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Azione 30 del 22 luglio 2026

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Seguici su Bike to work, i collaboratori Migros sono da primato

MONDO MIGROS Pagina 2

Il trauma non è un destino, come spiega la psicoterapeuta Sandra Sassaroli nel suo ultimo libro

SOCIETÀ Pagina 3

ATTUALITÀ Pagina 13

A Hong Kong le autorità se la prendono con i librai, perché le parole fanno ancora paura

Il Tessiragnatele torna in versione noir con Nicolas Cage nei panni di un investigatore su Prime Video

CULTURA Pagina 17

Quando ogni goccia conta

Andrea Bellati ripercorre la carriera che lo ha portato a sfiorare in bici i 100 km/h incollato a una moto

TEMPO LIBERO Pagina 27

La canicola e le disuguaglianze

La canicola ci sfianca, darla per scontata ci uccide. Come ogni anno, da quando l’allarme sul surriscaldamento globale è stato lanciato, la temperatura estiva continua a superare picchi e a stabilire record (ne parla anche l’articolo di Pietro Bernaschina a pag. 11).

I quasi 39 gradi toccati a Basilea ne sono una prova, così come gli oltre 1300 morti in eccesso registrati dall’OMS in Europa in una sola settimana a partire dal 21 giugno. Così, il caldo si misura nei pronto soccorso affollati, nelle ore di lavoro perse, nei consumi energetici che aumentano, nelle città che diventano «bouilloir thermique», vere e proprie caldaie urbane. E tuttavia fermarsi ai numeri non ci aiuta a sopravvivere. In una lettera aperta ai principali media del Regno Unito, nove climatologi britannici accusano il mondo dell’informazione di non raccontare fino in fondo ciò che sta accadendo. Durante l’ondata di caldo di maggio, tre

notizie su cinque non menzionavano il legame con il cambiamento climatico. Lo sanno già tutti, direte. Sì, ma è un silenzio grave. Fa il gioco dei complottisti in stile Trump, che negano il fenomeno e così facendo lo aggravano. La rimozione non è solo britannica. Secondo il Media and Climate Change Observatory, la copertura mediatica del cambiamento climatico nel 2025 è diminuita del 14% rispetto al 2024 e del 38% rispetto al 2021. Meno si parla del «pasticciaccio» climatico, più gli eventi estremi appaiono isolati, inevitabili, quasi naturali nel senso più passivo del termine. Guardate come i media illustrano i servizi sul caldo: persone spaparanzate al sole, turisti con il ventaglio o immersi nelle fontane d’arte, scene che mal rappresentano i «seri rischi per la salute». La scienza, invece, parla chiaro: sono le emissioni di gas serra, legate soprattutto ai combustibili fossili, a rendere le ondate di calore più

frequenti e intense. La canicola non è una fatalità perché è connessa pure a precise (e scellerate) scelte politiche. Ma anche questa spiegazione, da sola, resta incompleta. C’è infatti un terzo livello di cui si parla ancora meno. Il podcast francese Les Aventuriers de la pensée lo ricorda riprendendo il lavoro di Eric Klinenberg sulla canicola di Chicago del 1995 (739 morti in una settimana, a luglio). Quella ricerca – significativamente intitolata Heat Wave: a Social Autopsy of Disaster –mostra un dato decisivo: la canicola non colpisce tutti allo stesso modo. Esaminando gli esiti dei picchi di calore in due quartieri simili, North Lawndale e Little Village, entrambi svantaggiati, con alti tassi di povertà e una forte presenza di anziani, si scopre che nel primo, quartiere afroamericano, la mortalità è molto più elevata che nel secondo, quartiere latino. Klinenberg va sul posto, osserva, intervista, percorre le strade

e comprende che l’infrastruttura sociale di Little Village offre spazi in cui le persone possono incontrarsi e creare legami: marciapiedi curati, piccoli negozi, parchi, associazioni locali. Nulla di tutto ciò a North Lawndale, quartiere deindustrializzato e abbandonato, con negozi chiusi e strade percepite come insicure. Un ambiente in cui le persone anziane non trovano né verde né socialità, perciò si barricano soli in appartamenti che diventano forni. La vivibilità di un quartiere può salvare più vite di molti condizionatori. Se per due giorni nessuno vede in giro l’ottuagenario del piano terra, qualcuno andrà a bussare alla sua porta per chiedergli come sta. Un vecchio che muore solo durante la canicola non è un semplice incidente meteorologico: è il sintomo di una società che non si prende cura dei propri abitanti, degli spazi pubblici e dei legami di vicinato. Se lo vuole, l’umanità può essere più forte dei disastri che contribuisce a creare.

Pietro Bernaschina Pagina 11
Kerystone
Carlo Silini

«Vogliamo mantenere il volo accessibile a tutti»

L’intervista ◆ I viaggi aerei continuano a crescere, ma il settore deve affrontare grandi sfide. Incotriamo Jens Fehlinger, CEO di Swiss, a bordo del volo del mattino per Praga, sul nuovo fiore all’occhiello della compagnia: l’Airbus A350

Jens Fehlinger, siamo a 10mila metri di quota, sopra le nuvole. Oggi siede accanto a me e non nella cabina di pilotaggio. Le manca mai il volo?

La tentazione c’è ancora, e credo che non passerà mai del tutto. Ho iniziato come pilota e chi ha fatto parte di un equipaggio non perde mai completamente la passione per il volo. Oggi, però, la prospettiva è diversa: non sono più responsabile di un singolo aereo, ma dell’intera organizzazione che gli sta dietro e delle numerose decisioni che devono essere prese ogni giorno.

Quando ha capito che volare sarebbe stato più di un semplice hobby?

Già da bambino. Sono cresciuto vicino all’aeroporto di Francoforte e passavo il tempo a osservare gli aerei nel cielo. A un certo punto non mi bastava più guardarli: volevo capire come funzionavano, dalla tecnologia ai processi, fino all’interazione tra tutte le componenti. Per questo ho studiato ingegneria dei sistemi aeronautici. Ed è proprio ciò che mi affascina ancora oggi: il fatto che migliaia di piccoli ingranaggi debbano funzionare in perfetta armonia affinché un volo sia sicuro.

Se domani un pilota desse forfait, potrebbe sostituirlo?

Possiedo ancora la licenza e mi alleno regolarmente al simulatore. Al momento, tuttavia, altre responsabilità hanno la priorità e mi manca l’allenamento pratico necessario per volare. Mi piacerebbe però, un giorno, tornare ai comandi di un aereo Swiss, anche se non oso ancora fissare una data.

Passare dalla cabina di pilotaggio alla guida di una compagnia aerea non è un percorso professionale comune. Come è successo?

Oltre al volo, mi ha sempre interessato il sistema nel suo insieme. Ho assunto responsabilità in diversi progetti, accompagnato processi di riorganizzazione e, durante la pandemia, ho diretto la struttura di gestione delle crisi del Gruppo Lufthansa. Una carriera del genere non si pianifica a tavolino. Si è costruita nel tem-

po perché ho sempre accettato di assumermi nuove responsabilità.

Il mondo è diventato più incerto. Come si riflette questo sui piani di viaggio degli svizzeri?

Le persone prenotano con maggiore prudenza e spesso all’ultimo momento. L’Asia continua a registrare una domanda molto forte, in particolare l’India. Anche gli Stati Uniti stanno recuperando terreno dopo un periodo più moderato. In Europa, invece, Spagna, Portogallo e Grecia rimangono destinazioni molto amate.

Con il cambiamento climatico le estati diventano sempre più calde. Sempre più persone scelgono il Nord?

Destinazioni più fresche come la Svezia o la Norvegia stanno effettivamente guadagnando popolarità, ma non ancora ai livelli del Sud Europa. Monitoriamo costantemente le preferenze dei viaggiatori e adeguiamo la nostra offerta di conseguenza.

Qual è l’ultima destinazione entrata nella rete Swiss? Bengaluru. È la nostra terza desti-

nazione in India. Attualmente la domanda proviene soprattutto dal segmento business, ma il Paese sta crescendo anche come meta turistica. Stiamo inoltre valutando altre opportunità in Asia, anche se, per ovvi motivi concorrenziali, preferiamo mantenere il massimo riserbo sui piani futuri.

Quando una compagnia aerea decide di aprire una nuova rotta? Dietro ogni nuova destinazione ci sono spesso anni di lavoro. Innanzitutto bisogna capire se esiste una domanda sufficiente. Analizziamo ricerche online, prenotazioni e flussi di viaggio esistenti. Poi entrano in gioco molti altri elementi: diritti di traffico, slot aeroportuali, disponibilità di aeromobili, equipaggi e integrazione nel network complessivo. Una nuova rotta viene lanciata solo quando tutti questi fattori si combinano nel modo giusto.

Se prendiamo sul serio gli obiettivi climatici, il trasporto aereo può continuare a crescere?

La sfida è evidente: volare genera emissioni di CO₂. Sarebbe sbagliato minimizzarlo. Per questo dobbia-

Fehlinger

mo diventare più efficienti. Nuovi velivoli come l’A350 aiutano molto: consumano circa il 25 per cento di carburante in meno rispetto alle generazioni precedenti. Ma da soli non basteranno a risolvere il problema.

Che cosa serve allora?

Carburanti sostenibili, prodotti per esempio da biomassa o tramite idrogeno verde. La tecnologia esiste già, ma mancano i volumi necessari. Oggi questi carburanti possono costare fino a tre volte più del cherosene tradizionale. Per fare davvero la differenza devono diventare disponibili su larga scala e a prezzi competitivi. È una sfida che coinvolge non solo le compagnie aeree, ma l’intera filiera.

Oltre al clima, anche la geopolitica crea incertezza: guerre, spazi aerei chiusi, prezzi del petrolio in aumento. Quanto è diventato difficile gestire una compagnia aerea?

Molto più difficile rispetto a qualche anno fa. Dobbiamo reagire più spesso e modificare le rotte con rapidità. Sul fronte del carburante cerchiamo di creare stabilità acquistando a lungo termine e coprendo parte del ri-

schio legato ai prezzi. Naturalmente anche questa strategia comporta dei rischi: se il mercato scende drasticamente, ci si può ritrovare ad averlo acquistato troppo caro. Una cosa è certa: senza carburante nessun aereo decolla. Oggi siamo ben preparati e possiamo dire che le vacanze estive sono garantite, ma la situazione resta delicata.

I costi del carburante, delle tasse aeroportuali e della sostenibilità aumentano. Quanto diventerà più caro volare?

Vogliamo mantenere il volo accessibile e cerchiamo quindi di assorbire il più possibile questi aumenti. Va detto che il nostro sistema tariffario non è cambiato: lavoriamo soprattutto sulla gestione delle disponibilità e dei prezzi nel tempo. Tuttavia, a lungo termine, non sarà possibile compensare integralmente ogni incremento dei costi.

Nel frattempo investite miliardi in nuovi aerei e in offerte premium. Perché puntate così tanto sulla fascia alta?

Il nostro obiettivo non è il lusso nel senso tradizionale del termine. Puntiamo piuttosto sulla qualità, sull’affidabilità e su un’esperienza di viaggio convincente in tutte le classi. Le persone continuano a voler viaggiare, anche tra le generazioni più giovani, e osserviamo una domanda molto ampia, soprattutto nei segmenti superiori. In questo momento è proprio la Premium Economy a registrare la crescita più forte.

Stiamo perdendo quota e tra poco atterreremo a Praga. Che cosa spera di non perdere mai come CEO?

La capacità di mantenere una visione d’insieme. Come pilota si impara che ogni volo è il risultato di un lavoro di squadra. È uno spirito che vorrei conservare. E vorrei continuare a rimanere vicino alle persone che, ogni giorno, contribuiscono a rendere i nostri voli sicuri e affidabili. Forse è anche per questo che mi piace ancora attraversare la cabina o distribuire personalmente gli immancabili cioccolatini Swiss.

Bike to work , i collaboratori Migros sono da primato

Info Migros ◆ Il Gruppo Migros anche quest’anno è tra le aziende private svizzere con il maggior numero di partecipanti all’iniziativa

Bike to work è la più grande campagna di promozione della bicicletta della Svizzera e anche quest’anno Migros dimostra ciò che è possibile realizzare insieme: 1691 collaboratrici e collaboratori, 484 team e 560’268 chilometri percorsi in bicicletta – equivalenti a 14 giri del mondo senza emissioni dirette di CO2 I 484 team di Migros hanno percorso 560’268 chilometri in bicicletta, cifra che equivale a 14 giri del mondo

Un forte segnale a favore della salute, dello spirito di squadra e della mobilità sostenibile. Promossa da Pro Velo l’iniziativa

si svolge nei mesi di maggio e giugno, anno dopo anno. In tutta la Svizzera più di 100mila persone partecipano alla Challenge bike to work e contribuiscono così a una mobilità efficace e sostenibile.

Anche nel Gruppo Migros si è nuovamente pedalato con entusiasmo e molte persone hanno colto l’occasione per percorrere più spesso in bicicletta il tragitto verso il lavoro. Al centro dell’iniziativa non c’era tanto la prestazione individuale, quanto l’esperienza condivisa. I chilometri percorsi insieme, gli incontri spontanei su due ruote, le piccole sfide interne e la costanza con qualsiasi tempo hanno reso bike to work anche quest’anno un momento capace di unire le persone nella quotidiani-

tà lavorativa. Con 1691 partecipanti, il Gruppo Migros ha nuovamente conquistato il primato tra le aziende private svizzere con il maggior numero di partecipanti. Quest’anno poi la «Battle Royale Migros Challenge» ha garantito un’ulteriore dose di suspense. In questa sfida non contava il numero totale di chilometri percorsi dalle aziende Migros, bensì la media dei chilometri percorsi per persona partecipante. In questo modo tutte le aziende del gruppo hanno avuto le stesse opportunità, indipendentemente dalle loro dimensioni. La competizione è rimasta avvincente fino alla fine: Migros Online AG ha conquistato il primo posto, seguita da Micarna SA e Migros Logistics.

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SOCIETÀ

Una casa di vita, terapia e scuola Visita ad Archetto, la struttura psico-educativa residenziale della Fondazione Don Guanella dedicata ai ragazzi tra gli 11 e i 14 anni

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Ageismo, discriminare in base all’età È un fenomeno molto presente tra gli anziani e spesso è banalizzato o sottovalutato, come ci spiega lo psicologo Christian Maggiori

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Storie arcobaleno

Nel podcast Panico morale, Natascia Bandecchi racconta l’evoluzione del movimento LGBTQIA+ nella Svizzera italiana

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Non tutte le esperienze dolorose sono un trauma

Pubblicazioni ◆ La psichiatra e psicoterapeuta Sandra Sassaroli fa luce su un termine (e concetto) abusato, con un messaggio di speranza: ci si può affrancare dalla sofferenza

«Il buio ci abita. Non sempre sappiamo da dove viene, ma conosciamo bene ciò che porta con sé». Inizia così Il trauma non è un destino, il libro di Sandra Sassaroli, appena pubblicato da Vallardi. Un testo che fa chiarezza su un termine (e concetto) abusato nei Paesi occidentali, «trauma», e che offre strade di riflessione e di speranza: ci si può affrancare dalla sofferenza. Da quasi cinquant’anni Sassaroli osserva e studia il funzionamento della mente: è psichiatra, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e ha fondato le scuole di psicoterapia Studi cognitivi e il servizio inTHERAPY.

Sandra Sassaroli, che cos’è il trauma?

I traumi sono eventi, rotture, che cambiano la nostra esistenza. Il trauma può avere molti colori, non esiste un solo tipo di trauma. Esistono traumi acuti, se sono improvvisi, come ad esempio un terremoto che fa molte vittime. Ci sono traumi cronici, che si creano nell’infanzia, se si viene continuamente picchiati, umiliati oppure disprezzati da uno dei genitori o da entrambi. Il trauma, quando si abbatte sull’infanzia, può sconvolgere la crescita. Da bambini, spesso, ad acuire l’impatto dell’evento traumatico – come ad esempio un incidente nel quale si ferisce in modo grave qualcuno a cui si vuole bene – è la risposta degli adulti di riferimento. L’elusione, la presa di distanza, il non volerne o saperne parlare «per non peggiorare le cose», possono accrescere la sofferenza.

Quand’è nata l’idea di trauma?

Arriva da Sigmund Freud che per primo ha mostrato come eventi complessi e dolorosi possano incidere profondamente sullo sviluppo individuale. Freud non si occupò direttamente di bambini, ma scrisse molto sulla psicologia nell’infanzia. Il suo lavoro venne poi ripreso e ampliato da figure fondamentali per la ricerca, come Melanie Klein, con i suoi studi su gelosia e invidia e Anna Freud, con i lavori sulle infanzie deprivate, fino ad arrivare a Donald Winnicott, con le osservazioni sulle madri e i neonati e John Bowlby e Mary Ainsworth, con la teoria dell’attaccamento.

Lei scrive che viviamo in società che hanno esagerato il concetto di trauma. Può spiegare quest’attitudine?

C’è una certa tendenza a vedere ovunque traumi, ma non tutte le esperienze dolorose o difficili della vita lo sono. Definendo «trauma» tutte le esperienze negative, si rischia di perdere di vista ciò che rende davvero

traumatici alcuni eventi e di adottare strategie di cura poco efficaci. Pensiamo all’infanzia: si fanno sempre meno figli, che vengono cresciuti in ambienti iperprotetti nei quali si cerca di prevenire qualsiasi dolore o inciampo per paura di «traumatizzarli», ma facendo così si eccede. Il desiderio di evitare sofferenze può avere effetti controproducenti. Imparare a distinguere tra trauma e difficoltà è fondamentale per vivere meglio e non restare intrappolati in una realtà dove ci si sente delle vittime. Lo vedo anche nei miei giovani pazienti che si percepiscono fragili e passano il tempo a dire: «Ho sbagliato, non ce la faccio, deluderò i miei genitori».

Perché l’iperprotezione nell’infanzia rende le persone più fragili?

I bambini iperprotetti non imparano a gestire la frustrazione e le difficoltà perché non vengono mai esposti a piccoli fallimenti o disagi. Sono bambini che rischiano di non vivere davvero: non fanno esperienza se non di essere considerati «oggetti preziosi», da proteggere a ogni costo, come cristalli da tenere in una teca. Il con-

fronto con il mondo, quando arriva, li coglie impreparati, con poche competenze effettive. E un eccesso di attenzione può portare a sviluppare una sensazione di insoddisfazione e apatia, come se la vita fosse «troppo piena» ma priva di significato.

«Imparare a distinguere tra trauma e difficoltà è fondamentale per vivere meglio e non restare intrappolati in una realtà dove ci si sente vittima»

Nel suo libro si legge che va bene essere genitori «sufficientemente buoni» senza cercare di essere perfetti e onnipresenti. Io cito il termine «madre sufficientemente buona» (o, più in generale, «genitore sufficientemente buono») coniato da Donald Winnicott per intendere la capacità di garantire al bambino sicurezza, protezione, ma anche libertà e autonomia nell’esplorare il mondo. I genitori sufficientemente buoni sono persone reali, non sempre disponibili e serene, che pro-

vano emozioni non per forza lineari verso il proprio figlio. Cito anche la psicologa americana Judith Rich Harris che, attraverso i suoi studi sui gemelli e sui bambini adottati, dimostra che, a lungo termine, l’influenza dei genitori sulla personalità dei figli non porta necessariamente a esiti predeterminati. Questo non significa che i genitori non contino, ma ridimensiona l’idea che ogni cosa dipenda da loro. Pensare che non tutto sia nelle loro mani toglie un peso enorme dalle spalle dei genitori e, soprattutto, aiuta a immaginare che traumi ed eventi avversi possano essere attraversati, accettati e in parte riparati.

Nel suo libro lei propone degli esercizi per superare o contenere i «dolori esistenziali», ribadendo che nei casi dei «traumi» serve la psicoterapia. Il trauma ci fa sentire impotenti, schiacciati e annientati. Ci sovrasta con la sua forza, rendendoci spettatori passivi di una potenza che percepiamo come superiore, quasi soprannaturale. Il dolore esistenziale è, invece, la sofferenza inevitabi-

le e fisiologica legata alla condizione umana. Comprende tutte quelle esperienze di perdita, frustrazione, delusione, solitudine, senso di vuoto, che fanno parte della vita. Per il trauma serve l’intervento di uno specialista, per il dolore esistenziale, nel mio libro, suggerisco alcuni esercizi per aiutare la mente a smettere di cadere nei pensieri ripetitivi negativi che aggravano la sofferenza. Quando i pensieri catastrofici diventano frequenti, finiscono per occupare una parte consistente del nostro tempo mentale e concorrono a definire il «tono di fondo» del nostro modo di pensare, con conseguenze importanti sull’umore. Una tecnica che suggerisco è quella dello psicologo Adrian Wells, che consiglia di controllare il tempo dedicato ai pensieri ossessivi, provando a rimandarli. Quando arrivano dei pensieri disturbanti è meglio destinarli alla fascia oraria tra le 7 e le 8 di sera, suggerisce Wells. Si tratta di un paradosso, chiaramente: se si riesce a rimandare un certo impulso, significa che lo si può controllare. È quello che si fa anche con la mindfulness e la meditazione vipassana.

Quando il dolore esistenziale ci assale e i pensieri catastrofici diventano frequenti con conseguenze importanti sull’umore ci sono esercizi e tecniche per aiutare la mente, tra questi la meditazione. (Magnific.com)
Stefania Prandi

Un luogo di cura, terapia e bellezza

Ragazzi fragili ◆ Visita ad Archetto, la struttura psico-educativa residenziale della Fondazione Don Guanella che ospita giovani in difficoltà tra gli 11 e i 14 anni

Archetto è un luogo di vita, di terapia e di scuola per ragazzi preadolescenti con fragilità psichica. È stato fondato nel 2021, perché Arco, l’altra struttura della Fondazione Don Guanella, e gli altri servizi del Cantone non bastavano più e perché l’età del disagio si era ulteriormente abbassata.

Vado a trovare questa comunità. Incontro dapprima la direttrice pedagogica Giada Valsangiacomo e la capo équipe Marta Novati. La mia prima domanda è sul perché ci sono sempre più giovani con un disagio psichico e mi rispondono che le cause sono complesse. È la società, sono le famiglie, che presentano fragilità sempre più grandi; la velocità alla quale va la nostra vita non lascia tempo per la cura delle relazioni, a volte nemmeno quella dentro casa, con i membri più stretti della nostra famiglia. Le tecnologie che favoriscono relazioni sociali virtuali, oltretutto, acuiscono questo sfilacciarsi dei rapporti umani. E la frustrazione può diventare sempre più difficile da gestire, per adulti e bambini. Se oltre a tutto questo ci si trova anche in un contesto di grave fragilità familiare, allora si può rivelare necessario un collocamento in una comunità terapeutica. Si attivano servizi e interventi di vario tipo e quando la voragine è troppo grande e non c’è altra soluzione adeguata, si viene ad Archetto, aperto a chi ha tra gli 11 e i 14 anni.

Il percorso prevede terapie individuali, di gruppo e con la propria famiglia, momenti educativi di vita quotidiana in casa, i laboratori e la scuola

Ed eccolo qui, Archetto. Fatto di cura, terapia, bellezza. La bellezza, sorridono, è importante: non a caso ci troviamo in una bella villa restaurata, con il parquet, la biblioteca e spazi gradevoli; fuori, un giardino verde e un padiglione nuovo, luminoso e ordinato. «Entrare in un luogo curato dà voglia di prendersi cura», spiegano.

Qui i ragazzi (massimo otto per volta) vengono accolti come in un foyer ma con in più la parte terapeutica e un accompagnamento scolastico. A questa età non si fanno ancora diagnosi precise, piuttosto ci sono ipotesi diagnostiche, visto che tutto è ancora in evoluzione. In generale si trascorre qui un anno e mezzo, a volte due. Ci sono incontri con la famiglia, in spazi appositi, con l’adeguato accompagnamento, fino a congedi a casa, il più frequentemente possibile, in vista del rientro. L’obiettivo auspicabile è il rientro a casa, e solo se non funziona, allora si pensa a un altro progetto.

Affrontare l’arresto evolutivo

Chiedo come sono i ragazzi che arrivano: «Qui vengono preadolescenti con importanti fragilità psichiche, che hanno subito un arresto evolutivo della loro vita: vivono situazioni familiari difficili e in generale non assolvono più quelle mansioni tipiche della loro età, come andare a scuola e avere relazioni adeguate di amicizia. Cerchiamo di sbloccare questa situazione». E come? Ovviamente, il per-

corso è individuale e curato nei minimi dettagli: ogni persona che lavora qui si consulta regolarmente su ogni ospite della casa, coordinando il lavoro e adeguando gli obiettivi. Ci sono le terapie individuali, quelle di gruppo e quelle insieme con la propria famiglia; ci sono i momenti educativi di vita quotidiana in casa, i laboratori e la scuola. «Il primo passo è creare quell’alleanza terapeutica senza la quale non si riesce a intraprendere un percorso», spiega Marta Novati. «Coinvolgiamo la famiglia, sempre. Anche lei deve entrare nell’alleanza». I laboratori terapeutici sono volti a risvegliare interesse, concentrazione, curiosità, manualità, pazienza, autostima, percezione di sé, gestione delle emozioni, capacità di stare in gruppo e di collaborare; si fa cucina, boulder, atelier grafici-pittorici, orticoltura, lavorazione del cuoio e attività in fattoria. I laboratori sono gestiti da professionisti esterni, mentre gli educatori della comunità partecipano mettendosi alla pari e dimostrando che è normale avere difficoltà e non essere bravi in tutto.

Durante le «riunioni della casa» si decidono insieme le faccende da svolgere e i programmi, si concordano le regole e si prendono decisioni. È un lavoro difficile e delicato con grandi momenti di gioia: «Quando vediamo un ragazzino che arriva e si era ritirato in casa senza più relazioni sociali reali, mentre poi qui inizia a stare con gli altri, a parlare e guardarti negli occhi, a litigare in modo sano, a fare amicizia, a prendere la parola per dire di sì o di no, a esprimere un desiderio… quando senti che inizia a fidarsi di noi, degli altri, di sé, della vita… allora sappiamo che qualcosa si sta schiudendo e che siamo sulla giusta strada».

L’aggressività è un grande tema, trasversale alla nostra società. Giada Valsangiacomo constata che le manifestazioni del disagio si trasforma-

no sempre di più in aggressioni verbali o fisiche. E non c’è altro da fare che, pazientemente, provare a regolare le emozioni, gestire la rabbia in un altro modo. È difficile, ma bisogna tentare. Mi dicono: «Noi accompagniamo nel tentativo. È il nostro ruolo. E questa è un’età viva, bisogna provarci, bisogna seminare, dare esperienze che servono subito o a cui i ragazzi potranno attingere più tardi…».

Un insegnante di scuola media interno

Questo servizio è finanziato dall’Ufag, l’Ufficio cantonale del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani, tuttavia, c’è una proficua collaborazione con il Decs, il dipartimento che si occupa della scuola e che offre l’opportunità ad Archetto di avere un docente a tempo pieno. Questo aspetto, un unicum nelle strutture di questo tipo in Ticino, me lo racconta Tomaso Vadilonga, il docente, appunto, che lavora per Archetto. «Fare scuola non è solo il programma scolastico; scuola è anche la ricreazione, i compagni, la relazione con gli insegnanti. Si può sviluppare ansia per ognuno di questi aspetti. Ci si può sentire inadeguati e in una situazione di fragilità questa sensazione può diventare immensa. Di solito diamo per scontato il percorso scolastico: pensiamo sia una cosa che possiamo fare tutti con facilità. È vero che siamo tutti in grado di farcela, ma a volte, prima, bisogna prendere in considerazione che per qualcuno ci sono serie difficoltà, e non per forza scolastiche, e fornire dunque le risorse».

Ad Archetto, Tomaso dà lezioni individuali o di gruppo, a due a due, tutto sempre pensato e concordato con il resto dell’équipe. «Prima di tutto cerco di smontare le componen-

Paesaggi sommersi

Mostre ◆ Le fotografie di Franco Banfi ospiti al Parco San Rocco di Morbio

Il Parco San Rocco di Morbio è molto più di una casa per anziani. La Fondazione che lo gestisce ha infatti voluto creare «un luogo di incontro e di vita condivisa». L’obiettivo è quello di favorire il senso di comunità che nasce dallo scambio tra persone, generazioni e culture diverse. Così gli spazi, dal ristorante al preasilo, sono concepiti per offrire esperienze partecipative, solidali e intergenerazionali. In questo contesto anche l’arte trova un suo spazio privilegiato e nella Casa di Morbio Inferiore lo spazio espositivo Allegra Arte propone periodicamente esposizioni o progetti che contribuiscono all’esperienza diretta della creatività.

Gli scatti subacquei di Banfi rivelano creature straordinarie e colgono la fragile relazione tra l’uomo e la natura

ti di paura, angoscia, disistima. Spesso la scuola è uno spazio che per loro è simbolo di fallimento. In generale questo cambia durante il percorso. Qui cerchiamo di scoprire che il sapere è infinito, che anche i premi Nobel conoscono solo una parte piccolissima dell’universo, proprio come noi. Una volta tolta o ridotta la paura del giudizio, possiamo tornare al bello di imparare: tutti i bambini nascono curiosi, esploratori. Cerco di estrarre quella voglia di scoprire – di avere un’idea, di porsi le domande sul mondo – che era stata sepolta. La mente è come i muscoli: va allenata».

Le lezioni scolastiche, qui ad Archetto, sono sempre subordinate al percorso terapeutico. Prima viene quello. Ma la scuola è un percorso di vita. Lì impari a stare al mondo. Quindi ci vuole. E poi per il rientro in società, la scuola a quell’età è quasi imprescindibile.

A un certo punto del cammino, dunque, ci si riavvicina a un istituto esterno, progressivamente fino a un reinserimento completo. Archetto collabora con le sedi delle Scuole Medie di Riva San Vitale e di Balerna. Anche Tomaso mi spiega quanto ogni fase, inclusa questa, sia curata nei dettagli da tutta l’équipe. Ci si consulta per vedere se l’alunno può andare con i mezzi pubblici, accompagnato da un educatore oppure no, sempre con l’obiettivo di restituire un’indipendenza alla persona ospite. Tomaso Vadilonga cerca di descrivermi il desiderio che vede, nei suoi alluni: vogliono «essere come gli altri», tornare a prendere un bus, andare in classe, avere amici e quaderni. Per anni, prima di venire ad Archetto, il docente aveva insegnato nelle Scuole Medie regolari. «Ma qui ho trovato un entusiasmo di apprendere e una sete di vita regolare… È commovente e mi ricorda ogni giorno che niente, niente è scontato, ma che tutto, o quasi tutto, è possibile».

In questi giorni è stata inaugurata l’esposizione fotografica Oltre la superficie di Franco Banfi, fotografo subacqueo e naturalista ticinese, riconosciuto come uno dei grandi nomi della fotografia subacquea mondiale. Nato in Svizzera nel 1958, Franco ha imparato a immergersi nei laghi della nostra regione, prima di portare il suo sguardo negli angoli più remoti del pianeta. Ha esplorato quasi ogni angolo del globo, dall’Equatore alle regioni polari artiche e antartiche. Campione del Mondo di fotografia subacquea, i suoi scatti vengono regolarmente premiati nelle più prestigiose competizioni internazionali, tra cui Wildlife Photographer of the Year e Travel Photographer of the Year, e le sue immagini sono pubblicate su numerose riviste internazionali e anche su «Azione». Attraverso le sue fotografie, Franco ci porta in un mondo normalmente invisibile ai nostri occhi: creature straordinarie, paesaggi sommersi, dove protagonista rimane la meravigliosa e fragile relazione tra l’essere umano e la natura.

Un evento speciale, con la presenza di Franco Banfi, sarà dedicato al mondo dei sub e della fotografia e si terrà domenica 26 luglio 2026, ore 16.00. / Red.

Dove e quando

Oltre la superficie, Allegra Arte, Parco San Rocco, via Chiesa 5, Morbio Inferiore.

Fino al 29 agosto 2026. Orari: tutti i giorni, 08.00-18.00.

I lavori in corso per il murales che oggi fa bella mostra di sé nel giardino della sede di Archetto a Mendrisio.
Franco Banfi

Ageismo, una discriminazione sottovalutata

L’intervista ◆ In Svizzera, la violenza contro le persone anziane è diffusa, ma spesso resta invisibile, un fattore centrale rimane la discriminazione basata sull’età che spesso è banalizzata. Ci spiega il fenomeno il professore Christian Maggiori

«Sei vecchio, quindi ormai incapace». «Sei giovane e tanto inesperto che non ce la puoi fare». Chi si esprime così, discriminando il proprio interlocutore in relazione alla sua età, compie una violenza. Si chiama ageismo. Un pregiudizio ancora troppo poco conosciuto – sovente ignorato dalle vittime stesse – eppure diffusissimo anche alle nostre latitudini. Supera per quantità di casi il razzismo e il sessismo. Secondo le più recenti ricerche, in Svizzera tra il 20% e il 30% della popolazione ne è vittima. L’ageismo può esprimersi in forma implicita, come ad esempio ignorando o sminuendo l’opinione dell’anziano

Un fenomeno che può toccare ognuno di noi, ma di cui gli anziani e i giovani – come a dire la maggioranza dell’umanità – sono le principali vittime. E per le persone colpite, le conseguenze possono essere gravi: depressione, solitudine, burnout, isolamento. L’ageismo può essere spesso persino autoinferto, portando le persone ad autosabotarsi o a rinunciare a cure mediche, come pure a opportunità sociali. Lo psicologo Christian

Maggiori, professore e ricercatore

alla Haute école de travail social di Friburgo, è tra i massimi esperti del tema. lo abbiao intervistato.

Christian Maggiori, concretamente, in che modo l’ageismo si manifesta nella nostra quotidianità?

Partirei col dire che l’ageismo si manifesta tanto a livello della struttura sociale quanto nelle relazioni individuali. Avviene nelle interazioni tra i membri della famiglia, con i vicini, come pure in luoghi della quotidianità, in un negozio. E può assumere diverse forme, presentandosi in modo esplicito attraverso insulti verbali, come pure fisici, ai danni di una persona a causa della sua età. Durante le limitazioni imposte dal Covid ho potuto io stesso osservare come gli anziani venissero di frequente trattati in malo modo e invitati a rientrare a casa. La forma può inoltre essere implicita, come ad esempio ignorare o banalizzare l’anziano, la sua opinione, assumere nei suoi confronti un’attitudine altezzosa. A compiere ageismo può essere anche il medico, che magari rinuncia a determinate analisi «perché ormai il paziente ha una certa età e non ne vale più la pena». Altro esempio, il cameriere che serve per primo un gruppo di giovani, nonostante il cliente anziano sia

arrivato prima, con il presupposto che «tanto lui ha più tempo degli altri». Un ambito diffuso è quello della tecnologia, segnatamente dei social

giori problemi cardiaci e praticato meno attività sociale.

Pur trattandosi di una forma di discriminazione, l’ageismo non è tuttavia punito dal codice penale. Esatto. In Svizzera, contrariamente ad altri Paesi europei, c’è un vuoto giuridico. L’articolo 8.2 della Costituzione federale afferma chiaramente che nessuno deve essere discriminato, in particolare a causa dell’origine, della razza, del sesso e dell’età… però su quest’ultimo punto non vi è alcuna implicazione concreta. Confortante è che, il 15 giugno scorso, la Federazione associazioni pensionate/ti e d’autoaiuto in Svizzera (FARES) e l’Associazione svizzera delle associazioni giovanili hanno consegnato a Palazzo federale 25’770 firme contro la discriminazione basata sull’età. La petizione rivendica fra l’altro basi giuridiche, misure efficaci e un piano d’azione nazionale.

network, per cui si trattano gli anziani come incapaci di imparare, di adattarsi al cambiamento, di innovare. L’ageismo si manifesta attraverso stereotipi, pregiudizi e discriminazioni, tre dimensioni che riflettono il funzionamento umano.

Ora in azione

E tra le vittime del fenomeno ci sono però anche i giovani. Sì, in quanto ritenuti privi di sufficiente esperienza, venendo così esclusi da concorsi per un posto di lavoro o da responsabilità all’interno dell’azienda, da opportunità di promozioni o di formazione. Ma in tema di occupazione anche i cinquantenni subiscono ageismo venendo esclusi dal mercato del lavoro. Questo tipo di discriminazione si ritrova nei più diversi ambiti di vita dell’individuo: nel sistema sanitario; nelle assicurazioni malattia (alcune compagnie non si assumono più rischi, escudendo anziani magari più in salute di un trentenne); nei luoghi di ritrovo; nei commerci; nei mezzi di comunicazione.

Veniamo alle conseguenze: cosa provano le vittime? Quali sono le ripercussioni psicologiche e pratiche sulla loro salute, sul loro benessere e sulla loro partecipazione alla vita sociale?

Il campo della ricerca mostra chiaramente che l’ageismo può produrre conseguenze molto gravi. Quello che occorre sottolineare è che le persone possono anche essere vittime di loro stesse. Ci si considera «troppo anziani per» e si rinuncia ad esempio a iscriversi a un corso di lingua, mettendosi i bastoni fra le ruote, discriminando se stessi, convincendosi che «tanto non vale più la pena, sono anziano…» oppure si giunge a considerazioni quali, «non lo merito, non ne ho il diritto, non posso, non voglio disturbare la società…». Ci sono studi che mostrano come sul lungo termine l’ageismo possa avere un impatto sulla speranza di vita: si è appurato che nelle persone anziane la longevità è diminuita di 7 anni e mezzo, la loro vecchiaia ha presentato un declino cognitivo più importante oppure hanno accusato mag-

Nel 2025, il Centro di competenza nazionale «Vecchiaia senza violenza» ha registrato 357 segnalazioni di discriminazioni in Svizzera. Come considera questo dato? Rappresenta solo la punta dell’iceberg. Secondo me c’è una sottovalutazione del fenomeno. Tanti studi si basano sull’autovalutazione. Nell’ambito delle mie ricerche, quando chiedo agli anziani se nel corso degli ultimi 12 mesi sono stati vittime di ageismo, tra il 25% e il 30% risponde affermativamente, indicando una frequenza di almeno una volta nel corso di un anno. Se, al contrario, domando se conoscono qualcuno dei loro coetanei che ha subìto questo tipo di violenza la cifra supera l’80%. Nel tacere interviene in buona parte un motivo di pudore. Per questo ritengo che il dato delle 357 segnalazioni sia parziale e oltretutto si riferisce solo a una parte del fenomeno. Va inoltre sottolineato che l’ageismo, rispetto ad altre forme di violenza, è ancora molto tollerato. L’aspetto fondamentale è riconoscere l’esistenza di questo problema e poterlo identificare: è solo a quel momento che si può cominciare a combatterlo efficacemente. Talora l’ageismo si manifesta con comportamenti pseudopositivi, che vogliono magari essere di aiuto, di sostegno, alzando il tono della voce al cospetto di un anziano, ma che nella realtà sottendono una grande discriminazione, alla quale non di rado si uniscono disprezzo, odio, livore e le conseguenze più comuni sono l’isolamento e la marginalizzazione.

Dal suo osservatorio si sta facendo abbastanza per prevenire l’ageismo?

No, secondo me mancano ancora diversi interventi da mettere in campo. Ma perlomeno una generale presa di coscienza di questa realtà c’è stata. Occorre comunque una coordinazione su più larga scala: osservo azioni isolate da parte di alcuni Cantoni e Comuni – la promozione di programmi attorno alla persona anziana per favorirne la qualità di vita, progetti sulle relazioni intergenerazionali – ma troppo sovente non si dialoga abbastanza per mettere in comune le esperienze.

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La guerra contro i libri a Hong Kong

Asia ◆ Le perquisizioni e gli arresti nelle librerie indipendenti sono l’ultimo capitolo di un progressivo restringimento degli spazi di libertà culturale e politica

Nel quartiere di Prince Edward una scala angusta porta a uno di quei quarti piani senza ascensore dove resistono le librerie indipendenti di Hong Kong, i cosiddetti «upstairs bookshops» nati perché gli affitti al piano terra sono proibitivi e perché, in fondo, la lettura ha sempre preferito i luoghi appartati. Mercoledì scorso quella scala stretta l’hanno salita dei poliziotti in borghese, portando su alcuni scatoloni di plastica vuoti. Il giorno prima, la libreria Have a Nice Stay aveva annunciato che avrebbe chiuso alla fine del mese di luglio, ma non per mancanza di clienti, ma per le troppe «linee rosse poco chiare»: ormai, tra i librai di Hong Kong, nessuno sa più quale libro sia ancora legale vendere e quale sia già reato.

Quei volumi «sediziosi»

Poche ore dopo l’arrivo della polizia, gli scatoloni degli agenti sono tornati giù pieni di libri. Una donna con la maglietta del negozio è stata scortata fuori dall’edificio davanti a una dozzina di giornalisti. Nello stesso pomeriggio, a Mong Kok, un’altra libreria indipendente, la Greenfield, restava inspiegabilmente chiusa in pieno orario di apertura. In serata il Governo locale di Hong Kong ha confermato che durante quella giornata erano state fermate cinque persone, sospettate di «sedizione» ai sensi dell’Articolo 23, e cioè la legge sulla Sicurezza nazionale che Pechino ha imposto a Hong Kong nel 2020, e da allora è la base della violenta repressione nell’ex colonia inglese. Secondo la polizia, in quelle librerie si vendevano oggetti capaci di «suscitare odio» verso le istituzioni, la magistratura, le forze dell’ordine. Ma nei mesi scorsi molte altre librerie storiche sono state visitate dalla polizia. Solo per citarne un paio: a marzo è accaduto alla Book Punch, a giugno alla famosa Hunter Bookstore Entrambe vendevano un libro parti-

colarmente inviso alla leadership del Partito comunista cinese, The Troublemaker scritto da Mark Clifford, e cioè la biografia dell’editore Jimmy Lai, fondatore del quotidiano pro-democrazia «Apple Daily», ormai chiuso, che è stato condannato a febbraio a vent’anni di carcere per «collusione con forze straniere e sedizione», in uno dei più importanti casi di sicurezza nazionale della città.

I prodromi di questa stretta ormai inarrestabile contro la libertà d’espressione a Hong Kong, che gli attivisti definiscono «distopica», erano già evidenti più di dieci anni fa. È forse allora che le autorità di Pechino capirono quanto potere potessero avere i libri in una città che aveva fatto della propria autonomia parte della sua identità. Nel 1994 un giovane appassionato di libri, Lam Wing-kee, apre a Causeway Bay una piccola libreria. Nel tempo lo scaffale più ricercato diventa quello dei libri pieni di indiscrezioni sulle lotte di potere nel Partito comunista cinese, proibi-

ti nella Cina continentale e acquistati da molti turisti cinesi che li riportavano a casa nascosti in valigia. Nel 2014 Lam vende l’attività alla casa editrice Mighty Current, restando come direttore. L’anno successivo cinque persone legate alla libreria scompaiono una dopo l’altra, tra Hong Kong, la Cina continentale e la Thailandia. Tra loro ci sono anche Lam e l’editore svedese Gui Minhai.

Tra carcere ed esilio

Per mesi le famiglie non sanno nulla. Poi tra il febbraio e l’aprile del 2016 le autorità del Guangdong confermano quello che ormai tutti sospettavano: i librai sono in custodia nella Cina continentale. E vengono costretti a confessare in televisione di aver venduto libri illegali, di essersi pentiti e di aver causato «cattiva influenza sulla società». Qualche mese dopo Lam Wing-kee, tornato temporaneamente a Hong Kong per re-

Cosa succedeva quando sono

Sono nata il 7 maggio 1972 quando la primavera era ancora una mezza stagione. Il giorno del mio compleanno le enormi azalee rosa del giardino fiorivano tutte insieme, come per magia, e si sentiva il ronzio sano delle api. La pioggia era pioggerellina e di caldo non se ne sentiva parlare almeno fino a luglio. (Roberta Nicolò)

Cara Roberta, visto che canicola e fatti della Terra ci stanno stretti, voliamo sulla Luna con la missione Apollo 16, di cui parla «Azione» del 4 maggio 1972. Si tratta della penultima spedizione a portare l’umanità sul nostro satellite (l’ultima, Apollo 17, si conclude nel dicembre dello stesso anno). È la fine di un’epoca, dunque, ma anche l’occasione per spingersi oltre i confini noti. Gli astronauti John Young e Charles Duke si avventurano infatti sugli altopiani di Descartes, una regione lunare mai esplorata prima. E si improvvisa un piccolo «gran premio»: Young spinge il rover alla massima velocità consentita, facendolo sobbalzare sul terreno come in un im-

probabile rally extraterrestre. A proposito di Luna, ecco una curiosità musicale che guarda al suo lato oscuro: proprio nell’anno della tua nascita i Pink Floyd portano in tour e registrano agli Abbey Road Studios di Londra The Dark Side of the Moon. Lanciato nel marzo 1973, l’album entrerà nella leggenda del rock. Ma ora atterriamo, sempre grazie al vecchio numero di «Azione», in una Svizzera sospesa tra cambia-

cuperare l’archivio della libreria per conto delle autorità cinesi, convoca a sorpresa una conferenza stampa, racconta di essere stato bendato al confine, trattenuto per mesi in una stanza isolata, interrogato da un’unità speciale, costretto a recitare un copione davanti alle telecamere. Il suo collega Gui Minhai, dopo essere stato rilasciato brevemente nel 2017, viene di nuovo prelevato nel gennaio del 2018 – e la seconda volta davanti a due diplomatici svedesi che lo accompagnavano in treno per una visita medica. Nel 2020 un tribunale cinese lo condanna a dieci anni per aver «fornito illegalmente informazioni a entità straniere». Si trova tuttora in un carcere di cui non si conosce nemmeno la collocazione esatta, e senza che Stoccolma sia mai riuscita a ottenere per lui un vero accesso consolare. Lam Wingkee, invece, sceglie l’esilio. Nel 2019, mentre a Hong Kong si discute la legge sull’estradizione verso la Cina continentale, quella che farà scen-

nata, il 7 maggio 1972

mento e tradizione. Il suffragio femminile a livello federale è realtà da poco più di un anno ma, se in Ticino le donne ottengono il diritto di voto/eleggibilità nel 1969, in altri Cantoni la battaglia rimane aperta. Con un articolo dal titolo Gli ultimi uomini maschi, il giornale racconta le resistenze più accanite. In Appenzello Interno, indicato come «l’ultima roccaforte degli antifemministi», si proclama: «Da noi gli uomini fanno gli uomini e le donne fanno le donne». Le cittadine dovranno attendere ancora quasi vent’anni: l’agognato diritto arriverà soltanto nel 1990, imposto da una sentenza del Tribunale federale. Per quel che riguarda Appenzello Esterno: dal 1972 le donne possono votare ed essere elette nei Comuni, ma la Landsgemeinde rinvia ancora la decisione sul suffragio cantonale. Obvaldo approva il principio della parità integrale, nel Canton Soletta solo qualche Comune si oppone, nei Grigioni circa la metà di essi. Landarenca, in Val Calanca, è il primo Comune della Svizzera italiana ad avere introdotto il suffragio fem-

dere in piazza per mesi centinaia di migliaia di persone, Lam scappa a Taiwan. E a Taipei fa una cosa quasi commovente nella sua ostinazione: riapre la sua libreria con lo stesso nome, la Causeway Bay Books. «Tutto ciò che a Hong Kong non potevamo più fare a Taiwan continueremo a farlo», spiega. Negli anni la sua libreria diventa un piccolo punto di ritrovo per gli esuli hongkonghesi, e così, quando Lam è morto nella capitale taiwanese il 2 luglio scorso, a settant’anni, perfino il presidente di Taiwan Lai Ching-te ne ha ricordato pubblicamente il coraggio. Le testate hongkonghesi che ancora possono scriverne lo hanno definito un simbolo della resistenza alle ingerenze di Pechino.

Parole che restano

Nel 2020, cinque anni dopo quelle sparizioni e un anno dopo le proteste contro la legge sull’estradizione, Pechino ha imposto a Hong Kong una legge sulla sicurezza nazionale che ha ridisegnato i confini di quello che si può dire e di quello che si può pubblicare nell’ex colonia britannica. Due anni fa quella legge è stata rafforzata da una seconda normativa, interamente prodotta a Hong Kong su richiesta di Pechino: l’Articolo 23 ha allargato ulteriormente il perimetro della «sedizione», capace così di inglobare quasi qualunque critica alle istituzioni. Le intimidazioni delle autorità hanno avuto un effetto concreto: adesso chiunque ci pensa due volte a esporsi, a criticare il regime. Ma quella dei librai di Hong Kong non è una storia lontana ed esotica. È la storia, ripetuta in epoche e regimi diversi, del potere autoritario che ha bisogno di controllare cosa i suoi cittadini possano leggere e cosa possano scrivere per raccontare sé stessi. Perché i libri, a differenza delle notizie del giorno, hanno la sgradevole abitudine di restare.

minile. Mentre in Svizzera si discute di diritti politici, l’Italia è immersa negli anni di piombo. Un mese prima delle elezioni del 7-8 maggio 1972 –lo ricorda l’edizione citata del nostro giornale – viene trovato morto Giangiacomo Feltrinelli, editore e militante della sinistra radicale, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione. Secondo alcune ricostruzioni stava preparando un sabotaggio e un’ordigno è esploso accidentalmente, ma il caso alimenta per decenni ipotesi e polemiche (omicidio?). Nello stesso clima di tensione il Movimento Sociale Italiano – d’ispirazione neofascista – di Giorgio Almirante registra una forte avanzata elettorale.

Anche il nostro Paese, comunque, deve fare i conti con le ombre del passato... In un articolo intitolato Fantasmi razzisti, «Azione» racconta la proposta di un deputato, che non ha «l’aria di un ariano aitante e biondo», deciso a difendere la presunta «purezza della razza elvetica». «Bisogna impedire che una snella e bionda svedese sia adottata da una famiglia appenzellese» – afferma – e anche che «il figlio

di una danzatrice cubana sia adottato in una famiglia dell’Emmental». La proposta viene per fortuna respinta, anche se raccoglie il sostegno di 28 parlamentari. Un paradosso, se si pensa che nella stessa Camera bassa siede già Tilo Frey, tra le prime donne elette nel 1971 e prima parlamentare svizzera di origine africana. La Svizzera che cambia è già lì, sotto gli occhi di chi continua a non volerla vedere. E in tema di razzismo, le pagine del settimanale parlano anche di Zio Tom (1972), versione censurata e rimaneggiata di Addio zio Tom di Jacopetti e Prosperi, una scioccante ricostruzione della schiavitù negli Usa che divide pubblico e critica: film di denuncia o pellicola piena di stereotipi che punta su un pesante sensazionalismo? Nelle stesse pagine compare Il padrino di Coppola, uscito nelle sale americane nel marzo 1972. Un’altra pellicola destinata a segnare la storia.

Scrivi ad «Azione»

di
Romina Borla
I libri facevano già paura oltre dieci anni fa. (Keystone)
Copertina di The Dark Side of the Moon. (George Hardie/Wikipedia)

La principessa che scala le montagne

Regno Unito ◆ Dalle tre vette conquistate in 24 ore ai doveri di corte: Kate si conferma il volto più amato di una monarchia in crisi Cristina Marconi

Ormai la Royal Family è diventata una sola persona, e non è neanche regina. Fa tutto Kate Middleton, la mandano avanti in qualunque circostanza, al massimo in compagnia di uno dei due figli più grandi, George alto ormai quanto lei o Charlotte, che pare una sua miniatura. Il marito ed erede al trono, William, compare di tanto in tanto, il tempo di salutarla prima che vada a scalare le tre vette più alte dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia in un giorno, o che si avvii verso un ospedale pediatrico sicura di portare ascolto e attenzione, o che scenda in campo a Wimbledon a stringere la mano per il secondo anno consecutivo a Jannik Sinner, che la guarda come fosse un’apparizione.

Nel Paese si susseguono crisi politiche, scandali e fatti di cronaca che mettono alla prova la fiducia nelle istituzioni

Chissà se è l’intelligenza artificiale ad aver dato il responso – mandate avanti Catherine e nessuno si farà male –o se sono gli strateghi vecchia scuola a ritenere che in tempi di crisi senza precedenti della monarchia, con un micidiale mix di personaggi impresentabili e personaggi poco suggestivi, e del Paese tutto, tra cambi di Governo, ex ministre assassinate in casa

e scandali vari, l’unica sia coltivare nel pubblico una dipendenza da lei. Fare in modo che nessuno si sogni di fare a meno dell’immagine composta e rassicurante di una quarantaquattrenne esile e con i capelli da fata, capace di sorridere come una ragazzina al termine di una scalata mica da poco, stanca ma felice.

Non c’è controversia, nella ex commoner Kate. L’unico scandalo al suo attivo è l’aver fotoshoppato male un ritratto di famiglia un paio d’anni fa, mentre gestiva una malattia pesante. Per il resto boccoli lucidi, vestiti colorati e sorriso rassicurante urbi et orbi sono la sua formula per dimenticare. Per dimenticare che William non ha carisma, e quando parla sembra uno studente universitario un po’ imbolsito. Che Carlo e Camilla sono anziani per far sognare, e comunque la loro è una coppia che non piacerà mai fino in fondo all’opinione pubblica. Che sul glorioso regno della defunta regina Elisabetta pesa il non aver mai gestito l’enorme problema di Andrew e della sua vicinanza a Epstein.

Resta Kate. Suo fratello James, che l’ha accompagnata nell’impresa di beneficenza di salire sulle tre vette, ha raccontato in un post della sua «cara sorella» e della sua «forza, resistenza e determinazione» nell’affrontare una diagnosi pesante, di cui non si conoscono i dettagli. «Due anni fa abbiamo parlato di scalare montagne mentre

eri in ospedale e dell’incredibile potere curativo che la natura può avere sia sul corpo che sulla mente», ha scritto su Instagram. Forse è la testimonianza più trasparente di quello che ha passato Kate, e risulta particolarmente umanizzante. Oltre al fatto che uno sguardo di premura fraterna è quello che più manca, in famiglia: quando di recente Harry è andato a Londra, ha incontrato il padre, che ha finalmente passato del tempo anche insieme ai ni-

potini Archie, 7 anni, e Lilibet, 5 anni, a Highgrove. Insieme a Meghan, a cui è stato imposto un profilo più che basso. Non ci sono state foto, nessuna immagine a documentare la riunione, solo quelle di Harry che giocava a polo. Nei giorni della visita, i giornali erano dominati dalle foto di Kate, anche lei su un campo da polo con un vestito a scacchi bianco e nero, da sola, ad assistere a una partita del marito. I due si sono mostrati più affettuosi del

solito, si sono baciati, lei gli ha messo una mano sul fianco. Romantici, sembravano due fidanzati. Solo che la scena era tutta di lei, e lui, più aitante in tenuta sportiva che nella vita normale, sembrava un accessorio, il Ken della sua Barbie. Due fratelli, due mondi diversi. Anche il «New York Times» ha notato come William e Harry restino lontani e come questo non aiuti la prospettiva sui prossimi decenni, perché nella psiche nazionale i due sono i figli di Diana, i ragazzini tristi e composti al funerale della madre. Questo dissidio che non passa non promette niente di buono e mette un’ombra sulla capacità di William di rappresentare il futuro in modo ottimista, sereno. Resta la metà di una coppia di fratelli coltelli: la parte saggia, certo, ma non abbastanza da sanare un conflitto squallido, che intacca un ritratto di famiglia già in mille pezzi. Certo, aver perso la causa contro i tabloids toglie ulteriore credito a Harry, non un gran paladino della riservatezza visti i libri e i documentari, ma da William, futuro re, ci si aspetta magnanimità, soprattutto davanti a una persona evidentemente poco strutturata.

Kate no, lei incarna i valori middle class di solidità e temperanza, non ha eccessi aristocratici, la sua nobiltà è tutta di comportamento. Il futuro della monarchia, se la monarchia vuole un futuro.

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Le novità dell’editoria ticinese

Un percorso di narrativa, saggistica e poesia che esplora identità, storia, paesaggio, conflitti e vicende solo in apparenza lontane

Pagine 18-19

Rap, due strade verso il futuro

Amatore e Santissimo confermano la maturità artistica di Samurai Jay e Sayf, spingendo l’urban verso linguaggi sempre più trasversali

Pagina 21

Il mito dello scrittore qualunque

Una porzione di patatine fritte e un controllo qualità convinto che entrare in un fast food significhi tradire la letteratura

Pagina 23

Spider-Noir il supereroe che indaga

Serie TV ◆ Su Prime Video, l’Uomo Ragno cambia maschera, si veste di nero e indossa un borsalino

Era il 2009 quando, tra le iniziative editoriali della Marvel Comics, vide la luce l’universo Noir, una realtà alternativa dove le avventure dei personaggi più noti della casa editrice venivano reinterpretate omaggiando il cinema americano degli anni Trenta e Quaranta, con tanto di ambientazioni negli anni della Grande Depressione. Tra queste figure si fece notare colui che gli autori informalmente chiamavano Spider-Man Noir, una variante di Peter Parker immaginata come investigatore privato e che, in piena tradizione di genere, non esita a usare metodi più brutali con gli avversari, il che poi lo tormenta sul piano morale (laddove il Parker originale è uno dei supereroi che per principio non uccidono mai).

Nel 2014 la versione Noir ha fatto parte dell’evento Spider-Verse, un crossover dove tutte le varianti sparse in giro per il Multiverso si alleavano contro una minaccia interdimensionale. Nel corso della vicenda il personaggio muore, per poi tornare in vita grazie al successo del film d’animazione Spider-Man: Un nuovo universo (2018), con una caratterizzazione leggermente diversa, influenzata da come era stato reso al cinema.

Da quel lungometraggio è nata anche una nuova serie televisiva, Spider-Noir, realizzata per Prime Video come parte della nuova linea editoriale della Sony dopo l’insuccesso ge-

nerale del filone cinematografico che ruotava intorno a personaggi secondari e/o antagonisti dell’universo di Spider-Man (Venom, Morbius, Kraven, Madame Web) ma senza la partecipazione attiva di Peter Parker e del suo alter ego ragnesco. Tecnicamente non appare neanche in Spider-Noir, il cui protagonista si chiama Ben Reilly (nell’universo fumettistico classico un clone di Peter) per imposizione contrattuale legata alle atmosfere più adulte del serial: data la matrice noir del progetto, non mancano alcool e sigarette, due elementi incompatibili con il target più giovane a cui solitamente si rivolgono le storie del Tessiragnatele.

In Spider-Noir Peter Parker è sostituito da Ben Reilly per vincoli contrattuali legati al nuovo target adulto della serie

D’altronde, Reilly è ancora più tormentato dello Spider-Man classico: se quest’ultimo è diventato un difensore della città di New York per il senso di colpa legato alla morte dello zio Ben («Da grandi poteri derivano grandi responsabilità»), l’investigatore che vediamo in Spider-Noir ha appeso le ragnatele al chiodo dopo che la sua compagna è stata uccisa da uno

dei criminali che lui aveva arrestato. Cinque anni dopo questo evento tragico, una nuova indagine lo porterà a riabbracciare la sua identità da vigilante, poiché il caso lo mette in contatto con altri individui dotati di capacità sovrumane, come il gangster Flint Marko, in grado di trasformare il proprio corpo in sabbia.

È un mondo più cupo e violento rispetto a quello visto nel film d’animazione, con il quale la serie ha sostanzialmente due punti in comune: Phil Lord e Christopher Miller come produttori esecutivi, al fianco dello showrunner Oren Uziel; e Nicolas Cage nei panni dell’investigatore. Scelta quasi obbligata nel 2018, poiché l’attore – da sempre grande appassionato del cinema noir e dei suoi interpreti – già da prima si ispirava a figure come Humphrey Bogart e Edward G. Robinson per la dizione (il suo modo di parlare caratteristico è, per ammissione dello stesso Cage, qualcosa di voluto per dargli un elemento che lo contraddistingue); e ancora di più per la versione live-action del 2026, dove la sua presenza trasuda atmosfera d’epoca anche prima che entri in gioco l’estetica della serie.

Estetica che è duplice, tra l’altro: anche se il programma è sempre stato pensato in bianco e nero, Prime Video dà l’opzione di vederlo a colori, ma è un colore accesissimo, sovracca-

rico, un Technicolor che accentua la natura fumettistica dell’operazione e sottolinea il paradosso dell’interpretazione di Cage che è perfettamente credibile pur avendo palesemente almeno dieci anni di troppo (al netto del fatto che stiamo parlando di un supereroe che torna in attività dopo un lungo periodo «sabbatico»).

È anche curioso che la serie abbia esordito circa due mesi prima del ritorno di Batman: Caped Crusader, che ha un approccio simile per il vigilante di Gotham City ma in versione animata (tra i produttori c’è Bruce Timm, autore della mitica serie degli anni Novanta), e poco dopo la conclusione definitiva – spin-off esclusi –di The Boys, uno degli show di punta di Prime Video che però presenta un punto di vista dissacrante nei confronti dei supereroi, mascotte di multinazionali che non hanno a cuore il bene comune (come da consuetudine con la poetica di Garth Ennis, lo sceneggiatore del fumetto originale, che agli eroi tradizionali preferisce figure più sfumate e ambigue come il mago John Constantine o Frank Castle alias il Punitore, che uccide i criminali anziché consegnarli alla giustizia).

E subito prima c’è stata la pausa per Invincible, dove l’eroe titolare è figlio di un alieno mandato per conquistare la Terra e gli episodi contengono regolarmente spargimenti di sangue, a

volte anche tra personaggi che in teoria sarebbero dalla stessa parte. In altre parole, è come se dopo aver salutato – per ora – due prodotti all’insegna dell’irriverenza fosse giunto il momento di prendere un bel respiro e riprendersi con due icone del genere, riconoscibili anche se per l’occasione sono state reinventate (difatti Spider-Noir ha imparato dagli errori dei film su Venom e soci, trovando l’equilibrio tra la volontà di raccontare una storia a sé e la necessità di rispettare la mitologia dell’universo di Spider-Man). Certo, viene da chiedersi se sia saggio tornare sempre all’ovile (vedi alla voce Avengers: Doomsday, che uscirà a Natale ed è andato a ripescare, oltre agli interpreti fissi del Marvel Cinematic Universe, anche gran parte del cast dei film degli X-Men degli anni Duemila), ma in tempi non sospetti è stato proprio Peter Parker a fare una sorta di mea culpa circa la scarsa originalità dei racconti di supereroi: nel primo The Amazing Spider-Man, che rilanciava il personaggio al cinema dopo la trilogia diretta da Sam Raimi, Peter assiste a una lezione a scuola dove viene spiegato che esiste un numero limitato di storie, dalle quali scaturiscono poi variazioni. Variazioni che, in casi come questo, sanno dare un futuro alle diverse riletture del materiale fumettistico pur guardando esplicitamente al passato.

Spider-Noir.
(© Amazon MGM Studios)
Max

Il pane e le donne, nel mondo che

Patrimonio dialettale ◆ Quattro conferenze di Franco Lurà e le opere di tre artisti nel bel libro delle edizioni Pagine d’Arte dedicato al dialetto

«È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa. Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano quella che Felice Chilanti ha chiamato l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Non si può non pensare al noto (ma fa sempre piacere leggerne le parole così vivide e a loro modo affettuose) motivo dell’età del pane, che sta nella lettera aperta di Pasolini a Italo Calvino di ormai cinquant’anni fa. C’è molto pane, nelle prime pagine di questo Il pane di casa. Testi parlati, che rende conto di quattro conferenze tenute negli anni e in varie sedi dal dialettologo Franco Lurà, e che appunto accoglie il lettore con la grazia della Ragazza con il pane di Albert Anker.

Si può essere o meno d’accordo sul fatto che, con Pirandello, solo il dialetto «regali sentimenti» e la lingua per contro «esprima concetti». Piuttosto le lingue esprimono anche sentimenti e i dialetti hanno qualche difficoltà nell’esprimere direttamente i concetti, preferendo la lateralità dell’allusione, dei simboli e dell’ironia; come vedrà, il lettore, tra le pagine di questo volumetto.

Pagine dove tra le prime immagini c’è quella, straordinaria, del contadino di Altanca, che «colpito dalla bellezza della bocca di una ragazza, ebbe a commentare: l’a düi liff chi énn cóma l limadè du técc d zorint, ha due labbra che sono come la soglia del fienile». Ora, si sa quanto irrisoria e irrispettosa e diffidente fosse la cultura di quei tempi nei confronti delle donne; qui,

Danilo Treccani Il bambino che sparì dietro l’armadio Amazon

Un’infanzia che si incrina senza rumore, un’età adulta che prova a ricomporre ciò che è rimasto fuori fuoco. Il bambino che sparì dietro l’armadio. Una storia vera attraverso l’ADHD tra silenzio, dolore e rinascita di Danilo Treccani si muove dentro questa dinamica, scegliendo la forma del racconto autobiografico per dare voce a un’esperienza personale che si estende oltre la singola biografia. Il libro segue il percorso di un bambino che cresce dentro una percezione discontinua di sé e del mondo, e di un adulto che, anni dopo, prova a tornare su quei passaggi rimasti sospesi. La narrazione si sviluppa come un movimento di ritorno, in cui memoria e presente si sovrappongono senza mai diventare del tutto lineari, lasciando emergere ciò che per lungo tempo è rimasto silenzioso. Al centro, l’ADHD come condizione che attraversa l’esperienza quotidiana e la percezione identitaria, ma il racconto non si limita alla dimensione clinica: si concentra invece sulle tracce emotive, sulle relazioni, sulle difficoltà di riconoscimento e sul bisogno di dare forma a ciò che è rimasto senza nome. La scrittura, essenziale, cerca un equilibrio tra testimonianza e riflessione nel tentativo di ricucire presente e passato.

però, è quasi toccante la similitudine con il fienile, probabilmente quanto di più caro e prezioso accolga quel contadino in capo a ogni santo giorno. Sono dunque proprio l’immagine del pane e quella delle donne a in-

Silvana Rodriguez

Val Bavona in ombra

Editoria indipendente

Quando il sole lascia la Valle Bavona dopo poche ore di inverno, il paesaggio sembra ritirarsi in una sospensione quasi fisica. È da questa soglia di luce che prende forma Valle Bavona in ombra, raccolta fotografica di Silvana Rodriguez, costruita su 220 immagini che seguono il passaggio stagionale del territorio. Il volume si concentra sul periodo compreso tra fine ottobre e inizio aprile, quando i collegamenti si diradano, le attività si fermano e la valle entra in una condizione di quiete profonda. Le fotografie accompagnano questa trasformazione senza cercare effetti spettacolari. Emerge così la Valle Bavona oltre la sua immagine più nota, quella estiva o turistica, riappropriandosi invece della dimensione più appartata e ciclica, dove la bellezza coincide con la sottrazione e con la durata lenta delle stagioni.

testare da subito un possibile percorso all’interno di questa raccolta. Del pane, come visto, molti hanno detto. Della donna come simbolo per eccellenza, mediatrice verso una dimensione misteriosa e ambigua, le rappresen-

François Debluë

La seconda morte di Lazzaro

Armando Dadò Editore

Nessuno racconta mai davvero il dopo dei miracoli, come se la luce dell’evento bastasse a cancellarne le conseguenze. François Debluë, poeta e narratore romando, riparte invece da Lazzaro nel momento in cui il Vangelo lo lascia: vivo, sì, ma consegnato di nuovo alla fatica dei giorni. In La seconda morte di Lazzaro, ora disponibile in italiano grazie alla cura e alla traduzione di Annalisa Izzo, il personaggio biblico non diventa un emblema trionfale, bensì un uomo che deve abitare una seconda esistenza, tra desiderio, colpa, solitudine, perdita. La forma procede per frammenti, per scene rapide, quasi trattenute, e lascia affiorare una domanda semplice e terribile: che cosa significa essere restituiti al mondo, se il mondo continua a obbedire alle sue durezze? Premio svizzero di letteratura 2020, il testo conferma la natura appartata e intensa della scrittura di Debluë, autore vodese nato a Pully e cresciuto tra Montreux e Losanna. Il ponte con il nostro cantone passa invece dall’edizione Dadò e dalla prefazione di Fabio Pusterla, che accompagna questa Fantasticheria verso i lettori italofoni. Una prospettiva insolita, che sposta l’attenzione dall’evento straordinario alle sue conseguenze più intime.

Il mese di Marzo tratto dalla serie I 12 mesi nel Ticino incisi da Aldo Patocchi (xilografie, 1936) e contenuti nel libro Il pane di casa. Testi parlati di Franco Lurà. (Pagine d’Arte)

tazioni sono qui numerose: i rituali classici dell’esposizione della nudità femminile per far cessare i temporali o le burrasche del mare, le feste agricole dove il nudo delle donne si voleva propizio per il raccolto. L’associazione del-

Roberto Genazzini

Grazia regalata

Fontana edizioni

Un ragazzo condannato alla forca, una giovane donna decisa a sottrarlo a quel destino e una Lugano d’inizio Ottocento attraversata da paure, credenze e rapporti di forza. Con Grazia regalata, Roberto Genazzini costruisce una vicenda che prende avvio dall’accusa di un omicidio e dalla confessione ottenuta sotto tortura di un innocente. Mentre il tempo corre verso l’esecuzione, Angelina tenta ogni strada per salvare il cugino Riccardo. Sullo sfondo si muovono figure come il parroco, il giovane Sigismondo e il boia chiamato a eseguire la sentenza, in un mondo nel quale giustizia e verità non sempre coincidono. Tra mercati, campagne, osterie e personaggi che appartengono alla memoria del territorio, il romanzo intreccia ricostruzione storica e racconto umano interrogandosi sulla possibilità della salvezza.

le donne con il soprannaturale e il verticale scende lungo le epoche storiche fino a saldarsi in modo concreto con la cultura dialettale a noi più vicina. Così non sarà forse un caso che da qualche parte si usasse dire «quela lí la va bén par la nòtt di mòrt, quella va bene per la notte dei morti», nella spiegazione «pur di non restare soli anche quella compagnia era agognata», ma forse anche nell’allusione alla vicinanza attribuita alle donne (povere e benedette donne!) con l’ultraterreno.

Si sa che la comunicazione dialettale è spesso indiretta e allusiva, e ricorre volentieri alle simbologie: numeri («con abbinamenti che sembrerebbero pure loro riconducibili alla cabala»), riferimenti alla religiosità, interpretazione di segnali meteorologici e lettura delle forme e dei colori del cielo. In quest’ultimo contesto, oltre a detti e sentenze su nuvole, sole, luna, pianeti eccetera, sorprende il lettore la serie di denominazioni cristianizzate della Via Lattea: «stradón da san Carlo (Preonzo), cará d sa Iâcum (Aquila), strada de sant Viscéns (Auressio), carèe da san Giuann (Brione Verzasca), strada ch’a va in Gerusalèm (Vairano)»; una strada lungo la quale nella notte di San Giacomo (25 luglio) si pensava transitassero le anime dei morti.

L’arcobaleno, la cintura del drago nei dialetti del Ticino settentrionale, atterra in un luogo e ne fa marcire istantaneamente i campi, oppure risucchia l’acqua e soprattutto le persone, trasportandole chissà dove. E suscita sincera meraviglia il resoconto di una donna di Mendrisio di fronte all’aurora boreale del gennaio del 1938: «Case, strade e la stessa chiesa dei Cappuccini che intravedevo da casa sembravano dipinti di rosso. Era uno spettacolo in un certo senso meraviglioso, ma anche inquietante… L’incredulità e la pau-

Peter Bichsel

Storie per bambini Edizioni Casagrande

Basta accettare una regola improbabile e seguirla fino in fondo: è così che prende forma il mondo narrativo di Peter Bichsel. Un uomo decide di cambiare il nome delle cose, un altro vuole verificare di persona la forma del pianeta, altri ancora inseguono idee all’apparenza inutili eppure capaci di aprire crepe nella realtà quotidiana. Raccolte per la prima volta nel 1969 e ora riproposte da Casagrande in una nuova traduzione di Chiara Allegra (con postfazione di Giovanna Zoboli e uno scritto di Marco Belpoliti) le Storie per bambini appartengono a quei libri che sfuggono alle classificazioni più immediate. Destinate ai giovani lettori ma tutt’altro che esaurite nell’infanzia, conservano la leggerezza del gioco e, insieme, la profondità delle domande essenziali. Bichsel, scomparso l’anno scorso a Zuchwil, insegnò a lungo nella scuola elementare prima di dedicarsi completamente alla scrittura. Forse anche da quell’esperienza è nata la capacità di osservare il mondo da un’angolazione inattesa, affidandosi a una lingua limpida e priva di compiacimenti. Dietro l’apparente semplicità dei sette racconti affiora una riflessione sulla libertà, sull’immaginazione e sul rapporto tra parole e realtà, in linea con la sua poetica.

si ritira

dialetto e alla sua cultura

ra dominavano assieme allo stupore. Nessuno sapeva dare una spiegazione al fenomeno. Il cielo si era tinteggiato verso l’Italia di un colore rosso sempre più cupo. Questo fenomeno si è protratto per l’intera notte e nessuno è andato a dormire».

È ovviamente amplissima la parte dedicata alla medicina popolare, al suo lessico e agli atteggiamenti culturali di fronte alla scienza medica accreditata, rispetto alla quale il dialetto esprime dapprima avversione, poi dileggio, poi preoccupazione, poi ricerca di alternative con il ricorso alle credenze e al rimedio naturale tradizionale.

« A var püssée un zicch da Signúr che centmila dutúr, vale di più un po’ di fede che centomila dottori»; «Dali fémi e da dutúr al ma guardia l Signúr, da femmine (ancora l’ossessione delle femmine!) e da dottori mi guardi il Signore»; fino a un tranquillizzante e risolutivo «cun l’aqua e l’èrba di praa, sa cüra tütt i maa, con l’acqua e l’erba dei prati, si curano tutti i mali».

Capitolo a parte si merita la malattia mentale, la più misteriosa, la meno interpretabile, affrontata con metodi simili al voodoo che si ha pudore di non riferire (la spiegazione sta a pagina 62 del libro).

C’è tanto altro in questo Il pane di casa. E vale la pena leggerlo anche solo per notare come colpisca sempre, della cultura dialettale a noi più prossima, un modo indiretto e per rinvii di affrontare misteri, sentimenti e incognite: la paura, la malattia, la morte, i fenomeni naturali, ma anche i rapporti familiari e quelli con l’infanzia.

Certo quelle culture non potevano che risultare totalmente sguarnite davanti alla spiegazione scientifica del mondo, figuriamoci di fronte alle eclissi e alle congiunzioni astrali. E figuriamoci di fronte ad affetti e sensualità, espressi con metafore, con l’avvicina-

mento a immagini concrete ma oblique, non di rado nell’imbarazzo e invocando l’ironia.

Riesce però ancora a stupire la sentenza che contraddice la sentenza, la sanzione ironica della saggezza tradizionale, la vertigine sul detto popolare.

Perché «na in düvina mía vüna chi che guarda la lüna, non ne azzecca una chi guarda la luna: per decidere cosa fare; la lüna l’è bèla, ma vardaa nimá chèla u s va a borèla, la luna è bella, ma a guardare solo quella si va a rotoli; espressioni che si riagganciano a un’altra analoga: i pruvèrbi di vicc inn bun da fá cavicc, i proverbi dei vecchi, sono buoni per far cavicchi, non valgono nulla». Come è nella tradizione delle Pagine d’Arte, il volume porta ampia iconografia artistica. Accanto alla Ragazza con il pane, i capitoli sono scanditi dalla cupezza onirica delle xilografie dei mesi di Aldo Patocchi del 1936, e chiusi dal rito della polenta in Valle Verzasca di Luigi Rossi del 1889. «Che io rimpianga o non rimpianga questo universo contadino, resta comunque affar mio. Ciò non mi impedisce affatto di esercitare sul mondo attuale così com’è la mia critica: anzi, tanto più lucidamente quanto più ne sono staccato, e quanto più accetto solo stoicamente di viverci».

Bibliografia

Franco Lurà, Il pane di casa. Testi parlati, con I 12 mesi nel Ticino incisi da Aldo Patocchi, Tesserete, Pagine d’Arte, 2026.

Dove e quando La Biblioteca cantonale di Lugano dedica alla casa editrice Pagine d’Arte una mostra curata da Matteo Bianchi, Carolina Leite e Luca Saltini. Fino al 19 settembre. Orari: lu-ve, 08.30-18.30; sa, 09.00-16.00.

Alta finanza

Romanzo ◆ Le insidie di un certo tipo di successo nel nuovo romanzo di Lorenza Noseda

Un cognome, si sa, a volte può pesare come un macigno. Lo sa anche il protagonista del nuovo romanzo di Lorenza Noseda (Premio Chiara inediti 2019 per la raccolta Gente di frontiera – ed. Macchione, Varese).

Tommaso Faggioli, infatti, nato e cresciuto a Zurigo, zurighese fino in fondo non è, lo si capisce subito da quel cognome tutto italiano che si porta appresso lo stigma dell’immigrato – colui che, nella Svizzera interna era chiamato Tschinkeli. Eppure, un salvifico mix tra impegno e fortuna ha portato il tenace e ambizioso Faggioli a realizzare una carriera bancaria non da poco, la quale, a sua volta, gli ha permesso di guidare macchine sempre più belle, frequentare gente sempre più ricca, e lo ha portato a credersi ormai arrivato ai vertici di quanto si possa umanamente bramare.

La cronaca di questi anni ci ha raccontato come a farla da padrone nei corridoi dei grandi istituti bancari possano essere anche oscure trame finanziarie, summa di operazioni ben lontane da una concezione eticamente sostenibile dell’alta finanza. A Fag-

Cronaca di un padre mancato

Romanzo in versi ◆ Il memoir poetico di Fabiano Alborghetti attraversa un legame familiare irrisolto mentre la storia italiana si rifrange nella quotidianità

Manuel Rossello

La dicitura «romanzo in versi» del pregevole Movimento elementare di Fabiano Alborghetti impone un’osservazione preliminare: quello della poesia narrativa è sempre stato un genere sostanzialmente estraneo alla tradizione poetica in lingua italiana, molto più rigogliosa sul versante idillico-elegiaco. L’ingombrante eredità petrarchesca ha pesato non poco nel far pendere la bilancia nel campo della liricità e dell’irrealtà. Volendo indicare antecedenti illustri a cui richiamarsi vengono a mente, certo, La camera da letto di Bertolucci, La ragazza Carla di Pagliarani e poco altro. A meno che non si ricorra alla produzione dialettale, per esempio i poemetti di Carlo Porta, nei quali la critica ha peraltro ravvisato dei capolavori. Viceversa, in area anglosassone la ballata gode di una lunga tradizione, e per fare due nomi tra i tanti menzionerei almeno il Don Juan di Byron o il Tam ’O Shanter di Burns, un horror ante litteram Acclaratane la peculiarità formale, come valutarne il risultato? Il pur inflazionato termine di «memoir» pare adeguato in prima battuta a circoscriverne i confini. La vita di un uomo è riepilogata alla luce del legame con il narratore, che temerariamente ne è anche il figlio. Ai versi è demandato il compito di «fare i conti» con il proprio padre, di rimarginare le ferite di un rapporto insieme profondo e manchevole, viscerale e incompiuto. Ma c’è di più.

Intanto si prova ritegno nello scandagliare e valutare la qualità di un testo calato fin nei recessi di un rapporto che, benché esibito al lettore, rimane privatissimo. La materia è presto detta: il figlio-autore registra quasi giorno per giorno i fallimenti e le frustrazioni del padre-protagonista. Ma il fatto che segua (e insegua) in un perenne presente la sua

vita stentata e inappagata, dalla natia Valsesia alla periferia di Milano, dagli anni giovanili del secondo dopoguerra fino all’epilogo di pochi anni addietro, fa del narratore una sorta di «testimone assente». Malgrado l’assillo paterno di avanzare lungo i gradini della scala sociale, ogni tentativo è frustrato e il sogno di un pur modesto benessere svanisce. L’astio della madre per un marito considerato inetto e incapace di trarre vantaggio dal boom economico finisce per provocare la fine del matrimonio. Intanto gli accadimenti della realtà brulicante di vita, quella più brutale come quella più banale, scorrono paralleli all’esistenza di suo padre, come intravisti da un finestrino appannato: il Carosello, la Primavera di Praga, il frigorifero Ignis, gli anni di piombo, Lotta continua, Seveso, la banda della Magliana, Ustica, la stazione di Bologna… Mentre la vita si consuma in un susseguirsi di giorni forsennati e insensati, l’autore registra il perdersi degli usi conviviali per l’implacabile necessità di vivere

e di sopravvivere (la nonna che «ha dismesso da anni i canti affettuosi»).

A fare da sfondo c’è una Milano grigia e implacabile, ma non per questo meno vivace, con la Chinatown di via Sarpi ancora chiamata «il borg di scigulàtt » perché vi si coltivavano le cipolle; o con la nebbia ormai dissolta (la «scighera»), con il suo caratteristico odore.

Ogni esistenza è irripetibile, eppure è simile a tante altre vite stentate. Celato sotto la pietas verso il genitore si intuisce un sottotesto incandescente, un rimuginare incessante attorno a quel rapporto ora tenero, ora straziante, ma segnato per entrambi dal dubbio di essere stati inadeguati. Non si può insomma non avvertire a ogni pagina, quasi a ogni verso, una vibrazione sotterranea eppure tenace: il pulsare sismografico di quel rapporto irrisolto che in fondo è il destino di ogni relazione padre-figlio.

Bibliografia

Fabiano Alborghetti, Il movimento elementare, Capelli editore, 2026.

Nel cuore della frattura

Pubblicazione ◆ Con Io sono Israele, Marco Alloni affronta il presente attraverso una narrazione tesa e lungo le ferite più profonde del nostro tempo

gioli la batosta arriverà quando, senza preavviso, gli bloccheranno i conti. Tutto cambierà sembianze, rivelandosi per ciò che è davvero: ecco allora che gli amici forse non erano davvero tali, così come la città di Zurigo non è poi così allettante e «da mordere» come appare a chiunque abbia disponibilità economica.

In questo suo I ragni hanno gli occhi dietro la testa (puntoacapo), Noseda fa la disanima di una vita lineare solo all’apparenza, suggerendoci quanto sia aleatorio tentare di sfuggire al proprio passato, soprattutto quando lo si rinnega.

Non è una lettura che si attraversa con leggerezza quella proposta da Marco Alloni. Già dal titolo, Io sono Israele. Viaggio al termine dell’umano, il libro introduce una frizione immediata. Da una parte un enunciato netto, quasi perentorio; dall’altra un sottotitolo che proietta il discorso verso uno scenario estremo, dove la riflessione politica si intreccia a domande radicali sulla condizione umana.

Pubblicato nel 2025 da Compagnia Editoriale Aliberti, il volume affronta uno dei nodi più incandescenti del presente, scegliendo una prospettiva narrativa che si misura apertamente con le tensioni del nostro tempo.

Al centro del libro si trova una figura definita come un «santo», un uomo che si muove in Egitto dopo un lungo periodo di studio e contemplazione. Attorno a questa presenza prende forma un percorso che attraversa la crisi dell’umano, tema dichiaratamente centrale dell’opera.

La riflessione proposta da Marco Alloni si colloca in un percorso coe-

rente di osservazione del Mediterraneo allargato e del Medio Oriente. Scrittore, giornalista e nostro collaboratore, l’autore ha sviluppato nel tempo un rapporto di attenzione costante con l’area egiziana, che costituisce uno dei suoi principali luoghi di riferimento culturale e di esperienza. È da questa postura di osservazione che prende forma anche uno sguardo sul conflitto mediorientale, che fa per l’appunto da sfondo al libro, con il conflitto israelo-palesti-

nese assunto come punto di osservazione privilegiato per interrogarsi su potere, identità, appartenenza e responsabilità storica.

In questa prospettiva, il riferimento a Israele contenuto nel titolo assume un valore che va oltre la sola dimensione geografica o politica, diventando il perno di una riflessione più ampia sulle fratture del presente. Il libro affronta questioni complesse e divisive senza cercare scorciatoie. Durante la lettura emerge la volontà dell’autore di confrontarsi con temi che toccano non soltanto l’attualità internazionale, ma anche categorie più profonde come convivenza, memoria e coscienza collettiva.

Più che fornire risposte semplici, Io sono Israele sembra voler tenere aperte domande difficili. Ed è forse proprio questo l’aspetto più significativo del libro: la scelta di abitare una zona di tensione, dove la narrazione diventa strumento per osservare le contraddizioni del presente e misurarsi con una realtà segnata da conflitti sempre più radicali.

Immagine di copertina del romanzo in versi Il movimento elementare di Fabiano Alborghetti (Capelli editore)

Bombastici frutti di bosco

I frutti di bosco sono ormai così sodi e maturi che sembrano quasi saltare fuori dal cestino. Sono gli ingrediente ideali per preparare dolci perfetti per l’estate

7 consigli per buongustai con i frutti di bosco

L’acidità esalta la dolcezza: una spruzzata di succo di limone o di aceto balsamico sui frutti di bosco agisce come un vero e proprio amplificatore del sapore, rendendoli più dolci.

Shock da freddo: i frutti di bosco appena tolti dal frigorifero hanno un sapore meno intenso. 15 minuti a temperatura ambiente fanno miracoli per il loro aroma.

Aroma intenso: in forno (200 °C, 8 minuti) i frutti di bosco perdono acqua e assumono una consistenza più simile a quella della marmellata. In questo modo sono perfetti come guarnizione.

Neve di frutti di bosco: congelare un mix di frutti di bosco e, una volta congelati, grattugiarli con una grattugia da formaggio o da limone su yogurt, gelato o panna cotta per un rinfresco sorprendente.

Per adulti: qualche goccia di olio d’oliva aromatico sul dessert ai frutti di bosco conferisce un aroma più «rotondo» e «adulto». Per tutti coloro che amano sperimentare.

Sale e pepe: un pizzico di sale (non di più!) esalta la dolcezza dei frutti di bosco, proprio come il sale nel caramello. Anche il pepe contribuisce ad arricchire l'aroma: nelle bacche ha un effetto simile a quello della vaniglia e ne rende il sapore più interessante.

Abbinamenti perfetti: fragole con scaglie sottili di parmigiano, mirtilli con timo e miele, more con cioccolato fondente ed espresso, lamponi con rosmarino.

Trifle ai frutti di bosco

Speciale dessert inglese che regala sapore strato dopo strato. Il trifle, oltre alle bacche, contiene savoiardi, crema di quark magro e scaglie di cioccolato.

Torta ai ribes e alle fragole

Per 12 pezzi, per 1 teglia di 28 cm Ø dalle pareti spesse

1 pasta frolla rotonda già spianata di 320 g

50 g di noce di cocco grattugiata

500 g di ribes

2,5 dl di latte di cocco

2 uova

50 g di zucchero

2 cucchiai d’amido di mais

150 g di fragole noce di cocco grattugiata per guarnire

1. Scalda il forno statico a 200 °C. Accomoda la pasta con la carta da forno nella teglia. Ripiega all’interno il bordo in eccesso e schiaccialo con una forchetta. Cospargi il fondo di pasta con la noce di cocco grattugiata. Stacca le bacche di ribes dai rametti e distribuiscile sulla pasta.

2. Mescola il latte di cocco con le uova, lo zucchero e l’amido di mais. Versa il composto sulle bacche. Cuoci la torta nella parte bassa del forno per ca. 35 minuti. Sfornala e lasciala raffreddare. Taglia le fragole a fettine e distribuiscile sulla torta. Guarnisci con la noce di cocco grattugiata.

Consigli utili: Con la torta, puoi servire palline di gelato alla vaniglia o panna montata. Puoi sostituire la noce di cocco grattugiata per guarnire con zucchero a velo. Sostituisci le bacche di ribes con altre bacche.

Bomba allo yogurt

Ricetta per la bomba allo yogurt con coulis di bacche, un dessert estivo a base di yogurt, limone e panna. Va preparato il giorno prima e refrigerato per 24 ore.

Nice cream fruttata

Il gelato alla banana è leggero e gluten free e può essere preparato anche senza gelatiera. Bacche e pesche gli conferiscono un delizioso gusto fruttato.

Fragole Prezzo del giorno Provenienza: vedi confezione
Uova da allevamento all’aperto 15 pz Fr. 6.35

Due facce dell’urban italiano

Musica ◆ Samurai Jay e Sayf mostrano come il Festival di Sanremo possa diventare punto di svolta creativo e industriale

Giovanni Ferrari

Se è vero che molte canzoni dell’ultimo Festival di Sanremo sono già finite in un angolino remoto della nostra memoria, pronte a essere ufficialmente dimenticate per sempre, ci sono alcuni brani che invece hanno resistito alla prova del tempo. Non parliamo di anni in vetta alle classifiche, sia chiaro. In questi tempi caratterizzati dalla frenesia dei consumi, anche sopravvivere per un paio di mesi può essere considerata una vera e propria conquista.

Due artisti in particolare hanno saputo «sfruttare» l’ultimo Festival della Canzone italiana per presentare al grande pubblico una propria visione della musica, risultando vincenti, ognuno a modo proprio. Sono Samurai Jay e Sayf, due nomi che esprimono in maniera perlopiù differente la propria urgenza comunicativa, ma che condividono le stesse origini, ovvero il linguaggio del rap. In fin dei conti, si ritrovano vicini anche nel punto di arrivo, visto che entrambi sono alla ricerca di un dialogo con il pop contemporaneo.

Con i loro brani Ossessione e Tu mi piaci tanto, Samurai Jay e Sayf hanno dimostrato che chi inizia a fare rap non è più costretto a rimanere all’interno di regole e immaginari ben precisi, ma può allargarsi. E può farlo in diversi modi. Ed ecco qui la principale differenza tra i due artisti: il percorso volto a puntare verso un pubblico più ampio offre più alternative. Entrambi gli artisti hanno pubblicato un disco di inediti dopo l’esperienza a Sanremo. Il primo è stato Sayf che ha lanciato lo scorso 8 maggio il suo primo album ufficiale, Santissimo, uscito per La Santa Srl/Atlantic Records Italy/Warner Music Italy. Il disco ha debuttato al primo posto della classifica ufficiale FIMI/ Niq degli album più venduti della settimana (sia nella classifica generale sia

in quella del fisico) e contiene featuring di livello. Troviamo infatti Geolier, Kid Yugi, Nerissima Serpe, Bresh, Tedua, Artie 5ive e Guè. Dal canto suo, Samurai Jay ha pubblicato il suo album Amatore per Island Records il 22 maggio. E anche in questo caso il progetto (nato dall’incontro con Vito Salamanca) ospita colleghi. Sono presenti, infatti, Serena Brancale, Federica Abbate e lo stesso Sayf. Se è attualmente in rotazione radiofonica il nuovo singolo Flamenco Paranoia, è ancora Ossessione, il brano con cui si è piazzato diciassettesimo al Festival di Sanremo, a collezionare record e fare compagnia al pubblico. La canzone, certificata disco di platino, è il brano italiano con il maggior numero di settimane consecutive (ben 13!) al primo posto della classifica dei singoli Top Of The Music FIMI/Niq nell’era digitale. Un record senza precedenti.

Con Amatore e Santissimo, Samurai Jay e Sayf si raccontano: uno in modo più sensuale e pop, l’altro più crudo e introspettivo

E non solo. Ossessione ha anche conquistato il primato come brano con più giorni trascorsi alla #1 della Top 50 di Spotify. Il tutto con 1,5 milioni di stream giornalieri, oltre 100 milioni di stream complessivi su tutte le piattaforme e più di 1,3 milioni di video creati su TikTok dagli utenti con il brano. Infine il videoclip ufficiale, che vede la presenza di Belén Rodriguez, Sayf, Rkomi, Joshua, Brunori Sas, 22simba e la cantante spagnola Naiara (con cui ha realizzato Obsesión, versione in spagnolo del brano), ha superato i 13 milioni di visualizzazioni su YouTube. Mica male… Il brano urban-pop con fortissime influenze reggaeton e latin pop ha con-

La voce di Vela

Podcast ◆ Un progetto audio del Museo di Ligornetto trasforma le sculture in narrazione

quistato l’affetto del pubblico e in tutto il suo disco Amatore (che come titolo ha preso il cognome dell’artista) Samurai Jay ha cercato di rafforzare questo legame. Lo ha fatto puntando tutto sul ritmo, sulla sensualità, senza rinnegare le sue influenze partenopee. Sayf, invece, ha intercettato il gusto di molti con un brano perfetto come Tu mi piaci tanto, e ha deciso – nel suo album – di non rinunciare al linguaggio crudo del rap. Alcune canzoni, come F.I.$. con Tedua, contengono immagini esplicite e oggettivamente volgari, ma allo stesso tempo riesce a ricreare una sorta di mitologia urbana, cercando di elevare le proprie esperienze personali complesse, come fosse un grido al cielo. Anche in questo caso le origini sono presenti, con una componente ligure importante (tra l’altro cita anche il G8 di Genova) ma pure mediterranea e riferimenti al rap francese.

Un’altra differenza: se Samurai Jay racconta le relazioni in maniera volutamente leggera, tra divertimento, sentimento travolgente e gelosie, Sayf è più introspettivo e profondo, con produzioni più cupe e sicuramente meno «estive». A pensarci bene Samurai Jay e Sayf rappresentano due lati di una stessa medaglia, visto che ognuno di noi può sentire il bisogno di riflettere sulla propria esistenza. Ma anche quello di ballare, senza star troppo a pensare.

Questi due album, insomma, ci mostrano da vicino due modalità differenti di essere punti di riferimento dell’urban, tra ritornelli forti e produzioni piene di riferimenti a geografie e identità locali. Basta ascoltare il brano sul quale duettano, dal titolo Malatì, nel quale Samurai Jay e Sayf dimostrano che introspezione e leggerezza possono andare a braccetto. E possono portare a qualcosa di profondamente reale.

L’idea è davvero buona: invece di limitarsi a produrre una semplice audioguida da ascoltare passeggiando tra le sale, il Museo Vincenzo Vela di Ligornetto ha scelto di realizzare una serie di podcast intitolata Vela a più voci, curata dalla giornalista culturale Emanuela Burgazzoli e dal sound designer Fabio Bosia e fruibile anche al di fuori degli spazi museali. Al centro di ogni episodio, della durata di una dozzina di minuti, vi è un’opera dell’artista, nato a Ligornetto nel 1820, raccontata con uno sguardo contemporaneo e non convenzionale e messa in dialogo con temi e sensibilità del presente. Il primo episodio, per esempio, si concentra sull’altorilievo del 1882 Le vittime del lavoro, opera di Vela dedicata agli operai morti durante la costruzione del traforo ferroviario del San Gottardo. La sua monumentale versione in bronzo è ancora oggi collocata all’imboccatura del tunnel di Airolo ed è considerata uno dei primi monumenti europei dedicati alla classe operaia.

Il podcast, però, non racconta quest’opera attraverso lo sguardo di storici dell’arte o specialisti museali, ma sceglie di dare voce a chi, ancora oggi, può sentirsi interpellato da quelle figure scolpite: c’è Alessandro, operaio impegnato nell’attuale cantiere della seconda canna autostradale del Gottardo, che si identifica con i minatori raffigurati da Vela, e si domanda: «Chissà da dove veniva il minatore morto?». Una riflessione che ricorda come gli incidenti sul lavoro non appartengano soltanto al passato: se durante la costruzione del traforo ferroviario si contarono 199 vittime, anche la più recente galleria di base del Gottardo, inaugurata nel 2016, ha registrato nove decessi. «Una copia piccola di quest’opera dovrebbe stare sulla scrivania dei capi settore di tutte le ditte», afferma una delle persone intervistate.

Non un'audioguida, ma un racconto corale che legge le sculture di Vincenzo Vela attraverso le storie di chi le osserva oggi

Emergono poi le testimonianze di Gasaq, Xiaoping e Yusuf, migranti che riconoscono nell’opera, che raffigura quattro minatori stremati dalla fatica che trasportano il corpo senza vita di un compagno morto in galleria, un’immagine capace di risvegliare esperienze drammatiche vissute in prima persona. Trovano spazio anche le voci di Aldo, Massimo e Laura, abitanti di Airolo che convivono quotidianamente con il monumento, diventato parte del loro paesaggio e della loro memoria. A un certo punto prende parola persino Vincenzo

Entrata

Vela stesso, grazie alla voce dell’attore Matteo Carassini: l’attore reinterpreta brani degli scritti originali dello scultore, liberamente adattati e aggiornati dagli autori, accompagnando l’ascoltatore in una sorta di backstage immaginario della creazione dell’opera. Il secondo episodio si focalizza invece sul possente Spartaco, raffigurato con le catene spezzate alle caviglie: un’opera oggi conservata nel patio del Palazzo Civico di Lugano, il cui modello in gesso è custodito al Museo Vela di Ligornetto. Attraverso le testimonianze di persone migranti, il podcast invita a riflettere su tutti quei paesi in cui libertà fondamentali e diritti civili continuano a essere negati. «Io vengo da un paese in cui non puoi davvero dire ciò che pensi, e per noi donne è ancora peggio», racconta una delle voci interpellate.

Ma il dialogo con l’opera non si limita a chi ha vissuto esperienze di oppressione politica o sociale. Anche Adriano, Eliana e Mattia, residenti di Ligornetto, si interrogano su quanto, ancora oggi, possiamo davvero considerarci liberi di essere ciò che siamo, persino in un contesto privilegiato come quello svizzero. In questo modo, lo Spartaco di Vela smette di essere soltanto una figura storica e diventa uno specchio attraverso cui interrogare il presente, mostrando come il messaggio di emancipazione dello scultore di Ligornetto possa ancora parlarci nella vita quotidiana.

Se l’idea alla base del progetto convince pienamente, e dimostra quanto il linguaggio del podcast sia particolarmente adatto a mettere in relazione passato e presente, la realizzazione e la scrittura potranno probabilmente trovare ulteriore forza nei prossimi episodi, affinando alcuni dettagli narrativi e formali. Nel complesso, Vela a più voci appare però già come un esperimento promettente: un modo intelligente di uscire dalla tradizionale mediazione museale per interrogare il presente a partire dalle opere di ieri. I primi due episodi sono già disponibili gratuitamente sul sito del museo (www.museo-vela.ch/podcast).

La copertina del podcast. (Museo Vincenzo Vela)
Samurai Jay e Sayf in un montaggio di foto scattate da Ferdinando Traversa al Festival di Sanremo 2026. (Ferdinando Traversa)

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Battibecchi

Patatine e controllo di qualità

Esco per un paio di commissioni.

Passo davanti al Patatà e mi viene voglia di patate fritte. Al banco c’è un giovanotto con una polo color polpa di patata e un berretto da baseball color buccia di patata – la divisa della catena, suppongo.

«Buondì», dico. «Patate fritte. Medie».

«Salse?», dice il giovanotto.

«No, grazie», dico. «Solo patate». «Cinque minuti», dice il giovanotto. Poi, verso la cucina: «Una patata media!».

Il telefono mi vibra in tasca. Mi allontano dal banco e rispondo.

«Lei è davvero Giulio Mozzi?», dice una voce maschile. «Dico, lo scrittore?».

«Sono io», dico. «Con chi ho il piacere di parlare?».

«Il mio nome non ha importanza», dice la voce.

«Allora la nostra conversazione finisce qui», dico.

«Guido Bozzi», dice la voce.

Pop Cult

«Bene», dico. «A cosa devo la sua chiamata, signor Bozzi?».

«Mi sembra impossibile che sia davvero lei», dice Bozzi.

«Vuole che le mandi un messaggio con la foto della mia carta d’identità?», dico.

«No», dice Bozzi. «Non serve». «E allora, ripeto», dico: «A cosa devo la sua chiamata?». «Non mi aspettavo che lei fosse così com’è», dice Bozzi. «Non capisco», dico. «Be’», dice Bozzi. «Non mi aspettavo che lei potesse entrare in un nostro negozio, come una persona qualsiasi, e chiedere delle patate fritte». Alzo gli occhi. Il giovanotto al banco sta sistemando delle cose. «Lei è il cuoco?», dico. «No», dice Bozzi. «Mi scusi», dico. «Evidentemente lei mi sta osservando. Io non la vedo. La situazione è sgradevole».

«Sono il controllo di qualità», dice Bozzi.

«E dove sta?», dico. «Svorgborg», dice Bozzi. «Eh?», dico.

«Sono nel tinello di casa mia a Svorgborg, Danimarca», dice Bozzi. «Lavoro in home working ».

«Mi sta guardando dalle telecamere di controllo?», dico.

«In alto a sinistra», dice Bozzi. Guardo in alto a sinistra. La telecamera c’è.

«Non so se i suoi datori di lavoro approverebbero», dico. «Lei sta facendo uso privato di immagini colte dalla telecamera che appartiene all’azienda».

«Mozzi», dice Bozzi, «io odio l’azienda».

«E avrà le sue ragioni», dico. «Mi sta chiamando con il telefono aziendale?».

«Non sono mica scemo», dice Bozzi. «Bene», dico. «Può dirmi dunque il motivo della sua telefonata?».

«Ho fatto il liceo classico», dice Bozzi. «Sì», dico.

Invidie e rancori da social network

Per quanto possa sembrare strano, esiste un periodo dell’anno in cui la pressione mediatica e psicologica esercitata dai famigerati social network si fa più insistente, e a tratti difficile da sopportare – se non addirittura dannosa per la salute mentale di chi trascorre molto tempo a scorrere le cosiddette «vetrine digitali» rappresentate dai profili altrui. L’estate è infatti una stagione particolarmente crudele per tutti coloro – e sono sempre di più, nonostante la favola rassicurante del «finto benessere» – che anche quest’anno non potranno permettersi nessuna vacanza in luoghi esotici, e per i quali il rito quotidiano del ripetuto scrolling sui social diventa una vera e propria tortura, nel tentativo di evitare gli innumerevoli video che mostrano spiagge di sabbia bianca e acque cristalline, con tanto di selfie dai sorri-

Xenia

Ghitta

[…segue] Nel 1938 le leggi razziali colpirono anche lei. Le frequentazioni di Ghitta e la stima del Duce non la esentarono. Fu costretta a ritrarsi nell’ombra, come del resto Margherita Sarfatti, amica sua e di Mussolini. Il nome Carell non poteva più figurare sulle stampe, né essere citato. Tuttavia l’Italia era ormai il suo paese, e vi rimase. Durante la Seconda guerra mondiale si nascose, aiutata dai suoi conoscenti, e si salvò dal domicilio coatto e dalla deportazione.

Dopo la Liberazione, tuttavia, si ritrovò in una situazione paradossale: sgradita, per la contiguità coi Savoia e col Regime. Seppe riconquistare prestigio. Negli anni Cinquanta e Sessanta posarono per lei i nuovi potenti della Repubblica: politici come Andreotti, Gronchi, Nenni, e perfino il papa, Giovanni XXIII. Nel 1959 divenne infine cittadina italiana. Nel 1967 le de-

«E mi ero proprio appassionato», dice Bozzi. «Tanto che poi ho studiato Lettere».

«Sì», dico. «Ma mi appassionavano solo le opere letterarie», dice Bozzi. «Mi appassionavano anche di più le vite degli scrittori».

«Sì», dico. «Ho sempre pensato che le vite degli scrittori del passato avevano qualcosa di straordinario», dice Bozzi. «Nel bene e nel male, nel sordido o nell’eccelso, erano tutte grandiose». «Be’», dico, «la mia no». «E infatti», dice Bozzi. «Vedendola entrare in un nostro negozio, e chiedere una porzione di patate fritte così come avrebbe potuto chiederla chiunque, mi–«Questo lo ha già detto», dico.

«Non mi interrompa», dice Bozzi. «Be’, in somma, mi è venuto da pensare che oggi come oggi la letteratura è davvero caduta in basso». «Mi pare una conclusione affrettata», dico.

«No, no», dice Bozzi. «È così. Ormai gli scrittori vivono come tutti, vestono come tutti, mangiano patatine fritte come tutti, pagano le bollette come tutti, hanno il mutuo come tutti, pensano quello che pensano tutti e – inevitabilmente – scrivono quello che chiunque potrebbe scrivere». «Senta, Bozzi», dico. «Se lei–«Non dica più niente», dice Bozzi. «Lei non ha più niente da dire. Ormai la ho capita, sa? Un falso scrittore, che si fa di patatine fritte come chiunque. Complimenti, complimenti davvero».

Bozzi interrompe la chiamata. «Le sue patate fritte», dice il giovanotto del banco. «Grazie», dico. «E non badi più che tanto a Guido», dice il giovanotto. «Vive solo soletto, lassù a Svorgborg, tutto il giorno a guardare le telecamere di sorveglianza. Lui che ha studiato tanto. Non è una bella vita. Chiunque diventerebbe un po’ nervoso».

si a trentadue denti da parte di amici e conoscenti; per non parlare delle nauseanti istantanee di elaboratissimi piatti da nouvelle cuisine, o delle tante, troppe immagini da cartolina quantomeno artefatte, spesso ritoccate con l’aiuto dell’IA.

Di fatto, complice la presenza del perenne smartphone sulle nostre persone, non vi è un solo particolare delle esperienze altrui che non venga sistematicamente immortalato e registrato per poter poi essere sottoposto allo sguardo e al giudizio di amici, come di perfetti sconosciuti; e del resto, questo esibizionismo è, in fondo, l’elemento su cui la stessa idea di social network si fonda, dal momento che mezzi quali Facebook sono nati proprio per permetterci di mostrare pubblicamente le nostre vite e avventure agli amici più o meno stretti, riservando così a chiunque la desiderasse

una piattaforma dedicata interamente al mettersi in mostra.

Certo, questa vetrina risulta spesso ingannevole, proprio come ingannevole può essere considerata ogni versione personale di un qualsiasi fatto di vita vissuta, influenzato com’è dall’impressione che, più o meno consciamente, desideriamo darne agli altri. Infatti, dal momento che ben pochi tra noi sono disposti a condividere pubblicamente i propri drammi personali o gli aspetti meno edificanti della vita quotidiana, ne consegue che quanto ci è permesso vedere sulle pagine dei social è, in realtà, una versione assai edulcorata e idealizzata della vita dell’utente medio – il quale si sente pressoché obbligato a fare del suo meglio per ammantare la propria esistenza di un’aura fortunata o piacevole, indipendentemente dalla realtà dei fatti; tanto che innumerevoli sono oggi i ca-

si di individui che, dopo aver pubblicato post all’insegna della più apparente felicità e spensieratezza, hanno poi vissuto crisi profonde, spesso dagli esiti drammatici o irrimediabili. Tuttavia, seppur la razionalità suggerisca che non è tutto oro quel che luccica, la reazione istintiva di molti di noi – perlomeno, di quelli che si ritengono meno privilegiati – non può che, infine, tradire una grande amarezza davanti allo sfoggio di mezzi, opportunità e felicità altrui; tanto che sono sufficienti un paio di foto e video celebrativi dell’ennesimo viaggio o dell’automobile appena acquistata affinché noi ci si scopra non solo invidiosi, ma anche rancorosi. Eppure, forse ciò che dovrebbe farci riflettere è il fatto che questa costante attività di «guardoni» delle altrui esistenze rappresenta qualcosa di innaturale, che può oggi definirsi

come la norma solo ed esclusivamente a causa dell’indotta dipendenza da mezzi quali Facebook, Instagram e X; in effetti, viene da chiedersi se quello dell’invidia non sia stato previsto fin dall’inizio come inevitabile effetto collaterale da chi ha concepito i primi social network. Soprattutto, se davvero basta così poco affinché sentimenti tutt’altro che nobili si facciano strada in noi, forse varrebbe la pena di chiedersi se il mestiere di spettatori della vita d’altri a cui il web ci condanna giovi davvero al nostro animo – o se non costituisca piuttosto una sorta di effetto secondario della dipendenza ormai scellerata da quegli stessi mezzi di comunicazione che in teoria avrebbero dovuto unirci e «connetterci» sempre di più, ma che in realtà non stanno facendo altro che allontanarci, lentamente e inesorabilmente.

dicarono una mostra all’Open Gate Club e nel 1969 un documentario prodotto dalla RAI. Ma scelse di emigrare in Israele, e ad Haifa è morta nel 1972. Il necrologio dell’«Europeo» la ricordò come «la fotografa di un’epoca». Chi vuol conoscere aspirazioni, pretese e vanità degli italiani può esplorare online la stupefacente galleria di fantasmi allestita dall’archivio della Fondazione 3M di Pioltello, che ha ereditato dalla Ferrania 2806 lastre, 15 originali e varie stampe. È come sfogliare gli who’s who di 30 anni della nostra storia. Incontriamo i Savoia e i Mussolini; principi, duchi (un adolescente Visconti più bello del Tadzio di Luchino o forse il suo archetipo), marchesi, conti, baroni, la regina d’Inghilterra, cardinali, monsignori, ambasciatori, accademici d’Italia, industriali (Pirelli, Falk, Crespi, Feltrinelli, Mondadori, Olivetti), professori, avvocati, archi-

tetti, ingegneri, direttori d’orchestra, compositori, musicisti, scrittori, giornalisti, critici letterari e storici dell’arte (Papini, Bontempelli, Falqui, Cecchi, Longhi, Marinetti, Comisso, Brandi, Pavese, più disinvolti delle colleghe), attori, esponenti dell’élite ebraica (Levi, Segrè, Ascarelli), ma anche Walt Disney e papa Pio XII. Frontali, di tre quarti o di profilo, a mezzo busto o in piano americano, in pose che ricordano la pittura del Rinascimento o le inquadrature di Hollywood, sormontati da aureole di luce soffusa, i lineamenti ammorbiditi dall’effetto flou e poi plasticamente scolpiti dal chiaroscuro, Ghitta Carell li immortala nel giorno delle nozze, coi figli, da soli – tutti sontuosamente agghindati, tranne l’avvenente bruna signora DF, che posa nuda. Col cane, il gatto, la bambola, il violino, il fucile. Bambini e giovani belli come

star del cinema o della pubblicità, ma anche aristocratiche dalle forme difettose e dai nasi irredimibili al ritocco.

Uniformi e abiti da sposa, onorificenze, cravatte, guanti, pellicce, cappelli, collane di perle, veli, piume. Dai racconti della segretaria Elena Canino sappiamo che era Carell a scegliere l’acconciatura, i gioielli e gli abiti dalle valigie che portavano in studio: suo il controllo totale dello scatto. Dietro l’obiettivo e in post produzione, quando al tavolo da lavoro, munita di pennello e raschietto – operava sull’immagine proprio come oggi i dilettanti abusano di filtri e App – ravvivava gli occhi, eliminava chili di troppo, rendeva tutti come avrebbero voluto, o sognavano di essere. Ghitta Carell rivendicò di non fotografare «facce», ma qualcosa «che flotta» davanti a esse. Voleva catturare la verità interiore, la personalità. Lo

si comprende negli autoritratti degli anni Quaranta e Cinquanta. I capelli biondi tinti (oppure bianchi) incorniciano un volto regolare, le labbra sottili sigillate in una smorfia compassata e magnanima. Gli occhi grandi, malinconici, lievemente all’ingiù, ci osservano allarmati, con un’espressione triste di stupore e pena. Per il successo e il suo dileguare, per le proprie contraddizioni?

In Della Fotografia, Susan Sontag parla di una sua «innocente complicità». Dissento. Le immagini di Carell serbano la loro ambiguità. Si potrebbe perfino supporre l’ironia (involontaria?) nelle più sfacciate celebrazioni. Guardare il potere così da vicino annulla la giusta distanza ed esige la perdita dell’innocenza. Ed è questo spaesamento che l’obiettivo implacabile di Ghitta Carell restituisce a Margit Klein.

di Giulio Mozzi
di Benedicta Froelich
di Melania Mazzucco

GUSTO

Contorni

Spazio ai contorni

La loro denominazione è ingannevole, perché in fin dei conti sono proprio i contorni a rendere davvero perfetta una grigliata. Piatti che fanno la differenza

Testo: Dinah Leuenberger

Pannocchie di mais con pesto di coriandolo

Contorno per 4 persone

4 pannocchie di mais sale

2 mazzetti di coriandolo

1 dl d’olio d’oliva fruttato 50 g di jalapeño a fette

1 cucchiaino di paprica piccante

2 limette

1. Libera le pannocchie dalle foglie e dalle barbe e falle sobbollire in abbondante acqua salata per ca. 10 minuti.

2. Nel frattempo scalda il grill su 180 °C. Trita grossolanamente il coriandolo e mettine un po’ da parte. Riduci in pesto con il frullatore a immersione il coriandolo con l’olio e i jalapeños.

3. Infilza le pannocchie sugli spiedini e grigliale a fuoco medio girandole di frequente per ca. 5 minuti.

4. Mescola un po’ di sale con la paprica e condisci le pannocchie. Taglia le limette a spicchi e servile con le pannocchie assieme al pesto di coriandolo. Cospargi con il coriandolo messo da parte.

Qui puoi scaricare l’app Migusto

Consigli

Forno invece del grill

Se la griglia è già piena, le verdure, le patate o il formaggio possono essere preparati anche su una teglia nel forno. E se i contorni dovessero essere pronti prima della carne, non è un problema: sono perfetti anche tiepidi.

Una nota acida

Se il contorno risulta un po’ insipido, basta aggiungere una spruzzata di limone o di aceto che conferisce un tocco di acidità e freschezza in più e rende il piatto più interessante.

Un tocco di bianco

Spalmare del quark, della feta o della mozzarella su un piatto, guarnire con miele o olio d’oliva, noci e spezie come il peperoncino, ed ecco pronto un contorno dal sapore intenso e velocissimo da preparare.

Bistecca di collo di maiale marinata IP-SUISSE conf. da 4 pezzi, per 100 g Fr. 1.45 invece di 2.15 Azione: 32%, dal 23 fino al 29 luglio

Bratwurst Olma

3x2 pezzi. Fr. 7.50 invece di 10.80

30%, dal 23 fino al 29 luglio

Torta di cuscus con insalata di coste

La torta di cuscus con insalata di coste e limone è un contorno originale da abbinare a infinite preparazioni, come grigliate, tofu, cevapcici vegani e burger.

Fagiolini verdi con cipolle e limone

Con un po’ di scorza di limone, scalogni, aglio e cipolle, questi fagiolini verdi saranno un contorno prelibato da abbinare a piatti di carne o pesce.

Panzanella

Contorno per 4 persone

1 peperone giallo

350 g di pomodori

sale

200 g di pane del giorno prima, ad es. ciabattina

300 g di cetriolo

1 cipolla rossa

3½ cucchiai d’aceto di vino rosso

8 cucchiai d’olio d´oliva

1 spicchio d´aglio pepe

½ mazzetto di basilico

1. Scalda il forno a 200 °C. Adagia i peperoni interi in una pirofila e grigliali tutt’attorno in forno per 20 - 25 minuti, finché la pelle diventa nera. Sforna, fai raffreddare un po’ e metti in un sacchetto per il congelatore.

2. Taglia i pomodori a spicchi, mettili in un colino sopra una scodella. Cospargi con un po’ di sale e lascia riposare per ca. 30 minuti. Raccogli il succo di pomodoro.

3. Leva la pelle ai peperoni, privali dei semi e taglia la polpa a strisce.

4. Spezzetta il pane a bocconcini. Mettilo su una teglia e doralo al centro del forno per ca. 10 minuti.

5. Dividi il cetriolo in quarti per il lungo, taglialo a bocconcini. Dimezza la cipolla e tagliala a strisce.

6. Mescola l’aceto con l’olio e il succo di pomodoro raccolto. Unisci l’aglio schiacciato.

7. Aggiungi i pomodori, il cetriolo, le cipolle e i peperoni e mischia. Poco prima di servire, aggiungi i pezzettini di pane tostati e rimesta. Condisci con sale e pepe. Guarnisci con foglie di basilico e servi subito.

Azione:
Smashed potatoes
Sono un saporito stuzzichino per le feste o un piccolo pasto goloso: smashed potatoes cotte al forno belle croccanti servite con guacamole.
Combinazione perfetta con %

I CAPELLI SANI INIZIANO DAL CUOIO CAPELLUTO

SCALP BALANCE – CURA DEL CUOIO CAPELLUTO PER CAPELLI DALL’ASPETTO SANO IN TRE SETTIMANE¹.

Capelli sani iniziano da un cuoio capelluto equilibrato. Fattori esterni come inquinamento, styling o esposizione al sole possono causare secchezza, prurito o eccesso di sebo. La linea GLISS Scalp Balance deterge e tratta delicatamente il cuoio capelluto con formule dermatologicamente testate al pantenolo, idrata o aiuta a ridurre il sebo in eccesso. Per un cuoio capelluto equilibrato e capelli visibilmente sani e luminosi – già dopo 3 settimane¹ di uso regolare. GLISS Scalp Balance completa perfettamente la routine di cura dei capelli: la linea agisce in modo mirato sul cuoio capelluto e ne sostiene l’equilibrio naturale, mentre è possibile continuare a utilizzare i prodotti abituali per le lunghezze. Per capelli belli e curati fin dalla radice.

PASSO 1: PULIZIA

Shampoo delicato: Sviluppato per l’uso quotidiano, lo shampoo con pantenolo e biotina deterge delicatamente il cuoio capelluto e idrata cuoio capelluto e capelli. La sua formula delicata e leggera preserva l’equilibrio naturale del cuoio capelluto, aiuta a prevenire le irritazioni e dona brillantezza e un aspetto sano ai capelli.

PASSO 2: TRATTAMENTO

Siero idratante: Con pantenolo e complesso idratante al 2 %, fornisce un’idratazione intensa ai cuoi capelluti da normali a secchi, riduce la forfora dovuta alla secchezza e dona una sensazione duratura di freschezza e benessere del cuoio capelluto.

Siero purificante: Con complesso Oil Control, aiuta a riequilibrare i cuoi capelluti grassi. Riduce il sebo in eccesso già dalla prima applicazione, come clinicamente dimostrato, del 38% e dona fino a 72 ore una sensazione di cuoio capelluto pulito e rinfrescato.

PASSO 3: PROTEZIONE

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Gamaliyya, il Cairo dei sottoscala

Lasciati alle spalle il Nilo e il Grand Egyptian Museum, ci si addentra nel quartiere di Nagib Mahfuz, lungo vicoli, bazar, necropoli abitate e il grande parco al Azhar

Il bosco e la pista dei funghi in una scatola

In certi giochi da tavolo l’intuizione conta molto, nondimeno conta anche la prudenza, ma soprattutto in Amanite è l’ingordigia quella che rischia di costare cara

L’acrobata del velodromo multipremiato

Adrenalina ◆ Il momò Andrea Bellati, bronzo mondiale nel dietro motori, racconta la sua passione per la disciplina estrema del ciclismo su pista

Moreno Invernizzi

Immaginate di pedalare a rotta di collo, con punte che rasentano i 100 (cento!) km/h, inseguendo… un rullo attaccato a una moto, a una distanza tra voi che è di un centimetro o poco più. Esatto: per farlo davvero servono doti atletiche, ma soprattutto tanto sangue freddo e una prontezza di riflessi sovrumana, perché basta una piccola distrazione per un patatrac. E, soprattutto, per farsi parecchio male. In compenso, quando si gira a pieno regime, l’adrenalina che si prova è qualcosa di impagabile. Ecco perché la vita dello stayer assomiglia più a quella di un artista circense che a quella del classico sportivo.

Non a caso il momò Andrea Bellati, che di questo sport ha scritto alcune delle pagine più importanti fino a conquistare un bronzo mondiale, al dietro motori ci è arrivato proprio inseguendo i suoi sogni: «Da bambino, quando guardavo gli artisti del circo, restavo a bocca aperta» racconta Bellati spalancando il suo album dei ricordi. «Poi, un giorno, in un sogno mi sono visto calcare un podio e, sulle note dell’inno nazionale, ricevere un trofeo. Anche se non sapevo per cosa. E men che meno sapevo cosa fosse uno stayer ». Finché… «Da ragazzo pedalavo per i colori del locale Velo Club. Ci allenava Antonio Fusi, che era pure il diret-

tore sportivo della nazionale italiana. Un giorno lo abbiamo accompagnato a Zurigo perché voleva conseguire il patentino svizzero per guidare la moto nel dietro motori. Così, io e diversi altri lo accompagnammo. Non perché ci interessasse particolarmente la figura dello stayer, ma perché c’era bisogno di ciclisti che si prestassero a pedalare per gli esaminandi». Quel viaggio segna la svolta per Bellati. «Per superare l’esame pratico, Fusi doveva farmi da traino per tre giri del velodromo in 15 secondi. Dopo due tentativi andati a vuoto abbiamo impacchettato tutto per tornare in Ticino con la coda fra le gambe. È a quel punto che si è avvicinata una persona per invitarmi a tornare in pista: gli serviva uno stayer. Anche se ero stremato, ho accettato. Mentre giravo, mi chiedevo quando avrebbe dato gas: avevo l’impressione che stessimo andando troppo lenti e che da un momento all’altro ci avrebbero fermati. A un certo punto mi fa segno di staccarmi dalla moto, che poteva bastare. “Pazienza”, mi son detto, deciso a mettere la classica pietra sopra a questo sport». E invece qui arriva il bello: «Mentre mi avvio verso le docce si avvicina un tizio che mi propone di fargli da stayer ai Mondiali. Lì per lì lo squadro, come si fa con un folle. Fatti pochi

passi, la scena si ripete, ma con un’altra persona… Poi, una volta fatta la doccia, arriva quello con cui avevo girato in pista. Pure lui parla di Campionati svizzeri e Mondiali, esortandomi a non dare ascolto ai due che l’avevano preceduto. E si spiega: per l’esame dovevamo percorrere tre giri in 15 secondi, noi ne avevamo fatti addirittura dieci in 13».

Entrato nel circuito a 22 anni, Andrea Bellati ci resterà per parecchi anni, divenendo una delle punte di diamante del dietro a motori a tinte rossocrociate. «Nella mia carriera da stayer ho realizzato diversi record. Sono ad esempio stato il primo ticinese a vincere una medaglia mondiale, e il primo a vincere il titolo nazionale nel ciclismo su pista. Ma più che i risultati, ricordo l’emozione che mi dava girare su quell’anello. Rientrato da Zurigo, nel giro di pochi giorni mi sono ritrovato immerso nel mondo delle gare su pista».

Dopo due false partenze (alla prima, la Coppa Europa di Bassano, la moto si era spenta a 5 minuti dalla fine, e a Zurigo la gara è stata interrotta per pioggia), il terzo tentativo, il Campionato svizzero, è quello buono: «Una gara tiratissima, ma alla fine sono riuscito a vincerla, battendo i migliori del dietro motori rossocrociato. Il titolo

mi ha poi dato il pass per i Mondiali di Vienna. Quando ho messo piede nel velodromo coperto della capitale austriaca mi sembrava di entrare in un altro mondo di acrobati in sella a una bici. Al loro cospetto mi sembrava di essere l’unico “normale”. Già le qualificazioni mi parevano uno scoglio insuperabile. Credevo di morire per lo sforzo e avevo l’impressione che non sarebbe servito a nulla. Ho pensato di ritirarmi: “Sono il campione svizzero, e mi basta: ora getto la spugna e chi s’è visto s’è visto: finché è durata mi sono divertito”. Così mi sono staccato dal rullo. Ero pronto ad alzare bandiera bianca, quando una sfilza di imprecazioni in tedesco del mio pilota mi ha fatto tornare in corsa. Ho continuato a pedalare fino alla fine. Quando poi gli ho chiesto spiegazioni, serafico, mi ha risposto che ci eravamo qualificati per la finale, facendo per giunta meglio del campione del mondo. Altro che ritiro! In finale, poi, ho sfiorato la medaglia, chiudendo al quarto posto, risultato che per me era già qualcosa di eccezionale».

Quattro anni (e altri tre titoli svizzeri) dopo, Bellati in Giappone sul podio iridato ci sale per davvero, chiudendo al terzo posto. «Quel bronzo mi ha aperto le porte del professionismo. Successivamente mi sono laureato vi-

cecampione europeo, collezionando ancora un terzo posto ai Campionati svizzeri e un settimo piazzamento ai Mondiali fra i professionisti. Ho corso un’altra stagione, poi sentivo che per me era arrivato il momento di mettere piede a terra, e ho chiuso la mia carriera».

Per riuscire in questo sport servono di certo talento ma non solo: «Fondamentale è anche il feeling che si instaura tra motociclista e ciclista. Ci vuole l’abilità e il polso del primo per disegnare le traiettorie ideali tra rettilinei e curve che possono arrivare fino a 4850 gradi di pendenza, ma pure la gamba del secondo e il suo sangue freddo per stare incollato al rullo, a oltre 80 km/h. In più, se qualcosa va storto, il rischio di farsi male, anche parecchio, è sempre in agguato. Più di una volta mi è capitato di vedere incidenti». Incidenti che non hanno risparmiato nemmeno Andrea Bellati: «Una volta a Singen, mentre stavo effettuando un sorpasso a tre, quello di mezzo non si è accorto che stavo sopraggiungendo e spostandosi verso l’esterno mi ha chiuso la strada, mandandomi fra i cartelloni pubblicitari. Sono riuscito a sganciare un piede e a non cadere. Ma per quella frazione di secondo che ho rischiato di finire a ruzzoloni nella mia testa è passato il film della vita».

Andrea Bellati in pista.
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Total al passo con i tempi

65 anni fa la Migros lancia la marca propria Total. Dalla polvere per le prime lavatrici, passando per Total o.P. fino all’avvento dei detersivi liquidi: ecco le tappe fondamentali di questa marca leggendaria

Testo: Barbara Scherer

Detersivi

Per gran parte della storia dell’umanità, fare il bucato è stato un vero e proprio lavoro massacrante. Fu solo nel XX secolo che le prime lavatrici si diffusero nelle case. Si trattava per lo più di macchine semiautomatiche: molte fasi del processo, come ad esempio il riempimento o il riscaldamento dell'acqua, dovevano essere eseguite manualmente. A partire dai primi anni ’50, i produttori iniziarono a sviluppare le prime lavatrici completamente automatiche per uso domestico. Tuttavia, questi apparecchi divennero accessibili ad ampi strati della popolazione solo negli anni ’60. Di conseguenza, i detersivi dovettero adeguarsi al progresso. I primi prodotti erano semplici saponi in polvere. Con l’avvento delle macchine completamente automatiche, ci si accorse però che producevano troppa schiuma. Per questo motivo le formulazioni furono ulteriormente perfezionate e arricchite con agenti antischiuma. È proprio qui che ha inizio la storia del marchio di detersivi Migros Total. Nel 1961, con la marca Total, la Migros lancia sul mercato un detersivo in confezione da 500 grammi al prezzo di 1 franco.

Viene pubblicizzato come detersivo specifico per lavatrici semiautomatiche e completamente automatiche.

1967 La confezione Total si presenta con un nuovo design. E il prezzo sale a 1.12 franchi.

1971 Total o.P. È il primo detersivo per bucato completo privo di fosfati, un additivo che veniva aggiunto ai detersivi per addolcire l'acqua e migliorare l'efficacia del lavaggio. Attraverso le acque reflue, queste sostanze finivano però nei laghi e nei fiumi, dove favorivano la crescita eccessiva delle alghe. Per motivi di tutela ambientale, nel 1986 in Svizzera è stato vietato l'uso dei fosfati nei detersivi.

1988 Con Total Futura viene lanciato sul mercato un nuovo detersivo per il bucato che garantisce capi puliti anche a temperature più basse. Grazie alle migliori prestazioni di lavaggio, il bucato risulta pulito già a 40 gradi e senza prelavaggio. Inoltre, Total Futura è disponibile in tre formati: da 8, 5 e 1,2 chilogrammi.

1989 La Migros inserisce nella propria gamma la versione liquida di Total. Il prodotto

verrà poi commercializzato con il nome di «Total liquid». All’epoca, i clienti pagavano 11.50 franchi per 3 chilogrammi di detersivo liquido.

1997 Tutti i detersivi in polvere Total vengono dotati di una protezione anti-pelucchi per preservare meglio i colori dei tessuti.

2001 Total amplia il proprio assortimento con un nuovo detersivo liquido per capi neri, sviluppato appositamente per la cura dei capi di abbigliamento scuri.

2008 Viene lanciato Total Cool Active per il lavaggio a freddo, un detersivo attivo già a partire da 20 gradi. In seguito, questa funzione verrà integrata nei prodotti standard Total. Total Cool Active diventa così superfluo e scompare.

2016: viene lanciata sul mercato la linea Total Express, che lava i capi con cicli di lavaggio brevi.

Nel 2026 Total compie 65 anni. Non è un motivo per andare in pensione, ma per festeggiare. Al momento esistono circa 22 detersivi Total.

Foto: Bildarchiv-MGB, Getty Images, Adobe Stock
Uno per tutto
Detersivo liquido Total
Azione:

Tra le anime sospese del Cairo

Reportage ◆ Viaggio in una città che non conosce il silenzio e dove l’antichità convive con il contemporaneo

Andrea Galli, testo e foto

Quaggiù, signore e signori, dovete sporcarvi di giorno e faticare a dormire la notte, ammesso che vi sia una differenza, tra il giorno e la notte; abbiate la polvere addosso, talvolta anche la sabbia trascinata dal deserto, fatevi scoppiare le orecchie e la testa, dopodiché, se volete lamentarvi, sì, fatelo, fatelo pure, ma fatelo al telefono, con qualcheduno lontano: immersi nell’infinita città del caos e del rumore che nessun numero ufficiale mai conteggia per l’esattezza – venti milioni, forse trenta milioni di residenti – e d’altra parte abitano dentro perfino le necropoli, ecco, nessuno mai vi ascolterà oppure baderà a voi, e voialtri resterete pertanto sospesi nel flusso di macchine e motorini e animali morti e gente in cammino e gabbiani che trasportano bisce catturate in rivoli d’acqua-discariche e gente in cammino e cavalli spompati e martelli pneumatici e carretti e furgoni e gente in cammino e musica incessante dagli altoparlanti dei negozietti e cani randagi in branco e bimbi di cinque anni sui marciapiedi che si lanciano contro i finestrini saettando minacce di morte per aver monete in dono.

A Gamaliyya, l’antico quartiere arabo, si vive di sottoscala e deviazioni, lì dove la città smette di esibirsi e cerca di medicarsi vecchie ferite

Al Cairo, laddove in lingua araba al è l’articolo, il termine Cairo veicola con la radice lessicale aggettivi di dominio: vittoriosa, soggiogatrice, trionfante. Al Cairo. Potreste – quantomeno la maggioranza fa così – arrendervi all’ovvio, al classico ancorché magnifico, beninteso: la crociera sul Nilo e il nuovo museo egizio, quel Grand Egyptian Museum inaugurato l’autunno scorso e invero spazio supremo d’emozione, anzi di commozione profonda – possono lacrimare gli occhi e farsi profondi i respiri intanto che la pelle pare vibrare; senza dubbio, non sareste nel torto, e insieme potreste aggiungere soggiorni su su, in alto, comodi pancia all’aria nelle terrazze degli hotel stellati e iperstellati che donano panorami sul Grande Fiume. Vero anche questo. E però. Gamaliyya è l’antico quartiere arabo che fu di Nagib Mahfuz (19112006), giornalista e sceneggiatore, scrittore soprattutto, premio Nobel, guida eterna alla scoperta di queste anime cairote nei decenni sospese, in un universale spirito di sopravvivenza, gli obblighi e le punizioni d’uno Stato-regime, le frustate e le frustrazioni, e la creazione d’un mondo parallelo di sottoscala per la musica dunque per la libertà, di capelli sciolti evasi dai veli, di amori omosessuali, e via via di urgenti incroci e bisogni, di anfratti e sfoghi, di droghe e alcolici, l’inseguimento disperato del peccato per violarlo.

Gamaliyya è anche il luogo di nascita di Abdel Fattah al Sisi (1954), presidente della Repubblica egiziana dal colpo di Stato del 2013 quand’era ministro della Difesa, nemico del fondamentalismo islamico. Egli guida una nazione popolosa (l’ottava al mondo, sono in 116 milioni), giovane (età media di 24 anni e mezzo) ma non giovanissima se raffrontata al resto del continente africano (nella fascia del sub Sahel ci sono medie anche di 16 anni). Al Cairo: la vittoriosa, la soggiogatrice, la trionfante. E l’Egitto:

masr umm el dunia, ovvero Egitto madre del mondo. Sentinella e garante, all’ingresso del museo, è la statua del faraone Ramses II; undici metri d’altezza, 83 tonnellate di peso. La scolpirono nel granito nel 1200 avanti Cristo. Cioè oltre un milione di giorni fa. Un milione. Granito color rosso.

Il rosso è un colore poco presente, in questa sequenza di grigio, grigio un poco scuro o grigio scurissimo, grigio annerito, grigio cupo, sequenza nella quale sono avvolti i palazzi, palazzi addossati, palazzi storti, palazzi sormontati da cisterne, palazzi dai piani che s’alternano, palazzi, palazzi, palazzi, palazzi ovunque, palazzi con un piano sberciato come se centrato da bombardamenti e un altro piano rifinito in eleganza, così almeno s’intuisce esaminando serramenti, tendaggi e tendendo l’occhio per sbirciar dentro; ci sono palazzi in macerie, le capre esplorano fra i detriti in cerca di foglie ed erba, ma una caratteristica del Cairo è quella di non avere punti di sosta rispetto al bordello urbano, non dei fiori, non una pianticella, figurarsi un parco. Quando mai. Poi c’è al Azhar. Il parco maestoso. Ci arrivate lasciandovi dietro il Nilo e andando – ancora una volta – in direzione di Gamaliyya, dove sorge il bazar, bancarelle ai lati della strada, in un miscuglio senza confine alcuno, dove si alzano le moschee a cominciar da quella di Mehmet Ali rivestita d’alabastro per proseguire con l’omonima al Azhar, vertice del pensiero teologico sunnita; e dove s’estende una di quelle necropoli abitate dai viventi, dove le colline permettono una veduta d’insieme su questa metropoli, questo Egitto ancora mortificato da importanti tassi d’analfabetismo, dalle re-

pressioni contro libertà fondamentali, dal disastro delle molestie pubbliche contro le donne non sanzionate dalla giustizia in una complicità bestiale tra uomini, l’uomo autore del reato e l’uomo che deve giudicarlo secondo la legge. Il Nilo. Il bazar. Le moschee. L’Egitto contemporaneo. Infine il parco al Azhar. Fotografie di rito, dopo la cerimonia religiosa, a una coppia di sposi: lui vestito di nero, giovane; lei forse giovane, forse no, impossibile saperlo: indossa il burka. La coppia si mette in posa. Cammina, sosta, altra posa. I parenti intorno scattano col cellulare. Ridono. Transitano dei gatti. Gatti ovunque, in Egitto, come nell’intero Nordafrica. La coppia percorre una lieve salita, i parenti s’accodano. Lei forse ride. Forse suda. Il sole va e viene. I parenti ridono. Altri gatti.

Sull’erba, un picnic. Dodici ragazze intorno a una tovaglia imbandita di dolci. Mai ammirata tanta gioia: raccontano di venire dalla Siria, sono in vacanza. La Siria, uscita dal generale interesse mediatico, quasi che la caduta del dittatore Assad abbia da sé fornito una garanzia di salvezza pace benessere, è afflitta da una crisi economica devastante. Le ragazze offrono i dolci, per lo più biscotti di mandorle. Festeggiano il compleanno di una di loro. Quanta gente, nel parco. D’estate, con anche i cinquanta gradi, è un luogo di tregua. Fuga all’ombra di palme e acacie. Dal caldo pazzesco. Chissà i poliziotti e soldatini che se ne devono stare, in pesante tenuta anti-sommossa, piantati fermi ai checkpoint. Che non viene altra espressione. Check-point. Nelle strade dei palazzi presidenziali, delle università, delle immediatezze di piazze quale la piazza Tahir che nel 2011, l’anno delle cosiddette primavere arabe, fu il centro di raccolta delle proteste, vi sono: pile di transenne da posizionare a piacimento secondo necessità, camionette, e agenti e militari appunto, armati, con gli scudi, gli elmetti, rigidi in viso, concentrati, le dita posizionate sull’arma medesima nella postura di chi è pronto a sparare.

Un forestiero potrebbe anche percepire un senso di sicurezza, di protezione, una garanzia a che vi sia un effetto dissuasione su possibili malintenzionati. Niente di tutto questo. La presenza delle guardie risponde a un mero obiettivo: evitare assembramenti. L’assembramento infatti potrebbe, in un passaggio successivo, fornire la base a una protesta. E nell’Egitto di al Sisi è vietato protestare. La moneta nazionale, la sterlina, è in progressivo indebolimento. Per un Paese che poggia sul turismo, gli anni pandemici hanno prodotto danni attuali.

Nei suoi scritti, Nagib Mahfuz riflette una pulsione, una fobia, un’eredità: spiare. O meglio: diffidare del prossimo e pertanto informarsi preventivamente. In una scuola di lingua araba che ho frequentato per un corso, all’inizio della prima lezione, nonostante avessi già fornito, per ovvi motivi, in fase di iscrizione, le mie coordinate, hanno chiesto il passaporto e l’hanno fotocopiato. Ho domandato per quale motivo. La premurosa segretaria non ha risposto. Mi hanno assegnato a una professoressa anziana, minuta, dolce; godeva nello scrivere alla lavagna le parole da copiare sul quaderno, forse anche perché, col movimento, tintinnavano i braccialetti, gli orecchini, finanche gli anelli.

Alcuni scorci del Cairo.

Il pane e le donne, nel mondo che

Ricetta della settimana - Tagliata di vitello con salsa al pesto

Patrimonio dialettale ◆ Quattro conferenze di Franco Lurà e le opere di tre artisti nel bel libro delle edizioni Pagine d’Arte dedicato al

Ingredienti

Piatto principale

Ingredienti per 4 persone

4 costolette di vitello di circa 220 g olio per arrostire

20 g di rucola

pepe

40 g di parmigiano

Salsa al pesto

40 g di zucchine

2 mazzetti di basilico

¼ di mazzetto di menta

2 c di mandorle spellate

6 c d’olio d’oliva

3 c di brodo

1 c di parmigiano

grattugiato

fleur de sel o Smoky Sea Salt pepe

«È questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa. Gli uomini di questo universo non vivevano un’età dell’oro, come non erano coinvolti, se non formalmente con l’Italietta. Essi vivevano quella che Felice Chilanti ha chiamato l’età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Non si può non pensare al noto (ma fa sempre piacere leggerne le parole così vivide e a loro modo affettuose) motivo dell’età del pane, che sta nella lettera aperta di Pasolini a Italo Calvino di ormai cinquant’anni fa. C’è molto pane, nelle prime pagine di questo Il pane di casa. Testi parlati, che rende conto di quattro conferenze tenute negli anni e in varie sedi dal dialettologo Franco Lurà, e che appunto accoglie il lettore con la grazia della Ragazza con il pane di Albert Anker.

Si può essere o meno d’accordo sul fatto che, con Pirandello, solo il dialetto «regali sentimenti» e la lingua per contro «esprima concetti». Piuttosto le lingue esprimono anche sentimenti e i dialetti hanno qualche difficoltà nell’esprimere direttamente i concetti, preferendo la lateralità dell’allusione, dei simboli e dell’ironia; come vedrà, il lettore, tra le pagine di questo

Preparazione

1. Scaldate il grill a 200 °C. Per la salsa al pesto tagliate le zucchine a fettine sottili e poi a pezzettini. Tritate finemente con le erbe aromatiche e le mandorle. Mescolate con l’olio d’oliva, il brodo e il parmigiano. Insaporite con sale e pepe.

2. Nel frattempo, fate prendere alle costolette la temperatura ambiente. Grigliatele a fuoco medio per 3-5 minuti per lato.

3. Lasciatele riposare brevemente coperte. Tagliate la carne a strisce sottili e guarnite con la rucola. Cospargete con pepe, parmigiano a scaglie e servite con la salsa al pesto.

Consigli utili

• Salsa al pesto lampo: affinate 80 g di pesto genovese con 2 cucchiai di pinoli tritati, un po’ di erbe aromatiche fresche tritate e 2 cucchiai di brodo.

• Salsa al pesto rosso: mescolate 80 g di pesto rosso con circa 20 g di peperoni rossi e gialli a dadini. Mescolate il tutto con 2 cucchiai di salsa di pomodoro.

• Il pesto fresco appena preparato va conservato al fresco e consumato entro pochi giorni.

• Il calore alto (220-280 °C) è adatto alla cottura diretta: gli alimenti vengono messi sulla griglia direttamente sulla fonte di calore (brace). A calore medio (180–220 °C) si griglia o si arrostisce a fuoco indiretto; gli alimenti non devono essere posti direttamente sulla brace e il coperchio del grill è abbassato.

Preparazione: circa 30 minuti

Per porzione: circa 40 g di proteine, 40g di grassi, 3 g di carboidrati, 540 kcal

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Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch

Il mese di Marzo tratto dalla serie I 12 mesi nel Ticino incisi da Aldo Patocchi (xilografie, 1936) e contenuti nel libro Il pane di casa. Testi parlati di Franco Lurà. (Pagine d’Arte)

le donne con il soprannaturale e il verticale scende lungo le epoche storiche fino a saldarsi in modo concreto con la cultura dialettale a noi più vicina. Così non sarà forse un caso che da qualche parte si usasse dire «quela lí la va bén par la nòtt di mòrt, quella va bene per la notte dei morti», nella spiegazione «pur di non restare soli anche quella compagnia era agognata», ma forse anche nell’allusione alla vicinanza attribuita alle donne (povere e benedette donne!) con l’ultraterreno.

Si sa che la comunicazione dialettale è spesso indiretta e allusiva, e ricorre volentieri alle simbologie: numeri («con abbinamenti che sembrerebbero pure loro riconducibili alla cabala»), riferimenti alla religiosità, interpretazione di segnali meteorologici e lettura delle forme e dei colori del cielo. In quest’ultimo contesto, oltre a detti e sentenze su nuvole, sole, luna, pianeti eccetera, sorprende il lettore la serie di denominazioni cristradón cará d sa Iâcum (Au(Brione strada ch’a va in Gerusalèm (Vairano)»; una strada lungo la quale nella notte di San Giacomo (25 luglio) si pensava transitassero le anime

L’arcobaleno, la cintura del drago nei dialetti del Ticino settentrionale, atterra in un luogo e ne fa marcirechia l’acqua e soprattutto le persone, trasportandole chissà dove. E suscita sincera meraviglia il resoconto di unara boreale del gennaio del 1938: «Case,ni che intravedevo da casa sembravano dipinti di rosso. Era uno spettacolo in un certo senso meraviglioso, ma anche -

che prende forma il mondo narrativo cambiare il nome delle cose, un altro

Storie per bambini diate. Destinate ai giovani lettori ma conservano la leggerezza del gioco e, insieme, la profondità delle domande no scorso a Zuchwil, insegnò a lungo dicarsi completamente alla scrittura.le e realtà, in linea con la sua poetica.

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L’arte di cercare funghi tra carte e pedine

Colpo critico ◆ Non privo di rischi, Amanite intriga i giocatori tentandoli fino a portare i più ingordi all’eliminazione per eccesso di veleno

Nei giorni più caldi dell’estate ero di passaggio in un posto di mare. Si camminava lenti, misurando le forze. Intorno a me, all’ombra di un’edicola, c’erano persone in costume da bagno e sandali. Prima di proseguire il mio viaggio ho pensato di prendere un ricordo di quell’indugio, di quella salsedine. Una rivista esposta in una rastrelliera ha attirato la mia attenzione. Era un allegato de «Il mio giardino», con un titolo magniloquente: L’enciclopedia dei funghi. La copertina strillava promesse: «La guida facile per una raccolta senza rischi. Tutte le specie da raccogliere 365 giorni all’anno. Sua maestà il porcino: il top a tavola!».

Prendere una rivista sui funghi in un luogo di mare? Perché no, mi sono detto, tentiamo questo incrocio fra valli umide e coste assolate. Nei giorni successivi, sfogliando l’«enciclopedia», mi è venuta voglia di azzardarmi nei boschi. Non sono mai stato un cercatore di funghi, ma riconosco il fascino di un’attività che, come scrive Matteo Righetto «non è un semplice, banale passatempo, è un Antico Ritorno. Un ritorno alle nostre origini, al richiamo selvatico – dunque poetico – che abbiamo trascurato, perduto, cancellato» (Lo zen e l’arte di andare a funghi, Feltrinelli, 2026). Righetto definisce la ricerca di funghi un ge-

sto di libertà: «Viviamo in un’epoca che ci ha convinti che la vita consista nel produrre: oggetti, immagini, contenuti, denaro. Ma il raccoglitore sopito in noi sa bene che la vita consiste nel raccogliere: esperienze, presenze, stupori». Il senso della raccolta è ben presente anche in Amanite, un gioco di Thanos Vasov pubblicato nel 2025 da Spiral Éditions (in italiano GateOnGames, 2026). I partecipanti (da 2 a 4, a partire dall’età di 10 anni) si sfidano per trenta minuti circa inviando le loro pedine di legno negli angoli più discosti nel bosco. La raccolta, tuttavia, non è definita solo dall’azzardo della sorte – sotto quali carte si troveranno i funghi migliori? – bensì anche da un confronto serrato con gli altri. Amanite infatti è costruito secondo la meccanica dello split & choose: il primo che arriva divide il bottino in due parti, non per forza uguali, e il secondo sceglie per primo quale parte prendere. Inoltre, non tutti gli effetti dei funghi sono conosciuti da tutti i giocatori: qualcuno è velenoso, qualcuno è un antidoto, altri danno dei diversi punteggi. Questa situazione genera domande interessanti. Perché Tizio sembra interessarsi ai funghi rossi? Sarà perché sono preziosi o è solo un bluff? E perché Caio invece sceglie sempre due colori in numero

Giochi e passatempi

Cruciverba

Forse non tutti sanno cosa vuol dire «ANEMOFILIA»

Per scoprirlo, leggete a cruciverba ultimato le lettere evidenziate.

(Frase: 14, 7, 3, 5)

19. In USA è: vai!

ORIZZONTALI

1. Nel primo cerchio dell’Inferno dantesco

5. Si accompagnano con le patate

10. Protagonista di un’opera di Virgilio

11. Città svizzera

12. Un figlio di Poseidone

13. L a fanno i bambini per giocare

14. A fin di bene...

15. Un vino liquoroso

16. Una consonante

17. Dispensare

18. Esame clinico computerizzato

20. Il pittore Salvador

21. Estro creativo

22. Smaltate

25. Un segno del passato...

26. Due nullità

VERTICALI

1. Il maschio ha la chioma

2. Fra in latino

3. Il... Patacca di Trastevere

4. Le iniziali del cantante

Antonacci

5. Si alternano nel trapano

6. Lo era quello di Getsemani

uguale? Non saranno un veleno e il suo antidoto, visto che possederli insieme garantisce un bonus?

Amanite introduce anche una dose di rischio, legata proprio al veleno: chi ne prende troppo viene eliminato. Visto che la partita è breve, ciò non implica lunghe attese ma regala un piccolo brivido al momento di ogni scelta. Al suo esordio come autore, Thanos Vasof è riuscito a inventare un

gioco pieno di colpi di scena, illustrato da Roxane Campoy con eleganza, tratto deciso e colori vivaci. Agli appassionati della meccanica split & choose (detta anche tu dividi, io scelgo) segnalo altri due titoli. Il primo è The great split, creato da Hjalmar Hach e Lorenzo Silva nel 2022 per Horrible Guild. Qui i partecipanti (da 2 a 7) si scambiano libri rari, oro e oggetti preziosi: le carte girano in-

torno al tavolo, e di continuo bisogna dividerle, lasciando poi al proprio vicino la decisione su quale pacchetto tenere per sé. Un altro titolo interessante è Marabunta (Space Cowboys, 2023). L’autore, il celebre e prolifico Reiner Knizia, ha messo a punto un congegno ludico assai bene oliato. I due partecipanti rappresentano gruppi di formiche che si disputano il controllo di un territorio, segnando i loro possedimenti con dei pennarelli su una mappa. Il confronto avviene lanciando dei dadi e dividendoli in due mucchietti, per lasciare all’avversario la solita scelta fatidica.

Il destino segue strane vie. In queste settimane ho giocato (o rigiocato) a questi titoli, ma ancora non mi sono preso il tempo di andare a funghi. Lo farò nelle prossime settimane. Intanto, quella rivista comprata per caso ha suscitato misteriose assonanze di pensieri, piccole scoperte, letture e riletture. In fondo, come scrisse Sandro Campani in un bel libro qualche anno fa, andare a funghi non è solo scoprire posti nuovi, ma tornare sulla pista dei ricordi: «Certi funghi che hai trovato, quattro anni fa o quaranta, se chiudi gli occhi li rivedi nel dettaglio. Perché quelli, fra migliaia, non lo sai: ti ritornano in sogno, come divinità di un attimo preciso» (Alzarsi presto, Einaudi, 2023).

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

8. Le iniziali della giornalista Gruber

9. Relativo agli ioni

11. Un eroe mascherato

13. Si forma nella trombosi

15. Le iniziali di Gauguin

16. È molle nel nostro corpo

18. Lago etiopico

20. Il doppio di penta

21. 1105 in numeri romani... capovolto

e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

7. Nome femminile
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo
Immagine di copertina del gioco da tavolo Amanite, di Thanos Vasov, GateOnGames, 2026.

23. 7 – 29. 7. 2026

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Rosette di formaggio Tête de Moine, AOP 2 x 120 g, (100 g = 3.06)

Tutte le confetture Migros Bio per es. fragole, 350 g, 2.45 invece di 3.50, (100 g = 0.70)

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Tutto l'assortimento CoffeeB per es. Lungo, 9 sfere, 2.94 invece di 4.20, (100 g = 5.76) a partire da 2 pezzi 30%

Tutte le trecce precotte per es. treccia al burro M-Classic, IP-SUISSE, 550 g, 2.80 invece di 3.50, (100 g = 0.51) 20%

Uova da picnic da allevamento all'aperto per il 1° agosto, IP-SUISSE 6 x 53 g+

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Michetta del 1° d'agosto IP-SUISSE 100 g, in vendita sfusa

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4.80 invece di 6.–

Gala nature 3 x 80 g, (100 g = 2.00)

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Michetta del 1° d'agosto IP-SUISSE

400 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.94)

Rotta diretta attraverso la Via Lattea

3.95 Val d'Arve La Tomme del 1° agosto 2 x 100 g, (100 g = 1.98)

1.90 invece di 2.25

freschi e pronti

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scaloppina al limone e pepe o bistecca al pepe, per es. scaloppina al limone e pepe, 2 x 220 g, 7.90 invece di 9.90, (100 g = 1.80)

Formato extra-grande: 1 chilo per tutta la famiglia 6.95 Mezzelune Anna's Best ricotta e spinaci o alla carne di manzo, in conf. speciale, 800 g, (100 g = 0.87)

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Tutte le farine bio da 1 kg (prodotti Demeter e Regina esclusi), per es. farina per treccia, 3.04 invece di 3.80, (100 g = 0.30)

Rio Mare in confezioni multiple, per es. all'olio di oliva, 4 x 104 g, 13.80 invece di 18.40, (100 g = 3.32) 25%

conf. da 2 20%

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Tutti i tipi di ketchup, maionese e salse BBQ, Heinz nonché le salse per grigliate Bull's Eye per es. Salsa Spicy Garlic Bull's Eye, 300 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 1.32)

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