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Azione 35 del 26 agosto 2026

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Anno LXXXIX 26 agosto 2026

edizione

Cooperativa Migros Ticino

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GAA 1953 Response Zentral

Settimanale di informazione e cultura

MIGROS MONDO

7 Il 26 e il 2 na ritor settembre no StraLuga Pagina 2

www.azione.ch ●

SOCIETÀ

ATTUALITÀ

CULTURA

TEMPO LIBERO

Dolore, rigidità, perdita di forza: i problemi alla mano e al polso non sono da sottovalutare

Costo della vita: dati, tendenze e riflessioni su una delle principali preoccupazioni degli svizzeri

La Fondazione Beyeler dedica, fino al 13 settembre, una grande mostra al francese Pierre Huyghe

Sulle tracce dell’Uomo nell’Olocene di Max Frisch, a 35 anni dalla morte dell’autore zurighese

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Foto V.T.

Cent’anni di Hannes Schmidhauser

Simona Sala

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Le elezioni che possono cambiare il mondo Carlo Silini

Nel giro di pochi mesi una serie di chiamate alle urne in tutto il pianeta ci dirà se le turbolenti linee di tendenza attuali verranno spazzate via da nuovi corsi politici, non necessariamente più propizi, confermate o addirittura rafforzate. Il primo test sarà il 13 settembre nella Svezia del premier conservatore Ulf Kristersson. Le elezioni diranno se le destre europee avranno ancora il vento in poppa, o si areneranno a vantaggio del centro-sinistra di Magdalena Andersson, come suggeriscono i sondaggi. In un Paese che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha scelto di entrare nella NATO archiviando una lunga tradizione di non allineamento, il voto avrà un forte valore simbolico per l’Europa. Qui (e l’anno prossimo in Francia) questa volta i fan vetero-continentali di Trump dovranno evitare i salamelecchi al leader americano, che continua a zerbinare l’Europa, mentre quest’ultima sembra finalmente aver capito che è meglio arrangiarsi da sola che fare affidamento sugli States.

La settimana successiva immaginiamo il rinnovo della Duma in Russia con il solito «libero» voto, più imposto che scelto, che plebisciterà le forze fedeli a Putin. Anche perché Yabloko, l'unico partito apertamente critico sulla guerra, è stato escluso dalla competizione nazionale. Il 4 ottobre scopriremo se il principale Paese sudamericano governato dalla sinistra, il Brasile di Lula da Silva, resisterà all’onda di ritorno del bolsonarismo, che schiera Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, agli arresti domiciliari per il tentativo di sovvertire l’esito delle elezioni del 2022. I sondaggi attribuiscono a Lula un leggero vantaggio, ma è assai probabile che si debba ricorrere al ballottaggio. Se vincerà Bolsonaro jr., Brasilia si allineerà ai Governi di destra dell’argentino Milei, del colombiano De la Espriella e del cileno Kast, tutti vicini a Trump, aprendo la strada a un probabile ritorno a politiche di sfruttamento più aggressive dell’Amazzonia.

Poi tocca a Israele che rinnoverà la Knesset. C’è chi giura che il 27 ottobre l’immarcescibile Netanyahu non ce la farà. La sua formazione, il Likud, resta il singolo partito più forte del Paese. Però il suo blocco di Governo (Likud, destra religiosa e ultraortodossa) è stimato tra 52 e 53 seggi, sotto la maggioranza richiesta di 61, mentre l’opposizione guidata dall’ex generale Gadi Eisenkot ne raggiunge 64. Eisenkot non sposa l’opzione della guerra permanente del Governo Netanyahu, ma non è Gandhi: non ha mai messo in discussione opportunità, modalità e durata del conflitto a Gaza, invece è critico su quello contro l’Iran. E alla fine arriva Trump. Il 3 novembre negli Stati Uniti si terranno le Midterm Elections, che eleggono l’intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato. Dall’Europa si vaticina un rovescio di Trump, ma mezza America, quella favorevole alla stretta sull’immigrazione e alla lotta contro la cultura «woke», è saldamen-

te con lui. E questo malgrado le fallimentari campagne belliche e la politica dei dazi che – a dispetto delle tonitruanti promesse – pare avere aumentato i costi per consumatori e imprese americane. Da questa parte dell’Oceano ci indigniamo, e giustamente, per le scelte antieuropee, anti-ecologiche, antisociali, anti-inclusive e antiscientifiche del capo della Casa Bianca. E ci aspettiamo un crollo dei consensi. Ma a determinare il risultato del voto in loco sarà soprattutto il costo della vita. Gli americani valuteranno se i dollari nel borsellino aumentano o diminuiscono. A battere Trump, se mai sarà battuto e se mai non dovesse contestare un eventuale risultato a lui sfavorevole, come del resto ha già lasciato intendere denunciando senza prove possibili brogli, non saranno gli errori, le gaffes, gli scivoloni o l’infima attenzione ai valori democratici, ma la possibilità che prezzi, affitti e beni essenziali restino troppo elevati.


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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXIX 26 agosto 2026

azione – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

Un’immagine da una delle scorse edizioni. (© StraLugano)

«Il tipo di impegno è cambiato» Percento culturale Migros ◆ Le associazioni faticano a trovare volontari a lungo termine; Karin Freiermuth spiega cosa si può fare Pierre Wuthrich

Vent’anni Stra-tosferici a Lugano

Sponsoring ◆ Tutti in pista il 26 e il 27 settembre per il ventesimo compleanno di StraLugano, amata kermesse sportiva

Appuntamento ormai più che tradizionale, quello in programma sulle suggestive rive del lungolago di Lugano. Giunta alla XX edizione, la StraLugano ritorna nel fine settimana del 26 e 27 settembre 2026. Per chi ama il podismo si tratta di un appuntamento imperdibile, in occasione del quale ci si potrà sfidare a suon di… passi, grazie alle diverse gare che l’organizzazione ha messo a punto, tenendo conto di età, gusti e preparazione sportiva dei partecipanti.

Il programma della StraLugano Sabato 26 settembre Si comincia alle 16.00 con la Famigros Run & Win (vedi box in bas-

Concorso «Azione» mette in palio 10 iscrizioni per una gara a scelta all’interno della StraLugano tra le corse: 5 km, 10 km, 21 km e Monte Brè Run. Per partecipare all’estrazione inviare una e-mail a giochi@azione.ch (oggetto: «StraLugano2026») indicando i propri dati personali, la propria e-mail e la gara scelta entro domenica 30 agosto 2026. Buona fortuna!

so) seguita dalla 5 km FunRun (ore 16.45), per chi vuole cimentarsi per la prima volta con una competizione ufficiale o per chi è alla ricerca di una nuova esperienza podistica. Sarà poi la volta della 10 km CityRun (ore 18.15) – lungo un tracciato certificato e omologato da AIMS-World Athletics Course Measurement Grade A – che dal 2022 è valida anche per la Coppa ASTi di podismo. Questa gara prevede anche il «Trofeo Borradori», patrocinato dalla Città di Lugano e destinato alla prima donna e il primo uomo ticinesi (e non ancora iscritti nell’albo dei vincitori del Trofeo). Domenica 27 settembre Si parte con la Monte Brè Run (ore 9.20), gara valida per la coppa ASTi BancaStato montagna. Il percorso combina la velocità della corsa su strada con l’agilità e la potenza richieste per la corsa in montagna. Il tracciato parte dalla riva del lago di Lugano e termina sul Monte Brè, snodandosi attraverso il sentiero di Gandria e il sentiero boscoso che collega il lago al ristorante in cima. Un tracciato da scoprire che non mancherà di entusiasmare i partecipanti: 9 km con un dislivello di circa 730 m. Dopo un piccolo ristoro, la storica funicolare riporterà tutti in città. È possibile combinare la 10 km CityRun del sabato sera con la Monte Brè Run della domenica. Per essere inclusi nella classifica StraCombinata, è necessario iscriversi specificamente alla categoria «StraCombinata».

Domenica tocca anche alla 21 km Half Marathon che prevede due partenze: 9.30 partenza degli atleti élite e dei partecipanti con un tempo certificato inferiore a 1h20’ (uomini) o 1h34’ (donne); 10.20: partenza degli altri partecipanti. Tutti i partecipanti possono ambire al podio e tutti gli atleti svizzeri concorrono al Campionato Svizzero. Si dice che l’unione faccia la forza, e per questo, per chi crede che, facendo le cose insieme, queste risultino più facili, è stata creata la 21 km HM RelayRun – corsa a staffetta (ore 10.20). Non mancherà anche quest’anno la KidsRun – gara per i più piccoli (ore 15.15/16.45) valida per la coppa ASTi BancaStato podismo giovanile: un evento atteso dove le emozioni corrono veloci. Da ultimo, ma non per importanza, per chi ha voglia di partecipare pur non essendo particolarmente sportivo, si consiglia la partecipazione alla Run4Charity (14.00) per un pomeriggio di solidarietà aperto a tutti, durante il quale si potrà correre, camminare o semplicemente passeggiare a sostegno di una delle associazioni benefiche che partecipano al Programma Charity della StraLugano. 3 km alla portata di tutti! Informazioni www.stralugano.ch

famiglia) del valore di EUR 76.00 per adulto (a partire dai 12 anni) ed EUR 65.00 per bambino (4-11 anni). Il viaggio di andata e ritorno non è compreso. • 1 biglietto giornaliero per il parco divertimenti Rulantica (a Rust, Germania) per i membri della famiglia che partecipano alla corsa nella categoria FAMIGROS Run & Win (massimo 6 persone) del valore di EUR 54.00 per adulto (a partire dai 12 anni) ed EUR 51.00 per bambino (4-11 anni). Il viaggio di andata e ritorno non è compreso. • Una (1) delle 50 carte regalo Migros in palio del valore di CHF 20.l’una.

Per le associazioni è sempre più difficile motivare i volontari. È mai stata demotivata? No, ho l’impressione che i miei compiti abbiano un senso. Questo impegno dà molto anche a me. A quanto pare in Svizzera molti non la vedono più così… Non è vero. In Svizzera non si riscontra una diminuzione generale del volontariato. La quota di partecipazione negli ultimi quindici anni è rimasta invariata. È però cambiata la natura dell’impegno. Cioè? L’impegno tradizionale con un forte legame a una determinata associazione è diminuito. Molti volontari non se la sentono più di impegnarsi sul lungo termine, ma preferiscono un impegno a tempo determinato e basato su progetti specifici. Come se lo spiega? Oggi la vita è contraddistinta da maggiore mobilità e mancanza di tempo. Viviamo in una città e lavoriamo in un’altra, nel fine settimana andiamo in montagna. Un tempo si viveva in un paese, si lavorava in quello vicino e ci si impegnava per la società di ginnastica locale, in cui magari erano già attivi i propri genitori. Se la gente continua a impegnarsi, ma lo fa meno a lungo, c’è comunque un problema… È vero, quando i volontari terminano il loro periodo di disponibilità, vanno perse importanti risorse ed esperienze. Le organizzazioni devono investire molto tempo nella ricerca e nella

Vota adesso

Non perdetevi Famigros Run & Win Imperdibile l’appuntamento con FAMIGROS RUN & WIN (sabato 26, ore 16) cui possono partecipare tutte le famiglie composte da almeno un ragazzo o una ragazza (max. 16 anni) e un adulto residenti in Svizzera o nel Principato del Liechtenstein. Tra tutte le famiglie partecipanti saranno estratti a sorte i seguenti premi offerti da MIGROS: • 1 carta regalo Migros del valore di CHF 1’000.• 3 biglietti giornalieri per il parco divertimenti Europa-Park (a Rust, Germania) per i membri della famiglia che partecipano alla corsa nella categoria FAMIGROS Run & Win (massimo 6 persone per

Karin Freiermuth, lei fa ricerca e consulenza nell’ambito dell’impegno volontario. Anche lei è una volontaria? Sì. Da vent’anni mi impegno come volontaria in diverse associazioni in ambito migratorio. Come svizzera mi sento privilegiata e per me è importante sostenere chi si trova in una situazione di partenza più difficile della mia.

I premi saranno inviati dalla Migros per posta all’indirizzo indicato al momento dell’iscrizione. La classifica sarà stilata in ordine alfabetico, poiché l’obiettivo non è arrivare primi. Condizioni di partecipazione https://famigros.migros. ch/it/club-famigros/eventi/ famigros-run-n-win/ condizioni-di-partecipazione

Nel 2024 in Svizzera una persona su cinque si è impegnata a titolo volontario in un’associazione o un’organizzazione. Per dare a queste persone il riconoscimento che meritano, il Percento culturale Migros ha creato un concorso di idee. Si è deciso di sostenere i progetti che rafforzano il benessere dei volontari. Sono stati ora scelti i 25 finalisti: fino al 5 settembre si può votare il proprio progetto preferito. I progetti con più voti riceveranno tra 10’000 e 30’000 CHF. Vota qui Concorso di idee «Volontariato» | Impegno Migros

Per garantire il volontariato del futuro sono necessari degli adeguamenti.

formazione di nuovi volontari, che poi presto se ne andranno. Inoltre, quando si tratta di attività che coinvolgono le persone, non è ideale ricorrere continuamente a figure nuove. Soprattutto se vi sono di mezzo persone vulnerabili, il rapporto personale di fiducia è importante. D’altra parte, anche i volontari attivi, ma demotivati, rappresentano un problema, poiché la qualità del loro impegno diminuisce. Cosa possono fare le associazioni perché i volontari restino motivati? I volontari vogliono essere sicuri del fatto che il loro lavoro venga apprezzato. Se manca questo riconoscimento, ci mettono poco a sentirsi sfruttati o non presi in considerazione. Ciò può portare a una perdita della motivazione e, infine, a un abbandono dell’attività di volontariato. Un semplice «grazie» basta come riconoscimento? Un «grazie» generalizzato, ad esempio attraverso una newsletter, non basta. Meglio ringraziare in modo personalizzato. È impegnativo ma importante. L’accompagnamento dei volontari non è una cosa da fare en passant. Per questo nelle associazioni medio-grandi vi sono figure che si occupano unicamente dei volontari, diventando così persone di riferimento. Una forma di corresponsabilità potrebbe rafforzare il legame? Sì e no. Assumersi le proprie responsabilità contribuisce già di per sé a rafforzare il senso di appartenenza. I volontari coinvolti nei processi decisionali mostrano una maggiore motivazione e un legame a lungo termine con le associazioni o le organizzazioni. Vi sono però anche persone che non cercano nulla, e per le quali le responsabilità rappresenterebbero un fardello. Associazioni e organizzazioni devono ripensare le proprie strutture? Sì, perché diventa sempre più difficile che le persone si impegnino per un mandato di quattro anni. Le associazioni dovrebbero chiedersi se siano possibili mandati più brevi, o una co-presidenza, e se le riunioni si possono fare anche online. Adeguamenti importanti per chi vuole assicurare il volontariato del futuro. Ciò è tanto più importante se si considera che molte iniziative, come i servizi di trasporto per gli anziani o la cura dei boschi, non potrebbero esistere senza l'impegno dei volontari.


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azione – Cooperativa Migros Ticino 3

SOCIETÀ ●

Noi e lo smartphone, schiavi o padroni? Intervista a Gabriele Balbi sul suo nuovo saggio che racconta come il telefonino ha trasformato memoria, identità, relazioni

Carta per artisti e appassionati A Collinasca in Valle Rovana da oltre cinquant’anni François Lafranca produce carta con un processo ancora del tutto artigianale

Tre contadine si raccontano Il 2026 è l’Anno internazionale della donna agricoltrice eppure per le contadine guadagnarsi un posto al sole non è sempre facile

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Dolore a mano e polso: quando e come curare?

Salute ◆ Oggi l’ecografia è un ottimo strumento per diagnosi, scelta terapeutica e, quando necessario, indicazione chirurgica Maria Grazia Buletti

La mano è uno degli strumenti più preziosi del nostro corpo che ci permette di svolgere con naturalezza centinaia di gesti quotidiani. Insieme al polso e al gomito forma un sistema complesso e perfettamente coordinato, indispensabile per la nostra autonomia e qualità di vita. Per questo, quando compaiono dolore, rigidità, perdita di forza o difficoltà nei movimenti, è importante non sottovalutare i sintomi né sperare che il problema si risolva spontaneamente. Una diagnosi tempestiva può infatti fare la differenza, consentendo di individuare il trattamento più appropriato e, in molti casi, di evitare l’aggravarsi della patologia. Ne abbiamo parlato con il dottor Marco Guidi, specialista in chirurgia della mano e ortopedia, che spiega come il primo interlocutore del paziente debba rimanere il medico di famiglia, figura fondamentale per un primo inquadramento clinico. «Quando però il dolore è intenso, persistente o limita le normali attività quotidiane, è proprio il curante a poter individuare la necessità di un approfondimento specialistico». Secondo il dottor Guidi, due elementi meritano particolare attenzione: «L’intensità e la durata del dolore: un dolore molto forte, sproporzionato rispetto a traumi apparentemente modesti, oppure accompagnato da un “crack”, da perdita di forza o dall’impossibilità di utilizzare la mano, rappresenta un segnale d’allarme. Anche un disturbo che persiste per giorni o settimane non dovrebbe essere ignorato, perché alcune lesioni inizialmente semplici possono evolvere verso forme croniche o artrosiche, rendendo più complesso il trattamento. Mentre l’errore più frequente è aspettare troppo nella speranza che il problema passi da solo». Un atteggiamento che, osserva lo specialista, durante il periodo della pandemia ha portato all’osservazione di numerosi casi ormai cronicizzati. Guidi ribadisce quindi che «rimandare la visita può significare perdere l’opportunità di intervenire quando la patologia è ancora facilmente trattabile, con conseguenze non solo sulla salute, ma anche sulla qualità di vita e sull’attività lavorativa». Tra le patologie che più frequentemente arrivano all’attenzione dello specialista figurano: «Il dito a scatto, la sindrome del tunnel carpale, le tendiniti del polso e le artrosi del pollice e delle dita. Anche alcune attività quotidiane, come l’uso prolungato del mouse, dello smartphone o del tablet, possono favorire l’insorgenza di alcune di queste condizioni, soprattutto se associate a movimenti ripetitivi e posture mantenute a lungo». Un altro errore da evitare è affidarsi esclusivamente alle informazioni trovate online o ai rimedi «fai da te»: «Creme, pomate o consi-

Alcune attività quotidiane, come l’uso prolungato del mouse, possono favorire l’insorgenza di patologie alla mano e al polso. (Magnific.com)

gli reperiti su internet non possono sostituire una valutazione clinica, perché ogni paziente presenta caratteristiche e problematiche diverse che richiedono un approccio personalizzato. La visita specialistica rappresenta quindi il momento chiave dell’iter diagnostico». Oltre all’esame clinico effettuato dallo specialista di mano e polso, oggi un ruolo sempre più importante è svolto dall’ecografia muscolo-scheletrica ad alta definizione, sempre eseguita direttamente dallo specialista quando ne possiede la specifica formazione.

È importante valutare intensità e durata del dolore: un disturbo che persiste per giorni o settimane non dovrebbe essere ignorato A questo proposito, il nostro interlocutore puntualizza: «Non si vuole sostituire il lavoro del radiologo, ma si offre un importante valore aggiunto. L’ecografia eseguita in fase di visita del paziente consente infatti di osservare in tempo reale tendini, nervi, legamenti e articolazioni, individuando

anche segni di infiammazione attiva grazie allo studio della vascolarizzazione. E in molti casi permette poi di formulare la diagnosi già durante la visita, riducendo la necessità di ricorrere a esami più complessi e costosi come ad esempio la risonanza magnetica». Naturalmente, esistono situazioni in cui altri accertamenti rimangono indispensabili: «Parliamo di fratture non evidenti, edema osseo o lesioni profonde dei legamenti possono richiedere TAC, risonanza magnetica o artro-RM, ma per molte patologie di mano e polso l’ecografia rappresenta oggi uno strumento diagnostico estremamente accurato». L’ecografia non si limita però alla diagnosi. Trova infatti applicazione anche nella terapia, in particolare durante le infiltrazioni: «La guida ecografica permette di visualizzare con precisione il punto in cui introdurre l’ago, raggiungendo esattamente la guaina tendinea o l’articolazione interessata. Questo comporta una precisione che aumenta l’efficacia del trattamento e riduce il rischio di infiltrare aree non coinvolte dall’infiammazione. Inoltre, consentendo di depositare il farmaco esatta-

mente dove serve, permette spesso di utilizzare dosi inferiori di cortisone». Le infiltrazioni rappresentano una valida opzione nei casi in cui prevale una componente infiammatoria ma, come sottolinea il dottor Guidi, «il cortisone non elimina la causa della malattia, ma riduce l’infiammazione e offre una sorta di “finestra terapeutica”, durante la quale il dolore diminuisce e il paziente recupera funzionalità». Egli afferma quindi che «in alcuni casi, questo può essere sufficiente a risolvere il problema; in altri consente di rimandare l’intervento chirurgico quando il paziente, per motivi lavorativi, familiari o di salute, preferisce posticiparlo». È proprio l’ecografia, tuttavia, ad aiutare a individuare la migliore scelta terapeutica per ciascun paziente: «Alcune caratteristiche anatomiche, come un marcato ispessimento delle strutture che comprimono tendini o nervi, indicano infatti che il beneficio dell’infiltrazione sarà solo temporaneo e che la chirurgia rappresenta la soluzione più appropriata. La decisione non si basa quindi esclusivamente sui sintomi, ma sull’integrazione tra visita clinica e immagini ecografiche».

Due parole sul cortisone per il quale persistono ancora molti timori, spesso legati agli effetti collaterali sistemici. Lo specialista chiarisce: «Nelle infiltrazioni, il farmaco agisce prevalentemente a livello locale. Possono comparire temporaneamente alterazioni della pelle o del tessuto sottocutaneo nella sede dell’iniezione, generalmente reversibili nell’arco di alcuni mesi. Nei pazienti diabetici è invece opportuno controllare la glicemia nei giorni successivi al trattamento, poiché può verificarsi un temporaneo aumento dei valori. Anche per questo motivo l’indicazione all’infiltrazione deve sempre essere personalizzata e affidata a una valutazione specialistica». Il messaggio finale è semplice: «Convivere per mesi con un dolore alla mano, al polso o al gomito nella speranza che passi da solo non è mai la scelta migliore. Una corretta collaborazione tra medico di famiglia e specialista permette di riconoscere precocemente le patologie, scegliere il percorso diagnostico più appropriato e individuare il trattamento più efficace, evitando che un problema inizialmente semplice diventi una limitazione permanente».


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Anno LXXXIX 26 agosto 2026

azione – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

Voglia di un’autentica carbonara?

Attualità ◆ Alla Migros trovi tutti gli ingredienti per cucinare uno dei condimenti per pasta più famosi al mondo Inoltre, questa settimana puoi approfittare dell’offerta speciale sul guanciale di maiale

Ricetta iconica della cucina romana, la carbonara è ormai conosciuta e molto amata anche all’estero, anzi, è diventata un vero simbolo della cucina italiana nel mondo. Una delle teorie più diffuse sulle sue origini, sostiene che il piatto è nato sul finire del secondo conflitto mondiale, quando i soldati americani giunti in Italia condividevano con la popolazione affamata le abbondanti scorte di uova in polvere e bacon usate per le loro razioni. A un cuoco romano venne quindi l’idea di combinare questi ingredienti con un ingrediente tipicamente italiano, la pasta, appunto. Nacque così questo piatto leggendario anche se per l’origine del nome non esiste ancora una spiegazione definitiva. Col tempo, la ricetta si evolse e la pancetta venne sostituita con l’aromatico guanciale, che conferiva sicuramente un sapore più pronunciato, come pure dall’aggiunta di pecorino romano. Per quanto riguarda la scelta della pasta, la preparazione tradizionale più comune prevede l’utilizzo degli spaghetti, ma si prestano eventualmente anche altri formati come bucatini, penne, rigatoni o tonnarelli.

Azione 33% Guanciale di maiale Beretta, Italia, al banco, per 100 g Fr. 3.– invece di 4.50 dal 27.8 al 2.9.2026

Il Guanciale Beretta è ottenuto dai migliori tagli di guancia, gola e collo di suino italiano selezionati e aromatizzati secondo un’antica ricetta della tradizione.

Spaghetti alla Carbonara Occorrente per 4 persone • 350-400 g di spaghetti, • 150 g di guanciale, • 4 tuorli, • 1 uovo intero, • 100 g di pecorino romano grattugiato, • sale, • pepe nero Scaldare un tegame, unire il guanciale a pezzetti e far rosolare finché diventa dorato e croc-

cante. Tenerlo da parte con il suo grasso sciolto. Lessare gli spaghetti, scolarli bene e gettarli in una zuppiera dove precedentemente sono state sbattute le uova con poco sale. Versarci sopra il guanciale e il pecorino e girare rapidamente il tutto. Aggiungere qualche cucchiaio di acqua di cottura se risulta troppo denso. Infine, completare con una generosa grattata di pepe nero e servire subito.

Il formaggio tradizionale Il pecorino romano è formaggio extra duro di latte di pecora dalle antiche origini, che si caratterizza per il suo sapore tipicamente salato e intenso. Stagionato almeno 5 mesi, viene prodotto solo nelle regioni Lazio, Sardegna e provincia di Grosseto.

Spaghetti di qualità Sgambaro è sinonimo di pasta di altissima qualità, buona, sana e sicura. Per i suoi prodotti questo pastificio veneto fondato nel 1947 utilizza esclusivamente grano duro di produzione italiana, lavorato delicatamente per mantenere le sue inconfondibili qualità organolettiche.

Pecorino Romano Da Emilio per 100 g Fr. 2.80

Spaghetti Sgambaro 500 g Fr. 1.50

La settimana dei formaggi

Uova svizzere Le uova svizzere IP-SUISSE provengono da allevamenti all’aperto particolarmente rispettosi degli animali e del clima. Le galline possono uscire a razzolare all’aperto e dispongono di molto spazio per muoversi liberamente. Uova svizzere da allevamento all’aperto IP-SUISSE 10 x 53g+ Fr. 5.30

Attualità ◆ Fino al 29 agosto il Centro S. Antonino ospita una rassegna dedicata ad alcuni prelibati formaggi svizzeri, con tanto di caseificio dimostrativo per scoprire l’affascinante mondo della produzione di questa specialità nazionale

Una rassegna dedicata e un caseificio dimostrativo La Svizzera vanta oltre 400 varietà di formaggio, realizzate con passione, sapienza e rispetto della tradizione. Latte aromatico, condizioni climatiche favorevoli, allevamenti sostenibili, arte casearia tramandata da generazioni e controlli rigorosi sono le migliori garanzie di qualità di queste specialità apprezzate anche oltre i confini nazionali. Appenzeller, Emmentaler, Gruyère, Tilsiter, Sbrinz, Tête de Moine, senza dimenticare i pregiati formaggi d’alpe ticinesi, sono solo alcuni dei formaggi rossocrociati più rinomati, facilmente reperibili nei supermercati Migros per la gioia di tutti i buongustai.

Una selezione così invitante di specialità casearie svizzere ben merita una rassegna, come quella prevista presso il Centro S. Antonino fino a questo sabato 29 agosto. Qui, oltre a conoscere alcuni tra i formaggi più conosciuti del panorama nazionale, sono previste anche delle degustazioni e delle offerte speciali. Inoltre, all’interno della mall, è stato anche allestito un piccolo caseificio dimostrativo, dove i visitatori potranno assistere al tradizionale processo di produzione del formaggio alla presenza di un esperto casaro. Le dimostrazioni si terranno il mercoledì e venerdì alle ore 9.30 e 14.30, e il sabato alle 8.30 e 13.00. Passa a trovarci!


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azione – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

Buone lasagne, subito in tavola

Attualità ◆ Quelle alla bolognese prodotte in Ticino promettono freschezza e qualità a ogni forchettata

Azione 34% Lasagne bolognese con manzo Black Angus Ticino, in self-service, per 100 g Fr. 1.45 invece di 2.20 dal 27.8 al 2.9.2026

Per mancanza di tempo, non sempre si ha voglia di mettersi ai fornelli per spadellare. In questo caso ci possono venire in aiuto i piatti pronti, ma attenzione, non sono tutti uguali. Quelli proposti dal reparto gastronomia Migros sono infatti preparati con cura, in modo artigianale, utilizzando ingredienti di qualità e seguendo ricette della tradizione. Tra le specialità più gettonate dai consumatori, troviamo certamente le lasagne alla bolognese fresche prodotte dalla Salumi del Pin di Mendrisio.

Pronte in tavola in pochi minuti dopo averle scaldate in forno tradizionale o nel microonde, sono perfette per chi non vuole rinunciare alla qualità di un buon piatto, anche quando il tempo a disposizione è poco. Una particolarità di questa preparazione è inoltre l’utilizzo di carne di manzo Black Angus per il ragù. La carne di questa razza bovina si distingue per la sua fine marezzatura, che si traduce in un sapore particolarmente intenso e una tenerezza senza pari. Annuncio pubblicitario

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azione – Cooperativa Migros Ticino

SOCIETÀ

Lo smartphone ci usa più di quanto lo usiamo noi? Tecnologia ◆ Gabriele Balbi racconta il saggio Sentirsi: come il telefonino ha trasformato memoria, relazioni, identità e perfino il nostro modo di stare al mondo Carlo Silini

Ci raccontiamo la fiaba che il telefonino andrebbe usato col contagocce, pretendiamo che sia vietato ai minori perché stressa, soffoca, condiziona. Eppure è sempre lì con noi: in tasca, in borsa, sul tavolo, a portata di mano, non sia mai che arrivi quel messaggio che aspettiamo. Morale: tentiamo di addomesticarlo per non diventarne schiavi, ma rischiamo di finire al suo servizio. Il sociologo Massimo Cerulo e il massmediologo dell’USI Gabriele Balbi hanno da poco pubblicato Sentirsi. Un’antropologia dello smartphone, saggio in cui vivisezionano il nostro rapporto quotidiano con questo oggetto. Senza giudizi, ma per mostrarci come lo smartphone ci stia cambiando a velocità impressionante. Ne parliamo con Gabriele Balbi. Lo smartphone è diventato un compagno di vita tuttofare. Voi parlate di «opportunismo perpetuo». In cosa consiste? La presenza costante del telefono favorisce un atteggiamento «opportunistico» verso la vita: siamo sempre pronti a scattare, commentare, condividere qualcosa, cambiare programma o cogliere un’opportunità inattesa. Pensiamo a WhatsApp, che consente di modificare continuamente l’orario degli appuntamenti, oppure alle foto scattate solo per essere condivise con gli amici. Diventiamo opportunisti rispetto alle situazioni quotidiane, ma il termine non ha necessariamente una connotazione negativa: grazie allo smartphone possiamo ricavare da ciò che ci accade informazione, ironia e connessione con gli altri. Mettete anche in guardia da un altro fenomeno, il «soluzionismo scalabile»... Non direi che mettiamo in guardia. Uno degli elementi centrali del libro è proprio evitare di schierarsi a favore o contro lo smartphone, concentrandosi invece sul rapporto che gli esseri umani hanno costruito con questo oggetto e attraverso di esso. Con «soluzionismo scalabile» intendiamo mostrare come oggi lo smartphone venga presentato come un coltellino svizzero capace di risolvere qualsiasi problema quotidiano. Sbagliamo strada e ci affidiamo al telefono, perdiamo una coincidenza ferroviaria e ci precipitiamo a cercarne un’altra, ci sentiamo soli e chattiamo con un’intelligenza artificiale. L’idea che possa risolvere tutto è naturalmente illusoria, ma viene spesso alimentata dalle aziende tecnologiche che vendono prodotti e servizi. Perché moltissime persone non spengono mai lo smartphone, anche quando vorrebbero stare in pace? Le ragioni sono molte. Se lo si spegne la sera, al mattino servirà qualche minuto perché torni operativo,

Molti non spengono il telefonino neppure di notte. Forse sono afflitti dalla sindrome di FOMO (Fear of Missing Out) che indica la paura di essere esclusi da informazioni importanti. (magnific.com)

mentre spesso ci svegliamo con l’ansia di controllare le notifiche della notte. Nel libro dedichiamo un capitolo al sonno, al risveglio e al telefono, primo e ultimo oggetto che tocchiamo ogni giorno. Un’altra ragione è il desiderio di essere sempre reperibili: temiamo di non poter rispondere a urgenze familiari o lavorative. Esiste perfino un termine inglese, FOMO (Fear of Missing Out), che indica la paura di essere esclusi da informazioni importanti, e un altro, nomofobia (No Mobile Phobia), che descrive l’ansia di non essere raggiungibili o di non avere il proprio telefono.

verso il telefono. Non si tratta però della socialità tradizionale. Lo smartphone crea una socialità «disincorporata», popolata da spettri digitali che ci attivano o ci intristiscono: non abbiamo davanti persone reali, ma le loro parole, voci e immagini. Mio figlio, che ha sei anni e mezzo, mi dice spesso che si stanca delle videochiamate e che mi preferisce «dal vero». È interessante osservare anche che, per usare pienamente il nostro smartphone, dobbiamo spesso essere soli: per rispondere a notifiche e messaggi abbiamo bisogno di non essere disturbati e finiamo così per trascurare chi ci sta accanto.

Ma lei lo spegne di notte? No, personalmente non lo spengo. Ho adottato alcune strategie per ridurre le distrazioni: ho eliminato volume e vibrazione delle notifiche di WhatsApp e dei social, e anche per le chiamate non uso suonerie né vibrazioni. Chi mi conosce, infatti, spesso si lamenta delle mie mancate risposte. Cerco insomma di adattare lo smartphone a me e non il contrario. Massimo Cerulo, invece, lo spegne ogni notte senza provare ansia o sensi di colpa e resta comunque raggiungibile in caso di emergenza.

Ne parlate anche come di «macchina della memoria». Salvo che poi non si fanno più gli album fotografici di carta e migliaia di scatti non stampati finiscono... già dove finiscono? Lo smartphone conserva frammenti della nostra identità: foto, video e vocali pronti per essere rivisti e riascoltati in qualunque momento. Le memorie digitali sono piene di contenuti importanti che periodicamente torniamo a consultare. Gli archivi e i suggerimenti delle app alimentano una «nostalgia riflessiva», un continuo confronto tra passato e presente. Grazie anche ai social, viviamo immersi in un flusso costante di ricordi digitali che richiedono un lavoro emotivo di interpretazione. Sul piano fotografico, lo smartphone ha trasformato lo statuto stesso delle immagini: esistono foto scattate solo per essere condivise, altre per ricordarci qualcosa, altre ancora destinate a durare. In genere distinguiamo

Il libro mostra un paradosso: lo smartphone è allo stesso tempo un potentissimo strumento di socializzazione e di isolamento. Com’è possibile? Lo smartphone amplifica la socialità e rende le interazioni più continue e frequenti. È il canale attraverso cui fluiscono molti dei nostri sentimenti: ci amiamo e ci odiamo anche attra-

bene il loro valore e continuiamo a stampare quelle che consideriamo più importanti, anche tra i giovani che non hanno mai conosciuto il rullino. Continuiamo a farlo perché attribuiamo alla carta un valore e una solidità che il digitale non sembra garantire, ma stampiamo solo una minima parte delle immagini che produciamo. Che impatto ha sul nostro fisico il telefonino? In un capitolo del libro passiamo in rassegna accuse e difese rivolte a questo strumento. Tra i possibili danni fisici vengono spesso citati problemi posturali, disturbi del sonno, sedentarietà e obesità. L’aspetto più interessante, per noi, è però un altro: quasi tutti siamo convinti che lo smartphone faccia male alla salute, eppure continuiamo a usarlo come se quei rischi riguardassero sempre qualcun altro. I selfie fanno pensare a Narciso che contempla il proprio riflesso. Cos’altro sono? Certamente possono avere una dimensione narcisistica. Ma questa immagine di noi stessi è anche uno strumento per costruire e negoziare la nostra identità, privata e pubblica. Per millenni gli esseri umani si sono visti raramente, anche per il costo degli specchi o dei ritratti. La fotografia, nell’Ottocento, ha democratizzato questa possibilità. Oggi, con lo smartphone sempre a disposizione, possiamo vederci continuamente, controllarci e osservarci dall’esterno. Inoltre possiamo modificare la nostra immagine con filtri e applicazio-

ni di intelligenza artificiale. Questo può scandalizzare o far sorridere, ma tutti facciamo selfie. In fondo il selfie è una negoziazione tra l’immagine che abbiamo di noi stessi, quella che gli altri hanno di noi e le aspettative sociali che ci circondano. È un gesto individuale, ma anche il riflesso di una società. Gli algoritmi ci tracciano e quindi gli smartphone sono anche i nostri più implacabili controllori. È tornato il Grande Fratello? Nelle logiche del capitalismo della sorveglianza, i social media registrano comportamenti, consumi e preferenze per proporci prodotti e servizi sempre più mirati. Inoltre lo smartphone è uno strumento di geolocalizzazione e molti servizi funzionano soltanto se la posizione è attiva. In questo senso è diventato anche un oggetto di sorveglianza. Tuttavia il concetto stesso di sorveglianza è cambiato e la metafora del Grande Fratello non regge più. Come sostiene David Lyon, viviamo piuttosto in una «cultura della sorveglianza», nella quale accettiamo sempre più volentieri di essere osservati in cambio di servizi gratuiti. Abbiamo interiorizzato questa logica al punto da trasformarci noi stessi in sorveglianti: trascorriamo ore a scorrere i profili di amici e conoscenti, spesso senza interagire, semplicemente per controllare cosa stanno facendo. Bibliografia Gabriele Balbi e Massimo Cerulo, Sentirsi. Un’antropologia dello smartphone, ed. Il Mulino

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La carta della Vallemaggia

Manifatture ◆ Da oltre cinquant’anni a Collinasca, in Valle Rovana, si produce carta per artisti, pittori e appassionati; il 5-6 settembre è prevista una giornata di porte aperte Elia Stampanoni

La visita al piccolo museo della carta di Mele, in Liguria (vedi Azione 9 del 25 febbraio 2026), ha stimolato la curiosità nei confronti di una manifattura che nel passato in Svizzera è stata un’attività particolarmente fiorente. La produzione della carta era un processo tipicamente artigianale, basato sull’uso dell’energia idrica e oggi, come leggiamo sul sito di Svizzera turismo, a Basilea esiste un mulino della carta «a metà tra il museo e l’officina di produzione, con punti d’interazione per i visitatori, dimostrazioni e laboratori, ma pure la possibilità di creare carta con le proprie mani».

François Lafranca e la figlia Alba in una foto di qualche tempo fa. (Foto F. Lafranca) Sotto: I fogli prodotti in Vallemaggia stesi ad asciugare. (Foto E.Stampanoni)

Dalla segheria alla cartiera La Svizzera propone altri luoghi correlati alla carta, a volte inseriti in contesti più ampi o legati alla storia locale. Uno si trova nella Svizzera italiana, nel cuore della Vallemaggia, in valle Rovana, a Collinasca. È qui che incontriamo François Lafranca, artigiano e artista (vedasi riquadro) che ci accompagna in una visita della sua cartiera, da lui ideata e installata oltre cinquant’anni fa negli edifici in precedenza occupati da una segheria. Ogni anno le porte si aprono ai visitatori per due giornate di festa, mentre su richiesta vengono organizzate pure visite guidate per scolaresche o gruppi. In questi momenti si può capire, osservare e anche provare a fabbricare la carta in quella che una volta era un fiorente centro di produzione, tuttora attivo, anche se a ritmi più ridotti.

Il grande battitore olandese è una macchina sviluppata nei Paesi Bassi nel 1680 per produrre la pasta di carta a partire dalla cellulosa contenente fibre vegetali: lino e cotone nel caso della manifattura Cartalafranca A Collinasca si arriva salendo la valle verso Bosco Gurin o Campo Vallemaggia, il piccolo nucleo si trova tra Linescio e Cerentino, sulla vecchia via che univa i due borghi. Oggi la nuova strada fa il «giro largo», lasciando quindi la frazione in una calma ancor più apprezzabile. Solamente il rumore del fiume, il Rovana di Bosco (che poi unendosi al Rovana di Campo va a confluire nel Rovana) fa da sottofondo. Ed è proprio lungo il corso d’acqua, a circa 790 metri di altitudine, che troviamo la manifattura Cartalafranca, una struttura distribuita su diversi piani della vecchia segheria. I macchinari sono molti, sia per la produzione della carta, sia per il lavoro di tipografia o editoria. A colpire è la lora antichità, ma anche la loro robustezza e imponenza. Oggi è soprattutto nei mesi estivi, quando la carta asciuga meglio, che le varie attrezzature vengono attivate per produrre della carta, destinata principalmente all’uso proprio, ma anche per artisti o appassionati che la richiedono: «Abbiamo ancora diverso materiale in scorta, principalmente i formati più grandi – racconta François, mostrandoci abbondanti pile di carta – ma almeno una volta all’anno, per le “porte aperte”, avviamo il tutto».

il quale viene poi trasferito sotto una pressa con un panno di feltro a fungere da assorbente». Premendo lentamente per una quindicina di minuti s’elimina così l’acqua in eccesso e i fogli di carta sono pronti per l’asciugatura, che avviene appendendoli nel sottotetto, un locale ben areato che, in caso di necessità, è pure dotato di un sistema di ventilazione.

L’offerta didattica

Lo «spappolatore» La prossima occasione sarà il 5-6 settembre e si potrà visitare l’intera manifattura in funzione e, solo la domenica mattina, i bambini potranno produrre il loro foglio di carta. Si potrà vedere all’opera il grande battitore olandese (anche detto «spappolatore»), una macchina sviluppata nei Paesi Bassi nel 1680 per produrre la pasta di carta a partire dalla cellulosa contenente fibre vegetali (lino e cotone nel caso di Lafranca). Proprio come ha imparato a fare François, che ha costruito da solo la vasca per la sua «olandese»: «Non c’erano molte informazioni ai tempi, sono stato a visitare due manifatture (a Basilea e in Francia) e mi sono adoperato per assemblare le attrezzature necessarie, spesso adattando altri macchinari», racconta. Il modello grande (ce n’è anche uno più piccolo), può lavorare fino a trenta chilogrammi di mate-

ria secca, che qui vengono ammollati, triturati e impastati con l’aggiunta del 90% di acqua e, di seguito, di una colla speciale con resine naturali. Nel passaggio successivo, come documentato pure da alcune fotografie in bianco e nero appese alle pareti, l’impasto viene trasferito nelle ampie vasche, dove gli artigiani formano i fogli di carta immergendo ed estraendo il telaio. Telai che sono di diverse dimensioni, in modo da dare la forma voluta al foglio che, nell’atelier di Collinasca, può essere molto particolare, artistico. Un’operazione apparentemente facile, ma che richiede manualità ed esperienza, assimilate non solo da François, ma anche dai famigliari, da alcuni amici oppure, in passato, da studenti che nel periodo di produzione raggiungevano la Valle Rovana: «Sollevando il telaio – spiega François mostrandoci un’immagine di qualche anno fa - l’acqua in esubero scola e le fibre si fermano sulla rete metallica creando il foglio,

Questi passaggi sono pure parte dell’offerta didattica che Lafranca, assieme alla moglie Franziska, propone alle scolaresche durante le visite. Anche domenica 6 settembre al mattino, i bambini e i ragazzi possono osservare da vicino i macchinari ma soprattutto, in che modo potranno produrre un loro foglio di carta che, quando essiccato, potranno portarsi a casa o sarà loro inviato per posta. I fogli rimangono infatti stesi qualche giorno e, una volta asciutti vengono impilati: «La carta s’appiattirà con il tempo, senza alcuna pressione meccanica, in modo che conservi la bellezza della sua struttura naturale. Solo una piccola parte, per esempio per alcuni tipi di carta, viene laminata», specifica François. Un’altra particolarità della sua produzione sta nell’utilizzo di pigmenti naturali, ottenuti macinando pietre locali da lui raccolte (nei suoi viaggi o direttamente nelle valli Bavona e Maggia), che donano alla carta di Collinasca colori e consistenze unici e particolari. Informazioni www.lafranca.ch

Prodotta appositamente per gli artisti Lo spunto iniziale per la creazione della manifattura della carta fu, come detto nell’articolo principale, l’uso personale. François Lafranca è di fatto soprattutto un artista, un’inclinazione che si manifestò sin da bambino, già durante il suo percorso scolastico a Bienne, dove si trasferì con la famiglia da piccolo, proveniente da San Carlo in Val Bavona, suo luogo di nascita. L’arte lo affascinava e si dedicò presto alle sue prime pitture, sculture e incisioni: il giovane Lafranca a sedici anni svolse un primo lavoro come volonta-

rio a Berna con Marcel Wyss, scultore, pittore e editore di una rivista d’arte, ma presto rientrò in Val Bavona, dove in solitudine si dedicò all’arte. Nel 1965, a 22 anni, aprì a Locarno un atelier di incisione e stampa a mano, dove lavorò con artisti come Ben Nicholson, Jean Arp, Piero Dorazio, Enrico Castellani, Eduardo Chillida, Mark Tobey o Arturo Bonfanti. Da qui nacque poi l’esigenza di avere della carta di qualità per le sue opere e per i suoi clienti. Ecco che François s’informa, legge e visita altre officine in tutt’Europa e, nel 1973, inizia a tra-

sformare la segheria di Collinasca in una cartiera e in un laboratorio per lavorare il legno, il metallo e la pietra. Acquista i macchinari, li trasforma o li costruisce da solo, s’ingegna. Parallelamente prosegue la sua carriera artistica che l’ha portato fino in Nuova Zelanda, rimanendo comunque sempre ancorato alla Vallemaggia, dove tuttora vive con la moglie Franziska e le loro figlie Alba e Line che, acquisito il mestiere, lo aiutano rendendo possibile anche in futuro la riproposizione di quest’affascinante attività nella tranquillità di Collinasca.

I nuovi corsi di Pro Senectute

Over 65 ◆ Anche la cultura favorisce benessere e relazioni

Promuovere benessere, autonomia e qualità di vita delle persone che beneficiano dell’AVS. Come? Attraverso una ricca proposta di attività formative, motorie, culturali e ricreative distribuite capillarmente su tutto il territorio cantonale. È quanto si prefigge Pro Senectute Ticino e Moesano con il nuovo Programma corsi e attività 2026/27 da poco pubblicato e disponibile sia online sia in formato cartaceo. Tra le principali novità di questa edizione figurano i corsi di Pittura e Fotografia, promossi da LAC Edu e Pro Senectute in collaborazione con MASI Museo d’arte della Svizzera italiana. Si svolgeranno al LAC e sono pensati per favorire l’espressione della creatività, stimolare la mente e offrire nuove occasioni di partecipazione e incontro. L’iniziativa nasce dall’esperienza sviluppata nell’ambito del progetto luganese di prescrizione culturale, che pone l’attenzione sul potenziale delle attività artistiche e culturali nel promuovere il benessere della persona e mantenere una partecipazione attiva alla vita sociale. «Come per tutte le nostre proposte – spiega Sibilla Frigerio Zocchetti, Responsabile Corsi Sport e Movimento – anche questa risponde a richieste e bisogni espressi direttamente dalla popolazione. Noi cerchiamo di rimanere il più possibile all’ascolto». E proprio il tema delle relazioni sociali rappresenta un elemento centrale del nuovo programma. Accanto ai classici corsi, Pro Senectute propone, infatti, numerose occasioni d’incontro durante tutto l’anno. Dai pranzi in compagnia nelle portinerie di quartiere agli aperitivi in musica la scelta è davvero ricca e copre fasce orarie non solo diurne ma anche serali. Resta centrale l’offerta dedicata all’attività fisica. Sibilla Frigerio Zocchetti: «I corsi di sport e movimento sono condotti da monitori certificati ESA, le attività proposte contribuiscono a mantenere mobilità e autonomia, favorendo uno stile di vita sano e attivo: è importante impegnarsi in un’attività strutturata e regolare, allenando forza ed equilibrio, in questo modo si prevengono anche le cadute». Prosegue infine l’impegno della Fondazione a favore dell’inclusione digitale con corsi dedicati all’utilizzo di smartphone, tablet, applicazioni e servizi online. /Red. Informazioni www.prosenectute.org Iscrizioni: corsi@prosenectute.org Tel. 091 912 17 17.


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Indispensabili ma ancora invisibili

Agricoltura ◆ Nell’anno ONU della donna agricoltrice, tre contadine svizzere raccontano come si sono guadagnate un posto al sole in un mondo guidato dagli uomini Nina Huber

Lavorare in una fattoria quando si è donna non è facile, e la Svizzera in ciò non fa eccezione. Il problema è che il lavoro delle donne è indispensabile, ma spesso non viene riconosciuto. Questa realtà ha spinto l’ONU a dichiarare il 2026 Anno Internazionale della donna agricoltrice. «Senza le contadine molte fattorie non funzionerebbero. Esse non cucinano solo per i collaboratori né si occupano solo della biancheria: gestiscono infatti la contabilità, organizzano le vendite dirette, mungono le vacche e aiutano durante la fienagione», afferma Anne Challandes (57), Presidente dell’Unione svizzera delle donne contadine e rurali (USDCR). In breve, le contadine intervengono ovunque vi sia necessità, ma, nonostante il gran numero di compiti che svolgono, spesso non possono contare su un salario. In Svizzera quasi una donna su due che lavora in un’azienda agricola di famiglia, non riceve uno stipendio. Ciò rende molte contadine dipendenti economicamente, un problema che si percepisce soprattutto nel caso di una separazione. «Un salario proprio permette alla donna di versare autonomamente i contributi AVS e di avere accesso alla previdenza professionale e all’assicurazione maternità», sottolinea Anne Challandes.

Chantal Tétaz (41), gestisce una fattoria di 40 ettari a Lussy-surMorges VD.

«Realizziamo cose straordinarie. Dobbiamo renderci visibili, solo così si potrà cambiare la mentalità», Chantal Tétaz Nei periodi di raccolta la giornata lavorativa inizia alle 5.15 e finisce verso le 19. Melanie è la prima donna dopo quattro generazioni a gestire la fattoria e, fortunatamente, suo marito non è solo molto comprensivo, ma la sostiene molto. Si sono conosciuti quando lui lavorava come operaio stagionale. Ai suoi due figli la donna ha insegnato come valga la pena di impegnarsi e come il lavoro possa anche essere divertente.

«Mio padre non credeva che una donna potesse fare questo lavoro» Chantal Tétaz

Per le contadine il sistema sta cambiando: dopo l’introduzione dell’assicurazione sociale si rivedrà anche la formazione Ma il sistema sta cambiando. Il più recente successo delle contadine riguarda l’assicurazione sociale: dal 2027 i titolari delle aziende agricole riceveranno i pagamenti diretti integrali solo se la moglie – che collabora in azienda – è assicurata contro malattia e infortunio. Le cose cambiano anche nella formazione: sempre più donne vogliono diventare contadine e non essere più solo la moglie del contadino. «Oggi, una persona su quattro che segue l’apprendistato come agricoltore è una donna. Nel settore dell’orticoltura, le donne sono addirittura il 40 per cento». Per questo la formazione deve essere riformata: l’apprendistato di responsabile dell’economia domestica rurale (a oggi seguito per lo più da donne) sarà più moderno. Oltre alle competenze nella gestione dell’economia domestica e dell’azienda, saranno rafforzate le competenze pratiche negli ambiti dell’allevamento o della pianificazione delle colture. «In un’azienda agricola vi sono competenze e capacità che dovrebbero essere padroneggiate da tutti. Vorremmo eliminare la separazione fra i compiti femminili e quelli maschili», dice Anne Challandes.

«Ho sposato un contadino e sono diventata contadina» Barbara Wirth

A 30, impiegata come assistente di farmacia, Barbara Wirth si innamora di un contadino – e di una vita a cui oggi non rinuncerebbe. «Ho sposato un contadino e sono diventata contadina», afferma la 53enne, che non si è mai pentita della propria decisione,

materie preferite (biologia, chimica, lingue ed economia) come imprenditrice nel campo dell’agricoltura. Dopo gli studi di economia aziendale a San Gallo, esperienze all’estero e una formazione di agricoltrice, nel 2011 è entrata nell’azienda che da cinque anni dirige. In estate questo significa fino a 300 collaboratori nella sede di Kesswil, e altri 200 in quella di Landquart.

Melanie Knup (40), gestisce la più grande coltivazione di bacche della Svizzera a Kesswil (TG).

Barbara Wirth (53), co-gestisce una fattoria bio a Olsberg (AG).

nemmeno quando, durante la raccolta delle albicocche o delle prugne, deve lavorare sette giorni alla settimana. Il mattino raccoglie la frutta, nel pomeriggio la seleziona e la confeziona. Nel frattempo, cucina per diciassette ausiliari. La sera la aspettano 20 vacche e vitelli, che devono essere nutriti e la cui stalla deve essere pulita. Se da una parte la sera crolla a letto, dall’altra non conosce la noia. Suo marito non ha mai preteso che lavorassi in fattoria, ma «per me è sempre stato chiaro che avrei dato il mio contributo», spiega. Subito dopo il matrimonio sono arrivati due bambini e qualche anno dopo, a oltre 40 anni, Barbara ha conseguito l’attestato di contadina, una formazione che le dà sicurezza. Oggi co-gestisce la fattoria bio. Sin dall’inizio ha ricevuto uno stipendio per il proprio lavoro, il rapporto con suo marito è sempre stato paritetico. Il periodo che le piace di più è quello estivo, con la gente che va e che viene e il suono delle risate in cortile. Nel negozietto della fattoria vende frutta, uova, mosto e salumi. Il lunedì invece, per cambiare aria, lavora nella farmacia dell’ospedale. «È il mio modo di trovare un equilibrio».

«È la mamma che decide, è lei la capa» Melanie Knup

Melanie Knup ha sempre saputo dove l’avrebbe portata la sua strada. Già da bambina aiutava nei campi del lago di Costanza, facendo incetta di fragole. «Ho sempre desiderato entra-

re nel business di famiglia», spiega. Il progetto che il suo trisavolo iniziò nel 1873 con due vacche, è oggi la coltivazione di bacche più grande della Svizzera, ed è anche un importante fornitore di Migros. Melanie Knup ne è la capa. Una decisione maturata al liceo, quando Melanie, a sua volta figlia di contadini, si rese conto che avrebbe potuto mettere a frutto le sue

Le contadine in Svizzera Nel 2025 le donne impiegate nell’agricoltura in Svizzera erano circa 53’300, cifra che corrisponde a più di un terzo (36%) di tutte le persone impiegate nel settore.

55% Il 55% delle donne nel 2022 ha ricevuto un salario per il proprio lavoro, nel 2012 era solo il 31%.

8% L’8% delle donne attive nell’agricol-

tura nel 2024 gestiva un’azienda da sola, nel 2014 erano il 5%. Circa un quarto delle responsabili di azienda hanno meno di 35 anni.

53% Il 53% delle donne che lavorano in azienda hanno un’attività lucrativa (check) supplementare. Inoltre, un terzo degli introiti di un’azienda famigliare proviene da fonti esterne alle attività agricole (senza differenze di genere). Fonti: UST, UFAG, USDCR.

«Quando nel 2018 mancò mio padre, per me era ovvio che avrei voluto rilevare la sua azienda», ricorda Chantal Tétaz. Anche se non era stato deciso così, anzi: «Mio padre non riteneva che una donna fosse in grado di far fronte alle esigenze fisiche di questa professione. Non mi vedeva come contadina. Per questo ho fatto un apprendistato di fiorista e più tardi ho lavorato in un istituto per bambini disabili», spiega Chantal, che è madre di due bambini. Per potere gestire la fattoria, Chantal ha seguito una formazione breve in agricoltura. Dell’azienda di Lussy-sur-Morges ha cominciato a occuparsi solo nel 2023, dopo il pensionamento della madre. Oggi è a capo di un’azienda di 40 ettari, sostenuta da un team di quattro persone, di cui fa parte anche il suo partner. Coltiva vite, grano e colza, e sta sperimentando con le barbabietole da zucchero. «Provo cose nuove», spiega la contadina. Ciò non dipende tanto dal fatto che sia una donna, ma che appartenga a una generazione più giovane, che, pur di sopravvivere, deve tentare anche nuove strade. E la vecchia guardia, fatta per lo più di uomini, come l’ha presa? «All’inizio c’erano sguardi e risatine di scherno da parte dei contadini più anziani. A volte mi ritrovavo a piangere e mi sentivo sola. Fisicamente è davvero un lavoro impegnativo», spiega Tétaz. Chantal si è dunque rimboccata le maniche, decisa a dimostrare il proprio valore. E ha avuto successo. Oggi la vodese è rispettata da tutti. Per lei è importante che nella sua fattoria le persone vengano trattate con rispetto. «Ho dovuto lavorare il doppio di un uomo per arrivare dove sono», spiega Chantal Tétaz. «Molte donne realizzano cose straordinarie, eppure continuano a dire “noi” quando ne parlano, sebbene abbiano fatto tutto da sole. Dobbiamo renderci visibili. Solo così si potrà cambiare la mentalità».


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ATTUALITÀ ●

Focus sul costo della vita Le famiglie ticinesi, e svizzere più in generale, stanno davvero peggio o sono cambiate le modalità di consumo?

Oltre l’emergenza fentanyl Le morti per overdose diminuiscono ma nuove droghe sintetiche devastano Philadelphia, negli Stati Uniti. E l’Europa deve prepararsi

La diaspora russa Hanno lasciato il loro Paese dopo l’invasione dell’Ucraina e oggi ci raccontano l’esilio e la speranza di un futuro diverso

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Albert Rösti alla prova della canicola

Confederazione ◆ Il ministro dell’ambiente è al centro del dibattito sulla risposta della Svizzera alla crisi climatica Roberto Porta

A volte per capire il presente occorre gettare uno sguardo allo specchietto retrovisore. Per questo motivo, alla fine di questa estate martoriata dalla canicola, val la pena di fare qualche passo a ritroso e di tornare al 13 giugno 2021. Quel giorno di cinque anni fa il popolo svizzero decise di bocciare la nuova legge sul CO2, un compromesso forgiato con fatica dal Parlamento, allo scopo di diminuire le emissioni di gas serra nel nostro Paese. Dalle urne scaturì un risultato di misura, il 51,6% di «no» fu però sufficiente a cestinare una legge con la quale si mirava a combattere il surriscaldamento climatico e a migliorare la protezione dell’ambiente. Una normativa che allora era considerata come una sorta di pietra miliare nel cammino del nostro Paese verso la decarbonizzazione. A vincere quel giorno del 2021 fu un solo partito: l’Unione democratica di centro, che aveva lanciato il referendum contro quella legge sul CO2 e che si era mossa nello schema a lei più congeniale, da sola contro tutti gli altri. In quel momento il presidente del partito era Marco Chiesa ma la figura di spicco di quella campagna referendaria fu soprattutto Albert Rösti, allora consigliere nazionale e oggi ministro alla guida del Dipartimento federale che si occupa di ambiente, trasporti, energia e comunicazioni. Il deputato Rösti era membro della commissione parlamentare che si occupava di questioni climatiche ed era conosciuto a Berna per le sue attività di lobbista a favore del traffico automobilistico e del petrolio, dopo essere stato fino al termine del 2019 presidente dell’UDC.

Il motto vincente del 2021: no a misure drastiche, occorre puntare sulla responsabilità individuale, sullo sviluppo tecnologico e sugli incentivi finanziari Quel «no» popolare fu una delle sue vittorie politiche più significative, in una delle votazioni popolari che possiamo ritenere tra le più importanti nella storia recente del nostro Paese. Quel giorno l’UDC mise di fatto fine all’«onda verde» che aveva segnato le elezioni federali del 2019 e imposto una propria agenda alla politica climatica elvetica. Il 13 giugno del 2021 può essere considerato una sorta di svolta, una brusca frenata nel percorso verso decarbonizzazione del nostro Paese, che rimane comunque un obiettivo, da raggiungere entro il 2050. All’inizio del 2023 Rösti è poi entrato in Consiglio federale e da allora la politica climatica e ambientale portano ancor più il suo timbro, anche

Tutto secco nella zona di Berna. (Keystone)

grazie all’appoggio in Governo e in Parlamento di PLR e Centro. Il motto vincente del 2021, e che viene ripetuto ancora oggi, è sostanzialmente questo: la Svizzera sta facendo molto in favore del clima, misure troppo incisive – come l’aumento, a dire il vero moderato, del prezzo della benzina o dei biglietti aerei previsti dalla legge bocciata nel 2021 – vanno rifiutate, occorre piuttosto puntare sulla responsabilità individuale, sullo sviluppo tecnologico e sugli incentivi finanziari, ad esempio per migliorare l’isolamento termico degli edifici. Inoltre, ripetono Rösti e le maggioranze che lo seguono, la Svizzera è un Paese piccolo, un’ulteriore riduzione delle nostre emissioni di CO2 apporterebbe ben poco alla lotta contro il surriscaldamento climatico, tocca dapprima ad altri Paesi intensificare questo sforzo. Da qui anche la partecipazione, spesso piuttosto discreta, dello stesso Rösti alle varie conferenze annuali delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, le COP arrivate quest’anno alla trentunesima edizione. Togliendo lo sguardo dallo specchietto revisore e venendo alle soffocanti temperature delle ultime setti-

mane, non sorprendono pertanto più di quel tanto le parole di Albert Rösti a commento della canicola 2026. Il consigliere federale bernese non ha ritenuto necessario convocare una riunione d’urgenza del Governo, e ha fatto soprattutto leva sulle competenze di Cantoni e Comuni in particolare per quanto riguarda la gestione dell’acqua e la lotta contro la siccità. E ha sottolineato che i suoi uffici stanno coordinando gli interventi necessari, ad esempio per il trasporto di acque negli alpeggi più colpiti dalla siccità, questo perché, come ha dichiarato lo stesso Rösti in un’intervista al «Tages Anzeiger»: «l’agricoltura è il settore è più colpito». Non per nulla, e questo è un altro aspetto sottolineato dal ministro bernese, sono stati azzerati anche i dazi sull’importazione di foraggio in aiuto proprio al settore primario svizzero. Il Governo dunque non è rimasto passivo, agli occhi di Rösti, che ha così risposto alle tante critiche gli sono state rivolte in queste ultime settimane. Su tutte quelle della presidente del Verdi svizzeri, Lisa Mazzone, che ha chiesto di togliere allo stesso Rösti la conduzione del Dipartimento che

si occupa dell’ambiente. Una rivendicazione decisamente massimalista che non ha trovato il sostegno di nessuna altra forza politica federale ma che ben spiega le tensioni politiche del momento sul tema della canicola. Il ritorno della pioggia e di temperature più sopportabili non ha comunque tolto la pressione su Rösti e sulle sue responsabilità.

L’estate ha messo in evidenza importanti ritardi nell’adattamento alle alte temperature, che stando agli esperti si ripresenteranno in futuro Non per nulla nel corso della prossima sessione autunnale del Parlamento, a partire dal prossimo 14 settembre, non mancheranno domande e atti parlamentati rivolti direttamente allo stesso ministro dell’ambiente, atteso al varco in particolare in un dibattito urgente sulla canicola, come richiesto da quattro partiti: Verdi, Centro, Socialisti e Verdi liberali. E ci sarà modo anche di discutere dei tagli finanziari previsti nella ge-

stione del bosco. O della recente decisione del Governo di non aderire al programma europeo Copernicus, che si occupa proprio di monitorare l’evoluzione del clima e dell’ambiente. L’estate 2026 ha comunque fatto emergere parecchie lacune nella gestione delle alte temperature, con responsabilità che non vanno cercate solo a Berna. I problemi dovuti alla mancanza di aree verdi in diverse città svizzere, anche quelle gestite da maggioranze rosso-verdi, hanno messo in evidenza importanti ritardi nell’adattamento alle alte temperature, che stando agli esperti del settore si ripresenteranno anche nelle prossime estati. I problemi da affrontare sono parecchi e di ampia portata. Un quadro decisamente preoccupante con, in conclusione, un dato positivo: nel luglio del 2026 la produzione di energia solare è aumentata del 43% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Questo grazie in particolare alle varie misure scaturite dalla Strategia energetica 2050, approvate in votazione nel 2017. E anche quella decisione popolare sta segnando il cammino della Svizzera verso la decarbonizzazione.


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Costo della vita, fra percezione e realtà

Economia ◆ Le famiglie ticinesi – e svizzere più in generale – stanno davvero peggio o sono cambiate le modalità di consumo? Edoardo Beretta

In vista dell’autunno, che viene ormai regolarmente descritto come «caldo» non necessariamente da un punto di vista climatico quanto per i temi d’attualità per le economie domestiche ticinesi, torna alla ribalta un quesito: alcune spese sono davvero diventate più impattanti sul reddito mentre il margine economico per gestirle si è ridotto? Oppure è cambiato il modello di consumo definibile «abituale»?

Vivere insieme può comportare una suddivisione interna delle spese: una persona sola non può farlo. (Magnific.com)

Nel 2024 il reddito mediano mensile era di 5708 franchi in Ticino, contro i 7024 franchi registrati a livello svizzero Pur senza addentrarsi in distinzioni capillari fra tipologie di economie domestiche – le «famiglie», per intenderci – si può affermare come, a livello federale, il reddito disponibile medio mensile ammontasse nel 2023 a 7186 franchi (in linea con l’anno precedente), di cui 5049 franchi destinati ai consumi di beni e servizi (cifre tratte dal sito del Consiglio federale). Tale dato non tiene certamente conto delle diseguaglianze crescenti all’interno della società, ma è pur sempre in linea con quel 61,6% di rapporto fra spesa finale di consumo e PIL (entrambi in termini reali) registrato anche nel 2025 (vedi Seco). Più interessante ancora è osservare come – nel 2024 – il reddito mediano mensile (cioè il valore reddituale

che divide la popolazione in due parti uguali) risultasse in Ticino pari a 5708 franchi rispetto ai 7024 franchi in Svizzera (www.admin.ch). Nello stesso anno, il nostro Cantone contava 171’490 economie domestiche, di cui ben il 42,1% costituito da persone sole: nel 2012 tale dato si attesta-

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va ancora al 37,3%. Se vivere insieme può comportare una suddivisione interna delle spese o – perlomeno – uno sgravio per alcuni membri dell’economia domestica, una persona sola non può farlo. Ne deriva che la stessa voce di spesa può avere un diverso impatto sul bilancio familiare a seconda della struttura del nucleo domestico. A ciò si aggiungono nuovi consumi solo fino a pochi anni fa inesistenti: fra questi, per telefonia, servizi digitali ed abbonamenti vari spesso aggravati da un’educazione finanziaria insufficiente di fronte a contratti complessi e pluriennali, oltre che da un’ormai decennale abitudine a vedere il risparmio bancario scarsamente remunerato. Ecco che, secondo il Barometro svizzero delle famiglie 2026, «solo» il 47% delle economie domestiche svizzere intervistate considerava il proprio reddito sufficiente, mentre il 46% lo riteneva appena sufficiente e il 7% insufficiente (con il Ticino fuori media per percezione peggiore rispetto alle altre regioni del Paese). Tale sentiment viene sostanziato da ulteriori dati macroeconomici, fra cui il debito delle economie domestiche svizzere rapportato al PIL pari nientemeno che al 125,1% (https://www. ceicdata.com/en/indicator/switzerland/household-debt--of-nominalgdp). In altre parole, se una famiglia si indebita, o consuma eccessivamente o il reddito disponibile è insufficiente.

Fra le voci di spesa sempre più rilevanti figurano telefonia, servizi digitali e abbonamenti vari. Come correre ai ripari? Il punto nodale non è – quindi – soltanto quanto le risorse a disposizione individuale siano andate aumentando, ma anche che a nuovi consumi si sono aggiunti rincari di voci di spesa «obbligate». Si pensi soltanto ai premi delle casse malati, che pur non essendo spesa di consumo riducono le risorse a disposizione per queste ultime, passati in Ticino da una media di 1920 franchi nel 1996, a 3701 franchi nel 2016 e a 5610 franchi nel 2025 (+192,2%) ben fuori linea rispetto ai 4515 franchi medi in Svizzera (vedi dati www.admin.ch). Anche l’indice

degli affitti è salito da un valore pari a 96,6 (dicembre 2020 = 100 punti) a 109,9 nel 2025 (con tutte le distinzioni del caso a seconda della località esaminata): non si dimentichi, inoltre, che nello stesso anno rappresentava la principale voce di contribuzione all’inflazione misurata in Svizzera. O per non parlare del fattore «petrolio ed idrocarburi» che – nonostante la rivoluzione green – ha a seguito delle vicende geopolitiche nello Stretto di Hormuz ancora un diffuso impatto sul paniere di spesa individuale.

Algoritmi sempre più affinati riescono spesso ad intercettare la disponibilità di spesa di ciascuno e sfruttano l’informazione A tali macroriflessioni si aggiunge – più a livello microeconomico-comportamentale – il fatto che algoritmi sempre più affinati riescano spesso ad intercettare la disponibilità di spesa di ciascuno ed a far sì che il prezzo che l’utente paghi corrisponda (quasi) perfettamente al proprio limite massimo a disposizione per un determinato bene o servizio. Fantascienza? Per nulla, se si pensa anche solo alle piattaforme di acquisto dei soggiorni alberghieri che spesso differenziano il prezzo a seconda dell’utenza (prima versus abituale, per lavoro versus divertimento ecc.) oppure del dispositivo elettronico utilizzato. Nel contempo, per citare un termine utilizzato nella letteratura scientifica sul com-

portamento dei consumatori, il consumo è divenuto sempre più «liquido» cioè si sceglie l’accesso ad un bene sotto forma digitale (immediatamente utilizzabile e magari a prezzo inferiore) rispetto al possesso fisico. Ad esempio, un libro in formato digitale anziché cartaceo i cui diritti di utilizzo sono però assai diversi rispetto a quelli dell’oggetto fisico (che detiene pur sempre un valore economico monetizzabile in caso di rivendita). Chiaramente, l’analisi del tenore di vita svizzero (e ticinese) a fronte di costi in crescita e necessità di consumo sempre più «sfidanti» per il portafoglio individuale è assai complessa e non può esaurirsi così facilmente. Si può tuttavia sintetizzare come – soprattutto oggigiorno – il benessere economico sia sempre più messo a «dura prova» da (apparenti) necessità di consumo parzialmente anche «figlie» dell’acronimo FOMO (Fear of Missing Out), cioè di quella forma di ansia sociale e psicologica che induce gli individui a temere di essere esclusi da esperienze positive invece accessibili ad altri. Ma il consumo sostenibile è spesso «insidiato» anche da fenomeni più recenti quali la riduzione di peso e quantità (shrinkflation) o la diminuzione della qualità (skimpflation) di un bene o servizio a parità di prezzo. Insomma: la linea fra «cosa si vuole» e «cosa ci serve davvero» non è sempre facilmente tracciabile. A meno di un nuovo «miracolo economico», potrebbe divenire sempre più arduo far «quadrare» conti ed esigenze di spesa a fine mese. L’indice degli affitti è salito. Nella foto Keystone appartamenti a Zurigo.


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Kensington, l’inferno dopo il fentanyl

Stati Uniti ◆ Le morti per overdose diminuiscono ma nuove droghe sintetiche devastano Philadelphia. E l’Europa deve prepararsi Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni

Brian Parkhill ricorda bene il giorno in cui Jim morì. Era il 12 marzo dello scorso anno, compleanno di sua madre. Aveva 64 anni, era uno chef e per anni aveva gestito un piccolo ristorante, perso durante il Covid. Da allora viveva per strada. «Mi diceva che drogarsi era più facile che sopportare la vita da senzatetto», ci racconta il fondatore di Outreach For The Lost, che assiste i tossicodipendenti di Kensington. Questo quartiere di Philadelphia è tristemente noto per essere uno dei pezzi d’inferno dell’America contemporanea. Porta impressi nelle strade e nei corpi di chi le abita gli effetti dell’epidemia da oppioidi, che negli ultimi vent’anni ha mietuto centinaia di migliaia di vittime. Dalla stazione della metropolitana escono soltanto persone in cerca di una dose, mentre i marciapiedi sono diventati la «casa» di chi (e sono tantissimi) non riesce più a uscire da Kensington. Uomini e donne piegati su se stessi, segnati da piaghe profonde, prede facili degli spacciatori che presidiano ogni angolo. Eppure, i dati dicono che qualcosa sta cambiando. Dopo il picco del 2022, quando gli oppioidi sintetici, soprattutto fentanyl, furono responsabili di circa 76 mila decessi, la curva ha iniziato a scendere. Nel 2025 le morti sono state poco più di 38 mila. Jim, però, non compare nella conta. E come lui, avverte Parkhill, molti altri. È anche da queste vite spezzate fuori statistica che si capisce perché il segno meno non basti a dire che la crisi sia finita: sono le vittime invisibili di un mercato che continua a mutare. Il fentanyl oggi è spesso meno puro, tagliato e mescolato con sostanze nuove. A Philadelphia, dopo lo xylazine, il sedativo veterinario noto come «tranq», responsabile di lesioni e amputazioni, si è imposta la medetomidina, un altro tranquillante per animali ancora più potente. La chiamano «rhino tranq» ed è decisamente più economica del fentanyl. «È presente nell’80% della droga di strada», ci dice l’attivista. «È orribile! Vediamo persone piegate per ore, con seri danni alla colonna vertebrale, e pazienti in terapia intensiva». L’astinenza può avere conseguenze violente, soprattutto sul cuore: tachi-

Persone nel quartiere di Kensington a Philadelphia, tra le aree statunitensi più colpite dalla crisi degli oppioidi. (Keystone)

cardia, forti sbalzi di pressione, complicazioni cardiache. «Sono morti da convulsioni, non da overdose». È quello che è successo a Jim: «Ogni mattina veniva da me, gli preparavo porridge d’avena e caffè. È morto fuori dal mio ufficio, in piena astinenza». Rispetto agli anni più bui, Kensington, almeno in superficie, sembra in ripresa: meno tossicodipendenti per strada, negozi riaperti, marciapiedi ripuliti, an-

che per i mondiali di calcio che si sono giocati questa estate. «Ma noi continuiamo a raccogliere cadaveri dalla strada. Sembra di camminare a Baghdad dopo un’esplosione. Ci sono amputati e persone sui marciapiedi con la pelle che sanguina. L’odore è impressionante per via della pelle che marcisce sui corpi delle persone», spiega Parkhill che ha sviluppato «Fast Track», un’app che permette ai soccorritori di indivi-

duare in pochi minuti una struttura disponibile e avviare direttamente la persona alle cure. «Oggi c’è meno gente, ma chi è rimasto sta peggio». Il ridimensionamento dell’emergenza va letto quindi con cautela. A invertire la curva hanno contribuito il naloxone (che blocca l’overdose), un accesso più ampio alle cure e i miliardi arrivati dagli accordi giudiziari con l’industria farmaceutica. Uno studio su

Trump porta l’emergenza al centro della geopolitica Donald Trump ha fatto della lotta al fentanyl una battaglia personale, impegnandosi direttamente con le famiglie delle vittime di overdose da oppioidi e accogliendole più volte alla Casa Bianca. Nel secondo mandato il tema è stato cruciale nell’agenda di Governo, fino a diventare materia di sicurezza nazionale e politica estera. Nel dicembre 2025 un ordine esecutivo il presidente ha classificato il fentanyl e i suoi principali precursori, ovvero le sostanze chimiche necessarie per produrlo, come armi di distruzione di massa. La mossa ha permesso di

ampliare sensibilmente i poteri federali contro produttori, trafficanti e reti finanziarie. Il fentanyl è entrato a gamba tesa anche nelle guerre commerciali. Il presidente Donald Trump ha giustificato i dazi contro Cina, Messico e Canada con la necessità di fermare il traffico di droga. Con Pechino, Washington ha esercitato negli ultimi anni una crescente pressione diplomatica e, con Trump, anche commerciale per rafforzare i controlli sui precursori. La lotta al narcotraffico ha finito per dettare anche parte del programma anti-immigrazione; Trump ha legato il

capitolo delle sostanze stupefacenti alla questione degli ingressi irregolari nel Paese e al controllo del confine meridionale, usando l’emergenza droga per giustificare il pugno duro e la chiusura delle frontiere. Parallelamente, Washington ha ampliato l’offensiva contro i cartelli sudamericani, designandone otto come Foreign Terrorist Organizations. Questo mese, inoltre, il Ministro della Guerra Pete Hegseth ha annunciato che il nuovo Governo colombiano ha aperto a operazioni congiunte con gli Stati Uniti contro gruppi armati e reti del narcotraffico.

«Science» indica, inoltre, tra le possibili cause del calo i maggiori controlli imposti dalla Cina sui precursori del fentanyl, arrivati dopo anni di pressioni americane. Quello che accade a Kensington spesso anticipa il resto del Paese. La medetomidina si è già diffusa in tutte le regioni degli Stati Uniti. Anche per questo dall’altra parte dell’Atlantico si osserva con attenzione ciò che succede qui. «Da anni dico che l’Europa dovrebbe preoccuparsi e che l’emergenza fentanyl prima o poi arriverà», sottolinea Vanda Felbab-Brown, ricercatrice della Brookings Institution e direttrice del programma sulla crisi in Nord America. «Molti colleghi europei confidano in consumatori più consapevoli, sistemi sanitari più solidi e maggiore accesso alle cure. Io non ho la stessa sicurezza: il rischio dipende da quali droghe i trafficanti decidono di immettere sul mercato». Secondo una recente analisi del suo think tank, negli Stati Uniti l’epidemia è stata alimentata in primis dall’uso massiccio di antidolorifici oppiacei prescritti dai medici; molti pazienti sono poi passati all’eroina e, negli anni successivi, il fentanyl ha progressivamente conquistato quel mercato. In Europa questo percorso non si è verificato. L’eroina resta l’oppioide più diffuso, i consumatori stanno invecchiando e la mortalità è molto più bassa. Nell’Unione, poi, si registrano numeri decisamente più bassi, ogni anno sono circa settemila le vittime. Il segnale che Felbab-Brown osserva con maggiore preoccupazione, però, arriva dai cartelli messicani, che stanno aprendo laboratori di metanfetamina in diversi Paesi europei come Francia, Germania, Polonia, Spagna, Portogallo, Bulgaria e Romania. «La grande domanda è che cosa faranno dopo: continueranno a spingere la metanfetamina oppure la useranno come porta d’ingresso per il fentanyl e altri oppioidi sintetici?». E anche se oggi buona parte di quella produzione è destinata all’esportazione, avverte, «quello che vediamo ovunque nel mondo è che prima o poi una parte della droga prodotta comincia a filtrare nel mercato locale. Non mi aspetto che l’Europa faccia eccezione».

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Sono Annamaria, papà ticinese e mamma vodese. Sono nata a Losanna l’8 agosto 1952, in una giornata torrida. Forse è per questo che adoro il caldo e l’estate: mi riempiono di energia. Da giovane ho viaggiato, partecipando a trasferte ginniche in Svizzera e in Europa, e da adulta ho coltivato con passione la danza classica. Senza contare i tanti concerti che mi hanno aperto un mondo di esperienze meravigliose. So poco di quanto accadeva nel 1952: vorrei questo vostro regalo. (Anna Juri, Melano) ­ Cara Anna, in quegli anni la Svizzera è nel pieno del boom economico e anche in Ticino si affermano nuovi modelli di consumo. Un esempio? La diffusione dei negozi «servisol», di cui parla «Azione» del 7-14 agosto 1952: «Dopo la Depressione del 1929 e la tremenda crisi, negli Stati Uniti si aprirono improvvisati negozi in autorimesse e depositi vuoti. Obbligati dalla mancanza di personale adatto e specializzato, note ditte americane svilupparono ciò che verrà poi defini-

Magnific.com

Cosa succedeva quando sono nata, l’8 agosto 1952

to super-market». Anche l’Europa segue la tendenza, e nel «tuo» anno la Confederazione conta già 200 spacci di questo tipo, osserva il giornale. «Il quarto negozio sistema servisol del Ticino è stato inaugurato sabato, 2 agosto, a Massagno». Qualcuno teme che la nuova formula commerciale riduca il lavoro di addetti/e alla

vendita, ma gli esperti replicano: servono comunque persone per far funzionare la macchina organizzativa. E contro la disonestà di alcuni? La soluzione è semplice: gli specchi. Altro che videosorveglianza. Ma il giornale guarda anche oltre i nostri confini. Nel 1952, mentre la Guerra fredda divide il mondo, in Egitto la Rivoluzione dei Liberi ufficiali pone fine al Regno di Faruk (che diventa Repubblica nel 1953). A guidare il colpo di Stato sono il generale Naguib e un gruppo di giovani ufficiali, tra cui Nasser. «La rivoluzione del Cairo non è che uno degli episodi della liquidazione degli imperi coloniali», scrive «Azione». Via i britannici! Cade così una monarchia che governava il Paese da oltre un secolo e si apre la strada all’ascesa di Nasser, una delle figure chiave della decolonizzazione e del nazionalismo arabo. Visto che ti piacciono i viaggi, cara Anna, facciamo tappa anche nella Guyana francese. Sull’edizione cita-

ta troviamo la storia de L’uomo che liberò l’Isola del Diavolo. «Dopo quasi cento anni di esistenza, la famigerata colonia francese dell’Isola del Diavolo è stata sciolta. L’uomo che ha spinto il Governo francese ad abolire la spaventosa “ghigliottina fredda”, che dalla sua istituzione avvenuta nel 1885 ha fatto più di 70’000 vittime, è un mite ufficiale dell’Esercito della salvezza di nome Charles Péan». Per 18 anni Péan combatte quasi da solo la sua battaglia. Visita la colonia e osserva i prigionieri, costretti a vivere in condizioni disumane. «Dei mille e più che ogni anno arrivavano dalla Francia (…) meno del 10 per cento rimaneva in vita». Péan cerca allora di riformare il sistema: crea ospizi, fattorie, officine per permettere ai detenuti di riscattarsi e, magari, di tornare a casa. Fiducia e lavoro. Una storia che ci piace, perché mostra come la volontà e la dedizione di una sola persona possano innescare il cambiamento in sistemi malati che sembrano immutabi-

di Romina Borla li. E dalla prigione passiamo al cielo. Negli Stati Uniti del 1952 «i rapporti sull’avvistamento di dischi volanti sono quest’estate più numerosi che in qualsiasi altro periodo, eccezion fatta per quello iniziale nel 1947; si tratta in media di cento rapporti al mese». Ma «Azione», testata con i piedi per terra, risponde così a un lettore: «Le favole o le realtà dei dischi volanti ci interessano per il momento solo come giornalisti informatori», tanto più che «non ci hanno mai fatto paura. Non han mai fatto del male e se vengono da altri pianeti dimostrano di essere ben più educati dei nostri bombardieri moderni, i quali invece sono nati e concepiti solo per distruggere e lanciare bombe. Che in altri pianeti si sia più umani di noi abitanti della Terra, non sarebbe da stupire». Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno».


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I russi che se ne sono andati

Guerra ◆ Hanno lasciato il loro Paese dopo l’invasione dell’Ucraina e oggi raccontano l’esilio e la speranza di un futuro diverso Anna Zafesova

«Non voglio tornare mai più in Europa, la voglio dimenticare come un incubo». Lo sfogo di Maria Zviagintseva, 52enne ex proprietaria di un asilo privato a Mosca, ha fatto esplodere all’inizio di agosto il dibattito nella comunità russofona di Facebook. I social occidentali sono oscurati in Russia, e seguiti prevalentemente dagli emigrati e dagli oppositori del regime. Il post di Maria – che racconta estasiata il livello del servizio nella capitale russa, dove «ti portano a casa qualunque cosa in 15 minuti», mentre si lamenta dell’inefficienza e povertà di quello che chiama il «socialismo europeo» – ha suscitato una valanga di ironie, ma ha anche aperto un argomento finora tabù.

Si tratta di una diaspora perlopiù benestante, professionisti, imprenditori, intellettuali, informatici: i russi più moderni Nel marzo 2022 Maria infatti aveva chiuso il suo asilo per bambini dei vip, scappando insieme al marito perché Vladimir Putin aveva invaso l’Ucraina. In altre parole, non era emigrata in cerca di una vita più agiata: era un’esule politica, fuggita dalla guerra e dalla dittatura. Nessuno conosce il numero preciso dei cittadini russi scappati dal regime del Cremlino quasi cinque anni

fa. Stime approssimative parlano di almeno un milione di russi partiti nel 2022: un esodo gigantesco, paragonabile all’emigrazione scatenata dalla rivoluzione del 1917. Sapere quanti di loro sono da allora rientrati è impossibile, la maggioranza dei fuggitivi si è infatti diretta in Paesi ex sovietici come la Georgia e l’Armenia, che non richiedono visti o permessi di soggiorno. La nuova diaspora cerca fortuna in tutto il mondo, dal SudEst asiatico a Israele, all’Argentina (che ha registrato un afflusso di russe in stato di gravidanza, attratte dalla cittadinanza automatica concessa al nascituro), soltanto una minoranza è riuscita a regolarizzare la propria posizione in Europa. Una diaspora prevalentemente benestante, professionisti, imprenditori, intellettuali, informatici, i russi più moderni, globalizzati e occidentalizzati. Quattro anni e mezzo dopo, il mondo dei «relokant», i «rilocati», come preferiscono farsi chiamare per non pronunciare parole traumatiche come «esule» o «emigrato», rappresenta una nebulosa. Quelli legati alla politica e all’intellighenzia stanno replicando il percorso dei «bianchi» fuggiti dalla rivoluzione: una diaspora impegnata, che sta fondando case editrici e scuole, partiti e teatri, per cercare di contrastare il regime di Putin, e preparare un eventuale ritorno dopo la sua caduta. Divisi in diver-

Molti, soprattutto i moscoviti, rimpiangono i confort e la ricchezza della capitale russa, nella foto. (Keystone)

se fazioni che si combattono ferocemente – come si è visto durante le elezioni della dozzina dei dissidenti che avrebbero dovuto rappresentare l’opposizione russa al Consiglio d’Europa – questi esuli politici producono un intenso dibattito in Rete, ma non sono riusciti a creare una forza politica o a esprimere un leader. Intanto il divario con quelli in patria aumenta: lo scrittore e attivista Valery Paniushkin si rimprovera di non avere avuto il coraggio di restare in Russia e finire in carcere, come ha fatto il suo amico Lev Shlosberg, appena condannato a 11 anni per la sua opposizione alla guerra, ma molti russi «rimasti» considerano i «rilocati» dei

privilegiati che non capiscono quanto sia dura la vita di chi non ha potuto o non ha voluto scappare. Gli altri, quelli fuggiti non perché costretti a scegliere tra l’esilio e il carcere, ma perché volevano soltanto costruirsi una vita lontano dalla guerra e dalla propaganda, al quinto anno di «rilocamento» si trovano davanti a scelte difficili. Molti sono tornati, senza annunciarlo sui social, spesso con paura e vergogna: Aleksandr Bashkyrtsev, cameraman emigrato con moglie e figlioletto in Francia, è rientrato in Russia perché non è riuscito a trovare un lavoro che gli offrisse un permesso di soggiorno. I risparmi sono finiti, l’affitto della casa di Mosca non ba-

stava, e la prospettiva di chiedere asilo politico e magari finire in un campo profughi non lo attirava. A Mosca ha ritrovato il prestigio sociale e un lavoro ben remunerato, anche se preferisce non parlare delle serie televisive propagandistiche alle quali partecipa. Per altri, come Natalia Rogintseva, traduttrice 40enne emigrata in Serbia, il dilemma è come crescere i figli: «Se li iscrivo alla scuola inglese o francese, perderanno l’identità, se li iscrivo alla scuola russa resteranno sempre degli stranieri». Inoltre dall’anno prossimo la Serbia potrebbe introdurre visti per i cittadini russi, e l’idea di cambiare di nuovo Paese – molti «rilocati» in questi anni sono passati dalla Lettonia a Cipro e dall’Armenia al Portogallo – le fa cadere le braccia. Il dilemma se integrarsi faticosamente o rimanere «rilocati» in attesa di un cambio di regime divide ulteriormente la diaspora. Molti, soprattutto i moscoviti, rimpiangono i confort e la ricchezza della capitale russa, e continuano a sognare di «tornare a casa», mentre altri studiano la lingua del Paese che li ha accolti e hanno tutta l’intenzione di assimilarsi. Danila Tkachenko, fotografo condannato in patria per una protesta contro Putin che ha ottenuto l’asilo politico in Italia, dice che non tornerà nemmeno a regime caduto: «Il mondo è così grande, non voglio restare imprigionato nell’eterna tragedia russa». Annuncio pubblicitario

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ATTUALITÀ / RUBRICHE

Il Mercato e la Piazza

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di Angelo Rossi

L’università alla prova del mercato del lavoro ◆

Tra qualche settimana le università svizzere riapriranno i loro battenti. Studenti e studentesse torneranno a sedersi nelle aule dei nostri atenei per iniziare, o proseguire, il proprio percorso di studi. L’effettivo degli universitari ticinesi continua a crescere. Tuttavia, come accade per molti altri fenomeni, il ritmo di crescita si è progressivamente ridotto nel corso dei decenni. Se tra il 1960 e il 1980 il numero di studenti aumentava annualmente tra il 6 e l’8%, dal 2000 in poi la variazione supera raramente l’1%. Gli studi universitari sono diventati meno attrattivi? Attenzione a non trarre conclusioni affrettate. Quest’anno il numero di studenti e studentesse ticinesi iscritti a un’università supererà la soglia dei 6000. Una cifra tutt’altro che trascurabile, come potrebbero confermare gli addetti alle borse di studio del Dipartimento dell’educazione. Ma perché quest’effettivo og-

gi non cresce più che al ritmo in cui aumenta la popolazione residente? Per due ragioni essenzialmente. La prima, e più importante, è che tra il 1960 e il 1990 i tassi di crescita erano particolarmente elevati perché fu in quel periodo che le donne conquistarono l’accesso in massa agli studi universitari. Nel 1960 le donne rappresentavano infatti solo l’11,3% degli universitari ticinesi. Nel 1990 la loro quota era già salita al 38,7%, fino a raggiungere il 51,1% nel 2020, ultimo anno per il quale l’Annuario statistico riporta il dato. In altre parole, la presenza femminile all’università è arrivata a rispecchiare quella nella popolazione residente. Il principale passo avanti verso la parità nell’accesso alla formazione accademica è dunque avvenuto tra il 1960 e il 1990. Va inoltre sottolineato che, senza il forte aumento delle studentesse, il tasso di crescita complessivo degli universitari ticinesi sarebbe sceso

sotto l’1% annuo già da diversi anni. Più preoccupante è la seconda ragione del rallentamento nella velocità con cui cresce l’effettivo degli studenti universitari. Si pensa infatti che lo stesso sia determinato anche dall’aumento della disoccupazione degli accademici. I dati disponibili indicano che, dal 2010 in poi, la disoccupazione accademica è cresciuta in Svizzera del 70%. Oggi il tasso di disoccupazione degli accademici (rilievi della Seco) è superiore al 3%. Il rischio di restare disoccupati è dunque oggi superiore tra gli accademici rispetto al resto della popolazione attiva. Per spiegare questa evoluzione gli specialisti indicano almeno due motivi. Sembrerebbe in primo luogo che l’offerta di lavoro da parte degli accademici cresca più rapidamente che la domanda: vi sono troppi accademici in circolazione insomma. In secondo luogo sembrerebbe che, in seguito al progredire della digi-

talizzazione, la richiesta di accademici si sia ridotta in rami di occupazione verso i quali, in precedenza, si orientava l’offerta (come banche e assicurazioni, per esempio). Il rallentamento nel tasso di aumento dell’effettivo di studenti universitari sarebbe quindi dovuto anche al peggioramento delle prospettive d’impiego. Ora è importante tener presente che la disoccupazione accademica varia da formazione a formazione. È alta in quelle che ancora cinquant’anni fa erano formazioni universitarie classiche: la filosofia, le materie letterarie e le scienze tecniche. È invece meno rilevante nelle scienze naturali e nelle scienze esatte. Gli studenti universitari ticinesi di oggi sono ben coscienti di questo fatto. Non dovremmo quindi stupirci se la struttura del loro effettivo, per formazioni scelte, fosse cambiata nel corso degli ultimi decenni. Purtroppo la statistica non facilita la verifica di quanto succe-

de in materia di scelte di facoltà. Essa ci consente comunque di rilevare che, in relazione ai cambiamenti manifestatisi, due sono le tendenze rilevanti. Da un lato si assiste a un gonfiamento degli effettivi di studenti di scienze umane e sociali dovuto, pensiamo, soprattutto alle scelte delle studentesse. Dall’altro si osserva un aumento considerevole, anche in termini relativi, dell’effettivo di studenti e studentesse di scienze esatte e di scienze naturali. A molti non parrà vero, ma i/le ticinesi di oggi hanno un debole per lo studio della matematica e delle materie che le girano d’attorno. E, da quanto si sente nei corridoi dei nostri atenei, le studiano con successo. Diritto, medicina, farmacia e scienze tecniche (architettura e ingegneria civile) vengono invece messe un po’ da parte. Grazie all’economia aziendale, infine, le scienze economiche mantengono invece, per ora, la propria posizione.

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di Aldo Cazzullo

Quando l’integrazione vince ◆

Quest’estate ho seguito i Mondiali di calcio e sono andato a vedere una partita della Svizzera, i sedicesimi in cui gli elvetici hanno battuto l’Algeria più nettamente ancora di quanto dica il punteggio, 2-0, nello stadio di Vancouver. La Svizzera mi è piaciuta moltissimo. È una squadra che ha saputo integrare e valorizzare gli immigrati e i loro figli, affiancati da svizzeri di antiche generazioni e rafforzati da una scuola, basata sulla tecnica e sulla velocità. Breel Embolo è nato in Camerun, è arrivato a Basilea a 6 anni, è diventato svizzero a 17: è un giocatore fantastico, e se nei drammatici quarti di finale con l’Argentina ha sbagliato a simulare un fallo di Paredes, non per questo meritava di essere espulso (il Var dovrebbe servire a cancellare un’ammonizione ingiusta, non ad assegnarne una meritata). Ma il veterano è Granit Xhaka, che a Basilea è nato ma ha sempre rivendi-

cato le sue radici albanesi. A me tutto questo pare segno di forza. Di sicuro lo è nello sport. L’Italia del calcio è più indietro. Non ha ancora avuto un vero campione uscito dalle migrazioni. Poteva diventarlo Mario Balotelli, ma ha tradito le aspettative. Temo finirà allo stesso modo anche con Moise Kean. Per fortuna l’integrazione funziona nello sport e nell’atletica. E il meccanismo di integrazione è facilitato dall’affiliazione a corpi militari. Un espediente che un tempo serviva ad assicurare uno stipendio agli atleti. Ma che ha finito per far scattare meccanismi di identificazione – con i carabinieri, la polizia, le guardie di finanza – che hanno certo aiutato gli atleti venuti dalle migrazioni a diventare e a sentirsi italiani. Atletica e nuoto sono le discipline olimpiche per eccellenza. Non lasciano spazio all’estro, alla fantasia, all’improvvisazione, e neppure (salvo rari ca-

si) alle valutazioni degli arbitri. Vince il più forte: chi si è preparato meglio, chi si è allenato con maggiore costanza, chi ha dimostrato più spirito agonistico e maggiore forza morale. Forse anche per questo in passato le cose per l’Italia non erano sempre andate bene. All’Olimpiade di Londra 2012 l’Italia conquistò nell’atletica una sola medaglia: il bronzo del triplista Fabrizio Donato. La Gran Bretagna vinse quattro ori e due argenti. Oggi i rapporti di forza sono cambiati. L’Italia è arrivata in testa al medagliere sia agli Europei di Roma 2024, sia a quelli appena conclusi a Birmingham. Questo significa che dietro gli atleti di punta c’è un movimento. Ci sono scuole, allenatori, metodi, oltre a un presidente federale che nell’atletica ha passato la vita, Stefano Mei. E ci sono le punte, i capitani, i campioni. Birmingham ha segnato il grande ritorno di Gianmarco Tamberi, dopo il disastro di Parigi.

Il capitano dell’atletica azzurra ha riempito da solo lo stadio: i salti, le grida, le scritte sulle braccia, la moglie, la figlia, il padre, un’ondata di energia da cui tutti sono stati travolti. Ma attenti a non dimenticare Marcell Jacobs, che era tornato quello di Tokyo, e avrebbe vinto la finale dei 100 passeggiando se i suoi muscoli non l’avessero ancora una volta tradito; purtroppo l’infortunio l’ha tenuto lontano dalle prime pagine. Accanto ai veterani, tra cui va annoverato anche il pesista Leonardo Fabbri, c’è una squadra composta da tante storie diverse, che insieme raccontano la capacità di attrazione e integrazione dell’Italia. Nadia Battocletti, fuoriclasse del fondo, è figlia di un maratoneta trentino e di un’ex mezzofondista marocchina. Larissa Iapichino è la figlia di Fiona May. Fausto Desalu, l’italiano più veloce sui 200 metri dopo Mennea, cresciuto nella Bassa lombarda, è di origine nigeriana. Dariya Der-

kach, oro nel triplo, è nata in Ucraina e ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2013. Alexandrina Mihai, argento nella marcia, è nata in Moldavia e per anni ha dovuto attendere la cittadinanza per vedere omologati alcuni dei suoi risultati. Andy Diaz, oro nel triplo, è nato a Cuba; Zane Weir, argento nel peso, in Sudafrica. Anche il nuoto è un movimento che coinvolge più generazioni, dai veterani Nicolò Martinenghi e Simona Quadarella ai più giovani. Tra questi spicca Sara Curtis, papà italiano e mamma nigeriana. Solo il calcio non funziona, non decolla, non integra. Non a caso all’ultima competizione internazionale cui ha partecipato, gli Europei dei 2024, l’Italia è stata surclassata proprio dalla Svizzera. Che nel 2021 in Inghilterra aveva addirittura eliminato i campioni del mondo della Francia. Segno di salute di un movimento sportivo e di un Paese.

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CULTURA ●

Il Giappone e due sguardi Al Musec di Lugano il Paese del Sol Levante in doppia veste con I 47 rōnin e Beyond The Eyes

Dov’è finito il tormentone? Radio e piattaforme lo confermano: la stagione estiva è sempre meno legata ai tormentoni musicali

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Un gusto per la vita unico Un secolo fa a Locarno nasceva Hannes Schmidhauser, il ticinese che riuscì a coniugare arte e sport

Le prove di Alba Il curioso romanzo picaresco al femminile di Rosaria De Meo vale bene una lettura

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Human Mask, 2014, Film, color, sound, 19 min., Collection Maja Hoffmann / Luma Foundation, Courtesy the artist and Anna Lena Films, Paris (© Pierre Huyghe, represented by ProLitteris (CH) / ADAGP (FR))

Pierre Huyge, il postumano è già tra di noi Mostre ◆ La Fondazione Beyeler espone le opere dell’acclamato artista francese fino al 13 settembre Elio Schenini

Il suo nome non è probabilmente dei più noti al grande pubblico e oltretutto non è nemmeno facile capire come debba essere pronunciato correttamente, eppure il francese Pierre Huyge (il cognome, di antica origine fiamminga, nell’autarchico approccio linguistico transalpino è stato tradotto foneticamente in uìg) è uno degli artisti più acclamati dalla critica d’arte del ventunesimo secolo. Non è un caso, quindi, che a ospitare una sua mostra sia quest’estate la Fondazione Beyeler di Basilea, le cui sale difficilmente si aprono ad artisti contemporanei che non godano già di un’ampia e qualificata considerazione internazionale. Del resto, Huyge, che è nato a Parigi nel 1962 e che si è affacciato sulla scena artistica a partire dalla metà degli anni Novanta, negli ultimi due decenni è stato insignito di alcuni dei più prestigiosi e ambìti riconoscimenti a livello internazionale, tra i quali il premio speciale della giuria alla Biennale di Venezia nel 2001, il Premio Hugo Boss nel 2002, il Premio Haftmann nel 2013, il Nasher Price nel 2017. Il 2013, in particolare, è stato un anno decisivo nella sua carriera artistica, con la grande retrospettiva promossa dal Centre Pompidou di Parigi e poi transitata dal Museum Ludwig di Colonia e dal LACMA di Los Angeles. Una retrospettiva che faceva seguito al successo ottenuto l’anno precedente dalla singolare e acclamata installazione Untilled che Huyge

aveva realizzato per la Documenta 13 di Kassel. La mostra di Basilea, che costituisce una sorta di rielaborazione di quella presentata nel 2024 alla Punta della Dogana a Venezia, da cui in qualche modo prende avvio, mette assieme una serie di lavori recenti con alcuni lavori storici dell’artista, offrendo un esempio del suo modo di intendere le esposizioni non come il momento finale di un rituale rigidamente codificato nel quale viene presentato un processo creativo ormai concluso, ma piuttosto come una situazione in cui il pensiero artistico si condensa temporaneamente in un spazio fisico delimitato, per poi continuare il suo incessante e metamorfico processo di crescita rizomatica. Un’idea che si riflette anche nella pubblicazione che accompagna la mostra. Non si tratta infatti del classico volume diviso tra saggi critici e riproduzioni fotografiche delle opere come siamo abituati a vedere da ormai quasi un secolo, ma di un volume quasi esclusivamente di immagini, nel quale i testi stringatissimi e puramente didascalici sono confinati nelle ultime pagine. Più che un catalogo, quindi, un libro d’artista, in cui le diverse opere presenti in mostra vengono presentate in singoli capitoli, ognuna collocata all’interno di una nuvola iconografica di riferimenti visivi, sul modello del celebre precedente dell’atlante Mnemosyne di Aby

Warburg, che evidentemente l’artista ben conosce. Il catalogo ci immerge così senza prolisse mediazioni critiche nell’universo visivo e immaginario di Huyge. Un universo nel quale le opere sono nodi mutevoli e interconnessi attorno a cui si articola una ricerca artistica che, intrecciando in maniera inconsueta biologia e tecnologia, mette in discussione la prospettiva antropocentrica con cui siamo storicamente abituati a considerare tutto ciò che ci circonda.

Attraverso le opere in mostra si mette in discussione il confine sempre più labile tra umano e non umano Come già nei suoi lavori più noti, anche nelle opere più recenti Pierre Huyge dimostra così di essere uno dei più efficaci e sorprendenti creatori di metafore visive del nostro tempo, con le quali riesce a dare rappresentazione alle riflessioni più radicali e ai pensieri più attuali e avanzati che la filosofia è venuta elaborando negli ultimi decenni attorno alla nozione di umano e al suo rapporto con il mondo. Quelli, per intenderci, che negli ultimi decenni sono stati portati avanti da pensatori quali Bruno Latour, Donna Haraway, Graham Harman, Isabelle Stengers e Rosi Braidotti, solo per citare alcuni dei più noti. Nel son-

dare con le sue metafore la dimensione del postumano, Huyge ha spesso preso avvio da quello che dell’umano è visivamente il tratto più distintivo, ovvero il volto. Era il caso, ad esempio, della già citata installazione ambientale Untilled che metteva in discussione il confine tra arte e vita e quindi tra natura e cultura. Al centro di questa installazione, ambientata in un parco cittadino, era infatti collocata una scultura in cemento che raffigurava un nudo femminile sdraiato su un fianco, la cui testa era però sostituita da un ronzante alveare di api vive. Anche Human Mask del 2014, un video straordinario costruito a partire da un’intuizione semplicissima, ruota attorno all’immagine del volto umano. Dopo una sequenza di immagini che mostrano le strade deserte di Fukushima in seguito al disastro nucleare avvenuto nel 2011, il video si sofferma sull’interno in penombra di un ristorante deserto dove si aggira una piccola scimmia che, oltre a una parrucca e a un abito femminile, indossa una maschera umana di colore bianco simile a quelle che vengono utilizzate nel teatro Nō. Una maschera che se da un lato ci porta a guardare e a interpretare i gesti e le azioni dell’animale in modo totalmente diverso rispetto a quanto facciamo abitualmente, dall’altro sembra indicarci che l’umano forse non è nulla più che una parvenza. Una maschera, appunto.

Il volto, o meglio in questo caso la sua assenza, ritorna anche in Liminals del 2025. In questo nuovo lavoro video al centro della mostra di Basilea, Huyge affronta il confine che separa umano e non umano, corpo e ambiente, materia organica e inorganica, interiorità ed esteriorità attraverso una figura dall’aspetto umano che si muove nell’atmosfera livida e metamorfica di un paesaggio lunare. Una figura dai gesti sofferti e disarticolati che cerca di affermare la propria esistenza, ma il cui volto risulta essere, quando si volge verso di noi, totalmente assente. Al suo posto una semplice cavità nera, vuota e insondabile. Il confine sempre più labile tra umano e non umano, del resto, è costantemente messo in discussione all’interno della mostra dall’azione degli algoritmi generativi e dalle reti neuronali che l’artista ha integrato nelle opere stesse e che, attraverso dei sensori che captano i movimenti e i suoni nello spazio circostante, agiscono in tempo reale, modificandole sotto i nostri occhi inconsapevoli. Il postumano in fondo è già tra di noi. Dove e quando Pierre Huyghe, Fondation Beyeler, Riehen/Basilea, orari: 10.00-18.00, me 10.00-20.00; fino al 13 settembre 2026; fondationbeyeler.ch


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CULTURA

Tra antichi guerrieri e spiriti di oggi

Mostre ◆ Al Musec di Lugano due sguardi sul Giappone con I 47 rōnin e Beyond The Eyes di Miwa Komatsu Daniele Bernardi

Contemporaneamente alla mostra TRAME Capolavori di arte tessile. Da Bali a Timor inaugurata lo scorso giugno presso il MUSEC, a conferma della propria attenzione per la cultura nipponica, la storica istituzione dedica ben due esposizioni all’argomento. La prima, aperta al pubblico da tre mesi e visitabile fino al 4 ottobre, vede protagonista una delle più celebri storie del Paese del Sol levante: I 47 rōnin, dramma inizialmente ideato per il bunraku – il teatro classico delle marionette – sulla base di un fatto storico e, col tempo, riadattato da alcuni drammaturghi per il kabuki (Takeda Izumo, Miyoshi Shōraku, Namiki Senryū). La seconda invece, Beyond the Eyes, inaugurata il 23 luglio e con chiusura prevista per il 25 ottobre, propone per la prima volta in Europa una personale di Miwa Komatsu, pittrice e scultrice contemporanea della prefettura di Nagano.

La doppia mostra in corso al Musec permette di passare dal Giappone della Scuola di Utagawa a quello contemporaneo di Miwa Komatsu È curioso notare che, nonostante sia noto anche alle nostre latitudini attraverso film e fumetti, a oggi non esista una versione ufficiale in lingua italiana di Kanadehon Chūshingura (I 47 rōnin). Come sottolinea Moira Luraschi, curatrice dell’esposizione e, più in generale, delle collezioni dell’Asia orientale del museo, questo è avvenuto «a causa delle innumerevoli versioni esistenti, come spesso accade quando

ci si misura con i brogliacci delle rappresentazioni». Ciò detto, in Giappone la vicenda dei samurai senza padrone – i rōnin, appunto, vale a dire «gli uomini onda» – che tramarono segretamente vendetta nei confronti di chi aveva umiliato e provocato la morte del loro signore, è da sempre un grande classico e non manca mai nei teatri kabuki. Al suo apparire nel 1748 il dramma ebbe un riscontro popolare pressoché immediato, al punto da divenire uno dei soggetti privilegiati delle arti visive, specie nella xilografia policroma. Ed è proprio alle suddette stampe, la cui circolazione era diffusa nel Giappone del Periodo Edo (16031868), che la mostra I 47 rōnin. Hiroshige e la scuola Utagawa è dedicata. Se molte di queste solitamente descrivevano la vita edonistica cittadina attraverso rappresentazioni di quartieri a luci rosse e geishe, altre erano invece rivolte alle storie dell’universo teatrale e alle celebrità del palcoscenico (questo insieme di elementi fu chiamato ukiyo, «il mondo fluttuante»), amplificando sia il successo degli spettacoli sia quello dell’arte grafica. Per dare un saggio di questa prolifica produzione, il MUSEC propone quindi attraverso un approccio comparato le opere di tre artisti della Scuola di Utagawa, la cui attività fu fondante nell’espressione di tale immaginario: il celebre Utagawa Hiroshige (1797-1858), maestro del genere di grande influenza su autori occidentali quali Monet, Cézanne e Van Gogh; Utagawa Shigenobu, detto anche Hiroshige II (1826-1869), discepolo e figlio adottivo del primo; Utagawa Kuniteru (attivo intorno a metà del XIX secolo), artista considera-

Miwa Komatsu, Daily Life of the Spirits, 2025, Acrilico su tela, 227,5 × 227,5 cm. (©2026 FUDO Miwa Komatsu)

to più didascalico e meno espressivo. Il percorso espositivo vede disposte in teche una stampa per ciascun artista in relazione a un atto del dramma (undici in totale, con un dodicesimo a fare da epilogo). Il visitatore può contemplarle notando differenze, somiglianze e aggiunte; chiari rimandi al maestro come pure rovesci di prospettiva, che pongono in primo piano ciò che l’altro aveva lasciato sullo sfondo. Ma ciò che soprattutto colpisce sono le opere di Hiroshige stesso in virtù di quella particolare concezio-

ne del paesaggio che vede rappresentate le ambientazioni come una sorta di emanazione della vita interiore dei personaggi (si vedano, ad esempio, le suggestive stampe dedicate agli atti settimo e nono). A proposito di vita interiore, veniamo ora a Beyond the eyes di Miwa Komatsu, mostra a cura di Nora Segreto collocata nello Spazio Cielo del Musec, dove solitamente sono accolte opere contemporanee. Pittrice e scultrice che, ai nostri occhi occidentali, potrebbe ricordare l’universo di una certa

cultura psichedelica, l’artista quarantaquattrenne opera all’opposto di un antico incisore, sacrificando la progettazione a tavolino in nome di una pratica istintiva fondata su stati di meditazione preparatori. Protagonista del suo universo è, come indicato dal titolo dell’esposizione, lo sguardo, oggetto per eccellenza dello sviluppo psichico umano e, più che mai, centrale nel nostro tempo. I suoi quadri di grande formato vedono rappresentati, anzi, forgiati, per lo più esseri fauneschi, animali-guida, presenze-simbolo che catturano l’osservatore attraverso la voracità di occhi ingigantiti, enfatizzati per intrico di colori e forma. Nonostante Miwa Komatsu rivendichi la ricerca di una sorta di equilibrio spirituale universale, che vede nel rapporto fra arte, uomo e natura il proprio campo d’azione, la sua opera – questo è un parere personale – non appare pacificante, quasi che le pupille abnormi degli esseri che abitano in acrilico le sue tele, come pure di quelli in porcellana sotto vetro, si facessero carico di una mostruosità che sta altrove, oltre la cornice, forse proprio nel mondo umano in cui tutti abitiamo e viviamo. Ad accompagnare il tragitto fra fiere demoniache e ultraterrene, il visitatore troverà la raffinata ambientazione sonora di Sabrina Camporini, curatrice pure del sound design per l’allestimento di I 47 rōnin. Dove e quando I 47 rõnin (fino al 4 ottobre) e Beyond the Eyes di Miwa Komatsu (fino al 25 ottobre), Lugano, Musec (Riva Antonio Caccia 5). Orari: lu-me-gio-ven 11.00-18.00; sa-do 10.00-18.00. musec.ch

William Turner, oltre l’Io e il Non-Io

Mostre ◆ Una piccola esposizione di opere del pittore inglese a Como ci invita a una serie di riflessioni filosofiche Gianluigi Bellei

Chi ama Joseph Mallord William Turner (1775-1851) può fare una capatina senza troppe aspettative a Como per ammirare alcune sue opere. Diciamo subito che è una mostra acchiappaturisti. E turisti a Como, come in tutte le altre parti – si chiama overtourism – , ce ne sono ultimamente troppi. La «grande» mostra con opere provenienti dalla Tate di Londra, che fa entrare la città nel circuito internazionale dell’arte, dicono gli organizzatori, si presta alla perfezione. Due le sedi. Il Broletto, con 7 piccoli acquerelli raffiguranti il paesaggio della città realizzati nel primo viaggio del 1819 fino agli ultimi soggiorni del 1842 e 1843, e la Pinacoteca civica, che ospita 4 oli, anch’essi realizzati in quattro momenti diversi.

In un’opera come Tramonto su un lago, tutto diventa illusione, dal cielo al lago alle montagne, e resta solo una diafana e pura fantasia visionaria Due le importanti esposizioni, delle quali abbiamo scritto in vari giornali: quella del 2002 al Kunsthaus di Zurigo con oltre oltre 180 opere e quella sull’ultimo Turner alla Tate di Londra nel 2015 anche qui con 180 opere. Turner è conosciuto come il pittore

della luce, colui che incarna il sogno romantico del sublime e del terrifico. E di ciò si è sempre scritto. Ora vorrei darne un’altra lettura. Nello stesso suo periodo in Germania si sviluppa l’idealismo tramite Fichte, Schelling ed Hegel. Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) è il fondatore di un «idealismo soggettivo ed etico basato sulla centralità dell’Io». Fichte dialoga con la dialettica che contrappone l’Io al Non-Io. In una lunga disamina sulla Dottrina della scienza scrive: «L’assoluta totalità della realtà dell’Io e l’assoluta totalità della negazione del Non-Io debbono essere unificate mediante la determinazione». Alla fine sostiene che le due realtà possono fondersi insieme. «Esso, il Non-Io, si pone come determinantesi, in quanto viene determinato; e si pone come ciò che viene determinato, in quanto esso determina se stesso». L’Io assoluto coincide con l’essere contrapposto al nulla. Ma «il nulla è». Insomma se diamo un volto all’Io e questo volto è Turner e diamo un’immagine al Non-Io come natura, allora vediamo come il primo si fonda nella natura quasi ad amalgamarsi in un tutt’uno simbiotico ricco di colori vorticosi e forze contrastanti in un turbine maestoso. L’artista, scrive Massimo Donà, «vuole condursi sulla soglia dell’abisso; e far

Joseph Mallord William Turner, Tramonto su un lago; 1840 circa; olio su tela; mm 911 x 1226. (Londra, Tate; © Tate)

coincidere il quadro con tale soglia». Ma vediamo il dipinto ad olio Tramonto su un lago del 1840 circa, di mm 911x1226, alla Pinacoteca civica. Prima però soffermiamoci sulla tecnica. Turner crea delle superfici levigatissime con prevalenza di colori gialli e rossastri. Fa una prima imprimitura e susseguentemente lavora con strati sovrapposti di velature. Tutti sanno che la velatura rende il colore più

trasparente e vivace; ma l’artista, che era uno sperimentatore, osa – sì, osa, qualcuno deve farlo – sgrassare la superficie dipinta a olio con del fiele di bue e, secondo Gino Piva, vela con l’acquarello. Questo rende il colore maggiormente aereo e la trasparenza si fa lucida, molecolare, impalpabile. Tutto qui è un’illusione: l’acqua, il cielo, le montagne. Esiste solo una diafana pura fantasia visionaria dove

l’Io e il Non-Io si fondono diventando un corpo unico. Nella nostra coscienza finita sono presenti entrambi e Fichte lo fa contrapponendo all’Io un Io divisibile e al Non-Io un Non-Io divisibile e quindi non sono opposti in maniera assoluta, ma relazionabili. Il colore diventa puro, senza contorni, senza confini, come se guardassimo l’Europa senza i recinti nazionalistici che l’uomo ci ha costruito dentro. Scrive Donà: «Ormai l’artista è fortissimamente attento all’eco che proviene da tergo. Che viene da una voce immemorabile; quella dell’Io che, in quanto assoluto, non può dirsi neppure Io – che patisce cioè il rapporto con un altro, il quale di fatto, non sarà mai davvero rigorosamente altro». L’àere è a questo punto sempre più incestuoso, livido, come un rifrullo che sgomenta tutto il corpo, mentre la mente si abbandona nell’immenso vortice pensoso. Dove e quando Turner. L’incanto del Lago di Como e del paesaggio italiano A cura di Karin Hindsbo e Gregor Muir; Como, Broletto (Piazza del Duomo) e Pinacoteca civica (Via Diaz). Fino al 27 settembre. Catalogo Moebius ed., eu 26


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CULTURA

L’era del tormentone è finita?

Musica ◆ Non si tratta solo di canzonette, ma anche della possibilità di costruire ricordi condivisi – oggi però le regole del gioco sono cambiate e anche nel mercato musicale regna l’imprevedibilità Giovanni Ferrari

Possiamo ancora parlare di tormentone estivo? Se c’è una domanda che torna, puntualissima, in questi ultimi anni con l’arrivo della bella stagione è proprio questa. E se ogni estate ci interroghiamo così tanto sull’esistenza di un brano capace di essere «la canzone» della stagione, significa che, forse, qualche segnale di crisi è evidente a tutti. Già il concetto di tormentone è equivoco: se qualcosa ci tormenta, solitamente sentiamo il bisogno di liberarcene. E allora perché siamo così alla ricerca di un unico brano capace di marcare la stagione più spensierata che c’è? Perché questo fa parte della memoria collettiva. Riconoscere l’esistenza di un brano capace di essere il più determinante di un periodo significa avere la possibilità di costruire ricordi su un tappeto comune. Non si tratta solo di canzoni. Sono simboli, manifesti del tempo. Seppur leggeri e spesso banali.

Il tormentone, sempre più spesso, non è legato alla stagionalità, ma è determinato dalla viralità che raggiunge sui social Ma allora, dove sono finiti questi tormentoni? A fine giugno Spotify Italia ha voluto fare una previsione su quelli che sarebbero stati i trend musicali dell’estate italiana, che non possono essere troppo dissimili da quelli della Svizzera italiana (considerando, ovviamente, solo le canzoni uscite entro la data di pubblicazione di questa ricerca, e quindi tenendo fuori tutti i brani usciti dall’ultima settimana di

giugno in poi). Nel comunicato stampa dell’azienda, Dario Manrique, Editorial Lead Italia e Spagna di Spotify, ha azzardato. «L’era del “tormentone" unico e onnipresente è tramontata. Oggi l’estate italiana è un mosaico di suoni, generi e culture». Spiegando poi che «la musica dell’estate continua a essere anche un fenomeno culturale di massa, ma è diventata un’esperienza molto più personale. Assistiamo a una riscoperta delle nostre radici folk, a una continua evoluzione della scena urban e all’esplorazione di ritmi latini che vanno ben oltre i cliché. I trend di quest’estate sono un’istantanea di un Paese che abbraccia la diversità». Ce ne eravamo accorti tutti, accendendo la radio, o semplicemente ascoltando la grande varietà di canzoni uscite tra maggio e giugno. Ma se è lo stesso colosso dello streaming ad ammettere di fatto la morte del «tormentone» così come lo abbiamo sempre inteso, allora significa che siamo di fronte a un cambiamento netto, ormai irreversibile. I motivi di questa metamorfosi sono molteplici. Da un lato c’è l’industria musicale che, sempre più succube di piattaforme e trend, tende a produrre «tormentoni» non solo d’estate, ma per tutto l’anno. Basta accorgersi delle hit presentate agli ultimi Festival di Sanremo: la ricerca del tormentone è ormai una costante. Molti artisti non partecipano per portare una bella canzone o per presentare un progetto discografico più ampio, ma sembrano cercare spasmodicamente di entrare nei trend di TikTok, di conquistare le piattaforme con ritornelli catchy e leggeri. Una

Sapore di sale di Gino Paolo uscì nel 1963, e lo ricordiamo ancora oggi (nella foto, la copertina dell’album).

delle canzoni più vendute di quest’estate è Ossessione, brano che Samurai Jay ha presentato proprio sul palco dell’Ariston, a febbraio. Il successo della canzone è inarrestabile e supera le stagioni (quelle naturali dell’anno ma anche quelle della musica, se ancora esistono…). La canzone, certificata doppio disco di platino, è rimasta per sedici settimane consecutive alla #1 della Top of the Music FIMI/ NIQ , eguagliando il record ottenuto da Shakira con Waka Waka, vero

tormentone dell’estate 2010. Una curiosità: Samurai Jay ha proposto alle radio a fine maggio un altro singolo, dal titolo Flamenco Paranoia. A inizio luglio, lo stesso giorno in cui questa canzone ha debuttato in vetta alla classifica dei brani più trasmessi in radio, Ossessione rimaneva ancora alla #1 dei singoli più venduti. A conferma di questa ormai morte delle stagioni musicali, basta vedere la data di pubblicazione dei brani più forti di quest’estate. Al mio paese

di Serena Brancale, Levante e Delia è uscita il 3 aprile (anche se poi è entrata nella Top 10 dei singoli più venduti in Italia solo dalla prima settimana di maggio). La Canzone estiva di Annalisa, invece, è addirittura uscita il 13 marzo. Incredibile. E Rolling Stones dei The Kolors è stata pubblicata esattamente due settimane dopo. Come ricordano a casa Spotify, quindi, l’estate italiana comprende diversi «suoni, generi e culture». Si legge, nel loro comunicato: «Negli ultimi anni, la proposta musicale estiva monoculturale ha lasciato posto a un paesaggio più variegato: a ciascuno la propria estate. Le hit estive, di conseguenza, sono diventate più imprevedibili, multi-genere, meno totalizzanti. Possono assurgere al successo tramite viralità anziché per alta rotazione, potrebbero essere state pubblicate in inverno, potrebbero venire dall’altra parte del mondo o da artisti indipendenti». E allora, se ad esempio l’estate del 2000 è per tutti sinonimo di Vamos A Bailar di Paola e Chiara, quella dello scorso anno a cosa sentite di poterla associare? Alcuni potrebbero rispondere Sto bene al mare di Marco Mengoni con Sayf e Rkomi, altri azzarderebbero A me mi piace di Alfa con Manu Chao. E Maschio di Annalisa? E perché non Serenata di Serena Brancale e Alessandra Amoroso? Insomma… I tormentoni non ci tormentano più. In quest’epoca iper frammentata ognuno può eleggere il proprio e ignorare completamente quello degli altri; anche questo è un segno dei nostri tempi. Il tormentone è morto. E, in fondo, è anche un peccato.

Dal fischio di inizio partita ai violini di Vivaldi Incontri ◆ A colloquio con Marco Balich, organizzatore di eventi planetari e reduce dai Mondiali di calcio Enrico Parola

Da anni crea le cerimonie per i più importanti eventi planetari: ha firmato le tre cerimonie inaugurali e quella della finale dei Mondiali di calcio, così come aveva fatto per quelli in Qatar del 2022; quelle per le Olimpiadi di Rio del 2016 e per le Olimpiadi invernali di Torino 2006 e Milano-Cortina di quest’anno; e ad agosto Marco Balich porta all’Arena di Verona due spettacoli visionari e immersivi legati alle Quattro stagioni di Vivaldi e a Paganini. Partiamo dai Mondiali: che esperienza è stata? Molto intensa, soprattutto per i viaggi: tanti e lunghi, già dall’anno scorso, poi stabilmente da maggio; tra giugno e luglio i continui spostamenti per le cerimonie inaugurali e le partite, i controlli per la sicurezza, anche di due ore. Contrattempi? All’inizio doveva esserci una cerimonia unica e avevamo puntato sui luchadores, i lottatori messicani mascherati: tre per le tre nazioni, che alla fine si univano. Poi le cerimonie sono diventate tre. Per Città del Messico ho mantenuto i luchadores, a Los Angeles ho puntato sul suo essere la capitale del cinema; però alla fine mi hanno messo in entrambi

gli eventi ragazze che si dimenavano vorticosamente, ancheggiando e ammiccando. In Canada sono stati più espressivi delle loro radici. In finale ci sono stati problemi? No: abbiamo esperienza e sappiamo prevedere e prevenire possibili criticità. L’anno scorso per la cerimonia del Mondiale per club a Miami c’era un enorme gonfiabile che doveva essere riempito in 13-15 secondi; invece, ce ne volevano sempre 21 e rimaneva un po’ amorfo; così, a due giorni dalla cerimonia, lo abbiamo soppresso Di che cosa è più soddisfatto? Di aver convinto i vertici Fifa di due cose. La necessità di una parte protocollare all’inizio, disponendo le due squadre in cerchio a centrocampo durante gli inni, riprendendo in questo uno stile da Olimpiade. E la necessità di un logo. Durante una riunione ho fatto vedere alcune immagini dei mondiali precedenti, facendo notare come avrebbero potuto essere qualsiasi cosa, Champions League, Europei… Non c’era nulla che identificasse subito quell’evento come un Mondiale. Così, abbiamo creato una sorta di logo giocando con le quattro lettere FIFA.

Non è facile convincere la Fifa… Ma ce l’abbiamo fatta. Sono rimasti così soddisfatti che ci hanno commissionato anche le cerimonie del 4 luglio a Houston e Philadelphia: tutto lo stadio che cantava l’inno, i media l’hanno sottolineato, in un 4 luglio che è stato divisivo per gli ovvi motivi politici. Ci sono state polemiche per i 27 minuti dell’intervallo durante la finale. Anche io l’ho trovato poco rispettoso dello spettacolo vero, che doveva rimanere la partita, e poco efficace. Sinceramente, questi momenti non mi interessano molto; preferirei curare una cerimonia in Uzbekistan che l’Half-time del Superbowl, perché sarebbe assai più stimolante cercare di renderne l’identità, senza dover subire una scaletta di cantanti e attori. Ho fondato il mio Balich Wonder Studio e mi sono concentrato sui grandi eventi per questo. Che cosa cercava? Stimoli. Facevo televisione e videoclip per cantanti come Jovanotti e Ligabue, ma dopo un po’ mi sembrava routine. Allora creai il primo Heineken Festival: un successo clamoroso, centoventimila persone, ho provato un’adrenalina mai percepita.

Marco Balich all’Arena di Verona dove sono andati in scena i Concerti immersivi da lui progettati. (Instagram)

Quali sono secondo lei gli elementi necessario per un grande spettacolo? Gioia, stupore, adrenalina e senso. Se io non riesco a stupirmi e appassionarmi a un evento che devo seguire, lascio fare a un altro. E tutto deve avere un senso, anche i fuochi d’artificio non posso essere mera coreografia. Un esempio di stupore? L’Albero della Vita a Expo Milano 2015. C’erano i cantieri in ritardo, io insistevo perché facessimo anche l’Albero. Alle riunioni con i vertici di

Expo mi guardavano basiti: non c’erano già abbastanza problemi? Insistetti sulla necessità di un simbolo. Un albero di trentadue metri, disegnabile anche da un bambino, che rappresentasse il legame tra tradizioni e futuro, tra radici e fronde, tra terra e cielo. Li convinsi, ma iniziarono le pastoie burocratiche: i regolamenti e le procedure anticorruzione impedivano che fossi io a realizzarlo. Ribattei che dovevo essere io a farlo e a decidere a quale centimetro di un certo ramo dovesse essere collocato il led. Quando la gente ha iniziato ad accorrere agli spettacoli di luce che quotidianamente faceva l’albero, sulle musiche di Cacciapaglia, hanno capito tutti. Era bello leggere lo stupore sui volti di chi era attorno all’albero La sfida con Vivaldi e Paganini all’Arena di Verona? Come avvicinare chi non ama la classica a un concerto? Ho immaginato un’esperienza immersiva, dove l’orchestra è avvolta da pannelli trasparenti che ora lasciano vedere i musicisti ora evocano immagini dell’avvicendarsi delle stagioni. Ad esempio, dal violino solista esce un vento di fiori che avvolge l’orchestra. Con Paganini animiamo tre quadri di Bloch, in un viaggio dagli Inferi al Paradiso, dalle tenebre alla luce.


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CULTURA

Schmidhauser, da Locarno al vasto mondo Anniversari ◆ Il prossimo 9 settembre saranno cent’anni dalla nascita del grande attore e calciatore locarnese Simona Sala

Quando si è molto fortunati, nella vita si arriva attrezzati di un talento. Se poi lo si sa mettere a frutto, può trasformarsi nel faro di un’intera esistenza e portare, nei casi davvero baciati dalla sorte, al successo. Il successo è ciò che consigliava di perseguire Sir Charles Spencer Chaplin, in arte Charlie Chaplin o Charlot, a chi si approcciava alla professione di attore. Fu anche il significato delle parole che nel 1955 rivolse a un giovane (aveva solo 29 anni) Hannes Schmidhauser sul set di Uli del Pächter (Ueli il mezzadro), sequel del film che aveva consacrato quell’ultimo nell’olimpo del cinema svizzero – che negli anni Cinquanta viveva una grande, florida stagione. L’anno prima, era il 1954, il regista Franz Schnyder aveva realizzato, a Zurigo e nel Bernese, soprattutto nel bucolico Emmental, Uli der Knecht (Ueli il servo) basato sull’omonimo romanzo del pastore protestante bernese (anche lui dell’Emmental) Albert Bitzius (1797-1854), in arte Jeremias Gotthelf. Un film, quello che narra la vicenda del giovane Knecht-servo Ueli, capace di riscattarsi grazie a buona volontà, intelligenza e un pizzico di furbizia, su cui non erano stati in molti a scommettere: soprattutto nelle grandi città, chi poteva interessarsi agli affarucci dei contadini? E chi, invece, in campagna o in montagna ci viveva, non voleva forse proprio al cinema distrarsi da quelle realtà? Eppure, al casting si presentarono in oltre ottanta attori, e tra di loro anche Schmidhauser.

un pubblico a importante quota femminile), e vestendo per ben tredici volte la maglia della Nazionale. Una doppia natura, sportiva e culturale, vissuta con tale intensità da riuscire a creargli più di un grattacapo, e in diverse occasioni a imporgli delle rinunce a causa di un’agenda troppo fitta. All’inizio degli Anni Sessanta, sulla scia di un successo che sembrava ormai consolidato e inscalfibile, probabilmente influenzato da una Nuovelle Vague che però nel nostro Paese non era riuscita ad affermarsi fino in fondo, Schmidhauser decise di buttarsi anche negli ambiti della regia e della produzione, realizzando lo psicodramma Seelische Grausamkeit, che purtroppo fu un fiasco quasi antitetico ai successi che lo avevano preceduto. Una prima, dolorosa disfatta nella vita di un uomo che fino a quel momento era (stato) abituato a inanellare una serie di successi trasversali.

In fondo, la vita del locarnese Hannes Schmidhauser fu un eterno set, da una parte sul palcoscenico dei teatri, dall’altra sui campi di calcio

Sebbene avesse un padre zurighese e parlasse uno svizzero tedesco perfetto, Schmidhauser si considerava un ticinese a tutti gli effetti Il film, però, grazie anche alla presenza, nei panni della coprotagonista Vreneli, della star di allora Liselotte (Lilo) Pulver, fu un successo senza precedenti, calamitando in sala, dicono le cifre, oltre un milione e mezzo di spettatori, e trasformando Hannes Schmidhauser (da sempre «Pussy» per chi gli era vicino) da un momento all’altro nel «sonny boy» nazionale. (Non a caso, qualche anno più tardi, Ueli e Vreneli furono definiti i Clark Gable e Vivien Leigh delle alpi). Che Hannes Schmidhauser fosse nato (il 9 settembre del 1926) sotto una buona stella, nel suo entourage furono in molti a riconoscerlo, come racconta l’amico d’infanzia Innocente Pinoja nel documentario Hannes «Pussy» Schmidhauser di Victor Tognola, presentato al Locarno Film

Qui sopra, un giovane Schmidhauser con il suo Maggiolino; in basso, a sinistra una scena dal film Hinter den sieben Gleisen (1959) di Kurt Früh; a destra, 1944: l’FC Locarno vince il Campionato svizzero di seconda serie e Schmidhauser festeggiato (foto archivio Victor Tognola).

Festival nel 2012. Hannes, figlio di Sonja Angela Rognoni e del giurista zurighese con la passione per la filosofia Julius Schmidhauser – amico di Ignaz Epper, Fritz Pauli e Marianne von Werefkin, come una sorta di Re Mida locarnese, spiccava in tutto ciò che faceva: se c’era una partita di calcio era il migliore, se si faceva una gara in bicicletta arrivava per primo, in classe era sveglio e vivace, sul palco si trasformava di ruolo in ruolo e in compagnia era un trascinatore e un leader naturale, ma con il cuore al posto giusto.

E tutti parevano disposti a riconoscergli una genuinità e un estro geniali, dagli amici d’infanzia all’FC Locarno (che a quindici anni lo prese in prima squadra), al collegio Papio, dove poté brillare in numerosi ruoli, al direttore della Schauspielhaus di Zurigo Oskar Wälterlin, che quando si ritrovò davanti quell’audace sedicenne ticinese in bicicletta (che parlava anche lo svizzero tedesco) desideroso di calcare le scene zurighesi, gli propose di frequentare per prima cosa il Bühnenstudio lì vicino (le cui rette Schmidhauser poté pagare grazie

al calcio, come ebbe a dichiarare lui stesso), poi si sarebbe visto. Eccome, se si vide: Hannes Schmidhauser dal 1945 (dall’età di 19 anni) in poi si esibì sui palcoscenici di Berna, Zurigo, Costanza, Francoforte, perfino al Teatro Schiller di Berlino. Ma probabilmente la carriera attoriale non gli bastava, o, piuttosto, non era sufficiente a prosciugarne l’energia, se negli anni Cinquanta diventò anche un calciatore professionista, giocando nelle fila di Lugano e Grasshopper (dove, come si ricorda nel documentario di Tognola, faceva il tutto esaurito, con

Seguì un periodo dettato da incertezze professionali ed economiche, cui Schmidhauser tentò di porre rimedio un po’ tentando una nuova carriera in Italia, una sorta di rinascita attoriale, mossa per la quale cambiò addirittura nome, diventando Jonathan Elliot, come ne La suora giovane di Bruno Paolinelli, tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Arpino; un po’ gettandosi in investimenti nebulosi e poco redditizi (a Tognola, che lo conosceva di persona, confessò un giorno in treno di essere diretto a Zurigo per la vendita di un F4 Starfighter in compagnia di due agenti segreti) e in produzioni a scarso rendimento. Sul lungo termine ciò portò a diluire quello che era stato un condensato di successi che non aveva avuto precedenti e che a oggi non ha avuto pari, spingendo Schmidhauser in una zona d’ombra da cui sarebbe riemerso solo molti anni più tardi. Ciò accadde quando rientrò in Ticino, e la compagna decise di notificare il cambio di indirizzo alla RSI: Hannes Schmidhauser non era stato dimenticato, e così ricominciarono gli inviti in televisione e alla radio. Nel 1994, poi, si riappropriò di un personaggio (come aveva fatto con Uli quarant’anni prima) e di una nuova generazione di ammiratori, vestendo i panni di Linus Caduff nella serie televisiva Die Direktorin (di Wolfgang Panzer e Markus Imboden), ambientata nell’immaginario villaggio grigionese di Madruns. Schmidhauser-Linus Caduff, contadino cocciuto e scorbutico, ma dal cuore d’oro, riuscì a restituire al pubblico un personaggio che pareva un incrocio tra René Deltgen, nonno di Heidi nella serie del 1978, e Bruno Ganz, quando avrebbe fatto Heidi nella versione di Alain Gsponer. La protagonista di Die Direktorin Sabine Schneebeli, parlando di lui lo ricordava come una persona luminosa, «bella fuori e dentro». Un figlio del Ticino che aveva sempre rivendicato la propria appartenenza («penso e sogno in dialetto ticinese», amava ripetere), che quando nel 2000 se ne andò a settantaquattro anni, aveva da poco finito di meditare sul balcone. Immerso in sé stesso, sprofondato per un’ultima volta in un uomo dolcemente divorato dalla brama di vita.


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CULTURA

Le prove che Alba deve superare

Pubblicazioni ◆ A Rosaria De Meo è riuscito un avvincente romanzo picaresco che ha per protagonista una serva appassionata Laura Marzi

Non sono numerosi di questi tempi i romanzi scritti da donne che raccontino le avventure di un personaggio o di una personaggia di invenzione, che volino quindi sulla fantasia della autrice e in questo modo facciano volteggiare anche chi legge, attraverso intrecci inaspettati, amori e dissidi, inganni, amicizie, serve e castelli… Insomma tutto quello che definisce un romanzo picaresco e che troviamo, invece, nel secondo libro di Rosaria De Meo: La ladra, edizioni Barta, illustrato da Luca Ralli.

Sebbene sia presente tra la serva Alba e il nobile Cristiano, l’amore non è al centro di questo libro, ma rappresenta una delle prove che la protagonista deve affrontare La parola «picaro» a cui si deve il nome di questo tipo di racconti non a caso significa proprio: ladruncolo. Si tratta di un genere letterario che si sviluppa a partire dal sedicesimo secolo e che pone al centro della narrazione un protagonista di umili origini chiamato a cavarsela affrontando peripezie di diverso tipo, dalle più comiche al rischio della sua stessa vita. Se è vero che nei romanzi picareschi il racconto è di solito in prima persona, va anche detto che nella mag-

gior parte dei casi il protagonista è un maschio, scaltro, coraggioso, capace di cavarsela in ogni frangente: l’erede del personaggio dello schiavo delle commedie plautine, per intenderci. Invece, nel libro di De Meo la narrazione è in terza persona e al centro delle vicissitudini raccontate c’è una serva: Alba. La incontriamo mentre accompagna la sua padrona, la marchesa Ludovica Colonnesi, a visitare nella prigione di Castel Sant’Angelo Cristiano Santacroce: un giovane conte napoletano, ingiustamente imprigionato, perché considerato un sovversivo. La storia è infatti ambientata negli anni della conquista di Roma da parte dell’esercito francese che costrinse il papa Pio VI alla fuga. Ludovica Colonnesi non si reca nelle carceri del Vaticano spinta dalla compassione per quel ragazzo innocente, ma perché ha un piano, ben congegnato. La donna avida e spietata ha anche un’intelligenza adamantina, lo stesso vale per Alba, però, che oltre a una scaltrezza non inferiore a quella della sua padrona, è anche capace di agire, non solo di ordire piani da far realizzare agli altri, è coraggiosa e poi ha quel qualcosa in più che hanno tutti gli eroi e le eroine, ciò che il filosofo francese Blaise Pascal chiamerebbe l’intelligenza del cuore. Non si rischia nessuno spoiler chiarendo subito che Alba e Cri-

stiano si innamorano: è un elemento che emerge nelle prime pagine del romanzo. Del resto, il merito della autrice non sta tanto nell’originalità delle avventure che i due dovranno affrontare, seppure De Meo sia spesso anche in grado di stupire chi legge, quanto nella capacità narrativa che ha di dipanarle, pagina dopo pagina, in modo che lettrici e lettori si affezionino ai suoi protagonisti e restino avvinti alla storia. L’amore tra i due è osteggiato dalla marchesa Ludovica, ma anche da una parte della famiglia di Cristiano, visto che lui è nobile mentre Alba è una serva, figlia, per giunta di una famigerata prostituta trasteverina. L’elemento originale del libro, però, è che la storia non si esaurisce affatto nel racconto della loro relazione, per quanto travagliata: La ladra, infatti, non è un romanzo d’amore, per questo il sentimento che Alba prova per il conte di Belmonte è solo una delle diverse prove, ambientate principalmente a Napoli, durante il periodo della rivoluzione del 1799, che la giovane deve affrontare nel corso della sua vita. Il modo in cui le risolve o ne viene travolta fa della lettura di questo libro un piacere classico, che non passa di moda. Immagine di copertina del libro di Rosaria De Meo.

Bibliografia Rosaria De Meo, La ladra, Edizioni Barta, pp. 536. Annuncio pubblicitario

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GUSTO Cucina veloce

Toast di patate dolci con cottage cheese variopinto Piccolo pasto Ingredienti per 4 persone

4 piccole patate dolci di ca. 200 g ½ mazzetto d’erbe aromatiche, ad es. aneto o erba cipollina 1 peperone 1 vasetto di cottage cheese di 200 g sale pepe 1. Taglia le patate dolci per il lungo a fette spesse ca. 5 mm. Tostale nel tostapane. Saranno necessari 2-3 passaggi perché siano cotte. 2. Nel frattempo trita le erbe, sminuzza i peperoni e mescola entrambi con il cottage cheese. Insaporisci con sale e pepe e servilo sulle fette di patata dolce. Consiglio utile Puoi anche tostare le fette di patata dolce con poco olio in una padella.

Qui puoi scaricare l’app Migusto

Ricette e immagini: Migusto

Idee per un pranzo veloce 15 minuti per preparare un pasto completo? Con queste ricette potrai affrontare la sfida senza problemi! Testo: Dinah Leuenberger


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MONDO MIGROS

Polenta con salsa di pomodori La polenta due minuti è subito pronta e servita con una salsa fredda di pomodori e olive, aglio e basilico si trasforma in un piatto forte vegetariano.

Consigli 1

Incorporare gli ingredienti di base già pronti

Utilizzare lenticchie, ceci o fagioli in scatola precotti. Utilizzare verdure surgelate tagliate al posto delle verdure fresche. Tenere a disposizione in frigorifero delle uova sode.

2

Un unico tegame invece del caos totale Cucinare i piatti in una sola padella. Ad esempio, pasta, zuppe o piatti a base di legumi. In questo modo anche lavare i piatti richiede poco tempo.

3

Sfruttare gli ingredienti giusti Il cottage cheese, la mozzarella o il tonno in scatola sono alimenti ricchi di proteine che non richiedono alcuna preparazione.

4 Insalata di zucchine e orecchiette con dressing al pesto Orecchiette in versione fresca e leggera con tante zucchine e un dressing a base di pesto per un piatto squisito da solo o con grigliate o del roast beef.

Tagliare finemente Più piccole sono le verdure, più velocemente cuociono. Inoltre, meglio cuocerle con il coperchio chiuso. Entrambe le soluzioni fanno risparmiare qualche minuto.

5

Caldo e freddo Mescolare cibi caldi, come la pasta o il riso, con ingredienti freddi, per esempio formaggio fresco, pomodorini, rucola. Questo permette di risparmiare tempo in cucina ed è ideale anche quando fa caldo.

6

Utilizzare il bollitore Far bollire l’acqua nel bollitore per poi cuocere la pasta o le verdure. In questo modo si riduce il tempo di cottura complessivo.

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Albicocche e pomodori in insalata con burrata danno vita a un piatto che vi sorprenderà. Da condire con aceto balsamico bianco, olio d’oliva, aglio ed erbe.


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MONDO MIGROS

CONSIGLI Come risparmiare

Lavori manuali: rattoppare invece di comprare

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Riparare

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Retine di frutta e verdura per pulire

Una volta, un bottone mancante, uno strappo o una cerniera rotta non erano un motivo per comprare un articolo nuovo. Si cuciva e si rattoppava. La nonna risparmiava persino sul filo e utilizzava i fili delle bustine di tè per cucire i bottoni della biancheria da letto.

Le retine di patate, limoni o cipolle possono essere appallottolate e riutilizzate per pulire le pentole. In questo modo, il materiale da imballaggio acquista una pratica seconda vita e sostituisce una spugna abrasiva.

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Scambiare e condividere

Fonti proteiche economiche

I bambini crescono in fretta e ben presto non entrano più nei loro vestiti. L’ideale è dare una seconda vita agli abiti: li si può passare ai fratelli o alle sorelle più piccoli in famiglia, oppure ricorrere a piattaforme online, negozi di seconda mano o mercatini dell’usato. Gli attrezzi e gli strumenti spesso restano inutilizzati per la maggior parte del tempo. Nel frattempo, altre persone del quartiere possono utilizzarli: è così che nasce un vero spirito di vicinato. A questo scopo, nelle città sono disponibili piattaforme come sharely.ch.

In molte famiglie la carne era il piatto della domenica. Durante la settimana, tuttavia, in tavola venivano serviti piatti ricchi di proteine e sazianti: i legumi, come fagioli, piselli e lenticchie, erano tra gli ingredienti principali della cucina quotidiana. Il fatto che oggi siano tornati in voga non sorprende affatto: dopotutto, uniscono un buon valore nutrizionale alla sostenibilità.

I segreti

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della nonna

Essiccare le bucce della frutta Invece di buttarle via, le bucce di mela si fanno essiccare per preparare il tè o come snack. Prima di sbucciarle, è importante lavare accuratamente le mele e asciugarle bene. La scorza grattugiata di arance e limoni può essere usata per aromatizzare lo zucchero da utilizzare nei dolci.

Le generazioni precedenti sapevano ancora come ottenere il massimo da un prodotto. Dieci consigli per risparmiare come si faceva una volta che funzionano ancora oggi

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Testo: Claudia Schmidt

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Un trucchetto per pulire le finestre Le finestre si possono pulire con la carta di giornale. In questo modo si ottengono superfici in vetro prive di aloni.

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Spegnere le luci Chi esce dalla stanza spegne la luce. Era una regola fissa in quasi tutte le case, che merita di essere riportata in auge. Un tempo si spegnevano il forno o i fornelli prima della fine della preparazione, lasciando che il cibo terminasse la cottura grazie al calore residuo.

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Acqua di cottura per le piante L’acqua di cottura delle uova contiene sostanze minerali e, una volta raffreddata, è adatta per innaffiare le piante. In passato, molte famiglie raccoglievano quest’acqua appositamente in brocche e la utilizzavano per innaffiare le piante.

Non buttare via nulla

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Conserve: ortaggi di stagione in barattolo per tutto l’anno

Spesso nella confezione del burro rimane un po’ di burro. Con questa carta è possibile ungere le teglie da forno o le pirofile. Il sacchetto del pane, invece, può essere riutilizzato per un panino da mangiare quando si è fuori casa, le foglie delle carote per insaporire le zuppe oppure possono essere trasformate in pesto.

Il rispetto della stagionalità non consisteva solo nel cucinare con ingredienti di stagione, ma anche nel conservare verdure e frutta nei periodi di abbondanza. Anche se oggi non si dipende più così tanto da questo aspetto, il principio di base rimane valido: le offerte sono un’ottima occasione per comprare alimenti a prezzi particolarmente vantaggiosi.

Immagini: Adobe Stock (3), Getty Images

Fare scorte

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Carta del burro: ideale per ungere gli stampi da torta

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TEMPO LIBERO ●

Pesci che sono tutto, fuorché pesci Armatevi di un pizzico di pazienza e di una grande dose di fantasia per realizzare dei pesci, che si trasformeranno in calamite, decorazioni, segnalibri e fermaposto

Metti un Ferragosto a Villa Arconati Dalla Ferrovia di Garbagnate Parco delle Groane, dopo qualche chilometro di terra di nessuno, la splendida Villa Arconati pare quasi una Fata Morgana

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Sulle tracce dell’Uomo nell’Olocene

Itinerari ◆ Un’escursione al Passo della Garina, nell’Onsernone di Max Frisch, a trentacinque anni dalla scomparsa dello scrittore Romano Venziani

«All’alba, ancor prima dei brevi rintocchi della chiesa, il signor Geiser ha preso lo zaino preparato, inoltre cappello e impermeabile e ombrello – lo zaino non è troppo pesante, e non appena il signor Geiser è arrivato nel bosco, il batticuore si è calmato; nessuno del paese l’ha visto e gli ha chiesto dove mai il signor Geiser se ne vada a spasso col suo zaino, e su per la montagna e con questo tempo. Il signor Geiser sa quello che fa.» 1 Stamattina, prima di partire, ho infilato nello zaino il libricino di Max Frisch. Poco più di cento pagine, pesa quasi nulla, mi sono detto. Eppure mi sembrava giusto portarlo con me: una sorta di riconoscenza verso chi ha saputo trasformare questi luoghi in letteratura. Così il signor Geiser salirà ancora una volta verso il Passo della Garina, dov’era arrivato sotto la pioggia, nel Settantotto, l’anno dell’alluvione che ha sconvolto l’Onsernone. Proprio allora Frisch scrive L’uomo nell’Olocene. Il libro uscirà l’anno seguente. Il protagonista, il signor Geiser, è un anziano basilese che vive solo nella sua casa di Berzona. Isolato dal maltempo, con il trascorrere delle ore sprofonda in una solitudine sempre più inquieta; la memoria si sfalda, il mondo perde consistenza. Per contrastare l’oblio ritaglia da enciclopedie e giornali notizie sulla geologia, l’evoluzione, il cervello umano, i mutamenti climatici, e le appende ai muri di casa, come se volesse costruirsi una memoria esterna, fragile ma tangibile.

Berzora se ne sta lì raccolto contro la montagna, un gruppo compatto di case dai tetti in pioda: di abitanti non se ne vede nessuno A un certo punto decide di salire verso il Passo della Garina. Lo fa perché ha bisogno di verificare che il mondo reale esista ancora e che lui stesso, in quel mondo, sia ancora capace di orientarsi nonostante la nebbia, la pioggia e il buio. Oggi invece è il sole a far fremere il verde tenero dei boschi e scaldare l’aria, impregnandola di un avvolgente profumo d’erba nuova e fiori selvatici. Berzona se ne sta lì, raccolto contro la montagna: un gruppo compatto di case dai tetti in piode, viuzze strette, muri a secco, macchie colorate di rododendri, glicini e azalee. Il campanile svetta all’entrata, diritto e immobile come un faro o un antico totem eretto a protezione del villaggio. Di abitanti, però, non se ne vede nemmeno uno. Mi metto in cammino e quasi subito m’imbatto nella targa di granito appesa al muro del cimitero. Ricorda l’insigne scrittore, cittadino onorario del comune, e lo ringrazia per aver

scelto questo luogo come rifugio. La sua casa è poco sotto, inghiottita dalla vegetazione. Non la si vede dalla strada e non oso avvicinarmi oltre. Dopo le ultime case, al limitare del bosco, appare l’Oratorio della Beata Vergine delle Grazie, detto del Matro, costruito nel 1671 inglobando una cappella più antica. Fa da contraltare alla chiesa parrocchiale, come se dall’alto vegliasse su quel pugno di case ag-

grappate al pendio. «All’inizio non è un sentiero ripido; il pendio è ripido, ma il sentiero quasi orizzontale, parzialmente coperto di lastre di pietra…» Sono sulla strada giusta. Il signor Geiser è passato di qui. Sul fondo della valle sento il borbottare sommesso del riale Bordione, che incontro poco dopo. Scorre su lisci lastroni di roccia, alternando cascatel-

le e pozze quiete dove l’acqua indugia prima di riprendere il viaggio. Un ponticello lo attraversa e subito il sentiero s’impenna. Da qualche parte abbaia un cane; lo intravedo accanto alle cascine del Cioss dei Morti. Il toponimo inquietante m’incuriosisce e mi riprometto di scoprirne l’origine. «In parte sono lastre pesanti, quelle che formano il sentiero, e trovare tutte queste lastre, trascinarle e sistemarle sul posto

[…] dev’essere stato un bel lavoro, imparagonabile alla fatica che il signor Geiser fa passo per passo e poi daccapo gradino dopo gradino…» 2 Il sentiero sale attorcigliandosi al pendio. Una successione di scalini alti, bassi, irregolari, talvolta sbilenchi, che mettono a dura prova gambe poco allenate. Si comprende bene l’affanno del signor Geiser, costretto a fare una pausa per riprendere fiato. La pioggia

Itinerario

Ponticello sul Riale Bordione.

Partenza: Berzona ( 755 m) Percorso: Sella (1’019 m), Mulegn (964 m), Passo della Garina (1’076 m), Ighelon (857 m), Sasièl (Oratorio del Sassello)(748 m), Loco (679 m) Arrivo: Berzona ( 755 m) Dislivello: + 559 m / – 559 m Lunghezza: 8.2 km Tempo di percorrenza: ca 4 ore Difficoltà: T2 Note: per chi arriva a Berzona con l’automobile, c’è un posteggio un po’ prima del cimitero del paese. Il sentiero per il Passo della Garina è segnalato. A Sella, l’inizio della discesa verso la valle del Rì del Vò si trova in alto dopo le ultime cascine. Arrivando al Passo della Garina, c’è

la possibilità di scendere in Vallemaggia, ad Aurigeno. Al ritorno, si attraversano i bei nuclei montani di Campo, Cortaccio, Mulegn, Ighelon, Sasièl, con l’interessante Oratorio del Sassello. A Loco, vale la pena di visitare la chiesa parrocchiale di San Remigio e il Museo Onsernonese, mentre a Berzona nel laboratorio-negozio dell’Associazione Pagliarte, ci si può avvicinare all’arte della lavorazione della paglia, molto diffusa un tempo nell’Onsernone. L’escursione è adatta a tutti, ma necessita di buone calzature da montagna soprattutto per il tratto tra Sella e Mulegn.


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battente non l’aiuta: rende il tracciato viscido e accresce la sua inquietudine. L’ombrello è più un impaccio che un sostegno; avrebbe fatto meglio a prendere un bastone, pensa, e «un impermeabile di quelli trasparenti meglio dell’impermeabile di gabardine, che l’umidità appesantisce». Il mio ginocchio bionico, invece, tiene bene. Il chirurgo ha fatto un ottimo lavoro. La Sella appare all’improvviso: un ampio dosso verde, prati puliti disseminati di castagni monumentali, vecchi ciliegi e cascine riattate con cura. All’epoca sono ancora stalle, almeno il signor Geiser le chiama così. In un primo momento non riesce a trovarle, disorientato dalla nebbia, e quando finalmente le scorge deve fermarsi ancora un poco, «senza togliersi lo zaino; senza bisogno di ovomaltina». Da qui si scollina verso la valle del Ri del Vò lungo un sentiero ripido e sconnesso, dominato da rocce strapiombanti colonizzate da un bosco ostinato. Trent’anni fa, passando di qui per la prima volta, il versante era ancora brullo e pietroso. Con me allora c’era l’amico e collega Piergiorgio «Pierre» Baroni, appassionato cultore di Frisch e della sua opera. «L’ho incontrato nell’Ottantuno», mi aveva raccontato, seduto su un vecchio tronco ai bordi del sentiero. «Frisch mi ha concesso quattro ore del suo tempo prezioso. Abbiamo parlato del libro, naturalmente, ma anche del Ticino e dei ticinesi, del suo rapporto con Dürrenmatt, l’altro grande della letteratura svizzera. Tra loro c’era stima reciproca, ma erano diversissimi. Frisch parte da ciò che vede: senza gli occhi non sarebbe esistito, almeno come scrittore. Dürrenmatt invece tira fuori tutto dalla testa. Anche fosse stato cieco, avrebbe scritto gli stessi splendidi libri». Allora non c’era ancora il monumento che oggi mi compare a una biforcazione del sentiero. È un blocco irregolare di granito, vagamente simile a una montagna. Vi sono scolpiti un viottolo e una scalinata, su cui sale un bronzeo signor Geiser dall’aria stanca, con zaino e ombrello. L’opera è dello scultore Fritz Widmer. Sul retro campeggia, stilizzato e dipinto di rosso, lo scheletro di un animale preistorico. Più avanti, il sentiero si addolcisce e taglia il versante destro della valle, che qui si apre in un’ampia conca disseminata di prati e piccoli nuclei di cascine: Cortaccio, Campo, Eria, Laresid. Su tutto regna un silenzio quasi minerale. Solo qualche gorgheggio nascosto tra i rami o il canto limpido di un ruscelletto, che scivola tra macchie d’ontani, erbe alte e pietre e rompe l’immobilità del paesaggio. «Di tanto in tanto si ode il rumore sfarfallante di un elicottero che trasporta materiale edilizio, in qualche sito si costruisce ancora. Per il resto non succede granché».3 Uno ronza davvero, più in basso, sul versante opposto. Non si vede anima viva, eppure il paesaggio porta ovunque i segni di una cura paziente e discreta. Il Passo della Garina arriva quasi senza annunciarsi. Non ha nemmeno l’aspetto di un vero valico: forse perché il sentiero che scende verso Aurigeno, in Vallemaggia, sprofonda subito nel bosco, mentre dal lato onsernonese tutto è pascolo, muri a secco, che incorniciano il viottolo, e cascine restaurate. Il signor Geiser, però, non lo trova così. Vi vede soltanto «rovine di stalle in pietra, la travatura crollata, le mura si

In questa foto, Mulegn; sotto: l’oratorio del Matro e arrivo a Loco.

reggono ancora in quadrangolo, nell’interno proliferano le ortiche a cielo aperto e nulla si muove […] Altre stalle, che non sono ancora crollate, hanno la porta aperta; a entrare si sente quasi un residuo di odor di fieno, lo sterco delle capre è disseccato, quasi pietrificato. Scheletri di abitanti non se ne trovano».4 L’anziano basilese si confronta con quella civiltà alpina tramontata e si

domanda cosa possa esserci rimasto là dentro. «Un interrogativo che si ponevano anche quelli della mia generazione, che trascorrevano le vacanze in montagna», mi aveva detto Pierre. «Quando entravo in quei diroccati, cercavo sempre qualcosa. E Frisch mi dà la risposta: “Skelette gibt es keine”, non ci sono scheletri. Ma in italiano il senso

si perde un po’. In dialetto suona meglio: “la m… l’è come calcificada sui sass. Scheletri a gha n’è mia”». Non mi resta che tornare. Scenderò verso Loco seguendo la valle del Ri del Vò, lungo una mulattiera in gran parte lastricata e dotata di un ingegnoso sistema per raccogliere l’acqua piovana. Passerò da altri monti, Mulegn, Ighelon, e dall’Oratorio del

Il signor Geiser non abita più qui «La domanda: come mai il signor Geiser, cittadino di Basilea, si sia stabilito in questa valle, è oziosa; il signor Geiser l’ha fatto. S’invecchia dappertutto».5 Già. Ma come ci era arrivato davvero Max Frisch in Ticino? «L’è rivaa col militar!», mi aveva risposto allora Pierre Baroni. E aveva aggiunto, con quel suo sorriso ironico: «Gli svizzerotedeschi scoprono prima il Ticino e poi, magari, i ticinesi, attraverso il servizio militare». In effetti Frisch vi era arrivato durante la Seconda guerra mondiale, quando prestava servizio come cannoniere al sud delle Alpi. Pare che già allora avesse fantasticato di stabilirsi un giorno in Ticino. Forse lo affascinavano la luce, il paesaggio, quel senso di lontananza dal resto della Svizzera. È però l’amico scrittore Alfred Andersch, trasferitosi con la moglie pittrice a Berzona nel 1958, a indicargli una vecchia proprietà in vendita. «Costa poco!», pare gli abbia detto.

Argomento tutt’altro che secondario per Frisch, che acquista la casa nel 1964 e la trasforma personalmente nel proprio rifugio onsernonese. Più tardi ammetterà che senza Andersch probabilmente non avrebbe mai avuto il coraggio di stabilirsi lassù.6 Negli anni Sessanta, Frisch è già uno degli scrittori di lingua tedesca più importanti d’Europa. Conosce il successo, i viaggi, le città, vive a Zurigo, Roma, Berlino, New York… Ma continua a spostarsi come un’anima in pena, come un uomo incapace di sentirsi davvero a casa. Per lui «casa» è sinonimo di «metter radici, fossilizzarsi», per cui meglio muoversi, cambiare continuamente. D’altronde, cambia spesso anche le sue donne. Alla casa di Berzona rimane legato però per tutta la vita e vi ritorna spesso. Berzona è un villaggio appartato, lontano dalle strade di passaggio. Un pugno di case in pietra aggrappate alla montagna, immerse nel silenzio. Frisch ne parla quasi con stupore:

niente bar, niente ristorante, soltanto il rumore della fontana e il mutare del tempo sulle montagne. «Quando il sole splende sui suoi tetti di granito, quando non c’è lo scroscio dalle grondaie, quando il vecchio muro non è bagnato […] quando il suo campanile si drizza nel cielo azzurro, quando scroscia solo la fontana […] è un paese pittoresco».7 Ma quel paesaggio non è soltanto bello. È soprattutto appartato. Protetto. Quasi fuori dal tempo. E Frisch cerca proprio questo: un luogo dove sottrarsi alla pressione della vita pubblica e alla continua esposizione intellettuale. A Berzona trova una distanza dal mondo che altrove gli sfugge. In Onsernone prova una «piacevole sensazione di non appartenenza». Da lì può osservare il mondo senza esserne completamente inghiottito. In tutta l’opera di Frisch ci sono uomini che cercano di sottrarsi alle definizioni, ai ruoli, alle identità troppo strette. Uomini in fuga, o semplicemente in disparte, come il vecchio signor Geiser.

Sassello, del XVII secolo, dedicato alla Madonna di Re: sorprendente nelle dimensioni, segno dell’importanza che questa storica via tra Onsernone e Vallemaggia deve aver avuto per la popolazione locale. Prima però voglio restare ancora un poco qui, godermi il momento. Mi siedo nell’erba tiepida e profumata, accanto a un rivolo silenzioso. All’improvviso qualcosa si muove più in basso. Una giovane volpe, ancora avvolta nel mantello invernale, avanza guardinga, soppesando ogni passo. Viene verso di me; forse non si è accorta della mia presenza. A tratti si immobilizza, punta qualcosa, poi si tuffa nell’erba alta con un balzo rapido. Infine mi vede. Si ferma appena un istante, quindi si allontana senza fretta e scompare, lieve come un’apparizione. Note 1 Max Frisch, L’uomo nell’Olocene, Einaudi, Torino, 1981, pp.66-67 2 Idem, pp. 68-69 3 Idem, pg. 45 4 Idem, pg. 47 5 Idem, pg. 29 6 Fonte interessante per la conoscenza di Max Frisch scrittore e «privato» sono i quattro volumi editi dal Museo Onsernonese, contenenti testi e foto della mostra allestita nel 2011, per il centenario della nascita dello scrittore. Cfr.: Max Frisch Berzona, Cur. da Charles Suter, Maria Rosaria Regolati Duppenthaler, Gian Pietro Milani: [in collab. col Max Frisch-Archiv, Zurigo], ed. Museo Onsernonese, Loco, 2012. 7 L’uomo nell’Olocene, pp. 22-23


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TEMPO LIBERO

Pesci che diventano segnalibri, ma non solo Crea con noi ◆ Grazie alla versatilità del Tetra Pak si possono realizzare calamite, decorazioni e segnaposto Giovanna Grimaldi Leoni

Prima di buttare una confezione di Tetra Pak, fermatevi un attimo: potrebbe trasformarsi in un allegro pesciolino! Questo materiale è infatti sorprendentemente versatile e si presta benissimo a essere reinventato in piccoli oggetti creativi. Con qualche ritaglio di stoffa potrete realizzare un originale segnalibro, colorato e unico. E se l’attività vi divertirà, potrete crearne tanti, tutti diversi tra loro, e utilizzarli in moltissimi altri modi. Calamite, decorazioni, chiudipacco, segnaposto o persino per realizzare un divertente gioco della pesca. Un progetto che unisce riciclo, creatività e fantasia, dando nuova vita non solo ai cartoni del latte, ma anche ai piccoli ritagli di tessuto che spesso finiscono tra gli scarti.

Se, una volta asciutti, i pesci risultano leggermente incurvati, metteteli sotto un libro o un peso per qualche ora, così torneranno perfettamente piatti. Con le forbici eliminate tutta la stoffa che sporge dalla sagoma del pesce. Verificate che la stoffa, specialmente ai bordi, sia ben incollata alla base, altrimenti intervenite con un po’ di colla. Aggiungete dettagli brillanti. Decorate i pesci con le penne di colla glitter. Per un effetto ancora più luminoso, potete cospargere sopra la colla anche i glitter in polvere. Per i bambini sarà molto divertente, e se eseguirete questo passaggio all’interno di un coperchio o di una scatola, i glitter non si spargeranno ovunque e potrete raccogliere facilmente quelli in eccesso per riutilizzarli. Lasciate asciugare completamente. Con un taglierino praticate una piccola fessura nel corpo del pesce come segnato sul cartamodello. Sarà questa apertura a permettere al segnalibro di agganciarsi alla pagina del libro. Incollate un piccolo bottone come occhio oppure aggiungete altri particolari a piacere. Per un risultato ancora più curato, incollate il pesce su un foglio di pannolenci con la colla a caldo e ritagliatelo lasciando un sottile bordo di circa 2 mm tutto intorno. Questo renderà il segnalibro più rifinito. Gioco della pesca Applicando una graffetta su ognuno e

Preparazione Aprite la confezione di Tetra Pak, lavatela, asciugatela e appiattitela bene. Stampate e ritagliate i cartamodelli dei pesci. Appoggiate ogni sagoma sulla vostra base, ricalcatene il contorno con una biro e ritagliate i pesci seguendo le linee tracciate. A ognuno staccate delicatamente lo strato esterno stampato, lasciando scoperta la superficie più chiara sulla quale incollerete la stoffa. Diluite leggermente la colla vinilica con poca acqua e stendetela con un pennello piatto. Dai resti di stoffa ritagliate delle striscioline di diversa larghezza e incollatele sovrapponendole leggermente per creare un effetto variopinto. Lasciate asciugare completamente.

Giochi e passatempi Cruciverba Si dice che Napoleone Bonaparte dormisse… Trova il resto della frase leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere evidenziate. (Frase: 7, 3, 1, 5)

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ORIZZONTALI 1. Q uota Fissa 3. Sepolcro in poesia 7. Esprime meraviglia e stupore 9. Fiume della Catalogna 10. Cosparsi di aculei 12. Le separa la «L» 13. Stato dell’Africa centrale 15. Le iniziali dell’attore Liotti 16. Esaminare a fondo 22. L e iniziali della cantante Spagna 24. Aggettivo possessivo 25. Le iniziali del cantante Ruggeri 26. Emporio 29. Servizio vincente a tennis 31. Una bibita

Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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realizzando una piccola canna da pesca con un magnete potete creare un simpatico gioco della pesca. Buon divertimento! Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

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(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

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• Confezioni di Tetra Pak lavate e asciutte • Forbici e taglierino • Colla vinilica e pennello piatto • Ritagli di stoffa • Penne glitter gel o glitter in polvere • Bottoncini o occhi semovibili • Colla a caldo • Pannolenci • Stampante per cartamodello

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

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Soluzione della settimana precedente 33. Li hanno prensili i tetrapodi 35. Arabi Uniti 36. Erano sacre alle Vestali VERTICALI 1. Domanda per gioco... 2. Un’unità elettrica 4. Le iniziali del ballerino Todaro 5. Preposizione articolata 6. S cienza che studia l’uso degli accordi 8. Impieghi, usi 11. Le iniziali dell’attrice Rossellini 14. Romanziere per ragazzi (iniz.)

17. Sillaba sacra ai buddisti 18. Il doppio di penta 19. Lo sostituiva l’usurpatore 20. Danneggiano i dischi... 21. Uno strumento musicale 23. Affluente della Mosella 27. Il braccio degli inglesi 28. Residenza Turistico Alberghiera 30. Un capitolo della geologia 32. Le iniziali della cantante Tatangelo 34. Le iniziali del Renis cantante

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

LO SAPEVATE CHE …Pappagalli e conigli possono guardarsi… – Resto della frase: …ALLE SPALLE SENZA RUOTARE IL CORPO

S A U L P A L E S P I A L O L A E E N Z A R A G R Z V O T I M A I R O D E I R E N E C O A U L E R A S R O E P I L E E T E L I S E O

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I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».


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TEMPO LIBERO / RUBRICHE

Viaggiatori d’Occidente

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di Claudio Visentin

Il costo invisibile di viaggiare sicure ◆

Meglio soli. In diversi Paesi occidentali prende piede il viaggio in solitaria. Non abbiamo dati complessivi, ma molti indicatori sono convergenti. Per esempio nel Regno Unito una ricerca di ABTA, la principale associazione britannica delle agenzie di viaggio e dei tour operator, registra una progressione evidente: la quota di persone che aveva fatto almeno una vacanza da sola nei dodici mesi precedenti era il 13% nel 2014, il 17% nel 2024 e il 19% nel 2025. Spesso si comincia a viaggiare soli per necessità, ma si continua poi per scelta, quando si scopre la libertà di seguire i propri desideri e interessi senza dover negoziare continuamente con qualcun altro. Da soli, poi, si è più attenti a ciò che ci circonda e può diventare più facile entrare in relazione con gli sconosciuti; insomma, il rapporto con il luogo è più profondo e di-

retto. Naturalmente questo viaggio è anche una prova di autonomia; partire senza compagni significa assumersi interamente la responsabilità delle proprie decisioni, degli errori, degli imprevisti. All’interno di questa tendenza, il viaggio femminile in solitaria ha assunto un rilievo particolare. Negli Stati Uniti, secondo un’indagine della società di ricerca Future Partners, alla fine del 2024 il 40% delle donne dichiarava il proprio interesse a viaggiare da sole nel 2025, contro il 32% dell’anno precedente. E sempre nel 2024 Hostelworld, la piattaforma internazionale specializzata nella prenotazione di ostelli, ha rilevato che il 60% dei viaggiatori solitari intervistati erano donne. In Italia, secondo un sondaggio Booking.com/SWG, ancora del 2024, il 61% delle donne desidera un viaggio senza accompa-

Cammino per Milano

gnatori. Anche le ricerche su Google di «solo female travel» sono aumentate di cinque volte in pochi anni. Quando però si cerca di mettere in pratica questi propositi di indipendenza, emerge subito un problema: la sicurezza. In ambienti estranei cresce il timore di aggressioni, molestie sessuali o attenzioni indesiderate. Di conseguenza, le donne modificano il loro comportamento prima ancora che sia accaduto qualcosa. La Safer Tourism Foundation, che approfondisce proprio questi temi, ha documentato che in un viaggio all’estero il 56% delle donne si tiene alla larga dalle zone percepite come poco sicure, rispetto al 37% degli uomini. Il 64% delle donne evita di rientrare da sola a piedi al proprio alloggio di notte, contro il 43% degli uomini. E quasi una donna su due (48%) rinuncia del tutto a esplorare la desti-

nazione nelle ore notturne. Inoltre alcune viaggiatrici escludono Paesi nei quali ritengono più elevato il rischio di molestie o più restrittive le norme che riguardano le donne. Talora forme tradizionali di ospitalità e protezione possono ridurre il pericolo, ma al prezzo di accettare codici sociali sgraditi; si crea così una tensione non facile da risolvere tra sicurezza e libertà. Altre scelgono di partire senza compagnia, ma si aggregano poi a piccoli gruppi organizzati, spesso di sole donne, con le quali condividono interessi particolari. Un’altra conseguenza è l’aumento dei costi, una sorta di tassa invisibile sui viaggi al femminile. Infatti le donne sono più propense degli uomini ad acquistare assicurazioni di viaggio, a prenotare voli più costosi che arrivano di giorno, a scegliere alberghi in quartieri centrali, a servirsi regolarmente

del taxi al posto dei mezzi pubblici. Piccole somme se considerate separatamente, ma consistenti quando si sommano nell’arco di un viaggio. Per esempio la giornalista della BBC Lorin Bozkurt ha raccontato che in un hotel a Piccadilly Circus la sua stanza nel piano riservato alle donne, accessibile soltanto con la chiave elettronica, costava dieci sterline in più della stessa stanza nel piano misto. In casi simili i gestori hanno negato che si trattasse di un’aperta discriminazione, sostenendo che le richieste di camere in spazi per sole donne superino regolarmente l’offerta e che questo faccia lievitare i prezzi. In astratto, la sicurezza delle donne non dovrebbe mai essere un valore aggiunto legato a un sovrapprezzo; ma, almeno per qualche tempo, questo principio andrà temperato con una certa dose di realismo.

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di Oliver Scharpf

Giochi d’acqua a Villa Arconati ◆

A ferragosto, oltre i binari della fermata ferroviaria Garbagnate Parco delle Groane, vedo due fare il bagno nel canale Villoresi. Come nel Gange, bisogna crederci o non avere più niente da perdere. Passeggio per un paio di chilometri per prati arsi, improbabili scuole di kayak, birrerie Las Vegas, scorci di boscaglia che per l’impressione di un momento sembrano scenari di caccia ottocentesca fino a incontrare l’arco, alto, di un caseggiato rurale antico. Dentro la corte, in località Castellazzo di Bollate, è stato girato un film neorealista sulla Resistenza intitolato Il sole sorge ancora (1946). In viaggio per i giochi d’acqua di Villa Arconati risalenti intorno al 1615, proseguendo il filo conduttore fontanesco di una grande città e il suo hinterland quasi come un feuilleton estivo, mi meravigliano i mattoni in cotto rosso fuoco della zona. Squarci di laterizi, per i quali ho un debole

ma mai visti così accesi, riemergono dall’intonaco o appaiono così a vista, nei muretti dove ne mancano diversi. Souvenir staccati non credo, mi chiedo la ragione di questa erosione che ne aumenta la bellezza. Ad ogni modo l’origine sono le fornaci dismesse proprio nei paraggi. Una delle quali, l’ex fornace Bonelli convertita nella fabbrica di bombe a mano Sutter & Thévenot, colora di tragico Castellazzo di Bollate per via dell’esplosione che fece cinquantanove vittime di cui cinquantadue donne a proposito delle quali trovate un frammento letterario di quel dolore, leggendo Hemingway. Villa Arconati, nel nulla intorno, sembra una fata morgana dovuta alla più calda estate della mia vita. Nel giardino di questa villa di delizie nota anche come il Castellazzo e desiderata da Galeazzo I Arconati (1580 circa-1648), mecenate e architetto dilettante appassionato di diavolerie

Sport in Azione

idrauliche al punto da avere nella sua biblioteca il Codice Atlantico di Leonardo, ho in mente di cercare subito il teatro di Andromeda. Incatenata agli scogli per espiare le colpe della madre e placare l’ira di Poseidone, infuriato perché Cassiopea si credeva più bella delle sue ninfe, dalle grinfie di un mostro marino la salva Perseo. Nessuno invece ci salverà mai dalle nostre distrazioni: in fondo al viale tra i carpini, una gigantesca Diana cacciatrice dentro un ninfeo a emiciclo, con ai piedi una fontana zampillante, ferma la mia attenzione. E m’incammino così, a passo tropicale stile trentasei gradi, verso la prima delizia da villa ispirata di certo all’Arconati, dal ninfeo di Lainate visitato quindici giorni fa e non lontano da qui. Del resto, la fontana con due draghi simmetrici la cui coda s’intreccia, in corrispondenza dello zampillare la cui sola vista risolleva, è attribuita a Camillo

Procaccini (1561-1629), il grande sperimentatore di Lainate con l’invenzione dei ciottoli dipinti. Anche qui per terra, inoltre, ciottoli bianchi e neri di fiume e di mare. Se lo zampillo che sgorga nell’intreccio delle code dei draghi in marmo di Candoglia slavato dai secoli, è in asse con la Diana che troneggia nella nicchia alle loro spalle, altri sputi d’acqua sgorgano dai mascheroni ma sono le straordinarie Erinni in stucco che sorreggono la vasca quadrilobata, a stupire. Però a rapire, nonostante i giochi d’acqua in ferie, sul finire del pomeriggio, è la dea della caccia, delle selve, della notte, protettrice degli animali selvatici e custode delle fonti d’acqua, nel cuore del suo teatro architettonico. Spiccano i frammenti di grotte naturali nelle due nicchie accanto, dove ci sono due ninfe e un cagnolino che spunta. Altri due cani da caccia, un bracco e un levriero, accompagnano Dia-

na sotto la cupola di un cielo stellato. Dietro, curiosando, scopro dei buchi nelle grotte come per spiare le reazioni dei passeggiatori o cos’altro. Una misteriosa scala a pioli si eleva in alto, per azionare chissà quali marchingegni perduti. I pavoni sono tornati nella voliera teatrale magnifica ma lugubre per certi versi, molte querce, altre statue, carpini potati a ballerina che paiono più a ratatouille, dodici come i mesi i cancelli del recinto dove altri lampi rossastri di mattoni superiori mi incantano. Trovo il teatro di Andromeda ma il restauro ostruisce la vista, allora dribblo il divieto entrando tra i cespugli, spingo il chiavistello di una porta. Ed eccomi davanti a una sirena alata che stringe tra le gambe un mascherone idraulicizzato inaridito in una smorfia di agonia, oltre tenersi le tette forate che non spruzzano, da secoli, più acqua.

●

di Giancarlo Dionisio

La solitudine di Noè ◆

Ci sono stati, in tempi recenti, anni in cui Noè Ponti poteva condividere la responsabilità di portare in alto la bandiera rossocrociata. Non solo, due anni fa, agli Europei di Belgrado, ha persino subìto una delle rarissime battute d’arresto. Solo sesto nei 100 farfalla, in un’edizione sontuosa per la Svizzera, grazie all’argento e al bronzo di Lisa Mamié nella rana, ai due bronzi di Antonio Djakovic nello stile libero e a quello di Roman Mityukov nei 200 dorso. Nella kermesse appena conclusa a Parigi, il nuotatore del Gambarogno è stato invece l’unico svizzero a salire sul podio. Bronzo nei 100 farfalla, dopo che nei 50 aveva concluso all’ottavo posto. Noè ha catturato la simpatia del mondo social, con le interviste del dopo gara, grazie alla sua consueta disinvoltura, mista a imbarazzo. La 19esima medaglia in un grande evento ha regalato a Noè ulteriore fierezza, ma anche il rischio di

sentirsi troppo solo, con le aspettative di un intero Paese sulle sue pur possenti spalle. È però un campione sereno, genuino, amato in patria e fuori dai confini di Helvetia. Il modo con cui ha commentato la sua controprestazione nei 50, dopo che in partenza gli occhialini gli si erano sfilati per andare a sistemarsi fastidiosamente sul volto, ha fatto il giro del web. Compreso il colorito finale pirotecnico, con tanto di accenno in mondovisione a due sfere che girano. Il suo modo di porsi davanti a microfono e telecamera è a volte spiazzante. È timido, spavaldo, o semplicemente burlone? Comunque, sempre divertente. Emerge però anche il giovane uomo che sa riflettere su sé stesso e sul senso di ciò che sta facendo nella carriera di nuotatore di punta. In una recente intervista a blue Sport, ha parlato del nuoto svizzero, sostenendo che siamo bravi nel promuovere le giovani

leve. A proposito, due di loro, Mattia Mauri ed Enrico Sottile, a Parigi hanno migliorato i propri limiti dimostrando di non essere lontani dall’élite continentale. Un dato che farà sentire Noè meno solo, e gli offre la gioia di avere accanto a sé altri ticinesi in grado di emergere nei grandi appuntamenti. Il nostro numero uno ha d’altro canto dichiarato che siamo carenti nel sostegno a chi non sa decidere se dedicarsi professionalmente al nuoto, o votarsi agli studi o al lavoro. «Il nostro è uno sport di dedizione massima e di sacrifici, ma con 30mila franchi all’anno, è difficile tirare avanti. In Svizzera, ha concluso Ponti, siamo in tre o al massimo quattro a vivere di nuoto». Insomma, è indispensabile una motivazione d’acciaio per trascorrere, tutti i giorni, ore e ore in acqua a seguire una linea nera che si snoda sul fondo della vasca. Le differenze di trattamento finanziario sono una triste costante nello

sport. Lo sanno anche i big dell’atletica rossocrociata, che hanno condiviso il palcoscenico con i nuotatori, dato che i loro Europei, di scena a Birmingham, si sono sovrapposti a quelli acquatici. Peccato! Ai Giochi Olimpici, di regola, una settimana spetta agli atleti, una ai nuotatori. I nostri rappresentanti non se ne sono fatti un cruccio. Hanno corso, saltato, lanciato, cercando di eguagliare il bottino storico di due anni fa a Roma, quando conquistarono 9 medaglie, di cui 4 d’oro, issandosi al quinto posto del medagliere davanti a potenze come Germania, Polonia, Spagna e Svezia. Missione fallita? Nel caso, sarebbe un fallimento entusiasmante. Il sesto posto di quest’anno è un lusso. La nostra delegazione ha portato a casa 7 medaglie, 3 d’oro, 3 d’argento, 1 di bronzo. La Svizzera si è presentata con le sorelle Kambundji lontane dalla miglior condizione fisica, e in cinque occasioni abbiamo masti-

cato l’amaro del quarto posto. Questione di briciole. Che Angelika Moser riconfermasse l’oro di due anni fa, che Dominic Lobalu fosse ancora lì, a lottare per una medaglia sui 10mila, non stupisce. Così come l’argento di Simon Ehammer nel lungo e il bronzo di Mumenthaler nei 200. Le gradite sorprese sono giunte da Jason Joseph, impeccabile e ammantato di oro nei 110 ostacoli, e dalla staffetta 4 per 100 femminile (in batteria con la nostra Ajla Del Ponte), seconda alle spalle di un’inarrivabile Gran Bretagna, grazie a una quarta frazione di Salomè Kora in versione «figlia del vento». L’oro di Audrey Werro sugli 800 non è una sorpresa. È il successo, logico e attesissimo di una delle giovani più talentose al mondo. Ha demolito il record dei Campionati. Presto darà la caccia allo storico primato mondiale che appartiene alla cecoslovacca Jarmila Kratochvilova dal lontanissimo 1983.


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Tutti i prodotti per la cura dei capelli Ultra Doux e Fructis

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