Anno LXXXIX 19 agosto 2026
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Cooperativa Migros Ticino
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Il Cantone ha un vero e proprio guardiano dei nostri sorrisi: parla il dentista cantonale Reto Lauper
Lettrici e lettori ci scrivono per saperne di più sulla loro data di nascita: tocca a Tiziana, classe 1976
Al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona una antologica con le opere dell’artista Luisa Figini
La straordinaria challenge di Neil Gilson, che sensibilizza sulla sindrome di Pandas a nuoto
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Anche i diamanti sono in crisi
Pietro Veronese
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Tutta colpa delle virgole Carlo Silini
Il filosofo italiano Eugenio Mazzarella ha proposto di conferire il Nobel per la pace ai bambini di Gaza. Non sappiamo se l’idea raggiungerà il comitato di Oslo, e se formalmente sia possibile candidare al premio un’intera generazione di una singola regione, ma l’idea ci sembra in qualche modo necessaria. Perché nel bla bla dei potenti, su sottofondo sincopato di deflagrazioni e crolli che non smettono mai, un brusio che sfuma tra chiacchiere e polvere di mattone, gli innocenti continuano a morire. Forse dovremmo smettere di ascoltare i «padroni del vapore» e, di conseguenza, smettere di dare spazio sui media ai loro solenni proclami, finti come le labbra a canotto di certe vip da rotocalco. Non c’è più una dichiarazione ufficiale dei leader di livello planetario che non venga sistematicamente contraddetta nel tempo di un buffet «diplomatico» o di un paio di post sui social. La guerra finisce sorbendo il succo d’ana-
nas accanto al tavolo delle trattative in un albergo a cinque stelle di Doha e ricomincia appena prima di addentare una tartina al salmone. Di spuntino in spuntino prima smette, poi riparte per smettere ancora. E avanti così in un loop infinito. Quante volte abbiamo sentito dire: «Sissignori, la pace è vicinissima; manca giusto una virgola (soprattutto un punto) ed è cosa fatta». Eppure, niente. Colpa delle virgole? Ragioniamo un momento e vediamo fino a che punto siamo stupidi noi o sono bugiardi loro. Il 15 gennaio Qatar, Egitto e Stati Uniti hanno annunciato un accordo per la tregua a Gaza, approvato dal Governo israeliano due giorni dopo. Uh, ci siamo detti, finalmente quei bambini potranno respirare. Se non fosse che, da allora, nella Striscia di Gaza si sono contate 1200 vittime, di cui almeno 300 minorenni (secondo l’UNICEF). Ma quanto è approssimativo questo cessate il fuoco?
E quanto a fondo sta colpendo i vivi, e perfino i morti, di quel tribolato territorio? Sapevate – lo scrive «Le Monde» – che il 4 agosto si sono tenuti quelli che molti hanno definito «i più grandi funerali collettivi della storia palestinese»: finalmente sono stati sepolti i resti di 112 persone uccise il 22 novembre 2023 durante un bombardamento israeliano nel quartiere di Sabra, a Gaza City. Per autoassolversi dallo scempio in atto, ognuno racconta la sua disonesta tiritera. Trump «lavora per la pace» ma prepara la creazione di un resort di lusso sulle macerie di quel mondo distrutto, Netanyahu «lavora per la pace» ma bombarda impunemente gli indifesi, Hamas «lavora per la pace» ma non ha fornito prove definitive di voler rinunciare al proprio ruolo militare. Ecco perché quella del professor Mazzarella non è affatto una provocazione. In un mondo in cui tutti giurano di volere la pace mentre la
guerra continua a divorare vite, ancora una volta tra quanti hanno pagato il prezzo più alto della pace mancata ci sono i bambini. Hanno perduto case, scuole, famiglie, futuro. Vivono tra i morti sepolti e insepolti. Qualcuno ricorderà, giustamente, i bambini ebrei uccisi o rapiti da Hamas il 7 ottobre. Nessuna gerarchia del dolore può cancellare quell’orrore. Resta però il fatto che oggi i bambini di Gaza continuano a morire sotto le bombe e a tirare la cinghia con una sistematicità che non ha un equivalente sul territorio israeliano. Se un Nobel deve premiare qualcuno, perché non attribuirlo a chi ha sopportato l’insopportabile senza alcun potere di provocarlo o di fermarlo? Sarebbe un modo per ricordare ciò che i cosiddetti negoziati dimenticano: che la pace non è una parola con cui riempirsi la bocca, ma un asilo nido al riparo dai missili, una scuola da ricostruire, un ragazzino da proteggere. E poi si abbuffino pure delle loro tartine.