Difficile ammetterlo eppure il figlio preferito esiste: quali le cause e le conseguenze?
Svizzeri due volte alle urne l’anno prossimo per votare sull’aumento dell’IVA
ATTUALITÀ Pagina 13
Ad Ascona una mostra racconta il fascino del Bel Paese attraverso gli occhi dei pittori germanofoni
CULTURA Pagina 19
Ida e i cent’anni di un’utopia
A San Blas i guna si preparano al primo grande reinsediamento climatico delle Americhe
TEMPO LIBERO Pagine 32-33
Lefebvriani, la fine di un equivoco
Carlo Silini
I media sono quasi impazziti per il recentissimo nuovo scisma dei lefebvriani dalla Chiesa cattolica. I fatti, per chi non li conoscesse, sono così riassumibili: lo scorso primo luglio nel quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata a Ecône, nel canton Vallese, nel 1970 da monsignor Marcel Lefebvre (oggi scomparso), due vescovi suoi seguaci hanno ordinato quattro nuovi vescovi. Un gesto che è costata la scomunica, cioè l’esclusione dalla Chiesa cattolica, alla Fraternità. Ai profani può sembrare surreale e anacronistico che un Papa mite come Prevost, in pieno ventunesimo secolo, tiri fuori dal cappello, pardon dalla tiara, una sanzione che sembra provenire dritta dritta dal Medioevo. Ma chi mastica anche solo un po’ di diritto canonico e conosce l’ABC del cattolicesimo contemporaneo non può meravigliarsene. Anzi. In termini di leggi ecclesiali – partiamo da lì – il Papa non ha fatto letteralmente niente contro i lefebvriani. Al contrario, nelle settimane che
hanno preceduto l’ordinazione li aveva pregati di «non lacerare la tunica di Cristo» disobbedendo alle leggi canoniche. Ma nisba. L’appello è caduto nel vuoto nel momento in cui hanno scelto di ordinare i vescovi senza il mandato, ergo senza il permesso, del Papa che è poi il capo della loro Chiesa. È un po’ come se in un’azienda un capoufficio scegliesse un altro capoufficio senza che il direttore possa dire bah. Un gesto di disobbedienza anti gerarchica che nel diritto canonico comporta la scomunica latae sententiae, cioè automatica: se lo fai sei fuori, punto. A mio modo di vedere, però, i lefebvriani si sono posti fuori dalla Chiesa da un pezzo. Questo nuovo episodio ripete esattamente quanto era già avvenuto il 30 giugno 1988, quando mons. Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi senza l’autorizzazione del Papa di allora, che era Wojtyla, ricavandone la prima scomunica automatica. Per benevolenza e simpatia di alcuni Papi successivi, i lefebvriani erano poi in un
qualche modo stati reintegrati nel gremio della Chiesa. Sempre tra polemiche, tira e molla e col mal di pancia, va detto, ma restavano dentro. L’episodio del 1. luglio va quindi letto come il gesto tecnico formale che hanno deliberatamente scelto per uscire da una Chiesa in cui non si sono mai riconosciuti. Come avrebbero potuto, del resto? A escluderli, prima ancora dei loro gesti, sono le loro idee. Non si tratta tanto della nostalgia per l’antica Messa in latino, che tra l’altro in una modalità che però non approvano, era stata recuperata da Papa Ratzinger. Si tratta del rifiuto categorico del Concilio Vaticano II, che significa, in definitiva, il rifiuto di dialogare con la modernità. Ciò che appare inconciliabile fra Roma e Fraternità di San Pio X è il modo di rapportarsi al mondo e alle altre religioni. I tradizionalisti rigettano il principio squisitamente conciliare della «libertà di religione» che considerano un cedimento al «liberalismo».
Ecumenismo - diceva mons. Lefebvre - «vuol dire avere ormai un’altra maniera di vedere i nemici (sic!) della Chiesa, di considerarli come fratelli, di avere buone relazioni con essi, di cercare di capirli, di fare loro piacere, d’intrattenere un dialogo coi comunisti, i framassoni, con tutte le religioni, false religioni, coi musulmani, i protestanti, gli ebrei, avere delle buone relazioni con tutte le persone che hanno sempre lottato contro la Chiesa. I musulmani, gli ebrei sono essenzialmente anticristiani, essenzialmente contro Nostro Signore Gesù Cristo (...)». L’esatto contrario del magistero cattolico degli ultimi sessant’anni. Con punte di imbarazzante anti-semitismo (uno dei loro vescovi nega l’esistenza delle camere a gas). Sognano il ritorno ad un regime di Cristianità pre-moderna e alla situazione dottrinale precedente il Concilio Vaticano II. Non c’è da stupirsi che siano usciti dalla Chiesa, c’è da stupirsi che fino ad oggi ne facessero parte.
Carlo Silini Pagine 20-21
Foto
Fondazione Monte Verità,
Fondo Harald Szeemann
Quando Duttweiler salvò Palagnedra
Storia Migros ◆ Il Consigliere nazionale e fondatore della Migros lanciò una fortunata raccolta fondi il 1. agosto 1937
Giampiero Mazzi
Mi era capitato tra le mani un articolo del giornale «Eco di Locarno» del 22 luglio 1937 in cui si riportavano alcuni passaggi di un servizio apparso su «Die Tat», il settimanale di Migros nato in quel periodo. L’articolo riguardava il fallimento del Comune di Palagnedra. Non esisteva l’attuale fondo di livellamento, sistema che consente anche ai comuni più piccoli di dotarsi di moderne infrastrutture e di far fronte a determinate spese. Nel 1937, in casi estremi, si poteva aprire una procedura fallimentare a carico di un Comune.
Fu il caso di Palagnedra. Colpa delle spese per la costruzione del sentiero che da Palagnedra porta alla frazione di Moneto. Un tragitto impervio, lungo quasi 2 km, costruito su roccia a volte instabile e soggetta ai mutamenti stagionali, la cui manutenzione, fra l’altro, ha portato numerose diatribe tra gli allora comuni di Palagnedra e Borgnone.
Gottlieb Duttweiler in campo
Le spese aumentavano e il sentiero di Moneto diventò un fardello insopportabile e forse anche il capro espiatorio del tracollo finanziario del Comune. A quel punto intervenne il filantropo fondatore di Migros, nonché consigliere nazionale, Gottlieb Duttweiler. A informare il parlamentare del problema era stato l’avvocato zurighese Gnädinger, membro della redazione di «Die Tat» e proprietario di una casa di vacanza a Corcapolo.
Duttweiler, tramite il giornale del suo partito (Unione nazionale degli Indipendenti) scrisse un articolo dal titolo Salviamo Palagnedra. «Die Tat» riferiva pure le parole del sindaco di allora Luigi Guerra: «La commissione fallimentare insediata non vede altra possibilità che incassare le entrate
delle imposte per fare fronte con esse alle correnti spese del Comune e per ridurre con la rimanenza – posto che ve ne sia – il debito restante verso l’imprenditore: fr. 13’000 circa comprese le spese e gli interessi. Ora, tutto ciò significa per i cittadini di Palagnedra la prospettiva della sospensione per la durata di decenni dell’indipendenza del Comune. Per la loro mentalità libera ed orgogliosa questo indegno stato di cose, di cui essi non sono colpevoli, a lungo andare tornerebbe opprimente e li priverebbe della gioia di partecipare alla vita pubblica del Comune, del Cantone e della Confederazione. Con sentimenti d’amarezza essi guardano ai limitrofi villaggi (...); essi sono afferrati da un senso di vergogna rispetto ai confinanti italiani. La letizia e le canzoni si sono spente a Palagnedra, (…) noi dovevamo costruire questa strada da Moneto a Palagnedra. In prima linea per dare ai nostri bambini ed ai vecchi di Moneto una strada più sicura di quella esistente attualmente, per recarsi in chiesa, e poi per procacciare lavoro e guadagno ai nostri giovani nei periodi difficili del 1936 e 1937».
L’appello del 1. agosto
«Concittadini – leggiamo fra altro nell’appello di Duttweiler – noi siamo a buon diritto fieri del nostro solatio Meridione Svizzero (sic) e dei nostri giulivi fratelli ticinesi (sic) che in tempi lieti e in tempi tristi rimangono attaccati alla patria Svizzera con amore e fedeltà incrollabili e con genuino entusiasmo meridionale. Il loro orgoglio di montanari liberi li ha trattenuti dall’invocare il nostro aiuto. Ma non è appunto nello spirito e nel senso del primo agosto il dare loro la nostra assistenza spontanea e non richiesta, do-
po che le istanze statali lasciano libero corso alla disgrazia immeritata del povero Comune?»
«Il rendere libero nuovamente Palagnedra, il ridare la fede nella fraterna volontà di aiutare di tutti i confederati, I’esprimere in tal maniera la nostra gratitudine al nostro amato Ticino per tutto il buono e il bello che ci ha offerto; questo deve essere lo scopo dell’azione promossa per il primo agosto dalla «Tat». Il fatto che il giornale intraprende questa azione come una iniziativa privata e spontanea, deve mostrare ai nostri Ticinesi e all’intera Svizzera, che l’antico spirito federale della prontezza e solidarietà a venire in aiuto, non ha bisogno di alcun sprone statale e di parte.»
L’appello si conclude con l’invito a inviare elargizioni affinché per il primo agosto il nome di Palagnedra venisse cancellato dal registro dei fallimenti di Locarno e potesse riacquistare la libertà. La colletta fruttò 16mila franchi in un’epoca in cui un lavoratore guadagnava pochi franchi al giorno. In luglio, gli uomini di Dut-
tweiler, d’accordo con la Commissione di amministrazione del fallimento, liquidarono la pendenza con la ditta creditrice.
La calorosa accoglienza
Don Enrico, parroco a Palagnedra dal 1934 (e per oltre 30 anni), così riferiva su «Treterre» (n. 17, 2008): «Ricordo una rapida visita che Duttweiler fece a Palagnedra una mattina di fine luglio di quell’anno. Gli fu offerta una bicchierata, si interessò della situazione economica della gente, prospettò genericamente l’eventualità che la Migros avrebbe potuto mettere sul mercato qualche prodotto locale. Accennò, si, anche al turismo, ma dubito che egli avesse addirittura espresso l’idea di costruire un albergo. E le prime avvisaglie della catastrofe che, due anni dopo, si sarebbe abbattuta sull’Europa, non inducevano certo a fare progetti di vasta e lunga portata e dall’avvenire problematico». Ancora don Isolini: «La popolazio-
Tutto pronto per un’avventura BeSTiale
Questo testo è una riduzione di un articolo apparso sulla rivista «Treterre», n. 86. Manuela Mazzi
ne di Palagnedra, di natura piuttosto riservata e non incline a dare pubblicità ai propri sentimenti, accolse l’intervento senza clamorose manifestazioni ma, complessivamente, con soddisfazione e senza sollevare obbiezioni. Si capisce: c’erano voluti quegli svizzeri tedeschi per fare quello che il “patrio Ticino” non aveva saputo o voluto fare (...). Era una piacevole sorpresa, e quei confederati “tedeschi” non c’era che da ringraziarli. A sottolineare la solidarietà confederale fu tenuta, la sera del 1. agosto di quell’anno, una cena sulla piazza di Palagnedra per iniziativa degli uomini di Duttweiler. Essi intervennero in folto numero con le rispettive signore. Erano presenti le autorità comunali e personaggi importanti del villaggio. La popolazione tutta fraternizzò con essi con musica, canti e danze paesane superando barriere di lingua e d’ogni altro genere. Ricordo un discorso a forte connotazione politica tenuto quella sera dal compianto avvocato Mario Tosetti, che stigmatizzava il comportamento della classe politica ticinese senza distinzione di partito la quale non aveva saputo o voluto far nulla in aiuto del Comune».
Concludiamo con un’annotazione del naturalista Luigi Lavizzari scritta verso la metà del 1800 mentre percorreva le Centovalli: «Questa valle, da noi visitata solo in parte, è degna d’esser veduta dal naturalista e dai dilettanti di romite escursioni». Il «dilettante di romite escursioni» non vede l’ora di tornare su questo sentiero affascinante e reso meno impervio grazie agli importanti lavori di ripristino in corso di esecuzione.
Nota
Scoutismo ◆ Oltre un migliaio di ragazze e ragazzi si preparano a vivere il prossimo Campo Cantonale a 13 anni di distanza dall’ultimo
Simona Sala
C’è fermento in questi giorni nello scoutismo ticinese. Tra il 25 luglio e il 7 agosto si terrà a Campo Blenio l’atteso Campo Cantonale BeSTiale 2026, sostenuto anche da Migros Ticino. Cosa aspetta il migliaio e rotti di partecipanti previsti? Lo abbiamo chiesto a Eleonora Schenk / Ele, del Settore comunicazione e coordinatrice sponsor.
Come state organizzando il campo?
La preparazione è iniziata più di due anni fa. Dopo 13 anni dal nostro ultimo Campo Cantonale, Scoutismo Ticino ha organizzato nuovamente un evento che riunisce tutte le sezioni del Ticino e del Moesano. Le parole chiave per una buona organizzazione sono queste: spirito d’iniziativa, tempistiche e comunicazione. Il progetto è basato sul volontariato: la risorsa più importante sono le persone che si mettono in gioco e a disposizione. Prima di tutto serve una Direzione motivata, pronta a portare avanti un progetto di questa portata con energia e visione. Poi lo spirito d’iniziativa per coinvolgere un centinaio di collaboratori e collaboratrici! In seguito, entrano in gioco l’organizza-
zione e la pianificazione: eventi così richiedono anni di preparazione. Infine, la comunicazione è fondamentale: coordinare tante persone, sezioni e partner diversi richiede chiarezza, ascolto e collaborazione continua.
Quante persone vi aspettate?
Il cuore del BeSTiale sarà a Campo Blenio, dove sorgerà il campo con le tende delle branche esploratori (scuola media), pionieri (15-17 anni) e rover (17+) di tutte le sezioni scout del Ticino e del Moesano dove prevediamo di avere all’incirca 1100 partecipanti. I lupetti e le lupette (3ª-5ª elementare) alloggeranno in diverse case per gruppi nei dintorni, mentre i castori e le castore (1ª-2ª elementare) parteciperanno con una giornata di visita dedicata. In totale contiamo più di 1800 partecipanti.
Da dove viene il nome del vostro campo, BeSTiale?
BeSTiale è sicuramente un gioco di parole: la scelta del nome da una parte vuole richiamare con le lettere «STi» la sigla di Scoutismo Ticino, dall’altra è il tema intorno al quale
si svilupperanno le attività dei giovani e delle giovani ovvero il mondo animale composto da esseri viventi, habitat, sfide e opportunità. Dalla nostra canzone ufficiale del BeSTiale «Siamo la linfa, siamo l’idea, che sboccia col canto nella radura. Siamo BeSTiale un campo che crea, un fuoco che unisce nella natura! Sém! Ném! Fém!»
Puoi già anticiparci alcune delle attività?
Durante le due settimane di campo il programma alternerà attività di sezione e momenti cantonali, favorendo
poco al raduno di tutte le sezioni cantonali e l’emozione è tanta.
sia la dimensione del gruppo sia quella più ampia del movimento cantonale. I momenti più significativi sono le attività cantonali, dove i e le giovani hanno l’occasione di incontrarsi e confrontarsi con altri scout del cantone. È con queste esperienze che si percepisce davvero la forza e la dimensione della nostra associazione.
Un altro momento centrale sarà il fine settimana del 1°–2 agosto, quando famiglie, vecchi amici e vecchie amiche scout, autorità, sostenitori e sostenitrici, e la popolazione potranno visitare il campo, vivere da vicino questa esperienza e immergersi nella realtà dello scoutismo ticinese. Come ad ogni campo, saranno molte le av-
venture da vivere in gruppo o individualmente. Ognuno riempirà il proprio bagaglio di esperienze e ricordi indimenticabili.
Siete emozionati? Cosa rende speciale questo campo?
L’emozione è davvero tanta. Non vediamo l’ora di vivere questa esperienza e scoprire tutto ciò che il campo ci riserverà. A renderlo speciale sarà innanzitutto la possibilità di ritrovarci tutti insieme in un grande villaggio di tende, condividendo due settimane di vita scout. Un’occasione unica per conoscere nuove realtà, scoprire tradizioni e attività di altre sezioni, scambiarsi idee e valorizzare la ricchezza dello scoutismo ticinese. Un elemento che rende questo progetto ancora più significativo è la collaborazione costruita sul territorio. Il sostegno dei gestori e delle gestrici, dei proprietari e delle proprietarie dei terreni, dei patriziati e, soprattutto, del Comune di Blenio è stato fondamentale. Desideriamo inoltre ringraziare i nostri partner. Ogni sostegno, piccolo o grande, rappresenta per noi un’importante dimostrazione di fiducia e un incentivo a continuare a investire con entusiasmo.
Manca
SOCIETÀ
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Il cocco di mamma e papà è un
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vero guaio
Il caffè dei genitori ◆ Il figlio preferito esiste? E quali sono gli effetti dei favoritismi nelle relazioni familiari?
«Le madri hanno davvero un figlio preferito?». A distanza di dieci anni, continua a risuonare in tutto il mondo la domanda posta dalla sociologa statunitense J. Jill Suitor il 9 aprile 2016 alla Purdue University (Indiana). Durante una conferenza universitaria, organizzata sul modello TED per raccontare idee e ricerche a un pubblico di non addetti ai lavori e poi diffonderle online, Suitor va dritta al punto. È tra le principali studiose internazionali che analizzano come i genitori trattino in modo diverso i figli all’interno della stessa famiglia e le profonde conseguenze che queste differenze generano nel tempo sul benessere individuale e sulle dinamiche familiari. Noi de Il caffè dei genitori sentiamo il dovere di resistere alla tentazione di autoassolverci. Del resto, le ricerche parlano chiaro: nello studio Differenze intrafamiliari nelle relazioni tra genitori e figli lungo il corso della vita, Suitor e il suo team evidenziano che i genitori tendono a trattare i figli in modo differente in una percentuale che varia da un terzo a due terzi delle famiglie. Un dato che, senza dubbio, colpisce. È doveroso, dunque, non sottrarci a una domanda scomoda: perché rischiamo di ferire, anche senza volerlo, i nostri figli?
In famiglia, la questione del favoritismo riemerge con una certa regolarità, spesso attraverso accuse dirette di preferire l’uno o l’altro figlio. L’esigenza di approfondire questo tema nasce, però, dalla lettura di un articolo del «Tages-Anzeiger», recentemente rilanciato dalla Conferenza cantonale dei Genitori del Canton Ticino, e intitolato Quando i genitori amano i figli in modo diseguale. Dalle numerose ricerche sul tema emerge che il favoritismo – che non riguarda solo le madri! – produce effetti negativi su tutti i figli, inclusi quelli percepiti come preferiti. Può compromettere i rapporti tra fratelli e lasciare tracce durature persino nella coppia genitoriale. Un punto fondamentale è che non conta tanto ciò che i genitori fanno, quanto come le loro azioni vengono percepite dai figli. Anche chi è convinto di essere inattaccabile potrebbe non esserlo agli occhi di chi sta crescendo. Il tema è antico. Nella Genesi, si narra di Giuseppe, uno dei dodici figli di Giacobbe, amato dal padre più di tutti gli altri. Una preferenza così esplicita da spingere Giacobbe a donargli una tunica speciale. Di conseguenza, i suoi fratelli lo odiano e non riescono a parlargli amichevolmente. Un giorno, quando Giuseppe li raggiunge nei campi, lo spogliano, lo vendono a mercanti diretti in Egitto e, infine, macchiano la sua tunica con sangue di capra per ingannare il padre.
Nel Vangelo secondo Luca, troviamo la parabola del figliol prodigo. Il più
Gli studi dimostrano che gli effetti di un trattamento percepito come ingiusto nell’infanzia possono protrarsi fino alla vecchiaia (Magnific.com)
giovane di due figli chiede al padre la propria parte di eredità, la sperpera e, una volta tornato, viene accolto con una festa dal padre che lo vede da lontano e gli corre incontro. Il fratello maggiore, rimasto a lavorare nei campi, si rifiuta di entrare, ricordando di non aver mai ricevuto lo stesso trattamento e protestando per l’ingiustizia.
Nessuno è immune perché non conta tanto ciò che i genitori fanno, quanto come le loro azioni vengono percepite dai figli
Questi racconti evidenziano come la preferenza possa manifestarsi per motivi diversi: Giacobbe preferisce Giuseppe per averlo avuto in età avanzata dall’amata Rachele, mentre il padre della parabola accoglie il figlio che ha sbagliato, dando l’impressione di una
predilezione. In noi cosa fa scattare le preferenze?
Alexander C. Jensen, psicologo dello sviluppo formatosi alla Purdue University – la stessa università in cui lavora J. Jill Suitor e da cui ha origine questa linea di ricerca – insegna oggi alla Brigham Young University e si occupa di relazioni familiari. In uno studio intitolato I genitori favoriscono le figlie: una meta-analisi del genere e di altri fattori che influenzano il trattamento differenziale tra figli, pubblicato nel gennaio 2025 sulla rivista «Psychological Bulletin», Jensen analizza da cosa dipendono queste differenze di trattamento tra i figli. L’ordine in cui sono nati, il sesso, il comportamento: le cause possono essere molteplici. Le figlie, ad esempio, sono spesso le predilette. Questo risultato pare sorprendente, poiché l’idea diffusa è quella di un rapporto privilegiato tra padri e figlie e tra madri e figli maschi.
Quando entrano in gioco autonomia e regole, i figli maggiori risultano avvantaggiati: i primogeniti ottengono più libertà perché percepiti come più maturi. Sebbene si potrebbe pensare il contrario, dato che sono loro ad aprire la strada e gli altri beneficiano poi di maggiore flessibilità, è una dinamica ricorrente. Il figlio minore, in ogni caso, aggiunge Suitor, è spesso percepito come più vicino, ritenuto più empatico o più bisognoso di attenzione e sostegno. La sintonia è più alta con i figli responsabili, affidabili e collaborativi: sono i bambini facili, quelli organizzati e accomodanti, che ricevono un trattamento migliore anche perché stancano meno i genitori. Questo è comprensibile, ma ci si domanda: proprio perché questi figli sono meno problematici, non c’è il rischio di darli per scontati? Probabilmente, quando un figlio è meno conflittuale, la pre-
dilezione emerge con maggiore chiarezza, mentre quello più in difficoltà finisce spesso per assorbire più tempo, attenzione ed energie. Riconoscere queste dinamiche è essenziale, poiché rischiano di creare squilibri significativi all’interno della famiglia. Il terreno su cui si gioca la preferenza è concreto: tempo, affetto, denaro, sostegno. Non serve dirlo a parole, i figli lo percepiscono. Non vi è mai capitato di sentirvi rinfacciare: «Mio fratello o mia sorella lo accompagni ovunque e per me non hai mai tempo?» Oppure: «Con me non sei così affettuosa»? O ancora: «La sua paghetta è più alta della mia», «Quello che dico io non va mai bene, mentre a lui o a lei dici sempre di sì»? Sono esempi apparentemente banali, ma bastano a costruire nella mente di un bambino o di un adolescente ogni tipo di interpretazione. Nessuno si ferma a pensare che uno fa sport agonistico e l’altro no, che la paghetta cambia con l’età, o che le attenzioni seguono i bisogni. Il paradosso è che, quando gli scienziati chiedono di indicare chi sia il preferito nello studio Sono sicuro che abbia scelto me! Accuratezza dei resoconti dei figli sul favoritismo materno nelle famiglie in età avanzata, i figli sbagliano nel 56% dei casi. Eppure, anche quando viene commesso un errore, a fregarci è la percezione. Chi vince la gara del preferito ha più autostima e meno problemi di comportamento. Chi perde paga un conto salato: ansia, depressione e rabbia esplosiva. Sentirsi messi da parte può compromettere gravemente la salute mentale. Il favoritismo è una bomba a orologeria lanciata in mezzo al salotto: genera invidia, ostilità e muri di ghiaccio tra fratelli, incrinando quella che dovrebbe essere la rete di protezione più importante per tutta la vita. È il motivo per cui anche il presunto preferito non se la passa bene. Il dolore non sparisce crescendo. Gli studi dimostrano che gli effetti di un trattamento percepito come ingiusto nell’infanzia possono protrarsi fino alla vecchiaia, aumentando il rischio di depressione anche a 70 o 80 anni.
In questo contesto il funzionamento delle dinamiche di coppia può essere prezioso. La famiglia è una bilancia: se un genitore è più distante con un figlio, l’altro dovrebbe compensare. Il comportamento da tenere sotto controllo è di entrambi i genitori, non solo di uno.
E allora la domanda da cui siamo partiti – quella che J. Jill Suitor rivolgeva alle madri – si allarga: non riguarda più solo noi, ma l’equilibrio dell’intera famiglia. Ricordiamoci, mamme e papà, che non esistono figli perfetti da preferire, ma figli diversi da amare, ciascuno con le proprie fragilità.
Simona Ravizza
Per una cena estiva tutta nostrana
Attualità ◆ Troppo caldo per spadellare? Niente paura, con questi prodotti della nostra regione porti in tavola una cena fresca e gustosa in men che non si dica
1
Tisana Monte Generoso
Con questa gustosa bevanda rinfrescante e balsamica già pronta, la sete non ha più scampo. È realizzata con un infuso di erbe locali biologiche officinali, come menta, melissa, fiori e stella alpina, fiore noto per la sua straordinaria bellezza. 50 cl Fr. 2.30
2
Formaggini freschi
I formaggini freschi sono un must della bella stagione. Conditi anche solo con un filo d’olio, sale e pepe, si trasformano in poco tempo in un piatto semplice ma ricco di sapore che strizza l’occhio alla nostra tradizione.
100 g Fr. 2.60
3
Cicorietta
Le insalate nostrane pronte al consumo necessitano solo di essere condite con la salsa preferita. Appena raccolte sui nostri campi, vengono subito mondate, tagliate, accuratamente lavate e subito confezionate per offrirti il massimo della freschezza.
100 g Fr. 3.60
4
Prosciutto crudo
In un tipico tagliere non manca mai qualche fetta di crudo nostrano. Questo salume viene prodotto con cosce di maiali ticinesi aromatizzate con solo sale, spezie e vino.
La sua stagionatura è di almeno tre mesi.
100 g Fr. 7.20
Con il marchio Nostrani del Ticino, Migros promuove e valorizza i prodotti tipici del Cantone, sostenendo agricoltori, allevatori e produttori alimentari regionali. Qualità, freschezza e genuinità sono i tratti distintivi di questo assortimento composto da oltre 500 articoli dal sapore autentico. 1 2 3 4 5 7 6 8 9 10 11
5
Caseificio Canaria
Gli amanti dei sapori pronunciati non rinuncerebbero mai ad un pezzo di Caseificio Canaria. Questo formaggio a pasta semidura è realizzato con latte vaccino crudo e viene affinato almeno 2 mesi in una cantina naturale.
100 g. Fr. 3.–
6
Pane Val Morobbia
Sapore semplice e genuino, perfetto da abbinare alla più tradizionale cucina regionale. Il pane Val Morobbia, prodotto dal panificio Migros con cereali coltivati in Ticino, è una vera bontà da condividere ogni giorno.
320 g Fr. 3.70
7
Tofu fresco
Apprezzato da vegani e non solo, questo tofu viene prodotto a partire da soia bio coltivata in Ticino. Delicato, privo di colesterolo e a basso contenuto calorico, si caratterizza per la sua straordinaria versatilità culinaria.
100 g Fr. 2.40
8
Sale alle erbe e fiori
Insalate, verdure, formaggi, carni e pesce acquistano un aroma super invitante grazie a questo condimento 100% naturale a base di erbe aromatiche, sale e fiori edibili. I tuoi piatti estivi non sono mai stati così gustosi.
180 g Fr. 9.20
9
Salametti al Merlot
Questi salametti sono prodotti nel Mendrisiotto con l’impiego di carne e lardo di maiali allevati in Ticino. Una volta macinato, l’impasto viene insaporito con una delicata miscela di spezie e buon vino rosso Merlot ticinese.
100 g Fr. 4.85
10
Aquaciara Frizzante
L’acqua minerale nostrana non può mancare in estate. Proviene da una sorgente situata sulle pendici del massiccio del Monte Tamaro. A basso grado di mineralizzazione, è apprezzata nelle diete povere di sodio.
1.5 l Fr. –.80
11
Cetrioli da campo
Coltivati nel rispetto dell’ambiente sul Piano di Magadino e nel Mendrisiotto, i cetrioli da campo arricchiscono ogni insalata di stagione con la loro freschezza, croccantezza e leggerezza, portando in tavola tutto il gusto dell’estate. Al prezzo del giorno
Al centro del gusto
Attualità ◆ Il cuore di bue è un pomodoro molto apprezzato per il suo sapore delicato e la versatilità culinaria
Uno dei pomodori nostrani protagonisti dell’estate è sicuramente il cuore di bue. Questa varietà di colore rosso-rosato particolarmente apprezzata dai consumatori si caratterizza per la sua forma, che ricorda appunto un cuore, l’aspetto costoluto e le dimensioni medio-grandi che possono raggiungere anche il mezzo chilo. La sua polpa è compatta, carnosa, con poca acqua e semi, mentre il sapore e delicatamente dolciastro, a bassa acidità. In virtù delle sue qualità, il cuore di bue si gusta al meglio crudo. È ottimo gustato semplicemente tagliato a fette grandi con qualche fogliolina di basilico, sale e un filo d’olio; con mozzarella o burrata per una corroborante caprese; su pane tostato con l’aggiunta di aglio per delle bruschette da servire come antipasto oppure per arricchire qualsiasi insalata estiva.
Il cuore di bue è adatto anche per la preparazione di una ricetta estiva rinfrescante e sfiziosa: i pomodori ripieni. Per quattro persone servono 8 pomodori di media grandezza, 50 g di tonno sott’olio sgocciolato, 4 uova sode, qualche cappero e filetto d’acciuga, olio e sale. Lavare i pomodori e privarli della parte superiore. Estrarre la polpa e unirla a tonno, filetti d’acciuga e capperi. Tritare bene il tutto, condire con un po’ d’olio e salare. Distribuire il composto nei pomodori, aggiungervi sopra le uova sode tagliate a metà con il tuorlo verso l’alto e servire.
Gli emu (Dromaius novaehollandiae) sono grandi uccelli incapaci di volare, tra i più imponenti al mondo dopo lo struzzo. (Wikimedia)
Così Sorengo protegge gli anfibi
Territorio ◆ Con il nuovo passaggio faunistico rospi e rane raggiungono il Laghetto di Muzzano
Raimondo Locatelli
La guerra persa contro gli emu
Mondoanimale ◆ Storia di quando l’esercito australiano guidato dal maggiore G.P.W. Meredith sfidò gli uccelli (e non vinse)
Maria Grazia Buletti
La storia insegna che il rapporto tra esseri umani e animali non è sempre stato razionale o equilibrato: talvolta, anzi, ha assunto contorni decisamente bizzarri. Tra gli episodi più curiosi figura quello avvenuto nel 1932, quando in Australia si arrivò a impiegare l’esercito contro degli uccelli. Non è una leggenda, ma un fatto documentato: la cosiddetta Great Emu War, la Grande guerra contro gli emu. Prima di entrare nel vivo della vicenda, vale la pena capire chi fossero i protagonisti di questa singolare battaglia. Gli emu (Dromaius novaehollandiae) sono grandi uccelli incapaci di volare, tra i più imponenti al mondo dopo lo struzzo. Possono superare li metro e settanta di altezza e raggiungere velocità notevoli, anche oltre i 50 km/h. Il loro corpo è adattato alla corsa: zampe lunghe e muscolose, tre dita robuste e un’andatura elastica che consente loro di coprire grandi distanze con sorprendente efficienza. Originari dell’Australia, gli emu sono diffusi in gran parte del continente, soprattutto nelle zone aperte come savane, praterie e aree semiaride. Evitano le foreste dense e prediligono ambienti dove possono muoversi liberamente e trovare cibo con facilità. Sono animali onnivori opportunisti: si nutrono di semi, germogli, frutti, insetti e piccoli vertebrati. Questa dieta flessibile è uno dei fattori che ha permesso loro di adattarsi con successo a contesti ambientali molto diversi, inclusi quelli modificati dall’uomo.
Un aspetto particolarmente interessante del loro comportamento riguarda la riproduzione. Durante la stagione degli amori, le femmine depongono grandi uova di colore verde scuro, ma è il maschio a occuparsi della cova. Per circa otto settimane, resta quasi immobile sul nido, nutrendosi pochissimo e difendendo le uova con grande determinazione. Dopo la schiusa, continua a prendersi cura dei
piccoli per diversi mesi, guidandoli e proteggendoli dai predatori. Questo ruolo invertito rispetto a molte altre specie è uno degli elementi più caratteristici della biologia degli emu, noti anche per essere animali migratori su scala locale. Infatti, essi non seguono rotte fisse come gli uccelli migratori classici, ma si spostano stagionalmente alla ricerca di acqua e cibo, percorrendo centinaia di chilometri. Ed è proprio questo comportamento a renderli problematici per l’uomo in determinate circostanze. Quando le condizioni ambientali cambiano, ad esempio dopo periodi di pioggia che favoriscono la crescita della vegetazione, grandi gruppi di emu possono dirigersi verso aree agricole, attratti dall’abbondanza di colture.
In Australia, questo fenomeno si intensificò nel corso del primo Novecento, quando l’espansione dell’agricoltura, favorita da programmi governativi di colonizzazione interna, trasformò vaste aree naturali in terreni coltivati, creando per gli emu una fonte di cibo concentrata e facilmente accessibile. Di fatto, senza alcuna «intenzione ostile», questi animali iniziarono a entrare sempre più spesso in conflitto con gli agricoltori. Campi di grano, recinzioni e sistemi di irrigazione diventavano ostacoli o risorse da sfruttare, e gli emu non fecero altro che seguire il loro istinto, finendo per causare danni significativi. Fu così che, gradualmente, da simbolo della fauna australiana, gli emu vennero percepiti come una minaccia economica: non perché cambiò il loro comportamento in senso aggressivo, ma perché cambiò il paesaggio attorno a loro e l’intervento umano rese più frequenti e intensi gli incontri-scontro tra natura e agricoltura. Questo contesto è fondamentale per comprendere come si arrivò, nel 1932, a una decisione tanto estrema quanto singolare. Il teatro degli even-
ti fu la Western Australia, dove vivevano numerosi agricoltori insediatisi dopo la Prima guerra mondiale grazie a programmi governativi di colonizzazione agricola. Negli anni successivi, però, la Grande Depressione rese sempre più difficile la vita dei coltivatori: prezzi bassi, raccolti incerti e debiti crescenti. A complicare ulteriormente la situazione intervennero gli emu perché, durante le migrazioni stagionali, migliaia di questi grandi uccelli attraversavano le aree coltivate devastando i campi di grano. Non solo si nutrivano delle colture, ma danneggiavano le recinzioni e aprivano la strada ad altri animali infestanti. A quel punto, ormai allo stremo, gli agricoltori si rivolsero al Governo chiedendo un intervento deciso. Il ministro della Difesa, George Pearce, diede quindi il via libera a un’operazione militare, affidandone il comando al maggiore G.P.W. Meredith, che giunse sul posto equipaggiato con mitragliatrici Lewis Gun con l’obiettivo di contenere drasticamente la popolazione di emu.
Tuttavia, fin dall’inizio l’operazione si rivelò problematica perché gli emu non erano bersagli facili: veloci, resistenti e sorprendentemente organizzati nei movimenti. A questo proposito, un articolo del «Western Mail» del novembre 1932 osservava con ironia: «Gli emu hanno dimostrato una notevole capacità di dispersione, rendendo inefficaci i tentativi di colpirli in massa». D’altronde, anche i resoconti militari confermavano le difficoltà e, dopo migliaia di colpi sparati, i risultati furono modesti. Lo stesso maggiore Meredith, citato dalla stampa dell’epoca, dichiarò: «Se avessimo una divisione con la capacità di assorbimento dei proiettili degli emu, potremmo affrontare qualsiasi esercito del mondo». La frase, a metà tra frustrazione e ironia, contribuì a costruire il mito di una «guerra» persa contro degli uccelli.
Ripristinare la libera migrazione degli anfibi tra le aree di riproduzione del Laghetto di Muzzano (di proprietà di Pro Natura Svizzera) e le zone di svernamento nei settori boschivi situati sulla collina di Gentilino e di Sorengo. È questo l’obiettivo del progetto commissionato dal Comune di Sorengo e firmato dal biologo Giuliano Greco dello studio Oikos in collaborazione con Davide Telari. Sostanzialmente, si tratta di realizzare misure volte ad incanalare il flusso migratorio degli anfibi verso determinati passaggi (sottosuolo e/o a cielo aperto), così da permettere l’attraversamento dei punti critici e spesso letali attualmente presenti (strada comunale e ferrovia).
In proposito, nel territorio di Sorengo è stato possibile individuare un cunicolo che attraversa trasversalmente la linea ferroviaria della FLP, collegando alla zona «Cisterna»; tale passaggio al di sotto della stessa linea ferroviaria ha permesso, con una serie di interventi, di risolvere il problema legato all’attraversamento della ferrovia. L’attraversamento di Via al Laghetto è invece ora garantito da un cunicolo prefabbricato (in corrispondenza del nuovo dosso destinato alla moderazione della velocità).
Come sottolinea il tecnico comunale Gastone Boisco, il collegamento ecologico tra il bosco del colle e il citato bacino lacuale di Muzzano è stato seriamente compromesso dall’attività umana che ha frammentato l’ambiente, determinando di fatto una vera e propria barriera costituita principalmente dal traffico. In particolare, questa Riserva naturale protetta – composta da ambienti acquatici e semi-acquatici – sta subendo, negli ultimi decenni, forti contraccolpi a causa della diminuzione e della banalizzazione delle specie presenti.
Le specie target (rospo comune e rana rossa) per le quali si vuole migliorare il passaggio faunistico, vivono nel bosco per gran parte dell’anno, ma nel periodo migratorio sono costrette a percorrere un vecchio sottopasso sotto la linea ferroviaria e un piccolo tunnel per accedere al laghetto dalle origini glaciali. Transito che comporta tuttavia molte «vittime», anche se
nei periodi migratori degli anfibi intervengono numerosi volontari in loro soccorso, mediante misure provvisorie e temporanee per agevolare il passaggio di questa fauna medio-piccola, come la posa di cartelli stradali lampeggianti e di barriere mobili su entrambi i lati degli ostacoli, come pure di contenitori interrati volti a catturare le specie in transito, ma anche la raccolta e lo spostamento manuale degli esemplari catturati da un lato all’altro degli ostacoli.
Da qui, appunto, la necessità di abbattere trincee e muri sostituendo queste strutture con rampe di accesso meglio conformi ai bisogni degli anfibi. Si tratta insomma di riconnettere un paesaggio nel tempo lesionato e sempre più «incapsulato», attuando di fatto una sorta di «mediazione multispecie». La spesa complessiva per questa struttura di notevole valenza a favore dell’ecosistema si aggira sui 320’000 franchi ed è in gran parte finanziata da Confederazione e Cantone (Ufficio natura e paesaggio), con un onere di circa il 10% a carico del Comune di Sorengo. Una spesa ritenuta necessaria considerando in particolare l’utilità di questi anfibi, che si cibano abitualmente di insetti come le zanzare che prosperano in questa zona, un indubbio beneficio per la comunità umana che vive nei dintorni. Va peraltro evidenziato che quest’opera, come precisa il progettista Giuliano Greco, si inserisce nelle misure previste dalle norme di attuazione del Piano regolatore cantonale di protezione del Laghetto di Muzzano e dagli interventi proposti dal Piano di gestione ed interventi di valorizzazione delle componenti naturali di questo prezioso patrimonio naturalistico, promosso dall’Ufficio della natura e del paesaggio (UNP) e con lo scopo di valorizzare e conservare le componenti naturali della riserva. A medio termine, sarà comunque da prevedere l’attuazione di un monitoraggio della funzionalità del corridoio migratorio che si inserisca nel quadro più ampio della sorveglianza e del controllo previsti per l’intera riserva naturale, attuati peraltro da tempo da Pro Natura e Ufficio della natura e del paesaggio.
Croccanti fuori, sane dentro: le carote bio traggono il meglio dal terreno.
Perché le carote bio hanno un sapore così intenso?
Dolce, succosa, dal sapore intenso: ecco il gusto di una tipica carota bio. Il motivo: nell’agricoltura biologica i fertilizzanti artificiali a rapida dissoluzione e i pesticidi chimico-sintetici sono vietati. Per assorbire una quantità sufficiente di sostanze nutritive, la carota deve affondare le radici molto in profondità nel terreno. Il risultato: poca ritenzione idrica, tanto aroma. Non c’è da stupirsi che le carotine bio siano così apprezzate come spuntino durante i picnic o nel cortile della scuola.
Consiglio di cucina: un po’ di grasso sulle carotine! Il beta-carotene contenuto nelle carotine (che fa bene agli occhi, alla pelle e al sistema immunitario) è liposolubile. Abbina quindi le carotine a una fetta di pane imburrata, a un filo d’olio d’oliva o a della frutta secca ricca di grassi. Le carote cotte o grattugiate rilasciano più beta-carotene rispetto a quelle crude intere. Non è necessario sbucciarle: basta spazzolare le radici.
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Undici proposte e una rivendicazione
Inclusione ◆ Le persone con disabilità chiedono una Legge quadro sull’inclusione che li coinvolga e si rivolgono a Gran Consiglio e Consiglio di Stato con proposte concrete volte a risolvere problemi quotidiani
Nicola Mazzi
Voci diverse, esperienze differenti, ma un unico obiettivo: migliorare concretamente la loro qualità di vita. È questo lo spirito che ha caratterizzato la seconda Sessione parlamentare delle persone con disabilità, svoltasi nella sala del Gran Consiglio sotto la conduzione di Daria Lepori, presidente del Parlamento cantonale. Una trentina di partecipanti, in rappresentanza di numerose associazioni attive sul territorio cantonale, hanno portato all’attenzione delle istituzioni esperienze dirette, problematiche quotidiane e proposte concrete. Ne è scaturito un intenso pomeriggio di confronto, conclusosi con l’approvazione all’unanimità di una serie di richieste che nelle prossime settimane saranno sottoposte al Gran Consiglio e al Consiglio di Stato.
La nuova Sessione si inserisce nel solco di quella organizzata nel 2024. Proprio partendo da quell’esperienza, diversi partecipanti hanno espresso insoddisfazione per la mancanza di risultati tangibili ottenuti. «Le persone disabili hanno manifestato insoddisfazione rispetto a quanto richiesto su molti fronti: mobilità, partecipazione politica, tempo libero, accesso al lavoro e altro ancora», ha sottolineato Manuele Bertoli, membro della commissione preparatoria insieme a Denise Carniel e Romolo Pignone. Le undici proposte elaborate sono state aggiornate, precisate e raggruppate in sei grandi ambiti: diritti politici, formazione, lavoro, alloggio e spazi pubblici, sanità e socialità, cultura, tempo libero e sensibilizzazione. A fare da filo conduttore a tutte le richieste vi è una rivendicazione centrale: il Ticino ha bisogno di una Legge quadro sull’inclusione, da elaborare con il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità.
Diritti politici
Sul piano dei diritti politici, i partecipanti chiedono anzitutto che il di-
Dopo Peter, storia di un camoscio e Mucche in volo, Salvioni propone un nuovo albo, sempre illustrato da Antoine Déprez, sempre ambientato in Ticino, e sempre realizzato con la accurata consulenza di Valeria Nidola, già insegnante, libraia, ed esperta di letteratura per l’infanzia.
Stavolta l’autore è Mauro Dotta e il contesto geografico (dopo la Vallemaggia per il camoscio Peter, e la Valle Lavizzara per Mucche in volo) è la Leventina, in particolare Airolo, quel «piccolo villaggio incastrato tra le montagne», da cui prende le mosse il narratore di questa storia, la quale si sviluppa su due piani narrativi. Uno nel presente, in cui il giovane narratore racconta di aver trovato in solaio un «disco di legno» dall’origine misteriosa: per scoprirne di più si reca dall’anziana Alda, che rievoca un’antica leggenda. Da qui prende il via l’altro piano narrativo, quello centrale, ambientato nel passato. La leggenda racconta della tradizione di mettere fuori
battito sulla futura legge cantonale sull’inclusione possa iniziare già nel corso di quest’anno. Viene inoltre sollecitata una maggiore accessibilità ai documenti, ai video e ai materiali informativi prodotti dallo Stato, attraverso il coinvolgimento diretto delle persone interessate, così da individuare e superare le difficoltà che incontrano quotidianamente. Un’altra richiesta riguarda l’avvio della revisione costituzionale necessaria per estendere il diritto di voto alle persone sotto curatela, senza attendere eventuali modifiche a livello federale.
Formazione
Il tema della formazione è stato al centro di numerose testimonianze dirette. Le persone coinvolte hanno evidenziato difficoltà che emergono fin dall’infanzia e che spesso accompagnano il percorso scolastico e professionale. Tra le proposte avanzate figurano il riconoscimento dei diplomi ottenuti attraverso percorsi di formazione empirica, la creazione di classi adeguate ai bisogni dei bambini sordi con docenti specificamente formati, la presenza di interpreti della lingua dei segni e l’insegnamento gratuito di quest’ultima ai genitori. Si chiede inoltre di rafforzare l’informazione e la sensibilizzazione attraverso una formazione continua obbligatoria per il corpo docente sui diversi aspetti legati alla disabilità.
Lavoro
Anche nel mondo del lavoro il percorso verso una reale inclusione viene giudicato ancora lungo e complesso. Le risposte ricevute dal Cantone dopo la prima Sessione sono state ritenute insufficienti e per questa ragione è stato costituito un gruppo di approfondimento dedicato alle problematiche occupazionali. Tra le proposte
figurano l’introduzione di una quota minima del 2% di persone con disabilità negli enti pubblici, incentivi alle aziende che favoriscono l’inserimento professionale di persone disabili nell’ambito degli appalti pubblici e la valorizzazione della figura del case manager, un professionista in grado di accompagnare le persone nella scelta del percorso lavorativo più adatto alle loro capacità e competenze.
Alloggi e spazi pubblici
Sul fronte degli alloggi e degli spazi pubblici vengono avanzate diverse richieste per migliorare l’accessibilità. In particolare, si propone l’adozione di sistemi di comunicazione visiva, e non soltanto sonora, che
possano essere utilizzati anche dalle persone sorde. I partecipanti chiedono inoltre di eliminare gli ostacoli che ancora limitano l’accesso ai mezzi di trasporto pubblici e di garantire una formazione adeguata al personale che opera a contatto con il pubblico. Nel dibattito è stata citata come esempio positivo la recente apertura del Centro multifunzionale dedicato alla formazione e all’intrattenimento (Cmfg Arena) di Sigirino, una struttura moderna che ha posto inclusività e accessibilità al centro della progettazione. Un’esperienza che sarà approfondita in uno dei prossimi numeri di Azione.
Sanità e socialità
Numerose richieste riguardano an-
che l’ambito sanitario e sociale. Le persone sorde chiedono la disponibilità di mascherine trasparenti certificate, una formazione specifica del personale sanitario sulla comunicazione visiva, la possibilità di usufruire di interpreti della lingua dei segni anche tramite videochiamata e la presenza di tablet nei reparti ospedalieri per facilitare la comunicazione scritta. Altre persone con disabilità hanno invece richiamato l’attenzione sui tempi necessari per ottenere le prestazioni complementari e sulla necessità di garantire una maggiore continuità negli interventi dei servizi di assistenza a domicilio.
Tempo libero e sensibilizzazione
L’ultimo grande capitolo concerne il tempo libero, la cultura e la sensibilizzazione. Alcuni passi avanti sono stati riconosciuti, come l’esenzione dalla tassa per i cani d’assistenza riconosciuti dall’AI, i miglioramenti introdotti negli esami di guida e la mappatura di 158 luoghi culturali e turistici accessibili. Secondo i partecipanti, tuttavia, questi progressi non bastano. Si propone quindi la creazione di un gruppo di lavoro dedicato ad approfondire ulteriori misure, con particolare attenzione alle attività di sensibilizzazione nelle scuole e alla promozione di una cultura dell’inclusione sempre più diffusa. Le undici proposte approvate rappresentano molto più di un elenco di rivendicazioni: costituiscono una richiesta chiara affinché il principio dell’inclusione trovi finalmente un’applicazione concreta e trasversale in tutti gli ambiti della società. Ora la parola passa alle istituzioni, chiamate a trasformare le proposte emerse dalla Sessione in misure capaci di migliorare, davvero, la vita quotidiana delle persone con disabilità e di costruire un Ticino più accessibile a tutti.
dalla finestra, ad ogni prima nevicata dell’anno, un tipico biscotto airolese, il «crèfli», per ringraziare e propiziarsi i «Lenchias», sorta di folletti protettori della natura e dei villaggi, che mantengono in equilibrio la vita dell’uomo e quella del paesaggio naturale. Ma, come ogni creatura magica appartenente al «Piccolo Popolo» delle foreste, i Lenchias possono essere anche vendicativi, se si sentono oltraggiati. Ed è ciò che successe quell’anno ad Airolo, l’anno della valanga. Una storia che tra le righe parla dell’oltraggio che infliggiamo alla natura, dei danni che tutto ciò provoca, e di come sia importan-
te avere un atteggiamento di rispetto e non di predazione. «Tutti noi possiamo essere Lenchias» ricorda l’anziana Alda al ragazzino. Al volume è annesso un opuscolo informativo dal titolo Airolo, il paese che convive con la neve, curato da Mauro Dotta e da Salvioni Edizioni. Qui troviamo, tra gli altri inserti, il toccante diario che una ragazza di nome Emilia Dotta-Zoppi scrisse nell’inverno del 1951 (Emilia, classe 1927, era allora 24enne), nel quale annotava, in tempo reale, i fatti relativi alla tragica valanga che appunto nel 1951 colpì Airolo. L’operazione editoriale I Lénchias offre così due proposte di lettura: una, l’albo, che è una storia fantastica e immediata per i più piccoli, e l’altra, l’opuscolo, che è un interessante materiale documentario di approfondimento e riflessione da condividere in famiglia o a scuola.
Marco Viale
Porfirio. Una fame da leone!
Sinnos (Da 6 anni)
Procede allegramente sgangherata
l’avventura rocambolesca del leone
Porfirio che, spinto da una fame «fa-
missima» e dai consigli di Tarcisio il coccodrillo – il cui cugino Pancrazio lavora nella piscina di una vecchia contessa e conosce il mondo – lascia la foresta e si avventura in città alla ricerca dei panini più buoni che si possano immaginare, farciti di ogni sorta di succulenta leccornia. Già arrivare in città non sarà facile, e il travestimento che Porfirio sceglie non riesce a nasconderne del tutto la natura animalesca: i piccoli lettori rideranno quindi sin dalle prime vignette di questo fumetto (il primo fumetto di Marco Viale, il quale aveva già pubblicato con Sinnos due divertenti al-
bi illustrati: Alberto, Gustavo e l’osso, e Carlo oggetti smarriti), che riesce a innescare lo humour dal contrasto tra immagine (Porfirio seduto sull’autobus, imbaccuccato in un improbabile cappotto da distinto signore) e balloon (il bambino che dice alla mamma: «Mamma, quel tipo ha dei denti che sembrano zanne…» e la mamma che risponde molto politically corrected «Non si dicono certe cose, è da maleducati»).
Pur di gustare quei leggendari panini, Porfirio si sobbarcherà grandi fatiche (come una messa in piega da un rinomato coiffeur) e vari pericoli, dal finire su un camion della spazzatura ed essere scambiato per un tappeto, al rischio di essere arrestato dalla goffa ma molto agguerrita Squadra Antibricconi. Una storia picaresca di un «buon selvaggio» nelle insidie della «civiltà», che può richiamare, su un registro certo più farsesco, quella di Babar, ma che punta decisamente all’iperbole comica e al finale spiazzante, sottolineando – e questo è un tema di riflessione – la difficoltà di sentirsi spaesati e diversi in un posto che ti percepisce come straniero.
di Letizia
Bolzani
Tra le richieste vi è anche l’insegnamento gratuito della lingua dei segni ai genitori di bambini sordi (Magnific.com)
La scrittura giornalistica come spazio politico
Libri ◆ Gli articoli di Alba De Céspedes raccolti da Olga Campofreda raccontano la storia della nostra società «dalla parte di lei»
Mara Travella
Vorrei trascorrere una domenica da uomo. Scritti sulle donne e il loro ruolo nella società uscito da poco per Mondadori e per le cure della ricercatrice e autrice Olga Campofreda è una raccolta che riunisce per la prima volta una parte consistente dei contributi di natura principalmente giornalistica della scrittrice italo-cubana Alba De Céspedes. Un volume che in un certo senso ci riporta «lì dove tutto è iniziato», poiché è su un giornale che De Céspedes pubblica, nel 1934, il primo racconto, ed è anche attraverso il giornalismo che l’autrice trova la propria voce e la propria, difesissima, indipendenza.
Quando nel 2022 l’immagine dell’iceberg delle autrici italiane del Novecento, curato dal collettivo Mis(s)conosciute e dall’illustratrice Virginia Taroni, ha fatto il giro delle piattaforme social approdando all’interno di librerie, spazi culturali e accademici, Alba De Céspedes non risultava tra le fortunate emerse, ossia tra le autrici maggiormente studiate e conosciute nel panorama contemporaneo, a dispetto del grande successo avuto in vita, confermato anche dall’enorme diffusione in traduzione che ebbero molte delle sue opere. Anche De Céspedes, come ricorda la curatrice nell’introduzione alla raccolta, ha dovuto attendere il famoso «effetto Ferrante», ossia la spinta a rileggere e anche ripubblicare opere di voci
di donne del Novecento italiano sulla scorta del successo della saga di Elena Ferrante. Alle nostre latitudini, nel merito degli studi sulle donne nell’editoria, recentemente il nome dell’autrice italo-cubana è stato messo in luce nel contesto di una pubblicazione della ricercatrice Miriam Nicoli, dedicato alle lettere ritrovate tra la scrittrice e la direttrice della biblioteca cantonale di Lugano Adriana Ramelli. L’operazione dunque, per chi sulla scorta di pubblicazioni precedenti già conosce l’opera dell’autrice, arricchisce e completa il suo profilo, poiché permette di osservare e anche di comprendere i piani di lavoro diversi, eppure dialoganti, sui quali De Céspedes è stata impegnata nell’arco di tutta la sua carriera. Ci si immagina una scrivania decespediana in cui accanto ai fogli e agli appunti – rigorosamente scritti a mano – che sarebbero andati a formare le pagine dei suoi romanzi si trovino le lettere dei lettori e delle lettrici della rubrica Dalla parte di lei, insieme alle bozze delle risposte; sparsi su quel tavolo anche i dattiloscritti di articoli giornalistici o le minute di riflessioni che poi sarebbero apparse sulle pagine di «Mercurio», di «Epoca» o di altre testate. Per chi invece ancora non ha avuto tra le mani uno dei romanzi dell’autrice, come Nessuno torna indietro (1938) o Quaderno proibito (1952), la raccolta
costituisce un’intrigante porta d’accesso alla lettura. Il volume consente di attraversare per nuclei tematici le riflessioni di un’autrice che ha segnato il Novecento letterario non solo con la sua produzione letteraria, ma anche per il suo contributo intellettuale al dibattito del tempo, in particolare legato all’emancipazione della donna.
Gli scritti giornalistici, condensati principalmente tra gli anni Cinquanta e Sessanta, rappresentano infatti per De Cespedes uno spazio politico di libertà. Come puntuale osservatrice della sua epoca l’autrice pone al centro di molte sue riflessioni la questione del lavoro, sia nella difesa della legittimità del lavoro culturale, sia nella difesa del lavoro domestico e
La scrittrice italo-cubana Alba De Céspedes a Roma nel 1952 (Wikimedia).
nella lotta per la parità di genere: sono ricorrenti, nel corso degli anni, gli interventi giornalistici che vertono sulla necessità d’indipendenza della donna, a dispetto di una società che, pur essendosi lasciata alle spalle il fascismo, ancora la vorrebbe «regina del focolare». Nel pieno dei dibattiti sulla possibilità delle donne di esercitare la professione di magistrate, oppure nel sostegno alla legge sul divorzio, De Céspedes interviene portando la propria competenza e sensibilità.
Intercettando molte delle istanze proprie del femminismo l’autrice dedica delle pagine acute e puntuali al «delitto d’orgoglio» – quello che oggi abbiamo imparato a chiamare femminicidio – o allo sguardo maschile sul corpo femminile, come fa in uno
sferzante, e quantomai attuale, articolo intitolato I pappagalli e le stranier e: una sorta di resoconto di vacanza romana, costellato di catcalling Ancora più evidente dell’attenzione data alle istanze del suo presente – citando Puskin De Céspedes rivendica l’importanza di «descrivere gli avvenimenti contemporanei affinché in futuro si sappia come riferirsi a noi» – è la sezione del libro dedicata alle lettere della rubrica Dalla parte di lei (19521958) una delle più curiose, dense e ironiche del volume, in cui la scrittrice dialoga con un fedele pubblico lettore, spesso in prevalenza maschile. È evidente come l’amore diventi una questione politica, e l’aneddoto privato, relativo a una delusione amorosa o a un conflitto di coppia, si faccia subito pretesto per riflettere più ad ampio raggio su dogmi e convinzioni; l’autrice stessa ribadisce in una lettera come non si tratti mai di un problema «soltanto sentimentale […] ridicolo o banale» ma di un «problema grave, un conflitto umano o sociale» che «tratta dello scontro tra i nostri principi, i nostri doveri e la nostra coscienza, la nostra educazione, e il nostri desideri, le nostre più segrete aspirazioni». Chiude il volume, in appendice, una vasta e densa intervista – ormai divenuta introvabile – tra l’autrice e la ricercatrice Piera Carroli, che Campofreda ha il merito di aver reso finalmente disponibile al pubblico.
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Dispacci di Dendrosofia
La guerra al caldo torrido nelle nostre città
Essì, fa caldo, moooolto caldo. Uscire? Che fatica… stare in casa? Che fatica… lavorare? (ovviamente) che fatica… accendo il condizionatore? O basta la ventola? Di più, di meno? Guardo uno dei gatti neri che se ne sta sdraiato sul telaio di una finestra, immobile, spiaggiato, nemmeno sembra essere vivo. Che caldo, notte e giorno, non si distingue tanto è intenso e costante. Basterebbe una lieve brezza, ma niente, non ne vuole proprio sapere. Qui siamo in un villaggio a trenta chilometri da Torino, ai piedi dei monti, già a trecento metri di altitudine sebbene l’illusione della pianura, vera o falsa, che termina negli orti delle nostre abitazioni, sembrerebbe portarci allo stesso livello della periferia del capoluogo piemontese. D’altronde, a meno di un’ora da qui c’è il confine con la Francia, e dunque i valichi, le montagne, qualche cima. Un tempo in vallata si veniva «ai freschi», ora puoi cuocere come in qualsiasi altro punto della grande pianura padana, forse soltanto
qualche grado di zanzare in meno. I giardini delle nostre case ospitano alberi e arbusti, la collina che sovrasta questa parte del villaggio è tutta un bosco, eppure il caldo picchia. Ovviamente la periferia di Torino, o a una delle sue piazze storiche, Piazza Castello o Piazza Vittorio, suggeriscono l’immagine di un bruciante calore che le distese di asfalto e marmi producono, come se fossero delle stufe accese o distese di braci ardenti, manca il respiro solo a pensarci.
Come si potrebbe agire in questo panorama climatico oramai condizionato e mutato? Riducendo ad esempio la superficie delle strade e creare giardini, nuovi viali alberati, ricoprire gli edifici di pareti vegetali, queste sono le soluzioni che alcune città stanno adottando, sempre che l’abbattimento degli alberi non proceda con un tasso maggiore rispetto al piantare nuovi alberi. Di certo la gestione arborea in una città popolata, frenetica, caotica, trafficata, è complessa, esistono problemi di stati-
La stanza del dialogo
cità, di sicurezza e incolumità, dunque per i cittadini, rese poi evidenti ad ogni temporale. Esistono problemi di riqualificazione, soprattutto nei viali usurati dal tempo e dal traffico, con alberi spesso malati che se l’amministrazione decide di sostituire, comitati di cittadini si oppongono in modi anche creativi, grazie ad una sorta di isterismo costante che i diversi canali di informazione e comunicazione consentono. Gli alberi potranno salvare le nostre città dalla desertificazione e noi da estati sempre più torride? Togliamo le strade, il 20 o il 30% delle strade e delle piazze, via cemento e asfalto e sì a terra, prati e alberi. Piccolo problema: l’acqua che occorre per annaffiare prati e alberi? L’acqua va razionata, ma possiamo usarla per nuovi spazi verdi? Massì, usiamola, finché ce n’è… ammettiamo dunque che i costi per la riforestazione urbana siano accettabili e sostenibili, ammettiamo che le specie arboree selezionate possano resistere al cambiamento climatico, gli aceri soffrono
«Mi piacciono due ragazzi, quale scegliere?»
Gentile professoressa, sono una studentessa di 18 anni alle prese con un problema insolubile. Non ho mai avuto corteggiatori ma ora nello stesso momento si sono fatti avanti due pretendenti circa della stessa età: 23 e 24 anni. Tommaso è di famiglia benestante e destinato a fare il commercialista. Non è proprio bello ma è alto e sportivo, gira in Mercedes, è vestito alla moda e mi invita per aperitivi nei migliori locali, dove incontriamo i suoi amici e conoscenti. Con lui il dialogo è sciolto, divertente, spiritoso ma, a dire il vero, anche un po’ superficiale. Al contrario Luca, che ha già terminato gli studi, porta con disinvoltura una zazzera incolta, un abbigliamento approssimativo, una vivacità coinvolgente. È un fotografo indipendente che propone immagini della realtà e degli avvenimenti cittadini alla stampa locale. È un viaggiatore del mondo, capace di entrare in
contatto con le persone più diverse. Mi affascina per il suo stile, così fuori dagli schemi, e perché mi trasmette un senso di libertà. Per un verso o per l’altro mi piacciono tutti e due. So di dover scegliere ma non ci riesco. Più mi sforzo, più mi sento bloccata. Non so come gestire una decisione che non riesco a prendere. Forse perché, ora me ne rendo conto, sono sempre stata guidata da mia mamma che, in un modo o nell’altro, ha sempre influenzato le mie decisioni. Le confesso che non dormo la notte e mi confido solo con l’amica del cuore che, per quanto sia partecipe del mio turbamento, non può decidere per me, il problema è mio e devo risolverlo io . Ma come? Mi aiuti, la prego. / Mara
Cara Mara, il tuo non è un problema insolubile, ma una domanda importante su come diventare autonoma nelle scel-
Alimentazione
te affettive. Stai sperimentando simultaneamente due promesse di vita: una promessa di sicurezza sociale con Tommaso e una promessa di scoperta e relazione più intensa con Luca, entrambe sensate. Occorre capire quale di queste promesse risuona con ciò che desideri costruire ora e, soprattutto, quale ti aiuta a crescere. Osserva la qualità del tempo trascorso: se, dopo un incontro, senti di aver perso te stessa, di aver recitato, è un segnale che la relazione non lascia spazio alla costruzione della tua identità, mentre se torni a casa con curiosità, energia e pensieri tuoi è un buon segno.
Le serate mondane mostrano lo stile, la quotidianità rivela il valore. Chiediti con chi puoi parlare dei tuoi progetti e chi ascolta senza bisogno di compiacerti: la continuità emotiva e
Tra bacche di Goji e semi di Chia
Buongiorno signora Botticelli, mi chiedo se le bacche di Goji e i semi di Chia fanno veramente così bene come dicono o è tutta pubblicità? Perché un po’ tutti i miei conoscenti ne consumano chi più e chi meno per sentirsi più sani. Posso avere un suo gentile parere? Li consiglia?
Cordiali saluti, Cinzia
Gentile Cinzia, la ringrazio per la domanda. Le bacche di Goji è un nome relativamente nuovo attribuito al lycium barbarum e al lycium chinense, due specie con lunga tradizione di utilizzo come piante officinali soprattutto in Cina, e per la medicina tradizionale cinese viene utilizzato per trattare diverse condizioni, tra cui il dolore addominale, l’infertilità, la visione offuscata, la tosse secca, le vertigini e il mal di testa. La sua popolarità è cresciuta recentemente anche da noi grazie a una efficace strategia di marketing.
il caldo eccessivo, forse saranno meglio altre essenze, ficus retusa al posto dei platani? Araucarie australiane e eucalipti al posto di ippocastani, bagolari e faggi? Ammettiamo poi che gli spazi tolti alle auto e ai cittadini non creino disagi, ammettiamo che l’acqua necessaria per non far perire le miglia di alberi da far crescere e i prati e gli arbusti e le piante fiorite sia disponibile, e ammettiamo anche che tutto questo basti a calmierare, il calore che opprime le nostre città. Quanto tempo ci vorrà per arrivare a questi risultati, sempre che nel frattempo il calore non aumenti ulteriormente? Promettere è facile, organizzare, programmare e gestire, e investire è ben altro. Certo, sappiamo che le città più ricche di alberi e viali alberati e boschetti placano non il calore in termini assoluti, ma relativi, e localmente, sono ovviamente i quartieri beneficiati da queste disposizioni che abbattono le conseguenze della calura. E nemmeno a dirlo, sono spesso i quartieri benestanti
che giovano di talune possibilità, non certo le vaste periferie, la banlieu infinita, i quartieri popolari periferici e ultraperiferici. Là, il caldo asfissiante, è soltanto un’ennesima tegola del destino, come altre.
Esistono allora alternative ai nostri fratelli alberi? Case più isolate? Risparmi energetici? Doppi vetri? Smart-working per evitare a troppa gente di spostarsi nelle giornate più inclementi? Ecco, già questa parrebbe una soluzione possibile, l’esperienza degli anni di Covid non sarà andata tutta perduta, o sì? Evitare l’uscita di casa sarebbe forse già un aiuto, se tutti coloro che lavorano nelle aziende pubbliche potessero svolgere, nei casi opportuni, lavoro da casa, evitando di ingolfare strade e mezzi pubblici, risparmiando benzina e energia elettrica? Ma aumentando l’uso di energia nelle abitazioni, e dunque? La sfida al cambiamento climatico nelle città sarà certamente un tema centrale in questo immediato futuro e non basteranno slogan o promesse da guru.
l’affidabilità sono fondamentali nella fiducia affettiva.
Quanto a tua madre, Erikson ci ricorda che scegliere è prendere possesso del proprio Sé, sottrarsi ai desideri altrui. Comunque non sentirti obbligata a una decisione definitiva. A diciotto anni molte relazioni servono innanzitutto a capire sé stessi, a sperimentare la propria identità, a definire i propri gusti. La libertà affettiva si costruisce con piccoli atti di autonomia quotidiana e ogni scelta, anche imperfetta, insegna qualcosa.
Le relazioni non sono gare di perfezione ma pratiche dove si impara a conoscere l’altro e se stessi. Potresti infatti decidere di non scegliere né l’uno né l’altro corteggiatore ma attendere una nuova, inedita, possibilità, una terza persona che incarni il sogno d’amore. L’innamoramento si contraddistigue
da altri sentimenti perché si prova per un oggetto unico, incomparabile, insostituibile. Sarà poi il tempo a relativizzare lo slancio iniziale ma viverlo ci fa sentire capaci di scrivere, per quanto possibile, la nostra storia. In ogni caso tieni conto che le scelte non sono mai gratuite: comportano la perdita di altre possibilità, di differenti percorsi esistenziali. Tuttavia una vita senza scelte equivale a una morte a piccole dosi. Con fiducia nelle tue capacità attuali ti invio affettuosi auguri per il futuro.
Informazioni
Inviate le vostre domande o riflessioni
a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)
Le bacche sono principalmente costituite da polisaccaridi, vitamine A in quantità significativa, riboflavina, tiamina e vitamina C, flavonoidi, tocoferoli e composti fenolici. Alcuni componenti del Goji hanno mostrato interessanti proprietà antiossidanti e farmacologiche in vitro e su modelli animali, soprattutto per la prevenzione delle malattie legate all’età. Tuttavia, molti degli effetti benefici osservati negli studi sperimentali derivano da estratti concentrati, quindi con dosaggi molto superiori rispetto a quelli consumati nella dieta quotidiana. Da noi le bacche sono solitamente consumate fresche, essiccate come snack o aggiunte a yogurt, muesli e porridge o sotto forma di succo e tè o tisane. Le quantità realmente consumate sono generalmente modeste e nel caso di tè e tisane il quantitativo può essere ancora inferiore. Per questo i benefici osservati in laboratorio non
sono sempre sovrapponibili al nostro consumo reale. Non c’è nessun dubbio che si tratti di un frutto molto nutriente, lo si può definire un promettente agente anti-età ma mancano risultati consistenti da studi clinici sull’uomo. Meglio diffidare quindi di chi li propone come la cura miracolosa di benessere e longevità perché non hanno alla base evidenze scientifiche approvate… anche se non nego che sarebbe bello immaginarlo. Per quel che concerne i semi di Chia i componenti principali e più importanti includono la fibra solubile e insolubile, i grassi omega-6 e omega-3, le proteine caratterizzate da un buon quantitativo di amminoacidi essenziali, i minerali, le vitamine e i composti fitochimici con attività antiossidante (fenoli e isoflavoni). In particolare, risulta significativo il contenuto di fibra, calcio, fosforo, magnesio, rame, selenio e manganese per porzione.
Gli studi ad oggi sui loro effetti benefici sono ancora limitati e le evidenze non conclusive, sono stati al momento ipotizzati effetti positivi sulla pressione arteriosa, sul profilo lipidico e sullo stress ossidativo. Sulla base di quel che oggi si sa, non esistono indicazioni specifiche su linee guida nutrizionali, ma la loro assunzione può probabilmente contribuire alla qualità della dieta, grazie all’elevata concentrazione di nutrienti dalle importanti proprietà funzionali. Il quantitativo raccomandato è solitamente pari a 15 – 25 g/giorno, sebbene in alcuni studi vengano usati quantitativi molto maggiori. Nel 2000 le linee guida dietetiche americane hanno raccomandato di non superare i 48 g/giorno di semi di Chia. Un’altra caratteristica è che sono in grado di assorbire un grande quantitativo di acqua, assumendo una consistenza gelatinosa. Possono quindi essere aggiunti ad alimenti liquidi o
a yogurt e puree di frutta e consumati da chi ha problemi di stitichezza. È possibile anche consumarli tali e quali come ingredienti nelle insalate. In conclusione questi alimenti possono essere aggiunti senza problemi all’interno di un’alimentazione equilibrata, ma non li dobbiamo considerare alimenti «miracolosi» o indispensabili. Più rispondo alle vostre interessanti domande, più mi rendo conto che un fil-rouge tra le mie risposte è che non ci si deve concentrare solo su un ipotetico superfood: dobbiamo piuttosto considerare l’insieme di quello che mangiamo sempre per restare in salute.
Informazioni
Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)
di Laura Botticelli
di Tiziano Fratus
di Silvia Vegetti Finzi
ATTUALITÀ
Venezuela
Il terremoto tra i racconti commoventi dei sopravvissuti e i timori di un’improvvisa esplosione sociale
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Stati Uniti
È andata male a Trump la guerra all’Iran e forse siamo davvero di fronte alla fine di un’ottantennale egemonia americana
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L’IVA tra pensioni e forze armate
Sudafrica Sembra incredibile che nel Paese che sconfisse l’apartheid si stia scatenando la persecuzione dei numerosi stranieri
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Svizzera ◆ L’anno prossimo saremo chiamati a votare ben due volte sull’aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto: sarà una cartina di tornasole dell’ultimo anno di questa Legislatura
Roberto Porta
Ci aspettano mesi a tutta… IVA. L’Imposta sul Valore Aggiunto ci chiamerà alle urne per ben due volte nel corso del prossimo anno. In un primo momento, il 29 novembre, si dovrà decidere se accrescere dello 0,4% il tasso di riferimento medio dell’IVA al fine di garantire, perlomeno in parte, il finanziamento della 13esima AVS. Proprio alla fine di quest’anno i pensionati svizzeri riceveranno per la prima volta questa rendita aggiuntiva, accettata due anni fa in votazione popolare dal 58% dei cittadini. Il secondo appuntamento è invece previsto nella prima metà del 2027, quando dovremo votare su un ulteriore innalzamento dell’IVA, pari allo 0,5%, questa volta per finanziare le prossime spese della nostra difesa. L’esercito è più che mai intenzionato a rimpinguare i propri arsenali, sospinto dalla volontà di Governo e Parlamento, a loro volta trainati dalla maggioranza borghese che li guida. Due chiamate alle urne motivate dal fatto che il tasso dell’IVA è fissato nella nostra Costituzione, ogni modifica richiede pertanto il nullaosta di popolo e cantoni. Ma al di là delle votazioni previste, va detto che questi due aumenti dell’IVA in contesti così diversi – pensioni e forze armate – ci possono aiutare a capire alcune delle principali dinamiche che attraversano oggi il paesaggio politico elvetico. I vari dibattiti che ruotano attorno all’imposta sul valore aggiunto possono dunque essere visti anche come una sorta di cartina di tornasole, per guardare all’ultimo anno di questa legislatura, che terminerà con le elezioni federali previste nell’ottobre 2027. Iniziamo dalla 13esima AVS e dal suo finanziamento.
I fondi per l’AVS
Nei mesi scorsi le Camere federali hanno discusso in lungo in largo delle modalità con cui trovare i fondi per versare questa 13esima AVS ai pensionati svizzeri, una rendita supplementare che nei prossimi anni comporterà una fattura di oltre 4 miliardi di franchi all’anno. Dopo lunghi e accesi dibattiti la soluzione trovata è tutt’altro che soddisfacente, perché l’aumento di durata illimitata dell’IVA, pari allo 0,4%, non permetterà certo di garantire al nostro primo pilastro un finanziamento durevole nel tempo, sono infatti previste entrate supplementari pari soltanto un miliardo e mezzo all’anno. In novembre si andrà dunque alle urne per decidere il destino di una soluzione raffazzonata, trovata dopo ben sei dibattiti parlamentari e re-
sa possibile solo da un compromesso, zoppicante, raggiunto all’ultimo minuto dalla cosiddetta Conferenza di conciliazione, la commissione che in extremis cerca una soluzione condivisa tra le due Camere del Parlamento federale. E così vien da chiedersi chi difenderà, con la dovuta convinzione, questo modello di finanziamento durante la campagna che porterà al voto del prossimo mese di novembre.
Il vero nodo da sciogliere
A sinistra si mirava ad un modello misto, con l’aumento dell’IVA ma anche con un incremento dei prelievi sugli stipendi, a destra invece si voleva far leva sul solo aumento dell’IVA, ma in modo limitato nel tempo, fino al 2033, per poi forgiare una riforma globale del sistema AVS. E qui si sono già fatte sentire le voci di chi ritiene che l’equilibrio finanziario del primo pilastro non possa fare a meno anche di un aumento dell’età di pensionamento. Aumento su cui popolo e cantoni avevano già votato nel 2024, con un rifiuto secco pari al 74%. Tre cittadini su quattro non ne vogliono sapere di lavorare più a lungo, un mu-
ro di «no» che al momento non sembra tuttavia scoraggiare chi mira a spostare l’età del pensionamento oltre i 65 anni di età.
Il piano di Pfister
Frutto di un’iniziativa dell’Unione sindacale svizzera, la 13esima AVS poggia dunque su basi normative e finanziarie piuttosto scricchiolanti e il dibattito sul suo finanziamento apre la strada al ritorno in primo piano del vero nodo da sciogliere in questo ambito: l’età di pensionamento o perlomeno una maggiore flessibilità prima e dopo il 65 anni di età, come del resto mira a fare anche un progetto in materia da poco presentato dal Consiglio federale. Prima di passare a dare uno sguardo alle dinamiche politiche che riguardano l’aumento dell’IVA a favore dell’esercito va fatta una precisazione: l’aliquota in questione è quella chiamata «normale», pari oggi all’8,1%, e riguarda la maggior parte dei beni e dei servizi, l’incremento non tocca invece l’aliquota ridotta per il settore del turismo e quella per i prodotti di prima necessità, gli alimentari o i medicinali ad esempio. Ma veniamo appunto all’esercito.
Il ministro della difesa Martin Pfister è convinto della necessità di un aumento dell’IVA, dello 0,5% per dodici anni, per finanziare gli investimenti delle nostre forze armate, in particolare per quanto riguarda la difesa dello spazio aereo e la lotta contro la cybercriminalità. Il problema, per Pfister, sta nel fatto che questo aumento non piace quasi a nessuno, fatta eccezione per il Centro, il partito del ministro zughese. L’incremento dell’IVA non aggrada nemmeno a chi sostiene sempre a spada tratta le spese militari, UDC e PLR in primis. Due partiti che sollecitano Governo e Parlamento a cercare i soldi necessari altrove, non aumentando l’IVA ai cittadini e quindi il costo della vita. Una posizione che trova conferma anche nei recenti sviluppi che riguardano i conti della Confederazione.
Ma ora i conti vanno bene
Per la ministra delle finanze Karin Keller Sutter, madre delle misure di austerità degli ultimi anni, l’orizzonte finanziario si è fatto improvvisamente positivo. E questo grazie in particolare all’imposta sull’utile delle persone giuridiche. Grazie a diverse multina-
zionali presenti soprattutto nei cantoni di Zurigo, Basilea-città e Lucerna questo tipo di imposta potrà far registrare nel corso dell’anno prossimo maggiori entrate pari a circa un miliardo e 800 milioni di franchi. Per questo motivo «per la prima volta da sette anni a questa parte la Confederazione può presentare un piano finanziario in equilibrio», come ha fatto notare la stessa Karin Keller Sutter alla fine del mese di giugno. La ministra è persino pronta a rinunciare ad un ulteriore pacchetto di risparmi, stimato attorno ai 540 milioni, e previsto per il 2027. Tornando all’esercito, ma anche alla 13esima AVS, risulta così politicamente piuttosto delicato chiedere ai cittadini di aumentare il tasso dell’IVA, quando al tempo stesso i conti della Confederazione stanno dando risultati ben migliori del previsto. E così quella che sembrava una ricetta magica – fare leva su questa aliquota per puntellare le finanze federali – appare oggi sempre più come una sorta di zavorra, di cui liberarsi al più presto. Difendere l’aumento dell’IVA può pertanto essere politicamente rischioso, soprattutto nella lunga volata che ci porterà alle elezioni federali dell’autunno 2027.
Come appena raccolto
Le noci di cocco utilizzate per le nostre bevande provengono da piccole aziende agricole a conduzione familiare nelle Filippine. Crescono su palme alte fino a 25 metri e vengono raccolte a mano con molta cura. Per la nostra acqua di cocco utilizziamo noci giovani e mature, la cui acqua viene filtrata, pastorizzata e imbottigliata nel giro di poche ore. Certificato Fair Trade, senza additivi – Acqua di cocco pura al 100%.
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Urla, spinte e paure nel Venezuela del dopo sisma
Reportage ◆ Tra le voci dei sopravvissuti al terremoto: vivono in strada davanti agli edifici distrutti sperando di ritrovare i propri cari dispersi che ormai non rispondono più al telefonino
Angela Nocioni
I capelli neri raccolti in due grandi trecce la fanno sembrare più piccola dei suoi sedici anni. In equilibrio con i piedi poggiati su due tubi di ferro che spuntano da un alto cumulo di macerie, sospira. Si gira tra le mani un grande foglio disegnato a matita, sembra una mappa. Si chiama Felicia. Dice di non essere ancora riuscita a piangere dopo le due scosse consecutive di magnitudo 7,2 e 7,5 del 24 giugno. «Credo che mio padre sia qui sotto, questa era casa sua, ma per sapere dove scavare dobbiamo ricostruire il disegno dell’edificio» spiega con ciglio asciutto e mani tremanti porgendo il foglio con estrema cura. Il cumulo di mattoni sbriciolati e terra è quel che resta di una palazzina bassa e lunga vicino all’accesso alla Francisco Fajardo, l’autostrada che entra nella periferia di Caracas sotto la costa del Monte Avila coperta da ranchos, le baraccopoli di latta e mattoni che dominano la capitale dall’alto.
Racconta Felicia. «Dopo le prime due scosse il telefono di papà non ha mai più squillato, deve esser qui sotto, voglio il suo corpo» dice scrutando quel disegno come se si aspettasse una risposta da quel groviglio di frecce e rettangoli sovrapposti.
La catastrofe naturale può ridurre in macerie anche l’accordo con il presidente Usa Trump che ha già ottenuto molto petrolio
Non ci sono ruspe qui intorno, soltanto una ventina di uomini con pale e badili. Dice Felicia: «Una ruspa l’ho trovata, ma mi hanno chiesto 2600 dollari». I primi giorni subito dopo il terremoto il regime chavista che governa il Venezuela dal 1999 anche dopo l’arresto di Maduro ha mostrato di saper tenere sotto controllo la situazione utilizzando la capillare rete di distribuzione di beni di prima necessità rodata negli anni e gestita dalle forze armate. Ha centralizzato immediatamente l’organizzazione degli scavi per la ricerca di sopravvissuti. Migliaia di volontari sono scesi in strada per aiutare, la gente del Venezuela ha una lunghissima storia di reti civili di quartiere autorganizzate.
Si scava con le mani
«Nei primi giorni aiutavamo le squadre di soccorso del Governo» spiega Nelson, ingegnere quarantenne emigrato dieci anni fa in Ecuador e tornato a Caracas un mese fa per le vacanze. «Poi – continua – quando abbiamo visto persone davanti a edifici di cui era rimasta in piedi solo la facciata senza che nessuna squadra governativa arrivasse ad aiutarli, abbiamo cominciato a scavare per conto nostro. Il problema sono le ruspe. Molti privati le hanno messe a disposizione gratis, ma non bastano, si scava con le mani». A Caracas la città è ancora quasi tutta in piedi, è nella zona portuale della Guaira il peggior disastro. Lì la gente vive in strada davanti alle case distrutte. C’è odore di corpi putrefatti, c’è rischio di epidemie. Racconta Nelson: «Ho visto con i miei occhi una cinquantina di persone mettersi fare barriere per fermare i camion, hanno implorato i primi due camionisti in transito perché li aiutassero ad usare i loro camion per spo-
stare detriti. Urla, spinte, disperazione pura: una scena straziante». Nei pochi negozi rimasti in piedi a La Guaira due giorni dopo il terremoto sono cominciati i saccheggi. Il regime, che teme di perdere il controllo dell’ordine pubblico, ha mandato centinaia di agenti della Guardia Nazionale Bolivariana con mitra e scudi. È stato improvvisato un obitorio nel porto di La Guaira. Centinaia di sacchi al sole. Agenti armati con mascherine presidiano sotto il sole l’obitorio dove vagano stravolti i parenti dei dispersi.
Si rischia l’esplosione sociale
Il rischio dell’esplosione sociale cresce con il passare dei giorni, le forze
armate rispondono al loro capo politico degli ultimi dieci anni, Diosdado Cabello, il numero due del Governo. Cabello, già potente durante la presidenza del presidente Hugo Chávez – morto nel 2013 – è diventato il capo reale della macchina governativa dopo la cattura del successore alla presidenza, Nicolás Maduro, da parte delle forze speciali statunitensi con bombardamento notturno il 3 gennaio della Delta Force durante il quale sono stati uccisi i trenta agenti cubani della scorta. Maduro è stato subito sostituito dalla sua vice Delcy Rodríguez che ha contrattato con la Casa Bianca la sopravvivenza politica del regime insieme a suo fratello Jorge, presidente dell’Assemblea Nazionale.
Il terremoto devastante è piombato nel mezzo di una situazione politica e sociale molto grave con il tasso di inflazione più alto del mondo. Il crollo dei prezzi del petrolio, la pessima gestione dell’economia hanno
sfinito il Paese da cui dieci milioni di persone sono fuggite negli ultimi dieci anni. Il sistema sanitario è collassato, la rete elettrica non regge, il contrabbando è la vera economia nazionale. Da gennaio il Venezuela si è trasformato, nei fatti, in un protettorato americano. L’amministrazione Trump controlla la maggior parte delle entrate delle esportazioni del Paese da un conto Citibank a New York. La presidente ad interim Delcy Rodriguez dipende dagli Stati Uniti per rimanere al potere. Le è stato concesso di non convocare elezioni, ma in cambio ha garantito il mantenimento dell’ordine sociale e mano libera sui giacimenti.
Attendendo gli aiuti di Trump
Gabriel O., economista venezuelano testardamente deciso a non emigrare dice: «Il terremoto può ridurre in macerie anche l’accordo con Trump. Dopo il terremoto il presidente statunitense ha menzionato il petrolio del Venezuela, dicendo: “abbiamo estratto milioni di barili di petrolio e abbiamo pagato la guerra in abbondanza” ma ora con il rischio di esplosione sociale è cambiato il quadro». Washington ha organizzato una squadra di ricerca di 250 persone. La propaganda di regime mostra Diosdado Cabello urlare contro soccorritori americani. Il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, si è impegnato a dare 300 milioni di dollari. Nota una cittadina statunitense che vive tra Miami e Caracas: «Il problema ora per Trump è che deve passare dalle parole ai fatti perché sta offrendo solo una frazione
cui il Venezuela ha bisogno». Le stime delle perdite causate dai terremoti oscillano tra i 10 e i 100 miliardi di dollari. Dieci miliardi di dollari equivalgono al 10 per cento della produzione economica annuale totale del Venezuela.
dei fondi di
Soccorritori coprono il corpo di una vittima a La Guaira.
Sotto: un uomo estratto vivo dalle macerie abbraccia il suo cagnolino. (Keystone)
Delcy Rodriguez Presidente venezuelana
Pessime notizie per noi occidentali
Geopolitica ◆ La sconfitta degli Stati Uniti in Iran segna la fine della loro ottantennale egemonia nel mondo e gli effetti continueranno anche dopo l’Amministrazione Trump
Lucio Caracciolo
Gli Stati Uniti hanno subìto in Iran la sconfitta forse più strategica della loro storia post-1945. Di fatto, segna la fine della loro egemonia globale, durata ottant’anni. Dove per egemonia intendiamo la capacità di proporsi al resto del mondo – amici, nemici o neutri – come perno del sistema. Parametro universale. Ciò che da almeno un paio d’anni gli Stati Uniti non sono più. La guerra contro l’Iran è la sanzione di questo crollo. In chiaro: non si tratta di un declino nel contesto di una fase egemonica, ma della sua fine. Argomentiamo.
L’America è stata dal secondo dopoguerra a oggi un impero di aspirazione globale, non dichiarato ma effettivo. Quattro i pilastri del sistema: la superpotenza militare, espressa nella suddivisione del pianeta in aree di responsabilità dei Comandi regionali e degli oceani, suddivisi per Flotte della US Navy, più controllo delle orbite basse via satelliti; l’uso della moneta nazionale, il dollaro, quale divisa privilegiata degli scambi internazionali; il primato scientifico e tecnologico, specie nei settori di avanguardia; il soft power, ovvero uno stile culturale vario (musica, cinema, arti varie) e una way of life capaci di affascinare le popolazioni più diverse, incluse quelle storicamente avverse (cinesi, sovietici/russi). Oltre a noi europei, confitti nella nostra presunzione di superiorità, talvolta puro snobismo.
Solo guerre perse
Il paradosso è che in questi ottant’anni gli Stati Uniti hanno combattuto molte guerre, nessuna vinta. Nella migliore ipotesi, quella di Corea può considerarsi uno stentato pareggio, del Vietnam inutile discorrere, quanto alla «guerra al terrorismo» in tutte le declinazioni – compresa quella contro l’Iran – di male (Afghanistan) in peggio (Iraq). La «vittoria» nella guerra fredda è stata più un suicidio del rivale sovietico che un’affermazione di Washington. Lo conferma il fatto che Bush abbia tentato fino all’ultimo di salvare l’Urss di Gorbaciov, temendo – con qualche ragione –il contraccolpo del crollo del suo impero sul dominio americano. Quando gli storici tenteranno un
bilancio di questo impero sui generis, molto probabilmente vedranno proprio nella «vittoria» contro i sovietici l’inizio della fine. Ovvero la sovra estensione delle responsabilità ad aree un tempo affidate al controllo nemico, di fatto ingovernabili da remoto. Insieme, l’illusione di poter convertire al proprio sistema economico, culturale e valoriale il rivale in ascesa, la Cina rossa. In una frase: la globalizzazione, intesa come graduale americanizzazione dell’umanità, è stata la tomba dell’impero a stelle e strisce.
Lo zampino di Israele
Tutti e quattro i parametri citati tendono verso il basso, mentre la Cina, che accuratamente evita di finire in guerra occupa parte dello spazio materiale e immateriale abbandonato da Washington. Tra cui la stessa Russia, con il suo ex impero centrasiatico. Tanti scricchiolii, ma fino a ieri
nessun crack. Fin quando per motivi imperscrutabili l’America è stata trascinata da Israele nel gorgo delle sue guerre senza fine, in cui non si vede quali interessi vitali Washington debba difendere. Il caso Iran è il crack. Primo, per il solo fatto di essere finita in guerra fra due potenze regionali in disputa per la prevalenza nel Medio Oriente, Washington ha dimostrato di non essere padrona della sua agenda. Nell’oramai abbastanza scoppiata coppia israelo-statunitense è stato il presunto servo (Israele) a servirsi del presunto padrone (Usa). Con risultati disastrosi per entrambi.
I limiti militari degli
States
Secondo, perché malgrado la retorica bellicista di Trump gli Stati Uniti hanno dimostrato di non potere sostenere una guerra di qualche intensità, contro uno Stato robusto, per più di qualche settimana. Le Forze armate americane non hanno né lo
spirito né le risorse per impegnarsi a fondo, anche per la fragilità del fronte interno. L’ammutinamento a bordo della portaerei Ford è solo un episodio fra i molti che testimoniano il disagio delle truppe. Il rapido esaurirsi del munizionamento e la modesta capacità dell’industria militare sono evidenti. Terzo, e più grave. Gli americani non hanno più alleati. In Medio Oriente, dove Israele in lotta per la sopravvivenza e in vena suicida sfrutta le risorse di Washington a fini propri e mina gli sforzi della diplomazia americana. In Europa, dove la Nato «cerebralmente morta» (Macron, 2019) si svela famiglia dissociata e in preda ad antichi rancori e dispute intestine. In Asia, dove Giappone e Corea del Sud considerano con orrore la tentazione trumpiana di un grande compromesso con Pechino. Per tacere di Taiwan, dove gli indipendentisti gridano al tradimento. Ciò che America non riunisce più Cina avvicina e forse presto dominerà.
L’incredibile sottovalutazione di Teheran
In Iran continueranno ancora per un pezzo gli incidenti e le fiammate belliche, inframmezzate da tregue più o meno brevi. Il cosiddetto cessate-il-fuoco provvisorio è già una capitolazione. L’incredibile sottovalutazione della Repubblica Islamica da parte degli apparati di Washington segnala un deficit culturale preoccupante. Riflesso e conseguenza della carenza di strategia.
Facile liquidare il tutto come «momento trumpiano», destinato a essere riassorbito appena l’attuale inquilino della Casa Bianca sarà pensionato. Ma i fattori interni – profonda crisi di identità, delegittimazione delle istituzioni, dispute fra poteri domestici – lasciano presumere che i guasti provocati da questa Amministrazione avranno un impatto anche nel futuro prossimo. Pessime notizie per noi occidentali.
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Alcuni iraniani passano in moto davanti a un manifesto del defunto leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, a Teheran. L’Iran sta celebrando i suoi funerali di Stato: iniziati il 4 luglio dureranno fino a domani. (Keystone)
E in Sudafrica scatta la caccia allo straniero
Africa ◆ Nelle ultime settimane un’ondata di violenza contro gli immigrati, accusati di rubare il lavoro ai locali, travolge il Paese
Pietro Veronese
La data è il 30 di giugno, un martedì. Se entro quel giorno i migranti senza permesso di lavoro che si trovano in Sudafrica non avranno lasciato il Paese, il Paese si fermerà. Più che una minaccia, è un vero e proprio ultimatum. Solo che a lanciarlo non sono le autorità ma un movimento di base intorno al quale, a quanto pare, i consensi non fanno che crescere. Si chiama March and March, è stato registrato come associazione senza scopo di lucro appena due anni fa, nel marzo 2024. Difficile dire se sia la causa oppure l’effetto delle sue campagne, sta di fatto che in queste settimane i migranti illegali sono diventati il tema numero uno del dibattito politico sudafricano. Anzi, una vera e propria crisi. All’orizzonte, le elezioni amministrative del 4 novembre, momento delicatissimo per la vacillante coalizione di governo.
Ci sono stati anche dei morti e così migliaia di migranti, a famiglie intere, sono stati messi in fuga, come dopo un terremoto
Non è soltanto una questione politica. Nelle ultime settimane un’ondata di violenza contro gli immigrati è sembrata travolgere il Paese. In diverse località, gli abitanti del posto hanno marciato contro i cosiddetti informal settlements, insediamenti non autorizzati sorti dal nulla, miserabili ammassi di lamiera senza acqua né fognature. Qui e là c’è scappato il morto, come nel caso dei cinque mozambicani di Mossel Bay, località a metà strada tra Città del Capo e Port Elizabeth. Il risultato è stato che migliaia di migranti, a famiglie intere, sono stati messi in fuga, abbandonando tutti gli averi e cercando rifugio improvvisato in strutture messe a disposizione dalle autorità locali, scuole o centri congressi, come dopo un terremoto o un’alluvione. Altri si sono accampati davanti ai consolati del loro Paese d’origine, supplicando in preda al terrore di essere rimpatriati. In qualche caso, le proteste hanno avuto una piega tra il tragico e il grottesco. A KuGompo (città che prima si chiamava East London), si è sparsa la voce che un nigeriano era stato incoronato re. Immediata la reazione, con una decina di auto date alle fiamme e negozi presi d’assalto nella zona, abitata anche da somali e pakistani. Immediato anche il sostegno di March and March e altre organizzazioni analoghe. All’altro capo del Paese, a Pretoria, un manipolo di manifestanti si è piazzato davanti all’ambasciata nigeriana con cartelli su cui era scritto «abbasso il re Ibo!» (gli Ibo sono una delle maggiori etnie della Nigeria). Gli animi si sono placati quando si è chiarito che si era trattato di poco più di una manifestazione folkloristica e che – come precisato dalla stessa ambasciata –
«non c’è stata nessuna incoronazione».
A KuGompo City, come altrove attraverso il Paese, il danno ormai era fatto e migliaia di stranieri, sentendosi in pericolo di vita, sono stati fatti rimpatriare dai rispettivi governi. Più attivo di tutti quello nigeriano, che ha prontamente organizzato una serie di voli charter. Ma anche il Ghana, o il Mozambico e lo Zimbabwe, che sono più vicini. Struggente l’appello del Malawi, Paese in condizioni economiche drammatiche: ha promosso una raccolta fondi per poter affittare un aereo. L’emergenza rimpatri ha fatto sì che la questione travalicasse i confini sudafricani per diventare un problema internazionale, creando tensioni bilaterali, con il Sudafrica
accusato di non garantire la sicurezza dei residenti stranieri e di mentire quando afferma che tutte le persone ritornate nei Paesi d’origine fossero prive di permesso di soggiorno. Il Sudafrica è il Paese più ricco dell’Africa, anche se è pure il più disuguale. La sua industria, a cominciare da quella mineraria, è sempre stata avida di manodopera e il ricorso ai lavoratori migranti è tradizionale, fin dai decenni bui della segregazione razziale. Ma ai tempi dell’apartheid i flussi erano gestiti con rigore poliziesco, i minatori mozambicani o del Lesotho rinchiusi in baraccamenti circondati da filo spinato, chiunque avesse la pelle nera tenuto a residenza coatta, che fosse forestiero o sudafri-
Il 6 giugno 2026, a Benoni, a est di Johannesburg, in Sudafrica, migliaia di manifestanti si sono radunati con armi tradizionali e striscioni durante una manifestazione contro gli immigrati che vivono nella zona. (Keystone)
cano. Poi, con l’avvento della democrazia nell’ultimo decennio del Novecento, c’è stata la grande deregulation, che portava un sapore di libertà. Oggi i lavori stranieri censiti sono poco più di tre milioni, il cinque per cento della popolazione. Ma quelli di March and March irridono a questa statistica, sostenendo che ben più numerosi sono quanti entrano con un visto di poche settimane per poi stabilirsi nel Paese senza controlli.
Il Sudafrica è il Paese più ricco dell’Africa, anche se è pure il più disuguale. La sua industria è sempre stata avida di manodopera
Tutti concordi invece sul dato dell’occupazione: oltre il 30 per cento di disoccupati, un sudafricano su tre senza lavoro. Un record per un Paese industrializzato. È questo il terreno dal quale germoglia l’odio per i migranti, troppo facilmente visti come ladri di reddito e di opportunità. La crisi odierna non è la prima. Già nel 2008, con episodi di violenza raccapricciante, fin lì sconosciuti; e poi di nuovo nel 2015 e nel 2019, c’erano stati dei veri e propri moti contro gli stranieri venuti a cercare fortuna da contesti meno promettenti, meno sviluppati, infinitamente meno dinamici delle luccicanti metropoli sudafricane. Il cambiamento climatico, colpendo molto duramente l’agricoltura e pol-
verizzando i raccolti un po’ ovunque nel continente, si è aggiunto ai preesistenti fattori dell’esodo verso sud. Con l’andare degli anni, la protesta si è fatta più organizzata, più articolata. Prima di March and March c’è stata Operation Dudula, una parola zulu che vuole dire grosso modo «mandar via». Poco meno che una milizia, i suoi attivisti andavano nelle sale d’aspetto degli ospedali a chiedere – del tutto illegalmente – la carta d’identità ai presenti in attesa, cacciando chiunque non fosse sudafricano. Poi è arrivata la nuova sigla, che ha rapidamente occupato il primo posto grazie a un’arma aggiuntiva: i media. La sua fondatrice, Jacinta Ngobese-Zuma (nessuna parentela con l’ex presidente Jacob Zuma), quarantenne, è una nota personalità radiofonica e autrice di podcast. La sua linea, ribadita in comizi e interviste, è semplice: non c’è più posto per i nostri figli nelle scuole, per i nostri vecchi negli ospedali, per noi nei luoghi di lavoro. Gli stranieri se ne devono andare.
Il seguito di Jacinta è cresciuto al punto che il presidente Cyril Ramaphosa ha sentito il bisogno di parlare alla nazione, presentando un programma in cinque punti per mettere sotto controllo l’immigrazione. Si va dal rimpatrio degli illegali alle misure contro la corruzione dei funzionari, che concedono visti e permessi in cambio di denaro, al coordinamento con i governi africani amici. Basterà? Lo sapremo il 4 novembre.
Un migrante malawiano scavalca una barricata mentre un agente di polizia gestisce la fila di stranieri in attesa di essere rimpatriati in un centro provvisorio a Durban, in Sudafrica, giovedì 18 giugno 2026. (Keystone)
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CULTURA
La rivoluzione gentile di Ida Hofmann
A cent’anni dalla morte, le parole di una protagonista del Monte Verità raccontano una donna che anticipò il femminismo
Pagine 20-21
LongLake torna a dare ritmo all’estate Dal 9 al 26 luglio Lugano si trasforma in un grande palcoscenico a cielo aperto con musica, teatro, danza, incontri e spettacoli
Pagina 23
L’intramontabile fascino dell’Italia
Il Céline che non ci si aspettava Nel romanzo Londra, rimasto inedito fino al ritrovamento dei manoscritti, emerge uno sguardo partecipe verso gli esclusi
Pagina 25
Mostre ◆ Ascona espone le opere degli artisti tedeschi innamorati delle vibranti atmosfere del Sud della penisola italiana
Alessia Brughera
Nel corso dei secoli l’Italia ha sempre esercitato un magnetismo irresistibile sui popoli di tutta Europa per la ricchezza del suo patrimonio artistico, per l’incanto dei suoi paesaggi intrisi di una luce palpitante e per l’accoglienza della sua gente, piena di gioia di vivere. Crocevia di scambi culturali e fonte inesauribile di ispirazioni, il Bel Paese è stato così la meta elettiva dove potersi «inebriare del sacro spirito dell’arte, di un’atmosfera mitissima e di ricordi dell’antichità», come ha scritto Goethe nel 1787 a Roma, durante il suo viaggio nella penisola italiana a contatto con la natura e le vestigia del passato.
Tra Settecento e Ottocento il Bel Paese diventò traguardo prediletto del viaggio di formazione chiamato Gran Tour
Se già nel Medioevo le strade dello Stivale erano battute con frequenza da pellegrini, mercanti, pittori, predicatori, studiosi e avventurieri di ogni sorta, è tra Settecento e Ottocento che è diventato il traguardo prediletto e irrinunciabile del Gran Tour, il lungo viaggio di formazione, intrapreso da giovani rampolli dell’aristocrazia, da artisti e da intellettuali, che toccava le città più importanti del continente europeo, prime fra tutte, ovviamente, quelle italiane.
Nemmeno tra la fine del XIX e i primi anni del XX secolo l’Italia ha perso il suo primato di luogo più ambìto: a dispetto dell’interesse crescente suscitato da altri centri artistici, come Parigi, ad esempio, cuore pulsante della creatività avanguardistica, essa è riuscita a mantenere vivo il desiderio della scoperta delle sue meraviglie.
Tra coloro che non hanno rinunciato a immergersi nella luce mediterranea e nella superba eredità artistica italiana ci sono stati numerosi artisti germanofoni, spinti anche da una visione della Penisola come un mondo alternativo e rassicurante, una sorta di antidoto a quello dell’Europa a nord delle Alpi, trasformato dal repentino sviluppo industriale. Quella italica appariva ai loro occhi come una terra autentica, la cui popolazione rurale dalle abitudini arcaiche aveva mantenuto un’invidiabile semplicità di vita. Che l’abbiano scelta come Paese in cui vivere o che vi abbiano soggiornato solo per brevi periodi, conservandone comunque un ricordo vivido, questi artisti infatuati dell’Italia hanno legato a essa in maniera indissolubile la loro attività creativa, restituendone la bellezza in una grande varietà di linguaggi e soggetti.
Molti di loro facevano parte dei cosiddetti neue Deutsche Römer ovvero di quei «tedeschi romani» di se-
conda generazione (cronologicamente posteriori ai Deutsch-Römer «classici») che tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio della Prima guerra mondiale, sulla scia dei viaggiatori romantici, hanno fatto della Città Eterna il loro luogo d’elezione. Splendida e immortale, Roma era lì ad aspettarli con i suoi inestimabili tesori avvolti in una dimensione senza tempo.
Non è un caso, allora, che la mostra allestita al Museo Castello San Materno ad Ascona abbia l’emblematico titolo Nostalgia del Sud, un sentimento che accomuna le quaranta opere esposte, tra dipinti, sculture e disegni, realizzate proprio da maestri di area germanofona attratti dall’intramontabile mito dell’Italia. Presentati per la prima volta al pubblico, sono lavori che provengono da una prestigiosa collezione privata tedesca e che rispecchiano le differenti esperienze vissute dagli artisti durante la loro permanenza nel Paese. Osservando le opere si coglie con chiarezza come i pittori e gli scultori in rassegna, quattordici in tutto, appartenessero, pur nella diversità delle declinazioni, a una tendenza estetica in contrasto con le correnti più avanzate dell’arte della loro epoca. Ad allontanarli dalle ricerche avanguardistiche che sarebbero esplose nel corso del Novecento è stata la loro scelta, profondamente deliberata, di intra-
prendere una cifra stilistica che si ponesse tra accademismo e modernismo, avviando un nuovo linguaggio espressivo contraddistinto dal rigore formale e dal marcato orientamento classicheggiante. Probabilmente è proprio per tale motivo che molti di questi artisti sono rimasti nell’oblio per tanto tempo, prima che la loro recente riscoperta li valorizzasse agli occhi di critica e pubblico.
Gli artisti in mostra, avevano avviato un nuovo linguaggio espressivo dall’orientamento classicheggiante
Certo è che il soggiorno in Italia ha costituito per ciascuno di loro un momento più o meno lungo di grande libertà, una preziosa occasione per la sperimentazione di tecniche e temi inediti, stimolata anche dalle relazioni intrattenute con colleghi, mecenati e collezionisti locali e dal contatto diretto con la gente del posto. Ecco allora Otto Greiner, pittore e incisore nato a Lipsia che ha soggiornato a Roma dal 1891 al 1915 nell’abitazione lasciatagli da Max Klinger in via Claudia, a pochi passi dal Colosseo. Qui Greiner, ammirato anche da Umberto Boccioni nella sua fase prefuturista, ha dato vita a opere di un
realismo nitido e raffinato in cui la classicità dei soggetti mitologici riusciva a conquistare una veridicità contemporanea grazie al fascino tangibile delle fisionomie dei modelli presi abitualmente dal popolo, come nel caso del bel disegno intitolato Sirena, eseguito intorno al 1900.
Amico di Greiner era Sigmund Lipinsky, pittore che ha scelto l’Italia come sua seconda patria stabilendosi a Roma, in via Margutta, la strada malfamata della bohème artistica. Interessato a temi mitologici, che ha sviluppato accostandosi alla poetica simbolista e trovando nella campagna romana costellata di cipressi e di rovine il suo scenario ideale, Lipinsky, stimato anche per la sua produzione grafica, dipingeva con un’esecuzione minuziosa fatta di pennellate brevi e fini. Le stesse che ritroviamo nell’opera Le Esperidi del 1907, esposta ad Ascona.
Ecco ancora, tra gli altri, il pittore ungherese Adolf Hirémy-Hirschl, autore di lavori a soggetto storico, di moderni ritratti di famiglia e di vedute paesaggistiche; Oswald Achenbach, pittore tedesco che ha lasciato l’ambitissima cattedra di paesaggio dell’Accademia di Düsseldorf per raggiungere la Campania, di cui ha immortalato le località più suggestive; e Ludwig Passini, celebre acquarellista austriaco che nel 1873 si
è stabilito a Venezia in uno studio di Palazzo Vendramin Calergi, sul Canal Grande, raggiungendo nei suoi scorci della Serenissima un equilibrio perfetto tra libertà creativa e precisione compositiva.
Tra gli artisti che hanno fatto invece solo brevi soggiorni nella Penisola, sono interessanti Adolph von Menzel, pittore e illustratore affascinato dalla vita quotidiana e dai costumi della popolazione locale, e August Gaul, scultore che si è dedicato esclusivamente alla riproduzione di animali e che nel 1898, poco dopo essere giunto nella Città Eterna, ha realizzato l’opera Capre di Roma, mostrando come la sua permanenza in Italia, sebbene fugace, abbia influenzato in maniera indelebile il suo stile, avviandolo nella direzione di un’armoniosa monumentalità essenziale. Anche per lui il Bel Paese non è stato soltanto un incantevole luogo fisico ma uno spazio mentale di rinnovamento e rinascita.
Dove e quando Nostalgia del sud. Artisti tedeschi in Italia 1865-1915. Museo Castello San Materno, Ascona. Fino al 23 agosto 2026. Orari: da giovedì a sabato 10.00-12.00/14.00-17.00; domenica e festivi 14.00-16.00. www.museoascona.ch
Oswald Achenbach, Atmosfera serale al porto di Ischia, 1884, Olio su tela, 64.5 x 89.5 cm.
Il personaggio ◆ A cent’anni dalla sua scomparsa raccontiamo una delle figure più significative del Monte Verità attraverso le sue stesse parole
Carlo Silini
Doveva essere piaciuta al primo sguardo, Ida Hofmann, al giornalista del «Corriere del Ticino» Angelo Nessi, che nel 1903 la descrisse così: «Noto una bellissima bruna pettinata all’ultima moda e vestita con signorile eleganza. È una delle amiche venuta dalla vicina Ascona». E più in là: «È flessuosa e forte nel suo abito greco, con i capelli lunghi e liberi, il collo e le braccia candide. (…) La bella figlia della natura m’ha posto sul tavolino un moccolo di candela: si inchina e scompare subito nell’oscurità». Come una visione, insomma.
Chi la conosce?
Ida Hofmann, chi fu costei? Pare incredibile che uno dei personaggi più innovativi della scena culturale mitteleuropea d’inizio Novecento, protagonista indiscussa di quell’esperimento utopico che fu Monte Verità sopra Ascona sia così poco conosciuta in Ticino. Certo, parlava e scriveva in tedesco come quasi tutti i suoi compagni d’avventura dell’epoca (pur essendo poliglotta), ma è curioso e anche un po’ imbarazzante che a cent’anni dalla sua scomparsa, la conoscano soprattutto turisti e estimatori d’area germanofona, mentre gli svizzero-italiani praticamente l’ignorano.
Eppure, per i «locali», oltre una visita all’antica collina di Monescia, il modo più diretto per conoscerla sono le sue stesse parole, restituite nel bel volume Monte Verità. Verità senza poesia, edito da Casagrande nel 2023 (titolo originale Monte Verità. Wahrheit ohne Dichtung. Lorch 1906), con prefazione di Edgardo Franzosini e postfazione di Nicoletta Mongini. Il libro raccoglie dalla viva voce della Hofmann la sua testimonianza in prima persona riguardo quel gruppo di giovani pensatori, artisti, idealisti e anarchici, ironicamente definiti – dalle nostre parti – «balabiott», che nel 1900 si era insediato sul colle di Ascona, per creare una sorta di «comune» ante litteram. L’intento era quello di rompere con le convenzioni sociali e gli imperativi del capitalismo sperimentando un nuovo modo di vivere, «più sano e naturale». Non pochi vedranno in quell’esperienza «ticinese» i prodromi del movimento Hippy.
Cent’anni dopo la sua morte, avvenuta in Brasile, Ida Hofmann non ha bisogno di interpreti. Basta ascoltarla. Le sue parole – sobrie, taglienti, spesso più lucide dei commenti che le sono stati dedicati – compongono un’autobiografia intellettuale che è anche il ritratto di un’epoca e di una rivolta: contro il patriarcato, contro il capitalismo, contro il matrimonio come possesso, contro la civiltà che si allontana dalla natura Quello che segue è un racconto costruito mettendo in dialogo la sua vita e la sua voce.
La pianista borghese
Ida Hofmann nasce nel 1864 a Friburgo, in Brisgovia, in una famiglia colta e ben inserita nella borghesia mitteleuropea. Studia musica, diventa pianista e pedagoga, attraversa Vienna e le corti aristocratiche come insegnante. Una vita rispettabile che non le basta. A Cetinje, dove insegna,
qualcosa si incrina. Lo dice lei stessa: «Per quanto le mie condizioni fossero nel complesso favorevoli, ero assetata di libertà senza neanche saperlo». Una frase che contiene già tutto: il rifiuto della propria condizione e una presa di coscienza tardiva, ma irreversibile. La Hofmann non nasce
ribelle, lo diventa attraverso una scoperta tipicamente moderna: il disagio personale è politico. Il cuore del suo pensiero è profondamente femminista. Osservando il suo mondo trae una conclusione sconsolante: la donna vive in una condizione artificiale e umiliante. «La donna – scrive – è oggi allontanata con violenza dal proprio lavoro […] e si ritrova […] in uno stato di dipendenza». Non solo una questione economica, quindi, ma di dignità. Il problema, a suo modo di vedere, nasce da un errore strutturale: aver delegato all’uomo il ruolo di sostentatore e aver trasformato questo ruolo in monopolio della proprietà. «Ha confuso il dovere tradizionalmente attribuito all’uomo di mantenerci con il riconoscimento a lui solo del diritto di proprietà». Qui il femminismo si intreccia con un’analisi quasi proto-socialista: il dominio maschile è anche dominio economico. La liberazione, dunque, passa dal lavoro, dall’autonomia, dalla possibilità di mantenersi senza intermediari.
La convivenza come rivoluzione
Da qui la sua critica radicale all’istituto del matrimonio. Quando incontra Henri Oedenkoven, l’uomo di cui si innamora e con cui fonderà Monte Verità, Ida opta per un’unione libera. «Rifiutavamo sia la benedizione della Chiesa sia il riconoscimento
dello Stato […] rappresentavano […] l’indegna presa di possesso della donna da parte dell’uomo». Del resto, il matrimonio non è garanzia dell’amore, dice Ida. Anzi, è spesso la sua negazione, perché trasforma un rapporto in un contratto, e la donna in proprietà. Questa idea anticipa di decenni le teorie sulla libertà affettiva e la critica femminista delle istituzioni familiari. Non stupisce che la relazione tra Ida e Henri provochi «una tempesta di opposizioni e sdegno». Ma Ida non cerca consenso. Cerca coerenza.
Contro il capitalismo, usando il capitale
Il passaggio decisivo della sua vita arriva nel 1900, quando il gruppo guidato da Oedenkoven si stabilisce sopra Ascona, sul Monte Monescia, ribattezzato Monte Verità. È qui che il pensiero diventa laboratorio. L’idea è paradossale: «Contrapporsi al capitalismo […] servendosi proprio di capitali». Non una fuga dal sistema, ma una sua torsione. Il progetto è quello di una comunità che unisca proprietà privata limitata ai bisogni; produzione autonoma, condivisione degli utili, libertà di entrare e uscire. Un’utopia concreta, non ideologia pura, ma organizzazione.
Monte Verità diventa così una calamita internazionale per artisti, anarchici, riformatori, da Hermann Hesse a Marianne von Werefkin, da Isadora Duncan a Carl Gustav Jung. Ida però non è un’invasata e non idealizza nulla. Racconta anche il caos, i fallimenti, i conflitti interni. Non fa mistero ad esempio delle sue incomprensioni con i fratelli Karl e Gustav Gräser, anche loro fra i carismatici fondatori del Monte Verità, che volevano portare alle estreme conseguenze l’idea di ritorno alla natura e di liberazione dai vincoli sociali. Per lei i Gräser incarnano un rischio tipico delle utopie, quello della libertà intesa come assenza totale di responsabilità. Tra le righe, li accusa anche di essere due gran lazzaroni.
La questione del lavoro
Se c’è un punto su cui Ida è inflessibile, infatti, è il lavoro. Contro una certa idea romantica della vita comunitaria, stabilisce un principio semplice: «Chi rifugge il lavoro […] deve ritornare nel mondo dei contrasti». È una critica interna, rivolta soprattutto agli «utopisti» che confondono libertà con inattività. Nella sua visione, Monte Verità non è un rifugio per parassiti, ma una comunità fondata sulla responsabilità. Lei stessa lavora duramente: «Uscivamo la mattina […] e tornavamo […] stanchi morti alla sera […] tanto gli uomini quanto le donne lavoravano». In lei il femminismo si salda con l’etica del lavoro: uguaglianza significa anche fatica condivisa.
Vegetarianesimo: tra ideale e compromesso
Un’altra dimensione fondamentale è l’alimentazione. Monte Verità nasce anche come esperimento dietetico. «Ci siamo particolarmente interessati a una ricca alimentazione
Ritratto di Ida Hofmann e, sotto, ingresso del Sanatorio Monte Verità. Nella pagina accanto: Gioia nella libertà e la ballerina
Isadora Duncan. (Foto Fondazione Monte Verità, Fondo Harald Szeemann)
rivoluzione di Ida Hofmann
parole tra femminismo, utopia e vegetarianesimo: «Dobbiamo seguire la natura, le sue leggi garantiscono a ogni essere la libertà»
fruttariana», scrive. Poi arriva il passo ulteriore: l’esclusione totale del cibo d’origine animale (non solo la carne, ma anche i latticini, le uova e il miele). Ma, ancora una volta, Ida rifiuta il dogmatismo. «È impossibile limitarsi all’alimentazione fruttariana sul lungo periodo». E così con il compagno decide di reintrodurre alcuni alimenti. Il benessere conta più della purezza ideologica.
Il ritorno alla natura
Alla base di tutto c’è una filosofia della natura. «Dobbiamo seguire la natura […] le sue leggi […] garantiscono a ogni essere la libertà». Ma non coltiva il mito del ritorno salvifico a un passato pre-industriale: «Nel continuo succedersi degli eventi nulla si ripete mai nella medesima forma, e quindi l’uomo non potrà mai tornare a essere l’uomo primitivo che è stato un tempo: tutti gli stadi dello sviluppo lo separano per sempre da quel primo gradino della sua esistenza. L’uomo ideale di oggi non è l’“uomo di natura” ma l’“uomo di cultura”, colui che approfitta dell’evoluzione e di tutti i miglioramenti derivanti da una maggiore conoscenza delle leggi della natura».
Contro autorità e dogma
Il suo progetto non si ferma allo stile di vita. Include la formazione. Ida immagina scuole senza separazione tra i sessi, educazione laica, sviluppo libero delle capacità individuali. È un programma radicale per l’epoca, un attacco simultaneo alla famiglia patriarcale, alla religione istituzionale e alla rigidità sociale. Col senno di poi il mondo sembra averle dato ragione.
La sintesi che scrive del suo esperimento è la prova di quanto fosse mentalmente in anticipo sui tempi in cui viveva: «Il Monte Verità non è un sa-
natorio nel senso tradizionale del termine, ma semmai una scuola che prepara a una vita superiore, un luogo (e di questi ce ne saranno sempre di più) per lo sviluppo e la raccolta di più ampie conoscenze e per l’espansione della coscienza, resa fertile dai raggi di
sole dell’onnipotenza che si manifesta in noi: è forse un rifugio per i tempi a venire, quando nel mondo dei fenomeni il contrasto tra idealismo e materialismo, tra amico e nemico, tra vita sana e vita malata, tra menzogna e verità o tra bene e male sarà diven-
«Le sue scelte erano basate sullo studio»
tato troppo grande e la battaglia per l’esistenza ne deciderà la scomparsa o la salvezza. La fantasia è in grado di vedere lontano nel campo di queste possibilità, ma uno sguardo limpido sa vedere ancor più lontano: spetta a noi scrivere la storia del futuro».
L’intervista ◆ Il fascino di Ida Hofmann secondo Nicoletta Mongini direttrice Cultura della Fondazione Monte Verità
A raccontarci il fascino di Ida Hofmann è anche Nicoletta Mongini, direttrice Cultura della Fondazione Monte Verità, che ha risposto volentieri alle nostre domande:
Qual è, fra i tanti, l’aspetto di Ida Hofmann che l’affascina di più? Ida è stata una straordinaria anticipatrice di pensieri e visioni che hanno caratterizzato movimenti che si sono radicati nel corso del Novecento. Era una donna colta, proveniva da una famiglia borghese, conosceva più lingue e si era resa indipendente lavorando come istitutrice e insegnante di piano. I suoi ideali e le sue scelte di vita si basavano su convinzioni maturate con studio, conoscenza, approfondimento, non sul fascino che «l’essere contro tendenza» poteva suscitare. Riconosceva che le donne e gli uomini non sono uguali, hanno attitudini, caratteristiche fisiche e culturali differenti, ma gli unici elementi che devono essere identici tra i generi sono i diritti. Anche relativamente al vegetarianismo, aveva costruito le sue convinzioni frequentando medici ed esperti di nutrizione.
In cosa si distingue l’approccio a uno stile di vita alternativo di Ida Hofmann, rispetto a quello di altri protagonisti del Monte Verità, come i fratelli Gräser e di artisti, anarchici o esoteristi che arriveranno dopo di lei?
Ida era più sensibile alle persone e alle loro azioni, che alle idee astratte. Sin da subito, Gusto Gräser non le piaceva. Pur riconoscendogli un talento innato, trovava la sua immagine «costruita» ad arte, falsamente autentica e naturale. Il fatto che Gusto ritenesse di non avere esigenze e bisogni, se non il vivere nella pace e nella natura, era per lei un’ambizione velleitaria, inconcludente, che si basava, tra l’altro, su un’esistenza
inevitabilmente a carico di altri. Non aveva un’opinione altrettanto negativa del fratello Karl, da cui però Ida e Henri presero le distanze perché troppo solidale con Gusto. Rispetto ad altre figure che hanno frequentato il Monte, artisti, anarchici o teosofi, l’opinione di Ida era sempre condizionata dalle loro azioni. Era rigorosa, con una missione che voleva realizzare e credo rispettasse chi, non necessariamente nella sua stesa direzione, aveva un obiettivo e una disciplina di vita.
Che cosa ha spinto Ida Hofmann a lasciare il Monte Verità dopo una ventina d’anni dal suo arrivo?
Tra il 1900 e il 1920, anno della partenza di Ida, il Monte Verità si era trasformato, partendo da colonia vegetabiliana ispirata alla Lebensreform fino a divenire una comunità di artisti. Soprattutto negli ultimi anni, si era perso l’aspetto utopico, ideale e Ida ed Henri hanno percepito che la traccia del loro percorso era stata abbandonata.
Cosa si sa dell’esperienza brasiliana dell’ultima parte della sua vita?
Fino a pochi anni fa si sapeva molto poco, se non che Ida aveva pensato di riprovare a seguire il suo obiettivo di riforma in Brasile, dove invece è morta sei anni dopo. Tempo fa ho avuto la fortuna di incontrare due pronipoti, che attualmente vivono in Brasile. Siamo rimasti in contatto, mi hanno mandato copie di diari, informazioni sulla famiglia, alcune immagini e cartoline. Ida, arrivata in Brasile, pare avesse avuto problemi con i proprietari terrieri, sia perché donna sia perché europea, quindi l’organizzazione di una nuova comunità era difficile sin dalle prime fasi. In più, la collaborazione con Henri, dopo la fine della loro relazione sentimentale, era diventata complicata per lei. Quando si è ammalata di malaria, ha potuto contare solo sulla sorella, che si è presa cura di lei e l’ha aiutata anche economicamente. Nonostante tutta la documentazione che Monte Verità ha raccolto attesti il 1926 come anno della morte, secondo i suoi familiari questo non è un dato certo perché hanno alcuni scritti che sembrano mettere in dubbio questa data. Non ci sono però documenti ufficiali che possano
mettere in dubbio quanto dato per certo fino a oggi.
Nel centenario della morte di Ida Hofmann quali sono gli eventi in programma al Monte Verità? Ida è da sempre una delle figure che più attira l’attenzione degli artisti. Per questo anno speciale, ci sono due progetti artistici ispirati alla nostra fondatrice. Il 9 maggio abbiamo presentato una performance immersiva dell’artista Claudia Losi, che ha portato al Monte il suo teatro di ombre Anìmule, un progetto a cui l’artista lavora da anni, che con forme proiettate e suoni indaga sulla dimensione del tempo e della psiche, evocando simboli e archetipi. Nella performance a Monte Verità, i testi del sonoro erano tratti da Verità senza poesia, di Ida Hofmann. Il 4 luglio, nell’ambito della mostra collettiva Primordiale, curata da Ymei Zang e Tommaso Gatti, tra i cinque artisti protagonisti, Lisa Lurati e Manuela Morales Délano hanno presentato i loro lavori ispirati alla figura di Ida, muovendosi tra la storia e le radici che lei ha piantato sulla collina, fino allo spirito che di lei è rimasto.
«Il Monte Verità è una scuola»
Nicoletta Mongini Fondazione Monte Verità
La forza della cumbia
Intervista ◆ Ivonne Guzmán racconta come La Delio Valdez abbia trasformato una grande orchestra indipendente in una comunità artistica
Manuela Mazzi
La festa è soltanto l’inizio della storia. Fra le formazioni più interessanti della scena latinoamericana contemporanea, La Delio Valdez ha costruito attorno alla cumbia un progetto artistico e umano di straordinaria coesione. Nata a Buenos Aires nel 2009 su iniziativa del percussionista Pedro Rodríguez e di altri musicisti, l’orchestra riunisce oggi quindici componenti sotto un’idea tanto semplice quanto controcorrente: condividere non soltanto il palcoscenico, ma anche responsabilità, decisioni e una visione comune. A introdurci nel loro mondo è la cantante Ivonne Guzmán, una delle voci più rappresentative della formazione. Il 16 luglio La Delio Valdez salirà sul palco del Parco Ciani nell’ambito del LongLake Festival, portando a Lugano la forza della cumbia, genere musicale nato originariamente in Colombia dall’incontro fra tradizioni africane, indigene ed europee, e una riflessione sul significato dello stare insieme.
Ivonne Guzmán, la Delio Valdez, oltre a fare musica, sperimenta un modo diverso di stare insieme... Fare musica è già di per sé una grande sfida. Trasformare le idee in realtà, muovendosi all’interno dell’industria musicale, richiede moltissimo lavoro. Noi abbiamo scelto di essere un’orchestra indipendente, senza legarci a nessuna delle grandi case discografiche, e per questo abbiamo adottato la forma della cooperativa. È un modello di lavoro orizzontale, nel quale tutti hanno voce e diritto di voto in ogni decisione. È una splendida sfida umana, sia collettiva sia individuale. Dopo quasi diciassette anni abbiamo trovato metodi e formule che ci sostengono dal punto di vista professionale e da quello umano e psicologico.
La cumbia si ascolta da Buenos Aires a Berlino. Come può una musica così radicata nella cultura latinoamericana superare confini geografici e linguistici?
La musica non conosce barriere. Le persone cercano una connessione e la cumbia, con le sue radici che uniscono i tamburi africani agli ícaros della tradizione andina, porta con sé un’energia ancestrale. È quasi impossibile resistere alla sua forza: mette il corpo in movimento e ci riconnette con qualcosa di primordiale ed essenziale. È una sensazione che si percepisce in qualsiasi parte del mondo e in qualunque epoca.
In Europa la cumbia è spesso associata alla festa. Che cosa rischia di passare inosservato?
Non bisogna sottovalutare il potere dell’incontro e dello stare insieme.
Non tutto ciò che il corpo vive attraverso la musica passa dalla mente. Il corpo riceve la musica che lo porta là dove ne ha bisogno, che ne siamo consapevoli oppure no.
Se la vostra orchestra fosse una metafora della società ideale, quali regole la farebbero funzionare? Cooperazione, rispetto, cura empatica dell’altro e uguaglianza.
Non è difficile prendere decisioni in un gruppo così numeroso?
Con gli anni è diventato sempre più facile: abbiamo trovato un metodo
LongLake Festival a Lugano dal 9 al 26 luglio
Dal 9 al 26 luglio con oltre 250 eventi in 18 giorni, arriva Lugano LongLake Festival, uno dei più grandi eventi open air urbani della Svizzera. Il festival multidisciplinare si sviluppa attraverso le sezioni Estival Jazz, con i grandi concerti in Piazza della Riforma, Blues to Bop , evento diffuso nelle piazze del centro, e Buskers , insieme agli artisti di strada. A queste proposte si aggiungono Words , la rassegna dedicata alla forza delle parole, Family, con attività pensate per le famiglie, ROAM , l’outdoor club al Parco Ciani, Arte Urbana Lugano che porta l’arte negli spazi pubblici, e OFF, dedicata a collaborazioni e iniziative realizzate insieme a realtà culturali indipendenti del territorio. Programma: longlake.ch
Assicurati il posto per alcuni imperdibili concerti (biglietti acquistabili su biglietteria.ch):
10 luglio, ore 21.30
Piazza della Riforma
Antonello Venditti – Daje!
Live Summer 2026 Estival Jazz
«Casa mia è il palco»
LongLake ◆ Leo Middea, il viaggio, l’India e una lingua che attraversa i confini
Ma.Ma.
11 luglio, ore 20.30
Piazza della Riforma
Ernia + Oddisee & Good Compny
Estival Jaz z
14 luglio, ore 20.00
Parco Ciani – Boschetto
Mari Froes + Leo Middea ROAM
15 luglio, ore 20.00
Parco Ciani – Boschetto
Motta – Piano solo + MILLE ROAM
16 luglio, ore 20.30
Parco Ciani – Boschetto
Serata cumbia con La Delio Valdez + La Combi ROAM
17 luglio, ore 20.45
Parco Ciani – Boschetto
Chiello – Summer Tour 2026 + Santamarea ROAM
18 luglio, ore 21.00
Parco Ciani – Boschetto
Tarrus Riley ft. Dean Fraser and the Blak Soil Band + Cali P + Biomassa ROAM
e un modo per alternarci nelle responsabilità. Stiamo imparando a prenderci cura gli uni degli altri e a crescere seguendo i nostri tempi. La parte più difficile è conciliare i percorsi personali con quelli collettivi, mentre la vita di ciascuno continua ad andare avanti.
Che cosa avete imparato gli uni dagli altri che non avreste mai imparato come musicisti solisti?
A lavorare in squadra e a mettere l’ego al servizio del gruppo.
In Ticino vi esibirete sulle rive del lago. Quanto influisce il luogo? Sicuramente c’è qualcosa di molto bello ed energico nel suonare immersi nella natura. Lo percepiamo noi, lo percepisce il pubblico e ogni volta che accade ne siamo profondamente grati perché lo scambio diventa ancora più intenso.
Giovedì 16 luglio – Boschetto, Parco Ciani: 20.00 Apertura porte; 20.30 La Combi; 22.00 La Delio Valdez. L’evento si svolgerà anche in caso di pioggia
A questi si aggiungono tanti concerti
gratuiti da non perdere, fra cui:
9 luglio, ore 20.30
Piazza della Riforma
Hamilton de Holanda Trio feat.
Salomão Soares & Thiago
«Big» Rabello + Orchestra della Svizzera Italiana + Amaro Freitas Trio
Estival Jazz
16 luglio, ore 21.00
Piazzetta Maraini
Giorgio Conte – Sconfinando Words
17-19 luglio
Piazza Cioccaro, Piazzetta Maraini e
Piazza Manzoni
Blues to Bop
22-26 luglio
Parco Ciani e Lungolago – Buskers
Informazioni www.longlake.ch/programma
Alcuni artisti partono per trovare il mondo. Altri viaggiano per capire dove si trovano. Leo Middea, trentunenne cantautore brasiliano, ha costruito un percorso che attraversa continenti, lingue e culture diverse, trasformando gli spostamenti in una forma di osservazione e la musica in uno strumento per esplorare ciò che cambia lungo il cammino. Originario di Rio de Janeiro, il 14 luglio salirà sul palco del LongLake Festival, al Boschetto del Parco Ciani, per aprire la serata che seguirà con il concerto di Mari Froes: giovanissima cantautrice brasiliana. Porterà sul palco una voce limpida e un modo molto attuale di rileggere le radici musicali del suo Paese. Ma torniamo a Leo Middea (nella foto)… Le sue canzoni procedono quasi in punta di piedi. C’è il Brasile, naturalmente, ma senza cartoline né colori troppo accesi. Ci sono melodie che non cercano il ritornello facile, arrangiamenti che accompagnano invece di mettersi in mostra e una scrittura che sembra fidarsi più delle piccole cose che dei grandi proclami.
Ascoltando le sue canzoni sembra che il viaggio non sia solo geografico, ma una ricerca personale… Sì, sono d’accordo. Sono sempre alla ricerca di qualcosa e questo si riflette sicuramente nelle mie canzoni, nel modo in cui le interpreto, nei concerti e, più in generale, in tutto ciò che ruota attorno al mio percorso artistico.
Lei vive da anni girovagando. Sente ancora il richiamo delle radici?
Muovendomi così tanto, ho un po’ perso il senso di casa. Dico che casa mia è Barcellona perché è lì che si trovano la maggior parte delle mie cose, ma se penso davvero a cosa significhi sentirsi a casa, non sono sicuro che sia lì. Quando torno a Rio invece ritrovo quella sensazione, anche se ormai non ci vivo da anni. Forse, però, è un sentimento legato ai ricordi, a quando quello era davvero il mio posto.
In Ticino c’è chi lavora in un Paese, vive in un altro e magari parla una terza lingua. Le capita mai di sentirsi sempre straniero?
Credo che tutto questo sia legato proprio al continuo spostarsi. Essendo sempre in movimento, finisco per sentirmi straniero un po’ ovunque: qui in Spagna, in Portogallo e perfino in Brasile, dove a volte mi servono una o due settimane per ritrovare quella sensazione di appartenenza.
A vent’anni, in un momento difficile della sua vita, scelse di trascorrere un periodo in India. Che cosa porta ancora con sé?
Tutto. Mi ha fatto vivere emozioni che porto ancora dentro. La decisione di trasferirmi a Lisbona, a ventidue anni, è arrivata subito dopo quell’esperienza in India. È stato lì che ho deciso di portare la mia musica nel mondo. È stato un percorso lungo e intenso, fatto di crescita personale, ma mi ha dato la certezza di un sentimento per il quale volevo impegnarmi fino in fondo.
Dopo aver vissuto lontano dal Brasile per tanti anni, che cosa
riesce a vedere oggi del suo Paese che forse non vedeva quando ci abitava?
La distanza mi permette di guardare il Brasile da un’altra prospettiva. Oggi riesco a riconoscere meglio ciò che costituisce la mia essenza, ciò che mi rende la persona che sono. Quando vivevo lì non mi accorgevo davvero delle differenze; osservandole da fuori, invece, le vedo chiaramente: nei miei gesti, nei riferimenti culturali e nel modo in cui porto tutto questo con me nel mondo.
Come vengono recepite le sue canzoni da chi non parla portoghese? Scrivere in portoghese e avere un pubblico internazionale è una sfida delicata. Ho bisogno di raccontare ciò che sento davvero, la mia verità, ma a volte devo anche pensare a melodie o a immagini capaci di essere percepite in qualsiasi lingua. Per questo, per me, la melodia è la parte più importante di una canzone. È la prima cosa che entra in contatto con chi non comprende il testo. Quando la melodia riesce già a trasmettere un messaggio, allora scrivo le parole seguendo ciò che voglio esprimere attraverso quella musica.
Nelle sue canzoni torna spesso il tema dell’appartenenza. Oggi ha trovato il suo posto nel mondo? A trentun anni il posto che ho trovato nel mondo è il palco. È lì che mi sento davvero a casa ed è a lui che sento di appartenere. Mi sento anche più sicuro di quello che faccio, con una maggiore maturità nella mia musica e in tutto ciò che riguarda il mio lato artistico. Se invece parliamo di un luogo fisico, forse non riuscirò mai a trovarne uno che senta davvero come mio.
Dove e quando Martedì 14 luglio, Boschetto, Parco Ciani; 19.00 Apertura porte; 20.00 Leo Middea; 21.45 Mari Froes. L’evento si svolgerà anche in caso di pioggia
«Azione» mette in palio 2x2 biglietti per ciascun concerto. Per partecipare al concorso, inviate una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Delio Valdez oppure Leo Middea) indicando i vostri dati entro domenica 12 luglio 2026, ore 23.59. Buona fortuna!
1 La noia diventa un concetto sconosciuto, perché all’inizio il cane ha bisogno di molte attenzioni. In sostanza, è come se un bambino piccolo venisse all’improvviso a vivere a casa tua.
2 Un cane capisce il «No!» immediatamente. Eppure può decidere di non ubbidire. Non per stupidità, ma perché ha imparato una cosa: la tenacia paga.
3 La pioggia non è un motivo per rinunciare alla passeggiata. Per il cane è chiarissimo. E presto lo scoprirai anche tu, quando alle sei del mattino farai un giro sotto la pioggerellina.
4 I cani sognano. Si agitano, emettono versi striduli e muovono le zampe. Cosa sognano? Probabilmente di avere il divano tutto per sé. Detto questo: a volte succede anche nella vita reale.
5 Con un cane non si dorme mai più da soli. Purtroppo non è nemmeno più comodo. Un cane di 15 chili occupa nel letto lo stesso spazio di un adulto. Non è spiegabile fisicamente, ma è verificabile.
6 I giocattoli per cani hanno un’aspettativa di vita media di 48 ore. I modelli dichiarati «indistruttibili» resistono fino a domenica pomeriggio.
7 È possibile andare in vacanza con il cane, ma anche senza. Per quest’ultimo caso occorre qualcuno che si occupi di lui, un piano B, un piano C e la disponibilità a pensare costantemente al cane anche una volta arrivati a destinazione.
8 «I peli di cane sono di moda», si dice scherzosamente tra i proprietari di cani; bisogna accettarli come un accessorio inevitabile. I peli compaiono sui pantaloni scuri, sul divano e ovunque non dovrebbero assolutamente trovarsi.
9 La prima volta che il cane obbedirà al tuo comando «seduto», ne sarai incredibilmente orgoglioso. Proprio come se avesse appena imparato le tabelline.
10 Con un cane, dopo sei mesi conosci più persone nel quartiere che nei dieci anni precedenti.
11 I cani invecchiano. Chi prende un cucciolo, si fa carico anche del cane anziano dal muso grigio e dal passo lento. Ti accompagna per un tratto della tua vita, ma tu lo accompagni per tutta la sua vita.
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Un cane costa in media tra i 100 e i 200 franchi al mese. Il veterinario, il corso di addestramento per cani e il materassino speciale per dormire, che lui ignorerà, sono da pagare a parte.
LIFESTYLE
Animali domestici
Vita da cani?
Chi ne desidera uno dovrebbe prepararsi adeguatamente: 20 cose da sapere
Testo: Claudia Schmidt
13 Il cane viaggia gratis con le FFS, a condizione che entri in una borsa di dimensioni normali. Per il resto vale la regola: metà prezzo, dignità del cane integra. Sono invece gratuite le chiacchierate con gli altri passeggeri sulla razza, l’età e il comportamento del cane.
14 Questi fedeli compagni a quattro zampe mangiano l’erba e poi la rigurgitano. Tendenzialmente sul tappeto. Non si tratta di una malattia, bensì di una peculiarità non ancora del tutto chiarita. Il tappeto alla fine si riprenderà.
15 Gli esseri umani hanno addomesticato i cani almeno 15’000 anni fa, prima ancora dei bovini, delle pecore o dei gatti. I cani hanno quindi avuto tutto il tempo per addestrarci.
16 I cani non sanno leggere l’orologio. Sanno però con estrema precisione quando è ora di mangiare. Se per caso dovessi dimenticarti l’ora, il cane te lo ricorderà.
17 Anche quando dormono, i cani riescono a sentire. Ad esempio, quando da qualche parte viene aperta una confezione di cibo.
18 Imparerai ad analizzare la consistenza delle feci con una serietà che prima non avresti mai immaginato di poter avere.
19 «Uscire solo un attimo» senza portare con sé il cane è una cosa che solo tu puoi capire. Il cane pensa che lo si voglia abbandonare per sempre. La gioia è quindi immensa quando torni.
20 Una foglia, un sacchetto di plastica o un’ombra possono improvvisamente rappresentare un pericolo mortale per il cane, almeno dal suo punto di vista. Spesso, in casa, l’aspirapolvere è uno dei suoi nemici più comuni.
Immagini: Unsplash/Hannah Lim
Golosità per cani
Salsiccia di fegato Creamy Asco
Umanità nel Céline inedito
Narrativa ◆ Adelphi pubblica anche il secondo dei due romanzi riscoperti, ambientato nei bassifondi della capitale britannica
Pietro Montorfani
«A Londra le cose non prendono mai forma volentieri. Una rimanda all’altra, tutto qui. Ti devi accontentare di un’impressione. Stai in campana per anni. Abbassi un po’ la guardia. Risultato: non sai mai se hai sbagliato. Ecco l’inglese. Sempre infinito». Sono parole di Louis-Ferdinand Céline, uno dei massimi scrittori della letteratura mondiale, eppure solo fino a pochi anni fa ci erano del tutto ignote. Si trovavano, assieme a migliaia di altre pagine, in un baule che si pensava smarrito e il cui ritrovamento sta costringendo gli studiosi a un vorticoso aggiornamento di un intero capitolo della storia letteraria, e non dei minori.
Qualcosa di simile deve essere successo in epoca umanistica: quando Petrarca ritrovò a Verona le lettere di Cicerone, o quando Poggio Bracciolini inciampò per la prima volta in Lucrezio, Quintiliano e Stazio nelle sue ricognizioni in biblioteche monastiche. Mutate le «mutande» (l’immagine non sarebbe forse spiaciuta al diretto interessato) ci troviamo oggi di fronte a uno tsunami letterario di quasi pari portata.
I fatti, intanto: nell’estate del 1944, dovendo lasciare la Francia in modo burrascoso a causa del suo collaborazionismo con il regime di Vichy (sarebbe finito in esilio in Danimarca), Céline fu costretto ad abbandonare una grossa parte dei suoi manoscritti, compresi due romanzi ancora in fieri, Guerra e Londra. Il caso volle che nel medesimo appartamento venisse poi ad abitare un celebre partigiano, Yvon Morandat, che per decenni conservò quel tesoro letterario senza darne notizia. Ci furono poi ulteriori passaggi di mano, fino alla «bomba» sganciata nell’estate del 2021 dal giornalista Jean-Pierre Thibaudat, ultimo depositario delle carte che, venuta oramai a mancare la vedova di Céline Lucette Almansor, ritenne giunto il momento per la loro divulgazione.
Di Guerra, la prima e più esile anta del dittico, pubblicata in italiano dall’editore Adelphi nel 2023, avevamo parlato proprio in queste pagine; ma soltanto ora, con in mano il corposo volume intitolato Londra, con una copertina di quelle che catturano subito lo sguardo e la magistrale traduzione di Ottavio Fatica, è possibile stabilire quale sia il contributo di novità rappresentato da queste pagine inedite. Un apporto che a me pare di grande momento, come un iceberg che, emergendo all’improvviso, non possa fare a meno di spostare i pesi e i valori fin lì stabiliti dalla storiografia e dalla critica. C’è insomma un prima e un dopo Londra nella storia di Céline e, oserei dire, nella letteratura europea del XX secolo.
Chi conosce l’autore sa che Céline, oltre a essere un sublime stilista, non temeva di affrontare di petto questioni che in genere (per pudore se non addirittura per censura) difficilmente entravano all’epoca in un libro a stampa. Londra non fa eccezione, nella sua descrizione cruda e diretta del mondo della malavita della capitale britannica in un’epoca che corrisponde agli ultimi anni della Prima guerra mondiale. Cronologicamente parlando la storia si situa infatti subito dopo Guerra, con i medesimi personaggi e il medesimo stile, ma con un surplus di umanità (e di degrado) che la rendono un’opera assai più importante.
Che sia possibile trattare con sensibilità e decoro temi forti come quelli della criminalità e dello sfruttamento della prostituzione è qualcosa che sappiamo basterebbe richiamare alla mente le canzoni di Georges Brassens o gli affreschi musicali di Nanni Svampa dedicati alla «ligera». Céline fa un’operazione simile evocando un coloratissimo campionario di magnaccia, donne di vita e piccoli delinquenti che alla fine risultano quasi simpatici nonostante l’estremismo dei loro pensieri e delle loro azioni.
Una Medea tra le stelle
Fumetti ◆ Nella graphic novel di Rita Petruccioli il mito classico si trasforma in una riflessione sull’emarginazione
Elisa Rossello
Principessa, maga, straniera, infanticida: Medea nel fumetto di Rita Petruccioli è tutto questo, e in più anche avventuriera spaziale. L’autrice ambienta infatti la sua Medea nella fantascienza: Corinto, invece che una città, diventa un pianeta. A parte però i vestiti di foggia insolita e qualche congegno tecnologico, l’ambientazione spaziale si sente poco: il vantaggio principale è staccare il racconto dalle versioni precedenti, che partono dalla Grecia Antica e continuano con una lunga serie di autori, per rendere il fumetto più libero di riprendere o no certe interpretazioni o episodi.
Céline d’altronde è così, non conosce mezze misure: in lui il massimo di moralità si accompagna sempre al massimo di disperazione e di abbruttimento, in un pastiche di valori e disvalori che non conosce uguali nella storia della letteratura. Sul piano autobiografico (e i suoi testi in una certa misura lo sono sempre) la maggiore conquista mi pare si situi là dove l’autore-personaggio rievoca la nascita della propria passione per la medicina, una vocazione strettamente intrecciata a quella letteraria e che si sviluppa in lui «non tanto per fare il gradasso quanto per essere più vicino agli uomini» – una frase che si potrebbe appendere sull’architrave di tanti ospedali e studi medici. Figura chiave a tale proposito è, nel romanzo, il dottor Yugenbitz, il medico dei disperati (e disperato lui stesso) di cui il protagonista dice a un certo punto: «Mai nessuno mi aveva fatto così felice. […] Voleva per davvero che cerco di capire quello che c’era scritto, spiegato nei suoi libri di medicina, che m’istruisco un po’ invece di non fare niente. Sicché non gli interessavo solo in quanto lavoratore, soldato? magnaccia? ladro? disertore? stronzo? buffone? Gli interessavo semplicemente come me, come uomo. Era la prima volta che mi succedeva». Il sentimento è tanto più sconvolgente se si pensa che Yugenbitz è ebreo. L’antisemitismo di Céline fu reale e problematico e non può essere in alcun modo attenuato nemmeno alla luce di queste nuove acquisizioni. Eppure non si può nemmeno negare che in Londra il personaggio migliore, il più generoso e il più umano, sia Athanase Yugenbitz con la sua povera famiglia di ebrei polacchi emarginati.
Bibliografia
Louis-Férdinand Céline, Londra, a cura di Régis Tettamanzi, traduzione di Ottavio Fatica, Milano, Adelphi, 2025
Un altro beneficio dell’ambientazione è la maggiore arbitrarietà concessa alla colorazione, giustificando le molte tinte inusuali. Il colore è uno degli aspetti più affascinanti del volume. Anzitutto sono pochi – blu e alcune tonalità di azzurro, giallo e arancione – e poi sono esibiti in campiture omogenee spesso senza contorni, forme sinuose e nitide.
Raramente, e con saturazioni poco appariscenti, le pagine si avventurano al di fuori di questa combinazione composta, in termini tecnici, da un’armonia di colori complementari doppi.
Con un’eccezione importante: il rosso, squillante e dirompente, che dipinge i vestiti dell’aristocrazia, i marchi d’infamia sugli emarginati, e il sangue sgorgato dalla violenza.
Il fulcro del mito rimane lo stesso attraverso tutte le riletture: la discordia, tra una donna straniera e la comunità locale che irretisce il marito, sfocia nell’assassinio dei figli per vendetta. Tra i predecessori di Rita Petruccioli, quelli più presenti sono l’inevitabile Euripide e la Medea vittima di calunnie di Christa Wolf. Ma a queste versioni l’artista unisce innumerevoli altri riferimenti (molti, citati a fine volume, provengono anche dalla cultura pop), ottenendo un’altissima
densità stratificata di letture possibili. Si riconosce Medea, ma la si scopre ad attraversare una storia in cui gli episodi noti si legano tra loro in modo inaspettato, combinati insieme a vicende d’ideazione originale con evidenti richiami ai temi di dibattito nella nostra attualità.
Medea qui è un personaggio positivo, che cerca verità e giustizia a costo di infastidire la suscettibile élite al potere, da cui è appena tollerata grazie alla sua utile magia curativa. Si muove tra connazionali profughe, cittadini bisognosi ma sospettosi, emarginati, aristocrazia con un passato oscuro ben nascosto, un marito troppo ambizioso, antiche ribelli sopraffatte e spente.
Medea, lo sposo Giasone, la principessa Glauce, il re Creonte, e i numerosi personaggi meno classici, si relazionano tutti con il potere politico che plasma le loro vite, mostrando tutte le sfumature di come si può esserne complice e vittima allo stesso tempo.
I temi si intrecciano tra loro, a volte indissolubili: la paura del diverso, i capri espiatori, il sostegno reciproco tra minoranze, la disumanizzazione, la servilità verso i potenti nel tentativo di accedere a uno status più alto, il controllo, la perdita di privilegi, l’omertà e la mostrificazione interiorizzata. Medea spicca per il coraggio di offrire empatia inesauribile e la caparbietà di perseguire la propria etica, ma a volte queste qualità sconfinano nell’avventatezza. Alla fine la protagonista si ritrova ad affrontare da sola le battaglie più cruciali a causa delle proprie scelte che l’hanno isolata da tutti. Nemmeno Medea può sottrarsi alla tragedia del proprio mito. Ma nemmeno la tragedia impedisce alla resistenza di rifiorire paziente e determinata.
Bibliografia
Rita Petruccioli, Medea, Milano, Bao Publishing, 2026, 272 pagine
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Immagine di copertina del libro Londra di Louis-Ferdinand Céline. (Adelphi)
Una sequenza di tavole tratte dall’interno di Medea, di Rita Petruccioli. (Bao Publishing)
In fin della fiera
Storie di pittori d’animali
Nelle coppie insieme da tanti anni, c’è un’intesa muta, un gioco di rimandi e di sguardi che suscitano invidia. Le esperienze condivise cementano un rapporto che niente può incrinare. Frequento una di queste coppie esemplari. Lui è uno straordinario affabulatore. Attinge la materia prima per le sue narrazioni dai tanti viaggi fatti con l’inseparabile compagna. La quale, quando intuisce che il suo uomo sta per iniziare un racconto, si dispone ad ascoltarlo atteggiando l’espressione del viso in estatica adorazione. Quei due sono stati in ogni dove. È sufficiente che uno degli invitati nomini una località o un evento per far zampillare un ricordo che diventa racconto. Uno degli ospiti, vegetariano e difensore degli animali, fa scivolare la conversazione sulla corrida. «Una volta», attacca il narratore, «eravamo in Spagna e il nostro ospite ci ha portati a visitare un allevamento di tori
Voti d’aria
della razza Miura». La moglie conferma con ampi cenni della testa mentre un commensale ricorda che «i Miura sono considerati i migliori per le corride». Il narratore lo fulmina con lo sguardo: mortificarne uno per educarne cento. «Durante il viaggio ci avevano avvisati: “incontrerete all’arrivo un vostro connazionale famoso; ma è una sorpresa perciò non vi diciamo il suo nome”. Arrivati, scopriamo che si tratta di un pittore: è seduto davanti al cavalletto e ci mostra la schiena. È dentro una gabbia messa lì per proteggerlo e sta facendo il ritratto di uno dei tori, su ingaggio del miliardario padrone dell’allevamento».
Il narratore fa una pausa a effetto nella quale s’inserisce il disturbatore di prima: «Al paese dei miei nonni c’è un allevatore che fa fare il ritratto alle sue mucche da latte ma si accontenta della fotografia». Seconda occhiata capace di incenerire una tigre. Riprende il
I veleni dello Strega
Scrivo questo articolo ancora all’oscuro del vincitore del Premio Strega 2026, mentre chi lo leggerà in pagina conoscerà già (ammesso che gliene importi qualcosa) il nome dell’autore o dell’autrice che si è guadagnata l’ottantesima edizione del riconoscimento letterario più importante d’Italia. Detto tra noi, io ho un sospetto su chi vincerà ma me lo tengo per me in modo da poter dire a cuor leggero che l’avevo azzeccato. La bufera di quest’anno ha incendiato gli animi. Per chi non l’avesse seguita, la riassumo brevemente. Premessa: il calendario che ha preceduto la serata della proclamazione al Campidoglio di Roma prevedeva una sfilza di venti (20) appuntamenti in giro per l’Italia e con trasferta in Messico (sì, in Messico!), con le presentazioni dei sei libri finalisti. Più che un tour, un tour de force, ma per lo Strega questo e altro. Se vinci, ne vale la
Apena: vendite alle stelle e traduzioni ovunque (il brand Strega tira ancora parecchio).
Fatto sta che durante la trasferta del 18 giugno Michele Mari, il favoritissimo della vigilia (ogni anno c’è un favorito che di solito sarà il vincitore), sul pullmino che porta i candidati verso Bisceglie, in Puglia, sembrerebbe aver parlato con parole offensive di Michela Murgia, la scrittrice-attivista morta nel 2023. La prima a riferirne è la «Repubblica»: Mari avrebbe detto che Murgia era intransigente e violenta perché brutta. Teresa Ciabatti, una delle finaliste, amica della scrittrice sarda (che è anche presente come personaggio nel suo libro), reagisce subito indignata infiammando l’atmosfera del van. Quando quel battibecco viene alla luce sui giornali, esplode una specie di pandemonio. Con dibattito: che bisogno c’era di diffondere un alterco privato avve-
video spento
racconto: «Sapete come sono gli artisti, capaci di percepire gli sguardi anche di chi è alle loro spalle: il pittore a un certo punto si volta e… indovinate chi era?». Pausa sapiente. «Chi era?» domanda una signora che pende dalle labbra del narratore. Seconda pausa, più lunga della prima. Il narratore alla fine deve prendere una sofferta decisione: «Scusa Laura», chiede alla moglie, «come si chiamava già quel pittore famoso che dipingeva i tori Miura nella Murcia?». Laura scuote la testa, vorrebbe tanto aiutare il marito, ma la verità innanzitutto: «Caro, forse ti confondi. Il pittore che dici tu l’abbiamo incontrato in Kenia e dipingeva le zebre, non i tori». Il narratore si rivolge agli astanti con l’aria di chiedere scusa: «Mia moglie è fatta così, o prendere o lasciare, mai una volta che si ricordi un nome. Certe volte mi domando cosa viaggia a fare se poi non ricorda niente». Poi, con una
voce carica di infinita pazienza, torna a rivolgersi alla moglie: «Ti voglio aiutare. Il pittore dei tori aveva un cognome quasi uguale a quello che abbiamo conosciuto a Comacchio e che dipingeva le anguille. Quello non puoi averlo dimenticato, ti faceva anche un po’ la corte». La moglie mormora: «Non era Comacchio…» e i discorsi attorno al tavolo oramai dilagano, gli invitati si sentono in libera uscita: «Ma li trovate tutti voi i pittori di animali?». «Conosce quello della Val di Susa?». «Sì, è bravissimo, com’è già che si chiama? Ha un cognome con dentro una kappa, ce l’ho qui sulla punta della lingua…». «Io ho tanto cercato un pittore che facesse il ritratto alla mia gatta e alla fine mi sono dovuta accontentare di un allievo dell’Accademia Albertina». «Enrico Colombotto Rosso è stato per tutta la vita uno straordinario pittore di gatti». «Come si fa a fare il ritratto di un animale? Mica
sta fermo». «Prima gli fanno una foto e poi il quadro lo fanno guardando la foto». «No. Gli artisti degni di questo nome li fanno ipnotizzare. Conosco uno che lo fa di mestiere, campa di quello, vuole essere pagato in nero. Ce l’ha scritto sul biglietto da visita: ipnotizzo animali a domicilio». «Ma è vero quello che dicono? Che i pittori che preferiscono dipingere animali sono gay?». «Se dipingessero ritratti di uomini o donne svelerebbero la loro natura». «Se ne dicono tante, si sa come sono gli artisti». Il narratore tenta di riprendere il filo: «Non importa il nome del pittore dei tori, sta di fatto che quella stessa sera ci ha invitati a una seduta spiritica. Non avete idea di quello che è successo…». Non se lo fila più nessuno. Parlano tutti insieme, ognuno dice la sua mentre la moglie Laura seguita a mormorare: «Non era Comacchio. E non erano neanche anguille…».
nuto su un pullmino? Chi ha fatto la spiata? E per quale ragione? A parte i concorrenti, qualcun altro aveva interesse a mettere il bastone tra le ruote del favorito? E com’è possibile che una persona còlta, uno degli scrittori più stimati nonché professore universitario, esprima considerazioni sessiste così volgari? E comunque perché avrebbe commesso quella ingenuità? A poco servono le smentite, le scuse, le contro-smentite e le contro-scuse, le dichiarazioni ufficiali della direzione del premio, che pur prendendo le distanze da certe affermazioni decide opportunamente (5½) di non escludere il romanzo di Mari come molti e molte avrebbero auspicato ritenendo moralmente indegno lo scrittore. Ora, ripeto, al momento non conosco l’esito della serata dell’8 luglio, ma posso affermare che I convitati di pietra di Mari sarebbe stato degnissimo (5+) della vittoria fina-
La liturgia dell’assuefazione e i mali del mondo
C’è un fulmineo frammento di Franz Kafka che fotografa, con la precisione chirurgica del mito, la più grande patologia culturale del nostro tempo: «Leopardi irrompono nel tempio e svuotano i vasi sacrificali: questo fatto accade ripetutamente; infine si prevede che accadrà e lo si incorpora alla liturgia del tempio» (Franz Kafka, Aforismi di Zürau, Adelphi edizioni, 2004). In poche righe, Kafka descrive la parabola della normalizzazione dell’orrore. Il leopardo, che inizialmente rappresenta l’evento traumatico, la violazione del sacro, l’irruzione del caos distruttivo nella quotidianità ordinata, cessa di sconvolgere nel momento stesso in cui si ripete. La comunità, non potendo arginare la minaccia, compie un’operazione psicologica e semiotica agghiacciante: non scaccia la belva, la accoglie. Il trauma si fa rituale. L’orrore si fa liturgia. Questa dinamica non è confinata alla
letteratura novecentesca, ma costituisce l’intelaiatura profonda della nostra contemporaneità politica e mediatica. Come osservato sul «Foglio» dal direttore Claudio Cerasa in merito alla figura di Donald Trump, il vero dramma del nostro tempo non risiede nell’impunità del potere, bensì nella nostra assuefazione a esso. Quando lo scardinamento delle regole democratiche, l’indebolimento delle alleanze storiche come la Nato, le guerre prive di visione strategica e la degradazione del linguaggio istituzionale a insulto social diventano la norma, si verifica una mutazione antropologica. L’anomalia si trasforma in canone. Quando tutto diventa normale, l’allarme smette di suonare e nulla sembra più pericoloso. Il pericolo, allora, non è più l’evento distruttivo in sé, ma la nostra incapacità di percepirlo come tale. Questa anestesia emotiva e politica trova una spietata codificazione teo-
rica nel saggio del 1999 di Susan D. Moeller, Compassion Fatigue. Moeller ci offre la chiave di lettura sociologica per comprendere come la macchina dell’informazione si sia fatta complice, spesso involontaria, di questa «liturgia del tempio». La «stanchezza da compassione» non è il frutto di un’improvvisa malvagità genetica dell’essere umano, ma un meccanismo di difesa psicologica di fronte a un mercato dei media che deve costantemente «vendere» le quattro piaghe moderne: malattie, carestie, guerre e morte. Nel tentativo di catturare un’attenzione sempre più volatile, il sistema informativo applica quella che Moeller definisce «l’inflazione della tragedia». Poiché il pubblico sviluppa una rapidissima tolleranza al dolore altrui, la soglia del trauma si alza continuamente. Oggi c’è bisogno di un carico maggiore di sangue, di una violenza più grafica, di un numero di vitti-
le: pur non essendo il suo romanzo migliore, è sempre il migliore dei romanzi finalisti ed è certamente meglio di tanti vincitori degli ultimi anni (media 4½).
La domanda è: un premio letterario deve valutare la qualità di un romanzo o la «simpatia» del suo autore (oltre all’influenza – determinante – del suo editore). Di tutto si è parlato in questa ultima edizione dello Strega tranne che del valore dei libri, dello stile, della forma del contenuto, dell’originalità, della forza letteraria. Questi temi, indispensabili per esprimere un giudizio attendibile, sono usciti dal dibattito culturale. Non contano nulla. Ciò che conta è la capacità degli autori di stare sulla scena, di proporsi al meglio in pubblico (e in privato), di essere presenti nei festival, nei social e in tv, di parlare di sé e semmai del proprio libro con il giusto garbo, con il giusto imbarazzo, con
la giusta ironia. Di fatto, è scomparsa la letteratura ed è rimasta la messa in scena della letteratura (vera o presunta, poco importa).
È curioso e beffardo che Mari, uno degli scrittori più schivi, sia stato il protagonista scatenante, sia pure involontario, di una tale grottesca messa in scena. Ma le sue affermazioni (voto 2 se mai siano state pronunciate) non possono intaccare il giudizio sulla sua opera: uno scrittore non è un opinionista né un moralista. Il giorno in cui vinse il Nobel, Eugenio Montale rispose così a un giornalista che gli chiedeva un’opinione sull’aborto: «Quando è arrivato il divorzio, molti hanno creduto che fosse obbligatorio. Adesso c’è il pericolo che tutte le donne si sentano obbligate ad abortire». Il 2 limpido (e generoso) alla sua scorrettezza politica non macchia il 7+ alla sua poesia. Premio Nobel comunque meritato.
me più alto per generare la medesima scossa emotiva. È l’effetto assuefazione: i media offrono la dose quotidiana di orrore, il pubblico sviluppa tolleranza, e il sistema richiede dosi sempre più massicce.
A questa mercificazione del dolore si salda la riflessione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (Nottetempo, 2021). La Sontag evidenzia come la costante esposizione fotografica e video alla sofferenza non stimoli la nostra azione, ma trasformi lo strazio in uno spettacolo da consumare passivamente. L’immagine della guerra perde il suo potere di denuncia e diventa iconografia standardizzata. Il bambino denutrito, la città sventrata dalle bombe, il profugo in mare non sono più soggetti storici che reclamano giustizia, ma codici visivi di un genere televisivo o digitale. Questa dinamica si è radicalizzata nell’era degli algoritmi e dello doom-
scrolling, descritta con efficacia da filosofi come Byung-Chul Han. Nello «sciame digitale», il dolore del mondo scorre con la stessa velocità di una ricetta di cucina o di un balletto virale, privato del tempo interiore necessario per l’elaborazione del lutto, della memoria e della reale empatia. Il risultato è la «società liquida» del sociologo polacco Zygmunt Bauman, in cui le vite umane spezzate dalle grandi crisi globali vengono declassate a «vite di scarto», a meri effetti collaterali e inevitabili della modernità. L’assuefazione disattiva la nostra responsabilità morale. Quando incorporiamo i leopardi nella nostra liturgia quotidiana – accettando che le guerre ai confini dell’Europa o in Medioriente siano solo un aggiornamento delle notifiche del mattino o che la retorica dell’odio sia solo «lo stile del leader di turno» –cessiamo di essere cittadini e diventiamo spettatori rassegnati.
di Bruno Gambarotta
di Aldo Grasso
di Paolo Di Stefano
GUSTO
Meloni
Insalata di cetriolo e melone con lenticchie
Piatto principale
Ingredienti per 4 persone
120 g di lenticchie, ad es. lenticchie beluga nere sale
1 cetriolo per insalata
1 melone Charentais da ca. 700 g
1 cipolla rossa
Dressing alla menta
5 cucchiai d’olio d’oliva
3 cucchiai d’aceto, ad es. Condimento bianco
1 cucchiaino di miele liquido ½ mazzetto di menta pepe
1. Fai sobbollire le lenticchie in acqua leggermente salata per ca. 20 minuti, finché si sono ammorbidite. Scola e lascia sgocciolare.
2. Taglia il cetriolo a lingue sottili per il lungo con il pelapatate o l’affettaverdure.
3. Dimezza il melone, elimina dapprima i semi e poi la scorza. Taglia il melone a spicchi. Dimezza la cipolla e tagliala a spicchi sottili.
4. Per il dressing, mescola l’olio con l’aceto e il miele. Strappa dai gambi alcune foglie di menta, tritale e uniscile alla salsa. Condiscila con sale e pepe.
5. Distribuisci i cetrioli nei piatti assieme al melone, alle cipolle e alle lenticchie. Irrora con il dressing. Cospargi con le foglie di menta avanzate strappate.
I giganti della frutta: meloni e angurie
Queste delizie sferiche sono ora nel pieno della stagione e si prestano a molteplici preparazioni culinarie, diventando protagoniste di ogni portata del menu
Testo: Dinah Leuenberger
Melone Charentais al prezzo del giorno
Consigli
Come si capisce se meloni e angurie hanno raggiunto il giusto grado di maturazione?
La prova del picchiettio e l’odore sono utili: le angurie mature suonano cave e presentano una macchia giallo crema sulla buccia. Le varietà di melone Galia e Charentais, invece, hanno un profumo dolce e la loro buccia cede leggermente alla pressione.
Per quanto tempo si conservano angurie e meloni?
Se conservati a temperatura ambiente e interi, meloni e angurie si mantengono per pochi giorni. Una volta tagliati, vanno conservati ben coperti in frigorifero e consumati entro 2-3 giorni.
Dessert a strati di melone e panna
Dessert per 4 persone per 4 bicchieri di ca. 2 dl
1 melone, ad es. Charentais 4 cucchiai di sciroppo, ad es. di cassis
2 dl di panna 4 cucchiai di crème fraîche 1 bustina di zucchero vanigliato ca. 40 g di meringhe, ad es. mini
1. Taglia il melone a metà e privalo dei semi. Con uno scavino estrai da ogni metà 10-12 palline e mettile da parte.
2. Stacca il resto della polpa del melone dalla buccia e tritala grossolanamente poi mescolala con lo sciroppo.
3. Mescola la panna con la crème fraîche e lo zucchero vanigliato e monta ben ferma.
Zuppa fredda di melone con semi di
girasole
La zuppa fredda di melone Galia è un antipasto rinfrescante o anche uno spuntino. Il tocco extra lo conferiscono i semi di girasole caramellati e i jalapeños.
4. Metti da parte alcune meringhe per guarnire e sbriciola grossolanamente il resto. Distribuiscile nei bicchieri alternandole con la polpa di melone tritata grossolanamente e la panna. Guarnisci i dessert con le palline di melone e le meringhe messe da parte e servi subito.
Anguria caramellata con sesamo Bastoncini di anguria caramellati con sciroppo di riso e aromatizzati con succo di limetta: una vera delizia per l’aperitivo!
Melone Galia al prezzo del giorno
Anguria mini al prezzo del giorno
Qui puoi scaricare l’app Migusto
Mangi mai sostituti della carne?
Per alcuni, le salsicce e le cotolette vegetariane sono una vera e propria delizia, per altri sono superflue. Due redattrici condividono le loro esperienze in merito alla cucina vegetariana.
GUSTO
Prodotti vegetariani
«La consistenza è molto simile a quella dell’originale»
Edita Dizdar, redattrice
I prodotti sostitutivi della carne non sono un alimento quotidiano per me e la mia famiglia, ma ogni tanto li mangiamo volentieri. Che si tratti di salsicce alla griglia, cotolette al limone e pepe, sminuzzato di quorn o un succoso burger, la scelta è ampia e, in effetti, il gusto mi convince. Soprattutto durante una grigliata estiva, trovo piacevole il fatto che, essendo vegetariana, io possa grigliare qualcosa di mio e non debba limitarmi solo all’halloumi, alle insalate e ai contorni. In passato mangiavo molto volentieri la carne e ho smesso 13 anni fa, non per motivi legati al gusto. Per questo trovo affascinante quanto sia evoluto il settore da allora. Non smetto mai di stupirmi di quanto la consistenza di alcuni prodotti sostitutivi si avvicini a quella dell’originale. Personalmente mi piace. Dato che li portiamo in tavola consapevolmente solo di tanto in tanto, rimangono qualcosa di speciale. E lo ammetto: ogni volta non vedo l’ora che l’evento si ripeta.
«Preferisco usare legumi come fagioli e lenticchie»
Angela Oebrist, redattrice
Mi piace cucinare con ingredienti freschi e uso raramente i prodotti pronti. Per la mia cucina vegetariana non ho bisogno di sostituti della carne: né per il sapore né per la consistenza. Preferisco invece usare legumi come fagioli e lenticchie, ad esempio per gli stufati o per preparare un burger vegetariano. I funghi sono l’ingrediente ideale per sughi saporiti, mentre formaggi come il Gruyère o la feta sono perfetti per ripieni sostanziosi. Il tofu al naturale, invece, lo marino a volte alla mediterranea, altre volte in stile asiatico o indiano, e poi lo rosolo fino a renderlo croccante.
Considero le ricette classiche a base di carne una preziosa fonte di ispirazione: adoro il cordon bleu di sedano con formaggio di montagna che i miei genitori preparano appositamente per me. Io preparo spesso la piccata con zucchine o melanzane, che taglio a fette sottili, impano, friggo fino a dorarle e servo con una salsa di pomodoro. Nelle mie lasagne aggiungo lenticchie beluga, mentre nella bolognese vegetariana metto anche dei ceci schiacciati, lasciandoli leggermente a pezzetti. Ecco come cucino io, senza carne. Se però mi invitano a cena e il padrone di casa mi serve uno sminuzzato alla zurighese vegetariano fatto con il quorn, lo apprezzo molto e lo mangio con piacere.
Piacere
Un dessert molto aromatico
More, yogurt e zucchero danno origine a un delicato soft ice da gustare con un topping croccante di corn flakes e cioccolato
James Bond ritrova la licenza di stupire
007 First Light segna il grande ritorno dell’agente segreto nei videogiochi, fondendo lo stealth di Hitman con l’azione spettacolare di Uncharted
San Blas, il mare ai piedi
Reportage ◆ I Guna di Panama si preparano a lasciare isole destinate a scomparire, affrontando il primo grande reinsediamento climatico del continente
Enrico Martino, testo e foto
Pascual annusa l’aria, «No hay problema, el mar es suavito» («Nessun problema, il mare è calmo»). Per tutta la notte il vento le ha provate tutte per far decollare i cocchi dai ciuffi di palme che incoronano i Cayos (arcipelago) di San Blas. Se lo dice lui che questo Caribe ispido lo cavalca tutti i giorni appollaiato su un cayuco speriamo bene, anche se quando il suo precario taxi-piroga sembra infilarsi senza speranza in ogni onda che incontra mi rendo conto che questo mare tanto suavito non è.
Sullo sfondo si alza una cordigliera velata dall’umidità nebbiosa della selva, un confine sfuggente come il numero dei Cayos di questo arcipelago corallino sgranato lungo la costa settentrionale di Panama. Secondo i bene informati sarebbero 377, ma vai a capire come distinguere un’isola grande come un appartamento dalla vicina lingua di sabbia che non si sa bene perché non abbia diritto allo stesso titolo.
Fino a pochi anni fa era il paradiso quasi privato di circa cinquantamila Kuna, o Guna come preferiscono essere chiamati i discendenti dell’ultimo popolo autoctono semi-indipendente del Caribe. Oggi però questo scenario tropicale che sembra galleggiare sul blu psichedelico di un mare da cartolina potrebbe presto conquistare il poco invidiabile primato di prima comunità ufficiale di rifugiati climatici del mondo, una piccola avanguardia delle centinaia di milioni di persone costrette a spostarsi entro la fine del secolo. Secondo le previsioni governative, infatti, entro il 2050 quasi tutte le isole diventeranno inabitabili, perché la stragrande maggioranza emerge per poco più di un metro, o anche meno, sul livello di un mare che qui potrebbe alzarsi anche oltre sei millimetri all’anno, senza contare l’influenza di fenomeni metereologici come El Niño e La Niña. Già oggi i villaggi Guna visti dall’alto sono grumi di minuscole case ammassate l’una
contro l’altra che occupano ogni centimetro disponibile.
«Neg bonniguana» («La nostra casa comune si sta ammalando»), sospirano rassegnate molte comunità che lottano già da decenni contro il mare, ar-
retrando le case e costruendo precarie barriere di corallo e cemento, scelta poco lungimirante se si considera che distruggere i coralli indebolisce le difese naturali contro erosione e tempeste, peggiorando la situazione.
Il mare ai piedi ma non per molto, perché la stragrande maggioranza della popolazione sarà costretta a emigrare sulla vicina terraferma, anche se molti anziani rifiutano di muoversi perché credono che non capiterà durante la loro vita, o temono che si tratti dell’ennesima menzogna per impadronirsi delle isole e trasformarle in resort per ricchi stranieri. «Qui sono nati i miei genitori e i miei nonni, e se l’isola affonda, che affondi, io di certo non me ne vado» ride un’anziana seduta davanti alla sua casa.
Come sempre, a prendere decisioni così importanti saranno i saila, capi e guide delle comunità che dispensano saggezza stravaccati su confortevoli amache nella penombra delle Casas de Congreso, le grandi capanne collettive cuore di ogni villaggio. «Noi siamo i difensori della comunità perché conosciamo il mondo. Per questo dobbiamo essere perfectos, ma prima di prendere una decisione importante ascoltiamo i cantores che rievocano con
Nusatupo. I Guna sono ancora una società matriarcale
e le figlie sono molto apprezzate perché, quando si sposano, il marito contribuisce al patrimonio
lavorativo della moglie. Sotto: Villaggio degli indiani Guna di Nusatupo. Nessun estraneo (waga) è autorizzato a vivere sulle isole.
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antichi canti la storia degli antenati» spiega Daniel, saila di Mamardup, col suo faccione butterato che ricorda un ananas, tentando con scarso successo di trasudare modestia. «Qualche volta la mia testa impazzisce per il troppo pensare, ma dobbiamo educare i nostri giovani anche se emigrazione e turismo hanno cambiato tutto. Qui viviamo felici perché Ibeorgun, il nostro unico dio, ci ha dato i pesci e il mare senza dover pensare a come pagare cibo, acqua e luce. Cosa penserà se agiamo male? Figli miei guardate che terra benedetta avete, e voi mi tradite. Non ci sarà più pesce, e neanche tortuguitas » tuona il saila con una voce cantilenante come un mantra, cercando di imitare quella che dovrebbe essere una voce vagamente divina. Poi conclude le sue alate parole chiedendo cinque dollari per il disturbo, perché in un mondo che sembra aver fatto della monetizzazione l’ultima difesa dai waga, gli estranei, ogni cosa, ogni gesto ha un prezzo, rigorosamente in dollari, dallo sbarco su un cayo al grido che risuona ossessivo, «una foto un dollaro». Non si sgarra, al punto che ti viene il sospetto che persino Colombo abbia dovuto sborsare un pugno di dobloni per ancorarsi qui nel suo quarto viaggio.
Il futuro dei Guna crescerà nella selva dei loro antenati, mettendo tuttavia alla prova identità, economia e tradizione
Secondo le male lingue, però, Daniel ascolterebbe altre voci oltre a quella divina, perché in passato, nel cuore della notte i narcos colombiani gli puntarono la canna di un mitra a un palmo dal naso, chiarendo in modo molto convincente che se il carico di cocaina misteriosamente volatilizzatosi sull’isola non fosse ricomparso immediatamente avrebbero ammazzato tutti. «Qui la droga non solo passa, ma sta distruggendo un’intera generazione» confida Arquimedes, un maestro che ha scelto di tornare perché la comunità aveva bisogno di lui. Sono più colombiani che panameños da sempre i Guna, isolati dal resto del Paese da una cordigliera senza strade decenti, basta ascoltare la musica sparata da radio che fanno vibrare le capanne di paglia quando l’inna-nuga celebra le prime mestruazioni delle ragazze.
La cerimonia tradizionale di passaggio all’età adulta della cultura indigena Guna di Panama «noi la chiamiamo la fiesta de la chicha, il liquore di mais fermentato» sogghigna Arquimedes, «perché al pomeriggio le señoras si metteranno a piangere, ubriache fradicie». Forse perché sanno che vita aspetta le ragazze, oggi rigorosamente chiuse in una capanna mentre le altre spiegano loro i casi della vita. Il resto del villaggio aspetta all’ombra della Casa de Congreso, lontano dallo sguardo dei waga, mentre le donne con le guance colorate di rosso vivo e i grandi orecchini d’oro fanno passare di mano in mano i gusci di cocco spaccati a metà pieni di chicha, annunciati da un beneaugurante tomak cuenath (beviamo).
«Una famiglia può spendere anche più di mille dollari perché tutti devono essere contenti. È come se le ragazze cominciassero una nuova vita, stanotte i cantores decideranno il loro nuovo nome, diverso da quello che avevano da bambine, ma ormai tutto è cambiato» ammette con un filo di amarezza Arquimedes. Sarà anche vero ma fino a oggi questi ultimi sopravvissuti
di un Caribe precolombiano, travolto dall’apocalittica sfortuna di trovarsi sulla rotta dei primi conquistadores, si sono barcamenati alla grande tra spigolose realtà postmoderne e miti immutabili da quando un mondo senza fiumi né mari era popolato solo da animali che parlavano come persone. I Guna arrivarono dopo, quando l’eroe ancestrale Ipelele Opa inviò sulla terra Sipukua e sua moglie, antenati mitici di un tempo remoto di cui sopravvivono il matriarcato e il rispetto per gli albini, frutto di eccessivi matrimoni tra consanguinei ma nobilitati a bianchissimi figli della Luna, perché qui ancora oggi più sei bianco più sali
in fretta in cielo, mentre los negros vanno all’infierno. Una delle poche inossidabili certezze locali come le inesauribili quantità di molas, coloratissimi patchworks di animali che crocchi di donne ricamano in ogni angolo delle isole come penelopi caraibiche in attesa di turisti perché qui tutto si vende. Pur di non dipendere dal mondo esterno i Guna hanno distrutto la vegetazione autoctona trasformando le isole in uno sterminato cocchificio sul mare, alla faccia dell’idillica immagine ecologista dei popoli indigeni. Il mare, le mangrovie e la vicina foresta pluviale hanno fornito per secoli cibo, medicine e materiali da costruzione,
d’
anche se l’economia dell’arcipelago è diventata sempre più dipendente dal turismo. L’importante è che nessun waga si voglia stabilire sulle isole, e se qualcuno ci prova i saila lo sbattono via senza tanti complimenti.
Non è difficile per un popolo che ha difeso il suo territorio e il proprio patrimonio culturale come pochi altri in America Latina, al punto che nel 1938 , dopo lunghi anni di guerriglia, è stata costretta a riconoscere le isole e la costa adiacente come regione indigena semi-autonoma di Guna Yala. «Ci hanno tolto tutto, l’oro, la terra, persino le donne» rimugina Ricardo, un vecchietto minuto avvolto in una camicia verde smeraldo. «Ci attaccavano come animali ma adesso è storia passata, sono più civilizados e ci rispettano, e noi rispettiamo loro».
Oggi però il cambiamento climatico ha spinto molti Guna a emigrare a Panama City, come progetta di fare anche Miguel, un pescatore stanco di questa precarietà. «Sogno di vivere in una casa che non si allaghi ogni tre o quattro mesi, sogno che i miei figli non abbiano paura di avvicinarsi all’acqua, ma sogno soprattutto che la nostra bambina che sta per nascere non debba vivere in una terra dai giorni contati». È questo a distinguere i Guna da altre popolazioni autoctone, hanno un luogo dove tornare, la terraferma dove vivevano fino a due secoli fa, e il loro reinsediamento viene mo-
nitorato come possibile modello, perché si tratta del primo progetto latino-americano per ricollocare un’intera comunità di rifugiati climatici. Una gigantesca sfida costata venti anni di studi e oltre dodici miliardi di dollari: per molti esperti tuttavia un piano così complesso non può essere solo un progetto edilizio ma deve pianificare una trasformazione economica, ambientale e culturale. «Stanno costruendo casette che sembrano scatole di fiammiferi nel cuore della foresta tropicale, però non hanno salvato un solo albero e usano materiali inadatti per il caldo umido tropicale» dicono molti Guna che conoscono bene la foresta pluviale dell’entroterra, temendo che la loro cultura faccia la stessa fine.
Altri invece sperano che questa migrazione al contrario verso la selva e i fiumi da cui erano fuggiti, e dove hanno continuato a seppellire i loro morti, possa rafforzare il cordone ombelicale con le proprie radici. «Sono i luoghi dove gli antenati hanno predetto che saremmo ritornati, costretti dalla furia dell’acqua e del fuoco» spiega Felipe, rispettato cantor di Mamardup. «Quello che non avrei mai immaginato è che si riferissero all’emergenza climatica».
Informazioni
Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica
La minuscola isola corallina di Kuanidup con i bungalow di un piccolo hotel. Sotto: Sono quasi 400 le isole di sabbia bianca, degne di una cartolina dell’Arcipelago, ricoperte di palme da cocco; il trasporto tra le isole avviene tramite i tradizionali cayucos imbarcazioni ricavate da tronchi
albero scavati. In basso: una donna Guna.
«Ero assetata di libertà»: la rivolu
Soft ice alle more con topping croccante
Il personaggio ◆ A cent’anni dalla sua scomparsa raccontiamo una delle figure più significative del Monte Verità attraverso le sue stesse
Carlo Silini
Ingredienti
Dessert
Ingredienti per 8 persone
Doveva essere piaciuta al primo sguardo, Ida Hofmann, al giornalista del «Corriere del Ticino» Angelo Nessi, che nel 1903 la descrisse così: «Noto una bellissima bruna pettinata all’ultima moda e vestita con signorile eleganza. È una delle amiche venuta dalla vicina Ascona». E più in là: «È flessuosa e forte nel suo abito greco, con i capelli lunghi e liberi, il collo e le braccia candide. (…) La bella figlia della natura m’ha posto sul tavolino un moccolo di candela: si inchina e scompare subito nell’oscurità». Come una visione, insomma.
Gelato
600 g di more
300 g di yogurt al naturale
180 g di yogurt greco al naturale
100 g di zucchero
Topping
100 g di cioccolato bianco
20 g di corn flakes
2 di zucchero
Chi la conosce?
Ida Hofmann, chi fu costei? Pare incredibile che uno dei personaggi più innovativi della scena culturale mitteleuropea d’inizio Novecento, protagonista indiscussa di quell’esperimento utopico che fu Monte Verità sopra Ascona sia così poco conosciuta in Ticino. Certo, parlava e scriveva in tedesco come quasi tutti i suoi compagni d’avventura dell’epoca (pur essendo poliglotta), ma è curioso e anche un po’ imbarazzante che a cent’anni dalla sua scomparsa, la conoscano soprattutto turisti e estimatori d’area germanofona, mentre gli svizzero-italiani praticamente l’ignorano.
Eppure, per i «locali», oltre una visita all’antica collina di Monescia, il modo più diretto per conoscerla sono le sue stesse parole, restituite nel bel volume Monte Verità. Verità senza poesia, edito da Casagrande nel 2023 (titolo originale Monte Verità. Wahrheit ohne Dichtung. Lorch 1906), con prefazione di Edgardo Franzosini e postfazione di Nicoletta Mongini. Il libro raccoglie dalla viva voce della Hofmann la sua testimonianza in prima persona riguardo quel gruppo di giovani pensatori, artisti, idealisti e anarchici, ironicamente definiti – dalle nostre parti – «balabiott», che nel 1900 si era insediato sul colle di Ascona, per creare una sorta di «comune» ante litteram. L’intento era quello di rompere con le convenzioni sociali e gli imperativi del capitalismo sperimentando un nuovo modo di vivere, «più sano e naturale». Non pochi vedranno in quell’esperienza «ticinese» i prodromi del movimento Hippy.
Cent’anni dopo la sua morte, avvenuta in Brasile, Ida Hofmann non ha bisogno di interpreti. Basta ascoltarla. Le sue parole – sobrie, taglienti, spesso più lucide dei commenti che le sono stati dedicati – compongono un’autobiografia intellettuale che è anche il ritratto di un’epoca e di una rivolta: contro il patriarcato, contro il capitalismo, contro il matrimonio come possesso, contro la civiltà che si allontana dalla natura Quello che segue è un racconto costruito mettendo in dialogo la sua vita e la sua voce.
La pianista borghese
Ida Hofmann nasce nel 1864 a Friburgo, in Brisgovia, in una famiglia colta e ben inserita nella borghesia mitteleuropea. Studia musica, diventa pianista e pedagoga, attraversa Vienna e le corti aristocratiche come insegnante. Una vita rispettabile che non le basta. A Cetinje, dove insegna,
Preparazione
1. Mettete le more in congelatore per alcune ore.
2. Riducetele in purea con entrambi gli yogurt e lo zucchero. Mettete di nuovo in congelatore per circa 1½ ore, mescolando di tanto in tanto.
3. Nel frattempo, mettete in congelatore le scodelline.
4. Per il topping, spezzettate il cioccolato e fatelo sciogliere in una scodella a bagnomaria.
5. Sbriciolate leggermente i corn flakes e caramellate lo zucchero in una pentola.
6. Allo zucchero unite i corn flakes, poi mescolate e versate i corn flakes caramellati nel cioccolato sciolto. Amalgamate bene.
7. Stendete la massa su un foglio di carta da forno e mettete in frigo, finché il cioccolato s’indurisce.
8. Tritate il cioccolato. Distribuite il gelato nelle scodelline fredde e cospargete con il topping. Quindi servite subito.
Preparazione: circa 25 minuti; congelamento: circa 1 ora e mezza
Per persona: circa 4 g di proteine, 9 g di grassi, 32 g di carboidrati, 230 kcal
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dello Stato […] rappresentavano […] l’indegna presa di possesso della donna da parte dell’uomo». Del resto, il matrimonio non è garanzia dell’amore, dice Ida. Anzi, è spesso la sua negazione, perché trasforma un rapporto in un contratto, e la donna in proprietà. Questa idea anticipa di decenni le teorie sulla libertà affettiva e la critica femminista delle istituzioni familiari. Non stupisce che la relazione tra Ida e Henri provochi «una tempesta di opposizioni e sdegno». Ma Ida non cerca consenso. Cerca coerenza.
qualcosa si incrina. Lo dice lei stessa:
«Per quanto le mie condizioni fossero nel complesso favorevoli, ero assetata di libertà senza neanche saperlo» Una frase che contiene già tut to: il rifiuto della propria condizione e una presa di coscienza tardiva, ma irreversibile. La Hofmann non nasce
ribelle, lo diventa attraverso una sco perta tipicamente moderna: il disagio personale è politico. Il cuore del suo pensiero è profondamente femmini sta. Osservando il suo mondo trae una conclusione sconsolante: la don na vive in una condizione artificiale e
Il passaggio decisivo della sua vita arriva nel 1900, quando il gruppo guidato da Oedenkoven si stabilisce sopra Ascona, sul Monte Monescia, . È qui che il pensiero diventa laboratorio. L’idea è paradossale: «Contrapporsi al capitalismo […] servendosi proprio di capitali». Non una fuga dal sistema, ma una sua torsione. Il progetto è quello di una comunità che unisca proprietà privata limitata ai bisogni; produzione autonoma, condivisione degli utili, libertà di entrare e uscire. Un’utopia concreta, non ideologia pura, ma organizzazione. Monte Verità diventa così una calamita internazionale per artisti, anarchici, riformatori, da Hermann Hesse a Marianne von Werefkin, da Isadora Duncan a Carl Gustav Jung. Ida però non è un’invasata e non idealizza nulla. Racconta anche il caos, i fallimenti, i conflitti interni. Non fa mistero ad esempio delle sue incomprensioni con i fratelli Karl e Gustav Gräser, anche loro fra i carismatici fondatori del Monte Verità, che volevano portare alle estreme conseguenze l’idea di ritorno alla natura e di liberazione dai vincoli sociali. Per lei i Gräser incarnano un rischio tipico delle utopie, quello della libertà intesa come assenza totale di responsabilità. Tra le righe, li accusa anche di essere due gran lazzaroni.
La questione del lavoro
Se c’è un punto su cui Ida è inflessiContro una-
«Chi rifugge il lavoro […] deve È una critica interna, rivolta soprattutto agli «utopisti» che confondono -
ne, Monte Verità non è un rifugio per parassiti, ma una comunità fondata«Uscivamo la mattina […] e tornavamo […] stanchi morti alla sera […] tanto gli uomini quanto
ro: uguaglianza significa anche faticale è l’alimentazione. Monte Verità«Ci siamo
interessati a
Ritratto di Ida Hofmann e, sotto, ingresso del Sanatorio Monte Verità. Nella pagina accanto: Gioia nella libertà e la ballerina Isadora Duncan. (Foto Fondazione Monte Verità, Fondo Harald Szeemann)
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James Bond rinasce nello stealth
Videogiochi ◆ Con 007 First Light, IO Interactive trasforma la licenza più iconica del cinema in un’avventura spettacolare
Kevin Smeraldi
Che cosa succede quando uno studio maestro dello stealth (ndr. giochi in cui si evita lo scontro diretto) decide di prendere in mano una delle licenze più prestigiose e intoccabili della storia del cinema? La risposta si chiama 007 First Light. Con questo videogioco, IO Interactive, celebre per la saga di Hitman, porta nel mondo di James Bond molte delle sue meccaniche stealth più riconoscibili, senza però snaturare l’identità dell’agente segreto più famoso del grande schermo. Il risultato è un’esperienza che unisce l’approccio tattico di Hitman al ritmo spettacolare di Uncharted, dando vita a un’avventura di spionaggio e azione che non ha nulla da invidiare alla sua controparte cinematografica. Era dai tempi del leggendario 007 GoldenEye per Nintendo 64 che non mettevamo le mani su un titolo del franchise di questo calibro. Partendo dal protagonista: il giovane James Bond che interpretiamo in questo titolo ricalca benissimo il personaggio creato da Ian Fleming nei suoi romanzi. C’è tutto: lo stile, il carisma, l’eleganza innata e quel pizzico di spavalderia giovanile che contraddistingue il protagonista conosciuto tramite i lungometraggi.
Nonostante si stia giocando a un videogioco, la cura maniacale per i dettagli dà costantemente l’impressione di guardare, e vivere, un film della serie. Si percepisce con chiarez-
za la crescita del protagonista missione dopo missione, dall’addestramento alla sua prima operazione, fino alla consacrazione della sua iconica licenza di uccidere, che darà la vera svolta action al titolo.
Dal punto di vista del gameplay, la formula adottata ci ha letteralmente rapiti. Come dicevamo, è un gioco orientato allo stile di Uncharted con un DNA alla Hitman. E infatti le sparatorie risultano molto appaganti: senza copertura bastano pochi colpi per finire a terra; ma proprio per questo non ci si può affidare solo alle armi, bensì bisogna sfruttare anche i gadget a disposizione per eliminare i nemici. A ciò si aggiunge la possibilità di rallentare il tempo in stile Max Payne, una meccanica che ci ha divertiti moltissimo. Anche il combattimento corpo a corpo funziona alla grande, basandosi su due tipi di attacco (veloce e pesante) e sul parry (bloccaggi e deviazioni), offrendo la soddisfazione di colpire duro quando serve, soprattutto nelle fasi in cui non si possiede ancora la licenza d’uccidere. Non mancano poi gli inseguimenti in auto, immancabili nella tradizione cinematografica di Bond, e le sezioni con Quick Time Event, che aumentano ulteriormente il livello di spettacolarità.
Tuttavia ci sono due punti che ci hanno fatto storcere il naso. Il primo, un po’ fastidioso ai fini del rit-
Giochi e passatempi
Cruciverba
Quanto è durato il match professionale, giocato a Wimbledon, più lungo della storia del tennis?
Scoprilo, a cruciverba ultimato, leggendo le lettere evidenziate.
(Frase: 6, 3, 1, 6, 6)
31. Pronome relativo 33. Audace
Elevati
36. Acceso a Londra
37. Contributi economici statali
VERTICALI
rutenio
Muccino
29. Fu amata da Vasco de Gama
mo, riguarda le fasi di intramezzo tra una missione e l’altra. Prima di iniziare ogni operazione, infatti, bisogna per forza fare una chiacchierata con Moneypenny riguardo all’incarico da svolgere, oltre a fare un bel giretto nel laboratorio per capire quali gadget valga la pena portarsi dietro. Un’aggiunta che le prime volte ricorda molto le scene dei film, ma che alla lunga spezza con prepotenza l’adrenalina, obbligando a pause «burocratiche» che abbiamo trovato noiose e fuori luogo per un action così serrato. Ma il vero punto debole è la mancanza del doppiaggio in italiano. Ci è dispiaciuto tanto non poter giocare un
titolo di tale calibro nella nostra lingua madre, e pensiamo sia una grande pecca per chi non conosce l’inglese, poiché diventa difficile seguire molti dialoghi durante le fasi di gioco più concitate. Significa anche non potersi godere appieno il contesto narrativo della storia: leggere i sottotitoli nella parte bassa dello schermo mentre si schiva una pioggia di proiettili, o si sfreccia a tutta velocità su un bolide sportivo, è un’impresa frustrante che compromette inevitabilmente l’esperienza.
Passando al comparto tecnico, invece, bisogna solo inchinarsi. Abbiamo giocato a 007 First Light su PS5
Pro e il lavoro fatto dallo studio è notevole e dettagliato: la grafica è ben realizzata, le texture sono ad altissima definizione, le animazioni di transizione super fluide e l’utilizzo del Ray Tracing rende ogni ambientazione sbalorditiva. Ma è soprattutto l’audio che tocca la vera perfezione, con le classiche musiche del franchise che fanno da padrone in ogni fase dell’avventura. Inoltre, ci ha impressionato la recitazione dei vari personaggi, perfettamente integrati tramite un motion capture di altissimo livello da parte di veri attori. Vedere espressioni così realistiche dà una spinta incredibile a tutta la produzione; a spiccare su tutti troviamo anche la straordinaria presenza di Lenny Kravitz nel ruolo dell’eccentrico trafficante d’armi, la cui performance regala un antagonista magnetico.
In conclusione, 007 First Light è un titolo che ci ha stupiti e, da fan storici della serie, non avremmo mai pensato di dedicarci così tante ore con un livello di coinvolgimento simile. Pur con le sbavature legate al ritmo spezzato tra una missione e l’altra e all’assenza del doppiaggio italiano, l’offerta ludica messa in piedi da IO Interactive è eccezionale. Il gioco è indicato a chi ha amato le saghe di Hitman e Uncharted, ma soprattutto a chi è fan del franchise e ha voglia di immedesimarsi nei panni dell’agente segreto più famoso del mondo! Voto: 9/10
Soluzione della settimana precedente RICONOSCENZA – Tra amici: «Gigi non ci
«Al di qua» in latino
Due di cinque
2. Le iniziali della criminologa Bruzzone
3. Fanno le veci delle madri
4. Un satellite di Uranio
6. Di nove... vocali
7. Aurei 8. Le iniziali del Malgioglio della tv 9. Domani lo dirò di oggi
Le carote meno care
Le iniziali dello scrittore Saba
e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».
Le iniziali del Duca della Vittoria
Gelato su stecco Almond, Caramel o Cappuccino, MegaStar prodotto surgelato, in conf. speciale, per es. Almond, 12 x 120 ml, 9.70 invece di 19.40, (100 ml = 0.67)
13.95
invece di 23.80 Filetto di salmone senza pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 400 g, in self-service, (100 g = 3.49) 41%
invece di 13.50 Hamburger di manzo Migros Svizzera, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.59) 41%
Gelato su stecco Almond, Caramel o Cappuccino, MegaStar prodotto surgelato, in conf. speciale, per es. Almond, 12 x 120 ml, 9.70 invece di 19.40, (100 ml = 0.67) conf. da 12 50% 7.95
7.95 invece di 11.90
Ciliegie Extra Svizzera, vaschetta da 750 g, (100 g = 1.06) 33%
Detersivo per bucato in polvere, gel o discs, Persil in confezioni speciali, per es. in polvere Universal, 4,95 kg, 28.65 invece di 57.38, (1 kg = 5.31) 50%
tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. Migros Ticino Caffè in chicchi Chicco D'Oro Tradition 1 kg, 11.74 invece di 19.90, (100 g = 1.17) a partire da 2 pezzi
Da
Freschezza e COLORE
I lamponi, con 34 kcal per 100 g, sono poveri di calorie ma ricchi di vitamine e minerali. In frigorifero, i frutti interi si conservano più a lungo se riposti in un contenitore traspirante rivestito con carta da cucina. Lavare le bacche solo immediatamente prima del consumo.
Migros Bio Svizzera, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.90) 24%
2.60 invece di 3.30
Carote Migros Bio Svizzera, sacchetto da 1 kg 21%
4.75 Pomodori Cuore di Bue Migros Ticino, al kg, (100 g = 0.48)
20%
Champignon Migros Bio
marroni e bianchi, Svizzera, per es. marroni, vaschetta da 250 g, 3.15 invece di 3.95, (100 g = 1.26)
3.95
Insalata estiva Migros Bio 200 g, (100 g = 1.98)
Grigliare con ripieno di formaggio fresco alle erbe aromatiche
Fai posto sul grill
1.60
2.95
2.65
3.35
2.05
2.20
2.95
3.95 invece di 4.95
Salsicce da grigliare con formaggio Svizzera, 2 pezzi, 300 g, in self-service, (100 g = 1.32) 20%
8.50
invece di 10.80
Bratwurst dell'Olma di San Gallo Spécialité Suisse, IGP Svizzera, 3 x 2 pezzi, 3 x 320 g, (100 g = 0.89)
6.35
1.60
Migros Ticino
4.30
2.95 invece di 3.93
invece di 15.90 Cozze fresche M-Classic, MSC pesca selvatica, Paesi Bassi/Irlanda/Danimarca, 2 kg, in self-service, (1 kg = 4.98)
teamPESCE?
25%
8.95
invece di 12.–Filetti di orata con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Turchia, 350 g, in self-service, (100 g = 2.56)
3.– Mini angurie Italia/Spagna, il pezzo
4.40 invece di 5.95
Zucchine miste Svizzera, al kg, prodotto confezionato 26%
Per la gioia del frigo
A base vegetale
a partire da 2 pezzi 20%
Tutti i tipi di margarina per es. Sanissa aha! Classic, 250 g, 1.92 invece di 2.40, (100 g = 0.77)
7.20 invece di 8.50
Büscion di capra 200 g, (100 g = 3.60) 15%
conf. da 6 –.50 DI RIDUZIONE
3.40
invece di 3.90
20%
5.95 invece di 7.44
a partire da 2 pezzi 10%
Camembert Crémeux Baer in conf. speciale, 300 g, (100 g = 1.98)
Tutto l'assortimento di crème fraîche e panna acidula (prodotti beleaf esclusi), per es. Valflora al naturale, 200 g, 1.98 invece di 2.20, (100 g = 0.99)
Disponibile anche senza lattosio
Flan M-Classic vaniglia, cioccolato o caramello, 6 x 125 g, (100 g = 0.45)
Tutti gli yogurt Bifidus per es. fragola, 150 g, –.64 invece di –.75, (100 g = 0.43) 15%
conf. da 2 30%
Philadelphia al naturale, Balance o alle erbe aromatiche, per es. al naturale, 2 x 200 g, 3.85 invece di 5.50, (100 g = 0.96)
30%
Chavroux Pyramide, tendre bûche e pur chèvre, per es. Pyramide, 150 g, 2.77 invece di 3.95, (100 g = 1.85)
a partire da 2 pezzi 30%
Philadelphia (confezioni multiple e cottage cheese escl.), disponibile in diverse varietà, per es. Original, 200 g, 1.93 invece di 2.75, (100 g = 0.97)
5.40 invece di 7.20
Palline di mozzarella Migros Bio 3 x 150 g, (100 g = 1.20) conf. da 3 25%
–.75
Caffè macchiato Migros 270 ml, (100 ml = 0.28)
E se oggi non cucinassi?
12.90
invece di 19.50
Leckerli finissimi in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.86) 33%
Tutti i rotoli e i mini rotoli non refrigerati, Petit Bonheur per es. rotolo ai lamponi, 330 g, 3.44 invece di 4.30, prodotto confezionato, (100 g = 1.04)
2.40 invece di 3.20
Twister cotto su pietra, chiaro e rustico, bio 360 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.67)
Pane Harry forno a pietra, multicereali e Vital & Fit, per es. forno a pietra, 500 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 0.47)
2.95 Generoso in cubo 6 pezzi, 108 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.73)
L’amore ha il sapore del CACAO
conf. da 5 20%
Toblerone Milk, Tiny Milk u Mix in confezioni speciali u multiple, per es. Milk, 5 x 100 g, 13.20 invece di 16.50, (100 g = 2.64)
Tutti i biscotti Tradition per es. Petit Gâteau limone, 150 g, 3.08 invece di 4.40, (100 g = 2.05) a partire da 3 pezzi 30%
a partire da 2 pezzi
1.–DI RIDUZIONE
Tutto l'assortimento Blévita (confezioni singole escluse), per es. Gruyère AOP, 6 x 38 g, 2.95 invece di 3.95, (100 g = 1.29)
2.90 Gelato alla fragola M-Classic prodotto surgelato, vaschetta, 1000 ml, (100 ml = 0.29) PREZZO BASSO
Tutte le tavolette di cioccolato Lindt per es. al latte finissimo, 100 g, 2.56 invece di 3.20 a partire da 2 pezzi 20%
7.35 invece di 9.20
Coppette di gelato M-Classic prodotto surgelato, Ice Coffee, Vacherin o Bananasplit, per es. Ice Coffee, 4 x 165 ml, (100 ml = 1.11) conf. da 4 20%
Zampe d'orso o schiumini al cioccolato, M-Classic in conf. speciale, per es. zampe d'orso, 760 g, 5.60 invece di 7.–, (100 g = 0.74) 20%
3.60
Band Sweet Mushrooms 3 x 100 g, (100 g = 1.20) conf. da 3
Red
Snack e aperitivi
È tempo di aperitivi!
Pistacchi, miscela di noci o noci al miele, Party in conf. speciale, per es. pistacchi, 750 g, 6.40 invece di 10.80, (100 g = 0.85)
da 2
Graneo o Snacketti, Zweifel disponibili in diverse varietà, per es. Graneo Multigrain Snacks Original, 2 x 100 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 2.35)
a partire da 2 pezzi 25%
Tutto l'assortimento Fever Tree per es. Premium Indian Tonic Water, 4 x 200 ml, 4.50 invece di 6.–, (100 ml = 0.56)
20x CUMULUS NOVITÀ
Freixenet Solare senz'alcol, 750 ml, (100 ml = 2.27)
Pringles disponibili in diversi formati e varietà, per es. Sour Cream & Onion, 185 g, 2.48 invece di 3.30, (100 g = 1.34)
33%
Tutto l'assortimento Evian disponibile in diverse varietà, in confezioni multiple e in bottiglie singole, per es. 6 x 1,5 litri, 4.42 invece di 6.60, (100 ml = 0,05)
conf. da 6 30%
Rivella rossa, blu e gialla, 6 x 500 ml e 6 x 1,5 litri, per es. rossa, 6 x 500 ml, 6.51 invece di 9.30, (100 ml = 0.22)
conf. da 8 25%
9.30 invece di 12.40
Coca Cola Classic, Zero oppure Zero zuccheri e Zero caffeina, 8 x 500 ml, (100 ml = 0.23)
Che AFFARE!
Tutte le scarpe per adulti (articoli Hit esclusi), per es. pantofole comfort unisex Essentials nere, n. 36-45, il paio, 20.97 invece di 29.95 30%
a partire da 2 pezzi 25%
i pannolini Huggies DryNites e Little Swimmers per es. Little Swimmers Swim Pants, tg. 5-6, 12-18 kg, 11 pezzi, 9.71 invece di 12.95, (1 pz. = 0.88)
Ricarica Dettol 2 x 250 ml, (100 ml = 1.74) conf. da 2 20%
Ricarica per dispenser di sapone senza contatto 8.70 invece di 10.90
Kids
Tutti
Fiori che fanno battere forte il cuore
30%
1.35 invece di 1.95
Meloni Galia Spagna, il pezzo, offerta valida dal 9.7 al 12.7.2026
25%
5.15 invece di 6.90
Filetto di manzo Black Angus Migros, al pezzo Uruguay, per 100 g, in self-service, offerta valida dal 9.7 al 12.7.2026
Tutto l'assortimento Ponti e Giacobazzi offerta valida dal 9.7 al 12.7.2026 a partire da 2 pezzi 40%
Fino a esaurimento dello stock. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti.