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Azione 27 del 1 luglio 2026

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Seguici su Migros presenta una nuova rivista dedicata alla sostenibilità

MONDO MIGROS Pagina 2

Come ridurre il traffico su strada o l’intasamento dei treni nelle maledette ore di punta

SOCIETÀ Pagina 13

ATTUALITÀ Pagina 17

Carlo Bizzozero ci riporta al 2 giugno 1951, tra alluvioni, nevicate record e uomini di ferro

Dona De Carli insegue da sempre una fotografia che cerca nell’errore la propria forma più autentica

CULTURA Pagina 21

Ut Ø ya, l’isola che sconfisse l’odio

Londra sotto Carlo III ridisegna la propria identità reale archiviando l’era elisabettiana

TEMPO LIBERO Pagine 34-35

A cosa serve un artista nei tempi di guerra

È giusto che gli artisti si schierino per le grandi cause del nostro tempo? Palestina, Ucraina, antropocene, conflitti dimenticati: il dibattito si riaccende a ogni nuova crisi globale. Gli intellettuali – che un tempo orientavano il dibattito pubblico – hanno perso centralità, autorevolezza, carisma. Non vediamo più figure come Vaclav Havel, Simone de Beauvoir, Vargas Llosa o Pasolini capaci di fare il contropelo al presente. Oggi prevalgono voci frammentate, più commentatori che maestri.

Svaniti gli intellettuali, la parola passa quasi automaticamente agli artisti. Non tanto per competenza, quanto per esposizione mediatica: oggi un musicista o un attore raggiunge milioni di persone (pardon: follower), assai più facilmente di un filosofo o di un accademico. Normale che gli si chieda di prendere posizione su tutto. Anche su ciò che esula dal loro ambito. Del resto: 1. se si schierano lo fanno come esseri umani e

non come artisti; 2. è meglio che lo facciano loro, perché subito dopo ci sono gli influencer – no comment – e al livello successivo, o regressivo –vedete voi – i leoni da tastiera. Ma torniamo a bomba: ha senso che gli artisti si schierino? Nelle scorse settimane – ne ha parlato anche «Azione» – Francesco De Gregori è sbottato: «Quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico, ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo». A dirla tutta, a noi non dispiace che il Boss, così come anche Robert de Niro, abbiano espresso senza mezze misure la loro avversione alle logiche dell’inquilino della Casa Bianca. La posizione di De Gregori resta però legittima e rispettabile anche se può irritare, in un clima dove il silenzio è spesso interpretato come complicità. Lo dimostra, in senso opposto, la polemica che ha investito la Biennale di Venezia per

la sua mancata presa di posizione netta contro la Russia: la presenza di un padiglione russo è stata letta da molti come una forma di neutralità inaccettabile, se non di genuflessione a un certo filo-putinismo italico.

L’episodio dimostra che, in realtà, anche non schierarsi è una forma di schieramento. Del resto, non esiste un’arte completamente neutrale, così come non esiste un artista fuori dal proprio tempo. Ogni opera riflette – consapevolmente o meno – una visione del mondo, un contesto, una sensibilità. E, tuttavia, riconoscere questa inevitabile dimensione politica non significa accettare che l’arte debba diventare propaganda. Anzi. La storia dimostra che quando l’arte si trasforma in cinghia di trasmissione di una causa, rischia di perdere ciò che la rende più preziosa: la propria libertà. Perciò si può capire chi rivendica una via più la-

terale. Un’arte che non rinuncia al mondo, ma neppure si lascia ingabbiare in esso, che eleva, invece di dividere. E lavora sui tempi lunghi della coscienza. Dostoevskij diceva che «la bellezza salverà il mondo». E Nietzsche ricordava che abbiamo l’arte «per non morire di verità». Come a dire che l’arte non serve tanto a dirci da che parte bisogna stare, ma a rendere abitabile la durezza della realtà. Gli artisti hanno il diritto di schierarsi, ma il loro vero potere resta altrove. Perché si può scendere in piazza con le bandiere arcobaleno contro la guerra, ed è una scelta nobile. Oppure si può cantare: «Generale, dietro la collina / Ci sta la notte crucca e assassina / E in mezzo al prato c’è una contadina / Curva sul tramonto sembra una bambina / Di cinquant’anni e di cinque figli / Venuti al mondo come conigli / Partiti al mondo come soldati / E non ancora tornati». E il messaggio non è meno chiaro.

Guido Mariani Pagina 15
Carlo Silini

«Ogni sabato ritrovo la mia serenità in piccionaia»

Hobby particolari ◆ Da oltre quarant’anni Dario Pellegrini si dedica all’allevamento di piccioni di razza

Fra le numerose collaboratrici e i numerosi collaboratori di Migros Ticino, ve ne sono anche alcuni con degli hobby fuori dagli schemi, un poco insoliti. Su queste pagine abbiamo raccontato della passione per le auto (quasi un affare di famiglia!) dell’informatico Daniele Cacciola, o dell’impiegato della logistica Samir Slimani, che ama la simulazione di volo. Anche Dario Pellegrini, in Migros Ticino dal 1992, dapprima in contabilità, e dal 2010 come responsabile della gestione immobiliare ed espansione dell’azienda, coltiva un hobby un po’ particolare, ed è l’allevamento di piccioni di razza.

Dario, cosa sono i «piccioni di razza»?

Non parliamo di piccioni viaggiatori, che ritornano a casa, ma di piccioni di bellezza. Un po’ come chi alleva gatti o cani di razza e li fa partecipare a esposizioni di bellezza. Io allevo il Cravattato italiano-Reggianino, antica razza italiana caratterizzata da un’ampia cravatta di piume sul petto. Inizialmente avevo quattro piccioni, mentre oggi, a fine periodo di riproduzione, ne conto circa 80/90. In parte serviranno per l’allevamento dell’anno successivo, e in parte parteciperanno a esposizioni in Svizzera e in Italia. Oggi la mia linea di allevamento mi permette di vincere spesso il titolo di campione svizzero di razza,

nel 2024 ho vinto anche il titolo di campione europeo di razza.

Come ti sei avvicinato a questo hobby?

Grazie al mio vicino di casa e allora mentore, che allevava questa razza di piccioni: era il lontano 1981, e avevo 10 anni. Ho iniziato ad allevare alcuni piccioni nella piccionaia dietro casa, appassionandomi presto alla colombicoltura. Dal 1982 sono membro della Società Colombofila Ticinese, della quale sono presidente da oltre 15 anni.

Quanto tempo occupa l’allevamento?

Per accudire i piccioni investo circa una decina di ore alla settimana.

Fortunatamente anche mio padre è un appassionato e mi dà una mano con la distribuzione del mangime e dell’acqua fresca per gli abbeveratoi e le vasche per il bagno: i piccioni adorano fare il bagno in acqua molto fredda!

Un piccione di Dario Pellegrini premiato durante un’esposizione.

Cosa serve per praticare questo hobby?

È necessario dello spazio verde dove costruire una colombaia, seguendo le regole della legge sulla protezione degli animali. Serve poi del tempo per i controlli giornalieri in colombaia, per verificare lo stato di salute dei colombi, per annotare le nascite e anellare i novelli e per le pulizie. Non è un hobby oneroso, poiché i colombi si nutrono di semplice mangime cui aggiungo vitamine e/o sali minerali e verdure. Per partecipare alle esposizioni si paga una quota per ogni soggetto iscritto, vanno inoltre aggiunti i costi per gli spostamenti e il vitto.

Cosa sono i tuoi piccioni per te? Amo trascorrere il sabato mattina in piccionaia e parlare con i miei piccioni. Passo molto tempo davanti al computer o al telefono in settimana, ed è rigenerante potere vivere un momento di tranquillità con quella che è la mia seconda famiglia.

Una sostenibilità da sfogliare

Info Migros ◆ Scaricabile online una nuova rivista che affronta temi legati a persone e natura

«Una rivista sulla sostenibilità. Ma diciamolo onestamente: chi la legge ancora oggi? Questa è la domanda che io e il mio team ci siamo posti negli ultimi mesi. Per trovare una risposta è stato decisivo ciò che viviamo ogni giorno all’interno del Gruppo Migros: la sostenibilità non è qualcosa di astratto, è realtà. Nei prezzi, nelle materie prime, nelle catene di fornitura, nella disponibilità dei prodotti sugli scaffali. Riguarda tutti noi, ogni giorno. La nostra nuova strategia per la sostenibilità a livello di gruppo è strettamente intrecciata con tutto ciò che facciamo. La grande sfida non è averla, ma renderla comprensibile». Questi gli intenti alla base del lancio di una nuova rivista nelle parole di Christopher Rohrer, responsabile Direzione Sostenibilità e Politica economica Federazione delle cooperative Migros.

Tre gli ambiti su cui si focalizza Migros: Strategia, Natura, Persone Nella prima sezione, riguardante Strategia, si delineano una serie di obiettivi comuni, nonché una riflessione attorno a una sostenibilità accessibile per tutti e un focus sui gas serra. Nella sezione Natura, invece,

una serie di esempi virtuosi e innovativi provenienti da vari angoli del nostro Paese che includono agricoltura diversificata e freddo green, passando per nuovi habitat naturalistici e imballaggi consapevoli.

L’ultima (ma non per importanza) sezione è dedicata alle Persone, e a quanto Migros investe per il benessere delle stesse. Diversi sono gli approcci riportati nel magazine dedicato alla sostenibilità, dall’impatto di Medbase, all’iniziativa 50+ (per chi decide di mettere fine alla propria carriera), senza dimenticare il sostegno alla Cooperativa Necaayo attraverso il cioccolato bio Max Havelaar/Rainforest Alliance o la scuola in India. Un approccio propositivo a temi sempre più «caldi», ormai nel vero senso della parola.

Dove e quando La rivista sulla sostenibilità di Migros è online dal 29 giugno.

Un mondo digitale davvero open per tutti

Info Migros ◆ Il Percento culturale Migros sostiene progetti che facilitano l’accesso alle nuove tecnologie alle persone che vivono in condizioni di povertà

Con il bando «Inclusione digitale», il Percento culturale Migros sostiene progetti per lo sviluppo e l’ampliamento di programmi e iniziative di partecipazione digitale rivolte a persone in condizioni di povertà e a rischio di povertà. I progetti coinvolgono attivamente questo gruppo target nell’ambito di un processo di partecipazione. Partecipazione digitale significa che tutte le persone hanno uguale accesso e possono utilizzare le tecnologie, i media e i servizi digitali, indipendentemente dalle circostanze, dall’età o da eventuali limitazioni. Ciò richiede, ad esempio, offerte flessibili facilmente accessibili, applicazioni prive di barriere e supporto pratico nell’acquisizione di competenze digitali.

Il sostegno comprende contributi finanziari fino a 50’000 franchi e un programma di accompagnamento con consulenze, scambio di esperienze e networking.

Il bando di concorso si è aperto il 27 maggio 2026 e le bozze di progetto possono essere inviate fino al 18 agosto 2026. Entro metà settembre si deciderà quali bozze di progetto entreranno nella rosa finale. Per le bozze selezionate ci sarà poi tempo fino all’11 novembre 2026 per presentare una richiesta di sostegno del progetto rielaborata e dettagliata.

I progetti da sostenere saranno selezionati entro inizio dicembre 2026. Il progetto dovrà essere realizzato nel periodo 2027-2028. Vengono sostenuti progetti che sviluppano o ampliano offerte o strutture al fine di rimuovere le barriere digitali e/o creare nuovi accessi allo spazio digitale. I progetti sono riconducibili alle seguenti tematiche:

Consentire l’accesso:

Creare offerte flessibili e facilmente accessibili, ad esempio: o spazi e format aperti per provare dispositivi e contenuti digitali senza pressioni in termini di obiettivi o apprendimento; o offerte il più possibile aperte e flessibili in termini di tempo, luogo, contenuti e requisiti di partecipazione; o eliminazione di barriere materiali, sociali, psicologiche, culturali o linguistiche che rendono più difficile l’accesso a offerte o a infrastrutture digitali.

Semplificare l’uso:

Integrazione di approcci di lavoro e supporto peer-to-peer nelle varie offerte. Promuovere un utilizzo indipendente e inclusivo nello spazio digita-

le, ad esempio attraverso strumenti e materiali in linguaggio semplice o in diverse lingue.

Promuovere la fiducia e la sicurezza nello spazio digitale, ad esempio trasmettendo conoscenze di utilità quotidiana, in particolare sui temi della gestione finanziaria, dell’e-banking, della sicurezza e della protezione dei dati.

Informazioni e partecipazione engagement.migros.ch/it/ percento-culturale/affari-sociali/ inclusione-digitale

Dario Pellegrini lavora per Migros Ticino dal 1992
Immagine di copertina della nuova rivista sulla sostenibilità.

SOCIETÀ

Turismo minerario

Nella vicina Lombardia si rivalutano le antiche miniere come mete per visitatori, e avviene anche in Ticino

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Lotta alla sofferenza

L’idea che un parto debba avvenire necessariamente nel dolore andrebbe del tutto ripensata

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Studiando il traffico

Che fare per impedire che le nostre strade, ma anche i convogli ferroviari, siano sempre stracolmi nelle ore di punta?

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Uno sguardo divertito sul Ticino di fine Ottocento

Pubblicazioni ◆ Una nuova edizione per il godibilissimo libro di viaggio di Samuel Butler tra Ticino e Piemonte

Immaginate un tizio pieno di humor e innamorato di Händel, di Shakespeare e dell’Italia, che si aggira, verso la fine dell’Ottocento, nei villaggi alpini e prealpini tra Italia e Svizzera, nel mondo arcaico delle frazioni di montagna ancora privo di automobili e quasi del tutto pre-elettrico. Era appena iniziato il cantiere del tunnel ferroviario del San Gottardo, verso il quale non provava simpatia, e il tizio osservava con entusiasmo fanciullesco usi e costumi rurali, ogni tanto si sedeva sopra un sasso e cominciava a disegnare quello che vedeva: vecchie cappelle, cascine, capre, bimbi scalzi, sagrati pieni di vita.

Una grande tradizione

Il tizio si chiamava Samuel Butler e nel giro di alcune estati aveva percorso spostandosi a piedi o in carrozza le contrade del Nord Italia, in particolare del Piemonte e del Ticino, per poi raccogliere in un libro il suo curioso girovagare: Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino, che appartiene alla grande tradizione anglosassone dei libri di viaggio. Uscito a Londra in prima edizione nel 1881 e in una successiva del 1890, il testo è ora presentato da Humboldt Books nella traduzione di Maria Luisa Agosti Castellani, rimasta finora inedita. La traduttrice iniziò a lavorarvi nel 1946 e vi tornò a più riprese fino al 1991, ma il progetto non trovò mai la via della stampa. Il volume è arricchito da un’introduzione dello scrittore Matteo Terzaghi, da un profilo su Agosti Castellani a firma di Teresa Franco e dalle illustrazioni dell’artista Emi Ligabue ispirate dai disegni di Butler.

A distanza di oltre un secolo dalla prima pubblicazione il testo di Butler continua a stupirci per attenzione e ironia

Il testo è brillante, ironico, pieno di passione per la natura e per gli umani che la abitano. Continuamente intervallato da riflessioni che filosofiche sarebbe dir troppo, dato il tono leggero, al di là del titolo, Alpi e santuari è tutto fuorché una guida turistica. Al centro degli interessi dell’autore ci sono gli esseri umani, gli incontri, lo splendore della natura. C’è perfino un sottofondo musicale, perché Butler tra una descrizione e l’altra, pubblica pagine con gli spartiti e le note di brani a lui cari. Si direbbero scritte e disegnate fischiettando. E forse andrebbero lette con lo stesso spirito. Per dare un’idea di questo testo anomalo e divertito abbiamo raccolto brevi citazioni legate ai luoghi de-

scritti (nelle preferenze di Butler c’è molta Leventina, un po’ di Mendrisiotto, di Locarnese e di Moesano), tralasciando, e ce ne scusiamo, le descrizioni «piemontesi».

Luoghi antichi e pittoreschi

A Faido l’impressione è insieme pratica e sentimentale: «Ad attrarmi a Faido è stata la sua posizione: sul versante italiano delle Alpi è uno dei punti più facilmente raggiungibili dall’Inghilterra… Faido è luogo antico e pittoresco… Parecchie delle sue case risalgono alla metà del XVI secolo». E poco oltre, quasi senza soluzione di continuità, compare il dettaglio conviviale: «C’è una birreria dove si produce della birra eccellente». Il senso di una soglia, di un mondo che sta cambiando, ritorna ad Airolo: «Airolo è

stata rivoluzionata… per i lavori sul versante italiano della grande galleria del Gottardo… è una cittadina nuova, che ha perduto l’aspetto pittoresco di una volta».

Quando il paesaggio prende il sopravvento, Butler aguzza i sensi. Davanti al Ponte del Diavolo taglia corto con una misura personale, quasi capricciosa: «Direi che a me basterebbe fermarmici trenta secondi». Ma subito dopo, a Calpiogna, il tono si fa lirico: «Né schizzo né parole valgono a dare un’idea del pathos di questo luogo… Tutto era silenzio, tranne il sommesso ma incessante rumoreggiare del Ticino e della Piumogna», finché «mi sentii tornare all’orecchio… il “Messiah”», di Haendel s’intende.

I portatori di fieno che scendono da Dalpe, con carichi «di due quintali» sulla testa, diventano figure epi-

L’inconfondibile silouette della chiesa di Rossura tratteggiata da Samuel Butler nel suo volume Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino.

Leventina «scorsi… un corteo di formiche… ogni anno ho sempre rivisto queste formiche allo stesso posto». E dentro la chiesa di Giornico: «rimasi sorpreso dallo splendido verde… quel verde non era che il riflesso dell’erba… l’erba riesce a insinuarsi dappertutto». Talvolta il paesaggio si accende in visione, come sul Ritom: «Gli abeti si mutarono in orchestrali… i ghiacciai due nobili schiere di coriste biancovestite… l’anfiteatro montano divenne un’enorme orchestra». O sconsolate tragedie. Una donna di Rossura gli racconta di aver perduto la figlia a Parigi poche settimane prima: «Era una bella donna, – disse la madre orbata di tanto affetto, – ma ciao. Era molto intelligente… ciao. L’avevo fatta educare dalle suore a Bellinzona… ciao. Conosceva la geografia sulla punta delle dita… e ciao, ciao, – ecc. Qui “ciao” sta per “pazienza”, “ho fatto e ho detto tutto quello che stava in me, e adesso devo rassegnarmi quanto più posso”».

Il cane lupino

che: uomini che «scendono quasi di corsa, senza mai un passo falso», incarnando una sorprendente fisicità caprina. Subito dopo, però, Butler smorza la tentazione dell’enfasi con una battuta: quel «corpo di legno e gamba di ferro» gli sembra «un’esagerazione». È questa continua oscillazione fra ammirazione e ironia a rendere vivo il racconto.

Scene da commedia

Gli incontri, poi, sembrano piccole commedie. Una vecchia di Dalpe lo crede un dottore e gli mostra una gamba malata. Poi, scoprendo che è solo un viaggiatore, si infuria: «Perché mi ha permesso di mostrarle la gamba?», e «tirata giù subito la gonna… se ne corse via zoppicando». Adora le minuzie naturali: lungo un sentiero in

Non manca l’osservazione venata di sarcasmo: a Londra «vidi una povera ticinese inginocchiarsi… davanti alla vetrina di un dentista… aveva scambiato le dentiere per reliquie». O il dettaglio vivido e insieme leggero: il «cane lupino» che «non rifuggì da nessuna bassezza nell’importunarci per ottenere bocconi di pane». Ci sono poi le scene corali, come a Locarno: «luminarie, fuochi d’artificio, palloncini cinesi…» e soprattutto «una Apparizione artificiale della Beata Vergine col Bambino», che lo attira più di tutto. O la quotidianità rituale di Mesocco: il pastore «annuncia la sua partenza… suonando la tromba in una conchiglia… udendo quel suono la gente… porta fuori le mucche». Infine, immagini che restano come emblemi: a Soazza «un uomo… falciava l’erba… lo si sarebbe potuto scambiare per la Morte»; oppure «mai prima di allora le nubi mi erano apparse tanto nere, color dell’inchiostro». Così Butler attraversa i nostri luoghi lasciando una traccia fatta soprattutto di sguardi e di voci. E ciò che ne emerge, più che un territorio da descrivere, è un modo di guardarlo: curioso, partecipe, ironico – e per questo ancora sorprendentemente vivo.

BIBLIOGRAFIA

Alpi e santuari

Testi Samuel Butler (traduzione di Maria Luisa Castellani Agosti), Teresa Franco, Matteo Terzaghi Illustrazioni

Samuel Butler, Emi Ligabue Humboldt Books

Carlo Silini

Le chips di Noè Ponti

Novità ◆ Le apprezzate chips di mais nostrane possono ora vantare un testimonial d’eccezione sull’etichetta

Dopo El Noè, il formaggio a pasta molle introdotto con grande successo nell’assortimento Migros lo scorso anno, il pluripremiato nuotatore ticinese Noè Ponti torna sugli scaffali dei supermercati con un nuovo prodotto che porta la sua immagine: le chips di mais. Lanciate un paio di anni orsono come proposta innovativa nell’ambito dell’assortimento dei Nostrani del Ticino, queste croccanti bontà sono perfette come aperitivo alternativo rispetto alle classiche patatine, ideali come snack spezzafame nel corso della giornata, oppure accompagnate da una cremosa salsina guacamole, per un momento che richiama ai sapori sudamericani, ma reinterpretati in chiave ticinese. Le chips di mais nascono nel contesto del-

la valorizzazione delle materie prime locali, con l’obiettivo di sostenere e promuovere le eccellenze del nostro territorio. A partire dai primi anni Duemila, la produzione di mais in Ticino ha registrato una significativa ripresa, grazie all’impegno di Paolo Bassetti e di alcuni produttori del territorio, che hanno reintrodotto coltivazioni di qualità destinate alla produzione di farina per polenta. Oggi la produzione e la trasformazione dei prodotti a base di mais è affidata a OriginTI, cooperativa composta da agricoltori ticinesi coltivatori di mais vitreo di qualità. Come Noè Ponti, anche questo prodotto racconta il meglio del Ticino: fatto di eccellenza, dedizione e profondo legame con il territorio.

Melanzane bio ticinesi: sapori di casa

Attualità ◆ È il momento giusto per gustare gli ortaggi di produzione locale. Tra questi ci sono le melanzane coltivate secondo i criteri della produzione biologica, una verdura particolarmente apprezzata durante la stagione calda

La fertile terra del nostro Cantone ha molto da offrire in fatto di prodotti freschi di ottima qualità, coltivati con passione e competenza dai nostri agricoltori nel rispetto dell’armonia naturale. Oltre ai prodotti coltivati seguendo gli standard della produzione integrata (IP-SUISSE), alcuni orticoltori si sono orientati verso la produzione biologica, che implica la rinuncia all’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi e a una particolare attenzione alla sostenibilità ambientale.

Una prelibatezza senza pari

Le melanzane vengono scavate e farcite con la loro polpa, cipolle, aglio e uvetta e cotte in forno sui pomodori.

Tra le verdure estive ticinesi più apprezzate dai consumatori, meritano di essere citate le melanzane, disponibili anche di qualità biologica. Gli orticoltori bio locali coltivano gli ortaggi in tunnel, ciò che permette di proteggere meglio le piante e di favorire il loro sviluppo ottimale. Le piantine vengono trapiantate a inizio aprile e, dopo alcune settimane di crescita e con condizioni climatiche favorevoli, da fine maggio si possono già raccogliere i primi frutti. Le varietà tardive fruttificano fino a settembre-ottobre. Ogni pianta dà da 5 a 10 kg di frutti. Malgrado esistano diverse tipologie di melanzane, da noi viene privilegiata la varietà oblunga scura, apprezzata per la sua qualità e versatilità culinaria. L’impollinazione tramite bombi è un aspetto fondamentale nella coltivazione, poiché permette di ottenere frutti di qualità migliore. Per contrastare le problematiche legate a parassiti e malattie fungine vengono impiegati degli insetti utili come le coccinelle, sia adulte sia allo stadio larvale, come anche cimici del genere macrolophus. Vengono utilizzati anche concimi organici e sostanze naturali o minerali ammesse da bio. Nei periodi di canicola i tunnel vengono ombreggiati per limitare lo stress termico delle piante. I tunnel sono anche chiusi con reti antinsetto per limitare l’ingresso di possibili parassiti dannosi.

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Flavia Leuenberger

Il tuo latte quotidiano

Attualità ◆ Il latte fresco ticinese bio è un prodotto che racchiude l’autenticità del nostro territorio e non può mancare sulla tua tavola

Il latte fresco nostrano bio (Lacc in dialetto locale) è un prodotto della Masseria Ramello di Cadenazzo, azienda agricola situata sul Piano di Magadino e gestita dagli anni Cinquanta dalla famiglia Feitknecht. Giunta alla terza generazione, è guidata oggi da Adrian e dalla moglie Olaya. Certificata Bio Suisse dal 2017, l’azienda è attiva nel settore dell’allevamento suino, bovino e nella campicoltura.

La produzione sostenibile è un pilastro fondamentale per l’azienda. Nel rispetto delle normative biologiche svizzere, essa deve garantire standard rigorosi in materia di allevamento e protezione dell’ambiente. Tutte le attività devono far ricorso all’agricoltura biologica.

Gli animali devono disporre di spazio sufficiente e sono alimentati esclusivamente con foraggi bio, coltivati senza pesticidi e concimi chimici di sintesi e ogm. Sono inoltre richieste ampie rotazioni colturali e misure per la protezione della biodiversità.

Dallo scorso mese di febbraio, la Masseria Ramello ha ripreso la produzione di quello che un tempo era un prodotto lavorato dalla LATI, il latte 100% ticinese.

Grazie a importanti investimenti in infrastrutture all’avanguardia e in una latteria moderna in proprio, l’azienda ha potuto lanciare sul mercato un prodotto di elevate qualità organolettiche, realizzato nel rispetto dei più severi standard igienico-sanitari svizzeri. L’azienda possiede un’ottantina di mucche lattifere di razze note per la qualità del latte. Gli animali sono allevati in un sistema di stabulazione libera, con uscita regolare al pascolo. Il foraggio è prodotto principalmente in azienda.

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(Non lo diciamo noi, ma K-Tipp)

Un’avventura sotterranea attraverso natura e storia

Territorio ◆ Il patrimonio minerario lombardo, con 300 siti dismessi, cerca una nuova vocazione nel settore del turismo

Alessandro Zanoli

Il turismo è, a livello globale, un settore economico in grande espansione. Se ne accorgono in particolare in Lombardia, dove mete come Como e Milano si stanno rivelando oggi come attrattori di enorme portata. Non meraviglia quindi scoprire che l’Amministrazione regionale stia guardando al turismo anche per scoprire nuove potenzialità nelle risorse offerte dal suo territorio, in particolare là dove antiche risorse sono diventate obsolete e dove urge trovare nuove idee per rivitalizzare valli e paesi.

Uno dei settori in cui si sta investendo negli ultimi anni è in particolare quello minerario. Sembrerebbe un paradosso: come può un’attività i cui effetti ecologici sono ambientalmente piuttosto dannosi, dall’impatto visuale spesso degradante, offrire spunti di interesse turistico? Il controsenso in realtà trova soluzione se si osservano alcuni aspetti concomitanti: il turista, oggi, pare chiedere alle sue occasioni di viaggio un carattere sempre più marcato di scoperta e di avventura. Il turismo si configura ormai generalmente come una esperienza emozionale. Quale più emozionante avventura di quella offerta da un’esplorazione sotterranea, in ambienti apparentemente ostili ed oscuri? A corollario di questo, va considerato che i luoghi minerari lombardi si trovano in ambienti di montagna per altri versi molto piacevoli e verdi, ideali per trascorrere un periodo di relax. L’accoppiata, quindi, natura+avventura sembra trovare in questo comparto interessanti occasioni. L’accoppiata natura+avventura riparte dall’idea che le antiche miniere si trovano in ambienti montani affascinanti

Si è occupata di fornire un quadro della situazione attuale la recente giornata di studio «Per una rete delle miniere turistiche in Lombardia» organizzata nel Belvedere Berlusconi del Palazzo Lombardia di Milano. In questa sala mozzafiato, al 39mo piano del grattacielo in cui trova la sua sede l’amministrazione regionale, si sono riuniti i principali attori del settore. Da un lato coloro che si occupano dello studio e della ricerca attorno all’argomento, dall’altro sindaci e amministratori di realtà già presenti e attive sul territorio. I primi hanno inquadrato il discorso nei suoi aspetti amministrativi, storici ed economici. I secondi hanno messo in comune le loro esperienze e raccontato cosa sta succedendo in quelle strutture che sono già funzionanti e in piena attività.

«Il patrimonio minerario lombardo», ha spiegato il geologo Giancarlo Lopumo, che lavora per l’ufficio Economia circolare e tutela delle risorse naturali di Regione Lombardia, «conta almeno 300 siti dismessi. Un patrimonio di incredibile ricchezza, che contava giacimenti dei più svariati

prodotti: ferro, argento, amianto, fluorite, piombo. Quel che è paradossale è che ci sarebbero aziende ancora interessate a sfruttare alcuni siti. Il grosso della produzione si è fermato attorno agli anni 60, quando è stato sempre più difficile trovare investitori e poi anche mano d’opera per un lavoro che era estremamente difficile e, in generale, gravemente nocivo per la salute».

E in Ticino?

Da noi, la rivalutazione dei percorsi minerari è stata oggetto del progetto MINERALP, finanziato nell’ambito del Programma di Cooperazione Transfrontaliero Italia-Svizzera 20142020, insieme a numerosi interventi di recupero e riqualificazione di siti ex-estrattivi e all'allestimento di centri espositivi e informativi. Per la Svizzera, il progetto comprende nel Canton Ticino la Miniera d’Oro di Sessa; nel Canton Vallese il Sentiero geologico di Lengenbach, le Miniere d'O -

Come ha mostrato Alessandro Cavallo, Professore Associato presso Università degli Studi di Milano Bicocca, da un punto di vista strettamente economico, però, un’osservazione della situazione a livello globale mostra come nel mondo si assista a una regolare apertura di nuovi siti minerari. «La richiesta di materie prime è sempre più alta e molte nazioni

ro di Gondo e il Sentiero del Ferro di Lengtal. Informazioni di dettaglio: https://www.mineralp.net

Sentiero del Parco Minerario del Malcantone Si tratta di un percorso attraverso l’area che attornia il paese di Sessa e che intende far conoscere la storia mineraria di questa porzione del Malcantone. Il percorso comprende anche una visita alla Miniera d’oro di Sessa, oltre ad

si stanno dando da fare per rispondere alla richiesta del mercato. Incredibilmente, in realtà, l’Europa è la regione in cui il numero dei siti estrattivi sta diminuendo. Questo si configura come un vero handicap economico, perché presuppone una sempre maggiore dipendenza dell’industria da attori esterni al mercato europeo» ha affermato.

Al di là di questi aspetti strettamente industriali, che comunque richiedono scelte e decisioni eminentemente politiche, uno dei modi per recuperare i moltissimi siti minerari dismessi pare proprio quello di collegarli alle sempre nuove richieste del settore turistico. In questo senso la Regione Lombardia ha affidato a una agenzia il compito di creare un programma apposito che promuova questo specifico settore dell’offerta nel tempo libero. Debora Proserpio, che fa parte dell’agenzia Aria SPA, ha illustrato il lavoro di ridefinizione del settore, in cui la visita delle miniere (di cui si cerca di cancellare il termine «dismesse», per dare nuovo smalto e attrattività alla loro esistenza) diventa uno dei molti per-

altri punti di interesse come le Bolle, gli insediamenti storici, le vestigia di luoghi celtici e alcuni biotopi naturali.

Informazioni: https://minieradoro.ch/ sentiero-minerario

Via del Ferro, tra la Valle Morobbia (Svizzera) e le Valli Cavargna e Albano (Italia).

L a Via del Ferro è un percorso escursionistico che ripercorre l’itinerario di

corsi «Active&Green» attraverso la Lombardia. Le varie offerte sono state inserite nel sito di promozione turistica www.in-lombardia.it (basta inserire la parola «miniera» nella casella di ricerca, per scoprire la ricchezza della proposta complessiva).

Hanno preso la parola poi alcuni amministratori locali, tra cui il sindaco di Besano, Leslie Giovanni Mulas, che ha parlato dei futuri progetti legati al locale Museo dei fossili, i quali comprendono anche una rivalutazione dei percorsi minerari là presenti, e ha citato tra l’altro l’importante collaborazione con il Museo dei fossili e con l’area paleoarcheologica ticinese di Meride e del Monte San Giorgio. Infine, diversi gestori di strutture attualmente già funzionanti hanno parlato delle loro esperienze in modo generalmente positivo, rilevando peraltro come l’esperienza sia ancora molto recente e ancora in fase di consolidamento. L’incontro di Milano ha permesso una conoscenza reciproca tra tecnici e operatori, un contatto che si spera promettente per creare positive sinergie per il futuro.

coloro che trasportavano il materiale ferroso, estratto e lavorato in Val Morobbia, nella zona di Carena, verso sud. Il percorso conduce fino il Val Cavargna per poi scendere rispettivamente verso il lago di Como o quello di Lugano. Durante il tragitto si scoprono vari insediamenti produttivi in cui il materiale veniva estratto e trattato, oltre a stazioni di Posta e altri punti di passaggio e di sosta.

Informazioni: https://gpvm.ch/via-del-ferro.html

Le miniere di Dossena (Valle Brembana) e sotto, la miniera Gaffione di Schilpario in provicia di Bergamo. (© Regione Lombardia)

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La nascita oltre il controllo del dolore

Salute ◆ La nuova anestesia ostetrica punta su sicurezza, ascolto e qualità dell’esperienza del parto

Salute ◆ La nuova anestesia ostetrica punta su sicurezza, ascolto e qualità dell’esperienza

Per la dottoressa Alessandra Lauretta, specialista anestesista e responsabile di anestesia ostetrico-ginecologica all’ORBV EOC, il successo ha il volto di una donna in piedi in sala parto, serena, mentre mangia fragole durante il travaglio. Una scena che racconta più di molte statistiche: «Quella futura mamma aveva già una peridurale (anestesia che riduce il dolore del parto) in corso e la trovai tranquilla, rilassata, quasi stupita di stare bene. La levatrice mi confermò che tra poco avrebbe iniziato a spingere, eppure non c’erano urla, paura o tensione. Solo calma. Il giorno dopo, con il bambino in braccio, quella donna mi disse: Dottoressa, lei fa il lavoro più bello del mondo!». È da immagini come questa che inizia il nostro colloquio con la specialista in anestesia ostetrica. Perché oggi parlare di partoanalgesia non significa soltanto parlare di tecniche contro il dolore, ma di qualità dell’esperienza della nascita, di ascolto, di relazione e soprattutto di sicurezza. La parola «partoanalgesia» comprende infatti realtà molto diverse e la dottoressa ricorda che esistono diverse forme naturali di sollievo del dolore («movimento libero, massaggi, acqua calda, musica, impacchi») che aiutano molte donne a vivere meglio il travaglio. E spiega: «Il dolore del parto è estremamente soggettivo, e sentirsi accolte e al sicuro ne modifica la percezione». Accanto a queste modalità esistono poi tecniche più medicalizzate fra le quali la più diffusa, «considerata oggi il gold standard internazionale» è la peridurale: «Cioè l’iniezione di anestetico nello spazio epidurale, vicino alle terminazioni nervose che trasmettono il dolore del travaglio. Ma esistono diverse opzioni, calibrate sulla situazione clinica e sui bisogni della donna che, grazie a un colloquio preliminare con l’anestesista, può scegliere in modo consapevole il percorso più adatto a sé». Inoltre, la specialista sottolinea: «L’idea che “partorire significhi soffrire” ha pesato a lungo sull’immaginario col-

Per la ta, specialista anestesista e responsaostetrico-ginecologica all’ORBV EOC, il successo ha volto di donna in piedi la parto, serena, mentre mangia fragole durante il travaglio. Una scena racconta di «Quella futura mamma aveva già una peridurale (anestesia che riduce il dolore del parto) in corso e la trovai tranquilla, rilassata, quasi stupita di bene. La confermò che tra poco avrebbe iniziato a spingere, eppure urla, paura tensione. Solo calma. Il giorno dopo, con bambino in braccio, quella na mi disse: Dottoressa, lei fa il lavoro più bello del mondo!». da come inizia il nostro colloquio con la speoggi parlare di partoanalgesia non significa soltanto parlare di tecniche contro dolore, ma qualità sperienza della nascita, di ascolto, di di sicurezza. La parola «partoanalgesia» comprende infatti realtà molto diverse e la che diverse forme naturali di sollievo del dolore («movimento libero, massaggi, acqua calda, musica, impacchi») che aiutano molte donne a vivere meglio il spiega: «Il dolore del parto è estremamente soggettivo, al sicuro difica la percezione». Accanto a queste modalità esistono poi tecniche più le quali diffusa, «considerata oggi il gold standard internazionale» è la «Cioè l’iniezione di anestetico nello spazio vicino del travaglio. Ma esistono diverse opzioni, calibrate sulla situazione clinica e sui bisogni della donna che, grazie a sista, può scegliere in modo consapevole il percorso più adatto a sé». Inoltre, la che “partorire significhi soffrire” ha a lungo col-

Pubbliredazionale

lettivo, e per molte donne esiste ancora il timore di chiedere aiuto, come se un parto senza dolore fosse un parto meno autentico. Ma oggi sappiamo che non è così».

Di fatto, nel 2018 anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha ribadito che ogni donna ha diritto non solo a un parto sicuro, ma anche a un’esperienza positiva della nascita e ciò significa «poter chiedere analgesia nel momento in cui ne sente il bisogno, senza dover “resistere” fino a una determinata dilatazione». Lauretta sottolinea quindi: «La richiesta della donna è già un’indicazione sufficiente; il problema è che molte future mamme ancora non lo sanno». Per questo, l’informazione diventa fondamentale: nell’ospedale dove lavora, ogni donna che programma il parto ha l’opportunità di incontrare preventivamente un anestesista, «non per decidere subito, ma per arrivare preparata. Dico sempre: oggi non deve scegliere nulla. Oggi serve a capire quali possibilità esistono, così al momento del travaglio potrà fare una scelta consapevole».

lettivo, e per molte donne esiste ancora il timore di chiedere aiuto, come senza dolore fosse parto meno autentico. Ma oggi sappiamo che Di fatto, nel 2018 anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha che ogni ha diritto non solo a un parto sicuro, ma anche della e ciò significa «poter chiedere analgesia nel in ne sente dover a una determinata dilatazione». Lausottolinea quindi: richiesta della donna è già un’indicazione sufproblema è molte mamme lo Per questo, l’informazione diventa dove vora, ogni donna che programma il ha l’opportunità preventivamente un anestesista, «non per decidere subito, ma per arrivasempre: oggi deve scegliere nulla. Oggi serve a capire possibilità così momento del travaglio potrà fare una scelta consapevole».

Alle donne che temono il dolore del si consiglia di informarsi bene e di non avere chiedere aiuto.

Alle donne che temono il dolore del parto si consiglia di informarsi bene e di non avere paura di chiedere aiuto. (Magnific.com)

che possono attraversare la placenta. «Ma anche in questi casi i protocolli moderni e il monitoraggio continuo permettono di mantenere elevati standard di sicurezza».

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Nel 2018 l’OMS ha ribadito che ogni donna ha diritto non solo a un parto sicuro, ma anche a un’esperienza positiva della nascita

Nel 2018 l’OMS ha ribadito che ogni donna ha diritto non solo a un parto sicuro, ma anche a un’esperienza positiva della nascita

La partoanalgesia moderna, inoltre, è molto diversa da quella di qualche tecniche attuali sentono nella maggior parte dei casi di partecipare attivamente al parto. La donna mantiene il controllo del proprio corpo e l’interferenza con è Anche fronte del-

«La peridurale viene studiata da oltre e evidenze peggiora le zioni del neonato né ostacola l’avvio il per alcuni farmaci somministrati per endovenosa, come gli

La partoanalgesia moderna, inoltre, è molto diversa da quella di qualche decennio fa. «Le tecniche attuali consentono nella maggior parte dei casi di muoversi, camminare e partecipare attivamente al parto. La donna mantiene il controllo del proprio corpo e l’interferenza con il travaglio è minima», spiega. Anche sul fronte della sicurezza i dati sono rassicuranti: «La peridurale viene studiata da oltre trent’anni e le evidenze scientifiche mostrano che non peggiora le condizioni del neonato né ostacola l’avvio dell’allattamento». Diverso il discorso per alcuni farmaci somministrati per via endovenosa, come gli oppioidi,

Naturalmente, ogni donna è diverrichiede un approccio personalizzato. «La tecnica migliore dipende dalla dalla fase del travaglio, ma anche da ciò che fa sentire quella donna più al sicuro», Lauretta. «Noi avere protocolli perfetti, ma senza relazione e fiducia qualcosa di le». Ed è qui che entra in gioco il lavoro di squadra, per spiegare il quale specialista usa l’immagine musicale di una sala parto come un’orchestra: è il levatrici, anestesisti, ginecologi devoinsieme,

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Naturalmente, ogni donna è diversa e ogni parto richiede un approccio personalizzato. «La tecnica migliore dipende dalla situazione clinica, dalla fase del travaglio, ma anche da ciò che fa sentire quella donna più al sicuro», dice Lauretta. «Noi possiamo avere protocolli perfetti, ma senza relazione e fiducia manca qualcosa di essenziale». Ed è qui che entra in gioco il lavoro di squadra, per spiegare il quale la specialista usa l’immagine musicale di una sala parto come un’orchestra: «La mamma è il direttore d’orchestra; levatrici, anestesisti, ginecologi devono suonare insieme, senza dissonanze, perché messaggi contraddittori, ansia e incomprensioni possono trasformare un’esperienza delicata in un momento di disagio, ansia o paura». Durante un parto fisiologico la figura centrale resta quella della levatrice: «È lei che accompagna davvero la donna durante il travaglio, creando empatia e fiducia». L’anestesista, invece, «è un po’ come un regista dietro le

Un’esperienza tra natura, avventura e panorami mozzafiato

A pochi minuti dal centro di Lugano, il Monte San Salvatore regala un panorama mozzafiato dove il cielo incontra la terra. Conosciuto come il «Pan di Zucchero della Svizzera», è una delle mete più affascinanti del Canton Ticino. Grazie alla Funicolare Monte San Salvatore, attiva dal 1890, raggiungere la vetta è semplice e veloce: in soli 12 minuti si passa da Paradiso alla cima, ammirando paesaggi spettacolari lungo il tragitto.

Un viaggio tra le nuvole

La stazione della funicolare si trova a Paradiso, a pochi passi dalla stazione ferroviaria e dall’uscita autostradale Lugano-Sud. Il viaggio è breve ma emozionante: salendo fino a 912 metri d’altitudine, lo sguardo si apre su un panorama unico, con il Lago Ceresio, la Pianura Padana e le Alpi svizzere e savoiarde a fare da cornice.

Tante esperienze in un solo luogo Il Monte San Salvatore è il luogo

perfetto per chi cerca natura, relax, avventura e sapori autentici:

• Sentieri panoramici per escursionisti di tutti i livelli conducono a Ciona, Carona, Melide, Morcote e Paradiso. Gli amanti dell’adrenalina possono cimentarsi con la via ferrata, un’esperienza emozionante tra pareti rocciose e viste mozzafiato.

• Relax e divertimento: un’area giochi attrezzata permette ai più piccoli di divertirsi, mentre gli adulti possono rilassarsi all’aria aperta, respirando la natura in ogni stagione.

• Cultura e storia: in vetta si trova la storica Chiesa del San Salvatore, meta di pellegrinaggi dal XIII secolo, e il Museo San Salvatore, che racconta la storia locale e ospita una sezione dedicata ai fulmini e alla geologia della regione.

Gusto e convivialità ad alta quota Il Ristorante Vetta San Salvatore propone delizie gastronomiche ispi-

rate alla cucina mediterranea, preparate con ingredienti freschi e di stagione. La veranda panoramica e la terrazza soleggiata offrono la cornice perfetta per un pranzo con vista, una cena romantica o un aperitivo al tramonto. Il ristorante è anche attrezzato per eventi, meeting e banchetti, con sale per accogliere fino a 70 persone.

quinte: lo specialista del comfort ma anche della sicurezza». Ed è proprio la sicurezza uno dei punti su cui Lauretta insiste maggiormente. Pur sostenendo la necessità di umanizzare sempre di più la nascita in ospedale, la specialista si dice perplessa verso parti in ambienti non medicalizzati, e ricorda: «Ogni parto, anche il più fisiologico, può complicarsi improvvisamente. Per questo, la nascita in ospedale resta fondamentale». L’obiettivo, allora, è rendere l’ospedale sempre più accogliente senza rinunciare alla capacità di intervenire rapidamente in caso di emergenza: «Sale parto confortevoli, tecnologie meno invasive visivamente, ambienti caldi e personale formato sono parte di questa trasformazione».

In questo percorso si inserisce anche il recente riconoscimento ottenuto dal centro dove lavora Lauretta: la certificazione SOAP – Center of Excellence, assegnata dalla Society for Obstetric Anesthesia and Perinatology, una delle principali società scientifiche mondiali nel campo dell’anestesia ostetrica, che viene attribuita soltanto agli ospedali che rispettano rigorosi standard internazio-

quinte: lo specialista del comfort ma della la sicurezza uno dei punti su cui Lauretta insiste Pur stenendo la di sempre di più la nascita in ospedale, la specialista dice perplessa parti in ambienti non medicalizzati, anche il più fisiologico, può complicarsi improvvisamente. Per questo, la nascita in fondamentale». biettivo, allora, è rendere l’ospedale più rinunciare alla capacità di intervenire rapidi emergenza: «Sale confortevoli, tecnologie meno invasive visivamente, ambienti caldi e sono parte di questa trasformazione». questo percorso si annuto dal centro dove lavora Lauretla SOAP of Excellence, assegnata dalla Society for Obstetric Anesthesia and Perinatology, una delle principali società scientifiche mondiali nel campo dell’anestesia ostetrica, che viene attribuita soltanto agli ospedali che rispettano rigorosi standard internazio-

Monte San Salvatore: il Paradiso sopra Lugano

nali di qualità e sicurezza: «Non conta solo la presenza di protocolli cliniaggiornati, zione complessiva del sistema». Tra i «la presenza continuativa dell’anestesista 24 ore la collaborazione anestesisti, ginecologi e trici, la formazione continua del pere simulazioni prepararsi alle emergenze ostetriche». Anche l’organizzazione pratica viene dettagli: «Si mentare perfino come sono sistemati carrelli devono essere identici in ogni sala, così tutimmediatamente trovaciò che serve». Un altro elemento decisivo è la raccolta sistematica degli indicatori percentuali di anestesia generale nei protocolli e disfazione delle pazienti». E osserva: «L’eccellenza non è perfezione, ma la capacità te osservando i propri dati in modo oggettivo». essenziaanche follow-up post parto. «A ventiquattro ore dalla nascita le donper eventuali problemi fisici ma anche per ed sull’esperienza vissuta, e oggi possiamo documentare per cento pazienti nel percorso si dichiara soddisfatto o molto

nali di qualità e sicurezza: «Non conta solo la presenza di protocolli clinici aggiornati, ma anche l’organizzazione complessiva del sistema». Tra i requisiti richiesti ci sono «la presenza continuativa dell’anestesista 24 ore su 24, la collaborazione multidisciplinare tra anestesisti, ginecologi e levatrici, la formazione continua del personale e l’utilizzo di simulazioni per prepararsi alle emergenze ostetriche». Anche l’organizzazione pratica viene valutata nei dettagli: «Si deve documentare perfino come sono sistemati i carrelli dell’emergenza che devono essere identici in ogni sala, così tutti sanno immediatamente dove trovare ciò che serve». Un altro elemento decisivo è la raccolta sistematica degli indicatori di qualità: «Complicanze, percentuali di anestesia generale nei cesarei, efficacia dei protocolli e soddisfazione delle pazienti». E osserva: «L’eccellenza non è perfezione, ma la capacità di migliorarsi continuamente osservando i propri dati in modo oggettivo». Per questo, è essenziale anche un follow-up post parto. «A ventiquattro ore dalla nascita le donne vengono ricontattate per verificare eventuali problemi fisici ma anche per raccogliere impressioni ed emozioni sull’esperienza vissuta, e oggi possiamo documentare che il 94 per cento delle pazienti seguite nel nostro percorso si dichiara soddisfatto o molto soddisfatto».

Alle donne che temono il dolore del parto, Lauretta manda un messaggio semplice: «Informarsi bene e non avere paura di chiedere aiuto. In Svizzera abbiamo metodi molto efficaci e sicuri per controllare il dolore durante il parto. Ma è importante affidarsi a informazioni corrette, parlandone con professionisti preparati». E guardando al futuro, immagina una medicina sempre più capace di unire competenza tecnica ed empatia. «Mi auguro che noi operatori sanitari diventiamo sempre più un’orchestra», conclude. «Un’orchestra che ruota attorno alla mamma, che deve restare sempre al centro di tutto».

Alle donne che temono il dolore messaggio semplice: «Informarsi bene e non avere paura di chiedere aiuto. In metodi ficaci e sicuri per controllare il doloil parto. Ma importante affidarsi a informazioni corrette, parlandone con professionisti prepaE al gina una medicina sempre più capace di unire competenza patia. «Mi auguro che noi operatori sanitari diventiamo sempre più un’orchestra», conclude. «Un’orchestra che ruota attorno alla mamma, che deve sempre

Aperti anche la sera Durante la stagione estiva, la funicolare e il ristorante sono aperti fino alle ore 22.30, offrendo la possibilità di vivere il Monte San Salvatore in un’atmosfera unica al tramonto e sotto le stelle. Dal 3 luglio al 29 agosto 2026 apertura serale tutti i giorni, e dal 2 al 26 settembre ogni venerdì e sabato.

www.montesansalvatore.ch

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Le maledette ore di punta

Istantanee sui trasporti ◆ I momenti dove si concentrano gli spostamenti sono una sfida per la gestione della mobilità

Evoluzione del traffico nella sezione di Grancia/A2 (in veicoli/ora)

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direzione Sud

Direzione

Direzione

I quotidiani bollettini radiofonici segnalano a tambur battente i punti caldi sulla rete stradale. Talvolta aiutano a schivare l’ingorgo; spesso accompagnano la rassegnazione di chi viaggia. Il guaio è che il sistema stradale è molto sollecitato; negli ultimi anni su una parte delle strade cantonali il traffico sembra si stia assestando ad alti livelli ma sull’autostrada perdura invece la sua crescita.

Il sistema entra in crisi soprattutto nelle ore di punta del mattino e della sera, allorché si registrano i volumi di traffico più intensi in corrispondenza di chi si reca o rientra dal lavoro e di chi frequenta i vari ordini di scuola o istituti di formazione. In Ticino, prescindendo dal caso del tutto particolare della galleria autostradale del San Gottardo, i tratti critici sono parecchi: sulla A2, in particolare tra Lugano Nord e Mendrisio e verso il confine di Chiasso e Stabio, sulle strade del Piano di Magadino e del basso Malcantone come pure su quelle degli agglomerati di Lugano e Bellinzona. I limiti di capacità sono sempre più spesso raggiunti; anche piccole perturbazioni si rivelano determinanti nello scatenare la congestione. A titolo esemplificativo è interessante valutare una situazione concreta, che, mutatis mutandis, ne caratterizza anche tante altre. Il grafico mostra lo sviluppo del traffico in un giorno feriale nella sezione autostradale di Grancia, distinguendo le due direzioni di percorrenza. L’impatto sulla circolazione nelle ore di punta emerge molto chiaramente. La punta verso nord del mattino (6.00-7.00) ha raggiunto nel 2024 i 3’300 veicoli/ora. La punta della sera, nel senso di marcia inverso (15.00-16.00), ha toccato i 3’100. Considerando entrambe le direzioni di marcia il 30% circa del traffico quotidiano complessivo si concentra nelle cinque ore di punta del mattino e della sera. La capacità teorica per un traffico fluido su una strada di quel calibro si situa attorno ai 3’000-3’500 veicoli/ ora. Nella pratica la capacità effettiva è però molto influenzata dal tipo di traffico (veicoli pesanti vs auto), dalla velocità e dalle perturbazioni (panne, incidenti, lavori). Ne consegue che di fatto quasi ogni giorno la sezione in oggetto risulta in determinate ore sovraccarica. Come muterebbe questo carico se nelle ore di punta il traffico fosse ridotto del 15%? Nella direzione nord

ciò equivarrebbe a «togliere» dalla circolazione al mattino circa 1’000 veicoli su un totale giornaliero di 37’800 e alla sera, nella direzione sud, circa 1300 su un totale di 37’200. Si vede dal grafico che le punte delle ore critiche verrebbero tagliate con un evidente beneficio per la fluidità del traffico. Il fenomeno della concentrazione del traffico si osserva anche nei trasporti pubblici, dove la sua intensità durante le ore di punta è addirittura ancora più accentuata. Consideriamo, ad esempio, l’evoluzione dei passeggeri in arrivo e partenza alla stazione ferroviaria di Bellinzona. Nel traffico regionale quasi il 50% dei passeggeri si concentra tra le 7.00 e le 9.00 del mattino e tra le 16.00 alle 19.00 del pomeriggio. Ciò mette una forte pressione sulle condizioni di esercizio, genera maggiori costi per il personale e per il materiale rotabile ed è all’origine di treni affollati.

Per evitare i picchi di intasamento o si ampliano le infrastrutture o si modificano gli orari di lavoro, scuola e acquisti

Riuscire a gestire diversamente le ore di punta diventa un aspetto importante per uscire dalle criticità. Se la «meccanica» del problema è relativamente semplice, non si può tuttavia dire altrettanto delle possibili soluzioni.

Nello spazio disponibile accenniamo ad alcuni orientamenti senza poter essere esaurienti. La risposta classica è quella di ampliare le infrastrutture. È un indirizzo che non sempre risolve definitivamente il problema sul tratto critico: lo allontana di qualche anno e lo ripropone subito su un’altra porzione della rete. L’ostacolo fondamentale per concretizzare questo indirizzo è dato dalle difficoltà di individuare soluzioni condivise e rispettose del paesaggio, che, andando sempre più a collocarsi in galleria, vedono i costi esplodere. I tempi di attuazione diventano di conseguenza molto lunghi. Altri indirizzi puntano a evitare il traffico oppure a gestirlo in modo più efficace oppure ancora a trasferirlo su altri mezzi.

Evitare il traffico significa principalmente modificare gli orari di lavoro, della scuola o degli acquisti in

riduzione veicoli

direzione Nord

Orario Punta Mattino e Orario Punta Sera

modo da distribuirli diversamente nell’arco della giornata oppure far capo al telelavoro. Ciò comporta un adeguamento della gestione famigliare, scolastica e aziendale. È un indirizzo potenzialmente molto efficace, poco o per nulla oneroso e tendenzialmente di rapida attuazione ma implica cambiamenti organizzativi e di abitudini, talvolta inizialmente faticosi. Gestire meglio il traffico vuol dire fare appello alla tecnologia e alla digitalizzazione. Pensiamo, ad esempio, all’introduzione di limiti di velocità variabili in funzione del carico stradale: la loro riduzione nei periodi di punta incrementa la capacità dell’infrastruttura. Nel campo ferroviario sistemi di segnalamento e sicurezza più performanti permettono di ridurre il distanziamento tra un treno e l’altro e quindi ne possono circolare di più; oppure il passaggio dai treni convenzionali a quelli bipiano incrementa la capienza in modo sostanziale. Un sistema di informazione maggiormente integrato tra tutti i mezzi di trasporto sarebbe inoltre in grado di promuovere un uso combinato dei mezzi disponibili, ampliando così le possibilità di scelta per l’utente nel segno dell’intermodalità.

Trasferire il traffico implica cambiare il mezzo di trasporto abitualmente utilizzato. Ciò presuppone di poter disporre di una alternativa sufficientemente attrattiva. Il potenziale maggiore lo si vede nel passaggio dall’uso individuale dell’automobile ai trasporti pubblici, che tendenzialmente dispongono di capacità maggiori in rapporto allo spazio utilizzato. Essi, come si è detto, non sfuggono tuttavia alle concentrazioni nelle ore di punta. In Ticino con l’apertura della galleria di base del Ceneri il sistema è stato potenziato in modo significativo e sta raccogliendo un ampio successo. Il passaggio alla mobilità dolce costituisce un’altra possibilità. Con la diffusione della bicicletta elettrica il potenziale è divenuto più consistente, ma la rete dei percorsi necessita ancora di molti sforzi per assicurarne la continuità e garantirne una adeguata sicurezza.

In definitiva noi tutti siamo causa del traffico; soluzioni facili non ne esistono ma a breve senza una messa in discussione delle nostre abitudini non si prospettano miglioramenti significativi.

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«Il denaro non è mai solo denaro»

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Ut Øya, l’isola che resiste

La resistenza delle afghane I talebani legittimano i matrimoni delle bambine ma una rete di donne continua a sfidare un sistema costruito per zittirle

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Norvegia ◆ Quindici anni dopo l’attacco di Breivik un luogo ferito dall’odio torna a essere spazio di incontro, memoria e impegno, dove i giovani imparano che la consapevolezza e il dialogo possono spezzare ogni spirale di violenza

L’MS Thorbjørn è una piccola imbarcazione che può trasportare al massimo 50 persone, un vecchio veicolo da sbarco della marina militare, riconvertito e ribattezzato in onore dell’ex primo ministro laburista Norvegese Thorbjørn Jagland. Da quasi trent’anni fa la spola tra la terraferma e la piccola isola di Utøya che sorge nel lago Tyrifjorden a nord-ovest di Oslo.

Nel tardo pomeriggio del 22 luglio di 15 anni fa il traghetto portò la morte sull’isola. Anders Behring Breivik, un trentaduenne di Oslo, vestito da poliziotto, salì sulla barca armato facendo credere si essere stato mandato lì dalle autorità per proteggere il raduno di giovani che si stava svolgendo sull’isola. Era solo il secondo passo di un piano terroristico, tanto artigianale quanto folle e tristemente efficace. Breivik due ore prima aveva fatto saltare in aria nel centro della capitale norvegese un furgone riempito di esplosivo uccidendo 8 persone e ferendone più di 200. Con la città nel caos, il terrorista riuscì a creare un diversivo per muoversi indisturbato e puntare al suo secondo obiettivo: Utøya.

Breivik colpisce due volte: fa esplodere un furgone nel cuore di Oslo e qualche ora dopo apre il fuoco sui giovani riuniti a Utøya

L’isolotto è modesto nelle dimensioni (la superficie equivale a circa 15 campi da calcio) ma dalla storia significativa. Alla fine dell’Ottocento viene acquistato da un politico locale che diverrà primo ministro, negli anni Trenta passa alla Confederazione sindacale nazionale diventando una meta per numerose organizzazioni del movimento operaio, una colonia estiva per bambini e ospitando Lev Trockij esiliato in Norvegia. L’occupazione nazista durante la guerra cerca di mantenere l’isola come luogo di educazione politica, ma facendo sventolare i vessilli del Governo collaborazionista.

Negli anni Cinquanta Utøya diviene proprietà dell’AUF, il movimento giovanile del Partito laburista. L’isola è scelta quale sede dell’annuale raduno di tutti i giovani militanti. Quando la fresca primavera scandinava lascia spazio a un’instabile ma piacevole estate nordica, i ragazzi dai 13 anni in su si incontrano per conoscersi e iniziare un percorso di impegno politico e sociale. Era questo che Breivik voleva colpire. Figlio di genitori separati, un diplomatico assente e una madre insicura, Breivik, come ha ricostruito la

giornalista Åsne Seierstad nel documentatissimo libro-inchiesta Uno di noi, cresce frequentando la comunità multiculturale dei ragazzi appassionati di graffiti e di hip hop. A 18 anni entra nel Partito del progresso, una formazione conservatrice, poi, grazie a un parente, in un’organizzazione massonica. Queste esperienze però lo deludono e lo caricano di frustrazioni. Breivik si isola dal mondo e la sua realtà diventa quella virtuale della Rete e di gamer online. Sviluppa un odio verso la società multirazziale e il Partito laburista. «Hanno rovinato il Paese, hanno femminilizzato lo Stato», dirà a uno dei pochi amici che gli erano rimasti. «Il Partito laburista ha permesso ai musulmani di occuparci». Non ci sarà più via d’uscita.

Il ragazzo che nella sua adolescenza era appassionato di break dance, si dedica maniacalmente a un piano terroristico che, nella sua visione, doveva essere l’inizio di una rivoluzione che avrebbe portato al risveglio razziale dell’Europa bianca. Il 22 luglio 2011 sbarca dall’MS Thorbjørn ar-

mato come un soldato in guerra e semina la morte tra i giovani accampati presso l’isola per il raduno dell’AUF. Per quasi due ore, prima di arrendersi, agisce indisturbato. «Alcuni di loro imploravano pietà. “Per favore, non sparare!” Ma lui lo faceva sempre» ha ricordato Åsne Seierstad nella sua inchiesta. Alla fine i morti sono 69, 33 dei quali ragazzi e ragazze sotto i 18 anni.

La Norvegia ha reagito con fermezza ma senza odio, difendendo i propri valori democratici invece di sacrificarli alla paura

Ma la storia di Utøya non è cristallizzata in questa tragedia. L’isola ha rivendicato la propria vocazione. Dal 2015 è tornata a ospitare i raduni dell’AUF, diventando molto di più: uno spazio aperto ai giovani di tutte le Nazioni, accessibile e inclusivo, dedicato all’apprendimento e alla memoria. Gestita senza sovvenzioni statali da una società per azio-

ni no-profit, ha lo scopo dichiarato nello statuto di favorire l’impegno politico e la partecipazione di ospiti provenienti sia dalla Norvegia che dall’estero per acquisire gli strumenti necessari a creare un mondo migliore. «Siamo uno spazio educativo per i giovani», dichiarano gli educatori. «Crediamo che la conoscenza superi la xenofobia, l’incitamento all’odio e le teorie del complotto».

Il ricordo di quello che accadde è indelebile. La vecchia caffetteria dell’isola, dove morirono 19 ragazzi, è stata conservata come fu trovata. È però ingabbiata in una struttura formata da 495 pali di legno, il numero esatto dei sopravvissuti dell’isola. Dietro, 69 colonne ricordano il numero delle vittime. Un simbolo potente: i sopravvissuti rimangono in piedi e sono e saranno la barriera contro ogni ritorno dell’odio. In un altro punto dell’isola un grande anello d’acciaio, sospeso tra gli alberi, riporta i nomi di chi ha perso la vita. Una scultura vivente, come il ricordo di chi non c’è più. Ondeggia e risuona nel vento e quando si alza

la nebbia trattiene gocce d’acqua che ricordano lacrime. Ma Utøya celebra soprattutto la sconfitta di Breivik. La rivoluzione xenofoba che voleva scatenare rimase una folle illusione. La Norvegia, seppur ferita al cuore, non scatenò l’odio repressivo, non ebbe crisi di coscienza, non varò leggi speciali e trattò Breivik come un qualsiasi criminale, sottoponendolo a un regolare processo e condannandolo alla pena massima prevista dal codice: 21 anni.

Anche i leader conservatori di estrema destra al suo processo non vollero esprimere nessuna condivisione delle sue idee. Oggi come 15 anni fa l’MS Thorbjørn solca le gelide acque del Tyrifjorden. Ma chi ritorna sulla terraferma dopo essere stato a Utøya non è più la persona che aveva fatto il viaggio di andata. C’è il dolore per una tragedia indelebile e la consapevolezza di quello che l’odio può causare, ma anche la speranza che esista un modo per spezzare la spirale di violenza senza ricorrere alla feroce trappola della vendetta.

Guido Mariani, testo e foto

Un camaleonte per salvare il Paese

Regno Unito ◆ Dopo le dimissioni del premier Keir Starmer si è aperta una nuova fase di instabilità in cui si affaccia la figura dell’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham, deciso a riportare il Nord al centro dell’attenzione nazionale

Ora che si avvicina a Downing Street, speriamo che Andy Burnham –politico laburista britannico, ex sindaco della Greater Manchester tornato a Westminster come deputato – abbia pensato bene alla sua «big idea». È la bacchetta magica di ogni politico, quella che serve a far sì che gli elettori non guardino ai dettagli perché stanno inseguendo un sogno, un progetto: la stabilità, la legalità, un rinnovamento economico, una ritrovata fierezza nazionale, oppure un mix di tutti questi elementi.

Keir Starmer aveva provato a governare senza e si è visto quanto è finita male. Seguendo la scia dei suoi predecessori, è andato a sbattere contro il più grave dei problemi, ossia la crisi d’identità di un Paese reduce da anni di conflitti e di caro vita, incerto del suo posto nel mondo e immerso fino al collo nell’odiata burocrazia. Il premier dimissionario pensava che l’assenza di una «big idea» l’avrebbe reso più duttile ed efficace, e invece alla fine una narrazione ci voleva eccome per tenere insieme il Governo e l’elettorato. Ma è forse proprio la sua vaghezza ad aver dato una chance a Burnham perché, anche se sono stati fatti tanti errori, il sogno di un Governo di sinistra non è ancora morto.

Di quest’ultimo si sa che è un bravo camaleonte, capace di prendere i colori dell’ambiente che lo circonda, e che emana il carisma degli ottimisti, dote tutt’altro che superflua quando si vuole governare. Intorno a sé ha un certo consenso, anche perché, con Starmer a fare da parafulmine alle critiche, è facile presentarsi come quello che ha in tasca tutte le soluzioni, sia per la sinistra che per il Paese.

La crescita è anemica, il debito ha raggiunto il 95% del Pil e i costi di rifinanziamento sono i più alti tra i Paesi del G7. In queste condizioni, il margine di manovra di Burnham – e del suo futuro cancelliere, su cui non ha voluto sbilanciarsi – è ridottissimo. Sebbene non abbia più ripetuto la frase «non dobbiamo essere al gioco dei mercati finanziari», Donald Trump lo ha subito etichettato come «estremamente liberale, estremamente», che nel linguaggio politico americano significa «molto di sinistra». Trump ha collegato questo giudizio alla possibilità che Burnham «probabilmente non aprirà il

Mare del Nord» a nuove esplorazioni energetiche.

È un tema cruciale non solo per lui, ma anche per i sindacati, che temono che, se Burnham scegliesse un ambientalista rigoroso come Ed Miliband per il Treasury, la linea verde del nuovo Governo possa mettere a rischio occupazione e industria.

Il nuovo premier dovrà affrontare la crisi d’identità di un Paese reduce da anni di conflitti e di caro vita, immerso fino al collo nell’odiata burocrazia

Tra poco il Governo dovrà prendere una decisione sui giacimenti di gas di Jackdaw e su quelli di petrolio di Rosebank, su cui l’industria ha chiesto l’autorizzazione in base alle nuove linee guida, dopo che la Corte suprema

ha stabilito che le emissioni da combustibili fossili devono essere incluse durante le valutazioni di impatto ambientale. Il manifesto elettorale del Labour di due anni fa prevedeva anche uno stop alle esplorazioni nel bacino del Mare del Nord, ma Burnham in passato ha mostrato delle aperture. Inutile dire che il futuro premier deve recuperare anche l’emorragia di voti verso i Verdi, e che per conciliare queste due posizioni ci sarebbe bisogno di una «big idea», tanto più in un’estate per la quale l’aggettivo «torrida» appare un pallido eufemismo.

Per ora la cosa su cui il premier in pectore – a meno di colpi di scena shakespeariani – si è esposto di più è il desiderio di avere più attenzione su Manchester, di spostare al Nord alcune delle attività del Governo. «Manchesterismo», lo chiamano, nato dal successo economico di una città in rapida espansione dopo anni diffici-

li. La vittoria alle elezioni suppletive di Makersfield, con ampio margine, ha dimostrato una legge chiara già ai tempi della Brexit, ossia che i territori dimenticati del Regno Unito premiano chiunque tolga i riflettori da Londra. Ma Manchester è pur sempre una grande città, che già beneficia del trasferimento della BBC a Salford, e non è detto che questo, e una «devoluzione più profonda» sulla tassazione e la spesa in infrastrutture, basti a soddisfare le inquietudini dell’Inghilterra provinciale, terreno di caccia prediletto di Nigel Farage e di Reform Uk (destra estrema anti-sistema), ormai alle porte di Westminster. Nella sua dichiarazione più celebre e citata, Burnham ha detto di voler «riavvolgere il nastro di 40 anni di neoliberismo», ossia delle riforme di Margaret Thatcher che hanno messo in ginocchio il Nord del Paese, ma questo, davanti all’avanzata dell’intel-

La tua estate ad alta quota

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ligenza artificiale e dell’economia – un modello in cui agenti digitali autonomi prendono decisioni ed eseguono compiti complessi senza intervento umano – suona come uno slogan un po’ vintage, figlio della stessa vacua nostalgia che anima i discorsi di Farage. Sull’altro punto fondamentale, ossia l’immigrazione, si è allineato alla strategia dura dell’attuale ministra dell’Interno Shabana Mahmood, sui rimpatri e la stretta alle richieste di asilo. La politica estera anche è un cespuglio di rovi e di spine: in passato su X Burnham era stato duro nei confronti di Trump, anche per aver «portato instabilità nel mondo», ma il rapporto con gli Stati Uniti è troppo importante, e Starmer, che Trump ha definito «no Winston Churchill», ha tenuto duro per il bene di tutti. Ora il camaleonte carismatico deve dimostrare se il Regno Unito sia o meno ancora un Paese governabile.

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Donald Trump ha definito
Andy Burnham (nella foto Keystone) come «estremamente liberale, estremamente», che nel linguaggio politico americano significa «molto di sinistra».

Il denaro come specchio: cosa rivela di noi

L’intervista ◆ Dalla crisi finanziaria del 2008 a una visione di economia più responsabile, il pensiero di Manuela Pagani Larghi

«Il denaro non è mai solo denaro», sostiene l’economista e counselor Manuela Pagani Larghi (leggi biografia). «Il nostro rapporto con il denaro racconta infatti una storia, personale e collettiva. Nel modo in cui lo guadagniamo, lo spendiamo, lo accumuliamo o cerchiamo di evitarlo, si esprimono paure, desideri, identità e schemi mentali di cui di rado siamo consapevoli». Sul piano collettivo viviamo un’illusione condivisa, spiega l’intervistata. Tant’è che, se domani tutti andassimo a prelevare i nostri soldi in banca, il sistema crollerebbe. «Questo mostra che il denaro è prima di tutto un accordo sociale, un simbolo che funziona solo perché ci crediamo insieme». Dal punto di vista individuale, si carica dei significati che gli attribuiamo: sicurezza, libertà, potere, riconoscimento, controllo. «Spesso mostra le nostre crepe: se il denaro ci rassicura, ad esempio, è perché dentro non ci sentiamo solidi e finiamo per chiedergli conferme». Pagani Larghi sottolinea che questo non è un problema in sé: lo diventa quando non ne siamo consapevoli e lasciamo che i soldi guidino le nostre scelte. «Se chiedessimo a venti persone cosa rappresenta per loro il denaro, raccoglieremmo un buon numero di risposte diverse. Perché, al di là

Economista e counselor

Manuela Pagani Larghi è un’economista e counselor specializzata nel rapporto tra denaro, emozioni, cambiamento personale e collettivo. Dopo una lunga esperienza nel private banking e una formazione in counseling, ha sviluppato un approccio che unisce economia e consapevolezza, ispirandosi alla «Teoria U» e alla Comunicazione non violenta. È fondatrice del progetto Il Cuore del denaro (www.ilcuoredeldenaro.ch) e promotrice di altre iniziative imprenditoriali ispirate a valori etici, orientate al benessere delle persone e delle comunità (vedi www.duduum.ch).

delle definizioni economiche – mezzo di scambio, riserva di valore, unità di conto – il denaro è soprattutto uno specchio psicologico e relazionale». Una delle sue caratteristiche più sorprendenti – continua la nostra interlocutrice – è che non segue le leggi della natura: non muore mai. Può crescere o diminuire, ma non scompare. «Per questo la sua dimensione sociale è così potente: è un costrutto umano che però governa le nostre vite come se fosse una forza naturale. Un tempo era la comunità a sostenere la persona. Oggi, con i legami sociali indeboliti e la fiducia in crisi, il denaro diventa la scorciatoia più semplice per sentirci al sicuro. Non ha carattere, non chiede relazione, non delude. Ma non può sostituire la comunità».

Tabù e misura di valore

Nella vita professionale il denaro diventa spesso una misura del valore: proviamo gioia o frustrazione quando scopriamo quanto guadagnano i colleghi. Nelle relazioni intime è un tabù: molte coppie non ne parlano, oppure lo fanno solo quando scoppia un conflitto. La gestione del budget – conti separati, uno che controlla tutto, l’altro che delega o condivisione in parti uguali – di rado è una scelta pienamente consapevole: spesso riflette paure, modelli familiari o dinamiche di potere tra le persone. «Il denaro è ovunque nella nostra vita, ma facciamo fatica a nominarlo», dice Pagani Larghi. «È uno dei temi che più ci mette a contatto con noi stessi, e proprio per questo spesso è l’ultimo che scegliamo di affrontare». L’intervistata ha lavorato per molti anni nel sistema finanziario ma dentro di lei è sempre stato vivo l’interesse per la dimensione sociale e umana. «Il momento decisivo – ricorda – è arrivato nel 2008, durante la crisi finanziaria. Lavoravo come consulente in un grande istituto bancario: mi ritrovavo a gestire portafogli di clienti che non conoscevo. Dovevo spiegare perdite del 50-70% a persone che si fidavano del sistema. È stato umanamente molto difficile e ho capito che quel

lavoro non era più in linea con i miei valori. Ero in una “gabbia d’oro”: stipendio, carriera, sicurezza. Ma intanto avevo già iniziato un percorso di counseling, preparandomi al cambiamento. La nascita di mia figlia nel 2013 mi ha dato la spinta decisiva e mi sono licenziata». Quella crisi – secondo Pagani Larghi – ha mostrato i limiti del sistema: salvato con soluzioni tecniche di breve periodo, senza affrontare i problemi di fondo. «Il capitalismo – spiega – ha portato ricadute positive, almeno per noi “occidentali”: una qualità di vita più alta, migliori livelli di istruzione, più opportunità. Ma non possiamo più ignorare i problemi che ha causato: le disuguaglianze crescenti, la concentrazione della ricchezza in poche mani, la riduzione della mobilità sociale. A questi si aggiungono la pressione insostenibile sulle risorse naturali, la precarizzazione del lavoro, la finanziarizzazione dell’economia che spesso prevale sull’economia reale e la tendenza a trasformare ogni ambito della vita in mercato. Sono limiti strutturali

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richiedono nuove idee, nuove regole e un nuovo equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale».

L’intervistata sostiene che oggi è difficile immaginare un’economia diversa, come se avessimo perso la capacità di pensare alternative reali al modello attuale. «Una nuova economia chiede di essere orientata alla collettività, non all’individuo, e rispondere ai bisogni reali invece che alla logica dell’accumulazione». In questa prospettiva si richiama al pensiero di Charles Eisenstein (L’economia sacra), che parla di un’economia in cui le risorse fluiscono verso i bisogni, non verso la crescita infinita. Tra le proposte che ha ripreso da altri pensatori figura anche il «denaro a scadenza», concepito per stimolare la circolazione della ricchezza e impedire che si concentri nelle mani di pochi.

Per arrivare a un modello di questo tipo serve però una rivoluzione culturale, crede Pagani Larghi: «È necessario ritornare ad essere una vera comunità e non un insieme di individui che pensano solo ai propri interessi». La «Te-

Cosa succedeva quando sono nato, il 2 giugno 1951

Sono nato a Locarno il 2 giugno 1951 e la mia famiglia era domiciliata a Bosco Gurin. L’inverno 1950-1951 è passato alla storia per le nevicate eccezionali – oltre due metri da noi – con disagi in molte zone del Cantone. Nei mesi successivi: piogge intense, alluvioni, fiumi esondati. Con amici e coetanei scherzo spesso sul fatto che, nonostante le avversità di quell’anno, ce la siamo cavata piuttosto bene. Classe di ferro, insomma. (Carlo Bizzozero)

E oggi iniziamo proprio con tre personalità di ferro, caro Carlo. Su «Azione» del 31 maggio – 6 giugno 1951 si parla infatti di Harry S. Truman (nella foto), Douglas MacArthur e George C. Marshall, figure decisive tra la Seconda guerra mondiale e il Dopoguerra: «tanti uomini d’azione tra i capi americani...». Il contesto è quello della Guerra di Corea (1950-53): l’invasione nordcoreana del Sud, la risposta militare dell’Onu sotto comando statunitense, l’ingresso della Cina nel conflitto e il rischio di un’escalation internazionale. Truman – nell’articolo Tirocinio della politica – viene descrit-

to come il presidente che dà agli Usa una politica estera matura: intervento in Corea sì, però con dei limiti precisi; fermezza contro «l’aggressione comunista» senza cedere ai «guerrafondai». Poi c’è MacArthur, il generale eroico ma anche l’uomo che vuole spingere la guerra coreana «oltre i limiti accettabili», appunto. Viene richiamato nel 1951 per aver criticato il Governo, e la sua vertenza con Truman – vin-

ta da quest’ultimo – diventa appunto il simbolo del primato del potere civile su quello militare, in una società democratica.

Un altro articolo sull’edizione citata ricorda Marshall, già capo di Stato maggiore e ideatore del Piano Marshall (imponente programma di aiuti economici varato nel 1948 dagli Usa per la ricostruzione dell’Europa), allora segretario della Difesa. Durante la controversia Truman–MacArthur viene chiamato in mille modi – «generale», «signor segretario», «sir» – ma lui, asciutto, risponde: «Reagisco più rapidamente alla parola generale». Un modo elegante per ricordare che Marshall, pur divenuto statista, rimane fedele alla sua identità di uomo d’armi, ancorato alla disciplina e alla catena di comando – e dunque alle decisioni del presidente degli Stati Uniti.

Insieme, Truman e Marshall segnano l’avvio della politica estera americana della Guerra fredda: autorità e forza disciplinata al servizio di una strategia di contenimento. Qualche curiosità trovata su «Azione»,

sempre in tema Guerra fredda: la notizia di una studiosa russa, Olga Lepechinskaia, che presenta delle ricerche le quali – assicura – porteranno i sovietici a «vivere 200 anni», oppure quella di una città dell’URSS chiamata New York che decide di cambiare «questo nome detestabile, simbolo dell’imperialismo americano». Intanto, dall’altra parte dell’oceano, anche gli abitanti della statunitense Moscow, in Idaho, pensano di ribattezzare la loro città: «Si chiamerà (...) Mosca libera. Forse per non confonderla con la Mosca cieca».

Dalla Guerra fredda passiamo a Peter Howard, scrittore e giornalista inglese, leader del Movimento del riarmo morale, che vede nel rinnovamento etico una via alternativa allo scontro tra i blocchi. Nel libro Il mondo ricostruito, presentato da «Azione», sostiene che tra una nuova guerra mondiale e la dittatura esista una terza strada. La ricostruzione dell’Europa deve partire dai comportamenti individuali, ispirati a onestà, altruismo, amore e rigore personale. Una visio-

oria U» di Otto Scharmer – studioso di gestione del cambiamento e docente al MIT di Boston – offre un metodo per favorire la trasformazione: aprire la mente, il cuore e la volontà per lasciar andare i vecchi schemi e permettere al nuovo di emergere. «Non basta la razionalità: serve capacità di ascolto, intuizione e immaginazione. Come sostiene Scharmer, i risultati che produciamo riflettono la qualità della consapevolezza da cui operiamo». Per l’economista, il modo in cui ci poniamo interiormente determina la qualità delle nostre relazioni e azioni. «Nel contesto della Comunicazione non violenta si afferma che ciascuno di noi è responsabile dei propri sentimenti e comportamenti. Questo ci dà un bel margine di azione, individuale e collettivo: possiamo orientare la nostra vita verso ciò che ci fa stare bene, ma serve riportare attenzione e intenzione su ciò che conta davvero, rallentare, in un mondo che va sempre più veloce, e riconnetterci alla nostra dimensione relazionale. Non alla logica del profitto».

ne che si traduce anche in un ideale di sobrietà e autocontrollo, persino nel look.

Ed è proprio qui che entrano in scena le «signorinette» – di cui parla anche il nostro settimanale – simbolo di una gioventù giudicata troppo frivola e poco disciplinata. Un articolo le descrive così: «violenti colori del trucco», «abiti epidermici e fruscianti», «parlata scanzonata e contraffatta». Non ci sarebbero chissà quali perversioni dietro il loro comportamento, ma solo «un vuoto desolato» dell’anima. Insomma: in un clima segnato da paure globali, notizie di guerra e tensioni tra superpotenze, si trova il tempo di prendersela con le donne, in particolare quelle che cercano con fatica di allentare i vincoli di una società profondamente patriarcale, che le vuole «d’umiltà vestite» e relegate in casa. Intanto, a Melide, apre La Romantica…

Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch oggetto «Il mio compleanno».

di Romina
Borla
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La resistenza silenziosa delle afghane

Kabul ◆ I talebani legittimano i matrimoni delle bambine ma una rete di donne continua a sfidare un sistema costruito per zittirle

Erano soltanto poche righe di comunicato stampa, lo scorso maggio. Poche righe asciutte, burocratiche, quasi innocenti, in cui i talebani annunciavano la promulgazione di un nuovo decreto «rivoluzionario» destinato a riformare il diritto di famiglia in stretta concordanza con la legge islamica. Un testo che, sotto il pretesto di regolamentare il matrimonio e la separazione dei coniugi, finisce per normalizzare il matrimonio infantile, svuotare il consenso femminile di ogni significato e rendere ancora più difficile per una donna liberarsi da un’unione imposta. Perché in Afghanistan la repressione contro le donne non procede più ormai soltanto per divieti. Procede per codici, decreti, regolamenti, circolari, interpretazioni giuridiche. E la nuova legge sulla famiglia è l’ultimo tassello di questa architettura.

Dietro il linguaggio tecnico del diritto familiare si intravede infatti una realtà molto più brutale: la legalizzazione di fatto dei matrimoni infantili, il rafforzamento del potere dei tutori maschi, il confinamento definitivo delle donne dentro una struttura familiare in cui l’obbedienza viene scambiata per virtù e il silenzio per consenso. I talebani non stabiliscono un’età minima chiara per il matrimonio, ma legano l’idoneità alla pubertà. Di fatto, significa consegnare bambine a contratti che non possono comprendere, dentro famiglie che spesso non

hanno mezzi per proteggerle, davanti a tribunali controllati da uomini e da un regime che considera l’autonomia femminile una minaccia politica. Una ragazzina esclusa dalla scuola, priva di libertà di movimento, dipendente dal padre, dal fratello o dal futuro marito, può davvero dire no? E se resta zitta, quel silenzio può davvero essere letto come consenso?

La risposta è ovvia per chiunque non abbia costruito un intero sistema politico sulla negazione della voce femminile. Perché questa legge non arriva nel vuoto. Dal ritorno dei talebani a Kabul, nell’agosto 2021, la vita delle donne afghane è stata progressivamente chiusa, stanza dopo stanza. Prima la scuola secondaria, poi l’università, poi gran parte del lavoro, poi le ONG, poi i parchi, le palestre, gli spazi pubblici, i viaggi senza accompagnatore maschio, l’abbigliamento, la voce, il volto. Ogni decreto ha ristretto un po’ di più il perimetro dell’esistenza femminile. La nuova legge sulla famiglia interviene sul nucleo più intimo di questo sistema: il corpo, il matrimonio, la maternità, la possibilità stessa di scegliere. Il matrimonio infantile, in queste condizioni, non è una tradizione arretrata che sopravvive ai margini dello Stato. Diventa una politica sociale indiretta. Quando alle ragazze viene negata la scuola, il matrimonio appare come l’unica destinazione possibile. Quan-

do alle donne viene negato il lavoro, una figlia diventa per le famiglie impoverite un peso economico. Quando la crisi umanitaria travolge milioni di persone, una bambina diventa oggetto di scambio, pagamento di un debito, soluzione disperata alla fame. Le conseguenze non sono astratte. Una bambina data in sposa perde la scuola, la salute, le amicizie, l’infanzia. È esposta a gravidanze precoci, violenza domestica, dipendenza economica, isolamento, traumi psicologici. Diventa madre prima di essere diventata adulta, moglie prima di essere persona, proprietà prima di essere cittadi-

na. E una volta entrata in quel circuito, uscirne è quasi impossibile. In un Afghanistan dove la giustizia è maschile, religiosa, intimidatoria e spesso inaccessibile, chiedere la separazione significa sfidare non soltanto un marito, ma un intero ordine sociale costruito per impedirti di parlare. Eppure, proprio qui si misura il fallimento più profondo del progetto talebano. Perché le donne afghane non sono scomparse. Sono state espulse dalle scuole, ma hanno costruito scuole clandestine. Sono state cacciate dalle università, ma hanno organizzato lezioni online, reti di studio, gruppi

cifrati, biblioteche digitali. Sono state bandite dalle piazze, ma hanno portato la protesta nelle case, nei video registrati di nascosto, nei messaggi inviati all’estero, nei cartelli alzati in stanze chiuse con il volto coperto non per sottomissione, ma per sopravvivenza. Sono state minacciate, arrestate, picchiate, fatte sparire. E tuttavia continuano a documentare, insegnare, tradurre, scrivere, denunciare. Perché quel silenzio non è consenso. È paura, coercizione, isolamento. Ma spesso è anche strategia: tacere per restare vive, per proteggere una scuola, per salvare una figlia, per poter parlare domani. La nuova legge sulla famiglia è molto più di un regolamento matrimoniale. È un tentativo di definire giuridicamente cosa debba essere una donna afghana: figlia obbediente, sposa precoce, madre dipendente, corpo controllato, voce assente. Ma proprio contro questa definizione continua a esistere la resistenza. Nelle case, nei telefoni, nelle aule improvvisate, nei messaggi criptati, nei libri proibiti, nella memoria ostinata di un Paese diverso. I talebani stanno cercando di costringere le donne afghane al silenzio per decreto. Il compito del mondo è non scambiare quel silenzio per consenso. E il compito della storia sarà ricordare che, mentre un regime tentava di cancellarle, loro, le donne afghane, continuavano a resistere a dispetto di tutto.

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Nonostante i divieti, insegnanti e attiviste mantengono vive scuole segrete in cui trovano posto anche bambine escluse dal sistema ufficiale. (Keystone)

Il Mercato e la Piazza

IVA più alta per AVS e militare: il conto lo pagano i cittadini

Negli ultimi dieci anni (2015–2025) tutti gli Stati dell’Ue hanno affrontato difficoltà finanziarie, più gravi in Grecia, Italia e Francia, un po’ più contenute in Portogallo. Di conseguenza, quasi ovunque il rapporto debito/Pil è aumentato. Il trattato di Maastricht fissava un limite del 60%, ma nella Zona Euro l’indebitamento, dopo un lieve calo tra il 2015 e il 2019, è schizzato verso il 100% durante il Covid (2020–2021). Oggi la media dell’area si colloca attorno all’88%. Vi sono naturalmente Stati – come la Grecia (circa 151%), l’Italia (138%) e la Francia (116%) – che hanno valori superiori a questa media e Stati, invece, come l’Estonia (23%), il Lussemburgo (25%) e la Bulgaria (26–30%) che godono di una situazione nettamente migliore. Gli Stati europei si sono indebitati perché spendono più di quanto incassino e nessuno di loro vuole aumentare le imposte. E la

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Svizzera? La quota di indebitamento del nostro Stato era nel 2024 pari al 24,5%, un valore quindi basso se confrontato con il valore medio della quota di indebitamento della Zona Euro. Ma le nostre autorità valutano l’evoluzione dell’indebitamento non paragonandola con quella di altri Stati, ma tenendo conto della rapidità con la quale tende a crescere. Dal profilo della storia delle finanze pubbliche del nostro Paese, il periodo peggiore in materia di evoluzione del debito pubblico è stato l’ultimo decennio del passato secolo. Ricordiamo, per fare un esempio, che nel 1998 il rapporto tra debito pubblico della Confederazione e Pil raggiunse una quota per noi impressionante pari al 51,6%. Per contrastare l’ascesa di questo rapporto venne introdotto, nel 2003, il freno all’indebitamento. Si tratta di uno strumento ancorato nella Costituzione che im-

pone alla Svizzera di raggiungere l’equilibrio tra risorse finanziarie e spesa nell’arco del ciclo congiunturale evitando quindi di cadere nella trappola dell’indebitamento strutturale nella quale si trovano oggi le finanze del Canton Ticino. Con il freno all’indebitamento il valore del rapporto tra debito pubblico e Pil si è ridotto, nel corso degli ultimi decenni, di più della metà. Purtroppo per quel che riguarda l’equilibrio delle finanze pubbliche non c’è mai tempo per stare sugli allori. Oggi, è vero, la situazione finanziaria della Confederazione è sana. Ma potrebbe peggiorare rapidamente perché nel prossimo futuro i suoi impegni finanziari tenderanno a salire. A creare preoccupazioni sono in particolare l’evoluzione della spesa per le assicurazioni sociali, in particolare l’AVS, e quella delle spese militari. Entrambe dovrebbero aumentare rapidamente nel corso dei prossimi

I Mondiali, tra ingiustizie e magia

È un bellissimo Mondiale. E non è il Mondiale di Donald Trump. Per quanto il presidente degli Usa abbia organizzato la propria vita per dare ogni giorno un titolo, e se possibile essere il titolo del giorno, alla fine i protagonisti sono i calciatori. Il Mondiale appartiene a loro e a chi lo guarda. Lionel Messi ha esordito con una tripletta seguita da una doppietta al secondo incontro, confermandosi il più grande. Altri grandissimi all’ultimo Mondiale, Luka Modric e Cristiano Ronaldo, hanno avuto finora meno fortuna. Lamine Yemal, la giovane stella, è entrato in campo e ha segnato. I tecnici italiani faticano, la Turchia di Montella è già fuori, dall’Uzbekistan di Cannavaro non ci si poteva attendere molto, vedremo cosa saprà fare il Brasile di Ancelotti. La Svizzera, a differenza dell’Italia, si è qualificata. E se la gioca, inoltre esprime il presidente della Fifa. An-

Zig-Zag

che se le avvisaglie sembravano pessime, il Mondiale americano sarà un successo. Non a caso, gli ascolti televisivi sono ottimi. Certo, l’America che ospita i Mondiali è l’America di Trump. Che un arbitro designato dalla Fifa non possa entrare nel Paese che organizza la Coppa del Mondo perché viene da una Nazione che Trump detesta, la Somalia, è uno scandalo. L’idea di una squadra, l’Iran, che deve andare in ritiro in Messico, su una delle frontiere più difficili del mondo, Tijuana, per saltabeccare negli Usa solo il tempo strettamente necessario a giocare la partita e ripartire prima di mezzanotte, prima che la carrozza di Cenerentola ridiventi una zucca, sarebbe ridicola se non fosse drammatica. E i prezzi dei biglietti minacciano di trasformare il luogo popolare per eccellenza, lo stadio, in un club per ricchi. Pensiamo poi a tre anni e mezzo fa. Il Mondiale

in Qatar fu contestatissimo. Si disse che il Paese organizzatore violasse i diritti umani. Ed era vero. Chiunque sia andato in Qatar in quei giorni ha visto il ribaltamento dei principi della Rivoluzione francese, l’idea che gli esseri umani nascano liberi e uguali: gli immigrati dall’Africa e dall’Asia non potevano neppure entrare negli hotel riservati agli arabi, ai nordafricani, agli europei, e anche i «bianchi» erano divisi tra Vip, che potevano arrivare in auto fino allo stadio, Super Vip, le cui vetture blindate arrivavano sin dentro le tribune, e comuni mortali che arrancavano a piedi sotto uno strano, caldo sole natalizio. Lo sport non è mai separato dalla politica. Le grandi manifestazioni hanno sempre riflesso il loro tempo: Città del Messico 1968 con il massacro di Tlatelolco alla vigilia dei Giochi; Monaco 1972 con l’attentato alla squadra israeliana; Montreal 1976

Il giornalismo nell’era dei predatori miliardari

Di recente una nomina è giunta a ricordare che anche nel nostro Paese il giornalismo è alle prese con momenti delicati, causati dalla crisi praticamente mondiale che il settore dell’informazione non riesce a risolvere. La nomina riguarda una posizione dirigenziale di retroguardia nel giornalismo, ma di massima importanza per l’editoria: Paolo Tacconi è stato scelto come CEO di transizione dal Gruppo «Corriere del Ticino». Giornalista, manager, imprenditore, Tacconi ha già curato la transizione digitale del «Corriere della Sera» e ora avrà lo stesso compito al «CdT». «Dobbiamo ripensarci completamente», ha spiegato il presidente del CdA Fabio Soldati. E quel «ripensarci» va inteso come un progetto di riforma, visto che l’amministratore del «CdT» ha aggiunto che «per fare questo cambiamento, ci sarà sia nell’ambito del Corriere del Ticino, sia in TeleTicino e in Radio 3i, la necessità di ripensare, di avere nuove energie, nuovi entusiasmi». Al saluto per la scelta annunciata dal «CdT», pur dando giusto peso e importanza agli aspetti economici di future strategie industriali, abbiniamo l’augurio che il «ripensarci» possa contemplare, difendere e magari rafforzare anche il ruolo etico e morale che il giornalismo cantonale deve continuare a svolgere. E ricordando come anche l’editore de «La Regione» abbia già operato cinque anni fa una scelta dirigenziale quasi analoga, se non proprio simile, con la nomina di Daniel Ritzer a direttore, vale forse la pena di estendere l’auspicio anche a partenze, pensionamenti e vuoti (non solo fisici) che la Rsi presenta per radio e televisione. Agli auguri a Tacconi credo di poter unire anche qualche considerazione personale sul futuro del giornalismo nel nostro Cantone, dal momento che l’attività del nuovo

anni. Di come finanziare questo aumento si discute a Berna da almeno un paio d’anni. Siccome non può ricorrere all’aumento del debito pubblico, la Confederazione deve trovare il modo di far crescere le sue risorse. Durante la sessione che si è appena conclusa le Camere hanno deciso di finanziare la tredicesima AVS con 1,5 miliardi attraverso un aumento del contributo sui salari e 1,4 miliardi con un innalzamento di 0,4 punti del tasso normale dell’IVA. Attenzione però: si tratta solo di un primo passo, il più urgente. Non è infatti detto che queste misure riescano a stabilizzare il finanziamento dell’AVS a lungo termine. Se ciò non capitasse, il Consiglio federale prevede, nel progetto AVS2030, ora in consultazione, che il tasso dell’IVA venga aumentato dello 0,7%. Ancora in alto mare è invece la soluzione per il finanziamento dell’aumento delle

spese militari. Fino al 2038 si tratterebbe di trovare 38 miliardi, con un aumento annuale della spesa intorno ai 3 miliardi. Con questo aumento la quota della spesa militare nel Pil toccherebbe l’1%, restando lontana dal livello che sembrano perseguire i Paesi Nato (5%). Per finanziare l’aumento della spesa per il militare il Consiglio federale prevede, sempre per evitare un incremento del debito pubblico, di alzare il tasso dell’IVA dello 0,8%. Sommando tutti gli aumenti proposti arriveremo quindi, per la fine di questo decennio, a un’IVA del 9,6%. Il 10% che, al momento dell’introduzione di questa tassa, sembrava un limite insuperabile, non è più lontano. Così, tra un paio di anni, quando andremo a cena al ristorante pagheremo non solo un 10% di mancia per il servizio al tavolo ma, per evitare l’aumento del debito della Confederazione, anche un 10% di IVA.

con il boicottaggio africano; Mosca 1980 con quello americano (l’Italia partecipò senza inno, bandiera e atleti militari); Los Angeles 1984 con la risposta sovietica. E sul Mondiale argentino del 1978 pesava l’ombra della dittatura che faceva sparire gli oppositori. Eppure, ciò che ricordiamo è Mario Kempes e le lacrime degli olandesi, sconfitti per la seconda finale consecutiva. Questo sarà un Mondiale molto interessante sul piano geopolitico, e non solo per la presenza dell’Iran. Un Mondiale che si è inaugurato in Messico – quanta nostalgia: il leggendario 4-3 dell’Azteca tra Italia e Germania, le imprese di Maradona – Paese dove Trump vorrebbe organizzare un colpo di Stato tipo Venezuela, detronizzando la presidente di sinistra Claudia Sheinbaum. Un Mondiale con partite importanti in Canada, che Trump vorrebbe annettersi trasfor-

mandolo nel cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti (anche se per il momento ha favorito la vittoria elettorale dei liberali, molto critici con lui). Ma l’esperienza insegna che alla fine nessuna Olimpiade, nessun Mondiale viene ricordato solo per il posto che l’ha accolto. E nessuna grande manifestazione viene giudicata in base ai disagi organizzativi (ce ne sono stati anche a Parigi 2024, che pure tutti hanno giudicato un grande successo). Alla fine, quando la tv si accende sul prato verde, quando i più fortunati sentono il profumo dell’erba, quando suonano gli inni nazionali, quando si vede la rete gonfiarsi, quando i calciatori si abbracciano, ricomincia quella magia che ha ispirato scrittori e registi, che non può essere ridotta alla politica, che non può essere spiegata soltanto con la ragione. Bisogna viverla. Perché il calcio è l’infanzia del mondo.

CEO risulterà inevitabilmente importante non solo per gli orientamenti del gruppo «Corriere del Ticino», ma anche per il ruolo e i compiti che potrà continuare a garantire nel nostro Paese.

Praticamente in tutto il mondo, dai piccoli editori regionali ai potenti trust editoriali delle grandi Nazioni, da diversi decenni si sta cercando la ricetta per uscire dalla crisi in cui versa l’informazione. Alla fine prevalgono sempre le strategie di crescita dettate dalla rivoluzione digitale e finanziate dalla manciata di «predatori» miliardari (come li chiama Giuliano da Empoli) che le hanno create. Fortunatamente il giornalismo riesce ancora a svolgere il ruolo di garante insostituibile di una preziosa affidabilità riconducibile al servizio pubblico. Ma negli ultimi tempi anche quest’ultimo presidio sta subendo assalti da chi controlla le nuove tecnologie, cioè

le piattaforme che – spesso spalleggiate dai politici e dopo aver distrutto letteralmente il mercato pubblicitario della stampa scritta – sono ora in grado di produrre informazioni con sempre più raffinate tecniche narrative sinora appannaggio del giornalismo tradizionale. Una strategia confermata dagli esempi Usa con i vari Bezos, Musk e compagnia bella intenti a portare avanti insensate acquisizioni e cambiamenti redazionali senza badare a distruzioni e distrazioni di massa, né a pressioni o censure imposte ai giornalisti. In questo quadro, necessariamente sommario, chi distribuisce servizi informativi è ora impegnato a includere anche il controllo, o comunque l’ingerenza, dell’animazione culturale e del consenso sociale dell’opinione pubblica dei Paesi in cui operano quasi sempre indisturbati. L’effetto di questo assalto che minaccia il giorna-

lismo e l’editoria tradizionali è desolante: chi cerca riparo dall’incessante vento di paura che sale dal baratro di violenze, disordini e crisi alimentate da conflitti sempre più assurdi, si trova di fronte anche all’inaffidabilità dell’informazione. È questo il motivo principale per cui non deve sembrare illogico o fuori misura che anche alle nostre latitudini ci si preoccupi di fronteggiare questi pericoli. Mi piace chiudere con un «cicchetto» che in qualche modo attenui il pessimismo di fondo dettatomi dalla mia avversione verso i cambiamenti imposti dalle macchine. Lo rubo al sociologo Nassim Nicholas Taleb («Il cigno nero») che ci esorta, quando guardiamo al futuro e «tendiamo sempre a considerare il solito tran tran», a tener presente che «nel futuro non c’è niente di solito» e che le crisi vanno affrontate «cominciando dal basso», rifacendo o consolidando le fondamenta.

di Ovidio Biffi
di Angelo Rossi
di Aldo Cazzullo
sconti. Il vantaggio di prezzo

CULTURA

Ricordando Edith Templeton Esattamente vent’anni or sono mancava Edith Templeton, autrice dello scandaloso Gordon

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La bellezza del dono

Un omaggio a chi ha deciso di donare: è quanto fa la Mostra in corso alla Fondazione Arp

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Affari nostrani

Un podcast di Danilo De Biaso per RaiPlay Sound ripercorre il lavoro dell’avvocato Paolo Bernasconi

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Dona De Carli, artista e camerawoman

Capire i giovani ascoltandoli

Nei nuovi album di Fulminacci, Nayt e Chiello le tematiche care a ragazze e ragazzi di oggi

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Primi piani ◆ L’artista ticinese ha attraversato fotografia, televisione, viaggio e videoarte, scegliendo sempre i territori meno prevedibili per i suoi processi di creazione

Stefano Spinelli

Sono diversi i motivi che hanno portato la nostra intervistata di oggi, Dona De Carli, a convincersi sin da giovanissima che la fotografia sarebbe stata la sua strada.

In un certo qual modo, a introdurla è involontariamente il padre, appassionato di fotografia e dotato di una naturale inclinazione artistica –forse, suggerisce Dona, sarebbe stata quella la sua vera strada da seguire. Possedeva una Voigtländer Bessa 6x9: «Mio padre era bravo, faceva delle belle foto. Ricordo che un giorno –stavamo andando ai Monti di Motti, e io avevo dieci anni, mentre mio fratello già sedici – papà voleva farci delle foto, che però non gli riuscivano, tanto che a un certo punto ha buttato l’apparecchio in mezzo alla neve: uno scatto di nervi perché non riusciva a fare non so cosa». Dona la raccoglie e la conserva: funziona perfettamente e ancora oggi la usa, con sua grande soddisfazione.

Arriva poi quell’estate d’inizio anni Sessanta trascorsa sempre ai Monti di Motti, dove la «prozia d’America» si presenta con uno strumento magico, una Polaroid Land 800 con cui immortala il gruppo di bambine lì riunite. Naturalmente, la fotografia viene mostrata seduta stante. Dona ha dodici anni, non ha mai visto una macchina a sviluppo istantaneo, e quell’evento la colpisce tantissimo.

Per i suoi 13 anni riceverà in dono dal padre una Kodak Instamatic con cui realizzerà i suoi primi veri reportage familiari. Dopo le scuole dell’obbligo, Dona desidera intraprendere una formazione come fotografa. La madre insiste invece affinché prima completi una formazione superiore. Va pertanto in un collegio a Lucerna dove, oltre a conseguire la maturità in lingue e commercio, grazie alla varietà di origine delle studentesse che lo frequentano, comincia a cogliere l’ampiezza degli orizzonti che la realtà può proporre uscendosene da contesti così ristretti come era il Ticino dell’epoca.

Conclusi gli studi, fa un trimestre come «osservatrice» nello studio di Vicari, per poi andare qualche mese a Londra a perfezionare l’inglese. Rientra troppo tardi per poter partecipare agli esami di ammissione della scuola di fotografia di Vevey, dove intendeva iscriversi. Manda allora dei dossier a tre buoni studi zurighesi e viene accolta da René Groebli, già allora fotografo affermato, il cui atelier specializzato in fotografia pubblicitaria e industriale riuniva professionisti di altissimo livello: «Sono andata a bottega. L’idea, per me, era di fare un anno o poco meno, e tornare a Vevey per provare a iscrivermi. Nel frattempo mi sono ritrovata dentro un mon-

Dona De Carli, dal progetto Chambre 414, Le Grand Hotel de Cabourg, Francia / Normandia, La camera di Marcel Proust, © 2002 – realizzata in pellicola con la Voigtländer Bessa di suo padre.

do di bravissimi fotografi. Avevamo tutto quello che volevamo a disposizione, c’erano le Sinar fino al 20x25 cm, tutte le Nikon, la camera oscura potevi usarla il fine settimana. Lui era folle ma bravo, avevamo dei clienti molto importanti». Dopo sei mesi di lavoro da Groebli, decide di non andare più a Vevey: e invece di uno, alla fine resterà quasi quattro anni.

È nella bottega di René Groebli che Dona De Carli scopre, proprio nel pieno della disciplina tecnica, la propria distanza dall’immagine perfetta

È un’esperienza decisiva. Man mano che il tempo passa, però, capisce che la fotografia pubblicitaria non corrisponde davvero alla sua sensibilità. Si sente attratta da contesti più aperti, orientati alla ricerca artistica, alla libertà creativa. Già si manifesta la sua filosofia di «vivere il momento», di non lasciarsi imbrigliare in situazioni costrittive, e questo anche a scapito della carriera.

Nel 1975 rientra in Ticino e apre il suo primo studio a Locarno, in città vecchia: uno spazio in cui – come avverrà con tutti gli studi a venire –vive e lavora insieme. Dura un paio d’anni. Un bisogno di cambiamento la porta a chiudere l’esperienza e s’iscrive a Brera per studiare scenografia e storia dell’arte. Nel frattempo, risponde a un’offerta della RTSI dove, superato il concorso, viene presa in prova come camerawoman: sarà la prima donna a ricoprire questo ruolo

nella televisione ticinese, in un ambiente ancora prettamente maschile. «Era una fatica – ci dice – perché, come donna, dovevi sempre dimostrare di essere all’altezza».

Si divide così tra i corsi a Milano e la formazione in televisione. Dopo qualche mese di questo andirivieni, Dona decide di partire per un viaggio negli Stati Uniti. Ed è a questo punto che capisce quanto il viaggio sia fondamentale per la sua esistenza. Nomade per indole, negli anni successivi attraverserà Africa, Asia e Americhe per lavoro, per progetti umanitari e per ricerca personale. «Ma il viaggio – ci dice – è anche una condizione interiore che può essere vissuta senza spostarsi, attraverso il lavoro artistico e l’esplorazione di sé». Vicende familiari la riportano in Ticino dopo soli quattro mesi.

Dona, oltre a riaprire un suo studio in città vecchia, viene dunque assunta dalla RTSI a tempo parziale, poi – dietro sua richiesta – lavorando su mandato: «Sono stati anni fantastici, estremamente formativi, c’erano delle produzioni incredibili. Dai musicali (classica, rock, cantautori e gruppi italiani) al teatro. C’era anche gente bravissima che veniva da fuori a fare regia. Ero sempre nella rosa scelta di quelli che lavoravano una settimana di fila». Una soluzione, quella del lavoro a cachet, che le permette di continuare parallelamente anche la sua attività artistica con la fotografia. Vince poi un concorso della Città di Locarno per la documentazione fotografica della collezione d’arte cittadina e trasferisce il proprio atelier al Castello. È un incarico importante,

che la impegna a lungo. Accanto alla fotografia d’arte – ambito nel quale si specializza collaborando con istituzioni pubbliche, artisti, collezionisti e case editrici, realizzando monografie e cataloghi d’esposizione – Dona continua a sviluppare la propria ricerca personale.

Ama esplorare tecniche poco convenzionali: il foro stenopeico, ad esempio, le doppie esposizioni, il dye transfer, le solarizzazioni in fase di stampa, le manipolazioni delle dia e dei negativi. Procedimenti che lasciano spazio all’imprevisto, alla sorpresa, all’errore, a quella dimensione poetica che la pellicola sapeva introdurre nelle immagini quando le si concedeva questa libertà. «A un certo punto ero attratta da tutto quello che poteva essere errore. L’errore poteva fare delle cose fantastiche. Faceva parte della mia natura, e a parte gli errori, mi piacevano anche le cose sporche, prendevo le dia… scaldavo le Ektachrome e poi le facevo stampare».

Ha usato candele e pile per illuminare situazioni immerse nell’oscurità – come per la serie Cadalom (Cà da l’Om, del 1995 ma esposta ancora recentemente presso la Fondazione Diamante a Lugano). Pratiche lontanissime da quanto avrebbe potuto fare nella fotografia pubblicitaria, e che conferma quanto è stato giusto, per lei, seguire fino in fondo il suo istinto. Nell’Ottanta espone a Soletta, in una mostra collettiva, una serie di autoritratti. È l’inizio di una lunga attività espositiva, tra personali e collettive. Nell’86 ottiene una Borsa federale per le arti applicate e, nel

1989, un riconoscimento dalla Fondazione Arte UBS. Nel 1987 alcune sue immagini vengono incluse nell’importante pubblicazione antologica Il Ticino e i suoi fotografi. Fotografie dal 1858 ad oggi. Sue opere entrano inoltre nelle collezioni della Fondazione svizzera per la fotografia e del Musée de l’Elysée di Losanna. La sua natura curiosa e aperta alla sperimentazione la conduce, dagli anni Novanta, anche verso la videoarte – passaggio quasi naturale, considerata la familiarità con l’immagine in movimento – e verso collaborazioni performative con altri artisti. Nell’ambito dell’Expo Svizzera 2002, il dipartimento della Cultura del Cantone Turgovia la sceglie per rappresentare la sua visione da visitatrice esterna e le commissiona un cortometraggio. Passerà un mese quale ospite nel convento cistercense di Ittingen raccontando la sua storia personale e le impressioni turgoviesi. Realizzerà un corto dal titolo Intimo, nel quale dà voce a un musicista e a un viticoltore/sciamano. Spirito vulcanico, Dona continua ancora oggi a lavorare sia con la pellicola, sia con gli strumenti offerti dal digitale, in perfetta sintonia con la sua naturale propensione a rimettersi in gioco.

«Nel mio lavoro è il processo creativo che mi seduce, è l’andare nel profondo di un pensiero. Rivedo e riprendo lavori del passato, modificandoli, aggiungendo o togliendo nuove riflessioni, altri testi, e immagini inedite… una sorta di perpetuo work in progress, in continua tensione ed espansione».

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Edith Templeton, la donna dietro lo scandalo

Anniversari ◆ Vent’anni or sono moriva a Bordighera l’autrice di Gordon, romanzo che non ha mai smesso di far discutere

Simona Sala

Quando il romanzo Gordon uscì nel 1966, non risultava scritto da Edith Templeton, che dagli Anni Cinquanta aveva già all’attivo alcuni romanzi, una guida di viaggio dedicata a Cremona e la pubblicazione di diversi racconti (poi raccolti ne Le frecce di Cupido) pubblicati su «The New Yorker», ma da una fantomatica Louise Walbrook. Il libro finì subito nel mirino dell’Obscene Publications Act (la censura di allora), e fu bannato in Inghilterra e in Germania. Troppo crudi i contenuti e schietto il linguaggio, per non parlare dell’io narrante, quella giovane e misteriosa donna di ottima famiglia boema (di classe sociale tanto agiata che mamma e nonna bisticciavano sulla servitù), impiegata dall’esercito statunitense e da quello britannico durante la Seconda guerra mondiale, colta e di una bellezza capace di stordire, grazie a un miscuglio di eleganza e (forse finta) fanciullesca innocenza, segnalata da un’acconciatura con le trecce.

A ripubblicare Gordon ci avrebbe poi pensato qualche anno più tardi l’Olympia Press di Maurice Girodias, quella che prese sotto la propria ala editoriale anche la Lolita di Nabokov, il Tropico del cancro di Henry Miller, Ginger Man di Donleavy e il Pasto nudo di Burroughs.

Gordon, dalla fortissima componente autobiografica, è ambientato in una capitale britannica in cui i pub sono ancora pieni zeppi di generali e ufficiali, mentre tutt’intorno la vita di donne e uomini (soprattutto nei circoli più abbienti) piano piano comincia a risollevarsi dai traumi della guerra, per intravvedere qualcosa che assomigli a un futuro.

Di origine boema, Edith Templeton fu una colta cittadina del mondo dalla penna affilata e l’animo inquieto

«Shepherds non era cambiato (…) c’era ancora lo stesso soffitto, bruno e lucido come se fosse stato ricoperto di caramello»: proprio a Londra, una luminosa sera d’estate del 1946, in un pub, la giovane protagonista Louisa – tra l’altro, già nel bel mezzo di un divorzio – incontra l’enigmatico e ombroso psichiatra scozzese Richard Gordon: «Non era né basso né alto, snello e di ossatura fine, di un fisico poco attraente che non mi piaceva; né mi piaceva la sua faccia, sebbene esercitasse lo stesso fascino che contraddistingue i contorni irregolari e sporgenti di una rovina romantica. Il naso era a ponte alto e irregolare, le guance incavate sotto gli zigomi sporgenti, il mento lungo e meravigliosamente arrotondato. I capelli nero corvino, (…) scendevano (…) sottolineando il pallore cupo del volto come un groviglio di edera scura che cascava lungo una serie di merli fatiscenti». Conducendo per un braccio la donna, che naturalmente attira ogni sguardo su di sé («Indossavo un abito di seta aderente, a maniche corte, stampato a macchie irregolari azzurre, rosa e malva, simile alla carta marmorizzata delle copertine dei libri di un tempo»), Gordon la porta fuori dal locale, e poi, su una panca di sasso in un giardino, compie su di lei la prima di una lunga serie di sopraffazioni.

Louisa, ventottenne intelligente e di spirito, cui non mancano né

Sopra, immagine di una giovane Edith Templeton e del «cimitero Inglese» di Bordighera, sezione acattolica. (Sala) In basso, Una delle ultime immagini dall’autrice.

la consapevolezza né le competenze sociali, come molte altre prima e dopo di lei, si lascia con lentezza ma inesorabilmente precipitare nel baratro («Sapevo che non ci sarebbe voluto molto prima che mi trascinasse dal limitare dell’oscurità al suo centro, e cosa mi avrebbe atteso lì, non lo sapevo. O, per essere sincera, non volevo saperlo»), sballottata in una relazione amorosa che oggi chiameremmo tossica, fatta com’è di assenze, attese e controllo. Il suo straniamento, però, non è causato solo dalla sopraffazione fisica, cui a un certo punto paiono non esserci più limiti, in un letto che sempre più spesso si fa campo di battaglia, ma anche da quella psicologica, dove lo psichiatra – che ha il doppio degli anni della paziente-amante e la chiama solo «my child » – mette in atto le peggio strategie cliniche per indurre la giovane donna a compiere un viaggio a ritroso nella propria storia personale, nonché tra le pieghe più nascoste della psiche, soffermandosi nella Terra dell’irrisolto, là dove, dentro ognuno di noi, alberga un personale vaso di Pandora. Quello della Templeton, pare di capire, contiene tutta la sofferenza derivante dalla mancanza di un padre, figura del tutto assente nella biografia della scrittrice, ma che lei cercò per una vita intera nei numerosi uomini che ebbe.

L’epilogo della storia tra Gordon e Louisa, prevedibilmente tragico, non è però importante quanto l’atmosfera sombre suscitata dalla narrazione, combinata al talento narrativo dell’autrice e alla consapevolezza crescente, da parte di chi

legge, che, sì, ci sono sopraffazione e violenza nella relazione, ma anche una forma di amore. A riprova di ciò, la stessa Templeton ci aveva confidato: «Gordon è stato l’unico uomo che abbia amato. Non se ne è mai andato, in un certo senso è sempre con me. Ancora oggi, non faccio che pensarlo».

Una ragazza mitteleuropea

Edith Templeton era nata nel 1916 a Praga, figlia mitteleuropea di una classe sociale che organizzava ricevimenti, frequentava le migliori scuole e le cui ragazze sapevano come comportarsi a seconda del contesto. Precoce per la sua età e magnetica nel suo essere, la Templeton – che di cognome ancora faceva Passerová – entrò presto in competizione con la madre, donna di mondo, perennemente ansiosa e desiderosa di essere al centro della generale attenzione, come, appunto, ci si aspettava da una rappresentante di quel segmento sociale («Nonostante a mia madre non piacesse dover ascoltare disquisizioni sulle teorie dell’arte, non si poteva negare che il professor Wieland fosse un vero e proprio fiore all’occhiello in qualsiasi salotto»). Attorno alla madre, che a tavola chiacchiera di Schiller, Schnitzler e Goethe, si alternano di continuo figure maschili che la piccola Edith osserva con profonda attenzione, imparando presto l’esistenza di un mondo delle relazioni dove il non detto regna sovrano e la strategia fa parte dell’arte della sopravvivenza.

Dopo gli studi al French Lycée di Praga, a ventidue anni Edith lasciò la Cecoslovacchia per convolare a nozze con un ingegnere aeronautico inglese, da cui prese il nome che avrebbe portato per tutta la vita, Templeton. Il matrimonio fu caratterizzato da brevità e turbolenze, ma, come si evince da Gordon, non impattò in modo particolare sulla vita della giovane donna, segretaria e traduttrice per l’esercito USA e in seguito Capitano di quello britannico. Il secondo matrimonio, negli An-

trasmissione di un messaggio, quanto più il frutto di un bisogno impellente, «la cosa più importante della mia vita». Perfino più importante della famiglia. A un certo punto Edith Templeton smise di scrivere, perché in certo qual modo aveva smesso di vivere: «Non scrivo più, perché ormai, non mi capita più nulla», ci aveva confessato.

Il deposito a Chiasso

ni 50 e dopo la fine della relazione con Gordon, portò Edith Templeton in India, al seguito del marito medico, tra le altre cose cardiologo personale del re del Nepal. Dopo diversi soggiorni in Europa, tra cui un periodo a Estoril (in un gigantesco «finto castello»), la scelta finale cadde sulla Riviera Ligure. Edith Templeton visse infatti a Bordighera fino al 12 giugno del 2006, quando, a novant’anni, morì.

Ancora ammantata di fascino, i lunghi capelli grigi sciolti sulle spalle e i profondi occhi bistrati, l’eloquio riflessivo e ragionato, Edith Templeton diffidava dei giornalisti e di chiunque volesse tornare su Gordon (la cui riedizione era uscita in italiano per Neri Pozza nel 2005), e, più in generale, non sopportava «quando la gente mi giunge troppo vicina».

Templeton ambientò uno dei suoi racconti a Chiasso, dove conservava un prezioso servizio da tè Odiot del marito defunto

Al clamore successivo alla ripubblicazione del suo libro-scandalo, infatti, seguirono anche visite a Bordighera da parte di giornalisti di testate prestigiose come il «New York Times» o il «Guardian», come ebbe a confessarci la stessa Templeton meno di un anno prima della sua morte, che però faticò a riconoscersi nei loro reportage: «Ogni cosa che mi riguardava era illustrata in modo orribile. Una giornalista arrivò addirittura a scrivere che avevo il wc rotto».

Quello che probabilmente a suo avviso non si percepiva a sufficienza, al di là delle più o meno velate critiche mosse alla sua scrittura e al candore con cui narrava di violenza all’interno della relazione (in un’epoca in cui il femminismo era ancora una parola distante), era quanto profondamente vita e letteratura si fossero per lei fuse, fino a creare un legame tale per cui i due ambiti non erano più separabili. Ma, soprattutto, quanto la sua non fosse una letteratura impegnata o finalizzata alla

Che l’ossessione per Gordon non si fosse stemperata e tantomeno esaurita grazie alla stesura del romanzo, lo si evince nel racconto Ninfa & Fauno (Le frecce di Cupido, Neri Pozza), ambientato a Chiasso (dove ventuno anni or sono, era stato proprio il nome di questa città a convincerla a farsi intervistare da me per «Azione»): «Quando finalmente siamo arrivati (a Chiasso), un controllore fuori servizio, vedendomi indugiare vicino allo sportello dei passaporti, ormai deserto, mi ha accostata e poi mi ha accompagnata fino all’ingresso di un hotel di prima classe lì vicino». Nel racconto la protagonista, la cui identità non è difficile da indovinare, ritorna nella cittadina di confine, dove è conservata una cassa di legno contenente un prezioso servizio da tè d’argento Odiot, con, appunto, una Ninfa e un Fauno, appartenuto al marito deceduto. La motivazione ufficiale è quella di vendere il servizio, ma la pulsione reale che sta dietro al viaggio della protagonista verso la città di confine, è la prospettiva di incontrare di nuovo il collaboratore di una casa d’aste ginevrina, la cui voce tanto assomigliava a quella dell’indimenticato Gordon. Le concessioni al paesaggio sono poche, perché la Templeton ha sempre dato la precedenza a quello interiore, ma a tratti si ha l’impressione di riconoscere la zona del Punto Franco, mentre restano alcuni dubbi sul ristorante (un grotto?) dove la Templeton avrebbe mangiato: «La locanda era un banale chalet di legno, (…), con gli immancabili gerani rossi nelle fioriere alle finestre. (…) Chiesi dove fosse il bagno. Si trovava in cantina».

Il cimitero di Bordighera

Il luogo dell’eterno riposo di Bordighera, cittadina in cui Edith Templeton morì, più o meno in solitudine, nel giugno del 2006, quasi certamente circondata da poche persone a lei vicine, si chiama «inglese». Si trova nella parte alta di Bordighera ed è nascosto da un imponente canneto. La parte principale è occupata da cattolici italiani, ma una larga sezione acattolica riporta nomi inglesi, tedeschi ed ebraici, a riprova di come, a partire da metà Ottocento e fino a gran parte del 900, quell’angolo di Italia fosse amato da chi cercava un clima mite e un luogo ospitale. L’abbiamo cercata lì, Edith Templeton, per ricordarla a vent’anni dalla morte, per omaggiare una donna che ha avuto coraggio nel raccontare sé stessa, ma che, ci hanno poi riferito i pochissimi cui il suo nome dice qualcosa, non voleva essere ricordata con una lapide fra le palme e i muri a secco che nessuno avrebbe mai visitato, e aveva deciso, seppur non sia lecito, di diventare una cosa sola con il Mar Mediterraneo, ultima dimora di un’anima inquieta.

Spirito e colore nelle tele di Rothko

Mostre ◆ La città di Firenze omaggia il grande artista Usa di origini lettoni, che l’aveva amata e apprezzata tanto Blanche Greco

Mark Rothko non amava esporre i suoi quadri in mostre collettive, le sue tele erano «drammi emotivi» e con esse manteneva un legame intimo e complesso. Questo sentimento affiora nella grande mostra Rothko a Firenze, settanta opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, curata dal figlio Christopher Rothko ed Elena Geuna, che si disvela a Palazzo Strozzi e continua tra suggestioni poetiche e architettoniche al Museo di San Marco e nel vestibolo Michelangiolesco della Biblioteca Medicea Laurenziana. Un allestimento che è frutto di una riflessione durata quindici anni alla ricerca del «contesto migliore» in cui esporre le opere del padre, nella città che egli aveva visitato la prima volta negli anni 50 e poi nel 1966, e che aveva profondamente inciso sulla sua ricerca artistica, inducendolo a tornare – lui sempre tanto restio a lasciare il suo studio di New York – in compagnia della moglie e dei due figli. Così, Christopher e la sorella Kate, hanno cercato di ricostruire, anche attraverso loro ricordi, il legame che Rothko sentiva con Firenze, il Rinascimento, pittori come Beato Angelico, Giotto, Masaccio e le forme e i colori della loro pittura, che finalmente poteva vedere di persona, in tutte le sue sfumature, nei luoghi in cui era nata. Sta in questa relazione, forse, il segreto dei grandi quadri di Rothko, di quelle enormi campiture di colore, di quegli arancioni, oro e rosso intenso, che s’intrecciano, si sovrappongono, vibranti e luminosi; una tavolozza diventata la cifra distintiva della pittura di Marcus Rothkowich. Questo, infatti, il vero nome dell’artista nato in

Lettonia nel 1903, che aveva abbandonato l’università di Yale e il sogno di diventare avvocato, per una nuova vita da pittore quasi autodidatta, cresciuto sui libri e nelle sale del Metropolitan Museum dove aveva scoperto il suo amore per il Rinascimento.

Rothko a Firenze è dunque un’occasione unica per conoscere questo artista, fra i più grandi pittori del XX secolo, attraverso i suoi dipinti che, come scrive il figlio Christopher, possono parere «nebulosi, misteriosi, assurdi e forse ci sfidano a dare un senso a quanto vediamo attraverso la via indiretta delle sensazioni». Un’affermazione che ci ha spinto a esplorare la mostra cominciando dal Convento di San Marco e dalle celle nelle quali Beato Angelico aveva creato per i confratelli dei piccoli affreschi – quasi una finestra dell’anima, spirituale e meditativa, accanto a quella che faceva entrare la luce del giorno – e dove sono state collocate cinque opere di Rothko di piccolo formato, realizzate con tecniche diverse e in periodi differenti. Vederle una accanto all’altra: la semplicità e il candore devozionale dell’affresco luminoso di Beato Angelico e il suo contraltare astratto, caldo e vibrante di Rothko, è affascinante e crea un’emozione inattesa che induce a perdersi tra quelle cellette passando dall’una all’altra.

Un prologo e un viatico, quasi una chiave dell’esposizione di Palazzo Strozzi che si snoda nelle varie sale in ordine cronologico: dagli esordi, con le opere meno conosciute dell’artista e raramente in mostra, provenienti da musei internazionali e collezioni private. Vediamo i suoi lavori degli anni Trenta

e Quaranta, legati al periodo figurativo e surrealista come Self-portrait, unico autoritratto in tutta la produzione di Rothko, del 1936 come Interior, dove è evidente il richiamo alla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo, e l’interesse per l’impianto compositivo rinascimentale.

Degli anni Quaranta sono invece le opere neo surrealiste ispirate ai miti dell’antichità come Room In Karnak e Tiresias. In molti di quei dipinti compaiono figure biomorfiche e creature primordiali molto suggestive che popo-

lano anche i suoi acquerelli di quel periodo, preludio alla dissoluzione della forma che seguirà nei lavori detti Multiforms, o pre-classici, caratterizzati da macchie di colore e campi geometrici irregolari dai colori intensi che segnano il passaggio verso una totale astrazione.

Degli anni Cinquanta, dopo il primo viaggio a Firenze, i quadri più famosi: campeggiano sulle pareti candide di Palazzo Strozzi, si appropriano dello spazio, come Untitled 1952-1953, olio su tela, dove enormi rettangoli dai bordi sfumati, dalle tonalità brillan-

ti sembrano volerci risucchiare dentro campiture di colore che fanno pensare a oceani marziani grazie ai rossi intensi, agli ocra rossastri e ai violetti eterei e profondi, e che, nelle sale successive, prendono tonalità più oscure e dense, sino ai grigi bluastri e ai rossi cupi e nerastri che sembrano evocare la faccia nascosta della luna. «Dipingo quadri di grandi dimensioni perché voglio essere intimo e umano. In qualunque modo dipingete un quadro di dimensioni più grandi, ci siete dentro. È qualcosa che non si riesce a controllare». Così Mark Rothko raccontava la sua pittura e quella sorta di abbaglio di luce e di emozione che provava dipingendo e che pare sommergere il visitatore davanti a immensi quadri in cui il colore è alfabeto, filosofia e universo intero. Le ultime due sale di Palazzo Strozzi sono dedicate alle opere della fine degli anni 60: il suo capolavoro e il suo testamento. Il monumentale progetto intitolato The Rothko Chapel, creato nel 1967 per i de Menil a Houston; la serie di dipinti Black on Gray, oltre a tre opere su carta di grande formato, alcune così scure da richiedere un’osservazione attenta per essere percepite; altre caratterizzate da velature successive, lievi e impalpabili dominate da azzurri tenui, terre rosate, terracotta, quasi una tavolozza di ascendenza quattrocentesca. Mark Rothko si suicidò nel 1970 nel suo studio.

Dove e quando Rothko a Firenze, Firenze, Palazzo Strozzi. Fino al 23 agosto 2026. www.palazzostrozzi.org

Una rassegna degli alfabeti dell’impossibile

Saggistica ◆ Dalle parole degli angeli alle note musicali trasformate in lessico universale, Davide Astori attraversa la storia delle lingue inventate

«La lingua dell’Isola di Utopia è copiosa di parole e soave a sentirsi e più fedele delle altre nell’interpretare l’animo. Questa stessa lingua (benché in qualche parte è corrotta) è diffusa in un gran territorio di questa terra».

Per quale motivo a qualcuno può venire in mente di costruire una nuova lingua che si affianchi con qualche utilità alle lingue naturali che già conosciamo e usiamo? Bisogna sapere che c’è una parte consistente della linguistica che si occupa delle lingue inventate e che si chiama interlinguistica.

Per imparare il Solresol, bastavano le sette note musicali: fala significava «buono», lafa «cattivo», misi «buona sera»

Una disciplina che nei decenni ha stabilito che si possono inventare lingue per due motivi fondamentali: un’esigenza comunicativa, quella di facilitare, anche per semplice idealismo, la comunicazione tra parlanti lingue naturali diverse; e un’esigenza di tipo espressivo: lingue per le saghe letterarie e cinematografiche, lingue create per gioco e divertimento eccetera. All’origine di veri e propri cantieri di lingue, in alcuni casi decisamente complessi e raffinati, furono i

decenni attorno all’inizio del secolo scorso, per vari motivi storici e politici un periodo «di grande fermento, pervaso di ottimismo e positività». Epoca di esposizioni internazionali e della promozione di invenzioni come il telefono e il telegrafo, novità che non di rado posero una questione mai vista prima, un’inedita urgenza delle relazioni internazionali e interlinguistiche.

Davide Astori insegna Interlinguistica e Linguistica delle lingue segnate a Parma, e pubblica ora questo intrigante Che cos’è una lingua inventata (Roma, Carocci editore, 2025), rassegna dei contesti storici, delle figure che promossero i progetti linguistici più noti (non esclusi gli autori delle opere letterarie che li contengono), delle lingue stesse, dei metodi per renderle per iscritto. Le lingue inventate possono partire da quelle esistenti modificandole, oppure ricreare interi sistemi, e sono dunque innumerevoli e di grande fantasia e varietà. Dal Volapük ancora ottocentesco del «sacerdote cattolico tedesco e cameriere segreto di papa Leone XII» Johann Martin Schleyer, alla lingua artificiale più nota di tutte, l’esperanto di Ludwik Zamenhof, che si libera degli articoli indefiniti, dove tutte le parole finiscono per o, j al plurale, gli aggettivi per a, gli avverbi per e eccetera. Dal latino senza flessione fino alle

lingue mistiche e sacrali: quella cinquecentesca dei sufi, la lingua ignota di Ildegarda di Bingen (1098-1179), fino all’Enochian, che il matematico, astronomo e occultista inglese John Dee (1527-1608) usava per comunicare con gli angeli e che era dotato peraltro di un alfabeto meraviglioso. Ma la rassegna può continuare, con grande profitto del lettore. La cinquecentesca lingua dell’isola di Utopia di Tommaso Moro, dal lessico «piace-

vole all’orecchio, perfetto e sicuro» e dalla struttura «raffinata e pura». O ancora l’esperanto, che fu scelto come sistema di comunicazione per la breve esperienza dell’Isola delle Rose, autoproclamato Stato sovrano fondato su una piattaforma al largo di Rimini, alla fine degli anni Sessanta. E poi il Solresol, lingua basata sulle note musicali perché si era creduto, all’inizio dell’Ottocento, che la musica potesse rappresentare il codice «più pros-

simo all’universalità dell’esperienza umana»; la musica è, insomma, la stessa per tutti gli umani, indipendentemente dalla differenza delle loro lingue naturali. Così, fala vuol dire «buono», lafa «cattivo», sollasi «

Bibliografia Davide Astori, Che cosa è una lingua inventata, Roma, Carocci editore, 2025.

salire», misi «buona sera».
Due pagine di Utopia, opera di Tommaso Moro, dove si vedono sia il territorio sia il noto Utopiensium Alphabetum nella versione stampata da Johannes Frobenius nel novembre del 1518 a Basilea. (Biblioteca Nacional de Portugal).
Mark Rothko, Four Darks in Red, 1958. (NY, Whitney Museum of American Art © 1998 by Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko / Artist Rights Society (ARS), New York / SIAE, Roma)

Quando donare è un’arte

Mostre ◆ La Fondazione Marguerite Arp omaggia i lasciti di privati che hanno arricchito la sua collezione negli ultimi dieci anni

Che Jean Arp e Marguerite Hagenbach siano stati una coppia molto generosa lo dimostrano le tante occasioni in cui hanno donato con entusiasmo le loro opere d’arte. Per il grande maestro francese e per la raffinata collezionista svizzera, diventata la seconda moglie dell’artista nel 1959, era un modo per esprimere stima e vicinanza agli amici e alle istituzioni a cui erano particolarmente legati, nel segno di una condivisione dell’arte grazie alla quale l’opera stessa si caricava di significati affettivi, relazionali e culturali.

Questi gesti, testimonianza viva dei rapporti che hanno segnato il loro cammino, hanno trovato la massima espressione nell’importante lascito che i due coniugi hanno destinato nel 1965 alla Città di Locarno, gettando le basi per la creazione della Pinacoteca comunale di Casa Rusca e rendendo così fruibili al pubblico molti capolavori del Novecento.

Non stupisce, dunque, che alle tante donazioni di Arp e Hagenbach abbiano fatto eco, a distanza di decenni, quelle a favore della Fondazione Marguerite Arp, istituita nel 1988 presso Ronco dei Fiori a Solduno: come in un vero e proprio circolo virtuoso, la magnanimità avviata dalla coppia è stata ricambiata dai destinatari dei loro omaggi artistici, che hanno deciso di dare nuova linfa all’idea di comunione dell’arte, devolvendoli alla collezione a cui appartenevano inizialmente.

I lasciti degli ultimi dieci anni, in particolare, sono il fulcro della mostra allestita nella luminosa sala dell’edificio adibito a spazio espositivo, dove la grande vetrata che pare inglobare il rigoglioso giardino esterno diffonde una soffice luce capace di avvolgere le opere radunate per l’occasione. L’intento della rassegna è infatti quello di valorizzare le donazioni recenti che hanno integrato i nuclei già presenti, offrendo l’opportunità di far scoprire non solo la bellezza di lavori sinora mai proposti al pubblico, ma anche la vicenda umana che si nasconde dietro di essi, la loro storia invisibile.

Sono quattro gli artisti coinvolti nella mostra, uniti da un forte legame di stima e di amicizia: Jean Arp, Sophie Taeuber-Arp, Marcelle Cahn e Alberto Magnelli. In stretto dialogo l’una con l’altra, le loro opere ne narrano la storia artistica e personale, supportate anche dai tanti preziosi materiali d’archivio esposti.

Marcelle Cahn, pittrice di cui la Fondazione di Solduno possiede il più importante gruppo di lavori della Svizzera, è stata una figura molto apprezzata da Jean Arp per la sua ricerca nell’ambito dell’astrattismo geometrico, come documentato dalla corrispondenza in rassegna. I due, entrambi originari di Strasburgo, si erano conosciuti nel 1929 a Parigi nel contesto del collettivo «Cercle et Car-

ré», continuando poi a mantenersi in contatto nel segno di un’ammirazione reciproca. In mostra, oltre ai «tableau relief» degli anni Cinquanta, sono esposti alcuni collage, donati nel 2023, realizzati negli anni Sessanta e Settanta, periodo in cui l’artista, sola e in difficoltà economica, utilizzava per i suoi lavori i materiali poveri che aveva sottomano, come etichette da quaderno, scatole di medicinali e biglietti dei mezzi di trasporto. Molto interessanti sono anche le litografie che accompagnano il ciclo di poesie di Arp Blatt um Feder um Blatt Di Jean Arp sono presenti alcuni disegni acquarellati, confluiti di recente nella collezione, che appartengono alle serie di lavori sul tema della «poupée» e che dialogano con tre sculture dallo stesso soggetto, tra cui Poupée borgne (Bambola con un occhio solo), del 1963, un bronzo che l’artista aveva ironicamente regalato al suo oculista. Importante, poi, la Constellation degli anni Trenta, lascito del 2022 che va a colmare una lacuna all’interno del gruppo di rilievi di Arp nella raccolta della Fondazione. Testimonianza della versatilità e della creatività dirompente di Sophie Taeuber-Arp, personalità di spicco delle avanguardie del XX secolo, sono alcune gouache donate nel 2023, frammenti raffiguranti singoli motivi che l’artista conservava e utilizzava come fonte d’ispirazione per comporre i suoi lavori. Queste piccole preziose opere sono state difatti messe in relazione a uno splendido arazzo realizzato nel 1925, un capolavoro di arte tessile dal ritmo vivace e dai contrasti cromatici ben bilanciati.

Pecoraro e i moribili del presente

Letteratura ◆ In La fine del mondo nessuna consolazione resiste alla morte; da questa resa nasce uno dei romanzi più ambiziosi degli ultimi anni

Sophie TaeuberArp senza titolo, ca. 1925, arazzo in lana (80 × 70 cm) (Fondazione Marguerite Arp, Locarno; Crediti fotografici: Fondazione Marguerite Arp, Locarno)

A introdurre l’ultimo artista in mostra è l’Album Grasse, un insieme di dieci litografie frutto della profonda consonanza d’intenti tra Jean Arp, Sophie Taeuber-Arp, Sonia Delaunay e Alberto Magnelli nel periodo della loro permanenza nella cittadina francese durante la Seconda guerra mondiale, un momento di indeterminatezza e inquietudine che questi artisti hanno saputo affrontare grazie al supporto reciproco. Ecco quindi la sezione dedicata ad Alberto Magnelli, pittore toscano che è stato amico fraterno di Jean Arp, come documentano bene le lettere e i disegni esposti in rassegna. Una piccola ma esaustiva selezione di suoi lavori ne ripercorre il cammino artistico: dal disegno degli anni Venti, recentemente entrato nella raccolta, al guazzo su cartone con il tipico soggetto delle «pietre»; da alcuni collage degli anni Quaranta e Cinquanta alla tela Rythmes définies, La Ferrage. Quest’ultima, unico prestito della mostra, appartiene proprio alla Collezione Città di Locarno devoluta nel 1965 da Arp e chiude emblematicamente l’esposizione incarnando il grande valore di una donazione, gesto che sostiene e arricchisce il mondo dell’arte.

Dove e quando Arp, Cahn, Magnelli, TaeuberArp. L’arte del dono.

Fondazione Marguerite Arp, Locarno-Solduno. Fino al 1° novembre 2026. Orari: domenica 14.00-18.00, in ottobre anche sabato: 14.00-18.00. www.fondazionearp.ch

Laura Di Corcia

Dal punto di vista della morte e della fine, nulla ha senso. Se prendessimo seriamente in considerazione l’idea che siamo «moribili» (il neologismo è della poetessa Patrizia Valduga), che il nostro destino è disintegrarci, perderci, disperdere le parti di cui siamo costituiti come pulviscolo, se lo prendessimo sul serio senza rifugiarci in costruzioni orientate a trovare uno scopo, una traiettoria, un motivo in questo nostro nascere-crescere-morire, capiremmo che poco importa che cosa abbiamo o non abbiamo realizzato, per quali battaglie ci siamo spesi, quali forme di onestà abbiamo costruito, con quanta tenacia abbiamo saputo incidere sulla realtà e quanto siamo riusciti a essere protagonisti o almeno personaggi principali nel vano teatrino della vita: la prospettiva della morte sbriciola ogni significato, colui che vive vuole che questo stato perduri il più a lungo possibile e non potrà mai accettare fino in fondo il fatto di non esserci.

È quindi una lucidissima resa, spruzzata di caparbia, l’ultima fatica (un tomo di oltre 350 pagine) di Francesco Pecoraro, La fine del mondo, pubblicato da Ponte alle Grazie (come il precedente Lo stradone): un libro che riconcilia con la narrativa contemporanea italiana. Un po’ autofiction, un po’ romanzo-saggio, La fine del mondo è una generosa colata di parole, pensieri, ossessioni, un flusso di coscienza che attraversa il protagonista (un urbanista in pensione dietro cui si può facilmente riconoscere lo scrittore stesso), diviso fra un quartiere di Roma denominato l’Ipotassi e un’isoletta greca.

In questa quotidianità che raramente si stacca dalla superficie delle cose, che solo in alcuni passaggi alza il tiro verso un commosso e partecipato stare al mondo, fonda e affonda il suo esistere l’io narrante, denunciando – ma subito dichiarando vana la denuncia – la fine delle speranze di palingenesi del mondo, da un punto di vista politico (i nuovi fascismi), ma anche ecologico (lo stato dei mari, il surriscaldamento), il tutto attra-

verso il filtro dell’angoscia privata, quell’ombelico attraverso il quale, per il solo fatto di tenere alla nostra pelle, leggiamo gli strati che compongono la realtà.

Non è vero, come ha fatto notare qualcuno, che il libro non ha struttura, anche se la stessa non è orientata a un fine, non si plasma sulla forma di una linea retta, risultando invece più simile a un cerchio, o un insieme di cerchi, all’eterno ritorno del simile/dissimile. Quindi il quartiere di Roma, la sua bruttezza, la mediocrità delle vite comuni, il nostro essere totalmente assorbiti da Internet che è un trionfo totale e pervasivo del capitale e delle sue leggi; e la violenza della natura (tutto è natura, ammonisce lo scrittore), la curiosità per l’anatomia, non solo quella degli esseri umani, approfondita tramite un dialogo su Whatsapp con Marcello, un sapiente chirurgo, ma anche quella dei pesci, animali che vivono ancora nell’acqua come abitanti di un mondo originario e antico. Il male delle relazioni e il fascismo che esercitiamo sugli animali. Questo e molto altro si mescola, e torna, continuamente, in un impasto narrativo che fonde gli elementi di cui è costituito in modi sempre nuovi, sempre diversi, secondo traiettorie divergenti, non ordinate, non ordinabili (così, sembra dirci Pecoraro, è la vita); eppure il libro c’è, poggia stabilmente sulle sue ossessioni, ed è erede di molta narrativa.

Per il senso di disfatta, per il darwinismo che descrive con occhio asciutto, ricorda lo Svevo di Una vita Se volessimo invece paragonarlo alla narrativa recente, il Trevisan di Works, anche se le premesse e le prospettive non sono le stesse. La fine del mondo è un libro difficilissimo che si legge con sorprendente facilità; un libro-dispositivo che vanifica ogni tentativo di senso, ammalato da uno sguardo lucidissimo sulla fine (e della fine). Un romanzo che resterà.

Bibliografia

Francesco Pecoraro, La fine del mondo, Ponte alle Grazie, 2026

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Immagine di copertina dell’ultimo libro di Francesco Pecoraro, La fine del mondo (Ponte alle Grazie, 2026).
della placca, dopo
settimane di utilizzo due volte al giorno di dentifricio
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dentifricio convenzionale (1450 ppm F come monofluorofosfato).

Paolo Bernasconi, «Follow i danee»

Podcast ◆ L’avvocato ticinese racconta mezzo secolo di inchieste finanziarie a cavallo della frontiera in una serie di podcast di Danilo De Biaso prodotta dalla RAI

Olmo Cerri

Gli uomini passano, il denaro resta. È su questa intuizione che si basava la strategia investigativa «follow the money» teorizzata da Giovanni Falcone: per colpire efficacemente la criminalità organizzata, sosteneva il magistrato italiano ucciso da Cosa Nostra, era fondamentale seguirne le tracce contabili. E quando si segue il denaro illecito, non di rado si arriva a Lugano. Negli anni, la città sul Ceresio è stata attraversata dai capitali criminali di mezzo mondo, diventando uno snodo sensibile dei flussi finanziari internazionali.

Il podcast è il frutto di una lunga collaborazione tra Bernasconi e De Biaso nel contesto del Festival dei diritti umani

«Follow the money» è però anche il titolo di un podcast appena uscito su RaiPlay Sound dedicato all’ex procuratore e oggi avvocato Paolo Bernasconi. Classe 1943, dopo gli studi all’Università di Berna ha esercitato dal 1969 al 1985 la funzione di procuratore pubblico a Lugano. Per un giovane magistrato in Ticino, in quegli anni, è facile immaginare che non ci fosse il tempo per annoiarsi. Nel corso delle sei puntate, pubblicate in occasione dell’anniversario della strage di Capaci sulla piattaforma audio RaiPlay Sound, accessibile previa registrazione anche dalla Svizzera, si ripercorre l’attività del procuratore attraverso mezzo secolo di storia giudiziaria a cavallo tra Svizzera e Italia.

«Io avrei voluto intitolarlo Follow i danee, un titolo che mi divertiva molto di più, ma poi la produzione ha preferito la versione originale », racconta Danilo De Biaso, giornalista, già direttore di Radio Popolare e autore dell’audio-documentario. Si tratta, come recita il sottotitolo, di un «podcast di confine»: tra Svizzera e Italia, innanzitutto, ma anche tra legalità e illegalità. Frontiere che non sono mai state un ostacolo per i furfanti, mentre lo sono per i magistrati, costretti a muoversi tra due sistemi legislativi differenti e, talvolta, ad agire anche «al limite» del protocollo. «Un confine poroso, specialmente per i soldi, tra Milano, capitale del boom economico italiano, e il braccio finanziario che era Lugano», come lo descrive Bernasconi stesso in uno degli episodi.

Stupisce che sia stata la RAI, dunque una produzione italiana, a occuparsi di un magistrato svizzero. Forse a ciò può contribuire anche la difficoltà di reperire fondi per questo tipo di narrazione alle nostre latitudini e il fatto che la RSI non abbia ancora sviluppato una modalità di produzione stabile per i podcast, nonostante il crescente interesse del pubblico. Dice l’autore: «Il crime va di moda, ma que-

sto non è naturalmente un podcast crime: è piuttosto una biografia, anche se contiene molta inchiesta giudiziaria». Danilo De Biaso, oggi attivo nella galassia dei Festival dei Diritti Umani di cui anche Paolo Bernasconi fa parte, racconta di un rapporto di vicinanza con l’avvocato, costruito in anni di collaborazione e conoscenza. «Bernasconi ha una memoria straordinaria di cose che gli sono successe nel corso della carriera, e non vorrei dire che le minimizza, ma ne parla quasi come fossero quotidianità.» La competenza, ma anche l’ironia dell’ex procuratore rendono il racconto, costruito attraverso sei lunghe interviste, appassionante. «Ho percepito che spesso

Bernasconi fosse “un uomo solo”, che poteva fidarsi solo di pochi collaboratori, caratteristica di tanti altri magistrati. Quando tocchi nervi scoperti davvero importanti, dal punto di vista delle istituzioni e della finanza, davvero ti devi guardare le spalle.»

Raccontare la vicenda professionale dell’avvocato, oggi ottantaduenne, permette anche di riflettere sulla nostra storia recente. Quella di una Lugano che, anche grazie all’apertura della ferrovia del Gottardo, si trasforma rapidamente da borgo di pescatori in una piazza finanziaria verso cui convergono enormi flussi di denaro, alimentati dal boom economico e attratti dal segreto bancario

50 estati sul Ceresio

Festival ◆ Concerti fino al 27 settembre

Cinquant’anni più che un anniversario è una prova di continuità, di resistenza, e la dimostrazione che un’intuizione originaria è riuscita a superare cambiamenti di gusto, trasformazioni sociali e inevitabili ricambi generazionali. È con questo spirito che Ceresio Estate celebra nel 2026 la sua cinquantesima edizione, confermando una presenza che nel tempo è diventata parte integrante della vita culturale della regione.

di una Svizzera che, per molti, «lava più bianco». I camion carichi d’oro e le sigarette di contrabbando prendono il posto dei leggendari «spalloni», il tutto mentre il Ticino diventa piazza finanziaria e snodo strategico dell’oro globale. In questo contesto nasce anche la collaborazione tra Bernasconi e Giovanni Falcone, un rapporto professionale destinato presto a trasformarsi in amicizia. Organizzazioni criminali, faccendieri e truffatori devono allora escogitare nuovi metodi per sfuggire alle attenzioni delle autorità.

La Svizzera durante gli «anni di piombo» diventa rifugio per terroristi rossi e neri, ma anche crocevia del traffico d’armi, custodite con sorprendente leggerezza nelle casermette militari nei boschi o acquistabili con relativa facilità nei negozi, e luogo privilegiato per il riciclaggio di denaro sporco. Si parla di traffici internazionali di stupefacenti e dei gangli elvetici della Pizza Connection. Si susseguono poi la stagione dei rapimenti, le cui conseguenze toccano anche la Svizzera, l’inchiesta Mani Pulite, i grandi crac finanziari che scuotono i mercati europei, le banche «too big to fail», ma anche «too big to jail», fino ad arrivare a uno degli strumenti prediletti di una criminalità al passo con i tempi: le criptovalute, che sembrano aver trovato proprio a Lugano un nuovo porto sicuro.

Un elenco che dà quasi le vertigini per la densità di eventi giudiziari, politici e finanziari che attraversano la carriera dell’avvocato Paolo Bernasconi e che, in controluce, raccontano mezzo secolo di storia di frontiera tra Svizzera e Italia.

Nata nella seconda metà degli anni Settanta grazie all’iniziativa di Alice Moretti, la manifestazione ha saputo costruire negli anni un’identità riconoscibile senza rinunciare alla capacità di rinnovarsi. Più che una semplice successione di concerti, Ceresio Estate non ha soltanto ospitato musicisti e repertori differenti. Ha costruito una relazione duratura tra la musica e il territorio che la accoglie, trasformando il paesaggio del Ceresio in una parte integrante dell’esperienza d’ascolto. Le sue proposte si distribuiscono infatti tra chiese, spazi storici, centri culturali e località disseminate attorno al lago e sulle colline circostanti, trasformando ogni appuntamento in un’occasione per riscoprire un angolo del territorio attraverso l’ascolto. La musica diventa così non soltanto esperienza artistica, ma anche strumento di conoscenza e valorizzazione di luoghi spesso lontani dai circuiti più frequentati.

Negli anni non sono soltanto stati ospitati musicisti e repertori differenti, si è anche realizzata una relazione duratura col territorio

Anche l’edizione del cinquantenario si muove in questa direzione. In corso dal 19 giugno e destinata a concludersi il 27 settembre, la manifestazione è dunque nel suo pieno svolgimento. Il programma prevede in tutto quindici appuntamenti distribuiti tra le diverse località del Ceresio, attraverso un percorso musicale articolato che spazia tra diversi repertori, epoche e sensibilità, affidandosi a musicisti provenienti da contesti ed esperienze diverse. Accanto a interpreti già affermati trovano spazio nuove generazioni di artisti. Nelle prossime settimane, ad esempio, seguiranno appuntamenti come Heavy Artillery nel parco di Villa Rusca a Cureglia (21 luglio), Lino Liviabella tra Respighi e Ravel a Tesserete (7 agosto) e Turkish Fascination in Mozart’s Time a Paradiso (20 settembre), accanto a numerose altre proposte che testimoniano la volontà di esplorare linguaggi e repertori differenti.

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L’avvocato Paolo Bernasconi nel corso di una conferenza; in basso, la cover del podcast di Danilo De Biaso. (RaiPlay Sound)

Un formaggio che nasce nelle Alpi

Sulle Alpi del Pays-d’Enhaut, nel Canton Vaud, nei pressi di Gstaad, nasce un formaggio dal sapore intenso: L’Etivaz AOP. Nel 1999 L’Etivaz è stato il primo formaggio svizzero a ottenere la denominazione di origine protetta AOP. Oggi l’organizzazione riunisce 70 famiglie di produttori e circa 130 aziende alpine e costituisce un pilastro fondamentale per la regione. La produzione segue regole ben precise: viene utilizzato esclusivamente latte crudo fresco proveniente da mucche che pascolano a un’altitudine compresa tra i 1000 e i 2000 metri e si nutrono di oltre 200 erbe. Il formaggio viene prodotto direttamente sull’alpeggio in calderoni di rame sul fuoco a legna: un metodo unico al mondo. Successivamente, matura per almeno 135 giorni su assi di abete rosso nelle cantine della cooperativa.

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Ogni disco un mondo a sé

Musica ◆ Nayt, Fulminacci e Chiello, anche attraverso i

Ogni disco è un mondo a sé. Soprattutto se si parla di cantautorato, dietro alle canzoni che compongono le tracklist ci sono spesso esperienze vissute o immaginate, domande e conclusioni, scoperte e valori. Insomma: contengono talmente tanta vita che è un peccato quando la musica viene ridotta a qualcosa di «leggero» (o addirittura, come direbbero con ironia Colapesce Dimartino, di «leggerissimo»).

Oltre a essere l’evento mediatico italiano più nazionalpopolare di tutti, il Festival di Sanremo è una vetrina promozionale enorme che gli artisti provano a sfruttare per potersi raccontare a un pubblico ampio e trasversale. E, infatti, quasi tutti i cantanti in gara finiscono per pubblicare nuova musica nella settimana della kermesse o nelle successive. Tra tutti i progetti che sono usciti quest’anno, tre dischi in particolare ci possono venire in soccorso per poter comprendere come sono i giovani di oggi. Nayt, Fulminacci e Chiello hanno infatti tre modi differenti di fare musica, anche se condividono alcune attitudini e radici.

Il punto comune a tutti e tre gli album di giovani cantanti italiani di recente uscita è lo stretto contatto con la fragilità

Nayt, sesto classificato a Sanremo con Prima che, ha pubblicato lo scorso 20 marzo il suo nono album in studio io Individuo (Columbia Records / Sony Music). Fulminacci, che a Sanremo si è posizionato subito dopo di lui con il brano Stupida sfortuna, ha lanciato il 13 marzo il suo quarto disco Calcinacci (Maciste Dischi/Warner Records Italy/Warner Music Italy). Infine c’è Chiello, che con la sua Ti penso sempre a Sanremo è arrivato venticinquesimo: il 20 marzo ha pubblicato Agonia, il suo quarto album in studio per Island Records/Universal Music Italia.

Perché questi tre progetti contengono la chiave per comprendere di che pasta sono fatti i nostri giovani? I motivi sono molteplici, ma basta ascoltare le loro canzoni per capire che forse il punto comune più evidente è un io che vive a stretto contatto con la fragilità. Una fragilità che finalmente non è più un tabù, ma an-

zi un terreno comune, condiviso con tanti altri. Questo raccontarsi come fallibili – come umani, appunto – è una conquista delle nuove generazioni, che sono sempre più abituate a confrontarsi su temi fondamentali come quello della salute mentale. Ed è interessante vedere come il racconto di questa fragilità possa essere realizzato in modi differenti. Se ad esempio Fulminacci si presenta come un cantastorie della vita quotidiana, con immagini semplici in cui tutti possono immedesimarsi senza troppa fatica, la testimonianza di Chiello è più urgente, gridata e viscerale. Per parlare

dei suoi mostri, Chiello ci fa immergere nel dolore e ci chiede di stargli a fianco, senza la paura di dare nomi anche a ciò che è più oscuro. Infine c’è Nayt che questa vulnerabilità la analizza con un approccio quasi scientifico. Con il suo ultimo album io Individuo (l’uso delle minuscole e maiuscole è voluto) quasi disseziona l’umano, così come ha recentemente fatto lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi nel suo interessante volume Corpo, umano (Einaudi, 2024). Per parlare della fragilità della sua generazione, Nayt (vero nome William Mezzanotte) ha infine deci-

so di entrare con coraggio all’interno delle proprie ansie e frustrazioni, utilizzando il suo stile unico che spazia dal rap al cantautorato, soffermandosi sul conscious hip hop Insomma: guardarsi dentro fa paura, ma i nostri artisti sembrano ricordarci che la condivisione del proprio senso di smarrimento può essere una chiave per poterlo fare senza sentirsi giudicati o sbagliati. Se Nayt testimonia questa difficoltà nel comprendere la propria identità in maniera riflessiva, Fulminacci punta tutto sul suo piglio malinconico e senza dubbio ironico. Chiello (all’anagrafe Rocco Modello), invece, è a tratti disperato, come testimonia il titolo del suo album, Agonia. A proposito di questo termine, ha dichiarato all’ANSA: «Non do un’accezione negativa, “Agonia” non è intesa solo come dolore. Arriva dal greco e significa conflitto, anche interno, e non è sempre un male. Il conflitto aiuta a crescere e ti porta all’evoluzione. Mi rappresenta molto». Questi tre modi differenti di vivere e di raccontare il proprio vuoto dicono molto di noi e, forse, sono la fotografia di un ventaglio di sentimenti che tutti noi conosciamo, chi più chi meno: dall’ironia alla rabbia, passando per la razionalità più pura. Fulminacci (vero nome Filippo Uttinacci) ha deciso di intitolare il suo ultimo album Calcinacci. Il motivo? A «Il Ma-

nifesto» ha spiegato: «Spesso parlo di macerie emotive che riguardano la mia vita privata, ma è un discorso che si può sicuramente estendere alla mia generazione in generale». Aggiungendo poi: «Sono molto curioso di sapere come vengono recepite le cose dagli ascoltatori e sono loro stessi a farmi capire ancora meglio quali sono le macerie di cui parlo». Una condivisione su ciò che sembra distrutto ma che – lui ne è certo – contiene anche aspetti positivi. Elementi, insomma, dai quali poter ricominciare per una ricostruzione.

Nayt, invece, ha pensato a un disco che vuole essere un racconto del rapporto tra individuo e società. Come dicevamo, la sua ricerca è quasi scientifica; nei meandri di questa ricerca scappa da quell’egoriferirsi simbolo dei nostri tempi e, anzi, si concentra proprio sul rapporto di ognuno con il mondo che lo circonda. Per lui l’io esiste solo in funzione di una relazione con altro che è differente da sé. Da questo punto di vista, è interessante il suo modo di raccontare il mondo femminile. Lo fa ad esempio con la canzone Punto d’incontro. «La mia volontà è cercare di comprendere questo mondo (quello femminile, ndr) sempre di più, sempre più nella nella sua completezza, fallendo ogni volta». Nayt ha poi aggiunto: «Ma è anche questo il bello, continuare a tendere verso l’altro, in questo caso verso il mondo delle donne. Io cerco tanto questo nella mia vita e anche nella musica. Credo che sia molto interessante poterne parlare, credo che sia anche molto interessante che un rapper possa parlarne oggi».

Infine c’è Chiello, che è andato a registrare il suo disco Agonia ai Pachyderm Studio in Minnesota. E infatti tutto il progetto contiene richiami al rock alternativo made in USA degli anni Novanta. Una sintesi perfetta delle sue canzoni è la fotografia che il cantautore lucano ha scelto per la copertina. Si tratta di uno scatto meraviglioso di Todd Hido tratto dalla raccolta House Hunting. Mostra una casa circondata dalla neve, in uno dei tanti sobborghi americani. Alcune luci che escono dalle finestre ci dicono che è abitata. Ma, nonostante questo, sentiamo un grande senso di mistero e sospensione. Lo stesso che canta nei suoi brani, perché nella realtà ci sono poesia e malinconia.

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A sinistra, di Chiello (all’anagrafe Rocco Modello), il nuovo album Agonia; a destra, io Individuo, di Nayt (William Mezzanotte).
Calcinacci è il nuovo album di Fulminacci, pseudonimo di Filippo Uttinacci.

Snap & Shine

Una buona tavoletta di cioccolato si riconosce facilmente: quando la si spezza si deve sentire un «toc», cioè un suono netto e croccante, segno di qualità. Un cioccolato di qualità inferiore invece risulta friabile o molle. Anche la lucentezza indica la qualità: se la superficie è liscia e setosa, il cioccolato è di alto livello.

Fioritura di grasso e zucchero

Se conservato male, con sbalzi di temperatura, il cioccolato può sviluppare una patina grigiastra e opaca. Questo fenomeno è dovuto al burro di cacao che cristallizza in superficie: non è bello da vedere, ma non è nocivo e non influisce sul gusto. Se invece il cioccolato entra in contatto con l’umidità, si forma la cosiddetta fioritura dello zucchero: lo zucchero si scioglie e poi ricristallizza. Questo rende la superficie ruvida e può alterare leggermente il sapore.

GUSTO

Cioccolato

Il lato più dolce del cioccolato

Il mondo celebra il cioccolato il 7 luglio. E anche noi! Come testare, degustare, abbinare, conservare, utilizzare, tagliare e sciogliere il cioccolato

Il cioccolato si conserva al meglio in un luogo fresco (12-18 °C), asciutto e poco esposto alla luce, non in frigorifero. Il cioccolato bianco e quello al latte sono più delicati e assorbono più rapidamente gli odori, mentre quello fondente è leggermente più resistente. Importante per tutti: conservare in confezioni ermetiche ed evitare forti sbalzi di temperatura.

Da far venire l’acquolina – pezzo dopo pezzo: croccante di cioccolato fondente.

1

Il cioccolato rende felici?

In parte sì: il cioccolato contiene sostanze che possono migliorare leggermente l’umore.

L’effetto è però piuttosto breve e lieve; la vera «sensazione di felicità» deriva piuttosto dal momento di piacere in sé.

2

Un tempo il cioccolato era una bevanda

I Maya e gli Aztechi bevevano la cioccolata come bevanda aromatica, a volte piccante, completamente priva di zucchero. Il cioccolato è diventato dolce solo molto più tardi in Europa.

3

Il cioccolato si scioglie a una temperatura leggermente inferiore a quella corporea

Ecco perché ha un sapore così piacevole in bocca: inizia a sciogliersi a circa 30–34 °C non appena entra in contatto con la lingua.

4

Paesi caldi = poco cioccolato

Mentre nel 2025 gli svizzeri hanno consumato 10,3 chili di cioccolato a testa (diventando così, come prevedibile, campioni del mondo), nei Paesi caldi il consumo non ha raggiunto nemmeno un chilo. Il cioccolato, ad esempio, è poco apprezzato in India, Nigeria o Cina, dove il consumo è inferiore a 300 grammi all’anno a persona.

Arancia amara, frutta secca o peperoncino sono abbinamenti noti. Ma che dire del formaggio di capra, del vino rosso o della pancetta? Finora i ricercatori di tutto il mondo hanno scoperto oltre 10’000 aromi: più sono vicini tra loro, meglio si armonizzano. Alcune combinazioni sorprendenti con il cioccolato

Il cioccolato fondente ha un sapore intenso e per questo si presta bene ai contrasti. Ad esempio, formaggio Emmentaler, pancetta croccante oppure olive dolci.

Il cioccolato al latte ama la struttura: un sorso di vino rosso o un pizzico di sale ne attenuano leggermente la dolcezza, creando un maggiore equilibrio. Chi lo abbina a un formaggio a pasta dura dal sapore delicato o alla frutta secca, ne apprezza maggiormente entrambi gli aromi.

Il cioccolato bianco si sposa bene con la freschezza e l’acidità, ad esempio del formaggio di capra, degli agrumi o delle pesche mature.

Come per il vino, anche per il cioccolato esiste un ordine di degustazione: prima si degusta il cioccolato bianco, poi quello al latte e infine quello fondente. Si comincia dunque da quelli con meno cacao, aumentando gradualmente. Tra una varietà e l’altra è bene neutralizzare il palato, ad esempio con acqua minerale o pane bianco. Evitare cibi molto speziati e il fumo prima della degustazione.

• 1. Osservare e toccare: esaminare il cioccolato e verificare se ha un colore uniforme o se presenta tracce di fioritura. Toccare con le dita, preferibilmente non troppo calde. Che sensazione dà al tatto il cioccolato? È liscio e piatto o ruvido e morbido?

• 3. Ascoltare: quando lo si spezza, si sente il «toc» desiderato?

• 4. Annusare: semplicemente con il naso, oppure lasciando sciogliere un pezzettino sulla lingua, espirare e poi, mentre si inspira, percepire gli aromi.

• 5. Assaporare: lasciare che un pezzetto di cioccolato si sciolga in bocca, senza masticarlo. In questo modo gli aromi si sprigionano meglio e la consistenza risulta ben percepibile: cremosa, vellutata o piuttosto secca. Il cioccolato di qualità ha un retrogusto lungo e armonioso e sprigiona, ad esempio, aromi floreali, di frutta secca o di frutti di bosco. Le note amare o piatte indicano piuttosto una qualità inferiore.

Come sciogliere correttamente il cioccolato

Scaldare l’acqua in una padella senza portarla a ebollizione, ma solo fino a quando inizia a emettere vapore. Appoggiare la ciotola sulla padella, senza che questa tocchi l’acqua. Sciogliere lentamente il cioccolato a pezzetti in questa ciotola. In alternativa, mettere il cioccolato in un sacchetto con chiusura a zip, chiuderlo e scioglierlo in acqua calda. È entrata un po’ d’acqua e il cioccolato si è raggrumato? In questi casi, di solito basta un goccio di olio neutro o di latte caldo.

Come riutilizzare gli avanzi di cioccolato

Tritare finemente il cioccolato avanzato e utilizzarlo come topping per il müesli oppure aggiungerlo al latte caldo per preparare una bevanda al cioccolato.

Tritare finemente il cioccolato

Scaldare leggermente un coltello grande (ad esempio, passandolo brevemente sotto l’acqua calda e asciugandolo), quindi utilizzarlo per tagliare il cioccolato in modo netto e senza farlo sbiciolare.

Preparare le scaglie di cioccolato

Passare un pelapatate lungo il bordo di una tavoletta di cioccolato per ottenere scaglie perfettamente rotonde da utilizzare per il tiramisù e altri dessert.

Tante ricette con il cioccolato su Migusto:

Che delizia: il cioccolato liquido arricchisce dessert, prodotti da forno e snack.

anche verdure e funghi acquistano più gusto. Una marinata classica per la carne prevede un olio adatto alle alte temperature, un ingrediente acido che rende la carne più tenera, come il succo di limone o lo yogurt, e ingredienti aromatici, ad esempio pepe di Cayenna, miele ed erbe aromatiche fresche. A proposito: la regola secondo cui una marinata salata secca la carne non vale per i tagli più grandi e marinati più a lungo. Quando si applica la marinata, all’inizio la carne rilascia i suoi succhi, ma dopo un po’ l’acqua torna all’interno della carne, rendendola tenera, saporita e succosa. Lasciare marinare la carne per almeno due ore, meglio ancora per un giorno. Nelle marinate per il pesce è bene usare il meno possibile gli ingredienti acidi, poiché questi possono cuocere il pesce in anticipo e seccarlo. Marinare il pesce per un tempo relativamente breve, ad esempio 30 minuti, mentre le verdure e i funghi per circa un’ora. Prima di cuocere alla griglia, rimuovere la marinata o lasciarla sgocciolare, in modo che non bruci sulla griglia calda.

Rub

I rub (dal termine inglese «to rub», strofinare) vengono applicati sulla carne come le marinate per insaporirla, ma sono composti da ingredienti secchi. In un rub si aggiungono sale, pepe e spesso anche zucchero che, caramellando sulla griglia, forma una crosticina. Un po’ di scorza di limone grattugiata dona freschezza, mentre i semi di coriandolo, il cumino, il pepe di Cayenna, l’aglio in polvere, il curry o il timo essiccato aggiungono un tocco di sapore. Tritare gli ingredienti in un mortaio e mescolarli.

Quindi spalmare delicatamente il composto sulla carne oppure distribuirlo con un cucchiaio sulla carne da grigliare, premendo leggermente. Lasciare agire da

GUSTO

Grigliare

Quel tocco in più per le grigliate

Le marinate, i rub e le salse per barbecue conferiscono sapore a carne, pesce e verdure. Come preparare e utilizzare il tutto al meglio

30 minuti a diverse ore. Anche il pesce, il formaggio alla griglia e le verdure acquistano più sapore grazie ai rub.

Salsa per grigliate

Le salse per barbecue sono il tocco finale che esalta il sapore della carne, del pesce o delle verdure alla griglia. La carne di manzo e quella di maiale si accompagnano bene con una classica salsa barbecue dal sapore affumicato, speziato e leggermente dolce; con il maiale si sposano bene anche aromi fruttati come l’albicocca o il mango. Con il pollo si abbinano bene una salsa al miele e senape o la classica Alabama White Sauce statunitense, che si può preparare in casa. A tal fine, mescolare maionese, crème fraîche, senape, aglio schiacciato, rafano grattugiato, succo di limone, sale e pepe. Le verdure alla griglia si accompagnano bene con una salsa barbecue, una crema di formaggio alle erbe o l’aioli, la maionese all’aglio tipica del sud della Francia.

Testo: Angela Oebrist

Salse per grigliate della Migros
Salsa BBQ Honey Sweet Rufus Teague 439 g Fr. 7.80
Salsa vegana bio al mango e peperoncino BioBandits 250 ml Fr. 4.90

TEMPO LIBERO

Un fior di papavero da indossare Tutorial per realizzare una spilla tridimensionale con petali sovrapposti, ricami e dettagli decorativi per personalizzare abiti e accessori con una fioritura tessile

Fuori campo solo sulla carta Anche se la Coppa del Mondo viene spinta ai margini di uno scenario attraversato da crisi geopolitiche e tensioni istituzionali, continua a dominare le emozioni collettive

del trono e il re urbanista

Nel silenzio ovattato di Savile Row, tra le essenze dei profumieri e il cuoio dei calzolai di Jermyn Street, la cronaca reale cessa di essere un’astrazione per riflettersi nel minuzioso restyling di un’insegna. Passeggiando sui marciapiedi di Mayfair si assiste oggi a una silenziosa coreografia di piccoli restauri. È l’opera certosina di chi, armato di pazienza e foglia d’oro, è chiamato a correggere la memoria su targhe e vetrine, sancendo il passaggio dalla fissità elisabettiana alla nuova grammatica di Carlo III. By Appointment to Her Majesty the Queen (onorificenza concessa «su nomina di Sua Maestà la Regina») cede il passo a un rinnovato stemma intitolato al nuovo monarca.

Di fatto, il nuovo regime dei Royal Warrants è entrato a pieno ritmo: dal 2024 Carlo III e Camilla hanno iniziato a concedere i primi mandati del nuovo regno e dal 2026 anche il Principe e la Principessa di Galles – vale a dire William e Kate – possono conferirli, accelerando la sostituzione definitiva dell’iconografia elisabettiana. Siamo di fronte al segnale tan-

gibile di un trasloco dell’anima con il quale Londra si spoglia della sua «pelle elisabettiana». Quella favola rassicurante, rimasta immutata per sette decenni, cede oggi il passo al rigore architettonico di Carlo III. Ma non è solo un cambio di sovrano; è il tentativo di una monarchia millenaria di sopravvivere a se stessa in un’epoca di transizione e trasparenza brutale.

Per settant’anni, il volto della capitale britannica è stato il riflesso immobile di Elisabetta II

La morte di Elisabetta II, avvenuta quasi quattro anni fa, non ha solo rimosso un simbolo dalle banconote, ma ha tolto il velo a una famiglia che, negli ultimi anni, somiglia più a una sceneggiatura di Netflix che a un’istituzione sacra.

La crisi non è nata ieri. Le crepe erano già lì, sedimentate nelle turbolenze sentimentali tra Carlo e Camilla, nel fantasma mai del tutto esorcizzato di Diana e nei detriti di un’unione che, dopo aver illuso il

mondo con la sua estetica da libro illustrato, ha finito per rivelare la fragilità delle fondamenta reali. Ma è negli ultimi anni che la pressione è diventata insostenibile. La caduta rovinosa del principe Andrea, travolto dal caso Epstein e rimosso dalla vita pubblica, ha costretto la Corona a una ritirata strategica. Poi è arrivato l’uragano Harry: la Megxit, le interviste fiume e quel libro, Spare, che ha trasformato i diverbi familiari in un evento «spettacolare», nel senso letterale del termine. La malattia di Carlo e il tumore che ha colpito Kate Middleton, oggi dichiaratasi in remissione, sono stati l’ultimo richiamo alla fragilità umana di un’istituzione che, per sopravvivere, ha dovuto smettere di essere un tempio chiuso per farsi casa di vetro. La visione di Carlo III è una linea retta che attraversa quarant’anni di storia londinese, un lungo assedio estetico che oggi giunge a compimento. Non si tratta di un interesse recente: già nel 1984, in occasione del 150° anniversario del Royal Institute of British Architects (RIBA), l’allora Principe di Galles lasciò sgomenta la platea di architetti con un discorso che è rimasto scolpito nella cronaca della città. Fu in quel tempio del modernismo che definì il progetto di estensione della National Gallery –una struttura di vetro e acciaio – simile a un «monstruous carbuncle on the face of a much-loved and elegant friend» («un

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Simona Dalla Valle, testo e foto

impropria di un erede al trono capace di bloccare colossi multimilionari con la sola forza di un aggettivo.

Ma quella di Carlo è stata una guerra di posizione combattuta per decenni, la cui coerenza si legge ancora oggi nella resistenza ostinata a ciò che lui stesso definì glass stumps: i tronconi di vetro che, come denunciò nel 2000 alla conferenza Tall Buildings, minacciavano di deturpare lo skyline storico e l’ombra protettiva della cupola di St. Paul.

Il caso più clamoroso di questo lungo assedio resta il naufragio del progetto per Mansion House Square, una torre per uffici in vetro color ambra firmata nientemeno che dal maestro del modernismo, Mies van der Rohe, e presentata per la prima volta negli anni Sessanta. Nonostante i vent’anni di sviluppo, il progetto non vide mai la luce: la campagna martellante del Principe costrinse la City a rinunciare alla purezza vitrea tedesca per ripiegare su No. 1 Poultry, l’edificio eclettico e materico disegnato da James Stirling che dal 1997 sorge su quel sito.

Oggi, quell’incantesimo –la «favola» che rendeva la monarchia una scenografia eterea e incrollabile –appare incrinato

Oggi, colui che il «Guardian» ha già ribattezzato il supertroll dell’architettura britannica o l’«architetto senza licenza» non deve più agire nell’ombra del dissenso: dalla cima del trono, la sua visione può farsi sigillo reale. La Londra che vediamo cambiare oggi è il culmine di una battaglia, lenta ma inesorabile, iniziata quarant’anni fa. Per il sovrano, la pietra di Portland vincerà sempre sul titanio e la simmetria classica sull’astrattismo futurista.

L’architettura, nella sua visione, deve farsi custode dell’identità locale, rifuggendo l’anonimato di una Anywhere-ville: una metropoli globale che potrebbe trovarsi ovunque e che, proprio per questo, non appartiene a nessun luogo. L’approccio di Carlo è stato riassunto dalla stampa anglosassone con il concetto di preservationist grit per descrivere la sua particolare mescolanza di nostalgia estetica e attivismo politico intransigente. Un amalgama di sensibilità storicista e tenace pragmatismo insomma, che, dai parchi reali ai nuovi complessi del Ducato, sta silenziosamente ridisegnando il volto della capitale secondo un canone che privilegia la memoria alla trasparenza.

Eppure, paradossalmente, proprio la trasparenza è diventata la parola chiave per la gestione della famiglia. Se Carlo rifiuta il vetro per i palazzi della City, lo accetta invece per le mura di casa: la favola elisabettiana, retta dal dogma del Never complain, never explain – quel silenzio stoico ereditato dalla Regina Madre che proibiva di giustificarsi o lamentarsi davanti ai sudditi – è stato ufficialmente archiviato. Carlo III ha capito che in un’epoca di sovraesposizione, il silenzio non viene più letto come dignità, ma come distanza o, peggio, colpevolezza. Da qui la scelta della «monarchia aperta»: un cambio di paradigma che sostituisce l’imperturbabilità della Regina con la narrazione del re. La decisione di rendere pubblica la diagnosi oncologica del sovrano e di aggiornarne periodicamente l’evoluzione ha rappresentato uno degli esempi più evidenti di questo nuovo approccio, impensabile ai tempi di Elisabetta II.

Vengono alla mente le parole del giornalista britannico Walter Bagehot, il quale nell’Ottocento sostenne che la forza della monarchia risiedesse nel suo mistero: «Non dobbiamo lasciare che la luce del giorno penetri nella magia [della monarchia]». Si può dire che Carlo III stia

facendo l’esatto opposto: la sta illuminando con dei faretti a led! Questa non è solo una mossa commerciale per rimpinguare le casse reali dopo le spese della pandemia e i costi di manutenzione; è piuttosto una strategia di sopravvivenza. Più il popolo (e il contribuente) vede ciò che

accade dentro, meno si sente escluso da un privilegio che oggi appare anacronistico.

La nuova Londra è fatta di piccoli e grandi segni di questo cambio di prospettiva. Per il visitatore attento, il divertimento non sta più solo nel vedere il cambio della guardia, ma nel

La Città di Charles e le cicatrici della corona

Il viaggio nella Londra di Carlo III inizia nel West End, tra Savile Row e Jermyn Street. In queste strade, il cambiamento è una caccia agli indizi. Bisogna osservare gli stemmi dei fornitori reali (Royal Warrants): vedrete convivere l’eredità del monogramma della regina, rappresentato dalla corona di St Edward e dalle lettere E II R, con la nuova corona Tudor di Carlo accompagnata dalle lettere C III R. E II R sta per Elizabeth II Regina (Regina in latino) e C III R per Charles III Rex (Re in latino). È il riflesso commerciale di una famiglia in transizione, dove l’eleganza classica cercata dal Re funge da antidoto visivo agli scandali tabloid che hanno scosso quartieri poco distanti, come la vicina Belgravia, spesso associata alle tensioni

e alle fratture che hanno segnato la famiglia reale negli ultimi anni, come certe vecchie cronache meno gloriose dei principi «esiliati». Scendendo verso St. James’s Park, la prossima tappa è il Marlborough Gate. Questo sarà il sito del memoriale nazionale dedicato a Elisabetta II, il cui progetto, affidato al team guidato da Lord Foster, è stato ufficialmente selezionato nel 2025 e prevede un nuovo ponte e un’area verde riqualificata: è questo il perfetto esempio di come il re voglia integrare il ricordo della madre nella quotidianità londinese, lontano dalla fredda monumentalità dei secoli passati.

Percorrendo il parco in direzione ovest si arriva a Buckingham Palace, dove l’Ala Est, resa accessibile ai visitatori nel 2024, rappresenta una

delle innovazioni più significative del nuovo regno. Visitare il Corridoio Principale e la Yellow Drawing Room significa entrare nel cuore della «strategia della trasparenza» di Carlo III. Qui, tra porcellane orientali e sete pregiate, si percepisce il tentativo di umanizzare l’istituzione: il palazzo non è più solo una fortezza, ma un museo vivente che si offre all’occhio del pubblico per giustificare la propria esistenza. Le visite all’Ala Est sono disponibili solitamente tra luglio e agosto come estensione del biglietto per gli appartamenti di Stato (State Rooms). Costeggiando il palazzo dal lato sud si raggiunge la King’s Gallery, il laboratorio estetico del sovrano. Questo spazio, rinominato nel 2024 per riflettere il nuovo regno, ospita mo-

cercare tali segni tra le pieghe della città. Nel riquadro sottostante, una proposta di itinerario alla scoperta di alcuni di essi.

Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica

stre che spesso rivelano le passioni personali di Carlo: l’acquerello, l’architettura tradizionale e un’attenzione quasi ossessiva per l’artigianato. È qui che il Re combatte la sua battaglia contro la Anywhere-ville, esponendo il valore del dettaglio e della mano umana. Infine, dopo una mezz’ora di cammino tra i palazzi eleganti di Belgravia e Pimlico si può attraversare il Tamigi fino alla Battersea Power Station. Questo colosso di mattoni non è una proprietà reale, ma rappresenta il trionfo della visione urbanistica di Carlo: un recupero monumentale che preserva l’identità storica invece di cedere alla demolizione, un’alternativa virtuosa a quei «monconi di vetro» che il sovrano considera involucri senz’anima.

Una spilla ispirata alla natura

Crea con noi ◆ Guida alla creazione di un papavero in stoffa con petali doppi, cuciture invisibili e dettagli decorativi

In questa stagione i campi e i bordi delle strade si tingono del rosso vivace dei papaveri. Da una semplice passeggiata allietata dalla loro fioritura nasce l’idea di realizzare una spilla in stoffa, perfetta per personalizzare una giacca in jeans, una borsa o un accessorio, con un tocco romantico ma deciso.

In questo tutorial vediamo come creare un papavero tridimensionale in cotone con l’aiuto della macchina da cucire.

Procedimento

Stampate e ritagliate i cartamodelli dei petali nelle due dimensioni previste. Per velocizzare il lavoro, piegate la stoffa di cotone rossa fino a ottenere quattro strati e fissate i cartamodelli con gli spilli.

Ritagliate quindi: - 8 sagome del petalo piccolo, che

accoppiate due a due formeranno 4 petali

- 10 sagome del petalo grande, che accoppiate due a due formeranno 5 petali

Una volta completato il taglio, avrete tutti gli elementi necessari per comporre il vostro papavero.

Con il filo rosso cucite ogni coppia lungo tutto il perimetro, lasciando aperta soltanto la base.

Risvoltate i petali sul diritto aiutandovi con una bacchetta di legno. Modellate bene le forme con le dita e se lo preferite, stirate leggermente. Ripetete questa operazione per tutti i petali. Con una cucitura chiudete l’apertura alla base dei petali.

Con ago e filo rosso eseguite un punto filza lungo la base dei quattro petali piccoli.

Tirate il filo fino a farli arricciare e

Giochi e passatempi

Cruciverba

Tra amici: «Gigi non ci crederai, prima al bar ho chiesto un caffè normale e il barista…» Completa la frase leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere evidenziate. (Frase: 8, 2, 2, 11)

Ondulato

Danno ripetizioni a voce...

Il re dalle orecchie d’asino

11. Zurigo al volante

13. Le iniziali dell’attore Amendola

14. Si trova in un paese meraviglioso

16. La vita nei prefissi

17. Lo sono i russi

18. Opposto al crac

19. Quello di Loch Ness è famoso per il Mostro

20. Non incluso nell’elenco

22. Nome femminile

24. È fatto come una volta...

25. Idonea

26. Il conduttore tv Conti

29. Prima moglie di Giacobbe

30. Capi d’abbigliamento tahitiani

31. L’ultima di sette sorelle

32. Con «terno» fanno... dentro

33. Rogo

34. La negazione di Putin

36. Stando così le cose...

37. Cortile delle case spagnole

VERTICALI

1. Sono parenti dei fagioli

2. Lo è Ciccio di Walt Disney

3. Le iniziali della Hunziker

4. Dolore muscolare

5. I suoi baffi si chiamano vibrisse

6. Si può declamare

7. Le iniziali dell’attrice Autieri

8. Aspetta che il tempo passi

10. 1004 romani

12. Il sapiens d’altri tempi

15. Confina con la Cina

chiudete a fiore. Regolate la disposizione dei petali e fissate saldamente con alcuni punti. Ripetete il procedimento con i 5 petali più grandi.

Sovrapponete il fiore formato dai petali piccoli al centro di quello composto dai petali grandi. Sistemate i petali in modo sfalsato per ottenere un effetto più naturale e cucite le due corolle insieme con alcuni punti nascosti.

Con il filo da ricamo nero realizzate alcune linee decorative al centro del fiore e aggiungete le perline nere alla fine di ogni linea. Un richiamo agli stami del papavero che donerà movimento e tridimensionalità alla spilla.

Cucite il bottone gioiello nero al centro del fiore, sopra il ricamo e le perline, fissandolo con cura.

Ritagliate un piccolo cerchio di panno rosso ma sufficientemente grande per contenere la spilla.

Posizionate sul cerchio la base della spilla e cucitela saldamente. Successivamente fissate il cerchio sul retro del fiore con un punto festone lungo il bordo.

La vostra spilla papavero è pronta per essere indossata.

Variante senza macchina da cucire

Se non avete a disposizione una macchina da cucire, potete realizzare questa spilla anche utilizzando il feltro.

Con il feltro spesso sarà sufficiente ritagliare 4 petali piccoli e 5 petali grandi, che potranno essere assemblati direttamente senza necessità di cuciture lungo il perimetro.

Se invece utilizzate del feltro sottile, ritagliate le sagome in doppio numero e accoppiatele due a due. Cucite ogni coppia a mano lungo il bordo, lavorando sul diritto con piccoli punti regolari, senza dover lasciare aperture né risvoltare i petali.

Materiale

• Stoffa in cotone rosso

• Macchina da cucire

• Filo da cucito rosso e da ricamo nero

• Ago da cucito, spilli

• Bottone gioiello nero per il centro del fiore

• Perline nere

• Stampante per cartamodello.

• Bacchetta di legno (o uno strumento per risvoltare)

• Resto di panno rosso per il retro

• Base per spilla da cucire

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

16. Il San Giovanni del 31

17. Autrice... di capi

18. Scherno, derisione

19. Un quartiere di Parigi

21. Amato... da vecchi lupi

22. Stato dell’Africa

23. Sono parassiti

27. Destinata ai sacrifici

28. Utopia, illusione

30. L a de’ Tolomei citata nella «Divina Commedia»

31. Capovolto aumenta della metà 33. Le iniziali del musicista

Una volta preparati tutti gli elementi, procedete all’assemblaggio seguendo lo stesso metodo descritto per il papavero in stoffa: unite prima i petali grandi, poi quelli piccoli e completate il lavoro decorando il centro con perline e bottone. Buon divertimento!

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

Soluzione della settimana precedente LO SAPEVI CHE… – Winston Churchill, Pablo Picasso e Steven Spielberg, cosa hanno in comune? Risposta risultante: PROBLEMI

i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

gennaio

Ora in AZIONE

Viaggiatori d’Occidente

Esperienza vissuta o rappresentazione idealizzata?

Non è un buon momento per la fotografia di viaggio. Irretiti dall’apparente facilità, scattiamo troppe foto che poi dimentichiamo nelle memorie digitali. E quando guardiamo un’immagine con più attenzione, magari per condividerla sui social, raramente ci soddisfa. Non a caso molti turisti intervengono sulle loro fotografie utilizzando gli strumenti disponibili negli smartphone: Clean Up in Apple Foto, Magic Eraser in Google Foto e così via. Col loro aiuto è facile cancellare dettagli indesiderati – un cestino, un palo, un cartello, un cavo elettrico – ricostruendo poi lo sfondo. In realtà il fine principale dell’intervento è spesso rimuovere la folla degli altri turisti nelle attrazioni più famose. In fondo non è neppure una novità: da almeno un secolo, anche prima delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia, i turisti cercano di ridurre al minimo la presenza dei loro simili nelle

fotografie scattate in viaggio, scegliendo orari meno affollati per le riprese o punti di vista particolari. Ci si potrebbe chiedere perché lo facciamo; dopotutto anche noi siamo turisti, al pari di tutti gli altri, e al limite la nostra presenza è ugualmente sgradita nelle foto altrui. È forse una forma di nascosta autocritica? Inconsciamente desideriamo un turismo senza turisti? Di certo dal 2010, con l’introduzione su larga scala della fotocamera frontale, dapprima sull’iPhone 4 e poi su tutti gli altri dispositivi, è diventato più facile conquistare il centro della scena. Non a caso già nel 2013 selfie era la parola dell’anno per il prestigioso Dizionario di Oxford. Ma resta il problema di cancellare la concorrenza. Va detto che anche gli uffici di promozione turistica incoraggiano questa nostra inclinazione. Nelle foto pubblicitarie dei cataloghi patinati e dei portali online raramente si vedo-

Cammino per Milano

La fontana di piazza San Babila

Alla fine di Corso Vittorio Emanuele II, surreale così deserto per via del caldo africano, agguanto con gli occhi una boccia ovoidale in pietra lucida d’acqua. Un filo d’acqua scivola sull’uovo gigante in verrucano lombardo, inscurendo questa roccia sedimentaria rossastra-violacea, in cima a una piramide smussata di serizzo bicolore. Sopra spicchi in serizzo grigio chiaro della Val Masino – valle laterale della Valtellina – accostati a spicchi più scuri in serizzo Dubino – paesino sempre in Valtellina – l’acqua continua il suo flebile corso. Sgorgato in cima alla boccia ovoidale in verrucano color vinaccia con frammenti di quarzo lattei della Val Gerola, valle laterale ancora in Valtellina dove si trovano le origini della famiglia del milanesissimo architetto non osannato né misconosciuto che idea nel 1997 questa fontana budino: Luigi Caccia Dominioni (1913-2016).

Nato il giorno di Sant’Ambrogio in faccia alla basilica di Sant’Ambrogio – in un palazzo di famiglia ricostruito da lui dopo i bombardamenti che resta una delle sue opere più riuscite di elegante discrezione da scoprire piano perché a prima vista sfugge, dove tra l’altro vive un mio amico regista di teatro e opera a cui ho fatto visita di recente scoprendo le scale elicoidali e altri dettagli – tracce di Caccia le ho fiutate per la prima volta proprio in Valtellina. A Morbegno, per via di una biblioteca ricoperta di ciottoli fluviali. Fluviale ma interrato come i Navigli che circondavano Milano, il tragitto dell’acqua scorre per non molti passi fino a sfociare, scandito in sette scrosci inudibili quasi, nell’angolo della vasca quadrata ruotata a similrombo. La balaustra ricurva in ferro battuto come un balcone, leitmotiv caccia-dominioniano dove mi appoggio per un refrigerio vano se non per la vista, è forse

Sport in Azione

no raffigurati quei turisti ai quali pure si rivolgono. Un esempio perfetto è la meravigliosa Baia di HaLong, nel Vietnam nord-orientale, patrimonio UNESCO, punteggiata di oltre mille isolotti e scogli calcarei. La sua immagine turistica canonica è quasi sempre una baia vuota, silenziosa, verde, sospesa nella foschia, con poche giunche tradizionali a creare una macchia di colore. Ma la realtà è assai diversa: nel 2024 Ha Long ha accolto oltre tre milioni di visitatori e l’anno scorso cinquecento imbarcazioni per turisti navigavano in quelle acque. Anche qui la fotografia turistica non mostra semplicemente il luogo, ma lo «ripulisce» da tutto quello che rende l’esperienza possibile; cancella i pontili, le file di barche, i giubbotti di salvataggio, le escursioni a orari fissi. L’immagine promozionale promette al turista di arrivare da solo e per primo davanti a un paesaggio

intatto, ma così facendo crea un’aspettativa irrealistica, idealizzata, che il visitatore cercherà poi disperatamente di ripristinare nei suoi scatti, quando la realtà si mostrerà ben diversa. Per questa via, alla fine il turista porta a casa non il luogo com’era, ma come lo aveva immaginato prima della partenza. In questo modo però le sue fotografie avranno ben pochi punti di contatto con l’esperienza vissuta, anche se magari colpiranno altri aspiranti viaggiatori attraverso Instagram. Del resto, spesso è proprio questa la funzione dei post sui social: sollecitare ammirazione, destare invidia. Peraltro non è solo una questione estetica. A causa dell’affollamento di visitatori, la Baia di HaLong è sotto pressione ambientale e sociale: rifiuti, rumore, sovraffollamento. Il paradiso senza esseri umani della pubblicità è prima di tutto un sistema complesso, affollato, fragile, che ha bisogno di

essere riconosciuto come tale e gestito correttamente. In molti altri ambiti del consumo la disillusione genera disaffezione, allontana il cliente. Nel turismo invece accade spesso il contrario. Qui, a quanto pare, non si impara mai la lezione. Anche quando una destinazione ci ha deluso, coltiviamo l’illusione che il prossimo anno tutto andrà per il verso giusto, quasi per magia. Che fare dunque? Con estrema coerenza, e sul filo del paradosso, potremmo compiere un ultimo passo decisivo: inserirci digitalmente in un’immagine e risparmiarci così la spesa di andarci davvero. Oppure – ed è la scelta che mi sembra più onesta – potremmo accettare la realtà così com’è, magari come premessa per cambiarla davvero senza abbellimenti e trucchi tecnologici; potremmo fare pace con noi stessi e con il turismo contemporaneo, con il mondo e con la sua rappresentazione.

l’elemento più sorprendente. Laggiù, con davanti una colonna dorica con su un leone, catturo la chiesuola neoromanica – da cui trae il nome la piazza – ma in realtà millenaria e considerata persino la prima di Milano, costruita su un tempio del sole. All’ombra, guarda caso, del primo (1937) grattacielo milanese niente male rivestito di trachite euganea color coriandolo in polvere, ritmata dal verde serpentino nei marcapiani eccetera, soprannominato il Rubanuvole. In piazza San Babila, non certo mio luogo dell’anima ma che riscopro boccheggiando una fine pomeriggio di giugno inoltrato preda di Cerberus – l’anticiclone che mi ricorda l’estate del 2003 vissuta qui stramaledicendo questa città – le tonalità avorio-rosato del palazzo opera di Lancia anche non sono mica da buttare. Il palazzo di Lancia – sullo sfondo del bacino della fontana che qualcuno dice dovreb-

be ricreare il percorso dell’acqua dalle Alpi ai fiumi ai laghi e l’ovoide sarebbe una nuvola ma che non ho trovato conferma da nessuna parte nelle parole di Caccia (e mi stupirebbe una faciloneria simbolica simile però chissà, non metto la mano sul fuoco per nessuno, oggi poi) – è rivestito da pietra calcarea di Finale Ligure. Un jet d’eau, facilone forse questo sì, va detto, a intermittenza spruzza dal centro della vasca apparsa qualche anno fa in un videoclip di Elodie dove ci ballavano dentro. Tanti, in questa piazza dal nome del santo di Antiochia martirizzato con tre ragazzi decapitati, apparsa sventrata per i lavori della metro nel film Il posto (1961) di Olmi e che ha dato il nome (sanbabilini) negli anni Settanta ai giovani neofascisti che l’avevano scelta come punto di ritrovo e dove nasce un decennio dopo la moda dei paninari, vorrebbero fare la stessa cosa.

Nonostante tutto riesce ad ammaliare (quasi) tutti

Il giorno dopo l’apertura della Coppa del Mondo di calcio, la «Gazzetta dello Sport» ha dedicato tutta la parte centrale della prima pagina alle dimissioni di Damien Comolli da Amministratore Delegato della Juventus. Il resto? Spazio a Kimi Antonelli, che con il suo nome da predestinato e i suoi quattro successi consecutivi in Formula 1, nella scala di popolarità fra gli sportivi della penisola è diventato il rivale di Jannik Sinner, assente dalla copertina poiché in infermeria. Infine, un riquadro per l’Olimpia Milano, che ha raggiunto Venezia nella finale scudetto di pallacanestro.

E la Coppa del Mondo? Una foto del messicano Jimenez mentre infila la rete del 2 a 0 al Sudafrica. E un titolo: Messico e nuvole che mi riporta più alla coppia Conte-Jannacci che non a quella formata da Messi e Ronaldo. Toh, mi son detto, bravi, hanno colto l’imbarazzante approccio al Mondiale e, in

uno slancio deontologico, lo boicottano. O, per lo meno, provano ad attribuirgli un profilo basso. Che sbadato! Mi ero già scordato dello sgambetto fatto agli Azzurri dalla Bosnia, quella Bosnia che nel lussuosissimo catino di Los Angeles ha tentato invano di arginare la superiorità della nostra Nazionale.

Sono un ingenuo. Pensavo che un Mondiale disputato in Usa, Canada e Messico fosse di per sé motivo di scandalo. Il muro di Tijuana, l’America che ha mire sul Canada, il presidente della FIFA Gianni Infantino che attribuisce a Donald Trump uno squallido surrogato di Nobel per la pace, il caso Embolo, la rispedizione a casa dell’arbitro somalo Omar Artan, l’accesso negato al presidente della Federazione palestinese Jibril Rajoub e ad altri potenziali protagonisti, le difficoltà create alla delegazione iraniana (tra una promessa di pace e un’incursione aerea),

la perquisizione con i cani da droga al team uzbeko diretto da Fabio Cannavaro… ecco, pensavo che tutto ciò fosse più che sufficiente per dichiarare lo sciopero del tifo. In vacanza, in un contesto in cui non ho accesso alla TV, avendo inoltre appurato che la RAI non avrebbe trasmesso la partita inaugurale della nostra Nazionale contro il Qatar, mi ero messo il cuore in pace. Le circostanze mi consentivano di fare il duro. Poi, con l’avvicinarsi dell’evento, ho cominciato ad andare in fibrillazione. Le ho provate tutte pur di vedere i ragazzi di Murat alle prese con i ricchi Qatarioti. Ce l’ho fatta, su uno smartphone dallo schermo 12 x 6. E mi sono persino arrabbiato per l’esito assurdo di una sfida che la Svizzera avrebbe potuto e dovuto vincere agevolmente. È la magia del calcio, mi sono detto (concordo col collega Aldo Cazzullo, vedi pag.19). È la sua capacità di spegnere i cervelli e

di accendere cuore e nervi. Mi era già capitato quattro anni fa proprio in Qatar. Dopo pochi giorni di sciopero dello zelo, avevo ceduto al debutto rossocrociato contro il Camerun, e mi ero commosso per la mancata esultanza di Breel Embolo dopo la rete segnata al suo Paese d’origine. Da quel momento, fino alla spettacolare e funambolica finale vinta dall’Argentina di Leo Messi sulla Francia di Kylian Mbappé, era stato un travolgente crescendo di coinvolgimento emotivo. Accadrà così anche per questa edizione diffusa. Lo scrivo con rammarico, con la consapevolezza che ciò che è accaduto ai margini della manifestazione è molto grave, ma anche con l’attenuante che mi è concessa dal fatto di non essere un giornalista d’inchiesta. Li ammiro moltissimo, questi colleghi che vanno a ravanare nelle pieghe di un evento con l’obiettivo di portarne allo scoperto tutte le derive. Ci avevo

Nel progetto di Caccia, designer sopraffino della poltrona Catilina, lampada Monachella e altri pezzi di pregio prodotti dalla Azucena, fondata da lui nel 1947 assieme tra l’altro a Ignazio Gardella di cui avevamo visitato una chiesa, ci sono anche tre specie di bitte o paracarri in granito di Baveno levigato agli angoli della vasca: non certo una delle sue cose migliori.

Intorno alla vasca, azalee fuori stagione e tre aiuole mezzo sferiche all’entrata del metrò. Torno alla fontana flan con ciliegina in cima, assemblata come giocattolo-puzzle con ventotto pezzi in pietra a differenza dei quattro spicchi del prototipo (1989) di Cosio Valtellino. E mi siedo sul cordolo, dove scende l’acqua, lontano dalle mie due gelaterie preferite, condividendo la calura con due turiste olandesi. Azucena è la zingara mezzosoprano nell’opera verdiana Il trovatore (1853).

provato, molto timidamente, nel 2014 in occasione dei Giochi Olimpici di Sochi, che mi parevano torbidi sin dalla loro attribuzione da parte del CIO. Lo slancio era durato pochissimo. Il tempo di portare a casa la prima medaglia svizzera ed essere invischiato in quella melassa dalla quale è quasi impossibile liberarsi. Mi consola, ma poco, che anche la «Gazzetta dello Sport» stia giorno dopo giorno cedendo alla logica perversa della Coppa del Mondo. Notizie e indiscrezioni di mercato non mancano sulla rosea, tuttavia sempre più affiorano foto, dichiarazioni, commenti, analisi e interviste ai protagonisti delle notti dei Mondiali. I bilanci si faranno la sera del 19 luglio. Solo allora sapremo chi se la riderà. E solo allora, una volta smaltita la sbornia di gol e di retorica, riaffioreranno i volti di chi, questa edizione della Coppa del Mondo, non ha neppure potuto godersela.

di Claudio Visentin
di Oliver Scharpf
di Giancarlo Dionisio

Kiwi verdi Extra Nuova Zelanda, il pezzo, –.77 invece di 1.10

Ravioli Anna's Best, refrigerati ricotta e spinaci o mozzarella e pomodoro, per es. ricotta e spinaci, 3 x 250 g, 9.50 invece di 14.25, (100 g = 1.27)

1.65 invece di 2.85

Bistecche di lonza di maiale marinate IP-SUISSE per 100 g, in self-service 42%

4.80

invece di 8.08 Chips Zweifel alla paprica o al naturale, in conf. XXL Big Pack, 380 g, (100 g = 1.26)

7.30

Colori e sapori estivi

NOSTRANI DEL TICINO

Migros Ticino offre un assortimento di oltre 500 prodotti della regione. La scelta comprende articoli di tutte le categorie, dalla frutta e verdura alla carne, dai formaggi alle bibite fino alle specialità più ricercate. Tutti i prodotti provengono da fornitori locali che li lavorano in modo responsabile e sostenibile.

2.50

3.75

Migros Ticino
Cipollotti
Svizzera, il mazzo, 1.28 invece di 1.60
Anguria Mini Migros Bio Italia, al pezzo 24%
Cetrioli Nostrani Migros Ticino, al kg, (100 g = 0.38)
Avocado Extra Perù/Brasile, al pezzo

Tutti i pomodori Migros Bio e Demeter per es. pomodorini datterini Migros Bio, Svizzera, vaschetta da 300 g, 3.80 invece di 4.75, (100 g = 1.27) 20%

2.20 invece di 2.75

Peperoni Migros Bio Spagna / Paesi Bassi, in busta da 400 g, (100 g = 0.55) 20%

4.50 invece di 5.75

Tenere e aromatiche

Patate del nuovo raccolto Svizzera, busta da 2,5 kg, (1 kg = 1.80) 21%

2.95

Lattuga Iceberg Migros Bio 220 g, (100 g = 1.34)

20%

Tutta la frutta con nocciolo Migros Bio e Demeter per es. nettarine Migros Bio, Italia/Spagna, al kg, 5.60 invece di 7.–

Fette sottili,grande BONTÀ

3.85

Migros

Bontàpezzo dopo pezzo

Costata di vitello Migros al pezzo Svizzera, per 100 g, in self-service 16%

Ideale con 4.60 invece di 5.50

Mozzarella Galbani palline o mini, in confezioni multiple, per es. palline, 4 x 150 g, 7.50 invece di 10.–, (100 g = 1.25) conf. da 4 25%

Meloni Charentais Spagna/Francia, il pezzo 26%

2.75 invece di 3.75

Filetto dorsale di merluzzo M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 450 g, in self-service, (100 g = 3.10)

di 11.–Filetti di salmone con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.76)

di 19.80

di pangasio Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.73)

Dai bretzel alle TORTE

2.70 invece di 3.40

4 pezzi, 220 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.23) 20%

Bastoncini alle nocciole Petit Bonheur

Tortine disponibili in diverse varietà, per es. tortine di Linz, 6 x 75 g, 5.– invece di 8.40, (100 g = 1.11)

Tutti i panini di Sils in vendita sfusa (cornetti esclusi), per es. panino del calciatore, 65 g, –.80 invece di 1.–, (100 g = 1.23) a partire da 2 pezzi 20%

4.10

Biscotti prussiani Petit Bonheur in conf. speciale, 516 g, (100 g = 0.79)

5.95 invece di 7.95

Torta Foresta Nera Ø 16 cm, 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.19) 25%

3.95

Gugelhopf al limone o marmorizzato 500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)

Formaggi, latticini e uova

BUONI per natura

4.10

Asiago pressato, DOP 250 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.64) 20%

invece di 5.15

9.90

Formaggio a pasta dura delicato M-Classic per kg, prodotto confezionato 40%

invece di 16.50

Formaggio El Noé per 100 g 15%

1.95 invece di 2.30

Tilsiter dolce circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g 21%

circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g 30% 1.10 invece di 1.40

1.90 invece di 2.75

Fol Epi a fette Classic o Légère, in conf. speciale, per es. Classic, 462 g, 8.50 invece di 10.78, (100 g = 1.84)

L'Étivaz Floral AOP

6.95 invece di 8.85

Emmentaler e Le Gruyère grattugiati, AOP 3 x 130 g, (100 g = 1.78) conf. da 3 21%

Migros Ticino

Le marche del cuore a prezzi convenienti

conf. da 2 20%

7.90 invece di 9.90

Nesquik o Cini Minis, Nestlé

2 x 500 g, (100 g = 0.79)

conf. da 2 20%

6.20

invece di 7.80

Nestlé Nesquik Petit

2 x 6 porzioni, 12 x 60 g, (100 g = 1.72)

conf. da 2 20%

Maionese, Thomynaise, senape dolce o concentrato di pomodoro, Thomy per es. maionese à la française, 2 x 265 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 0.89)

conf. da 4 20%

Yogurt LC1 Immunity Nestlé disponibile in diverse varietà, per es. arancia sanguigna-zenzero, 4 x 150 g, 3.50 invece di 4.40, (100 g = 0.58)

a partire da 2 pezzi 40%

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento di alimenti per bebè Nestlé (latte Pre, latte di tipo 1, latte Comfort e confezioni multiple esclusi), per es. Beba Optipro Junior 18+, 800 g, 17.56 invece di 21.95, (100 g = 2.20)

Tutte le capsule Nescafé Dolce Gusto, 30 pezzi per es. Lungo, 7.14 invece di 11.90, (100 g = 4.25)

conf. da 10 30%

5.75

invece di 8.25

Sanbittèr San Pellegrino 10 x 100 ml, (100 ml = 0.58)

da 6 40%

4.10 invece di 6.90

Acqua minerale San Pellegrino 6 x 1,25 litri, (100 ml = 0.05)

conf.

Dispensacontro fame: 1 a 0!

20%

1.80

Risotto d'Italia Migros

1 kg, (100 g = 0.18)

1.– Bastoncini lunghi salati Party

250 g, (100 g = 0.40)

Tutto l'assortimento Mister Rice per es. basmati, 1 kg, 3.60 invece di 4.50, (100 g = 0.36)

2.95

Spaghetti, fusilli o penne rigate, Barilla in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.30)

conf. da 4 20%

Piselli e carote, piselli fini oppure purea di mele, M-Classic per es. piselli e carote, fini, 4 x 260 g, 5.40 invece di 6.80, (100 g = 0.52)

conf. da 2 20%

Pesto alla genovese, alla calabrese o rosso, Barilla per es. alla genovese, 2 x 190 g, 6.20 invece di 7.80, (100 g = 1.63)

conf. da 3 25%

Dadi da brodo o brodo di verdure, Knorr brodo di verdure e pollo o minestra di carne, in conf. speciali, per es. brodo di verdure, 3 x 109 g, 9.– invece di 12.–, (100 g = 2.75)

Ravioli Anna's Best, refrigerati (confezioni multiple escluse), ricotta e spinaci, alla carne di manzo d'Hérens del Vallese oppure mozzarella e pomodoro, per es. ricotta e spinaci, 250 g, 3.18 invece di 4.75, (100 g = 1.27)

Pizze Da Emilio, refrigerate Quattro stagioni o Margherita, per es. Quattro stagioni, 2 x 440 g, 11.95 invece di 17.90, (100 g = 1.36) conf. da 2 33%

conf. da 18 43%

11.25 invece di 19.80

Coca Cola Classic o Zero, 18 x 330 ml, (100 ml = 0.19)

a partire da 2 pezzi 20%

conf. da 2 20%

Cornatur nuggets o scaloppine mozzarella e pesto, per es. nuggets vegane, 2 x 225 g, 6.– invece di 7.50, (100 g = 1.33)

4.25

Acqua minerale Aproz Gazéifiée, Légère o Naturelle, 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.05) conf. da 6 33%

invece di 6.40

Tutti i tè Cold Brew per es. Ice Tea al limone, 10 bustine, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 10.53)

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Tutta la frutta secca e a guscio, Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. fichi secchi, 400 g, 6.36 invece di 7.95, (100 g = 1.59)

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Azione 27 del 1 luglio 2026 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu