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Azione 32 del 7 agosto 2023

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Anno LXXXVI 7 agosto 2023

Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura

edizione

32

MONDO MIGROS

Pagine 2 – 3 / 6 – 7 ●

SOCIETÀ

TEMPO LIBERO

ATTUALITÀ

CULTURA

Il Marschmallow Experiment per imparare da subito la virtù dell’autocontrollo

Il ticinese Lorenzo Parisi ci racconta la sua storia e la passione per il rugby in carrozzella

Il golpe in Niger è un evento che l’Occidente segue con molta attenzione, ecco il perché

Una mostra alla Fondazione Arp ci racconta il viaggio di Jean e Marguerite in Terra Santa nel 1960

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Pagine 20 e 21

Francesca Marino

C’era una volta la «Svizzera dell’Asia»

Francesca Marino

I contadini salveranno il mondo Carlo Silini

Quando sono stanco c’è un pensiero che mi mette subito di buon umore: il cibo. Come i cani del fisiologo Ivan Pavlov, che iniziavano a salivare udendo il suono del campanello che annunciava l’arrivo della ciotola piena, anch’io comincio a sentirmi felice non appena prefiguro il piatto di spaghetti alla carbonara che (forse) m’attende. Non è il caso di colpevolizzarsi per le scelte non troppo salutiste che ci rendono più contenti. Ma quando, qualche giorno fa, mi è capitato fra le mani il rapporto dell’ONU sulla sicurezza alimentare nel mondo, il giochetto dei riflessi condizionati che solitamente mi fa star meglio al pensiero del cibo si è inceppato. Non puoi leggere che nel 2022 il 9,2 % della popolazione mondiale (pari a 735 milioni di persone, un umano su dieci e quasi il centuplo degli abitanti della Svizzera) ha sofferto di fame cronica ogni giorno e pensare al puré o alle

costine come se nulla fosse. Noi mangiatori al ritmo medio di tre volte al giorno, pensiamo a «cosa» gusteremo più tardi. Gli affamati cronici si chiedono «se» mangeranno qualcosa. La fame cronica non è una dieta estrema ma il suo contrario, è l’impossibilità di fare una dieta! Significa tirare a campare in forma di zombie, perché la macchina del nostro corpo è perfetta, ma deperisce se manca la benzina. È ammalarsi senza avere malattie. Anche chi vivacchia in condizione di «insicurezza alimentare» se la vede brutta. Sono esseri umani e zombie a ritmo alterno, nel senso che non possono beneficiare di un’alimentazione adeguata in maniera regolare: oggi sì, domani e post domani no, tra tre giorni chissà, e avanti così. Per loro, a seconda dei casi, l’insicurezza alimentare può essere tragica, drammatica, o solo moderata. Ma, se li contiamo tutti, sono 2,4 miliardi di individui: il 29,6 % della

popolazione mondiale: uno su tre! E ogni anno, secondo il Global Hunger Index, nel mondo almeno 9 milioni di persone muoiono ancora per fame. Ci indigna che nei Paesi dove il fenomeno è più grave le esportazioni di colture di rendita (come il cotone) siano privilegiate rispetto a quelle che permetterebbero agli autoctoni l’indipendenza alimentare. Per colmo di sventura, poi, in quegli stessi Paesi gli effetti dei cambiamenti climatici peggiorano la situazione (basti pensare alla siccità nel Corno d’Africa). Il resto lo fa la ferocia dei guerrafondai. Vi pare possibile che l’Africa debba ancora dipendere dalle bizze di una guerra europea per poter ricevere il grano ucraino che le serve per sfamarsi? La fame non è un male inestirpabile. Le soluzioni esistono. Sono redatte nell’«Agenda 2030», che è il quadro di riferimento globale per affrontare le maggiori magagne del pianeta.

Il secondo dei 17 obiettivi elencati recita: «Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare l’alimentazione e promuovere l’agricoltura sostenibile». Vengono indicate alcune priorità, come «raddoppiare (entro il 2030!, ndr) la produttività agricola e il reddito dei produttori di cibo su piccola scala (…) anche attraverso un accesso sicuro ed equo a terreni, altre risorse e input produttivi, conoscenze, servizi finanziari, mercati e opportunità per valore aggiunto e occupazioni non agricole». Ognuno di noi, poi, può fare la sua parte: per esempio riducendo lo spreco di cibo in casa e comprando alimenti di stagione coltivati da produttori locali. Vogliono farci credere che il progresso dell’umanità arrivi dalla potenza delle tecnologie e dalla rivoluzione digitale. In parte è vero. Ma se si parla dello stomaco vuoto del pianeta, la salvezza dipende ancora dalla terra e da chi la coltiva in modo virtuoso: i contadini.


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