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Azione 31 del 29 luglio 2026

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Seguici su Lo sapevate che Migros esiste anche in Turchia?

MIGROS Pagina 2

Intervista a Loris Palà, direttore della CMFG Arena di Sigirino, importante realtà non solo sportiva

SOCIETÀ Pagina 7

ATTUALITÀ Pagina 13

La Svizzera entra nell’Alleanza dei porti europei per rafforzare anche la lotta contro la droga

L’occhio dinamico al Museo Casa Rusca di Locarno trasforma il visitatore nel vero protagonista

CULTURA Pagina 21

Helen Frankenthaler, un’arte luminosa

Dalle palestre dell’antica Grecia al kitsch: il viaggio inatteso di una delle secrezioni più disprezzate

TEMPO LIBERO Pagina 31

Un sistema chiamato violenza

«Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima» Questa la chiusa di una poesia della peruviana Cristina Torres Caceres nel frattempo assurta ad agghiacciante slogan di movimenti femministi, singole donne e chiunque abbia a cuore il desiderio di arginare un fenomeno in preoccupante espansione (sono in primis le cifre a confermarlo), che non conosce limiti di età, classe sociale, ruolo professionale o nazionalità.

Il problema è che l’ultima non c’è mai, anzi, sembra avere sempre meno probabilità di esserci, perché di donne vessate, maltrattate, abusate e umiliate ce ne sono sempre di nuove, in quello che è un elenco infinito capace da una parte di dare i brividi, ma che dall’altra rischia di creare l’assuefazione. Sono i media stessi a raccontare questi casi, rivelando un giorno dopo l’altro schemi simili tra di loro per dinamiche e sviluppi. Ce lo hanno confermato ad esempio i fratelli inglesi Andrew e Tristan Tate, ottimi rappresentanti e promotori della cosiddetta «manosfera»,

l’ambiente digitale che – attraverso forum e piattaforme online – promuove la misoginia, l’odio verso le donne, incitando violenza e sfruttamento (attività in cui, da bravi maestri, hanno dato l’esempio per primi, tant’è che sono stati arrestati a Miami con l’accusa di stupro e sfruttamento sessuale).

Ce lo racconta il caso del politico argoviese sul cui capo pendono accuse gravi al punto da indurre la Procura a chiederne la detenzione a vita, in una vicenda che per diversi aspetti assomiglia in modo terrificante al triste caso francese di Gisèle Pelicot, la donna sedata e abusata per anni dal marito e da una schiera di aberranti figuri, ma che ha avuto il coraggio e la forza (come molte altre, davanti a cui non ci si può che inchinare) di denunciare, di mostrare il proprio volto e di parlare, mettendo in luce con calma e precisione in tutta la sua rivoltante entità un sistema di violenze quasi inenarrabili. Ce ne hanno dato prova i brutali femminicidi av-

venuti anche in un Cantone come il nostro, che fino a qualche anno fa si credeva ingenuamente al riparo da un fenomeno che, invece, lo vede primeggiare nei numeri di violenza, destando preoccupazione, e che meriterebbe un’attenzione costante e continuativa, anche quando i riflettori si sono spenti e chi lotta per i diritti delle donne si allontana dalle panchine rosse dei presidi. Ce lo hanno mostrato le magliette preparate per i dipendenti di un lido e di una gelateria nostrani, dove a lettere cubitali si alludeva chiaramente alla sfera sessuale (delle donne, ovviamente, qualcuno aveva dubbi?) e dove, poi, si è cercato di liquidare la questione buttandola in caciara. Ma infine, last but not least (anzi) sembrerebbe confermarlo anche il contesto della crisi istituzionale che tocca le più alte sfere politiche cantonali, a proposito del quale Reto Ceschi, responsabile del Dipartimento Informazione della RSI, ha parlato di «politica del testosterone», chiedendo misure di intervento urgenti.

Una violenza sistemica, dunque, che travolge generazioni giovani e meno giovani, finendo per riverberarsi irrimediabilmente sulle relazioni tra le persone, in un mondo dove il revenge porn, le rivendicazioni, le umiliazioni e le molestie sono sempre più all’ordine del giorno (v. pag. 15). E non sono impressioni, qualsiasi giovane ragazza ve lo potrà confermare. Mutuando il titolo ai fratelli Coen, per molte questo Non è un Paese (o un mondo) per donne Un femminicidio non è mai solo un femminicidio, così come la violenza di genere non è mai solo una violenza di genere. Lo spiega bene la professoressa statunitense Maggie Nelson nel suo Le parti rosse. Autobiografia di un processo: queste violenze si riflettono su intere famiglie, comunità sociali, entrando nel patrimonio biografico di innumerevoli persone. Un danno collaterale che sporca ulteriormente una società, a quanto pare, già di suo profondamente macchiata.

Emanuela Burgazzoli Pagina 19
Simona Sala

Salvare il cibo nei ristoranti Migros

Info Migros ◆ Nei ristoranti Migros si è osservato con attenzione dove finiscono gli sprechi alimentari. È emerso che già la semplice misurazione degli scarti può portare a miglioramenti

Senada Kesedzic scende la scala mobile, attraversa la Migros Neuwiesen di Winterthur e si dirige con passo deciso verso il magazzino. Qui si coordina con il team del supermercato Migros: molti prodotti che non possono più essere venduti, pur essendo ancora perfettamente commestibili, trovano una seconda vita nelle cucine del ristorante.

Kesedzic prende in mano un’anguria con una crepa sulla buccia. «Questa la porto con me. Quando la taglieremo, vedremo se la polpa è rimasta intatta», spiega la responsabile del ristorante Migros. Anche un mazzo di porri bio viene esaminato con cura: le parti non più utilizzabili vengono eliminate, il resto diventa un ingrediente prezioso per zuppe, torte salate e altri piatti. Un modo semplice per salvare alimenti, preservare risorse e contenere i costi.

La responsabile organizza i menu con una certa flessibilità. Durante l’estate, ad esempio, ordina leggermente meno frutta di stagione rispetto al fabbisogno previsto. In questo modo può integrare all’ultimo momento i prodotti avanzati dal supermercato, come i lamponi rimasti invenduti a fine giornata, trasformandoli in dessert, frullati o offerte stagionali.

L’obiettivo è chiaro: evitare lo spreco alimentare

«Per ragioni sia etiche sia economiche abbiamo sempre cercato di valorizzare al massimo tutti gli alimenti», afferma Thomas Egli, responsabile del coordinamento della gastronomia Migros. «Con i nostri oltre 200 ristoranti Migros vogliamo dare il buon esempio».

Il Ristorante Migros del Serfontana.

Ora, però, la lotta agli sprechi è stata affrontata in modo sistematico. Per poter misurare concretamente i progressi, in 118 ristoranti Migros sono stati registrati per quattro settimane tutti gli scarti alimentari: dagli scarti di preparazione agli avanzi lasciati nei piatti, fino alle eccedenze di produzione.

Il progetto pilota di questa rilevazione a livello svizzero è stato realizzato proprio al ristorante Migros Neuwiesen di Winterthur. Per Senada Kesedzic era fondamentale che la soluzione fosse compatibile con il lavoro quotidiano e non comportasse un carico amministrativo eccessivo. Dopo una formazione iniziale, il personale ha potuto contare su codici QR collegati a brevi video esplicativi, postazioni di misurazione contrassegnate da colori e semplici schede compilate a mano. Un sistema pragmatico che ha permesso a tutti i colla-

boratori di partecipare facilmente, indipendentemente dalla lingua parlata. I risultati mostrano che i ristoranti Migros si collocano già oggi tra le realtà più virtuose della ristorazione svizzera. Nelle cucine si cerca di utilizzare gli alimenti in modo il più possibile integrale. I gambi dei broccoli, ad esempio, arricchiscono le zuppe di gusto e consistenza anziché finire tra i rifiuti.

Circa un quinto degli scarti proviene dai piatti dei clienti. Per questo motivo si è intervenuti rapidamente, definendo quantità di servizio più precise per adattarsi meglio alle esigenze effettive. Chi desidera una porzione più abbondante può comunque richiederla senza problemi al personale.

La quota maggiore di sprechi deriva tuttavia dalla sovrapproduzione, una sfida tipica dei buffet. Un’offerta invitante richiede infatti varietà e ab-

Cosa ci fa la Migros in Turchia?

bondanza. Allo stesso tempo, proprio questo sistema offre una certa flessibilità: nel rispetto delle norme igieniche e qualitative, singoli ingredienti possono essere riutilizzati in nuove preparazioni. Le patate avanzate da un menu del giorno, per esempio, diventano una gustosa insalata di patate, mentre altri piatti vengono proposti a prezzo ridotto tramite la piattaforma «Too Good To Go». Ciò che resta viene infine valorizzato in un impianto esterno di biogas.

Per Kesedzic, però, oltre ai numeri, conta soprattutto l’effetto sul team. «Le responsabili e i responsabili dei ristoranti hanno la possibilità di dare maggiore priorità al tema dello spreco alimentare e di fungere da esempio», sottolinea. L’esperienza dimostra che dove si misura, cresce anche il coinvolgimento. E spesso nasce persino una sana competizione per fare ogni volta un po’ meglio.

Meno sprechi alimentari nel Gruppo Migros

Ridurre del 50% lo spreco alimentare entro il 2030 rispetto ai livelli del 2017: è uno degli obiettivi di sostenibilità del Gruppo Migros. Per raggiungerlo, aziende e filiali adottano misure diverse. Ecco due esempi.

Il centro di distribuzione Migros dona a Caritas Quando in uno dei grandi centri di distribuzione Migros che riforniscono i supermercati si registrano eccedenze alimentari – ad esempio perché un nuovo prodotto non incontra il successo sperato o perché restano invenduti prodotti stagionali – gli alimenti vengono donati a organizzazioni di pubblica utilità come Caritas. Per queste organizzazioni il valore complessivo delle donazioni ammonta a circa 3 milioni di franchi all’anno.

La «borsa sorpresa» di Denner

Frutta e verdura non più perfette dal punto di vista estetico, insieme ai prodotti da forno del giorno precedente, finiscono nella cosiddetta «borsa sorpresa» proposta da Denner. Al prezzo di 2,95 franchi, le clienti e i clienti ricevono almeno tre chilogrammi di alimenti. L’iniziativa è attualmente in fase di test in 16 filiali e riscuote un’ottima accoglienza da parte della clientela.

Info Migros ◆ I turisti spesso si stupiscono quando in Turchia scoprono un supermercato con la M arancione… ma cosa c’entra la Migros svizzera?

Michael West

Filiali Migros che navigano sul mare? In Turchia sono una realtà: tre barche Migros si fermano regolarmente nei paraggi delle spiagge più amate dai turisti. La M arancione la si può incontrare anche sulla terraferma, sono infatti oltre 3800 i punti vendita gestiti da Migros Turchia. Tutto ciò non stupisce solamente gli ospiti svizzeri del Paese sul Bosforo. L’Infoline di Migros riceve regolarmente domande o proposte di miglioramento riguardo all’assortimento dei negozi turchi, ma Migros Ticaret A.Ş. è del tutto indipendente dal 1974, dunque Migros Svizzera non c’entra più nulla.

Sono molti i turisti che si stupiscono quando, una volta giunti in Turchia per le vacanze, si trovano davanti la Migros

Un tempo le cose erano diverse: la rivenditrice al dettaglio turca fu fondata da Gottlieb Duttweiler in persona nel 1954. Dutti desiderava rifornire la metropoli Istanbul con prodotti alimentari di qualità e a buon prezzo, motivo

per cui inviò in Turchia un’intera flotta di tipici camion vendita Migros.

La vendita a una holding turca

Allo stesso tempo Duttweiler intendeva ancorare la sua idea di cooperativa nel Bosforo, cosa però difficilmente conciliabile con il diritto turco – Migros Ticaret restò dunque una società per azioni. Quando negli anni

Settanta la Turchia fu poi colpita da una grave crisi economica e l’azienda finì nelle cifre rosse, la Federazione cooperative Migros la vendette alla holding turca Koç. Oggi Migros Ticaret gode di grande successo ed è diventata la maggiore catena di supermercati del Paese. Nel frattempo appartiene al gruppo imprenditoriale Anadolu, che fra le altre cose gestisce anche centrali idroelettriche e grandi birrifici. Non c’è dun-

que da stupirsi se sugli scaffali della Migros turca si trova anche la birra con alcol.

Orgogliosi delle radici svizzere

Anche se professionalmente la Migros svizzera e Migros Ticaret sono del tutto indipendenti l’una dall’altra, il legame con la Svizzera rimane: i di-

ritti turchi del marchio appartengono a Migros Svizzera, e la venditrice al dettaglio turca lo può utilizzare unicamente grazie a una licenza. In maggio il contratto è stato prolungato fino al 2035. Migros Ticaret è fiera delle sue radici ed è per questo che nella sede centrale della catena di supermercati turca a Istanbul troneggia ancora oggi un imponente

ritratto di Gottlieb Duttweiler.
La filiale Migros di Çamyuva, Riviera turca. A lato, Migros Ticaret possiede ben tre navisupermercato.

SOCIETÀ

Un luogo di sport, socialità e inclusione

La CMFG Arena di Sigirino scommette sul valore sociale e formativo dello sport. Intervista al direttore Loris Palà

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Rigenerarsi con la soft fascination

Una pratica che permette al cervello di riposare facilitando il recupero delle risorse cognitive: scopriamola imitando i bambini

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Ricerca e medicina

I ricercatori della Mayo Clinic stanno sviluppando un sistema di IA che renderà il tumore del pancreas un po’ meno invisibile

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La lettura precoce favorisce competenze future

Infanzia ◆ Il progetto Nati per leggere compie vent’anni e diventa un’associazione a livello nazionale

Aprire un libro e raccontare una storia a un bambino anche molto piccolo è un gesto, oltre che di piacere, di essenziale importanza per il suo sviluppo. Per garantire maggiore visibilità a questo concetto e promuovere con ulteriore vigore la lettura precoce, Nati per leggere, programma ventennale di cui il Ticino è stato pioniere, è diventato quest’anno un’associazione nazionale. Promosso a livello svizzero dalla Fondazione Bibliomedia e dall’Istituto svizzero Media e Ragazzi-ISMR, Nati per leggere si declina nelle diverse regioni linguistiche secondo specificità proprie ma coordinate. Vieni con noi è il titolo italiano dell’ultimo libro scelto per la consegna a tutti i nuovi nati, punto di partenza del programma, attivo pure a livello di eventi, formazione e collaborazione con le istituzioni.

Promuovere la lettura sin dalla primissima infanzia significa favorire il rapporto fra i genitori (o altre figure di riferimento) e il fanciullo, sostenere lo sviluppo del linguaggio e della lettura e, più in generale, contribuire a migliori opportunità di partenza per tutti i bambini. Oggi emerge anche un’altra questione centrale: la perdita della lettura che nei giovani è sempre più precoce. Il ruolo di Nati per leggere è quindi di grande importanza e grazie a una nuova struttura autonoma nazionale si rafforzano diversi aspetti dell’azione come la stabilità, il finanziamento, la rete interdisciplinare e non da ultimo il collegamento con le istituzioni. «A livello ticinese per quest’ultimo aspetto – spiega Bérénice Capatti, responsabile di Nati per leggere presso l’Istituto svizzero Media e Ragazzi-ISMR – va segnalata la nostra partecipazione al Gruppo di lavoro istituito dal Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) con l’obiettivo di promuovere le competenze nella lettura di allieve e allievi di tutti i settori scolastici».

Nati per leggere, come lo evoca il nome, parte dalla nascita con un incoraggiamento alla lettura che non richiede un’età minima. Precisa la responsabile del programma presso l’ISMR: «Ogni neonato/a riceve, tramite i Comuni che aderiscono all’iniziativa e si occupano della distribuzione, un libro cartonato – da quest’estate Vieni con noi di Nicole Vögeli – accompagnato da un pieghevole multilingue con informazioni di base sullo sviluppo del bambino e sul ruolo della lettura nella crescita. Ci rivolgiamo ovviamente in primis ai genitori che invitiamo a guardare il libro con il proprio figlio, raccontando o leggendo la storia. Nella Svizzera italiana viene inoltre allegato un opuscolo più approfondito sui temi citati. In Ticino l’iniziativa è ben radicata nel territorio come di-

mostra il fatto che oltre la metà dei neonati riceve il pacchetto. D’altronde Nati per leggere a livello svizzero è stato introdotto proprio a partire dal Ticino. «Il programma è stato avviato nel 2006 – prosegue Bérénice Capatti – su iniziativa di Orazio Dotta, allora alla guida di Bibliomedia (da quest’anno il testimone è passato a Valeria Lucentini), e Antonella Castelli dell’associazione TIGRI (oggi affiliata all’ISMR), ispirandosi all’omonima iniziativa italiana. Nel 2008 è diventato un programma nazionale. Sin dall’inizio si è cercata la collaborazione sul territorio con i Comuni, le biblioteche (per riservare al loro interno uno spazio al progetto e ai libri per la prima infanzia) e i pediatri. Ora l’intenzione è quella di ampliare la rete di collaborazioni, in particolare con asili nido e centri di socializzazione». L’età di riferimento dell’iniziativa al Sud delle Alpi è sempre stata la fascia 0-5 anni, mentre nel resto della Svizzera variava

(0-3, 0-4) a dipendenza delle regioni. La nascita dell’associazione Nati per leggere – Buchstart – Né pour lire – Naschì per leger ha uniformato il target del programma ai bambini da 0 a 4 anni.

Promuovere la lettura sin dalla primissima infanzia contribuisce a migliori opportunità di partenza per tutti i bambini e cerca di prevenire la perdita della lettura che nei giovani è sempre più precoce

Oltre al dono del libro, che entra nelle case al momento dell’accoglienza di un neonato o di una neonata, il programma si è sviluppato offrendo formazione ed eventi aperti a tutti gli interessati e in alcuni casi destinati a genitori e figli insieme. Famiglie, bibliotecari, insegnanti, operatori dei settori sanitari e sociali sono fra i de-

stinatari di approfondimenti anche molto pratici ad esempio sulla lettura ad alta voce. Raccontare o leggere una storia ad alta voce al proprio figlio non è magari un gesto spontaneo e immediato per tutti i genitori, ma l’esperienza dimostra che suscita emozioni positive alimentando la relazione con i figli. Oggi i libri per l’infanzia sono numerosi e per facilitare la scelta Nati per leggere propone una bibliografia mensile disponibile sul sito o che si può ricevere tramite la newsletter dell’ISMR. Per Bérénice Capatti è importante evidenziare anche una recente iniziativa che valorizza le scelte dei bambini. Si tratta del premio «Crescere con i libri», una sezione del Premio nazionale «Nati per leggere Italia». «Quest’anno abbiamo partecipato per la seconda volta al premio, proponendo alle scuole dell’infanzia che si sono iscritte una selezione di dieci albi illustrati di qualità. Sono stati i bambini a votare il loro preferito. Il te-

ma dell’edizione 2026, conclusasi con la premiazione al Salone del libro di Torino, era “Quante domande: bambine e bambini alla ricerca dei perché”. Vincitore il volume Questa non è una carota di Dylan Hewitt. Nelle scuole che hanno aderito alla proposta i bambini hanno dimostrato grande entusiasmo».

La pluriennale esperienza della Fondazione Bibliomedia e dell’Istituto svizzero media e Ragazzi-ISMR garantisce alla nuova associazione, presieduta da Davide Dosi, direttore generale di Bibliomedia, una solida base dalla quale partire per radicare Nati per leggere, oltre che sul territorio, a livello strategico e istituzionale, perché l’importanza della lettura precoce necessita maggiore visibilità.

Informazioni

www.natiperleggere.ch

www.ismr.ch/promozione/progetti/ nati-per-leggere/ www.bibliomedia.ch/it/

Aprire un libro e raccontare una storia a un bambino anche molto piccolo è un gesto, oltre che di piacere, di essenziale importanza per il suo sviluppo. (natiperleggere.ch)
Stefania Hubmann
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Autentica bontà dalle nostre montagne

Novità ◆ La formaggellina Togni conquista ogni commensale grazie al suo sapore incomparabile. Il suo piccolo formato è ideale per le esigenze di ogni famiglia

È difficile resistere alla bontà di questo formaggio a pasta molle, realizzato nel pieno rispetto della grande tradizione casearia ticinese secondo la ricetta originale, nata oltre 25 anni fa dalle sapienti mani del noto casaro Marco Togni. Grazie al suo gusto leggero e amabile, lievemente acidulo, la formaggellina Togni è perfet-

ta da servire sia come antipasto per arricchire un tipico tagliere di specialità locali, sia per concludere in bellezza ogni pasto, come anche da sola accompagnata da una croccante insalata di stagione, regalando a ogni assaggio momenti di puro piacere culinario. Per apprezzare al meglio le sue sfu-

mature aromatiche, è opportuno anche in estate toglierla dal frigo almeno mezz’ora prima di gustarla. È un formaggio a crosta edibile, pertanto può essere gustato e apprezzato nella sua interezza. Prodotta in Alta Leventina utilizzando latte vaccino di qualità, la formaggellina raggiunge la sua ideale maturazione dopo un

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periodo di 3-4 settimane di affinamento. Gli estimatori dei formaggi maturi, l’apprezzeranno ancora di più dopo averla lasciata maturare ulteriormente per alcune settimane a una temperatura di 5-6°C, avendo cura di conservarla nel suo imballaggio originale, così da preservare le sue proprietà.

Attualità ◆ Caffè Carlito lancia un caffè speciale in collaborazione con il Locarno Film Festival. Lo trovi in vendita alla tua Migros fino a esaurimento delle scorte

Con il loro gusto caratteristico e autentico, le tre miscele di caffè artigianale della Caffè Carlito in vendita alla Migros in poco tempo hanno saputo conquistare i favori di una clientela sempre più ampia e variegata. Sono disponibili nelle varianti macinate «Espresso Crema» e «Mocca» e in quella in grani «Aroma» e si distinguono per la loro tostatura particolarmente lenta e ben ponderata che valorizza al meglio l’aroma e la struttura di ogni singolo chicco. Composti

dalla delicata miscelazione delle migliori varietà di caffè Arabica e Robusta coltivate in America Latina, Asia e Africa, promettono momenti di piacere autentici e incomparabili a ogni assaggio. In concomitanza con uno degli appuntamenti culturali più importanti dell’estate ticinese, l’azienda di Losone a conduzione familiare lancia sul mercato, in collaborazione con il Locarno Film Festival, una miscela di caffè esclusiva, proposta in un elegante packaging studiato appo-

Caffè Carlito

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sitamente per l’occasione. Si tratta di una varietà in grani, ideale per ogni tipo di preparazione grazie al suo eccellente equilibrio tra intensità, corpo e dolcezza. Inoltre, ricordiamo che Caffè Carlito da sempre ha un occhio di particolare riguardo anche per la sostenibilità dei suoi prodotti. Le materie prime utilizzate provengono infatti da coltivazioni certificate Fairtrade e Bio che assicurano condizioni di lavoro dignitose per i produttori e pratiche rispettose per l’ambiente.

Flavia Leuenberger

L’estate con Goovi

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Molto più di un centro polisportivo

Territorio ◆ La CMFG Arena di Sigirino è una struttura innovativa, funzionale e inclusiva che scommette sul valore sociale e formativo dello sport. Intervista al direttore Loris Palà

Ci sono luoghi che nascono per ospitare uno sport, altri che diventano punti d’incontro. E poi ci sono progetti che provano a fare entrambe le cose, aggiungendo un ingrediente non scontato: l’inclusione. A Sigirino, la CMFG Arena non è soltanto un moderno centro sportivo. Dietro le sue piste, le palestre, l’ostello e il velodromo si nasconde un’idea più ambiziosa: creare uno spazio dove giovani, famiglie, scuole e persone con disabilità possano sentirsi parte della stessa comunità. Un progetto privato che guarda oltre il business e che scommette sul valore sociale dello sport, senza trascurare la responsabilità ambientale e l’efficienza energetica. Ne abbiamo parlato con il direttore Loris Palà, che racconta come un capannone industriale si sia trasformato in una delle realtà più innovative del panorama ticinese.

Direttor Palà, partiamo dal nome: che cos’è CMFG Arena?

CMFG significa Centro Misto per la Formazione dei Giovani. È una definizione che racconta bene la nostra identità. Non siamo semplicemente un centro sportivo: siamo un luogo dedicato ai giovani, alle famiglie e alle persone con disabilità motorie, progettato senza barriere architettoniche e pensato per offrire molto più della pratica sportiva. La parola chiave è proprio «misto»: da una parte c’è l’offerta sportiva, dall’altra una serie di attività commerciali che permettono di sostenere economicamente il progetto.

Ci spiega l’obiettivo dell’Arena?

Vogliamo offrire al territorio un luogo nel quale le persone possano incontrarsi, fare sport e trascorrere il tempo libero in un ambiente sicuro. Qui i ragazzi trovano tante attività diverse da praticare. L’aspetto sociale è fondamentale e vi è anche una forte componente formativa.

Anche il modello economico sembra seguire una filosofia diversa da quella di molti centri privati. Sì. Il nostro obiettivo non è massimizzare i profitti. Ovviamente una

struttura privata deve avere una solidità economica, ma l’idea è riuscire a coprire i costi mantenendo tariffe il più possibile accessibili. Vorremmo che anche le famiglie con meno possibilità economiche possano frequentare il centro. Per noi è un principio coerente con l’idea di inclusione che accompagna il progetto.

Entrando nella struttura si rimane colpiti dalla quantità di spazi per lo sport. Qual è l’offerta? È molto ampia. Al livello inferiore si concentra tutto ciò che riguarda il ghiaccio: la pista per l’hockey e il pattinaggio artistico, una sala da curling con cinque corsie e due simulatori dedicati allo sci alpino e allo sci nordico, oltre a una zona con trampolini elastici. Salendo, troviamo una palestra tripla per la ginnastica, con tre corsie da 110 metri dedicate all’atletica; la particolarità è che il fondo può essere utilizzato anche con le scarpe chiodate, una tecnologia che ha già attirato molte società durante la stagione invernale. Uno degli elementi più carat-

terizzanti è il velodromo coperto, omologato dall’Unione Ciclistica Internazionale. È una struttura unica nel suo genere e rappresenta un importante punto di riferimento per il ciclismo ticinese.

Quali sono le caratteristiche del velodromo?

Grazie alla collaborazione con Swiss Cycling, Ticino Cycling e con alcune persone che hanno creduto nel progetto, siamo riusciti a riunire sotto lo stesso tetto i principali veloclub del Cantone. È nata così l’Accademia Ticinese del Ciclismo, che organizza gli allenamenti delle diverse categorie. È un risultato importante perché supera molti campanilismi e offre a un centinaio di giovani un ambiente sicuro dove allenarsi.

La struttura non si limita però agli impianti sportivi. Abbiamo realizzato un ostello con 176 posti letto, distribuiti in 44 camere, tutte prive di barriere architettoniche. A questo si aggiungono sale riunioni, un auditorium e un’area de-

dicata all’intrattenimento con simulatori, bowling e altri spazi ricreativi. All’esterno troviamo un campo polifunzionale che durante l’inverno si trasforma in una pista di pattinaggio. Sotto la superficie sono installate le serpentine di raffreddamento: quando le temperature lo permettono, creiamo una pista all’aperto per tutti.

La completa accessibilità è uno degli elementi che più caratterizzano la CMFG Arena. Perché avete deciso di investire su questo aspetto? L’inclusione era un obiettivo della proprietà fin dall’inizio. Ci siamo resi conto che in Svizzera esistono numerosi impianti sportivi accessibili, ma molto spesso manca la possibilità di ospitare gruppi numerosi di persone con disabilità anche per il pernottamento. Noi volevamo che una squadra o un gruppo potesse vivere insieme l’intera esperienza: allenarsi, mangiare, trascorrere la serata e dormire nello stesso luogo. Per riuscirci abbiamo consultati e confrontati con il Centro svizzero per paraplegici di Nottwil e con al-

tre realtà specializzate. Ogni camera è stata progettata pensando a chi utilizza una carrozzina; tutte le porte sono più larghe e l’intero edificio è stato concepito senza barriere.

La presenza contemporanea di discipline sportive molto diverse era una scommessa. Sta funzionando? Direi di sì, anche se è presto per avere dei primi riscontri tangibili. Abbiamo cercato di non creare doppioni rispetto a quello che già esiste sul territorio, privilegiando invece la collaborazione con altre realtà. L’aspetto più interessante è che la convivenza tra sport diversi genera curiosità tra i vari fruitori del centro e i turisti.

Che bilancio può fare dopo i primi mesi di attività?

Siamo partiti con le prime attività sportive il 2 gennaio e subito abbiamo ospitato la Nazionale femminile finlandese di hockey, che ha svolto il proprio ritiro di preparazione per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Il primo dato che emerge è la grande richiesta di ghiaccio, da noi presente ben 12 mesi all’anno senza interruzioni. C’era davvero fame di spazi per hockey e pattinaggio, sia da parte delle società sia da parte delle scuole e degli amatori. Anche la palestra sta lavorando molto bene grazie alle società sportive, agli istituti scolastici e ai numerosi corsi organizzati da enti privati. Per altre discipline, invece, servirà ancora un po’ di tempo. Il velodromo e i simulatori di sci sono partiti a stagione ormai avanzata e sarà il prossimo inverno a dirci quale sarà il loro reale potenziale.

Anche la parte commerciale della struttura sta prendendo forma. Sì. Entro la fine dell’anno saranno operativi tutti gli spazi previsti, con l’arrivo di nuovi inquilini come uno hub della Croce Verde, un negozio Voi di Migros, Ars Medica, e altre attività che completeranno il progetto.

Quali sono le sfide e le ambizioni per il futuro?

Nel breve periodo ci piacerebbe organizzare una giornata dedicata allo sport e all’inclusione. Sarebbe un evento capace di rappresentare la filosofia della CMFG Arena. Se poi vogliamo sognare, penso alla candidatura della Svizzera per i Giochi olimpici del 2038. Sarebbe bellissimo per la nostra struttura ospitare una Nazionale.

Se dovesse descrivere la CMFG Arena con una sola frase?

Ne sceglierei una molto semplice: sentirsi a casa. Vorremmo che chiunque entri qui, che sia un atleta, una famiglia, uno studente o una persona con disabilità, possa davvero sentirsi accolto come a casa propria.

La palestra polivalente con velodromo. Sotto: la pista per l’hockey e il pattinaggio artistico è anche aperta al pattinaggio pubblico; le camere dell’ostello sono tutte prive di barriere architettoniche. (CMFG Arena)

Grande design a piccoli prezzi.

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Estate, il tempo per rigenerarsi

Benessere psicologico ◆ La soft fascination permettere al cervello di riposare, facilitando il recupero delle risorse cognitive e la riduzione dello stress. Il consiglio? Trascorrere più tempo nella natura

Viviamo in una condizione di attenzione quasi permanente, con notifiche, messaggi, informazioni e richieste che ci domandano in continuazione di concentrarci, scegliere e reagire, comportando un costo in termini di affaticamento mentale e difficoltà a recuperare lucidità e creatività. Per nostra fortuna, però, abbiamo a disposizione una risorsa di per sé semplice per ovviare alle conseguenze poco piacevoli di questo ritmo di vita incalzante: la natura, che è infatti in grado di offrire un effetto rigenerante alle nostre menti. Un effetto per il quale può bastare anche un parco urbano, un cortile alberato o la vista su uno spazio verde dalla propria finestra.

Uno dei meccanismi attraverso cui i contesti naturali favoriscono questo recupero è la soft fascination («fascinazione morbida» o «gentile»), un concetto coniato dalla psicologia ambientale e sviluppato negli anni ’80 soprattutto dagli americani Stephen e Rachel Kaplan, nell’ambito dell’Attention Restoration Theory (ART, Teoria del recupero dell’attenzione). Concretamente, la soft fascination si verifica quando qualcosa – come le nuvole che si muovono nel cielo o l’acqua che scorre in un ruscello – cattura la nostra attenzione in modo spontaneo e piacevole, senza richiedere uno sforzo mentale significativo. Quello che succede è infatti che, venendo l’attenzione attirata ma non completamente assorbita, rimane spazio per riflettere, fantasticare, elaborare pensieri e recuperare risorse cognitive consumate da un’attenzione di altro tipo, concentrata e prolungata.

Gaspare Palmieri: «per aiutarsi nella quotidianità suggerisco cose semplici ma concrete, come lasciare il telefono in un’altra stanza per almeno un’ora al giorno oppure fare una passeggiata senza auricolari»

Questo secondo tipo di attenzione viene contrapposto dagli studiosi alla «fascinazione leggera» di cui stiamo parlando con il termine di hard fascination: la forma di attenzione volontaria che usiamo nella quotidianità, quando lavoriamo al computer, leggiamo, ma pure quando seguiamo un’intensa finale sportiva, quando svolgiamo insomma un compito che richiede un certo sforzo cognitivo. Escludendo il pensiero rilassato, la hard fascination ci porta alla «fatica attentiva» di cui parlavamo in apertura, per contrastare la quale può entrare in gioco la soft fascination, con la sua capacità di permettere al cervello di riposare, facilitando il recupero

della concentrazione e della chiarezza di pensiero, la riduzione dello stress, e, più in generale, una sensazione di benessere psicologico.

In vacanza quando i ritmi rallentano

E allora, trovandoci in estate, nel periodo delle vacanze per eccellenza, in cui i ritmi rallentano, perché non cercare di attivare maggiormente questo meccanismo e beneficiare così degli effetti positivi ad esso connessi? Per farlo ci viene in aiuto Gaspare Palmieri, psichiatra, psicoterapeuta ed istruttore di mindfulness: «La prima cosa che consiglio è trascorrere più tempo possibile all’esterno, compatibilmente con le temperature ovviamente; l’estate offre infatti un’opportunità straordinaria perché l’ambiente naturale è già ricco di stimoli a bassa intensità ma alta qualità», spiega. Il problema è la tendenza, anche quando si tratta di partire in vacanza, a portare con sé gli stessi pattern mentali di sempre, in cui un ruolo importante lo giocano agenda e telefono, di propendere, insomma, a «fare» piuttosto che ad «essere»: «Quello che concretamente si può fare è iniziare con piccoli rituali intenzionali: sedersi vicino all’acqua senza uno scopo preciso o camminare lentamente in un bosco lasciando che lo sguardo si muova senza focalizzarsi su nulla in particolare, che è poi il meccanismo con cui si attiva la soft fascination», continua il

dottor Palmieri, «anche nelle pratiche di mindfulness outdoor lavoriamo molto su questo: rallentare il passo, aprire i sensi, sospendere il giudizio. L’estate diventa allora non solo una pausa dai doveri, ma una vera finestra di rigenerazione neurologica, per attivare la quale non bisogna per forza trovarsi in un’oasi naturale, quel che conta è focalizzare l’attenzione sugli stimoli naturali, dei piccoli “campanelli” di consapevolezza che si possono accendere». E che – aggiungiamo –, senza andar lontano, in Ticino si possono accendere senza troppe difficoltà già solo passeggiando lungo le rive di un lago oppure trascorrendo del tempo in un bosco; esperienze semplici e alla portata di tutti che favoriscono la soft fascination

Ritrovare momenti vuoti

Per contro, gli ambienti più prettamente urbani, con i loro stimoli «impegnativi» quali luci e rumori, possono contribuire a sovraccaricare la nostra attenzione, sommandosi più in generale ai ritmi spesso frenetici della società in cui viviamo e al fatto che, all’interno di essa, le nostre menti siano, in molti casi, iperconnesse e iperstimolate dagli schermi. «La nostra società ha trasformato i momenti vuoti – la coda, il tragitto, i pasti – in occasioni di stimolazione continua. Questo priva il cervello del tempo per integrare le esperienze. Come psichiatra vedo spesso pazienti esau-

riti non tanto per ciò che fanno, ma per ciò che non riescono a “non fare”», spiega Palmeri, «per aiutarsi nella quotidianità suggerisco cose semplici ma concrete: lasciare il telefono in un’altra stanza per almeno un’ora al giorno oppure fare una passeggiata senza auricolari. Nella mindfulness lo chiamiamo open monitoring, un’attenzione aperta, non diretta, che lascia emergere ciò che vuole emergere». Insomma, imparare a trascorrere dei momenti in cui apparentemente non facciamo niente non può che farci bene: dare al pensiero la possibilità di vagare liberamente può migliorare la nostra capacità di risolvere i problemi e la nostra creatività e, in due parole, contribuire a renderci più felici. Come si può immaginare, ci sono individui per i quali mettere in atto questa forma di attenzione involontaria risulta più facile che per altri: «Le persone con maggiore tendenza alla presenza consapevole, più connesse naturalmente al presente, tendono a beneficiare più facilmente della soft fascination, come pure chi ha meno ansia da prestazione e una minore dipendenza dalla stimolazione digitale», commenta il dottor Palmieri. Inoltre, sempre in tema di questa teoria, ricerche recenti sottolineano il ruolo dell’interazione tra le caratteristiche dell’ambiente e l’esperienza soggettiva nella produzione dell’effetto restaurativo. «Si tratta di un aspetto interessante e spesso sottovalutato. La natura non agisce infatti su di noi in modo uniforme: uno stesso bosco

può essere rigenerante per una persona e angosciante per un’altra, a seconda della storia personale, del livello di stress cronico, delle associazioni emotive», afferma lo psichiatra.

Imparare dai bambini

Infine, un terzo elemento del rapporto tra il singolo e la soft fascination è quello relativo all’età. «I dati suggeriscono che i bambini hanno una capacità quasi spontanea di raggiungere lo stato di cui stiamo parlando, basta osservarli davanti a un ruscello o tra gli insetti. Capacità che con l’età e la socializzazione cognitiva tende a ridursi, perché inibita da abitudini mentali e aspettative culturali. La buona notizia è che si può recuperare», continua il nostro interlocutore, nella cui pratica professionale il concetto della soft fascination – oggi utilizzato in ambiti quali la progettazione di parchi urbani, l’architettura ospedaliera, gli ambienti scolastici e i programmi di benessere aziendale – è usato in particolare come «porta d’ingresso» per chi fatica con la meditazione formale: «chi non riesce a stare fermo con gli occhi chiusi, spesso riesce ad assorbirsi nel suono del vento o nel movimento delle foglie. Questa è già meditazione e lo è sempre stata, prima ancora che avessimo un nome per definirla, e quello che mi preme è aiutare le persone a riconoscerla e a farne un’abitudine consapevole», conclude Gaspare Palmieri.

alleAccanto terme Leukerbaddi
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Tumore del pancreas, un po’ meno invisibile

Salute ◆ Un sistema di IA riesce a individuare segnali del tumore pancreatico fino a tre anni prima della diagnosi tradizionale

Per anni il tumore al pancreas è stato considerato uno dei grandi invisibili della medicina perché è silenzioso e rapido, spesso scoperto quando ormai il tempo terapeutico si è già ristretto drasticamente. Oggi però qualcosa potrebbe cambiare: un gruppo di ricerca della Mayo Clinic (centro medico accademico statunitense di eccellenza internazionale, noto per la ricerca clinica e l’attività ospedaliera avanzata) ha sviluppato un sistema di intelligenza artificiale chiamato REDMOD, capace di individuare segnali precocissimi della malattia analizzando comuni TAC addominali. In alcuni casi, il modello è riuscito a riconoscere alterazioni associate a questo subdolo tumore fino a due o tre anni prima della diagnosi tradizionale. Una prospettiva, questa, che potrebbe trasformare radicalmente la diagnosi precoce di uno dei tumori più aggressivi conosciuti. Perciò abbiamo approfondito questo risultato che si inserisce nel più ampio scenario della medicina predittiva descritta nel precedente articolo («Azione» n. 29 del 15.07.26), dove l’intelligenza artificiale punta a intercettare le malattie prima della loro manifestazione clinica.

REDMOD non cerca direttamente una massa tumorale già evidente, ma analizza microalterazioni dei tessuti pancreatici

Secondo la International Agency for Researc on Cancer (IARC), nel 2022 il tumore al pancreas ha causato nel mondo circa 470mila morti a fronte di poco più di 500mila nuove diagnosi: un rapporto quasi sovrapponibile che racconta e conferma la straordinaria aggressività della malattia. Le statistiche mostrano, infatti, che oltre l’80% dei pazienti scopre il tumore in fase avanzata, quando le possibilità chirurgiche sono ormai limitate. Anche i dati del programma SEER del National Cancer Institute statunitense confermano che la sopravvivenza media a

cinque anni resta intorno al 13%, ma cambia drasticamente in base allo stadio: quando il tumore viene identificato precocemente e rimane localizzato, la sopravvivenza può superare il 40%; nelle forme metastatiche precipita invece a circa il 3%. Pure in Svizzera il quadro resta critico. Secondo Ahead Healt Switzerland, ogni anno circa 1500 persone ricevono una diagnosi di tumore pancreatico e la sopravvivenza a cinque anni si aggira attorno al 12%. Numeri che spiegano perché tecnologie capaci di anticipare la diagnosi di mesi o anni vengano considerate oggi una delle frontiere più promettenti dell’oncologia.

È in questo scenario che si inserisce il lavoro del team della Mayo Clinic, il cui studio, pubblicato sulla rivista scientifica «Gut» (BMJ), descrive un sistema di intelligenza artificiale costruito per leggere ciò che i medici spesso non riescono ancora a vedere. REDMOD (acronimo di Radiomics-based Early Detection Model) utilizza tecniche di radiomica, una disciplina che trasforma le immagini mediche in grandi quantità di dati matematici analizzabili da algoritmi avanzati. Dal canto loro, i ricercatori hanno sottolineato che: «Il modello non cerca direttamente una massa tumorale già evidente. Analizza piuttosto microalterazioni dei tessuti pancreatici come variazioni minime di densità, struttura e texture che possono precedere di mesi o anni la comparsa clinica del tumore». In pratica, l’intelligenza artificiale tenta di «identificare l’impronta biologica della malattia prima che la malattia stessa diventi riconoscibile agli occhi umani».

La ricerca ha coinvolto circa duemila TAC addominali raccolte in più centri clinici e provenienti da macchinari differenti, un aspetto considerato cruciale per evitare che il sistema funzioni soltanto in condizioni sperimentali controllate. I risultati sono davvero incoraggianti perché, secondo i dati pubblicati, REDMOD è riuscito a individuare precocemente il 73% dei futuri tumori pancreati-

ci, con un anticipo mediano di circa sedici mesi rispetto alla diagnosi tradizionale, mentre in alcuni pazienti i segnali sono stati riconosciuti addirittura oltre due o tre anni prima. Il radiologo Ajit Goenka, tra i responsabili della ricerca, ha spiegato nei comunicati della Mayo Clinic che: «La malattia spesso diventa evidente solo quando le possibilità curative si riducono drasticamente». Mentre la speranza del gruppo è che strumenti di questo tipo possano trasformare TAC eseguite per motivi completamente diversi in occasioni di diagnosi precoce. E il punto più interessante è proprio questo: la tecnologia non richiederebbe necessariamente nuovi esami invasivi o screening complessi. Infatti, va ricordato che milioni di persone

eseguono ogni anno TAC addominali per dolori, controlli o altre patologie. Allora: «Un sistema di IA integrato potrebbe analizzare automaticamente quelle immagini e segnalare casi sospetti molto prima della comparsa dei sintomi».

La pubblicazione dello studio evidenzia come, secondo diversi oncologi, uno degli aspetti più promettenti riguarda il fatto che il tumore pancreatico non nasce improvvisamente: «La biologia molecolare suggerisce da tempo che il pancreas attraversi trasformazioni progressive prima dello sviluppo conclamato del carcinoma. Il limite della medicina tradizionale è che molte di queste trasformazioni restano invisibili agli strumenti diagnostici convenzionali». L’intelligenza ar-

tificiale potrebbe dunque agire come una sorta di «microscopio statistico», capace di riconoscere schemi troppo complessi o sottili per l’interpretazione umana. Ma sono gli stessi ricercatori a invitare tuttavia alla cautela: «REDMOD non è ancora uno strumento clinico standard e non verrà utilizzato immediatamente nella pratica quotidiana, perché saranno necessari studi prospettici più ampi per verificare quanto il sistema riesca realmente a migliorare la sopravvivenza dei pazienti e quanti falsi positivi possa generare». In oncologia, infatti, anticipare una diagnosi non basta: bisogna dimostrare che quell’anticipo si traduca concretamente in più vite salvate e in cure meno invasive. Dal canto suo, la Mayo Clinic ha già annunciato l’avvio di nuovi studi clinici destinati a valutare l’utilizzo reale della piattaforma su soggetti considerati ad alto rischio, come persone con forte familiarità genetica, pancreatiti croniche o diabete comparso improvvisamente in età adulta. Proprio questi gruppi potrebbero rappresentare il primo terreno di applicazione concreta dell’intelligenza artificiale predittiva. Nel frattempo, questo lavoro di ricerca sta attirando attenzione internazionale perché sembra confermare una trasformazione più ampia della medicina contemporanea: l’idea che le malattie lascino tracce molto prima di manifestarsi apertamente e che gli algoritmi possano imparare a leggerle, non più soltanto come strumenti per automatizzare diagnosi già evidenti, ma sistemi capaci di riconoscere il linguaggio invisibile dei tessuti biologici. Se i risultati verranno confermati su larga scala, il cambiamento potrebbe essere enorme. Bisogna infatti ricordare che nel tumore al pancreas, le statistiche evidenziano come pochi mesi possono fare la differenza tra una malattia operabile e una diagnosi terminale. Riuscire a spostare in avanti il momento della scoperta significherebbe cambiare non soltanto le statistiche, ma anche il destino clinico di migliaia di persone.

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La ricerca della Mayo Clinic ha coinvolto circa duemila TAC addominali raccolte in più centri clinici e provenienti da macchinari differenti. (Pexels.com)

ATTUALITÀ

Violenza di genere, le strategie

Tre punti di vista sul fenomeno: Frida Andreotti (DI), Gabriele Fattorini (DSS) e Max Hofmann, segretario generale della FSFP

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La catastrofe di Marcinelle

Settant’anni dopo la tragedia che costò la vita a 262 minatori, la letteratura e il teatro ne mantengono viva la memoria

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Mondiali al bivio tra fatturato e sogno Il calcio deve scegliere se continuare sulla strada del gigantismo o ritrovare una dimensione umana, capace di parlare davvero a tutti i popoli

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La Svizzera e le nuove rotte della droga

Emergenza ◆ Dai porti del Reno alle scene aperte nelle città, la Confederazione entra nell’Alleanza dei porti europei per rafforzare la lotta contro narcotraffico e criminalità organizzata

La scena aperta della droga in una città svizzera. Un vertice a Dublino tra i ministri degli interni dell’Unione europea. I porti sul fiume Reno a Basilea. E la recente adesione della Svizzera alla cosiddetta Alleanza dei porti europei, creata dai vertici dell’Ue all’inizio del 2024. Quattro contesti, quattro situazioni diverse tra loro ma che a ben guardare fanno emergere un punto in comune: la lotta alla criminalità organizzata e al traffico di droga in Europa, Svizzera compresa. Lo scorso 16 luglio, al vertice di Dublino tra i ministri degli interni e della sicurezza dei Paesi dell’Unione europea, c’era anche Beat Jans, responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia. Una presenza istituzionale ormai costante per Berna, visto che la Svizzera fa parte da quasi vent’anni dello spazio Schengen/Dublino, il sistema europeo che fa da base alla libera circolazione delle persone e attorno a cui ruotano le politiche di sicurezza e dell’asilo in ambito Ue. Nella capitale irlandese si è discusso in primo luogo del contrasto al traffico di stupefacenti.

Nei porti di Basilea giungono annualmente cinque tonnellate di merci, ovvero il 10% di tutte le importazioni elvetiche

Un flusso di droghe sempre più preoccupante, in particolare di cocaina, che approda in Europa soprattutto attraverso i porti marittimi del nord Europa, su tutti spiccano quelli di Anversa e Rotterdam. Un traffico illecito che fa leva anche su altri scali, anche nel sud del Continente, come quelli di Lisbona, Atene e di Gioia Tauro in Calabria, porto di fatto controllato dalla n’drangheta locale. Le autorità europee hanno in questi ultimi anni intensificato i controlli proprio nei principali porti marittimi, per tentare di perlomeno frenare il flusso di droga in arrivo in particolare dell’America Latina. Un’attività di contrasto che ha spinto le organizzazioni criminali a diversificare le loro strategie e a trovare altre vie d’accesso al mercato europeo, con la conseguenza che gli stupefacenti transitano ora anche da diversi scali marittimi minori, per poi venire distribuiti sul Continente anche attraverso i porti fluviali.

E questo spiega la recente adesione della Svizzera all’Alleanza dei porti europei, avvenuta dopo il via libera dato dai due Cantoni di Basilea, città e campagna, dove si trovano i tre scali commerciali sul Reno, in territorio svizzero. Porti in cui giungono annualmente cinque tonnellate di merci, ciò che equivale al 10% di tut-

te le importazioni elvetiche, un terzo del petrolio in arrivo nel nostro Paese fa dapprima scalo in uno di questi tre porti basilesi. Basilea è però anche la principale porta d’accesso della droga destinata al nostro Paese. All’Alleanza dei porti europei partecipano i Paesi membri dell’Ue, la Norvegia e ora anche la Svizzera, a cui vanno aggiunte una cinquantina di porti, a gestione in parte anche privata, e diverse autorità di polizia, a cominciare dall’Europol e dall’Agenzia europea sulle droghe. Per il Consigliere federale Beat Jans l’adesione della Svizzera a questo patto dei porti europei è necessaria per almeno tre motivi: questa collaborazione permette di accrescere e migliorare lo scambio di informazioni tra le diverse autorità che si occupano della lotta contro la criminalità organizzata, secondariamente i membri di questa alleanza possono condividere le proprie esperienze e le proprie procedure organizzative. Terzo punto: l’alleanza permette di varare regole comuni, valide per i Paesi membri ma anche per le società private, in primo luogo proprio i porti, che hanno sottoscritto questo patto.

Un accordo che riporta l’attenzio-

ne sul mercato della droga svizzero, dominato e inondato da quantità crescenti di cocaina, nelle sue svariate forme: c’è quella classica, in polvere; sempre più diffuso è anche il consumo di crack, che viene fumato con pipe realizzate ad hoc e che ha effetti immediati e molto pesanti sui consumatori; poi c’è anche il cosiddetto «speedball», una miscela composta da cocaina ed eroina, con gravi ripercussioni sul sistema cardio-respiratorio di chi ne fa uso. Ciò che colpisce gli addetti ai lavori sono soprattutto le quantità di droga in circolazione.

Diverse città svizzere dispongono di una «stanza del consumo» in cui si può consumare stupefacenti in un contesto controllato

Dipendenze Svizzera, l’associazione che mira a ridurre i problemi legati a questi fenomeni, stima che nel nostro Paese vengano consumate all’incirca cinque tonnellate di cocaina all’anno. Una quantità in aumento e questo lo si capisce dai prezzi richiesti dagli spacciatori, che invece sono in conti-

nuo calo. A detta delle autorità di polizia del Canton Zurigo un chilo di «polvere bianca» costa oggi tra i 15 e i 20mila franchi mentre, soltanto quattro anni fa, per questa stessa quantità di cocaina occorrevano almeno 45 mila franchi. Un fenomeno in ampia estensione, a tal punto che ormai non si contano più le città svizzere in cui il consumo di cocaina si è trasformato in una «scena aperta», come era accaduto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in particolare a Zurigo. Allora la droga di riferimento era l’eroina.

Oggi le città colpite da questo fenomeno sono davvero numerose, non ci sono soltanto i principali centri urbani ma anche agglomerati meno importanti, come ad esempio San Gallo, Coira e Aarau. Senza dimenticare la situazione di Lugano, e la scena aperta del Parco Ciani. Va ricordato che Zurigo e Ginevra si situano tra le prime dieci città europee per consumo di cocaina. Proprio la settimana scorsa la polizia della città sulla Limmat, in un comunicato, ha ribadito che il fenomeno della scena aperta si sta estendendo e che tocca ormai diversi quartieri della città, tra cui anche il cosiddetto

«Gleis 3» nei pressi della stazione, non lontano dalla lussuosa e centralissima Bahnhofstrasse. Con conseguenze dirette anche su chi vi abita.

Proprio per far fronte a questi problemi, diverse città svizzere dispongono di una «stanza del consumo», in cui i tossicodipendenti possono consumare gli stupefacenti, in un contesto controllato e in cui hanno la possibilità di accedere ad altri servizi: pasti, doccia, spazi in cui riposare e, più in generale, assistenza da parte di personale specializzato. La più recente di queste stanze è stata aperta a Coira, lo scorso mese di marzo, proprio per cercare di contrastare il fenomeno della scena aperta, e per ridurre anche i disagi causati alla popolazione residente. Anche le autorità di Lugano stanno riflettendo sull’ipotesi di aprire una «stanza del consumo», al momento però non ci sono decisioni concrete all’orizzonte.

In conclusione l’adesione della Svizzera all’«Alleanza dei porti europei» ci dice proprio questo: anche il nostro Paese è sempre più inondato dall’afflusso di droghe. E questa dovrebbe essere vista come una vera e propria emergenza.

Panoramica aerea di uno dei tre porti di Basilea, importanti snodi del traffico merci sul Reno. (Keystone)
Roberto Porta

Israele e Turchia, la guerra che nessuno vuole

L’analisi ◆ Dal revolver regalato da Erdoğan ai leader della Nato all’aria pesante che si respira in Siria e a Gaza: il rischio di una collisione tra le due potenze è reale. Una parola decisiva potrebbe venire dagli Stati Uniti

Ci sono momenti simbolici, apparentemente minori, talvolta ridicoli, che ci illuminano sull’aria del tempo. E sui suoi protagonisti. Tra questi sarà forse ricordata la scelta del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan di regalare un revolver a ciascuno dei trentuno colleghi della Nato radunati ad Ankara per il vertice dell’organizzazione. Per la precisione, si trattava di una pistola Gümüşay 357 Magnum di produzione nazionale, dotata di caricatore da 6 colpi, foderata in una lussuosa scatola rossa foderata di nero, con il nome del destinatario in evidenza. D’accordo, eravamo pur sempre al summit della struttura militare dell’Alleanza Atlantica, ma non risulta che questo gesto abbia precedenti. Perché dunque?

Il messaggio è chiaro: «Caro collega, sappi che noi qui siamo bene armati, e se c’è da sparare spareremo»

Lasciamo stare le ovvietà sul machismo di Erdoğan e di alcuni suoi colleghi. Il messaggio è abbastanza chiaro, e soprattutto strategico. «Caro collega, sappi che noi qui siamo bene armati, e se c’è da sparare spareremo». Perché nell’orizzonte del secondo esercito della Nato dopo l’americano c’è la guerra. Forse non così lontana come si potrebbe pensare. Non una delle tante operazioni militari combattute dai turchi in anni recenti, specie contro i curdi, non solo nella vicina Siria, che hanno in parte preso e affidato a una singolare testa di turco, l’arabo (ex?) jihadista Ahmed al-Sharaa. Piuttosto, preavviso che Ankara è pronta a una guerra vera. Decisiva. Esistenziale. La guerra contro Israele. Necessaria premessa. Turchia e Iran sono stati negli anni Cinquanta del secolo scorso – poi la prima da sola ancora negli anni Novanta – parte di quella singolare famiglia no-

ta come «Alleanza della periferia». Idea del Mossad, allora ai suoi albori: mettiamo insieme tutti i nemici degli arabi che minacciano il nostro Stato neonato e scambiamoci favori e informazioni. L’intesa fondava su un sentimento comune di disprezzo degli arabi. Quello non è cambiato, ricambiato dai destinatari dell’odio, salvo tutto il resto. Perché se oggi Gerusalemme ha Teheran nel mirino, domani toccherà probabilmente ad Ankara. Le intelligence dei due Paesi concordano nel ritenere lo scenario di un conflitto turco-israeliano probabile nell’arco dei prossimi 10-15 anni, possibile anche subito.

Due concetti geopolitici sono in contemporaneo movimento e minacciano prima o poi di collidere. La guerra di Israele in corso, che sulla scia del 7 ottobre vuole come minimo costruire dei cuscinetti stabili oltre i suoi labili confini per allontanare da sé la minaccia dei molti nemici che si affacciano sul suo territorio. E la guerra di Ankara in preparazione per espandere il suo impero in Medio Oriente e nel Mediterraneo. Per la quale i turchi si stanno armando alla grande, specie quanto a Marina. E forse domani potrebbero contare sui caccia di quinta generazione F-35, promessi da Trump a Netanyahu.

Non è affatto scontato che i due progetti, entrambi esistenziali, debbano per forza collidere. Ma se estrapoliamo da questa situazione di fatto e dalle rispettive, lo scenario si illumina.

Ad aver più fretta parrebbe Israele, in emergenza bellica e con un fronte interno più frammentato che mai

Ad aver più fretta parrebbe Israele, in emergenza bellica e con un fronte interno più frammentato che mai,

anche in vista del voto di ottobre che potrebbe segnare – ma non è affatto detto – la fine politica di Netanyahu, forse anche della sua non politica: guerra a tempo indeterminato finché l’ultimo «terrorista» – qualifica elargita con liberalità dal premier di Gerusalemme – non sarà eliminato. Ragione cogente: per la prima volta dalla sua nascita Israele si trova a confinare di fatto con una grande potenza, appunto la Turchia. È il caso della Siria, dove le truppe dello Stato ebraico hanno profittato della fragilità siriana per avanzare di qualche chilometro verso Damasco, ormai a mezz’ora di carro armato. E siccome la capitale siriana è gestita e protetta da Ankara, significa essere a contatto col nemico. Poi c’è Gaza, dove l’IDF sta avanzando, gradualmente riducendo lo spazio lasciato a Hamas oltre la mobile linea gialla che separa le due Strisce, quella sotto controllo israeliano e quella dove tuttora regnano gli islamisti. Qui la Turchia, in quanto partner dell’improbabile struttura internazionale allestita da Trump per ricostruire Gaza, potrebbe mettere presto o tardi piede.

Sia in Siria, sia a Gaza, si respira aria pesante.

Una parola decisiva potrebbe venire dagli Stati Uniti. In quanto protettori dello Stato ebraico, col quale peraltro i rapporti non sono mai stati così tesi. E in quanto alleati della Turchia nella Nato, ammesso e non concesso che si tratti ancora di un’alleanza. Nel caso, dovrebbe essere mediazione preventiva, perché nel momento fossero entrati in guerra, magari senza volerlo, nessuno potrebbe agevolmente produrre un cessate-il-fuoco. Considerando poi lo scenario regionale, che vede ormai le guerre di Ucraina e del Medio Oriente espressione di una stessa equazione strategica, una volta scattato il dito sul grilletto probabile che l’effetto sia di ulteriormente incendiare e allargare i conflitti in corso, anziché sedarli.

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Il gesto di Erdoga˘n, nella foto, di regalare un revolver a ciascuno dei trentuno colleghi della Nato non pare avere precedenti. (Keystone)

Femminicidi, oltre la cronaca

Il punto ◆ Tra sorveglianza elettronica, case protette e un nuovo progetto di legge: le strategie messe in campo contro la violenza di genere

Il femminicidio è la forma più estrema della violenza di genere. Non coincide con l’uccisione di una donna e basta, ma con l’uccisione di una donna proprio perché donna, in contesti segnati da dinamiche di possesso, controllo, dominio e sopraffazione. Dall’inizio dell’anno in Svizzera si contano 17 femminicidi, tre dei quali avvenuti in Ticino (www.stopfemizid.ch). Inoltre nel nostro Cantone – dal 2024 a oggi – sei dei sette omicidi registrati sono stati commessi da uomini ai danni di donne. Sul fronte della violenza domestica: nel 2025 la Polizia cantonale è intervenuta 1018 volte (+4% rispetto al 2024). Le vittime, manco a dirlo, sono soprattutto donne (leggi Il 2025 della Polizia cantonale). «I dati certo richiedono attenzione», commenta Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia (DI). «Non mi sento però di parlare di un peggioramento della situazione, perché il problema è già da anni motivo di forte preoccupazione». I principali fattori di rischio che ricorrono in ambito di violenza domestica – spiega l’intervistata – sono quelli legati alla separazione o interruzione di una relazione, la presenza di comportamenti di possesso, violenze fisiche, isolamento delle vittime, controllo del telefono, degli spostamenti, delle relazioni sociali e dell’abbigliamento, violenze legate a dipendenze da alcol o droghe ecc. «Affinché si possano prevenire e ridurre i casi occorre insistere su quattro assi d’intervento definiti a livello internazionale, nazionale e cantonale: sensibilizzazione della popolazione e prevenzione, protezione delle vittime, coordinamento tra gli enti coinvolti e perseguimento nonché presa a carico degli autori da parte degli specialisti».

A proposito di protezione delle vittime: dopo i recenti casi di cronaca si è tornato a discutere del «braccialetto elettronico». Il nostro Cantone utilizza la sorveglianza elettronica ma non prevede un monitoraggio «attivo»: eventuali violazioni sono cioè accertate a posteriori mediante l’analisi dei dati registrati dal dispositivo. «La misura – spiega Andreotti – va chiesta espressamente al pretore dalla vittima e i casi registrati finora sono stati pochi, anche a livello nazionale». Inoltre il Ticino (unico Cantone ad avere fatto questa scelta insieme al Vallese) non aderisce attualmente a Electronic Monitoring (EM), che coordina

la sorveglianza elettronica e la collaborazione intercantonale in materia. L’associazione (EM) sta lavorando all’istituzione di una centrale di sorveglianza comune attiva 24 ore su 24. Il progetto mira a permettere un monitoraggio elettronico attivo e, in prospettiva, una sorveglianza «dinamica» in grado di segnalare subito la violazione di divieti di avvicinamento o di accesso a determinate zone.

Seguiamo con attenzione i progetti pilota avviati altrove sulla cosiddetta sorveglianza attiva, dice l’intervistata. «Le esperienze degli altri Cantoni ci aiuteranno a individuare bisogni delle autorità e criticità per l’implementazione del sistema in Ticino». L’intenzione è quella di adottare strumenti che offrano un reale valore aggiunto alla protezione delle vittime, sottolinea Andreotti, ricordando tuttavia che la tecnologia aiuta ma «non sostituisce la valutazione del rischio, l’intervento tempestivo delle autorità e la presa a carico multidisciplinare delle situazioni di violenza domestica».

Dall’inizio dell’anno in Svizzera si contano 17 femminicidi, tre dei quali avvenuti in Ticino

Accanto alle misure di controllo degli autori di violenza, resta fondamentale la disponibilità di case protette, servizi di accompagnamento, consulenza psicologica e giuridica ecc. Come sottolinea Gabriele Fattorini, direttore della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DSS), in Ticino l’offerta è garantita da due strutture specializzate, Casa delle Donne e Casa Armònia, che nel 2025 hanno accolto in totale 44 donne e 42 bambini (da pochi giorni ad alcuni mesi). «Finora tutte le richieste hanno potuto ricevere una risposta adeguata, ritenuto che non tutte le situazioni necessitano di un collocamento in una casa protetta. Tra il 2021 e il 2025 il tasso di occupazione delle due strutture è rimasto sotto la soglia di riferimento del 75%, salvo poche eccezioni. Negli ultimi anni sono inoltre stati introdotti potenziamenti mirati, in particolare nell’ambito del sostegno ai minori accolti con le loro madri presso la Casa delle donne, della copertura dei costi di traduzione e della formazione specialistica del personale». L’accompagnamento non termina necessa-

Una sfida ticinese

Incontri ◆ La parola a Max Hofmann della Federazione svizzera dei funzionari

Il 142 è il nuovo numero per l’aiuto alle vittime di violenza, attivo dal 1° maggio 2026 in tutta la Svizzera. (Magnific.com)

riamente con l’uscita dalla casa protetta, continua Fattorini. Attraverso il progetto Oltre, che dispone di due appartamenti protetti, viene favorita una fase di transizione verso l’autonomia. «Nel 2025 il progetto ha sostenuto 5 donne e due bambini. Restano inoltre possibili sostegno psicologico, consulenza giuridica, aiuti finanziari e interventi specifici per i figli». Secondo l’intervistato, le principali sfide nella presa in carico e nella protezione delle vittime di violenza domestica in Ticino riguardano la prevenzione e l’accesso tempestivo agli aiuti. «Servono sensibilizzazione, soprattutto tra i giovani, educazione a relazioni rispettose, formazione specialistica dei professionisti, monitoraggio del fenomeno attraverso dati affidabili e una forte collaborazione tra autorità, polizia e servizi». Fondamentale resta anche la responsabilizzazione degli autori di violenza. «È necessario promuovere un cambiamento culturale che favorisca il riconoscimento della violenza, contribuisca a superare gli stereotipi e aiuti a comprendere le difficoltà che le vittime possono incontrare nel chiedere aiuto».

Dal canto suo Frida Andreotti ricorda il progetto di legge cantonale sulla prevenzione e il contrasto della violenza domestica che sarà presto posto in consultazione. «Rappresenta un segnale politico forte e inequivocabile: la violenza domestica non è una questione privata, ma un fenomeno che riguarda l’intera società e che non può essere accettato». Attendiamo le novità.

Intanto segnaliamo alcune esperienze che potrebbero in un qualche modo ispirarci. In Australia il programma Respectful Relationships, inserito stabilmente nei programmi scolastici, promuove fin dall’infanzia il rispetto reciproco, la parità tra i generi e relazioni affettive sane. Men in Focus, invece, coinvolge ragazzi e uomini anche al di fuori della scuola, con l’obiettivo di mettere in discussione modelli di mascolinità fondati sul controllo e sulla sopraffazione. E quando la tragedia si verifica? I Femicide Watch promossi dall’Onu analizzano ogni femminicidio per individuare eventuali falle istituzionali, errori nella valutazione del rischio o carenze nel coordinamento tra i servizi. Lo scopo: imparare da ogni caso per evitare che altri accadano.

Da più fronti si parla ormai di un’emergenza. Dopo il tragico femminicidio di Faido, la portata di un fenomeno sempre più radicato nella società è apparsa evidente. E il Ticino, purtroppo, figura tra i Cantoni più confrontati con questa realtà: l’incidenza di femminicidi dall’inizio dell’anno è di gran lunga superiore alla media nazionale. Come intervenire? Come riconoscere una potenziale vittima e individuare per tempo i segnali di rischio? Abbiamo incontrato Max Hofmann, leventinese, da 21 anni Segretario generale della Federazione svizzera dei funzionari di polizia, figura attenta all’evoluzione della società, contraddistinta da un approccio che coniuga pragmatismo e sensibilità.

Max Hofmann, percepiamo fino in fondo la gravità della situazione?

Se facciamo il confronto con la media nazionale, credo urga una profonda riflessione. D’altro canto, però, stiamo aggiungendo nuove misure che hanno bisogno di tempo per trovare terreno su cui potere crescere. Mi riferisco al Piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul, adottato da Confederazione, Cantoni e Comuni, che prevede 44 misure nei settori della sensibilizzazione, della formazione e della lotta alla violenza di genere. È, ad esempio, già operativo il numero di telefono 142 per l’aiuto alle vittime che, da una prima analisi, funziona. Infatti, dalla sua entrata in servizio a inizio maggio, si registra una media di 80 chiamate al giorno.

La situazione sta peggiorando?

Assolutamente sì. Io ho lavorato nella polizia cantonale ticinese per 18 anni e siamo sempre intervenuti nelle case della gente, ma la violenza domestica comprendeva anche, per esempio, liti di famiglia o tra fratelli. Va però detto che l’attenzione pubblica verso il fenomeno della violenza sulle donne è cresciuta negli anni: un tempo se ne parlava molto meno e con gli anni sono aumentate anche le possibilità per le vittime di ottenere ascolto e intervento attivo.

Possiamo ben sperare con le nuove misure previste?

Sì, anche se mi chiedo di continuo come potremmo accelerare i tempi. Sono consapevole che ci vogliano più soldi e personale, ma credo che per una causa così urgente varrebbe la pena fare uno sforzo supplementare.

Perché in Svizzera non esiste ancora il reato di femminicidio?

Perché si vuole mantenere la neutralità di genere nel codice penale svizzero. A questo proposito trovo interessante l’esempio della Germania, che al reato di omicidio ha fatto un’aggiunta: se il reato è commesso per un aspetto di genere, di odio verso il genere, laddove il genere non è rappresentato solo dalle donne, ma può essere anche per gay e transessuali, ciò costituisce un’aggravante. Da noi la formulazione è aperta ma, in veste di Segretario del gruppo parlamentare polizia e sicurezza, ci sto lavorando proprio in questo periodo. In settembre ci sarà un incontro con i parlamentari interessati dove vorremmo discuterne.

Come Segretario generale ha uno

di polizia

scambio costante con gli agenti di polizia che spesso si ritrovano con le mani legate a causa delle falle del quadro legislativo. Come vivono questa condizione di impotenza? Con grande consapevolezza: è stato un collega di Zurigo, che fa parte del legislativo della nostra federazione, a chiedere all’ufficio esecutivo della federazione stessa di sostenere a livello federale la mozione che chiedeva un nuovo articolo sullo stalking. Provi a immaginare un agente che, davanti a una persona che fa una denuncia, deve limitarsi a rispondere «se succede qualcosa ci chiami». Nel documento che sto preparando si chiede anche che la Confederazione, in ottemperanza alla Convenzione di Istanbul, rinforzi il proprio operato di controllo sui Cantoni, intervenendo là dove vi sono dei ritardi.

In Italia esiste il «Codice Rosso», la procedura che dà priorità ai casi di violenza domestica e di genere. Da noi non esiste uno strumento analogo: non è un peccato? Effettivamente la trovo una misura interessante e utile, poiché mette le istituzioni nella condizione di intervenire velocemente grazie al fatto che il magistrato deve sentire la vittima entro tre giorni dalla denuncia.

E il braccialetto elettronico «dinamico»?

Stiamo valutando anche il monitoraggio attivo attraverso le cavigliere. Il progetto, creato dalla Conferenza delle Direttrici e dei Direttori cantonali di Giustizia e Polizia CDDGP, è sostenuto fortemente dal consigliere di Stato vodese Vassilis Venizelos. Purtroppo, per ora, Ticino e Vallese sono gli unici due Cantoni a non aderire ancora al progetto.

Molte donne denunciano, altre no. Come nel caso di Faido, dove solo con il senno di poi si sono capite le frasi che la donna aveva postato su Facebook… Come prevenire e proteggere in assenza denunce? Si tratta di casi difficili e, come si è potuto vedere, anche pericolosi. Sorgono molte domande: dove si era procurato l’esplosivo l’assassino? Nessuno sapeva niente? Per la polizia in questo caso era impossibile prevedere un dramma simile. Questo però non significa che non si possa fare prevenzione. Oggi possiamo rivolgerci alla gente con strumenti nuovi: ad esempio i social media rappresentano un canale importante attraverso cui portare un messaggio giusto, raggiungendo anche le generazioni più giovani.

Max Hofmann.
(Federazione svizzera dei funzionari di polizia)

Marcinelle, la catastrofe degli emigranti italiani

Testimonianze ◆ Settant’anni dopo la tragedia del Bois du Cazier, che costò la vita a 262 minatori, una nuova edizione del libro di Paolo Di Stefano e uno spettacolo teatrale – in arrivo anche al LAC – ne tengono viva la memoria

L’intenso libro testimoniale di Paolo Di Stefano, La catrastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956 (Sellerio) restituisce memoria alla più grave tragedia dell’emigrazione italiana: l’incendio divampato a 975 metri sottoterra nella miniera belga del distretto carbonifero di Charleroi per la colpevole assenza di misure di sicurezza: 262 morti, di cui 136 immigrati italiani, lasciando nello sgomento e nella rabbia le vedove, gli orfani e i lavoratori superstiti, e, ancora oggi, in un incessante dolore gli ultimi testimoni rimasti. In libreria per l’imminente settantesimo anniversario della sciagura, il romanzo epico corale si ripresenta in un’edizione accresciuta, con l’aggiunta di quattro capitoli e nuove testimonianze.

L’incendio divampato a 975 metri sottoterra nella miniera belga del distretto carbonifero di Charleroi ha causato 262 morti, di cui 136 lavoratori italiani

«Sono morti quasi tutti» – avverte ora Di stefano. A 15 anni dalla prima edizione apparsa nel 2011, l’autore riconduce il lettore in quel contesto storico di assoluta povertà del secondo dopoguerra, offrendo un supplemento di indagine sulle circostanze e le cause, ad oggi ancora non del tutto acclarate della catastrofe dei minatori, di «chi ha dato la vita per il lavoro». I quattro capitoli aggiuntivi sono dettati anche da una chiara urgenza, dipanandosi su un asse temporale a più ampio spettro, raggiungendo le soglie del nostro presente: tra i testimoni avvicinati dallo scrittore e che sembrano riemergere dalla fine del mondo, compare un soccorritore bergamasco di 97 anni, il quale ricorda fra l’altro con sorprendente lucidità il nome del collega cui viene attribuita l’origine del rogo infernale e una delle sue tante versioni: quell’Antonio Iannetta, ingabbiatore al pozzo di estrazione,

che la mattina dell’8 agosto 1956, forse anche per il fraintendimento linguistico di un ordine ricevuto dai colleghi in superficie (non conosceva il francese, poco l’italiano, parlava solo dialetto) fece risalire dai cunicoli della miniera l’ascensore con un carrello carico di carbone mal posizionato nella gabbia. Una manovra che causò la perdita di olio da una tubatura, la prima scintilla, quindi il disastroso incendio. Anche Iannetta è nel frattempo deceduto, a causa dell’Alzheimer, si apprende ora nella nuova edizione del libro. Dopo la sciagura fuggì in Canada per evitare il linciaggio, rimanendo impunito nell’unico processo celebrato: la deludente azione giudiziaria sortì una sola e lieve condanna ai danni del direttore del-

la miniera carbonifera situata al Bois du Cazier.

L’edizione aggiuntiva de La catastròfa torna pure sullo scellerato patto stretto tra il Governo italiano e quello belga, atto rivelatore dello sconcertante disvalore riservato dalle istituzioni agli emigrati e al lavoro: «uomini in cambio di carbone», l’emigrazione come forma di schiavitù. L’intesa fra i due Paesi prevedeva che per ogni mille operai italiani impiegati nelle miniere, Bruxelles esportasse verso l’Italia 2500 tonnellate di carbone al mese.

Di Stefano porta poi alla luce la vicenda che ha investito uno dei minatori morti nel rogo, Enrico Del Guasta, a causa di un turno scambiato e divenuto un tragico destino, anco-

ra più crudele se si pensa che fu un eroe della Resistenza nelle Marche. L’esatto opposto, la scampata morte, era invece la sorte riservata quell’8 agosto 1956 a un altro migrante italiano tornato al Paese di origine per sposarsi. Le parole chiave del romanzo-verità si ripropongono con forza identica nell’edizione accresciuta: lavoro, dignità, sicurezza, emigrazione, patria. L’autore, con maestria, colloca i capitoli aggiuntivi de La catastròfa con i nuovi ricordi della tragedia, conservando intatti la struttura, lo stile e la lingua che avevano punteggiato la prima edizione. Come ho potuto evidenziare nella monografia dedicata alla produzione dell’autore – Avevo due cuori. La catastròfa di Paolo Di Stefano tra reportage e narrati-

va (Manni, 2022) – un elemento che contribuisce a promuovere a novità La catastròfa, nel confronto con i romanzi precedenti, riguarda la sua dimensione polifonica.

Ad amplificare il racconto concorre la messe di voci narranti rappresentata dai testimoni, che si focalizza coralmente su alcuni tòpoi ricorrenti – soprattutto l’arrivo e il compiersi della vita dei minatori in Belgio, i racconti delle fasi precedenti e successive la sciagura, le circostanze dettagliate dell’incendio all’interno della miniera, l’assenza di misure di sicurezza e il dolore delle perdite.

L’intesa prevedeva che per ogni mille operai italiani impiegati nelle miniere, Bruxelles esportasse verso l’Italia 2500 tonnellate di carbone al mese

Il libro offre una preziosa rappresentazione dell’emigrazione e della memoria di Marcinelle. Nel «primo tempo», ambientato a mezzo secolo dalla tragedia, Di Stefano dà voce ai testimoni attraverso un italiano contaminato dai dialetti d’origine e dai francesismi assorbiti in Belgio, restituendo sulla pagina un’oralità autentica e originale. Nei quattro capitoli aggiuntivi, basati su testimonianze raccolte più recentemente, emergono nuove voci e nuove sfumature linguistiche: significativa, ad esempio, quella del soccorritore bergamasco Lino Rota che, tornato da tempo nel paese natale, si esprime in un italiano ormai molto più vicino allo standard. Intanto, nel settantesimo anniversario di Marcinelle, le voci della tragedia approderanno a teatro: l’adattamento de La catastròfa di Di Stefano, per la regia di Riccardo Frati, con interpreti l’attore Leonardo De Colle e la cantante Etta Scollo, sarà messo in scena a settembre al Piccolo di Milano e al LAC di Lugano.

I minatori sopravvissuti alla tragedia ora «sono morti quasi tutti», dice Di Stefano. (Keystone)

Il Mercato e la Piazza

Svizzera quadrilingue, ma davvero?

L’estate è la stagione delle vacanze e il ritmo rallenta. Per chi commenta l’attualità, gli spunti scarseggiano e l’attenzione si sposta spesso su ricorrenze storiche o su temi che, pur non essendo urgenti, potrebbero anticipare sviluppi di rilievo. È il caso delle recenti polemiche tra Svizzera tedesca e Romandia sull’insegnamento del francese nelle scuole elementari. Ne hanno parlato, nel corso delle ultime settimane, con articoli e molte lettere di lettori, i quotidiani romandi e quelli della Svizzera tedesca. Nella polemica è intervenuta anche la nostra ministra della cultura anche se, a dire il vero, la discussione sull’insegnamento delle lingue non è per niente di sua competenza. L’introduzione del francese nelle scuole elementari della Svizzera tedesca e del tedesco in quelle dei Cantoni romandi è infatti avvenuta per volontà della Conferenza svizzera dei direttori cantonali del-

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la pubblica educazione. L’obiettivo di questa misura sarebbe quello di rafforzare l’unità nazionale facendo meglio comprendere, attraverso una migliore conoscenza della lingua, cultura e mentalità dell’altra parte. In sé, questo dovrebbe essere un obiettivo da perseguire durante tutto il periodo dell’obbligatorietà scolastica. Si pensa però che l’apprendimento di una seconda lingua sia più facile nelle scuole elementari che in fasi posteriori della scuola dell’obbligo.

A protestare contro questa iniziativa sono, e non solo da adesso, soprattutto gli svizzeri-tedeschi. È l’insegnamento del francese a dar fastidio. Per noi non è un fatto nuovo: le fazioni maggioritarie sono quelle che di regola non ne vogliono sapere di imparare un’altra lingua. Secondo gli oppositori del francese alle elementari, studiare contemporaneamente due lingue (inglese e francese) è troppo impegnativo per

La lezione dei Mondiali di calcio

Finiti i Mondiali, ti resta dentro un vuoto. A me il Mondiale americano è piaciuto. Il centrocampo magico della Spagna, l’ultima splendida stagione di Messi, i gol di Mbappé, la classe di Bellingham, la forza di Haaland. Com’era facile prevedere, alla fine il contesto cede lo spazio al pallone. È sempre così. La stragrande maggioranza del pubblico non è allo stadio, è davanti alla tv. Non gli importa se i biglietti sono cari o meno, come si comporta il presidente della Fifa, se Trump si imbuca nella foto dei vincitori, con il capitano Rodri che gli fa segno: ci lasci soli. Quel che conta sono i gol, proprio come alle Olimpiadi contano i record. Le persone. Le storie. E di storie questo Mondiale è stato generoso. La favola di Capo Verde, che costringe i campioni del mondo ai supplementari grazie al portiere dentista Vozinha. La vogata vichinga, che ha reso empatico il Paese più freddo del mondo.

Affari Esteri

Il sorriso del fratellino di Lamine Yamal. Le rimonte dell’Argentina, con il capolavoro contro l’Inghilterra. Il passo d’addio di Cristiano Ronaldo, Neymar, Manuel Neuer, Luka Modric. E le lacrime di Leo Messi. Certo, da appassionato di calcio, mi ha colpito la dimensione commerciale della manifestazione. I prezzi folli dei biglietti, che richiamano i ricchi ma allontanano gli appassionati. L’assurdità dei break pubblicitari vaticinati da Maradona («spezzeranno la partita in quattro per vendere più spot»).

L’ingerenza della politica, con il centravanti Usa riammesso direttamente da Trump. L’invadenza di una spettacolarizzazione, con le musiche a tutto volume e l’animazione fino a un secondo prima del fischio d’inizio e pure nell’intervallo, che mal si concilia con i silenzi, le tensioni, insomma i riti del calcio. L’America di Trump aveva di fronte una prova difficile. La sicurez-

molti bambini e rischia di penalizzare l’apprendimento della lingua madre (tedesco). Su questa polemica si è espresso recentemente Daniel Elmiger, professore di lingue all’università di Ginevra, in un’interessante intervista rilasciata alla «Neue Zürcher Zeitung». Egli ha ricordato che, dal profilo del nostro quadrilinguismo, la situazione in Svizzera è oggi preoccupante. Da un lato abbiamo un quarto della popolazione per il quale la lingua più importante non è una delle nostre quattro lingue nazionali, e questa percentuale tende ad aumentare. Dall’altro costatiamo, soprattutto in forza dell’invecchiamento della popolazione, che le etnie autoctone, e quindi anche le loro lingue, continuano a perdere di peso nel totale della popolazione. È vero che, come sostiene Elmiger nella sua intervista, nessuno pensa oggi che in futuro nel nostro Parlamento nazionale si possano svolgere le discus-

sioni dei punti all’ordine del giorno in inglese. C’è tuttavia un però, in quanto l’inglese ha già sostituito le lingue nazionali in altre istituzioni. Nelle università, per fare un solo esempio. Mi ricordo ancora bene le proteste dei colleghi svizzeri-tedeschi (abituati ad esprimersi nel loro dialetto) in una riunione di facoltà, all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo, all’annuncio fatto dal rettore del Politecnico che ognuno era libero, se voleva, di tenere le sue lezioni in inglese. Non servirono a nulla. Oggi l’inglese è di uso comune e ha sostituito il tedesco in molte lezioni e seminari di quell’ateneo. Ma torniamo alle scuole elementari. L’insegnamento del francese, rispettivamente del tedesco, alle elementari non sembra avere un esito positivo. Stando al prof. Elmiger, i risultati di questo insegnamento sono a dir poco deludenti. Sembra che alla fine dell’obbligatorietà scolastica solo la

metà degli allievi raggiunga gli obiettivi fissati. Sempre secondo Elmiger, tra genitori e allievi il disinteresse per le lingue è grande. In larga parte questo è dovuto alle carenze degli insegnanti. Raramente si tratta di persone con una formazione specifica. In molti casi l’insegnamento della seconda lingua nazionale è affidato a maestri e maestre di scuola elementare che non hanno una conoscenza approfondita della lingua che devono insegnare. Ora, come si sa, insegnare una seconda lingua pone problemi anche didattici che non sono dei più semplici da risolvere. Se dovessimo andare avanti così, conclude Elmiger, il quadrilinguismo della Svizzera rischia di diventare solo un elemento del nostro folclore. Qualcosa che continuerà a essere praticato solo dai nuovi eletti in Consiglio federale, al momento del loro discorso di investitura e niente di più. E allora? Alura, buna nòcc!

za ha retto. La macchina organizzativa, pur con qualche disagio, ha funzionato. L’approccio no. Di solito i Paesi che ospitano le grandi manifestazioni sportive accolgono gli stranieri con il sorriso. L’America di Trump non ha rinunciato alla sua cifra: l’arroganza, l’aggressività. Non è un giudizio sul popolo americano, che non cambia facilmente a ogni presidenza, e resta dinamico, irrequieto, ottimista. Ma che senso ha negare l’ingresso nel Paese a un arbitro designato dalla Fifa? Centellinare i visti agli ospiti, come il tifoso simbolo del Congo, che evoca l’eroe nazionale Lumumba? Ispezionare in modo mirato i fan egiziani, oltretutto maltrattati dall’arbitro? Costringere la squadra iraniana a tour de force per farla restare il meno possibile sul suolo Usa? Ridurre Messico e Canada a comparse, con Trump che dice «la prossima volta facciamo da soli»? Gli stadi erano pieni, d’accordo. Ma il cal-

cio non è, e forse non sarà mai, uno sport americano. Piccola annotazione personale. Mi fermo in un bar per Norvegia-Inghilterra. Ci sono dieci megaschermi, si possono seguire baseball, football, basket, golf ma neppure uno è sintonizzato sulla partita. Chiedo di poterla vedere. Mi rispondono che non siamo in Norvegia, né in Inghilterra. Eppure giocava Haaland, che ha conquistato gli americani proprio perché abbatte gli avversari come un giocatore di football. Mi accontentano rintracciando uno streaming spagnolo. Arrivo a New York e per strada incontro casualmente McKennie. Si fermano altri italiani, selfie, chiacchiere. Passano cento newyorkesi e non uno che riconosca il titolare della loro Nazionale. Ora il calcio è a un bivio. Continuare con il gigantismo, comprimendo nella prossima edizione sei Paesi e tre Continenti: si giocherà tra Marocco, Portogallo

e Spagna, ma il Paraguay, l’Uruguay e l’Argentina faranno il girone in casa, ospitando qualche vittima sacrificale; una scusa buona per tornare nel 2034 in Medio Oriente, in Arabia Saudita. L’alternativa è ritrovare una dimensione umana, che non punti solo al fatturato – dieci miliardi di dollari – ma parli davvero a tutti i popoli, per cui il calcio rappresenta l’infanzia del mondo. Retorica? Sempre meno di quella arida dei dollari e della mercificazione. Sotto il profilo sportivo il bilancio è ineccepibile, comunque. La grande storia resta quella dell’Argentina di Messi, ma la Coppa è andata alla squadra più forte. La Spagna ha vinto nonostante non abbiano brillato le stelle dell’ultimo Europeo, Lamine Yaman e Nico Williams, perché il ct ha sempre anteposto il bene del collettivo a quello dei singoli. Forse è davvero questa la lezione dei Mondiali: quello che conta è la squadra. È la comunità.

Il 4 agosto si terranno le primarie del Partito democratico per il Senato in Michigan, Usa, e non si fa che parlare dello scontro tra le due ali del partito, quella moderata legata all’establishment e quella radicale, legata ai cosiddetti «socialisti democratici» che stanno prendendo piede in molte altre contese in vista del voto di metà mandato a novembre. Non è soltanto una resa dei conti politica tra due anime che convivono a stento: è uno scontro generazionale che si esprime in molte questioni, da quelle di genere a quelle dei soldi in politica, fino a Israele e Gaza. Ed è uno scontro anche su come contrastare Donald Trump, che in Michigan si impose nel 2016 e di nuovo nel 2024. L’establishment è convinto che si possa vincere conquistando i voti moderati, mentre i più liberal propongono una formula più populista e diretta. Non c’è una formula vincente in assoluto, come è ovvio, ma certo è così

che si definisce il futuro di un partito in vista delle presidenziali del 2028. Da una parte c’è Haley Stevens, esponente dell’establishment democratico e già deputata al Congresso; dall’altra Abdul El-Sayed, outsider sostenuto da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, simbolo dell’ala progressista che sta guadagnando terreno, sulla scia del successo del sindaco di New York Zohran Mamdani. Non mancano però gli intoppi: in Maine, uno dei seggi chiave per le ambizioni democratiche al Senato, il candidato iniziale Graham Platner si è ritirato dopo accuse di molestie. Il partito ha scelto un sostituto, ma finora la corsa si è rivelata un vero disastro. In Michigan la situazione è diversa: il seggio è saldamente democratico e i repubblicani non vincono un’elezione al Senato nello Stato da 30 anni. La sfida riguarda quindi soprattutto quale ala del partito riuscirà a

imporsi. Resta però il rischio di una sorpresa a novembre: i repubblicani puntano su Mike Rogers e sperano di sfruttare le divisioni sempre più profonde tra i democratici. Haley Stevens viene ridicolizzata per la sua voce e per il suo aspetto, al punto che lo stesso El-Sayed ha dovuto fare un comunicato in cui chiede ai suoi sostenitori di smetterla: vuole contrastare Stevens sulle idee, non sulla pettinatura. El-Sayed invece viene criticato in quanto «candidato dei repubblicani»: è talmente radicale da spaventare gli elettori democratici, favorendo gli avversari. Dietro le quinte non si sta più tranquilli perché in gioco c’è l’assetto del partito stesso, non solo un seggio al Senato. Secondo i più radicali, l’ala moderata del partito è nel panico dopo che i socialisti democratici hanno vinto le primarie della Camera in Colorado e a New York e considera il Michigan una delle ultime occasio-

ni per ridimensionare questo «slancio di sinistra» prima che i preparativi del 2028 inizino sul serio. I candidati radicali sono giovani, energici, parlano a un pubblico altrimenti irraggiungibile e, dicono, l’establishment non ha alcuna alternativa potente da schierare. I risultati delle primarie finora sono stati contrastanti: anche i candidati moderati hanno ottenuto buoni risultati.

L’establishment sostiene quindi che l’entusiasmo dell’ala radicale non basta e cita il caso del Maine come esempio dei rischi di scelte sbagliate. I sondaggi per ora registrano più consensi per Stevens. Un rilevamento di Detroit News/WDIV, condotto tra l’8 e l’11 luglio, dava la candidata centrista – e sostenuta dalla lobby pro Israele – al 48,2% contro il 41,4 di El-Sayed; ma un sondaggio di Tavern Research realizzato dopo il primo duello tv tra i due candidati ha mostrato un testa a testa quasi perfet-

to, con El-Sayed al 41% e Stevens al 38. In più sono stati stanziati finora quasi 50 milioni di dollari in pubblicità, una cifra enorme che testimonia quanto le due parti considerino decisiva questa sfida. Così, mentre Sanders e Ocasio-Cortez fanno la spola in Michigan per sostenere El-Sayed e la governatrice Gretchen Whitmer denuncia la durezza dello scontro, nel Partito democratico cresce il timore che la frattura apertasi nel partito non possa più rimarginarsi, né nello Stato né a livello nazionale. Alcuni sostenitori di El-Sayed hanno già detto che non voteranno per Stevens a novembre se sarà lei la candidata; pochi centristi, per ora, dicono lo stesso nel caso opposto, ma il sospetto che possa accadere rimane. Come ha sintetizzato uno stratega progressista intervistato dal sito Bulwark: «Il Michigan è una battaglia per il 2026 che dirà tutto quello che c’è da sapere sul 2028».

di Aldo Cazzullo
di Paola Peduzzi
Usa:

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Mostre ◆ A Basilea la più ampia retrospettiva europea dedicata a Helen Frankenthaler, pioniera dell’astrattismo moderno che dialoga con la storia della pittura

A metà del Ventesimo secolo Helen Frankenthaler è una pittrice alla ricerca della propria identità artistica nella città che si sta affermando come nuova capitale dell’arte mondiale: New York. A poco più di vent’anni ha già un proprio atelier a Manhattan e si appresta a diventare una delle protagoniste del rinnovamento della scena artistica americana. Due gli eventi importanti che influenzeranno il suo percorso: la relazione con uno dei critici d’arte più influenti dell’epoca, Clement Greenberg, e la scoperta, che sarà una rivelazione, del lavoro di Jackson Pollock insieme al principio dell’orizzontalità. Nelle prime prove sono ancora evidenti le dirette ascendenze delle avanguardie europee come il cubismo (la simultaneità di più prospettive nella grande tela orizzontale in cui predomina il giallo della luce estiva che illumina un bar all’aperto), ma la sua è una pittura che risente anche delle sperimentazioni di Kandinskj, Mirò e Gorky, come documenta la prima sala della ricca esposizione nata sulla scorta della donazione nel 2024 di Riverhead (1963) al Kunstmuseum di Basilea.

Helen Frankenthaler è stata influenzata dalla relazione con il critico d’arte Clement Greenberg e la scoperta del lavoro di Jackson Pollock insieme al principio dell’orizzontalità

La giovane pittrice si sta incamminando sicura sulle nuove strade dell’espressionismo astratto, insieme ad artisti come Pollock, Lee Krasner, Barnett Newman e Robert Motherwell. La sua carriera decolla nel 1951 quando partecipa alla rivoluzionaria mostra 9th St.Exhibition of paintings and sculpture e la Tibor de Nagy Gallery le dedica una personale. L’anno successivo, dopo un’estate trascorsa in Nuova Scozia a dipingere paesaggi ad acquarello, realizza uno dei suoi capolavori, Mountains and Sea, che segna una svolta perché realizzato con un procedimento del tutto nuovo: la così detta tecnica del soak-stain, inventata da lei. L’intuizione è quella di far colare del colore a olio fortemente diluito sulla tela grezza, non preparata, e di utilizzare all’occorrenza ogni strumento possibile, dalle spugne ai pennelli. L’effetto è sorprendente: sulla tela si formano delle superfici cromatiche translucide, che sembrano essere parte integrante del quadro. Frankenthaler, come Pollock, abbandona così la pittura di cavalletto, scegliendo il confronto fisico con la tela e un approccio più emotivo:

nelle foto in mostra la vediamo concentrata in piedi o seduta, intenta a versare colore.

Frankenthaler viaggia molto in Europa (in uno scatto è sul lago di Garda insieme a Greenberg e a Peggy Guggenheim), dove visita i grandi musei annotando meticolosamente le sue guide del Louvre e del Prado. L’Europa è anche la scoperta della luce mediterranea: ne sono una prova la serie di dipinti realizzati nel 1960 durante il viaggio di nozze con Motherwell, come Alassio e Pensieri mediterranei, grande tela in cui i colori (nel passaggio dall’olio all’acrilico) brillano più intensamente, lasciando intuire accenni di figure, forse corpi, che sono parte di una composizione che sembra in continuo movimento, in bilico tra caos e ordine, controllo e caso.

Ma l’Europa non si traduce soltanto in un astrattismo capace di catturare le atmosfere luminose dei suoi paesaggi; significa soprattutto scoperta della storia della pittura a cui la pittrice americana rende omaggio realizzando originali reinterpretazioni di capolavori del passato in chiave moderna: nel 1957 si cimenta con il celebre Il ratto d’Europa di Tiziano, ma anche con nomi meno noti e più re-

centi, come la francese Marie Laurencin, di cui «rivisita» un ritratto femminile. Un atto riparatorio, forse, per restituire visibilità a tutte le artiste rimaste nell’ombra dei grandi uomini dell’arte. Del resto, per Frankenthaler la scelta di confrontarsi con i formati monumentali è anche affermazione di sé in un mondo ancora e prevalentemente maschile.

Le sale del Kunstmuseum di Basilea raccolgono una cinquantina di opere di Helen Frankenthaler che si muovono tra astrazione e figurativo

Nel corso degli anni lavorerà spesso sui grandi ritratti, come quello della Vedova di Fantin Latour di Degas: in questi casi il soggetto del dipinto nella nuova versione scompare, o meglio riappare la sua essenza, come se Frankenthaler avesse distillato l’originale individuando i rapporti di forza tra spazio e luce, giocando sui contrasti tra ampie distese di colore e i tratti sottili lasciate da pennellate energiche. Percorrendo le sale – che raccolgono una cinquantina di opere – si ha la

percezione chiara che la sua pittura si muova agilmente sul confine fecondo tra astrazione e figurativo, restando aperta e sensibile anche alle tendenze più attuali, senza chiudersi mai in un astrattismo dogmatico. Del resto è lei a dichiarare di «perdersi dentro le immagini», lasciando che siano queste ultime a guidarla, in un processo emotivo e fisico, perché quando ci si muove attorno a una grande tela, «quest’ultima riflette inevitabilmente qualcosa della spalla, del polso, del braccio e della schiena». Oltre ai ritratti, c’è il filone «paesaggistico», che la pittrice approfondisce anche quando si ritirerà sulla costa del Connecticut. In questo senso gli anni Settanta sono un decennio prolifico e felice: rappresentano gli anni della libertà (si era separata dal marito, il pittore Robert Motherwell) e della fiducia in sé stessa. Lo sguardo si perde inseguendo gli ampi orizzonti di paesaggi astratti amplificati dal formato orizzontale, come April Mood (1974), in cui riprende i colori di Derain, o in Viewpoint I (1974), o Mediterranean (1981), in cui ribalta la composizione originale di Courbet. Gli anni Ottanta saranno scanditi dalle calibrate parafrasi in chiave

astratta delle opere di maestri come Manet, Monet, Poussin, Latour e Courbet, ma anche ispirate all’incisione giapponese. Un dialogo serrato con la storia della pittura messo in evidenza dall’allestimento, fino al capitolo finale a cui appartengono il maestoso Maelstrom da Monet e lo struggente Cloud Burst del 2002, uno dei dipinti con cui l’artista americana si congeda dalla pittura, tornando a quella tecnica del soak-stain che l’aveva resa libera.

La sperimentazione nella sua arte è continua e con il tempo raggiunge una notevole profondità spaziale, grazie anche alla capacità di sovrapporre più strati e di rendere la transizione tra colori apparentemente naturale. «Non esistono regole, e se esistono bisogna infrangerle», amava ripetere Helen Frankenthaler; il fallimento faceva parte del processo pittorico, che per lei significava sempre «andare alla scoperta di sé stessi».

Dove e quando

Helen Frankenthaler, Basilea, Kunstmuseum (St.

Fino al 23 agosto 2026. Orari: ma-do 11.00-18.00; lu chiuso. kunstmuseumbasel.ch

Alban-Graben 8).
Salome, Helen Frankenthaler, 1978, acrilico su tela (© 2026 Helen Frankenthaler Foundation, Inc. / ProLitteris, Zurich; Creditline: mumok – Museum moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien, Leihgabe der Österreichischen Ludwig-Stiftung, Inv. ÖL-Stg 67/0)
Emanuela Burgazzoli
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Illusioni ottiche e inganni visivi a Casa Rusca

Mostre ◆ Opere che non si limitano a mostrare qualcosa, ma fanno prendere coscienza del modo in cui guardiamo: L’occhio dinamico. Traiettorie della percezione, a Locarno dal 6 agosto 2026 al 10 gennaio 2027 – vernissage il 5 agosto

Esiste una lunga tradizione dell’arte occidentale che interroga lo sguardo dello spettatore, costringendolo a rimettere di continuo in discussione ciò che crede di vedere. Dalle antiche illusioni prospettiche ai trompe-l’œil, dalle anamorfosi ai paradossi spaziali di Escher, fino ai giochi di illusione ottica e alle opere immersive contemporanee, l’arte ha spesso giocato sul modo in cui un’opera viene percepita.

Nella mostra L’occhio dinamico. Traiettorie della percezione – in programma al Museo Casa Rusca di Locarno dal 6 agosto 2026 al 10 gennaio 2027 – i veri protagonisti, infatti, non sono gli artisti, ma i visitatori, che sono chiamati a mettersi in gioco, a spostarsi, interrogarsi e persino a dubitare di ciò che vedono. Il curatore dell’esposizione artistica – nata anche in dialogo con il Locarno Film Festival – è Marco Franciolli, già direttore del Museo Cantonale d’Arte e del Museo d’Arte di Lugano, nonché primo direttore del Museo d’arte della Svizzera italiana (MASI) e curatore e consulente artistico indipendente dal 2018, che ci ha aiutati a esplorare ciò che accomuna arti visive e cinema al di là dei rispettivi linguaggi.

Franciolli, curatore della mostra: «Anche il rifiuto, l’incomprensione o lo spaesamento sono forme di relazione con l’opera»

Marco Franciolli, la mostra segue una sorta di storia dello sguardo invece della storia dell’arte?

In un certo senso sì, perché ho voluto invitare il visitatore a fare esperienza della percezione prima ancora di confrontarsi con categorie, stili o appartenenze. Mi interessavano i fenomeni della percezione e il modo in cui lo sguardo si costruisce, si modifica e viene messo alla prova. In questa prospettiva, le opere non sono state scelte per rappresentare una corrente artistica, ma perché ciascuna, a suo modo, interroga il nostro modo di vedere. La storia dell’arte non è dunque il principio organizzatore della mostra, ma piuttosto uno sfondo che mette in dialogo artisti, epoche e linguaggi diversi intorno a una domanda comune.

Come mai la mostra si appoggia solo alla tradizione occidentale?

Lo sguardo è universale, certo, ma il modo in cui viene interrogato dall’arte cambia molto da una cultura all’altra. In questo progetto ho scelto di concentrarmi sulla tradizione occidentale perché è qui che i fenomeni percettivi hanno assunto un ruolo davvero centrale. Se pensiamo anche solo alla prospettiva rinascimentale o alla lunga ricerca sulla mimesi, vediamo come il tema del vedere e del rappresentare attraversi tutta la storia dell’arte occidentale. Le opere scelte vanno dalla fine degli anni Cinquanta a oggi, momento in cui molti artisti fanno della percezione stessa il cuore della loro ricerca, e tutte mettono in gioco lo sguardo del visitatore invitandolo a interrogarsi su come vede, più che su che cosa vede. Distorsioni ottiche, immagini sorprendenti, sollecitazioni percettive e psico-fisiche ci costringono a rimettere continuamente in discussione le nostre certezze visive. Infine, il tema è vastissimo ed è stato quindi necessario fare una selezione, inevitabilmente personale, e adatta agli spazi di Casa Rusca. In fondo, anche una mostra è sempre il risultato di una scelta di sguardo.

Lei distingue in modo netto il vedere dal guardare, e l’interpretare?

Credo che guardare e interpretare siano, in fondo, inscindibili. Vedere è un atto fisiologico, mentre guardare

Attività collaterali: il programma

La mostra è accompagnata da un ricco programma di attività collaterali, realizzate in collaborazione con un’ampia rete di istituzioni culturali del territorio. Il calendario comprende visite guidate, incontri di approfondimento e laboratori didattici rivolti a pubblici di tutte le età. Di seguito si presenta una selezione degli appuntamenti previsti nei primi mesi di apertura dell’esposizione; il programma completo e costantemente aggiornato è disponibile sul sito del Museo: w ww.museocasarusca.ch/eventi

Per iscrizioni: evento.musei@locarno.ch

Luogo dove si svolgono gli eventi: Museo Casa Rusca, Piazza Sant’Antonio 1, Locarno

Sabato 5 settembre, ore 14.00 Yoga & Arte in famiglia: tra corpo,

colori e illusioni. Per famiglie con bambine e bambini dai 4 ai 9 anni.

Evento gratuito con posti limitati, iscrizione obbligatoria

Domenica 6 settembre, ore 11.00

Visita guidata alla mostra. Evento gratuito con l’acquisto del biglietto di entrata, iscrizione obbligatoria

Sabato 19 settembre, ore 15.00

Oltre lo sguardo. Nuovi arrivi, nuovi incontri, nuove storie. Visita guidata speciale alla mostra in collaborazione con TaM-Tandem al Museo. Evento gratuito con posti limitati, iscrizione obbligatoria Sabato 3 ottobre, ore 14.30 I diversi sguardi della geometria. Laboratorio creativo tra arte, matematica e percezione In collaborazione con il DFA/ASP.

Per famiglie con ragazze e ragazzi dai 6 ai 10 anni. Evento gratuito con

Johann Heinrich Glaser Anamorfosi, donna con giullare, circa 1650 Historisches Museum Basel. (© Historisches Museum Basel. Foto Natascha Jansen)

implica già una partecipazione consapevole: significa soffermarsi, mettere in relazione ciò che percepiamo con la nostra esperienza, la memoria, le aspettative. Così nasce l’interpretazione. Cercare di capire non è qualcosa che avviene dopo: fa parte dell’esperienza stessa dell’opera.

Esiste una soglia oltre la quale l’interpretazione diventa arbitraria? Non credo. Per me l’essenza dell’esperienza artistica risiede anche nella relatività di ciò che osserviamo. La libertà di interpretazione – o, meglio, le infinite possibilità di interpretazione – è uno degli aspetti più affascinanti dell’arte. Spesso queste possibilità trascendono persino le intenzioni originarie dell’artista, senza per questo tradirle. Un’opera continua a generare significati nel tempo proprio perché entra in relazione con persone, contesti ed epoche diverse. Naturalmente esistono elementi formali, storici e concettuali che orientano la lettura e impediscono che qualsiasi interpretazione abbia lo stesso valore. Ma non credo esista una soglia netta oltre la quale l’interpretazione diventa arbitraria.

Eppure c’è chi può non cogliere alcun senso, o addirittura rifiutarlo dicendo «questa non è arte»? Può accadere, ed è legittimo. Non tutte le opere stabiliscono un dialogo con tutti i visitatori, e non credo rappresenti un fallimento. Anche il ri-

Pubbliredazionale

posti limitati, iscrizione obbligatoria Sabato 10 ottobre, ore 14.00 e ore 15.30

L’occhio curioso: scoprire le illusioni ottiche. In collaborazione con Scienza e Kids. In occasione del Locarno e Valli Art Weekend. Per famiglie con ragazze e ragazzi dai 7 agli 11 anni. Evento gratuito con posti limitati, iscrizione obbligatoria

Domenica 11 ottobre, ore 11.00

Visita guidata alla mostra in occasione del Locarno e Valli Art Weekend. Evento gratuito con posti limitati, iscrizione obbligatoria

Sabato 17 ottobre, ore 14.30

Sulla soglia dello sguardo: arte, percezione e instabilità dell’immagine. Visita guidata tematica e laboratorio di riflessione visiva. Evento gratuito con posti limitati, iscrizione obbligatoria

fiuto, lo spaesamento o l’incomprensione sono forme di relazione con l’opera. Chi dice «questa non è arte», in realtà sta esprimendo un’idea di che cosa l’arte dovrebbe essere. È una reazione che ci parla tanto dell’opera quanto di chi la osserva, delle sue aspettative, della sua esperienza e del suo modo di intendere il linguaggio artistico. Se un’opera suscita una domanda, una discussione o perfino un rifiuto argomentato, ha comunque prodotto un’esperienza. E credo che questo sia uno dei compiti più importanti dell’arte: non tanto offrire certezze, quanto aprire nuove possibilità di vedere e di pensare.

Giona Nazzaro, direttore artistico del Film Festival – nel catalogo in uscita il 5 agosto – definisce Avatar una forma di «videoarte all’ennesima potenza» e si chiede se è ancora cinema solo perché non c’è un’altra parola per dirlo: i confini tra le arti visive stanno scomparendo?

Credo che oggi la terminologia con cui definiamo un’opera o una categoria artistica non abbia più quell’aderenza assoluta che forse aveva in passato. Le parole continuano a essere strumenti utili per orientarci, ma sempre più spesso non riescono a contenere la complessità di ciò che descrivono. La fluidità tra le discipline e i diversi mezzi espressivi non è però un fenomeno contemporaneo: ha radici già nelle avanguardie storiche, che hanno messo in discussione la separazione tradizionale tra le arti, e ha trovato un’accelerazione decisiva con lo sviluppo tecnologico e la nascita di nuovi linguaggi. Nell’arte contemporanea, in particolare, mi sembra sempre più difficile tracciare confini netti tra pittura, fotografia, cinema, video, installazione o performance. Molte opere nascono proprio dall’ibridazione di questi linguaggi. Più che chiederci a quale disciplina appartengano, forse dovremmo domandarci quali esperienze percettive, cognitive ed emotive siano in grado di generare. Il caso di Avatar è interessante perché mette in discussione l’idea tradizionale di cinema: utilizza strumenti tecnologici avanzati, costruisce mondi interamente digitali e coinvolge lo spettatore in un’esperienza immersiva che ha molti punti di contatto con le arti visive contemporanee. In questo senso, più che una scomparsa dei confini, parlerei di una loro continua ridefinizione: le discipline non vengono cancellate, ma si aprono a nuove forme di relazione e di contaminazione.

Si può imparare a guardare in modo diverso un’opera d’arte, una fotografia o persino un film? Ogni giorno siamo immersi in un flusso ininterrotto di fotografie, video e immagini digitali, al punto che spesso diventa sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è costruito, manipolato o generato. Proprio per questo credo che oggi sia ancora più necessario recuperare una capacità di attenzione e sviluppare un approccio critico allo sguardo. Non si tratta soltanto di vedere di più, ma di imparare a guardare meglio: fermarsi, interrogare ciò che abbiamo davanti, comprendere come un’immagine agisce su di noi e quali meccanismi percettivi e culturali attiva. Le opere presenti in mostra richiedono proprio questo tipo di esperienza. Non sono immagini da consumare rapidamente, ma lavori che chiedono tempo, disponibilità e partecipazione. Molte di esse invitano lo spettatore a sostare, a cambiare punto di vista, a mettere in discussione la prima impressione. Se la mostra può lasciare qualcosa, mi augurerei che sia proprio questa maggiore consapevolezza dello sguardo: la capacità di non subire passivamente le immagini che ci circondano, ma di instaurare con esse un rapporto più attento.

Dove e quando

Vernissage: mercoledì 5 agosto alle ore 11.00. L’occhio dinamico. Traiettorie della percezione Museo Casa Rusca, Locarno. Dal 06.08.2026 al 10.01.2027. Orari: ma-do 10.00-16.30. Lunedì chiuso. www.museocasarusca.ch

Concorso

«Azione» mette in palio alcuni biglietti e, separatamente, un catalogo e una borsa della mostra L’occhio dinamico. Per partecipare al concorso, inviare una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Occhio Dinamico) entro mercoledì 5 agosto 2026, ore 23.59. Buona fortuna!

Franco Grignani, Studio di tensioni, 1965. (© Archivio Manuela Grignani. Foto Bruno Bani)

Concorso

IL SOLE IN CONSERVA

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In questo periodo i pomodori bio coltivati in un terreno sano hanno un sapore particolarmente dolce. Coltivati senza l’uso di pesticidi chimici di sintesi, sono una delizia rinfrescante nell’insalata. Ancora meglio: preparare il sugo e conservare così l’aroma del sole per l’inverno. Questo attenua l’acidità e ammorbidisce la buccia.

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tegge la pelle e le cellule. Solo riscaldandolo e aggiungendo un filo di olio d’oliva biologico diventa davvero assimilabile dall’organismo.

Ricetta del sugo

Soffriggere 3 spicchi d’aglio in olio d’oliva, aggiungere 3 kg di pomodori maturi tagliati a pezzetti con sale e un po’ di pepe. Lasciare stufare a fuoco basso con il coperchio per un’ora. Versare il sugo in barattoli sterilizzati e conservarlo al buio.

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Immagini: La Vanda, iStock

A ottant’anni dalla rinascita della Scala

Mostre ◆ Un’esposizione che diventa dispositivo critico di memoria, identità e politica culturale

Nell’agosto 1943 Milano fu tragicamente bombardata. Nella notte tra il 15 e il 16 fu gravemente danneggiato il centro città e anche il Teatro alla Scala. La mostra fotografica La Scala rinasce – La ricostruzione del Teatro, della Città, del Paese, curata da Pierluigi Panza con un progetto grafico di Emilio Fioravanti, visitabile nel Ridotto del Palchi «Arturo Toscanini» del Teatro alla Scala fino al 30 dicembre 2026, documenta la volontà dei governanti e dei cittadini milanesi di avviare la ricostruzione del Paese partendo dal Teatro alla Scala, che divenne simbolo della rinascita. Il teatro fu immediatamente ricostruito e riaprì l’11 maggio 1946, ottant’anni fa, con uno storico concerto diretto da Arturo Toscanini, che tornò dagli Stati Uniti.

Nella notte tra il 15 e il 16 agosto del 1943 il centro di Milano, compresa la Scala, fu gravemente danneggiato dai bombardamenti

Nel panorama delle istituzioni musicali europee, poche vicende possiedono la forza simbolica della ricostruzione del Teatro alla Scala di Milano dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. La mostra allestita al Museo Teatrale alla Scala, dedicata a quel processo di rinascita architettonica e culturale, si configura come un dispositivo critico di memoria: non un semplice percorso espositivo, ma un laboratorio in cui la storia del teatro si intreccia con la riflessione sulla funzione pubblica della musica nel secondo dopoguerra. L’esposizione invita a leggere la ricostruzione non come intervento edilizio, bensì come atto identitario e civile, capace di restituire alla città e al Paese un luogo simboli-

co della propria continuità culturale. Il percorso, costruito con rigore filologico e sensibilità narrativa, intreccia materiali d’archivio, documenti progettuali, fotografie, bozzetti scenografici e testimonianze audiovisive, componendo un quadro stratificato in cui la rinascita della Scala appare come processo complesso e plurale. Le immagini dei bombardamenti dialogano con i disegni tecnici della ricostruzione; le lettere degli ingegneri si affiancano alle testimonianze dei musicisti; le registrazioni storiche restituiscono la voce di un’epoca in cui la musica era chiamata a farsi strumento di coesione sociale. La mostra evita la linearità celebrativa e costruisce invece una trama di rimandi, secondo una museografia che non si limita a esporre, ma problematizza e contestualizza. Particolarmente efficace è la messa in luce del ruolo delle figure tecniche e politiche coinvolte nel progetto. Gli architetti e gli ingegneri, impegnati nel difficile equilibrio tra restauro filologico e aggiornamento funzionale, emergono accanto ai protagonisti della politica culturale milanese, consapevoli che la rinascita del teatro avrebbe avuto un valore emblematico per l’intero Paese. La Scala diventa così un prisma attraverso cui leggere le tensioni del dopoguerra: memoria e modernità, conservazione e innovazione, identità locale e vocazione internazionale. La ricostruzione non fu soltanto un cantiere, ma un luogo di elaborazione simbolica, in cui Milano misurava la propria capacità di ricostruire non solo edifici, ma valori condivisi.

Uno dei nuclei più intensi dell’esposizione è dedicato alla figura di Arturo Toscanini, la cui presenza –morale prima ancora che musicale –conferì alla ricostruzione un signifi-

cato che travalicava l’ambito artistico. Il ritorno del Maestro nel 1946, dopo l’esilio antifascista, assunse il valore di un gesto politico: riaffermare un’etica della musica come spazio di libertà e responsabilità civile. La mostra documenta la sua influenza sulle scelte acustiche e strutturali e il ruolo simbolico del concerto inaugurale dell’11 maggio 1946, percepito come rito ci-

vile prima ancora che musicale, momento in cui la comunità ritrovava un luogo della propria identità.

L’esposizione dedica inoltre attenzione alla dimensione materiale della ricostruzione: i cantieri, le tecniche costruttive, le soluzioni acustiche, le discussioni tra progettisti e amministratori. Questa attenzione al dettaglio tecnico non è mai fine a sé stessa,

OnlyFans: tanto, peggio di così...

ma funzionale a restituire la complessità di un processo in cui la dimensione architettonica si intrecciava con quella politica e simbolica. La Scala, nella sua duplice natura di luogo fisico e istituzione culturale, diventa la metafora di una città che voleva rialzarsi, recuperando la propria vocazione europea e la propria centralità nel panorama musicale internazionale. Suggestiva è anche la sezione dedicata alla ricezione critica della riapertura del 1946, evocata attraverso articoli, fotografie e materiali che testimoniano la percezione collettiva di un evento vissuto come atto di ricomposizione simbolica. La riapertura non fu soltanto un concerto, ma un gesto di ricostruzione morale, un momento in cui la musica restituiva fiducia e continuità.

In un’epoca in cui il rapporto tra memoria e futuro è sempre più fragile, la mostra del Museo Teatrale alla Scala assume un valore particolare. Non celebra soltanto un passato glorioso, ma invita a riflettere sul ruolo delle istituzioni culturali nella costruzione della società contemporanea. La ricostruzione del teatro diventa paradigma di una responsabilità collettiva: la consapevolezza che la cultura non è un lusso, ma un fondamento della vita civile. L’esposizione, in questo senso, non è soltanto un omaggio alla storia della Scala, ma un monito: ricordare per ricostruire, ancora e sempre.

Dove e quando 1946, la Scala rinasce. La ricostruzione del Teatro, della Città, del Paese. Milano, Museo Teatrale alla Scala (Largo Ghiringhelli 1, Piazza Scala). Fino al 30 dicembre 2026. Orari: lu-do 9.30-17.30. www.museoscala.org

Podcast ◆ Gli ideatori di Comprami realizzano una seconda stagione del podcast dedicato alla celebre piattaforma

Daniele Bernardi

Due anni or sono in questa sede si recensiva Comprami («Il Sole 24 Ore», 2024), podcast di Daniele Vaschi e Andrea Franceschi attorno al fenomeno OnlyFans. È quindi passato poco tempo da quando la piattaforma anglosassone veniva scandagliata attraverso l’indagine dei due autori a un anno dalla fine della pandemia, evento spartiacque che fece letteralmente esplodere il caso. Per chi non lo sapesse, OnlyFans è un sito web che permette a chi vi aderisce – i cosiddetti «creatori di contenuti» – di vendere materiali realizzati ad hoc a una clientela personalizzata.

Vaschi e Franceschi ritornano sul business milionario di OnlyFans, dove lo scambio è soprattutto di natura sessual-virtuale

La stragrande maggioranza di questo business milionario ha come merce di scambio materiali pornografici e sessioni di sexting, cioè «invio di messaggi, immagini o video a sfondo sessuale o sessualmente espliciti».

Vaschi e Franceschi tornano oggi sull’argomento con una seconda sta-

gione del podcast (disponibile sulle maggiori piattaforme streaming) che si propone di interrogare non tanto i mercanti, quanto i fruitori e chi si occupa di vigilare sulle insidie insite in questa pratica. L’operazione, quindi, diviene ora più difficile poiché la disponibilità a raccontarsi, da parte degli interessati, è decisamente più scarsa e, a eccezione di un caso, passa, ancora una volta, dalle mani di coloro che hanno eletto OnlyFans a fonte di guadagno. In parole povere, a prendere la parola sono nuovamente i creator più che i clienti, i quali sembrerebbero conservare un sentimento di vergogna che i primi ignorano.

Assieme a loro, però, gli autori interpellano anche terapeuti e sessuologi per cercare di fare luce su cosa, in verità, stia acquistando chi spende –in tutti i sensi – una parte sostanziale della propria vita fra le maglie di questa rete. Inoltre, voce in capitolo l’ha pure chi lavora nel settore della prevenzione alla criminalità digitale per le forze dell’ordine, al fine di sottolineare quale tipo di esistenza e, soprattutto, di gravi pericoli – specie per i minori, oggi regolarmente abbandonati con uno smartphone in mano –la nostra scarsa coscienza dell’online alimenti.

Ciò detto, per tornare ai clienti di OnlyFans, stando alle testimonianze dell’utente innamorato di Andrea, la protagonista del primo episodio, e di Armando, principale voce della quarta puntata assieme al suo psicoanalista-psichiatra, sembrerebbe che costoro colmino (o coltivino?) un vuoto attraverso l’illusione di un contatto che scelgono di qualificare come autentico; anzi, più che autentico: spe-

ciale e unico. L’utente di Andrea lo paragona a una droga che lo fa vivere meglio, mentre Armando sostiene che questo genere di relazioni gli fa scoprire aspetti della propria persona che fino a ora ignorava. Ciò che è singolare, se si pensa a tali affermazioni ad ampio spettro, è l’elezione più o meno consapevole di una finzione a verità; si ricordi che per mantenere i contatti coi

molti clienti, sovente le creator si appoggiano a delle agenzie di professionisti che chattano al loro posto e le evoluzioni di espedienti di questo genere, col progredire delle intelligenze artificiali, andranno vieppiù aumentando.

A questo proposito si prendano in esame le considerazioni di Alex Mucci, creator italiana fra le più note, quando, sollecitata sull’argomento, racconta di progetti che la vedono coinvolta a realizzare una copia digitale di sé stessa con la quale chiunque sarà libero di interagire. Per quanto l’interessata si dimostri cosciente rispetto alle sue scelte e faccia appello alla propria etica umana e lavorativa, una sua frase in particolare colpisce e sembra essere rivelatrice riguardo a quanto sta accadendo. Sollecitata sulla generale, infausta eventualità, tramite gli sviluppi tecnologici di questo mercato, di fomentare pratiche di violenza perversa anziché ridurle – come lei si augura che avvenga – con un sospiro risponde: «Tanto… peggio di così…». Ecco, in quel sospiro e nella sua conseguente formulazione pare esserci qualcosa che, forse, racconta anche altro, oltre alle conquiste della tecnica e allo stato di guerra del nostro attuale mondo.

La cover del nuovo podcast di Daniele Vaschi e Andrea Franceschi.
Un’immagine della mostra che testimonia la devastazione dei bombardamenti sulla Scala di Milano.

La salsiccia la fa da padrona

Cosa distingue il cervelat dal bratwurst? Le nostre salsicce preferite

Testo: Barbara Scherer

Cervelat

Il cervelat è la salsiccia nazionale svizzera. La si può cuocere alla griglia, infilzare su uno spiedino o aggiungere fredda all’insalata di salsiccia e formaggio. Questa salsiccia cotta, corta, spessa e leggermente rossastra, è composta principalmente da carne di manzo e di maiale e da pancetta.

A ciò si aggiungono le spezie e il sale nitritato per salamoia: «È proprio questo che conferisce al cervelat il suo caratteristico colore», spiega Markus Winet, responsabile dei processi di produzione nel settore salumi di Micarna, che produce numerosi prodotti a base di carne per la Migros. Senza il sale nitritato per salamoia, infatti, il cervelat sarebbe bianco come i bratwurst. Il cosiddetto tritatutto sminuzza carne, spezie e altri ingredienti, come il ghiaccio, fino a ottenere un impasto fine e omogeneo. Questo viene insaccato in un budello di manzo, quindi viene prima affumicato a caldo e poi cotto. A questo punto la salsiccia è pronta per essere affettata ed è buona sia fredda sia calda.

Bratwurst di vitello e verdure

alla griglia

Oltre alle salsicce di vitello, sulla griglia finiscono anche pomodori tagliati a metà e cipolle. Questi vengono prima marinati con rosmarino e aglio.

a confronto

Insalata di cervelat, verdure e uovo

Questa insalata colorata con carote, cavolo rapa, cipollotti, cervelat e uova tritate è perfetta per un buffet o come piatto principale

Il suo nome non deriva da «braten» (arrosto), bensì dalla parola «Brät» (impasto di carne): un «Bratwurst» è quindi una salsiccia a base di «Brät». Come il cervelat, è composto principalmente da carne di vitello, carne di maiale e pancetta. «Affinché una salsiccia possa essere denominata «bratwurst di vitello», deve contenere almeno il 36% di carne di vitello», spiega Winet, esperto di salsicce. A ciò si aggiungono spezie come il pepe bianco e il sale da cucina, ma non il sale nitritato: ecco perché il bratwurst è bianco e non rossastro come il cervelat.

I bratwurst contengono inoltre latte in polvere, a volte persino latte vero e proprio. «È questo che conferisce alla salsiccia il suo bel colore dorato sulla griglia o durante la cottura», afferma Winet. Infatti, durante la cottura, le proteine e lo zucchero determinano la doratura e conferiscono aromi tostati. Le spezie e la carne vengono tritate e, una volta amalgamate, formano un impasto vellutato che viene insaccato in un budello di maiale. Successivamente la salsiccia viene cotta, in modo da poterla mangiare anche fredda. Ma alla griglia è ancora più buona!

Bratwurst
Cervelat
Bratwurst VS

Chi conosce il quinto Beatle?

Graphic novel biografiche ◆ Una curatissima opera statunitense riporta alla ribalta la tragica e struggente figura di Brian Epstein

Spesso, dietro le quinte delle grandi storie – dei nomi che la gente ricorda, o degli eventi destinati a rimanere impressi nella memoria collettiva – vi sono, come parte integrante del tessuto storico, figure perlopiù dimenticate o ignorate, ingiustamente considerate «minori»; le stesse che hanno reso possibile, tramite le loro azioni e gesti nell’ombra, la grandezza e notorietà di chi ha ottenuto maggiore visibilità. La figura di Brian Esptein – scopritore e manager dei leggendari Beatles a partire dai loro esordi e fino alla propria morte, avvenuta nel 1967 a soli 32 anni – appartiene decisamente a questa categoria; non a caso, la sua è una storia che, al di fuori dei circoli degli appassionati, ben pochi conoscono. Forse anche per questo, tre validissimi autori statunitensi – il produttore musicale Vivek Tiwary ai testi, e i fumettisti Andrew Robinson e Kyle Baker ai disegni — hanno unito le loro forze per dedicare alla breve vita di Epstein una graphic novel che, complice il grande successo riscosso in patria, è poi stata edita nel 2020 in una versione italiana dalla Panini Comics; concedendo così anche al pubblico delle nostre latitudini uno sguardo privilegiato sulla vicenda di un uomo per molti versi misterioso e contraddittorio.

Basta infatti sfogliare le prime pagine de Il quinto Beatle per rendersi conto di come l’obiettivo degli autori sia proprio quello di esplorare e umanizzare un personaggio che in vita è sempre rimasto, per sua stessa scelta, nell’ombra. Una strategia che la sceneggiatura di Tiwary ci presenta come quasi obbligata per un giovane uomo timido e discreto quale l’educatissimo Epstein, ragazzo di buona famiglia che ben poco aveva a che spartire con i Beatles degli inizi, assai ruspanti e veraci teddy boys del Merseyside – almeno finché lo stesso Brian non li sottopose a un radicale restyling a base di completi firmati Pierre Cardin e capelli a caschetto, che li avrebbe presto resi iconici agli occhi di tutto il mondo. E il resto, come si suol dire, è storia.

Eppure, nonostante il successo travolgente della sua grande impresa, il giovane e brillante Epstein custodiva un segreto che rischiava di costargli tutto quanto faticosamente costruito nel corso degli anni: sì, perché malgrado la rivoluzionaria ventata di libertà che gli anni Sessanta stavano scatenando, nella vecchia Inghilterra l’o-

mosessualità sarebbe rimasta pratica illegale e perseguita a norma di legge (con la prigione o il ricovero forzato) fino al 1967, quando venne solo parzialmente decriminalizzata.

Non è quindi difficile comprendere il dramma segreto di Brian: uomo sensibile, contraddistinto da una grande dolcezza d’animo, avrebbe desiderato con tutto il cuore un compagno, ma allo stesso tempo era ben consapevole di non potersi permettere un simile rischio – tantomeno come scopritore dei fenomenali Beatles, destinati a cambiare per sempre la storia della musica.

Così, quella che di primo acchito poteva apparire soprattutto come un’immersione nel colorito universo della pop culture dei Sixties diviene di colpo uno psicodramma sulla lenta discesa nella disperazione dell’incompreso e introverso Brian: al punto che perfino gli stessi Beatles, i quali pure gli erano vicini come nessun altro, appaiono perlopiù alla stregua di comparse affettuose eppure distanti, incapaci di spezzare la cappa d’infelicità e impotenza incombente sul loro devoto mentore.

In effetti, quella di non fare dei «Fab 4» i veri protagonisti della vicenda si rivela come una scelta vincente, spingendo il lettore a chiedersi se, davanti alla tragedia annunciata dagli ultimi mesi di vita di Epstein e al suo crescente consumo di anfetamine, le persone a lui più vicine non abbiano, infine, scelto di voltarsi convenientemente dall’altra parte – magari per evitare di avvertire un senso d’impotenza davanti alla sorte di un uomo che, seppur ormai celebre, appariva loro comunque irraggiungibile, forse perfino altezzosamente distaccato. Come sarà anche nei riguardi di Moxie, premurosa assistente personale segretamente innamorata del suo capo, qui presentata come l’unica in grado di provare davvero empatia nei confronti di Epstein; solo per poi scoprirsi, nell’inevitabile tragedia finale, incapace di spezzare l’incantesimo che lo tiene prigioniero.

In tal senso, lo stile quasi claustrofobico che spesso la struttura della pagina e della «gabbia» grafica assumono nel corso della narrazione riesce a trasmettere perfettamente il senso di tragica ineluttabilità della vi-

cenda di Brian – restituendo al lettore quel senso di costante smarrimento e disorientamento provato da Epstein durante quella che fu, in fondo, una vera guerra privata contro la propria, devastante solitudine: la sovrapposizione di molteplici vignette all’interno di una singola tavola e la scansione serrata della narrazione danno all’opera un senso di urgenza narrativa che ben si confà al ritmo accelerato della Beatlemania e al frenetico, instancabile lavoro svolto dal manager per i suoi ragazzi. Allo stesso tempo, la graphic novel non disdegna l’accurata ricostruzione di un’epoca ormai leggendaria, riuscendo nell’ardua impresa di riprodurre un’atmosfera per molti versi inafferrabile, la cui energia e senso di crescente aspettativa risultano oggi quasi inconcepibili per chi non l’abbia vissuta in prima persona; i disegni curatissimi ed espressivi di Robinson e Baker, a cavallo tra stile realistico e grottesco, catturano alla perfezione quel senso d’ingenuità un po’ stuporosa ma irresistibilmente vivace che la caratterizzava. In questo la gamma dei colori riveste un ruolo molto im-

portante, passando dalle tinte sgargianti che caratterizzano le sequenze più pittoresche alle sfumature dolenti e monocromatiche delle pagine più intimiste, nelle quali il dramma interiore di Epstein affiora in superficie con maggiore forza.

Così, se Il quinto Beatle colpisce in primis per l’altissima qualità del prodotto – una qualità che pervade sia l’aspetto grafico sia quello testuale –ciò che, a posteriori, più rimane nella mente e nel cuore del lettore è ben altro: ovvero, la struggente sensazione di perdita davanti al congedo prematuro di Epstein dal mondo, e una sorta di comunione e vicinanza con lui. Quasi come se Brian fosse per tutti noi divenuto, nel corso della lettura, un amico personale, qualcuno da difendere e della cui sorte preoccuparsi attivamente; e in fondo, non è possibile chiedere nulla di più a una graphic novel biografica davvero riuscita.

Bibliografia

Vivek Tiwary ai testi, Andrew Robinson e Kyle Baker ai disegni, Il quinto Beatle, Panini Comics, 2020

Il fumetto Il quinto Beatle immagina la vicenda di Brian Epstein, il manager che trasformò quattro ragazzi di Liverpool nel fenomeno musicale più influente del Novecento.
In vendita nelle maggiori filiali Migros. Da questa offerta sono esclusi gli articoli già ridotti. Offerta valida dal

GUSTO

Brunch del 1° agosto

Pane proteico con cottage cheese e salmone affumicato

Brunch/Colazione per 4 persone

8 fette di pane proteico

2 vasetti di cottage cheese da 200 g 200 g di salmone affumicato 1 mazzetto di ravanelli 20 g di crescione, ad esempio crescione d’acqua pepe tricolore o rosa

1. Spalma il cottage cheese sulle fette di pane.

2. Dividi a metà le fette di salmone affumicato e accomodale sul cottage cheese.

Prebilatezze per festeggiare

Il 1o agosto inizia in modo piacevole con un lungo brunch in un’atmosfera festosa dai colori rosso e bianco

Taglia i ravanelli a fettine sottili, poi distribuiscili sul pane e guarnisci con il crescione. Completa con un pizzico di pepe.

Salmone affumicato Migros

300 g Fr. 8.95 invece di 13.50

Azione: 33%, dal 30 luglio al 5 agosto %

Omelette alle erbe aromatiche

Tagliere di formaggi saporiti con patate rosolate

Brunch/Colazione per 4 persone

160 g di formaggio a pasta dura o semidura, ad esempio Gruyère o Appenzeller

80 g di Roquefort

60 g di rotolini di Sbrinz

4 fiori commestibili e aromatici a scelta, ad esempio nasturzio

80 g di frutta secca mista, ad esempio albicocche e anelli di mela

2 cucchiai di nocciole

2 rametti d’origano

1 cucchiaino di cumino

Mousse di fragole e sambuco con granola

Una mousse leggera con sciroppo di fiori di sambuco e fragole, accompagnata da un po’ di granola croccante: è ottima sia per il brunch sia come dessert.

Formaggio a pasta dura

Gruyère Surchoix per 100 g Fr. 1.55 invece di 2.25

Azione: 31%, dal 30 luglio al 5 agosto

Brioche all’Ovomaltina

Con la cremosa Ovomaltina e le nocciole, queste brioche sono le protagoniste di ogni brunch e lo spuntino dolce perfetto per i momenti di pausa.

Per grandi e piccini!

Patate arrosto

200 g di patate a pasta soda

1 cucchiaio di olio d’oliva ½ scalogno ¼ mazzetto di erbe aromatiche miste, p.es. prezzemolo, origano

1. Per le patate arrosto, taglia le patate a cubetti. Rosola in olio su tutti i lati a fuoco basso finché non diventano appena morbide. Trita lo scalogno e le erbe aromatiche, quindi aggiungili. Aggiusta di sale e servi calde su un tagliere insieme al formaggio. Servi con fiori, frutta secca, nocciole, origano e cumino.

CONSIGLIO Se conosci bene le specie, puoi raccogliere fiori commestibili in giardino o nei prati dove non ci sono cani. I fiori di erba cipollina o di nasturzio, ad esempio, hanno un sapore che va dallo speziato al piccante. Fiori di borragine, viola o rosmarino, così come le margherite, sono delicati e adatti ai dolci. Ma anche i petali di rosa o di dalia non trattati sono commestibili.

deliziosa omelette con sottili
I classici del brunch
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TEMPO LIBERO

La Ruhr ha cambiato pelle, ma non odore Ferro, officina e caligine continuano a impregnare i luoghi della sua memoria e anche dove il carbone è diventato cultura resta il profumo dell’industria pesante

Perla, unguento, o scarto

Un biglietto d’augurio che profuma di estate Basta poco: un cartone delle uova destinato al riciclo e un mazzetto di lavanda raccolta in giardino ed essiccata per catturare la romantica essenza della stagione calda

Filosofia del sudore ◆ Dall’antico gloios alle metafore letterarie, un viaggio nella storia di una sostanza che oscilla tra disgusto e prestigio

Come mai l’espressione «fronte imperlata di sudore» è considerata di cattivo gusto o, detto altrimenti, kitsch? L’immagine ricorre spesso in contesti di scrittura popolare, e con il tempo è diventata talmente inflazionata che, ancora oggi, uno scrittore anche solo un po’ avveduto sa che usarla potrebbe costargli molto caro. Ma allora perché l’espressione è stata impiegata per tutto questo tempo, e come mai molti scrittori improvvisati, ancora oggi, non solo ne sono affascinati ma, usandola, credono di fare buona cosa? E poi perché scomodare delle prosaiche gocce di sudore elevandole allo statuto di perle preziose quando, al supermercato, file di deodoranti ci consigliano di prevenire qualsiasi alone che possa, anche lontanamente, evocare la vischiosa presenza del sudore? Si potrebbe forse obiettare che, sotto sotto, l’immagine della fronte imperlata di sudore presenti dei pregi formali e stilistici: ma quali?

Nell’antica Grecia il sudore degli atleti veniva raccolto, venduto e impiegato perfino come rimedio medico

Domande che ci rimandano alla definizione del termine kitsch ma che, al tempo stesso, ne sottendono un’altra: il sudore è sempre considerato materia di scarto, manifestazione indesiderata della nostra fisiologia, oppure racchiude un senso e un valore che lo riabilita al di là della disapprovazione sociale di cui è oggetto? L’allusione letteraria da cui siamo partiti ci porterà a parlare del modo in cui il sudore, nello sport e nell’esercizio fisico, è considerato non come fonte di vergogna ma come una risorsa. Tanto che, a volte, può diventare incredibilmente prezioso. Anche se, forse, le perle non c’entrano.

Non ho idea se gli autori classici descrivessero gli atleti come valorosi uomini con la fronte imperlata di sudore, ma quel che è certo è che –come risulta da diversi scrittori della Grecia classica e dell’antica Roma, come Dioscoride, Plinio il Vecchio e Galeno – nell’antichità classica il sudore degli atleti era considerato merce pregiata. Lo racconta lo scrittore e fotografo Bill Hayes nel saggio Sudore. Una storia dell’esercizio fisico (Il Saggiatore, 2025), un’interessante indagine su come le epoche storiche abbiano trasformato senza punto intaccare la centralità di cui le pratiche e la cultura del corpo hanno goduto durante i secoli.

Racconta Hayes che, nell’antichità classica, «dopo una gara o un semplice allenamento, gli atleti raschiavano via dal proprio corpo l’olio insieme

al sudore accumulato, e lo infilavano in piccole ampolle con un utensile di metallo ideato apposta per questo scopo, con la forma di un gambo di sedano, lo strigile. La mistura, che aveva probabilmente un odore cattivo, veniva chiamata gloios, ed era considerata talmente preziosa che c’era addirittura chi la raccoglieva dalle pareti delle saune su cui erano appoggiati gli atleti, lasciando con il corpo delle tracce di sudore».

Il commercio del sudore, continua Hayes, rappresentava una discreta fonte di reddito per le palestre che lo praticavano, anche perché si pensava che contenesse l’essenza dell’aretè, quell’eccellenza di cui gli atleti, ancora prima dei filosofi, erano i massimi interpreti. Il sudore non veniva però spalmato come unguento miracoloso per migliorare le prestazioni atletiche;

e questo un po’ ci spiazza, perché non asseconda il pensiero analogico che ci è molto familiare.

Quante mamme hanno incoraggiato i propri bambini a mangiare gli spinaci per diventare forti come Braccio di Ferro? E quante volte, anche da adulti, abbiamo acquistato un prodotto specifico perché convinti che avremmo assimilato almeno un po’ della fama, forza, intelligenza o bellezza del noto personaggio che se ne faceva testimonial pubblicitario? Condizionati dal luogo comune che il pensiero analogico sia appannaggio di civiltà arretrate, oppure gloriose ma irrimediabilmente passate, quando in realtà esso è più che mai presente anche nella civiltà ipertecnologica che ci caratterizza, non possiamo che essere stupiti quando scopriamo che la funzione primaria del gloios

Un atleta dell’antica Grecia nel cortile di una palestra (paláistra), dopo l’allenamento: il corpo, unto d’olio e coperto di sudore, veniva ripulito con uno strigile. (IA)

indicare, in ambito artistico, la merce scadente considerata come spazzatura. Nel Ventesimo secolo, il critico d’arte Clement Greenberg formalizza il termine e lo trasforma nel simbolo dell’arte di massa contrapposta all’avanguardia. Dopo di lui, Umberto Eco definisce il kitsch come la «prefabbricazione e imposizione dell’effetto», peculiarità di quelle opere che stimolano, presso il pubblico, una risposta emotiva forzata e preconfezionata. Il kitsch è, nel migliore dei casi, una scorciatoia e, nel peggiore, una trappola per artisti, spettatori, e lettori che peccano di ingenuità. Il motivo di tanta ingenuità risiede nel tentativo smaccatamente artificioso di trasformare una reazione biologica in un ornamento prezioso. Come se la corporeità, per essere narrata, avesse bisogno di una finzione estetica che la nobiliti ripulendola del suo radicamento terreno. Intendiamoci: la finzione estetica a volte è azzeccata, magari anche necessaria, specie quando esprime quella capacità di trasfigurare che, al di là del facile mito dell’oggettività, rimane una prerogativa della nostra percezione. Ma forse il sudore non ha bisogno di preziosismi, forzature, e perle per rivendicare il proprio valore, perché già racchiude in sé una profonda polisemia: è una mappa biologica dello sforzo, un indicatore di salute e, specie nello sport e nell’esercizio fisico, è garanzia del sacrificio e del superamento dei propri limiti. Svincolato dal cliché letterario, il sudore diventa un linguaggio a sé stante, capace di raccontare, nella sua versatilità, la verità della nostra corporeità.

non era di potenziare la performance altrui. Quell’unguento era destinato a usi e pratiche prevalentemente mediche – alcuni direbbero sciamaniche –e serviva «per curare i disturbi più fastidiosi alle parti intime: emorroidi e condilomi».

Ora che abbiamo rivelato un insospettabile utilizzo medico, ridando dignità e valore a quella secrezione viscosa a cui diamo il nome di sudore, possiamo tornare da dove siamo partiti. Perché, dunque, l’immagine della fronte imperlata di sudore rinvia a un armamentario di immagini kitsch da cui è bene stare alla larga? Per rispondere a questa domanda, conviene ricorrere per un attimo all’etimologia e alla linguistica. Mutuato dal verbo tedesco kitschen (raccogliere spazzatura), verso il 1860 il termine kitsch viene introdotto a Monaco di Baviera per

Che piaccia o meno, sudare è un’attività termoregolatrice vitale. Quando, nell’opera teatrale Un tram che si chiama desiderio di Tenesse Williams, Mitch dice a Blanche «mi vergogno, sudo un sacco. Ho la camicia appiccicata addosso», lei gli ricorda, semplicemente, che «sudare fa bene. Se non si sudasse, si morirebbe in cinque minuti». Uno scambio che dice fin troppo bene il destino ambivalente di cui il sudore, oggi come ieri, si fa veicolo. E se poi qualcuno si ostinasse a impiegare l’immagine della fronte imperlata di sudore – che, va detto, ha avuto il suo momento di gloria nella tradizione poetica cinquecentesca e barocca – forse gli si potrebbe suggerire che le parole, come ogni cosa, se vengono utilizzate troppo, o troppo a lungo, a volte si consumano. Anche il gloios, probabilmente, aveva una data di scadenza, oltre la quale perdeva le sue, vere o presunte, proprietà curative.

Per saperde di più Bill Hayes, Sudore. Una storia dell’esercizio fisico, Il Saggiatore, 2025

Sebastiano Caroni
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IRRESISTIBLY OREO

ICE CREAM

Il paradiso nato da un inferno di acciaio

Itinerario ◆ Grazie ad altoforni, gasometri e miniere riconvertite, la Ruhr ha dimostrato come il patrimonio industriale possa diventare un laboratorio di cultura

C’era una volta, in Germania, una regione nera e fuligginosa il cui nome, solo a pronunciarlo, evocava giganti di ferro, ciminiere fumanti, tunnel scavati a picconate nella roccia e immense colate di ghisa incandescente – neanche fossimo all’inferno. È la Ruhr, il cui bacino carbonifero, dalla seconda metà dell’Ottocento, ha alimentato cokerie, stabilimenti siderurgici e acciaierie, trainando per quasi un secolo la rivoluzione industriale del Paese. Poi la crisi del comparto, le fabbriche che chiudevano una dopo l’altra, operai senza più impiego e l’oblio calato come polvere sulle torri spente. Parola d’ordine: riciclare, riconvertire, reinventare, riprogrammare. La capacità dei tedeschi di ripensare l’ambiente, ribaltandone la prospettiva, ha offerto una seconda possibilità a tutti quei relitti della storia che, travolti dalla creatività, sono infine rinati a nuova vita, diventando messaggeri di cultura, storia, benessere, sperimentazione e divertimento. In una parola: bellezza, di quelle che non si arrendono mai. Lo ribadisce anche la scritta in rilievo che avvolge un grande serbatoio dismesso nel West Park di Bochum, dove prima fumava l’acciaieria Mayer: «Abbiamo il potere di cambiare il mondo, mettendo la curiosità al primo posto, per creare qualcosa di nuovo e migliore per tutta l’umanità».

Al Ruhr Museum basta premere un pulsante per respirare asfalto, zolfo e lubrificanti, odori quali patrimonio industriale

Solo un dettaglio è sfuggito a questo nuovo ordine delle cose, immutato e impossibile da sfrattare: l’odore, quell’indescrivibile cocktail di ferro, caligine e officina meccanica rimasto ovunque sospeso nell’aria come un mantra, così ancorato alle superfici che si finisce per immaginarlo anche quando non c’è.

Come a Essen, nel Ruhr Museum, all’interno delle miniere di carbone di Zollverein, patrimonio dell’umanità UNESCO, dove questo «aroma» è stato addirittura tradotto in un’esperienza sensoriale: basta premere un bottone, infilare il naso in un foro e godersi a pieni polmoni le esalazioni di asfalto, solventi, zolfo, lubrificanti o di benzene. L’immaginazione fa il resto.

Al Landschaftspark Duisburg-Nord, ex acciaieria che si estende per 180 ettari, il profumo della Ruhr è così intenso che lo si potrebbe quasi affettare. Eppure i visitatori sembrano non curarsene, soprattutto quei bambini laggiù, che si rincorrono tra i tubi arrugginiti, aggrappandosi a leve improbabili per poi sparire alla vista dei genitori dentro misteriose aperture che conducono nel chissà dove. C’è chi si immerge, con pinne e boccaglio, nel gasometro pieno d’acqua e chi scala, imbracato alla Reinhold Messner, le verticali pendici dell’altoforno; chi sfida l’equilibrio su passaggi sospesi e chi si muove in cordata tra una ciminiera e una torre di raffreddamento. Il groviglio metallico del parco è un invito spudorato agli sport estremi. Al relax ci pensa invece il bar del cinema all’aperto, che di giorno serve drink e di sera film, entrambi in spiaggia – letteralmente – un ampio spazio precedentemente destinato allo stoccaggio e in seguito ricoperto da una distesa di sabbia con file di ombrelloni

sempre aperti e sdraio colorate. E se la cremeria mobile «I am love» propone gelati al gusto carbone (fortunatamente vegetale) all’ombra di una vecchia sala macchine, nell’elegante ristorante Hauptschalthaus, allestito in un capannone con vetrata vista carri merci, si degustano piatti regionali delicatamente avvolti da un proletario odore di tubi, polvere metallica e tute da lavoro. Un film in bianco e nero. Nero. Il colore dominante. Nelle buie miniere di carbone di Bochum, un budello di roccia dove ogni deviazione è una rotta verso l’ignoto, si può

sperimentare il brivido della claustrofobia entrando in un simulatore di discesa: un montacarichi che, tra finti scossoni, false correnti d’aria e video di rocce e tunnel che scorrono verticali dal basso verso l’alto, consente di vivere una vera e propria colata a picco nelle viscere della terra. Per 1200 metri, a essere precisi.

Ce ne vogliono invece soltanto 35 per salire sulla vetta dell’elefante che troneggia al Maximilianpark di Hamm, icona avveniristica partorita dalla mente eclettica dell’artista Horst Rellecke, il quale ha utilizzato la strut-

tura portante dell’ex impianto per il lavaggio del carbone come corpo dell’animale, integrandola con un involucro di vetro e acciaio: la proboscide, che contiene l’ascensore; la coda, dove vi sono le scale; e la testa, un folto giardino tropicale in cui abbondano opere d’arte cinetiche, alcune interattive, altre che si muovono in autonomia – arrampicandosi, lavando vetri o passeggiando indisturbate.

Immobili ed evocative, al contrario, le quindici installazioni della Via Crucis del minatore, lungo il sentiero che porta alla cima della Halde Haniel, a Bottrop, un enorme cumulo di antichi scarti industriali, oggi una collina erbosa e boschiva dove praticare attività outdoor. Ogni stazione è un oggetto tipico del lavoro in miniera: martelli a estrazione e corpi a rullo, vagoni e nastri trasportatori, pulegge e puntelli metallici. Alla dodicesima, la croce della redenzione. Il bonus delle ultime tre: la fatica che non finisce mai.

Neanche quella di Hans, alla Dampfgebläsehaus, ancora a Bochum, costruzione in mattoni dove, nei decenni gloriosi, turbinavano le soffianti. Sta finendo di smontare il palco sul quale, la sera prima, si è tenuto un concerto hard rock. «Nulla in confronto alla Triennale della Ruhr – mi confessa –quando di dormire non se ne parla per

un mese intero». Il Festival non perdona: 30 giorni esatti di teatro, danza, musica, rave e mostre. Anche se il primato delle esposizioni artistiche lo detiene il gasometro di Oberhausen, il più grande d’Europa: 592 gradini per conquistare la sommità e un serbatoio di 347mila metri cubi non più di gas ma di estro, inclusa una personale di Christo, che espose anni fa. Altre volte sono gli stessi resti di impianti siderurgici a divenire oggetti d’arte in musei all’aperto, come i convertitori d’acciaio Bessemer all’LWL-Industrial Museum Henrichshütte di Hattingen, solitari in mezzo al nulla, come piombati da Marte. Un harleyista, intanto – di quelli che proprio qui si radunano – si è appena messo in posa con il suo gigante a due ruote davanti a questo sfondo rugginoso, per un paio di ruvidi scatti da copertina. Leggo su un cartello accanto: «Ogni mattina all’alba mi svegliavo per venire qui a lavorare, senza sapere se sarei tornato a casa la sera. Dentro di me ero convinto che, prima o poi, sarei finito dentro quella lava infuocata». Il motociclista, nel frattempo, se n’è già andato.

Informazioni

Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica

Alcune immagini del complesso industriale delle miniere di carbone dello Zollverein a Essen, Germania, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Cartoline al profumo di lavanda

Crea con noi ◆ Un tocco di poesia e materiali semplici per un ricordo estivo da inviare ai propri cari

Ci sono materiali semplici che, con un pizzico di creatività, possono trasformarsi in piccoli oggetti pieni di poesia. Questi biglietti d’auguri nascono da un cartoncino color kraft, qualche ritaglio di stoffa dai toni naturali, un cartone delle uova destinato al riciclo e un mazzetto di lavanda raccolta in giardino ed essiccata. Ogni cartolina diventa un piccolo quadretto tridimensionale, delicato e profumato, perfetto da regalare o per accompagnare un pensiero speciale. Naturalmente la lavanda può essere sostituita con tanti altri piccoli fiori essiccati o con i fiori spontanei raccolti durante le passeggiate estive nei prati, creando ogni volta una composizione diversa e personale.

Procedimento

Iniziate preparando la base del biglietto. Con la forbice a zigzag ricavate dei rettangoli di stoffa leggermente più piccoli del cartoncino, scegliendo tessuti dalle tonalità naturali. Potete alternare lino, juta, cotone grezzo o piccoli pizzi per ottenere effetti sempre diversi. Cucite ogni rettangolo di stoffa direttamente sul cartoncino con una semplice cucitura lungo il bordo. Per facilitare questa operazione potete fissare con una punta di colla o di biadesivo la stoffa al cartoncino. Dal cartone delle uova ricavate differenti forme di vasetti in modo da sfruttare il più possibile il materiale.

Giochi e passatempi

Cruciverba

Scopri il proverbio nascosto nel cruciverba risolvendolo e leggendo le lettere evidenziate.

(Frase: 3, 5, 3, 5, 3, 6, 3, 5)

ORIZZONTALI

1. Terreni in discesa

5. Cani poliziotto

9. Vigore, forza

10. Angusto passo montano

11. Ordine perentorio

12. Scherzi birboni

13. Infatti in latino

15. Le iniziali di Pellico

16. Ora canonica corrispondente alle quindici

17. L a maggiore isola del Dodecaneso

18. Capitale della Lettonia

19. Albero tropicale

20. Un anagramma di Caino

22. Pareri contrari

23. Fa schiudere le uova

24. Amato... da vecchi lupi

25. Il dittongo di Diana

26. Vanno e vengono dalle celle

27. Un segno del tempo

28. Levante

29. Due nel bicchiere

30. Li evita l’avveduto

31. Nome femminile

32. Un gioco di... mano

VERTICALI

1. Un tipo di danza

2. Aiuto a Londra

3. Precede il numero dell’appartamento

4. Ci... seguono in cucina

5. La signora di Trilussa

6. Giudice degli ebrei succeduto a Sansone

7. Il pianista e compositore Allevi (Iniz.)

8. Pietra ornamentale

10. Nome femminile

12. Portata sopra la tunica dagli antichi romani

Vasetti a cono

Utilizzate la parte alta centrale del cartone delle uova, quella che forma i coni divisori. Tagliate ogni cono a metà nel senso della lunghezza, da ciascun cono otterrete due piccoli vasetti dalla forma allungata. Rifinite la parte alta.

Vasetti bombati

Dalle parti laterali bombate del cartone ricavate invece dei vasetti più arrotondati, modellandoli con le forbici fino a ottenere la forma desiderata.

Per personalizzarli potete imprimere su alcuni un piccolo timbro. Io ho utilizzato uno stampino a forma di cuore.

Successivamente incollate lungo il bordo superiore una passamaneria di cotone color panna, che dona al vasetto un aspetto romantico e rifinito. Con la colla a caldo fissate il vasetto sulla stoffa cucita al cartoncino.

Formate dei piccoli mazzetti di lavanda essiccata e avvolgeteli con un filo. Basteranno 5-6 fiori per mazzetto. Inseriteli delicatamente all’interno del vasetto, controllate la lunghezza e, se necessario, tagliate l’eccedenza. Fissateli con una goccia di colla a caldo.

Materiale

• Cartoncini kraft formato cartolina

• Ritagli di stoffa nei colori naturali (lino, cotone, tela, pizzo, ecc.)

• Forbice a zig-zag, forbice normale

• Macchina da cucire

• Confezioni delle uova

• Passamaneria in cotone color panna

• Piccolo timbro o stampino a forma di cuore (facoltativo)

• Colla a caldo

• Lavanda essiccata oppure piccoli fiori secchi o spontanei

• Filo per legare i piccoli mazzetti di lavanda (I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

I biglietti sono pronti, la lavanda regalerà ai biglietti un piacevole profumo naturale che durerà a lungo. Buon divertimento! Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

13. Si schiacciano a tavola

14. Patologia muscolare

16. La compagna di Rugantino

17. Hanno una scadenza

18. Piante da siepe

19. Chi l’ha buona sta bene

21. Un tipo di salume

22. Incerta, imprecisa

24. Avvicendamento, cambio

25. Il fiume di Monaco

A

concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto

Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una

Viaggiatori d’Occidente

I viaggiatori di silicio e la fine di un’epoca

Il weblog – presto abbreviato in blog – nasce nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso. È un incrocio tra diario personale e guida pratica: il blogger condivide in rete i suoi viaggi e al tempo stesso consiglia itinerari, trasporti, hotel, ristoranti, attrezzatura, assicurazioni, visti. A differenza delle tradizionali guide turistiche cartacee, il blog è in costante aggiornamento e soprattutto è informale, diretto, soggettivo; funziona perché racconta un’esperienza, fornisce informazioni utili e costruisce una relazione di fiducia con il lettore difficile da ottenere con il marketing tradizionale.

I blog si diffondono rapidamente nel primo decennio del nostro secolo; ogni viaggiatore indipendente che si rispetti deve averne uno. È la stagione del Web 2.0: gli utenti interagiscono con l’autore, lasciano commenti e re-

censioni. Nei primi anni del decennio seguente, tra il 2010 e il 2015, i blog si affermano pienamente; raggiungono milioni di lettori proprio mentre la tecnologia – smartphone, compagnie low cost, ostelli prenotabili online, Airbnb, mappe digitali – rende più facile organizzare i propri spostamenti senza bisogno dell’agenzia. Con la crescita del pubblico alcuni blogger riescono a vivere del loro lavoro, attraverso la pubblicità e la collaborazione con gli uffici di promozione turistica, in uno sforzo faticoso e non sempre riuscito di trovare un equilibrio tra indipendenza e promozione. L’americano Matthew Kepnes è un ottimo esempio di questo percorso. Nel 2006, dopo aver lasciato il lavoro, Nomadic Matt (è il suo nome d’arte) comincia a viaggiare a tempo pieno e dal 2008 condivide le sue avventure sul blog. Alternando consigli pratici e

Cammino per Milano

La trilogia-fontana di Wildt

Da via Palestro m’infilo noncurante nel giardino Belgiojoso dove, in teoria, secondo una regola bislacca, un maggiore di dodici anni non potrebbe entrare se non accompagnato da un bambino minore di dodici. Ma già all’inizio della scorsa estate vi avevo portato qui, passeggiando da solo senza problemi in uno dei primi giardini all’inglese italiani dove vi avevo promesso sarei tornato a raccontarvi come si deve il capolavoro esasperato, visto solo di sfuggita, di Adolfo Wildt (1868-1931). Maestro tormentato del marmo di cui, con la coda dell’occhio, avevamo visto una scultura al cimitero monumentale, incontrato il Parsifal o Puro folle nella veranda di Villa Necchi Campiglio, conosciuto a fondo, per strada, l’orecchio-citofono scultoreo wildtesco di Andreani: scambiato persino da critici come Gillo Dorfles per opera sua visto che è molto simile a un suo orecchio mar-

moreo. Ascolto una nonna, nei pressi del laghetto, dire al nipote: «le tartarughe non parlano ma pensano più dei presidenti». Non c’è nessun altro, in giro, a quest’ora di un pomeriggio torrido in pieno luglio e mi fiondo verso I beventi. Così era chiamata la prima versione, distrutta dallo scultore milanese dal nome svizzero selvaggio frenato da una t di troppo, di questa trilogia-fontana imprigionata dentro un padiglione vetrato, seminascosto tra i pitosfori. In marmo di Candoglia, lo stesso del Duomo e dell’incompresa fontana-monumento di Aldo Rossi, faticoso da scolpire cinque volte tanto quello di Carrara ma meraviglioso con le sue venature uniche rosa alba, bianco avorio, grigio-turchinicce, il saggio mi guarda atterrito e ferale con le mani alla bocca per abbeverarsi invano. Il Santo, il Giovane, e la Saggezza (1912), scolpiti ossessivamente per dieci anni, giorno

Sport in Azione

Ineluttabilità e consapevolezza

Sono due i concetti che mi ha lasciato la Coppa del Mondo 2026. Ineluttabilità e consapevolezza. Anzitutto, senza tornare su quanto già detto nella scorsa rubrica, la Coppa del Mondo 2026 ha generato ricavi per 13 miliardi di franchi. Ecco spiegata la prima parola-chiave. Ineluttabilità, ovvero tragica e fatale necessità. Come pretendere che la vorace macchina che gestisce questo fenomeno planetario rinunci a benefici così giganteschi? Basta osservare tutto ciò che accade oltre lo sport. Ovunque, il profitto indica le linee guida e detta legge. Il calcio non sarà mai una virtuosa eccezione. A meno che… Parliamo di consapevolezza. Con rammarico. Premesso che la coppa è stata alzata al cielo dalla squadra che si è dimostrata meglio in tutto: solida, duttile, cinica, spettacolare, resistente, rapida nel colpire, lenta nel cullare le avversarie. Il rammarico sta in come la Svizzera sia riuscita a far tremare i vi-

strategie per risparmiare a riflessioni sul viaggio come scelta di vita, Matt diventa presto un punto di riferimento per il turismo indipendente e a basso costo: studenti, backpacker e nomadi digitali. Non si presenta come un viaggiatore eroico, piuttosto come un compagno alla mano, sempre pronto a dare un buon consiglio. Da qualche tempo però – è lo stesso Nomadic Matt a raccontarlo – i blog sembrano in crisi. Per cominciare si sono moltiplicati a dismisura, replicando lo stesso modello: «10 attrazioni da non perdere a…», «Tre giorni a…». Pesa la concorrenza dei social: Instagram, TikTok e YouTube hanno spostato l’attenzione dal racconto scritto all’immagine, privilegiando rapidità, immediatezza, emozione. Ma la minaccia maggiore proviene dall’intelligenza artificiale.

Ancora Nomadic Matt, in un recente

post, ha scritto che dopo l’introduzione dell’AI il traffico sul suo sito è sceso del 50%. I nuovi sistemi generativi riassumono in pochi secondi quel che prima richiedeva lunghe letture; ma soprattutto, pur citando le fonti, non spingono mai a visitare il sito originale. E così i blogger, che pure producono i contenuti utilizzati, vengono saccheggiati senza compenso e scompaiono dietro le piattaforme digitali, perdendo visite, pubblicità, affiliazioni, autorevolezza. In questo modo il loro modello economico vacilla e molti blog vengono abbandonati, ma inevitabilmente peggiora anche la qualità delle informazioni proposte dall’intelligenza artificiale attingendo appunto ai blog: ristoranti chiusi, alloggi scadenti, orari e prezzi sbagliati. Cosa accadrà ora? Ovviamente siamo dinanzi a una questione più ampia, che riguarda la proprietà intellettua-

le di ciò che pubblichiamo in rete e il suo utilizzo da parte dell’intelligenza artificiale. In attesa di una soluzione, che non sarà rapida, alcuni blogger sono diventati organizzatori di viaggi d’autore su misura, con l’assistenza tecnica di un Tour Operator. Inoltre molti di loro, per ritrovare visibilità, sembrano inclini a lasciare all’intelligenza artificiale le informazioni pratiche per concentrarsi sempre più su giudizio, gusto, racconto, stile, presenza. E dunque un sito meno rivolto a intercettare traffico generico e più orientato a lettori forti, interessati a testi lunghi, mappe elaborate, riflessioni.

Ora che social, algoritmi e IA hanno incrinato il patto originario tra chi scrive e chi legge, ci si affida dunque alla creatività, uno degli ultimi territori – per ora – inaccessibile ai viaggiatori di silicio.

e notte, al lume di candela, a partire da duecentonovanta quintali di marmo di Candoglia, il cui lato miologico e osteologico della loro nudità è portato all’estremo al punto che non sono mai rimasto così di stucco davanti a nessun’altra scultura, sono senz’acqua. Con questo caldo, il santo che ha qualcosa dei campi di concentramento, va detto, con le mani a coppa a raccogliere l’acqua per abbeverarsi, sopra il giovane dagli occhi cavi che si contorce teatrale a terra per bere diretto con la bocca, per tacere del saggio disperato, vengono drammatizzati ancora di più di quello che non sono già. Prevista per il parco del castello di Döhlau, oggi Dylewo, in Polonia, ai tempi Prussia Orientale, dentro un padiglione apposito con vetrate colorate e pareti rivestite di velluto – desiderio di Franz Rose (1854-1912, il Fedecommesso-mecenate di Wildt –per anni è stata relegata nei sotterra-

nei dell’Arena civica. Donata dal figlio di Rose al comune di Milano, per un periodo era esposta dentro la Galleria d’Arte Moderna, ex Villa Reale, qui alle nostre spalle. Però l’effetto sui visitatori era incontrollabile: alcuni estasiati s’inginocchiavano davanti, ma molte erano le ingiurie, persino pugni. Tra polemiche ed esaltazioni, la misero allora qui, al riparo dagli sguardi. Una follia, quest’opera al limite, attrazione e repulsione si mescolano mentre ci giro attorno e sfioro con gli occhi la superfice levigata del Candoglia «con i suoi toni di carne e di fiore» come rivela Wildt in L’arte del marmo (1921). Trattatello rivelatorio, scritto grazie al suo amico scrittore e pittore Ugo Bernasconi che ha voluto rimanere anonimo, per i giovani scultori – del resto Wildt è stato professore a Brera e tra i suoi allievi c’era anche Lucio Fontana – dove si ricorda che «la scultura è vita, è gioia, è dolore». E dove si scopre che questi tre corpi spiritualizzati, nei quali sembrano ibridarsi ellenismo, manierismo, barocco, tardogotico, sono stati lucidati con sabbia di mare e acido ossalico. Per una tinta più dolce poi, un’infusione di foglie di tabacco, bucce di cipolla, un pizzicco di zucchero, veniva spennellata sopra. Come un alchimista o scalpellino dell’anno Mille, Wildt conosce tutti i segreti della sua arte feroce e inattuale. Eccessivo fino al fastidio, per anni nessuno si era più occupato di lui fino alla sua riscoperta negli anni sessanta e la fama odierna. Di lato, dal vetro che riflette le foglioline, in questa fontana andata a monte, trovo una prospettiva-scandalo: la bocca assetata del giovane cadaverico è sotto lo scroto scolpito maniacalmente. In attesa di una wanderlust Wildt, tardoautunnale magari, intanto corro in via Pergolesi per un gelato al tamarillo.

cecampioni del mondo, in una sfida il cui esito è stato deciso da una serie di fattori assai discutibili.

Tuttavia, recriminare non ha senso. Contribuisce a diffondere acredine e amarezza. Non lascia spazio alla contemplazione della bellezza che la nostra Nazionale ci ha regalato. Non credo al complotto, per lo meno, non sul campo. Ci sono troppe variabili che sfuggono alla logica del calcio stesso. Per giunta, sotto gli occhi di milioni di spettatori. Credo per contro nell’incoerenza della linea arbitrale. Ma stiamo parlando di esseri umani e delle loro diverse sensibilità. Dobbiamo riconoscere che la Svizzera è uscita di scena grazie a una leggerezza di Breel Embolo, per altro martoriato e provocato sull’arco di tutto il mondiale. E alla scarsa lungimiranza di Murat Yakin, che lo ha tenuto in campo già gravato di un cartellino giallo. Mi rimane però la consapevolezza che, senza l’espulsione del nostro

centravanti, avremmo addomesticato la Albiceleste. Per una ventina di minuti, gli argentini non hanno più capito nulla. Mentre i rossocrociati sono stati assoluti padroni della scena. Per questa ragione, il futuro della nostra Nazionale deve partire dalla consapevolezza. Quella di essere in grado di giocarsela con tutte le Grandi. Quella che aiuta a metabolizzare il rimpianto in tempi brevi. Quella che fa pensare, in ogni istante in cui si veste la maglia, di appartenere a un gruppo coeso e solidale. Sono convinto che il livello raggiunto dalla Nati non sia casuale. Per intenderci, non è l’America’s Cup conquistata con i miliardi di Ernesto Bertatelli. Il percorso del nostro calcio parte da molto lontano. Da quel periodo, sul finire dello scorso millennio, in cui l’Associazione Svizzera di Football, decise di ribaltare un criterio solo apparentemente logico. Quello che vuole i migliori allenatori al servizio dei

grandi club. Alcuni furono infatti dirottati nelle Selezioni giovanili. Köbi Kuhn, prima di approdare alla Nazionale maggiore, mise le sue competenze al servizio della nostra Under 21. Così come Bernard Challandes e Yves Débonnaire, autorevoli formatori. Mi riferisco anche al nostro Pierluigi Tami, artefice del miglior Europeo della storia della nostra Nati Under 21. Il successo nel Mondiale Under 17 del 2009 non fu un caso. Fu figlio della saggia politica di scouting e di formazione messa in atto dai nostri dirigenti. Granit Xhaka e Ricardo Rodriguez facevano parte di quella nidiata. Oggi è già domani. La Svizzera deve ricominciare a tessere il suo futuro, a partire dalle qualificazioni agli Europei del 2028. Ci vorranno degli assestamenti e un po’ di pazienza. Sostituire un direttore d’orchestra come Xhaka non sarà facile. Ardon Jashari è l’erede designato. Con la palla al piede ha persino più estro di Granit. Dovrà

tuttavia crescere, e non poco, nella capacità di gestire il gruppo. Negli altri ruoli, possiamo solo credere che giovani come Amenda, Jaquez, Athekame, Sanchez e Rieder riescano a non far rimpiangere il senatore Freuler e gli ultratrentenni Widmer, Akanji ed Elvedi. Sulle fasce, con Ndoie, Vargas e Manzambi siamo capaci di far male a chiunque. Gli eredi, almeno nell’immediato futuro, non li troveremo in Ticino. Ma è giusto ricordare che, a festeggiare lo storico traguardo della Nati alla Coppa del Mondo 2026, c’erano anche Pier Tami, che lascia il suo ruolo di direttore dopo sette anni di soddisfazioni, e Patrick Foletti, da quindici anni preparatore dei nostri portieri. Se Gregor Kobel ha saputo reggere il confronto con l’icona Yann Sommer ed è diventato una delle certezze del futuro della Nati, c’è anche il suo zampino. Grazie, ragazzi, alla prossima. In semifinale? Oltre?

di Oliver Scharpf
di Giancarlo Dionisio

6.75 invece di 11.25 Ciliegie Extra Germania/ Paesi Bassi/Belgio, vaschetta da 750 g, (100 g = 0.90) 40%

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Ticino

Baciati dal SOLE

Uva Vittoria Italia, al kg 25%

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1.–DI RIDUZIONE

5.80 invece di 6.80

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20x CUMULUS NOVITÀ

2.25 Alpro Plant Protein frutti rossi o mango e banana, 200 g

15%

Panna per caffè Valflora 500 ml, 1.66 invece di 1.95, (100 ml = 0.33) a partire da 3 pezzi

Pane e prodotti da forno

Dal cremoso al croccante

2.85 invece di 3.60

500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.57) 20%

Treccia al burro IP-SUISSE

5.95 invece di 7.80

Millefoglie in conf. speciale, 6 pezzi, 471 g, (100 g = 1.26) 23%

Cake Generoso

380 g e 140 g, per es. 380 g, 4.16 invece di 5.20, prodotto confezionato, (100 g = 1.09)

Le lucciole acidule sono

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7.–

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Petit Beurre M-Classic Chocolat au Lait o Chocolat Noir, 4 x 150 g, (100 g = 1.17)

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i biscotti Créa d'Or per es. pizzelle, 100 g, 2.17 invece di 3.10

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3.50

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a partire da 2 pezzi 30%

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Tutti i cornetti Fun prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. vaniglia, 8 x 145 ml, 8.21 invece di 10.95, (100 ml = 0.71)

In tutta freschezza verso la felicità

Tutti i gelati da passeggio alla panna con la foca e affini prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. Vaniglia, 12 x 57 ml, 5.11 invece di 7.30, (100 ml = 0.75)

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Intero assortimento Oreo refrigerato e non refrigerato, per es. Original, 154 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 1.53)

a partire da 2 pezzi 30% 10.80 invece di 14.40

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conf. da 5 47%

4.50

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18.–

invece di 24.–

Migros Lamate Original, Zero o Mango, 24 x 330 ml, (100 ml = 0.23)

conf. da 6 30%

Tutte le bevande da aperitivo Apéritiv disponibili in diverse varietà, per es. Tonic Water, 6 x 500 ml, 5.25 invece di 7.50, (100 ml = 0.18)

Cervelas M-Classic Svizzera, 5 x 2 pezzi, 5 x 200 g, (100 g = 0.45)

Consiglio: servire con burro fuso e sale

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i formaggi da grigliare o rosolare in self-service per es. halloumi Taverna, 250 g, 3.96 invece di 4.95, (100 g = 1.58)

7.50

Mais dolce pastorizzato Migros Bio 1 kg, (100 g = 0.75) 20%

invece di 9.40

20%

Maionese, Thomynaise, senape dolce o concentrato di pomodoro, Thomy per es. maionese à la française, 2 x 265 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 0.89)

5.25

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Spumante bianco o rosato, Non senz'alcol, 750 ml, (100 ml = 0.70) 30%

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Original, Zero o Rouge, 6 x 1,5 l, 6 x 500 ml e 6 x 250 ml, per es. The Original, 6 x 1,5 litri, 8.28 invece di 13.80, (100 ml = 0.09)

Con vitamine e magnesio

12.60 invece di 16.80

Focus Water disponibile in diverse varietà, 8 x 500 ml, (100 ml = 0.32), Focus Water

Acqua minerale Valais (escluse le bottiglie di vetro), 6 x 1,5 litri, 6 x 1 litro, 6 x 750 ml und 6 x 500 ml, per es. senza anidride carbonica, 6 x 1,5 litri, 4.48 invece di 6.40, (100 ml = 0,05) conf. da 6 30%

Composte e succhi freschi a partire da 750 ml, Andros, refrigerati disponibili in diverse varietà, per es. succo d'arancia, 1 litro, 4.64 invece di 5.80, (100 ml = 0.46)

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Tutto l'assortimento Mister Rice per es. Wild Rice Mix, 1 kg, 2.63 invece di 3.75, (100 g = 0.26)

Tutti i tipi di olio e aceto, Migros Bio per es. olio extra vergine di oliva greco, 500 ml, 9.12 invece di 11.40, (100 ml = 1.82) 20%

di pomodoro Longobardi 4 x 700 g, (100 g = 0.25)

di 10.–

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Ravioli M-Classic alla napoletana, alla bolognese e alle verdure, per es. alla napoletana con ripieno di carne, 4 x 430 g, 6.95 invece di 10.40, (100 g = 0.40)

2.50 invece di 3.75

Pasta Agnesi tortiglioni, spaghetti o pennette, 750 g, (100 g = 0.33) 33%

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Tutte le miscele per dolci e i dessert in polvere, Homemade (Cup Lovers esclusi), per es. miscela per brownies, 490 g, 5.20 invece di 6.50, (100 g = 1.06)

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Tutti i cereali e i semi per la colazione Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. fiocchi d'avena svizzeri, fini, 400 g, 1.44 invece di 1.80, (100 g = 0.36)

Tutta la frutta secca e a guscio, Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. fichi secchi, 400 g, 7.45 invece di 7.95, (100 g = 1.86) a partire da 2 pezzi –.50 DI RIDUZIONE

Tutti i tipi di pasta, i sughi per pasta e le conserve di pomodoro, Migros Bio per es. passata, 360 g, 1.44 invece di 1.80, (100 g = 0.40)

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