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Azione 29 del 15 luglio 2026

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MIGROS Pagina 2

SOCIETÀ

Bruno Giussani ci spiega che cos’è la guerra cognitiva e perché la nostra mente oggi è sotto assedio

Pagine 8-9

ATTUALITÀ Pagina 12

Perché c’è un’America che detesta gli europei e gli svizzeri? E cosa possiamo fare per difenderci?

Al Migros Museum für Gegenwartskunst le fotografie di famiglia di Mohamed Bourouissa

CULTURA Pagine 18-19

L’arte nelle collezioni ticinesi

Solo quattro chilometri separano la più antica moschea del Ghana dal regno di oltre 800 elefanti

TEMPO LIBERO Pagine 26-27

Ovidio Biffi, quel passo inconfondibile

Quando, dopo gli studi o al termine di una formazione, dunque ancora giovani, si fa il proprio ingresso nel mondo del lavoro, può capitare di avere la fortuna di incontrare un maestro. Una persona che non si limita a consolidare le competenze professionali di chi è alle prime armi, ma che, per il modo in cui si approccia, e quel quotidiano desiderio di condivisione del sapere (sebbene a volte impartito «alla vecchia maniera») finisce inevitabilmente per insegnare anche la vita stessa.

È stato un maestro per noi giornalisti di «Azione», Ovidio Biffi, mancato lo scorso 5 luglio. Era il primo volto che vedevamo la mattina uscendo dall’ascensore della vecchia sede in Piazza Manzoni, e l’ultimo che se ne andava la sera, in quella che era una presenza costante – e rassicurante. Quando la grande scrivania era vuota, perché Ovidio era in vacanza, oppure si era recato in tipografia (eravamo agli albori del digitale, e le fotografie venivano ancora consegnate brevi manu) le mansioni tardo-serali di noi in redazione si riassumevano in un laconico post-it giallo con la scritta «spegnere la stampante». Dal tono di voce e dall’enfasi più o meno mar-

cata del suo passo, capivamo l’umore di Ovidio, che magari, poteva succedere, era scocciato o infastidito da qualcosa. Ma sempre quella voce, con un altro tono, e sempre quel passo, quasi baldanzoso, ci spronavano, giorno per giorno, a vivere il meraviglioso mestiere del giornalista, a essere curiose, a essere precise, a uscire dalla redazione, a incontrare persone, a cercare nuove penne per il giornale, in un atto di fiducia offerto sin dal primo giorno di collaborazione. (E che si è riverberato poi sulle scelte di giornaliste e giornalisti, rimasti a lavorare per «Azione» fino al pensionamento).

Luganese d’adozione, Ovidio Biffi era nato momò, come raccontava quel suo cognome di Sagno («da Sagno a Mas-sagno, amava scherzare»), dove la sua famiglia per anni è stata dedita alla produzione dei famosi formaggini della Valle di Muggio. Era stata la passione per il giornalismo, dopo un soggiorno in Inghilterra – di cui amava soprattutto aplomb e sense of humour – a portarlo a lavorare dapprima per il «Giornale del Popolo», poi, dal 1990 al 2006, per «Azione». In quei 16 anni ha plasmato il nostro settimanale, lo ha fatto crescere, poten-

ziando le pagine di politica estera, consolidando quelle dedicate alla cultura e creando ex novo quelle che approfondiscono temi legati alla società. A ben vedere «Azione» ha ancora, a distanza di 20 anni, la «fisionomia» pensata da Ovidio. Molte poi le «avventure» in cui ci guidava o ci affiancava con grande fiducia, come quando nel 2006 nacque dall’idea della redazione il festival Chiassoletteraria. Era severo, questo sì, ma di una severità non fine a sé stessa, perché prima del giornale c’erano sempre le persone. Il lavoro andava svolto bene, ma restava anche spazio per stare insieme, magari con un pranzo sull’altra sponda del lago per trascorrere qualche ora fuori dalla redazione. Del ruolo di caporedattore, oltre alla creatività, aveva soprattutto il senso della responsabilità: se c’era da rispondere di un errore o di una scelta, era lui quello che si esponeva. Ovidio, però, a ben pensarci, con un distacco degli anni che non ha mai significato perdersi di vista, con quel suo sguardo un poco obliquo – non per niente la rubrica tenuta per molti anni sul nostro settimanale si chiamava Zig-Zag – ci ha anche insegnato ad aprirci a prospettive inso-

lite e non ancora sondate, capace com’era di collocarsi sempre al di fuori del mainstream. Con la sua inconfondibile punta ironica, non aveva mai smesso di osservare, prendere nota mentalmente, restituendoci impressioni inedite e spunti cui da soli non saremmo arrivati. Giornalista attento ai cambiamenti, amava certi social, e aveva scoperto Instagram ben prima di noi (e probabilmente anche meglio).

Quando arrivò ad «Azione» nel 1990, dopo Vinicio Salati e Luciana Caglio, e prima di Peter Schiesser e dell’attuale caporedattore Carlo Silini, la redazione aveva ancora un unico computer con accesso a internet, e, quasi giornalmente, collaboratrici e collaboratori esterni facevano una capatina nei nostri uffici per salutare. Il giornale, così, anche grazie a Ovidio, è riuscito a conservare quella dimensione famigliare e accogliente che ancora oggi ne fa una realtà unica nel suo genere. Sarebbero ancora molte altre le cose per cui ringraziare un uomo che ha saputo coniugare rigore e ironia, serietà e leggerezza, ma ci fermiamo qui, perché le persone speciali rimangono nel cuore e spiegarle è sempre troppo difficile.

Ada Cattaneo Pagina 17
Fondazione
Monte
Verità. Donazione
Eduard von der Heydt
Simona Sala, Barbara Manzoni e Manuela Mazzi

«La nostra arma segreta? L’esercito di milizia»

L’intervista ◆ Il nuovo capo dell’Esercito svizzero Benedikt Roos ci parla delle ultime minacce alla sicurezza, dei giovani soldati sempre più critici e di come le forze armate debbano evolvere per affrontare il futuro

Benedikt Roos, arriviamo da una visita alle truppe a Kappel, nel Canton Soletta. Quanto spesso riesce ancora a lasciare l’ufficio?

Molto meno di quanto vorrei (ride). Cerco di visitare le truppe almeno una volta al mese. È lì che posso percepire direttamente il clima che si respira e capire dove ci sono problemi. Per me questo tipo di riscontro è preziosissimo. I giovani hanno ancora rispetto per l’autorità, ma oggi sono più diretti e pongono domande critiche. Ed è un’evoluzione molto positiva.

Quale domanda l’ha fatta riflettere particolarmente?

Di recente un soldato mi ha chiesto: «Che cosa succederebbe se la Svizzera perdesse una guerra? Esisterebbe un’organizzazione di resistenza?». È una domanda che mi ha colpito. Non tanto per il suo contenuto, quanto per il fatto che oggi venga posta di nuovo.

La situazione internazionale è tesa.

Ha paura per la Svizzera?

A volte sì. Non siamo abbastanza consapevoli che valori come la democrazia e la libertà di espressione non sono acquisiti una volta per tutte. Viviamo in una situazione di prosperità e, fatta eccezione per la pandemia di Covid, per molto tempo non abbiamo conosciuto vere crisi. Questo ha forse alimentato, in alcuni ambienti, l’idea di vivere su un’isola felice. Mia madre è cresciuta in Danimarca e durante la Seconda guerra mondiale ha vissuto l’arrivo improvviso degli ufficiali tedeschi. Esperienze del genere plasmano una diversa concezione della libertà e della sicurezza. Non è una critica, ma un promemoria: ciò che consideriamo scontato può rivelarsi fragile.

Che cosa tendiamo a sottovalutare maggiormente, noi svizzeri? Soprattutto due minacce poco visibili: gli attacchi informatici e la disinformazione. Finora siamo stati fortunati e non abbiamo ancora subito eventi particolarmente gravi. Ma

all’estero vediamo chiaramente che cosa è possibile fare. In Gran Bretagna, per esempio, attacchi cyber hanno paralizzato ospedali e costretto a rinviare centinaia di interventi.

Com’è la situazione in Svizzera? Registriamo ogni giorno attacchi informatici contro aziende, autorità ed esercito. Alcuni possono essere attribuiti a gruppi sostenuti, ad esempio, dalla Russia. Parallelamente cresce anche il fenomeno dello spionaggio, sempre più spesso condotto tramite droni che sorvolano infrastrutture sensibili.

Attacchi cyber, droni, disinformazione: quanto è realistico, accanto a tutto questo, uno scenario di guerra tradizionale?

Ritengo molto improbabile che domani possa iniziare un attacco su larga scala contro la Svizzera. Oggi le minacce più concrete arrivano a distanza, per esempio attraverso armi a lungo raggio. Ma nessuno sa che cosa potrebbe accadere dopodomani.

Che cosa la sorprende maggiormente nei conflitti attuali?

Il fatto che l’Ucraina riesca a resistere da così tanto tempo a un avversario nettamente più forte. Pensiamo agli attacchi con droni contro Mosca: dal punto di vista militare non cambiano gli equilibri sul terreno, ma hanno un forte impatto psicologico sulla popolazione. In Ucraina convivono droni, intelligenza artificiale e tecnologie avanzatissime con trincee che sembrano uscite da un conflitto di un secolo fa. È la rappresentazione completa della guerra moderna: alta tecnologia da una parte, combattimenti tradizionali dall’altra. L’aspetto decisivo resta comunque la protezione dei soldati. La guerra è sempre più tecnologica, ma continua a riguardare vite umane, sia a distanza sia sul campo.

Quanto è pronta la Svizzera a difendersi?

Disponiamo di università eccellenti, aziende innovative e persone alta-

mente qualificate. È una base molto solida. Tuttavia esistono anche lacune che dobbiamo riconoscere con onestà e colmare. Sono fiducioso. E sono convinto che, in caso di necessità, gli svizzeri saranno pronti a fare la loro parte.

Quanto ci protegge la neutralità?

La neutralità, da sola, non basta. Deve essere accompagnata da una neutralità armata e da un esercito credibile. Inoltre non possiamo limitarci ad aspettare che siano altri a risolvere i nostri problemi. Dobbiamo contribuire noi stessi, e farlo già oggi. La Svizzera ospita infrastrutture importanti per l’intera Europa, come i centri dati e le principali vie di comunicazione. Proteggerle è una nostra responsabilità.

Nei prossimi dieci anni l’esercito chiede circa 30 miliardi di franchi supplementari. Per quali scopi? Abbiamo bisogno di capacità di difesa contro missili balistici, droni e

missili da crociera, a corto, medio e lungo raggio. Parallelamente stiamo rafforzando le nostre competenze nel settore cyber. Oggi tutto il mondo cerca questi sistemi: da un lato sono diventati più costosi, dall’altro, al momento dell’ordine, è necessario versare un anticipo pari a un terzo del prezzo, altrimenti non si entra nemmeno nelle liste di attesa.

A che punto è il programma del nuovo aereo da combattimento?

A settembre negli Stati Uniti verrà assemblata una parte importante della fusoliera e a metà del 2027 è previsto il rollout del primo F-35 svizzero. Una delegazione elvetica lo collauderà direttamente sul posto. I primi otto velivoli resteranno inizialmente negli Usa, dove verranno formati i nostri piloti. Secondo la pianificazione attuale, i primi F-35 dovrebbero entrare in servizio in Svizzera nel 2028, senza ritardi.

E per quanto riguarda la protezio-

ne contro gli attacchi dei droni? Persistono ancora delle lacune nella difesa contro i droni di grandi dimensioni e contro i missili. Per quanto riguarda i mini-droni, durante il vertice del G7 abbiamo impiegato per la prima volta un sistema in condizioni molto vicine alla realtà operativa, ottenendo risultati incoraggianti. Dal 2028 dovrebbe essere costituito il primo battaglione dedicato ai droni.

Lei definisce spesso l’esercito di milizia «la nostra arma segreta». Traiamo enormi vantaggi dalle competenze maturate nella vita civile. Un esempio è il nostro centro di competenza per lo spazio. Tre anni fa è nato con tre collaboratori; oggi vi svolgono il servizio oltre 200 militari, molti dei quali provenienti da istituti come il Politecnico federale di Zurigo. Senza il sistema di milizia sarebbe impossibile. Diversi Paesi stanno valutando di reintrodurre un esercito di milizia e guardano alla Svizzera come modello.

Ogni anno migliaia di giovani uomini lasciano l’esercito per passare al servizio civile. Perché è così difficile rendere il servizio militare più attrattivo?

Quando sento dire che l’esercito deve diventare più attrattivo, mi sale la pressione. In una situazione d’emergenza il servizio militare riguarda anche la vita delle persone e non può essere considerato un’attività ricreativa. Dobbiamo però migliorare la compatibilità con gli studi, il lavoro e la vita familiare. E dovremmo chiederci se abbia davvero senso che tutti seguano una scuola reclute della stessa durata, anche quando alcuni possiedono già conoscenze approfondite. È solo un’impressione o anche il regolamento sull’abbigliamento è diventato più flessibile? È vero. Oggi conta meno che il basco sia indossato in modo impeccabile. Molto più importante è che i compiti vengano svolti correttamente.

Nuovi apprendisti diplomati a Migros Ticino!

Il futuro dell’azienda ◆ Ventitre tirocinanti (di cui 2 in Activ Fitness Ticino) sono giunti alla fine del loro percorso di apprendistato

Nelle scorse settimane si sono conclusi gli esami per gli apprendisti di Migros Ticino e Activ Fitness Ticino con esito molto positivo per tutti. Due di loro hanno ricevuto la medaglia di bronzo per aver ottenuto una media finale, rispettivamente, di 5.2 e 5.4.

I nomi e i volti

Nella fotografia, scattata nel parco davanti alla filiale di S. Antonino, 15 dei 23 tirocinanti che hanno concluso la formazione.

In piedi da sinistra: Leonardo Morzenti (commercio con maturità integrata, centrale), Nicholas Gabaglio (alimentari, Boffalora/Mendrisio, medaglia di bronzo con media 5.2), Mika Tolic (alimentari, Ascona/ Locarno), Roy Mozzanini (meccani-

co, centrale), Marco Silva (logistica, centrale).

In seconda fila, da sinistra: Giorgio Gallotti (responsabile apprendisti), Martina Ciarfella (alimentari con maturità integrata, Bellinzona/ Arbedo), Stella Fontana (alimentari, S.Antonino/Giubiasco), Leonel Coutinho Rodrigues (alimentari, Faido/ Biasca), Alice Baldi (profumeria, Pregassona), Enea Spinzi (alimentari, Taverne/Tesserete), Mattia Keller (Direttore di Migros Ticino).

Seduti da sinistra: Diego Pereira Esteves (alimentari, Solduno/Ascona, medaglia di bronzo con media 5.4 e miglior media nelle “conoscenze professionali” con il punteggio di 5.8), Miray Top (alimentari con maturità integrata, Giubiasco/Faido), Giulia Pagano (alimentari, Mendrisio/Campagna Adorna), Lorelai Rossi (alimentari, Caslano/Agno), Alice Gal-

Flavia Leuenberger Ceppi

li (alimentari, Pregassona/Cassarate). Assenti al momento della premiazione: Nicolò Penzolo (ACD alimentari, Serfontana/Campagna Adorna), Jonas Gent (ACD alimentari, Radio Besso), Dea Mari Drobnjak (alimentari, Bellinzona nord + centro), Giorgia Geraci (alimentari, Campagna Adorna/Boffalora), Emil Polli (Alimentari, Agno/Caslano), Raul Machado Cardoso (fitness, AFTI Bellinzona), Pietro Stefani Aramis (fitness, AFTI Mendrisio), Petar Vasiljevic (logistica, centrale). La fine dell’apprendistato è solamente un primo, seppur importante, passo verso il futuro professionale. A tutti i neo diplomati vada il nostro miglior augurio per un futuro ricco di soddisfazioni e successi; un plauso particolare vada poi a coloro che hanno contribuito a seguirli e/o formarli.

Originario del Canton Berna, dall’inizio dell’anno Benedikt Roos (61) è il capo dell’Esercito svizzero. Ha studiato economia aziendale e successivamente ha intrapreso la carriera di ufficiale professionista nelle truppe corazzate. (© Daniel Winkler)

SOCIETÀ

Storia di una sdraio

La «Lido» è un’icona del design svizzero, a progettarla fu Battista Giudici, fabbro locarnese con un passato da ginnasta

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La medicina diventa predittiva Le applicazioni dell’intelligenza artificiale in medicina studiate anche al CERN cercano di anticipare la malattia prima dei suoi sintomi

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La guerra cognitiva è già in atto Intervista a Bruno Giussani che ci spiega come nell’era digitale la nostra mente sia sotto assedio e ci invita alla «resistenza tecnologica»

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Prada è salva e il recupero prosegue

Territorio

◆ Effettuati i primi interventi di risanamento, proseguono i progetti di valorizzazione a Prada, nucleo di case sulle alture di Ravecchia abbandonato nella prima metà del 1600

Nel 2016 eravamo stati a Prada, nucleo di case abbandonate sulle alture di Ravecchia, sopra Bellinzona. Un fazzoletto di terra abitato in età medioevale, tra il piano e la montagna, tra i terreni coltivati e i primi maggenghi. A distanza di dieci anni tutto è cambiato. La vegetazione, che stava soffocando e impossessandosi di tutto, è stata eliminata o contenuta. Gli edifici nella zona a nord della chiesa, che stavano crollando o erano crollati, sono stati messi in sicurezza o ricostruiti. L’area ha ripreso vita. Fautrice di questa metamorfosi è stata la Fondazione Prada, nata nel 2016 su impulso dei Patriziati di Ravecchia, Bellinzona, Carasso e Daro, del Comune di Bellinzona, della Parrocchia di Ravecchia e dell’Associazione «Nümm da Prada». I primi interventi sono stati eseguiti tra il 2018 e il 2024 e hanno permesso d’arrestare il decadimento dell’antico villaggio, iniziando nel contempo un progetto di valorizzazione del comparto con degli interventi conservativi. Lavori approvati dall’Ufficio cantonale dei Beni culturali e sostenuti anche da Confederazione, Cantone, Città di Bellinzona e altri sostenitori.

La Fondazione Prada propone visite guidate alla chiesa e al villaggio, nonostante sia chiuso al pubblico per i lavori

Oltre ad eliminare la vegetazione, sono stati messi in sicurezza i nove stabili a nord-ovest del villaggio, che erano in uno stato «migliore» e formano oggi un piccolo nucleo. Dei provvedimenti importanti e onerosi, come racconta Pierluigi Piccaluga, vicepresidente della Fondazione: «La spesa per questa pima fase ha sfiorato il milione e mezzo e include alcuni costi imprevisti dovuti alle problematiche riscontrate nelle parti di muratura contro montagna nascoste dai detriti di crollo e dal materiale terroso franato all’interno degli edifici». La natura friabile del terreno ha richiesto la costruzione di muri di sostegno e altri interventi di consolidamento non preventivati, come la costruzione (dietro ai muri originali in pietra parzialmente smontati e rimontati) di muri in cemento armato con dispositivi per il drenaggio dell’acqua, così da rendere il tutto più stabile e sicuro. Seppur i lavori non siano ancora ultimati, il risultato oggi si vede ed è già possibile apprezzarlo.

Con la prima tappa ancora in corso, la Fondazione ha infatti iniziato a lavorare sulle successive, che sono entrate nella fase operativa quest’e-

state: «Si vuole innanzitutto continuare con il recupero, in particolare con il consolidamento dei muri e delle costruzioni non ancora toccate, ma si prevede anche un’ulteriore valorizzazione del paesaggio, così come l’allestimento di proposte culturali e didattiche per scuole e interessati», spiega Piccaluga. La fondazione propone per esempio già ora delle visite con delle guide formate, dove si possono approfondire alcuni aspetti a dipendenza degli interessi: «In questo modo è possibile visitare la chiesa e il villaggio, che attualmente è chiuso al pubblico per i lavori. Per permettere d’ammirare Prada è comunque stato creato un sentiero panoramico, che aggira la zona di cantiere e garantisce uno sguardo dall'alto su tutto il villaggio», precisa Piccaluga. Un ulteriore progetto intende poi valorizzare quanto s’è potuto recuperare: è di fatto previsto l’allestimento, a partire dai resti di tre edi-

fici ubicati ai lati del nucleo, di uno stabile per l’accoglienza dei visitatori che giungeranno Prada. Cá da Prada è il nome scelto dalla Fondazione per la nuova sede, che sorgerà dopo l’ottenimento dei permessi di costruzione e una volta ottenuto il capitale necessario, per il quale è prevista una nuova raccolta fondi. La casa vorrà ospitare, distribuiti su due piani, uno spazio espositivo, una sala per l’accoglienza, un deposito, una cucina e i servizi igienici. Una ricostruzione che seguirà delle direttive precise, come spiega Piccaluga: «Sarà realizzata in base alle informazioni raccolte dall’archeologo durante le fasi precedenti, ai sondaggi puntuali e alle analisi delle murature. Indagini che hanno consentito di determinare con precisione le quote di pavimenti, solai e coperture, così come la posizione delle aperture». Dei lavori sono infine previsti anche nel comparto antistante la chiesa, che

fu salvata, con diversi interventi susseguitesi tra il 1974 e il 2009, dall’Associazione «Nümm da Prada» con il sostegno del patriziato di Ravecchia e di altri enti, pubblici e privati. Un’iniziativa che permise di salvare l’edificio con il suo campanile e, probabilmente, anche l’intera Prada.

Nel 1600 quasi 200 abitanti

Un punto fondamentale nei progetti allestiti dalla Fondazione Prada è la tutela del villaggio che, come stabilito nel 2019 dal Consiglio di Stato con l'approvazione della variante del Piano regolatore della Città di Bellinzona, beneficia dello status di bene culturale d'importanza cantonale. Abbandonato nella prima metà del 1600, il nucleo è una testimonianza di un passato ormai lontano. Non si sa con certezza quando s’insediarono i primi abitanti, ma in un documen-

to d’archivio del 1381 si ritrova il nome del villaggio in riferimento a un cittadino di Ravecchia, il quale prese in affitto, dal Comune di Bellinzona, un appezzamento di terreno comprendente uno stabile con il tetto in piode sul monte di Prada. Agglomerato che non era un semplice gruppo di case, era qualcosa in più e lo dimostrano le circa quaranta famiglie stanziali, quindi quasi 200 abitanti, attestate nel 1583, quando Bellinzona ne contava poco più di mille. Si trattava di famiglie contadine che trovarono un territorio prezioso da sfruttare per produrre alimenti e foraggio. Il nome Prada, d’altronde, deriva proprio da prato e sui pendii, oltre ad allevare animali per il proprio sostentamento, si coltivavano miglio e segale, ma anche la vigna. Le famiglie riuscivano così a garantirsi, lassù a 577 metri di altitudine, un’esistenza altrettanto dignitosa di coloro che vivevano nel fondovalle.

Elia Stampanoni
Elia Stampanoni

Golosa tentazione

Attualità ◆ Il paté ticinese è diventato una specialità ormai apprezzata tutto l’anno. Lo trovi in vendita alla tua Migros nella pratica vaschetta che ne garantisce la freschezza

Alla Migros ogni giorno vogliamo tentarvi con una ricca scelta di specialità gastronomiche, capaci di trasformare ogni pasto in un momento di puro piacere. Tra queste, figura per esempio il rinomato paté ticinese. Se un tempo questa prelibatezza era consumata soprattutto in occasione delle festività più importanti, oggi la si può trovare tutto l’anno nei nostri reparti gastronomia. Inoltre, essendo un piatto freddo, si apprezza volentieri anche d’estate, quando con il caldo si preferiscono sapori freschi e gustosi.

Ingredienti semplici e naturali, come nella ricetta originale di oltre 100 anni fa, rendono il paté di fegato in gelatina venduto alla Migros un’autentica prelibatezza per ogni palato. La specialità è prodotta dalla Terrani SA di Sorengo – azienda attiva nel settore delle carni - con materie prime di elevata qualità, come carni svizzere scelte, spezie selezionate e metodi di cottura affinati nel tempo.

Il risultato: un prodotto dove carne e fegato di vitello e maiale si sposano armoniosamente con il delicato sapore della gelatina, creando un gusto bilanciato e raffinato. Il paté ticinese possiede il suo tipico colore marrone nocciola uniforme con sfumature scure; al naso spicca per il suo bouquet intenso e caratteristico di fegato, con note speziate di cannella, noce moscata e cardamomo.

Un delicato tocco dolce è dato dalla presenza di un goccio di Marsala. Al palato si distingue per il suo gusto ricco e deciso, dove il sapore del fegato viene equilibrato dalla morbidezza del burro e del lardo, mentre le spezie e il Marsala conferiscono ulteriore complessità al prodotto, per un perfetto equilibrio tra sapidità e dolcezza. Grazie alla sua consistenza cremosa e morbida, è una delizia da gustare spalmato su fette di pane

Il sapore dell’estate

tostato o crostini croccanti; oppure può essere assaporato da solo abbinato a confetture di cipolla o mirtilli rossi; come anche a mostarda di frutta. Non perdere l’occasione per assaggiarlo, tanto più che questa settimana lo trovi in vendita ad un prezzo speciale.

Attualità ◆ Con le insalate per riso RisoPiù Polli il tuo piatto fresco estivo è presto in tavola

Voglia di un piatto rinfrescante e saporito, in grado di arricchire la tavola di colori vivaci e profumi caratteristici? Con un’insalata di riso conquisterai i palati di grandi e piccoli buongustai, senza dover passare ore ai fornelli.

I due condimenti pronti per insala-

ta RisoPiù del noto marchio italiano

Polli ti faciliteranno ulteriormente il compito, dal momento che devono solo essere aggiunti al riso bollito e scolato.

RisoPiù con tonno unisce una selezione di verdure sfiziose e uno degli ingredienti più amati della cuci-

na mediterranea. A basso contenuto di grassi saturi, senza glutine, ti regala un piatto appetitoso adatto a qualsiasi occasione. Chi cerca ancora più leggerezza, può scegliere RisoPiù Leggero. Composto da 16 verdure, senza olio, questo condimento può essere utilizzato anche per insaporire paste e insalate a base di cereali. Per un piatto dal gusto ancora più deciso e invitante, puoi completare la tua insalata con un cucchiaio di maionese, un filo di olio extravergine di oliva e aceto, oppure un goccio di succo di limone. Oltre ai due prodotti citati, ricordia-

che l’assortimento Migros annovera ancora diversi altri sottaceti e sottoli a
Azione

«Lido», la sdraio del ginnasta

Storia ◆ Firmata e prodotta dal fabbro locarnese Battista Giudici negli anni Trenta, è un classico del design elvetico in collezione al Vitra Museum

Matilde Fontana

Da una ricognizione in rete alla ricerca di una sdraio è emersa improvvisamente la «Lido», flessuosa chaise longue in metallo e tela rossa, inequivocabilmente databile attorno agli anni Trenta del Novecento. Prima sorpresa: il modello è stato disegnato e prodotto per il Lido di Locarno. Seconda sorpresa: il designer è un fabbro locarnese. Terza sorpresa: il fabbro locarnese è stato una star della ginnastica artistica, membro dello squadrone svizzero alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928. Ce n’era abbastanza per volerne sapere di più!

Rituffandomi in rete ho scoperto che la «Lido» firmata da Battista Giudici è un classico del design elvetico. Fa bella mostra di sé in due edizioni originali (1936 e 1946) nella collezione del Vitra Design Museum ed è ancora in produzione: riproposta in doppia versione (attualizzata e vintage) da Wohnbedarf, storico punto di riferimento zurighese per l’architettura e l’arredamento. Sfogliando il prestigioso catalogo colpisce il nome di Battista Giudici, proprio lì, tra i famosi Max Bill e Alvar Aalto, giganti del design del Novecento.

L’artigiano sportivo

Eppure, a metà degli anni Venti, anche lo sconosciuto artigiano locarnese era stato famoso. Seppure in tutt’altro ambito (quello sportivo) e a livello nazionale: a soli 22 anni, infatti, era già celebrato dal trisettimanale zurighese «Sport». La foto in prima pagina sull’edizione del 7 settembre 1925 se l’era guadagnata con un magistrale esercizio agli anelli, che gli era valso il titolo di campione svizzero di ginnastica artistica.

In quella fine estate del 1925 Locarno è in fibrillazione per i preparativi della Conferenza sulla Pace, che avrebbe acceso i riflettori internazionali sulla cittadina in riva al Verbano. Ma il bisettimanale locale «Il Cittadino», che si apprestava straordinariamente a trasformarsi in quotidiano nei giorni della Conferenza, non manca di dilungarsi sull’ambitissimo successo e i relativi festeggiamenti tributati al campione, persino in ambito militare (il giovane ginnasta era impegnato proprio in quei giorni nel corso di ripetizione). «Il brillante risultato conseguito dal nostro Giudici Battista – annotava il giornale locale – è tanto più significativo quando si sa ch’egli ha distanziato di circa tre punti i due atleti classificati II e III dietro di lui e che sono gli olimpionici svizzeri (a Parigi nel 1924, ndr.) Rebetez di La Chaux de Fonds e Miez di Töss. Lo “Sport” di Zurigo, il giornale meglio quotato in materia di critica sportiva, porta in prima pagina la fotografia del nostro campione mentre esegue la cosiddetta “croce”, uno degli esercizi più difficili agli anelli, e pubblica che la superiorità del lavoro eseguito dal meraviglioso atleta con sorprendente sicurezza ed

La sdraio «Lido» oggi nel giardino del Monte Verità (M. Fontana); in basso, la «Lido» in una foto d’epoca (Archivio Eredi Battista Giudici)

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eleganza ha destato in tutti i presenti grande ammirazione.(…) Sul campo militare di Bellinzona, nel mentre le unità Ticinesi attendevano il desiato “rompere i ranghi” per essere licenziati dal recente corso di ripetizione, il Comandante del Battaglione 95 maggiore Bolzani ha felicitato – davanti le 4 compagnie del Battaglione – il bravo nostro soldato ginnasta, rivolgendogli vive parole di complimento per l’ambito titolo che seppe conquistare a tutto onore del nostro Ticino».

Le Olimpiadi del 1928

Di competizione in competizione, anno dopo anno, è un crescendo di affermazioni dell’atleta Giudici Battista, che nel 1928 conquista nientemeno che la selezione per le Olimpiadi.

«Amsterdam – titola “Il Cittadino” all’inizio di agosto nell’imminenza delle competizioni ginniche – ove tutti gli sguardi degli sportivi sono rivolti, ospita ormai il nostro bravo Giudici Battista. Auguriamoci che la dea fortuna lo assista all’ultima selezione che colà avrà luogo il giorno prima dei concorsi, permettendogli così il ben meritato e ambito onore di lavorare per i nostri colori nazionali». Per poter seguire (quasi in diretta) i risultati della squadra elvetica provenienti dall’Olanda era stato persino organizzato un servizio speciale d’informazione al Ristorante della Posta! Nella Locarno sportiva in attesa di buone novelle, il telegrafo batte la notizia del trionfo olimpico della squadra svizzera e la straordinaria quantità di ori e argenti collezionata dai ginnasti elvetici in campo individuale. Pur-

troppo, però, fra i nomi dei campioni olimpici non figurava quello di Giudici: la dea fortuna non aveva assistito l’atleta locarnese, costretto al forfait a causa di una forte angina. Al rientro da Amsterdam i festeggiamenti della sua città non gli mancano (con profusione di fiori alla stazione), ma il campione lascia le competizioni. In un’epoca ancora lontana dal professionismo sportivo, dopo tanti sacrifici, la delusione per la sfortunata esclusione dall’oro olimpico deve essere stata bruciante. Certo, avrebbe potuto monetizzare la fama dedicandosi all’insegnamento della ginnastica, come fecero altri compagni della squadra vittoriosa ad Amsterdam. Alla palestra scolastica, invece, il giovane fabbro preferisce l’officina di famiglia, come mi racconta il figlio Luciano, avvocato, già procuratore pubblico

sopracenerino, consigliere nazionale e presidente del Festival del Film di Locarno. Forse anche perché in quegli anni di boom edilizio le commesse per i metacostruttori non mancano. Sulle rive del Verbano si investe sul turismo salutistico-mondano a lago: idro ed elioterapia di giorno, grandi balli in terrazza la sera.

Locarno e il business balneare

Il business balneare si allarga. Grazie ai loisirs, con i costumi alla moda, le bibite rinfrescanti, i gelati. Ma grazie anche a un rinnovato gusto architettonico, che alle tradizionali cabine in legno preferisce ormai la modernità del cemento e del metallo.

Nel 1930, cavalcando l’onda, la Società degli albergatori, con i comuni di Locarno e Muralto, punta su un nuovo Bagno Spiaggia. Lo schizzo dell’edificio mostra le linee essenziali ispirate al Bauhaus (nello stile dell’albergo del Monte Verità, portato a termine nel 1929 dall’architetto tedesco Emil Fahrenkamp, su commissione del barone von der Heyd) e fra le ditte che si sono aggiudicate gli appalti spiccano soprattutto quelle di «ferri e metalli», ma anche produttori e rivenditori di «ombrelloni e grandi parasoli», «mobili da giardino e da veranda», «sedie a sdraio snodate di tutti i tipi». Il nuovissimo stabilimento pubblicizzato nel 1931 sui giornali svizzeri e tedeschi con il motto «Sonne und See», si estende su una superficie di 30 mila metri quadrati di spiaggia e offre alla clientela sport acquatici, ristorante e dancing. Ma non basta. Anno dopo anno il Bagno Spiaggia si allarga e si arricchisce di nuove comodità. Nel 1932 è la volta di tre grandi tendoni per ombreggiare la terrazza. Alla richiesta d’offerta dell’amministrazione del Bagno Spiaggia risponde l’Officina Costruzioni in Ferro Giudici Luigi, proponendo una struttura complessa in «acciaio speciale» al prezzo di fr. 580. L’offerta è firmata del figlio del titolare, Giudici Battista. La documentazione conservata all’Archivio comunale di Locarno non ci dice se i Giudici si siano poi aggiudicati la commessa, ma sicuramente i tubolari d’acciaio «speciale» preludono al fortunato modello delle sdraio intitolate al Lido locarnese. Un acciaio così resistente che rimane, dopo 90 anni, un punto forte della scheda di prodotto sul catalogo di Wohnbedarf, con la semplicità, la leggerezza e la funzionalità del suo disegno sinuoso. Oggi le classiche chaises longues disegnate da Battista Giudici, prodotte e brevettate con il fratello Gino, non si trovano più sulla spiaggia degli stabilimenti balneari locarnesi per cui erano nate. Basta però salire al Monte Verità per ritrovarle nel loro contesto naturale anni Trenta, schierate sul prato davanti alla terrazza dell’Hotel Bauhaus, accanto alla grande ruota di Jean Arp.

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Anticipare la malattia prima dei suoi sintomi

Salute ◆ Dal CERN alla medicina del futuro: l’intelligenza artificiale che prova a prevedere le malattie

Per secoli la medicina ha funzionato soprattutto aspettando che la malattia si manifesti, riconoscendone poi i sintomi e intervenendo quando il danno era già iniziato. Ma oggi la ricerca sta tentando un cambio di paradigma radicale non più verso una medicina che reagisce, ma con una medicina che prevede, e capace di intercettare deviazioni invisibili nei dati biologici molto prima che il paziente si ammali davvero. Questo è il territorio della cosiddetta «medicina predittiva», una delle frontiere più discusse dell’intelligenza artificiale applicata alla salute. Tra i nomi che negli ultimi anni hanno attirato attenzione internazionale in questo ambito c’è quello dell’ingegnere italiano Luigi Serio, attivo all’interno dell’ecosistema tecnologico del CERN, il grande laboratorio europeo di fisica delle particelle di Ginevra. Un luogo che nell’immaginario collettivo è associato soprattutto agli acceleratori di particelle e alla ricerca sull’universo, ma che da tempo sta trasferendo tecnologie nate per la fisica ad altri settori strategici, inclusa la medicina.

Secondo quanto emerso in conferenze e progetti europei coordinati negli ultimi anni, il lavoro di Serio ruota attorno a un’idea precisa: utilizzare sistemi di intelligenza artificiale per individuare schemi nascosti nei dati clinici e prevedere l’evoluzione delle malattie prima che diventino evidenti. Lo scorso anno, al CERN avevamo incontrato l’ingegner Serio che già aveva spiegato: «Non si tratta semplicemente di automatizzare diagnosi già possibili, ma di costruire modelli matematici in grado di riconoscere traiettorie biologiche invisibili all’occhio umano». Sottolineando poi: «L’obiettivo non è sostituire i medici, bensì fornire loro strumenti capaci di leggere quantità immense di dati (immagini radiologiche, parametri metabolici, anamnesi cliniche, segnali neurologici) per identificare anomalie minime che potrebbero anticipare una futura patologia». Quindi, una medicina meno centrata sulla malattia conclamata e più orientata al «rischio, alla probabilità e alla prevenzione personalizzata».

Un profilo dinamico del paziente

Il punto di partenza di questa rivoluzione è tanto semplice quanto potente: «Il corpo umano cambia molto prima che compaiano i sintomi. Ogni tumore, ogni degenerazione neurologica, ogni evento cardiovascolare lascia per anni piccole tracce statistiche nei tessuti, nelle immagini mediche o nei parametri biologici che la medicina tradizionale spesso non riesce a leggere perché troppo deboli, frammentate o complesse. L’intelligenza artificiale, invece, può analizzare milioni di correlazioni simultaneamen-

te e riconoscere configurazioni che sfuggono all’interpretazione umana».

Uno dei progetti più avanzati legati al gruppo di lavoro di Serio è TRUSTroke, iniziativa finanziata dall’Unione europea che coinvolge ospedali e centri di ricerca internazionali. Secondo le informazioni diffuse dal CERN Knowledge Transfer Group, «il progetto mira a sviluppare modelli predittivi per l’ictus cerebrale, capaci di stimare il rischio di recidiva, la probabilità di complicazioni e i tempi di recupero neurologico dei pazienti».

L’idea alla base è che due persone apparentemente simili possano avere evoluzioni cliniche completamente diverse: «L’IA prova dunque a costruire un profilo dinamico del paziente, integrando migliaia di variabili per prevedere quale percorso potrebbe seguire la malattia». In pratica, non si cerca solo di capire «che cosa ha il paziente», ma «che cosa potrebbe accadere».

Privacy e informazioni biologiche

Uno degli aspetti tecnologicamente più innovativi di questi sistemi riguarda l’uso della cosiddetta federated learning, una tecnica considerata strategica nella medicina del futuro: «Invece di concentrare enormi quantità di dati sensibili in un unico archivio centrale, gli algoritmi vengono addestrati direttamente negli ospedali locali. Ciò che viene condiviso

La medicina predittiva punta a riconoscere le probabilità, le tendenze biologiche, i segnali ancora silenziosi della malattia. (Magnific.com)

non sono i dati personali dei pazienti, ma soltanto i parametri matematici appresi dal modello». Secondo il CERN, questa architettura deriverebbe in parte da tecnologie nate per monitorare anomalie nei giganteschi acceleratori di particelle. Il tema della privacy è infatti uno dei nodi centrali della medicina predittiva contemporanea: «Più un sistema IA diventa potente, più necessita di enormi quantità di dati clinici per apprendere. Ma proprio questi dati rappresentano una delle informazioni più sensibili che esistano». Per questo motivo, molti ricercatori ritengono che il futuro della medicina algoritmica dipenderà anche dalla capacità di conciliare innovazione e protezione della persona. Negli ultimi anni il gruppo legato alle attività di Serio avrebbe esteso le applicazioni dell’intelligenza artificiale anche all’oncologia e alle neuroscienze. Secondo quanto spiegato sempre da Serio (riportato da «El País» e diversi forum scientifici internazionali) i modelli in sviluppo starebbero lavorando sulla previsione della progressione dei tumori cerebrali, sullo screening personalizzato del tumore al seno, sull’identificazione precoce di demenze e Alzheimer, sull’analisi predittiva delle immagini di risonanza magnetica cerebrale e sulla valutazione individuale del rischio oncologico. L’elemento comune di queste ricerche è l’idea che ogni persona produca continuamente un’enorme quantità di informazioni biologiche invisibili: «Microvariazioni

nei tessuti, alterazioni metaboliche, segnali neurologici debolissimi, differenze impercettibili nelle immagini mediche». L’intelligenza artificiale viene quindi utilizzata come una sorta di «microscopio statistico» capace di trasformare questi segnali dispersi in modelli di rischio clinico.

La medicina che anticipa

Diversi esperti di IA medica confermano che questo approccio potrebbe cambiare radicalmente il concetto stesso di diagnosi. Questo perché, di fatto, oggi il medico identifica una malattia quando supera una certa soglia di visibilità clinica, mentre invece la medicina predittiva punta a riconoscere la fase precedente: «Quella delle probabilità, delle tendenze biologiche, dei segnali ancora silenziosi». È anche per questo che molti ricercatori preferiscono parlare di «medicina anticipatoria», il cui obiettivo finale non sarebbe soltanto curare meglio, ma intervenire prima che il danno diventi irreversibile e, addirittura in alcuni casi, impedire che la malattia si sviluppi pienamente. Naturalmente, esistono ancora enormi limiti scientifici e clinici, perché quasi tutti questi sistemi sono in fase sperimentale o in validazione multicentrica europea e nessuna delle piattaforme sviluppate è oggi considerata uno standard clinico diffuso: «Gli algoritmi dovranno dimostrare di essere affidabili su popolazioni molto ampie e soprattutto di

produrre benefici reali per i pazienti». In medicina, infatti, prevedere un rischio non basta: «Bisogna capire se quella previsione migliora concretamente la sopravvivenza, riduce le complicazioni o evita trattamenti inutili».

Il rischio di ansia e falsi allarmi

Il rischio di trasformare la salute in una continua sorveglianza statistica è un’altra questione cruciale e alcuni bioeticisti avvertono che «una medicina eccessivamente predittiva potrebbe generare ansia, medicalizzazione permanente e falsi allarmi». Ma sapere di avere una probabilità aumentata di sviluppare una malattia non equivale necessariamente ad ammalarsi. Per questo, il rapporto tra algoritmi, medici e pazienti sarà decisivo quanto la tecnologia stessa. Nonostante queste cautele, il lavoro che ruota attorno alla medicina predittiva sta attirando investimenti enormi in tutto il mondo. La sensazione diffusa nella comunità scientifica è che l’intelligenza artificiale possa rappresentare per la medicina ciò che il microscopio fu per la biologia: uno strumento capace di rendere visibile ciò che prima era nascosto. Ed è forse proprio qui il punto più profondo di questa trasformazione. La medicina del futuro potrebbe non limitarsi più a riconoscere la malattia quando compare, ma imparare a leggere il lungo racconto silenzioso che la precede.

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Un’invisibile guerra cognitiva tutto

Intervista ◆ Bruno Giussani racconta in un suo recente libro in che modo il vorticoso mondo digitale sta mettendo la nostra mente sotto assedio

Fare chiarezza nel velocissimo mondo delle tecnologie digitali e dei nuovi sistemi di intelligenze artificiali è un’operazione complessa che rischia di essere vecchia appena scritto il punto finale. Eppure è necessaria perché oggi in gioco c’è quanto di più prezioso abbia l’essere umano, cioè la sua mente, la sua capacità di pensare, la sua integrità cognitiva. Da questa convinzione parte

Bruno Giussani nel suo (imperdibile a nostro avviso) libro La mente sotto assedio (ed. Casagrande) che nella prima parte analizza e spiega, in modo comprensibile a tutti, la minaccia algoritmica e nella seconda diventa un piccolo manuale di resistenza. Lo abbiamo intervistato.

Bruno Giussani, la nostra mente è sotto assedio, ma da chi è assediata?

Dal sistema tecnologico digitale che ci è cresciuto intorno negli ultimi 20 anni. È assediata, in superficie, dai social, dalle fake news, dai meccanismi che rendono l’informazione meno affidabile o manipolata, dai chatbot dell’Intelligenza artificiale e ora dagli agenti di IA. Questa è la parte visibile dell’assedio. Dietro lo schermo del telefonino, però, non ci sono solo microchip e circuiti elettronici, c’è tutta un’architettura di sorveglianza, di cattura di dati, di influenza e di potere. Quando guardiamo il nostro smartphone non stiamo solo guardando uno schermo, stiamo dirigendo la nostra attenzione verso un mondo controllato da altri. E questo non è innocuo.

Perché è difficile riconoscere le manipolazioni, abbiamo troppa poca consapevolezza?

Premettiamo che prima del digitale non vivevamo in un mondo privo di influenze. Erano, però, delle influenze molto più organiche. Quelle attuali sono più strutturate e più mirate perché sono calibrate per ciascuno di noi. La «macchina digitale» che cattura tante informazioni su di noi è, infatti, in grado di calibrare il tipo di proposta di contenuti o offerta commerciale conoscendo i nostri desideri, le nostre tentazioni, vulnerabilità, paure. Inoltre, oggi anche le informazioni che riceviamo sono specifiche per ciascuno di noi. Stiamo insomma perdendo la capacità di avere una lettura condivisa dei fatti che descrivono la realtà. E quando mettiamo in discussione la base fattuale comune diventa veramente difficile discutere su un problema, prendere una decisione, capire il mondo.

All’inizio del libro lei insiste sul fatto che gli algoritmi non sono mai neutri, eppure noi collaboria-

mo all’algoritmizzazione della nostra vita, è una contraddizione o siamo degli ingenui?

No, non siamo degli ingenui, ma siamo tutti naturalmente portati ad accogliere e sfruttare tutto ciò che ci

facilita la vita. Un chatbot di IA come ChatGpt o Claude offre la possibilità di delegare alla macchina lo sforzo di ricercare, riassumere, scrivere… è una tentazione alla quale è molto difficile resistere. Nell’usarle

c’è un vantaggio e una praticità percettibili ma non dobbiamo dimenticare che la tecnologia dà e prende. Prende la tua attenzione e sostituisce il tuo sforzo cognitivo. Continuare a delegare e a farci sostituire in certe

funzioni può avere un effetto pernicioso, come la perdita di alcune capacità cognitive. Se qualcuno poi pensa che un chatbot sia neutro gli consiglio di fare questo esperimento: vada su un cha-

La sottomissione tecnologica all’America deve essere superata

Settimana scorsa Bruno Giussani ha pubblicato anche il libro Meno America nelle nostre vite (Edizioni Tlon). In realtà, ci spiega l’autore, è la traduzione in versione ampliata e aggiornata del libro uscito in francese nel novembre scorso, Moins d’Amerique dans nos vies, nato proprio mentre scriveva La mente sotto assedio. «Negli ultimi 2030 anni – spiega Giussani – abbiamo lasciato crescere una dipendenza digitale veramente importante. E non è che non eravamo coscienti di questa dipendenza, l’abbiamo sempre saputo ma non ci preoccupavamo troppo perché gli Stati Uniti erano un paese amico, alleato, l’impegno americano per un mondo basato sulle regole e sul multilateralismo sembrava grossomodo solido. Poi improvvisamente ci siamo accorti che non è proprio così, che gli Stati Uniti possono essere un Paese ostile, che non esita a intervenire nella politica degli altri Paesi, che usa

l’economia

la tecnologia

leve di ricatto e di pressione, e che, come hanno dimostrato eventi recenti, le piattaforme tecnologiche sulle quali

noi costruiamo i processi delle nostre aziende, il funzionamento delle amministrazioni pubbliche, la gestione dei servizi essenziali, possono essere spente, l’accesso a queste piattaforme ci può essere tolto. L’immagine simbolo di questa situazione è quella del gennaio 2025 di Trump che giura come presidente degli Usa e dietro di lui non ci sono i suoi ministri ma ci sono i dirigenti delle aziende tecnologiche. Era un segnale e ci diceva che la tecnologia digitale è uno strumento di proiezione del potere americano nel mondo. Siamo dipendenti dalle tecnologie americane per qualcosa come l’80% di tutti i nostri usi professionali e privati. Pochi giorni fa abbiamo avuto il primo esempio eclatante: con una semplice decisione amministrativa il governo americano ha ordinando ad Anthropic di interrompere l’accesso dei foreign nationals, degli stranieri, ai suoi più potenti modelli di IA».

Insomma la dipendenza di aziende, governi ed eserciti europei dal cloud e dal software statunitensi creano grande vulnerabilità. Il libro è dunque un invito alla disamericanizzazione e alla ricerca di una «sovranità digitale». Questo significa, conclude Giussani, «far crescere alternative europee, scegliere tecnologie e infrastrutture europee che già esistono, smettere di mandare miliardi di euro e di franchi al di là dell’oceano per comprare tecnologie che non possediamo ma che affittiamo».

Al tema dell’America che vuole dominarci è dedicata anche l’intervista al giornalista Richard Werly a pag 12.

Bibliografia

Bruno Giussani, Meno America nelle nostre vite. Riconquistare la sovranità digitale europea, Edizioni Tlon, Roma, 2026

Bruno Giussani giornalista e podcaster, è stato per vent’anni direttore europeo e curatore globale della fondazione TED che organizza i TED Talks.

tutto intorno a noi

assedio e ci invita alla «resistenza tecnologica»

Come non farsi fregare dall’IA

Tecnologia ◆ Una guida di Alessandro Trivillini per riconoscerne i lati oscuri le ambiguità e le potenziali trappole e per difendersi efficacemente

Magnific.com

tbot americano, come ChatGPT, e inserisca la domanda: qual è il sistema economico migliore per garantire il benessere di tutta la popolazione? E poi ponga la stessa domanda a un chatbot cinese come Deepseek. Evidentemente il chatbot americano risponderà il capitalismo, il mercato liberale, quello cinese risponderà che è il socialismo cinese con qualche elemento del pensiero di Xi Jinping. Questo dimostra che la macchina è programmata, cioè nei suoi algoritmi sono codificate delle istruzioni specifiche per dirigere l’informazione in una direzione piuttosto che in un’altra.

Poco più di tre anni fa sono arrivate le applicazioni di Intelligenza artificiale generativa come ChatGPT, ora cominciamo a confrontarci con gli agenti di IA e all’orizzonte ci sono le neurotecnologie. Cosa pensa di chi dice che sono solo macchine? Penso che si sbagli grossolanamente. Chi dice che sono soltanto macchine intende suggerire che tutto dipende da come le si usa. Ciò pone la responsabilità totalmente sulle spalle dell’individuo. È forse vero per tecnologie del passato. Ma le tecnologie digitali odierne sono sviluppate intenzionalmente per catturare la nostra attenzione e incollarci allo schermo. Dietro i social, ad esem-

pio, ci sono migliaia di persone il cui lavoro quotidiano è quello di trattenerci davanti alla piattaforma il più a lungo possibile. Sono ingegneri informatici, designer, sociologi, antropologi, scienziati. L’utilizzatore da solo di fronte a un telefonino è quasi impotente. Non bisogna togliere la responsabilità alle aziende che controllano queste tecnologie e a tutte le persone che vi lavorano mettendola sulle spalle dell’utilizzatore.

Nel libro lei parla dell’importanza della tutela dell’integrità mentale e metti in guardia dai rischi di una guerra cognitiva, ma dove si sta svolgendo questa guerra? E quali sono i rischi per noi cittadini?

Si sta svolgendo tutta attorno a noi e purtroppo ha una caratteristica fondamentale: è invisibile. Si inserisce in molte zone poco riconoscibili come i flussi di informazione o nel modo in cui certi software, applicazioni, servizi o piattaforme sono programmati. C’è una guerra di influenza in corso, in gioco c’è la cattura dell’attenzione, il tentativo di influenzare il pensiero e soprattutto, ed è il livello superiore, di confondere le persone al punto di non riuscire a decifrare cosa è vero e cosa non lo è. Non è semplice propaganda, quello che le campagne di influenza cercano di fare è di seminare il dubbio, dubiti della veridicità di un’informazione, della fiducia che puoi dare alle istituzioni, ai media, alla scienza. Insomma la guerra cognitiva crea una situazione di dubbio permanente su tutto e noi ci siamo pienamente dentro.

Quindi la tecnologia è una questione di potere?

Sì, e uno dei grandi problemi è che continuiamo a vedere la tecnologia sotto l’aspetto economico e commerciale: una serie di prodotti fatti di metallo e di software. In realtà dovremmo cominciare a guardarla come una questione di potere, del potere di influenzare, di manipolare, di trascinare qualcuno da una posizione politica moderata verso una più estremista. Ci sono molti esempi sul fatto che gli algoritmi di raccomandazione si basano su questo meccanismo di polarizzazione. L’algoritmo ha imparato che le idee estreme, le opinioni gridate e controverse, hanno tendenza a trattenerti più a lungo sulla piattaforma e a farti reagire, cioè metti un like, condividi… e più rimani sulla piattaforma più loro fanno soldi.

Sull’IA si è chinato anche il Papa nella sua Enciclica, cosa ne pensa? L’enciclica del Papa non è sull’IA, si intitola Magnifica Humanitas ed è su di noi, umani, su chi siamo noi nel momento in cui delle forme di cognizione artificiale entrano nella nostra vita e nella nostra società.

Il Papa traccia una linea rossa fra lo sviluppo positivo e quello negativo della tecnologia, in rapporto a che tipo di effetti e di impatto avrà su di noi come individui e come società. La linea rossa è quella della dignità umana, che non deve essere calpestata, limitata, manipolata. La scelta di questo tema dimostra che Leone XIV ha capito che siamo in un momento di rottura profonda e che le tecnologie digitali hanno degli impatti etici, sociali, morali e politici molto profondi.

Lei scrive: «Leggi, regole e strutture di governance sono fondamentali ma da sole non possono far fronte al dinamismo dell’evoluzione tecnologica. Occorre operare per rendere resistente l’intera società istruendo gli individui che la compongono». Da dove iniziare? E noi singoli individui cosa possiamo fare già oggi?

Nel mio libro propongo la nozione di resistenza tecnologica che non è un rifiuto della tecnologia, ma è un invito ad approcciarsi ad essa in modo lucido, vigile, critico. È importante imparare ad usare bene la tecnologia, ma non basta. Bisogna fare lo sforzo di capire che cos’è, chi l’ha sviluppata, come è stata sviluppata, che tipo di contesto socioeconomico ha portato alla sua nascita, che tipo di relazioni di potere si nascondono dietro essa, perché dà certe risposte e non altre, chi la controlla e cosa significa che sia controllata da certe persone, certe aziende e certi governi e non da altri.

Cosa ne pensa degli Stati che vietano i social ai minori di 15 o 16 anni?

È una questione complicata. Innanzitutto vietare i social fino a 15 anni pone problemi legati alla privacy ed è anche tecnicamente difficile, non impossibile ma difficile. Lo Stato da solo non può farlo deve ottenere la collaborazione delle aziende tecnologiche che sviluppano i social e anche di quelle che sviluppano i telefonini. Detto questo io non ho una risposta certa a favore o meno del divieto, perché la vera soluzione sarebbe di imporre alle aziende tecnologiche di ridisegnare i social per eliminare i meccanismi della dipendenza ed eliminare gli algoritmi di raccomandazione. I divieti non sono una soluzione, sono solo un cerotto temporaneo. Ricordiamoci però che mentre noi discutiamo e dibattiamo generazioni intere di adolescenti e di bambini sono catturati da queste piattaforme che rovinano la loro salute mentale, la loro capacità di attenzione e di socializzazione, i loro ritmi di sonno. Il divieto ci dà il tempo di riflettere e prendere decisioni senza che il costo sia pagato da altri giovanissimi.

Bibliografia Bruno Giussani, La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2026

Intelligenza artificiale sì – Intelligenza artificiale no? La domanda appare già fuori tempo massimo, è come chiedersi se i treni o i computer sono buoni o cattivi. Possono piacerti oppure no, puoi anche decidere di farne a meno, ma fanno pienamente parte delle nostre esistenze e bisogna imparare a conviverci.

Per questo, invece di scatenare la retorica della santificazione o della demonizzazione di questa tecnologia pervasiva, vale la pena di addestrarsi a conoscerla e ad usarla con rispetto e senza ingenuità. Perché la sua forza è strabordante, così come la sua indubbia utilità (non è questa la sede per parlarne), ma è bene conoscerne anche i lati oscuri, le ambiguità, le potenziali trappole per imparare a utilizzarla al meglio. O, in certi casi, ad evitarla quando appare inutile o addirittura dannosa.

Ottimo, quindi, l’approccio alla materia offerto con la consueta chiarezza dall’esperto di sicurezza informatica Alessandro Trivillini nel suo ultimo agile saggio Cosa devi sapere prima di. Prontuario per un uso sicuro e responsabile dell’intelligenza artificiale, costruito con l’obiettivo di colmare il divario tra la diffusione rapidissima dell’Intelligenza artificiale generativa e la scarsa consapevolezza dei suoi rischi. Un testo che ha molti punti di contatto col libro di Bruno Giussani di cui parliamo a lato, ma parte da una prospettiva differente. Se Giussani ha un approccio filosofico, politico e sociale, Trivillini offre un contributo soprattutto pratico e operativo. Il suo libro non vuole insegnare a usare tecnicamente l’IA, ma a farlo in modo responsabile cercando di capire quando fidarsi, quando dubitare e quando fermarsi. Di capitolo in capitolo, ci spaventa e poi ci rassicura.

Spiega, per esempio, che l’IA generativa crea video e immagini realistici ma falsi che possono compromettere irreparabilmente la reputazione di chi viene rappresentato, rendendo difficile dimostrare che è vittima di una manipolazione. Il tema dei deepfake introduce uno scenario in cui la realtà visiva e sonora è realistica, ma non sempre affidabile. Ma racconta anche come difendersi: verificando sempre le fonti, analizzando i metadati e la tracciabilità dei contenuti. Pratiche di autodifesa essenziali per distinguere tra realtà e manipolazioni. Osserva poi che gli accessi rapidi online (tipo: «Continua con Google») sono comodi sì, ma nascondono dinamiche complesse. La centralizzazione degli accessi crea infatti un effetto domino: la compromissione di un account principale consente l’accesso a molti servizi collegati. Come cavarsela, allora? Con una gestione attiva dei permessi, la revisione periodica delle app collegate e l’uso sistematico dell’autenticazione a più fattori.

Prova a ricordarci che gli algoritmi non si limitano a mostrare contenuti, ma orientano i nostri comportamenti. La loro è un’influenza invisibile, costruita attraverso emozioni, ripetizione martellante di contenuti creati sui singoli utenti e riduce la nostra capacità critica pur dandoci un’illusione di libertà. A meno di imparare a riconoscerne i segnali (come quando

arrivano messaggi carichi di urgenza emotiva, o polarizzanti) e di sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri comportamenti digitali per non mandare all’aria la nostra autonomia decisionale.

E ci fa notare che i sistemi IA hanno una memoria elefantesca. Attraverso la raccolta progressiva di dati possono costruire profili estremamente dettagliati, anche partendo da informazioni apparentemente innocue date mesi o anni fa con dei semplici like o delle ricerche online di qualsiasi natura. Occorre quindi limitare il più possibile i dati condivisi, disattivare le memorie non necessarie e adottare il sacrosanto principio: «Non condividere mai ciò che non vorresti sia reso pubblico».

Occhio anche alle raffinatissime tecniche persuasive che inducono comportamenti automatici e inconsapevoli. Entriamo qui nel campo dell’ingegneria sociale e del phishing Ovvero delle truffe informatiche in cui i malintenzionati si fingono enti affidabili (come banche, corrieri o piattaforme digitali) per ingannare le vittime. L’obiettivo è spingere l’utente a rivelare dati sensibili (password, carte di credito) o scaricare allegati infetti tramite email, SMS (smishing) o social media. Il consiglio è di non avere mai fretta di reagire, di verificare le richieste e di diffidare dei messaggi emotivamente forti. Il principale punto di forza del volume è la chiarezza: Trivillini riesce a tradurre concetti complessi ( forensics, algoritmi, cybersecurity) in esempi concreti e immediatamente comprensibili. L’approccio non è allarmistico, ma realistico: ogni rischio è accompagnato da una strategia di difesa praticabile.

Ne emerge un libro utile e necessario, soprattutto per un pubblico non specialista ma esposto quotidianamente all’IA. Più che un manuale tecnico, è una guida alla cittadinanza digitale contemporanea. La domanda finale posta dall’autore – «utenti passivi o persone consapevoli?» – riassume efficacemente il cuore dell’opera e ne indica la posta in gioco. / Red.

Bibliografia

Alessandri Trivillini, Cosa devi sapere prima di Prontuario per un uso sicuro e responsabile dell’intelligenza artificiale Collana Dieta digilate, 2026

Occhio alle diffusissime truffe come il cosiddetto phishing. (Magnific.com)

America

Il giornalista e saggista franco-svizzero Richard Werly spiega come mai gli Stati Uniti di Donald Trump detestino l’Europa (e la Svizzera)

Metti una bella vacanza in Sicilia rovinata da un finale rocambolesco: il rientro di un gruppo di ticinesi alle prese con l’Etna, gli scioperi e gli intoppi ferroviari

La Svizzera paga, accoglie… ma non conta

L’opinione ◆ Tra G7 e Bürgenstock il nostro Paese c’è, ma non decide nulla - La mediazione non è più appannaggio esclusivo degli Stati tradizionalmente neutrali

Luca Tenzi*

Nelle ultime settimane, la Svizzera è tornata al centro del dibattito politico e mediatico internazionale. Non tanto per il suo tradizionale ruolo diplomatico, quanto per una domanda più scomoda: quale peso specifico conserva oggi la Confederazione nei grandi equilibri internazionali? Il G7 tenutosi a Évian ha riacceso la discussione sul reale peso della diplomazia svizzera nei rapporti con la vicina Francia. Il dibattito è stato alimentato anche dai costi finanziari, logistici e di sicurezza sostenuti dalla Confederazione e dai cantoni coinvolti. Il precedente del G8 di Évian del 2003 resta ancora vivo nella memoria di molti osservatori: allora, come oggi, una parte significativa delle misure di sicurezza e della gestione delle delegazioni internazionali ricadde sulla Svizzera, in particolare sull’area ginevrina, senza che Berna fosse realmente coinvolta fin dall’inizio nella pianificazione politica dell’evento.

Cosa è cambiato

Il vertice del G7 di Évian 2026 si è inserito nella tradizione francese di apertura verso partner esterni al grup-

po, adattandola però a un contesto internazionale profondamente mutato. Se nel 2003 la Francia di Jacques Chirac aveva invitato un ampio numero di potenze emergenti per favorire il dialogo tra Nord e Sud del mondo, nel 2026 la presidenza francese ha adottato un approccio più selettivo, invitando India, Brasile, Corea del Sud e Kenya. Una scelta che riflette la trasformazione dell’ordine internazionale: non più un mondo trainato dalla globalizzazione, ma un sistema multipolare segnato da competizione strategica, frammentazione geoeconomica e ricerca di nuove alleanze.

La Svizzera, pur rappresentando da oltre quarant’anni gli interessi statunitensi in Iran e viceversa, non appare tra gli attori che guidino politicamente il processo

In questo contesto, un elemento non è passato inosservato. Pur esprimendo pubblicamente riconoscenza per il sostegno svizzero, Francia e Svizzera non hanno trovato un accordo sulla ripartizione dei costi sostenuti per la

sicurezza del vertice. Ancora più significativo, la Confederazione non è stata invitata a partecipare ai lavori politici del summit.

L’assenza della Svizzera sorprende, soprattutto considerando che le discussioni hanno riguardato alcuni dei dossier più sensibili dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alle crescenti tensioni in Medio Oriente. Una situazione che contrasta con la presenza ormai sistematica del presidente ucraino nei principali consessi multilaterali occidentali. La questione non è soltanto protocollare. Riguarda la capacità della Confederazione di trasformare il proprio capitale diplomatico, geografico e istituzionale in influenza politica reale.

Gli interessi qatarioti

Un secondo elemento rafforza questa riflessione: i colloqui tra Stati Uniti e Iran ospitati al Bürgenstock. A poco più di due anni dal vertice sulla pace in Ucraina, la località lucernese è tornata a fare da cornice a negoziati di alto livello su una delle crisi più delicate del panorama internazionale. Ancora una volta, la Svizzera ha messo a disposi-

zione il proprio territorio, le proprie infrastrutture e la propria tradizione di neutralità per favorire il dialogo tra attori che, fino a pochi mesi fa, sembravano avviati verso un confronto diretto.

Ma anche in questo caso emerge un paradosso. Non è privo di simbolismo che il Bürgenstock, divenuto teatro di questi colloqui, appartenga oggi a interessi qatarioti. Lo stesso Qatar che, insieme al Pakistan, figura tra i principali facilitatori del dialogo tra Washington e Teheran. La Svizzera, pur rappresentando da oltre quarant’anni gli interessi statunitensi in Iran e quelli iraniani negli Stati Uniti attraverso il proprio mandato di potenza protettrice, non appare tra gli attori che guidino politicamente il processo.

Questa evoluzione riflette una trasformazione più profonda della diplomazia contemporanea. In un mondo sempre più multipolare, la mediazione non è più appannaggio esclusivo degli Stati tradizionalmente neutrali. Nuovi attori, spesso dotati di maggiori risorse finanziarie, relazioni regionali privilegiate o ambizioni geopolitiche più marcate, occupano spazi che un tempo appartenevano quasi naturalmente alla diplomazia svizzera.

La vera questione

La questione, quindi, non è se la Svizzera continui a essere utile alla comunità internazionale. Lo è, e probabilmente continuerà a esserlo. La vera domanda è un’altra: essere il luogo dove si svolgono i negoziati è ancora sufficiente per esercitare influenza? Ospitare un vertice non significa influenzarne le decisioni. Garantire la sicurezza di un negoziato non significa partecipare alla definizione della sua agenda politica. La Svizzera continua a essere una piattaforma diplomatica rispettata e ricercata. Ma in un contesto internazionale sempre più competitivo, la reputazione da sola non genera automaticamente influenza.

La questione non riguarda la credibilità della diplomazia elvetica, che resta elevata. Riguarda la sua capacità di trasformare neutralità, esperienza e capitale diplomatico in capacità d’iniziativa politica. In altre parole, la sfida per la Svizzera non è continuare a essere un eccellente anfitrione. È decidere se vuole ancora essere un protagonista.

* Esperto di sicurezza

Una donna delle pulizie al lavoro nel Media Centre del resort Bürgenstock, non lontano da Lucerna, che ha ospitato i colloqui UsaIran lo scorso 21 giugno. (Keystone)
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Italia

Che fare con questa America che ci detesta?

Geopolitica ◆ Nel suo ultimo libro il giornalista franco-svizzero Richard Werly ricostruisce

Dicono che l’antipatia sia un sentimento reciproco. Pensavamo valesse per le persone, ma forse vale anche per le nazioni se è vero, come è vero, che secondo un recente sondaggio del Pew Research Center solo il 23% degli intervistati in 36 Paesi del mondo ha fiducia in Donald Trump. Il presidente Usa è largamente impopolare soprattutto in Europa. In molti Paesi meno del 20% ne ha un’opinione favorevole, mentre tra il 70% e il 90% esprime un giudizio negativo. La fiducia nei suoi confronti è minoritaria ovunque e spesso molto bassa. Parallelamente peggiora l’immagine degli Stati Uniti: sempre più europei li considerano un partner meno affidabile o addirittura ostile. Non sappiamo se tutta l’America ricambi la nostra diffidenza, ma siamo certi che l’America di Trump sì. E questo è un grosso problema per noi.

Le grandi aziende americane del digitale hanno bisogno del mercato europeo, ma rifiutano di sottostare a regolamentazioni o tassazioni adeguate

Se n’è largamente occupato Richard Werly nel suo ultimo libro Cette Amérique qui nous déteste. Werly è editorialista internazionale per il «Blick» e per il gruppo Ringier. È stato corrispondente a Tokyo, Bruxelles e Parigi per «Le Temps». Dal 2013 dirige la collana «L’âme des peuples» presso Nevicata. Osservatore attento degli Stati Uniti, ha seguito da vicino l’evoluzione della politica americana fino al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Ha ricevuto il premio Jean Dumur per il giornalismo ed è spesso presente sui principali canali di informazione francofoni. L’abbiamo intervistato.

Il titolo del suo libro è molto forte: Questa America che ci detesta. Si tratta davvero di un’ostilità diffusa oppure è una formula provocatoria? Sì, naturalmente il verbo «odiare» è più forte della realtà ed è stato scelto anche per attirare l’attenzione del pubblico. Tuttavia, se guardiamo a ciò che è accaduto dopo l’elezione di Donald Trump, e soprattutto dopo la sua nuova investitura alla Casa Bianca, vediamo emergere un linguaggio politico molto più duro nei confronti dell’Europa. I discorsi pronunciati da Trump e dal suo vicepresidente mostrano chiaramente un’aggressività crescente: l’Europa viene accusata di approfittare degli Stati Uniti, le si chiede di pagare di più per la propria sicurezza acquistando armi americane. Trump e il suo vice non riconoscono nessuna sovranità europea. Questo non riguarda tutta l’America, ed è importante dirlo: riguarda soprattutto l’America «MAGA», quella che sostiene Trump. Ma si tratta di una componente oggi politicamente decisiva. Per questo mi assumo la responsabilità del titolo: è provocatorio, ma corrisponde a una realtà che esiste e che pesa.

La rielezione di Donald Trump nel 2024 segna una rottura strutturale con l’Europa? In cosa è diversa dalle crisi passate?

La differenza è profonda. Il Trump del 2024 non è quello del primo mandato. Nel 2016 arrivò alla Casa

l’astio di Trump e del mondo

Bianca senza una sua squadra ed era circondato da figure che, in parte, cercavano di contenerlo. Oggi torna con una squadra composta da fedelissimi, con un progetto politico molto chiaro, sintetizzato anche nel cosiddetto «Project 2025» dell’Heritage Foundation. Non siamo più di fronte a una tensione episodica, come quella legata alla guerra in Iraq nel 2003, ma a una strategia coerente. L’obiettivo è ridefinire il rapporto con l’Europa in termini di dominio e di forza. Trump vuole un’Europa a sua immagine. Questo si vede anche nella gestione delle crisi internazionali: nella questione dello stretto di Hormuz, ad esempio, quando alcuni Paesi europei hanno cercato di assumere una posizione autonoma, Washington ha reagito con irritazione, come se il dissenso degli alleati fosse ormai inaccettabile. Questo segna una frattura molto più profonda rispetto al passato.

Lei parla di bruti, predatori, profittatori e distruttori. Qual è il pericolo maggiore per l’Europa?

Dal punto di vista dei pericoli per l’Europa, Svizzera compresa, a mio avviso, l’opzione più pericolosa è quella dei «predatori», soprattutto nel campo tecnologico. Le grandi aziende americane del digitale e dell’intelligenza artificiale hanno bisogno del mercato europeo e si alimentano in larga parte dei dati e delle conoscenze prodotti in Europa, ma rifiutano di sottostare a regola-

Richard Werly giornalista franco-svizzero

mentazioni o tassazioni adeguate. In sostanza, traggono valore dalle nostre risorse senza accettarne le regole. Se si sottraesse loro questo contributo, si capirebbe quanto dipendono dall’Europa. È una forma di predazione della conoscenza europea discreta ma molto potente, che rischia di compromettere la nostra sovranità tecnologica e quindi anche politica. Come sostiene anche il collega ticinese Bruno Giussani, siamo i prigionieri numerici degli Stati Uniti (vedi intervista alle pagine 8 e 9).

Lei descrive l’Europa come fragile o ingenua. Non sottovaluta la sua capacità di reagire?

Al contrario, penso che l’Europa stia iniziando a reagire. Il mio libro esce nel 2025, a un anno dalla rielezione di Trump, e nel frattempo molte cose sono cambiate: c’è stata una presa di coscienza e una crescente volontà di autonomia. Un esempio concreto è la gestione delle tensioni con l’Iran, in cui Paesi come Francia, Germania e Regno Unito hanno chiarito che questa, come anche Gaza, non era

Donald Trump al WEF 2026 di Davos dedicato al tema «A Spirit of Dialogue», anche se di dialogare con L’Europa il presidente americano non sembra avere alcuna intenzione. (Wikimedia Commons)

di Occidente è diventato oggetto di conflitto e non più di unità. La differenza tra noi e loro è che – in nome della solidarietà occidentale – l’Europa non esige dall’America che si schieri dalla sua parte, come invece pretende Washington dall’Europa.

la guerra degli europei. Il cancelliere tedesco ha addirittura detto che l’Iran ha umiliato gli Usa. Questo dimostra che una reazione è possibile. Il vero problema resta il «come»: l’Europa fatica a trasformare questa volontà politica in azione concreta. Il suo mercato dei capitali è troppo frammentato, e molti capitali europei finiscono per essere investiti negli Stati Uniti, rafforzando proprio quella potenza da cui si vorrebbe essere più autonomi. La consapevolezza c’è, la capacità operativa è ancora insufficiente.

Non c’è il rischio di generalizzare parlando di «un’America» che ci odia?

No, ed è un punto su cui sono molto attento. Nel libro distinguo chiaramente tra più Americhe. Esiste un’America aperta, legata all’Europa e ai valori della cooperazione, ma esiste anche l’America «MAGA», che oggi detiene il potere politico. Donald Trump costruisce il consenso individuando due nemici: la Cina come grande rivale strategico e i «cattivi» alleati europei come bersagli più facili, utili sul piano interno. In questa logica, l’Europa diventa un capro espiatorio, accusata di approfittare degli Stati Uniti e di non fare la sua parte.

Si può parlare di crisi dell’Occidente nel suo insieme?

Personalmente non amo il termine «Occidente», perché tende a mettere insieme realtà molto diverse: gli Stati Uniti e l’Europa. Il mondo MAGA si è appropriato della categoria occidente sostenendo di difenderla, contro i tradimenti europei. È vero che esistono valori comuni, come la democrazia e lo stato di diritto (pur sotto tiro dell’Amministrazione Trump), ma esistono anche divergenze profonde. Gli Stati Uniti adottano oggi una logica di potenza e di dominio, mentre l’Europa resta più orientata alla cooperazione e al multilateralismo. Lo si è visto chiaramente, ad esempio, durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2025, quando il vicepresidente J.D. Vance ha accusato l’Europa, e in particolare la Germania, di non difendere più i valori occidentali. Questo dimostra che lo stesso concetto

La Svizzera è meglio protetta rispetto all’Unione europea? Mi piacerebbe poter dire di sì, ma non è così. La Svizzera è un Paese pragmatico, con una lunga tradizione di relazioni con gli Stati Uniti, sia economiche sia culturali, e potrebbe sembrare meglio posizionata rispetto all’Unione europea. Tuttavia, questo non la protegge. Lo abbiamo visto coi dazi e col trattamento durissimo della consigliera Karin Keller Sutter da parte di Trump. Un altro esempio molto significativo è l’incontro tra Donald Trump e il presidente della Confederazione Guy Parmelin: Trump, quando è atterrato a Ginevra per il G7 di Evian, stava per passare oltre senza salutarlo, ha mostrato chiaramente che oggi le relazioni personali o le affinità storiche contano poco. Ciò che conta è il rapporto di forza e l’interesse nazionale. Questo vale anche per la Svizzera, che quindi si trova esposta e vulnerabile in modo simile agli altri Paesi europei. Oltre a fare muro contro l’Amministrazione Usa è necessario sviluppare alternative tecnologiche allo strapotere a stelle e strisce soprattutto nel campo dell’IA

Quale risposta dovremmo dare come europei?

A mio avviso ci sono tre direzioni fondamentali che valgono sia per l’Ue che per i Paesi europei che non fanno parte dell’Ue come la Svizzera. La prima è imparare a dire «no», sul piano politico e culturale, anche agli Stati Uniti, quando necessario. Lo si è visto in alcuni casi recenti, quando Paesi europei hanno scelto di non allinearsi automaticamente alle posizioni di Washington nel Medio Oriente. La seconda è sviluppare alternative tecnologiche, soprattutto nel campo del digitale e dell’intelligenza artificiale, perché è lì che si gioca una parte decisiva della sovranità futura. La terza è rafforzare l’autonomia economica, anche accettando un certo grado di distacco, per riequilibrare il rapporto. Così come gli Usa cercano di non dipendere dalla Cina, noi dobbiamo essere capaci di non dipendere dagli Usa. È difficile, perché abbiamo bisogno del gas liquefatto americano, è difficile perché dipendiamo dall’America sul piano numerico, ma in fondo la lezione del Trumpismo è di fare come fa lui quando privilegia la produzione nazionale, quando vuole reimpiantare le aziende negli Usa, eccetera. La migliore riposta concreta alla frattura e al disprezzo dell’America è mostrare che l’Europa di oggi è capace di lavorare e di riuscire senza gli Stati Uniti in diversi ambiti.

Bibliografia

Richard Werly Cette Amérique qui nous déteste La comprendre pour mieux lui répondre Con la collaborazione di Vadim Rochat © Éditions Nevicata, 2025

Immagine IA

D all’Etna al divano: cronaca di un ritorno impossibile

Sorprese in vacanza ◆ Reportage (involontario) sulle disavventure di viaggio di un gruppo di ticinesi alle prese con un vulcano, scioperi aeroportuali e gli intoppi lungo le tratte ferroviarie italiane

Se qualcosa va male non è mai per un’unica ragione. Qui ci sono di mezzo: un vulcano, aerei costretti a terra, un cantiere per la ricostruzione di un ponte e gli abissi della volontà umana. Ma partiamo dal principio: una decina di ticinesi – di cui diversi bambini – in vacanza in Sicilia, tra Catania e Siracusa. Settimana movimentata, con piccoli incidenti che sembrano il modo in cui l’universo prova ad avvertirci. Noi, con ostinato ottimismo, decidiamo di non cogliere i segnali e di tenere alto il morale. In sottofondo i boati dell’Etna – paiono tuoni o, secondo i bimbi, fuochi d’artificio di un matrimonio che non vuole concludersi. Il vulcano, già da fine di giugno, è infatti entrato in una nuova fase eruttiva con colate laviche nell’area della Valle del Bove. Il giorno prima della partenza, è il 5 luglio, si delinea il caos: il fumo dell’Etna si trasforma in una colonna di cenere alta circa un chilometro e mezzo, mentre pure lo sciopero degli addetti aeroportuali –a Catania e non solo – tiene a terra tanti aerei.

Però l’ottimismo non molla il gruppo che, il 6 luglio, fa le valigie e si presenta in aeroporto convinto che, in un modo o nell’altro, sarebbe tornato a casa. Il programma sembra semplice: volo alle 13.25 da Catania, atterraggio alle 15.25 a Malpensa, navetta, parcheggio e un’oretta dopo sul divano. Invece comincia un’Odissea. All’ingresso dello scalo – zeppo di persone – un cartello informa: «Per intensa attività vulcanica tutte le attività di decollo e atterraggio sono sospese»: prima fino alle 14, poi alle 18, infine a orario/data da destinarsi.

I capricci della «muntagna»

«A muntagna, come la chiamiamo noi catanesi, fa quello che vuole», ci dice Umberto, un impiegato che controlla le file infinite che si stanno creando davanti alle toilette. «Noi ci siamo affezionati, anche quando rugge e fuma… Capita diverse volte

l’anno e porta restrizioni parziali del traffico aereo. Chiusure complete come questa sono eventi più rari – solo oggi sono stati bloccati un centinaio di voli – e quando succede bisogna portare pazienza… La cenere nei motori non è buona cosa e le piste si sporcano».

Guardandoci intorno è la ressa. Persone in piedi, sedute, sdraiate, con telefoni in mano accanto alle stazioni di ricarica. Alcuni dormono proprio. C’è chi parla agitato con amici e famigliari lontani, ma soprattutto si cercano soluzioni. Alcuni voli sono stati dirottati a Palermo (in auto dista circa tre ore da Catania) o a Comiso, uno scalo decisamente meno attrezzato di Fontanarossa. Altri cancellati e basta. Parliamo con Alexandra, della regione di Parigi: «Mi aspettano al lavoro ma, per oggi, torno in hotel. Sono stati premurosi, ci hanno tenuto una stanza. Non so niente del mio volo, aspetterò». Mentre tre giovani austriache sedute per terra fumano, guardano il telefono e sorridono, sembrano prenderla con filosofia: «Non abbiamo più un posto dove stare ma in un qualche modo faremo, fa caldo e ci sono spiagge meravigliose…».

C’è poi chi non ne vuole sapere di restare. E pianifica una fuga in auto o in treno. Intanto i prezzi per il noleggio aumentano veloci e i treni sono già stracolmi. Veniamo a sapere che –a causa dei lavori di rinnovo del Ponte al Pino, un cavalcaferrovia di Firenze costruito a fine Ottocento che Rete Ferroviaria Italiana sta sostituendo perché arrivato a fine vita tecnica – l’offerta ferroviaria nel nodo della città toscana è stata ridotta drasticamente. Scrive «Il Post»:

«In pochi avrebbero saputo dire quanto questo breve cavalcavia – lungo meno di 30 metri – potesse influenzare i trasporti in buona parte del Paese, mentre ora i disagi sono evidenti: fino a venerdì i binari che passano lì sotto, che collegano il Nord e il Sud Italia, non potranno essere percorsi dai treni».

Alcuni della nostra comitiva optano per l’auto a noleggio: «Magari ci fermiamo a Roma o a Napoli per la notte, ma anche no, che poi parte il Vesuvio…», sentiamo commentare. Detto fatto. A spanne, dopo oltre 21 ore di strada – traghetto sullo Stretto compreso – poche soste per mangiare, andare in bagno e concedersi qualche «turbosiesta», arrivano a casa sani, salvi e stravolti. Noi scegliamo il treno – l’unico ancora disponibile costa: partenza da Palermo con tanto di cuccette per la notte. Ci porta nella capitale siciliana un ragazzo di Caserta con un furgone nero. Ci chiede di pagarlo in contanti, rigorosamente senza ricevuta. È gentile, ci avverte sui pericoli che potremmo incontrare in stazione centrale: «Non state a girovagare, occhio ai bagagli, non è sicuro». Noi vediamo solo due novantenni che si baciano sulla bocca, come saluto, e un uomo di origine africana che rovista

nella spazzatura. Aspettiamo il treno delle 20.15, cambio a Salerno, arrivo a Milano centrale alle 20.50 del giorno dopo. Un viaggio che sulla carta sarebbe dovuto durare molto meno, ma come detto ci si sono messe diverse cose, e nessuna dalla nostra parte.

Sull’Intercity notturno Palermo-Salerno, vestiti come siamo partiti, ci mettiamo a dormire. Ci cullano il dondolio del vagone e i rumori delle rotaie. Peccato per uno che urla a Messina «Luigiiiiii che fai?!», quando il treno viene caricato sul traghetto. La mattina, altro brusco risveglio: un’anima in pena ha tirato il freno di emergenza (gli abissi della volontà umana, appunto). «Qualcuno voleva scendere», spiega un’assistente di bordo. Non si può ripartire: bisogna capire chi è stato, partono accertamenti e una denuncia, se non si trattava di vita o di morte. Aspettiamo ancora, aspettiamo sempre. Il tempo si dilata tra odori non sempre piacevoli, facce stravolte, gente in mutande. Incontriamo una giovane avvocata, Margherita di Como, che insieme a una quindicina di per-

Cos’è l’effetto dell’interesse composto e come posso beneficiarne?

consulenza della Banca Migros

L’effetto dell’interesse composto è il motore silenzioso nella costituzione di un patrimonio, che agisce in tutta la sua incisività solo su un lungo periodo di tempo. Spesso è un fattore sottovalutato, ecco perché è così importante comprenderlo e utilizzarlo a vantaggio personale.

Come funziona: il denaro depositato su un conto di risparmio frutta interessi. Questi, aggiunti all’avere, maturano a loro volta ulteriori interessi, in modo continuato. Quanto più a lungo si perpetua l’interesse composto, tanto più crescerà il patrimonio.

L’effetto dell’interesse composto agisce laddove i proventi si sommano regolarmente al capitale e vengono reinvestiti. La sua incisività è sfruttabile al meglio negli investimenti in borsa, per i quali non si ottengono interessi bensì rendi-

menti. Il principio resta però lo stesso. Ecco un esempio: una persona investe 10’000 franchi in azioni, con un rendimento annuo pari al 5%. Grazie all’interesse composto, nell’arco di 30 anni il suo patrimonio aumenterà a circa 45’000 franchi. Con una remunerazione semplice, limitata al capitale iniziale, avrebbe per contro solo circa 25’000 franchi sul conto.

Per beneficiare dell’interesse composto occorre tenere presenti tre cose

- Cominciare il prima possibile: il tempo è il fattore principale nella costituzione di un patrimonio. Prima si inizia a investire, più a lungo il denaro potrà lavorare, moltiplicandosi in pratica da sé.

sone ha avuto la nostra stessa idea, dopo l’annullamento del suo volo a Catania, e finiamo per formare una sorta di compagnia di fortuna che vuole solo arrivare a destinazione. Scatta la solidarietà che incontreremo anche a ogni tappa del nostro viaggio (insieme a qualche persona poco gentile su cui sorvoleremo perché l’ottimismo non ci ha ancora abbandonato). L’idea è di continuare sul treno quando ripartirà fino a Napoli e poi sperare che ci ricollochino su qualche altro mezzo, nonostante online risultino tutti occupati.

Una trasferta di oltre 34 ore

A Napoli il personale ferroviario ci restituisce un po’ di speranza: un convoglio fino a Firenze Campo di Marte, poi bus sostitutivi scortati dalla Polizia (ricordate il vetusto ponte?) fino a Santa Maria Novella e infine un altro treno per Milano. I posti a sedere non ci sono. Ci arrangiamo come possiamo, occupando sedili liberi qua e là, finché arriva qualcuno/a a reclamarli. Però, lungo il percorso, qualche buon spirito della Protezione civile o di Frecciarossa ci rifornisce di kit di sopravvivenza con acqua e tarallucci. Se non altro, la disidratazione non sarà la causa della nostra fine. A Firenze fanno 38,5 gradi e le valigie pesano sempre di più. A Milano iniziamo a sentirci vicini al traguardo, ma ci attendono altri 55 minuti di treno per Malpensa, poi la navetta fino all’auto e infine un’altra oretta di strada. Finalmente a casa! Dopo un totale – calcolato dalla porta di partenza in Sicilia alla porta d’ingresso – di 34 ore e 45 minuti di viaggio. Ultimi due pensieri: per il ritorno abbiamo speso come se avessimo viaggiato fino in Giappone o giù di lì (speriamo in qualche rimborso) e, se quell’anima in pena non avesse tirato il freno di emergenza sull’Intercity notturno, saremmo arrivati ore dopo. Quando si dice: perfino gli abissi della volontà umana, ogni tanto, tornano utili.

- Non puntare tutto su una sola carta: il denaro andrebbe distribuito su vari investimenti, ad esempio con un fondo. Ciò diminuisce i rischi e garantisce che il capitale possa crescere costantemente e sviluppare, indisturbato, l’interesse composto. È importante considerare solo i cosiddetti fondi «a capitalizzazione», nei quali gli interessi e i dividendi vengono reinvestiti automaticamente.

- Investire regolarmente: anziché investire un importo cospicuo in un’unica volta, è meglio farlo regolarmente con importi modesti. Grazie a questo metodo, gli investitori partecipano prima e costantemente al mercato; così si lascia più tempo all’azione dell’interesse composto e, al contempo, si appiattiscono le oscillazioni dei corsi.

Partecipi e vinca Quanto ne sa di finanza?

La Banca Migros conduce insieme a gfs.bern lo studio «Osservatorio competenze finanziarie», che sonda le conoscenze finanziarie in Svizzera, e cerca partecipanti per il sondaggio online. Partecipi e vinca uno dei 25 buoni Migros del valore di CHF 100.–. Qui si può partecipare al sondaggio:

Pubblicità di un servizio finanziario secondo la LSerFi.
Tereza Kaurinovic, consulente alla
clientela presso la Banca Migros ed esperta in tematiche d’investimento.
Auto o treno?
L’Odissea comincia con un cartello all’aeroporto di Fontanarossa: «Per intensa attività vulcanica tutte le attività di decollo e atterraggio sono sospese». (foto R.B.)

Tè freddo

delle Alpi

Per circa 1 litro

1 l d’acqua 3 bustine di tisana di timo ca. 50 g di miele ½ mazzetto di erbe per infusione, ad es. melissa, verbena o menta qualche cubetto di ghiaccio

1. Porta a ebollizione l’acqua, aggiungi le bustine di timo, lascia in infusione per ca. 5 minuti, poi toglile.

2. Dolcifica con il miele, versa l’infusione in una bottiglia e lascia intiepidire. Metti l’infusione in frigo per almeno 2 ore.

3. Al momento di servire, distribuisci le erbe aromatiche e il ghiaccio nei bicchieri o in bottigliette e completa con il tè.

GUSTO

Rinfresco glaciale

Con queste ricette e questi consigli potrai preparare il tè freddo in un batter d’occhio e personalizzarlo secondo i tuoi gusti

Testo: Angela Obrist

Tè freddo bio alle erbe delle Alpi svizzere 6 x 1 l Fr. 8.50

Tè freddo alle nettarine e alle more

Semplice e veloce da preparare, questo tè rinfrescante è aromatizzato con more e nettarine, una combinazione meravigliosamente fruttata.

Consigli per preparare il tè freddo a proprio piacimento

Varietà

Il tè nero è la base classica. Per evitare che il tè diventi amaro, lasciare in infusione le bustine solo per pochi minuti, raffreddare rapidamente l'infuso con alcuni cubetti di ghiaccio e poi lasciarlo raffreddare completamente. Prova assolutamente anche altre varietà di tè, come il tè verde, il tè alla rosa canina o altri tè alla frutta. In alternativa, versare dell'acqua calda sulla menta fresca o sulla melissa e lasciarle in infusione direttamente nella brocca. Per esaltarne l'aroma, basta aggiungere nella teiera con il tè caldo alcune fette di zenzero fresco o un baccello di vaniglia tagliato a metà. Insaporire il tè freddo con succo di limone o altro succo di frutta. Un goccio di sciroppo, ad esempio ai fiori di sambuco o al lampone, aggiunge un tocco di dolcezza. Con questi ingredienti si può anche dare un tocco in più al tè freddo già pronto acquistato in negozio.

Anche l'occhio vuole la sua parte Con qualche decorazione fresca, il tè freddo diventa un vero e proprio richiamo visivo, quasi come un mocktail alla moda. Per servire, basta aggiungere nella caraffa delle erbe aromatiche fresche e della frutta tagliata a fette, come limone, pesca o fragole. Particolarmente decorativi: cubetti di ghiaccio con mirtilli, lamponi o sottili foglioline di erbe aromatiche incorporati. A tal fine, versare gli ingredienti nello stampo per cubetti di ghiaccio, riempire con acqua e mettere in freezer.

Qui puoi scaricare l’app Migusto
Ice tea al mango
Un tè freddo fatto in casa che ha il sapore delle vacanze! Tè nero, dadini di mango, succo di limone e menta fresca per una deliziosa bevanda rinfrescante.

Il Mercato e la Piazza

Le guerre cominciano a incidere negativamente sull’economia

Le guerre hanno sempre contraccolpi negativi sull’economia. Durante le guerre mondiali il problema era riuscire a rifornire la popolazione dei beni essenziali per sopravvivere dato che i conflitti impedivano un regolare rifornimento di beni dall’estero. Siccome oggi il nostro grado di dipendenza dall’estero, per il rifornimento in materie prime e beni alimentari è più alto di allora, i conflitti che ostacolano o impediscono questi rifornimenti sono diventati più pericolosi. Anche le guerre economiche, che si combattono con l’imposizione di dazi e sanzioni, possono avere effetti perniciosi. Dove si trova l’economia svizzera, in relazione a questi pericoli? Le guerre in Ucraina e nel Medio Oriente hanno creato più di un problema. Tuttavia, finora, non hanno messo in pericolo il rifornimento in materie prime e beni di consumo essenziali per aziende e la popolazione.

Affari Esteri

Esse hanno soprattutto fatto salire i prezzi di certi beni. È probabile invece che, specie nel trimestre appena terminato, qualche difficoltà di rifornimento abbia cominciato a manifestarsi. Il motore dell’economia svizzera comincia a battere in testa. Nei rilievi più recenti del barometro congiunturale dell’Istituto KOF del Politecnico di Zurigo si parla di una situazione eterogenea. Accanto a rami dell’economia che incontrano difficoltà ve ne sono altri che continuano a godere di buona congiuntura. Per quel che riguarda l’offerta di beni e servizi sono soprattutto le aziende del settore industriale ad essere sotto pressione. Le loro perdite sono però finora state compensate dal buon andamento dei rami finanziario e assicurativo del settore dei servizi. Queste difficoltà non si rilevano invece ancora nella revisione delle previsioni economiche

di metà anno, pubblicate in giugno. Quelle del KOF, per esempio, continuano a dare, per l’anno in corso, un tasso di crescita del Prodotto interno lordo dello 0.8% che potrebbe salire oltre l’1% per effetto dei miliardi che affluiranno dalle olimpiadi invernali e dai Mondiali di calcio. Se si deduce l’apporto di questi eventi straordinari, però, la prestazione dell’economia svizzera per il 2026 rimarrà modesta. Anche nelle previsioni aggregate più recenti si insiste nell’affermare che le difficoltà di cui la stessa soffre sono da far risalire all’insicurezza a livello internazionale in seguito alle guerre vere e economiche.

Le stesse hanno frenato e freneranno anche nel secondo semestre sia l’evoluzione delle esportazioni, sia quella dei consumi privati: di converso anche la crescita del Pil. A livello aggregato, ossia per l’insieme della nostra economia, non si registra invece,

Nato, vertice lampo per gestire Trump

Ad Ankara si è chiuso il trentaseiesimo vertice della Nato, in formato rapidissimo – una cena, una riunione, un pranzo: una giornata e mezza – perché tra i vari modi che gli europei hanno trovato per maneggiare Donald Trump c’è anche quello di vedersi il meno possibile. Non che sia un metodo salvifico, il presidente americano è riuscito a maltrattare buona parte degli alleati e anche a dichiarare morto il cessate il fuoco in Iran – nella notte tra il primo e il secondo giorno, le forze americane hanno colpito l’Iran, che aveva attaccato delle navi nello Stretto di Hormuz. L’Alleanza atlantica sta vivendo una trasformazione epocale, a suon di strattoni e minacce da parte dell’America, che si sente scomoda nell’organizzazione che ha creato e di cui ha il ruolo guida. Quando Trump minaccia di uscire dalla Nato, i pensieri degli analisti vanno sempre allo statuto della Nato che prevede,

per chi vuole lasciare l’Alleanza, una notifica al dipartimento di stato americano: Trump dovrebbe scriversi una lettera da solo. Ma a parte le relazioni precarie, non si può dire che il vertice sia andato male, anzi. Trump ha annunciato che concederà all’Ucraina le licenze necessarie a produrre i missili intercettori per i sistemi di difesa aerea Patriot, la priorità di Volodymyr Zelensky e degli europei. La carenza di intercettori per i sistemi Patriot è diventata evidente nelle ultime settimane: gli ucraini non riescono a intercettare i missili balistici che Putin lancia con furia proprio perché sa che arriveranno a destinazione. L’Amministrazione Trump ha azzerato i trasferimenti di armi attraverso il programma Purl – con il quale gli europei comprano materiale militare dagli americani e lo trasferiscono all’Ucraina – perché la sua priorità è la guerra con l’Iran: «Non ne abbia-

Il presente come storia

Il Ticino, un cantone in bilico

Il Ticino, da quando è nato come cantone, non ha mai cessato di interrogarsi sulla sua «identità» o «personalità»: un processo introspettivo che ha conosciuto diverse fasi e varie intensità, a dipendenza delle sollecitazioni esterne: da un lato le incomprensioni con la Berna federale, dall’altro le tensioni con la vicina Italia. Nell’Ottocento occorreva «fare i ticinesi», dopo secoli di frammentazioni interne, di povertà ed emigrazione; nel Novecento sorse l’esigenza di salvaguardare la propria italianità, insidiata dalla strisciante germanizzazione. Ma è nel secondo dopoguerra che la discussione si fece più consapevole e organica, sulla base di studi che intrecciavano dati demografici, storici, linguistici ed economici. Basti ricordare i nomi di Calgari, Biucchi, Locarnini, Bianconi, Rossi, Ratti, autori di testi che andavano oltre le solite geremiadi della piccola minoranza incompresa,

per il momento, nessuna ripercussione negativa per il mercato del lavoro. Anche nella revisione di giugno il tasso di disoccupazione della Seco è stazionario intorno al 3%, non lontano dalla sua soglia minima degli ultimi 20 anni. Il tasso di aumento dei prezzi per il 2026 resta largamente al disotto dell’1%. Attenti però perché, da febbraio a maggio, come avverte la Banca nazionale svizzera, il tasso dell’inflazione importata è salito da – 1.6% a 0.7% ossia di più di due punti in seguito agli alti e bassi del rincaro del prezzo del petrolio. Aumenti inattesi del prezzo del petrolio nel secondo semestre dell’anno potrebbero quindi indurre un ulteriore rialzo del tasso di inflazione per il 2026. Dei conflitti in atto è quello tra Iran e Usa, rispettivamente Israele, a suscitare le maggiori preoccupazioni. L’apertura a singhiozzo dello stretto di Hormuz impedisce un rifornimen-

to regolare dei mercati in petrolio e fertilizzanti (approvvigionamento in urea e ammoniaca). Nel caso del petrolio gli impedimenti fanno rincarare il prezzo dell’energia (in particolare il prezzo della benzina e dell’olio da riscaldamento).

Ad aumentare l’insicurezza sulla congiuntura nel secondo semestre interverrà anche l’impasse nella guerra commerciale sui dazi. Berna vuole un accordo che stabilizzi la situazione. Washington sembra disinteressato a discutere la faccenda. L’escursione del presidente della Confederazione negli Stati Uniti per i Mondiali di calcio, si è chiusa, per quel che riguarda queste trattative, con un bel nulla di fatto. Ora si spera che il 24 luglio, giorno in cui scade il regime in corso, la situazione in materia di dazi non peggiori. Facciamo gli scongiuri perché la Svizzera resti grande, ma non solo sul berretto di Parmelin.

mo molti», ha detto Trump, riferendosi ai Patriot. Gli europei, che questi intercettori li hanno, non hanno voluto rimanere sguarniti nelle loro difese aeree e l’Ucraina si è ritrovata più vulnerabile. Le licenze per i Patriot erano una priorità sia di Zelensky sia dei leader europei, che avevano già convinto Trump a firmare un impegno in questo senso al G7 di Evian: la Nato continua a esistere. Naturalmente serviranno settimane per negoziare gli accordi di licenza e mesi, se non anni, per iniziare la produzione di intercettori per i Patriot, ma l’annuncio ad Ankara segnala una svolta nella percezione della guerra condotta dalla Russia in Ucraina: Zelensky non è più l’uomo che «non ha le carte», come nel febbraio del 2025 nello Studio ovale (e Zelensky, al fianco di Trump, non ha perso l’occasione per sottolineare: chi l’avrebbe mai detto, dopo quel che è successo alla Casa Bianca, che ci sa-

remmo ritrovati qui e così). Trump ha detto che Zelensky e l’esercito ucraino hanno «fatto un lavoro straordinario», che si stanno dimostrando «molto efficaci», diversamente dai russi, che sono in fila per fare benzina, mentre Putin sospende le esportazioni di diesel perché ne ha troppo poco (quando Trump ha chiesto a Zelensky: andrai a Mosca?, Zelensky gli ha risposto: è troppo pericoloso, con tutti quei droni ucraini).

Per le altre priorità degli europei, il vertice di Ankara è stato l’ultimo esercizio di equilibrio, mentre Trump ha fatto di tutto per far saltare nervi e accordi a tutti quanti – eccetto l’ospite, Recep Tayyip Erdogan, che ha coccolato ed esce dal vertice con la promessa di poter riaccedere al programma degli F-35 Usa. Il presidente americano ha ritirato fuori la questione della Groenlandia, dice che serve più agli americani che ai danesi; tutti gli han-

no risposto: ok, ma è un territorio danese, e della Nato. Quanto alla presenza americana in Europa, Trump ha di nuovo minacciato un ritiro dei soldati e dei mezzi, ma gli europei sono convinti di riuscire a ottenere un disimpegno ordinato e coordinato: la consapevolezza che la Nato non sarà più come prima esiste, ma come tutti gli amori che finiscono si può decidere se far volare gli stracci oppure no. Il Paese più maltrattato è stata la Spagna, gli altri europei sono imperdonabili perché non hanno aiutato l’America in Iran, ma davanti ai giornalisti Trump ha detto di aver visto «molto amore» e «molta unità». Quel che conta per gli europei è «il sostegno incrollabile all’Ucraina», che è nella dichiarazione congiunta, e per il resto ci si organizzerà di volta in volta: il vertice Nato dell’anno prossimo, previsto in Albania, potrebbe non esserci, si passa al 2028, senza troppi rimpianti.

per individuare le cause profonde del malessere.

La discussione riesplose dopo l’apertura della galleria stradale del 1980. Da quell’anno in poi gli interventi pubblici sul tema si moltiplicarono, con l’obiettivo di cogliere quanto stava succedendo in questo triangolo di terra solcato da importanti arterie ferroviarie e autostradali. Emersero così definizioni come «Ticino regione aperta», «Città-Ticino» e, recentissima, «Città dei Laghi», un modello territoriale transfrontaliero insubrico.

È dunque ricorrente questo bisogno di afferrare attraverso schemi concettuali e definizioni una realtà sfuggente e cangiante, specie nei poli urbani, che col tempo si sono via via allargati nei fondivalle a guisa di rizomi.

Da ultimo, sul quaderno di GeaAgenda (2/2026), il geografo Mosè Cometta ha proposto una categoria sviluppata dal pensiero meridionali-

stico italiano, in particolare da Antonio Gramsci: quella di «questione meridionale». Buona parte del cammino della nostra regione, già all’epoca dei baliaggi, sarebbe da ricondurre a tare storiche che l’hanno condannata alla marginalità. Numerose ricchezze – a partire dal commercio del legname e dallo sfruttamento delle risorse idriche – sono state accaparrate da potentati esterni, lasciando nelle valli soltanto le briciole, impotenza e frustrazione. Parlare, come fece Gramsci nel 1926, di «questione meridionale» è qui probabilmente azzardato, in quanto riferita ad un contesto, quello del Meridione italiano, che scontava rispetto al Nord gravi ritardi, sia in termini di progresso industriale, che di organizzazione sanitaria, istruzione delle classi subalterne e ordine pubblico (brigantaggio). E tuttavia la tesi può suggerire piste interessanti, soprattut-

to se volgiamo lo sguardo alle implicazioni sociologiche e politiche, ai rapporti tra centro e periferia, alle logiche estrattive delle élites urbane per succhiare l’energia delle terre alte. La GeaAgenda contiene numerosi contributi, redatti perlopiù da giovani ricercatori. Segno che la discussione sulle sorti del Ticino interessa e inquieta anche le generazioni che hanno compiuto i loro studi nelle università d’oltralpe. C’è da chiedersi se questo cantone stia recuperando terreno rispetto agli altri, o se continui a rimanere invischiato nelle antiche maglie familiari e clientelari. Difficile accordarsi su un’interpretazione univoca.

C’è chi evidenzia gli sforzi intrapresi per migliorare la formazione dei giovani e dotarsi di istituti superiori (Usi, Supsi, poli scientifici e culturali, Centro di calcolo, Dalle Molle, biomedicina) che fanno da supporto alle imprese innovative, e chi lamenta un livello

retributivo al di sotto della media nazionale, soprattutto per le donne. C’è chi prospera su un mercato edilizio capace di garantire sostanziose rendite immobiliari e chi lotta per farsi riconoscere un salario dignitoso. La fotografia che la GeaAgenda offre alla riflessione è disomogenea, con punti luminosi e increspature che rimandano a ritardi decennali, se non secolari. «L’Italia è un paese moderno, ma la sua modernità è incompiuta»: così si espresse il sociologo Franco Ferrarotti (1926-2024) in un suo saggio sull’Italia degli anni 90 del secolo scorso. Sono parole che si attagliano anche al nostro cantone, alle prese con una rincorsa affannosa che sembra non finire mai. Ma non è un destino ineluttabile. È il frutto di scelte politiche che le istituzioni, i partiti, le associazioni hanno via via adottato nel tempo, rendendosi quindi corresponsabili di questa modernità incompiuta.

di Paola Peduzzi
di Orazio Martinetti

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CULTURA

Archivio vivente di memorie familiari

Al Migros Museum di Zurigo il lavoro di Mohamed Bourouissa trasforma biografia e storia coloniale in un percorso espositivo

Pagine 18-19

La valle che richiama i talenti Dal 21 al 26 luglio BlenioMusica porta giovani interpreti di livello internazionale a Malvaglia, Torre, Biasca e Olivone, grazie a Susanna Braun

Pagina 21

Il Dante visionario di Schnabel Il regista americano sperimenta linguaggi e piani temporali diversi, preferendo la forza delle immagini alla solidità della narrazione

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Cinque secoli d’arte in un unico sguardo

Mostre ◆ Da Luini a Vela, passando per Serodine, Petrini e Kauffmann, la Pinacoteca Züst riunisce in un’unica esposizione molte collezioni pubbliche sparse nel territorio ticinese

Ci sono mostre che nascono per celebrare un artista e altre, invece, che prendono forma attorno a un’idea. Arte dal XIV al XIX secolo nelle collezioni pubbliche ticinesi. Uno sguardo d’insieme, in corso alla Pinacoteca Züst di Rancate fino al 23 agosto 2026, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il suo obiettivo non è semplicemente riunire opere importanti, ma offrire una lettura unitaria di un patrimonio normalmente diffuso nel territorio, fra archivi, musei ed edifici religiosi del Cantone. L’operazione svolta dalla Pinacoteca Züst sembra avere anche un significato storico. A quasi cinquant’anni dalla mostra Presenze d’arte in Ticino dal XV al XVIII secolo, allestita nel 1979 a Villa Ciani, il Ticino torna infatti a proporre una ricognizione delle proprie collezioni pubbliche di arte, estendendo lo sguardo dal tardo Medioevo fino alla seconda metà dell’Ottocento. Un’occasione per riflettere non soltanto sulle opere, ma anche sul modo in cui si è formato il patrimonio artistico cantonale.

Il percorso riunisce nello stesso contesto circa cento opere, tra dipinti e sculture, che abitualmente si trovano in sedi diverse, permettendo di cogliere relazioni, continuità e differenze che difficilmente emergono osservandole separatamente, in particolare offre al visitatore la possibilità di ipotizzare confronti e individuare nuclei tematici solitamente solo teorici.

Tuttavia è proprio il carattere temporaneo della mostra a costituire uno dei suoi principali punti di forza: è fondamentale, infatti, che tale patrimonio rimanga quanto più possibile fruibile nel suo contesto di appartenenza, così come insegna la museografia contemporanea che incentiva la lettura delle opere entro il loro spazio culturale e fisico di provenienza. Questo si rivela utile anche per le comunità, che non devono essere private del loro patrimonio, elemento identitario essenziale.

Le prime fra le nove sale sono dedicate al tardo Medioevo e al Rinascimento, con opere di Bernardino Luini, Francesco Casella e Tommaso Rodari, che testimoniano il profondo legame tra il territorio ticinese e l’area lombarda. Il confine si configurava quale luogo di scambio, tanto che le vicende artistiche del Cantone risultano strettamente intrecciate con quelle dei territori circostanti. Si ribadisce anche in questa sede l’inesauribile intreccio delle migrazioni artistiche che interessano gli autori ticinesi.

Il Seicento trova due protagonisti in Giovanni Serodine e Pier Francesco Mola, figure centrali della pittura ticinese, affiancati da opere di Do-

menico Fetti, dei fiamminghi Joos de Momper e Salomon van Ruysdael e da importanti esempi della pittura lombarda. Fra le novità dell’esposizione è stata molto sottolineata la presenza di Madre mendicante con due bambini, recentemente entrata nelle collezioni della Pinacoteca grazie alla donazione della Fondazione Dr. Joseph Scholz. Attribuita al cosiddetto anonimo Maestro della tela jeans – così chiamato per aver dipinto i suoi personaggi con indosso quel tessuto che incrocia trama indaco e ordito bianco – l’opera appartiene al filone della «pittura della realtà», che nel Seicento rivolse l’attenzione ai ceti popolari e agli emarginati con uno sguardo diretto e privo di idealizzazioni. Il percorso prosegue con il Settecento di Giuseppe Antonio Petrini, Carlo Innocenzo Carloni e Angelika Kauffmann, fino all’Ottocento, rappresentato da artisti come Vela, Ciseri e Bossoli. Più che costruire una

successione di capolavori, la mostra restituisce il profilo di una storia artistica complessa, caratterizzata dalla continua circolazione e reinvenzione di modelli, dall’incrocio fra esigenze della committenza e linguaggi in viaggio fra centri e periferie dell’arte. Si termina con un’indagine dedicata alla pittura dell’Ottocento, con presenze di Paolo Troubetzkoy e Mosè Bianchi.

Accanto alla dimensione storico-artistica, la mostra propone anche una riflessione sulla storia delle istituzioni museali cantonali. Gli organizzatori ricordano come la complessa articolazione del panorama museale ticinese attuale derivi dall’assenza di un iniziale approccio unitario, conseguenza del localismo che ha caratterizzato per tutto il Novecento la politica cantonale. Ne è derivato un sistema costruito nel tempo soprattutto grazie a donazioni, lasciti e iniziative promosse da singo-

le realtà locali, che hanno dato vita a istituzioni spesso sviluppatesi in modo autonomo. In questo senso, la mostra Uno sguardo d’insieme accompagna la Pinacoteca Züst verso il progetto di ristrutturazione e ampliamento previsto nei prossimi anni e invita a considerare il patrimonio pubblico ticinese come una risorsa condivisa, da valorizzare attraverso una visione sempre più coordinata. In questo senso sarebbe importante pensare a come comunicare il patrimonio anche fuori dal museo, con strumenti nuovi in grado di coinvolgere pubblici più ampi. Il patrimonio culturale vive nei fili, nei legami che si creano fra persone, opere e luoghi, nelle narrazioni che li coinvolgono. Queste connessioni vanno tenute in vita, rinnovandole di fronte alla prova della contemporaneità. La mostra non è solo un’occasione per rivedere opere note o scoprirne

altre meno conosciute. È un invito a osservare l’arte del Ticino come parte di una storia comune, che attraversa secoli, istituzioni e territori, e che trova proprio nel dialogo integrato la sua chiave di lettura più convincente. Un passaggio ulteriore potrebbe essere aiutare i visitatori in una lettura contestualizzata di questo patrimonio, che permetta alle comunità di riferimento – prime depositarie di queste opere – di leggerle in relazione ai propri luoghi d’affezione, alle proprie storie e alle proprie tradizioni.

Dove e quando Arte dal XIV al XIX secolo nelle collezioni pubbliche ticinesi. Uno sguardo d’insieme. Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst, Rancate. Fino al 23 agosto 2026. Orari: da ma a ve 10-12/14-17, sa e do 10-12/14-18. Sito: www.ti.ch/zuest

Herri met de Bles (Il Civetta), Paesaggio montano con fortezza, prima metà del XVI secolo, olio su tavola. (Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano. Collezione Città di Lugano. Lascito Mez).
Ada Cattaneo

Mohamed Bourouissa e l’omaggio

Mostre ◆ Il fotografo franco-algerino si occupa di famiglia e colonialismo in un’indagine a tratti dolorosa in corso al Migros Museum

Andare via dal proprio Paese, per quanto integrati si arrivi a essere in quello di arrivo, per quante amicizie si costruiscano e amori si trovino in una terra e magari una lingua nuove, costituisce irrimediabilmente uno smembramento dell’anima. Ne sa qualcosa anche Mohamed Bourouissa, che, lo scorso 12 giugno, in occasione dello Zurich Art Weekend, negli spazi postindustriali del Löwenbräukunst (che, come dice il nome, era il birrificio della Löwenbräu), al Migros Museum für Gegenwartskunst, ha inaugurato la sua mostra più recente, Pour Noubia. Un viaggio a ritroso nell’Algeria delle origini, in un tempo in cui i componenti della famiglia erano tutti nello stesso posto nello stesso momento, prima di sparpagliarsi, nel vero senso della parola, in luoghi diversi tra di loro e lontani.

Un tempo in cui, però – ed è questa l’ombra che aleggia su tutto il lavoro dell’artista – c’era ancora il colonialismo, o perlomeno se ne respirava ancora l’aria. Le opere della mostra, realizzata ad hoc per gli spazi zurighesi (dopo una prima al tedesco Marta Herford), dunque, sono il risultato di un’indagine artistica le cui modalità si sono sovrapposte alla vita stessa, come spesso e intensamente accade quando la biografia di un individuo si incastona in modo diretto nella Storia del suo Paese.

L’artista Mohamed Bourouissa è nato in Algeria nel 1978, oggi vive e lavora soprattutto a Gennevilliers, nei sobborghi parigini

Il percorso espositivo prende il via dall’Algeria, e più precisamente dalla città di Blida, luogo in cui il fotografo Mohamed Bourouissa nacque nel 1978. E in cui lavorò anche lo psichiatra, antropologo, filosofo e saggista francese, originario della Martinica Frantz Fanon. L’attivista anticolonialista Fanon dal 1953 al 1956 proprio a Blida guidò il reparto psichiatrico dell’ospedale locale, studiando, fra le altre cose, la correlazione tra salute mentale, razzismo e colonialismo. Una tematica importante per l’artista franco-algerino, come nella mostra zurighese testimoniano la serie di fotografie Noubia e la videoinstallazione Le Murmure des fantômes, dove si tenta di scendere a patti (laddove è impossibile dare un senso, ma è necessario ricordare) con una ferita ancora aperta, più di sessant’anni dopo la fine del giogo coloniale, che in un modo o nell’altro ha contribuito a modificare le parabole esistenziali di migliaia di esseri umani. La necessità di rielaborare il senso di profonda umiliazione che i francesi si lasciarono alle spalle alla stregua di un memento mori o di una eredità maledetta, ha portato l’artista franco-algerino più volte a Blida alla ricerca di testimoni e di testimonianze che parlassero delle conseguenze che un’occupazione può portare alla psiche di chi si trova costretto a viverla. Come è capitato ai popoli del Maghreb. Per elaborare un trauma o un lutto, infatti, è necessario dapprima capirlo. Quanto il ricordo dell’occupazione sia ancora vivo, e quanto in profondità essa abbia condizionato la vita del-

le persone anche negli aspetti all’apparenza più irrilevanti, è il messaggio racchiuso nell’opera raffigurante un grande dente cariato realizzato in alluminio: in Algeria i francesi avevano imposto nuove abitudini alimentari, che ad esempio prevedevano un

maggiore consumo di zucchero: inevitabilmente aumentarono i denti cariati degli algerini, senza che però questo rappresentasse un problema di cui i francesi credevano di doversi occupare.

La componente sociale dell’arte di

Bourouissa non è limitata all’Algeria del suo passato, attraversata dalle ombre del colonialismo, ma lo porta a chinarsi anche sulle realtà che nascono «dall’altra parte», ossia là dove si trova il traguardo (per modo di dire) di un percorso migratorio. Parlia-

Trent’anni di curiosità e dibattiti sul presente

Alla sua nascita, nel 1996, il Migros Museum für Gegenwartskunst (Museo Migros per l’Arte contemporanea), si trovò confrontato con una sfida ben espressa dal suo primo direttore, Rein Wolfs: «Era importante lavorare a un alto livello internazionale, adattando tutto ciò al contesto locale, usando la contrapposizione tra un retailer e un museo come punto di partenza quasi ludico per comunicare» (on-curating.org).

A Rein Wolfs seguì, dal 2001 al 2023, la lunga direzione di Heike Munder, che contribuì a conferire personalità al Museo, rendendolo riconoscibile già per la sua location, quell’inconfondibile ex birrificio, oggi Löwenbräukunst, situato quasi di

fronte al Viadukt, a pochi passi dalla sede centrale di Migros in Limmatplatz, che ben rappresenta lo sviluppo dell’area zurighese Züri-West, da qualche anno particolarmente trendy. Nel 2023, dopo una direzione ultraventennale affidata a un’unica persona (come è solitamente prassi nei musei), si è deciso di creare una realtà nuova per l’istituzione museale, come spiega Patrick Ilg, responsabile della comunicazione, in quello che è un tentativo di «democratizzazione museale» che si spinge perfino oltre all’ingresso gratuito. Da tre anni, infatti, il Migros Museum für Gegenwartskunst non ha più un direttore o una direttrice unici, ma si avvale di un gruppo di lavoro composto da cinque persone: Tasnim Baghdadi, responsabile dei programmi, Patrick Ilg, responsabile della comunicazione, Yasmin Naderi Afschar, responsabile delle mostre, Catherine Reymond, responsabile dell’amministrazione, e infine Nadia Schneider Willen, responsabile della collezione. «Abbiamo dapprima dovuto mettere in luce quegli ambiti di intervento riguardanti la direzione museale che non sono esplicitati nel mansionario, e poi c’è stata una suddivisione dei compiti».

mo di zone periferiche, di sobborghi, spazi abusivi o spesso terra di nessuno, dove, come insegna la cronaca, la violenza di chi si ritrova senza prospettive e indesiderato, spesso non fatica a germogliare.

Oggi Bourouissa vive e lavora a

La codirezione elaborata dal team del Museo zurighese ha attirato l’attenzione della stampa nazionale e internazionale, poiché rappresenta un modello gestionale all’apparenza non facile: «Ci incontriamo ogni due settimane, e lavoriamo soprattutto con il consenso. Lavorando in questo modo si diventa più costruttivi e si impara accettare anche un’idea che magari non si condivide fino in fondo», spiega ancora Patrick Ilg. Il museo, in fondo, vuole anche essere, oltre che un’esperienza estetica, palcoscenico di riflessione, ed è per

questo che si è voluto abbattere ogni genere di muro, come si vede bene nella grande sala al pianoterra, ora rivestita di tappeti, che invita all’indugio e a una sosta. E che lo scorso 12 giugno, in occasione dello Zurich Art Weekend (guidato da Charlotte von Stotzingen, con Arianna Gellini e la ticinese Letizia Bianchi, dignitoso preludio del successivo Art Basel, con mostre, talks, dj set, fiera dell’editoria, eccetera) si è riempita di un pubblico curioso, e che del Migros Museum für Gegenwartskunst ha saputo riconoscere il valore.

OZ, 2026, Anna Keflac, Helena Messlerey, Gaby Nekme, Elisabeth Rörsched, 2026, (© Mohamed Bourouissa, ADAGP, 2026. Court. of the artist. Photo: Studio Stucky); a destra, Mohamed Bourouissa, Noubia, Videostill, 2025. (© Mohamed Bourouissa, Noubia Meyer Collection, ProLitteris, Zurich)
Gli spazi di Löwenbräukunst a Zurigo. (Migros Museum)
Patrick Ilg co-direzione e resp. comunicazione Museo Migros

a Nouiba

Gegenwartskunst di Zurigo

Gennevilliers, nei sobborghi parigini, insieme a popolose comunità magrebine e musulmane, di cui, sempre attraverso la sua arte, cerca di mettere in luce la caratteristica di «invisibilità sociale», quella condizione in cui spesso rischia di scivolare chi non ha diritti, o che quando li ha, non li conosce; chi si vede umiliato o messo in un angolo, solo perché «ultimo arrivato».

Al secondo piano del Migros Museum, si cammina su ghiaia che scricchiola a ogni passo, come a volere congiungere (questo l’intento dichiarato) il mondo esterno a quello interiore personale, o ancora, museale. La figura della zia Noubia, creatura a modo suo tragico, diventa opera d’arte attraverso l’occhio amorevole del nipote, grazie alla disposizione delle sue immagini in patina rétro, agli ampi spazi vuoti, alla luce soffusa color pastello, assurgendo nel percorso espositivo a figura quasi onirica; rappresentante di ciò che la vita può essere e non essere allo stesso tempo, delizia e fallimento, senso di eterno e tempo che scorre alla velocità della luce.

Con il nipote Mohamed, Nouiba aveva in comune, oltre all’affetto che si respira sin dal titolo della mostra, la passione per la fotografia, ed è per questo che, alla sua morte nel 2022, la donna gli ha lasciato il proprio archivio fotografico. Ciò che ne è uscito, diventando materiale artistico di prima mano per Bourouissa, è il racconto – attraverso vecchie fotografie, registrazioni, ma anche concessioni al presente, grazie a elaborazioni con

l’Intelligenza Artificiale – della vita fuori degli schemi di Nouiba, dapprima nelle case di piacere francesi in Algeria, poi in proprio a Osnabrück, in Germania. Centrale non è però la professione di Nouiba che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non rappresenta un tabù, quanto più il desiderio di dare voce, attraverso frammenti della sua storia, a quella (corposa) fetta di persone che una voce non ce l’ha. Un po’ come se Noubia, dando il titolo alla mostra, si facesse portavoce di quell’umanità che, in una forma o nell’altra, vi è rappresentata.

Non è forse a questo punto un caso che Mohamed Bourouissa abbia deciso di affidarsi anche alla musica come mezzo espressivo, usando, ancora una volta, una forma di voce. Il suo primo album, Lila, uscirà alla fine di luglio. È presentato come un «diario di riflessioni ipnagogiche» che intende offrire uno sguardo su un artista che è protagonista indiscusso del proprio tempo.

Dove e quando

Mohamed Bourouissa, Pour Noubia. Zurigo, Migros Museum für Gegenwartskunst (Limmatstrasse 270; fermata tram Löwenbräu).

Fino al 6 settembre 2026.

Orari: ma-me-ve-sa-do: 11.00-18.00; gio 11.00-20.00. migrosmuseum.ch

Migros Museum in pillole

Anniversari ◆ Un luogo da amare: i primi trent’anni di uno spazio libero e capace di stimolare la riflessione sulla società e l’arte contemporanea

Michael West

Il Museo Migros di arte contemporanea esiste da trent’anni. Ecco cosa è piaciuto di più, quale esposizione è risultata particolarmente «odorosa» e perché l’entrata è gratuita.

L’installazione video The Visitors dell’artista islandese Ragnar Kjartansson è stata esposta due volte al Museo, nel 2012 e nel 2022. La prima volta i visitatori sono stati 13mila e la seconda volta ben 23mila. La coda di appassionati d’arte non riusciva più a trovare posto sulla Löwenbräuareal di Zurigo e si snodava fino alla Limmatstrasse. Su nove schermi separati, l’opera mostra una serie di persone nelle stanze di una vecchia villa alle porte di New York intente a cantare e suonare un gospel malinconico. Qualcuno è seduto in veranda, un altro suona dalla vasca da bagno, il risultato è sorprendente e capace di creare un’attrazione irresistibile.

Gottlieb Duttweiler, fondatore di Migros, era un appassionato d’arte, e ha sempre difeso una cultura accessibile a tutti

Una forte provocazione

La macchina Cloaca dell’artista belga Wim Delvoye, esposta nel 2001, si è dimostrata all’altezza del suo nome: l’installazione, composta da fiaschette e tubi di vetro, era in grado di digerire professionalmente il cibo, trasformandolo in escrementi. La «Cloaca» veniva alimentata con i pasti del ristorante per il personale Migros presso la torre di Limmatplatz a Zurigo.

La mostra più bizzarra

Nel 2000, la star dell’arte italiana Maurizio Cattelan ha esposto ll vuoto: per l’occasione, non solo il museo è stato completamente svuotato, ma sono state addirittura abbattute alcune pareti. Le sale, di colpo enormi, erano inondate da una luce bianca, e solo alla fine del percorso il pubblico notava la minuscola bambolina con i lineamenti di Cattelan. L’esperimento ha lasciato perplessi alcuni spettatori, mentre altri hanno trovato liberatorio il museo completamente vuoto.

I dipinti più preziosi

La collezione del museo comprende sei dipinti del celebre artista tedesco Gerhard Richter. Tra essi spicca anche il monumentale dipinto a olio astratto Seepferd 486 del 1982. Il valore assicurativo dei sei quadri è segreto, le opere di Richter figurano infatti fra quelle contemporanee più costose. Alle aste alcune hanno raggiunto prezzi superiori ai 40 milioni di dollari.

Un’opera fragile

Si tratta della scultura Hautraum dell’artista Heidi Bucher, morta nel 1993. Essa consiste in una «stanza» (della casa dei genitori, a Winterthur) ricoperta prima di lattice e in seguito «sbucciata». L’insieme crea un’immagine che sembra stranamente viva. Poiché il lattice è molto delicato e si degrada nel tempo, l’opera è stata restaurata nel 2024.

I visitatori più giovani

A volte ai pomeriggi per famiglie del Museo Migros partecipano bambini di soli tre anni. In questo modo, non solo imparano a conoscere l’arte, ma creano anche le loro piccole opere

in tessuto o pasta di sale. Anche molte classi, dalla scuola materna a quella media, partecipano alle visite guidate del museo. Solo l’anno scorso vi sono stati circa 2mila scolari in visita.

La novità più radicale

Dal 2023 l’ingresso al museo è gratuito. L’obiettivo era quello di rendere l’arte accessibile a un numero ancora maggiore di persone. Da allora, circa 100mila persone hanno approfittato dell’offerta.

Gli inizi del museo

Il fondatore della Migros, Gottlieb Duttweiler, era un appassionato collezionista d’arte e possedeva dipinti di Ferdinand Hodler, Ernst Ludwig Kirchner o Cuno Amiet. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1962, la Migros ha continuato ad ampliare la collezione. Questi tesori sono resi accessibili al pubblico dal 1996, in occasione della fondazione del Museo Migros. Un’idea perfettamente in linea con la visione di Dutti, che ha sempre voluto che il maggior numero possibile di persone potesse godere della cultura.

Urs Fischer, Frozen, 1998. (photo: Stefan Altenburger, Photography © the artist)
Maurizio Cattelan, If a Tree Falls in the Forest and There is No One Around It, Does It Make a Sound?, 1998. (photo: Stefan Altenburger, Photography © the artist)
Yasmin Naderi Afschar con Mohamed Bourouissa in occasione dell’Artist Talk al Löwenbräu di Zurigo. (YouTube)

Ogni morso fa CENTRO

Piccoli borghi, grandi palcoscenici

BlenioMusica ◆ Dal 21 al 26 luglio Susanna Braun riporta in valle la musica da camera con giovani interpreti internazionali

Come può la musica da camera continuare a parlare al presente? È una domanda alla quale la pianista Susanna Braun risponde da quando ha dato vita a BlenioMusica. Alla sua sesta edizione, il festival torna con un cartellone che riunisce interpreti provenienti da diversi Paesi e attivi sui palcoscenici internazionali, sebbene il suo centro di gravità rimanga nel cuore della Valle di Blenio, ben lontano dalle grandi capitali culturali. Un apparente paradosso che continua ad alimentare uno dei progetti musicali più interessanti del panorama ticinese, grazie alla capacità di ingaggiare giovani talenti e di creare occasioni d’ascolto in luoghi che sfuggono ai circuiti più scontati. In programma dal 21 al 26 luglio, il festival porterà infatti i suoi concerti a Malvaglia, Torre, Biasca e Olivone.

Susanna Braun, quando ha fondato BlenioMusica aveva poco più di vent’anni. Quale fu la spinta?

Fu la solitudine, dopo il Covid. Il lockdown, per noi musicisti, è stato terribile: non potendo esibirci nelle sale da concerto, abbiamo dovuto trovare la motivazione per continuare a studiare soltanto per noi stessi. Per me, in realtà, è andata bene: ho studiato il bellissimo Concerto n. 2 di Prokof’ev, che ho appena suonato in Repubblica Ceca a Karlovy Vary. È un concerto molto difficile, quindi averlo ora nel repertorio è davvero importante. Dopo il Covid ho creato BlenioMusica per dare ai giovani musicisti la possibilità di tornare sul palcoscenico.

Sei anni dopo, che cosa è diventato BlenioMusica?

Non avrei mai pensato che, già alla 5a edizione, saremmo riusciti a invitare un’orchestra (l’orchestra giovanile ucraina sotto la guida della direttrice svizzera Nina Haug)! Così come non credevo esistessero luoghi magici come il Swiss Railpark (ndr: ex Officine FFS di Biasca): quest’anno faremo lì un concerto davvero speciale, con un cantante (Michael Temporal Darell, baritono britannico, membro dell’Opernstudio di Lucerna, attivo in ruoli operistici internazionali e recital) che presenterà arie famose del repertorio operistico, e con l’esecuzione di opere di Stravinsky e Šostakovič accompagnate da una ballerina contemporanea italiana (Beatrice Manvati). Sono davvero molto felice di questo concerto, che porta il titolo Omaggio al teatro Un’altra cosa che non avrei immaginato è di avere alle spalle una piccola associazione che mi aiuta tantissimo e mi dà un grande supporto. E infine: la nostra proposta è davvero ben accolta, in una zona dove i concerti di musica classica sono piuttosto rari. Tutto questo mi rende molto felice.

Se potesse tornare alla vigilia, quale consiglio vorrebbe ricevere?

Non lo so… non vorrei sembrare arrogante, ma finora le cose sono andate bene. Forse il consiglio più utile sarebbe stato quello di creare fin da subito un’organizzazione che aiuti a presentare le idee e che supporti l’organizzazione del festival.

Come riesce ad attirare artisti che si esibiscono in alcune delle più importanti sale da concerto europee?

Quest’anno parteciperanno anche Veriko Tchumburidze (violinista georgiano-turca, vincitrice del prestigioso concorso Wieniawski, solista internazionale, attiva anche in musica contemporanea), Izzy Howard (vio-

linista britannica, attiva come solista, camerista e orchestrale, con tournée e collaborazioni internazionali), Vittorio Benaglia (violista italiano premiato a livello internazionale, attivo in festival, incisioni e collaborazioni prestigiose), Alessandra Doninelli (violoncellista svizzero-austriaca, riconoscimento sulla scena internazionale grazie a una presenza artistica intensa e raffinata) e Michele Fontana (clarinettista italiano, premiato internazionalmente, attivo nella musica contemporanea, festival europei e collaborazioni orchestrali). Credo che vengano a Torre perché questo festival ha più di una particolarità. Tanto per cominciare, tutti i musicisti hanno meno di 35 anni, quindi sono giovani e molto creativi. In secondo luogo, viviamo insieme una settimana a Torre: prove, pranzi e cene, tanti sorrisi, idee e conversazioni. Inoltre si fa musica per il vero piacere: tutti i giovani artisti vivono una pressione continua — competizione, aspettative — ma qui da noi, a BlenioMusica, si suona solo per piacere! E questo, artisticamente, porta davvero a un livello molto alto.

Qual è il filo rosso che unisce questa sesta edizione?

È la presenza del nostro cantante, Michael Temporal Darell, che accompagnerà il pubblico in un percorso musicale articolato, esibendosi a Biasca, Torre e Olivone. La sua voce sarà il trait d’union che unirà i diversi momenti del festival.

Quando costruisce un’edizione di BlenioMusica, punta anzitutto su repertorio, dialogo, esperienza,...?

Su un repertorio interessante e stimolante, pensato anche per il pubblico di questa parte della Svizzera. Mi piace introdurre ogni anno qualche novità. Oltre al quartetto d’archi classico (violini, viola e cello) e al pianoforte, in passato abbiamo invitato anche un contrabbassista, una flautista, un clarinettista e un’orchestra. La scelta del repertorio segue sempre un filo rosso, talvolta un tema più articolato, che dà coerenza e profondità all’intera edizione. Il mio obiettivo è offrire un’esperienza musicale ricca, varia e sorprendente, capace di parlare sia agli appassionati sia a chi si avvicina per la prima volta al festival.

C’è un elemento del cartellone di quest’anno che rappresenta bene la direzione presa da BlenioMusica? Sì, credo che il segnale più chiaro della nostra direzione artistica e di dove sta andando BlenioMusica sia proprio l’equilibrio tra tradizione e innovazione che caratterizza anche il programma di quest’anno. Da un lato presenteremo alcune delle opere più belle del repertorio classico, come il famoso e bellissimo Quintetto per clarinetto e archi in la maggiore di Mozart, la Sonata per violoncello e pianoforte di Chopin e il Quintetto per pianoforte di Schumann, veri capolavori. Dall’altro lato desideriamo introdurre anche brani meno conosciuti o opere presenta-

Susanna Braun, pianista e direttrice artistica di BlenioMusica. (Quim Vilar)

te in modo particolare. Per esempio, quest’anno presenteremo per la prima volta un brano di un compositore svizzero, Volkmar Andreae, e la prima esecuzione assoluta di un brano del giovanissimo compositore svizzero-georgiano Kordz, dedicato alla nostra violinista Veriko Tchumburidze. Non da ultimo, questa sesta edizione mette eccezionalmente in calendario alcuni brani accompagnati da una ballerina, come L’Histoire du soldat di Stravinskij, una delle opere più innovative del Novecento: un intreccio unico di teatro, musica, danza e narrazione, nato dalla collaborazione tra Igor Stravinskij e lo scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz durante l’ultimo anno della Prima guerra mondiale. Portare un’opera così ricca e complessa nel contesto della nostra valle è un segnale forte della volontà di crescere e di offrire al pubblico esperienze artistiche sempre più complete.

Lei è una giovane musicista professionista. Che cosa consiglia oggi a chi sceglie questa strada?

Tu devi sempre ricordare che sei una professionista libera, anche se hai un manager e altre persone che ti supportano. La parte più importante, però, deve venire da te: idee creative, originali, fuori dagli schemi. Allo stesso tempo devi essere molto flessibile, pronta a considerare richieste diverse. Per esempio, quest’anno per ogni concerto ho dovuto presentare un programma diverso, scegliendo tra

PROGRAMMA – BlenioMusica FESTIVAL – 6° EDIZIONE – dal 21 al 26 luglio 2026

CONCERTO DI APERTURA

martedì 21 luglio 2026

Chiesa di S. Martino, Malvaglia ore 20.00 – Ingresso libero

JOSEPH HAYDN

Quartetto in mi bemolle maggiore, op. 33 n. 2, Hob.III:38, Lo scherzo

WOLFGANG AMADEUS MOZART

Quintetto per clarinetto e archi in la maggiore, K. 581, Stadler

ANTONÍN DVORÁK

Quartetto per archi n. 12 in fa maggiore, op. 96, Americano

OMAGGIO AL TEATRO

giovedì 23 luglio 2026

Swiss Railpark, Biasca – ore 20:00

FRANZ LISZT

Douze études d’exécution

transcendante, S. 139 n. 10

Appassionata in fa minore per pianoforte

RUGGERO LEONCAVALLO

« Si può?, si può?» dall’opera Pagliacci

WOLFGANG AMADEUS MOZART

«Hai già vinta la causa!»

«Vedrò, mentr’io sospiro»

dall’opera Le nozze di Figaro

IGOR STRAVINSKY

L’Histoire du soldat, trio per pianoforte, clarinetto e violino

DMITRI SHOSTAKOVICH

Cinque pezzi per due violini e pianoforte

GAETANO DONIZETTI

«Bella siccome un angelo»

aria dall’opera Don Pasquale

«Come Paride vezzoso » aria dall’opera L’elisir d’amore

ERICH WOLFGANG KORNGOLD

«Mein Sehnen mein Wähnen» dall’opera Die tote Stadt

KORDZ (ALEXANDRE KORDZAIA)

«Verico » per violino solo e nastro

GIOACCHINO ROSSINI

«Largo al factotum» aria dell’opera buffa

Il barbiere di Siviglia

(Biglietti online, o alla biglietteria presso il Swiss Railpark, Biasca, il giorno del concerto dalle 18:30)

CONCERTO CON APERITIVO sabato 25 luglio 2026

Chiesa di S. Stefano, Torre – ore 17.00

Ingresso libero su prenotazione

LUDWIG VAN BEETHOVEN

Sonata n. 13 in mi bemolle maggiore op. 27 n. 1

ROBERT SCHUMANN

Märchenbilder per viola e pianoforte, op. 113

ROBERT SCHUMANN

Dichterliebe, op. 48: n. 7 –

Ich grolle nicht, per baritono e pianoforte

Liederkreis, op 39: n. 5: –

Mondnacht, per baritono e pianoforte

FRÉDÉRIC CHOPIN

Sonata per violoncello e pianoforte in sol minore, op. 65

repertori solistici, cameristici e con orchestra. Questo richiede molta forza, preparazione e un grande impegno. Come pianista, oltre alla musica da camera, devi anche sapere tutto a memoria: è una responsabilità enorme, che richiede disciplina e costanza.

Da pianista e da direttrice artistica, guarda un concerto nello stesso modo o con sguardi diversi? Guardo un concerto esattamente allo stesso modo, sia come pianista sia come direttrice artistica: le parole chiave sono musicalità, perfezione, qualità e originalità.

Si parla spesso di crisi della musica classica. È così?

No, io non vedo una crisi della musica classica. Al contrario, ci sono molte persone che si interessano alla musica classica. La differenza sta nel modo in cui la presenti: deve essere proposta bene, con cura e intelligenza. Oggi siamo anche un po’ fortunati grazie ai social media, che permettono di raggiungere un pubblico più ampio e curioso. Forse l’unica vera crisi che noto riguarda il finanziamento… ed è lì che spesso si incontrano le maggiori difficoltà.

Qual è la sfida che vorrebbe affrontare nei prossimi anni?

L’obiettivo è crescere ancora, attirare sempre più spettatori anche da fuori valle, un pubblico internazionale (oltre a chi già prenota apposta le sue vacanze a fine luglio!). Vorrei organizzare altri concerti al Centro Poli di Olivone e introdurre mezzi ancora più raffinati dal punto di vista scenico, per esempio un palco di qualità superiore, che valorizzi al massimo gli artisti e l’acustica. Mi piacerebbe anche invitare orchestre ogni volta che è possibile: la loro presenza dà un respiro più ampio al festival e crea un’esperienza unica per il pubblico. E poi c’è un sogno vero e proprio: trasformare il festival in un evento di due settimane, con un programma ricco e diffuso sul territorio. Immagino piccoli concerti nelle chiese più intime e suggestive della valle, magari con un solo violino o un violoncello, per creare momenti di pura magia musicale. Ho tantissime idee… ma per ora mi fermo, perché alcune devono restare delle sorprese!

Pubbliredazionale

CONCERTO DI CHIUSURA

domenica 26 luglio 2026

Chiesa di S. Martino, Olivone ore 17.00 – Ingresso libero

VOLKMAR ANDREAE

Trio per pianoforte in fa minore, op. 1

ROBERT SCHUMANN

Zwölf Gedichte, op. 35: n.10 –

Stille Tränen, per baritono e pianoforte

Myrthen, op. 25: n. 1 – Widmung, per baritono e pianoforte

ROBERT SCHUMANN

Quintetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore op. 44

Informazioni bleniomusica.com

Oscar Isaac interpreta una doppia figura in La mano di Dante: il poeta

Dante Alighieri e una versione romanzata

dello scrittore americano Nick Tosches. (Netflix)

Dante senza architettura

Cinema ◆ Julian Schnabel firma un film ambizioso e visivamente potente, benché la sua libertà espressiva finisca per indebolire il racconto

Turchie a confronto

Narrativa ◆ L’esordio La casa turca, di Açelya Yönaç mette insieme tradizione orale e ricerca della verità

Laura Marzi

«Quando non scrivo… Esiste una me che non scrive? Sto cercando di conoscerla pian piano, ma è sempre lei, e lei scrive»: è una delle risposte che la scrittrice Asena dà durante l’intervista con la giornalista Azra. La prima è una autrice di origini turche, emigrata in Europa coi genitori e il fratello ancora bambina, la seconda una donna che aderisce alla legge musulmana, porta il velo, una volta entrata in casa si spoglia del suo ruolo di conduttrice televisiva e indossa ciabatte e grembiule per servire, insieme alla madre, i suoi fratelli. Sono le due protagoniste del romanzo La casa turca di Açelya Yönaç, edito da Neri Pozza, un testo nel quale l’autrice, al suo primo libro scritto in italiano, decide di esplorare le potenzialità di diverse forme narrative per raccontare una storia di sradicamento e di ingiustizia.

Erol e cerca un posto per sé, quando sarà morta. Il poeta Demet che incontra in un bar un tempo frequentato da suo fratello le dirà che questa macabra abitudine di aggirarsi fra i campisanti non la condurrà alla verità su Erol, che invece è lui a custodire.

Nel corso del romanzo troviamo dei capitoli intitolati: «E-mail alla casa editrice» in cui Asena racconta le storie che compone durante la sua permanenza a Instanbul, racconti che appartengono alla tradizione orale turca, che hanno protagoniste donne di epoche diverse, vinte dall’ingiustizia. È il progetto del suo nuovo romanzo e diventa un racconto nel racconto, un approccio audace e decisamente inedito nel panorama della narrativa italiana contemporanea, soprattutto in un romanzo d’esordio.

Julian Schnabel è un regista che ama le biografie. È il suo territorio d’elezione e la sua carriera cinematografica lo dimostra. Anche nel suo ultimo lavoro, La mano di Dante – presentato fuori concorso all’ultima Mostra cinematografica di Venezia e ora disponibile su Netflix – sceglie di confrontarsi con una figura mitica come quella del Sommo Poeta.

Lo fa in modo originale, costruendo un racconto su due piani temporali, già presenti nel romanzo omonimo di Nick Tosches, da cui il film è tratto. Da un lato il Dante storico, con la messa in scena di una storia in costume ambientata nell’epoca del Poeta e mostrando alcuni momenti decisivi della sua vita: il conflitto con Papa Bonifacio VIII, il matrimonio con Gemma Donati e la distanza dall’amata Beatrice. Dall’altro una versione romanzata dello stesso scrittore americano, in una sorta di reincarnazione contemporanea e maledetta del poeta, che entra in possesso del manoscritto originale della Divina Commedia

Le due vicende dialogano continuamente e Tosches finisce quasi per ripercorrere il viaggio del poeta: anche lui attraversa un inferno popolato da criminali e figure ambigue, accompagnato da una sorta di Virgilio contemporaneo. Solo che, invece del saggio latino che lo consiglia e lo guida nel modo giusto, ad affiancarlo c’è un serial killer che lo protegge eliminando chiunque possa ostacolarlo. Un’intuizione tanto paradossale quanto efficace, che restituisce bene la volontà di Schnabel di costruire più una riflessione simbolica che una semplice biografia.

Schnabel ama le biografie e cerca di analizzare personaggi forti e tormentati. Da Basquiat (1996) a Van Gogh –Sulla soglia dell’eternità (2018), passando

per Lo scafandro e la farfalla (2007), fino ad arrivare a questo Dante. Perché, alla fine, il suo vero interesse non è tanto l’opera, quanto il personaggio che la crea. E anche in questo caso, malgrado una trama più articolata che coinvolge diversi periodi storici e un sottofondo dal gusto del thriller, a emergere è soprattutto il personaggio. Il Dante storico e la sua trasposizione contemporanea attraverso Tosches diventano due facce della stessa ricerca artistica. Il tutto è permeato dall’idea filosofica del tempo che il poliedrico Schnabel – ricordiamo che è anche un pittore riconosciuto a livello internazionale – porta avanti anche nei suoi quadri, dove passato e presente si fondono fino a creare un’esperienza visiva più immediata che narrativa. Le epoche si sovrappongono, dialogano e finiscono quasi per annullarsi.

Se l’approccio artistico risulta interessante, la resa convince però solo in parte. Nel suo complesso, il film appare troppo verboso, esageratamente lungo e, a tratti, inutilmente arzigogolato. Anche la messa in scena indulge spesso in un gusto barocco che finisce per appesantire il racconto invece di sostenerlo.

C’è una frase emblematica, pronunciata da Tosches all’inizio del film, che sembra spiegare involontariamente anche i limiti dell’opera: «Dante rimase intrappolato in una gabbia di rime e metrica, e dov’è la speranza in tutto questo? Perciò mi sono reso conto che è imperfetta». È una battuta rivelatrice, perché mette in luce la grande differenza tra Dante e Schnabel. Il primo ha accettato di lavorare entro limiti formali rigidissimi, costruendo proprio all’interno di quella cornice la grandezza della sua opera. Il secondo, invece, sembra rifiutare ogni vincolo, preferendo un’anarchia espressi-

va che finisce per disperdere la forza del racconto.

È forse questo il vero paradosso del film: voler raccontare uno dei più grandi architetti della letteratura attraverso un’opera che sembra rifuggire qualsiasi architettura. Ciò non toglie che lo sguardo dell’artista Schnabel sull’artista Dante conservi una sincera curiosità e una notevole originalità. È soprattutto l’aspetto visivo, più ancora di quello sonoro, a regalare i momenti migliori del film. Alcune immagini hanno una forza pittorica notevole e restituiscono una dimensione autenticamente poetica.

La mano di Dante percorre così una strada diversa rispetto ai tradizionali biopic dedicati al poeta. Basti pensare al Dante (2022) di Pupi Avati, che raccontava la vita del Sommo Poeta in modo lineare e con un taglio quasi da fiction televisiva. Schnabel, al contrario, sceglie la sperimentazione. Lo fa in modo confuso e senza quei limiti che spesso sono indispensabili all’arte per trovare la propria forma, ma almeno prova a percorrere strade nuove. Gioca con i diversi livelli temporali, con gli spazi – suggestive le scene ambientate a Venezia, anche se ci si potrebbe chiedere perché proprio lì – e soprattutto con registri e generi differenti, passando dal biopic al thriller fino alla riflessione filosofica.

Alla fine, La mano di Dante assomiglia a un enorme pentolone nel quale Schnabel getta di tutto: epoche, linguaggi, suggestioni, riflessioni filosofiche e un cast straordinario che va da Al Pacino a Oscar Isaac, da John Malkovich a Gerard Butler, passando per Gal Gadot e Martin Scorsese. Prova a mescolare ingredienti di primissimo livello, ma il risultato, seppur a tratti gustoso – è meno saporito di quanto ci si potrebbe aspettare.

Il romanzo prende in considerazione, infatti, i punti di vista delle due donne, per raccontare diverse epoche della Turchia: quella risalente al governo di Atatürk che prevedeva, anche, una occidentalizzazione del Paese e quindi la possibilità per le donne di vivere almeno in parte una condizione di parità di genere. Potevano studiare, scegliere il lavoro che prediligevano, non indossare il velo; e quella attuale. In un primo momento tra Asena e Azra il dialogo è impossibile, ma con il procedere della storia sarà chiaro a entrambe che ad accomunarle è l’ingiustizia che subiscono in Turchia.

Asena è la sorella di un giornalista scomparso a Instanbul: a differenza sua, Erol non ha accettato l’emigrazione e appena ha potuto è tornato in Turchia, mettendosi al servizio della ricerca della verità. Come molti altri giornalisti, è stato catturato e di lui si sono perse le tracce. Asena non è tornata a Instanbul per cercarlo, ma perché è stata invitata a ritirare un premio letterario. Una volta arrivata nella sua città natale, però, sotto una anomala neve di maggio, inizia a visitare tutti i cimiteri della città: cerca la tomba di

La casa turca ha infatti il pregio di farci attraversare non soltanto la città di Instanbul, nei viaggi in auto che ogni giorno Asena fa alla ricerca della salma di suo fratello, ma di proporre un modello di scrittura che, come il dialogo tra le due donne che fa da contrappunto alla storia, coniuga due approcci diversi: quello della trama lineare, più occidentale, e quello della circolarità della storia che associamo tradizionalmente all’oriente. Ad aspettare Asena a Instanbul è una gatta nera con una zampa, la stessa che era scampata al terremoto, probabilmente quello del 1999, in cui sono morti i nonni della scrittrice. È la visione dell’animale che la accompagna durante tutta la permanenza a Costantinopoli, insieme all’immagine dell’albero di melocotogno, che stava davanti alla casa della sua infanzia. La presenza di questi simboli archetipici troverà il suo senso nel corso della storia, ma ad assegnarglielo sarà la scrittrice che in Europa trasforma le leggende turche in bestseller.

Bibliografia

Açelya Yönaç, La casa turca, Neri Pozza, pp. 208

Nicola Mazzi
Immagine di copertina del libro La casa turca. (Neri Pozza)

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Gufi alla frutta

Merenda

2

2 albicocche

4 mirtilli

2 lamponi

4 bastoncini lunghi salati

1. Corpo e occhi del gufo

Adagiate sui piatti le fette di pera con la punta rivolta verso il basso. Dimezzate le albicocche di traverso e ritagliate

2 fette rotonde da ogni metà. Sistemate in alto sulla pera a mo` di occhi e guarnite ogni occhio al centro con un mirtillo. Mettete il lampone sotto gli occhi per formare il becco.

2. Ali, zampe e pennacchi sulla testa

Tagliate le parti d’albicocca avanzate a piccoli triangoli e formatevi le zampe e i pennacchi sulla testa. Tagliate la mela a spicchi sottili e sistemateli ai due lati della pera leggermente sovrapposti a mo’ di ali. Infilate i bastoncini salati sotto alle zampe, disegnando il ramo sul quale siede il gufo.

GUSTO

Menù per bambini

Verdure confezionate in modo carino

Anche per i bambini, l’aspetto è importante. Abbiamo idee per ricette fresche e appetitose che entusiasmeranno i piccoli buongustai, in occasione di una festa di compleanno per bambini o di altre ricorrenze speciali

Testo: Angela Obrist

Leone di purè di patate

Che sorpresa per i bimbi! Tra la giungla di verdure spunta birichino un muso di leone di purè di patate

Dividere in porzioni adatte al palato

La frutta e la verdura fresca possono naturalmente essere integrate nella routine quotidiana degli spuntini. Per la merenda del mattino o del pomeriggio, tagliare una verdura o un frutto di stagione a spicchi o bastoncini di comoda dimensione e metterli nel contenitore per la merenda. Nei giorni di riposo, disporli su un piatto sul tavolo da pranzo.

Integrare in altre pietanze È facile aggiungere una porzione extra di verdure ai classici piatti per bambini, senza scoraggiare i piccoli palati più esigenti. Nella salsa di pomodoro per la pasta aggiungere anche zucchine, peperoni o carote e frullare bene la salsa prima di servirla. Questa salsa di pomodoro arricchita è perfetta anche come base per la pizza. Per le omelette verdi, frullare il latte e le uova insieme alle foglie di spinaci freschi prima di preparare l’impasto. All’impasto dei pancake si possono aggiungere frutti di bosco o altra frutta tagliata a cubetti. Se si cuociono le patate per preparare il purè, basta aggiungere delle verdure di stagione, cuocerle insieme e frullare il tutto: questo metodo funziona altrettanto bene anche per le zuppe cremose.

Calamaro di peperone in un mare di salsina alle erbe

Per risvegliare l’interesse dei piccoli per la verdura cruda, basta disporla nel piatto a mo’ di calamaro e servirlo con una squisita salsina alle erbe

Peperoni bio
Frutta e verdura: ecco come i bambini le mangiano
Mirtilli Migros
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Un memory pieno di sorprese

Dopo aver colorato e assemblato le tessere, basta una torcia per far comparire gli animali nascosti e dare il via a tante divertenti sfide di memoria, osservazione e velocità

Parigi, dove i turisti non comandano Lontano dai monumenti più celebri, la città delle luci continua a vivere secondo i ritmi dei suoi abitanti, senza trasformarsi in un parco giochi per visitatori

Nel santuario dei grandi elefanti del Ghana

Reportage ◆ Larabanga, villaggio di case con tetti di lamiera, ospita anche la moschea più antica del Paese africano

Didier Ruef, testo e foto

Larabanga, una piccola città di 4mila abitanti nel nord del Ghana, a metà strada tra l’equatore e il tropico del Cancro, attira ogni anno migliaia di turisti locali e stranieri, affascinati dalla sua moschea del XV secolo e dal parco nazionale di Mole, distante appena quattro chilometri. L’inverno europeo è la stagione secca in questa regione e la visita è più facile, in particolare sui sentieri sterrati del parco nazionale.

In pochi chilometri convivono due patrimoni straordinari: la più antica moschea del Ghana...

Sebbene il cristianesimo sia arrivato in Ghana dopo l’Islam, il Paese è prevalentemente cristiano. Complessivamente, secondo il censimento del 2021, oltre il 70% della popolazione appartiene a una confessione cristia-

na, ma nel nord del Paese la situazione è invertita: due terzi dei ganesi di questa parte del Paese sono musulmani, principalmente sunniti.

L’Islam arriva con i mercanti

Il nord del Ghana entra in contatto con l’Islam molto presto, intorno all’VIII secolo d.C., quando gli Almoravidi, una dinastia berbera che regnava tra la Mauritania e l’Andalusia, iniziano a diffonderlo parallelamente alle loro attività commerciali. Lungo le rotte commerciali trans-sahariane che attraversavano il nord del Ghana, mercanti e religiosi costruirono moschee che erano allo stesso tempo luoghi di riposo, insegnamento, commercio e mediazione.

Il distretto di West Gonja, in cui si trova Larabanga, conta dieci di questi edifici. La moschea bianca di Larabanga, conosciuta anche co-

me «la Mecca dell’Africa occidentale», è la più notevole di tutte. È anche la moschea più antica del Paese e una delle più antiche di tutta l’Africa occidentale. I suoi contrafforti irti di difese, come un riccio che si è raggomitolato su sé stesso, le conferiscono un aspetto a dir poco sorprendente. Queste protuberanze che sporgono dalle sue pareti sono le numerose travi di legno necessarie alla sua stabilità strutturale.

«L’accesso alla moschea è riservato esclusivamente ai musulmani», precisa Attiti, la nostra guida locale, figura di spicco della città. Quarantenne, Attiti è un musulmano devoto. È anche tassista, ma pure responsabile di un’associazione che lotta per uno sviluppo armonioso di Larabanga. Riconosce con orgoglio che «il denaro raccolto dai turisti permette di sostenere la comunità locale nell’ambito di un progetto di artigianato e turismo volto a generare fon-

di per coprire le spese di manutenzione della moschea, ma anche per migliorare le condizioni economiche della popolazione. Denaro che ha permesso, tra l’altro, la costruzione

Ghana, Moschea di Larabanga.
Sotto: Antilope del Parco
Nazionale di Mole. Nella pagina accanto: Ghana, Parco Nazionale Mole, elefante della savana africana; bambini giocano riciclando sacchetti di plastica; Babbuini del Parco Nazionale
di Mole; un ranger aiuta
alcuni turisti
ad attraversare un ruscello in mezzo alla Savana.
di nuove aule scolastiche in cui mancavano banchi e lavagne per assenza di fondi». Secondo la leggenda, nel 1421 un commerciante musulmano di no-
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me Ayuba fece un sogno mentre si trovava a Larabanga, vicino a una «pietra mistica» che è ancora visibile oggi. Nel sogno gli fu ordinato di costruire una moschea e, al suo risveglio, scoprì che le fondamenta erano già state gettate e quindi completò l’edificio. Si dice che Ayuba sia sepolto sotto il baobab che è cresciuto sul retro della moschea e le cui foglie avrebbero proprietà curative. L’unica certezza è che questo albero e le sue foglie attirano la popolazione in questo luogo. La tradizione narra anche che l’edificio ospita un Corano disceso dal Paradiso nel 1650 per essere offerto all’imam Yidan Barimah Bramah in segno di gratitudine per le sue fervide preghiere.

Una costruzione fragile

Costruita in pisé, ovvero mattoni di terra cruda formati da un impasto di argilla, acqua e fibre vegetali, la moschea misura circa otto metri per otto. È dotata di due torri piramidali. Dodici contrafforti conici, rinforzati da elementi orizzontali in legno, completano le pareti esterne.

Questo edificio ha subito un cattivo restauro negli anni Settanta. Una miscela di sabbia e cemento è stata applicata alle sue pareti per proteggerle dal vento e dalla pioggia, ma il risultato è stato quello di intrappolare l’umidità nelle pareti e provocare un’invasione di termiti che hanno minacciato la struttura in legno. Un intervento di vent’anni or sono, effettuato sotto la supervisione dell’azienda francese CRAterre, specializzata in edifici in terra, ha permesso di riportare la costruzione al suo stato originale e ha dato l’opportunità agli artigiani locali di riconnettersi con i metodi tradizionali di costruzione. L’intonaco di sabbia e cemento è stato rimosso, il legno sostituito e il portico rifatto.

...e il più grande santuario degli elefanti del Paese, dove oltre 800 pachidermi vivono ancora in libertà nel Parco Nazionale di Mole

Mole, il santuario degli elefanti

L’altra attrazione locale è il Parco Nazionale di Mole. È uno dei sette parchi nazionali del Ghana ed è anche la più grande riserva faunistica del Paese. L’area protetta copre 4577 km² di savana, costituita da praterie e foreste più o meno dense. I fiumi stagionali Levi e Mole attraversano il parco. Durante la stagione secca, lasciano dietro di sé solo pozze d’acqua attorno alle quali gli animali si radunano per abbeverarsi.

Il parco è stato creato nel 1958 e le popolazioni che vi abitavano sono state trasferite nel 1971, come era consuetudine all’epoca. Il parco è anche il sito turistico più sviluppato del Paese in termini di infrastrutture e ospita il primo lodge di lusso per safari. Un grande cartello all’ingresso elenca le regole e le avvertenze. Sulle sue piste, la velocità è limitata a 30 km/h e gli animali hanno la precedenza. È vietato introdurre animali domestici e dare da mangiare alla fauna selvatica. Gli elefanti non sono addomesticati ed è proibito avvicinarsi a meno di cinquanta metri. Per questo è consigliato vivamente di non avventurarsi nel parco senza essere accompagnati da una guida armata.

«Non aprite la porta alle scimmie!»

Sotto l’arco che funge da ingresso al parco, un guardiano vende i biglietti a 30 cedis, ovvero 2,20 CHF. Al Mole Hotel, il receptionist raccomanda di chiudere sempre a chiave la camera: «Se qualcuno bussa, aprite solo dopo aver chiesto chi è. Le scimmie hanno imparato a bussare alle porte e se le lasciate entrare, ruberanno tutto quello che possono», avverte. I bungalow sono situati sul bordo

di un promontorio roccioso da cui si domina un punto d’acqua dove due elefanti si abbeverano. Le visite in fuoristrada sono organizzate la mattina presto o nel tardo pomeriggio. Il veicolo si ferma quando il ranger, con occhio attento, individua i pachidermi in mezzo alla fitta vegetazione. Abbandoniamo il veicolo e ci avviciniamo silenziosamente a questi animali che sembrano pacifici ma che rimangono comunque pericolosi. In caso di attacco improvviso, il ranger ha l’ordine di sparare all’animale. Il parco ospita oltre 93 specie di

mammiferi, tra cui più di 800 elefanti, ippopotami, bufali e facoceri. Svolge un ruolo fondamentale a livello continentale nella protezione delle antilopi e delle gazzelle. Ospita anche importanti popolazioni di uccelli ed è una zona importante per la loro conservazione. Il safari termina a piedi. È un’esperienza unica nel cuore della foresta, scandita dal canto degli uccelli e da incontri inaspettati. Due ore e mezza di passeggiata con Paul, un ranger che ha trascorso più di trent’anni nel parco e ne conosce ogni angolo e ogni

pericolo. Indica con il dito una pozza d’acqua in cui affiorano le teste di due coccodrilli nani. Attraversiamo un fiume per raggiungere una radura e incontriamo a meno di dieci metri un gruppo di cinquanta babbuini olivastri. Gli adulti del branco, composto da maschi, femmine e cuccioli, ci osservano indifferenti. È forse questa la prova del successo del parco: gli animali si sentono protetti?

Informazioni

Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica

GUSTO

Cornetti al prosciutto

Chiliha inventati?

Lo stuzzichino della nazione

C’è un aperitivo da qualche parte nel Paese?

Allora è probabile che non manchino i cornetti al prosciutto. Ma quanto sono davvero svizzeri?

Testo: Pascal Amri

Pesano poco più di cento grammi. Promesse fumanti appena sfornate. Ci sono sempre quando servono: alle feste di compleanno per bambini, alle serate in appartamento condiviso, agli aperitivi aziendali. Aspettano pazientemente il loro turno, nei congelatori da Sion fino a Chiasso. E sono un aiuto prezioso quando ci dimentichiamo di fare la spesa.

Cornetti al prosciutto

Il cornetto al prosciutto è la Svizzera delle specialità da forno: affidabile, concreto, ma anche flessibile e versatile. Ma quanta Svizzera c’è davvero in questo soffice stuzzichino? O, in altre parole: chi l’ha inventato?

L’ascesa a classico dell’aperitivo Gli austriaci consumavano già i loro Kipferl nel Medioevo. Venivano preparati nei monasteri, per lo più con pasta lievitata o pasta da pane non zuccherata. Oltre agli austriaci, anche i francesi ne

apprezzarono il gusto, ma molto più tardi: i croissant divennero popolari nella Francia del XIX secolo.

Un croissant, però, non basta a fare un cornetto al prosciutto. Fu solo quando i panifici iniziarono a cercare versioni più sostanziose del croissant che nacque il croissant al prosciutto. La Svizzera ha fatto propria questa idea solo in un secondo momento: negli archivi e nei ricettari, il cornetto al prosciutto non compare prima dell’inizio del XX secolo. All’epoca, infatti, non era il grande classico dell’aperitivo che conosciamo oggi; i cornetti al prosciutto servivano a utilizzare gli avanzi di pasta e il prosciutto avanzato.

Ciò che rende il cornetto al prosciutto lo stuzzichino per eccellenza della Svizzera non è tanto il suo ripieno quanto la sua storia: nato dall’incontro di influenze diverse, affinato con pragmatismo e ormai parte integrante della nostra quotidianità, dall’aperitivo alla pausa di metà mattina.

I famosi cornetti al prosciutto sono ora disponibili in busta anziché in scatola. Nella nuova confezione, oltre ai cornetti al prosciutto M-Classic e M-Budget, sono disponibili anche gli Happytizers V-Love.

Il cambiamento comporta chiari vantaggi: rispetto alla precedente scatola di cartone, la Migros risparmia circa l’80% di materiale di imballaggio, con una conseguente riduzione dei rifiuti.

Inoltre, nella nuova confezione i cornetti al prosciutto si attaccano meno tra loro. La ricetta rimane invariata.

Nella confezione
Cornetti al prosciutto Migros 504 g Fr. 6.80

Tessere magiche di animali marini

Crea con noi ◆ Un lavoretto che si trasforma in memory, caccia al tesoro e gioco di osservazione

Un’attività creativa che unisce bricolage, sorpresa e gioco. Dopo aver colorato e assemblato le tessere, i bambini potranno scoprire gli animaletti nascosti illuminandole con una torcia. Ma il divertimento non finisce qui. Le tessere diventano spunto per diverse modalità di gioco. Si può organizzare una divertente caccia all’animale, sfidarsi in una gara di velocità per trovare per primi l’animale richiesto oppure trasformarle in un originale memory luminoso, mettendo alla prova attenzione e memoria. Un piccolo effetto magico che stimola creatività, osservazione e voglia di giocare insieme.

Procedimento

Stampate entrambi i disegni su carta 120 gr. Vi servirà 1 foglio con le boc-

ce di vetro vuote e 1 con quello con gli animali marini. Lasciate che i bambini colorino i vari animaletti come preferiscono. Possono seguire i colori reali oppure inventarne di nuovi e fantasiosi. Non è importante che restino «nei bordi» è sufficiente che gli animaletti restino riconoscibili.

Dopo aver colorato tutte le tessere, ritagliatele facendo attenzione a mantenerle nell’ordine originale. Questo è importante perché le bocce di vetro presentano leggere differenze di dimensioni. Per ottenere una sovrapposizione precisa dei vasi vuoti sugli animali, abbinate sempre le due tessere che nel foglio A4 si trovavano nella stessa posizione.

Trucco risparmia tempo: incollate tra loro i i due fogli A4 interi. facen-

Giochi e passatempi

Cruciverba

Qual è la stella più luminosa in assoluto?

E quella più brillante nel cielo notturno terrestre?

Scoprilo, risolto il cruciverba, leggendo le lettere evidenziate.

(Frase: 8, 1, 5)

ORIZZONTALI

1. Tettoia di fronde

7. L’Harris famoso attore

8. Un anagramma di rito

9. È rosso... per gli inglesi

11. Le iniziali del cantante Zarrillo

12. Diaframma dell’occhio

15. Un collega di Merlino

16. Un famoso pianista di nome

Giovanni

20. Travagli... terminali

22. Diede i natali al Petrarca (Sigla)

23. Le iniziali dell’attore Solenghi

25. I monti del Cile

26. Fossetta anatomica

27. Quartiere

29. Può chiuderlo un elastico

31. Propagazione vibrante di energia

32. Uccise Medusa

VERTICALI

1. Un dato geometrico

2. Pianta sempre verde

3. Le iniziali dell’attore Tirabassi

4. Le tracce del passato

5. Soprannome di una Elizabeth attrice

do combaciare perfettamente i disegni. Lasciate che la colla asciughi e ritagliate le tessere in un secondo momento.

A questo punto, con il bastoncino di colla unite le tessere colorate a quelle con la boccia vuota, facendo attenzione che i disegni coincidano perfettamente. Per allineare meglio le due tessere, potete appoggiarle a una fine-

6. Sono nel caos

10. Un’interruzione di corrente ... 13. Un ufficio fiscale

14. Contrarie, estranee

16. Congiunzione inglese

17. Un articolo

18. Taylor rapper americano

19. Si spazientisce facilmente

21. Primo cardinale inglese 24. Peccato a Londra 26. È suo in Inghilterra 28. Congiunzione disgiuntiva

Le iniziali del musicista Respighi

stra oppure utilizzare una tavola luminosa. La luce permetterà di vedere il foglio sottostante e di far combaciare le immagini con precisione. Il gioco è pronto!

Modalità di gioco

Caccia all’animale

Un adulto dice: «Trova la tartaruga!» oppure «Chi trova il delfino?». I bambini scelgono una tessera, la illuminano e scoprono se hanno trovato l’animale giusto. Se i bambini sono più grandi si può anche trasformarlo in una sfida a chi trova gli animali richiesti più velocemente. Memory luminoso (per questo gioco dovete preparare le tessere in doppio) Disponete le tessere sul tavolo. A turno ogni giocatore ne sceglie due e le illumina per vedere l’animale nascosto. Si assicura che anche gli altri giocatori vedano bene cosa appare. Come nel memory tradizionale se trova due tessere uguali le tiene, altrimenti le rimette su tavolo. Vince chi trova più coppie di animali. Riconosci l’animale

Stampate un foglio aggiuntivo con le immagini delle bocce e degli animali e utilizzatelo come tabellone di riferimento. Potete stampare una copia aggiuntiva in bianco e nero oppure, se preferite, fare una fotocopia del foglio dopo averlo colorato. Quando un animale viene illuminato, il bambino dovrà riconoscerlo e collocarlo nella posizione corretta sul tabellone.

Materiale

• Disegni da scaricare e stampare

• C arta da 120 g

• Colori (pennarelli, matite colorate)

• Colla stick

• Forbici oppure taglierino

• Piccola torcia

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

Variate il tipo di luce

Anche sperimentare con luci di diverso tipo può rivelarsi interessante.

Se utilizzate una piccola torcia UV, la luce assumerà una tonalità blu e i pesci sembreranno nuotare nell’azzurro dell’acqua. Lo stesso effetto può essere ottenuto anche applicando davanti alla torcia una mappetta trasparente azzurra.

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

Mohamed Bourouissa e l’omagg

Mostre ◆ Il fotografo franco-algerino si occupa di famiglia e colonialismo in un’indagine a tratti dolorosa in corso al Migros Museum für Simona Sala

Andare via dal proprio Paese, per quanto integrati si arrivi a essere in quello di arrivo, per quante amicizie si costruiscano e amori si trovino in una terra e magari una lingua nuove, costituisce irrimediabilmente uno smembramento dell’anima. Ne sa qualcosa anche Mohamed Bourouissa, che, lo scorso 12 giugno, in occasione dello Zurich Art Weekend, negli spazi postindustriali del Löwenbräukunst (che, come dice il nome, era il birrificio della Löwenbräu), al Migros Museum für Gegenwartskunst, ha inaugurato la sua mostra più recente, Pour Noubia. Un viaggio a ritroso nell’Algeria delle origini, in un tempo in cui i componenti della famiglia erano tutti nello stesso posto nello stesso momento, prima di sparpagliarsi, nel vero senso della parola, in luoghi diversi tra di loro e lontani.

3.10

Un tempo in cui, però – ed è questa l’ombra che aleggia su tutto il lavoro dell’artista – c’era ancora il colonialismo, o perlomeno se ne respirava ancora l’aria. Le opere della mostra, realizzata ad hoc per gli spazi zurighesi (dopo una prima al tedesco Marta Herford), dunque, sono il risultato di un’indagine artistica le cui modalità si sono sovrapposte alla vita stessa, come spesso e intensamente accade quando la biografia di un individuo si incastona in modo diretto nella Storia del suo Paese.

L’artista Mohamed Bourouissa è nato in Algeria nel 1978, oggi vive e lavora soprattutto a Gennevilliers, nei sobborghi parigini

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le persone anche negli aspetti all’apparenza più irrilevanti, è il messaggio racchiuso nell’opera raffigurante un grande dente cariato realizzato in alluminio: in Algeria i francesi avevano imposto nuove abitudini alimentari, che ad esempio prevedevano un

maggiore consumo di zucchero: inevitabilmente aumentarono i denti cariati degli algerini, senza che però questo rappresentasse un problema di cui i francesi credevano di doversi occupare.

La componente sociale dell’arte di

Il percorso espositivo prende il via dall’Algeria, e più precisamente dalla città di Blida, luogo in cui il fotografo Mohamed Bourouissa nacque nel 1978. E in cui lavorò anche lo psichiatra, antropologo, filosofo e saggista francese, originario della Martinica Frantz Fanon. L’attivista anticolonialista Fanon dal 1953 al 1956 proprio a Blida guidò il reparto psichiatrico dell’ospedale locale, studiando, fra le altre cose, la correlazione tra salute mentale, razzismo e colonialismo. Una tematica importante per l’artista franco-algerino, come nella mostra zurighese testimoniano la serie di fotografie Noubia e la videoinstallazione Le Murmure des fantômes, dove si tenta di scendere a patti (laddove è impossibile dare un senso, ma è necessario ricordare) con una ferita ancora aperta, più di sessant’anni dopo la fine del giogo coloniale, che in un modo o nell’altro ha contribuito a modificare le parabole esistenziali di migliaia di esseri umani. La necessità di rielaborare il senso di profonda umiliazione che i francesi si lasciarono alle spalle alla stregua di un memento mori o di una eredità maledetta, ha portato l’artista franco-algerino più volte a Blida alla ricerca di testimoni e di testimonianze che parlassero delle conseguenze che un’occupazione può portare alla psiche di chi si trova costretto a viverla. Come è capitato ai popoli del Maghreb. Per elaborare un trauma o un lutto, infatti, è necessario dapprima capirlo. Quanto il ricordo dell’occupazione sia ancora vivo, e quanto in profondità essa abbia condizionato la vita del-

Alla sua nascita, nel 1996, il Migros Museum für Gegenwartskunst (Museo Migros per l’Arte contemporanea), si trovò confrontato con una sfida ben espressa dal suo primo direttore, Rein Wolfs: «Era importante lavorare a un alto livello internazionale, adattando tutto ciò al contesto locale, usando la contrapposizione tra un retailer e un museo come punto di partenza quasi ludico per comunicare» (on-curating.org).

A Rein Wolfs seguì, dal 2001 al 2023, la lunga direzione di Heike Munder, che contribuì a conferire personalità al Museo, rendendolo riconoscibile già per la sua location, quell’inconfondibile ex birrificio, oggi Löwenbräukunst, situato quasi di

fronte al Viadukt, a pochi passi dalla sede centrale di Migros in Limmatplatz, che ben rappresenta lo sviluppo dell’area zurighese Züri-West, da qualche anno particolarmente trendy. Nel 2023, dopo una direzione ultraventennale affidata a un’unica persona (come è solitamente prassi nei musei), si è deciso di creare una realtà nuova per l’istituzione museale, come spiega Patrick Ilg, responsabile della comunicazione, in quello che è un tentativo di «democratizzazione museale» che si spinge perfino oltre all’ingresso gratuito. Da tre anni, infatti, il Migros Museum für Gegenwartskunst non ha più un direttore o una direttrice unici, ma si avvale di un gruppo di lavoro composto da cinque persone: Tasnim Baghdadi, responsabile dei programmi, Patrick Ilg, responsabile della comunicazione, Yasmin Naderi Afschar, responsabile delle mostre, Catherine Reymond, responsabile dell’amministrazione, e infine Nadia Schneider Willen, responsabile della collezione. «Abbiamo dapprima dovuto mettere in luce quegli ambiti di intervento riguardanti la direzione museale che non sono esplicitati nel mansionario, e poi c’è stata una suddivisione dei compiti».

Bourouissa non è limitata all’Algeria del suo passato, attraversata dalle ombre del colonialismo, ma lo porta a chinarsi anche sulle realtà che nascono «dall’altra parte», ossia là dove si trova il traguardo (per modo di dire) di un percorso migratorio. Parlia-

Trent’anni di curiosità e dibattiti sul presente

La codirezione elaborata dal team del Museo zurighese ha attirato l’attenzione della stampa nazionale e internazionale, poiché rappresenta un modello gestionale all’apparenza non facile: «Ci incontriamo ogni due settimane, e lavoriamo soprattutto con il consenso. Lavorando in questo modo si diventa più costruttivi e si impara accettare anche un’idea che magari non si condivide fino in fondo», spiega ancora Patrick Ilg. Il museo, in fondo, vuole anche essere, oltre che un’esperienza estetica, palcoscenico di riflessione, ed è per

mo di zone periferiche, di sobborghi, spazi abusivi o spesso terra di nessuno, dove, come insegna la cronaca, la violenza di chi si ritrova senza prospettive e indesiderato, spesso non fatica a germogliare. Oggi Bourouissa vive e lavora a

questo che si è voluto abbattere ogni genere di muro, come si vede bene nella grande sala al pianoterra, ora rivestita di tappeti, che invita all’indugio e a una sosta. E che lo scorso 12 giugno, in occasione dello Zurich Art Weekend (guidato da Charlotte von Stotzingen, con Arianna Gellini e la ticinese Letizia Bianchi, dignitoso preludio del successivo Art Basel, con mostre, talks, dj set, fiera dell’editoria, eccetera) si è riempita di un pubblico curioso, e che del Migros Museum für Gegenwartskunst ha saputo riconoscere il valore.

OZ, 2026, Anna Keflac, Helena Messlerey, Gaby Nekme, Elisabeth Rörsched, 2026, (© Mohamed Bourouissa, ADAGP, 2026. Court. of the artist. Photo: Studio Stucky); a destra, Mohamed Bourouissa, Noubia, Videostill, 2025. (© Mohamed Bourouissa, Noubia Meyer Collection, ProLitteris, Zurich)
Gli spazi di Löwenbräukunst a Zurigo. (Migros Museum)
Patrick Ilg co-direzione e resp. comunicazione Museo Migros

Viaggiatori d’Occidente

La Parigi dei parigini

Eccomi di nuovo a Parigi, dopo qualche anno di assenza. Resterò una settimana intera, a pensare e scrivere: è una città perfetta, da questo punto di vista. Nelle occasioni precedenti ho visitato tutte le attrazioni canoniche e quindi ho l’agenda piacevolmente vuota. Di tanto in tanto si risveglia il desiderio di rivedere qualche luogo ma, curiosamente, non sono quasi mai i più conosciuti. Per esempio ho sentito il richiamo della misteriosa dama con l’unicorno, ritratta nella serie di arazzi ospitata al Museo del Medioevo nel quartiere latino. O ancora il gigantesco Buddha in bronzo, alto 4,5 metri, intorno al quale fu costruito il Museo Cernuschi, scrigno di arte asiatica vicino al Parc Monceau, nell’8e arrondissement. Ma non c’è molto spazio per queste curiosità, perché viaggio con l’animale da compagnia sbagliato.

Da quando sono stato qui l’ultima

volta, la città dev’essere stata conquistata dai gatti, perché a ogni passo c’è un divieto contro i cani: non si entra nei negozi e nei caffè, figurarsi nei musei. Tolleranza zero. Non a caso nella capitale francese i cani sono sottorappresentati, appena 100mila rispetto a ben 250mila felini: insomma non c’è partita. I gatti controllano con discrezione ed efficacia la Parigi degli appartamenti minuscoli, delle mansarde, dei davanzali, degli studi degli artisti. Ai cani restano però le sue interminabili strade e così io e Nina camminiamo ogni giorno a lungo in un quartiere diverso; per esempio Belleville, collina ribelle, popolare e multiculturale, colorata di graffiti. Del resto è nella Parigi ottocentesca che Baudelaire crea la figura del flâneur, il passeggiatore che studia e interpreta la città. Per parte mia, strada facendo mi guardo in giro e prati-

Cammino per Milano

co il people watching, ovvero l’osservazione discreta dei passanti e delle loro attività quotidiane. È un modo di leggere una città attraverso i corpi, i gesti e le relazioni che la attraversano.

Non ho sensi di colpa, la privacy è solo una parola qui dove la vita privata si riversa continuamente nello spazio pubblico: il marciapiede, il ponte, la panchina, l’ingresso della metro, il mercato, la coda davanti al museo. Anche le sedie dei bistrot sono spesso rivolte verso il marciapiede, non verso l’interno: il caffè è uno dei tanti punti dove si osserva il mondo passare. Ognuno guarda e viene guardato. Nella centralissima Place du Marché-Saint-Honoré per esempio va in scena una Parigi elegante e al tempo stesso quotidiana: impiegati, residenti, turisti di passaggio, tavolini, pause pranzo, boutique nei dintorni. Una ragazza siede a gambe incrocia-

La fontana del Piermarini o delle Teodolinde

Camminare a Milano quest’estate, con questo caldo assurdo, è surrealismo puro. Nonostante sia più di casa il futurismo, come si legge su una targhetta commemorativa sulla casa di Marinetti in corso Venezia dove vi porterò un giorno o l’altro. Ad ogni modo, senza pensarci due volte, parto con una granita alla mandorla da Sartori, storico chioschetto dal 1937 accanto alla stazione centrale la cui specialità è il nocciolato (gelato alla nocciola con nocciole intere tostate). In via Settembrini tram numero uno, sferragliante dal 1928 con finestrini abbassati, fino alla Scala, poi attraverso la galleria, passeggiando al ralenti, vado dove devo.

Piazza Fontana, alle spalle del Duomo, tristemente nota per la strage, prende il nome dalla fontana neoclassica afferrata ora con gli occhi e qui dal 1782. Opera di Giuseppe Piermarini (1734-1808), l’architetto della Sca-

la autore anche del tempietto in riva al laghetto dei cigni a Monza studiato l’estate scorsa nella fase giardini all’inglese nell’hinterland e incontrato ancora prima di sfuggita per via della scaffalatura teatrale della Braidense, è la prima fontana di Milano. Composta da tre vasche, una sopra l’altra, di grandezza diversa, in granito rosa di Baveno, l’acqua scende a pioggerella.

Dalla più piccola in cima, stile calice scanalata, alla seconda a forma di corolla sorretta da due sirene, dove trasborda e pioviggina su quella più grande mistilinea.

Scolpite in marmo di Carrara, le due sirene-cariatidi soprannominate dai milanesi le Teodolinde, alle quali giro intorno adesso osservandole un po’ da vicino, sono l’opera di Giuseppe Franchi (1731-1806). Scultore di Carrara come il marmo, conosciuto per il bozzetto in terracotta del carro di Apollo (1778) per il timpano della fac-

Sport in Azione

A un passo dalla storia

Durante la Coppa del Mondo di calcio, con il torneo di Wimbledon e il Tour de France nelle fasi cruciali, alle altre discipline sportive non restano che le briciole mediatiche. Eppure, c’è una ragazza svizzera che è a un solo passo dal compiere un’impresa leggendaria. Le auguro che possa farcela in agosto, quando, in un mese sportivamente sonnecchiante, da pennichella sotto l’ombrellone, potrebbe beneficiare dell’adeguata dose di attenzioni.

Si chiama Audrey Werro. Alzi la mano, senza barare, chi veramente l’ha già sentita nominare. È friburghese, ha solo 22 anni, ma è già una delle stelle più luminose dell’atletica mondiale. Non solo, è oramai in rampa di lancio per diventare la più brillante dell’ultimo cinquantennio. Esistono due epoche dell’atletica leggera. A fare da spartiacque, una data: 9 novembre 1989. Quel giorno, fu aperta

una breccia nel Muro di Berlino. Per la Germania, per l’Europa e per lo sport, molte cose cambiarono. Del periodo della cosiddetta Cortina di ferro è rimasto, in memoriam, qualche brandello di muro, e un paio di record storici nell’atletica leggera. Fra questi, quello realizzato dall’allora cecoslovacca Jarmila Kratochvílová sugli 800 metri: 1’53”28. Era il 26 luglio del 1983. La possente e androgina Jarmila riuscì a migliorare il tempo di 1’53”43 ottenuto dalla sovietica Nadežda Olizarenko ai Giochi Olimpici di Mosca del 1980.

Queste due prestazioni sembravano inarrivabili. Erano figlie del doping sistematico di Stato e delle manipolazioni genetiche sulle quali stendiamo il tradizionale pietosissimo velo. Inarrivabili fino a poche settimane fa, quando la giovane atleta rossocrociata, in due occasioni consecutive, vi si è avvicinata: 1’53”98 il 7 giugno a Stoc-

te su un balcone al primo piano: mi ritrae velocemente sul suo foglio con pochi tratti di matita, mentre io scrivo di lei sul mio taccuino.

In questo flusso di pensieri, una riflessione ha preso particolare rilievo. Nel tempo dell’overturism dilagante, la capitale francese non lascia campo libero ai pur numerosi turisti. Ogni anno la regione di Parigi accoglie venti milioni di visitatori internazionali, che spendono quindici miliardi di euro. Naturalmente questi turisti si vedono, eccome: li incontri nei punti panoramici (Trocadéro, Tour Eiffel, Champ-de-Mars), nei luoghi della cultura (Louvre), intorno ai grandi monumenti (Île de la Cité, Notre-Dame, Sainte-Chapelle); e poi c’è il «turismo Instagram» a Montmartre, lo shopping di lusso a Place de la Concorde, i locali storici del quartiere latino. Spesso s’imbarcano tutti assieme per le crociere sui

bateau-mouche della Senna o sui bus hop-on hop-off (ma i francesi li chiamano bus à arrêts multiples). Ma non si va oltre questo.

Basta qualche fermata della metro per ritrovarsi in quartieri dove i residenti si dedicano alle loro attività senza un pensiero per i turisti. I caffè e gli altri locali sono affollati di parigini; e anche la programmazione culturale della città, ricca e variatissima, è rivolta soprattutto a loro (fanno eccezione solo le grandi mostre dei musei più famosi); nelle infinite proposte di biblioteche, cinema, teatri di quartiere, conservatori, centri culturali, il turista è benvenuto ma senza dettare le regole del gioco. Insomma, se a Venezia e Barcellona spesso i residenti si sentono ospiti a casa loro, i parigini non mollano la presa sui loro spazi. Una lezione di consapevolezza, orgoglio e rispetto di sé.

ciata della Scala, tradotto in stucco da Giocondo Albertolli. Autorevole stuccatore, decoratore e architetto ticinese – di Bedano – che sostituisce il putto alato previsto con la personificazione della Notte, aggrappata al carro del dio del sole e della musica: drammatizzando così con l’inseguimento un po’ più la scena.

Più caldo che al Cairo, mi aggrappo alla frescura effimera della pioggerella che scroscia lieve dalla seconda vasca. Uno zampillo timido sprizza dalla bocca del delfino-mostriciattolo, tenuto per la coda da una delle due sirene chiamate come la bella regina longobarda Teodolinda (570 circa-627 circa) per via delle trecce e grazioso pallore. Altri giochi d’acqua sono i quattro mascheroni leonini che sputano acqua in quattro bacini tondi ideali per i cani, come si vede su un dipinto del 1844 di Angelo Inganni. Mi siedo una fine pomeriggio ai primi

di luglio su una delle sette panchine, all’ombra di ventiquattro alianti noti anche come alberi del paradiso. Un clochard dorme su un’altra, tra le fronde intravedo la facciata dell’ex Banca Nazionale dell’Agricoltura dove alle 16.37 del dodici dicembre 1969 esplodono sette chili di tritolo. Quattordici morti sul colpo, tre dopo, ottantotto feriti, nessuna condanna definitiva per il gruppo neofascista Ordine Nuovo. Un piccione sguazza nella vasca in cima, molti altri, scappati dal Duomo stufi delle foto, gironzolano rintronati come alcuni turisti spiaggiati sulle altre panchine.

«La fontana dei brumisti» la chiamava mio nonno, mi rivela un vecchio melomane che ama il Milan, la vodka, collezionare soldatini. I cavalli che tiravano le loro carrozze si abbeveravano qui. Palcoscenico preferito, negli anni Venti, con ancora gli ultimi brumisti tra il pubblico, mi raccon-

ta, dell’astronomo Paneroni con le sue strampalate teorie terrapiattiste. La fontana dei due Giuseppi, si potrebbe anche chiamare, visto i nomi di battesimo dell’architetto folignate (domanda da cruciverba) e lo scultore carrarese di cui esiste un ritratto con testa di Omero in marmo in mano di Martin Knoller, nella sala XXXVI della Pinacoteca di Brera. Però sarebbe da andare a vedere piuttosto, per ammirare la sua finezza nelle minuzie, un bassorilievo alla Galleria d’Arte Moderna in via Palestro, sempre in marmo di Carrara, dove Dedalo lega le ali a Icaro. Alzo intanto lo sguardo verso la regale bellezza del volto di una delle due Teodolinde snasate, la cui coda si confonde con quella dei delfini-mostricciattoli. Il melomane è partito con un monologo su Van Basten, il cigno di Utrecht azzoppato anzitempo. Il barbone, appena svegliato dalla siesta, urla «lambada».

colma; 1’53”80 il 28 dello stesso mese a Parigi, dove c’era stato il suo battesimo olimpico due anni prima, a soli 20 anni.

Audrey è un talento puro. Fisico da urlo. 1 metro e 82 di statura. Falcata lunga. Progressione devastante. Straordinaria capacità di reggere la velocità nel doppio giro di pista. Disponesse di fibre muscolari leggerissimamente più veloci, sarebbe già la regina dei 400 e degli 800. Audrey Werro non è ancora finita sotto i riflettori. Il grande pubblico non la conosce. Finora, in patria, la sua notorietà è stata offuscata dalle sorelle Mujinga e Ditaji Kambundji. La sua ascesa ai vertici mondiali non è casuale. Nel 2021, a soli 17 anni, si era laureata Campionessa europea e Vicecampionessa mondiale sulla distanza, gareggiando contro ragazze di due anni più anziane. Si era ripetuta due anni più tardi. Il titolo europeo

lo ha fatto suo anche lo scorso anno fra le Under 23, andando poi a vincere la Diamond League. Nel 2026 ha già messo in bacheca l’argento ai Mondali Élite al coperto. Un percorso lineare che non dà adito a dubbi o perplessità. Ed è questa la ragione principale per cui le sue imprese sono stellari. Prima di lei, solo la sudafricana Caster Semenya aveva tentato di insidiare il vecchio record figlio del regime. Ma il suo 1’54”25 aveva scatenato una bufera legata al suo genere. Lei si è sempre sentita donna. I suoi valori ormonali erano tuttavia quanto meno strani, al punto che la Federazione Mondiale (World Athletics) le aveva imposto di assumere dei farmaci per abbassare i suoi livelli naturali di testosterone. Con ogni probabilità, se questo approccio ci fosse stato anche negli anni Ottanta, tutti i primati stabiliti dalle atlete dell’Est europeo, come ad esempio il tuttora imbattuto 47”60

dell’ex DDR Marita Koch sui 400 piani, sarebbero stati cancellati. Quelli della friburghese restano lì, scolpiti nella graduatoria di tutti i tempi, al 3° e al 4° posto, in attesa di un più che probabile sorpasso verso la storia. Non formuliamo nessun augurio. Porta iella. Ma se l’impresa dovesse avvenire nel periodo tra la stesura e la pubblicazione di questo articolo, saremmo i primi a rallegrarci. L’atletica svizzera ha vissuto per decenni di fiammelle disseminate qua e là nel buio più assoluto. Da quando la nostra federazione aveva cominciato a lavorare in vista degli Europei del 2014 a Zurigo, il firmamento si è acceso. La Svizzera è una squadra. Le sue 14 medaglie conquistate agli Europei del 2024 a Roma, con il conseguente 4° posto nel medagliere, ne sono la testimonianza. E ancora doveva illuminarsi pienamente la stella di Audrey Werro.

di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf

2.95 invece di 4.95

Filetto di tonno pinna gialla Migros 2 pezzi, per 100 g, in self-service 40%

2.30 invece di 3.30

Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g, in self-service 30%

Nettarine e pesche, Extra per es. nettarine a polpa bianca, Spagna/Italia/Francia, al kg, 3.99 invece di 5.95 33%

Tutti i mitici Ice Tea in brik al limone, light al limone e alla pesca, 10 x 1 litro, per es. limone, 4.98 invece di 8.30, (100 ml = 0,05) conf. da 10 40%

Branches Frey Milk o Dark e Branches Eimalzin in conf. speciale, per es. Milk, 50 x 27 g, 12.75 invece di 25.50, (100 g = 0.94) 50% Oli di colza, M-Classic e IP-SUISSE per es. olio di colza M-Classic, 1 litro, 2.97 invece di 4.95, (100 ml = 0.30) a partire da 2 pezzi 40%

Il SOLE in tavola

4.70

Feta Migros Bio 2 x 180 g, (100 g = 1.31) conf. da 2

invece di 5.90

3.60 Fagiolini Svizzera, sacchetto da 500 g, (100 g = 0.72)

3.95 invece di 4.95

Pomodori datterini

Migros Bio Svizzera/Spagna/Italia, vaschetta da 300 g, (100 g = 1.32)

8.95 invece di 11.40

a partire da 2 pezzi

Svizzera, vaschetta da 1,5 kg, (1 kg = 5.97)

Kiwi Gold Extra

Nuova Zelanda, il pezzo, 1.12 invece di 1.40

4.75

invece di 5.95

2.95 invece di 3.95

Uva bianca senza semi Migros Bio Italia/Spagna, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.59) 25%

2.30 Mango Migros Extra Costa d'Avorio/Brasile, al pezzo

2.20 invece di 2.95

Lattuga Migros Bio Svizzera, il pezzo, prodotto confezionato

Ciliegie

Svizzera/Germania, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.95)

8.40 invece di 9.90

Duo di frutti di bosco Svizzera, vaschette, 2 x 250 g, (100 g = 1.68)

3.95 invece di 4.95

Pomodori carnosi Migros Ticino, al kg, (100 g = 0.40) 20%

3.20 invece di 3.70

1.75

di 2.20 Peperoni misti Paesi Bassi/Spagna, sacchetto da 500 g, (100 g = 0.35)

Attenzione,amanti del pesce!

Marinati con salsa al limone e pepe

33%

1.95

12.95

invece di 22.25

invece di 2.95

Spiedini di gamberi Migros Lemon Pepper, ASC d'allevamento, Vietnam, 4 pezzi, per 100 g, in self-service

Filetto di salmone senza pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 500 g, in self-service, (100 g = 2.59) 41%

12.95

Filetto di branzino Migros con pomodori, ASC in vaschetta da forno, d'allevamento, Turchia, 320 g, in self-service, (100 g = 4.05)

6.95

Filetti di platessa M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 300 g, in self-service, (100 g = 2.32) 20%

invece di 8.70

Approfitta e risparmia TEMPO

Snack dopo snack... fino alla FINALE

Togliere le salsicce dal frigo rifero circa 1 ora prima di cuocerle alla griglia, in modo che raggiungano la temperatura ambiente. Quindi cuocere alla griglia a fuoco medio per circa 10 minuti, girando regolarmente. In questo modo la pelle diventa bella croccante e l’interno è ben cotto. Si abbina bene a un’insalata di patate o a una fetta di pane croccante. -

di 9.53

di 10.60

Freschezza in tavola

Formaggi, latticini e uova

Nuove delizie per il frigorifero

conf. da 3 20%

Caffè Latte Emmi Macchiato, Balance o Double Zero, per es. Macchiato, 3 x 230 ml, 5.15 invece di 6.45, (100 ml = 0.75)

da 12 20%

a partire da 2 pezzi 18%

Tutti i drink Bifidus per es. fragola, 500 ml, 1.60 invece di 1.95, (100 ml = 0.32)

a partire da 2 pezzi 20%

Uova svizzere da allevamento all'aperto Migros Bio 6 x 53 g+, 3.92 invece di 4.90

Latte drink UHT o latte intero UHT, Valflora, IP-SUISSE per es. latte drink, 12 x 1 litro, 13.90 invece di 17.40, (1 l = 1.20)

conf. da 6 –.30 DI RIDUZIONE

Yogurt Saison e M-Classic disponibili in diverse varietà, per es. Saison ribes/limetta/rabarbaro, 6 x 200 g, 3.90 invece di 4.20, (100 g = 0.33)

Formaggio fresco alla doppia panna Kiri o Dippi in confezioni speciali, per es. formaggio fresco doppia panna, 24 porzioni, 432 g, 7.40 invece di 9.30, (100 g = 1.71) 20%

conf.

1.90 invece di 2.40

1.70 invece di 2.15

2.45

Tilsiter Surchoix

2.25 invece di 2.70

2.20

1.55

Appenzeller Surchoix

Migros Ticino

Questi prezzi scendono che è un piacere

Tutto l'assortimento di riso Migros Bio per es. basmati, Fairtrade, 4.20 invece di 5.25, (100 g = 0.42)

2.75

invece di 3.68

Pasta Migros spaghetti, cornetti, fusilli o penne, in confezioni speciali, per es. spaghetti, 1125 g, (100 g = 0.24)

conf. da 2 20%

4.– Olio di girasole M-Classic  1 litro, (100 ml = 0.40)

6.30 invece di 9.–

Pomodori pelati triturati Longobardi 6 x 400 g, (100 g = 0.26) conf. da 6 30% 16.50 invece di 22.–Mini pizze Piccolinis Buitoni surgelate, prosciutto o mozzarella, in confezione speciale, 40 pezzi, 1,2 kg, (100 g = 1.38)

Pancho Villa

Soft Tortillas o Nacho Chips, per es. Tortillas Flour, 2 x 326 g, 7.25 invece di 9.10, (100 g = 1.11)

Tutto l'assortimento di frutta secca e noci, Sun Queen (Sun Queen Apéro escluse), per es. spicchi di mango essiccati, 200 g, 3.52 invece di 4.40, (100 g = 1.76)

l'assortimento Kellogg's per es. Tresor Choco Nut, 620 g, 5.56 invece di 6.95, (100 g = 0.90)

conf. da 3 27%

conf. da 3 27%

3.10

350 g, (100 g = 0.89) HIT

Biscuits Abbracci Mulino Bianco

6.95

6.95 invece di 9.60 Mikado cioccolato al latte, fondente o bianco, 3 x 75 g, (100 g = 3.09)

invece di 9.60

a partire da 2 pezzi

Mikado cioccolato al latte, fondente o bianco, 3 x 75 g, (100 g = 3.09)

25%

Gelati su stecco Choquello Praline, Exotic e Mini Exotic (art. spacchettabili esclusi), per es. Choquello Praline, 8 x 82 ml, 5.63 invece di 7.50, (100 ml = 0.86)

a partire da 2 pezzi

25%

Gelati su stecco Choquello Praline, Exotic e Mini Exotic

(art. spacchettabili esclusi), per es. Choquello Praline, 8 x 82 ml, 5.63 invece di 7.50, (100 ml = 0.86)

Piccoli cioccolatini svizzeri in 6 varietà

350 g, (100 g = 0.89) HIT

16.85

invece di 33.75

3.10 Biscuits Abbracci Mulino Bianco

Cioccolatini Selection Frey, assortiti in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 1.69) 50%

Tutti al SOLE

protezione solare giusta per ogni tipo di pelle

Tutto l'assortimento Sun Look (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. Sun Milk Protect IP 50, 200 ml, 6.65 invece di 9.50, (100 ml = 3.33)

Tutto l'assortimento di costumi da bagno per adulti, bambini e neonati e ciabatte da bagno e accessori estivi per es. costume da bagno da donna Essentials, nero, il pezzo, 20.97 invece di 29.95

Per una pelle profumata e denti PULITI

Shampoo e balsamo, I am in confezioni multiple, per es. shampoo Intense Moisture, 3 x 250 ml, 4.05 invece di 5.85, (100 ml = 0.54)

Prodotti per la doccia pH Balance per es. gel doccia pH 5.5, 2 x 250 ml, 5.60 invece di 7.–, (100 ml = 1.12)

Tutto l'assortimento di prodotti per la cura del viso Daytox per es. crema intensiva all'acido ialuronico IP 30, 50 ml, 19.95, (100 ml = 39.90)

Tutto l'assortimento I am (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. shampoo Intense Moisture, 250 ml, 1.46 invece di 1.95, (100 ml = 0.58)

efficace, vegana e delicata Tutto l'assortimento Sanactiv per es. spray nasale all'acqua di mare, 20 ml, 3.08 invece di 4.10, (10 ml = 1.54)

Prodotti per la doccia I am per es. docciacrema Milk & Honey, 3 x 250 ml, 3.75 invece di 5.40, (100 ml = 0.50)

per le mani I am

di 6.50

& Honey o Atlantic, in conf. di ricarica, 2 x 500 ml, (100 ml = 0.46)

Rasoio
conf.
Dentifricio
Spazzolini da denti Candida Comfort, Sensitive Premium

Da prendereAL VOLO

Sacchetti multiuso N° 13 o carta da forno N° 31, Kitchen & Co. per es. sacchetti multiuso N° 13, 2 x 100 pezzi, 2.95 invece di 3.70 conf. da 2 20%

Sacchi per rifiuti Herkules Clean 35 litri, 5 x 20 pezzi

Portabottiglie per frigorifero Kitchen & Co. 7 x 30 cm

conf. da 4 25%

Salviettine umide per bebè Milette, FSC® per es. 99% acqua, 4 x 72 pezzi, 9.75 invece di 13.–

20x CUMULUS NOVITÀ 14.60 invece di 18.25

5.95 Rimuovi macchie tappeti Dr. Beckmann 650 ml, (100 ml = 0.92)

Tutti i pannolini Rascals (confezioni multiple escluse), per es. Newborn 1, 22 pezzi, 5.33 invece di 7.95, (1 pz. = 0.24) a partire da 3 pezzi 33%

Bouquet Surprise Midi il mazzo 34%

9.85 invece di 14.95

4.95

20x CUMULUS NOVITÀ

4.90 Pappa di cereali al miglio bio Alnatura 250 g, (100 g = 1.96)

Minirose disponibili in diversi colori, mazzo da 14, il mazzo

9.95

invece di 12.95

Phalaenopsis multiflora, 2 steli disponibili in diversi colori, Ø 12 cm, il vaso 23%

Fino a esaurimento dello stock. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti.

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