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Azione 32 del 5 agosto 2026

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Raccogli subito

Ogni Pocket Tonies contiene una storia dedicata a un eroe dei Mimigs. Per ascoltare le audiostorie ti serve una Toniebox. Si tratta di un lettore audio sviluppato appositamente per i bambini. Basta posizionare una Pocket Tonies sulla Toniebox e l’avventura con le audiostorie ha inizio.

Fino a esaurimento dello stock

I giochi olimpici dell’isola

Il super parco giochi

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Il concorso delle invenzioni
Acciuffate la ladra! Salviamo il bosco!
Caccia al tesoro

MIGROS Pagina 4

«Arrendiamoci tutti, siamo genitori imperfetti», è l’ironico appello della giornalista Rachel Feintzeig

SOCIETÀ Pagina 5

ATTUALITÀ Pagina 13

La sfida di garantire un futuro agli alberi di paesi e città passa anche per il Ticino

Mel Brooks ha appena tagliato il traguardo dei cent’anni e continua a inseguire risate

CULTURA Pagina 19

In passerella sotto gli occhi del pardo

Emmanuele d’Ovidio racconta il lungo lavoro dietro l’oro mondiale di Powerchair Hockey

TEMPO LIBERO Pagina 29

Un caso che non nasce dal nulla

Indipendentemente da quanto se ne possa pensare, il caso Zali non nasce dal nulla. Il Ticino tende a considerare i fatti che gli sono stati contestati come una questione isolata, dimenticando il contesto generale che spiega come anche da noi possano svilupparsi, quasi invisibilmente, o comunque fino all’esplosione del bubbone mediatico, vicende simili.

Per decenni la politica, o meglio certi politici, hanno chiesto e ottenuto una netta separazione di giudizio tra la loro attività pubblica e la loro vita privata. Poco importa che tipo di uomo o di donna fossero in famiglia, nella società, con gli amici, i soci d’affari, i dipendenti o eventuali amanti: conta che governino bene. Dove per «bene» si deve intendere «efficacemente». Si tratta di personalità solitamente forti (leader che non devono chiedere mai) spesso divisive, che preferiscono sacrificare parte della ricerca del consenso trasversale in favore della mobilitazione di un elettorato molto fedele. Proprio ciò che

molti considerano discutibile, dal punto di vista dello stile non solo politico, è per i loro sostenitori una delle ragioni della loro efficacia. Penso alla sfolgorante parabola di Silvio Berlusconi in Italia: viveur sopra le righe, animatore di bunga bunga nelle sue ville e, al contempo, promotore di manifestazioni in difesa della famiglia tradizionale; coinvolto in numerose controversie legate a conflitti d’interesse, rapporti avvelenati con la magistratura e altre vicende personali. I molti sostenitori di allora e i nostalgici di oggi gli hanno sempre perdonato eccessi che con ogni probabilità non avrebbero tollerato in comuni cittadini. Perché, politicamente parlando, è stato straordinariamente efficace. Ha fondato un partito praticamente dal nulla nel 1994, ha guidato quattro governi ed è stato uno dei protagonisti assoluti della politica italiana per quasi trent’anni. E quanti americani vicini al movimento MAGA continuano oggi a chiudere un occhio sui lati oscuri della vita privata di Trump,

comprese le polemiche relative ai suoi rapporti con Jeffrey Epstein?

Nulla di sorprendente, quindi, se, anche in contesti più modesti, politici di ben minore cabotaggio siano stati eletti con successo pur praticando, nel loro piccolo, visti o non visti, la doppia morale dei «grandi», senza subirne conseguenze. È un andazzo legato anche all’idea che i politici debbano avere un po’ di «mano libera», o molta, per cambiare la società e che non si debba disquisire sui loro comportamenti meno ortodossi. Purché abbiano «gli attributi».

Si è fatta strada l’idea che, anche quando sono censurabili nelle loro vicende private, vadano considerati come il dottor House della serie tv, scorretto, sarcastico, offensivo, ma dotato di un’intelligenza diagnostica straordinaria. Che siano razzisti, maschilisti, bugiardi, basta che sappiano fare il loro «mestiere» di capipopolo. Tuttavia, a parte il fatto che esiste una cosa chiamata buona educazione che travalica la deonto-

logia professionale, i fini politici non giustificano certi modi di porsi. Anche la forma è sostanza. Lo stile e l’agire reale al di fuori dell’ufficialità indicano con precisione sismografica la vera natura e la visione del mondo di una persona: il senso della giustizia, il rispetto, il disinteresse, l’attenzione agli altri; o viceversa l’allergia alle regole, il primato degli interessi privati, l’egolatria, la prepotenza e la violenza. Quando questa visione collide con i valori della civile convivenza si produce uno sdoppiamento inquietante. Due personalità parallele e opposte convivono nello stesso individuo, come il dottor Jekyll che di notte diventa mister Hyde. Disgiungere l’abilità politica dall’etica personale, nel senso etimologico del termine, poiché «ethos» significa modo abituale di agire, comportamento, è un grave errore quando scegliamo le persone che ci rappresentano nella cosa pubblica. Se le mandiamo al potere, che siano la migliore versione di noi, e non la peggiore di sé stesse.

Nicola Mazzi Pagina 21
Film Festival
Locarno

Un Campo che è anche scuola di vita

Scoutismo ◆ Impressioni e testimonianze da Campo Blenio, dove sta per concludersi il Campo BeSTiale 2026

Duemila ragazze e ragazzi accomunati dalla voglia di stare insieme, di condividere una quotidianità fuori dagli schemi e di collezionare ricordi che resteranno per tutta la vita: è anche un po’ questo il senso di Campo BeSTiale, il Campo Cantonale Scout iniziato il 25 luglio e che durerà ancora fino al 7 agosto, e che è sostenuto anche dalla Cooperativa Migros Ticino.

«Lo scoutismo, oltre a migliorarti come persona, ti insegna molte cose nuove, ti mette in una realtà senza giudizio e quindi contribuisce alla tua crescita personale»

Alissa

Ben 1200 ragazzi si sono insediati temporaneamente a Campo Blenio, mentre i restanti 800 sono stati suddivisi nelle vare case colonia della Val di Blenio, Disentis e Surselva. Eleonora Schenk, vice responsabile del Settore Comunicazione spiega: «Comunichiamo tra di noi attraverso Radio Libellula, che trasmette interviste, testimonianze di lupetti ed esploratori… è il canale che ci collega tutti. Inoltre, abbiamo anche un giornalino di campo che esce ogni due o tre giorni e viene distribuito a tutti. Durante il Campo qui ci sono stati anche incontri con i castori, che sono i più piccoli (di prima e seconda elementare) e con i lupetti».

L’entusiasmo si percepisce anche nelle parole di Alissa, fresca di maturità alla Scuola Cantonale di commercio di Bellinzona e di Mirko, studente di informatica all’Arte e mestieri, quando ci raccontano le loro giornate da pionieri (o, più comunemente, «pio»).

«Il campeggio è un momento in cui puoi staccare dalla vita di tutti i giorni, puoi quasi goderti una seconda vita!»

Mirko

Racconta Mirko, «Noi ci svegliamo verso le 07:30, poi facciamo colazione, ma sempre prendendola con calma. Verso le 9 è il momento della cosiddetta Apertura , quando alziamo la bandiera per richiamare i membri della nostra sezione. Mezz’ora più tardi, a partire dalle 9,30, iniziano le attività, che possono essere di natura

sportiva, oppure prevedere la costruzione di qualcosa, a volte ci troviamo con altre sezioni, ad esempio quando organizziamo dei tornei. Arriva poi l’ora di pranzo, quando si cucina e si mangia insieme. In genere sono i capi a cucinare, ma a turno tocca anche a noi».

Continua Alissa: «Ci sono poi le

attività del pomeriggio, che variano a dipendenza di ciò che abbiamo fatto durante la mattina. Verso le sedici e trenta è l’ora della merenda, ci sono i turni delle docce e del tempo libero. Alle 18.30 si comincia a preparare la cena, che si mangia tutti insieme. Dopo cena solitamente si fa un bivacco, si cantano delle canzoni e si fanno giochi fino verso le 22.30. Infine, si fa la chiusura, si abbassa la bandiera e si va a letto».

Quest’anno anche a Campo Blenio il grande caldo si sente: Alissa, che è addetta alla farmacia, lo conferma: «Ricordiamo di continuo a tutti quanto sia importante bere, mettere la crema solare e indossare sempre un cappellino».

Il Campo non è ancora finito, ma i feedback sono più che positivi sin dai primi giorni. Mirko e Alissa rispondono praticamente all’unisono: «Ci stiamo divertendo tantissimo, le attività sono state coinvolgenti e apprezzate: per ora di lati negativi non ne abbiamo visti».

41 tonnellate di CO2 risparmiate in pochi clic

Sostenibilità ◆ Da Migros Online collaboratrici e collaboratori hanno lanciato di propria iniziativa il progetto «Green IT» per rendere l’informatica più sostenibile. Con questi semplici consigli e trucchi, anche tu puoi ridurre la tua impronta digitale

Circa il due per cento di tutte le emissioni di CO₂ è causato dal settore digitale, con una tendenza in aumento. Con l’iniziativa «Green IT», collaboratrici e collaboratori di Migros Online vogliono contrastare questa evoluzione e radicare la sostenibilità nell’IT. Insieme a Mikujy, una società di consulenza specializzata nella digitalizzazione sostenibile, hanno sviluppato un concetto pensato per ridurre l’impronta ecologica.

Avviato nel 2025 con un «Digital Cleanup Day», il progetto è partito nell’aprile 2025 con un «Digital Cleanup Day». «L’avvio è stato volutamente pragmatico e volontario», afferma Aurélia Rochat, Staff Software Engineer presso Migros Online e promotrice del

azione Settimanale edito da Migros Ticino

Fondato nel 1938

Abbonamenti e cambio indirizzi tel +41 91 850 82 31

lu–ve 9.00–11.00 / 14.00–16.00 registro.soci@migrosticino.ch

progetto. In un primo momento tutte le collaboratrici e tutti i collaboratori sono stati invitati a eliminare le vecchie e-mail; in seguito sono state ripulite le risorse cloud non più necessarie. Insieme, il team ha risparmiato circa

41 tonnellate di CO₂, pari a circa 20 voli in economy da Zurigo a New York e ritorno.

In futuro, presso Migros Online, la Green IT dovrà confluire nei nuovi progetti già dall’inizio. Obiettivo

Come puoi contribuire anche tu nel lavoro quotidiano

Disiscriviti dalle newsletter che non ti servono: statisticamente, solo il 37% delle newsletter viene effettivamente letto. Usa la modalità scura nelle app e sui siti web: ad esempio, su Google consente di risparmiare il 63% del consumo dello schermo. Metti in or-

dine il desktop. Widget come meteo o servizi finanziari generano un elevato traffico di dati.

Disattiva i video su Spotify e la riproduzione automatica dei video di YouTube. Così eviti traffico di dati inutile. Usa la generazione tramite IA con at-

ultimo è quello di ridurre costantemente l’impronta ecologica e utilizzare le risorse in modo più efficiente. La sostenibilità dovrà diventare naturale quanto la protezione dei dati o la cybersecurity.

tenzione: generare immagini e video senza un obiettivo concreto è uno spreco di risorse.

Pensaci due volte prima di acquistare un nuovo smartphone o un nuovo laptop: l’80 % dell’impatto ambientale nasce durante la produzione.

Posta

L’iniziativa mostra già effetti concreti: i processi sono stati ottimizzati, si consumano meno risorse IT, i dati inutili sono stati eliminati e l’hardware viene utilizzato più a lungo. Questo permette di risparmiare non solo CO₂, ma anche costi.

Quest’iniziativa di collaboratrici e collaboratori ha un valore esemplare: è infatti notevole che il progetto si basi su un impegno volontario nato dalla buona volontà.

Migros Online è una delle prime aziende private in Svizzera a promuovere sistematicamente la Green IT insieme a un partner esterno. In futuro, anche le clienti e i clienti dovranno beneficiare maggiormente di soluzioni digitali sostenibili.

Scoutismo
Ticino

Bugie e coppia, chi è totalmente onesto?

Tutti apprezzano l’onestà, eppure uno studio dell’Università di Copenaghen mostra che le bugie nelle coppie sono più comuni di quanto si pensi

Mondoanimale

Gli asini in Svizzera sono presenti come animali da compagnia, per trekking, attività educative e accompagnamento delle greggi. Li conosciamo davvero?

Mamme e papà, avete il diritto di essere imperfetti

Il caffè dei genitori ◆ In un’epoca in cui la cura dei figli è vissuta come una performance la giornalista Rachel Feintzeig lancia un appello ironico e liberatorio: «Arrendiamoci tutti, insieme».

Prima che inizi il nuovo anno scolastico dei nostri figli, proviamo a farci un esame di coscienza. Da anni –giustamente – psicologi e educatori ci mettono in guardia dal desiderio di avere figli performanti. Stavolta, però, concentriamoci su di noi. Se ci guardiamo allo specchio, scopriamo che spesso siamo noi genitori ad avere l’ansia da prestazione: il bisogno costante di apparire presenti, coinvolti, organizzati agli occhi degli altri – e, in fondo, anche dei nostri figli. Ci autoimponiamo di conoscere le date dei compiti in classe, i giorni delle interrogazioni, le scadenze per gli elaborati della maturità. Recuperiamo via WhatsApp, a qualsiasi ora, le pagine dei libri dimenticati a scuola – anche quando i figli frequentano già le medie o le superiori. Passiamo ore a compilare liberatorie per pomeriggi di paintball o go-kart organizzati da altri genitori. E quando l’amichetto è a casa nostra, mandiamo foto in continuazione per mostrare quanto i bambini stiano giocando bene insieme. Gestiamo le loro agende come fossero manager: sport, corsi, compleanni, appuntamenti. Cerchiamo di essere presenti a ogni evento scolastico, quasi dovessimo dimostrare qualcosa. Perfino Il caffè dei genitori a volte si trasforma in un’esibizione di competenze scolastiche: «I compiti di matematica sulle frazioni non erano chiari». Così, per chi – come me – i compiti dei propri figli non sa neppure cosa siano, la frustrazione monta immediata.

Più che accompagnare i figli nella crescita, sembriamo impegnati in una silenziosa competizione tra adulti, costretti a sentirci inadeguati alla prima défaillance.

Davanti a questa genitorialità performativa, a Il caffè dei genitori vogliamo fare nostro l’appello della giornalista Rachel Feintzeig, che sul «New York Times» racconta di lavoro, famiglia e dei suoi – spesso fallimentari – tentativi di tenere tutto sotto controllo. In uno dei suoi articoli descrive genitori presenti a ogni appuntamento dell’anno scolastico: alla sfilata di Halloween, al laboratorio di San Valentino, perfino alle richieste più improbabili della scuola, come festeggiare il mezzo compleanno di un figlio. Feintzeig ammira quell’entusiasmo e quella disponibilità inesauribile, ma confessa di non avere più energie. E arriva a una conclusione tanto ironica quanto liberatoria: «Arrendiamoci tutti, insieme». Sappiamo già di esserci ridotti a coordinatori permanenti delle vite dei nostri figli. Un comportamento che, paradossalmente, li carica di ansie infinite. Quando mettiamo la loro esistenza in un frullatore di atti-

vità – che vogliamo svolgano anche con risultati d’eccellenza – li sovraccarichiamo di aspettative. Tutto con le migliori intenzioni, certo. Ma vale la pena chiederci: ci muove la dedizione verso i figli o il bisogno, tutto nostro, di convincerci che tutto sia sotto controllo anche mentre siamo in una call senza fine che terminerà solo all’ora di cena?

Come se non bastasse, abbiamo abbracciato anche la genitorialità intensiva.

La genitorialità oggi non viene solo vissuta, ma esibita: i social e le chat creano una visibilità costante che alimenta il confronto tra genitori

La genitorialità manageriale è scandita dal controllo di agende e risultati, dall’organizzazione ossessiva di corsi, sport e attività extrascolastiche.

La sociologa Annette Lareau l’ha definita concerted cultivation: un modello educativo in cui i genitori pianificano sistematicamente il tempo dei figli per svilupparne competenze, abilità sociali e opportunità future. L’infanzia diventa così una sequenza di atti-

vità strutturate e supervisionate – non un terreno da esplorare, ma un progetto da amministrare.

La genitorialità intensiva, invece, è il figlio come impresa da gestire con efficienza emotiva e organizzativa. La sociologa Sharon Hays, già negli anni 90, parlava di intensive mothering : un modello culturale che chiede ai genitori – e soprattutto alle madri – di essere sempre presenti, emotivamente assorbiti e guidati dagli esperti. Alle donne viene ancora richiesto di essere insieme competitive sul lavoro e onnipresenti nella vita dei figli, trasformando ogni scelta educativa in una decisione da ottimizzare. Recuperare a qualsiasi ora le pagine dimenticate a scuola è, in fondo, un gesto di snowplow parenting : il genitore che spiana la strada ai figli, eliminando ostacoli e frustrazioni prima ancora che possano affrontarli. L’intenzione è protettiva; il risultato, però, è sottrarre ai ragazzi la conquista dell’autonomia. Mandare foto per mostrare quanto i bambini stiano giocando bene insieme rivela un altro tratto della contemporaneità: la genitorialità non viene solo vissuta, ma esibita. I social e le chat scolastiche creano una visibilità costante che alimenta il confronto implicito tra genitori. La cura di-

venta rappresentazione pubblica della nostra competenza educativa. Perfino la presenza costante a colloqui, feste e recite rischia di trasformarsi in un segnale pubblico di buona genitorialità. La partecipazione è letta come prova di dedizione, fino al punto che l’assenza appare come una mancanza di attenzione. Come osserva la sociologa Silvia Fargion, la nostra società ha trasformato l’educazione in «una performance da valutare secondo standard di efficienza e perfezione». La cura diventa performance, il successo dei figli la misura del valore di noi genitori.

Arrendersi non significa smettere di amare i figli, ma smettere di competere con noi stessi e con l’ideale del genitore che riesce a fare tutto. È un invito collettivo a disinnescare il perfezionismo genitoriale e restituire respiro alla vita familiare. Ecco perché il richiamo di Feintzeig ci riguarda così da vicino: «Sogno il giorno in cui potremo tutti rallentare un po’ senza vergogna: saltare un evento qui, ignorare una festa inventata lì. Quello di cui ho bisogno è un quorum. Senza di esso, i miei figli continueranno a sentirsi trascurati – tutti i loro amici sono andati all’Esposizione Universale e hanno detto che il cibo in Venezuela

era incredibile – e io continuerò a sentirmi in colpa, praticamente sempre, ma soprattutto quando fisso il soffitto alle 3 del mattino». Arrendiamoci tutti, insieme. Arrendiamoci all’idea di essere genitori impeccabili, all’illusione della presenza totale, alla corsa alla dimostrazione continua. Tra la partecipazione a una (inutile) riunione scolastica – dove ti spiegano che i bambini dovranno imparare a scrivere con la stilografica e a usare la calcolatrice – e una serata in famiglia a chiacchierare a tavola, io scelgo la seconda. Sono un’assente cronica agli incontri di classe. Le chat WhatsApp non le apro da due anni, con il risultato di scoprire spesso informazioni cruciali all’ultimo minuto. E poi, davvero, chi può partecipare a una merenda di classe a Parco Ciani? Non è un inno al disimpegno, ma il bisogno di darci tregua. Bisogna rifondare il diritto all’imperfezione, ammettere la possibilità di dire al genitore performante – senza sentirsi giudicati – «non so di cosa tu stia parlando». Saltare l’aperitivo di classe senza sentirsi inadeguati. Respirare, non competere. Per dare ai nostri figli tempo vero insieme a noi. Tempo indisturbato. Tempo di noia abbracciati sul divano.

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Piccoli tesori di grande gusto

Attualità ◆ Alla Migros al momento sono disponibili anche le deliziose bacche svizzere, che giungono nei negozi a breve distanza dalla raccolta. Qualche informazione sulle varietà più amate

Così belli da vedere e così buoni da gustare, i lamponi sono costituiti principalmente da acqua, fruttosio e fibre. Dal gusto leggermente acidulo, si prestano a moltissimi utilizzi in cucina, conferendo la loro tipica nota fresca e vivace a pietanze quali dolci, gelati, torte, dessert, confetture, composte, sciroppi; ma anche in piatti salati come insalate, salse per carne e risotti.

Queste piccole bacche blu ricche di vitamine, fibre, acido folico e antocianine, si caratterizzano per il loro sapore al contempo dolce e acidulo e si sposano a meraviglia con altri ingredienti come vaniglia, limone, formaggi erborinati e cannella. Dopo l’acquisto si consiglia di tenerli in frigorifero e consumarli entro pochi giorni.

Ideali da gustare nelle calde giornate estive, le more si presentano con il loro bel colore nero-violaceo, sode e lucide. Sono dei frutti sensibili da conservare in frigo dopo l’acquisto e si possono congelare. Piuttosto asprigne di sapore, si accostano bene ai dessert più disparati, alle mele e conferiscono un aroma fruttato alle salse per carne.

Noti per il loro elevato contenuto di vitamina C, regalano una piacevole nota acidula a piatti sia dolci che salati. Seducono al primo sguardo con il loro colore rosso acceso. Sono ricchi di pectina, una sostanza naturale dall’azione gelificante utilizzata per addensare confetture e gelatine.

Pulizia efficace e sostenibile

Qualche informazione sulle bacche svizzere

Quest’anno il raccolto di more, lamponi, mirtilli e ribes di produzione svizzera risulta sostanzialmente buono, in leggera crescita rispetto all’anno scorso. A farla da padrone sono i lamponi con 2411 tonnellate stimate, seguiti dai mirtilli (923 tonnellate), more (506 tonnellate) e ribes (303 tonnellate). Essendo delle colture particolarmente sensibili a condizioni climatiche quali le forti piogge, il caldo intenso e la grandine, per poter garantire dei frutti di ottima qualità gran parte di essi sono coltivati in Svizzera sotto tunnel di plastica o serre, in modo da proteggerli al meglio. Questa tecnica colturale permette anche di ridurre l’utilizzo di prodotti fitosanitari dal momento che le piante sono meno esposte a parassiti e malattie.

Acquistare le bacche svizzere fa bene anche all’ambiente, in quanto beneficiano di trasporti brevi per giungere nei negozi. Inoltre, i frutti sono raccolti a giusta maturazione e nel pieno del loro sapore. Grazie al loro contenuto di preziose vitamine, minerali e pigmenti vegetali, queste piccole perle costituiscono un alimento importante nel contesto di un’alimentazione sana ed equilibrata.

Attualità ◆ I prodotti della linea Nature Clean promettono una pulizia impeccabile nel rispetto dell’ambiente

Dai detersivi per bucato liquidi e in polvere agli ammorbidenti, dagli smacchiatori ai detergenti per stoviglie, passando per i detergenti per la cucina, wc e bagno, fino ai deodoranti wc e ai detergenti per i vetri e universali: con i prodotti dell’apprezzata linea Nature Clean a base di ingredienti naturali, la casa splende ogni giorno in modo impeccabile ma con un occhio di particolare riguardo per la sostenibilità ambientale. Questi efficienti prodotti della Migros si caratterizzano infatti per la loro elevata biodegradabilità, che è di almeno il 96% e in alcuni casi può addirittura arrivare al 100%. Inoltre, sono privi di microplastiche e quasi tutta la linea è certificata vegana, vale a dire senza ingredienti di origine animale. Anche sul fronte degli imballaggi, che spiccano per il loro design moderno e chiaro, non si è scesi a compromessi: per produrli viene infatti in gran parte utilizzata plastica riciclata. Molti di questi prodotti sono anche disponibili nella confezione di ricarica, ciò che permette di risparmiare ulteriormente materiale d’imballaggio e di ridurre i rifiuti domestici idonei al riciclaggio.

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Novità ◆ Lo storico marchio italiano di make-up Deborah Milano lancia due prodotti innovativi che coniugano alla perfezione tendenza e comfort

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Bugie d’amore, dire la verità fa male alla

Relazioni ◆ Uno studio dell’Università di Copenaghen mostra che tra bugie bianche, omissioni e infedeltà la disonestà nelle relazioni è più comune di quanto si pensi

Molti ritengono che l’onestà assoluta sia il pilastro di una relazione sana. Eppure è rarissimo trovare qualcuno che non abbia mai nascosto un’informazione, detto una «bugia bianca» (cioè una piccola «bugia a fin di bene», per non offendere o per proteggere i sentimenti dell’altra persona) o taciuto una verità scomoda al proprio partner.

La menzogna ha una natura paradossale: tutti apprezziamo l’onestà eppure ricorriamo regolarmente all’inganno, spinti da bisogni, paure e desideri contrastanti È questo il punto di partenza di una ricerca dell’Università di Copenaghen, condotta dalla dottoressa Rachele Mazzini, che analizza la disonestà non come una semplice deviazione morale ma come un comportamento relazionale immerso in contesti, motivazioni ed effetti diversi. Con interviste, sondaggi e diari quotidiani di coppie, si getta una luce su questo fenomeno universale e contraddittorio, che identifica le principali tipologie di disonestà nelle relazioni intime, ne analizza motivazioni e conseguenze, dimostrando che non tutte le bugie hanno lo stesso effetto.

«I risultati mostrano che la disonestà genera spesso dubbi e sfiducia, elementi tossici per la coppia. Ma, paradossalmente, può anche trasformarsi in un’opportunità di apprendimento e crescita relazionale», spiega Mazzini. La disonestà non nasce dal nulla: è radicata nelle dinamiche specifiche della coppia e riflette schemi ricorrenti più che atti isolati. Analizzando le descrizioni di 656 partecipanti americani che hanno raccontato un episodio di disonestà verso il partner attuale, precedente o ipotetico, i ricercatori hanno costruito un quadro concettuale completo. Emer-

gono 4 forme principali: bugie (gravi o innocue); occultamento di informazioni; infedeltà (fisica, emotiva o online) e inganno attivo (comportamentale, spesso non verbale). I contenuti riguardano finanze, posizione, immagine di sé, emozioni, sessualità, misfatti e relazioni extraconiugali. Due schemi ricorrenti saltano agli occhi. Il primo è il «circolo vizioso»: chi subisce una bugia reagisce mentendo a sua volta oppure chi mente continua a farlo per coprire la bugia iniziale. Il secondo è lo «slowburn» (combustione lenta): all’inizio la disonestà può dare eccitazione o sollievo ma col tempo genera vergogna, colpa e deterioramento del benessere proprio e del partner. Questi modelli possono essere utili ai terapeuti di coppia per riconoscere dinamiche pericolose. Però non tutta la disonestà è distruttiva, dato che ne esiste una «prosociale», motivata dall’autoconservazione o dal desiderio di proteggere l’altro da conflitti inutili o ferite emotive.

La bugia come campanello di allarme

In alcuni casi, la scoperta di una bugia funge da campanello d’allarme: spinge la coppia ad affrontare problemi altrimenti ignorati, rafforzando infine il legame. In un approfondimento dello studio, condotto su 120 coppie di 5 Paesi, è stato chiesto ai partner di annotare quotidianamente per una settimana i propri comportamenti disonesti e la percezione di quelli dell’altro. La disonestà si è rivelata relativamente rara, presente in meno del 20% dei giorni. I partner sono piuttosto bravi a cogliere l’assenza di inganni ma quando questi si verificano spesso non li individuano o sospettano erroneamente.

Le coppie, che già vivevano episodi di disonestà, mostravano fin dall’inizio livelli più bassi di fiducia e maggiore percezione di inganno, conferman-

do che la disonestà riflette dinamiche relazionali profonde e non episodi isolati.

Questi risultati, pubblicati sulla rivista «Personal Relationships», si inseriscono in una letteratura consolidata, che evidenzia come l’onestà sia altamente valorizzata nelle relazioni intime, eppure la disonestà sia frequente. Gli studi precedenti mostrano che le persone mentono più spesso e su cose più gravi ai partner che ad altre persone e che nascondere segreti o tradire (anche online) è più comune di quanto si ammetta. Le conseguenze sono

generalmente negative: erosione della fiducia, minore intimità, riduzione della soddisfazione e, nei casi estremi, rottura della relazione.

Tuttavia, questo studio aggiunge sfumature importanti. Le motivazioni dominanti sono due: l’autoprotezione e la (presunta) protezione del partner. Forme, contenuti e motivazioni sono spesso intrecciati, poiché una stessa bugia può servire contemporaneamente a difendere se stessi e a «salvare» l’altro. È interessante notare come le bugie innocue su questioni banali possono avere esiti simi-

li a omissioni più gravi. I partecipanti che ricordavano ex partner tendevano a riportare infedeltà più spesso mentre chi pensava a un partner ipotetico o attuale descriveva prevalentemente disonestà lievi, forse per una tendenza socialmente desiderabile.

La ricerca sottolinea la natura paradossale della disonestà: apprezziamo l’onestà ma ricorriamo regolarmente all’inganno, spinti da bisogni, paure e desideri contrastanti. Comprendere questi meccanismi non serve a giustificare le bugie ma a gestire meglio la complessità dell’intimità.

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Le conseguenze delle bugie nella coppia sono generalmente negative: erosione della fiducia, minore intimità, riduzione della soddisfazione e, nei casi estremi, rottura della relazione (Magnific.com)

Gli asini non sono cavalli e non sono testardi

Mondoanimale ◆ In Ticino vivono oltre 200 asini, l’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria spiega che le loro esigenze sono diverse da quelle dei cavalli con i quali spesso convivono

Secondo le statistiche ufficiali più recenti disponibili del Dizionario storico della Svizzera (basato su dati statistici nazionali sugli animali domestici), nel Canton Ticino ci sono circa 200–220 asini. Si tratta di una delle concentrazioni più alte del Paese dopo il canton Berna, mentre a livello nazionale, la Banca dati degli animali registra oltre 11.000 asini in tutta la Svizzera. Su tutto il territorio, oggi questi equidi sono presenti soprattutto come animali da compagnia, per trekking, attività educative o di terapia assistita, e talvolta per accompagnare le greggi nei pascoli alpini. Alimentazione moderata, ripari asciutti, contatto sociale sono elementi essenziali per garantire il loro benessere

Nonostante la loro diffusione crescente e l’affetto di cui godono, gli asini continuano però a essere spesso fraintesi e uno degli equivoci più comuni è considerarli semplicemente «piccoli cavalli». In realtà, come sottolinea l’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria (USAV) nelle sue informazioni tecniche sulla protezione degli animali, gli asini non sono cavalli e richiedono una gestione diversa. Per cominciare si sottolinea che «dal punto di vista evolutivo l’asino domestico deriva dall’asino selvatico africano, adattato a vivere in ambienti aridi e poveri di vegetazione. Il cavallo, invece, si è sviluppato nelle steppe temperate con erbe più ricche, e questa è una differenza che si riflette ancora oggi nel metabolismo degli animali. Inoltre, gli asini hanno un apparato digerente estremamente efficiente, capace di estrarre energia anche da foraggi poveri». Proprio per questo motivo, gli esperti sottolineano che «un’alimentazione troppo ricca, tipica delle razioni pensate per i cavalli, può causa-

Viale dei ciliegi

Nicola Brunialti

Luce del mio occhio

Lapis (Da 9 anni)

Rozzi e rudi, i Ciclopi – per perpetuare la loro stirpe – andavano a prendere moglie in Grecia. «Prendere», proprio nel senso letterale, perché le poverette non avevano alcuna voce in capitolo. Una volta giunte sull’isola dei Ciclopi, toccava loro il triste destino di sfacchinare al servizio dei mariti. Figli, pulizia, cucina, mentre loro, i mariti, «lavoravano» fuori, andando a caccia e pascolando le capre. Da questo contesto prende il via il nuovo romanzo di Nicola Brunialti, che come di consueto riesce a parlare di questioni serie con leggerezza (che non vuole assolutamente dire superficialità) e soprattutto con umorismo. Qui l’umorismo, favorito anche dall’ambientazione, diventa comicità quasi alla Rabelais, roboante, carnevalesca, clownesca, dove l’inciviltà, l’ottusità e la scarsa attenzione alla pulizia degli incivili energumeni vengono espresse in modo da far scaturire le risate, ma anche le riflessioni. A fare riflettere i lettori, ma soprattutto i maschilisti energumeni, è una bambina, Antea, rapita per errore

re seri problemi di salute: fieno molto nutriente, mangimi concentrati o eccesso di erba fresca possono favorire obesità, disturbi metabolici o patologie agli zoccoli». Per gli asini è quindi preferibile una dieta semplice e poco energetica, basata soprattutto su fieno di qualità moderata e su pascoli non troppo ricchi. E questo è proprio uno degli aspetti che l’USAV richiama più spesso quando si parla di detenzione adeguata, mentre un’altra differenza riguarda la resistenza alle condizioni climatiche: «Molti pensano che gli asini siano robusti quanto i caval-

li, ma non è esattamente così. Il loro mantello è meno impermeabile e offre una protezione minore contro pioggia e freddo persistente». Questo è il motivo per il quale quando sono tenuti all’aperto devono sempre avere accesso a un riparo asciutto e ben protetto dalle intemperie: «Una semplice tettoia o una stalla aperta possono fare la differenza per il benessere dell’animale, soprattutto durante gli inverni umidi tipici di molte regioni svizzere». Un’analogia con i cavalli riguarda invece il fatto che, come loro, anche gli asini sono animali sociali. «Vivono meglio quando hanno contatto con

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da un Ciclope: Antea è un’Amazzone, è ancora piccola ma già forte e ribelle. E soprattutto consapevole dei propri diritti in quanto donna. Antea aprirà gli occhi a Fileno, un Ciclope ragazzino, sui soprusi maschilisti perpetrati alle donne. La metafora di «aprire gli occhi» non è scelta a caso, come non credo sia stata scelta a caso l’ambientazione tra questi giganti da un solo occhio, simbolicamente incapaci di assumere il punto di vista dell’Altro. E oltre a Fileno, Antea aprirà gli occhi anche a tutte le donne dell’isola, rapite, sì, ma ormai rassegnate ad accettare il loro destino. Darà loro consape-

volezza, autostima, e la forza di unirsi per far valere i propri diritti. Che neanche nella «civile» e colta Grecia sarebbero poi stati così rispettati, visto che dalla tanto apprezzata «democrazia» le donne erano comunque escluse. Un romanzo divertente, che è prima di tutto una vivace avventura, ma che proprio grazie alla vivacità con cui si fa leggere parla di cose serissime, come la parità di genere, il rispetto, e la libertà di scegliere cosa fare della propria vita.

Vincent Poensgen-Estelle Meens

Ciao ciao bua! Sonda (Da 3 anni)

La piccola Camilla è al parco, intenta a fare le bolle di sapone, non vede un ciottolo, inciampa, e si fa un graffio sul gomito. «Fa male! Malissimo! Malissimissimo!» grida Camilla in lacrime, mentre un esserino rosso appare all’improvviso vicino a lei. Quell’esserino rosso, con due occhioni, due braccini e due gambette, è la «bua». Il «fa male» personificato in una sorta di spiritello invadente e un po’ fastidioso certo, ma dallo sguardo neanche troppo antipatico, anzi

prudenza: quando si trova davanti a una situazione che considera rischiosa, l’asino tende a fermarsi e valutare l’ambiente invece di reagire impulsivamente e questo comportamento, evolutosi in ambienti difficili e rocciosi, è in realtà una strategia di sopravvivenza. Richiede però un approccio paziente e rispettoso da parte delle persone che lavorano con questi animali». In passato, soprattutto nelle regioni alpine e mediterranee, gli asini erano preziosi animali da lavoro: trasportavano merci, legna e prodotti agricoli su sentieri dove carri e cavalli non potevano passare, mentre oggi il loro ruolo è cambiato: «In Svizzera sono sempre più presenti in attività di turismo lento, trekking con animali da soma, programmi educativi e progetti di terapia assistita a causa del loro temperamento calmo e della loro intelligenza che li rendono infatti compagni ideali per molte attività con il pubblico».

pexels.com

altri individui della stessa specie o almeno con altri equidi, dunque, tenerne uno solo, isolato, può causare stress e comportamenti anomali». Per questo, gli esperti consigliano di allevarli almeno in coppia o in piccoli gruppi. Lo dimostrano molte aziende agricole o fattorie didattiche svizzere nelle quali gli asini vengono infatti tenuti insieme ad altri asini, muli o cavalli con cui instaurano relazioni sociali stabili.

L’asino ha anche una reputazione ingiusta: quella di essere testardo. «In realtà, ciò che viene percepito come ostinazione è spesso una forma di

D’altronde, la presenza di oltre 11mila asini nel Paese dimostra che questi animali hanno trovato un nuovo spazio nella società contemporanea. Tuttavia, proprio perché spesso convivono con i cavalli nelle stalle o nei pascoli, è importante ricordare che le loro esigenze non sono identiche e le raccomandazioni dell’USAV insistono su un principio semplice: «Una detenzione adeguata deve tenere conto della biologia e del comportamento specifico dell’asino. Alimentazione moderata, ripari asciutti, contatto sociale e gestione rispettosa sono elementi essenziali per garantire il benessere di questi animali». In un cantone come il Ticino, dove appunto se ne contano oltre 200, conoscere meglio le loro caratteristiche significa non solo prendersene cura nel modo corretto, ma anche riscoprire una presenza discreta e affascinante del nostro paesaggio rurale. Gli asini non sono cavalli: sono una specie con storia, carattere e bisogni unici, e per questo meritano attenzione e rispetto.

buffo, con cui non resta che provare a familiarizzare. Nell’attesa che se ne vada, ovviamente. Non è nuova nella letteratura per l’infanzia l’idea di dare un volto e un corpo alle emozioni e alle sensazioni, rendendo concreto l’astratto, nonché visibile – e animato – l’invisibile. Spesso ciò che in questo tipo di storie viene reso personaggio sono le emozioni (come ad esempio in Io e la mia paura, di Francesca Sanna, Emme Edizioni; o in La pazienza ama le fragole, di Tina Oziewicz e Aleksandra Zajac, Terre di Mezzo); qui invece, la cosiddetta «bua», come è tipico dei bambini, è più un misto

di sensazione (il gomito escoriato che brucia) e di emozione (lo spavento per essere caduta all’improvviso rompendo un momento di gioia pura). Fatto sta che Camilla quella bua vorrebbe mandarla via, e a renderla almeno un po’ più gentile contribuisce la mamma, che arriva con un bel cerottino (a pois, per l’esattezza, perché si sa i cerottini per le bambine e i bambini rivestono un’importanza tutta particolare). Poi arriva il papà, a dare un bacio magico (anche la bua vorrebbe un bacino ma Camilla è perentoria: quel bacio magico è tutto per lei). Poi arriva il fratellone a leggere una storia, e la storia è così divertente che la bua si assopisce (mentre Camilla è tutta presa ad ascoltare). Di incontro in incontro, con Camilla che si diverte a giocare, a fare, a mangiare, a chiacchierare, la bua si allontana sempre di più, e se ne va lontano, anzi «lontanissimo. Lontanissimissimo». E Camilla ora sa che potrebbe succedere ancora di farsi un po’ male, e quindi incontrarla di nuovo, ma lei prima o poi se ne andrà: ciao ciao bua, che non a caso nell’originale in lingua francese (gli autori sono belgi) suona «arrivederci»: Au revoir, bobo!

di Letizia Bolzani

Dispacci di Dendrosofia

La perdita quasi silenziosa dei giganti africani

Mentre il nostro vecchio continente va letteralmente a fuoco, c’è un fenomeno non così noto che riguarda i più grandi alberi africani, ovvero i baobab. Nell’immaginario europeo o forse addirittura del cittadino occidentale, l’Africa è divisa tra foreste fittissime, tra gli ultimi possibili avamposti di qualche civiltà tribale, enormi deserti, minuscole oasi e carovane di cammelli, città vaste circondate da bidonville, resti architettonici o statuari di antiche civiltà tramontate, e savane, vaste pianure dove ancora migrano animali da documentario. Proprio dove gli elefanti si spostano per centinaia di chilometri, affiorano in lontananza giganteschi alberi che avvicinandosi mostrano la loro dimensione monumentale: non tanto in altezza, difficilmente infatti i baobab maggiori superano i 25 metri, ma di certo in circonferenza dei tronchi, con 20 e 30 metri di architettu-

ra solida, inamovibile, maestosa! La specie, Adamsonia digitata, fu scoperta da Michel Adamson che, nel 1750, sbarcò in Senegal e iniziò a nutrirsi di tutta l’inimmaginabile natura che vi trovò, oltre che dei bellissimi uomini e donne, a partire dai griot che raccontano le storie leggendarie della propria ricca tradizione orale. Sarà lui a descrivere per primo questi alberi, ma quando ritornato a Parigi, proverà a parlarne ad accademici e scienziati, verrà deriso e dovrà accettare ostracismo e povertà. A fare un minimo di giustizia ci penserà il botanico svedese Carlo Linneo che dedicherà il nome della specie all’Adamson. Per i più curiosi esiste un romanzo che parla di questo viaggio, La porta del non ritorno, lo ha scritto David Diop nel 2021, pubblicato alle nostre latitudini da Neri Pozza, due anni più tardi. Venticinque anni prima di Diop, uno storico irlandese col pallino della na-

Alimentazione

tura e degli alberi millenari, al secolo Thomas Pakenham, classe 1933, alias Thomas Francis Dermot Pakenham, ottavo Conte di Longford, nientemeno, si era messo a girare il globo per documentare i grandi alberi del pianeta, compilando due libroni – Meeting with Remarkable Trees (1996) e Remarkables Trees of the World (2002) – che furono tra i primi bestseller mondiali dedicati a questo tipo particolarissimo di natura; di libri sui più grandi testimoni arborei del tempo se ne sono scritti molti, ma nessuno aveva probabilmente raggiunto questo livello di diffusione grazie anche a un rinnovato interesse editoriale, e poi alla facilità di divulgazione della televisione, e infatti al Pakenham venne affidata una serie di documentari ad hoc. Pakenham ci mostrava alcuni dei giganti africani: dal famoso baobab-osteria di Klaserie in Sudafrica ai due giganti del Botswana, il

Chapman’s Tree e il Green’s Tree, ai meno noti baobab australiani, quali il Prison Baob e il Dinner Tree di Derby, fino ai baobab danzanti di Toliara in Madagascar. Nel corso degli ultimi due decenni i maggiori baobab si sono letteralmente aperti, scosciandosi, e rovinando a terra. Non esiste una ragione comune che scientificamente ci spieghi perché ora, e perché insieme, se non un effetto dell’accelerazione del cambiamento climatico. Il Chapman’s Tree, così chiamato in ricordo della visita dell’esploratore e cacciatore James Chapman, datata 10 luglio 1852, era alto 22 metri e aveva una circonferenza del tronco massima di 25.90 metri. La sua struttura composta di sei tronchi ha improvvisamente ceduto nel 2016. I successivi studi hanno rivelato che le crescite appartenevano a tre distinte generazioni: 500-600 anni, 800-1000 anni e 1350-1400 anni. Il Sunland Baobab

della provincia di Limpopo, in Sudafrica, era alto 22 metri e ostentava una circonferenza del tronco pari a 47 metri! Nel 1993 i proprietari vi avevano allestito all’interno un pub che poteva ospitare fino a 60 persone, mantenendo una temperatura media di 22 gradi centigradi. Una serie di cedimenti lo hanno abbattuto tra il 2016 e il 2017. Il Glengoe Baobab a Segole, ancora nella provincia di Limpopo in Sudafrica, era alto 17 metri e aveva un tronco largo 15.90 metri, era considerato il secondo più ampio baobab del mondo ma è caduto nel 2009. Anche in questi casi la morte ha facilitato lo studio del loro dna e la datazione, attraverso il metodo del carbonio radioattivo, ottenendo età che variano dai 1000 ai 1835 anni, e confermando che, negli esemplari più vasti, coesistono diverse generazioni: le più vetuste appunto millenarie, le più giovani di pochi secoli.

Buongiorno signora Laura, ho ricevuto dei grani di kefir da una collega e allora mi sono cimentato pure io con la preparazione di questo yogurt. Oltre al latte mi ha consigliato di farlo pure per l’acqua: si aggiungono all’acqua i grani, si mette lo zucchero e la frutta e si prepara una bevanda d’acqua fermentata. Mi saprebbe dire i benefici che apportano queste bevande e il kefir alla salute? È migliore dei latticini classici? Esistono invece delle controindicazioni a cui dovrei prestare attenzione? Magari rischio di aumentare di peso?

La ringrazio, Mauro

Buongiorno signor Mauro, la ringrazio per la domanda. Per chi non lo conoscesse, il kefir è un tipo di prodotto lattiero-caseario fermentato. Si produce aggiungendo colture di batteri e lieviti al latte: le colture si

nutrono degli zuccheri naturali presenti nel latte e questo permette loro di moltiplicarsi, creando una bevanda fermentata. Il kefir contiene circa 60 specie uniche di probiotici, «batteri buoni» che migliorano la salute intestinale e possono aiutare nei processi digestivi. I più comuni sono lattobacillo, lattococcico, streptococco e leuconostoc. Molte di queste specie possono sopravvivere durante il passaggio dallo stomaco all’intestino. Il valore nutrizionale del kefir e dei microrganismi probiotici che contiene varia notevolmente a seconda degli ingredienti e della tecnica di fermentazione. Un articolo del 2017 stima che il kefir di latte tradizionale sia composto da circa: 90% acqua, 6% zuccheri naturali, 3,5% grassi, 3% proteine. Il kefir contiene anche numerose vitamine e minerali, tra cui vitamine del grup-

po B, Vitamina C, Vitamina A, Vitamina K, Magnesio, Calcio e Potassio. Kefir, yogurt e latticello sono tutti tipi di prodotti lattiero-caseari fermentati. Tuttavia, hanno proprietà leggermente diverse poiché differiscono per composizione microbica e processo fermentativo con batteri benefici. Lo yogurt deriva quasi esclusivamente da fermentazione lattica, mentre il kefir coinvolge anche una fermentazione alcolica. Questo gli conferisce un gusto più acidulo e una leggera effervescenza, oltre a una maggiore varietà di microrganismi. Sembra essere generalmente sicuro da consumare, purché le persone lo preparino e lo conservino con attenzione. Per le persone sane, se non si è abituati al consumo di prodotti ricchi di probiotici si possono avere dei leggeri disturbi gastointestinali iniziali. Se

invece si ha un sistema immunitario indebolito da qualche malattia o cura sarebbe meglio parlare del suo consumo col proprio medico curante. Gli effetti benefici invece sono ben documentati e diversi studi dimostrano che bere kefir può aiutare a migliorare la salute digestiva grazie ai suoi ceppi batterici. Il suo apporto di calcio e sali minerali contribuisce pure alla salute delle ossa e a ridurre il rischio di osteoporosi. Si è visto che può ridurre i danni causati dalla sindrome metabolica perchè aiuta ad abbassare la pressione sanguigna, a gestire i livelli di colesterolo, a migliorare i trigliceridi e a mantenere i livelli di zucchero nel sangue. Il kefir d’acqua sinceramente non lo conoscevo: qui i grani consumano lo zucchero come carburante principale e lo spezzano in glucosio e fruttosio iniziando la fermentazione che produ-

ce anidride carbonica, tracce di alcol, acidi organici e aromi. La frutta che si aggiunge apporta minerali, azoto, micronutrienti e zuccheri aggiuntivi. Si ottiene così una bevanda probiotica, leggermente fermentata, moderatamente zuccherata e naturalmente gassata. Diciamo che dal punto di vista nutrizionale non si tratta di una bevanda ricca di probiotici né di minerali come lo sono certe acque minerali ma sicuramente è una bevanda migliore di quelle zuccherate classiche e se la si vuole sostituire ogni tanto con l’acqua normale va bene.

Informazioni

Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)

di Tiziano Fratus
di Laura Botticelli

ATTUALITÀ

L’America che si muove

Cittadini e cittadine ridisegnano la geografia del Paese alla ricerca di spazio, benessere e convenienza economica

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Focus sugli «scomparsi» di Cipro

Un team bicomunitario recupera i dispersi dei conflitti del passato per aiutare un’isola divisa a guardare avanti

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Terza guerra mondiale in arrivo?

Dall’Ucraina al Medio Oriente, crisi sempre più intrecciate alimentano il rischio di un’escalation globale mentre l’Europa appare impreparata

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Un futuro per gli alberi di paesi e città

Svizzera ◆ L’esempio di altri Cantoni mostra che sviluppo edilizio e tutela del verde possono convivere. Il Ticino saprà seguire la stessa strada?

Sedersi all’ombra di un albero e godersi un poco di frescura, magari riuscendo ad ascoltare i suoni della natura che trovano rifugio tra le sue fronde. Di questi tempi in cui la canicola è tornata per la terza volta protagonista dell’estate, è sicuramente un ristoro apprezzato da tutti, che spesso si rivela però ancora un desiderio irrealizzabile in molti spazi urbani. L’attualità in queste settimane ci ha riportato nuovamente a riflettere sulla tutela del verde nelle città ticinesi. La petizione online «Tuteliamo gli alberi ad alto fusto nel Canton Ticino» (che chiede che le decisioni di abbattimento vengano discusse con la popolazione o con i suoi rappresentanti) ha raccolto oltre duemila sottoscrizioni. Settecento cittadine e cittadini hanno firmato il testo per bloccare l’abbattimento di quattro grandi alberi su un terreno privato a Viganello, dove al posto di una villa sarà costruita una palazzina di cinque piani.

Una sensibilità giustificata, quella per il destino degli alberi nello spazio urbano. Le piante sono infatti in grado di ridurre le temperature, di immagazzinare anidride carbonica e creare ossigeno, di trattenere le polveri fini e di ridurre i rumori. Inoltre danno rifugio a molte specie viventi e identificano e caratterizzano il paesaggio con la loro maestosa presenza che ci accompagna nei decenni.

Quello che manca in Ticino è proprio un sistema efficace di protezione, come ammetteva il Consiglio di Stato nel 2022

Per tutto questo la loro protezione nelle nostre città è una priorità nazionale. L’ottavo obiettivo del «Concetto Paesaggio Svizzero» (approvato dal Consiglio federale nel 2020) impone di «densificare (le costruzioni) nel rispetto della qualità» e di «garantire spazi verdi nei paesaggi urbani». Temi centrali in una Svizzera che cresce e dove in 30 anni (1985-2018) la superficie d’insediamento è aumentata di circa un terzo in tutto il Paese. Proprio per frenare l’avanzata del cemento, nel 2013 il Popolo ha accettato la nuova legge sulla pianificazione del territorio, che si prefigge di lottare contro il consumo eccessivo del suolo. Da allora la situazione si è in parte stabilizzata. Nei centri e negli agglomerati si costruisce in modo più denso (la superficie costruita procapite è in diminuzione), ma questo mette potenzialmente ancora più sotto pressione il verde e la biodiversità, come dimostra il caso di Viganello. Tuttavia, conciliare le esigenze di una popolazione che cresce con la tutela e la pro-

mozione del verde non è impossibile, anzi. Qualche mese fa rappresentanti di Confederazione, Cantoni, Comuni assieme a membri di associazioni professionali e di specialisti si sono riuniti per discutere questa problematica. Ne è emerso che un fattore importante per la riuscita dei progetti è quello di pianificare e progettare prima le zone verdi e poi quelle costruite. Essenziale è inoltre, ha spiegato Glen Fischer di Città verde Berna, avere un regolamento innovativo sulla protezione degli alberi e fare sensibilizzazione fra la popolazione sul loro ruolo centrale.

Quello che manca in Ticino è proprio un sistema efficace di protezione, come ammetteva il Consiglio di Stato nel 2022 nella sua presa di posizione su un atto parlamentare promosso da Nicola Schönenberger: «I Comuni (…) hanno facoltà di inserire nei propri piani regolatori gli alberi degni di protezione. Lo strumento dell’allegato al Piano regolatore (PR) è complesso, costoso e statico e pochi Comuni ticinesi hanno finora inventariato gli alberi da proteggere a livello locale». Lo ha dimostrato recentemente il caso di Savosa. Dopo una discussione pubblica sull’abbattimento di un grande pino che troneggia da oltre settanta anni sul Rovello, il Comune ha deciso di aggiornare il suo

Piano del paesaggio che risaliva a 22 anni prima. Un lavoro oneroso, uno studio specialistico ha dovuto fare il censimento di tutti gli alberi presenti sul territorio comunale, identificare quelli degni di protezione e sviluppare delle schede per ogni pianta. Si è poi dovuto procedere all’allestimento di una modifica del piano regolatore. Quattro anni fa, il Consiglio di Stato concludeva dunque così il suo messaggio: «(Il Governo) sostiene il principio che ci si doti di una base legale adeguata affinché i Comuni possano garantire una migliore protezione degli alberi situati fuori dal bosco. Il Consiglio di Stato ritiene praticabile la definizione di criteri qualitativi ai quali dovrà riferirsi l’autorità locale competente».

Hanno fatto molto discutere anche le compensazioni finanziarie per l’abbattimento di alcune grandi piante

Poi però non se ne fece nulla, per la maggioranza del Parlamento cantonale i Comuni avevano già i mezzi per intervenire e non si volle introdurre il principio di sottoporre ad autorizzazione ogni abbattimento. Fabio Schnellmann, correlatore

di maggioranza, la definì un’iniziativa autogol: «Accettando questo atto parlamentare correremmo il concreto rischio che più nessuno sul proprio piccolo terreno privato metterà a dimora nuove piante, anche un semplice pesco o un piccolo susino, per evitare che eventualmente in futuro gli sia negata l’autorizzazione a tagliarlo». Il passo è stato compiuto invece in altri Cantoni. Il Canton Vaud, spesso preso a modello, ha una delle leggi più restrittive: qui infatti è stata introdotta una protezione generalizzata del patrimonio arboreo. Ogni abbattimento deve quindi essere sottoposto ad autorizzazione. Una bozza di regolamento elaborata dai servizi cantonali per semplificare l’applicazione della legge da parte dei comuni vodesi propone di proteggere tutti gli alberi il cui fusto abbia una circonferenza di almeno 40 centimetri. Le nuove regole non hanno certo fatto l’unanimità, molti progetti di sviluppo immobiliare sono stati bloccati, poiché non tutelavano gli alberi presenti sulla parcella o non compensavano a sufficienza il loro abbattimento. Un progetto, per esempio, è stato bloccato a Montreux: voleva tagliare 30 alberi e piantarne 34 sopra a un garage sotterraneo. Il tribunale ha sancito che la fattibilità della compensazione su un tale terreno non era garan-

tita. Hanno fatto anche molto discutere le compensazioni finanziarie per l’abbattimento di alcune grandi piante. Per un pino silvestre di 15 metri d’altezza sono stati pagati trentamila franchi, settantamila per il taglio di una quercia di 3 metri di circonferenza. Nell’ottobre dello scorso anno (a due anni dall’introduzione delle nuove regole), proprietari, promotori immobiliari, costruttori, autorità si sono incontrati per fare il punto. La conclusione è stata che è necessario un cambio d’approccio per far approvare i progetti: elaborare dossier completi, curare nel dettaglio le compensazioni e aprire da subito il dialogo con le autorità. Il presidente della Federazione padronale vodese, Stéphan Krebs, ha però rassicurato tutti: alla fine si è sempre trovata una soluzione. Dal canto suo l’urbanista Elise Riedo ha ricordato a proprietari e promotori che si può guardare agli alberi anche come un atout e non solo come un problema: «La presenza di un grande e bell’albero su una parcella può anche essere un fattore che stimolerà gli acquirenti». La legge vodese è stata accettata praticamente all’unanimità nell’agosto del 2022, sul finire di una delle estati torride alle quali ci stiamo abituando. Chissà che la terza canicola del 2026 non smuova le cose anche in Ticino.

Una veduta di Losanna, nel Canton Vaud, dove gli alberi fuori dal bosco sono soggetti a tutela e il loro abbattimento richiede un’autorizzazione. (Keystone)
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Alimentazione

Gli snack di per sé non sono il problema

La nutrizionista e autrice di ricette Andrea Pistorius offre alcuni consigli su come fare spuntini più sani. Ci svela anche come riconoscere gli snack ricchi di proteine

Gli snack hanno una cattiva reputazione: sono ipercalorici, contengono troppo zucchero, troppi grassi e troppo sale. Ma esistono alternative?

Andrea Pistorius: Assolutamente sì. La cattiva reputazione deriva principalmente dagli snack classici come patatine, biscotti e dolciumi, che sono composti quasi esclusivamente da carboidrati a rapido assorbimento. Fare uno spuntino non è di per sé una cosa negativa, ma dipende da cosa si mangia.

Quali sarebbero degli spuntini adatti?

Sono ottimi, ad esempio, il cottage cheese con dei cetriolini, il quark o lo skyr con i frutti di bosco. Anche le uova sode sono un’ottima scelta, così come piccole porzioni di mandorle non tostate, la carne secca dei Grigioni oppure una fetta di pane integrale con formaggio, un classico intramontabile. Tutti questi spuntini contengono proteine. Inoltre, lo spuntino dovrebbe contenere anche fibre; si potrebbero mangiare ad esempio dei frutti

di bosco con il quark oppure del pane integrale.

Perché le proteine e le fibre sono così importanti negli spuntini?

A differenza dei carboidrati, presenti nei prodotti con farina bianca o zucchero, le proteine vengono digerite lentamente e, insieme alle fibre, garantiscono un senso di sazietà più duraturo. Consumando zucchero o farina bianca, i livelli di glicemia si alzano e si abbassano rapidamente: questi alimenti non saziano, ma piuttosto fanno sì che ci venga di nuovo fame più in fretta.

Come si fa a non assumere troppe calorie quando si fanno spuntini?

È opportuno dare un’occhiata ai valori nutrizionali. Come regola generale, si può calcolare il valore proteico per 100 g moltiplicandolo per 10. Nel caso dello skyr, ad esempio, che contiene 12 grammi di proteine, il valore è pari a 120. Allo stesso tempo, lo skyr ha 61 calorie per 100 g. Il contenuto proteico è quindi più elevato rispetto alle calorie. Se il contenuto proteico è superiore o più o meno uguale, il rapporto è ottimo: lo snack contiene una buona dose di proteine rispetto alle calorie.

Che consiglio darebbe a chi ha sempre voglia di dolci alla sera? Spesso questo è un segno che durante il giorno non si è mangiato in modo sufficientemente equilibrato, spesso con un apporto insufficiente di proteine. Consiglio di inserire in modo mirato uno spuntino pomeridiano ricco di proteine, invece di lottare contro gli attacchi di fame la sera. Oppure, la sera, invece dei dolci, mangiare dello skyr o del quark con dei frutti di bosco.

Testo: Claudia Schmidt
Immagini: Getty images, Candraja-Fotografie
Spuntino proteico
High Protein Quark
Andrea Pistorius Consulente nutrizionale e autrice di ricette

Il grande trasloco americano

Oltreoceano ◆ Cittadini e cittadine ridisegnano la geografia del Paese alla ricerca di spazio, benessere e convenienza economica

Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni

«Ci pensavo da tempo, la decisione però è arrivata durante una videochiamata con mio nipote». Isabelle è originaria del New Jersey, vive a New York da oltre 20 anni ma nel 2027 lascerà la Grande mela per trasferirsi ad Austin, in Texas, dove abita il fratello Dan con la famiglia. Nel corso della telefonata il ragazzino le mostrava il giardino di casa e la piscina, dal grande soggiorno affacciato sul verde. «A un certo punto gli ho detto: tutto quello che posso farti vedere io sono i pochi metri quadri del mio vecchio monolocale. Lui ha ribattuto che ero fortunata a vivere al centro di Manhattan».

Una mela ammaccata

Fortunata, però, Isabelle non si sente più da tempo. «Negli ultimi anni mi sono ritrovata sempre più spesso a lamentarmi: le tasse troppo alte, i conti folli dei ristoranti, il freddo, la sensazione di vivere solo per lavorare. Difficilmente mi concedo un concerto o uno spettacolo a teatro», racconta ad «Azione». «Ho sempre adorato New York, ma ho capito che con l’età cambiano anche le priorità». Chissà se il sindaco Mamdani – in carica da gennaio 2026 – riuscirà a cambiare qualcosa?

Isabelle non è sola. I dati del Census Bureau (l’ufficio statistico federale), le rilevazioni immobiliari e le analisi delle ditte di traslochi disegnano un Paese in movimento. Non è più la vecchia corsa verso Ovest, né quella verso le mecche industriali del Nord-est e del Mid-west. E non è nemmeno una fuga dalle metropoli verso i paesini del Sud. La traiettoria migratoria disegnata oggi sulla mappa degli Usa è più com-

plessa. Gli americani non si spostano verso un’unica destinazione, si stanno redistribuendo. A spingerli non è più, come un tempo, una singola promessa – l’oro, il carbone, un lavoro sicuro – quanto piuttosto un insieme di fattori. Sul piatto ci sono tasse più basse, case più grandi, clima più mite, lavoro flessibile, qualità della vita. Le persone lasciano le aree più costose e popolate del Paese per trasferirsi in città medie e nelle nuove boomtown. Texas, Florida e Carolina del Sud restano in cima alle classifiche degli Stati che attirano più residenti. Ma la crescita si concentra sempre meno nelle downtown tradizionali e sempre più, come osserva il «Wall Street Journal», nelle exurbs, le comunità residenziali sorte decine di chilometri fuori dalle grandi città. Attorno a Dallas, Houston o Phoenix si espandono poli che fino a pochi anni fa venivano considerati semplici aree di passaggio.

«Le nostre comunità urbane non sono cresciute verticalmente, sono diventate più larghe», spiega Benjamin Winchester, sociologo rurale dell’Università del Minnesota. Secondo l’esperto, sempre più persone cercano ambienti meno densi, più spazio. «La gente non vuole necessariamente urbanità. Vuole luoghi meno congestionati». È il caso di Lakeland, in Florida, tra Tampa e Orlando, aumentata del 34% negli ultimi dieci anni: una cittadina con un centro godibile, un’economia trainata anche dalla logistica, un buon college, laghi, spazi verdi e un costo della vita ancora relativamente accessibile. Tra le mete maggiormente prese in considerazione c’è appunto Austin, in Texas, che continua ad attirare aziende tecnologiche, giovani professionisti e lavoratori da re-

moto, confermandosi uno dei poli urbani americani lievitati più rapidamente nell’ultimo decennio. «Io la trovo affascinante», riprende Isabelle. «Non è tra le più economiche, ma spendendo gli stessi soldi che sborso ora, avrò un appartamento con terrazzo e due stanze in un palazzo considerato lussuoso che in futuro spero di poter comprare. La gente è gentile, i ritmi meno frenetici». Inoltre, riuscirà a mantenere lo stesso lavoro. «Dovrò venire in ufficio una volta ogni due mesi, per il resto mi collegherò in remoto da casa».

Per Winchester, questo tipo di spostamenti riguarda altresì molte comunità rurali, spesso raccontate come territori in inevitabile declino. In realtà, sostiene il sociologo, continuano ad attirare residenti. Il problema è che oggi le famiglie sono più piccole, la popolazione è più anziana e soprattutto mancano case disponibili. «Le comunità che crescono sono quelle che han-

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Attorno a Phoenix –nella foto – si espandono poli che fino a pochi anni fa venivano considerati semplici aree di passaggio. (Wikipedia)

no costruito nuove abitazioni. La questione non è più creare posti di lavoro, è portare persone. Non puoi aspettarti che la gente appaia magicamente, servono posti in cui vivere». Anche se la pandemia sembra lontana, i suoi effetti non smettono di incidere sulle scelte di vita. La possibilità offerta dal «remoto» è ciò che ha permesso a tanti di lasciare le grandi città, ma non i contratti lavorativi. «Vivere ad Austin con lo stipendio di New York non è mica male! Spero di viaggiare di più e mettere qualcosa da parte», conferma Isabelle. In cima alle cittadine che prendono quota troviamo inaspettatamente Boise, capitale dell’Idaho, diventata uno dei simboli dell’attuale mobilità americana. Sviluppata attorno all’industria tecnologica e dei semiconduttori, circondata dalla natura, attira giovani professionisti e famiglie in fuga dai costi delle grandi città della West Coast. La California, appunto, resta lo

Cosa succedeva quando sono nata, il 24 agosto 1964

Sono nata il 24 agosto 1964 e sono la seconda di 5 figli. I miei genitori gestivano un negozio di articoli di confine a Chiasso. Ho vividi ricordi degli ampi spazi del nuovo asilo progettato da Flora Ruchat, allora ancora in costruzione. Ci siamo poi trasferiti a Novazzano. Si passava molto tempo nei prati e boschi con gli altri bambini. Tra i ricordi più vivi di quegli anni ci sono i Mondiali di ciclismo e le giornate senz’auto, quando le strade erano percorse da bici e pattini a rotelle. (Cristina Zanini Barzaghi)

Cara Cristina, la prima pagina di «Azione» del 20-26 agosto 1964 descrive L’America a una svolta. Siamo nel pieno della corsa alla Casa Bianca, che vede contrapposti il presidente democratico Lyndon B. Johnson – sostenitore del movimento per i diritti civili degli afroamericani e firmatario del Civil Rights Act (che proibisce la segregazione nei luoghi pubblici e la discriminazione nelle assunzioni) – e il re-

pubblicano Barry Goldwater, convinto che il Governo federale si stesse spingendo troppo oltre. Il Paese è scosso dalle tensioni razziali: «Gli assassinii nel Mississippi e il sangue di Harlem creano in molti bianchi un riflesso anti-negro che svolge una parte favorevole per il cow-boy conservatore». Gli omicidi citati dal giornale sono quelli di James Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner, tre attivisti per i diritti civili ammazzati dal Ku Klux Klan nel giugno del 1964. Poche settimane dopo, nel quartiere newyorkese di Harlem, la morte del 15.enne afroamericano James Powell per mano di un poliziotto bianco scatena disordini e violenze. È l’epoca di Martin Luther King, Malcolm X e di una battaglia per l’uguaglianza i cui strascichi continuano a interrogare anche il presente. Nelle stesse pagine si parla di Vietnam. All'inizio di agosto 1964 l’incidente del Golfo del Tonchino – scontri e presunti attacchi tra navi statuniten-

si e nordvietnamite – offre a Johnson il pretesto per ottenere dal Congresso il via libera a un deciso ampliamento dell’intervento militare americano. La mossa ha anche una valenza elettorale: il presidente (che verrà riconfermato in novembre) vuole mostrarsi forte e determinato, smentendo l’immagine di «mollezza» che il rivale Goldwater gli attribuisce. Il costo sarà enorme: il conflitto provocherà milioni di vittime vietnamite e oltre 58 mila morti tra i soldati statunitensi.

L’America scossa dalle tensioni razziali, la guerra in Vietnam e le donne che vogliono persino fare politica!

E in Europa? Nell’agosto 1964 il Continente commemora il cinquantenario dello scoppio della Prima guerra mondiale, sullo sfondo delle tensioni della

Guerra fredda. Sfogliando il giornale, però, la nostra attenzione è catturata soprattutto dalle pagine dedicate a Il mondo al femminile. Fra moda e acconciature compare un titolo inequivocabile: Madri al lavoro, bambini soli E padri non pervenuti, aggiungiamo noi. L’articolo passa in rassegna le iniziative di enti pubblici e privati – sempre negli Stati Uniti – a sostegno dei «ragazzini dalla chiave penzolante», ricordando come solo New York, Filadelfia e la California disponessero di programmi di assistenza diurna su larga scala. Oltre sessant’anni dopo la difficoltà di conciliare lavoro e responsabilità familiari resta una sfida aperta, anche in Ticino. Ma – osserva «Azione» nel 1964 –la donna non lavora soltanto. Talvolta tenta persino di fare politica. C’è aria di cambiamento... L’articolo La donna politica ideale riporta le riflessioni di «Renate Lepsius di Monaco, la cui nomina a candidata al Bundestag fallì

Stato che perde più residenti. Non sorprende, visto che tasse e mercato immobiliare restano tra i più costosi della Nazione. Per molti, Stati come la California o New York, che un tempo erano garanzia di opportunità, carriera e realizzazione personale, stanno diventando luoghi dove anche gli stipendi elevati non bastano più a stare al passo con il costo della vita. La pressione economica svuota parte delle grandi aree urbane e delle vecchie città industriali, da Cleveland e St. Louis fino a Baltimore.

Come scrive «Fox News», «questi cambiamenti suggeriscono che gli americani non si stanno solo trasferendo: stanno redistribuendo reddito e potere economico del Paese». A modificare ulteriormente la geografia è poi il brusco rallentamento dell’immigrazione internazionale. Per anni molte grandi città avevano continuato a crescere soprattutto grazie all’arrivo di nuovi abitanti, compensando così la fuga dei residenti. Oggi però, pure per effetto della linea dura dell’amministrazione Trump, quel flusso si sta riducendo rapidamente. Secondo recenti stime del censimento, tra luglio 2024 e luglio 2025 la popolazione è avanzata di appena 1,8 milioni di persone, circa la metà rispetto all’anno precedente. E se i dati sembrano indicare che la bussola punti verso Sud, Benjamin Winchester scommette che gli statunitensi non smetteranno di guardare anche alle comunità rurali e ai piccoli centri: «Sono ancora richiesti. La gente seguita a voler vivere lì, fare acquisti lì, viaggiare lì e visitarli ogni giorno». Non il ritorno all’America di una volta, ma la ricerca di luoghi in cui una vita meno affannata sembri ancora possibile.

per difficoltà familiari» (sarà eletta nel 1972!): «1. La donna politica deve avere una professione; deve dimostrare di saper fare qualcosa. 2. Deve saper fare e conoscere più dell’uomo medio suo concorrente: solo non deve farlo vedere. 3. Deve avere un marito, altrimenti si penserà che si occupa di politica proprio perché nessun uomo si occupa di lei. 4. Se ha un marito, sarebbe meglio per lei preoccuparsi di lui giacché egli deve in ogni caso preoccuparsi di politica. 5. Deve avere figli, anzi parecchi figli. Se non ne ha, si sospetterà che si occupa di politica perché non ha figli che la preoccupano. Ma se ha figli perché fare della politica? Se ne deduce che deve essere una cattiva madre e ci si domanda in questo caso come potrà diventare una buona donna politica».

Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno».

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di Romina Borla

Alla ricerca dei «desaparecidos» di Cipro

Reportage ◆ Un team bicomunitario recupera i dispersi dei conflitti del passato per aiutare un’isola divisa a guardare avanti

Dario Antonelli & Giacomo Sini, testo e foto

Le tovaglie immacolate riflettono la luce del sole che entra dalle finestre, su uno dei tavoli ci sono dei fiori in vaso, unico ornamento in questa stanza sospesa nel tempo. «Qui consegniamo alle famiglie le spoglie dei propri cari», dice Bruce Koepke aprendo la porta. L’uomo lavora per l’Onu ed è segretario del Committee on Missing Persons in Cyprus (CMP), comitato bicomunitario che si occupa della ricerca delle persone scomparse nel corso delle violenze che hanno insanguinato l’isola prima tra il 1963 e il 1964 e poi nel 1974. Gli scontri nacquero dalla crisi della convivenza tra greco-ciprioti e turco-ciprioti nella nuova repubblica indipendente. Nel 1974 un colpo di Stato filogreco spinse la Turchia a intervenire militarmente, occupando il nord dell’isola.

Grecia contro Turchia

L’isola è rimasta divisa in due entità: la Repubblica di Cipro, parte dell’Ue, in cui si parla il dialetto greco cipriota, e la Repubblica turca di Cipro nord proclamata unilateralmente nel 1983, in massima parte turcofona, riconosciuta solo dalla Turchia, che mantiene sull’isola un contingente di 35’000 soldati. Per questo il CMP è composto da tre membri, un rappresentante per ciascuna comunità e un terzo membro scelto dal Comitato in-

ternazionale della Croce Rossa. Sono molte le famiglie che attendono di conoscere la sorte dei propri cari. «Il Comitato è stato istituito nel 1981 dai leader delle due comunità», spiega Koepke, «ma ha potuto avviare pienamente le proprie attività solo nel 2006, dopo il raggiungimento di un accordo». Da allora sono state identificate circa 1100 persone della lista ufficiale dei dispersi, su un totale di 2002 casi riconosciuti dalle due comunità (1510 greci-ciprioti e 492 turchi-ciprioti).

L’attività del CMP, spiega l’intervistato, prevede l’investigazione a partire da testimonianze e informazioni, lo scavo archeologico, l’analisi antropologica, l’identificazione attraverso il DNA e infine la restituzione delle spoglie… Sui tavoli del laboratorio sono distese figure composte: i resti ossei di un gruppo di persone, al fianco di ciascuna sono raccolti con cura vestiti o accessori. Parte di una camicia, una fibbia di metallo sono in una confezione trasparente. «È impressionante entrare qui. Potete immaginare come possa essere per chi ha un parente disperso», dice Istenç Engin, accogliendoci nel laboratorio antropologico di cui è coordinatrice. «Stiamo analizzando i resti di una quarantina di individui, bisogna capire innanzitutto se sono vittime degli avvenimenti del 1963-1964 o del 1974».

Quasi in ogni casa ci sono dolori profondi. Nel quartiere popolare di Kaimakli a Nicosia vive la famiglia Kadi. Eleni ha perso lo zio, la casa e la terra nel 1974. Profuga, la sua famiglia è stata costretta a lasciare il suo villaggio. La passione per la danza ha spinto lei e suo marito Simos a far parte di CYPRUS, l’associazione di danza e musica folkloristica che valorizza gli elementi comuni della tradizione culturale cipriota. La musica su cui si balla al sud e al nord è quasi la stessa, dice Simos «cambiano solo le parole». Şöhret Mitsadalı ha 56 anni, anche lei è parte di CYPRUS, e si è unita all’associazione perché crede nella ri-

L’antropologa

Istenç Engin, coordinatrice del laboratorio dell’CMP.

unificazione dell’isola. La sua infanzia è segnata dagli eventi del 1974, come quella di tutti i ciprioti della sua generazione: «Avevo 4 anni quando abbiamo dovuto lasciare Larnaka –afferma – dove sono nata. Era molto bella». Ora cerca di tornarci quando può, per lei «l’isola è una sola».

Le case basse e il minareto di Göçeri si vedono appena oltre la collina, sullo sfondo si innalzano le montagne del Pentadaktylos. Si solleva una nuvola di polvere quando il braccio escavatore della ruspa lascia cadere terra e pietre a lato dello scavo. «Non abbiamo trovato niente, abbiamo iniziato da una settimana»,

spiega Erşen Kadıoğlu, archeologo del CMP di fronte a una trincea profonda mezzo metro. Ancora oggi arrivano testimonianze da cui possono essere avviati nuovi scavi. «In questo caso – spiega Andreas Christou, Field Coordinator del CMP – siamo partiti dalla testimonianza di un cipriota di lingua turca che ha visto seppellire dei corpi in questo campo vicino ad un olivo, poco dopo il 1974». Erşen lavora al CMP dal 2006 e ha a cuore il carattere bicomunitario di questo lavoro: «Quando ho iniziato tra noi eravamo degli sconosciuti, ora siamo amici. Prima era difficile entrare in contatto tra ciprioti di lingua turca e ciprioti di lingua greca, qui per me è stato possibile. Per le giovani generazioni è diverso, è molto più normale l’incontro, ma non è sempre così, dipende dal luogo e dal contesto sociale in cui vivi».

Irene sottolinea l’importanza di questo lavoro «per le famiglie, perché è una tortura non sapere dove sono i propri cari, ma anche per la società, perché la questione dei dispersi possa chiudersi e sia più facile giungere ad una soluzione». E se la riunificazione di Cipro continua a essere oggetto di un difficile confronto politico, il CMP dimostra che la collaborazione è possibile: ogni identità restituita a un nome e a una storia contribuisce a ricucire, almeno in parte, le ferite lasciate da decenni di divisione.

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L’ombra della guerra totale

Geopolitica ◆ Dall’Ucraina al Medio Oriente, crisi sempre più intrecciate alimentano il rischio di un’escalation globale. E l’Europa appare impreparata

C’erano una volta la guerra di Ucraina e le guerre del Medio Oriente. La prima scatenata il 24 febbraio 2022 dalla Russia invadendo l’Ucraina. Le altre, ad oggi diffuse su sette fronti, scatenate da Israele in risposta al massacro del 7 ottobre 2023 compiuto attorno a Gaza da Hamas e diverse organizzazioni terroristiche, tra cui cellule dello Stato Islamico. Oggi queste guerre tendono a connettersi fra loro e a formare il nucleo di un potenziale conflitto su scala globale. Salto di qualità spesso trascurato nelle analisi correnti. Non considerarlo rischia di trovarci tutti spiazzati di fronte a una sfida esistenziale. Qualcosa che nei futuri libri di storia – se ce ne saranno ancora – sarebbe classificabile come terza guerra mondiale.

I conflitti apparentemente locali o regionali concernono tutti. Il caso di Hormuz è solo l’esempio più visibile

Premessa: stiamo descrivendo una grande valanga in formazione, non ancora precipitante su noi tutti. Non simpatizziamo con il genere apocalittico oggi di gran moda, sul quale d’altronde non varrebbe la pena intrattenersi perché ci lascia nelle mani di qualche entità suprema, su cui non abbiamo potere. Però consideriamo pericoloso indulgere nell’indifferenza o nella rassegnazione rispetto alle dure realtà con cui dobbiamo confrontarci. I tempi dell’ordinaria amministrazione sono scaduti insieme al cosiddetto ordine mondiale a guida americana.

Osserviamo la carta geografica. Distinguiamo l’epicentro e le periferie di questa galassia bellica, in cui sono direttamente o indirettamente coinvolte tutte le potenze che contano.

L’epicentro si colloca tra Mar Nero (guerra russo-ucraina), Caspio/Golfo Persico (guerra Usa-Israele contro Iran), Rosso (guerra degli huti contro Arabia Saudita e di riflesso tra Iran, Israele, Stati Uniti), Stretto di Hormuz (Usa contro Iran) e Mediterraneo Orientale (guerra di Israele con-

tro Libano di Hezbollah e seguiti del massacro di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania).

Le periferie sono quelle nordiche, lungo la faglia che separa la Russia dai vicini scandinavi, baltici e polacchi, soci della Nato che temono di essere invasi da Mosca e quindi supportano l’Ucraina. Qui siamo ancora sotto l’esplicita soglia bellica. Siamo però dentro la guerra in tutte le altre dimensioni, a delineare un conflitto «ibrido» (termine incerto ma di gran moda).

A sostegno della Russia troviamo – decisiva – la Cina. A supporto dell’Ucraina e della Nato del NordEst gli Stati Uniti, ancora più decisivi.

La connessione è data non solo dalla prossimità geografica ma dal fatto che i conflitti apparentemente locali o regionali concernono tutti. Il caso di Hormuz, che sta determinando una crisi energetica quindi economica a partire dal prezzo del petrolio, è solo l’esempio più visibile. Inoltre, l’uso di armi ucraine o russe oltre che occidentali nelle dispute mediorientali, il ricorso ai droni e ai missili balistici, cambiano il tono di conflitti che fino a ieri si combattevano soprattutto su terra. Qualcuno aveva paragonato i combattimenti sulla linea del fronte del Donbass alla Prima guerra mondiale – comparazione ovviamente impropria.

Il dato strategico riguarda il fatto che nessuno è oggi in grado di spegnere questi focolai. Il disordine mondiale derivato dal crollo di credibilità e di potenza degli Stati Uniti, fino a ieri riferimento universale – di amici e nemici – si manifesta in tale deriva. Sicché questi conflitti seguono un percorso carsico: nascono, si sviluppano, sembrano sedarsi, poi riprendono più acuti di prima.

Inoltre, nei focolai endemici interviene la tendenza al coagularsi di interessi economici che inducono a perpetuarli piuttosto che a spegnerli. Un esempio palese e per noi europei particolarmente preoccupante è la tesi per cui la Russia sta per invaderci, ergo occorre riarmarci. Ciò mentre negli Stati Uniti si è giunti alla conclusione opposta, per cui la campagna di

Ucraina sta dimostrando i limiti della potenza militare moscovita, tuttora impantanata sul fronte del Donbass. Il riarmo degli europei sta convincendo i russi che prima o poi entreremo direttamente in una guerra «preventiva» contro di loro, sicché occorre mandarci un segnale visibile e tremendo: una bomba atomica «tattica» contro un Paese atlantico. Il tutto a disegnare un ciclo incontrollabile di azioni e reazioni, stavolta però ben oltre la soglia dei conflitti convenzionali.

È tempo di prendere atto di queste realtà e prevenire qualsiasi deriva verso la guerra fuori tutto, «preventiva» o meno. Soprattutto, occorre che conflitti che ci coinvolgono sempre più direttamente non siano lasciati completamente nelle mani di potenze esterne quali Russia, Cina, Stati Uniti o Israele. Le quali rispondono alle rispettive opinioni pubbliche e proteggono i rispettivi interessi.

Ecco un paradosso poco promettente: noi della «famiglia europea», peraltro sufficientemente divisa e chiassosa, ci prepariamo alle guerre che non possiamo davvero combattere e lasciamo ai Grandi o presunti tali la ricerca di compromessi utili a sedarle o addirittura a spegnerle. Doppio autogol: sul fronte bellico perché una guerra contro la Russia potrebbe essere risolta in pochi minuti a nostro sfavore dal ricorso di Putin all’arma atomica. E sul fronte negoziale perché a stabilire i termini di una tregua o di una pace sarebbero altri, che deciderebbero per noi.

I decisori europei sono come i «sonnambuli» che scivolarono incoscienti nella Prima guerra mondiale?

Siamo nell’èra dei paradossi e degli irrealismi spacciati per verità assolute, d’accordo. Qui però temiamo si stia scivolando oltre ogni logica verso scenari terrificanti. Non vorremmo che i già evocati storici futuri dipingessero i decisori europei come i famigerati «sonnambuli» che scivolarono incoscienti nella Prima guerra mondiale.

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CULTURA

Il Pardo torna padrone di Locarno

Si apre la 79esima edizione del Film Festival, mentre la città si prepara a un anniversario che potrebbe portare nuove date e la riapertura dello storico Grand Hotel

Vandi, l’eremita dei boschi di Vararo

In provincia di Varese è stato scoperto il rifugio del pittore visionario Vittorio Aldrovandi, in arte Vandi – un luogo di isolamento e ispirazione

Mel Brooks, al di là del cattivo gusto

Vite da ridere (o quasi) ◆ Lui ha appena compiuto cent’anni e l’American Film Institute ha incoronato Mezzogiorno e mezzo di fuoco come il film più divertente di tutti i tempi

«Questa scena non funziona». Gene Wilder rimane spiazzato. La scena del tip-tap tra lui e il Mostro la considera una delle migliori del copione. La difende con passione crescente, e tra i due sembra stia per scoppiare una vera zuffa. Ma quando la litigata sta per deflagrare, Mel Brooks scoppia a ridere: «Perfetto. Volevo soltanto capire se ci credevi davvero». Era il suo modo di lavorare. Sul set provocava attori e sceneggiatori perché una gag, prima di arrivare sullo schermo, doveva meritarselo. Per Brooks la risata non era uno degli ingredienti del cinema: era il motivo stesso per cui fare cinema. Tutto il resto – eleganza, prestigio, buon gusto – veniva dopo.

Il premio non è soltanto un omaggio a una leggenda: è il riconoscimento di una filosofia che Mel Brooks ha seguito per tutta la vita

È significativo che questa filosofia trovi la sua forma più compiuta proprio in Frankenstein Junior, il suo film esteticamente più raffinato. Girato in un magnifico bianco e nero, utilizzando persino le apparecchiature originali del laboratorio del Frankenstein del 1931, è un autentico atto d’amore verso il cinema classico. Gene Wilder, coautore della sceneggiatura, spinge continuamente verso un equilibrio perfetto fra omaggio e comicità. Brooks, però, non dimentica mai la regola fondamentale: se una gag rende una scena più divertente, è il film ad adattarsi alla gag, non il contrario. Un’idea nata molto prima di Hollywood.

Melvin Kaminsky nasce nel 1926 in una famiglia ebrea di Brooklyn. Con un padre morto troppo presto e con sempre pochi soldi in tasca, il buon Melvin, dal basso della sua statura, capisce presto che far ridere è un modo efficace per evitare i pugni. Ma anche quando impara a boxare, scopre che una gag funziona come un diretto: tutto dipende dal tempo.

La guerra completa la sua formazione. Arruolato nel Genio militare americano, partecipa anche alle operazioni di sminamento in Europa. Vede da vicino gli effetti del nazismo e matura una convinzione destinata a renderlo famoso: Hitler non deve essere soltanto sconfitto, deve essere ridicolizzato. Anni dopo lo trasformerà nel protagonista del delirante numero musicale Springtime for Hitler, suscitando scandalo ma dimostrando che il ridicolo può essere un’arma potentissima contro il potere.

L’altra grande scuola di Brooks è la writers’ room di Sid Caesar. Attorno allo stesso tavolo siedono Woody Al-

len, Neil Simon, Carl Reiner e Larry Gelbart. Più che imparare a scrivere, Brooks impara che nessuna battuta è intoccabile: si riscrive, si distrugge e si ricostruisce finché non fa ridere davvero. Da quell’esperienza nascerà anche il sodalizio con Carl Reiner e il leggendario The 2000 Year Old Man Nato come divertissement da salotto – Carl si cala nei panni dell’intervistatore dell’uomo più vecchio del mondo, Mel, appunto – diventerà una gag che intratterrà gli americani per decenni.

Sul piano personale, invece, la sorpresa si chiama Anne Bancroft. Dietro il regista anarchico e irriverente si nasconde un uomo capace di costruire uno dei matrimoni più solidi di Hollywood. Brooks dirà più volte che sposare Anne è stata la decisione migliore della sua vita. Lei aveva intuito ciò che molti non vedevano: quell’uomo che sembrava non prendere nulla sul serio, prendeva invece terribilmente sul serio il proprio

lavoro. E avere accanto a sé una donna che avrebbe sempre creduto in lui, si sarebbe rivelata la sua salvezza.

Visti gli effetti del nazismo, dopo la guerra, Mel Brooks si convinse che Hitler non andava soltanto sconfitto, ma anche ridicolizzato

Con Anne – letteralmente – arriva Gene Wilder (lo conoscerà perché Gene e Anne lavoravano assieme a teatro nella pièce Madre Coraggio). Insieme realizzano alcuni dei film più importanti della storia della comicità: Per favore, non toccate le vecchiette dimostra che si può ridere perfino del nazismo senza sminuirne gli orrori; Frankenstein Junior trasforma un omaggio filologico agli horror Universal in un capolavoro assoluto. Mezzogiorno e mezzo di fuoco fa esplodere il western dall’interno, prendendosi gioco del razzismo, di

Hollywood e delle convenzioni cinematografiche con una libertà ancora oggi sorprendente. Il segreto di Brooks rimarrà sempre lo stesso. Non prende in giro ciò che disprezza. Prende in giro ciò che ama. Studia un genere fino a conoscerlo perfettamente e solo allora comincia a smontarlo, pezzo dopo pezzo. È una lezione appresa da Ernst Lubitsch, dai fratelli Marx, da Chaplin e perfino dai cartoni di Tex Avery. Una lezione che, a sua volta, trasmetterà ai fratelli Zucker, agli autori dei Simpson e di South Park, a Seth MacFarlane e a buona parte della comicità contemporanea. Non sorprende, allora, che proprio nell’anno del suo centesimo compleanno l’American Film Institute abbia proclamato Mezzogiorno e mezzo di fuoco la commedia americana più divertente di sempre. Né sorprende che, invece di godersi gli omaggi (ma lo ha fatto, lo ha fatto…), Brooks sia tornato davanti alla

macchina da presa per un cameo in Balle spaziali 2. A cent’anni continua a fare quello che ha sempre fatto: inseguire un’altra battuta. Ho avuto la fortuna di conoscere Gene Wilder e di scoprire una persona gentile, colta e infinitamente più timida dei personaggi che interpretava. Con Mel Brooks, invece, ci siamo soltanto sfiorati. Collaborammo per la prefazione dell’edizione italiana di Baciami come uno sconosciuto, l’autobiografia di Wilder, ma non siamo arrivati a incontrarci. È uno dei pochi rimpianti della mia vita professionale. Perché ci sono artisti che ammiri. E poi ci sono quelli con cui avresti voluto semplicemente ridere per un’ora. Del resto, è probabilmente questa l’eredità più autentica di Mel Brooks. Averci insegnato che una grande risata non cancella le tragedie della storia, ma può impedire che la paura, il conformismo o il potere abbiano l’ultima parola. E, davanti a una grande risata, lui non ha mai fatto prigionieri.

Mel Brooks secondo l’illustratore Leonardo Rodríguez. (L.R.)
Carlo Amatetti
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Una buona preparazione crea un clima di relax

Un buon primo giorno di scuola dopo le vacanze inizia già qualche giorno prima. Se lo zaino, la borsa da ginnastica e i vestiti preferiti sono pronti, il lunedì inizia in modo molto più rilassato. Anche per i genitori tutta questa fase di preparazione può essere stressante dal punto di vista psicologico. Una buona pianificazione aiuta a evitare lo stress. Uno sguardo più attento all’orario delle lezioni mostra cosa c’è in programma nella prima settimana di scuola, cosa serve in ciascun giorno e cosa bisogna ancora procurarsi. Occorre ricordarsi assolutamente di procurarsi per tempo nuove scarpe da ginnastica, pantofole e spuntini salutari per la merenda.

2Adattare gradualmente il ritmo

Dopo le vacanze, non è sempre facile tornare alla routine scolastica. È quindi utile riprendere gradualmente il ritmo abituale già qualche giorno prima. Quindi andare a letto un po’ prima la sera, alzarsi un po’ prima la mattina e adattare passo dopo passo la routine quotidiana. Quando bambini e genitori devono uscire di casa contemporaneamente al mattino, la situazione può diventare rapidamente stressante. È quindi ancora più importante sostenersi a vicenda nei primi giorni del nuovo anno scolastico, finché non si sarà ripristinata la consueta routine.

In forma per il rientro a scuola dopo le vacanze

Il ritorno tra i banchi dopo il periodo estivo può

essere difficile, ma non deve per forza essere così. Ecco cinque idee che aiutano genitori e bambini a ritrovare il giusto ritmo

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Concludere le vacanze

L’ultimo giorno di vacanza non deve per forza essere un addio triste, anzi: può fare bene pianificare ancora una volta consapevolmente qualcosa di bello. Un pasto speciale, una serata al cinema, una gita o semplicemente del tempo da trascorrere insieme. Così quella bella sensazione continua a risuonare anche nelle prime mattine di scuola.

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Trasmettere fiducia e realismo Alcuni bambini non vedono l’ora di iniziare la nuova classe, mentre per altri prevale l’insicurezza. Quest’ultima può essere affrontata con parole semplici, che rafforzino la fiducia in se stessi – ad esempio con frasi come: «Hai già fatto tante cose nuove», «So quanto coraggio hai» e «Se qualcosa va storto, troveremo insieme una soluzione». Sono proprio

questi piccoli incoraggiamenti a dare forza. Un messaggio particolarmente importante da trasmettere al bambino è questo: il primo giorno dopo le vacanze non determina certo l’andamento e l’umore dell’intera settimana.

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Spiragli di luce per bambini e genitori

Se i bambini hanno difficoltà ad affrontare l’inizio dell’anno scolastico, bastano piccoli momenti positivi per mostrare loro che anche nella vita di tutti i giorni c’è spazio per tante cose belle. Coinvolgi tuo figlio nella pianificazione dei pasti e parla con lui di ciò che gli piacerebbe gustare durante la settimana. Per i genitori, il ritorno alla routine scolastica può rappresentare un sollievo, dato che, a differenza dei propri figli, non hanno avuto lunghe vacanze.

Testo: Edita Dizdar

Pratici
Contenitore per la merenda Migros
Borsa

Il Pardo si prepara al grande salto

Film Festival Locarno ◆ Sullo schermo saranno proiettati 233 film da 69 Paesi, in attesa dell’ottantesimo

Prende il via oggi, 5 agosto, la 79esima edizione del Locarno Film Festival. Quest’anno più che mai, si respira un’aria di cambiamento. Se infatti l’edizione che si apre promette un programma ricco, è inevitabile che lo sguardo sia già rivolto anche al 2027, quando il festival taglierà il ragguardevole traguardo degli 80 anni.

Tra i temi più discussi restano le date della rassegna. Fin dal suo insediamento, la presidente Maja Hoffmann ha più volte lasciato intendere che uno spostamento a fine luglio rappresenterebbe una soluzione interessante. L’80esimo anniversario dovrebbe coincidere anche con un’altra attesa novità: la riapertura del Grand Hotel di Locarno. Dopo anni di chiusura e di lavori di ristrutturazione, uno dei luoghi più iconici della storia del festival potrebbe finalmente tornare a vivere.

Le celebrazioni dell’80esimo anniversario, del resto, sembrano già essere state pianificate. Nel rapporto annuale 2025 figurano infatti 250mila franchi già accantonati proprio in vista dell’edizione del prossimo anno, segnale evidente della volontà di rendere speciale questo anniversario.

Il 79esimo Festival non è però una semplice edizione di transizione. Il programma, presentato nelle scorse settimane, lascia intravedere una manifestazione tutt’altro che dimessa. Tra i nomi più attesi spicca quello di Isabella Rossellini. Figlia di due leggende del cinema come Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, nel corso della sua carriera ha saputo costruirsi una personalità artistica autonoma, collaborando con registi del calibro di David Lynch, Martin Scorsese e molti altri autori che hanno lasciato un segno nella storia del cinema contemporaneo. Grande curiosità suscita anche la presenza di Virginie Efira, reduce dalla Palma d’oro a Cannes grazie alla sua interpretazione in Soudain, l’ultimo film di Ryusuke Hamaguchi. Non meno importante sarà l’arrivo di Darren Aronofsky, autore di opere che hanno segnato gli ultimi decenni: da Requiem for a Dream a The Wrestler, passando per Black Swan e Mother! Accanto ai grandi autori non mancheranno figure popolari come Asia Argento, da sempre protagonista del cinema italiano, ma non solo: il festival continua a dimostrare di voler valorizzare anche quei professionisti che operano dietro le quinte, come il produttore islandese Sigurjón «Joni» Sighvatsson e soprattutto Rick Baker, autentica leggenda degli effetti speciali.

Anche osservando il concorso internazionale emergono diversi elementi degni di nota. Uno dei più significativi riguarda il ritorno del cinema italiano con ben due film in competizione: Alberi erranti di Salvatore Mereu e Ketticè di Giovanni Tortorici. Ritroviamo poi alcuni registi ormai di casa sulle rive del Verbano, come Hong Sang-soo, autore sudcoreano che nel

corso degli anni ha instaurato un rapporto speciale con il festival. A lui si affiancano altri nomi molto apprezzati dalla critica internazionale, tra cui Denis Côté e Sarah Leonor, mentre per la Svizzera torna in concorso, dopo tre anni di assenza, grazie al vodese Basil da Cunha, uno degli autori più interessanti del panorama elvetico.

Sul fronte della Piazza Grande, il programma sembra capace di parlare a pubblici differenti. Da una parte trovano spazio alcune delle novità più attese della stagione, dall’altra una serie di grandi classici restaurati che permettono di riscoprire capolavori della storia del cinema. Tra gli appuntamenti più interessanti figurano le versioni restaurate di Balla coi lupi (1990) di Kevin Costner, Cuore selvaggio (1990) di David Lynch e Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese.

Grandi nomi, concorso solido e più spazio all’italiano. Resta però debole il peso nell’industria cinematografica e solleva dubbi Locarno Kids

Grande attesa anche per la serata di sabato 8 agosto, quando verrà presentato The Invite di Olivia Wilde (presente a Locarno) con un cast di prim’ordine. Sempre da Cannes approda sul lungolago anche Paper Tiger, il nuovo film di James Gray, uno degli autori americani più apprezzati degli ultimi anni. Tra le opere più attese figura inoltre Congo Boy, produzione che vede coinvolto il ticinese Daniele Incalcaterra, mentre la regista svizzera Petra Volpe, dopo i successi ottenuti con L’ordine divino e Heldin, presenta il suo nuovo lavoro Frank & Louis Merita una segnalazione particolare anche Il cileno di Sergio Castro-San Martín, per il legame con il nostro territorio: alcune scene sono infatti state girate alla Fondazione Eranos di

Ascona e allo Spazio Elle di Locarno. Nel complesso saranno ben 233 i film provenienti da 69 Paesi a essere proiettati nel corso della manifestazione. Numeri che confermano la dimensione internazionale della rassegna e la sua capacità di offrire uno sguardo ampio sulla produzione cinematografica mondiale. Tra queste opere fa piacere ritrovare anche alcune produzioni ticinesi, come i cortometraggi West/East di Elia Canevascini e Typhoon Mambo di Domenico Singha Pedroli. Accanto agli aspetti positivi, rimangono però alcune questioni che continuano a meritare attenzione. La prima riguarda la lingua italiana. È una battaglia che per primi abbiamo contribuito a portare all’attenzione dell’opinione pubblica proprio da queste colonne e che continua a essere di stretta attualità. Va riconosciuto che qualcosa si è mosso. Il messaggio approvato dal Gran Consiglio lo scorso dicembre, che garantisce al festival 17 milioni di franchi per il periodo 2026-2030, prevede infatti anche uno stanziamento di 60mila franchi all’anno destinato ai sottotitoli in italiano. Un segnale importante che ha già prodotto alcuni risultati, in particolare nell’ambito della Retrospettiva. Ma rimane aperta la questione del «Pardo Magazine», il quotidiano distribuito durante il festival, nel quale la presenza dell’italiano continua purtroppo a essere troppo limitata.

Il secondo tema concerne invece il posizionamento internazionale del festival. Da tempo Locarno dichiara di voler competere con le principali rassegne cinematografiche mondiali e una recente ricerca della rivista «Bilanz» lo colloca al settimo posto tra i festival più importanti del mondo. Un risultato di assoluto rilievo, che tuttavia va letto insieme a un altro dato: il budget della manifestazione, pari a circa 18 milioni di franchi, è già oggi paragonabile a quello di festival che occupano le prime cinque posizio-

Musica e fotogrammi

St. Moritz ◆ Dal 20 al 23 agosto, la rassegna engadinese del cinema

ni della classifica. È quindi legittimo chiedersi se gli investimenti effettuati stiano producendo tutti i risultati auspicati. Se Locarno vuole davvero rafforzare il proprio peso internazionale, occorre continuare a investire anche sul versante dell’industria audiovisiva, incrementando gli incontri professionali, favorendo la presenza di produttori, distributori e piattaforme e trasformando sempre più il festival in un luogo nel quale, oltre a presentare film, si sviluppino progetti, si stringano collaborazioni e si concludano accordi commerciali. Oggi Locarno non è ancora diventato un mercato di riferimento dove si acquistano e si vendono film con la stessa intensità che caratterizza altre grandi manifestazioni internazionali.

Infine, la novità di quest’anno: Locarno Kids, il nuovo concorso internazionale dedicato ai bambini, che propone sette film pensati per il pubblico più giovane. L’iniziativa si inserisce nella strategia di ampliare e diversificare ulteriormente l’offerta del festival, cercando di coinvolgere nuove fasce di spettatori e rafforzare il proprio posizionamento internazionale. È però una scelta che apre anche qualche interrogativo. Da anni, infatti, nella Svizzera italiana esiste una manifestazione che ha costruito con passione, competenza e notevoli sacrifici un’identità proprio attorno al cinema per l’infanzia e i giovani: Castellinaria di Bellinzona. Sorge quindi spontanea una domanda. Era davvero necessario occupare questo spazio? Non sarebbe stato possibile individuare un’altra direzione, evitando una sovrapposizione che rischia di mettere in difficoltà una realtà consolidata e radicata sul territorio?

Una grande manifestazione non cresce soltanto grazie ai nomi prestigiosi, ai tappeti rossi o ai grandi film, ma anche attraverso la capacità di ascoltare il territorio, valorizzare la lingua di casa e dialogare con le realtà culturali esistenti.

Mentre sul Verbano si accendono gli schermi della 79esima edizione del Locarno Film Festival, più a est l’Engadina si prepara a esplorare un territorio diverso, quello in cui il cinema incontra l’arte e l’immagine segue il ritmo della musica. Dal 20 al 23 agosto lo St. Moritz Art Film Festival torna infatti per la quinta volta con If Music, un programma di proiezioni, videoarte, incontri e installazioni. Festival che ha anche un legame diretto con il Ticino grazie a Diana Segantini, che cura la gestione della manifestazione engadinese, e vive tra Lugano e Maloja. Per sei anni è stata inoltre responsabile del settore Arte e Cultura della RSI, occupandosi in quel periodo anche di produzioni cinematografiche e documentaristiche. Un ponte tra Ticino e Grigioni per quattro giornate costruite attorno a un interrogativo: quanto un film può essere anche musica?

Ospite d’onore sarà Peter Greenaway, cineasta britannico che alla narrazione tradizionale ha sempre preferito costruzioni visive rigorose, nutrite dalla pittura, sua prima formazione, così come dall’architettura, dalla letteratura e dalla musica. La mattinata conclusiva di domenica gli sarà dedicata con The Greenaway Alphabet, il ritratto firmato da Saskia Boddeke, un incontro con Diana Segantini e la proiezione di The Draughtsman’s Contract, uscito in italiano come I misteri del giardino di Compton House La musica attraversa il programma anche in forme meno immediate. In La Bouche, Camilo Restrepo intreccia il dramma di un padre diviso fra dolore e vendetta dopo l’uccisione della figlia alle performance del percussionista guineano Mohamed Bangoura; il regista colombiano è noto anche al pubblico di Locarno, dove ha conquistato due Pardi d’argento. Anna Franceschini entra nel Pianola Museum di Amsterdam affidandosi a due lunghi movimenti di macchina; Diego Marcon, con La Gola, mette in scena due pupazzi iperrealistici. Tra le prime nazionali, anche Two People Exchanging Saliva di Natalie Musteata e Alexandre Singh, con Zar Amir Ebrahimi, candidato agli Oscar 2026 nella categoria del miglior cortometraggio. (IA)

STRATI di piacere

Tutti i bun per hamburger Migros per es. bun al mais, pretagliati, 4 pezzi, 330 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 0.68)

Tutto l'assortimento di sottaceti e di antipasti, Condy per es. cetriolini, 290 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 0.81)

fuso a fette per hamburger M-Classic XXL, cheddar e peperoncino, per es. Cheddar, 200 g, 1.68 invece di 2.10, (100 g = 0.84)

Vandi, l’eremita tormentato

In memoriam ◆ Tra i boschi di Vararo, in provincia di Varese, è stato scoperto il rifugio del pittore visionario

Di giorno si dedicava alla sua occupazione di disegnatore tecnico presso l’Aermacchi, mansione che richiedeva precisione, disciplina e scrupolosa osservanza delle logiche dei macchinari. Di notte, invece, si dedicava alla pittura, attività che gli permetteva di esternare la sua potente indole visionaria. Sospeso tra estrema diligenza e libertà assoluta, Vittorio Aldrovandi, detto Vandi, trascorreva in questo modo la sua esistenza prima di prendere la decisione di chiudersi in una solitudine totale, abbandonando lavoro, famiglia e rapporti sociali. Dopo questa scelta radicale, l’arte, che sino a quel momento gli aveva concesso di esprimersi appieno solo nei ritagli di tempo, diventò il suo unico scopo. È così che, a partire dagli anni Novanta e sino alla sua morte, avvenuta nel 2023, l’artista nato nel 1934 a Solbiate Arno, in provincia di Varese, ha condotto una sorta di seconda vita eremitica, isolato da un mondo a cui forse non era mai davvero appartenuto e che già in gioventù, a dispetto della frequentazione di numerosi artisti varesini e della partecipazione a esposizioni locali, sentiva molto distante da sé, dal suo spirito anticonformista e dalla sua disincantata visione della realtà.

Il rifugio di Vandi è stato per trent’anni un piccolo villino nella minuscola frazione di Vararo, borgo collocato in cima a Cittiglio, a settecen-

to metri di altezza, con un pugno di case immerse nel verde e una chiesetta settecentesca, intitolata a San Bernardo, che sopra una delle porte laterali reca un affresco proprio di mano dell’artista, unica sua opera pubblica. In questo luogo silenzioso Vandi ha trascorso una quotidianità ascetica e spartana, costruendo il suo nido immaginifico dove vita e creazione erano indissolubilmente legate.

E difatti, la scoperta che il figlio dell’artista ha fatto dopo la sua morte ha dell’incredibile: la piccola abitazione nel villaggio sulle montagne varesine si era trasformata in una vera e propria opera d’arte, affrescata in ogni dove, persino sul soffitto e negli angoli più angusti, e ricolma di dipinti realizzati su supporti di qualsiasi tipo, tele, tavole, piastrelle, oggetti, cartoni e fogli. Quella casa non era stata per Vandi un semplice atelier, ma una sorta di estensione fisica della propria dimensione creativa, uno spazio che soddisfaceva giorno dopo giorno il suo bisogno impellente e costante di dipingere. E quell’emarginazione volontaria a Vararo non era stata per lui semplice isolamento, ma condizione necessaria per proteggersi dal quel mondo esterno sempre percepito come avulso da sé e per raccontare senza vincoli il suo universo interiore inquieto e tormentato.

Le oltre duemila opere rinvenute, che insieme alla villa sono state ac-

Diavolo in dialetto

Spettacoli ◆ Tre leggende ticinesi rivivono

nel teatro di narrazione di Wanda Zurini

Una ha il Diavolo alle calcagna, un’altra si trova la Morte davanti alla porta, la terza rischia grosso per non aver filato la lana che il marito le aveva lasciato prima di partire per l’America. A Serafina, Miseria e Lazarona, insomma, la sorte riserva avversari poco accomodanti. Loro, però, invece di tremare, ragionano. E qualche volta imbrogliano persino chi era arrivato per imbrogliarle.

Sono le tre protagoniste di Di donne, morte e diavoli, lo spettacolo di Wanda Zurini (nella foto) in agenda martedì 25 agosto alle 18 nel Cortile di Palazzo Morettini a Locarno, per la rassegna Chilometro zero della Biblioteca cantonale. Con Zurini ci saranno Danilo Moccia al flugabone e Mario Scalzi alla tromba, mentre la regia è affidata a Giampaolo Gotti. Le storie arrivano dalla tradizione orale ticinese, ma hanno poco della reliquia da custodire sotto vetro. Serafina è una giovane di Cavergno che aspetta Olindo, emigrato in Olanda, finché una ciocca di capelli finisce nelle mani sbagliate. Miseria vive in Onsernone e possiede così poco da non avere quasi nulla da perdere quando la Morte viene a cercarla. Lazarona, invece, è pigra senza rimedio e, quando il ritorno del marito si avvicina, scopre che rimandare il lavoro può presentare un conto piuttosto salato. In tutti e tre i casi, però, sono l’intelligenza e una certa sfrontatezza femminile a rovesciare rapporti di forza che sembravano già decisi. Zurini non le dispone in fila, come tre novelle separate. Le mescola. Abbandona una vicenda per entrare

quistate da un imprenditore innamorato dell’arte, testimoniano quanto la pittura fosse per Vandi un’urgenza spirituale a cui trovava impossibile sottrarsi. Ecco allora che la solitudine ha spianato la strada a un’arte totalizzante, in cui la gestualità viscerale del dipingere ha assunto le caratteristiche di un cerimoniale quotidiano di comprensione della propria anima. Soprannominato « il Ligabue delle Prealpi varesine», Vandi ha riversato in ogni lavoro della sua sterminata produzione la disperata ricerca di una

traccia che fosse in grado di decifrare la ragion d’essere dell’umanità intera. Ha così dato vita, con coerenza e lucidità, a un microcosmo in bilico tra figurazione e allucinazione, in cui volti e corpi paiono emergere e dissolversi come imprigionati in una metamorfosi senza fine.

A comporre l’iconografia pittorica di Vandi sono fantasmi, angeli, santi e martiri dalle forme dissipate, insistentemente evocati e reiterati sino a diventare segni di un alfabeto interiore capace di trasfigurare la realtà

nell’altra, poi torna indietro, facendo sì che personaggi lontani per paese e destino finiscano per illuminarsi reciprocamente. E per farli esistere non ha quasi nulla a disposizione. Niente costumi, niente scenografie: uno sgabello e il proprio corpo e la propria voce, chiamati a passare da una vecchia a una ragazza, da un uomo al Diavolo, fino alla Morte. La musica entra negli spazi lasciati dalla parola. Il tutto è raccontato in dialetto. Non per aggiungere colore locale, ma perché separare queste leggende dalla lingua nella quale sono state tramandate significherebbe probabilmente cambiarne anche il carattere. Zurini lavora da tempo proprio su questo patrimonio, cercando nei racconti delle valli una materia ancora capace di stare sulla scena; nel 2024 aveva già affrontato l’epopea di Melí e Bissún, mentre qui torna a un immaginario popolato da partenze, povertà, promesse, creature soprannaturali e donne che non aspettano docilmente di essere salvate.

aprendo le porte alla dimensione onirica e visionaria. Nel colore vivido e nella materia vibrante dei suoi dipinti, l’artista abbozza questi personaggi tragici, talvolta maestosi, talvolta grotteschi, con un linguaggio che richiama alla mente alcuni dei maestri da lui amati. Goya, in primis, sommo interprete dell’angoscia umana, ma anche Rembrandt, Füssli, i simbolisti, i surrealisti, gli artisti dell’Espressionismo tedesco e Bacon, tutte figure che, a dispetto della sua formazione da autodidatta, Vandi ha studiato a fondo, rielaborandone le suggestioni per creare uno stile ibrido, colto e assolutamente personale.

Ora che questo « archivio dell’anima» è stato scoperto, ha preso avvio da qualche mese la sua catalogazione, un impegnativo lavoro di analisi portato avanti dalla storica dell’arte Debora Ferrari e dallo scrittore e storico Luca Traini con l’obiettivo di ricostruirne lo sviluppo. A ciò si aggiunge l’altrettanto fondamentale attività di valorizzazione delle opere dell’autore, poiché la peculiare vicenda di Vandi offre l’opportunità di riflettere su alcune importanti tematiche attuali, come il rapporto tra creatività e neurodivergenza, sottolineando come l’arte possa assurgere ad atto di resistenza psichica e a esperienza assoluta, autarchica, per menti che percepiscono la realtà in modo non convenzionale.

Vandi, Fantasma di donna Olio su tavola
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GUSTO

Come si produce la birra analcolica

È una bibita di tendenza. Ma come viene prodotta e con quale piatto si abbina meglio? Il sommelier della birra Christian Jauslin ci spiega tutto

Testo: Barbara Scherer

La birra analcolica è di tendenza. Nel 2025 in Svizzera ne sono stati prodotti circa 353’307 ettolitri, raggiungendo così una quota di mercato del 7,5 per cento. Nel 2010 era solo del 2,3 per cento; negli ultimi 15 anni, quindi, tale percentuale è più che triplicata. In generale, però, la birra sta perdendo popolarità. Mentre nel 1990 se ne bevevano ancora 71 litri pro capite, nel 2025 il consumo era sceso a soli 50,9 litri, come riporta l’Associazione svizzera delle birrerie.

Che sapore ha la birra analcolica rispetto alla birra normale?

L’alcol è un esaltatore di sapori che conferisce alla birra corposità e aroma. La birra analcolica ha quindi spesso un sapore più leggero.

Come si produce la birra analcolica?

Qui di seguito i 3 metodi più comuni per rendere la birra analcolica: l’alcol viene rimosso dalla birra normale, un lievito speciale fa sì che non si formi affatto una quantità significativa di alcol oppure il processo di fermentazione viene interrotto quando la birra raggiunge il limite massimo consentito dello 0,5% vol. di alcol.

Cosa vogliono ottenere in futuro i birrai dalla birra analcolica?

In tutto il mondo, birrai e ricercatori stanno lavorando allo sviluppo di un tipo di lievito che non produca affatto alcol. È infatti il lievito il responsabile della formazione di alcol: avvia il processo di fermentazione consumando lo zucchero e rilasciando poi anidride carbonica e alcol. Se si accorcia il tempo di fermentazione per impedire la formazione di alcol, il sapore può risultare più acquoso. Esistono già varietà di lievito che producono pochissimo alcol, ma sono comunque in grado di conferire un sapore pieno. Purtroppo non è ancora stato sviluppato un lievito che non produca affatto alcol.

Quali tipi di birra analcolica esistono?

La birra analcolica è disponibile in una vastissima varietà, dalle lager alle birre di frumento, dalle Indian Pale Ale (IPA) alle Pale Ale, dalle birre acide alle panaché.

Di cosa è fatta la birra analcolica?

La birra analcolica è composta esatta-

mente dagli stessi ingredienti della stragrande maggioranza delle birre. Secondo la legge tedesca sulla purezza della birra, gli ingredienti sono solo acqua, luppolo, malto d’orzo e lievito. Per produrre una birra IPA si utilizzano luppoli speciali e in quantità maggiore. La panaché contiene anche succo di limone.

Con cosa si abbina la birra analcolica?

La birra può sia esaltare aromi simili sia creare contrasti. Chi vuole andare sul sicuro, accompagna i piatti leggeri con una birra altrettanto leggera. «Una birra forte può coprire il sapore del cibo», spiega Jauslin. Con l’insalata si abbinano quindi meglio una lager, mentre una Guinness si adatta a piatti ben speziati della cucina messicana.

Con cosa non va abbinata?

Vale la regola: ciò che piace è giusto. «Con i cibi molto piccanti o grassi, di solito si abbinano meglio le birre dolci e quelle molto gassate», afferma il sommelier della birra. Anche con piatti cucinati con vino rosso, il vino è generalmente la scelta più ovvia.

Come si forma la schiuma sulla birra analcolica?

La cosa più importante è avere un bicchiere pulito. Infatti, i residui di grasso impediscono la formazione di schiuma.

«Con i cibi molto piccanti o grassi, di solito si abbinano meglio le birre dolci e quelle molto gassate»

Inoltre, la birra dovrebbe essere versata correttamente. Versare lentamente, inizialmente con un angolo di 45 gradi, poi raddrizzare il bicchiere per far sì che si formi la schiuma.

La birra analcolica contiene lo 0% di alcol?

No. Una birra è considerata analcolica se presenta un contenuto residuo di alcol pari allo 0,5% in volume. Chi rinuncia completamente all’alcol, quindi, non dovrebbe berla. Anche le birre analcoliche con gradazione alcolica pari allo 0% possono contenere tracce di alcol, che tuttavia ammontano solo allo 0,05%.

Come conservarla al meglio?

È preferibile conservare la birra in un luogo fresco e in posizione verticale. Le bottiglie di vetro dovrebbero inoltre essere conservate al riparo dalla luce, poiché i raggi UV alterano il sapore della birra.

Qual è la temperatura ideale per la birra?

Poiché la birra è un prodotto naturale, gusto e aspetto sono fortemente influenzati da fattori esterni come temperatura, luce e movimento. Se la birra viene conservata troppo fredda, perde sapore; se viene conservata a temperature troppo elevate, invecchia più rapidamente. La temperatura perfetta va dai 4 ai 12 gradi Celsius. La luce solare distrugge le sostanze amare: perciò la birra va sempre conservata al buio.

La birra è più buona in lattina o in bottiglia?

Sebbene la birra in lattina abbia una cattiva reputazione, la lattina ha un vantaggio rispetto al vetro: il materiale è completamente opaco alla luce, mantenendo più a lungo gli aromi e facendo risaltare maggiormente le note del luppolo.

Per quanto tempo si conserva la birra analcolica?

La durata di conservazione dipende dalla produzione e dalla conservazione. È importante conservare la birra in un luogo fresco e al riparo dalla luce. La durata di conservazione varia da 6 a 12 mesi.

Stocksy United/Studio Firma, zVg
Assaggia la birra analcolica
Christian Jauslin Sommelier della birra

In fin della fiera

Chi sale al nido, chi si nasconde nella tana

«Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto» (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XX).

Anche se abbiamo qualche difficoltà a immaginarlo bambino, possiamo scommettere che l’Innominato quand’era piccolo costruiva capanne sugli alberi per usarle come nidi e dominare il mondo dall’alto. Il bambino don Abbondio invece progettava tane e si nascondeva negli armadi e nelle cassapanche, o sotto il tavolo della sala dopo aver fatto scendere fino a terra pesanti tovaglie o coperte. Qualcuno, più fortunato, riesce a fabbricarsi un nido che è anche tana. Mantova, settembre 1997. Per la seconda edizione del Festival della Letteratura mi affidano la conduzione dell’incontro con Mario Rigoni Stern

Voti d’aria

nel meraviglioso Teatro Scientifico del Bibbiena. Mi aggrego all’auto che lo va a prendere, per sfruttare l’occasione per visitare la casa dello scrittore. Rigoni Stern è lusingato dal mio desiderio: quella casa l’ha costruita con le sue mani. Tempo addietro il regista Ermanno Olmi, recatosi ad Asiago per prendere accordi per la realizzazione de I recuperanti, vide quella casa e se ne innamorò a tal punto da costruirne una uguale davanti a quella dello scrittore dove si trasferì con tutta la famiglia. Lo studio del padrone di casa si trovava nella mansarda, dalla quale si godeva un paesaggio mozzafiato; c’era un solo modo per accedervi, una scaletta interna molto scoraggiante. Esempio perfetto e da me invidiato di tana/nido. Il bisogno di un rifugio accomuna l’uomo agli animali; resta da vedere quali caratteri svela la preferenza per il nido o per la tana. Italo Calvino è

L’estate dei gattopardi

Ci vuole molta malafede e/o altrettanta sfacciataggine per accusare i climatologi e per deridere il loro «ambientalismo irrazionale» o peggio catastrofismo. Da decenni (tanti quanti sono quelli della mia venerabile età) trascorro l’estate in Sicilia, dalle parti di Avola, zona sud-orientale, provincia di Siracusa. Mai come negli ultimi anni si sono moltiplicati i cieli nuvolosi in luglio e in agosto, le piogge improvvise che si diradano presto, i venti seguiti da picchi di temperatura tropicale, i nubifragi che piombano senza preavviso. E le spiagge? Ritirate, ristrette, dimezzate rispetto al passato. Chi non vede queste variazioni, è tecnicamente un demente ideologicamente accecato. Chi vede questi cambiamenti e rimane indifferente nel piccolo (il comune cittadino, voto 3) e nel grande (la politica, voto 2) è colpevole quasi come i negazionisti (voto 1). Sta

Acambiando tutto (in peggio) ma non cambiamo noi. Cambiare tutto per non cambiare niente. Vi ricordate la frase pronunciata da Tancredi Falconeri nel Gattopardo? «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Fotografia perfetta del mondo del calcio italiano. Breve cronistoria. Arriva un nuovo presidente, Giovanni Malagò, che promette straordinarie novità: nomina ai vertici il dirigente, ex campione, Paolo Maldini e l’ex calciatore brasiliano Leonardo (suo amico), garanzie di una mentalità rivoluzionaria di lunga gittata: investimento sui giovani soprattutto. A quel punto si apre la questione dell’allenatore detto anche commissario tecnico (CT). Il nome è quello di Andrea Pirlo, già campione del mondo e oggi allenatore dai risultati mediocri, ma è il nome che esigono Maldini e Leonardo. Mala-

scrittore di nidi (Il barone rampante) e Franz Kafka di tane (Nella colonia penale). Si può azzardare l’ipotesi che prediligano il nido coloro che vogliono stare in alto e avere la possibilità di dominare con lo sguardo l’orizzonte. Il sogno della tana è coltivato da chi si sente più al sicuro se riesce a sparire, a non farsi rintracciare, erigendo pareti e muri dietro i quali nascondersi. Isaiah Berlin traduce i concetti di tana e di nido con le immagini di due animali: Il riccio e la volpe in un mirabile saggio del 1953. Il Riccio, al sicuro nella sua tana, tende a interpretare il mondo attraverso un’unica grande idea unificante. Sono ricci Fëdor Dostoevskij, Proust, Marx. La Volpe, dall’alto del suo nido ha una visione molteplice e frammentata del paesaggio, è disposta a lasciarsi mettere in discussione da nuove interpretazioni. Fra le volpi troviamo Shakespeare, Goethe, Balzac, Virginia Woolf.

E Tolstoj dove lo collochiamo? Per indole artistica è una Volpe perché riesce a cogliere una molteplicità infinita di dettagli. Ma vorrebbe tanto essere un Riccio perché desidera disperatamente trovare un unico principio morale che spieghi e guidi tutto. Ricordiamo lo scrittore Nico Orengo, direttore del supplemento «Tuttolibri» della «Stampa», rintanato nel suo ufficio, seduto di traverso dietro una scrivania ricolma di torri di libri e di giornali, in equilibrio precario, sempre sul punto di franare a terra. Nel cinema, quando si vuole connotare l’intellettuale, lo si colloca in un antro semibuio circondato da mura di libri e di oggetti vari.

I Ricci sono in maggioranza: è sufficiente visitare l’open space di una casa editrice per constatare con quanta ingegnosità gli addetti abbiano personalizzato il loro cubicolo-tana. Il bisogno di ritrovarsi in un ambiente

famigliare dove rintanarsi al termine di una giornata trascorsa in un paese lontano, ha indotto i progettisti delle grandi catene di alberghi a realizzare stanze identiche. E come non evocare le immagini dei servizi televisivi sulla cattura dei boss della mafia latitanti da decenni, con la telecamera che mostra quei rifugi che avrebbero dovuto rendere introvabili i loro ospiti? Tana o nido: i dittatori, al culmine della parabola del loro potere, si fanno costruire il nido d’aquila. Il più famoso resta quello di Adolf Hitler, a Berchtesgaden. Che finì poi i suoi giorni nella tana: il bunker nella cancelleria di Berlino.

Invece il messaggio evangelico ci esorta ad abbandonare la casa sicura, il patrimonio accumulato, le abitudini consolidate, i comportamenti approvati da tutta la comunità: non a caso il biblista Andrea Fontana intitola il suo libro di meditazioni Né tane né nidi

gò ha dei dubbi, preferirebbe il «vecchio» (suo amico) Roberto Mancini, già CT della Nazionale, che si dimise da un giorno all’altro nel 2023 per correre in Arabia Saudita in cambio di molti milioni. Tradimento inqualificabile (scegliete voi un voto qualunque purché preceduto dal segno meno). Intanto qualcuno si ricorda che Pirlo ha un contratto commerciale con un bookmaker russo, e ne nasce un imbarazzante caso politico. Meglio, una commedia politica all’italiana. Ministri sottoministri segretari sottosegretari generali presidenti vicepresidenti e parlamentari di vario grado e indirizzo dicono la loro. Totale: il «putiniano» Pirlo viene scaricato senza pietà, Maldini e Leonardo non vedono altra soluzione che dimettersi, Malagò nomina CT il suo amico Mancini sorvolando sul tradimento passato, e chiama a sé come direttore tecnico (DT)

Il confine, ovvero l’arte dimenticata della soglia

Per anni abbiamo creduto che i confini fossero il problema. Bisognava abbatterli. Quelli tra gli Stati, ma anche quelli tra le culture, le identità, i saperi. Il futuro aveva il volto sorridente della globalizzazione. Le merci attraversavano il pianeta, le informazioni correvano alla velocità della luce, le persone viaggiavano come mai era accaduto prima. Poi qualcosa si è incrinato. La pandemia ha chiuso gli aeroporti. La guerra è tornata alle porte dell’Europa. Le migrazioni hanno assunto dimensioni epocali. Le piattaforme digitali hanno dissolto il confine tra pubblico e privato. Persino l’intelligenza artificiale ci costringe a domandarci dove finisca l’umano e dove cominci la macchina. Improvvisamente il confine è tornato. Non come un relitto del passato ma come una delle questioni decisive del presente. È da questa constatazione che parte Frank Furedi nel suo libro I confini contano (Meltemi). Un titolo volutamente provocatorio in un’epoca che ha fatto dell’abbattimento delle frontiere una sorta di imperativo morale. Furedi sostiene che una società incapace di tracciare confini finisce per perdere anche la capacità di distinguere, giudicare, attribuire significato alle cose. Si può non condividere ogni sua conclusione, ma è difficile negare che abbia individuato un nervo scoperto del nostro tempo. Facciamoci aiutare dall’etimologia. Le parole, spesso, sanno più cose di noi. «Confine» deriva dal latino confinium È composto da cum, insieme, e finis, limite. Significa letteralmente «limite comune». È una definizione che sorprende. Noi immaginiamo il confine come una barriera, l’etimologia racconta invece il contrario: il confine esiste perché esiste un vicino. Il latino confinis indicava infatti il proprietario del terreno accanto, colui con cui

si condivideva una linea di demarcazione (limes, altro termine con cui i romani indicavano la linea di confine, possiede una valenza difensiva o di chiusura). Dunque il confine non è soltanto ciò che divide. È anche ciò che mette in relazione. Non è un muro; è una soglia. Per molto tempo abbiamo pensato il mondo in termini alternativi: apertura contro chiusura, inclusione contro esclusione. Ma la realtà è più testarda delle semplificazioni ideologiche. Una casa senza porte e senza muri non è una casa: è uno spazio indistinto. Una città senza limiti non è una città. Una lingua senza regole non comunica. Il confine, prima di essere una categoria politica, è una condizione della conoscenza. I Greci lo avevano capito benissimo. Eraclito scriveva che non si possono trovare i confini dell’anima, tanto è profonda la sua misura. Eppure, parlava di confini. Perché co-

il vecchio Ranieri, non Massimo il cantante di Erba di casa mia. Sulle prime si pensa al principe Ranieri di Monaco, ma un giornalista più sveglio di altri fa notare che purtroppo è morto da più di vent’anni, dunque ci si orienta verso Claudio Ranieri, 74 anni, già allenatore di quasi tutte le squadre italiane e di diverse europee, rimasto nella storia come eroico vincitore di un campionato inglese con il Leicester (6). Già Claudio Ranieri era stato invitato a sedere sulla panchina azzurra un paio d’anni fa, ma aveva rifiutato. Ora ritornano: Ranieri e Mancini. E il nuovo corso? Nasce ovviamente stravecchio e su basi molto discutibili (voto complessivo 2). «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»: mai pensiero fu più pertinente a questa sceneggiata. Per fortuna ci sono cose che meriterebbero di non cambiare. Per esem-

pio, qui in Sicilia, gli arancini (o arancine a seconda della zona: vedi alla voce Camilleri). I classici (6) sono ripieni di ragù con piselli (eventualmente mozzarella). Diffidare delle varietà che i ricettari di gourmet alla moda definiscono «sfiziose»: con prosciutto, mortadella, melanzane («alla norma»), pistacchio, spinaci e ricotta, pesce, sushi, zucca, provola, speck, funghi, taleggio, brie, eccetera. È vero che esistono varianti locali (il messinese, il catanese, il palermitano…), ma non cascateci, il vero arancino non è sfizioso, è senza aggettivi, cioè classico. Per intenderci, tra il classico e lo sfizioso c’è la stessa differenza che passa tra una partita di calcio dei Mondiali 1970 e una partita del 2026 con hydration break e halftime show. Tra Pelè (10) e Infantino (-10). Il cambiamento umano è persino più allarmante del cambiamento climatico.

noscere significa delimitare. Dare un nome alle cose vuol dire distinguere una cosa da un’altra. La nostra epoca, invece, sembra oscillare tra due opposti ugualmente sterili. Da una parte l’illusione che ogni confine sia una violenza da eliminare; dall’altra la tentazione di trasformare ogni frontiera in una fortezza. Sono due facce della stessa incapacità di comprendere la natura autentica del limite. Il confine non è mai una muraglia cinese. È piuttosto una dogana. Un luogo di passaggio, di controllo, di negoziazione. Un punto di contatto. Pensiamo alla comunicazione. Oggi tutti parlano di connessione. Siamo collegati permanentemente, eppure raramente ci siamo sentiti così distanti gli uni dagli altri. Forse perché la comunicazione non nasce dall’abolizione delle differenze ma dal loro riconoscimento. Comunicare significa accettare che esista un altro punto di

vista. La comunicazione avviene sempre su una frontiera. Per questo i social network rappresentano il grande paradosso contemporaneo. Sembravano strumenti destinati ad abolire ogni barriera. Hanno finito invece per costruire nuove recinzioni invisibili: bolle cognitive, tribù identitarie, comunità autoreferenziali. Abbiamo demolito alcuni confini geografici per moltiplicare quelli simbolici. Forse è questo il punto che rende attuale la riflessione di Furedi. Non viviamo nell’epoca della scomparsa dei confini. Viviamo nell’epoca della loro trasformazione. L’etimologia ci offre allora una bussola preziosa. Il prefisso con- ci ricorda che ogni confine autentico implica una relazione. Non esiste un «di qua» senza un «di là». Il problema non è decidere se i confini debbano esistere oppure no. Esisteranno sempre. La vera domanda è un’altra: vogliamo che siano muri o ponti?

di Bruno Gambarotta
video spento
di Aldo Grasso
di Paolo Di Stefano

GUSTO

Abbondanza di prodotti freschi

Croccante, maturata al sole, dolce: in questo periodo la scelta di frutta e verdura è particolarmente ampia.

Con queste ricette potrai goderti tutta questa varietà colorata

Angela Obrist
Piatti estivi

Insalata di nettarine

con burrata

Piatto principale

Ingredienti per 4 persone

16 falafel, ca. 200 g

30 g di pistacchi tostati e salati

8 nettarine o pesche

4 mini burrate da 50 g l’una

200 g di mirtilli

Dressing al basilico

1 mazzetto di basilico

3 cucchiai d’aceto di mele

5 cucchiai d’olio

1 cucchiaino di senape

½ cucchiaino di zucchero sale pepe

1. Per il dressing, strappa dai gambi la metà delle foglie di basilico. Versale in un misuratore da un litro assieme ad aceto, olio, senape e zucchero. Riduci in purea con il frullatore a immersione. Condisci con sale e pepe.

2. Scalda il forno a 180 °C. Cuoci i falafel al centro del forno per ca. 8 minuti.

3. Nel frattempo, trita grossolanamente i pistacchi. Dimezza le nettarine, elimina il nocciolo e taglia a spicchi la polpa.

4. Distribuisci le nettarine nei piatti assieme a burrate, mirtilli e basilico restante. Irrora con il dressing, poi cospargi con i pistacchi. Accomoda i falafel sull’insalata e servi.

Tiramisù ai frutti rossi

Un classico della pasticceria italiana, a base di mascarpone e savoiardi, rivisto in chiave estiva con tanto di ribes, fragole e fiori commestibili.

Insalata caprese speciale

Il classico della cucina italiana si arricchisce di peperoni al forno, ravanelli, cetrioli, pane tostato e peperoncino e l’insalata diventa golosissima!

Slaw di verdure al sesamo

Questa variante del classico coleslaw a base di cavolo bianco, carote, peperoni, taccole e mela, con salsa al sesamo, è un ottimo contorno per le grigliate.

Verdure grigliate con crostini all’aglio

Piccolo pasto Ingredienti per 4 persone

2 peperoni, ad es. uno rosso e uno giallo

2 zucchine

1 cipolla grande, ad es. rossa

2 teste di aglio fresco

2 pomodori, ad es. uno rosso e uno giallo

250 g di broccoli, ad es. bimi

150 g di baguette

6 cucchiai d’olio d’oliva ca. 80 g di prosciutto crudo

2 rametti di basilico

Dressing

4 cucchiai d’aceto balsamico di Modena

4 cucchiai d’olio d’oliva sale marino pepe nero macinato fresco

1. Per il dressing, mescola l’aceto con l’olio e condisci con sale e pepe.

2. Dimezza i peperoni, elimina i semini e tagliali a pezzi lunghi. Taglia le zucchine e la cipolla a fette spesse. Taglia le teste d’aglio e i pomodori a metà in senso orizzontale.

3. Pulisci i broccoli, se necessario dividi a metà i gambi più grossi. Dai una precottura ai broccoli lessandoli in un po’ d’acqua salata per 2 minuti. Scolali e lasciali sgocciolare bene.

4. Affetta il pane.

5. Spennella tutte le verdure con un po’ d’olio. Grigliale sul grill o su una bistecchiera a fuoco medio, poche alla volta, per 3-5 minuti. Accomodale su un vassoio.

6. Griglia brevemente anche le fette di pane. Estrai dalla buccia circa un quarto degli spicchi d’aglio e mescolali con un po’ d’olio. Spalma la crema all’aglio sulle fette di pane tostate e accomoda i crostini e il prosciutto crudo sul vassoio con le verdure grigliate.

7. Irrora le verdure con il dressing e guarnisci con le foglie di basilico.

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1

Acceleratori di maturazione

Mele, pomodori, pesche, manghi e avocado rilasciano etilene. Questo ormone vegetale gassoso accelera la maturazione e l’invecchiamento di altre varietà di frutta e verdura. Non conservare direttamente accanto a questi prodotti varietà delicate come cetrioli, broccoli, kiwi o pesche.

2

Peperone

Se possibile, conservare in un luogo fresco, come la cantina, in un imbal laggio asciutto e non troppo com patto; va bene anche il cassetto della verdura del frigorifero. Metti i baccel li tagliati in un contenitore chiuso in frigorifero: in questo modo si manter ranno freschi per circa tre giorni.

3

Frutti di bosco

Distribuire i lamponi, i mirtilli e le fragole senza comprimerli in un contenitore rivestito con carta da cucina e conservarli in frigorifero. Lavare solo poco prima di servire. Rimuovere immediatamente i frutti troppo maturi o marci. I lamponi e le fragole si conservano al massimo due o tre giorni, mentre i mirtilli fino a una settimana.

4

Pomodoro

GUSTO

Come conservare frutta e verdura fresca

Consigli

su come tenere al meglio le delizie dell’estate

5

Cetriolo

Conservare a temperatura ambiente per preservarne l’aroma e la consistenza croccante. Conservare i pomodori a una temperatura com presa tra i 15 e i 18 gradi, lasciandoli all’aria aperta, ad esempio in una fruttiera, al buio. Se conservati in modo ottimale, si mantengono fino a due settimane.

Ama stare al fresco, ma non troppo freddo. Per questo motivo va conservato in cantina o in un luogo fresco della cucina: in questo modo si mantiene fresco per due o tre settimane, mentre in frigorifero dura al massimo quattro giorni.

6

Carote e ravanelli

Conservare in frigorifero e sempre senza le foglie. Avvolgere le carote in un canovaccio umido e riporre i ravanelli in un contenitore ermetico. In questo modo, entrambi i tipi di verdura si conservano per circa una settimana.

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Zucchine

Conservare in un luogo asciutto nel cassetto della verdura del frigorifero e consumare entro una settimana.

8

Broccoli

Conservare in frigorifero nella confezione originale o avvolti nella pellicola trasparente e consumare entro tre-cinque giorni.

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Pesche e nettarine

Se lo si desidera, lasciare che maturino a temperatura ambiente. La maturazione accelera se le si mette in un sacchetto di carta. Conservare la frutta matura a vista nel cassetto della verdura del frigorifero. Disporle una accanto all’altra per evitare che si ammacchino e lavarle solo prima di consumarle. In frigorifero si conservano fresche per tre o quattro giorni.

Per viaggiare non serve sempre partire

Ricerca scientifica, finanza, esplorazione e impegno sociale nell’edizione 2026 di TEDx

Bellinzona: ce ne parla Ivano Dandrea

Petti di pollo strepitosi

Marinati con aglio, miele, paprica affumicata e salsa di soia, poi grigliati e serviti con una salsa al mango, sono un piatto gustosissimo

Directive 8020: destinazione Tau Ceti f In cerca di un futuro lontano dalla Terra, l’equipaggio della Cassiopeia si ritrova alle prese con una minaccia aliena sotto sembianze umane

Svizzera campione mondiale di Powerchair Hockey

Altri campioni ◆ Conquistato in Finlandia dalla nostra nazionale lo straordinario titolo nella disciplina giocata su carrozzine elettriche che unisce velocità, tecnica e tattica

Davide Bogiani

Per la Svizzera si è trattato di un’impresa destinata a entrare nella storia. La conquista del titolo mondiale – a Pajulahti (Lahti), in Finlandia, con la partecipazione di dieci nazioni – resterà impressa per sempre nella memoria di giocatori, allenatori, dirigenti e di tutti coloro che hanno accompagnato gli atleti in questo straordinario percorso.

Per celebrare questo storico successo, abbiamo accolto la nazionale svizzera al suo rientro all’aeroporto di Zurigo-Kloten, dove ad attenderla c’erano tifosi, familiari e amici, pronti a condividere la gioia del prestigioso traguardo. Fra i presenti anche il team manager Martin Wenger, con il quale abbiamo parlato di quella che è a tutti gli effetti una disciplina ancora poco conosciuta dal grande pubblico, ma capace di regalare emozioni intense e risultati di alto livello. Innanzitutto, per chi non lo conoscesse, spieghiamo che il Powerchair Hockey è uno sport di squadra praticato principalmente da persone che nella vita quotidiana utilizzano una carrozzina elettrica, come tetraplegici, persone con amputazioni multiple o affette da distrofie muscolari. In campo si affrontano due squadre di cinque giocatori, ciascuno alla guida di una carrozzina sportiva che può

raggiungere i 15 km/h. Almeno due atleti per squadra utilizzano una pala da unihockey fissata direttamente alla carrozzina, mentre gli altri giocano con un normale bastone. La palla deve rimanere sempre a terra; se supera i 25 centimetri di altezza il gioco viene interrotto. Per questo motivo la porta misura appena 20 centimetri in altezza, ma ben 2,5 metri in larghezza. Chi conosce ogni dettaglio di questo sport è Martin Wenger, che nell’ultimo decennio ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita del Powerchair Hockey in Svizzera: «Nei primi anni il nostro obiettivo era semplicemente riuscire a creare un numero sufficiente di squadre per organizzare un campionato», racconta. «Abbiamo accompagnato i nuovi club offrendo consulenza, informazioni e supporto. Allo stesso tempo abbiamo lavorato alla definizione di regolamenti e alla creazione di una struttura organizzativa solida. In collaborazione con Sport Svizzero in Carrozzella siamo riusciti a sviluppare un campionato articolato su tre divisioni e a rendere sempre più professionale la gestione della nazionale». Dalle parole di Wenger si evince che dietro ogni partita si nasconde un’organizzazione importante. La sfida più impegnativa, spesso, è quella logistica.

«In effetti è così» conferma Wenger. «Ogni atleta dispone di due carrozzine: una per la vita quotidiana e una sportiva. Entrambe pesano oltre 100 chili e spesso devono essere trasportati anche altri ausili, come i sollevatori per i trasferimenti. Questo significa spostare materiali molto ingombranti e pesanti. I viaggi in aereo sono particolarmente complessi, anche perché alcune compagnie limitano il numero di passeggeri in carrozzina sullo stesso volo». A questo si aggiunge la presenza degli assistenti personali che accompagnano gli atleti durante le trasferte. Così, quando la nazionale partecipa a una competizione internazionale come un Mondiale, la delegazione arriva facilmente a contare una ventina di persone.

Eppure, nonostante queste difficoltà, il Powerchair Hockey continua a crescere. Negli ultimi anni il numero dei giocatori è aumentato, segno che il fascino di questo sport supera ogni ostacolo: «Gli atleti amano la velocità del gioco, la precisione tecnica, il controllo della palla, la padronanza della carrozzina e la componente tattica», spiega Wenger. «Sono competenze che difficilmente riescono a esprimere nella vita di tutti i giorni». Ma come in tutti gli altri sport, dietro alle emozioni di un Campionato

del mondo, c’è un lungo percorso di preparazione. «L’allenamento è molto simile a quello degli sport tradizionali. Organizziamo raduni e tornei di preparazione, analizziamo i punti di forza e di debolezza della squadra e dei singoli giocatori, studiamo strategie e schemi di gioco. Grande attenzione è riservata anche alla gestione dei carichi di lavoro, particolarmente importante considerando la maggiore vulnerabilità degli atleti. E, naturalmente, non manca lo studio degli avversari, per arrivare alle partite decisive con la migliore preparazione possibile».

Spiegazioni che trovano conferma nelle parole di Emmanuele d’Ovidio, uno dei protagonisti della spedizione svizzera, appena rientrato dalla Finlandia con la medaglia d’oro al collo, che aggiunge: «L’atmosfera durante il Campionato del mondo è stata incredibile. Confrontarmi con i migliori giocatori del mondo e vivere un evento di questo livello è stato qualcosa di davvero speciale. Ogni volta che sono sceso in campo ho cercato di dare il massimo, imparare da ogni esperienza e godermi ogni singolo momento». Il ricordo più intenso resta quello della finale. «Quando mi hanno messo al collo la medaglia d’oro ho provato un’enorme soddisfazione. Pensavo

ai mesi di allenamento, ai sacrifici, al lavoro fatto insieme alla squadra. Capire che tutto quel percorso ci aveva portato sul gradino più alto del podio è stata un’emozione difficile da descrivere. È un’esperienza che porterò sempre con me e che mi ha fatto crescere sia come atleta sia come persona».

Per Emmanuele, però, il Powerchair Hockey rappresenta molto più di una disciplina sportiva: «È una parte fondamentale della mia vita» spiega. «Non è soltanto uno sport, ma una passione che mi permette di esprimere le mie capacità, migliorarmi continuamente e raggiungere obiettivi insieme alla squadra. Quello che apprezzo di più è lo spirito di gruppo: ognuno è indispensabile e solo lavorando insieme si possono ottenere grandi risultati».

Grazie al Powerchair Hockey, Emmanuele ha imparato a non arrendersi mai, nonostante la disabilità che lo costringe a vivere su una carrozzina elettrica. «Questo sport mi spinge ogni giorno a migliorarmi, ad affrontare nuove sfide e a vivere esperienze straordinarie, come la partecipazione ai Campionati del mondo. Mi ha anche permesso di conoscere tante persone che condividono la mia stessa passione e affrontano una realtà di vita molto simile alla mia. È questo, forse, il suo valore più grande».

La nazionale svizzera con Emmanuele
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Dodici minuti per attraversare sei itinerari umani

Eventi ◆ La quarta edizione di TEDx Bellinzona, dedicata al tema del viaggio, si terrà il 12 settembre per la prima volta nella Cattedrale delle Officine FFS. Ne parliamo col fondatore Ivano Dandrea

Dodici minuti. Tanto basta, secondo la filosofia TED, per cambiare il modo di guardare un tema, mettere in discussione una certezza o accendere una curiosità destinata a durare ben oltre la fine dell’intervento. Dietro quella manciata di minuti, però, si nasconde un lavoro che dura mesi e coinvolge una quindicina di volontari, quasi tutti sotto i trent’anni. A raccontarlo è l’imprenditore ticinese Ivano Dandrea, fondatore e licenziatario di TEDxBellinzona, che il 12 settembre, dalle 16:30 in poi, porterà nella Cattedrale delle Officine FFS un’edizione dedicata al viaggio, inteso non soltanto come spostamento, ma come percorso di scoperta, crescita e possibilità.

Come ha fatto a portare TEDx a Bellinzona?

Due anni fa ho avuto l’idea di chiedere la licenza TEDx per la città di Bellinzona e da lì è nato tutto. All’inizio eravamo cinque o sei, oggi siamo una quindicina. E sono tutti giovani: io sono l’unico ad avere più di trent’anni. Produciamo video, curiamo i contenuti, abbiamo un sito: tutto è seguito nei minimi dettagli. C’è il fotografo, il videomaker, il responsabile della comunicazione, chi segue gli speaker, perché vogliamo interagire con ogni relatore e cercare il meglio nel suo intervento. Abbiamo, anzi, soprattutto il team, ha costruito un’organizzazione degna di una grande impresa. Ed è proprio questa la vera natura di TEDxBellinzona: ragazzi entusiasti che fanno tutto su base volontaria e dedicano un’enorme quantità di tempo al progetto.

Un progetto che, edizione dopo edizione, registra il tutto esaurito. È proprio così. Negli anni siamo riusciti a costruire un format che è cresciuto tantissimo, sia dal punto di vista della qualità e dell’organizzazione sia per la presenza mediatica e d’immagine che siamo riusciti a ottenere. E, francamente, è un successo che non ci aspettavamo. Ricordo che, quando sono andato ad Atlanta negli USA con mio figlio per seguire il corso obbligatorio di TED, gli dicevo: «Vedrai che non arriveremo nemmeno a duecento spettatori su trecentocinquanta posti». Invece i biglietti sono andati esauriti in tre ore. Questo ci fa molto piacere perché TEDx è una piattaforma bellissima. Oggi, più che mai, c’è bisogno di creare dibattito, di mettere in circolazione idee e di portare le persone a confrontarsi con temi importanti. Ecco, credo che il nostro contributo sia proprio questo.

Che cosa distingue davvero un’idea da TED rispetto ad altre: è quasi un impegno politico, di scoperta? No, assolutamente. Di politico TED non ha nulla. TED vuole diffondere idee, ma lo fa in un modo diverso da quello a cui siamo abituati. Il formato, per esempio, prevede interventi di dodici minuti. In dodici minuti bisogna cercare di entrare nella mente della persona che hai davanti. È un modo di confrontarsi con il pubblico molto diretto, molto veloce e, direi, anche molto dinamico. La sfida è proprio questa: riuscire a tenere alta l’attenzione e a far arrivare un messaggio in pochissimo tempo. È molto facile fare una lezione di un’ora e mezza o due sul nucleare.

La vera sfida è che una persona come Annalisa Manera, che insegna al Politecnico di Zurigo, riesca in dodici minuti a spiegare perché il nucleare è importante per la Svizzera. E che chi ascolta, in quei dodici minuti, riesca davvero a portarsi a casa qualcosa. È questo, secondo me, il formato TED che appassiona così tanto.

Mi viene in mente una frase attribuita a Indro Montanelli: «Scusate se mi dilungo, ma non ho niente da dire». Bellissima.

Quindi un’idea TED si distingue perché, di fatto, ha davvero qualcosa da dire?

Esatto. Devi convincere chi viene ad ascoltare di quello che stai dicendo in poco tempo; non è un evento per accademici. L’obiettivo è che chiunque indipendentemente dalla propria cultura o dal proprio livello di formazione, possa portarsi a casa qualcosa. Ed è questa, secondo me, la cosa più bella.

Poi c’è anche il carattere internazionale…

La sera del nostro TEDx, infatti, nello stesso momento, si svolgeranno una quindicina di TEDx nel mondo, dalla Bolivia agli Stati Uniti, dall’India alla Turchia. È interessante notare che i TEDx non esistono in alcune aree del mondo dove non esistono democrazia e libertà di pensiero: non ci sono in Cina, non ci sono in Russia. Anche questo, secondo me, è un elemento che deve farci riflettere.

Veniamo al tema di quest’anno: perché proprio il viaggio? Perché nel 2026? Il viaggio nasce dal fatto che abbiamo avuto la fortuna di poter utilizzare la Cattedrale delle Officine di Bellinzona. Allora ci siamo detti: siamo nella Cattedrale delle Officine; le Officine rappresentano i treni e i treni il viaggio, e abbiamo scelto questo tema proprio per raccontare anche il lungo viaggio delle Officine di Bellinzona, che ora si stanno trasferendo a Castione. Da lì ogni relatore ha avuto la possibilità di interpretare il tema nella propria narrazione.

Come si trova scritto nel vostro sito, esistono infatti viaggi che si

fanno anche senza muoversi… Esatto. Le persone che saliranno sul palco ci porteranno, attraverso il loro racconto, a compiere un viaggio dentro temi molto diversi. Poi ci sarà Sergio Ermotti, che racconterà il suo di «viaggio», molto particolare e direi anche esclusivo. E c’è un intervento che, secondo me, merita un’attenzione speciale. Alessandro Mele, della Fondazione Cometa, parlerà davanti al pubblico insieme ad alcuni dei ragazzi accolti dalla fondazione. Sono giovani che hanno affrontato viaggi durissimi, dall’Africa fino a Lampedusa e poi a Milano, dove la Fondazione Cometa offre loro accoglienza e una prospettiva per il futuro.

Come si arriva a riunire un apneista, un giornalista, un educatore, una ricercatrice?

Quando il tema è deciso, ognuno avanza i propri suggerimenti. Partiamo da una ventina di nomi, normalmente tutti interessanti, e poi iniziamo a confrontarci: chi conosce questa persona? Chi può contattare quell’altra? Rispetto alla prima edizione è cambiato molto. All’inizio

Non conta dove ti porta il viaggio, ma quale idea decidi di seminare

Siete pronti a partire per un nuovo viaggio delle idee con TEDxBellinzona? I biglietti saranno disponibili da martedì 12 agosto alle ore 12:00 sul sito tedxbellinzona.ch, in vista della quarta edizione dell’evento, in programma sabato 12 settembre presso la Cattedrale delle Officine. Il tema di quest’anno esplora il significato del viaggio, inteso come percorso personale, culturale e scientifico, oltre che geografico.

Sul palco si alterneranno i relatori che accompagneranno il pubblico, tappa dopo tappa, alla scoperta di nuove idee e prospettive. Si tratta di Rober-

to Balzaretti, ambasciatore svizzero in Italia; Gea Cereghetti, biochimica e biologa cellulare; Vera Giampietro, apneista professionista; Bruno Giussani, giornalista e autore di La mente sotto assedio; Alessandro Mele, presidente della Fondazione Cometa Svizzera e Annalisa Manera, professoressa di sistemi nucleari e flussi multifase.

L a serata sarà moderata dalla giornalista e presentatrice Caroline Roth. Arricchiscono il programma un intermezzo artistico a cura dell’artista performativo Andrea Arena e un’intervista all’amministratore delegato di UBS, Sergio Ermotti, con -

sceglievo praticamente tutto io, perché eravamo pochissimi e bisognava partire in fretta. Oggi invece è un processo molto democratico: ognuno può proporre qualcuno. Anche gli speaker possono autocandidarsi; succede spesso. Però poi facciamo una selezione e discutiamo insieme ogni proposta durante le nostre riunioni mensili. Per esempio, Annalisa Manera, la professoressa del Politecnico ETH di Zurigo che parlerà di nucleare, è stata proposta da uno dei ragazzi del team, che studia al Politecnico. Mi ha detto: «Ho seguito una sua lezione, è straordinaria». L’abbiamo contattata e ha accettato subito. È successo anche con altre persone, come l’astrofisica Anna McLeod o Silvia Quarteroni sull’intelligenza artificiale. Quando invitiamo personalità di questo livello, quasi tutti rispondono con entusiasmo. Davvero pochissimi ci hanno detto di no. A Sergio Ermotti invece abbiamo chiesto di fare un’intervista. Posso dirlo: sarà un intervento rivolto soprattutto ai giovani. Il messaggio sarà questo: credete nel futuro, abbiate fiducia nelle vostre possibilità, costruite il vostro percorso. Sarà un intervento molto motivazionale e chiuderà la serata.

…il viaggio come percorso verso una meta.

Precisamente, bisogna avere mete, obiettivi e soprattutto credere nelle proprie possibilità. Questo dovrebbe essere il messaggio. Io sono convinto che oggi abbiamo una generazione di giovani che guarda al futuro con molta ansia, quasi in modo distopico. Secondo me, invece, bisogna dare speranza, bisogna stimolarli. Continuo a dire che il Ticino ha bisogno di esperienze come questa. I giovani ci sono, eccome se ci sono. Bisogna soltanto metterli nelle condizioni di esprimersi. Quando gli dai fiducia trovano stimoli e si rafforzano. Anche per questo ho sempre voluto che TEDxBellinzona rimanesse un progetto dei giovani. Perché sono loro a portare spontaneità, entusiasmo e idee nuove. Secondo me è questo il vero valore di TEDxBellinzona: un esempio concreto di ragazzi che hanno fatto qualcosa di straordinario per la loro città. Città che ci è sempre stata vicina. Ci ha aiutato in tutti i modi, senza mai essere invasiva.

Pubbliredazionale

dotta dalla presentatrice televisiva Christa Rigozzi. TEDxBellinzona è un invito a intraprendere un viaggio fatto di idee e storie capaci di lasciare il segno ben oltre la durata di una serata.

Dove e quando Alla Cattedrale delle Officine di Bellinzona, il 12 settembre, dalle 16:30. Info: tedxbellinzona.ch

Che cosa possiamo aspettarci, concretamente, da questa edizione? Innanzitutto un pubblico molto più numeroso: arriveremo a circa seicento spettatori. Per noi è una sfida importante, perché la Cattedrale delle Officine è uno spazio molto più grande rispetto al Teatro Sociale. Ma credo che sarà uno spettacolo davvero molto bello. Saremo anche tra i primi grandi eventi ospitati in questo spazio, e questo ci rende particolarmente orgogliosi.

È anche un riconoscimento da parte della Città.

Sì. La Città è molto contenta perché contribuiamo a inaugurare nel migliore dei modi questo nuovo spazio. Quest’anno, come detto, passeremo dai 350 ai 600 posti; il nostro obiettivo, nelle prossime edizioni, è arrivare a mille, man mano che le Officine si trasferiranno a Castione. Questa è la prossima grande sfida.

Ivano Dandrea, fondatore e licenziatario di TEDxBellinzona. (Filippo Di Petto / TEDxBellinzona)

Ricetta della settimana - Petto di pollo con salsa al mango

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Ingredienti

Piatto principale

Ingredienti per 4 persone

4 petti di pollo

2 spicchi d’aglio

2 c di miele

1 cc di paprica affumicata

2 c d’olio d’arachidi

4 c di salsa di soia

Salsa per insalata

½ cetriolo

1 cipolla rossa

1 pomodoro

1 cipollotto

1 peperoncino piccolo

2 rametti di menta

1 mango

4 c d’aceto di mele

3 c di salsa di soia un poco di pepe dal macinapepe

Preparazione

1. Incidete la parte più spessa dei petti di pollo a rombo e accomodateli in una teglia.

2. Per la marinata, tritate finemente l’aglio e mescolatelo bene con il miele, la paprica, l’olio e la salsa di soia.

3. Versate la marinata sul pollo, condite bene la carne, coprite e lasciate riposare in frigo per circa 2 ore.

4. Per la salsa, tagliate a dadini il cetriolo e gli altri ingredienti. Sfogliate la menta e aggiungetela. Sbucciate il mango, staccate la polpa dal nocciolo e tagliatela a dadini poi aggiungetela al cetriolo. Unite l’aceto e la salsa di soia, condite con il pepe e mescolate bene il tutto.

5. Scaldate il grill a 180 °C. Grigliate i petti di pollo a fuoco medio circa 8 minuti per lato, spennellandoli di tanto in tanto con la marinata rimasta.

6. Avvolgeteli nella carta alu e lasciateli riposare per circa 5 minuti. Serviteli con la salsa al mango.

Preparazione: circa 30 minuti; marinatura: circa 2 ore; riposo: circa 5 minuti

Per porzione: circa 41 g di proteine, 8 g di grassi, 26 g di carboidrati, 350 kcal

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Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch

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Morire non è più una scelta definitiva

Videogiochi ◆ Directive 8020 inaugura la seconda stagione della serie di Supermassive Games portandola nello spazio profondo: un gioco visivamente molto bello malgrado la trama non convincente e sezioni stealth troppo lunghe

Supermassive Games è di ritorno sugli schermi dei videogiocatori con la sua celebre serie che, tra alti e bassi, ha saputo ritagliarsi una nicchia di appassionati del genere horror avventuroso. Dopo la chiusura della prima stagione con il deludente The Devil in Me, lo studio britannico tenta di farsi perdonare portandoci nello spazio profondo. Con Directive 8020 si apre ufficialmente la seconda stagione, cambiando decisamente tono e portandoci in una oscura ambientazione sci-fi (ndr: abbreviazione di science fiction) alla Alien, decisamente più survival horror e meno teen horror

Una mappa ad albero permette di riavvolgere il tempo, cambiare le decisioni prese e salvare personaggi condannati

La storia di Directive 8020 ci vedrà ai comandi di un equipaggio in una missione cruciale: scoprire un nuovo mondo per permettere agli abitanti della Terra di rifarsi una vita dopo aver rovinato il proprio pianeta natale. Il giocatore (o i giocatori, visto che si tratta di un gioco fatto per essere condiviso da un gruppo di amici tutti seduti sullo stesso divano) prenderà i comandi dei membri dell’equipaggio della Cas-

siopeia, una nave da ricognizione inviata verso il pianeta Tau Ceti f. Come da manuale del perfetto horror spaziale, le cose vanno storte ancora prima dell’arrivo: l’impatto con un meteorite danneggia l’astronave e risveglia una terribile minaccia aliena in grado di prendere le sembianze degli esseri umani. Il suo scopo è ignoto ma le conseguenze saranno decisamente fin troppo chiare da subito: la distruzione della missione. La trama ha dei momenti davvero riusciti, con colpi di scena e un uso intelligente di alcuni flashback dedicati a Young, il personaggio principale interpretato dall’attrice Lashana Lynch. Tuttavia, la storia non è ai livelli di altri titoli della serie, come l’eccellente House of Ashes, ed è a tratti un po’ caotica, specialmente per via dell’uso tutto sommato esagerato dei flashback e salti temporali che inizialmente lasciano davvero un po’ confusi.

Per quanto riguarda la parte videoludica, ci sono diverse novità rispetto al passato. Abbandonata la struttura da avventura grafica pura basata quasi solo sui quick time events (ovvero, premere il pulsante giusto al momento giusto), Directive 8020 si avvicina di più a un gioco survival horror tradizionale. Vi troveremo una telecamera libera, esplorazione degli scuri corridoi della nave, utilizzo di gadget

Giochi e passatempi

Cruciverba

Paul Newman rifiutò il ruolo di protagonista nel film Ben Hur asserendo di non avere… Scopri il resto della frase risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 5, 6, 3, 9, 3, 6)

ORIZZONTALI

1. Una giocata del set

4. Provengono dall’ovile

9. Nome femminile

10. Feticcio di antiche tribù

11. Pesa solo un po’…

12. I birilli da bocciare

13. Tra «M» e «P»

14. Il principe di Monaco

16. Due spagnoli

17. Consumata dal tempo

18. Sabbia

20. Veicolo misterioso

22. Contrapposto al dittongo

per deviare l’energia alle porte o rilevare tracce organiche e, soprattutto, l’introduzione di sezioni stealth, nelle quali essere discreti è l’unico modo per sopravvivere. Queste ultime però sono riuscite solo a metà: decisamente troppo lunghe, finiscono per risultare noiose e ripetitive, spezzando continuamente il ritmo dell’avventura, invece che fare salire la tensione.

A questo si aggiunge un difetto piuttosto fastidioso: la ripartizione del tempo di gioco. Se giocato in un gruppo di amici, capita fin troppo spes-

so che un giocatore si ritrovi a stare a guardare gli altri per parecchio tempo, venendo chiamato in causa magari solo per fare un’unica scelta in un video per poi tornare a essere semplice spettatore. E se per caso sbagliasse qualcosa, potrebbe anche causare la morte di uno dei personaggi!

Fortunatamente la novità introdotta da Directive 8020 sono i turning points, ovvero una mappa ad albero alla quale possiamo accedere in qualsiasi momento per vedere le ramificazioni della storia e che ci permette di riav-

volgere il tempo per correggere le scelte ed evitare la morte dei personaggi. Una buona opzione in caso di errori o solo per vedere cosa sarebbe successo se le cose fossero andate in modo diverso. Volendo, però, è anche possibile disattivare questa opzione, per rendere ogni conseguenza davvero definitiva.

Visivamente Directive 8020, che abbiamo giocato su PlayStation 5 Pro, è davvero molto bello. Visitare gli ambienti dell’astronave, scuri e via via più infetti da mostruosi organismi alieni, è un piacere. Anche l’audio è ottimo, con un doppiaggio completo in italiano di buona qualità. Perfino le espressioni dei personaggi, solitamente un po’ legnose, sono migliorate rispetto al passato. Certo, non da farci dimenticare che si tratta di un videogioco, ma comunque apprezzabili.

Directive 8020 è un gioco discreto, tecnicamente riuscito, e dalla storia non incredibilmente originale. Si vede la volontà di Supermassive Games di dare una scossa alla serie, cambiando alcune cose e rendendole più dinamiche. Ma le sezioni stealth sono troppo lunghe e un piccolo errore può facilmente costare la vita a un membro dell’equipaggio, il tutto mentre i nostri amici stanno semplicemente a guardare impotenti. Un gioco consigliato ai fan della serie e, forse, anche ai fanatici dei film di horror fantascientifico.

24. Dittongo di qualità

25. Putti

27. 101 romani

28. Può sposarla anche chi è già sposato

VERTICALI

1. Piattaforma per pagamenti bancari e Pubblica

Amministrazione

2. Nome femminile

3. L’attrice Arcuri (iniz.)

4. Fa binomio con risposta

5. Misura di peso

6. Le monete della Romania

7. Le iniziali della Mussolini

8. Scatta per niente

10. Fiume sardo

12. C onduttori metallici in elettronica

13. Letto al contrario non cambia

15. Partecipò all’uccisione di Giulio Cesare

16. Antico prefisso nobiliare

19. Detto ciò si inizia a girare

21. Servizio militare di leva

23. Dei ganci sinistri… 24. Precedono le altre 26. Abbrevia il già detto

web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o

Voglia di un menu ricco di vitamine?

2.35 invece di 2.95 Flank steak di manzo marinata Migros Svizzera, per 100 g, in self-service 20%

Pomodorini particolarmente aromatici

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retati Italia, il pezzo 21%

3.45

3.95

I lamponi si possono congelare tranquillamente e conservano la maggior parte delle loro vitamine. Per evitare che i frutti si attacchino tra loro, congelali prima tenendoli ben separati su un piatto e poi trasferiscili in un sacchetto. Una volta surgelate, queste piccole bombe vitaminiche sono perfette per frullati, dessert o per preparare dolci.

3.50

9.95

Pomodori Intense Ticino, 700 g, confezionati, (100 g = 0.50)

2.60

TANTO GUSTO, poco

5.50 invece di 7.20

Bratwurst dell'Olma di San Gallo IGP Svizzera, 2 x 2 pezzi, 2 x 320 g, (100 g = 0.86)

2.80

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Salsiz dei Grigioni Spécialité Suisse Svizzera, 95 g, in self-service, (100 g = 2.95) 20%

8 pezzi, 347 g, in self-service, (100 g = 1.71)

5.95 invece di 7.60

9.95

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Hamburger di manzo Migros Svizzera, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.99) 26%

3.25

invece di 4.40

Salametti a pasta grossa prodotti in Ticino, in conf. da 2 pezzi, per 100 g 26%

1.80 invece di 2.35

Pancetta da arrostire IP-SUISSE per 100 g, in self-service 23%

10.80 invece di 12.80 Bresaola Casa Walser Italia, 2 x 100 g, (100 g = 5.40) conf. da 2 15%

Pollo protagonista della settimana

41%

13.95

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Filetto di salmone senza pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 400 g, in self-service, (100 g = 3.49)

Filetto di merluzzo dell’Alaska proveniente da pesca selvatica

25%

8.95

invece di 12.–

Filetti di orata con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Turchia, 350 g, in self-service, (100 g = 2.56)

6.95 invece di 11.90

Filetti Gourmet Bordelaise Pelican, MSC prodotto surgelato, 2 x 400 g, (100 g = 0.87)

8.95

19.–invece di 32.25 Tentacoli di polpo Fruits de mer pesca, Atlantico centro-orientale, 500 g, in self-service, (100 g = 3.80)

conf. da 3 20%

Pasta Anna's Best, refrigerata ravioli di manzo d'Hérens del Vallese o gnocchi capresi, in confezioni multiple, per es. ravioli, 3 x 250 g, 11.75 invece di 14.85, (100 g = 1.57)

5.90

conf. da 2 20%

Focaccia all'alsaziana refrigerata La Flam'fine chorizo o raclette, 2 pezzi, 360 g, (100 g = 1.64)

Fettine di verdure e patate o Crispy Tofu, Migros Bio per es. fettine, 2 x 180 g, 6.30 invece di 7.90, (100 g = 1.75)

Prelibatezze per toast e pausa caffè

Tutti i bun per hamburger Migros per es. bun al mais, pretagliati, 4 pezzi, 330 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 0.68)

Tosta per 2 minuti, poi farcisci 3.15

invece di 3.95 Pane d'altri tempi forno di pietra 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.63)

Tutti i donut in vendita sfusi per es. cacao, 68 g, –.88 invece di 1.10, (100 g = 1.29)

2.70 invece di 3.40

Panini chiari per sandwich XL IP-SUISSE 730 g, (100 g = 0.37) 20%

2.70

invece di 3.40

Bastoncini alle nocciole Petit Bonheur 4 pezzi, 220 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.23)

6.95 invece di 7.95

Torta per feste Ø 16 cm, 610 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.14) 1.–DI RIDUZIONE

Back to School

Una carica di energia per la SCUOLA

L’affare giusto per una colazione da re

2.05

6.95 invece di 8.85

Formaggio

1.40

2.40 invece di 3.–

2.25

Le Gruyère Surchoix

Bio, AOP

Taleggio, DOP 250 g, (100 g = 1.85) 15%

1.85 invece di 2.20

Migros Ticino

Tutti gli yogurt Excellence 150 g, –.84 invece di 1.05, (100 g = 0.56) a partire da 4 pezzi

Panna intera, mezza panna e cremini, aha!

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Quark alla frutta M-Classic lampone, fragola o albicocca, 4 x 125 g, (100 g = 0.40) conf. da 4

di 2.40

Tutto l'assortimento di crème fraîche e panna acidula per es. Valflora al naturale, 200 g, 1.65 invece di 2.20, (100 g = 0.83) a partire da 2 pezzi 25%

Yogurt e drink al kefir, Emmi disponibili in diverse varietà, per es. yogurt alla fragola, 150 g, –.88 invece di 1.10, (100 g = 0.59) 20% 5.30 Uova svizzere da allevamento all'aperto IP-SUISSE 10 x 53 g+

Fai la SCORTA

conf. da 3 33%

5.90 invece di 8.85 Sugo di pomodoro al basilico Agnesi

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Tutto l'assortimento di passata, sughi e pesti, bio, Alnatura per es. passata vegan, 690 g, 1.08 invece di 1.35, (100 g = 0.16)

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Pasta Migros, 500 g e 750 g (Tradition escl.), disponibile in diverse varietà, per es. reginette, 500 g, 1.60 invece di 1.90, (100 g = 0.32)

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Tutti i piatti pronti liofilizzati a base di pasta Migros

175 g, per es. carbonara, 1.30, (100 g = 0.74)

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Tutti i piatti liofilizzati a base di risotto Migros

175 g, per es. pomodoro, vegano, 1.90, (100 g = 1.09)

a partire da 2 pezzi

Tutto l'assortimento di sottaceti e di antipasti, Condy per es. cetriolini, 290 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 0.81)

Pizze Toscana o Margherita, M-Classic prodotti surgelati, in conf. speciali, per es. Toscana, 3 pezzi, 1080 g, 8.85 invece di 11.85, (100 g = 0.82) 25%

Tutti i cereali bio Alnatura per es. Crunchy all'avena e ai frutti di bosco, 375 g, 2.56 invece di 3.20, (100 g = 0.68)

conf. da 2 25%

Tonno Migros, MSC in acqua o in olio di soia, 2 x 240 g, per es. in acqua, 5.80 invece di 7.80, (100 g = 1.21)

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mondo di dolcezza

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L’estate in un bicchiere

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Calanda Radler al limone 0,0%

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Bilz Chill & Relax White Peach & Jasmine

senz'alcol, 6 x 330 ml, 6.97 invece di 9.95, (100 ml = 0.35)

a partire da 2 pezzi 30%

Feldschlösschen

Panaché al limone 0,0% senz'alcol, 6 x 500 ml, 8.37 invece di 11.95, (100 ml = 0.28)

a partire da 2 pezzi

Panaché Grapefruit 0,0% Feldschlösschen senz'alcol, 6 x 500 ml, 8.37 invece di 11.95, (100 ml = 0.28)

Birra Feldschlösschen Weizenfrisch senz'alcol, 6 x 500 ml, 8.37 invece di 11.95, (100 ml = 0.28) a partire da 2 pezzi

LO SAPEVI?

NON è la popolare marca propria della Migros dedicata alle alternative analcoliche. L’assortimento è prodotto in Svizzera e comprende dai classici più apprezzati, come la Lager, l’IPA e la Panaché, fino alle bevande miste a base di birra e frutta.

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Azione 32 del 5 agosto 2026 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu