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Azione 33 del 12 agosto 2026

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Anno LXXXIX 12 agosto 2026

edizione

Cooperativa Migros Ticino

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Settimanale di informazione e cultura

MIGROS MONDO so

atte Ritorna l’ to en appuntam lon th con il Tria o a Locarn Pagina 2

www.azione.ch ●

SOCIETÀ

ATTUALITÀ

CULTURA

TEMPO LIBERO

Fra le molte sfide del futuro anche quella dell’approccio dei più giovani all’Intelligenza artificiale

Tra i dazi americani e Mercosur, la Svizzera cerca nuove strade per difendere la propria economia

Guillermo Arriaga racconta il flow, la garra e il modo in cui il dolore può diventare una forza creativa

In Guadalupa, la Fête des Cuisinières di Pointe-à-Pitre racconta l’identità creola

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L’elegante addio di Lara

Giancarlo Dionisio

Keystone

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Gigantesche nuvole gialle sopra di noi Carlo Silini

Il Consiglio federale è dotato del goffo talento del tempismo al contrario. La decisione di stralciare dalla pianificazione finanziaria i fondi federali per l’adattamento dei boschi ai cambiamenti climatici dal 2027 cade proprio mentre il Vecchio Continente sta affrontando, in diversi Paesi, alcuni dei roghi forestali più impressionanti degli ultimi decenni. Il Parlamento aveva approvato un programma per rendere i boschi più resilienti alle vampe estive, sempre più frequenti e feroci. Ma il Governo ha preso i forbicioni e, zac, ha tagliato i fondi: dai 100 milioni stanziati nel 2020 per quattro anni per piantare specie arboree capaci di tollerare temperature elevate e scarsità d’acqua, prorogati poi nel 2023 con un budget ridotto, si è arrivati all’azzeramento dei contributi a partire dal prossimo gennaio. Ci dispiace e comprendiamo l’importanza di queste misure, ha spiegato Albert Rösti con glaciale logica contabile, ma dobbiamo rispettare il freno all’indebitamento. Perciò stop, fi-

ne delle trasmissioni. Da Berna, perlomeno, visto che la patata, letteralmente bollente, passa ai Cantoni, che mantengono la responsabilità della gestione dei boschi e della tutela della biodiversità. Non vogliamo addentrarci nell’alchimia dei difficili equilibri finanziari che il Governo federale è chiamato a mantenere, aprendo un rubinetto di qua e chiudendolo di là. Dopo mesi in cui predica la necessità di aumentare le spese per rafforzare esercito e difesa o per finanziare la tredicesima AVS, la protezione delle foreste potrebbe apparire come un vezzo per ecologisti snob. Ma è tutt’altro che così. E lo esprime efficacemente il titolo scelto qualche tempo fa dalla «NZZ am Sonntag» per commentare la notizia: «Giocare col fuoco». Osserviamo freddamente (magari!) i fatti climatici che hanno segnato le ultime settimane. Le temperature record nelle città non si contano più. Barcellona, Parigi, Roma, Basilea e molte altre hanno dovuto moltiplicare i «rifugi clima-

tici», prevedendo spazi aperti e gratuiti climatizzati all’interno di biblioteche, musei o centri commerciali. Ma sarebbe un errore pensare che il caldo estremo sia soltanto un problema urbano. Le città non sono isole separate dal territorio che le circonda. Foreste sane assorbono anidride carbonica, trattengono acqua, contribuiscono all’equilibrio climatico regionale e attenuano gli effetti degli eventi estremi. Quando i boschi si degradano o vengono inceneriti dalle fiamme, questa capacità di regolazione si indebolisce e a pagarne le conseguenze sono anche le aree urbanizzate, sempre più vulnerabili alle ondate di calore. E proprio queste foreste sono oggi minacciate dalle lunghe canicole che ci tormentano. Lo dimostrano gli incendi in Francia, Spagna, Grecia e in altre regioni europee. «I megaincendi come quello della Gironda aprono una dimensione sconosciuta nella storia umana del rapporto con il fuoco», hanno avvertito dalle colonne di «Le Monde» il filosofo Dominique Bourg,

la climatologa Marie-Antoinette Mélières e l’esponente dell’Unesco Frank Pupunat. A rendere questi roghi diversi da quelli del passato sono le gigantesche nuvole giallo-grigiastre che generano: i cosiddetti pyrocumulonimbus, talvolta definiti «temporali di fuoco». «Il calore liberato al suolo», scrivono gli esperti, «è tale che una colonna d’aria calda si eleva fino a raggiungere la tropopausa, a circa 12 chilometri di altezza, penetrando in alcuni casi nella stratosfera (…). Il fuoco sviluppa così dinamiche proprie, mutevoli e imprevedibili». Le fiamme possono superare il centinaio di metri di altezza. Hai voglia a corrergli dietro con le autopompe! I francesi lo hanno capito sulla propria pelle: rendere più resilienti le foreste è una delle poche strategie preventive capaci di ridurre il rischio di catastrofi simili. I boschi sono uno degli scudi naturali più efficaci contro i disastri climatici e il surriscaldamento urbano provocati in larga misura dall’uomo. Perciò no, investire nella loro protezione non è più un lusso. È una necessità.


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Triathlon, tra divertimento e resistenza

Sponsoring ◆ Un appuntamento sportivo sempre più amato: quest’anno si svolgerà il 5 e il 6 settembre Preparatevi, perché non manca molto: sabato 5 e domenica 6 settembre 2026 andrà in scena l’edizione 2026 del Triathlon Locarno, tra i più longevi della Svizzera. L’evento, nato nel 1984, si conferma GOLD EVENT di Swiss Triathlon e ospiterà i Campionati Svizzeri di Triathlon sulla Distanza Media (Mitteldistanz Age Group) domenica 6 settembre, coronando così la Triathlon Series Middle/Long.

Immagini da un’edizione passata. (Foto Garbani)

Concorso «Azione» mette in palio 5 biglietti per una gara a scelta di sabato 5 settembre 2026 all’interno del Triathlon Locarno. Per partecipare all’estrazione inviare una mail a giochi@azione.ch (oggetto: «Triathlon 2026») indicando i propri dati e la gara scelta entro il 16 agosto 2026.

Competizioni per tutte le età Il programma offre competizioni per tutte le età e distanze: Kids e Youth League per i più giovani, Mini-Tri ideale per gli amatori, Duathlon, Distanza Olimpica e Medium Distance (1,9 km nuoto – 90 km bici – 21 km corsa) per gli atleti più competitivi. Le staffette permettono di vivere lo sport in squadra e sono perfette anche per gruppi aziendali. Sabato il Kids Triathlon, supportato da Nicola Spirig – oro olimpico a Londra 2012 e argento a Rio 2016 – trasformerà l’evento in una vera festa per famiglie. La gara non competitiva promuove movimento, salute e gioco, con la presenza della campionessa olimpica a rendere l’esperienza indimenticabile per i bambini.

Partecipare al Triathlon Locarno significa vivere l’emozione di un evento che unisce sport, comunità e solidarietà nel suggestivo scenario del Lago Maggiore Con un format «festival» distribuito su due giornate, cerimonie di premiazione scaglionate e arrivi concentrati nel primo pomeriggio, l’organizzazione garantisce un flusso ordinato e un’atmosfera vivace per pubblico e partecipanti. I successi degli atleti ticinesi e la grande partecipazione generale che anche quest’anno ha fatto registrare il sold out su tutte le gare, rafforzano il legame tra lo sport e il territorio,

tre quarant’anni valorizza il territorio ticinese.

confermando Locarno come un appuntamento imperdibile nel calendario nazionale del triathlon.

Un imperdibile villaggio Cuore pulsante della manifestazione è il Villaggio Triathlon, con stand di espositori, animazioni per grandi e piccini e una buvette con menù sfiziosi. Dal 2022 Unicef è charity partner ufficiale: una postazione dedicata offrirà giochi e gadget per i più piccoli, raccogliendo fondi a sostegno dell’infanzia e integrandosi perfettamente con l’atmosfera familiare del sabato.

Atleti di ogni livello Un appuntamento imperdibile che unisce atleti di ogni livello in un’atmosfera di divertimento, amicizia e alta competitività. Grazie all’impegno instancabile di un team di volontari, membri del comitato e partner, il Triathlon Locarno continua a crescere con professionalità e dedizione. La collaborazione con gli sponsor si basa su trasparenza e obiettivi condivisi, promuovendo lo sviluppo delle realtà locali e la continuità di un evento che da ol-

Dove e quando Thriatlon Locarno, 5 e 6 settembre 2026. Info: www.3locarno.ch

Dall’orso nella grotta agli Sgaffy

Monte Generoso ◆ Scopri i nuovi e imperdibili appuntamenti nel mese di agosto: ce n’è per tutti i gusti Il Monte Generoso non è solo la montagna del Mendrisiotto, ma un luogo sempre più amato, e lo dimostrano anche i numeri registrati, come afferma Carolina Russbach, Head of Marketing, Communication & Digital della FMG. A contribuire a questo successo, oltre alla bellezza di un paesaggio per sua natura mozzafiato, fra le altre cose, vi è stata anche, nel 2025, l’introduzione dell’abbonamento «Amici del Generoso», con le sue salite in vetta illimitate. Il team del Monte Generoso nel corso di tutto l’anno organizza appuntamenti, incontri e momenti conviviali, affinché la salita in Vetta (o semplicemente al Buffet Bellavista) possa trasformarsi in un’esperienza indimenticabile per grandi e piccoli. In questo il mese di agosto non farà eccezione, ecco dunque alcuni imperdibili appuntamenti per godersi l’estate fino all’ultimo giorno:

Oggi, mercoledì 12 agosto In Vetta si potrà ammirare l’eclissi solare: affrettatevi a prenotare gli ultimi posti rimasti! Partenza: 18.05 da Capolago; rientro 21.30 dalla Vetta. Prezzo: 15 CHF (possibilità di ce-

nare al self service, non incluso nel biglietto).

guida esperta e una merenda al Fiore di pietra in Vetta. Prenotazione obbligatoria.

Weekend 15-16 agosto Nel giorno festivo di Ferragosto, in Vetta con il treno a vapore: per chi ha sempre sognato di vedere lo sbuffo di vapore di un convoglio ottocentesco, si tratterà di un’esperienza unica. Il viaggio a bordo della Loko n.2 del 1890 durerà 2h con breve sosta a San Nicolao e a Bellavista per riempire le cisterne di acqua e permettere al personale di lubrificare le parti in movimento. Partenza: 9.45 da Capolago; rientro 16.30. Prezzo solo treno: adulti 80 CHF, ragazzi (6-15 anni) 50 CHF. Prezzo treno con pranzo al self service: adulti 95 CHF, ragazzi (6-15 anni) 65 CHF. Prenotazione obbligatoria. Sempre a Ferragosto, restano disponibili alcuni posti per il Brunch Momò al Buffet Bellavista. Pane casareccio e croissant caldi, oltre a formaggi di alpeggio, salumi appena tagliati e torte fatte in casa, per una offerta ricca e variegata. Partenza: 10.35; 14.00 discesa da Bellavista.

Sabato 22 agosto Preparatevi a una serata energetica e frizzante grazie ai mitici Sgaffy! Ad aspettarvi, DJ set e performance live in una location straordinaria. L’evento è confermato con qualsiasi tempo. Partenza: 17.50; rientro 00.30. Prezzo: 42 CHF Prenotazione obbligatoria.

La mostra

Gli Sgaffy saranno i protagonisti indiscussi della serata del 22 agosto: correte a prenotare il vostro posto!

Prezzo: adulti 59.50 CHF, ragazzi (6-15 anni) 36 CHF. Prenotazione obbligatoria. Per chi ancora non la conoscesse, è giunto il momento di fare una visita con guida esperta alla suggestiva Grotta dell’Orso, unendo una bella escur-

sione alla scoperta di un luogo ricco di storia e di fascino. L’appuntamento è per domenica 16 agosto. Partenza: 13.35; rientro 18.25 Prezzo: adulti 58 CHF, ragazzi (615 anni) 29 CHF; oltre al viaggio in cremagliera sono comprese la visita con

Chiunque si trovasse in Vetta, anche senza prendere parte alle attività, è invitato a visitare la mostra permanente (su cui torneremo su queste pagine) situata al piano terra del Fiore di Pietra Verso la Vetta e attraverso il tempo che ripercorre la straordinaria storia della Ferrovia del Monte Generoso. Info e prenotazioni www.montegeneroso.ch


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Dalla montagna verso il mondo A La Punt-Chamues-ch nel Canton Grigioni, anche grazie all’architetto Norman Foster sta nascendo l’innovativo campus InnHub

Riconoscere l’infarto nelle donne Là dove si sono a lungo considerati solamente i sintomi degli uomini, urge un nuovo approccio alle malattie cardiovascolari nelle donne

Un Ticino Underground Roberto Raineri-Seith propone un viaggio nel mondo ormai scomparso della gloriosa stagione della New Wave ticinese

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L’arte di educare al mondo che verrà

Intervista ◆ Edwin Maria Colella, esperto di innovazione e trasformazione, indica come sopravvivere ai cambiamenti dell’intelligenza artificiale e prova a immaginare come cambieranno le scuole Stefania Prandi

Da più parti si moltiplicano i timori per lo sviluppo e la diffusione dell’Intelligenza artificiale, mentre i pronostici restano incerti. Il cambiamento in atto – la quarta rivoluzione industriale della storia dell’umanità – rende difficile immaginare, ad esempio, quale sarà il futuro del mondo del lavoro: nessuno sa prevedere ancora con certezza quali professioni diventeranno desuete, quanto aumenterà la disoccupazione, quali saranno le conseguenze sui salari. Arduo anche capire come cambierà l’apprendimento a scuola (c’è chi mette in discussione l’esistenza stessa, nel lungo periodo, della formazione universitaria). Mentre viviamo in mezzo ai dubbi, possiamo decidere di passare all’azione, informandoci e rivendicando il nostro ruolo di cittadini del mondo. Così suggerisce un nuovo libro, appena pubblicato da FrancoAngeli, intitolato Analfabeta. Dalla scrittura all’AI, il paradosso della conoscenza nell’era digitale. L’autore è Edwin Maria Colella, esperto di innovazione, trasformazione digitale e dell’impatto della tecnologia sulla cultura e sulla vita delle persone, che ha vissuto e lavorato tra Italia, Svizzera e Francia.

Un gruppo di bambini indossa visori di realtà virtuale sotto gli occhi di un insegnante che li osserva. (magnific.com)

Leggere, scrivere e far di conto è importante ma non basta: oggi serve capire come funziona un algoritmo Edwin Maria Colella, per capire il presente è utile ripercorrere mentalmente il passato, come fa lei nel suo libro. In che modo le grandi rivoluzioni tecnologiche hanno cambiato la storia dell’umanità? Le rivoluzioni tecnologiche sono state sempre accolte con grandi timori. La scrittura e la stampa hanno modificato la trasmissione del sapere, facendolo diventare accessibile a fasce di popolazione che prima vivevano nell’ignoranza. L’elettricità ha illuminato le città, ma ha riscritto i ritmi del lavoro e le abitudini più personali, permettendo di restare alzati col buio per leggere, ad esempio, e socializzare. L’automobile ha ridotto le distanze, creato nuove connessioni, anche culturali, ma ha generato nuove dipendenze e una diversa geografia delle città. Un’ambivalenza che ritroviamo anche nelle tecnologie della comunicazione: il telefono ha avvicinato chi era lontano ma ha introdotto l’eccesso della continua disponibilità. La radio e la televisione hanno creato la prima esperienza collettiva di comunicazione continua. E il Web, nato come grande progetto collaborativo e libertario, si è trasformato

in fretta in un oligopolio dell’attenzione. Quando l’accesso è gratuito, come ha osservato il giornalista Chris Anderson, ex direttore di Wired, il prodotto siamo noi. Più ci si connette, più si è tracciati.

La storia mostra che le grandi trasformazioni hanno creato vincitori e vinti, ma hanno anche generato risposte Qual è la differenza di adesso, rispetto al passato? A mio avviso, la grande differenza consiste nel tempo: in passato chi riusciva ad adattarsi ai cambiamenti aveva competenze valide per decenni, perché le tecnologie si stabilizzavano. Oggi questo non sembra più vero, e proprio qui si apre la necessità di una riflessione: serve una nuova alfabetizzazione, concetto che dà anche il titolo al mio libro. L’analfabetismo del nostro tempo è critico, non tecnico. Non è l’incapacità di usare gli strumenti digitali, come le app, ma l’incapacità di comprendere come ci condizionano e come volgerli a nostro favore. Dobbiamo recuperare il nostro ruolo di cittadi-

ni, che è diverso da quello di utenti. La differenza è politica. Il cittadino partecipa, sceglie e governa. L’utente, invece, consuma, accetta e subisce. Leggere, scrivere e far di conto restano indispensabili, ma non bastano più: oggi serve capire come funziona un algoritmo, cosa significa condividere un dato e come riconoscere una fonte attendibile. I numeri non sono incoraggianti. In media, nell’area Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo che riunisce 38 Stati membri), un adulto su quattro, il 26%, è considerato analfabeta funzionale, capace di decifrare le parole ma non di coglierne pienamente il senso in contesti complessi. La Svizzera si colloca tra i Paesi più virtuosi, con una quota più bassa, il 22%, al di sotto della media. È un risultato incoraggiante, ma che lascia comunque più di un adulto su cinque in difficoltà di fronte a testi e informazioni complesse. La differenza tra i Paesi non è casuale: dipende da quanto si investe nella formazione delle persone, lungo tutto l’arco della vita e non solo sui banchi di scuola. Come cambierà la scuola con l’intelligenza artificiale? La scuola deve, necessariamente,

cambiare nel metodo e nel contenuto. Del resto, è già successo a ogni grande svolta: dopo che la scrittura comparve a Uruk, nella Mesopotamia meridionale, intorno al 3200 a.C. e dopo l’avvento della stampa a caratteri mobili, con Gutenberg, a Magonza, intorno al 1455. La scuola del Novecento, che ancora modella i nostri sistemi, preparava a un mondo stabile e presumibilmente certo, ma oggi viviamo nell’incertezza.

In aula bisognerebbe insegnare alle nuove generazioni a porsi domande più che a memorizzare risposte Bisogna insegnare alle nuove generazioni a porsi domande più che a memorizzare risposte. In concreto significa introdurre il pensiero probabilistico fin dalla primaria, con giochi e simulazioni, e arrivare a qualche rudimento di logica computazionale nei licei, anche quelli umanistici. Non sono idee mie: già nel 1999 Edgar Morin, su commissione dell’Unesco, indicava l’educazione all’incertezza tra i sette saperi fondamentali per il futuro.

Secondo lei è possibile controllare il progresso? Io parto da una convinzione che attraversa tutto il libro: l’Intelligenza artificiale non rompe con il passato, ne è la prosecuzione accelerata. Le domande di fondo restano immutate: chi gestisce la tecnologia, a vantaggio di chi e con quali conseguenze. La storia mostra che le grandi trasformazioni hanno creato vincitori e vinti, ma hanno anche generato risposte: il movimento operaio, il welfare, i diritti sociali e, dove il cambiamento è stato governato con lungimiranza, un benessere più diffuso e una democrazia più solida e partecipata. Quindi la scelta esiste. Possiamo lasciare che il cambiamento proceda secondo le sole logiche del mercato, a vantaggio di pochi, oppure governarlo, costruendo una transizione che non lasci indietro nessuno e sia a beneficio di tutta la collettività. È una scelta politica prima che tecnica. Serve un nuovo patto tra lavoratori, imprese, istituzioni e cittadini. L’intelligenza artificiale può asfaltare la nostra strada verso la conoscenza più diffusa, ma siamo noi a dover tracciare la strada.


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Un sapore raffinato che conquista

Attualità ◆ I filetti di pesce persico sono una prelibatezza che unisce delicatezza e facilità di preparazione

La ricetta Bocconcini di pesce persico

Ingredienti per 4 persone • 500 g di filetti di pesce persico • 150 g di farina • 1 cucchiaino di lievito in polvere • 1,5 dl di birra, ad es. analcolica • 0,5 dl d’acqua • 1 cucchiaio d’olio • 1 uovo • sale • pepe • olio per friggere • farina per impanare • 1 limone

Azione 20% Filetti di pesce persico con pelle Allevamento, Estonia, per 100 g, in self-service Fr. 3.60 invece di 4.50 dal 13.8 al 19.8.2026

Oltre a essere buono, il pesce apporta importanti nutrienti al nostro organismo, adattandosi perfettamente a una alimentazione equilibrata. I reparti pesce dei supermercati Migros, oltre a offrire una vasta scelta di specialità ittiche marine, propongono anche alcune varianti d’acqua dolce, come il pesce persico. Il persico è uno dei pesci d’acqua dolce più pregiati in virtù delle sue carni bianchi sode, povere di grassi e dal sapore delicato. È un pesce che vive principalmente

nei laghi e nei fiumi lenti con molta vegetazione, sebbene oggi venga anche allevato in acquacoltura. Essenzialmente carnivoro, può raggiungere una lunghezza di ca. 40 cm e un peso di ca. 500 g. È apprezzato soprattutto sotto forma di filetto o tagliato a pezzetti, in quanto intero può presentare molte lische. Tra le ricette popolari a base di pesce persico, possiamo ad esempio citare la variante alla mugnaia, ove i filetti vengono leggermente infarinati,

Menu gratis dei Mimigs

Famigros ◆ Nei Ristoranti Migros di S. Antonino, Serfontana, Agno e Grancia i bimbi ricevono un menu gratis il giorno del loro compleanno

Perché non celebrare il compleanno con un buon pranzetto in un Ristorante Migros? Oltre a offrire ogni giorno un’ampia scelta di prelibatezze di qualità a prezzi equi, i nostri ristoranti hanno ora in serbo una sorpresa speciale: tutti i bambini fino ai 10 anni, membri di Famigros, ricevono infatti un menu per bambini Mimigs gratis il giorno del loro compleanno! La scelta include un menu fisso appositamente pensato per i più piccoli, oppure essi potranno comporre il proprio piatto dal buffet, con bibita e dessert inclusi. Per gli altri bambini il menu costa solo Fr. 7.90. Per approfittare di questa imperdibile promozione, basta mostrare alla cassa del ristorante l’iscrizione al programma Famigros tramite l’app Migros, oppure presentare un documento d’identità del bimbo per dimostrare che è il suo compleanno.

rosolati nel burro e insaporiti con limone, prezzemolo, capperi o salvia, oppure, una ricetta che conquista grandi e piccoli buongustai, i boc-

concini di persico in croccante pastella di birra serviti con salsa tartara, di cui vi proponiamo la ricetta in questa pagina.

Preparazione

1. Mescolate la farina con il lievito, la birra, l’acqua e l’olio fino a ottenere una pastella densa e omogenea. Incorporate l’uovo. Condite la pastella con sale e pepe. Lasciate riposare per ca. 30 minuti. 2. Scaldate il forno statico a 80 °C. Scaldate l’olio nella friggitrice o nella padella a ca. 170 °C. Sciacquate i filetti di pesce persico sotto l’acqua fredda, asciugateli tamponandoli con carta da cucina e conditeli con sale e pepe. 3. Passate i filetti nella farina e scuoteteli leggermente. Passateli nella pastella alla birra e fateli sgocciolare bene. Dorateli nell’olio per 3-4 minuti, estraeteli e lasciateli sgocciolare su carta da cucina. Teneteli in caldo nel forno. 4. Tagliate il limone in 4 parti. Servite i bocconcini di pesce persico con i quarti di limone e una salsa tartara e accompagnate con un’insalata.


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Perfetta per la griglia

Attualità La costata di manzo T-Bone è una specialità amata da tutti gli appassionati delle pietanze alla griglia. Alcuni consigli per una buona riuscita ◆

Azione 25% Costata di manzo T-Bone IP-Suisse, in self-service, per 100 g Fr. 5.– invece di 6.70 dal 14.8 al 16.8.2026

La T-Bone è una delle parti più nobili del bovino, ed è costituita dal filetto e controfiletto, con l’osso a forma di T a separarli. La sua tipica marezzatura (infiltrazione di grasso) che si scioglie in cottura, rende la carne particolarmente tenera e saporita. Lo spessore è di ca. 4-5 cm.

La costata sprigiona al meglio il suo sapore quando viene cucinata alla griglia. Questo metodo di cottura permette di conservare i succhi nutritivi della carne grazie alla crosticina che si forma sulla superficie. È però importante che la graticola sia ben arroventata prima di posarci sopra la carne e che il fuoco sia mantenuto vivo durante la cottura. La carne andrebbe unta regolarmente in cottura con l’ausilio di un pennello per mantenerla più tenera. Quando è ben rosolata da una parte, va girata affinché cuocia anche dall’altra, ciò che avviene più velocemente in quanto il calore è già ben propagato. Per girare la carne utilizzare sempre una pinza, mai bucarla con una forchetta per evitare la fuoriuscita dei preziosi succhi.

La costata va tolta dal frigo almeno mezz’ora prima di cuocerla. Quindi, spennellarla leggermente con un po’ d’olio e condirla con sale, pepe e qualche erbetta aromatica a piacere (p. es. rosmarino, timo, salvia). Mettere la carne sulla griglia ben calda e cuocere per ca. 7-8 minuti per lato fino al raggiungimento della temperatura al cuore ideale, ossia di massimo 55 °C (media-al sangue). Una volta ultimata la cottura, prima di servirla si può anche avvolgerla in un foglio di carta alu e lasciarla riposare una decina di minuti affinché i succhi si distribuiscano bene all’interno. Annuncio pubblicitario

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Norman Foster dà un tetto all’innovazione

Engadina ◆ A La Punt-Chamues-ch sta nascendo InnHub, un campus che si estende su una superficie di oltre 7300 mq nato da una visione avveniristica e dalla creatività del celebre architetto Loris Fedele

A La Punt-Chamues-ch, un comune relativamente piccolo dell’Alta Engadina, sta succedendo qualcosa che, pur nel segno della continuità, stravolgerà in parte la vita di questo conosciutissimo e apprezzato angolo del Canton Grigioni. Si tratta dell’edificazione di un campus che si estende su una superficie di oltre 7300 mq, posto proprio nel centro del paese: un edificio principale e due strutture destinate ad alloggi, costruite con legno locale, granito e malta di calce, che ospiteranno sale per conferenze, ambienti per il co-working, camere d’albergo e appartamenti, un auditorio, un’area dedicata allo sport attivo di professionisti e dilettanti, con tanto di assistenza medico-specialistica, un negozio di articoli sportivi e forse più negozi. Il sito è aperto a chiunque voglia approfittarne. Si trasferirà qui anche l’Ufficio turistico, oggi presente nel Palazzo Comunale. I lavori di costruzione sono iniziati nella primavera 2025, il completamento è previsto per l’inverno 2028/2029. Il progetto può vantare una firma di grande prestigio, quella dell’architetto britannico Norman Foster, l’archistar diventato famoso presso il grande pubblico quando a cavallo del secolo realizzò il particolare grattacielo a forma di cetriolo (The Gherkin) nella City di Londra. A lui si deve anche, nello stesso periodo, la ristrutturazione del Reichstag di Berlino, dove oggi c’è la sede del Parlamento tedesco, con la cupola di vetro del diametro di 40 metri che racchiude al centro un imbuto a proboscide costituito da 360 specchi, che provvedono a riflettere la luce diurna nell’aula parlamentare. Dico questo per sottolineare l’originale creatività di Foster e le sue soluzioni architettoniche fuori dagli schemi.

Nell’inverno 2028/2029 dovrebbe essere completato il progetto che trasformerà il centro del piccolo comune grigionese Già nel 2004 Norman Foster aveva realizzato in Engadina, a St. Moritz, la Chesa Futura, un iconico condominio di appartamenti di lusso, dove aveva unito ai materiali tradizionali un design avveniristico e tecniche digitali. Foster vive in Engadina da oltre 30 anni e uno di questi appartamenti è poi diventato la sua residenza ufficiale in Svizzera. L’InnHub La Punt rappresenta in fondo un’altra visione avveniristica che lo coinvolge. Come mi ricorda Urs Niederegger, segretario comunale di La Punt-Chamues-ch dal 1980 fino a quest’anno, e per lungo tempo responsabile dell’ufficio edilizia del Comune, nella sua frequentazione engadinese Foster conobbe Beat Curti, dell’Hotel Krone di La Punt. A loro venne l’idea dell’InnHub che estesero subito a Jon Erni, ingegnere locale e titolare della società miaEngiadina, il quale, forte della sua rete di contatti e della sua esperienza, diventò, insieme ai due, socio fondatore e partner operativo del nuovo Centro. Sulla paternità iniziale del progetto ho sentito raccontare storie diverse: difficile capire quale sia la più corretta. Annalou Prader, Product & Brand Manager, dipendente di InnHub, mi conferma che l’idea del nuovo campus sia nata da un gruppo di persone che

Alcuni rendering del progetto. Si lavora per realizzare strutture in legno locale, granito e malta di calce, con sale per conferenze, ambienti per il co-working, camere d’albergo e appartamenti, un auditorio, un’area dedicata allo sport attivo di professionisti e dilettanti e diversi negozi.

hanno intuito subito la rapidità con la quale sta cambiando il lavoro del futuro. L’ho incontrata nell’InnHub Pop Up, in occasione delle due giornate di porte aperte alla fine del giugno scorso, denominate «Open Doors Engadin 2026». Il Pop Up offre già oggi un moderno spazio di co-working e sale riunioni flessibili, pensate sia per i singoli professionisti sia per gruppi fino a 15 persone. Ha una struttura modulare per adattarsi alle più svariate esigenze: mostra fin d’ora come potrebbe essere in futuro il lavoro all’interno dell’InnHub. Su un pannello appeso alla parete noto le immagi-

ni dei principali investitori: all’imprenditore Jon Erni e agli albergatori Beat e Regula Curti si sono aggiunti i co-fondatori del marchio sportivo On, Caspar Coppetti e Olivier Bernhard. Inoltre ci sono Steve Koltes di CVC Capital Partners (che è una delle principali società globali europee di investimento e acquisizione di aziende non quotate in borsa) e Christian Wenger, giurista specializzato in leggi commerciali ed economiche. Loro e altri investitori hanno permesso un progetto per qualcosa di innovativo in grado di rafforzare in modo sostenibile il territorio e di creare nuovi posti di lavoro. Tutti insieme hanno

riconosciuto subito l’importanza e la novità di un simile progetto e lo stesso ha fatto l’Assemblea comunale che in due votazioni, la prima per un nuovo piano di zona e la seconda per approvare il progetto di costruzione, ha dato il via libera con quasi il 90% di voti favorevoli. Il grande terreno su cui sta sorgendo InnHub, che visto dalla discesa dell’Albula fu giudicato ideale da Curti ed Erni, è di proprietà comunale, che ha ceduto un diritto di superficie per 60 anni. «Per noi è stato come vincere al lotto – mi dice sorridendo Niederegger – avere qui un progetto di Norman Foster e con questi investitori! Non abbiamo dovuto contribuire con altro se non con le autorizzazioni. La nostra partecipazione finanziaria consiste nell’acquisto di un determinato numero di posti auto nel parcheggio sotterraneo». Il volume degli investimenti ammonta a circa 90 milioni di franchi. Alla mia domanda su Foster, Niederegger risponde: «Norman Foster si è dimostrato entusiasta fin dall’inizio. Ha parlato personalmente con le persone del luogo. Ha detto che voleva creare qui qualcosa di speciale a livello architettonico. Ci ha raccontato che mentre faceva sci di fondo, i cumuli di neve e il su e giù dalle gobbe gli hanno ispirato la forma del tetto ondulato». Certo, la costruzione vicino alle casette tradizionali engadinesi può apparire come

un corpo estraneo, per cui chiedo alla mia interlocutrice di InnHub se ci sono stati ostacoli alla sua realizzazione: «Un progetto di queste dimensioni porta sempre con sé delle sfide. Tuttavia, abbiamo avuto la fortuna che il Comune si sia mostrato collaborativo e ci abbia sostenuto fin dall’inizio». Gli edifici che compongono la struttura del progetto comportano l’impiego di molto materiale base che sfrutta le risorse locali. L’uso del legno è particolarmente rilevante. Nel numero dell’estate di quest’anno della pubblicazione del Comune, «LA PUNT Chamues-ch», si parla dell’abbattimento di circa 2400 abeti rossi della regione, iniziato due anni fa, e in una intervista a Enrico Uffer, titolare della ditta che se ne sta occupando, si informa il pubblico che il legno attualmente viene segato, essiccato e stoccato, per poi essere lavorato in diversi stabilimenti svizzeri, specializzati nella produzione di legno lamellare. I vari componenti sono poi preparati nella regione. Si stanno facendo i test e il montaggio dovrebbe iniziare il prossimo autunno. Chiedo ancora ad Annalou Prader se questo Centro rispondeva a una precisa domanda. «Il desiderio di co-working, così come quello di lavorare e vivere in montagna, si è intensificato notevolmente anche durante il periodo del Covid. Penso che sia stata davvero una visione, colta immediatamente dagli investitori, che hanno voluto realizzarla insieme». Quali sono i punti di forza del progetto? «L’architettura. È davvero straordinaria, perché Norman Foster l’ha sviluppata consapevolmente in armonia con il paesaggio. Inoltre, un settore che giocherà un ruolo centrale nell’InnHub è lo sport d’élite: creeremo infrastrutture mirate per l’allenamento in quota, rivolgendoci sia ad atleti professionisti sia a sportivi amatoriali». Conclude Annalou: «Siamo aperti a tutti, a nuove idee e opportunità. Vogliamo accogliere sia singoli professionisti sia gruppi e team. L’InnHub vuole essere un luogo tranquillo di dialogo e di incontro. Idealmente, vorremmo creare da qui connessioni con tutto il mondo». Informazioni www.innhub.ch


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Prendersi cura del cuore delle donne

Salute ◆ La medicina di genere aiuta a migliorare diagnosi e riconoscimento delle malattie cardiovascolari femminili Maria Grazia Buletti

«Avevo nausea, una stanchezza improvvisa e un senso di oppressione al petto, ma non il classico dolore al braccio. Ho aspettato quasi un’ora prima di chiedere aiuto: pensavo fosse stress. Mi è andata bene, poteva andare molto peggio. Poi la diagnosi: avevo un infarto ma senza le arterie ostruite, quello che i medici chiamano MINOCA». Il racconto di Susanna (nota alla redazione) mette in luce come le malattie cardiovascolari possano manifestarsi diversamente nelle donne rispetto agli uomini e quanto sia importante sviluppare una medicina di genere capace di riconoscere e affrontare queste differenze, migliorando prevenzione, diagnosi e cura.

Esiste una forma di infarto che colpisce più frequentemente le donne, soprattutto quelle più giovani: l’infarto miocardico con arterie coronarie non ostruttive. (Magnific.com)

I disturbi cardiovascolari possono manifestarsi con sintomi diversi a seconda del sesso: siamo in grado di riconoscerli? Secondo i dati 2024 dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Svizzera, con circa 20mila decessi annui. Negli uomini e nelle donne, alla stessa età, la mortalità da infarto è più alta nelle donne, e questo succede in gran parte a causa del ritardo nella richiesta di assistenza. Studi clinici derivanti da evidenze scientifiche riportati dal «Canadian Journal of Cardiology» indicano che «in caso di sintomi compatibili con un infarto, le donne tendono a consultare in media circa quaranta minuti più tardi degli uomini, e in alcuni casi anche fino a dodici ore dopo l’esordio dei sintomi; un ritardo che può avere conseguenze importanti perché nel trattamento dell’infarto il fattore tempo è decisivo per limitare i danni al muscolo cardiaco». Una delle spiegazioni di questo fenomeno sta nelle differenze nei sintomi, senza però dimenticare che il quadro clinico «classico» dell’infarto (dolore toracico intenso con irradiazione al braccio sinistro) è stato storicamente descritto sulla base di studi condotti prevalentemente su uomini. Nel tempo si è giunti alla consapevolezza che nelle donne, invece, la manifestazione può essere più sfumata, come ben sottolineano l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) e l’articolo di ricerca (pubblicato sempre dal «Canadian Journal of

Cardiology») «oltre alla pressione o al dolore toracico, possono comparire nausea, vomito, sudorazione intensa, mancanza di respiro o stanchezza improvvisa. Proprio questa presentazione meno tipica rende talvolta più difficile riconoscere rapidamente il problema, sia per le pazienti sia per i professionisti sanitari». Le differenze non riguardano soltanto i sintomi, ma anche aspetti biologici e fisiologici: «In media, le donne hanno un cuore leggermente più piccolo, una frequenza cardiaca un po’ più elevata e arterie coronarie più sottili. Inoltre, i depositi di colesterolo tendono ad accumularsi più frequentemente nelle arterie coronarie di piccolo calibro, mentre negli uomini interessano più spesso le arterie principali». Queste sono indicate come le «caratteristiche che possono influenzare il modo in cui la malattia si sviluppa e viene rilevata attraverso gli esami diagnostici tradizionali». Anche i test di laboratorio possono presentare alcune differenze tra i sessi. «Le troponine cardiache ultrasensibili (ndr: si tratta di proteine rilasciate nel sangue quando il cuore subisce un danno) sono tra i principali strumenti utilizzati per diagnosticare l’infarto. Tuttavia, studi recenti

suggeriscono che i valori normali potrebbero essere più bassi nelle donne rispetto agli uomini. L’utilizzo di un unico valore soglia per entrambi i sessi potrebbe quindi contribuire alla sotto-diagnosi di alcuni infarti femminili». Esiste inoltre una forma di infarto che colpisce più frequentemente le donne, soprattutto quelle più giovani. Si tratta dell’infarto miocardico con arterie coronarie non ostruttive, noto con l’acronimo MINOCA (Myocardial Infarction with Non-Obstructive Coronary Arteries). Secondo Escape-net, un ampio progetto di ricerca finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Horizon 2020 e dedicato allo studio, alla prevenzione e al miglioramento dei trattamenti dell’arresto cardiaco improvviso, «in questi casi i sintomi e i segni dell’infarto sono presenti, ma le arterie coronarie principali non mostrano ostruzioni significative all’angiografia; le cause possono includere spasmi delle arterie, disfunzioni del microcircolo coronarico o una dissezione spontanea dell’arteria coronaria». Accanto ai fattori di rischio cardiovascolare più noti come ipertensione, colesterolo elevato, fumo e sedentarietà, esistono poi fattori di rischio

specifici per le donne, legati alla salute riproduttiva: «Alcune complicanze della gravidanza, come il diabete gestazionale o la preeclampsia (una condizione della gravidanza che provoca ipertensione e può compromettere la salute della madre e del feto), sono associate a un aumento significativo del rischio cardiovascolare negli anni successivi». A questo proposito, l’UFSP sottolinea che «in particolare, la preeclampsia è collegata a un rischio circa doppio di malattia coronarica, ictus e mortalità cardiovascolare nel corso della vita».

Anche i fattori sociali e culturali contano: per esempio la minore possibilità che alle donne venga applicato il massaggio cardiaco, per pudore Oltre alle differenze biologiche e cliniche, esistono anche fattori sociali e culturali che possono influenzare la prognosi. Le diverse ricerche convergono nell’evidenziare che in caso di arresto cardiaco in luogo pubblico, «le donne hanno circa il 27% di probabi-

lità in meno di ricevere un massaggio cardiaco da parte dei presenti». Questo fenomeno è stato descritto come «pudeur thoracique», ovvero una certa esitazione legata all’imbarazzo di scoprire il torace della paziente. Negli ultimi anni, proprio per affrontare queste differenze, molti centri nel mondo hanno iniziato a sviluppare programmi dedicati alla cardiologia di genere e pure in Svizzera si stanno moltiplicando le iniziative. Un esempio recente è la creazione di un «Polo di salute cardiovascolare per la donna» presso gli Hôpitaux universitaires de Genève (HUG), con l’obiettivo di migliorare prevenzione, diagnosi e cura delle malattie cardiovascolari femminili attraverso un approccio multidisciplinare che integri assistenza clinica, formazione dei professionisti sanitari e ricerca scientifica. Il progetto mira inoltre a sensibilizzare le donne sull’importanza della salute cardiovascolare in tre momenti chiave della vita ormonale come contraccezione, gravidanza e menopausa. Queste iniziative riflettono lo sviluppo crescente della medicina di genere, un campo di ricerca che studia come le differenze biologiche e socio-culturali tra uomini e donne possano influenzare la salute, la malattia e la risposta alle terapie. Integrare questa prospettiva nella pratica clinica è oggi considerato fondamentale per migliorare l’equità e l’efficacia delle cure. Nel Canton Ticino, al momento, non esiste ancora un vero e proprio polo clinico dedicato alla medicina di genere come quelli presenti in alcuni grandi ospedali universitari. Tuttavia, il tema sta progressivamente emergendo grazie a diverse iniziative tra le quali figura l’associazione «Salute e Medicina di Genere Ticino», una rete di medici e professionisti della salute che promuove attività di sensibilizzazione, formazione e divulgazione sul tema della medicina di genere nel territorio. Anche in Ticino si stanno sviluppando iniziative in questo ambito. L’Istituto Cardiocentro Ticino conduce attività di ricerca nella sex and gender cardiology, mentre SUPSI e USI promuovono formazione e ricerca sulla medicina di genere. Pur trattandosi ancora di iniziative prevalentemente accademiche, rappresentano un primo passo verso una maggiore integrazione di questo approccio nel sistema sanitario cantonale. Annuncio pubblicitario

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Il Ticino Underground di Roberto Raineri-Seith Pubblicazioni ◆ Un viaggio della new wave di casa nostra per scoprire una realtà di musica, atelier e scantinati creativi Olmo Cerri

«Se gli anni 80 eran tanto tempo fa… cos’è l’eternità?», cantavano nel 1991 gli Ustmamò in un divertissement scritto insieme a Stefano Benni. E devo ammettere che, per me, nato nel 1984, quella manciata di anni compressa fra la scoperta del virus dell’HIV e la caduta del Muro di Berlino, dà davvero l’impressione di appartenere a un’altra era. Forse è anche per questo che Ticino Underground. Arte, moda e sbraghi negli anni della new wave, il nuovo saggio dell’artista transmediale, fotografo e pioniere della musica elettronica Roberto Raineri-Seith, pubblicato dall’Istituto Editoriale Ticinese, è stata una scoperta sorprendente. Il racconto prende avvio nell’estate del 1980, quella della strage di Ustica e della bomba neofascista alla stazione di Bologna, per accompagnare il lettore dentro un decennio straordinario. Un periodo che, al netto di una comprensibile nostalgia per i bei tempi andati, sentimento che attraversa tutto il volume, appare davvero irripetibile per sperimentazione ed edonismo. Il centro del racconto è la new wave in salsa ticinese: quella costola più melodica e ballabile del punk che mescolava attitudine ribelle, sintetizzatori ed elettronica. Ma questa nuova onda non è solo intesa come stile musicale: almeno in Ticino, era anche un modo per prendere le distanze dalla generazione dei «fricchettoni», dal rock classico e dal cantautorato italiano, cercando di costruire nuovi immaginari. Raineri-Seith dà forma a un caleidoscopio di ricordi personali, testimonianze e documenti d’epoca. Fotografie, volantini, ritagli, ma anche preziose registrazioni audio tratte dal suo archivio personale, che condivide caricandole sul «tubo», YouTube, nel lessico dell’autore. Fra le chicche spicca una registrazione pirata del concerto di un giovanissimo Battiato ad Ascona nel febbraio del 1982, realizzata

grazie a un registratore introdotto clandestinamente in sala da Desio Rivera. Raineri-Seith ci accompagna dentro una geografia ormai quasi scomparsa fatta di atelier, cantine, spazi improvvisati e luoghi di aggregazione che oggi, schiacciati fra normative antincendio e intolleranza istituzionale, sembrano inconcepibili. Fa impressione rendersi conto che quasi tutti i luoghi raccontati nel libro oggi sarebbero semplicemente illegali: spazi precari che permettevano una libertà difficilmente riproducibile. Il libro però racconta anche quei locali che all’epoca gli undergrounder liquidavano come «commerciali», con quello che l’autore definisce uno «spocchioso massimalismo». Fra tutti, la discoteca Morandi di via Trevano a Lugano, «autentico tempio della movida sbroja». Quelli della new-wave erano «alieni» rispetto al resto della fauna giovanile ticinese. E mi si perdoni se continuo a usare lo slang dell’epoca, abbondantemente recuperato nel libro e che oggi suona irresistibilmente boomer. Da una parte c’erano i «fricchettoni che giravano con il mozz, tifavano Ambrì-Piotta e ascoltavano Vasco Rossi»; dall’altra questi ragazzi vestiti di nero, con pettinature improbabili e i primi Walkman Sony nelle orecchie. «Piuttosto ganzi» e decisamente avvantaggiati nel «broccolo con le sbarbine», almeno secondo l’autore. A Lugano, «forse la città meno provinciale del Ticino», si sviluppa una piccola ma vivace scena costruita attorno a un manipolo di creativi. Tornano spesso i nomi di Pier Poretti, influencer ante-litteram, e del fotografo Edo Bertoglio, partito da Viganello per conquistare la New York della Factory di Andy Warhol. Ma soprattutto c’è la storia della fanzine (da fan e magazine) autoprodotta «T-ribalta», fondata nel 1978 e sopravvissuta per sette numeri prima di spegnersi «per inedia». Interviste, re-

Reza Khatir, Serie Darks, 1985. (foto tratta da Ticino Underground).

censioni, fotografie e contributi di giovani grafici e artisti usciti dalla CSIA. Oggi la collezione completa della rivista è conservata all’Archivio cantonale, ma molte delle firme e dei volti che popolavano quelle pagine non ci sono più, travolti dalle droghe, dall’AIDS o, semplicemente, dal passare del tempo. Nel Locarnese, terra dell’autore, il cuore pulsante era invece la Cantina Beretta: una vera cantina adattata alla bell’e meglio per concerti, feste e momenti conviviali (chiamiamoli così). Poi l’atelier di via Luini 20, la Casa Bacilieri, dove suonarono, per pochissimi fortunati, i Dinosaur, e soprattutto la mitologica discoteca Le Stelle di Ascona, aperta dal 1978 al 1992 e ispirata al newyorkese Studio 54. Anche Chiasso

inalò la sua dose di new wave, lasciando in eredità una quantità impressionante di musicassette che oggi fa gola ai collezionisti. Nei sotterranei del modernissimo centro commerciale Serfontana, inaugurato nel 1974 e anch’esso figlio coerente di quell’epoca, provavano i Dead Relatives di Ligornetto, autentica porta spalancata sugli inferi del Mendrisiotto, capaci di scandalizzare i benpensanti del «Giornale del Popolo». C’è poi il racconto delle serate alcoliche. Molto meno interessati a canapa ed eroina (roba da fricchettoni), i new wavers ticinesi sembrano preferire birra, vino e superalcolici. Si parla di self cutting modaiolo – un gesto autolesionista che mescolava disagio esistenziale e generava cicatrici dannata-

mente cool – di amplessi disimpegnati, di musica sparata a volumi impossibili. E, soprattutto, dei leggendari depro-party, feste lungo il fiume, spesso sotto il ponte della Maggia: grigliate post-punk ad altissimo tasso alcolico, «omelette gastriche» memorabili che terminavano con l’arrivo dell’ambulanza per raccogliere gli sfortunati finiti in coma etilico. Nelle pagine finali Raineri-Seith prova anche a tracciare una genealogia dell’underground ticinese, cercando di capire quanto quella stagione abbia influenzato il presente. Alcuni fili sono evidenti: l’occupazione dei Molini Bernasconi, la nascita di molte esperienze associative e culturali, festival che hanno cambiato nome e forma, ma continuano a portarsi dentro una sensibilità chiaramente post-punk. Ticino Underground non è un saggio storico, somiglia a una lunga tirata alcolica ai tavolini del Pedro. Una di quelle conversazioni in cui si alternano ricordi lucidissimi, iperboli, voli pindarici e aneddoti così incredibili da sembrare inventati. Non pretende di essere definitivo né esaustivo, ma restituisce l’energia caotica di una stagione in cui sembrava ancora possibile costruire mondi nuovi partendo da una cantina, un atelier o una discoteca. Un libro che arriva al momento giusto. Perché alimenta una discussione più che mai attuale: quella sugli spazi per la cultura indipendente, che in Ticino oggi, proprio come allora, continuano a mancare. Infine, un plauso va a IET e a Casagrande che, con la collana Storie di qui, sta contribuendo a raccontare il territorio da prospettive insolite. Bibliografia Roberto Raineri-Seith, Ticino underground. Arte, moda e sbraghi negli anni della new wave, Bellinzona, iet, 2026

Bus e treni, la qualità c'è. La puntualità meno

Mobilità ◆ Il rapporto sull’efficacia dei servizi di trasporto rivela un alto gradimento in Svizzera, qualche ombra sul Ticino Riccardo De Gottardi

Un’elevata qualità dei prodotti e dei servizi offerti è una premessa di successo per ogni attività economica, anche per i trasporti pubblici, che in Svizzera segnano alti livelli di gradimento. Lo scorso anno il loro uso ha segnato un primato a livello nazionale. Anche in Ticino nel 2025 è stato raggiunto un record storico. L’Ufficio federale dei trasporti verifica l’efficacia dei mezzi investiti dalla Confederazione e dai Cantoni per l’offerta di servizi – circa due miliardi di franchi l’anno – e ne incentiva il costante miglioramento. Lo promuove attraverso un sistema di misura della qualità dei servizi, che ha introdotto e sviluppato da una decina di anni con i Cantoni e con le imprese di trasporto. Il sistema si basa su due pilastri. Da un lato la verifica della puntualità dei servizi, che avviene grazie alla digitalizzazione dei tempi di percorrenza dei veicoli, raccolti in tempo reale e confrontati con gli orari pianificati. L’obiettivo è raggiunto se gli eventuali ritardi sono inferiori a tre minuti. Dall’altro sono stati definiti una quindicina di criteri che determinano il confort del servizio. Interessano i veicoli e le fermate: la fun-

zionalità, la pulizia, competenze e comportamento del personale e le informazioni all’utente. La valutazione è effettuata dai cosiddetti «utenti-civetta», persone istruite allo scopo che, in incognito, frequentano i servizi. I dati confluiscono poi in una banca dati dell’Ufficio federale, che annualmente pubblica i risultati e fornisce ai committenti delle prestazioni (Confederazione e Cantoni) informazioni per disporre di riferimenti concreti sullo stato dei servizi e stabilire gli obiettivi di miglioramento. Il Rapporto 2025 attesta che sono stati effettuati circa 40’000 test su 237 linee ferroviarie, 1076 linee bus e una decina di linee tranviarie che interessano il traffico regionale. A livello svizzero i risultati mostrano una puntualità molto elevata per treni e bus. Buoni i risultati anche sul confort di viaggio, che evidenzia pure una progressione negli anni. I dati raccolti dagli «utenti-civetta» in Ticino mostrano alti valori per quasi tutte le imprese: Autolinee bleniesi (ABL), Autolinea Mendrisiense (AM), Autolinee regionali luganesi, Ferrovie Autolinee Regionali Ticinesi (FART), FFS, Ferrovie Luganesi (FLP), Autopostale e Società naviga-

Buona la puntualità sulle Autolinee bleniesi, ma nel Luganese il livello è peggiorato rispetto al 2021. (foto https:// www.utpt. ch/autolineebleniesi/)

zione del lago di Lugano (SNL). La Trasporti pubblici luganesi (TPL) ottiene per contro la sufficienza. Confrontando i risultati con quelli del 2021 si osserva un generale miglioramento, TPL a parte. I risultati su funzionalità, pulizia e informazione alle fermate sono molto positivi. Tutte le imprese raggiungono infatti gli obiettivi e, rispetto al 2021, si constata pure un netto miglioramento. Merito anche dei comuni, cui compete la pulizia e la manutenzione,

accanto alle imprese di trasporto, responsabili dell’informazione. Per quanto riguarda la puntualità, il quadro desta invece preoccupazione. I risultati aggregati per il Cantone indicano un livello inferiore allo standard minimo sia nel settore ferroviario sia in quello dei bus. Per le singole imprese ottengono buoni risultati solo le Autolinee bleniesi, l’Autolinea mendrisiense e la Società navigazione del lago di Lugano. Le FFS e Autopostale superano lo stan-

dard minimo. Sono servizi che operano in sede propria (FFS) o tendenzialmente nelle aree periferiche. Se ci si avvicina ai centri i punteggi sono invece insufficienti. È il caso del settore bus delle FART, ma soprattutto quello delle ARL e della TLP; quest’ultima ottiene il peggior risultato della Svizzera. Rispetto al 2021 la situazione per ARL, SNL e TPL, tutte attive nell’agglomerato luganese, è peggiorata. L’intensità del traffico motorizzato individuale comporta negli agglomerati condizioni difficili per una conduzione snella ed efficiente dei bus, spesso incolonnati con le autovetture. Ciò ha conseguenze rilevanti per la competitività dei servizi, poco attrattivi per l’utenza e più onerosi per le imprese, spesso costrette a inserire veicoli e personale supplementare per gestire le prestazioni disturbate. Il conto finale è a carico dell’ente pubblico. Occorre fermare questo degrado, confermato anche dal Cantone. Corsie e aree riservate, diritti di precedenza e impianti semaforici preferenziali per i servizi pubblici devono essere aspetti prioritari nell’agenda delle Commissioni regionali dei trasporti, dei Comuni e del Cantone.


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ATTUALITÀ ●

Vivere nascosta a Ceuta Ivié, una 32.enne senegalese, è rimasta bloccata nel territorio spagnolo. Ha paura di essere catturata e rimpatriata mentre sogna l’Europa

Il fallimento dell’Europa L’esperto di migrazioni internazionali Paolo Ruspini analizza la crisi di Ceuta e le fragilità della politica migratoria europea

Bally ha un futuro? Il marchio attraversa una delle fasi più difficili della sua storia. Dalla fondazione nel Canton Soletta alla fine della produzione in Ticino

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Mercosur, l’accordo che divide la Svizzera

Economia ◆ Sotto la pressione dei dazi americani Berna cerca nuovi mercati. Ma l’intesa con Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay resta al centro di un duro braccio di ferro politico Roberto Porta

Ripartiamo dal primo di agosto. Chi la sera di quel giorno era al Parco di Villa Argentina a Mendrisio ha potuto ascoltare le parole della consigliera federale Karin Keller Sutter. «Ho sentito dire che vi chiamano momo’» ha esordito scherzando la ministra delle finanze, per poi passare alle cose serie, perché «guardando alle notizie a volte viene quasi il capogiro (…) Vediamo Stati che si racchiudono nelle proprie roccaforti economiche. Assistiamo a guerre di aggressione e a guerre commerciali». E lei, su quest’ultimo punto, ne sa qualcosa visto che proprio un anno fa, al termine di una sua telefonata con Donald Trump, gli Stati Uniti avevano imposto alla Svizzera dei dazi commerciali al 39%. Da allora i dazi si sono abbassati, adesso sono al 12,5%, soglia decisa da Washington lo scorso 24 luglio. La Svizzera rimane comunque penalizzata – basti dire che il tasso applicato all’Unione europea è del 10% – perché a detta degli Stati Uniti Berna non si impegna abbastanza per frenare il commercio di beni che derivano dal lavoro forzato.

Il porto di Santos, in Brasile, il principale scalo marittimo dell’America Latina e una delle principali porte commerciali dei Paesi Mercosur. (Keystone)

Gli Stati Uniti hanno aperto contro la Svizzera un’indagine su una presunta sovracapacità industriale Trump minaccia comunque anche altri colpi bassi, visto che l’amministrazione statunitense ha aperto contro la Svizzera, e pure nei confronti di altri Paesi, un’indagine su una presunta sovracapacità industriale rispetto a quella degli Stati Uniti. Un alibi per imporre nuovi dazi, con possibili sovrapprezzi che potrebbero toccare anche il settore farmaceutico, e qui «The Donald» l’ha sparata grossa, la soglia prevista rischia di raggiungere il 200% per quanto riguarda il commercio di farmaci generici. Il braccio di ferro con l’inquilino della Casa Bianca è pertanto tutt’altro che terminato. Un argomento che continua ad alimentare anche il dibattito politico interno, e questo su due livelli. Da una parte ci si interroga sulle prossime mosse del Consiglio federale per tentare di contrastare queste minacce, dall’altra si cerca di far leva su nuovi accordi di libero scambio, una delle carte più apprezzate dall’economia di esportazione elvetica per accrescere la propria competitività. Quest’ultimo punto vede la Svizzera in primo piano a livello mondiale, visto che Berna ha finora sottoscritto accordi di libero scambio con quasi una quarantina di Paesi. Con l’AELS – l’Associazione europea di libero scambio, che comprende oltre alla Svizzera anche

la Norvegia, l’Islanda e il Lichtenstein – il Consiglio federale ha siglato nel settembre dell’anno scorso un accordo commerciale con quattro Paesi dell’America Latina: Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. Un patto chiamato Mercosur che sarà uno dei principali argomenti al centro del dibattito politico autunnale, perlomeno per quanto riguarda la politica economica del nostro Paese. E qui val la pena di ricordare che nel giugno scorso il Consiglio Nazionale ha deciso di bocciare questo accordo, che aprirebbe alle esportazioni svizzere un mercato di 270 milioni di abitanti. Dopo la pausa estiva il confronto politico riparte dunque da questo

Errata corrige Sull’edizione del 29 luglio, nell’articolo dedicato a La Svizzera e le nuove rotte della droga abbiamo erroneamente scritto che nei tre scali commerciali (porti) di Basilea città e campagna «… giungono annualmente cinque tonnellate di merci, ciò che equivale al 10% di tutte le importazioni elvetiche». In realtà giungono cinque milioni di tonnellate di merci l’anno. Ci scusiamo con lettori e lettrici.

primo «no» del Nazionale, scaturito da quella che viene chiamata un’«alleanza contro natura», formata da socialisti e verdi da una parte e da deputati dell’UDC e del Centro dell’altra. In autunno si capirà se l’opposizione emersa al Nazionale si riprodurrà anche al Consiglio degli Stati. La sinistra ritiene che questa intesa rischierebbe di favorire il commercio di beni prodotti senza tener conto dei diritti dei lavoratori e della protezione dell’ambiente. L’opposizione di una parte dell’UDC e del Centro è invece legata ai prodotti agricoli in arrivo dall’America Latina. Questo fronte teme un’ulteriore pressione sul settore primario elvetico, visto che questi scambi saranno facilitati da una netta riduzione dei dazi doganali. Proprio per questo motivo la lobby agricola aveva chiesto misure di compensazione pari a 880 milioni di franchi per gli anni dal 2028 al 2035, fondi che il Nazionale ha però deciso di non accordare. Un rifiuto che ha portato poi alla bocciatura di tutto l’accordo, malgrado un lungo intervento in aula di Guy Parlmelin. Molto vicino al mondo agricolo per il suo passato di viticoltore, il ministro vodese ha ricordato che questo è uno dei maggiori accordi commerciali siglati dalla Svizzera, dopo quelli con l’Unione europea e con la Ci-

na. Permetterà alla quasi totalità delle merci svizzere di accedere ai Paesi del Mercosur senza dover pagare dazi doganali, dazi che oggi per alcuni prodotti possono essere molto elevati, e raggiungere anche il 35%. Il ministro dell’economia, che è membro dell’UDC, ha ammesso che per alcuni prodotti agricoli in arrivo dai Paesi Mercosur sono state fatte delle concessioni, ad esempio per quanto riguarda la carne, il vino e i cereali da foraggio. Concessioni che però rappresentano meno del 2% del consumo svizzero di questo tipo di beni.

Il Consiglio Nazionale ha deciso di bocciare questo accordo, che aprirebbe alla Svizzera un mercato di 270 milioni di abitanti «Questo accordo non provocherà un aumento della concorrenza per i nostri agricoltori», ha sottolineato Parmelin, che ha anche ricordato come l’intesa siglata con i Paesi del Mercosur preveda importanti disposizioni per quanto riguarda i diritti dei lavoratori e la protezione dell’ambiente. Parole che però non sono riuscite a fare breccia, l’accordo Mercosur ha dovuto incassare il rifiuto del Consiglio nazionale. E così, malgrado la pausa estiva, in

vista del dibattito agli Stati si stanno già muovendo diverse pedine, a suon di interviste e comunicati stampa. Il mondo economico sottolinea l’importanza di questo tipo di accordi, soprattutto in un periodo in cui l’imprevedibilità di Donald Trump rischia di fare molto male alle esportazioni del nostro Paese. A sinistra, con il sostegno di diverse organizzazioni umanitarie, si mette l’accento sulla necessità di rispettare i diritti sociali e la protezione dell’ambiente, le disposizioni previste dall’accordo non sarebbero sufficienti. Mentre il mondo agricolo mantiene la sua opposizione di fondo. Lo scontro rimane dunque aperto, anche perché c’è chi minaccia di lanciare un referendum contro Mercosur, come del resto è stato fatto in queste settimane contro un altro accordo di libero scambio, quello con la Malesia. Senza dimenticare che anche l’Unione europea dispone di un patto del genere con i Paesi dell’America Latina, già entrato in vigore, seppur provvisoriamente. E questo rappresenta una sfida concorrenziale ulteriore per l’economia svizzera. Sì, la pausa estiva è ormai agli sgoccioli: esportazioni, dazi e accordi internazionali faranno di certo ancora molto discutere, nella speranza, ripetendo le parole di Karin Keller Sutter a Mendrisio che «non ci venga il capogiro».


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La vita nascosta di Ivié a Ceuta

La testimonianza ◆ La 32.enne senegalese è rimasta bloccata nel territorio spagnolo sperando di poter partire Angela Nocioni

Ivié vive nell’ombra. A 32 anni, dopo aver lasciato il Senegal, si nasconde a Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa del Marocco, grazie all’aiuto di sconosciuti. È una delle persone rimaste bloccate qui dopo le giornate del 30 e 31 luglio, quando migliaia di migranti hanno tentato di raggiungere l’Europa attraversando il confine. La sua unica certezza è un numero di telefono imparato a memoria: quello della sorella che vive a Roma. Chiede il permesso di fare una telefonata, poi un’altra. Infine accetta di raccontare la sua storia.

Migranti che hanno attraversato il confine con la Spagna dal Marocco si radunano attorno a un falò su una spiaggia dell'enclave spagnola di Ceuta. (Keystone)

Non ho mangiato per due giorni, avevo paura a rivolgermi a chi vive qui. Ma proprio alcuni locali mi stanno proteggendo «Sono arrivata a Ceuta con un gruppo di venti persone», esordisce. «Mi hanno chiesto di non dire come siamo arrivati. Eravamo tutti neri, c’erano anche dei nigeriani e una donna incinta del Mali. Non so cosa sia successo: mi sono ritrovata improvvisamente in mezzo a migliaia di persone che correvano. Dicevano: “Stanno sparando”. Nel fuggi-fuggi ho perso la famiglia nigeriana con cui avevo fatto l’ultima parte del viaggio. Erano tutti neri quelli che scappavano, tutte persone come me. Non ho mangiato per due giorni, non sapevo a chi chiedere aiuto, avevo paura di rivolgermi a chi vive qui. Tre donne come me, con due bambini piccolissimi, che si nascondevano insieme a me, mi hanno detto che nessuno aveva dato loro acqua, cibo o latte per i bimbi. E loro avevano anche dei soldi per pagare. Io non ho più nulla. Mi sono nascosta dietro due grate appoggiate l’una sull’altra, al buio dietro una casa. Alla fine ha vinto la sete e la stanchezza e mi sono addormentata. Mi ha vista un uomo che vive lì accanto. Mi ha indicato la porta di casa sua ma io avevo paura di essere uccisa. Volevo scappare ma non riuscivo ad alzarmi. Deve essere arrivata una donna con sua figlia. Ho ricordi confusi perché credo di essere svenuta. Mi hanno portato dentro casa e da al-

lora mi stanno nascondendo loro. Sono locali, sì. Sono di qui. Non tutti sono cattivi». Da allora Ivié non esce più. «Sono rimasta in strada due giorni e una notte soltanto. Degli altri come me so quello che mi raccontano qui in casa. Io resto qui, ho paura. Stanno passando uomini armati che portano via tutti quelli che trovano. Io sono sola, non so cosa fare e anche questa famiglia non lo sa. Dicono che ci sono persone che portano acqua di nascosto in piccole borse e che cercano i neri nascosti per darla loro, ma hanno paura di essere visti. Dicono che i militari sono molto cattivi. Vicino a questa casa, mi hanno raccontato, qualcuno ha installato un grande cancello, una barriera. Non sono stati i proprietari della casa ma i militari e loro non possono spostarla. Se vengono a cercare i neri casa per casa

I numeri dei rifugiati

mi trovano. Qui non c’è un posto dove nascondermi. Se entrano i militari, mi trovano e mi portano via». Ivié racconta di essere entrata a Ceuta nelle ore in cui la città è stata travolta da un afflusso senza precedenti di migranti provenienti dal Marocco, oltre 70 mila secondo le autorità spagnole. Molti hanno raggiunto l’enclave attraverso l'area di frontiera di El Tarajal. In poche ore le strade di Ceuta si sono riempite di migliaia di persone in cerca di un riparo o di una via per proseguire verso l’Europa continentale. Per molti, però, la città si è trasformata in una trappola. L'esercito ha riportato oltre confine gran parte delle persone entrate. Della maggior parte dei migranti riportati in Marocco si perdono rapidamente le tracce. I Governi parlano di rimpatri e trasferimenti lontano dalla frontiera, ma ricostruirne i per-

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Ivié aggiunge: «Qui in casa dicono che non è normale riuscire a entrare in così tanti. Raccontano che tra i migranti c’erano anche marocchini che indicavano dove e quando pas-

35,6 milioni

sono gli sfollati interni (Fonte: IDMC, dati aggiornati alla fine del 2025)

sono i rifugiati sotto il mandato dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), le persone in situazione analoga a quella dei rifugiati e altre persone bisognose di protezione internazionale

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Ho visto uomini che non erano neri come me e sembravano conoscere bene la strada. A uno ho chiesto dell’acqua: mi ha sputato in faccia

68,7 milioni

117,8 milioni Il numero di persone sfollate con la forza in tutto il mondo alla fine del 2025 a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.

corsi è tutt’altro che semplice. Il bilancio delle vittime è pesante. Mentre i dati continuano a essere aggiornati, varie ricostruzioni giornalistiche parlano di almeno un’ottantina di morti (settimana scorsa), molti dei quali deceduti nel tentativo di raggiungere la città via mare.

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6 milioni

sono richiedenti asilo

sono i rifugiati palestinesi sotto il mandato dell’UNRWA, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi

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Ultimo aggiornamento: 11 giugno 2026 / Fonte: https://www.unhcr.org/refugee-statistics

sare per entrare». Una testimonianza raccolta dal «New York Times» sembra avvalorare l’ipotesi della presenza di persone incaricate di favorire l’attraversamento del confine. Chiedo a Ivié se abbia parlato con qualcuno che non fosse africano poco prima dell’arrivo a Ceuta. «Non lo so. Ho visto degli uomini che non erano neri e che sembravano conoscere bene la strada. Ma non so chi fossero né da dove venissero. A uno di loro ho chiesto dell’acqua. Mi ha sputato in faccia».

Normalità, una parola grossa Il Governo Sánchez, alcuni giorni dopo le prime immagini dell’arrivo di massa, ha sostenuto che la situazione stesse tornando alla normalità. Ma normalità è una parola che a Ceuta suona relativa. Ivié racconta infatti che gli sconosciuti che la nascondono continuano a riferirle di nuovi arrivi dal Marocco e di persone che cercano ancora di raggiungere l’Europa. Nel frattempo, immagini diffuse da media spagnoli mostrerebbero migranti intercettati dalle forze di sicurezza subito dopo l’arrivo via mare. Secondo alcune ricostruzioni, le autorità spagnole starebbero cercando di evitare che gli sbarchi via mare si traducano automaticamente nella possibilità di presentare domanda di protezione sul suolo spagnolo (nonostante la Corte Suprema di Madrid abbia stabilito che i respingimenti sommari immediati non si applicano a chi raggiunge a nuoto le enclavi di Ceuta e Melilla, poiché il mare non è una barriera fisica di confine).

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azione

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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXIX 12 agosto 2026

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azione – Cooperativa Migros Ticino

ATTUALITÀ

«La disunione europea ha fallito»

L’intervista ◆ Paolo Ruspini: per affrontare le sfide delle migrazioni servono visioni strategiche, non muri o soluzioni improvvisate Romina Borla

della frontiera tra Bielorussia e Polonia. Già da tempo Aleksandr Lukashenko minacciava di utilizzare la leva migratoria nei confronti dell’Unione. A un certo punto vennero attratti migranti dal Medio Oriente e dall’Africa verso la Bielorussia, per poi spingerli verso il confine polacco. Da quella vicenda emerse il concetto di «guerra ibrida». Ceuta presenta diversi punti di contatto con queste crisi. In tutti i casi, la pressione migratoria viene deliberatamente canalizzata e sfruttata a fini politici.

A caccia di consenso elettorale

Keystone

La crisi di Ceuta riporta al centro il tema delle frontiere esterne dell’Ue. Al di là dell’emergenza, che cosa rivela questa vicenda sulla capacità dell’Europa di gestire i flussi migratori? Lo abbiamo chiesto all’esperto di migrazioni internazionali Paolo Ruspini, professore associato all’Università Roma Tre. «Guardo con un certo scetticismo e con senso critico a quello che l’Ue di oggi, o meglio la “disunione europea”, sta facendo», esordisce. «Molte istituzioni europee sono sempre più influenzate da orientamenti politici che virano a destra, verso posizioni populiste e indicano soluzioni di corto respiro, lontane dall’originario spirito umanitario della Ue. L’Europa ha dimostrato la propria incapacità di gestire un tema epocale come quello migratorio. Se guardiamo a quanto emerso dal vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Ue, convocato dopo la crisi di Ceuta, ritroviamo ancora una volta i soliti mantra: rafforzamento delle frontiere esterne, rimpatri e collaborazione con i Paesi terzi». Per quanto riguarda il primo aspetto, spiega l’intervistato: si continua a investire risorse in tecnologie e strumenti di controllo che, a lungo termine, «risultano deleteri e non risolvono il problema di fondo». Sui rimpatri si sono spese molte parole, «molto meno sugli effetti collaterali che queste politiche producono nei Paesi di origine e lungo le rotte migratorie». Poi c’è la collaborazione con i Paesi terzi, che significa trasferire fuori dai confini dell’Unione una parte della gestione dei migranti, attraverso hub e centri realizzati in Paesi come l’Albania o, nel caso britannico, il Ruanda. «Possiamo parlare di una vera e propria esternalizzazione, se non addirittura deterritorializzazione, delle politiche migratorie e dell’asilo nazionali ed europee», osserva Ruspini. I casi citati sono emblematici. «Si investono centinaia di milioni di euro per spostare all’esterno quello che si considera un problema, senza però intervenire sulle cause profonde delle partenze: povertà, disuguaglianze, instabilità politica, conflitti e mancanza di opportunità

economiche nei Paesi d’origine». Alla base – sostiene l’esperto – permane una logica post-coloniale: da una parte l’Europa, dall’altra i cittadini dei Paesi terzi. Nel frattempo si continua ad alternare soluzioni intergovernative e misure emergenziali, «mentre manca una vera risposta comunitaria di lungo respiro». Gli esempi di assenza di solidarietà europea sono numerosi, sottolinea. «Anche la posizione italiana, ridicola, di sospendere Schengen rientra in questa logica. Misure simili sono già state adottate in passato da diversi Stati europei, come per esempio la Francia verso l’Italia, durante periodi di forte pressione migratoria lungo la rotta mediterranea». Quanto pesano le condizioni socioeconomiche del Marocco nella crisi di Ceuta? Moltissimo, crede il nostro interlocutore. «Ci troviamo di fronte a migliaia di giovani che spesso non lavorano e non seguono percorsi di formazione. La mancanza di prospettive spinge molti a “bruciare la frontiera”, cioè a tentare di attraversarla per sfuggire alla precarietà e costruirsi un futuro altrove». Per Ruspini, però, fermarsi

alle sole motivazioni economiche sarebbe un errore.

Precedenti significativi Per comprendere quanto accaduto bisogna allargare lo sguardo al contesto regionale. Nella crisi di Ceuta entrano infatti in gioco i rapporti tra Spagna, Marocco e Algeria, la questione energetica e il dossier del Sahara Occidentale. Sullo sfondo vi sono «squilibri economici, sociali e geopolitici profondi che l’Europa continua a sottovalutare». L’emergenza può anche essere stata contenuta, ma a sud delle frontiere europee restano evidenti problematiche demografiche, di crescita e sviluppo a lungo trascurate o mal interpretate, «una situazione che, almeno in parte, le stesse politiche europee hanno contribuito ad aggravare». C’è poi un ulteriore elemento. Negli ultimi anni la migrazione è stata utilizzata più volte come strumento di pressione politica e, secondo l’intervistato, anche Ceuta rientra in questa dinamica. «Quando si vedono movimenti di

queste dimensioni è difficile non riconoscere una qualche forma di orchestrazione». Quanto accaduto potrebbe essere interpretato come un segnale inviato da Rabat a Madrid. Il messaggio sarebbe chiaro: ogni riposizionamento strategico della Spagna nell’area rischia di avere un costo immediato in termini di peso migratorio e stabilità dei rapporti bilaterali. Quali sono i precedenti più significativi? «Nel 2015 la cosiddetta rotta balcanica divenne il principale percorso verso l’Europa per una moltitudine di persone in fuga dalle guerre in Siria, Afghanistan e da altre aree di crisi del Medio Oriente. La pressione mise in evidenza tutte le divisioni europee: alcuni Paesi dell’Europa sud-orientale e “cristiana-ortodossa” con una significativa storia migratoria alle spalle chiusero le frontiere a flussi misti di origine islamica, altri costruirono recinzioni e adottarono misure unilaterali. Nel 2016 l’accordo tra Ue e Turchia contribuì a ridurre drasticamente gli arrivi, ma lasciò aperte numerose questioni umanitarie e politiche». Un altro esempio – ricorda Ruspini – è quello

Tornando alla vulnerabilità dell’Europa, per l’intervistato è in larga misura il risultato delle politiche che essa stessa ha adottato negli ultimi anni. «Come detto l’Ue continua a investire ingenti risorse nel controllo delle frontiere esterne senza intervenire in modo efficace sulle cause profonde delle migrazioni. Prevale spesso una logica securitaria, che offre risposte immediate e consenso elettorale, ma trascura la complessità del fenomeno». Le tre parole chiave sono incapacità, vulnerabilità ed emergenza, osserva: incapacità di elaborare una strategia comune, vulnerabilità generata da politiche di corto respiro e ricorso costante alla retorica dell’emergenza. «A ciò si aggiunge una percezione spesso distorta del fenomeno migratorio da parte dell’opinione pubblica europea, che tende a sovrastimare la presenza degli stranieri». A pagare il prezzo più alto sono sempre le persone migranti, afferma Ruspini. «Parliamo di una generazione di giovani disillusi – di esseri umani in fuga da guerre e conflitti endemici – ma anche di donne, bambini e famiglie che cercano con fatica il proprio posto nel mondo». Vie d’uscita? «Una risposta di lungo periodo passa anche dalla formazione delle nuove generazioni: serve più consapevolezza delle cause che alimentano le migrazioni e una maggiore capacità di leggere il fenomeno, al di là delle semplificazioni e delle crisi del momento».

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Cosa succedeva quando sono nata, il 9 maggio 1945

«Le forze della democrazia costruttiva hanno avuto ragione su quelle della dittatura, dell’imposizione, del razzismo ad oltranza, del settarismo religioso, della menzogna elevata a ragione di Stato». Cara Heidi, la Seconda guerra mondiale sul nostro Continente termina proprio un giorno prima che tu nascessi: l’8 maggio 1945, con la resa incondizionata della Germania nazista, ed è proprio questo il tema forte del numero di «Azione» dell’11 maggio 1945. Con il «Victory Day – giorno della vittoria – celebrato con austere cerimonie nelle capitali alleate», «si chiude uno dei capitoli più neri della storia europea». Già, perché il Giappone non si è ancora arreso: il conflitto prosegue infatti nel Pacifico per quasi quattro mesi e solo il 2 settembre, dopo le bombe atomiche su Hiroshima e

Keystone

Una mia amica è nata alla fine della guerra, il 9 maggio 1945. Se ne vantava quando eravamo alla scuola elementare! Si chiama Heidi, è un’insegnante pensionata, ama l’opera lirica. Mi piacerebbe farle avere il vostro dono. (Anna)

Nagasaki, si arriva alla cessazione definitiva delle ostilità. Ma torniamo a casa. Dal giornale traspare un enorme sospiro di sollievo e una forte voglia di vita. Si guarda alla ricostruzione, alle «città che risorgeranno, contrade che rivedranno sorgere nuovamente fiori ed alberi». E c’è un’urgenza su tutte: «Sia dato lavoro alle braccia che finora hanno dovuto

sostenere fucili e mitragliatori». Da noi viene annunciata la soppressione dell’allarme antiaereo. In Ticino si sparano fuochi d’artificio. Le scuole chiudono, al personale statale viene concessa una vacanza e in tutto il Cantone si tengono cerimonie e manifestazioni. Non sempre ordinate: alcune «hanno dato luogo a gazzarre per cui ha dovuto intervenire la polizia». A Locarno, Lugano e Bellinzona «ci si è voluto sfogare coi fascisti, ricordando i tempi in cui costoro intendevano già farla da padrone in casa nostra». Su «Azione» non manca nemmeno una frecciata a chi cambia improvvisamente bandiera: «Ora che la torta è mangiabile, alla tavola antifascista si siedono anche certi messeri che se avessero un minimo di pudore resterebbero nell’ombra». L’edizione citata ricorda anche il tentativo di Rachele Mussolini e dei figli Romano e Annamaria di entrare in Svizzera da Chiasso. Vengono respinti perché le autorità «temevano che tra le persone potesse trovarsi nascosto, mimetizzato, camuffato, Benito Mussolini». Si riferisce inol-

tre dell’atterraggio di alcuni velivoli con disertori tedeschi, tra cui uno a bordo del quale si trovava il Gran Muftì di Gerusalemme, collaboratore del regime nazista, subito rispedito oltrefrontiera. Con la fine della guerra non terminano però i problemi. «Azione» sottolinea le difficoltà legate all’«occupazione del Reich» e alla gestione di «10 milioni di prigionieri tedeschi». Anche la Svizzera continua a fare i conti con la scarsità di derrate alimentari e con il razionamento dei beni di prima necessità, distribuiti mediante tessere. Nell’Angolo della massaia il settimanale indica le quantità consentite per prodotti come formaggio, carne, strutto, miglio e polvere d’uova. Ma c’è anche chi prova a fare il furbo. Un articolo racconta del mercato nero, «un attentato alla sicurezza economica del Paese»: ovvero chi vende o acquista merci senza tessere, falsifica documenti di razionamento, nasconde scorte o macella animali da rivendere a prezzi maggiorati. Un comportamento che, scrive

di Romina Borla e Giudi «Azione», è come quello di «un soldato di una piazzaforte stretta d’assedio, il quale intacca le scorte di viveri per aumentare la propria razione, danneggiando i camerati». Infine troviamo riportato un episodio che oggi fa sorridere amaramente. Una donna delle campagne zurighesi scrive al giornale, spiegando che la sorella conserva ancora alcuni attrezzi da falegname del marito defunto, «nonché due carabine e altro che vorrebbe offrire al Dono Svizzero», l’organizzazione umanitaria nata nel 1944 per soccorrere le popolazioni europee colpite dalla guerra con viveri, medicinali e aiuti per la ricostruzione. La risposta del redattore è molto significativa: «Oh, le pialle e gli altri utensili da lavoro, sì. Quanta gente ne vorrebbe avere per riassestare in qualche modo la casa in rovina! Ma le carabine… per le vittime della guerra… Basta con le armi». Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno».


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azione – Cooperativa Migros Ticino

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ATTUALITÀ

Il Mercato e la Piazza

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di Angelo Rossi

Bally, che cosa resta di un marchio storico? ◆

Le cronache economiche del Cantone di inizio estate sono state animate dai comunicati sulla fine dell’avventura Bally in Ticino, una fabbrica di scarpe che aveva iniziato la sua attività poco oltre la metà del secolo XIX nel Canton Soletta. Con il passar del tempo e l’evolversi del reddito e dei gusti dei consumatori, Bally era diventata una delle marche svizzere forse più conosciute dell’industria del lusso. Non senza però aver superato diversi alti e bassi nei 175 anni della sua lunga storia. In Ticino, più precisamente a Caslano, Bally è arrivata alla fine del secolo scorso con l’intenzione dichiarata di voler sviluppare, anche nella nuova localizzazione, un’importante attività. Mi ricordo che, in qualità di direttore della SUPSI, ebbi allora un contatto con un dirigente dell’azienda che cercava non uno o un paio, ma addirittura dieci ingegneri elettronici. La nuova

Bally di Caslano non era quindi priva di ambizioni e guardava con fiducia al futuro. Ora sappiamo invece che, nel giugno del 2026, il Tribunale cantonale di Zugo ha concesso a Bally una moratoria concordataria provvisoria per eccesso di indebitamento. Questo non significa che l’attività di Bally sia giunta al capolinea. Il futuro resta però incerto, anche se si spera che l’azienda possa evitare il fallimento. Sarebbe triste assistere alla scomparsa di uno storico marchio nato a Schönenwerd, nel Canton Soletta, che per oltre un secolo ha occupato un posto di rilievo nel mercato mondiale delle scarpe di lusso e degli accessori. Da allora l’attività di Bally è stata marcata soprattutto dai continui trapassi di proprietà. Nel 1977 la ditta venne ceduta dal finanziere Werner K. Rey, che l’aveva appena comperata, alla Holding Oerlikon-Bührle che la rivendette poi, nel 1999, alla società

Affari Esteri

di partecipazioni Texas Pacific Group (TPG). Quest’ultima cedette la ditta, che, nel frattempo, aveva portato la sua sede a Caslano, nel 2008 al Labelux Group, società per i beni di lusso della Holding Joh. A. Benckiser, una delle maggiori società di investimento nel campo dei beni di consumo, con sede nel Lussemburgo. Ma le mutazioni di proprietario non finiscono qui. Nel 2018 fu annunciata la vendita di Bally ai cinesi di Shandong Ruyi, ma nel 2024 il marchio è stato acquisito dalla società di partecipazioni (Private-Equity Investment Society) americana Regent LP, ossia all’attuale proprietario. Quelle che hanno acquistato Bally nel corso degli ultimi 50 anni sono società finanziarie: società alla caccia di ditte da spremere. Esse acquistano società in difficoltà, cercano di rilanciare l’attività, se le tengono per qualche anno, per poi poterne spremere il

succo, rivendendole a un’altra società di partecipazioni, la quale ricomincerà il processo. Per la ditta, così contesa tra le finanziarie, il trend di lungo termine è sempre inclinato verso il basso. A furia di spremere, nella ditta che continua a cambiare di proprietà, non rimarrà nulla. Il fatto poi che la ditta venga ribaltata, come la palla su un campo da tennis, da una società all’altra, non facilita certo la ricerca di soluzioni. Si parla sempre di ristrutturazioni ma nessuno dei proprietari che si sono succeduti alla guida di Bally è riuscito a trovare una soluzione per raddrizzare la barca. Negli ultimi decenni Bally ha risposto alle difficoltà del mercato del lusso soprattutto con tagli ai costi. Ha trasferito sede e produzione in Ticino per beneficiare di manodopera meno cara e di condizioni fiscali e logistiche favorevoli. Oggi, però, si trova in moratoria concordataria. Per Bally, come

detto, il momento è difficile. Ma non è detto che la ditta sia priva di futuro. Il suo futuro non sarà però più nella produzione o nella vendita di prodotti di lusso. In aprile di quest’anno è stata infatti costituita la Bally Holdings GmbH, una nuova società che si propone di gestire licenze per la proprietà intellettuale di ogni genere ma in particolare per marche, nomi commerciali, design, diritti d’autore, patenti ecc. In futuro la Bally non venderà quindi più scarpe ma il disegno delle scarpe e, se esiste, la patente per questo disegno. Il suo possibile futuro è dunque nel commercio di diritti su quella che, un tempo, fu la sua produzione. Da Caslano questa attività si sviluppa meno facilmente che da un polo finanziario come è Zugo dove, nel giugno di quest’anno, Bally ha trasportato la sua sede. Gli ultimi dipendenti di Caslano dovranno lasciare la ditta per la fine di agosto.

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di Paola Peduzzi

El-Sayed e le spaccature dei democratici Usa ◆

Per mesi, l’establishment del Partito democratico Usa aveva lanciato allarmi: il dottor Abdul El-Sayed, esponente radicale e pugnace del Michigan che non aveva mai vinto un’elezione, avrebbe fatto molta fatica a conquistare un seggio al Senato in uno Stato in bilico che i democratici non possono permettersi di perdere alle elezioni di metà mandato di novembre. La governatrice del Michigan, molti parlamentari, il procuratore generale si erano schierati con la sua avversaria alle primarie, la deputata Haley Stevens, centrista di un collegio in bilico. Lei sì che avrebbe potuto vincere una delle sfide più combattute, perché in Michigan Donald Trump ha vinto due volte. Ma alle primarie del 4 agosto, una risicata maggioranza degli elettori ha deciso di votare per il candidato più radicale, più giovane, più esplicito. El-Sayed rappresenterà forse la sfida

più decisiva per l’ala più di sinistra in ascesa nel Partito democratico: può un candidato anti-establishment, contrario alle oligarchie, a Israele, alle riforme moderate, vincere in uno Stato perennemente indeciso? È una domanda che ci si pone in Michigan ma di risonanza nazionale perché la sua risposta condizionerà la scelta del candidato che nel 2028 dovrà cercare di sconfiggere il trumpismo o il post trumpismo. El-Sayed offrirà il primo banco di prova, alle elezioni generali, delle teorie contrapposte che i democratici discutono da quasi un decennio. Da quando il senatore Bernie Sanders esplose sulla scena nazionale nel 2016, i più radicali sostengono che la via del partito verso la vittoria passi per un’agenda economica populista capace di attrarre un’ampia coalizione di elettori della classe lavoratrice. I centristi ribattono che proposte del genere allontanano gli elettori moderati che

Il presente come storia

il partito deve convincere per riconquistare le aree in cui ha perso terreno negli ultimi anni. Il risultato risicato lascia intravedere quanto sia difficile questa sfida già a novembre, quando El-Sayed affronterà l’ex deputato Mike Rogers, un repubblicano che lasciò il Congresso nel 2015. El-Sayed entra nelle elezioni generali senza un mandato forte dei democratici, dopo che più della metà degli elettori delle primarie ha votato per altri candidati. Ha ottenuto i risultati migliori nelle aree più ricche e giovani del Michigan, mentre Stevens ha fatto meglio nelle aree con una maggiore presenza di elettori neri e della working class. L’esito ravvicinato ha messo in luce la frattura tra un movimento più radicale rumoroso e presente online, che ha sostenuto il El-Sayed, e molti degli elettori che costituiscono la spina dorsale del partito negli Stati in bilico. El-Sayed presenta la propria candi-

datura come qualcosa di più grande delle ivisioni di partito. È orgoglioso della propria capacità di resistere agli attacchi finanziati da organizzazioni esterne a sostegno di Stevens. Non siamo uno Stato «viola», ha detto, ma «uno Stato che ha bisogno di un movimento per riprendersi la propria politica», inshallah, ha aggiunto. Se dovesse vincere a novembre, sarebbe il primo senatore musulmano della storia americana. I democratici devono mantenere questo seggio per avere riconquistare il controllo del Senato. Con i repubblicani con 53 seggi, i democratici devono strappargliene 4 e mantenere tutti i propri per ottenere la maggioranza: il Michigan è il seggio in mano democratica più a rischio di passare ai repubblicani. Nessun repubblicano ha vinto nella corsa al Senato negli ultimi tre decenni, ma Rogers ci è andato vicino: due anni fa aveva perso contro Elissa Slotkin, ma

di pochissimo. La falla si è aperta, ElSayed la saprà chiudere? Nei sondaggi prima delle primarie aveva un vantaggio oltre i dieci percentuali, alla fine gliene è rimasto uno soltanto. L’ondata dei democratici socialisti non è uniforme, né ancora travolgente, ma c’è. L’ala moderata è sotto accusa per non aver saputo attirare i più giovani tra i democratici né per combattere Trump. L’allarme dell’establishment è vissuto come un grido di morte di un mondo in declino, il lamento di una proposta politica in esaurimento, ma proprio il Michigan, invece che fornire una risposta a un dilemma di anni, potrebbe rivelarsi una trappola. Se ElSayed perde a novembre, le speranze di ottenere una maggioranza al Senato di Washington si azzerano. Se vince, i democratici potrebbero convincersi che la formula socialista è quella che può portarli alla Casa Bianca – e questa, forse, è un’illusione.

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di Orazio Martinetti

Crans-Montana e il prezzo del lusso alpino ◆

Sulla tragedia di Crans-Montana già stanno uscendo i primi libri: racconti e testimonianze di ustionati e soccorritori. Fin dall’inizio si è capito che il rogo avrebbe innescato una reazione a catena destinata ad allargarsi alla politica e alla diplomazia. Veemente è stata ad esempio la reazione dell’Italia, e ancora adesso molti osservatori si interrogano sulle ragioni di tale comportamento, rispetto ad esempio alla Francia. Si è evocato l’orgoglio nazionale da risvegliare ed affermare, in una fase in cui divampava lo scontro politico sul referendum che intendeva riformare la giustizia; si è parlato di una diversa incidenza sull’opinione pubblica dei fatti di sangue e della cronaca nera, argomenti molto presenti nelle reti pubbliche e private (v. delitto di Garlasco); si è ribadito che in Italia non esistono l’anonimato e il riserbo, ovvero quella riservatezza che, bisogna dirlo, rende assai opa-

ca l’informazione nel nostro Paese. Tutto questo ha indispettito le autorità vallesane, che si sono ritrovate sotto una costante pressione. E com’è noto, quando le accuse (di inefficienza, inadempienza o collusione) aumentano, la risposta può assumere le vesti della ripicca indignata. In trappole come questa non bisogna cadere, perché i tribunali dei popoli, convocati nelle piazze con al centro la forca, non sono mai garanzia di equa giustizia. Ciò premesso, sarebbe assai grave se dal rogo di Crans-Montana non venisse tratta alcuna lezione per l’avvenire, in termini di vigilanza, prevenzione, sicurezza, controlli; sui limiti del nostro «federalismo giuridico» che rende tutto più lento e macchinoso. C’è però dell’altro. L’inferno al Constellation ha riportato al centro gli interessi in gioco e le modalità di gestione del comune, che gli osservatori più attenti giudicano perlomeno po-

co trasparente. Recentemente ci è capitato di leggere un saggio di Andrea Membretti: Diventare montanari. Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte (ed. People). Membretti è un sociologo che per alcuni mesi ha deciso di soggiornare proprio nella località vallesana per svolgere un’inchiesta su quali fossero i pregi e le attrattive di Crans-Montana, com’era cresciuta negli anni, fino a diventare l’attuale «luxury resort», abitato da pensionati benestanti e da professionisti cosmopoliti in fuga dalle città surriscaldate ed inquinate. Le sue interviste mettono in luce aspetti diversi, oltre al prestigio di risiedere in una stazione sciistica rinomata. C’è chi appunto è salito in quota per sfuggire alle ondate di calore; chi ama le alte vette, i ghiacciai (che però si stanno contraendo a vista d’occhio), la mondanità, i ristoranti stellati e il curatissimo campo da golf; chi cerca riservatezza e vita ap-

partata, una tendenza che la pandemia ha accelerato, e c’è chi infine ha scelto di lavorare da remoto, sfruttando gli ottimi servizi che Crans-Montana offre: connessioni digitali veloci, collegamenti comodi con il fondovalle, vicinanza con l’aeroporto di Sion. Certo, e Membretti lo sottolinea più volte nel suo testo: Crans-Montana non è per tutti, anzi è per pochi. Questa è una montagna ricca riservata alla «upper class», alla classe agiata, che non ama confondersi con chi deve fare i conti ogni mese con bilanci familiari sofferenti. La qual cosa ha generato un’alta speculazione edilizia (i mastodontici condomini a foggia di chalet con i gerani ai balconi) ed incrementato il potere del ceto politico locale e degli immobiliaristi. Un potere che sull’onda della crescente ricchezza del luogo ha dimenticato, o trascurato, alcune regole fondamentali, come la verifica dei sistemi di si-

curezza dei locali pubblici. Andava tutto bene, finché non è accaduto il disastro di San Silvestro. Sappiamo che le montagne non sono tutte uguali. Membretti parla di «gentrificazione alpina, ovvero l’appropriazione del territorio da parte delle classi urbane più agiate». Le più fortunate hanno potuto beneficiare di ingenti investimenti, com’è stato il caso per Andermatt, che sulla carta non sembrava poter competere con l’Engadina. Altre sopravvivono grazie alle case secondarie; altre ancora decadono: porte e finestre sbarrate, tetti sfondati, popolazione residente sempre più anziana, scuole e botteghe chiuse, servizi ridotti all’osso e comunque lontani. Destini divergenti, che segmentano l’arco alpino in isole di opulenza, in vallate che ostinatamente non si rassegnano allo spopolamento e infine in aree depresse, condannate ad un lento ma inesorabile declino.


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CULTURA ●

Un premio che vale una carriera Dai due Pardi di Gioia mia a quasi cinquanta riconoscimenti internazionali: Margherita Spampinato torna al Festival di Locarno

Gli Angeli di Paul Baumann La regista svizzera Marina Klauser firma una serie sulla comunità Methernitha di Linden, Emmental, capeggiata da «Vatti» Paul Baumann

L’alfabeto dell’origine Una storia d’amore ambientata milioni di anni prima dei Sapiens, nell’ultimo romanzo di Paolo Sortino, che intreccia antropologia e filosofia

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Guillermo Arriaga, flow e garra

Ritratto ◆ Abbiamo incontrato lo scrittore, sceneggiatore e regista messicano già candidato agli Oscar Andrea Galli

Il flow (flusso) in lingua inglese, la garra (artiglio) in lingua spagnola, flow and garra, flow y garra, d’altra parte con Guillermo Arriaga, 68 anni di Città del Messico, scrittore (da ultimo, El Hombre, edito in lingua italiana da Bompiani), sceneggiatore (21 Grammi), regista (The Burning Plain) ma a sentir lui soprattutto cacciatore (fin dall’esordio dell’adolescenza e sempre con arco e frecce), il conversare non contempla rallentamenti, deviazioni, soste di comodo. Fasi defaticanti. Disturbanti. Quindi flow, che c’arriva, in quest’ora e mezza d’incontro con Arriaga, dal campione di basket Stephen Curry, originario di Akron, Ohio, uno che da ragazzino consideravano troppo smilzo, troppo debole, troppo basso per soltanto immaginarsi un futuro glorioso: ebbene, flow (ndr. trance agonistica) è lo stato mentale di massima concentrazione e immersione totale, ogni movimento, in questo caso il tiro a canestro di Curry, 38 anni e purtroppo avviato a fine carriera, diviene fluido, naturale, automatico; un’efficace, vincente azione seriale. «Curry», dice Arriaga, un uomo placido, educatissimo, di sfacciata umiltà, «ha sublimato il flow facendo dell’allenamento, della disciplina, della cura dei dettagli una regola suprema». D’accordo, il talento e la forza di volontà. Oppure il talento e poi la forza di volontà? Quest’ultima, ripete Arriaga, è la qualità che ci determina; essa s’associa all’indole, può insomma esser congenita, essersi depositata alla nascita per pura casualità in te anziché in me, in noialtri mentre voi proprio no, per niente, spiace, non l’avrete mai, «però è l’ambiente iniziale, ovvero la famiglia, che fa fecondare. Dietro Curry c’è stato l’esempio del papà. Io stesso, di forza di volontà, ne ho molta, e l’attribuisco a mia mamma e mio padre; i miei figli, Mariana e Santiago, loro pure, hanno una prodigiosa forza di volontà». Quando Santiago aveva dieci anni, stette parecchio col papà sul set di 21 grammi, girando con una macchina fotografica, a rullino. «Si divertì e si concentrò a scattare ritratti degli attori, ne ricavammo un quaderno-album che ha conservato con amore». Nel cast, anche Benicio Del Toro e Sean Penn. Gli dico della scena mastodontica del balletto improvvisato da Del Toro, portoricano, 59 anni, in un altro film, recente, Una battaglia dopo l’altra, e Arriaga sorride, un bel sorriso sincero, generoso: «Benicio è semplicemente Benicio». E allora, già che ci siamo, l’altro divo non-divo? Lui, Penn, peraltro protagonista del medesimo film: «Sean porta dentro di sé una rabbia profonda che gli viene dalla persecuzione subìta dal padre, uno scrittore, durante il maccartismo», in

Guillermo Arriaga durante una presentazione. (Casa de América)

quell’America là, signore e signori, anni Quaranta e Cinquanta, psicosi anticomunista, delirio di massa nel timore di orde di sovversivi dannati, loro e le loro teste che funzionavano e non s’associavano al pensiero comune, sicché talenti e intellettuali ebbero le carriere, e non soltanto quelle, bruciate, la quotidianità guastata e angustiata».

Grazie alla forza di volontà, alla garra, «possiamo far sì che le circostanze sventurate ci seguano invece che schiacciarci» E questo Sean Penn, 65 anni da Santa Monica, California, il posto delle spiagge larghe all’infinito, del Pacifico dei surfisti, della popolazione di barboni che è un’emergenza sociale cronica, questo Penn ha garra? «Oh oh oh, ma è chiaro!», dice Arriaga. Garra, sostantivo che sta per artiglio, e in senso figurato indica la grinta, la capacità di non arrendersi, il coraggio, la voglia di ricominciare. D’artigliare, giustappunto.

C’è tempo, c’è tempo ancora, avevamo una fascia oraria precisa, ci sarebbe una sessione fotografica che incombe, subito dopo di noi, ma Arriaga non se ne cura, per rispetto dell’interlocutore e per piacere personale nel conoscere ed esplorare il prossimo, chiunque egli sia, domanderà scusa alla fotografa del ritardo prendendosi lui le responsabilità. Andiamo, o meglio torniamo sul corpo: senta, Arriaga, nelle sue opere il corpo degrada, sanguina, s’ammanta di sudore e sporco, viene mostrato per quello che è, per come è, nella nettezza, nel puzzare, nel marcire. Arriaga ci parla della caccia: «Soffro, soffro nell’assistere all’agonia degli animali – è così, e non ho l’abitudine a mentire. Ma grazie alla caccia mi avvicino agli unici misteri che c’interessano: quelli riguardanti la morte. L’animale si spegne, dalle viscere fuoriescono gas, tutto rimane sospeso, irrimediabilmente sospeso; senza dimenticare che grazie alla caccia posso controllare il cibo del quale mi nutro, lo conosco, lo incontro, lo esamino».

Guillermo Arriaga è divenuto grande come spettatore del cinema italiano, a cominciare da Ladri di biciclette, il 1948, il neorealismo di De Sica. In fondo s’alternano, nei testi di Arriaga, la sofferenza, i piani tragici, i personaggi marginali, un’umanità animalesca, la famiglia che si trasforma in terra di battaglia, la fragilità maschile; per Arriaga, «è consolatorio che non vi sia nulla sotto controllo», esposti come siamo agli eventi, e alle conseguenza di tali eventi, non per forza di grossa portata bensì anche minimi, finanche quasi invisibili, del peso d’un semplice soffio; ma, sempre per Arriaga, «possiamo far sì che le circostanze sventurate ci seguano invece che schiacciarci». Ognuno ha le sue sofferenze, prima o dopo, «la differenza ti deriva dalle modalità con cui gestisci il dolore». Il suo El Hombre è un viaggio polifonico su più scenari, 848 pagine che richiedono – non per il numero, non siate banali – un’onesta adesione, una piena fedeltà; con Arriaga è come andare in bici su di una salita, e piantarsi a un certo punto, piantarsi, le gambe non vanno, per niente, ma

non scendi dalla bici, giammai, anche se sei in solitudine piena, anche se non passa nessuno, non è questo, chissenefrega degli altri che magari ti vedrebbero spingere con la mano sulla sella, chissenefrega per davvero, anche se il flow è andato a farsi benedire, anche se la garra l’è bella che spremuta, succhiata oltremodo, tu non scendi, diamine, ma resisti, e ricominci a pedalare, forza, digrigna i denti, sbuffa, dànnati. Pedala, santo cielo. Nel suo essere scrittore, Arriaga attacca a scrivere, e scrive, scrive, non guarda indietro, non rilegge, prosegue fino allo sfinimento. «Avevo 13 anni, in una strada di Città del Messico venni aggredito a bastonate. Una bastonata mi centrò proprio sulla colonna vertebrale, rischiai di rimanere paralizzato, furono ore, giorni, settimane drammatiche di attesa, ricordo che non mi lasciai andare, m’aggrappai anzi all’incredibile storia che mio malgrado avevo vissuto, a differenza della maggioranza delle persone che mi circondavano, e pertanto dell’occasione, avendola vissuta, di poterla narrare in ogni singolo dettaglio».


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Grigliato

a puntino Con questa tecnica, nota anche come «butterflying», si rimuove la spina dorsale del pollo. Successivamente si apre il pollo a libro e lo si appiattisce fino a quando non giace sul tagliere quasi come una farfalla – da qui il nome. Il trucco: con delle forbici da pollame si taglia la spina dorsale su entrambi i lati della colonna vertebrale, si piega leggermente lo sterno e si appiattisce il pollo con la mano. Questa forma è perfetta per la griglia, perché il calore raggiunge contemporaneamente il petto e le cosce. In questo modo il petto rimane succoso mentre le cosce cuociono. Per insaporire, si strofina la pelle con una miscela di paprika, aglio e cipolla in polvere, zucchero di canna, sale, pepe e, a piacere, un po’ di pepe di Cayenna. A seconda delle dimensioni, il pollo va cotto alla griglia per 3545 minuti con la pelle rivolta verso l’alto in un barbecue a sfera a calore indiretto, quindi non direttamente sopra la brace. Negli ultimi minuti si gira la carne e la si fa dorare per qualche minuto direttamente sopra la brace. Chi vuole andare sul sicuro, controlla la temperatura interna con un termometro da cucina: nel punto più spesso del petto di pollo dovrebbe indicare circa 74 gradi.

Un pollo intero alla griglia è il non plus ultra. Con questi due metodi diventa succoso dentro e croccante fuori. Testo: Claudia Schmidt

La ricetta del pollo cucinato su una lattina di birra proviene dagli Stati Uniti. Per farlo, si posiziona il pollo in posizione eretta su una lattina di birra riempita a metà, che viene inserita nella cavità addominale. Sulla griglia il liquido evapora, cuocendo la carne dall’interno e assicurandone la succosità, mentre la pelle diventa croccante. Al posto della lattina di birra si può usare una teglia per pollo. A seconda dei gusti, lo si può riempire con birra, vino o succo di mela diluito. Spesso è dotato anche di una vaschetta che raccoglie il succo che fuoriesce dalla carne. Prima di cuocerlo alla griglia, si condisce abbondantemente il pollo con una miscela di spezie composta da aglio, paprika e cipolla in polvere, oltre a zucchero di canna, sale e pepe. È meglio evitare le marinate. Nel barbecue a sfera chiuso, il pollo cuoce a calore indiretto per circa 60-75 minuti, a seconda delle dimensioni. Se si solleva leggermente una coscia, il succo che ne fuoriesce dovrebbe essere limpido. A questo punto il pollo è cotto.

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CULTURA

Può un Pardo cambiare il destino di una regista?

Locarno Film Festival – 1 ◆ Un anno dopo il debutto con Gioia mia, Margherita Spampinato torna come giurata di Cineasti del Presente, là dove tutto è iniziato Manuela Mazzi

In meno di un anno è passata dal presentare il suo primo film in concorso al giudicare le opere degli altri. Margherita Spampinato è tornata al Locarno Film Festival come giurata di Cineasti del Presente, la sezione che nell’agosto scorso aveva assegnato al suo Gioia mia il Premio Speciale della Giuria CINÉ+ (che comprendeva una campagna promozionale del valore di 25mila franchi sui canali francesi, in occasione dell’uscita del film nelle sale) e il Pardo per la migliore interpretazione ad Aurora Quattrocchi. Da allora il film ha conquistato quasi cinquanta premi, tra cui due David di Donatello – quello per il miglior esordio alla regia a Spampinato e quello per la migliore attrice protagonista a Quattrocchi –, il Globo d’Oro per il miglior esordio, il Premio Flaiano per la sceneggiatura, il Premio della Critica del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani (SNCCI) e il CineKindl Award al Filmfest di Monaco. Nel frattempo, a Cannes, la regista palermitana ha ricevuto anche il Women in Motion Emerging Talent Award della Kering Foundation, riconoscimento personale accompagnato da 50mila euro destinati alla realizzazione del suo secondo lungometraggio. Con lei siamo tornati là dove tutto è cominciato, per capire quanto il passaggio da Locarno abbia contribuito a trasformare un’opera prima in uno dei debutti italiani più osservati della stagione. Margherita Spampinato, un anno dopo Locarno, che cosa è cambiato nella sua carriera? Tutto. Locarno è stato davvero il punto d’inizio di un viaggio incredibile per Gioia mia e per me. Ha dato una visibilità enorme al film facendolo viaggiare in tantissimi festival: è uscito al cinema, ancora oggi

Margherita Spampinato durante la premiazione del 2025, al Locarno Film Festival. (Locarno Film Festival)

è sempre in proiezione, e ha ricevuto molti riconoscimenti. Da allora è diventato un impegno quotidiano. Neanche immaginavo che esistessero tanti festival. E poi si sono aperte nuove opportunità. Gioia mia è un film dal budget microscopico, davvero piccolo, perché nessuno lo voleva: i produttori non ci credevano. L’abbiamo girato con pochissimi soldi. Dopo i due pardi, però, i produttori si sono fatti avanti… fare il prossimo sarà molto più facile. Questo grazie al fatto che lei ha continuato a crederci… La certezza non ce l’hai mai, per quanto tu possa impegnarti. Però io avevo una fiducia enorme nel film. Non so spiegare perché: era come quando ci si innamora. Ci credevo profondamente e sentivo che dovevo proprio farlo. Anche mio marito (ndr: Claudio Cofrancesco), che è il direttore della fotografia e uno dei produttori, era altrettanto convinto. Per questo, nonostante le difficoltà economiche, non abbiamo mai smesso di crederci. Poi il film ha trovato

il suo pubblico, è andato bene anche in sala, nel suo piccolo, e tutti questi riconoscimenti sono arrivati soprattutto come una grande dimostrazione d’affetto nei confronti del film e, di conseguenza, anche di noi. Gioia mia ha infatti trovato un pubblico ben oltre i confini italiani. Se l’aspettava? No, ed è forse la sorpresa più grande. Gioia mia è arrivato in Corea, in Giappone e in tanti altri Paesi, ad esempio sta andando molto bene in Sudamerica, e ovunque critica e pubblico hanno riconosciuto qualcosa in questa piccola grande storia. È come se il film avesse trovato un linguaggio universale. È un enorme incoraggiamento! Che cosa significa ora sedersi dall’altra parte del tavolo, dopo avere vissuto la competizione? Per me sarà un’occasione di scoperta e anche un enorme stimolo. Locarno ha sempre dato spazio a un pensiero indipendente, a un cinema che sfugge all’omologazione e ai cliché

del prodotto commerciale. Osservare queste opere è una miniera d’oro. La cosa più bella del cinema è questa: i film possono ispirarci, farci riflettere, farci osservare cose che prima non avevamo notato. Possono gettare una luce su un argomento magari marginale e renderlo improvvisamente centrale. Per me è un regalo.

un regista o un attore. Ti senti parte di un’opera d’arte. Piazza Grande è qualcosa di unico. È un luogo d’incontro che, quasi simbolicamente, non esclude nessuno. Senza togliere nulla agli altri festival, questa è una caratteristica che appartiene solo a Locarno e che mi ha colpita moltissimo.

Più precisamente che cosa cerca e valuterà di più in questi film? Uno dei motivi per cui mi ha fatto così piacere essere invitata in giuria è la possibilità di concentrarmi sulla creatività. Quando guardi tanti film, quello che ti colpisce subito è ciò che vorresti riuscire a fare anche nel tuo prossimo. Lo senti quando una storia nasce da una motivazione forte, da un’urgenza autentica. Anche se è semplice, anche se magari è imperfetta perché è un’opera prima, percepisci il motore che spinge un autore a raccontarla. E quelli, per me, sono dei tesori. È questo che spero di trovare; credo che nei Cineasti del Presente si cerchi proprio questo fuoco creativo.

All’estero quanto pesa aver vinto due Pardi? Tantissimo. Ogni volta che nomini Locarno, tutti sanno di che cosa stai parlando. E questo crea subito curiosità intorno al film.

Da dove nascono le sue storie? Dalla realtà che mi circonda. Cerco di raccontare piccole storie quotidiane che diventano emblematiche del nostro tempo. È quello che succede anche in Gioia mia: c’è una donna anziana che ha sempre vissuto apertamente la propria omosessualità e tutti lo sanno, ma soltanto con l’arrivo del bambino quella realtà assume un significato diverso. Che cosa rende Locarno unico rispetto ad altri festival? L’anno scorso ci sono arrivata da spettatrice ed è stata la prima volta che vivevo Piazza Grande. È un’esperienza culturale fortissima, ma anche profondamente inclusiva: ti senti accolto anche se non sei

In un anno ha vinto quasi cinquanta premi, eppure sembra rimasta con i piedi per terra… Non me la posso tirare: se le dicessi perché ho dovuto ritardare l’orario per questa intervista, tra mio figlio, il gatto, mia madre… E poi io continuo a fare quello che facevo prima: sono innamorata delle storie. Tutto questo affetto e tutti questi premi sono un incoraggiamento enorme, ma non li vivo come un punto d’arrivo. Anzi… Insomma, la determinazione ha avuto ragione di tutti. Verso che cosa la sta spingendo, ora? Sì. Mi occupo di cinema davvero da tanto, da sempre. Prima di Gioia mia avevo diretto due cortometraggi. Il cinema è la mia grande passione, per cui sto già scrivendo il prossimo film con lo stesso spirito con cui ho scritto Gioia mia: seguendo una storia di cui sono innamorata, senza pensare al lato commerciale. Magari questa volta senza le difficoltà economiche, anche se è vero che la creatività trova sempre la sua strada. Gioia mia è stato scritto alla luce della povertà: i limiti ci hanno costretto a inventare soluzioni che forse, con un grande budget, non avremmo nemmeno cercato.

L’ultima scuola di buone maniere in Svizzera

Locarno Film Festival – 2 ◆ Tra documentario e finzione, Mateo Ybarra porta a Cineasti del Presente un viaggio dentro Villa Pierrefeu, dove il galateo diventa una riflessione sulle convenzioni sociali e sull’emancipazione femminile Nicola Mazzi

Che cosa si nasconde dietro un sorriso impeccabile, una postura perfetta o una conversazione interessante a tavola? È questa la domanda che attraversa Small Talk, il nuovo film del regista ginevrino Mateo Ybarra (messo in concorso nella categoria Cineasti del presente del Locarno Film Festival), autore che si è sempre interrogato, in altre opere non lungometraggi, sulle istituzioni e le convenzioni sociali con uno sguardo discreto ma anche penetrante. Il cineasta mette l’attenzione su un universo quasi sconosciuto: Villa Pierrefeu, ultima scuola di buone maniere ancora attiva in Svizzera, dove donne provenienti da ogni parte del mondo imparano l’arte dell’eleganza e del galateo. La prima impressione è quella di trovarsi di fronte a un documentario. La macchina da presa segue le lezioni, registra i gesti ripetuti, osserva il modo di sedersi, di camminare, di apparecchiare una tavola o di sostenere una conversazione. Tutto sem-

Charlie (Hélène Bares), a destra, in un fotogramma di Small Talk, in concorso a Cineasti del Presente. (Foto © L’ARTIFICE)

bra appartenere alla realtà, raccontata con pazienza e senza commenti, un universo che viene rotto dall’arrivo di Charlie, interpretata da Hélène Bares. Lei è un personaggio di finzione immerso in un contesto autentico e popolato da persone reali. È attraverso il suo sguardo, le sue esitazioni e il suo progressivo confronto con un ambiente che non le appartiene

che lo spettatore scopre le dinamiche della scuola. Questa contaminazione tra realtà e finzione rappresenta l’aspetto più interessante dell’opera. Charlie diventa una sorta di corpo estraneo che mette in moto reazioni spontanee nelle altre allieve e nelle docenti, chiamate a correggerla e a guidarla. Ogni suggerimento sulla postura, sul linguaggio

o sull’atteggiamento diventa così la manifestazione di un sistema di regole sociali interiorizzato. In questo senso l’attrice si adegua molto bene al contesto tanto da inserirsi con delicatezza nel documentario fino a confondersi con esso e creando perciò un equilibrio sorprendentemente naturale. Anche lo stile visivo contribuisce a questa sensazione. La macchina da presa rimane costantemente vicina ai personaggi, quasi sempre accanto a Charlie, ma sa anche prendere le distanze, osservandola da lontano come se ne spiasse i movimenti e le conversazioni più intime. È un’alternanza che restituisce al racconto un carattere quasi antropologico, lasciando emergere le relazioni senza forzarle. Ad accompagnare le immagini interviene una colonna sonora essenziale, costruita soprattutto su percussioni e ritmi scanditi, che finiscono quasi per seguire il tempo delle lezioni e della disciplina imposta dall’istituto. Un elemento discreto ma efficace,

che sottolinea il carattere quasi rituale della quotidianità raccontata. Come nei suoi lavori precedenti, il regista osserva un’istituzione e, attraverso essa, riflette sulla società contemporanea. Dietro l’insegnamento del galateo emerge infatti una riflessione più ampia sull’idea stessa di emancipazione femminile e sul confine tra libertà personale e conformismo sociale. In conclusione, Small Talk è uno di quei film che lascia allo spettatore il compito di interrogarsi. Anche sull’ambiguità che percorre l’opera tra documentario e fiction. In questo senso Mateo Ybarra dimostra di essere uno degli autori svizzeri più interessanti nel raccontare le strutture sociali contemporanee partendo dai principi di un istituto antico ma ancora ambito come quello situato sopra Montreux. E lo fa mostrando, con precisione quasi chirurgica, le regole invisibili che orientano i nostri comportamenti quotidiani.


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CULTURA

«Vatti», controverso creatore di angeli

Play Suisse ◆ La nuova serie di Marina Klauser è stata realizzata con il sostegno di Story Lab del Percento culturale Migros Simona Sala

Ringier Schweizer Illustrierte

Non è la prima volta che una comunità nata religiosa, che dunque dovrebbe porre il bene generale come proprio traguardo ultimo, finisca in realtà per trasformarsi in luogo di abusi e vessazioni – sempre in nome di quel presunto «bene generale» di cui sopra. È la vicenda che viene raccontata anche in Il fabbricante di angeli, serie in quattro puntate della zurighese Marina Klauser presentata al Locarno Film Festival lo scorso 6 agosto, che, nella sua ricognizione a tratti dolorosa, ripercorre la tribolata e oscura parabola della comunità cristiana cosiddetta Methernitha, stanziata a Linden, nell’Emmental.

La docuserie riapre il caso della comunità Methernitha, dove decine di bambine furono affidate a un leader abusatore Il suo fondatore e leader carismatico, Paul Baumann, soprannominato «Vatti» (papi) da adepte e adepti, nel 1974 fu arrestato con l’accusa di atti di libidine su fanciulli e atti di libidine con minori affidati alle sue cure. Alcuni dei seguaci esterni della comunità, infatti, oltre a sostenerla economicamente, in un atto di fiducia cieca le avevano affidato le proprie figlie (ma non i figli), delegandone di fatto a Baumann cura e tutela. Questi, cresciuto in povertà e con una gioventù difficile, con quel suo aspetto fisico, considerato spaventoso, asseriva di riuscire a «trasformare» le ragazze in angeli grazie a presunti processi spirituali che prevedevano anche lo stupro. Fu anche il caso della zia della regista, Käthi, i cui nonni erano affiliati alla comunità religiosa, e che in qualche modo, attraverso la serie, ha dato il via a quello che è anche un lungo processo di rielaborazione. Come racconta la stessa Klauser, il lavoro preliminare della serie di quattro puntate, ha avuto luogo negli archivi di

comuni, chiese e privati, e nei giornali dell’epoca, al fine di ricostruire una vicenda di cui ancora oggi molti parlano mal volentieri. A differenza delle testimoni e dei testimoni – a volte quei medesimi che osarono ribellarsi, che non te-

mono il potere della propria parola e della telecamera altrui – a distanza di oltre mezzo secolo, le parti coinvolte sono reticenti a tornare sui fatti avvenuti. Come lo stesso comune di Linden, dove i fatti sono avvenuti, deciso com’è a non lasciare trapela-

re più di tanto, forse nell’idea che sia ora di dimenticare, più che di rielaborare. Villaggio situato nell’idilliaco Emmental (che è però anche luogo di misteri e leggende, e le cui zone ancora oggi isolate possono per loro natura stimolare una certa promiscu-

Il laboratorio Story Lab del Percento culturale Migros Lo Story Lab del Percento culturale Migros è un laboratorio per tutti i formati narrativi audiovisivi: dai film per il cinema alle serie, dalla realtà virtuale ai videogiochi. Il sostegno si concentra sul percorso che porta alla realizzazione di un’idea. Story Lab accompagna i progetti durante la fase di sviluppo del materiale con moduli flessibili che si adattano continuamente all’evoluzione dell’industria cinematografica. Questi moduli comprendo-

no tra l’altro finanziamenti, coaching e networking. Si creano così spazi di libertà per sperimentare e provare, promuovendo lo scambio tra i singoli player all’interno e all’esterno del settore. Si supportano nuovi materiali, nuovi processi e nuovi formati. L’interesse è rivolto soprattutto ai progetti in grado di aprire nuove strade in questi tre campi, abbandonando gli approcci classici. In questo modo il Percento culturale

Migros si impegna a sostegno di progetti narrativi audiovisivi contemporanei e di elevata qualità in Svizzera.

Informazioni Migros-Kulturprozent Story Lab –

ità e favorire la nascita delle chiese libere), Linden forse da troppo tempo si sente addosso uno scandalo di cui non si reputa responsabile, e di cui cerca di liberarsi con ogni mezzo. Lo dimostrano (ce lo fa notare la stessa Klauser) gli sforzi investiti nell’associare il paesino (1200 anime) alla figura sportiva del motociclista Tom Lüthi, una carriera sfolgorante, diventata anche una pagina web del sito del Comune. Da parte sua anche la comunità Methernitha, tuttora esistente e che è stata interpellata per la realizzazione del lungometraggio, preferisce tacere. Affidandosi da una parte a una sceneggiatura (elaborata insieme a Story Lab del Percento culturale Migros – vedi box) che prevedesse degli elementi di fiction e dall’altra le parole di quelli che, in fondo, sono da considerarsi dei sopravvissuti agli abusi, a Klauser riesce la ricostruzione di uno spaccato di una realtà chiusa, fatta di manipolazione e costrizione, che per i suoi schemi assomiglia tristemente a molti altri, di cui abbiamo sentito o letto in questi anni. E dove gli Angeli del titolo, in qualche modo, lo sono davvero, ma non per esserlo diventati per mano del leader-guru Baumann, bensì per la forza e il coraggio dimostrati negli anni della denuncia, i Settanta, quando ancora non si filmava e si fotografava poco e di certe cose si parlava ancora meno, e dove, oltretutto, non c’erano supporti tecnologici come quelli che conosciamo nei giorni nostri, e che tante volte aiutano le vittime a dimostrare il torto subito al di là della parola. Dove e quando La serie in quattro puntate Il Fabbricante di Angeli si trova sulla piattaforma Play Suisse e sarà trasmessa da RSI LA 1 il 25 ottobre e il 1. novembre 2026 (ore 20.40).

Francesco Guccini, il tempo e le cose perdute Ricordo ◆ È morto a 86 anni il cantautore che ha portato filosofia, storia e letteratura dentro la canzone italiana Manuela Mazzi

«Un mio amico, che è stato anche assessore al Comune di Roma, siccome arrivava sempre in ritardo alle riunioni, si giustificava dicendo: “Dio ha dato il tempo agli africani e gli orologi agli svizzeri”». Così, raccontava Francesco Guccini nell’autunno del 2023 a Bellinzona, sul palco di Sconfinare invitato a dire la sua sul Cantare il tempo andato. I gatti, gli amici scomparsi, le cabine telefoniche, la Bologna dei biasanòt (masticanotte), il tubetto metallico del dentifricio spremuto fino all’ultima goccia. Nessuna lezione, nessuna teoria. Soltanto storie. Perché, diceva dopo aver citato sant’Agostino, il tempo non si spiega: si racconta. «Il tempo che passa è non avere più ventidue anni come allora, ma averne ottantatré. Questo è il tempo che passa»: il suo modo di misurarlo era quello di mettere in fila i segni che il tempo aveva lasciato sul suo corpo. «Una volta vedevo dodici decimi, adesso quasi niente. Una volta camminavo cantando, adesso do-

po cinque metri mi viene il fiatone». In fondo è questo che ha fatto Guccini: ha raccontato il tempo per tutta la vita. Non quello immobile della nostalgia, ma quello che lascia tracce. Le guerre, il ritorno di un padre da un campo di prigionia, le periferie diventate quartieri, gli amici che

scompaiono uno dopo l’altro. E poi gli oggetti nel suo Dizionario delle cose perdute. La pompetta del Flit o la carta moschicida. Le pezze dei pantaloni («…le pezze al culo. Le rimpiango. Una volta i pantaloni si consumavano sul sedere. La stoffa diventava lucida, sottile. Allora si mettevano le pezFrancesco Guccini. (Directorvale)

ze. Quando si accorciavano i pantaloni dei fratelli maggiori rimanevano sempre dei ritagli di stoffa, e quei pezzi venivano utilizzati per fare le terribili pezze al culo. Tutta la famiglia ti guardava e diceva: “Non si vede niente… non si vede niente…”»). Piccole cose, apparentemente insignificanti, che finiscono per raccontare il tempo meglio di qualsiasi calendario. Oggi anche Francesco Guccini potrebbe entrare nel suo Nuovo dizionario delle cose perdute. Non come uno degli oggetti che amava raccontare, ma come una di quelle presenze che sembravano esserci da sempre e che, solo quando scompaiono, ci costringono a misurare il tempo trascorso. Francesco Guccini è morto nella notte tra il 5 e il 6 agosto 2026, nella sua casa di Pàvana (Appennino tosco-emiliano), all’età di 86 anni. Ci lascia però un modo raro di intendere la musica, giacché Guccini ha dimostrato che una canzone può reggere il peso della filosofia, della storia e della letteratura senza smettere di

parlare a tutti. Nei suoi versi continueranno a convivere Cirano e don Chisciotte, Dante e Borges, la Resistenza, gli autogrill e le osterie dell’Appennino. Pochi come lui sono riusciti a far dialogare con tanta naturalezza la cultura alta e quella popolare. Per questo le sue canzoni non raccontano soltanto un’epoca: raccontano un modo di guardare il mondo. E quando decise di lasciare i concerti, continuò a fare quello che aveva sempre fatto. Raccontare. Anche attraverso i romanzi, come i tanto amati gialli scritti con Loriano Macchiavelli, non meno segnati dallo scorrere del tempo. «Voi direte che l’orologio è importantissimo. E invece pensate che, nonostante per secoli l’uomo abbia vissuto senza orologi, si sapeva ugualmente quando era il momento di fare le cose. Esisteva magari un orologio in casa, ma non una sveglia. Il tempo era scandito dalle campane del paese: bastava sentirle e tutti sapevano che ora fosse». Alla fine quelle campane hanno suonato anche per lui.


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CULTURA

Un’epopea d’amore dei nostri antenati

Letteratura ◆ In Amanti elementari, Paolo Sortino piega e reinventa le parole con cui riscrivere la genesi dell’umanità Angela Bubba

Ci sono scrittori che scrivono in sostanza, e scrittori che invece paiono esordire sempre, perennemente, come Paolo Sortino, che ha fatto dello stupore il proprio stendardo, che non intende mai sommare né riscrivere sé stesso: è il mestiere dei pionieri, è l’arte immane dei visionari, dei pazzi e dei santi, dal momento che vedono troppo e troppo in fondo, inseguendo epifanie piuttosto che sicurezze, preferendo il sogno della verginità al palinsesto della reiterazione.

Il suo libro non è solo romanzo di formazione ma anche racconto d’avventura con ibridazione tra scienza e filosofia Nel caso di Sortino, lo avevamo intuito dal celebrato Elisabeth (2011), suo primo romanzo, come dai successivi Liberal e Demone custode e dall’ultimo Amanti elementari, uscito qualche mese fa per Einaudi. Al centro, le vicende di due ominidi vissuti milioni di anni or sono, durante quell’era di ferocia estrema ed estremo candore che precedette i Sapiens, che l’autore fa rivivere magmaticamente per i suoi protagonisti: un maschio, precisamente un derelitto, ostracizzato dal branco e ora costretto alla solitudine, e una femmina, all’apparenza incapace di scelte personali ma in realtà coraggiosa, decisa e intraprendente. Come accadrebbe alle creature di epoche successive, i due s’innamorano ma faticano a comprendersi, almeno all’inizio, a rifondare codici relazionali e a modificarsi, a sacrificare porzioni di egoismo per amore dell’altro, dell’altra; mentre sullo sfondo del loro sentimento la storia, o meglio preistoria, che è principalmente natura. Brutale e immacolata

al contempo. Fatta di foreste, massi, fiumi, diffusa tra vapori e terre lacerate: quasi un urlo, una preghiera che sa di apocalisse, nel male e nel bene, col senso vivido della devastazione e la promessa in agguato di un’altra era, un’altra umanità. In questo modo Paolo Sortino ci dona la favola, l’epopea d’amore dei nostri antenati, ma facendolo ne smonta i pilastri, a partire dal linguaggio, sul cui luminoso rivolgimento Amanti elementari è fondato. «Ho tenuto presente Deleuze – ci rivela l’autore – che ne L’abecedario afferma: “Si scrive per gli animali, si scrive al posto degli animali”, con ciò incoraggiando una concezione del linguaggio che non sia asservito alla rappresentazione della realtà ma divenga luogo in cui l’essere si manifesti da sé». «In questo senso – continua Sortino – ho usato il linguaggio contro il linguaggio. Privandolo di alcune sue strutture per noi tipiche, il linguaggio si è rigenerato dall’interno, e a narrare è la cosa narrata. Ciò rende il testo autoevidente e inverte i nessi di potere della scrittura». Una chiara scelta autoriale dunque, che motiva anche la totale assenza di dialoghi nel romanzo, esclusi per far posto a capacità espressive inedite, a parole impensabili che fungono da parole, parole che non suppliscono ma sono in effetti parole, sebbene composte da un’altra materia: in Amanti elementari, dove l’elementarità è proprio la distruzione del linguaggio più tradizionale, questo ruolo lo ricoprono soprattutto gli sguardi, con cui il maschio e la femmina comunicano disperatamente, e con essi gli odori, i suoni, i gesti e ogni altra opzione connessa alla fisicità, messa in campo in modo sorprendente, di una sorpresa che poi va a intaccare inevitabilmente lo sti-

Immagine di copertina di Amanti elementari di Paolo Sortino. (Einaudi)

le. Difatti Paolo Sortino, voce preziosissima del contemporaneo italiano, giunge a un’affabulazione di rara bellezza, data da un vocabolario assai sorvegliato, da una sintassi complessa eppure limpida, da un apparato retorico scintillante e da campi semantici anch’essi coerenti, che diventano specchio e traduzione dei personaggi. Il risultato, conseguentemente, sarà quello di un congegno tremendo, per purezza e precisione, una macchina narrativa che lancia sguardi arroventati ovunque, posandoli infine sul terrore dell’amare e dell’essere amati, sulla grazia dell’amore intensa come talento di forza, come salvezza e come rivoluzione. Non è un caso che in certi punti si senta l’eco nettissimo di un autore come Cormac McCarthy, o di alcuni tragediografi greci (Euripide su tutti), o ancora dei toni più pungenti della Sacre Scritture. Forse non poteva essere altrimenti, per un libro tanto felicemente inclassificabile, destinato per la sua inattualità a essere sempre attuale, a consegnare nuove luci al mondo, a dirci come costruire alfabeti con lettere finora inesplorate. È il destino dei classici se ci pensiamo bene: raccontare un evento e contemporaneamente raccontare altro, tantissimo altro, e Paolo Sortino fa pure questo, con un’opera che non è solo un romanzo di formazione, com’è stato definito, ma è anche intrepido racconto d’avventura, è ibridazione tra scienza e filosofia, è riflessione morale, perfino spirituale, è un saggio e metà tra psiche e antropologia. Tutto racchiuso in una storia d’amore: la più antica, la più spietata. Bibliografia Paolo Sortino, Amanti elementari, Einaudi, 2026, 128 pp

In sbilico sull’orlo del linguaggio

Memoir ◆ Per Pierantozzi la malattia non è un difetto da correggere, ma un eccesso che deforma lo sguardo, e la scrittura ne diventa il riflesso più autentico Laura Di Corcia

Non si tratta di autofiction, perché questo genere usa la prima persona singolare per mescolare realtà e fantasia – come accade in Troppi paradisi di Walter Siti. Con Lo sbilico di Pierantozzi ci aggiriamo nella zona del memoir, certo, ma le categorie anche in questo caso traballano o vengono riscritte. Se questi territori, notoriamente, ci avevano abituato a una prosa asciutta, lineare, Pierantozzi invece, memore della prosa di Gadda – ma memore anche di certi avviluppamenti nevrotici della lingua che possiamo trovare anche nel romanzo che è più semplice da accostare a questo, quasi un capostipite nelle pur segnalate differenze, Il male oscuro di Berto, e memore anche della sontuosa prosa dell’ormai un po’ appartato Busi – inventa e impasta una lingua sperimentale, viva, nervosa, tesa e anche, in alcuni punti, felice, tronfia, quasi a mostrare che la malattia psichica – è questo il tema, tremolante, cangiante, difficile, amarissimo del libro – non è il risultato di un minus, bensì di un plus. Scrive l’autore: «La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva. Io scrivo libri, scrivo sui giornali, sono

altrettanto maniacale nell’onorare gli impegni lavorativi, nel seguire la scena letteraria, nel rispettare i miei amici. Io sono generoso perché so che da un momento all’altro potrei aver bisogno degli altri. Eppure non riesco a essere altrettanto disciplinato nell’essere «io», e ogni episodio in cui la malattia si rivela viene visto dagli altri come un sopruso. Quasi pretendessero, data la mia presunta intelligenza, uno sforzo in più per non essere matto. Non sanno che quasi sempre è per una sovrabbondanza di logica che vado in tilt. In questi casi, provare a convincermi di una cosa anche semplicissima può diventare un’impresa». Lo sbilico è uno sporgersi che è prima di tutto linguistico: l’eccesso psichico diventa eccesso lessicale, preziosismo, che se maniera potrebbe sembrare e per certi versi è, va contestualizzata nella necessità psicotica di leggere la realtà attraverso lenti deformanti e atte a intercettarne gli aspetti sghembi, non irrigimentabili, la pulsazione dionisiaca che scardina il perimetro. È un dolore linguistico, quello espresso in questo libro. Le parole sono spesso l’innesto di nuove crisi psicotiche, che possono du-

Immagine di copertina de Lo sbilico di Pierantozzi. (Einaudi)

rare giorni, e la letteratura è la lente lucida attraverso cui queste crisi vengono rivissute senza esserne inghiottiti.

Ma, attenzione, la letteratura per Pierantozzi – e questo lo ribadisce a più riprese nel corso del libro – non è una

cura. La letteratura è il mezzo per riconoscere che la realtà che noi riconosciamo come tale è solo uno strato; come la malattia, mette in tensione questo strato, ne svela la copertura, spariglia le carte, ci obbliga a guardare sotto, in mezzo, dietro. L’ossessione enciclopedica per il mondo, per lo sfibrarsi della materia prima (Emilio Villa la chiamava «l’omogeneo») in mille rivoli diventa malattia e letteratura, un’endiadi impossibile da degeminare. Corrono in parallelo, si contaminano, sono in fondo consustanziate. Questo libro, sì, è anche un sintomo (ma fossero così tutti i sintomi) nella misura in cui la letteratura stessa è un sintomo. Per non parlare della vita. Non si vuole annullare il dolore, si vogliono cercare nuove forme dello stesso, ravvisarne il molteplice e il balletto dell’eccesso. Il tarlo mentale, il logorio diventa pagina vitale e rumorosa, elegante ma non imbrigliabile. In questo, forse, possiamo ravvisare una qualche forma di felicità, a sprazzi, imperfetta. In sbilico. Bibliografia Alcide Pierantozzi, Lo sbilico, Einaudi, 2026, 240 pp


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ATTUALITÀ Bambini

Lo speaker Marco Montemarano si cala completamente nel personaggio davanti al microfono: è solo così che Mello, uno dei supereroi dei Mimigs, risulta credibile nell’audiostoria.

Come Mello

impara a parlare I Mimigs diventano eroi delle audiostorie: la nuova raccolta promozionale della Migros propone sei storie per la Toniebox. Una visita allo studio di registrazione, dove Mello e i suoi amici prendono vita. Testo: Edita Dizdar

«Bip! Bip! Bip!»: la registrazione è in corso. Marco Montemarano parla al microfono; sul tavolo c’è il suo testo, e intorno a lui ci sono delle pareti divisorie fonoassorbenti. Fa caldo nella cabina, l’aria condizionata non c’è. Il rumore dell’impianto si sentirebbe in sottofondo, quindi è meglio sudare. «Prova di nuovo, ma con più frenesia!», si sente dire dalla regia. «Ci vuole un po’ più di follia!» Lo speaker annuisce. Ripete la frase gesticolando freneticamente. Il produttore Toni Nirschl ascolta attentamente, riflette, sposta avanti e indietro i cursori sull’enorme mixer, gira le manopole e clicca sulla traccia audio per riprodurla di nuovo. A quel punto si sentono di nuovo i tre bip: ancora un tentativo. In definitiva, l’enfasi, il ritmo e


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MONDO MIGROS

ATTUALITÀ Bambini

Ci vogliono almeno 10 ore per registrare un’audiostoria di 40 minuti..

Raccogli i bollini per le sei Toniebox

«Le storie trasmettono valori, ma mai con tono moralistico» Marco Montemarano, speaker di Mello

l’atmosfera devono essere perfetti nel risultato finale. Sei eroi, sei storie In questa calda giornata estiva, nello studio di registrazione Plan 1 di Monaco di Baviera viene registrata la storia di Mello in italiano. Mello è il cane dal cuore d’oro del mondo dei sei supereroi Migros, i Mimigs, e il motivo è l’attuale campagna promozionale. Nell’ambito di questa promozione sono disponibili sei audiostorie per la Toniebox. Le avventure dei Mimigs sono state realizzate in stretta collaborazione con Tonies, i creatori della popolare Toniebox. La particolarità: ogni storia è disponibile in dialetto svizzero-tedesco, in francese o in italiano. In occasione di questa part-

nership esclusiva con la Migros, Tonies ha ampliato la propria offerta e può così stupire con le audiostorie in tutte e tre le lingue nazionali svizzere. Da mesi si lavora alacremente alle riprese, al montaggio e alla messa in scena. Il professionista per la voce del cane Marco Montemarano, che è anche scrittore e traduttore, al casting sapeva solo che avrebbe dato la voce a un cane. Così ha inventato la voce adatta, ha partecipato al casting e ha ottenuto subito il ruolo. «Era come se Mello mi stesse chiamando, racconta il romano, che vive in Germania da oltre 30 anni. Non avrebbe mai immaginato che un giorno avrebbe dato

vita a un animale a quattro zampe. «Sono più un tipo da gatti», dice Montemarano ridendo. Per un’audiostoria della durata di circa 40 minuti, ci vogliono tranquillamente dieci ore di registrazione, se si conosce bene la propria parte. Altrimenti potrebbe anche volerci il doppio del tempo, dice il professionista al microfono. Il 64enne ha iniziato la sua carriera di speaker presso la Bayerischer Rundfunk; da allora si sono susseguiti spot pubblicitari, filmati aziendali e numerosi altri ruoli di voce fuori campo. Mello è simpatico e di buon umore. «Spesso assume il ruolo di colui che riporta la calma in una situazione.» È proprio questo che Montemarano deve trasmettere con la sua voce. Per questo motivo è stata leggermente modificata durante le registrazioni ed è ora un po’ più profonda, un po’ più tranquilla. In un mondo sempre più digitale, la Toniebox, disponibile dal 2016, rappresenta una popolare alternativa per ascoltare audiostorie senza utilizzare uno schermo. Le storie da ascoltare stanno vivendo una vera e propria rinascita, soprattutto tra i bambini. Gli esperti ritengono che si tratti di una forma di media in grado di favorire la comprensione del linguaggio e la concentrazione, oltre a stimolare la fantasia dei bambini. Che avventure! Le sei storie dei Mimigs accompag-

Dal 6 agosto al 16 settembre per ogni 20 franchi di spesa ricevi un bollino: puoi raccoglierlo sulla cartolina oppure in digitale nell’app Migros. Prima della raccolta è importante scegliere una delle due varianti, poiché i bollini e gli stampini digitali non si possono combinare. La cartolina completa di 15 bollini puoi riscattarla, fino al 23 settembre 2026, con uno dei sei Mimigs Pocket Tonies per la Toniebox. La Toniebox è indispensabile per poter ascoltare le storie. Durante la raccolta è disponibile la Toniebox 2 nel colore verde mare al prezzo speciale di Fr. 109.90 (con i buoni digitali Famigros Fr. 79.90). Un copribox Mimigs è incluso gratuitamente. Tutte e sei le storie sono disponibili in italiano, svizzero-tedesco e francese. Nell’app Tonies puoi cambiare la lingua in modo semplice. Inoltre, sul nostro sito web dedicato alla promozione è disponibile un link alle precedenti audiostorie della Migros, che possono essere utilizzate e trasferite con estrema facilità alle Tonies creative. Altre informazioni: migros.ch/storymania

nano grandi e piccini in un’avventura. Sono avvincenti e moderne, ambientate in mondi diversi e ricche di elementi fantastici: Mello parte alla ricerca di un tesoro, Miguel salva il bosco, Millie partecipa a un concorso delle invenzioni, Malva dà la caccia a una ladra, Melba lotta per un parco giochi e Mike partecipa ai Giochi olimpici dell’isola. «Le storie parlano di amicizia, accettazione e solidarietà. Trasmettono valori, ma mai con tono moralista», riassume Marco Montemarano. Lo speaker chiede: «Devo respirare affannosamente come un cane? In studio stanno girando la prossima ripresa. «È da un bel po’ che non lo faccio più!» Seguono poi di nuovo tre bip, e Mello torna di nuovo in vita.


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TEMPO LIBERO ●

Due ali sui Caraibi Un istmo divide e unisce i due volti della Guadalupa, dalle coste assolate di Grande Terre alla vegetazione esuberante di Basse Terre

Avventura sul fiume Cartone, carta colorata e qualche materiale di recupero bastano per costruire un originale gioco da tavolo con piccole barche origami

Il caso Bottani oltre Bottani Le critiche dell’ex capitano aprono una riflessione sul futuro del FC Lugano, sul ruolo del vivaio tra risultati e appartenenza

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Ci ha viziati con vent’anni di trionfi

Sport ◆ Lara Gut-Behrami ha detto stop. Una scelta logica, comprensibile, ma che rattrista i suoi fan Giancarlo Dionisio

Non basterebbero mille pagine per raccontare le emozioni che Lara Gut-Behrami ci ha regalato. Per riassumerle, basterebbero per contro le parole che ha pronunciato nel suo messaggio d’addio, in cui ha parlato di felicità, di appagamento interiore, di orgoglio per la carriera, di fortuna malgrado gli incidenti: «Non ho dolori ricorrenti e non voglio averne. È anche per questo che so che è arrivato il momento giusto». Il prossimo 24 ottobre, non la vedremo al cancelletto di partenza del gigante di Sölden. Su quel pendio, nel 2013, aveva conquistato la sua prima vittoria in gigante e aveva lasciato intendere che non era solo una specialista delle prove veloci. Era una campionessa a tutto tondo. L’aveva rivinto nel 2016 e nel 2023. È la Classicissima d’apertura. Come la Milano-Sanremo per il ciclismo. Il suo addio alle competizioni era atteso. L’avevo intravista, col marito Valon Behrami, all’inaugurazione della AIL Arena. Mi era parsa snella e asciutta. Nulla a che vedere con la muscolarità esplosiva e prorompente di chi sta costruendo il fisico in vista dell’ennesima stagione di gare. È fatta, mi ero detto. Presto o tardi ce lo dirà. E ora che c’è l’ufficialità, sento la stessa tristezza del lettore che scopre di aver letto e riletto tutte le opere del suo autore preferito e percepisce il sopraggiungere di un’inquietante crisi di astinenza.

Fortissima a 15, 25 e 35 anni Lara non è stata una meteora. Ha creato in chi l’ha seguita una sorta di assuefazione. Sapevamo che c’era. Che era un fenomeno. Che ci avrebbe comunque stupiti. Longevità ai massimi livelli è il primo concetto-chiave della sua straordinaria carriera. Lara ha attraversato due decenni di grande sci. Da ragazzina, ha lottato contro campionesse come Gœrgl, Meissnitzer, Dorfmeister e Götschl. Nel 2007, non ancora 16enne, con la redazione sportiva della RSI, investimmo alcune giornate in questa giovane formatasi sulle nevi di Airolo di cui si diceva un gran bene. La seguimmo ai Mondiali Juniores di Altenmarkt-Zauchensee, dai quali portò a casa l’argento in discesa. Pochi mesi dopo, in Coppa Europa, conquistò 7 vittorie, 4 delle quali in 4 giorni a Caspoggio. Da quel momento, fino all’ultimo successo, ottenuto in gigante il 25 marzo dello scorso anno a Sun Valley, la stella di Lara Gut-Berahmi ha solcato i cieli di tutti i luoghi del pianeta in cui si possa scendere a velocità supersonica, su un manto bianco, con gli sci ai piedi. Da atleta affermata, ha duellato con fenomeni come Maze e Fenninger, che da tempo hanno detto stop.

Lara Gut trionfante su uno dei tanti podi della sua carriera, che l’hanno posizionata al quinto posto mondiale per numero di vittorie. (Stefan Brending)

Si è poi ritrovata, negli ultimi anni, a lottare con altre veterane come Vonn e Brignone. Tutte campionesse. Tutte meravigliosamente emozionanti. Tutte costrette a cedere lo scettro di regina assoluta a Mikaela Shiffrin. Ma questa è un’altra storia. La statunitense è fuori gara, perché gli alieni appartengono a un’altra categoria. Non sto a citare le cifre da brivido di colei che è al quinto posto di tutti i tempi per numero di vittorie. In questi giorni tutti i media le hanno ricordate arricchendole di storie e aneddoti. Ha conquistato tutto: Olimpiadi, Mondiali, Coppe del Mondo. I numeri avrebbero potuto essere ancora più consistenti, se la buona sorte fosse stata più magnanima con la nostra campionessa. Sono consapevole che nello sci alpino è quasi impossibile lasciare la scena senza infortuni. Posso solo aggiungere che Lara ne ha subiti di contraccolpi che le hanno sottratto mesi e mesi di agonismo. Pensate al banale, ma grave infortunio mentre si al-

lenava in slalom in vista della combinata dei Mondiali di Sankt Moritz del 2017, quelli che avrebbero potuto essere i suoi Mondiali, sulla pista che nove anni prima le aveva regalato il primo trionfo in Coppa del Mondo. Oppure quello dell’ottobre dello scorso anno, quando la mente era già proiettata verso la sua ultima presenza ai Giochi Olimpici, a Cortina d’Ampezzo, a due passi da casa. Lara è sempre risorta. Contro la sfortuna. Contro i menagramo. Contro le cassandre. Ogni volta è tornata in pista più forte e motivata che mai. In quest’ultima circostanza non ha voluto. Si è presa il suo tempo per valutare i pro e i contro di un eventuale ennesimo comeback. Ha quindi optato per lo stop definitivo.

tà di mescolare riconoscenza, gratitudine, senso della memoria, gioia per ciò che ha fatto e gioia per ciò che farà, ancora con gli sci sotto ai piedi, è l’ulteriore prova della sua autenticità. Sono certo che dietro le sue parole non si celi la penna di un ghostwriter. Lara Gut-Behrami ci ha sempre messo la faccia. Nel bene e nel male. Sotto i riflettori sin da quando era un’adolescente di sedici anni, è sempre stata capace di stupire per la lucidità delle sue analisi. Ha sempre saputo essere critica con il sistema. Soprattutto, è sempre stata dura, quasi spietata, quando si è trattato di mettere a nudo i suoi errori e le sue imperfezioni in gara.

Mai banale! Anche a costo di non piacere a tutti

Bernhard Russi, Roland Collombin, Peter Müller, Franz Heinzer, Didier Cuche, Beat Feuz e ora Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Via uno qua l’altro. A volte sovrap-

Il suo annuncio d’addio è un vero e proprio esercizio di stile. La capaci-

Grazie Lara. Chissà quando un’altra come te ?

posti, e contrapposti in roventi duelli rossocrociati. Lara Gut lascia invece un vuoto preoccupante nello sci femminile svizzero. Camille Rast è il raggio di luce oltre il quale appena si riescono a percepire le sagome delle giovani emergenti. E se, a livello nazionale, possiamo credere che quanto prima la nostra squadra riuscirà a formare campionesse in grado di accendere Mondiali e Olimpiadi, su scala cantonale siamo purtroppo giunti alla fine di un’era. Perché siamo piccoli. Perché siamo a sud delle Alpi. Quindi, le nostre giovani promesse saranno poche e costrette a emigrare per non pagare le conseguenze del riscaldamento globale. Doris De Agostini ci aveva fatto credere che anche da noi tutto fosse possibile. Michela Figini e Lara Gut Behrami hanno trasformato i sogni in realtà. Il futuro, ahinoi, appare complicato. Ma la memoria delle loro imprese innesca processi taumaturgici e consolatori. In attesa di nuovi miracoli, ce li faremo bastare.


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MONDO MIGROS

GUSTO

Pausa merenda

È ora della merenda! Cosa deve avere:

una merenda ideale si prepara in fretta, si confeziona facilmente, non provoca carie e fornisce al bambino le sostanze nutritive necessarie per affrontare le sue attività.

Prepararla ogni giorno è un vero esercizio di creatività. Il nostro elenco da ritagliare con gli ingredienti e gli abbinamenti consigliati è una grande fonte d’ispirazione. Testo: Dinah Leuenberger

Perché è importante:

poiché le riserve di nutrienti dei bambini non sono ancora molto abbondanti, questi dovrebbero consumare 4-5 pasti al giorno. In questo modo sono più efficienti e riescono anche a concentrarsi meglio.

Cosa dice la scuola:

a seconda del luogo di residenza, i genitori ricevono degli opuscoli molto differenti tra loro con raccomandazioni o divieti relativi alla merenda, in alcuni casi non ne ricevono affatto. In caso di dubbi, è meglio informarsi direttamente presso la scuola. Altri consigli e ricette su Migusto:

Cosa deve contenere:

ideali sono la frutta e la verdura. A seconda di quanto si ha fame, si può aggiungere anche un prodotto a base di cereali o un latticino. Ad esempio, i fiocchi d’avena, la frutta secca e i panini integrali, tutti alimenti che saziano a lungo. È importante anche bere tra un pasto principale e l’altro. Le bevande consigliate sono l’acqua, l’acqua al limone, il tè senza zucchero o i succhi di frutta molto diluiti.

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Come confezionarla:

l’ideale è utilizzare un pratico contenitore per la merenda ermetico e dotato di diversi scomparti, in modo che gli ingredienti non si mescolino.

Contenitore termico portasnack Migros Kitchen & Co. Sweets 800 ml, assortito, 1 pezzo. Fr. 14.95 Chiacchierare, giocare, fare uno spuntino a metà mattina: la pausa più lunga è tre volte più importante per i bambini.

Idee per la merenda

Scegli un ingrediente da ciascuna colonna e combina da una a tre porzioni con una bevanda non zuccherata. Il tuo spuntino è pronto! Frutta o verdura

Pane o cracker

Uova & latticini o noci & semi (senza sale)

Uova Cavolo rapa

Pesche Pomodorini

Cetrioli

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Blévita Bio Classic 6 porzioni 6 × 38 g Fr. 3.95 Dadini di formaggio

Frutti di bosco vari

Peperoni

Finocchi

Pane integrale/ proteico

Semi di girasole

Cottage cheese al naturale Migros 115 g Fr. 1.20

Gallette di riso 130 g Fr. –.90

Pere

Mini Babybel, formaggio a pasta semidura, confezione singola 20 g Fr. 1.–

Semi di Zucca Noci Miste Sun Queen 200 g Fr. 4.40 Sbrinz, formaggio a pasta semidura, a scaglie 100 g Fr. 4.10

Nocciole

Ravanelli

Mele

Ciliege

Carote

Kiwi

Mandorle

Fette biscottate

Popcorn non zuccherati e non salati Prugne

Yogurt e quark al naturale M-Classic 500 g Fr. 1.85

Gallette di mais senza zuccheri aggiunti 4 x 32,5 g Fr. 1.70

Fette biscottate al farro Alnatura Bio Demeter 200 g Fr. 2.60

Yogurt al naturale Bifidus 150 g Fr. –.65

Noci di anacardi tostati Sun Queen To Go 50 g Fr. 1.95

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TEMPO LIBERO

In Guadalupa per la festa dell’orgoglio creolo

Reportage ◆ Il 12 agosto, nel sabato più prossimo al giorno di San Lorenzo, protettore dei cuochi, centinaia di donne si ritrovano a Pointe-à-Pitre, la capitale, per celebrare gioiosamente sé stesse Marco Moretti, testo e foto

La Fête des Cuisinières della Guadalupa non è un evento gastronomico. È la più spettacolare manifestazione del folclore creolo. La celebrazione del ruolo della donna nella società caraibica. Una sfilata di moda. Una festa danzante. Una gioiosa esplosione di colore. La sintesi tra cucina francese, spezie e stoffe indiane, musiche e balli africani. Perché – dipartimento francese d’oltre mare – la Guadalupa è il frutto della contaminazione tra queste tre culture. Il sabato più prossimo al giorno di San Lorenzo (12 agosto) – il protettore dei cuochi, centinaia di donne si ritrovano a Pointe-à-Pitre, la capitale, nella cattedrale di Saint-Pierre. Durante questa cerimonia oltre duecento cuoche indossano gioielli d’oro e abiti tradizionali in tessuti madras e hanno i capelli raccolti in turbanti con svolazzi. L’acconciatura del turbante è un linguaggio d’amore. Un solo svolazzo significa «sono libera». Due: «sono impegnata ma potete tentare». Tre: «non ce n’è per nessuno». Quattro: «c’è posto per chi lo desidera».

Alla Fête des Cuisinières della Guadalupa, attraverso il modo con cui ci si annoda il turbante, è possibile lanciare una serie di messaggi sentimentali Mescolando i loro profani messaggi sentimentali con il sacro, le donne depongono sull’altare panieri ricolmi di aragoste, dolci, frutta tropicale e vari manicaretti. La chiesa – a tre navate con colonne, capitelli e balaustre di ferro in stile Eiffel – ospita in loro onore una messa cantata. Al termine del rito, le donne riprendono i loro piatti e sfilano in corteo tra le vie della città, fino al cortile della scuola, dove viene allestito un banchetto con

i loro piatti. Dopo il pranzo iniziano le danze con le cuoche che, sostenute dal generoso rhum prodotto nell’isola, ballano tra loro. La festa è l’occasione per visitare la più grande delle Piccole Antille, la più economicamente accessibile. Formata da due vaste isole congiunte da un istmo, vista dal cielo la Guadalupa sembra una gigantesca farfalla verde. È una terra di contrasti riscaldata dal sole del tropico e rinfrescata dagli alisei. Mescola joie de vivre francese ed esotismo creolo. Efficienza gallica ed esuberanza afrocaraibica. La diversità etnica e culturale è la ricchezza alla base dell’orgoglio creolo in un’isola che concilia l’impossibile. Vulcani neri e spiagge bianche. Pace dei fondali blu e furia degli uragani. Autostrade di Grande Terre e giungla di Basse Terre. Boutique chic e sguaiata via dei bordelli haitiani. Il venerdì c’è la coda per prelevare contanti ai bancomat: per scommettere alla battaglia dei galli, il rito crudele importato ai Caraibi dagli Spagnoli. Il movimento indipendentista degli anni Ottanta del Novecento si è presto arreso all’indolenza degli abitanti afro e all’opposizione dei bianchi. I legami con Parigi sono forti in isole che vivono di turismo e agricoltura tropicale: con frutta, spezie e rhum esportati soprattutto in Europa. L’autogoverno sarebbe un grattacapo in isole con l’aria profumata da mille fiori, dove si passa la notte in amaca ad ascoltare il gracidare delle rane? Oltre all’isola principale, la Guadalupa comprende le briciole di terra di Les Saintes, Marie Galante e La Desiderade. A Grande Terre vive la maggioranza dei 372mila abitanti. Ci sono richiami cittadini come i mercati di Pointe-à-Pitre dove, tra punch di rhum, fiori e artigianato in paglia e cuoio, le spezie trionfano con inebrianti banchetti che vendono bastoni di cacao, noce moscata, vaniglia,

Guadalupa, Les Saintes, Plage Pontpierrre. Sotto in senzo orario: cuoche alla Fête des cusiniers; una donna legge il giornale; cuoche alla messa.

cannella, zenzero, chiodi di garofano, peperoncino, coriandolo, cumino e pepe. E botteghe con gioielli e artigianato creolo e tessuti madras. Gran Terre ha attrazioni balneari come gli arenili fissati da dune di Pointe des Châteaux, il promontorio tempestato di palme della Caravelle e le onde cavalcate dai surfisti di Le Moule. La natura s’impone però aldilà del ponte, a Basse Terre, dove il mare incontra la foresta pluviale tra insolite fioriture. A Pointe Noire si vedono piante di flamboyant con fiori rossi, gialli e blu. E 300 chilometri di sentieri disegnano un’avventurosa rete per gli amanti del trekking tra rilievi coperti di giungla sudante. La costa occidentale di Basse Terre è un susseguir-

si di spiagge, la più bella è la Plage de Grande Anse. A sbalordire è però la strada che taglia l’interno, fiancheggiata da centinaia di flamboyant che, in primavera, coprono l’asfalto con un velo di petali rossi. Si mescolano alle felci arboree che foderano le colline. Fino al Domaine de Valombreuse, il giardino botanico con centinaia di varietà tropicali tra cui volano uccelli esotici. Per scoprire la dimensione più caraibica si raggiunge in traghetto il micro-arcipelago di Les Saintes. Tra le acque turchesi della sua rada di Terrede-Haut spuntano panettoni sepolti di vegetazione. Sono il contraltare dei picchi verdeggianti che dominano l’isola: alti fino a 300 metri, sorgono alle spalle del borgo formato da case

con i muri color pastello e i tetti di un fiammante arancione. Si vuole che questa baia sia la terza più bella del mondo, una miniatura di Rio de Janeiro con tanto di morros e Pan di Zucchero: la collina a ovest del borgo si chiama proprio Pain de Sucre. Dal borgo, si raggiunge in un’ora di cammino lo Chameau, la cima più alta (314 metri) da dove l’occhio, nei giorni sereni, spazia sulle isole di Terre-de-Bas, Marie-Galante, Dominique e Guadalupa. Costeggiando la baia verso est si raggiunge il promontorio dominato da Fort Napoléon.

Case pastello, tetti di un fiammante arancione e panettoni di roccia sepolti nella vegetazione Costruito nel 1867 su un preesistente maniero del Settecento, il forte evoca il tempo in cui i Caraibi erano infestati dai pirati e spesso la popolazione doveva rifugiarsi tra le sue mura per sfuggire alle loro incursioni. Il camminamento di guardia sui suoi bastioni – fiancheggiati da agavi e cactus – regala scorci sulla rada e sulla spiaggia di Marigot. La storia della colonizzazione francese dell’arcipelago è raccontata dal piccolo museo all’interno del forte con modellini di velieri, armi, stampe e oggetti dell’epoca. Scoperto da Cristoforo Colombo nel 1493, che lo battezzò Los Santos, l’arcipelago – al tempo disabitato – fu occupato dai francesi nel 1648. Conquistato dagli inglesi nel 1782, tornò sotto il controllo di Parigi nel 1816. Oltre che da creoli, oggi Les Saintes sono abitate da biondi eredi di coloni bretoni e normanni. Il gioco di promontori, isolotti e insenature che disegna la sua frastagliata geografia, rende l’arcipelago una delle mete favorite dagli skipper nei Caraibi. Terre-de-Haut ha anche validi richiami balneari come la plage de Pompierre: orlata di palme da cocco e chiusa in una baia delimitata da due faraglioni tra i quali si incanalano i venti creando un territorio ideale per il windsurf. Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica


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Un’avventura sul fiume

Crea con noi ◆ Basta poco per dare forma a questa idea semplice e divertente che unisce bricolage, fantasia e gioco Giovanna Grimaldi Leoni

Con pochi materiali di recupero può nascere un originale gioco da tavolo ispirato a una discesa lungo il fiume. Le pedine sono piccole barchette origami che avanzano grazie al lancio del dado, mentre il percorso è arricchito da vari elementi posizionati direttamente sul tabellone: sassi, tronchi, pesciolini e bandierine. Prima di iniziare, i giocatori decidono dove collocare questi elementi lungo il fiume, creando ogni volta un percorso ricco di sorprese. Preparazione Ritagliate tre rettangoli di cartone da 30 × 18 cm e 6 rettangoli da 30 x 5 cm (o delle misure che preferite). Disegnate con una matita il percorso del fiume facendo attenzione che, affiancando i tre cartoni nel senso della lunghezza, il fiume continui in modo naturale da un pannello all’altro, formando un unico percorso. Con acrilici o tempere dipingete il fiume di azzurro e il prato di un bel verde; un pennello piatto stende il colore in modo uniforme. Quando la pittura è ancora leggermente umida, aggiungete qualche dettaglio per rendere il paesaggio più realistico. Sul fiume, con il pennello, tracciate alcune leggere pennellate bianche per ricreare i riflessi dell’acqua. Per il prato, invece, intingete un pezzetto di carta da cucina stropicciata in una tonalità di verde più chiara e tamponate un po’ la superficie.

Infine, con un pennarello nero, ripassate tutto il bordo del fiume per far risaltare meglio il percorso. Unite i tre cartoni lungo il lato lungo in modo da ottenere un unico tabellone. Ora preparate le fessure dove scorreranno le barchette. Partendo dal primo punto posto a 3 cm dal margine, segnate un punto ogni 5 cm lungo tutto il percorso. Con il taglierino realizzate, in corrispondenza di ogni punto, una piccola fessura lunga circa 1 cm. Le fessure devono essere allineate su due file parallele, mantenendo una distanza di circa 5 cm dal bordo del cartone, così da rimanere sempre all’interno del fiume senza sconfinare nell’erba. Con la tecnica origami realizzate due piccole barchette partendo da fogli di

carta colorati da 80 gr. Per ogni barchetta utilizzate un rettangolo di 11,5 × 7,5 cm. Scegliete due colori differenti così ogni giocatore potrà riconoscere facilmente la propria pedina. Tagliate quindi a metà uno stecchino di legno e fissate ogni barchetta sulla parte tagliata dello stecchino. Quando la pittura è completamente asciutta, è il momento di assemblare il tabellone. Con la colla a caldo incollate lungo tutto il perimetro inferiore del percorso le strisce di cartone che avete preparato e che fungeranno da bordi rialzati. Questi sostegni permetteranno al fiume di rimanere sollevato dal piano d’appoggio, creando lo spazio necessario affinché gli stecchini delle barchette possano essere inseriti.

Giochi e passatempi Cruciverba Ferragosto è uno di quei giorni in cui il caldo ti stende ma… Troverai il resto della frase a cruciverba ultimato leggendo le lettere nelle caselle evidenziate. (Frase: 1, 7, 9, 2, 6)

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Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

così da poter continuare il tuo viaggio. Pesciolino – Tempo di pesca! Hai avvistato un pesce nel fiume: fermati un turno per provare a pescarlo. Tronco – Un ostacolo sul fiume! Un tronco blocca il passaggio: perdi un turno per riuscire a superarlo. Vince chi riesce ad arrivare per primo alla fine del percorso e completa la sua avventura sul fiume! Un’idea in più Per rendere il gioco ancora più personale, chiedete ai bambini di decorare il tabellone con elementi naturali o i loro piccoli personaggi giocattolo preferiti. Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

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Cartone da imballaggio Colori acrilici, pennelli Fogli colorati Pennarello nero Taglierino e righello Colla a caldo Stuzzicadenti, sassolini, legnetti

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Come si gioca A turno, partendo dal giocatore più giovane, si lancia il dado e si sposta la propria barchetta lungo il fiume. Se si incontra un elemento speciale, bisogna eseguire l’azione corrispondente. Sasso – Attenzione alla corrente! La barchetta urta il sasso e rallenta: torna indietro di 1 casella. Bandierina – Il vento ti aiuta! Una folata di vento spinge la barchetta in avanti: tira ancora una volta il dado

Sudoku

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Materiale

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

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Preparate ora gli elementi speciali del percorso. Cercate 4 sassolini e 4 legnetti. Con degli stuzzicadenti e piccoli ritagli di carta o stoffa realizzate 4 bandierine, mentre da un cartoncino ricavate 4 pesciolini. Questi saranno gli elementi che renderanno il gioco più divertente, perché a ciascuno corrisponderà un’azione da compiere quando una barchetta li raggiunge. Potete scegliere di incollarli sul tabellone, distribuendone due per tipo lungo ciascuno dei due percorsi, oppure lasciarli mobili e posizionarli ogni volta prima di iniziare una nuova partita, così da creare un percorso sempre diverso. Se optate per la seconda soluzione, fissate le bandierine su una piccola base, ad esempio un pezzetto di sughero, in modo che possano rimanere in piedi e siano facili da spostare. Come ultima cosa, se non ne avete uno, create un dado di carta con i numeri da 1-3.

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Soluzione della settimana precedente ORIZZONTALI 1. Disuguale 6. Un Franco attore 7. Iniziali del De Devitiis inviato de Le Iene 9. ...li fa e poi li accoppia 10. Prefisso dopo il «bi» 11. Andare… a Madrid 12. Opera di Mascagni 13. Dà valore all’atto 17. Spesso si associa agli altri 18. Aspro in latino 19. Al telefono 20. Andati alla latina

21. Nell’insalata di mare 22. È nudo a Monte Carlo 23. Una delle malattie più diffuse 24. Due in vita 25. Il figlio di Enea 26. Ha un letto ridotto VERTICALI 1. Uno dei Paesi più popolati del mondo 2. La Golda israeliana 3. Vantaggio 4. Due vocali

5. Scritta sulla croce di Gesù 8. Disgregato nell’acqua 10. Un attributo di Dio 12. Indigente, povero 13. Piccolo mammifero carnivoro 14. Apoplessia 15. Li colpisce la legge 16. Le iniziali del cantante Ranieri 17. Forte vociare 19. Li dilata il calore 21. Dio dei pastori 23. E x marito di Francesca Neri (Iniz.) 24. La targa di Vicenza

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

CURIOSITÀ CINEMATOGRAFICHE – Paul Newman rifiutò il ruolo di protagonista nel film Ben Hur asserendo di non avere… Resto della frase: …GAMBE ADATTE PER INDOSSARE UNA TUNICA

G E P A C I A C

A M E B E D A T O T E R I T T L B E R T O E R O S A U F O N A T O U A M O R I N I I I D E A

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I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».


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TEMPO LIBERO / RUBRICHE

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Viaggiatori d’Occidente

di Claudio Visentin

Alla ricerca della villeggiatura perduta ◆

Attraverso un cavalcavia sopra l’autostrada. Sotto di me si distende un serpentone di camion, auto e moto, perfettamente immobile. Nell’aria tremolante per il calore, la scena sembra quasi irreale. Ma il navigatore lo sapeva già e ha preparato un percorso alternativo lungo la strada litoranea, di fronte al Tirreno. E così avanzo lentamente nel traffico estivo sino a quando un cartello richiama la mia attenzione: Forte dei Marmi. Il nome del celebre luogo di villeggiatura risveglia il mio interesse e mi guardo attorno con maggiore curiosità. A sinistra vedo una spiaggia maestosa, punteggiata di stabilimenti leggendari. A destra, dietro la cortina delle pinete, si staglia il profilo imponente delle Apuane, segnate dalle cave di marmo: un mondo antico di fatica in singolare contrasto con la leggerezza delle vacanze.

A Forte dei Marmi, soprattutto negli anni Venti del Novecento, la civiltà balneare ha creato un modello di eleganza e discrezione. Le famiglie più importanti (con gli Agnelli in prima fila) tornavano ogni estate nelle loro ville e nello stesso stabilimento, riproponendo un rituale immutabile: abiti informali ma impeccabili, biciclette, automobili scoperte, bagni di mare, pranzi interminabili, frequentazioni tra famiglie che si conoscevano da generazioni, incontri con intellettuali e, la sera, la musica della Capannina. Complici anche le tensioni internazionali, che hanno spinto molti viaggiatori verso mete più vicine e familiari, i turisti non mancano. E dietro alle siepi che proteggono le ville dagli sguardi dei curiosi, qualcosa sopravvive di quel mondo. Ma nel suo insieme il modello non ha retto alla sfida del tempo: intorno a me vedo troppe

auto, troppi cantieri edili, troppe boutique dei grandi marchi internazionali. Soprattutto troppo caldo. Qualunque attività, anche la più normale, diventa una pena. Naturalmente non è nulla di nuovo in senso stretto, le temperature elevate di luglio sono ben note. Ma è come se ci fosse stato un salto di scala, come se il passaggio di una soglia invisibile avesse cambiato il significato dell’esperienza. La calura è il segnale d’allarme di una trasformazione che a volte ci sembra fuori dal nostro controllo; un’angoscia di fondo, anche quando cerchiamo di non pensarci. I prezzi della benzina ricordano invece la guerra in Iran, che si aggiunge all’ormai eterno conflitto russo-ucraino: altre sotterranee inquietudini che i riti delle vacanze non riescono più a esorcizzare. Insomma, per un momento, mi è pas-

sata la voglia di viaggiare. In questa situazione, quanto meno per i mesi centrali dell’estate, l’esplorazione e la scoperta sembrano avere poco senso. Vorrei sospendere le occupazioni quotidiane, vivere appartato, dimenticare quel che accade intorno. Non sono il solo, peraltro, se il mese scorso Euronews ha parlato di un visibile «effetto ritorno» nella scelta delle vacanze: la stessa città, lo stesso albergo, cercando piuttosto di approfondire il rapporto con il luogo. Inoltre diversi giornali stranieri da qualche tempo sono tornati a parlare di «villeggiatura», spesso citata nella nostra lingua, invitando ad andare a scuola dagli italiani, maestri del «dolce far niente». Quali sarebbero allora i fondamenti di una moderna villeggiatura? Per cominciare luoghi freschi, per esempio in collina; poi la durata, abbastanza lunga da creare una routine. Un leg-

gero e piacevole senso di noia è quasi necessario alla buona riuscita: e dunque pochi programmi e ritmi volutamente rallentati, lasciando che il tempo scorra naturalmente. Ancora, privilegiare la vita all’aria aperta: picnic, nuoto nei fiumi e nei laghi, passeggiare (niente allenamenti!), anche solo leggere sotto un albero, senza preoccuparsi troppo di abbandonare qualche libro a metà. Verso metà giornata, fare la spesa al mercato, cucinare senza fretta, riposarsi senza sensi di colpa coltivando l’arte della siesta. Infine lasciare nella giornata spazi vuoti ed esercitarsi a controllare lo smartphone solo lo stretto necessario. In sintesi, ricercare una vita felice e insieme semplice; ma forse non c’è contraddizione tra i due termini, penso, mentre la radio annuncia lo scioglimento dell’ingorgo e il navigatore mi riporta verso l’autostrada.

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Cammino per Milano

di Oliver Scharpf

Il ninfeo di Lainate

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A fine luglio, i primi giochi d’acqua, sprizzati a sorpresa dagli scalini, stupiscono il gruppo in visita al ninfeo riunitosi alle 16 nella corte d’onore di Villa Litta di Lainate. Comune di ventiseimila e quattrocento anime circa dell’hinterland milanese nord-ovest raggiungibile, se siete a piedi come me, con la rossa fino a Molino Dorino poi bus Z 617 dal quale avvistare l’altra attrazione di questa località, il coreografico autogrill del 1958. Inaugurato nel 1589, desiderio del conte Pirro I Visconti Borromeo (1560-1604), mecenate membro dell’Accademia dei facchini della Valle di Blenio, questo teatro d’acque sperimentale confesso che dopo pomeriggi interi di studio, di esplorarlo non sto più nella pelle. Scovo però, all’ombra di questo pomeriggio nel pieno della quarta ondata di caldo di un’estate fantascientifica, na-

scosto nella nicchia, Giano. In stucco, opera di Francesco Brambilla (15301599), il dio degli inizi, dei passaggi, delle porte, appoggia malinconico la guancia sul pugno che stringe le chiavi del cielo. Gridolini e risa delle bambine del nostro gruppo mi distolgono dall’interiorizzare sempre troppo tutto. Sotto le secolari magnolie, una panca birichina rivestita da frammenti di grotte vere, sedendosi sopra, ha innaffiato un paio di bimbe. Nel degrado negli anni Sessanta, il ninfeo realizzato su progetto dell’architetto Martino Bassi (1542-1591) con tutto il suo incredibile sistema idraulico scherzoso orchestrato da Agostino Ramelli (1531 circa-1608), viene restaurato a regola d’arte negli anni Ottanta. «Venite bambine» esorta la nostra guida Celesta. Stiamo per entrare, sulla soglia però, sotto le arcate del pronao lancio uno sguardo a Ercole. «Molestato dai raggi del so-

Sport in Azione

le, tende l’arco per scagliare contro di esso una freccia» osserva Alessandro Morandotti, forse l’esperto massimo del ninfeo di Lainate, tra le pagine di Milano profana nell’età dei Borromeo (2005). L’atrio dei Quattro venti, eccoci dentro il cuore-inizio portentoso di questo luogo d’ozio umanistico dove il gusto per il raro e il meraviglioso travolgerebbe anche uno scoiattolo entrato per caso. A pianta ottagonale con lati irregolari, concrezioni calcaree a go go con tanto di stalagmiti e stalattiti provenienti da grotte naturali lombarde, incontrano i mosaici con ciottoli neri e bianchi che sono pure sul pavimento ma sono solo un assaggio. La porta aperta sul giardino dona uno squarcio di fuga prospettica. Alzando gli occhi, spuntano i dipinti illusionistici posteriori di Giuseppe Levati (1739-1828), pittore di rovine incontrato l’estate scorsa in un giardino all’inglese. Nelle

nicchie, otto sculture in stucco ancora di Brambilla, protostatuario del Duomo per quarantanni, tra le quali le quattro stagioni. Sotto, in ulteriori nicchie-grotte, c’erano un tempo le personificazioni bronzee dei Quattro venti. Bellezza smembrata per via della famiglia Litta indebitata verso il 1872, quando molte altre opere di pregio presero il largo. Due dei quattro venti «che gonfian le nere gote» come li descrisse il poeta seicentesco Tommaso Stigliani, sono stati ritrovati, non molti anni fa, nelle campagna irlandese. Ad ogni modo quello che c’è basta e avanza e ora il mio l’occhio è colpito dalla luminescenza madreperlacea delle ostriche perlifere del genere Pinctada disseminate tutte intorno. Il rapimento massimo però è dovuto alla iridescenza del genere haliotis, note anche come orecchie di Venere, incastonate tra le concrezioni. La sala accanto, La stanza del Pro-

caccini, mi lascia sbalordito. Le pareti sono arabescate da Camillo Procaccini (1561-1629) con ciottoli neri e marini di Lavagna alternati a ciottoli bianchi del fiume Ticino. Arabeschi che conducono ai Rabisch (1589 – non per niente coevi del ninfeo – di Gian Paolo Lomazzo, 1538-1592, regista occulto di tutto quanto del quale avevamo ammirato la gloria angelica dove si prefigurava questa visita). Levando lo sguardo sul soffitto, la meraviglia: grottesche di ciottoli dipinti lievi, invenzione unica di Procaccini, dove danzano mimetizzati pegasi, unicorni, sileni, fauni, ninfe-fiori. Forme evanescenti da inconscio fantastico con simmetrie da macchie di Rorschach, s’intrecciano a rampicanti correggiesche. Caleidoscopico il prosieguo per cui ci vorrebbe un altro pezzo, tra civette mosaicate, labirinti-grotte stordenti, altri spruzzi magistrali, il cortile delle piogge.

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di Giancarlo Dionisio

Un’insaziabile brama di palcoscenico ◆

Sono passate poche settimane dalla finale della Coppa del Mondo di calcio. Sono ancora vive le immagini di Rodri che alza la coppa al cielo di New York, così come quelle di Paredes che a fine partita dispensa pugni e calci a destra e a manca, e di Gianni Infantino che tenta di portare via Donald Trump dalla foto che immortala il godimento totale degli Spagnoli. Proprio non ce la fanno a rimanere lontani dai riflettori! E ancora, il presidente USA, tra un attacco aereo e l’altro, si inventa la candidatura del boss della FIFA quale Segretario generale dell’ONU. A sua volta, l’avvocato Italosvizzero guarda già avanti, a un progetto ambizioso e plurimiliardario di partenariato con investitori privati per la gestione della Coppa del Mondo. Gianni, dopo aver volato per sei settimane nei cieli delle Americhe, non crede che qualche giorno di vacanza le farebbe bene? Ma non voglio cadere nel tranello e non le concedo un solo metro quadra-

to di palcoscenico in più. Tanto so che dei suoi fantasiosi e lucrativi progetti si parlerà ancora a lungo. Col Tour de France già concluso, secondo copione col dominio del folletto sloveno Tadej Pogačar, e con il nostro delfino Noè Ponti ancora impegnato agli Europei, mi restano però poche alternative. Fra le poche, guarda caso, ancora il calcio. Quello di casa nostra. Prendo lo spunto dalla polemica innescata da Mattia Bottani nei confronti della società in cui è cresciuto e di cui ha vestito la maglia dal 2008 allo scorso maggio, a eccezione di una sola stagione giocata con il Wil. Il Capitano è stato un uomo-bandiera del FC Lugano. Oltre 300 partite in bianconero con 40 reti all’attivo. Non molte, lo riconosco, compensate tuttavia dalla bellezza del gesto tecnico quando si incuneava nelle difese avversarie, palla al piede, con la rapidità di uno scoiattolo. Non è un caso che la società lo abbia promosso a uomo-immagine della campagna

abbonamenti per la stagione appena iniziata, la prima nella fiammante AIL Arena. Salvo poi scaricarlo senza appello e senza un’apparente ragione, se non, immagino, quella finanziaria. Il giocatore, non l’ha digerita. In un’intervista rilasciata al «Corriere del Ticino» se l’è presa col Mister Mattia Croci-Torti, con il quale il rapporto si sarebbe guastato nel tempo. Lo ha colpito sul piano tecnico, affermando che, con il suo budget, il Lugano avrebbe dovuto vincere di più. Lo ha affondato anche nelle sue scelte strategiche, stigmatizzando il fatto che in tutti gli anni sulla panchina del Lugano, il Mister non sia riuscito a portare in Super League un solo giovane del vivaio. Il tecnico del Mendrisiotto ha evitato la polemica affermando che lui è chiamato a curare gli interessi della Società. Il nocciolo della questione è racchiuso proprio in quest’ultima banalissima ma sacrosanta affermazione. L’allenatore lavora con le risorse che ha a

disposizione. Presumo che possa caldeggiare o meno l’ingaggio o il licenziamento di un giocatore, ma in ultima analisi, le scelte operative passano sul tavolo di chi tiene i cordoni della borsa. Su un aspetto, Bottani ha ragione. In questi anni, l’identità locale del FC Lugano non è emersa. In modo ancora più palese dopo che la Società è passata nelle mani di Joe Mansueto, Gran Patron dei Chicago Fire. Di tutto ciò, dubito che si possano addossare delle responsabilità a Croci-Torti. Sono convinto che sarebbe il primo, e con lui tutta la tifoseria bianconera, a essere iperfelice di allenare un Lugano come quello degli anni Sessanta, o quello degli anni Ottanta. Ma è impossibile. I tempi sono cambiati profondamente. Scartabellando tra i calendari dei cinque campionati svizzeri interregionali – dalla Super League alla Seconda Inter – ho scoperto un dato interessante. Il cantone rappresentato dal maggior numero di squadre è Zurigo, con

14 club. E fin qui nulla di strano. Ma sapete chi c’è al secondo posto? Il Ticino, con 11 società. Molto più lontani Vaud e San Gallo con 6, Lucerna, Svitto e Berna con 5. Ciononostante il dopo Behrami-Gavranovic è stato caratterizzato da una presenza scarsissima di giovani talenti «ticinesi» nelle due massime categorie. Un fenomeno che, mi sento di affermare serenamente, non è imputabile a Mattia Croci-Torti. Forse qualcuno, partendo da questo dato curioso, tenterà di porre rimedio a questa anomalia. Sono tuttavia convinto che la gente desideri una squadra vincente. Ad esempio, il Como di Cesc Fàbregas ha scatenato l’entusiasmo dei Lariani senza un solo italiano nell’11 base. Se nell’organico del Lugano tornassero Brenna, Gottardi, Zappa o Colombo, sarebbe semplicemente un bonus che, magari, porterebbe allo stadio qualche spettatore in più. A condizione che vincano.


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