.
aveva permesso la scoperta di queste ricchezze per punire il Brasile». Nel frattempo, il Portogallo del marchese di Pombal assisteva compiaciuto all’estrazione di un fiume d’oro e diamanti che trasformò Lisbona in una delle più belle capitali
europee. Chi provava a non pagare il Quinto Real, il 20% che spettava alla corona portoghese, finiva male e il Governo coloniale arrivò a proibire la costruzione di monasteri per impedire che raccogliessero denaro per il Papa. Precauzioni ovviamente velleita-
rie perché si narra che a Ouro Preto, il centro più importante, persino gli schiavi africani nascondessero la polvere d’oro tra i capelli e sotto le unghie pur di costruire una chiesa alla loro patrona, Santa Ifigenia. Bianchi, neri, meticci, a ciascuno
Dentro chiese che evocano grotte dorate il tempo sembra essersi fermato a quando i miracolati dell’oro spendevano patrimoni per commissionare paffuti angeloni, prosperose sirene e santi dall’aria vagamente inquisitoria che si inseguono tra colonne ricoperte di pampini. «Ouro Preto ha dentro di sé una forza nutrita da un passato di bellezza, un’energia che spinge a fare qualcosa di creativo», sa di cosa parla il pittore Carlos Bracher, una vera istituzione locale. Persino alla sera, mentre la nebbia si infila veloce tra le colline ricoprendo di ovatta lampioni che riscaldano facciate pastello, tutti cercano di inventarsi qualcosa in piazza Tiradentes, che onora per l’appunto un dentista seguace di Voltaire e degli illuministi che in realtà si chiamava Joaquim José da Silva, e che dall’alto del suo monumento sorveglia discretamente un andirivieni di ragazzini che vendono improbabili pietre preziose. Nel 1789 insieme ad altri intellettuali si mise alla testa del movimento dell’Inconfidência per chiedere l’indipendenza del Brasile. La congiura venne però immediatamente stroncata e la corona portoghese, che non voleva creare martiri, commutò le pene capitali nell’esilio. Tuttavia le strade del tempo erano quello che erano e il messaggero reale arrivò quando Joaquim da Silva era già stato squartato e la sua testa stava marcendo in piazza. Avrebbe dovuto chiederlo agli schiavi neri come sarebbe andata a finire, loro lo sapevano da sem-
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pre perché bastava alzare lo sguardo all’entrata della città, in un luogo opportunamente chiamato Las Cabeças dove erano ordinatamente appese le teste di chi non era d’accordo, per far capire ai nuovi venuti come andavano le cose. Apparentemente non è cambiato molto, perché in un vicino garimpo, un giacimento dove la pioggia ha dipinto di nero una terra rossa così cattiva che ti può franare addosso prima che te ne renda conto, Joao Catarinho racconta come un banale contrattempo che «qualche mese fa uno dei nostri è stato sepolto sotto una montagna di terra, e ci sono voluti sette giorni per trovarlo». Mitizzato nei racconti popolari e nelle telenovelas ma disprezzato e sfruttato nella vita reale, il garimpeiro è un uomo perduto dietro un miraggio di ricchezza, un cercatore sempre in attesa del giorno, che forse non verrà mai, in cui troverà la pietra che gli risolverà la vita. Per capirlo, bisogna partire dalla realtà quotidiana di chi vende pietre che possono valere anche diecimila dollari: qui sognano sempre in dollari, ma spesso non hanno soldi per un piatto di riso. Magari ne chiedono mille per una pietra grezza apparentemente senza valore, poi vendono a cento qualcosa che una volta lavorato ne può valere quattrocento, perché neanche loro riescono a dare un prezzo a quello che tengono in mano.
Ouro Preto è una delle città coloniali più importanti e meglio conservate del Minas Gerais.
Mariana. Garimpo, una piccola miniera dove si estraggono pietre preziose come il topazio imperiale.
Mitizzato nei racconti popolari, ma disprezzato nella realtà, il garimpeiro è un uomo perduto dietro un miraggio di ricchezza Il sogno proibito di cercatori e collezionisti è il raro topazio imperiale che si trova soprattutto a Ouro Preto, famoso già dal diciottesimo secolo quando decine di migliaia di schiavi africani estraevano dal buio delle miniere quantità di oro così grandi che un chilo grezzo valeva quanto uno d’argento lavorato. Alla notte si rintanavano in qualche buraco, le grotte affumicate dai falò accesi per cucinare a fejioada, una fagiolata, e ripararsi dall’umidità. Chi invece i soldi probabilmente li ha sempre avuti anche per un buon stufato di maiale con fagioli alla mineira è un anziano signore dall’aria serafica che secondo i bene informati sarebbe una delle pochissime persone che controllano i diamanti a Diamantina, antico capolinea della lunga Estrada Real che collegava Minas Gerais ai porti brasiliani. In questa cittadina aggrappata a una montagna, la corsa alla ricchezza non è mai finita, e per riuscire a vedere l’oggetto del desiderio, una manciata di diamanti grezzi, sono andato a cercarlo, munito di autorevoli raccomandazioni. Lui si è schermito, «Sono solo un piccolo commerciante, purtroppo non ho nulla, altrimenti si figuri se non glieli farei vedere». Nel frattempo ha sciorinato un ventaglio di sbiadite fotografie da far venire un colpo al più incallito rapinatore, piramidi di pietre preziose ac-
catastate su tavolini di formica e vigilate da energumeni in tuta mimetica muniti di kalashnikov. «Sono i miei guardaspalle, ricordi di quando andavo in Angola per commerciare. Bisogna sapere come comportarsi, per-
ché i giacimenti sono isolati, è facile essere assaltati perché vai con denaro contante e torni con pietre». Poi, guardandomi dritto negli occhi, ha sussurrato; «Preferisco che non dica il mio nome perché quello del diamanBrasile - Minas Gerais.
Diamantina è ancora una delle ultime città minerarie del Minas Gerais. Museu do Diamante (Museo del Diamante).
te è un mondo basato sulla confiança, sulla fiducia tra gente che si conosce da sempre». Basta saperlo, ho pensato, quando alla Casa do garimpeiro un kit per cercatori in vendita a poche decine di euro, pala e setacci inclusi, mi ha fatto venire in mente una scritta che ho visto sfrecciare sulla fiancata di un camion, «Il sole nasce per tutti ma l’ombra è per pochi». Molti però di ombra ne hanno avuta fin troppa, nelle gallerie che hanno rimbombato per secoli del cigolio di carrette tirate da muli che diventavano ciechi a forza di non vedere la luce del sole, e schiavi che con la loro sofferenza hanno prodotto teatrini barocchi come Tiradentes, una cittadina che ha fatto fortuna grazie ai set di Rede Globo, il gigante TV delle telenovelas, o Sâo Joâo del Rey dove le note di un concerto di musica classica scivolano tra le navate della cattedrale. Lievi come le statue dei dodici Profeti in pietra sabão, la pietra pomice più leggera dell’aria, che
volteggiano sulle scalinate della chiesa del Bom Jesus do Matosinhos a Congonhas. Sono i capolavori di un personaggio geniale, estremo come il mondo che lo circondava, Antonio Francisco Lisboa, detto Alejiadinho, il «piccolo storpio». Di lui resta un ritratto dallo sguardo intenso, con le mani nascoste nelle maniche della giacca per non mostrare la devastazione prodotta da una malattia deformante, forse la lebbra, costretto a lavorare con strumenti legati ai polsi dagli apprendisti. Eppure, nulla riuscì ad arrestare la forza sovrumana di questo autodidatta che creò un universo di pietra, sintesi perfetta del barroco mineiro dilaniato tra la ricerca di una perfezione ultraterrena e la febbre della passione più insana e terrena, quella dell’oro.
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Ricetta della settimana - La ciabatta ●
Ingredienti
Preparazione
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Pasticceria salata Ingredienti per 2 pani da 350 g
1. Setacciate le due farine nella ciotola del robot. Sciogliete il lievito nell'acqua e unitelo gradualmente, impastando per 6 minuti alla velocità minima. Aggiungete il sale e l'olio d'oliva, quindi impastate per altri 3 minuti, fino a ottenere un impasto liscio, molto morbido e un po’ appiccicoso. 2. Spennellate una scodella con l’olio d’oliva e adagiateci l’impasto. Sigillate ermeticamente la scodella e lasciate riposare per 30 minuti. 3. In seguito, piegate l’impasto nella scodella usando il metodo del «Coil fold» con le mani umide. Afferrate con cautela al centro e da sotto l’impasto. Sollevate leggermente l’impasto e stiratelo senza strapparlo. Piegate l’impasto stirato in avanti verso il bordo della scodella. Ruotate di 90° la scodella. Ripetete il procedimento altre tre volte. Sigillate di nuovo e lasciate riposare per 30 minuti. 4. Ripetete la piegatura dell’impasto. Sigillate di nuovo e lasciate lievitare a temperatura ambiente per 12-16 ore. 5. Cospargete il piano di lavoro con abbondante semola di grano duro. Rovesciate delicatamente l'impasto senza lavorarlo, dividetelo in due e adagiate le pagnotte su un foglio di carta da forno. Spolverizzatele con altra semola, copritele con un canovaccio e lasciatele riposare per 30 minuti a temperatura ambiente. 6. Durante gli ultimi 15 minuti di riposo scaldate il forno statico a 250 °C (sopra e sotto). Infilate una teglia da forno al centro e una seconda teglia nella scanalatura più bassa. 7. Adagiate le pagnotte assieme alla carta da forno sulla teglia al centro del forno. Versate 2 dl d’acqua sulla teglia inferiore, in modo che si formi forte vapore. Cuocete le pagnotte per 8 minuti. 8. Aprite brevemente lo sportello del forno per far fuoriuscire il vapore. Eliminate la carta da forno. Estraete la teglia inferiore. Riducete il calore a 200 °C e cuocete le pagnotte per altri 8 minuti. 9. Aprite leggermente lo sportello. Cuocete le pagnotte per altri 3 minuti per rendere la crosta più croccante. Adagiate le ciabatte su una griglia e lasciatele raffreddare per almeno 30 minuti.
Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch
350 g di farina per pizza 100 g di farina bianca 1,5 g di lievito fresco 3,5 dl d’acqua, tiepida 9 g di sale 1 c d’olio d’oliva per l’impasto olio d’oliva per ungere la scodella semola di grano duro per la superficie di lavoro 2 dl d’acqua per la teglia
Preparazione: circa 40 minuti; riposo: circa 13-18 ore; cottura in forno: circa 20 minuti; raffreddamento: almeno 30 minuti Per Porzione: circa 30 g di proteine, 12 g di grassi, 165 g di carboidrati, 910 kcal Annuncio pubblicitario
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Convincono i supereroi nel mondo degli anime
Videogiochi ◆ Con Marvel Tōkon: Fighting Souls lo studio giapponese riprende la formula che ha reso celebre Dragon Ball FighterZ e la adatta a un universo completamente diverso Kevin Smeraldi
Marvel Tōkon: Fighting Souls è stato sviluppato da Arc System Works, gli stessi geniali autori che nel 2018 ci hanno regalato quel capolavoro assoluto di Dragon Ball FighterZ. Con questo titolo, i ragazzi dello studio sono stati in grado di riproporre molte tecniche e dinamiche tipiche dello stile anime e manga, conferendo a un’opera Marvel un’impronta nuova e originale: un’identità perfetta per un picchiaduro frenetico e ricco di supereroi. Per un amante dei fumetti Marvel, ma anche soltanto per chi apprezza i film o i classici cartoni animati, Marvel Tōkon è una chicca. Pad alla mano, si vede chiaramente come questo gioco sia stato creato da fan per i fan, con una cura maniacale nella realizzazione dei personaggi, delle loro mosse e dei tratti distintivi. Stesso discorso per gli scenari di combattimento, che riprendono fedelmente aree iconiche dell’universo Marvel. Ma la vera sorpresa, quella che ci ha esaltato fin dalla prima partita, è stato il doppiaggio in italiano, sicuramente non scontato per un picchiaduro. È stata una gioia immensa poter giocare a questo titolo interamente nella nostra lingua, con tutti i dialoghi e gli intermezzi tradotti fedelmente; e quando diciamo «fedelmente», intendiamo che molti personaggi
sono doppiati dai loro storici interpreti cinematografici! Questa cura rende gli scambi, le provocazioni e le battute sul ring divertenti e immersivi. Marvel Tōkon: Fighting Souls è un picchiaduro 4 contro 4 che non comincia con quattro combattenti disponibili da subito: l’esperienza iniziale ricorda infatti un classico 2v2, per poi sbloccare man mano gli altri due lottatori nel corso del match. In questo gioco non basterà essere bravi con un solo eroe e padroneggiarne le mosse, ma bisognerà capire con quali altri tre personaggi fare squadra. In modo da imparare quali assist lo aiutino, quali combinazioni permettano conversioni di danno efficaci e, soprattutto, quali membri del team ne compensino le debolezze. Ci è piaciuto molto il modo in cui la composizione della squadra si riflette sul gameplay, dal coreografico sistema Break, che scaglia l’avversario in un’altra area dello scenario sfondandone i muri, alle mosse speciali Assemble, eseguite coralmente da tutto il team con combo visivamente folli. Queste azioni spettacolari caricano le barre di salute, abilità e Assemble, permettendo di inserire gli altri due membri e rendendo l’offensiva sempre più varia tra Special e devastanti Ultimate. Il combat system è intelligente. Da
un lato permette ai neofiti di eseguire combo potenti e semplici; dall’altro è talmente profondo che chi deciderà di dedicargli tempo per padroneggiare ogni tecnica diventerà un combattente formidabile, grazie all’infinità di combinazioni possibili. Il sistema si basa sui classici tre tasti d’attacco (leggero, medio e pesante), concatenabili in sequenza, a cui si aggiungono un tasto per le abilità uniche, uno per le mosse speciali semplificate e il comando fondamentale per richiamare gli assist. La vera intuizione risiede
Giochi e passatempi Cruciverba E poi, ci sono quelle frasi che ti rimangono dentro, specialmente… Trova il resto della frase leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere evidenziate. (Frase: 2, 5, 1, 4, 8, 5, 9) ORIZZONTALI 1. Egizio a Torino 6. Nome maschile spagnolo 11. Nome femminile 12. Lo è il cirro 13. Formano un codice per prezzi 14. Il vero cognome di Massimo Ranieri 16. Una dea greca della guerra 17. Gioie del mare 18. La Negri scrittrice 19. Uncini 20. Le iniziali dell’attrice Rinaldi 21. Le iniziali del tennista Alcaraz 22. Fiume francese 23. Un giardino custodito 24. Un Rossi della canzone 25. Crostata 26. Resta se si fa piazza pulita 28. Frank regista 29. Può esserlo la quota 30. Ci sono quelli di Guardia
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nelle Link Combo (il sistema di autocombo), che offre tre percorsi differenti in base al tasto premuto a ripetizione; la cosa brillante è la possibilità di mixare i vari rami d’attacco, ottimizzando la gestione delle risorse del team tra assist e mosse speciali in maniera sempre strategica e mai banale. Il titolo offre un ottimo ventaglio di modalità. Oltre a una sezione di allenamento indispensabile per l’apprendimento, c’è la possibilità di seguire storie originali create su misura per il gioco, proprio come se stessi-
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
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mo sfogliando un albo a fumetti. Non mancano ovviamente le classiche sfide offline e online. Da segnalare inoltre Arcadia Rumble, una divertentissima modalità arcade in cui gli avatar affrontano sia la CPU sia altri utenti online, alternando minigiochi a vere e proprie battaglie con regole speciali stravaganti. Dal punto di vista tecnico siamo di fronte a un lavoro di pregevole fattura: sia a livello grafico sia nel comparto audio sono di altissimo livello. A colpirci è stata soprattutto la cura dei dettagli, con modelli dei lottatori e arene riprodotti alla perfezione. Senza mezzi termini, si tratta del miglior titolo su licenza Marvel a cui abbiamo mai giocato. Chiudiamo questa recensione affermando che, a oggi, questo è senza dubbio uno dei migliori picchiaduro in circolazione, se non addirittura il migliore. Entrare nell’universo Marvel con le meccaniche e l’anima di Dragon Ball FighterZ è stato entusiasmante. L’unica nota critica, se così si può definire, è legata proprio alla sua profondità, che per essere competitivi online occorre investire molto tempo per padroneggiare non uno, ma ben quattro personaggi. Se non siete giocatori occasionali e puntate a scalare le classifiche, preparatevi a dedicargli parecchie ore. Voto: 9/10.
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Soluzione della settimana precedente 31. Nome femminile 32. Bassi in Europa VERTICALI 2. Stato dell’Africa orientale 3. Vi scorre il Tigri e l’Eufrate 4. Una moneta 5. Audace 7. Rifiuta ogni forma di autorità o potere costituito 8. Invalidati 9. Uno strumento musicale 10. Il nome dello scrittore britannico Deighton
13. Segnale luminoso in inglese 14. Segno d’intesa 15. Fiume del Peloponneso 17. S i tirano indietro sull’attenti 19. Ladrone impenitente crocifisso con Gesù 20. Il Chuck Texas Ranger 22. Pii, giusti 23. Attrezzi per contadini 24. Un copricapo femminile... 25. Difetto 27. Viale senza margini 28. Uno sbirro inglese
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch
SI DICE CHE … Si dice che Napoleone Bonaparte dormisse… – Resto della frase: … QUATTRO ORE A NOTTE
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I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».
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Migros Ticino 2
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Gallinacci Lituania, vaschetta da 500 g, (100 g = 1.98)
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Zucchine Migros Bio Svizzera, mazzo da 500 g, (100 g = 0.59)
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Sminuzzato di maiale IP-SUISSE per 100 g, in self-service
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Carne
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Bistecche di lonza di maiale marinate IP-SUISSE per 100 g, in self-service
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Spiedini Migros Svizzera, 2 pezzi, per 100 g, in self-service
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Entrecôte di manzo marinata IP-SUISSE per 100 g, in self-service
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Fettine di vitello Migros Svizzera, per 100 g, in self-service
4
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Coniglio intero Italia, per 100 g, al banco
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Nuggets di pollo Migros Brasile, 500 g, in self-service, (100 g = 0.97)
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33%
33%
9.35 invece di 14.–
Sovracosce di pollo Optigal al naturale o speziate, Svizzera, al kg, in self-service
per 100 g, in self-service
Migros Ticino
1.15
invece di 1.75
invece di 3.35
Sminuzzato di pollo Optigal Svizzera, in conf. speciale, per 100 g
34% 33%
33% Arrosto di collo di maiale IP-SUISSE
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Fleischkäse Delikatess IP-SUISSE prodotto da cuocere al forno, per 100 g, in self-service
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Costolette di maiale per 100 g, in self-service
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Carne e salumi
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Prosciutto al forno Tradition, IP-SUISSE 120 g, 3.02 invece di 4.50, in self-service, (100 g = 2.52)
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6.60 invece di 9.90
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Prosciutto crudo San Daniele Beretta Italia, 150 g, in self-service, (100 g = 4.40)
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Salsicce da grigliare con formaggio Svizzera, 2 x 2 pezzi, 2 x 300 g, (100 g = 1.10)
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Salame Milano Citterio Italia, 100 g, 3.55 invece di 5.30, in self-service
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Salametti di asino prodotti in Ticino, per 100 g, in self-service
2.45 invece di 3.70
Tacchino tonnato prodotto in Ticino, per 100 g, in self-service
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Prosciutto arrotolato Quick M-Classic Svizzera, per 100 g, in self-service
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Minipic Svizzera, 3 x 5 pezzi, 3 x 90 g, (100 g = 2.74)
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Pesce e frutti di mare
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Filetto di tonno pinna gialla Migros per 100 g, in self-service
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Filetti di salmone con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.47)
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Tutti i filetti gourmet prodotto surgelato, per es. filetti Gourmet Provençale Pelican, MSC, 400 g, 4.66 invece di 6.95, (100 g = 1.17)
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Prodotti freschi e pronti
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Il sostituto della carne Planted è prodotto a base di piselli gialli o di soia, senza l'aggiunta di additivi. I prodotti sono ricchi di proteine, naturali al 100%, hanno un gusto e una consistenza perfetti e possono essere preparati e abbinati in mille modi diversi.
Tutto l'assortimento Planted. per es. Güggeli Marinade, 175 g, 3.32 invece di 4.95, (100 g = 1.90)
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33% Lasagne Anna's Best, refrigerate alla bolognese o alla fiorentina, in confezioni multiple, per es. alla bolognese, 3 x 400 g, 7.90 invece di 11.85, (100 g = 0.66)
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33%
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Tutta la pasta fresca ripiena Anna's Best, refrigerata
Snack o menu asiatici, Anna's Best, refrigerati
per es. fiori al limone e formaggio fresco, 250 g, 3.32 invece di 4.95, (100 g = 1.33)
Mini Chicken Spring Rolls, Momos Beef o Chicken Teriyaki con riso, per es. Mini Chicken Spring Rolls, 2 x 300 g, 9.30 invece di 13.90, (100 g = 1.55)
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33%
Roots & Goods Ginger Bliss Shot, Curcuma & Orange Shot oppure Shot XL con mela, zenzero e limone, per es. Ginger Bliss Shot, 60 ml, 1.88 invece di 2.80, (100 ml = 3.13)
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Pane e prodotti da forno
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33%
Cornetto grande al burro di Sils in vendita sfusa IP-SUISSE 90 g, –.67 invece di 1.–, (100 g = 0.74)
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Tutti i tipi di Sandwich Migros, IP-SUISSE per es. Sandwich XL Migros, chiaro, 730 g, 2.28 invece di 3.40, (100 g = 0.31)
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33%
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6.20
Tutti i cake Petit Bonheur per es. cake al cioccolato, 420 g, 3.48 invece di 5.20, prodotto confezionato, (100 g = 0.83)
Biberli dell'Appenzello 6 x 75 g, (100 g = 1.38)
invece di 9.30
a partire da 2 pezzi
33%
Madeleine Petit Bonheur con burro svizzero o gocce di cioccolato, per es. con burro svizzero, 220 g, 1.88 invece di 2.80, prodotto confezionato, (100 g = 0.85)
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Formaggi e latticini
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Taleggio DOP 250 g (100 g = 0.58), al banco
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Le Gruyère piccante AOP circa 500 g o 830 g, in confezioni speciali, per 100 g
conf. da 2
33%
1.50
1.40
33% Formaggella 25% di grassi
Formaggio fresco Cantadou
per 100 g, al banco
aglio ed erbe aromatiche, rafano o mix di pepe, 2 x 140 g, 4.65 invece di 7.–, (100 g = 1.66)
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a partire da 2 pezzi
33%
a partire da 2 pezzi
33%
Tutte le mozzarelle Alfredo
Tutti i formaggi freschi Cantadou
per es. mozzarella classica, 150 g, –.97 invece di 1.45, (100 g = 0.65)
(escluse le confezioni multiple), per es. mix di pepe, 140 g, 2.35 invece di 3.50, (100 g = 1.68)
Migros Ticino 10
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Miscela per torta al formaggio M-Classic 2 x 250 g, (100 g = 0.84)
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per es. fragola, 150 g, –.50 invece di –.75, (100 g = 0.33)
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Tutti gli yogurt Bifidus
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Fondue Gerber
Bevanda all'avena Oatly Barista
L'Original o Moitié-Moitié, 2 x 800 g, (100 g = 1.25)
prodotto vegano, 1 litro, 2.28 invece di 3.40, (100 ml = 0.23)
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DEAL LO SAPEVI? Grazie al loro sapore intenso, i funghi secchi vengono utilizzati in cucina come esaltatori naturali dell'umami. Possono essere macinati fino a ottenere una polvere fine da usare come condimento oppure messi in ammollo per 20 minuti in acqua tiepida prima della cottura e impiegati per preparare risotti, zuppe e salse.
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Tutto l'assortimento Fiesta Del Sol per es. tortillas integrali, 8 pezzi, 320 g, 2.81 invece di 4.20, (100 g = 0.88)
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Tutti i sughi Agnesi per es. sugo all'arrabbiata, 400 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 0.50)
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33%
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Tutto l'assortimento di sottaceti e di antipasti, Condy per es. cetriolini, 290 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 0.68)
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33%
Tutti i funghi porcini e le spugnole M-Classic, secchi per es. funghi porcini, 100 g, 6.– invece di 8.95
a partire da 2 pezzi
33%
Intero assortimento Buitoni
Tutto l'assortimento di verdura Farmer's Best
prodotto surgelato, per es. Piccolinis al prosciutto e formaggio, 9 x 30 g, 3.32 invece di 4.95, (100 g = 1.23)
prodotti surgelati, per es. spinaci alla panna IP-SUISSE, 800 g, 2.65 invece di 3.95, (100 g = 0.33)
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Jumpy's alla paprica 2 x 100 g, (100 g = 1.90)
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a partire da 2 pezzi
33%
Pringles disponibili in diversi formati e varietà, per es. Original, 185 g, 2.21 invece di 3.30, (100 g = 1.19)
a partire da 2 pezzi
33%
Tutte le tisane Pukka bio per es. Night Time, 20 g, 4.42 invece di 6.60, (100 g = 22.10)
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Farina bianca Migros, IP-SUISSE a partire da 2 pezzi
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4 x 1 kg, 5.09 invece di 7.60, (100 g = 0.13)
Tutti i caffè istantanei (prodotti Nescafé e Starbucks esclusi), per es. Voncoré Cafino, in busta, 200 g, 5.16 invece di 7.70, (100 g = 2.58)
a partire da 2 pezzi
33%
Tutta la frutta, tutte le bacche e le castagne nonché tutta la frutta mista per smoothie prodotti surgelati, (Alnatura esclusi), per es. bacche miste M-Classic, 450 g, 3.32 invece di 4.95, (100 g = 0.74)
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Tutto lo zucchero gelificante e tutti i gelificanti per es. zucchero gelificante Gelvite M-Classic, 1 kg, 1.88 invece di 2.80, (100 g = 0.19) Offerte valide dal 3.9 al 9.9.2026, fino a esaurimento dello stock. 13
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Dolci e cioccolato
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assortite, 10 x 100 g, (100 g = 1.55)
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Tutti i Risoletto Frey per es. Milk, 5 x 42 g, 3.15 invece di 4.70, (100 g = 1.50)
33% Zampe d'orso o schiumini al cioccolato, M-Classic in confezioni speciali, per es. zampe d'orso, 760 g, 4.65 invece di 7.–, (100 g = 0.61)
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33% Praliné des Alpes Kägi Milk o Dark, per es. Milk, 2 x 150 g, 10.15 invece di 15.20, (100 g = 3.38)
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Tutte le birre analcoliche per es. Lager Non, 330 ml, –.80 invece di 1.20, (100 ml = 0.24)
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Tutto l'assortimento di Pepsi
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Acqua minerale Aproz
per es. Regular, 6 x 1,5 litri, 8.38 invece di 12.50, (100 ml = 0.09)
rossa, blu o gialla, 6 x 1,5 litri, 10.02 invece di 14.95, (100 ml = 0.11)
disponibile in diverse varietà e in confezioni multiple, 6 x 1,5 litri e 6 x 1 litro, per es. Gazéifiée, 6 x 1,5 litri, 4.29 invece di 6.40, (100 ml = 0.05)
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Succo d'arancia Migros Bio 6 x 1 litro, (100 ml = 0.13)
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Tutto l'assortimento di prodotti per la cura del viso L'Oréal Paris incl. Men (confezioni multiple escluse), per es. crema da giorno antirughe Revitalift, 50 ml, 11.36 invece di 16.95, (10 ml = 2.27) a partire da 2 pezzi
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Tutto l'assortimento pH balance (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. gel doccia, 250 ml, 2.35 invece di 3.50, (100 ml = 0.94) conf. da 4
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Tutto l'assortimento per la depilazione chimica Veet e I am
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prodotti per la rasatura inclusi (escluse le confezioni multiple), per es. crema depilatoria Sensitive, 150 ml, 5.70 invece di 8.50, (100 ml = 3.80)
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Tutto l'assortimento Classic Handymatic (sale rigeneratore escluso), per es. Classic All in 1, 50 pastiglie, 9.85 invece di 14.70
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