Le cliniche Suva di Bellikon e Sion dove riabilitazione e reinserimento riportano i pazienti alla vita attiva
In Svizzera vietata la violenza «educativa» dopo anni di dibattiti e pressioni internazionali
ATTUALITÀ Pagina 15
Inizia l’estate, finiscono i social?
Fino a che punto il coprifuoco è un concetto attuale nei nuclei famigliari contemporanei? Un tempo, per gli adolescenti era il muro invalicabile eretto dai genitori per separare il lecito dall’illecito. Andavi al compleanno dell’amico/a ma dovevi tassativamente rientrare a casa entro le 22 (famiglie severe), le 23 (aperte), 24 e oltre (permissive, con sfumature di sciaguratezza e giudizi morali feroci delle altre famiglie). Anche sul regime orario televisivo si misuravano i tassi di libertà reale: fino al TG delle 20 in settimana e film di prima serata il sabato. Poi si spegneva tutto e buonanotte, fine delle discussioni.
Su cosa possono concentrarsi oggi le restrizioni, se la televisione la maggior parte dei ragazzi la segue distrattamente perché ha qualcosa di meglio da vedere (dal suo punto di vista) sul telefonino? Sul telefonino, ovviamente. Alcune famiglie impongono di lasciarlo sul tavolo quando si mangia, come le pistole all’entrata dei saloon nei western di venerata memoria.
Ora che la scuola è finita e inizia il selvaggio mondo di mezzo del tempo libero obbligatorio fino a settembre, in molte famiglie scoppieranno battaglie epocali, generazione contro generazione, per dare un argine all’uso sconsiderato di smartphone, PC e affini.
Hai voglia di portarli in piscina o di organizzare merende tra giochi in giardino: l’estate 2026 rischia di diventare un gigantesco esperimento sociologico con un dilemma irrisolvibile per gli adulti di casa: cosa fanno gli adolescenti quando non scrollano, cliccano, condividono, postano? Co-
sa puoi proporre al loro posto? E cosa puoi davvero limitare?
Di fronte allo sgomento delle economie domestiche, lo Stato prova a metterci una pezza e qualche regola. Una su tutte: niente social. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato il divieto dei social media per i giovani fino a 16 anni. Anche nel resto del mondo, Svizzera e Ticino compresi, se ne discute, con proposte di modelli più o meno radicali.
Quello australiano è il più netto: accesso precluso sotto i 16 anni di età, piattaforme social obbligate a impedirlo e a cancellare gli account fuorilegge, con sanzioni fino a 50 milioni di dollari per i trasgressori. Altri innalzano la soglia ai 18 anni o la abbassano a 15. C’è chi studia limitazioni tecniche allo scroll infinito o a certi contenuti (Regno Unito), chi vincola l’uso al consenso dei genitori (Germania) e chi prevede che l’account di un minore sia collegato a un tutore legale (Brasile), mentre la Cina studia blocchi per fasce orarie: rieccolo il vecchio coprifuoco
Ognuno cerca la toppa a un buco che, però, non si è creato da solo. Negli ultimi dieci anni abbiamo costruito un mondo dove il «tempo libero» corrisponde a quello riempito da uno schermo che ti intrattiene anche, e soprattutto, quando non glielo chiedi. Siamo stati noi adulti a regalare questo mondo «incantato» agli adolescenti e, infatti, i primi dipendenti dal telefonino sono spesso i loro genitori, sempre attaccati all’ultimo reel e distratti dal cinguettio ininterrotto di notifiche inutili. E poi predicano digiuni digitali.
CULTURA Pagina 21
Dai Daft Punk a TonyPitony, l’anonimato esercita un fascino irresistibile su molti artisti
Samuele Filippi ha scalato in bicicletta il Monte Bré elevandolo a suo «tetto del mondo»
TEMPO LIBERO Pagina 35
Una rete di sensori per capire la grandine
PROCEDURA ELETTORALE
Sono stati eletti cinque membri del Consiglio di amministrazione (presidente compreso) per il periodo di mandato dal 1° luglio 2026 al 30 giugno 2028: Dr. Gianni Roberto Rossi, Gentilino, presidente Sharon Guggiari Salari, Lugano, membro Luigi Pedrocchi, Grossdietwil (LU), membro Renato Soldati, Minusio, membro eletto dal personale (nuovo)
Daniela Willi-Piezzi Arbedo, membro
e l’ Ufficio di revisione per un mandato di due anni (esercizi 2026-2027): Ernst & Young, Lugano Sant’Antonino, 24 giugno 2026
Il Consiglio di amministrazione ringrazia per la fiducia accordatagli
VOTO ELETTRONICO: registrarsi ora per la votazione generale 2027 L’e-voting è sicuro, anonimo e pratico: permette inoltre di economizzare carta e tempo È possibile iscriversi al voto online per la votazione generale 2027 tramite il proprio account Migros, su: https://corporate.migros.ch/ it/chi-siamo/organizzazione/ cooperative/e-voting o scansionando questo codice QR:
Stefania Hubmann – Pagina 3
Carlo Silini
Una nazione che si sostiene volentieri
Percento culturale Migros ◆ Pubblicate le cifre relative ai candidati all’Iniziativa di partecipazione «Impegnati qui e ora»
Da oltre vent’anni il Percento culturale Migros investe molte energie al fine di migliorare la coesione sociale, oggi più importante che mai, visti i tempi di incertezza diffusa in cui viviamo. Vicinanza, sostegno reciproco, integrazione, sono solo alcuni dei temi caldi trattati in questi anni attraverso iniziative e concorsi.
Recentemente sono state rese pubbliche le cifre relative ai primi tre sottoprogetti dell’Iniziativa di partecipazione attiva «Impegnati qui e ora», ossia le Cene di ringraziamento, il Concorso di idee Volontariato per le associazioni e l’iniziativa partecipativa Grazie ai volontari.
Cene di ringraziamento
Sono pervenute 1404 candidature per i 100 buoni Migros in palio per le associazioni e 504 candidature da associazioni superiori a quaranta persone per le 100 cene in palio in un ristorante Migros.
Concorso di idee volontariato
Al Concorso di idee volontariato si sono candidati 57 progetti, presto al vaglio della giuria, che coprono un ampio spettro di temi. Hanno partecipato associazioni e progetti locali, regionali e nazionali, portando temi come ecologia, migrazione, integrazione, salute, sport e vicinato. A fine agosto 25 progetti saranno sottoposti a votazione pubblica; 15 progetti riceveranno contributi di sostegno compresi tra i 10’000 CHF e i 30’000 CHF oltre a un accompagnamento professionale (coaching, spazio progetto).
Iniziativa di partecipazione
«Grazie ai volontari»
Sono state inviate 5700 cartoline di ringraziamento, 4235 in tedesco, 973 in francese, 365 in italiano. L’impegno in ambito volontario dei desti-
natari dell’iniziativa è risultato molto variegato, spaziando da un sostegno all’interno della famiglia all’aiuto al vicinato, passando per l’impegno a lungo termine all’interno di una associazione.
Alcuni esempi tratti dai messaggi personalizzati inviati:
«Il tuo impegno per il pranzo della terza età a Tuggen è enorme. Non ti limiti a decorare la tavola, ma ci accogli sempre con calore. Grazie». O ancora: «Mi prendo un momento per dirti grazie dal profondo del cuore. Il tuo impegno come volontario nel trasporto delle persone portatrici di handicap è ammirevole. Offri molto più di un tragitto, infatti, doni il tuo tempo, la pazienza, la dolcezza e, soprattutto, la dignità a chi ne ha bisogno». E infine: «Il tuo impegno ren-
de possibili esperienze bellissime e formative per tutto il reparto: per le esploratrici e gli esploratori e per noi animatori! Grazie per le ore passate a preparare attività, a correggere attività, a rispondere ai messaggi, a partecipare a riunioni e naturalmente a vivere le attività insieme».
Testimonianze importanti di come semplici gesti di gentilezza siano in grado di fare la differenza per molte persone. Ne abbiamo parlato con Esther Unternährer, Responsabile dell’Iniziativa di partecipazione attiva, Direzione Impegno del Gruppo Migros.
Come valuta i risultati dei diversi progetti dell’Iniziativa di Partecipazione «Impegnati qui e ora» a oggi? Sono stati all’altezza delle vostre aspettative?
Siamo stati felici della grande partecipazione ai progetti: Cene di ringraziamento, «Grazie ai volontari» e
Esther Unternährer, Responsabile dell’Iniziativa di partecipazione attiva, Direzione Impegno del Gruppo Migros. (Valeriano Di Domenico)
Concorso di idee. I risultati ci hanno sorpreso positivamente. La grande risonanza mostra quanta gente sia toccata dal tema dell’impegno volontario. Ogni anno in Svizzera circa un terzo della popolazione si impegna in modo volontario mettendo a disposizione circa 590 milioni di ore di lavoro.
Cosa vi ha sorpreso maggiormente?
Di nuovo – poiché era già successo –ci ha stupito quanta gente si sia mobilitata in poco tempo. Siamo inoltre rimasti colpiti dalle motivazioni. Per quanto riguarda le candidature alle cene di ringraziamento, queste puntavano soprattutto a dimostrare apprezzamento nei confronti dei volontari e a esprimere loro un ringraziamento per il loro prezioso impegno, anche perché l’impegno volontario spesso rimane invisibile. Nel caso delle cartoline di ringraziamento ad esempio qualcuno ha
espresso gratitudine per le visite a sua madre in casa anziani, un altro ha ringraziato un volontario che si impegna per la comunità facendo le pulizie, cucinando o condividendo la cura dei più piccoli.
Nell’ambito del sostegno sociale sono ormai molti gli attori presenti, come si posiziona il Percento culturale e in che modo si trovano le situazioni che hanno bisogno di sostegno?
Esiste uno scambio con i diversi attori e una valutazione delle aree scoperte in cui potrebbe intervenire il Percento culturale Migros. Nell’ambito dell’iniziativa di partecipazione, attraverso un’analisi preliminare della situazione, abbiamo individuato i punti critici in termini di benessere dei volontari e cosa fosse necessario per rafforzarlo. Quasi la metà dei volontari, come conseguenza del proprio impegno, si sente sotto pressione dal punto di vista del tempo. Circa un quarto dichiara di non disporre sempre delle conoscenze e delle competenze necessarie per svolgere i propri compiti. Un altro quarto dei volontari afferma di non ricevere il sostegno necessario per il proprio impegno. Basandosi sui risultati degli studi, il Percento culturale Migros ha sviluppato delle misure per rafforzare il benessere dei volontari. Il focus sarà rivolto in particolare alla valorizzazione, alla visibilità e al sostegno.
Su cosa vi focalizzerete prossimamente?
Il prossimo progetto dell’Iniziativa di partecipazione «Impegnati qui e ora» sarà la votazione pubblica durante la quale la popolazione avrà modo di votare quali 15 progetti volti al rafforzamento del benessere dei volontari riceveranno un sostegno tra i 10’000 CHF e i 30’000 CHF. Avrà luogo tra il 24 agosto e il 6 settembre 2026. Ogni voto conta.
Musica, escursioni notturne ed esplorazioni
Monte Generoso ◆ Quattro appuntamenti per godersi l’estate a 1700 metri sul livello del mare
Per chi ama le lunghe serate calde, l’aria fina e il senso di libertà che la natura sa trasmettere, in questo periodo il Monte Generoso offre una serie di appuntamenti imperdibili e particolari.
• Sabato 27 giugno la Schweizer Wandernacht (Notte escursionistica svizzera) compirà vent’anni: quale migliore luogo per festeggiarla del Monte Generoso, dove la notte si trasforma in pura magia? In compagnia di una guida esperta (in italiano, ma disponibile anche in francese e tedesco) si esplorerà la montagna sotto il cielo stellato, illuminati dalla luce della luna e immersi nei suoni della natura. Non dimenticate di portare una torcia e di abbigliarvi in modo adeguato. Prenotazione obbligatoria.
Partenza da Capolago ore 19.00, rientro ore 23.15
Prezzo (comprensivo di cena al self service): 75 CHF (6-15 anni: 45 CHF)
• Il giorno successivo, sabato 28 giugno, a partire dalle ore 11.00, l’ap-
puntamento è al Fiore di Pietra per una Jazz matinée. Scoprite la bellezza del jazz dal vivo in una location spettacolare come la terrazza panoramica del Fiore di Pietra. Il viaggio in treno a cremagliera avrà luogo secondo orari e tariffario ufficiali.
Non è necessaria la prenotazione, ma si consiglia di arrivare in anticipo per assicurarsi i migliori posti disponibili.
• L’invito di venerdì 3 luglio proviene nientemeno che da Maxi B. In Vetta, infatti vi sarà una serata interamente dedicata agli anni 90, per cantare i successi che hanno fatto la storia di tutti noi. Nel biglietto sono inclusi il viaggio A/R con il trenino a cremagliera, un assaggio di risotto, la performance live di Maxi B e il parcheggio a Capolago. Partenza da Capolago ore 19.30, ritorno dalla Vetta 23.45. Prenotazione obbligatoria.
Prezzo: 32 CHF
• Per gli amanti delle ferrovie, della
Non perdetevi la Notte escursionistica svizzera sul Monte
tecnica e delle macchine, l’appuntamento di sabato 4 luglio, Dietro le quinte FMG, si prospetta un must Sarà possibile visitare l’officina storica, scoprire il funzionamento dei
treni e ammirare il Fiore di pietra, progettato da Mario Botta. Lo staff della FMG guiderà gli ospiti tra curiosità, aneddoti e panorami mozzafiato, svelando i dettagli
tecnici e storici che rendono questa ferrovia così speciale. La giornata si concluderà con un aperitivo in Vetta e una cena tradizionale al Buffet Bellavista, per un’esperienza indimenticabile tra gusto e tradizione. Il biglietto include il viaggio A/R con il treno a cremagliera, una visita guidata all’officina storica, al Fiore di pietra e al Buffet Bellavista, aperitivo in Vetta, cena ticinese (tre portate, bevande escluse), parcheggio. Prenotazione obbligatoria. Ritrovo 15.30 presso l’officina a Capolago (Via Lüera 1), ritorno dalla Vetta 21.00/21.30
Prezzo: 125 CHF (6-15 anni: 60 CHF)
Informazioni
Per il programma dettagliato e per le prenotazioni www.montegeneroso.ch
Generoso il 27 giugno 2026. (www.wandernacht.ch/it)
SOCIETÀ
I Punti d’Incontro, ieri e oggi
Ideati più di 30 anni fa dall’Associazione Casa Santa Elisabetta sono dedicati ai minori fino ai 14 anni e ai loro genitori in difficoltà
Pagina 7
Ricominciare dopo un infortunio
Dalle vittime di incidenti sul lavoro ai grandi ustionati di Crans Montana: abbiamo visitato la clinica Suva di Bellikon
Pagine 8-9
A favore della lettura dal 1931
L’attività delle Edizioni Svizzere per la Gioventù mira a promuovere la lettura fin dalla prima infanzia e favorisce il multilinguismo
Pagina 13
Misurare la grandine è un lavoro di squadra
Meteorologia ◆ Le grandinate sono un tipico fenomeno di inizio estate, molto presente in Ticino come abbiamo visto lo scorso 9 giugno nel Mendrisiotto, spesso provocano gravi danni e sono difficili da prevedere
Misurare la grandine è un lavoro di squadra al quale la popolazione può partecipare. Il tipico fenomeno meteorologico di inizio estate, molto presente in Ticino come dimostra la grandinata dello scorso 9 giugno nel Mendrisiotto, è da un lato fonte di gravi danni e dall’altro difficile da determinare. MeteoSvizzera lavora però da alcuni anni in collaborazione con diversi partner a un progetto probabilmente unico al mondo che combina i valori forniti da radar meteorologici ad alta risoluzione con quelli di sensori automatici al suolo, ai quali si aggiungono le indicazioni di persone (tramite l’app di MeteoSvizzera) e droni. La rete di sensori, attiva dal 2018 nelle regioni del Paese più toccate dal fenomeno come appunto il Ticino meridionale, quest’anno è stata modernizzata e l’attività prolungata per altri tre anni.
MeteoSvizzera lavora a un progetto che combina i valori forniti da radar meteorologici ad alta risoluzione con quelli di sensori automatici al suolo, ai quali si aggiungono le indicazioni di popolazione e droni
Bastano pochi minuti e in un’area geografica molto circoscritta possono cadere sfere di ghiaccio più o meno grosse (da meno di un chicco di caffè a una pallina da tennis), provocando danni enormi in via principale all’agricoltura, agli edifici e ai veicoli. Come si forma la grandine all’interno di un temporale è un aspetto conosciuto (vedi blog di MeteoSvizzera del 16 aprile 2026), mentre a livello di prevenzione la situazione è più complessa, proprio perché in un singolo luogo la grandine cade solo pochi giorni all’anno e per pochi minuti. È però proprio la prevenzione che si rivela importante per limitare i danni, scegliendo ad esempio per gli edifici materiali adatti a livello di tegole, lucernari, tapparelle.
«La grandine è uno dei fenomeni meteorologici più imprevedibili», spiega Urs Germann, responsabile radar, satelliti e nowcasting dell’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera e di recente nominato Professor of practice al Politecnico federale di Losanna (EPFL). «Lo studio di questo fenomeno si basa soprattutto sul monitoraggio (24 ore su 24, 7 giorni su 7) dei radar meteorologici che permettono di capire dove sta cadendo la grandine, come si sta sviluppando il temporale e in quale direzione si sta spostando. Le immagini dei radar – si dispo-
ne di un’immagine ogni due minuti e mezzo – sono fondamentali per la prevenzione, perché hanno permesso in vent’anni di misurazioni di elaborare una climatologia della grandine, ossia una raccolta di mappe che indicano la frequenza della grandine e la dimensione dei chicchi. Dimensione che è però il frutto di una misurazione indiretta, poiché i radar rilevano le caratteristiche delle particelle di precipitazione all’interno della nube temporalesca e non al suolo». È dunque a questo aspetto che sopperiscono i sensori automatici a terra? «Esatto –risponde l’esperto – i sensori registrano ogni chicco di grandine che colpisce la loro superficie determinandone il diametro e l’energia cinetica. Combinando questi dati con quelli dei radar meteo, possiamo disporre di misurazioni più accurate».
La rete dei sensori è stata installata nel 2018. «Per la prima fase del progetto fino al 2025 – precisa il nostro interlocutore – sono stati posati 80 sensori in tre regioni particolarmente colpite da questo evento. Oltre al
Sottoceneri, erano interessate la zona del massiccio del Napf (fra i cantoni di Berna e Lucerna) e il Giura. La seconda fase, iniziata quest’anno, è caratterizzata da 36 sensori di nuova generazione posati nel Sottoceneri (16) e nella regione del Napf (20), risultate di maggiore rilevanza per lo studio del fenomeno». Per avviare e proseguire questo innovativo progetto MeteoSvizzera, che ne è responsabile nell’ambito della ricerca applicata per sviluppare e verificare prodotti radar della grandine, ha potuto contare su importanti partner. Urs Germann: «Collaboriamo in ambito scientifico con l’Università di Berna (Gruppo di ricerca applicata della prof.ssa Olivia Martius) e l’EPFL. L’installazione e la gestione della rete dei sensori, come pure la gestione dei dati, sono invece affidate all’azienda inNET Monitoring della Svizzera centrale, mentre l’intero progetto è finanziato dalla compagnia di assicurazioni la Mobiliare che, nell’ambito del suo impegno per la società, ha garantito un milione di franchi per la prima fa-
se e un ulteriore mezzo milione per la seconda». Ogni partner ha competenze, idee e interessi che arricchiscono il progetto. Per MeteoSvizzera le allerte e la prevenzione sono al centro dell’attenzione. A contribuire alla raccolta dei dati al suolo non sono unicamente i sensori automatici. Un ruolo lo svolgono infatti anche la popolazione tramite le segnalazioni nell’app e i droni.
Le prime sono una fonte meno precisa ma molto più numerosa dei sensori, afferma Urs Germann, precisando che, siccome l’evento grandine dura in media solo da 3 a 10 minuti, il sensore automatico è colpito da un numero limitato di chicchi. Le sue misurazioni sono quindi precise ma esigue.
Può invece sorprendere il numero di persone che seguono l’immagine radar sulla app di MeteoSvizzera quando piove. Si va da uno a tre milioni di utenti, potenziali segnalatori della grandine. «Questa funzionalità è stata introdotta nella app nel 2015
– precisa il rappresentante di MeteoSvizzera – e da allora abbiamo ricevuto circa 300mila messaggi, mentre i dati raccolti dai sensori dal 2018 sono 23mila. Infine il gruppo di lavoro del progetto comprende alcuni collaboratori appassionati che danno la caccia ai temporali. Se si arriva entro pochi minuti sul luogo nel quale è caduta la grandine e si dispone di un’ampia area libera omogenea tipo un campo da calcio, con i droni si possono effettuare riprese che, una volta elaborate, permettono la misurazione dei chicchi». Spettacolare e poco prevedibile, la grandine è oggetto di misurazioni per le quali si sfruttano tutti i possibili canali di raccolta delle informazioni. Queste alimentano la ricerca che da parte sua continua a progredire. Nuovi metodi di misurazione attraverso i radar sono attualmente in fase di sviluppo nell’impegno congiunto di MeteoSvizzera e EPFL.
Informazioni www.meteosvizzera.ch
Operai comunali al lavoro a Balerna dopo la forte grandinata dello scorso 9 giugno. (Keystone)
Stefania Hubmann
La spesa Migros a casa tua con Just Eat
Attualità ◆ Ordina via app o pc in modo semplice e veloce tra oltre 10’000 articoli Migros e fatteli consegnare entro un’ora
Dallo scorso 4 maggio, il tuo riferimento per la spesa a domicilio Migros si chiama Just Eat Svizzera. Grazie alla collaborazione con questo servizio leader di ordinazione e consegna potrai scegliere comodamente online tra oltre 10’000 apprezzati articoli Migros e farteli consegnare direttamente a casa tua entro 60 minuti, oppure puoi anche optare per il ritiro in negozio. I prodotti vengono proposti allo stesso prezzo che trovi in negozio, con le medesime promozioni applicate nei punti vendita Migros al momento dell’acquisto. Il servizio Just Eat è attivo nella maggior parte dei supermercati Migros del Cantone.
Fare la tua spesa Migros con Just Eat è semplice e richiede pochi passaggi da parte dell’utente. Puoi scegliere tu se utilizzare l’app Just Eat dal tuo smartphone oppure ordinare comodamente online dal sito tramite pc. Dopo esserti registrato, puoi procedere con la tua ordinazione, scegliendo tra una ricca selezione di oltre 10’000 articoli di ogni settore merceologico, dai prodotti freschi agli alimentari a lunga conservazione, dalle bevande ai surgelati, passando per gli articoli di pulizia fino ai prodotti per l’igiene e la cura del corpo. Il tuo ordine viene accuratamente preparato dal personale Migros nel supermercato selezionato e in seguito affidato alla flotta di corrieri Just Eat, che te lo consegnerà in meno di un’ora al tuo domicilio o un luogo di tua scelta. I collaboratori sono dotati di attrezzature di qualità ed effettuano le consegne nel raggio di 12 km tramite bicicletta, e-bike o auto. Il personale di Just Eat è assunto a contratto fisso secondo il diritto del lavoro svizzero, è assicurato e beneficia di adeguate prestazioni sociali. Con questa nuova collaborazione, Migros rafforza e completa la sua strategia di densificazione della rete vendita, offrendo alla propria clientela delle soluzioni moderne che possano facilitare la vita di tutti i giorni.
Dissetarsi con gusto
Attualità ◆ Scopri il sapore unico e originale dei tè freddi San Benedetto
Alla Migros gli amanti del tè freddo possono contare su un ampio assortimento della bevanda estiva per eccellenza. Ognuno troverà quello che più gli piace e, per chi cerca qualcosa di diverso, c’è solo l’imbarazzo della scelta in fatto di infusi dai gusti particolari in grado di spegnere anche le seti più intense. La gamma annovera anche uno dei marchi italiani più apprezzati nel settore delle bevande: San Benedetto con il suo Thè in pura acqua oligominerale. È disponibile nelle classiche varianti limone e pesca con sole 24 calorie per 100 ml, perfetto per accontentare i gusti di tutta la famiglia; oppure nella raffinata versione al tè verde Matcha, ottenuto da foglie selezionate ed essiccate a bassa temperatura. Con Thè San Benedetto vivi ogni giorno un’esperienza aromatica unica e originale, che regala momenti di puro piacere a ogni sorso.
Scarica l’app
Dolce, succoso e salutare
Attualità ◆ Fai il pieno di bontà e benessere con il kiwi gold. Da domani lo trovi anche
Azione 32%
Rispetto al fratello verde, più acidulo, il kiwi gold possiede una polpa di un bel colore giallo, con gusto dolce e tropicale, che ricorda al contempo il melone, la pesca e il mango. Analogamente alla varietà verde, anch’esso è particolarmente ricco di vitamina C, minerali essenziali e oligoelementi.
Il kiwi gold sviluppa il suo pieno aroma quando è ben maturo. Al tatto deve presentarsi morbido come una pesca e la buccia cedere a una leggera pressione. Per accelerare la maturazione si può conservare accanto alle mele, dal momento che è sensibile all’etilene contenuto in quest’ultime.
Il kiwi gold è un frutto particolarmente rinfrescante, perfetto per essere consumato da solo, tagliato a metà per mangiarne la polpa al cucchiaio, in frullati, macedonie o come ingrediente per invitanti dessert. Può essere anche abbinato a piatti salati, come carne, pesce e formaggi. Contiene un particolare enzima che rende la carne più tenera.
Kiwi Gold Extra Nuova Zelanda, al pezzo Fr. –.95 invece di 1.40 dal 25.6 all’1.7.2026
Uno dei Paesi più famosi per la produzione di kiwi è la Nuova Zelanda, dove, oltre ad aver preso il nome dell’uccello simbolo del paese, fin dagli inizi del Novecento ha trovato le condizioni climatiche ideali per la sua coltivazione, soprattutto nelle regioni settentrionali dell’isola, ricche di terreni vulcanici fertili e ben drenati.
Un ghiacciolo al kiwi con banana conquista non solo per la sua bontà, ma anche per l’aspetto super invitante. Per 8 stampini per ghiaccioli da 0.7 dl ti servono 4 kiwi ben maturi, 50 g di zucchero, 0.75 dl d’acqua, 2 dl di succo di mela chiaro e 1 banana. Fai sciogliere in un pentolino, a fuoco medio, l’acqua con lo zucchero e porta a bollore per 2 minuti. Lascia raffreddare. Pela i kiwi e frullali con il succo di mela. Mescola la purea con lo sciroppo di zucchero. Taglia la banana a fette e mettile negli stampi. Aggiungi la purea e inserisci un bastoncino. Metti in congelatore per almeno 4 ore.
L’inizio dell’estate più saporito.
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APERTURASTRAORDINARIA
Lunedì 29 giugno i seguenti
punti vendita Migros saranno aperti
dalle ore 10:00 alle 18:00
Centro Agno
Centro
Centro Shopping Serfontana*
Arbedo-Castione Bellinzona Biasca
Un punto di partenza per riscoprire risorse e legami
Famiglia ◆ I Punti d’Incontro dell’Associazione Casa Santa Elisabetta sono dedicati ai minori fino ai 14 anni e ai loro genitori che vivono situazioni di separazione o di difficoltà relazionale
Alessandra Ostini Sutto
A Mendrisio, presso lo stabile che ospita La Filanda, ha trovato da qualche mese casa il Punto d’Incontro, uno spazio dove bambini, ragazzi e i loro genitori hanno la possibilità di ricostruire legami famigliari che si sono interrotti o vivono momenti di crisi. Un servizio in realtà ben consolidato sul nostro territorio, dove i Punti d’Incontro sono infatti quattro, dislocati nelle principali città, e che si deve all’Associazione Casa Santa Elisabetta (ACSE).
Fondata nel 1947, Casa Santa Elisabetta ha radici profonde nella storia di Lugano, Città nella quale ha iniziato la propria attività come luogo sicuro per ragazze madri in un’epoca di grandi pregiudizi sociali. Da allora ha costantemente ampliato e modulato il proprio impegno in modo da includere una varietà di bisogni sociali emergenti, come il supporto alle vittime di violenza domestica e alle donne con dipendenze, mantenendo al centro il sostegno a madri e bambini in difficoltà.
Oggi, l’Associazione sostiene famiglie in condizioni di vulnerabilità attraverso tre servizi: Casa Santa Elisabetta, che si occupa dell’accoglienza mamma-bambino, il foyer per bimbi tra 0 e 6 anni Casa Estìa e i Punti d’Incontro, dedicati ai minori fino ai 14 anni e ai loro genitori che vivono situazioni di separazione o difficoltà relazionali ed infine ACSE offre anche il Servizio d’ascolto per minorenni, tutt’ora in evoluzione.
Regolare, mediare, facilitare
«I Punti d’Incontro nascono, oltre 30 anni fa, per dare la possibilità ai genitori non affidatari di continuare a incontrare i propri figli anche in caso di problemi all’interno della coppia genitoriale. Oggi, il ventaglio di situazioni con cui possiamo trovarci confrontati spazia dal divorzio complicato a situazioni di grave malessere, come casi di violenza assistita», afferma Giovanni Aurecchia, direttore pedagogico dei Punti d’Incontro. Ciò che accomuna le diverse situazioni è la necessità dell’intervento di una struttura che abbia una funzione regolatrice, mediatrice e facilitatrice. Di fatto, in questi casi, il Punto d’Incontro rappresenta un contesto terzo e protetto, nel quale i genitori possono gradualmente riappropriarsi delle proprie funzioni parentali, in sicurezza e con il supporto di professionisti, sempre nell’ottica di preservare il diritto del minore a mantenere, per quanto possibile, una relazione significativa con entrambe le figure genitoriali e la propria rete familiare, anche in situazioni di separazione. Rete familiare che negli ultimi anni risulta essere più coinvolta in questo genere di situazioni: «Se prima predominava la concezione di nucleo familiare composto da madre, padre e bambini, adesso assistiamo al-
Nei Punti
d’Incontro ci si concentra sulle risorse delle persone coinvolte (Magnific.com); in basso: Per trasmettere un senso di accoglienza, l’ACSE cura molto l’arredamento e l’allestimento degli spazi.
la presenza di più attori sulla scena –nonni, zii, ecc – che consente di avere una visione più ampia della situazione, come pure di disporre di persone che possano offrire delle risorse in più a genitori e bambini», commenta Giovanni Aurecchia, che continua sottolineando l’importanza per i servizi offerti dall’Associazione di avere sempre ben in chiaro quelle che sono le proprie basi fondanti, e cioè la cura, l’accoglienza e la sospensione del giudizio, dei valori trasversali che offrono ai bambini e alle loro famiglie un punto di partenza per riscoprire risorse, legami e possibilità di crescita.
Un altro elemento su cui si basa il servizio sono le persone che vi lavorano. «Si tratta di un’équipe multidisciplinare composta da pedagogisti, educatori, psicologi, assistenti di prima infanzia e completata da due sociologhe, che ci permette di avere una lettura ampia riguardo alle famiglie di cui ci occupiamo», spiega il di-
rettore pedagogico, a cui si aggiunge Erminia Negri, direttrice dell’ACSE: «In generale, l’Associazione punta molto sulle persone e questo sono sicura faccia la differenza; oltre a quanto visto, investiamo nella formazione continua e la supervisione, soprattutto in presenza di tematiche che da soli fatichiamo ad elaborare perché siamo troppo coinvolti nella situazione».
Quattro sedi, 130 famiglie
I nuclei familiari attualmente seguiti nelle quattro sedi del Punto d’Incontro – Lugano, la prima a nascere nel 1994, Bellinzona, Locarno e infine Mendrisio (che da gennaio sostituisce quella di Chiasso) – sono circa 130, segnalati dalle autorità di riferimento, cioè le Arp, le preture e gli Uffici dell’aiuto e della protezione. Nell’ultimo biennio, nelle quattro località, si è assistito ad un aumento significati-
vo delle richieste. «Un dato da ricondurre, oltre che ad una necessità del territorio, al fatto che il nostro servizio abbia iniziato ad avere un’impronta più specifica anche per quel che riguarda il sostegno alla genitorialità – commenta il direttore pedagogico – si tratta di qualcosa che va al di là della classica mediazione. Vogliamo concentrarci sulle risorse delle persone coinvolte, in termini educativo-pedagogici, per tracciare con loro una traiettoria che miri all’indipendenza nella gestione dei propri figli». Che resta poi il fine ultimo dei Punti d’Incontro.
Ma le famiglie, da parte loro, e i minori, all’interno di esse, come reagiscono alla possibilità di usufruire di questo tipo di servizi? «Molto dipende dalla specificità della situazione, dal background di questi nuclei e dalle difficoltà che hanno vissuto i bambini all’interno di essi – commenta Giovanni Aurecchia – da parte nostra, quello che facciamo è accoglierli con la massima delicatezza possibile; a tal proposito abbiamo messo a punto delle procedure che prevedono un ingresso graduale e rispettoso dei tempi del bambino. Oltre a ciò, lavoriamo sugli spazi, ambito nel quale abbiamo dei setting che possono essere modificati in base alle situazioni, sempre con l’obiettivo di fare in modo che il bambino possa vivere le nostre sedi come un ambiente familiare. Per trasmettere questo senso di accoglienza, curiamo molto pure l’arredamento e l’allestimento dei nostri spazi, sia in termini di colori e materiali sia per quel che riguarda accessori e strumenti, pensati con attenzione per adeguarsi a tutte le fasce d’età dei minori».
Il nuovo spazio alla Filanda di Mendrisio
Una cura che è stata applicata anche alla sede di recente apertura di Mendrisio e che è uno dei motivi per cui è risultata particolarmente apprezzata dall’utenza e dalle autorità; un altro è la vicinanza con La Filanda; ma procediamo con ordine. Innanzitutto, il trasferimento di sede da Chiasso a Mendrisio rappresenta un ulteriore passo avanti nel cammino di sviluppo del servizio di cui stiamo parlando, grazie ad un nuovo spazio – frutto di un’accurata ricerca prima e pianificazione poi – in grado di offrire un ambiente strutturato, ancor più adeguato a rispondere alle diverse esigenze di bambini e genitori durante gli incontri. E qui si inserisce il secondo elemento, e cioè la prossimità con La Filanda: “Questo rappresenta per noi un valore aggiunto, nel senso che ci permette, per esempio, di proporre una più ampia gamma di attività ai nostri utenti ed appoggiarci alla sua biblioteca – spiega Aurecchia – anche la logistica per quel che riguarda gli arrivi dei genitori è più facile dal momento che ora possiamo accoglierli da tre strade diverse nel caso in cui sia meglio evitare un incontro». Un mix di elementi che ha decretato il successo di questa apertura fin dalla sua inaugurazione: «Tra le autorità, sia comunali che cantonali, c’è chi ci ha chiesto di poter visionare gli spazi anche successivamente all’inaugurazione e questo interesse – anche da parte dell’utenza e più in generale della popolazione – ci fa davvero molto piacere», commenta Erminia Negri, che conclude rivolgendo uno sguardo al futuro: «Di progetti ne abbiamo tanti; sicuramente quello che ci preme è continuare a seguire l’evoluzione del territorio. Le richieste che ci arrivano in termini di utenza sono infatti sempre più varie e la tipologia delle famiglie è sempre più complessa; ora la famiglia comprende spesso figure significative che le ruotano intorno, motivo che ci porta a pensare e ripensare ad un modo adeguato per fare prevenzione».
Prevenzione che potrebbe proprio indicare la direzione in cui i Punti d’Incontro andranno negli anni a venire: «Una delle cose più autentiche che sentiamo di poter fare – in collaborazione con le nostre autorità di riferimento – è supportare i genitori e i figli che attraversano delle criticità ma che ancora vivono insieme, per evitare quello che arriva dopo, quando è troppo tardi, quando già si parla di separazione o di collocamento. Ci piacerebbe insomma immaginare di poter intervenire un po’ prima; questo potrebbe fare la differenza per tutte le persone coinvolte», conclude la direttrice.
Informazioni www.acse.ch
L’arte di ricominciare da capo dopo
Reportage ◆ Dalle vittime di incidenti sul lavoro ai grandi ustionati di Crans Montana: nelle cliniche Suva di Bellikon e Sion
Carlo Silini
Entro nella clinica di riabilitazione di Bellikon, attraverso l’atrio, supero il bar e le poltroncine sistemate accanto alle vetrate ed esco all’aria aperta incamminandomi sulla terrazza, davanti alle zone di ristoro. Un ospite in carrozzella volteggia sul suo mezzo e si ferma per guardare giù verso le colline della pianura, un colpo d’occhio eccezionale: in fondo sfuma la sagoma inconfondibile del Pilatus. Lo osservo incuriosito. Non avrà trent’anni. Vedo, non posso non vedere, che gli manca la parte inferiore della gamba sinistra. Sulla stessa terrazza, noto altre persone prive di uno o più arti. Di colpo il ragazzo si volta e mi guarda dritto negli occhi, mi sento un po’ a disagio. «Grüezi», mi dice senza darmi il tempo di rispondere, poi torna a fissare con calma il panorama. La location è magnifica, dal rilievo argoviese su cui sorge, la clinica di Bellikon spazia su un mondo verde e ordinato di campagna svizzera, splendente e operosa. Tutto attorno, ammiccano campi e boschi collinari, sentieri e ciclopiste. Una gioia per gli occhi.
Sarà deformazione professionale, ma la prima idea che mi sfiora è che gli ospiti di questa struttura, prima di entrare qui, sono stati una notizia su un giornale, poche righe di cronaca per raccontare la caduta di un muratore dal ponteggio o la mano di un apprendista stritolata in un ingranaggio nell’officina.
Un concentrato di storie
Piccole e grandi storie si incrociano qua dentro. La tragedia di Crans Montana, per esempio, dove parecchi dei sopravvissuti, sono o saranno presto a Bellikon o a Sion per recuperare il massimo possibile le facoltà funzio-
nali di prima. La clinica di Bellikon è, con quella di Sion, una delle due strutture Suva (Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni) specializzate nella riabilitazione medica e nel reinserimento di persone la cui vita è stata spezzata da un infortunio. Sono le uniche cliniche in Svizzera a offrire una riabilitazione completa e altamente specializzata per adolescenti dai 16 anni in su che hanno subito grandi ustioni. Cerco di tenere a bada la scaramanzia e interiormente faccio gli scongiuri per non dover mai «capitare» qui da paziente. Ma allo stesso tempo, per quello che ho potuto capire visitando la clinica, è proprio qui che vorrei finire se mai dovessi averne bisogno.
Incontro Gianni Roberto Rossi, CEO delle due strutture riabilitative di Bellikon e di Sion, e subito mi chiarisce cosa devo intendere per riabilitazione, a partire dai «grandi ustionati».
«La riabilitazione dei grandi ustionati è un lavoro di squadra: una di-
sciplina olistica, multidisciplinare e multiprofessionale, in cui il paziente è posto al centro», spiega. «A differenza di interventi chirurgici altamente specialistici in ambito somatico acuto, in cui il paziente è passivo – qui il risultato dipende anche dalla sua partecipazione attiva. È parte integrante del processo».
La logica del coinvolgimento del paziente si riflette anche nell’attività infermieristica: «Esatto, l’infermiere riabilitativo non compie un’azione “a senso unico”, ma lavora in un continuo scambio con il paziente, coinvolgendolo nella mobilizzazione e nelle attività quotidiane. Pur non essendo considerate terapie, le cure infermieristiche sono fondamentali nel percorso riabilitativo».
Legami intensi
«Il momento più difficile è la mattina, quando si concentrano dolore, stanchezza e interventi più invasivi, come
ad esempio fare la doccia o mettere la crema sulle parti dolenti, un’operazione tutt’altro che semplice o banale», mi spiega Tamara Egloff, infermiera responsabile di un piano della clinica dedicato ai grandi ustionati e quindi in prima linea con quelli provenienti da Crans Montana. «Sul piano umano, l’impatto è forte: i pazienti affrontano trasformazioni profonde del corpo e dell’identità. Pur mantenendo un approccio professionale, si creano legami intensi, soprattutto nei percorsi lunghi. Stamattina ho scambiato un messaggio con un ex paziente ticinese. Per questo è fondamentale anche la “comunità” dei pazienti: chi ha già vissuto esperienze simili aiuta i nuovi arrivati a trovare orientamento e speranza». L’obiettivo della riabilitazione è recuperare, per quanto possibile, le funzioni compromesse da una malattia o da un infortunio: attività, autonomia e partecipazione alla vita sociale e professionale. «Un ictus, esemplifica Rossi, può causare deficit di linguag-
gio o di deglutizione a seconda dell’area cerebrale colpita. La riabilitazione si basa su un sistema di cure integrate: il team riabilitativo collabora con l’ospedale per acuti, valutando insieme il momento più adatto per il trasferimento del paziente e garantendo continuità nella presa in carico. Il percorso è continuo, non frammentato».
Traumi cranici e amputazioni
A Bellikon e a Sion, però, accanto alle malattie, vengono trattati anche incidenti con traumi cranici o amputazioni. «L’approccio multidisciplinare mira a riportare il paziente il più vicino possibile alle condizioni precedenti, favorendone il reinserimento familiare, sociale e professionale». Nel percorso di riabilitazione lavorativa, oltre il 95% dei pazienti viene oggi seguito in regime ambulatoriale. La clinica utilizza tecnologie avanzate come sistemi robotici (come dispositivi di sospensione che permettono di cam-
Quella di Bellikon (nella foto Suva), è una delle due cliniche Suva specializzate nella riabilitazione delle persone infortunate. Sotto: esercizi di riabilitazione in clinica, l’aggiustamento di una protesi su un paziente e una fase di cura delle ustioni (foto Suva). Nella pagina accanto: alcuni ospiti parlano fra di loro (kunfermann. photography) e il CEO delle due strutture, il ticinese Gianni Roberto Rossi. (foto Suva).
dopo un infortunio
reinserimento si fondono per riportare i pazienti alla vita attiva – Parla il CEO Dr. Gianni
Roberto Rossi
Dati e servizi
delle cliniche Suva di Sion e di Bellikon
CIFRE CHIAVE 2025
389 letti disponibili; 2886 pazienti:
135’909
giornate di presa a carico; 47 giorni durata media di degenza; 1297 collaboratori; 114 posti di apprendistato
SERVIZI
Riabilitazione precoce
La riabilitazione precoce si concentra sull’assistenza riabilitativa intensiva di pazienti che hanno subito gravi lesioni multiple. Nella maggior parte dei casi si tratta di un trauma cranico accompagnato da ulteriori lesioni. La complessità dei quadri lesionali trova riscontro nella varietà dei trattamenti. Grazie alla riabilitazione precoce, i pazienti gravemente colpiti possono iniziare la riabilitazione già in una fase molto precoce.
Riabilitazione neurologica
In degenza: programmi per traumi cranio cerebrali, ictus ed emorragie, lesioni dei plessi nervosi, post neurochirurgia e patologie neurologiche/neuromuscolari, con eventuale reinserimento lavorativo.
Ambulatoriale: follow up dopo trauma cranico (lieve grave), consulti e terapie specializzate.
Riabilitazione dell’apparato locomotore
In degenza: per politraumi, patologie acute e croniche, amputazioni e protesi, ustioni, patologie complesse della mano; possibile valutazione professionale.
Ambulatoriale: consulti medici, prese a carico multidisciplinari (protesi e piede), terapie riabilitative.
Riabilitazione professionale
In degenza: programmi multidisciplinari orientati al lavoro, valutazioni mediche e funzionali, test di capacità e preparazione al reinserimento o riqualifica.
Ambulatoriale: valutazione del potenziale lavorativo, presa a carico medico terapeutica e supporto al reinserimento.
Medicina dello sport
Valutazioni personalizzate, diagnosi della performance, accompagnamento al ritorno all’attività, supporto in psicologia dello sport e nutrizione, fisioterapia sportiva.
Riabilitazione diurna
Programmi ambulatoriali intensivi: ambito lavorativo, neurologico, ortopedico e chirurgia della mano.
Centro di expertise
interdisciplinare
Perizie in degenza o ambulatoriali, valutazione dei disturbi funzionali e delle capacità (anche nelle attività quotidiane).
Centro di competenza per la reintegrazione professionale Terapie orientate al lavoro, valutazioni delle capacità, orientamento professionale e coaching per il reinserimento.
Ortopedia tecnica
Protesi e calzature su misura, ausili tecnologici e sedie a rotelle.
minare in sicurezza) per recuperare il movimento, soprattutto in pazienti amputati o con traumi cranici. Ma sono anche presenti strumenti per il recupero e il rafforzamento muscolare, fondamentali per chi proviene da professioni fisiche come l’edilizia.
Nei piani interrati ecco uno spazio dedicato al training funzionale e al reinserimento professionale, dove si valuta concretamente la capacità del paziente di svolgere attività lavorative. Qui si misura, ad esempio, quanto peso riesce a sollevare o gli si insegna a camminare con una protesi su diversi tipi di terreno, attraverso esercizi che riproducono situazioni reali. C’è una vera e propria «arena del lavoro», un centro in cui vengono simulati mestieri e ambienti professionali: laboratori artigianali, postazioni d’ufficio, tecnologie come la stampa 3D. I pazienti seguono orari regolari, timbrano il cartellino e svolgono attività come in un contesto lavorativo reale.
La prevalenza dei giovani
Un approccio che permette non solo di recuperare capacità fisiche, ma anche di sviluppare competenze nuove, ad esempio in ambito amministrativo, per chi non può più svolgere il proprio lavoro precedente. «Accompagniamo poi i pazienti già stabilizzati sul piano funzionale ma ancora in difficoltà nel rientro al lavoro, attraverso valutazioni, orientamento e, in alcuni casi, riqualificazione professionale».
Anche perché qui i pazienti sono mediamente più giovani rispetto a quelli colpiti da malattie come l’ictus e spesso erano completamente sani prima dell’evento. «Questo – osserva Gianni Rossi – comporta, in generale, maggiori possibilità di recupero, ma richiede anche strutture e percorsi adeguati a degenze più lunghe e bisogni diversi». È essenziale affrontare anche il trauma psicologico: per questo nel team sono presenti psicologi e psichiatri.
Nel caso dei grandi ustionati emergono ulteriori complessità. «Mi ripeto, l’impatto psicologico è particolarmente intenso. La cura delle ferite richiede interventi altamente specializzati e ritmi di lavoro specifici. Le attività riabilitative, per esempio, devono adattarsi ai tempi delle medicazioni e dei trattamenti cutanei, influendo sull’intera organizzazione della clinica. A ciò si aggiungono possibili amputazioni e percorsi molto lunghi, che coinvolgono numerosi professionisti: medici riabilitatori,
Tamara Egloff
Infermiera responsabile di un piano della clinica di Bellikon dedicato ai grandi ustionati
chirurghi plastici, infermieri, fisioterapisti, ergoterapisti, psicologi e psichiatri, appunto».
Protesi e ortesi
Gianni Rossi ci accompagna a questo punto davanti a una vetrina dove sono esposti modelli di arti artificiali: gambe, braccia, mani, piedi. Sorpresa, li costruiscono in loco: «Siamo tra le poche cliniche in Svizzera a disporre internamente di un servizio di tecnologia ortopedica e protesica. Progettiamo e realizziamo direttamente nei nostri due centri, protesi, arti artificiali e supporti personalizzati. È un valore aggiunto importante, perché consente rapidità, adattamenti continui e una presa in carico completa». In uno di questi laboratori salutiamo un tecnico che sta ritoccando una fascia femorale in carbonio.
Il cuore di questo lavoro è la consulenza: ogni protesi è progettata in base alle esigenze del paziente, che
variano a seconda della professione e dello stile di vita. La realizzazione è artigianale e altamente personalizzata: si parte dal calco del moncone in gesso, da cui si crea un primo modello, poi progressivamente perfezionato fino alla versione definitiva, spesso in materiali come il carbonio, appunto.
Rinascere con lo sport
E poi c’è la medicina dello sport, perché molti pazienti giovani, anche dopo amputazioni gravi, trovano nello sport una via di reinserimento e di riscatto personale. «Seguiamo casi di persone che, dopo incidenti drammatici, sono diventate atleti di alto livello nello sci o nel ciclismo paralimpico».
L’area di medicina dello sport è riconosciuta da Swiss Olympic, ed è accessibile sia ad atleti con disabilità (sport paralimpici) sia a sportivi normodotati. La dottoressa che dirige Medicina dello Sport e Riabilitazione a Bellikon Marion Grögli, ci spiega che non è tanto un centro che «riceve» pazienti dall’esterno, quanto uno spazio dove i pazienti già in riabilitazione possono vedere e sperimentare percorsi sportivi avanzati. «Il reparto è dotato di macchinari altamente specializzati, utilizzati sia per la terapia sia per i test funzionali». Questi strumenti permettono di lavorare su forza, equilibrio e mobilità anche in pazienti con gravi limitazioni, ad esempio quando non riescono ancora a muovere bene le gambe. Alcune apparecchiature funzionano anche come sistemi di valutazione, consentendo di misurare i progressi nel tempo. Spesso gli esercizi assumono una
L’emergenza a Crans Montana
È vero che la riabilitazione arriva dopo le cure di immediato soccorso, ma in un caso come il rogo di Crans Montana, la macchina deve partire subito. La mattina dell’evento, il 1° gennaio, dopo aver appreso della tragedia, Gianni Rossi ha pensato subito al sostegno degli ospedali per acuti. «Alle 7.30 ho contattato i responsabili sanitari del Vallese offrendo disponibilità a liberare posti e accogliere pazienti, anche non tipicamente riabilitativi, per alleggerire la pressione sugli ospedali. Le nostre strutture possono contare su alcuni dei migliori specialisti per il trattamento dei grandi ustionati». Contestualmente ha convocato una riunione d’urgenza con i comitati di dire -
zione delle cliniche di Sion e Bellikon, avviando una valutazione delle risorse disponibili e dei possibili scenari. Ha poi avviato un dialogo con le autorità cantonali, la Suva e i partner sanitari, dichiarando la piena disponibilità ad accogliere tutti i pazienti domiciliati in Svizzera bisognosi di riabilitazione specialistica. È stato mobilitato personale già formato e si è accelerato l’inserimento di nuove risorse. Parallelamente Rossi ha partecipato a una task force nazionale con cantoni, ospedali universitari e autorità federali per coordinare il rientro dei feriti, il triage e la continuità delle cure.
I primi pazienti, con ustioni meno gra -
dimensione quasi ludica, pur restando impegnativi. Me ne fanno testare uno: in piedi sopra una pedana semovente devo spostare il peso del corpo in modo da sospingere una pallina dentro un percorso di buche.
Le vittime del tempo libero
Negli ultimi anni è cambiata anche la natura degli infortuni: grazie alla prevenzione sono diminuiti quelli professionali, ma sono aumentati quelli nel tempo libero, spesso legati a sport come la bicicletta o la mountain bike elettrica. «In questo contesto, il sistema assicurativo incentiva fortemente la riabilitazione, perché un buon recupero funzionale riduce il bisogno di rendite a lungo termine: un interesse che coincide con quello del paziente».
A Bellikon, durante la settimana i pazienti presi in carico in regime di riabilitazione ambulatoriale (clinica diurna) seguono le terapie e i trattamenti in clinica e possono rientrare in camera tra una sessione e l’altra, evitando spostamenti faticosi. Le 55 stanze servono soprattutto per il riposo e per il pernottamento, mentre le attività si svolgono negli spazi dedicati. Nel fine settimana questi pazienti tornano a casa, favorendo autonomia e reintegrazione nella vita quotidiana e sociale.
Il tour è finito, e mi gira un po’ la testa. Torno sopra, in terrazza, all’aria aperta. Avvisto altri ospiti che chiacchierano tra di loro. Ritrovo il ragazzo di prima: sta ancora scrutando l’orizzonte. Forse sta guardando il proprio futuro.
vi, sono arrivati già in gennaio (ustioni su tutto il corpo al di sotto del 20%); nei mesi successivi sono seguite ondate di casi sempre più complessi, con percorsi riabilitativi lunghi anche oltre un anno. L’ultima ondata di feriti, quelli con ustioni al di sopra del 70% ha preso avvio nelle ultime settimane e proseguirà nei prossimi mesi. «L’obiettivo era coordinamento, discrezione mediatica e attenzione anche ai familiari, mantenendo come priorità la qualità della presa in carico più che la visibilità o gli aspetti economici». Attualmente i pazienti ricoverati per ustioni nelle due cliniche Suva sono 10, si prevede che ne arrivino altri 13 prossimamente, mentre quelli già dimessi sono 17.
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Dalle vittime di incidenti sul lavoro ai grandi ustionati di Crans Montana: nelle cliniche Suva di Bellikon e Sion riabilitazione
Quella di Bellikon
Entro nella clinica di riabilitazione di Bellikon, attraverso l’atrio, supero il bar e le poltroncine sistemate accan to alle vetrate ed esco all’aria aperta incamminandomi sulla terrazza, da vanti alle zone di ristoro. Un ospite in carrozzella volteggia sul suo mezzo e si ferma per guardare giù verso le col line della pianura, un colpo d’occhio eccezionale: in fondo sfuma la sago ma inconfondibile del Pilatus. Lo os servo incuriosito. Non avrà trent’anni. Vedo, non posso non vedere, che gli manca la parte inferiore della gamba sinistra. Sulla stessa terrazza, noto al tre persone prive di uno o più arti. Di colpo il ragazzo si volta e mi guarda dritto negli occhi, mi sento un po’ a disagio. «Grüezi», mi dice senza dar mi il tempo di rispondere, poi torna a fissare con calma il panorama.
vo argoviese su cui sorge, la clinica di Bellikon spazia su un mondo ver de e ordinato di campagna svizzera, splendente e operosa. Tutto attorno, ammiccano campi e boschi collina ri, sentieri e ciclopiste. Una gioia per gli occhi.
ma la prima idea che mi sfiora è che gli ospiti di questa struttura, prima di entrare qui, sono stati una notizia su un giornale, poche righe di crona ca per raccontare la caduta di un mu ratore dal ponteggio o la mano di un apprendista stritolata in un ingranag gio nell’officina.
Un concentrato di storie
Piccole e grandi storie si incrociano qua dentro. La tragedia di Crans Montana, per esempio, dove parecchi dei sopravvissuti, sono o saranno presto a Bellikon o a Sion per recuperare il massimo possibile le facoltà funzio-
Incontro Gianni Roberto Rossi, CEO delle due strutture riabilitative di Bellikon e di Sion, e subito mi chiarisce cosa devo intendere per riabilitazione, a partire dai «grandi ustionati».
«La riabilitazione dei grandi ustionati è un lavoro di squadra: una di-
Legami intensi
«Il momento più difficile è la mattina, quando si concentrano dolore, stanchezza e interventi più invasivi, come
L’obiettivo della riabilitazione è recuperare, per quanto possibile, le funzioni compromesse da una malattia o da un infortunio: attività, autonomia e partecipazione alla vita sociale e professionale. «Un ictus, esemplifica Rossi, può causare deficit di linguag-
rea cerebrale colpita. La riabilitazionete: il team riabilitativo collabora con
sferimento del paziente e garantendo -
A Bellikon e a Sion, però, accanto alle -
ra a riportare il paziente il più vicino possibile alle condizioni precedenti,re, sociale e professionale». Nel percorso di riabilitazione lavorativa, oltre il 95% dei pazienti viene oggi seguito in regime ambulatoriale. La clinica utilizza tecnologie avanzate come sistemi robotici (come dispositivi di sospensione che permettono di cam-
(nella foto Suva), è una delle due cliniche Suva specializzate nella riabilitazione delle persone infortunate. Sotto: esercizi di riabilitazione in clinica, l’aggiustamento
Il piacere di leggere nasce da bambini
Storia ◆ Le Edizioni Svizzere per la Gioventù sono state fondate a Olten nel 1931 e ancora oggi sono un esempio di multilinguismo e di impegno per la promozione della lettura
Eliana Bernasconi
Nella nostro tempo iperconnesso informazioni, proposte, stimoli si moltiplicano. Per bambini e adulti può essere difficile sperimentare quei momenti di totale concentrazione che portano al piacere della vera lettura, quello che rimane per tutta la vita. È indubbiamente la scuola, dopo la famiglia, ad avere il potere di indirizzare bambini e adolescenti verso un comportamento scolastico e extra scolastico che riservi momenti intoccabili da dedicare ai libri. Le Biblioteche per bambini e adolescenti dei centri scolastici hanno questa funzione, chi vi entra non può non notare eleganti piccole pubblicazioni dal tipico formato di 135 x 210 mm, dalle brossure sottili e leggere con illustrazioni di copertina a tutta pagina, sorprendenti e coloratissime. Piccoli, inconfondibili libri che si lasciano sfogliare e leggere con piacere.
Sono le Edizioni Svizzere per la Gioventù, da sempre note come ESG. Hanno una storia antica, la prima pubblicazione uscì a Olten nel 1931 e aveva un preciso intento pedagogico: offrire un’alternativa alle proposte di propaganda antidemocratica che giungevano a quei tempi dalla Germania nazista, dall’Italia fascista e dalla Francia occupata. Le pubblicazioni in Ticino iniziarono nel 1941, da allora regolarmente escono titoli in lingua francese, tedesca, italiana, nei quattro idiomi retoromanci e recentemente in inglese. Un perfetto esempio di multilinguismo e multicuturalità, che è anche un laboratorio instancabile al servizio della coesione nazionale. Sarà poi soprattutto dall’inizio degli anni Ottanta che le ESG si modernizzano includendo nelle pubblicazioni un ampio spettro di temi di attualità, anche provocatori, avvicinandosi alla realtà quotidiana dei giovani lettori. A cura delle Commissioni locali delle rispettive aree linguistiche svizzere propongono così ogni anno nuove pubblicazioni. Per il Ticino sono quat-
Viale dei ciliegi
Enrico Marigonda-Sara Natucci «Fantasista». 1.La via dell’oro Il Castoro Edizioni (Da 9 anni)
Arriva con i Mondiali questa nuova serie sul calcio, che va ad aggiungersi, ma con un suo profilo particolare e apprezzabile, ai tanti libri su quello che resta forse lo sport più narrabile e più popolare tra i ragazzi. Senza escludere dal target le ragazze, e sono in aumento le storie sul calcio femminile.
Anche quando, come in questa serie, al centro c’è una squadra maschile, la componente femminile – incarnata qui nella figura carismatica della sorella maggiore del giovane protagonista, che è una campionessa e una promessa calcistica – è ben presente. È lei, Lisa, a sostenere il fratello minore Achille, aiutandolo non solo a gestire le sue insicurezze, ma soprattutto a trovare la sua strada e il suo ruolo in campo, liberandolo dal senso di colpa nei confronti della memoria del loro papà, che non c’è più e che era stato un grande portiere. Il papà manca a entrambi, ma non per questo Achille deve sentirsi obbligato a fare il portiere: «Come portiere sei un disastro assoluto – dice Lisa ad Achille, incorag-
tro, dedicate alle diverse fasce di età. Gli autori e gli illustratori possono essere scrittori, insegnanti, giornalisti o provenienti da ambiti diversi ma prevalentemente di area locale.
Ogni anno le Commissioni locali delle rispettive aree linguistiche propongono nuove pubblicazioni, quattro per il Ticino
Le illustrazioni hanno una funzione importantissima, ci spiega Micha Dalcol, illustratore e grafico, responsabile della Commissione ESG per il Ticino: «Curiamo molto i libri destinati ai lettori più piccoli, che ancora hanno difficoltà nella codificazione delle lettere. Devono distinguersi
per la loro brevità, per i grossi caratteri tipografici, per la semplificazione e l’ampio spazio tra le righe».
Fra i molti, deliziosi racconti dedicati ai piccoli possiamo citare Meravigliosamente unici di Maria Gianola, con illustrazioni della stessa autrice: il racconto fantastico di una festa di fine estate al Bosco delle Noci, dove ogni animale vuole partecipare ma apparire diverso da quello che è; racchiude un tenero messaggio per i bambini: «Non vergognarsi mai di quello che si è in ogni situazione e accettare sé stessi, il più prezioso tesoro».
Fra i libri dedicati ai «grandi» possiamo invece citare Chi sono di Marina Bernasconi e Anthony Neuenschwander, sul tema della propria identità, dove Anthony, un bambino adottato, si interroga sulla sua nasci-
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giandolo a mettersi alla prova in un altro ruolo – e penso che papà vorrebbe solo vederti felice». Il ruolo in cui Achille potrà davvero esprimere tutta la sua talentuosa felicità sarà quello del fantasista, intuito per lui dal nuovo coach, una vecchia gloria dall’occhio acuto, che spiegherà al ragazzo cos’è e cosa fa un fantasista ricorrendo alla metafora del gioco di ruolo. Se i difensori sono come i «tank», che assorbono i danni nemici, i centrocampisti sono come «arcieri» e «chierici», che aiutano ad attaccare e a difendere, gli attaccanti sono «ladri» e «guerrieri» e il portiere è un «curatore», il fan-
tasista è colui che vede «la via dell’oro», la strada invisibile e magica per il gol. Da qui il titolo del primo volume di questa serie, la quale, in forma di fumetto, racconta il percorso di crescita, calcistica e personale, di Achille, attraverso le dinamiche della sua squadra, i «Fulmini Azzurri». Non tutto sarà facile, e non basterà ad Achille aver individuato il ruolo giusto per lui, né aver brillato incontestabilmente in campo; anzi, proprio il suo successo lo porterà a montarsi la testa, e ad esigere brutalmente il meglio dai compagni, così come da sé stesso. Occorrerà riflettere, fare un passo indietro, e avere il coraggio di chiedere scusa e di ripartire. Una bella storia, appassionante anche per il ritmo con cui vengono narrate le partite, con un utilizzo sapiente della successione delle vignette nel graphic novel, in particolare nell’ultimo capitolo, «Recupero», dove a tambur battente ogni vignetta è un’azione di gioco: 90 minuti, 13 secondi – 90 minuti e 34 secondi – 91 minuti e 12 secondi… Una storia scandita nei capitoli «Primo Tempo», «Intervallo», «Secondo Tempo» e «Recupero»: proprio come una partita, o come gli episodi salienti della nostra vita.
ta, sul suo nome e sul colore della sua pelle, oppure Nel Comune e oltre, di Federico Martinoni con illustrazioni di Marco Nussbaum: come un ragazzo di 4° elementare, guidato dai genitori e dagli addetti ai lavori, scopre come il suo comune di residenza funziona e si regola.
Anche il territorio svizzero è protagonista di alcuni libri delle ESG. Tra questi è rimarchevole, per chi ha 10-12 anni, Il San Gottardo, una montagna da primato. Dalla mulattiera alla galleria di base di Mathias Rennhard. Il testo è un’imperdibile e precisa documentazione che dalle prime mulattiere ci accompagna ai due tunnel di 57 km dove sfrecciano a 250 km all’ora modernissimi treni.
Tanti i titoli che val la pena scoprire come La piccola Meret, tradot-
to dal tedesco. Scritto da Gottfried Keller e illustrato splendidamente da Laura Junt racconta la storia di una singolare bambina, che pur amando i suoi simili, gli animali, le piante ed essendone riamata, si ribella invece a ogni insegnamento religioso. Infine, fra le recenti uscite per i molti lettori di 9-10 anni appassionati di sport possiamo consigliare Calcio. Regole, consigli e trucchi, tradotto dal tedesco da Daniela Bernasconi e con un’introduzione del tecnico della nazionale di Calcio svizzera, Murat Yakin. Un manuale che tutto chiarisce sul campo da gioco, sull’area di rigore, sulla porta ufficiale, sulla composizione della squadra. Una lettura ideale durante queste settimane che vede la nostra nazionale impegnata ai Mondiali di calcio.
Alex G. Griffiths C’è posta per Volpe Terre di Mezzo (Da 5 anni)
Il suo primo albo illustrato era stato Il collezionista di insetti (Clichy), che già esprimeva originalità e sensibilità, confermate da questo C’è posta per Volpe, dove Alex G.Griffiths racconta di quando Volpe, che conduce un’esistenza solitaria, isolata e abitudinaria nel mezzo di un fitto bosco, riceve improvvisamente una lettera. Volpe da molto tempo non riceve lettere, perciò si sorprende, tanto più che la lettera è anonima, firmata
solo da «un vecchio amico», il quale lo invita a intraprendere una caccia al tesoro, di cui fornisce il primo indizio: «Raggiungi il sentiero nel bosco». Volpe è convinto di non aver bisogno di niente e di nessuno, e di stare benissimo da solo, ma è proprio il mistero di questa lettera (non a caso il titolo originale lo esplicita, ed è Fox and the Mistery Letter), a spingerlo a intraprendere la ricerca. Una ricerca che è un viaggio esteriore, per mare, monti e foreste, ma anche un viaggio interiore, in cui ad ogni tappa riaffiorano ricordi: l’ultima lettera me l’ha mandata il mio vecchio…, quell’albero l’avevo piantato con…, ero stato accanto al fuoco con…, avevo fatto un viaggio in nave con… Ma ogni ricordo è tarpato e allontanato, e ad ogni pagina ci rendiamo sempre più conto che forse Volpe non stava poi così bene isolato da tutti, e che nel suo cuore c’era un’antica ferita, causata dal «più grosso litigio che avesse mai avuto». E allora, il tesoro di questa avventurosa «caccia» avrà il sapore di riconciliazione, di guarigione, di seconda possibilità, e si potrà chiamare amicizia ritrovata. O riparazione di un legame spezzato.
di Letizia Bolzani
L’attività delle ESG mira a promuovere la lettura con libri per bambini e ragazzi molto curati e scritti in prevalenza da autrici e autori svizzeri
Le parole dei figli
Friendship breakup
«Il friendship breakup può essere più doloroso della fine di una relazione sentimentale», mi spiega la mia 17enne Clotilde dopo giorni con il magone. La traduzione dall’inglese significa «rottura di un’amicizia». Sono consapevole che lo stato d’animo di Clotilde esprime, ne Le parole dei figli, il pensiero di un’intera generazione. Ma lo ammetto: all’inizio ho difficoltà a capirne il motivo, anche perché nella mia esperienza questi due piani non sono mai stati messi davvero sullo stesso livello.
Per trovare una risposta, metto in fila nella mia mente una serie di Parole dei figli. C’è il bonding time, il «tempo di legame» che gli adolescenti dedicano nella vita quotidiana a rafforzare un rapporto; e ci sono le girls’ night, ovvero le serate in pigiama tra amiche scandite da complicità, risate, prese in giro reciproche e nuove confidenze,
Terre Rare
momenti che hanno quasi un valore rituale. Poi troviamo le situationship, che sono rapporti dove una, o entrambe le parti, sanno che non andranno da nessuna parte e vengono vissuti all’insegna del momento; e c’è la hookup culture, che indica gli incontri sessuali senza impegno. Messe a confronto, queste parole ci dicono come per la Gen Z l’amicizia sia un valore assoluto, mentre i rapporti sentimentali vengano spesso visti come a tempo. La conferma arriva dal podcast Rendez-vous da me delle sorelle Matilde ed Eleonora Caressa, rispettivamente 23 e 21 anni, figlie dei giornalisti tv Fabio Caressa e Benedetta Parodi: «Il friendship breakup può fare anche più male della fine di un amore, perché un fidanzato lo vedo, almeno a questa età, come una cosa passeggera, mentre le amicizie possono essere per sempre». Per la fine di una relazione ci possono
essere segnali che la preannunciano, mentre la rottura con un amico può essere inaspettata. I Gen Z la vivono come un paradosso: sono gli amici che aiutano a superare un breakup sentimentale, quindi viverne uno con loro sembra impossibile. Ecco il motivo per cui spesso continuano a rimuginarci sopra, a chiedersi il perché, cosa quella persona stia facendo e se sarà possibile recuperarla. Appurato che il friendship breakup è un disastro emotivo, c’è da capire che cosa possa scatenarlo. È un modo anche per comprendere che cosa la Gen Z consideri come red flag, ovvero i segnali d’allarme che fanno vedere un comportamento come tossico. Matilde ed Eleonora Caressa ne mettono nel mirino tre. Il primo è usare le fragilità per colpire: accade quando uno confida una propria debolezza e l’altro la usa per metterlo in imbarazzo. Il secondo
è sminuire in continuazione: di fronte a un successo l’amico trova sempre il modo per ridimensionarlo. Il terzo è il timore del giudizio: a forza di sentirsi giudicati si finisce per evitare certi argomenti e dopo un po’ il peso sulle spalle diventa insopportabile. I motivi, in ogni caso, possono essere i più svariati: l’amico che si mette con la tua ex, non ti confida che si è fidanzato, ti lascia ubriaco e torna a casa, oppure pubblica una foto insieme in cui lei è venuta bene mentre tu ti vedi male. Dopo una rottura è possibile tornare amici? Matilde: «Quando ho perso un’amicizia ero devastata, non pensavo che avrei mai ripreso alcun tipo di rapporto. Poi, piano piano, in modo spontaneo: smetto di odiarti, smetto di farmi male, un po’ di indifferenza, poi un po’ di calore. E adesso di nuovo amiche». Eleonora: «Con le mie amiche parliamo spesso dei paletti: qua-
li sono le cose imperdonabili per voi? Ce le diciamo, sono chiare. Se tu infrangi uno di quei paletti, non si torna indietro».
Insomma, la Gen Z non sembra apprezzare – evviva! – i frenemies, ovvero gli amici-nemici: persone con cui si mantiene un’apparenza cordiale, ma infarcita di rivalità o risentimento. «Fra tutti gli sbatti che abbiamo, se pure il tuo amico deve essere un motivo di difficoltà, veramente siamo finiti», sintetizzano le sorelle Caressa. «E quindi è più sano, a volte, un friendship breakup che trascinare un’amicizia». Perché, ribadiamolo ancora una volta, la vera amicizia è sacrosanta e dunque assoluta. E, allora, forse per i Gen Z anche le più belle storie d’amore nascono innanzitutto come un’amicizia, per trasformarsi nel tempo, dopo avere costruito le fondamenta di un legame di fiducia.
Probabilmente diversi tra i nostri lettori avranno sperimentato, negli scorsi giorni, l’ennesima trappola «bufalica» diffusa attraverso WhatsApp. Si è trattato di un episodio a carattere continentale, diremmo, tanto che, oltre alla stampa locale, se ne sono occupati i media italiani e persino il «Tages Anzeiger», il che lascia presumere (se non siamo diventati improvvisamente paranoici) che la strategia di diffusione sia stata molto ampia. Ne parliamo perché riflettendo su quanto è successo ci sembra si possano trarre alcuni insegnamenti.
Nel concreto: una domenica mattina sulla chat di gruppo che condividiamo con alcuni amici, membri di un’associazione, è apparso il messaggio: «Importante per tutte le chat di gruppo!
A partire da sabato, l’intelligenza artificiale sarà disponibile su WhatsApp e avrà accesso a tutte le chat.
Tutti gli amministratori di chat di gruppo possono/devono attivare l’opzione “Privacy avanzata”. In caso contrario, l’intelligenza artificiale potrà aprire i messaggi di gruppo, visualizzare i numeri di telefono e persino recuperare informazioni personali dal vostro telefono, incluse le chat private». Seguivano le indicazioni sul modo di disattivare tale meccanismo invasivo e invadente.
Premesso che chi scrive si considera un utente con una certa esperienza, estremamente prudente e attento alle dinamiche ingannatrici che girano sulla rete, l’autorevolezza e la serietà della persona che ha inviato l’avvertimento ci ha di fatto convinto dell’autenticità del messaggio di allarme. A confermarne il senso è bastato seguire i consigli su come impedire il saccheggio dei dati: l’opzione «Privacy avanzata della chat» nella sezione di gestione esiste realmente, con il suo
Approdi e derive
La scomparsa del silenzio
Cammino nel sole, parole frantumate affiorano da volti sprofondati nello smartphone e mi raggiungono, come volessero inseguirmi per spiare il mio lento procedere. La sera prima, in un affollato ristorante, altre parole sfilacciate e indecifrabili avvolgevano la mia attesa di un buon piatto. Un vocio scomposto, un rumore pervasivo si era impossessato di ogni spazio, mi sembrava di non più sapere dove fossi e che cosa stessi aspettando.
Situazioni come queste possono sorprenderci in tanti altri luoghi, mentre attraversiamo uno di quegli spazi insignificanti, che non sanno essere luoghi ma solo ricettacoli informi e inconsapevoli di parole svolazzanti che subito evaporano e subito dopo riemergono. La compagnia di tante parole evanescenti, nel frastuono a cui sempre più spesso è consegnato il nostro vivere quotidiano, mi porta a pensare ad altre esperienze, ad altri ben diversi incontri con la parola.
interruttorino verde. Senza stare a pensarci troppo chi scrive ha subito attivato il comando e si è affrettato a girare il messaggio agli amministratori delle sette od otto chat di gruppo di cui fa parte, scatenando un comprensibile putiferio nel mattino domenicale. Finché dopo un’oretta, un’amica più giovane, e probabilmente più lucida al mattino presto di un festivo, ha risposto con silenziosa ironia postando il link a un articolo apparso un anno fa su «Wired», dal titolo: Cos’è la bufala della “privacy avanzata” su WhatsApp. Insomma: sarebbe bastata una ricerca di 30 secondi su un motore di ricerca qualsiasi per accorgersi che si trattava di un’ennesima fregatura perditempo. Fatta la figura barbina, chi scrive si è affrettato a ripercorrere il percorso precedente e, cospargendosi il capo di cenere, a scusarsi con gli amministratori delle chat inutilmente impor-
tunati. Cosa abbiamo imparato dall’esperienza imbarazzante? In primo luogo che in faccende di questo tipo non si può proprio fidarsi di nessuno. Un momento di défaillance può capitare a chiunque, anche alla persona più intelligente e rispettabile che fa parte del nostro giro di amicizie. Nel nostro caso, ripensandoci, è stata proprio questa reputazione (del tutto meritata, in effetti!) a toglierci ogni dubbio: «Se lo dice uno come lui, dev’essere proprio vero». E questo ci insegna quindi, almeno in queste faccende, a non offrire con superficialità il nostro orecchio a messaggi allarmanti. Questa peraltro è la prima raccomandazione che tutte le istanze di Polizia informatica e i gestori di sistemi digitali rivolgono ai loro utenti: siate pronti a diffidare prudentemente di qualsiasi messaggio. In secondo luogo, di nuovo, l’esperienza ci dimostra che la grande rete è in grado in tempi piuttosto brevi di risolvere le nostre perplessità. Compiuto anche da noi (seppur tardivamente) il lavoro di debunking (cioè di ricerca della verità) ci sono stati segnalati almeno una mezza dozzina di articoli che smascheravano la bufala. La pigrizia, quindi, è stato il nostro nemico numero due. Infine, forse altrettanto pernicioso è stato il nostro atteggiamento (un po’ presuntuoso) di salvatore dell’umanità, che ci ha indotto a spammare a nostra volta un buon numero di persone. Perché farlo, ancora prima di aver capito se ne vale davvero la pena? Per rispondere a questa domanda occorrerebbe sicuramente la competenza di uno psichiatra digitale, alla cui autorevolezza ci inchineremmo volentieri. In realtà, la brutta figura patita sarà forse il deterrente per ulteriori esperienze del genere. Sbagliando si impara (sperando sempre che gli errori non siano irrimediabili…).
Penso alla parola pacata del saggio che sa ospitare il desiderio di verità, a quella delicata e leggera dei poeti che apre all’invisibile, o alle parole sospirate in un gesto d’amore, nella letizia e nella sofferenza, nel cantare una ninna nanna al proprio bambino come nell’accarezzare le mani fragili di una madre morente. «Il linguaggio è la casa dell’essere» scriveva il filosofo Martin Heidegger. Come dire, le parole sono la casa in cui abitiamo. Ma da dove vengono le parole? Il loro mostrarsi tanto diverse rende davvero difficile immaginarle dentro una dimora comune. Molti filosofi, nel corso del tempo, hanno sottolineato il profondo legame tra la parola e il silenzio: è il silenzio la casa della parola, la sua sorgente originaria. Tra le molte riflessioni trascelgo quelle contenute in un delizioso e originale libro di Max Picard pubblicato nel 1948 e dedicato proprio al mondo del silenzio. Picard è scrittore svizzero vissuto nel secolo scorso, medico di formazione, traferitosi a Neggio, in quell’angolo della Svizzera italiana dove «le condizioni generali di vita corrispondono maggiormente ad una natura umana incorrotta». «Il silenzio non è soppressione della parola - scrive - ma è qualcosa di sussistente per sé e di creativo (…) plasma l’uomo come la parola». Appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo. «In ogni parola vi è qualcosa di silenzioso»: è dal silenzio che nasce la potenza creativa della parola. Radice profonda della vita e sorgente della creatività, è dimora originaria della parola vera. Torna così alla mente il messaggio indelebile di Socrate: la parola non è mezzo ma luogo della verità. E proprio il silenzio di quel «so di non sapere» con cui amava parlare di sé, gli permetteva di mettersi in ascolto delle verità dell’anima dialogando con i giovani ateniesi. Molte parole evanescenti che avvolgono le nostre giornate non sanno però
abitare questa profondità originaria del silenzio, restano lontane dalla loro casa comune. Vagano e svolazzano sospese senza fissa dimora, in un intreccio scomposto senza interruzioni, senza una soglia silenziosa da cui emergere. Troppe parole non hanno più una casa. Senza legami con il silenzio, si svuotano di ogni significato, diventano solo un urlo che riempie la scena del mondo. Una musica di sottofondo che non pretende di essere ascoltata ma solo di potersi espandere per promuovere le sue esibizioni.
Le parole di questa vacua polifonia non riescono a metterci in contatto con il nostro mondo interiore. Torno allora alle riflessioni davvero lungimiranti che Max Picard ci ha offerto quasi cent’anni fa. «Oggi la parola nasce dal rumore e nel rumore svanisce, il silenzio non è più un mondo a sé stante, è soltanto il luogo non ancora visitato dal rumore, è soltanto un’interruzione nel rumore, rumore che non funziona.
(…) Il linguaggio oggi è come se parlasse solo da solo e disseminandosi e svuotandosi pare precipitare verso la propria fine». Separato dalla sua origine, il linguaggio sembra davvero mostrare rovine di parole. Da lontano Picard ci invita a riappropriarci del rapporto intimo con il silenzio, a coltivare il desiderio di raccoglierci nella sua creatività. Ascoltare il silenzio è un viaggio verso sé stessi, verso quella sua verità non ancora dicibile da cui sgorgano parole vere. Solo da questo silenzio possono nascere parole che sbocciano dagli strati più profondi della nostra umanità e divengono dimora comune per il nostro vivere e convivere. Da questa dimora comune possono nascere anche parole di denuncia e di resistenza verso il potere di quell’altro silenzio, aggressivo e perverso, bravo solo a nascondere gli effetti devastanti di tante ingiustizie e sopraffazioni che feriscono la nostra comune appartenenza.
di Lina Bertola
di Simona Ravizza
di Alessandro Zanoli
ATTUALITÀ
Le nuove frontiere della violenza online
L’aumento di abusi su internet a sfondo sessuale spinge Svizzera ed Europa a valutare misure per regolamentare l’intelligenza artificiale
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Trump e la gestione dell’ebola
Come i tagli all’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale indeboliscono la risposta alla crisi: il saggio di Nicholas Enrich
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Chi decide sulla Bomba
Il dossier nucleare iraniano mette a nudo la struttura dell’ordine internazionale, rivelandone limiti e ipocrisie
Pagina 19
Violenza «educativa» vietata in Svizzera
La svolta ◆ La nuova legge, in vigore dal 1° luglio, arriva dopo un lungo confronto politico e i richiami degli organismi internazionali
C’è chi l’ha già chiamata la «norma anti-sculacciata», ma in verità il suo significato è molto più esteso e riguarda l’educazione dei bambini nel suo insieme. Il prossimo primo luglio questa nuova norma entrerà in vigore, si tratta dell’articolo 302 del Codice civile svizzero, rivisto e riformulato. Al capoverso 1, ed è questa una delle novità, vi si legge che i genitori devono educare i propri figli «senza ricorrere alla violenza, segnatamente senza punizioni corporali né altri trattamenti degradanti».
Per arrivare a questa modifica è stato decisivo un atto parlamentare della consigliera nazionale Christine Bulliard-Marbach, presentato nel 2019. Con una mozione, questa esponente friburghese dell’Alleanza del Centro chiedeva una modifica del Codice civile per proteggere «i nostri minori dalle punizioni fisiche, da ferite psichiche e da altre misure degradanti», questo perché, si legge ancora nel testo della sua mozione «l’attuale mancanza di chiarezza sul piano legislativo e le convinzioni tradizionali (si potrebbe sostenere che le botte sono utili o che non sono dannose) fanno in molti casi apparire giustificabile nella nostra società il ricorso alla violenza nei confronti dei minori».
Un bambino su sette è vittima di violenza fisica, mentre uno su cinque soffre di maltrattamenti psicologici
Diversi studi condotti in questo ambito hanno fatto emergere una realtà preoccupante e poco conosciuta. Sulla base di queste ricerche, l’associazione Protezione dell’infanzia Svizzera sottolinea che nel nostro Paese un bambino su sette è vittima di violenza fisica, mentre uno su cinque soffre di maltrattamenti psicologici. Il 30% dei genitori ammette di alzare spesso la voce e, addirittura, di insultare i propri figli. Per questa associazione si tratta pertanto di «un fenomeno diffuso che viene spesso banalizzato», ma che lascia tracce permanenti nello sviluppo emotivo e caratteriale di un bambino. A Berna, in Parlamento, c’erano già stati alcuni tentativi volti a modificare il Codice civile, precedenti a quello di Bulliard-Marbach, tutti però erano stati bocciati.
Per anni Governo e Parlamento hanno sempre fatto riferimento al Codice penale e alla Costituzione federale – in particolare all’articolo 11, che garantisce il diritto all’incolumità di fanciulli e adolescenti –per giustificare la difesa dello status quo. Inoltre, nel 1978, era stato vietato il diritto dei genitori di ricorrere a punizioni corporali, e questo grazie all’abrogazione del cosiddetto «dirit-
to di correzione», riforma voluta per regolare i rapporti tra genitori e figli in una società sempre più caratterizzata da modelli famigliari diversi da quelli tradizionali. In un suo rapporto del 2023 il Dipartimento federale di giustizia e polizia, competente in questo ambito e diretto allora da Karin Keller Sutter, scriveva che «la legislazione in vigore vieta già il ricorso alla violenza nell’educazione», da qui «le riserve nei confronti della richiesta di modifica del Codice civile». C’è voluta dunque parecchia perseveranza in Parlamento, ma anche nella società civile, per arrivare alla modifica che scatta il prossimo primo luglio. Ma ci sono voluti anche un paio di moniti giunti dal Comitato della Nazioni unite per i diritti del fanciullo, che nel 2015 e nel 2021 aveva sollecitato il nostro Paese a vietare espressamente le punizioni corporali.
Raccomandazioni simili erano state rivolte alle nostre autorità anche dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu.
In altri termini c’è stata anche una certa pressione da parte della comunità internazionale, a cui va aggiunto
il fatto che 23 dei 27 Paesi dell’Unione europea dispongono da tempo di normative specifiche contro l’educazione violenta. Legislazioni che in quei Paesi hanno permesso di ridurre sensibilmente i casi di bambini maltrattati tra le mura domestiche. Il nostro Paese correva pertanto il rischio di compromettere la propria immagine su un argomento così delicato come quello della protezione dell’infanzia.
Nel 1978 era stato vietato il diritto dei genitori di ricorrere a punizioni corporali, il cosiddetto «diritto di correzione»
E così, dopo l’approvazione parlamentare della mozione di Christine Bulliard-Marbach, il Consiglio federale non ha potuto far altro che elaborare un progetto di riforma del Codice civile, che è stato discusso un anno fa dalle Camere federali. Tutti i partiti hanno sostenuto questa riforma ad eccezione dell’UDC. In aula il consigliere nazionale democentrista Manfred Bühler ha fatto notare
che la violenza fisica va effettivamente sanzionata, per questo però si può già fare riferimento al Codice penale. A suo dire «bisogna aver fiducia nella responsabilità individuale dei genitori». Propositi a cui ha replicato, tra gli altri, il ministro della giustizia Beat Jans, nel frattempo subentrato a Karin Keller Sutter nella gestione di questo dossier. A suo dire anche in futuro la responsabilità per l’educazione e lo sviluppo dei bambini spetterà alle singole famiglie. Tocca a loro definire l’educazione dei propri figli, ma nel farlo devono escludere categoricamente la violenza verbale e fisica. E per questo, ha fatto notare il ministro socialista, c’è bisogno anche di un nuovo articolo del Codice civile, che è composto anche da un’altra nuova disposizione, quella prevista dall’introduzione del capoverso 4. Una norma che è così formulata: «I Cantoni provvedono affinché, in caso di difficoltà educative, i genitori e il figlio possano rivolgersi, insieme o separatamente, a consultori». I Cantoni sono dunque espressamente chiamati ad agire e a rafforzare le mi-
sure già previste da tempo in questo ambito. Con il rischio, è stato fatto notare da più parti, di una presenza non uniforme sul territorio nazionale di centri di consulenza per genitori e figli, visto che non tutte le realtà cantonali si muovono all’unisono in questo contesto.
Il nuovo articolo del Codice civile era atteso da tempo, in particolare dalle tante organizzazioni che si muovono in questo ambito, tra loro anche l’Aspi. Sul suo sito la Fondazione della Svizzera italiana per l’Aiuto, il Sostegno e la Protezione dell’infanzia fa notare che «le possibili conseguenze della violenza in ambito educativo hanno ripercussioni sulla società intera, sia a livello economico che di sicurezza e benessere». In conclusione va detto che il nuovo articolo parte piuttosto in sordina, la sua messa in vigore avverrà senza il previsto lancio di una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale. Mancano i soldi per farlo, la Confederazione deve risparmiare. E così la «norma anti-sculacciata» dovrà trovare altre modalità per farsi conoscere. E soprattutto per farsi rispettare.
Keystone
Roberto Porta
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Come proteggerci dagli «stupri virtuali»?
Deepfake ◆ L’aumento degli abusi online a sfondo sessuale spinge Svizzera ed Europa a valutare misure per regolamentare l’IA
Pietro Bernaschina
Votazioni, elezioni e manifestazioni anti-G7. Il 14 giugno è stato un giorno carico di eventi politici e così è passato un po’ sottotraccia l’annuale sciopero delle donne. Al centro della giornata: la lotta contro la violenza sessualizzata e i femminicidi. Fenomeni dai numeri raccapriccianti nella vita reale e sempre di più anche in quella virtuale.
La democratizzazione delle intelligenze artificiali ha reso il fenomeno della violenza online a sfondo sessuale sempre più urgente, soprattutto a causa dell’esplosione dei cosiddetti deepfake. In pratica basta la fotografia di una persona e certe IA fanno il resto: la spogliano o creano filmati pornografici. Foto e video di un realismo tale che è difficile comprendere che si tratta di contraffazioni. Immagini false che poi vengono spesso condivise sulle reti sociali. E così le vittime si ritrovano esposte allo sguardo di altri, di sconosciuti, in situazioni degradanti che non hanno mai vissuto. Fotogrammi falsi per una sofferenza reale; tanto che si comincia a parlare di «stupro virtuale».
Stando a Protezione dell’infanzia Svizzera, un giovane su due dichiara di aver già subito almeno una molestia sessuale online e le statistiche di polizia rilevano che nell’85% dei casi le vittime hanno meno di 20 anni. Che il fenomeno sia in crescita lo conferma poi il servizio di informazione e di assistenza clickandstop. ch, che nel 2025 ha registrato un aumento del 63% delle richieste di aiuto da parte di giovani, che hanno subito molestie in Rete o un qualche tipo violenza con l’utilizzo di immagini di nudo create dall’IA. Stando a studi internazionali, la quasi totalità
delle vittime di deepfake sessuali sono donne. La giovane età delle vittime è una costante anche in altri Paesi, come in Germania, dove è però il caso dell’attrice Collien Fernandes, 44 anni, ad aver sollevato, a marzo, un ampio dibattito pubblico. La donna ha denunciato l’ex marito, che sospetta di essere all’origine dei tanti video falsi a sfondo sessuale che la ritraggono e che circolano sulle reti sociali. Il caso di Fernandes non è isolato, altre donne con ruoli pubblici hanno subito questo genere di abuso, dalla premier italiana Giorgia Meloni alla cantante statunitense Taylor Swift.
Compagne nel mirino
In Svizzera sono due recenti inchieste del «Tages-Anzeiger» a riportare sotto i riflettori il problema. Un caso riguarda dei ragazzini fra i 12 e i 14 anni, che hanno generato delle foto delle loro compagne di scuola nude per poi condividerle sui social. L’altro svelava l’esistenza di gruppi su Telegram con centinaia di uomini che nella Svizzera tedesca si scambiavano e commentavano deepfake. Immagini e video contraffatti che in gran parte abusavano dell’immagine di giovani influencer. Otto di loro hanno deciso di sporgere denuncia. Perché denunciare si può, anche se in Svizzera i porno-deepfake non rappresentano di per sé un reato. E il Consiglio federale ritiene che vada bene così, che bastino gli attuali delitti contro l’onore o l’usurpazione dell’identità ecc. Eppure, fanno notare i giuristi, un reato deve essere imputato a qualcuno (a un privato o a una persona giuridica) mentre il più delle volte le vittime non sanno chi si
celi dietro ai profili anonimi che diffondono quelle immagini degradanti. Le denunce sono dunque spesso contro ignoti e con pochissime possibilità di successo. Il web corre veloce, i tempi della giustizia no, e la legge non riesce a lenire il senso di impotenza delle vittime.
È proprio da questa considerazione che parte una mozione del consigliere nazionale dei Verdi Raphaël Mahaim, la quale chiede una legge che «obblighi i fornitori di applicazioni di IA generativa a effettuare, prima di commercializzare le applicazioni, valutazioni dei rischi e dei danni correlati alla creazione di contenuti deepfake di natura sessuale nonché ad adottare misure di protezione qualora le loro applicazioni siano in grado di creare contenuti di questo tipo. Occorre istituire un’autorità di controllo incaricata di verificare le valutazioni dei rischi e le misure adottate e, se del caso, di san-
zionare i fornitori». Non creare un nuovo reato, ma richiamare alla propria responsabilità chi sviluppa gli strumenti che permettono di generare video e foto contraffatti a sfondo sessuale, un cambio di paradigma che ha convinto la maggioranza del Consiglio nazionale. Un passo chiesto a gran voce anche da molti cittadini: i 25mila che hanno firmato la petizione che chiedeva proprio l’approvazione della mozione Mahaim. E se su questo testo anche il Governo è della partita, bisogna dire che non è sempre stato così, qualche tempo fa invitava ancora a respingere una mozione di Fabio Regazzi, che chiedeva «una strategia globale per fermare l’ondata di video porno deepfake e di sextortion». Un’idea poi sostenuta dalle due Camere, che dimostrano dunque sensibilità per un tema che preoccupa molti Governi. A inizio anno il premier britannico Keir Starmer ha definito l’esplosione dei deepfake sessuali
L’euforia tech batte la geopolitica
«un’emergenza nazionale». Il Governo ha quindi proposto una legge che rende illegale la creazione di questi contenuti, mentre l’autorità britannica che vigila sulle comunicazioni digitali sta preparando regole che imporranno alle piattaforme di individuare e bloccare i materiali vietati, prevedendo persino il carcere per i dirigenti che non si adegueranno. Misure severe che dovrebbero entrare in vigore già in autunno, prima di quelle europee. Anche l’Ue, infatti, introdurrà da inizio dicembre il divieto dei sistemi di IA utilizzati per generare contenuti sessuali o intimi non consensuali, dai deepfake abusivi al materiale di sfruttamento minorile. Approcci e misure in parte diversi per far fonte a un problema nel quale si riverbera il più grande interrogativo a cui oggi è confrontata l’umanità: il Governo dell’IA. Come porle dei limiti? Come utilizzare le sue straordinarie capacità a favore e non contro le persone e le collettività? Domande su cui dobbiamo riflettere e non solo nell’odioso ambito della generazione di contenuti sessuali indesiderati, perché fra non molto saremo chiamati a fornire la nostra risposta alle urne. A livello federale è infatti in fase di raccolta firme la cosiddetta «Iniziativa internet», promossa da politici di tutti i partiti e molte associazioni, che chiede prescrizioni per tutelare i diritti fondamentali e i processi democratici nello spazio digitale. Un dibattito che si annuncia appassionante, fra chi difenderà libertà d’espressione e responsabilità individuali e chi sosterrà invece la necessità di un intervento statale, di regole condivise, per uno strumento che già sta cambiando il nostro quotidiano.
La consulenza della Banca Migros ◆ Volano i titoli legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle sue componenti hardware Christian Rosafio
Metà giugno, tempo di primi bilanci. Nonostante la guerra in Iran che ha condotto al blocco dello Stretto di Hormuz, facendo aumentare in maniera considerevole i prezzi energetici, i maggiori listini azionari mondiali hanno registrano una performance positiva da inizio anno. Il calo delle quotazioni di inizio marzo in concomitanza con lo scoppio del conflitto è stato di breve durata e il focus è di nuovo tornato sul settore tecnologico, con particolare interesse per i titoli legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) e delle sue componenti hardware (semiconduttori, schede video e di memoria), che assieme al set-
tore energetico hanno trainato la performance da inizio anno. Tutto ciò è avvenuto in un contesto geopolitico e macroeconomico difficile caratterizzato dall’incertezza riguardo allo sblocco dello Stretto di Hormuz e da un rapido ritorno dell’inflazione, che ha riportato sul tavolo gli inasprimenti della politica monetaria delle banche centrali. I tassi in aumento sono visti con sfavore dai mercati azionari, poiché rendono più costoso il finanziamento tramite capitali terzi e nei modelli matematici di valutazione del valore delle aziende diminuiscono il peso dei ricavi futuri attesi. Tuttavia l’euforia legata alla IA al momento sovrasta queste preoccupazioni dato che la domanda resta molto elevata e gli utili trimestrali delle aziende continuano a battere le aspettative degli analisti. A livello regionale si nota una grande eterogeneità per quanto riguarda i rendimenti. L’Asia, in particolare, è in forte crescita grazie al rally tecnologico: l’indice giapponese Nikkei ha raggiunto un nuovo massimo storico sopra quota 70.000 punti, mentre i mercati sudcoreano e taiwanese – pur essendo classificati come mercati emergenti – stanno anch’essi registrando performance solide. Tutti e tre i Paesi sono caratterizzati da una valuta locale in fase calante, che rende le esportazioni delle proprie
Nonostante tutto prima metà dell’anno positiva per i mercati azionari Rendimento totale, indicizzato inizio 2026 =
aziende meno costose. Inoltre la concentrazione del mercato è molto elevata in Corea del Sud e Taiwan, dove pochi attori del settore tecnologico (Samsung, SK Hynix rispettivamente Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) hanno un peso elevato e trascinano l’indice.
Anche il mercato statunitense, dopo un inizio di anno in fase di consolidamento, ha visto un ritorno dei titoli tecnologici e continua la fase rialzista cominciata nell’ottobre del
2022. Malgrado ci siano alcuni elementi che possano fare pensare alla formazione di una bolla, come i forti aumenti dei corsi azionari, la concentrazione del mercato in poche aziende e le valutazioni dei guadagni futuri molto elevate, un paragone diretto con la crisi «dot.com» di inizio anni 2000 è poco azzeccato perché a differenza di allora le aziende tech registrano utili multimiliardari. Quello che però sembra chiaro è che a medio termine non tutti potranno uscire vincitori
dalla corsa all’IA. Gli investimenti infrastrutturali nei centri di calcolo plurimiliardari su più fronti dovranno venir ripagati da un’adozione di questo o dell’altro modello di IA su larga scala nell’economia. Nel contesto attuale i mercati meno esposti al settore tecnologico come quello europeo e svizzero non riescono a tenere il passo. La maggiore componente industriale che si vede confrontata con prezzi energetici in forte aumento rallenta i ricavi in Europa e anche il mercato svizzero risulta frenato da due pesi massimi. In questa ottica la probabile risoluzione del conflitto in Iran con il conseguente calo del prezzo del petrolio dovrebbe fornire un po’ di slancio per la seconda metà dell’anno per chiudere il gap – a meno di brutte sorprese legate ai dazi.
Guida della Banca Migros Qui trovate le nostre analisi e consigli su temi finanziari
Christian Rosafio, specialista in investimenti e Responsabile succursale Banca Migros Bellinzona.
Fonti: FactSet, Banca Migros
Cosa c’entra Trump col virus Ebola?
Africa ◆ Come i tagli all’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale indeboliscono la risposta alla crisi: il saggio di Nicholas Enrich Paolo
Dossena
C’è un disastro potenzialmente persino peggiore della guerra Iran-Libano-Gaza, con le sue catastrofiche ripercussioni sull’economia globale. Si tratta dell’ondata di Ebola, malattia spesso fatale, per la quale non c’è nessun vaccino o cura specifica, che in maggio è esplosa in Congo e Uganda. Sappiamo cosa c’entri l’amministrazione Usa Trump con la catastrofe mediorientale, ma cosa c’entra con Ebola? Nel primo giorno del suo Governo, 20 gennaio 2025, Donald Trump emana un ordine esecutivo che congela gli aiuti all’estero. Questo porta, in breve tempo, all’interruzione degli studi clinici sui farmaci, alla chiusura delle cliniche che diagnosticavano malattie gravi e alla riduzione dei servizi di ambulanza per le emergenze. Nel giro di poche settimane l’impatto si estende a interi programmi sanitari. S’assiste per esempio allo smantellamento della USAID, l’agenzia federale istituita negli anni Sessanta del Novecento per amministrare i programmi per gli aiuti umanitari per conto del Governo americano. Tema raccontato da varie fonti, incluso Nicholas Enrich, ex alto funzionario USAID, che pochi mesi fa ha pubblicato un libro sulle vicende dell’agenzia intitolato Into the Wood Chipper (Dentro la cippatrice, S&S/Summit Books). Il titolo si riferisce a questo tweet di Elon Musk (che all’epoca gestiva il Dipartimento per l’efficienza go-
vernativa Usa) dei primi di febbraio dell’anno scorso: «Abbiamo passato il weekend a dare in pasto la USAID alla cippatrice. Potevamo andare a delle grandi feste. Invece abbiamo fatto questo». La cippatrice, detto per inciso, è la macchina usata per sminuzzare legno o materiali vegetali per ridurci in cippato. USAID è accusata di faziosità,
sprechi, frodi, abusi e inefficienze. Sebbene questi problemi esistano, l’agenzia – di cui è stato cancellato l’80% dei programmi – non è stata quasi smantellata per queste ragioni né per allinearla alla linea trumpiana di America First. Secondo Enrich la causa principale sarebbe l’inserimento nell’agenzia di personale politico senza competenze tecniche, introdotto da
Residenti si lavano le mani a un posto di controllo anti‑Ebola nel Kivu Nord, in Congo. (Keystone)
Musk per sbarazzarsi degli esperti e ignorare i loro avvertimenti sull’interruzione degli studi clinici, sulla preparazione alla stagione delle piogge, sulla distribuzione del cibo, sul funzionamento degli ospedali nelle zone di guerra, sulla prevenzione della malaria e sul controllo dell’Ebola. Gli esperti stanno cercando di salvare alcuni dei programmi più vita-
li della USAID, spiegando che milioni di vite avrebbero potuto andare perdute a causa dei tagli. Sempre secondo Enrich, i morti causati dai tagli a USAID sarebbero già almeno 750’000, ma il problema più grave è che una nuova generazione di bambini nelle zone più disagiate non ha ricevuto le vaccinazioni che l’agenzia forniva contro malattie mortali. In cliniche dove fino a un anno prima la trasmissione materno infantile dell’HIV era quasi azzerata, ora si registrano tassi altissimi. La stima è che nei prossimi cinque anni fino a 14 milioni di persone potrebbero morire a causa dei tagli. L’agenzia ha perso la velocità necessaria per rispondere a epidemie come Ebola. USAID aveva un protocollo con partner sul territorio, al quale mandava entro 24-48 ore notifiche su focolai epidemici, squadre in loco per coordinare gli sforzi internazionali con quelli delle autorità locali e per mobilitare risorse, dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti) e sorveglianza locale. Oggi questo sistema non esiste più. Intanto in Kenya sono scoppiate tensioni per il progetto di creare un centro di quarantena per l’Ebola destinato solo ai cittadini statunitensi provenienti dal Congo, poiché la popolazione locale teme che il virus possa arrivare nel Paese e l’assenza di una risposta internazionale rapida sta alimentando sospetti e malumori.
La riabilitazione post-infortunio che definisce nuovi standard. A Sion e Bellikon.
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Chi può avere la bomba atomica
Armamenti ◆ Il dossier nucleare iraniano mette a nudo la struttura dell’ordine internazionale, rivelandone limiti e ipocrisie
Francesca Marino
Donald Trump e il suo team stanno festeggiando un accordo di pace con l’Iran che, secondo loro, porrà fine alle ambizioni nucleari di Teheran. Ma l’accordo si basa su impegni che l’Iran non ha ancora assunto: non ha distrutto il proprio materiale nucleare, né smantellato alcun impianto, né accettato un regime di ispezioni chiaro e verificabile. E alti funzionari statunitensi hanno già ammesso che non vi è alcuna garanzia che Teheran lo faccia davvero. Le affermazioni trionfali di Trump dipendono dal rispetto di impegni generici, vaghi, in cambio di promesse americane su fondi congelati, alleggerimento delle sanzioni e assistenza economica. Un accordo che assomiglia più a una tregua armata che a una soluzione strategica.
Cinque Stati possiedono legalmente l’arma: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Usciti vincitori dal 1945
Ma il dossier nucleare iraniano non riguarda soltanto l’Iran. Riguarda la struttura stessa dell’ordine internazionale, le sue ipocrisie, i suoi limiti e la sua capacità sempre più fragile di impedire che la proliferazione diventi la lingua ordinaria della competizione tra potenze. Teheran vive da anni nella zona grigia della soglia nucleare: non possiede ancora l’arma, ma è abbastanza vicina da poterla assemblare in tempi brevi. Se l’Iran oltrepassasse quella soglia, il problema sarebbe convivere con un Iran nuclearizzato. Circostanza inaccettabile per Israele, per gli Stati sunniti del Golfo e, in ultima analisi, per gli stessi Stati Uniti. Non perché Teheran lancerebbe necessariamente l’atomica su Tel Aviv o Riyad. Ma perché un Iran nucleare avrebbe una polizza sulla vita. Potrebbe muoversi in Libano, Iraq, Siria, Yemen e Golfo Persico sapendo che qualsiasi risposta diretta contro il centro del regime dovrebbe calcolare un rischio di escalation incomparabilmente superiore. Washington lo sa benissimo. Per gli Stati Uniti il pro-
blema iraniano non è soltanto la difesa di Israele. È la difesa di un’architettura costruita intorno al Golfo, alle rotte energetiche globali, agli equilibri con Arabia Saudita ed Emirati. Riyad non accetterebbe mai un monopolio nucleare iraniano nel Golfo. Se Teheran arrivasse alla bomba, la pressione saudita per ottenere una garanzia equivalente diventerebbe irresistibile.
A quel punto il dossier non sarebbe più Iran-Israele: diventerebbe l’apertura di una corsa nucleare mediorientale, con Turchia ed Egitto costretti a ripensare radicalmente la propria postura strategica. La bomba iraniana non chiuderebbe la questione, la moltiplicherebbe.
E qui la domanda diventa inevitabile: chi decide chi può avere la Bomba? La risposta ufficiale è rassicurante: il diritto internazionale, il Trattato di non proliferazione nucleare. La risposta reale è più cruda: lo decidono la
storia, la forza, le alleanze, la posizione occupata dentro l’ordine mondiale. Cinque Stati possiedono legalmente l’arma: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Sono i vincitori del 1945, i membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Poi ci sono gli altri. Quelli che la bomba l’hanno costruita fuori dal perimetro del Trattato o ai suoi margini: India, Pakistan, Corea del Nord. L’India non ha firmato il Trattato, ha pagato un prezzo politico e poi, col tempo, è stata riassorbita nel sistema perché troppo grande, troppo importante, troppo necessaria. Il Pakistan ha seguito l’India, ha nuclearizzato la propria ossessione strategica e oggi vive protetto da un arsenale atomico mentre continua a usare terrorismo, jihadismo e guerra per procura come strumenti di politica estera. La Corea del Nord ha firmato, barato, minacciato, si è ritirata e alla fine ha ottenuto ciò che voleva:
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la bomba come assicurazione sulla vita del regime. E poi c’è Israele, l’eccezione più evidente e più tollerata. Non conferma, non nega, non firma il Trattato, vive da decenni nell’ambiguità strategica. Ambiguità accettata perché Israele è considerato parte del sistema occidentale, perché è percepito come potenza assediata e perché il suo arsenale viene letto come garanzia ultima di sopravvivenza.
La deterrenza non congela necessariamente i conflitti. Può renderli cronici, più rischiosi, più difficili da gestire
L’Iran è l’opposto speculare. Ha firmato il Trattato, quindi è formalmente vincolato. La sua eventuale Bomba non verrebbe letta come una nuova eccezione da assorbire, ma come un ac-
Cosa succedeva quando sono nata, il 21 settembre 1986?
Sono nata il 21 settembre 1986 a Piacenza. Ho studiato a Pisa per diventare critica cinematografica e, alla soglia dei 40 anni, mi ritrovo ad essere social media manager in Svizzera. Come si cambia! (Daria).
Cibo avvelenato da Černobyl’, minorenni condannati alla pena di morte, attentati con esplosivi, soprattutto in Francia. Cara Daria, basta leggere «Azione» del 18 settembre 1986 – il numero più vicino alla data del tuo compleanno – per capire che la leggerezza, allora, non era di casa. L’Europa viveva un tempo di instabilità e paure, immersa in un flusso di notizie non facili da decifrare. E allora immergiamoci in quella profondità che non ci spaventa, cercando storie che vale la pena ricordare. Ci imbattiamo in quella di Paula Cooper (la vedi nella foto), una ragazza di umili origini cresciuta in un ambiente violento dell’Indiana, Stati Uniti, dove «basta l’età di 10 anni per essere condannati a morte», racconta un articolo. A 16 anni uccide «un’anziana insegnante di religione, dopo averla rapinata di 10 dollari» e viene condannata alla sedia elettrica. Non sembra un caso isolato: «I minorenni rinchiusi nei bracci della morte dei penitenziari di 29 Stati americani ammonterebbero a 34». La vicenda di Paula suscita indignazione nel mondo e la giovane di-
venta un simbolo della lotta contro la pena capitale. Dopo la decisione della Corte suprema Usa del 1988, che vieta l’esecuzione dei minori di 16 anni al momento del reato, la sua condanna viene trasformata in una pena detentiva. Esce di prigione nel 2013, ma due anni dopo si toglie la vita. Ci sono ricordi che non smettono di perseguitarti.
Dalla pena di morte alla paura della morte: Černobyl’. Uno dei reattori esplode il 26 aprile 1986, la «nube» tossica raggiunge la Svizzera pochi giorni dopo e siamo a settembre. Un articolo sull’edizione citata rassicura: in Ticino la radioattività è simile a quella registrata dopo gli esperimenti nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta, anche se allora era più diluita e provocata da sostanze diverse. Il «gruppo di lavoro radioattività» creato ad hoc nel Cantone controlla aria, acqua e suolo: erba (dunque latte e carne), come ortaggi e frutta esposti alle piogge di maggio sono stati contaminati ma ora la situazione è migliorata. Ancora da evitare pesci del
celeratore di instabilità. Perché l’Iran non è Israele, non è l’India: è un regime revisionista, ideologico, proiettato all’esterno, che ha costruito la propria influenza regionale attraverso milizie, proxy e pressione asimmetrica. E se c’è una sola ragione per cui l’Iran non dovrebbe arrivare alla Bomba, basta guardare il Pakistan. Stato nuclearizzato, formalmente democratico ma dominato dall’esercito, attraversato da crisi economiche, instabilità politica, radicalizzazione religiosa e guerra per procura. La Bomba pakistana non ha prodotto maturità strategica. Ha prodotto impunità. Islamabad ha costruito la propria deterrenza in funzione anti-indiana, ma attorno a quella deterrenza ha sviluppato gruppi jihadisti come strumenti di pressione, terrorismo transfrontaliero ed escalation limitate. Ha trasformato conflitti potenzialmente risolvibili in guerre ibride permanenti sotto la soglia nucleare. La lezione è chiara: la deterrenza non congela necessariamente i conflitti. Può renderli cronici, più rischiosi, più difficili da gestire. Quando l’arma nucleare convive con eserciti autonomi, intelligence fuori controllo e gruppi ideologici armati, il risultato non è stabilità. È ricatto. Il parallelo con l’Iran non è perfetto, ma è sufficiente. Anche Teheran opera attraverso milizie alleate, reti ideologiche, pressione indiretta. Se a questo sistema venisse aggiunta una garanzia nucleare, il Medio Oriente entrerebbe in un’altra fase: potenze che agiscono all’ombra dell’atomica. Il sistema nucleare è selettivo, asimmetrico, spesso ipocrita. Ma un mondo in cui Iran, Arabia Saudita, Turchia, Egitto e altri ancora inseguono una propria deterrenza nucleare non sarebbe più giusto. Sarebbe solo più vicino al punto di rottura. L’Iran non deve avere la Bomba. Non perché il sistema che glielo impedisce sia innocente. Ma perché ogni nuova Bomba consegnata a un regime ideologico, militarizzato, opaco e proiettivo rende il mondo più instabile. La bomba non corregge le ingiustizie dell’ordine internazionale. Le rende soltanto radioattive.
Ceresio e funghi, mentre miele e uova sono più sicuri. «Serve prudenza»: il testo vuole infondere calma, ma rivela l’ansia di un mondo dominato dall’incertezza. In cui le notizie sono da prendere con le pinze… «Sappiamo tutto, tranne la verità», si legge infatti sulla pagina seguente. È un articolo di Giovanni Arpino, uno dei narratori italiani più originali del Novecento, autore tra le altre cose di romanzi poi diventati film celebri (ad esempio Il buio e il miele che ha ispirato Profumo di donna). L’autore descrive un mondo in cui l’informazione non chiarisce ma confonde, in cui le notizie arrivano tardi, frammentarie, distorte. Dalle congiure di Stalin, all’oro di Mussolini passando per Černobyl’. Così si rimane storditi e in balia degli eventi. «La nostra verità è meno di un granello di polvere. Per di più ce la nascondiamo da soli. Forse è il gioco degli struzzi». Il World Wide Web non è ancora arrivato, ma la sensazione di vivere in un flusso informativo caotico, ambiguo, manipolabile – quella sì,
esiste già. Tale inquietudine moderna ci porta dritte a Matilde von Wallenstein, figura chiave di La partita, il romanzo con cui Alberto Ongaro vince il Premio Campiello 1986. Su «Azione» troviamo un’intervista allo scrittore che spiega: «Il tema centrale del libro è la sensazione di minaccia e di inseguimento che caratterizza la vita dell’uomo di adesso», braccato da qualcosa che non sa nominare. Questa minaccia prende nel libro le sembianze di Matilde, una ricca e affascinante contessa tedesca, implacabile nel gioco d’azzardo. Dopo aver vinto i beni della famiglia Sacredo, offre al giovane Francesco la possibilità di recuperarli in un’unica partita. Ma la posta è altissima: in caso di sconfitta, sarà lui stesso a diventare una sua proprietà. Francesco perde, dando avvio a una fuga senza vera via d’uscita.
Scrivi ad «Azione»
di Romina
Borla
L’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, quindi è formalmente vincolato. (Keystone)
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CULTURA
Quando Ascona diventa New Orleans
Il musicista Nolan Quinn, direttore artistico e operativo di JazzAscona, rivela le chicche della 42esima edizione, in scena dal 25 giugno al 4 luglio
Max Stirner duecento anni più tardi
Un doppio anniversario rappresenta l’occasione per ricordare la figura del filosofo tedesco Max Stirner, autore de L’unico e la sua proprietà
Il fascino discreto dell’anonimato
Musica ◆ Da Masked Marvel nel 1929 a TonyPitony nel 2026 passando per i Daft Punk, la lunga storia dell’artista mascherato
È bastata un’esibizione dal vivo diffusa dal canale YouTube della radio KEXP di Seattle a trasformare un bizzarro duo in una sensazione musicale internazionale. Si potrebbe dire che i canadesi del Quebec francofono Angine de Poitrine, completamente sconosciuti fino a tre mesi fa, oggi per gli appassionati di musica rock non hanno bisogno di presentazioni. Con un lessico iniziatico si sono auto-definiti una band di «Mantra-Rock Dada-Pitagorico-Cubista», riferendosi sia al loro rock strumentale ipnotico basato su tempi dispari, loop e melodie sghembe, sia all’utilizzo di chitarre microtonali (strutturate su semitoni come nella musica folk medio-orientale), ma anche facendo riferimento ai loro costumi scenici che ricordano dei Pierrot piovuti dallo spazio e alla loro surreale lingua inventata con cui concedono interviste indecifrabili e dialogano sul palco. Come accade spesso per i fenomeni nel mondo del pop o del rock, sono arrivati nel posto giusto al momento giusto con la giusta proposta artistica.
«Abbiamo bisogno di opere forti, diritte, precise e incomprese una volta per tutte» recitava il Manifesto Dadaista di Tristan Tzara del 1918. Sono parole che oggi risuonano con rinnovato vigore. In un’epoca di stagnazione creativa, di inflazione di canzoni elaborate con l’IA e di nuovi artisti che puntano più al narcisismo social
che ai contenuti, gli Angine de Poitrine sfidano le convenzioni con musica azzardata, contagiosa, autentica e genuinamente originale. L’incognito fa parte del loro fascino. Completamente mascherati, costumi a pois, nasi smisurati, pelle dipinta; si conoscono solo con i nomi d’arte, Klec de Poitrine, androgino chitarrista e bassista dalla parrucca dorata, e Khn de Poitrine, robotico batterista dalla testa oblunga. Ma pur nella loro spericolata originalità, il duo canadese nella scelta dell’anonimato ha illustri e numerosi predecessori.
Oggi, in ambito artistico, ma non solo, sembra più difficile che mai riuscire a mantenere anonima la propria identità
L’artista mascherato nacque come frutto di uno dei primi esempi di marketing da parte di un’etichetta discografica. Nel novembre 1929, la Paramount promosse un singolo del bluesman Charley Patton presentandolo come Masked Marvel, la meraviglia mascherata. Il gioco era far indovinare chi fosse l’interprete offrendo come premio un altro disco a scelta. L’esperimento non fu ripetuto e fa pensare che non ebbe fortuna. Come fallì agli albori dell’era del rock’n’roll il singolo Love Me del cantante dell’Alabama Jerry Lott che cer-
cò senza fortuna di creare il personaggio The Phantom. Maschere e trucchi divennero più abiti di scena che scelte di clandestinità, tra i pionieri il rocker inglese Arthur Brown che anticipò, alla fine degli anni Sessanta, i travestimenti di Alice Cooper, David Bowie e Peter Gabriel dei Genesis. Negli anni Settanta i Kiss si presentarono come «il più grande spettacolo sulla terra». Divennero rockstar di prima grandezza senza rivelare i propri volti. Al culmine della loro popolarità, il bassista della band, Gene Simmons, noto come The Demon, riuscì addirittura, in abiti civili, a raggiungere il palco di un loro concerto passando dall’ingresso principale senza essere riconosciuto dal pubblico che era venuto per vederlo suonare. Quando nel 1983 decisero di presentarsi senza trucco, iniziò il loro declino. In quegli anni un altro musicista anonimo e mascherato, Orion, aveva fatto credere di essere un redivivo Elvis Presley, alimentando una suggestiva teoria del complotto. Gli americani Residents, avanguardisti tra musica e arti visive, iniziarono la loro carriera nel 1972, riuscendo a mantenere il mistero sulla loro reale identità.
Da quell’epoca, periodicamente, riemerge il fascino dell’artista in incognito. Innumerevoli gli esempi nella scena metal, tra i più noti gli Slipknot, band di otto elementi nata nel ’95 i cui membri dai travestimenti
horror hanno rivelato i loro nomi solo dieci anni più tardi. Un artista assai simile come estetica e stile agli Angine de Poitrine è Buckethead, californiano virtuoso della chitarra elettrica dalla discografia sconfinata che ha militato brevemente nei Guns N’ Roses. Anche se il suo nome autentico ormai è trapelato (Brian Patrick Carroll), non si è mai tolto né la maschera né il cappello, fatto con un cestino per il pollo fritto. Non sorprende che due metal band di oggi amate dal pubblico giovane, gli Sleep Token e i Ghost si celino sotto maschere e pseudonimi.
Nella musica dance, i francesi Daft Punk hanno scelto di presentarsi come robot, il Dj canadese Deadmau5 come un inquietante Mickey Mouse alieno facendo infuriare la Disney. Anche la musica italiana ha i suoi artisti sotto mentite spoglie. Quasi come il misconosciuto Orion-Elvis, Anonimo Italiano negli anni Novanta era un clone camuffato di Claudio Baglioni. Va riconosciuto ai Tre Allegri Ragazzi Morti, sulle scene dal ’93, di aver lanciato l’idea della band-fumetto ben prima dei britannici Gorillaz. Sono stati capaci di mantenere la propria identità celata, nonostante il grande successo, sia la rapper milanese Myss Keta che il cantante e produttore napoletano Liberato, così come il nuovo fenomeno del momento, il dissacrante TonyPitony. Maschera da Elvis e testi goliardici, è di-
ventato star del web ed è approdato a Sanremo. Mantenersi davvero anonimi oggi è la vera impresa. In ambiti diversi da quello musicale, gli scoop giornalistici hanno svelato il segreto. Un’indagine de «Il Sole 24 Ore» indicò in Domenico Starnone o nella moglie Anita Raja gli autori dei libri di Elena Ferrante. La coppia ha più volte smentito, ma una serie di coincidenze e di tracce documentali proverebbero il contrario. Di recente è caduto il mistero su altri due personaggi. La Reuters ha individuato in Robin Gunningham, un graffitista di Bristol, la persona dietro le opere dell’artista di strada Bansky. Il «New York Times» ha posto fine all’enigmatica nascita dei Bitcoin, attribuita per anni all’inesistente giapponese Satoshi Nakamoto, ma imputabile invece all’informatico britannico Adam Back. Prima o poi cadrà l’anonimato del duo Angine de Poitrine (e in rete già circolano dei video rivelatori), ma nell’ambito dell’arte mascherarsi, più che il desiderio di preservare la propria privacy, significa cercare di scardinare le regole della fama e di dare al pubblico qualcosa di inaspettato. Come ha spiegato il fondatore dei Daft Punk, Guy-Manuel de Homem-Christo, nome noto ma volto coperto da un casco: «Non siamo fotomodelli e non sarebbe piacevole mostrare le nostre facce. I robot sono invece eccitanti per il pubblico».
La maschera di Anonymous, ispirata al personaggio storico inglese Guy Fawkes (1570-1606). (Wikimedia)
Guido Mariani
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Metti una notte sotto le stelle… anzi dieci
JazzAscona ◆ Il direttore e musicista Nolan Quinn
Simona Sala
Ascona, già in tempi cosiddetti normali, traspira con naturalezza un’atmosfera di placida internazionalità, in un contesto dalla bellezza indiscutibile, che negli anni ha fatto da sfondo a movimenti culturali e politici. Quando ad Ascona entra in scena il jazz, però, l’aria si fa ancora più internazionale e frizzante, grazie alle note musicali che si rincorrono tra i vicoli e alle voci che si sentono salire ora qua e scendere ora là. Il borgo adagiato sul Lago Maggiore, infatti, si trasforma in palcoscenico diffuso in cui a farla da padrone per dieci giorni sono i ritmi condivisi, le ore piccole a danzare, la scoperta di nuovi talenti, la gioia di ritrovarsi anno dopo anno, e questo ormai per la quarantaduesima volta.
Il jazz di New Orleans resta il leitmotiv della 42esima edizione della rassegna, che però si apre anche ad altri generi ed esperienze
Per ritornare puntuale, sopravvivendo ai cambiamenti di gusto della gente, all’alternarsi generazionale e a quanto di nuovo è andato aggiungendosi sulla scena culturale ticinese, un festival deve avere dalla sua una combinazione di elementi tale da renderlo unico nel suo genere. Caratteristica che contraddistingue JazzAscona sin dai suoi esordi, quando ancora si chiamava New Orleans Music (erano gli anni Settanta) e si svolgeva nel Luganese. Il jazz di New Orleans (città con cui Ascona è gemellata) ancora oggi offre un inconfondibile fil rouge alla kermesse, che però non teme le aperture e i nuovi orizzonti, sempre nel segno della riconoscibilità.
Proprio per scoprire il DNA di questa unicità abbiamo incontrato Nolan Quinn, il carismatico e versatile trombettista (vincitore dello Swiss Jazz Award nel 2022), ticinese, svizzero tedesco e statunitense, che dirige JazzAscona dal 2025.
Nolan Quinn, l’anno scorso ha ripreso un festival che aveva già una tradizione e sue modalità di funzionamento. Prendere il posto di qualcuno è bello, ma è anche una sfida, perché occorre trovare un equilibrio tra la tradizione e la voglia di mettere in atto le proprie visioni. Come vive questa situazione? È una sfida, senza dubbio. Da nuovo arrivato, per prima cosa occorre tastare il polso della situazione, capire quello che è stato, ma in funzione di quello che si vuole diventare o presentare in futuro. Io mi sono ritrovato con la doppia funzione di direttore operativo e di direttore artistico. Avevo già partecipato al festival in precedenza, prima di prenderne il timone nel 2024, quindi avevo avuto modo di vedere il lavoro e le responsabilità.
Cosa la allettava della posizione di direttore di JazzAscona?
Grazie al suo volume di concerti,
ci racconta come sarà il suo festival, in scena dal 25 luglio al 4 luglio
peraltro gratuiti, è un festival unico nel suo genere. Il programma di JazzAscona è locale e al contempo internazionale, quindi, variegato. È un festival relativamente lungo – dura dieci giorni – e costituisce una piattaforma unica, dove si instaura all’istante un rapporto tra gli artisti invitati e il pubblico presente. Vi sono poi le jam session, che rappresentano un magnifico punto di ritrovo, in cui persone provenienti da tutto il mondo ma che non si conoscono a priori, suonano insieme. Se un artista viene invitato al Festival, sa che non farà un solo grande concerto, ma che si fermerà per qualche giorno, proponendo più spettacoli, e questo permette ogni volta di creare un’atmosfera di intimità.
Immagino abbiate ottimi feedback. Sì, eccome, tanto che mi risulta piuttosto facile convincere un artista a partecipare a JazzAscona, da un lato grazie alla bellissima cartolina che è questo borgo, dall’altro perché le voci in questi quarantadue anni sono girate, e il lavoro che hanno fatto i miei predecessori è stato eccellente. Godiamo di un’ottima reputazione. Abbiamo anche un pubblico affezionato che consegna un feedback ravvicinato, e non solo agli organizzatori, ma anche fuori dai palchi, ad esempio agli esercenti e alla hotellerie di Ascona.
Parla di un pubblico fedele, ma del pubblico va assicurata anche la continuità, che funziona solo con
JazzAscona 2026, ecco le highlight
Una sessantina di band, oltre 200 concerti. Che cosa scegliere? Spulciando nel programma del festival abbiamo selezionato per voi alcune proposte da non perdere.
Sean Ardoin – 25.6-4.7
Ritmo, fisarmonica, cultura creola e una spinta irresistibile a muoversi. Pluricandidato ai Grammy, il re dello Zydeco unisce radici autentiche e attitudine moderna, senza perdere un grammo di calore.
Nicolle Rochelle (con The Big Five) – 26-27.6
Canta e balla: Nicolle Rochelle non sta ferma un secondo e trascina con eleganza. Viene dal musical e porta nello swing una presenza scenica rara, tra ironia e libertà. Con The Big Five lo spettacolo è una festa.
Glen David Andrews
(con NOJO 5) – 27.6-3.7
Entertainer totale: trombone, voce e
carisma da palcoscenico, con radici profonde a New Orleans. Con i NOJO 5 porta ad Ascona un suono potente, «di strada», che accende subito la piazza.
Ali Affleck and The Traveling Janes – 27.6-4.7
Ali Affleck e le Traveling Janes riportano in vita blues e jazz delle prime decadi del Novecento con energia e ironia. Perfetto per chi vuole capire da dove nasce tutto il resto.
Antonio Faraò Trio – 28.6
Una serata per chi ama il jazz da ascolto, con un pianista di classe internazionale. Herbie Hancock lo ha elogiato per calore ed espressività: dal vivo si capisce subito perché.
Emma Nissen – 28-29.6
Voce intensa e presenza magnetica: Emma Nissen è una delle nuove rivelazioni del soul e del gospel con -
The Big Five feat. Nicolle Rochelle (foto Gioele Pozzi) andranno in scena il 26 e 27 giugno; in basso, Nolan Quinn, direttore del Festival.
(JazzAsconaGioele Pozzi)
un ricambio. Ci sono anche generazioni più giovani?
Anzitutto credo che il jazz sia un genere di musica che spesso si scopre e si impara ad apprezzare con il passare degli anni, per questo forse il nostro pubblico non è così giovane. Noi però crediamo nei giovani, ed è per questo che è stata creata l’iniziativa Groovin’ Up: collaboriamo con diversi istituti, come ad esempio la Scuola di musica moderna o la SUPSI. Quest’anno siamo usciti dal Ticino e abbiamo coinvolto istituti d’Oltralpe, come la Luzerner Hochschule o il College of Music di Parigi. Parteciperanno inoltre l’università di Tulane di New Orleans e l’università di Baton Rouge. In tutto abbiamo otto progetti dedicati ai musicisti più giovani. Grazie a Groovin’ Up i giovani avranno modo di esibirsi con dei musicisti di lungo corso e fare network. Il due luglio ospiteremo la cerimonia di premiazione dello Swiss Jazz Award 2026, attribuito alla pianista Manon Mullener: questa giovane artista tre anni fa era nostra ospite nell’ambito di Groovin’ Up, una bella carriera! Da ultimo, ma non per importanza, nonostante il perno della rassegna sia il jazz tradizionale, negli ultimi anni abbiamo cominciato a diversificare, sperimentando formule dove suoniamo generi più moderni, come il funk o il rhythm&blues.
Sta a me come direttore artistico dare il giusto peso al giusto palco e calibrare il tutto.
Cosa vuole dire, per un musicista come lei, gettarsi per dieci giorni nella musica altrui?
Mi devo dare dei limiti, quindi cerco di non dilungarmi troppo negli aperitivi… la mia grande fortuna è che amo il «lavoro di testa», quello che chiamo «l’excel», ossia il coordinamento, la programmazione, i calcoli, ecc. Ovviamente mi guarderei tutti i concerti in programma, ma sono costretto a sceglierne due o tre al giorno. Per il resto del tempo mi dedico alla logistica, facendo le vasche sul lungolago per vedere che tutto funzioni, poi rinchiuso in ufficio a fare lavoro amministrativo! In questo l’esperienza fatta come assicuratore prima di iniziare gli studi in musica mi ha aiutato molto.
Uno sguardo al programma 2026 di JazzAscona pone davanti all’imbarazzo della scelta. Ciò nonostante, vuole segnalare qualche appuntamento per chi arriva per la prima volta?
Non è bello dovere scegliere… ma segnalerei anzitutto la dozzina di band da New Orleans, il vero cuore del festival. Ritorneranno i cantanti Philip Manuel e Adonis Rose, ospiteremo il trombonista Glen David Andrews, volto ormai noto qui, e Vincen García dalla Spagna. Consiglio di vedere Sean Ardoin con lo zydeko, una musica creola di New Orleans.
Durante l’anno cerco di fare un po’ di talent scout per individuare i musicisti di domani, che invito poi ad Ascona: fra questi segnalo il chitarrista tedesco Thorsten Goods. Non mancherà il tradizionale concerto gospel nella Chiesa di Santa Maria del collegio Papio, che quest’anno vedrà protagonista Emma Nissen, astro nascente del jazz pop. Infine, per la gioia di numerosi fan, tornerà l’amata Nicolle Rochelle. Per tutti gli altri musicisti, e sono tanti e bravi, invito a consultare il programma dettagliato sul nostro sito.
Dove e quando JazzAscona, dal 25 giugno al 4 luglio 2026, jazzascona.ch
temporaneo. Il 29 giugno firma il tradizionale concerto gospel di San Pietro e Paolo.
Mitch Woods & His Rocket 88s – 29-30.6
Un piano che corre, un sorriso largo e tanta energia. La sua cifra è il «rockaboogie»: boogie, blues, jump e R&B di New Orleans in un’unica miscela. Per una serata che ti rimetta in moto
Torsten Goods – 27-28.6
Chitarrista-cantante con groove West Coast e senso della melodia: jazz, soul e pop senza barriere. Lo chiamano «il
George Benson tedesco»: Un debutto che parla anche a chi «non ascolta solo jazz».
Fred Wesley Generations – 1.7
Una leggenda del funk: trombonista, arrangiatore e direttore musicale di James Brown, poi con George Clinton.
Stile essenziale e micidiale: poche no -
Pubbliredazionale
te, ma al punto giusto – ed è lì che nasce il funk moderno.
Manon Mullener – 2-4.7
Ritmo cubano e lirismo europeo: la pianista e cantante friburghese è una delle nuove voci svizzere più interessanti, premiata quest’anno ad Ascona con lo Swiss Jazz Award 2026.
Vincen García – 3-4.7
Basso funk con «superpoteri»: tecnica pazzesca, energia da palco e un suono che spinge come un motore. È il tipo di live che funziona anche senza conoscere un brano.
Programma dettagliato in pdf
Come snocciolare le ciliegie
Il modo più semplice per farlo è con un apparecchio che separa i noccioli dalle ciliegie. Ma si può fare anche senza: bastano una cannuccia in acciaio inossidabile e una bottiglia in PET. Posizionare la ciliegia sull’imboccatura della bottiglia e, tenendola, spingere con la cannuccia al centro: il nocciolo cadrà nella bottiglia.
Conservazione delle ciliegie
Le ciliegie si mantengono fresche in frigorifero per due o tre giorni. Assolutamente non lavarle. E non togliere il picciolo. Staccare il picciolo provoca piccole ferite alla polpa e ne accelera il deterioramento.
Ciliegie e acqua
È un mito che continua a circolare: dopo aver mangiato delle ciliegie non si dovrebbe bere acqua, perché ciò potrebbe causare mal di pancia. Ma questo è un consiglio che risale a tempi in cui l’acqua era spesso
Ciliegie al frozen yogurt
Le ciliegie al frozen yogurt con cioccolato bianco o fondente sono un fantastico snack estivo.
Una ricetta rinfrescante:
GUSTO
Ciliege
Tutta la bontà delle ciliegie
Questi dolci frutti sono ora di stagione. Con quali piatti si abbinano bene e come conservarli al meglio
contaminata. La colpa non era delle ciliegie, ma dell’acqua sporca.
Cuscini con noccioli di ciliegia
I noccioli non vanno mangiati. con essi si possono realizzare cuscini termici da scaldare nel forno o nel microonde. A tal fine, far bollire i noccioli di ciliegia per circa dieci minuti, in modo da eliminare gli ultimi residui di polpa. Lasciarli poi asciugare al sole per qualche giorno oppure metterli in forno per un’ora a una temperatura compresa tra gli 80 e i 90 gradi. Mettere i noccioli in un sacchettino di stoffa senza stringere troppo e cucirlo per chiuderlo.
Un compagno versatile
Nei piatti salati, per esempio con la burrata, il brie o il formaggio di capra, le ciliegie apportano acidità e dolcezza. Chi desidera guarnire una zuppa di semolino, un riso al latte o delle cialde, può caramellare brevemente in padella delle ciliegie snocciolate con un po’ di burro e zucchero. Suggerimento: basta aggiungere un po’ di succo di limone o di lime oppure un pizzico di sale per esaltare l’aroma delle ciliegie.
Testo: Claudia Schmidt
Ciliegie fresche della Migros
Ciliegie Migros
Max Stirner e le scelte di servire solo se stesso
Filosofia ◆ Doppio anniversario per l’autore dell’opera L’unico e la sua proprietà, un libro dall’aura maledetta
Gianluigi Bellei
Quest’anno è il doppio anniversario della nascita e della morte di Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schmidt (dalla fronte molto alta: Stirn, fronte; maxima, Max). Nasce a Bayreuth il 25 ottobre 1806 e muore a Berlino il 25 giugno 1856. Ha scritto solo un’opera, particolarmente interessante: Der Einzige und sein Eigentum (L’Unico e la sua proprietà). Edita nel 1844, anche se porta la data del 1845, dall’editore Wigand di Lipsia che pubblica i testi della sinistra hegeliana. Studia al liceo classico e poi segue i corsi all’università di Berlino con Hegel e Schleiermacher. Qui insegna in un istituto femminile per ragazze di buona famiglia, dal 1839 al 1844. Viene lasciato dalla moglie e inizia un periodo di fame e povertà con anche il carcere. Muore solo, abbandonato da tutti. Ma vediamo il contesto storico. All’origine di tutto c’è il declino del Cristianesimo e la ricerca di un’altra religione. Con l’Umanesimo e il Rinascimento abbiamo il libero pensiero laico che ne prende il posto. Hegel muore nel 1831; a Parigi nel 1830 scoppia la rivoluzione e in Prussia il clima diventa soffocante. Gli allievi di Hegel si dividono fra destra e sinistra dopo la pubblicazione della Vita di Gesù di David Friedrich Strauss nel 1835-37. Un testo fondamentale al quale fa eco l’Essenza del cristianesimo di Ludwig Feuerbach del 1841. Feuerbach sostituisce Dio con l’uomo; nota la proposizione Homo Homini deus est. Se Hegel ha una concezione dialettica astratta legata alla metafisica dello spirito, Feuerbach mantiene lo stesso modello esistente tra soggetto, Dio, e predicato, lo spirito. Al posto di Dio mette, quindi, l’uomo e al posto dello spirito l’altro. In pratica un io-tu: un io riferito all’altro. Ha ridotto la teologia all’antropologia. Ma l’impianto di dipendenza soggetto-predicato è lo stesso. Stirner, quale componente della sinistra hegeliana, si inserisce nel dibattito e cerca di smontare questo meccanismo. Stirner, scrive Giorgio Penzo, uno dei suoi più acuti studiosi, «vede l’essenza del sacro e quindi della religione non già in un determinato oggetto ma nella natura di un rapporto». Stirner decide di non servire Dio, l’Umanità, il Bene, ma solo sé stesso. Una scelta esistenziale. Dio o l’uomo divengono di conseguenza l’Io; un Io unico. Proprietà di sé stesso senza condizioni di dipendenza. Lo Stato, la società, l’umanità non sono altro che un’emanazione dell’Io. Stirner discetta della famiglia, della società, dello Stato, demitizzandoli e proponendo una situazione di rivolta. Di rivolta si badi bene e non di rivoluzione; non di qualcosa che cambi la società, bensì di qualcosa che cambi l’interiorità del soggetto.
linguaggio. A tutte le pretese del vostro dovere, a tutte le designazioni del vostro giudizio categorico contrappongo l’atarassia del mio Io… Io sono l’indicibile».
Scrive: «Io voglio soltanto essere Io; Io disprezzo la natura, gli uomini e le loro leggi, la società umana e il suo amore, e recido ogni rapporto generale con essa, perfino quella del
Alla fine, si chiede se è ancora valida la questione su che cosa sia l’uomo, e con questo la sua realizzazione; mentre per lui la domanda giusta è: «Chi è l’uomo?». E questa si risponde da sé: Io, proprietario del mio potere. Vi è poi la differenza fra società e associazione. La prima è stereotipata nelle sue leggi e nei suoi doveri, mentre la seconda si fonda nel libero e continuo incontro di interessi e convergenze. Nel primo caso, per esempio, fa notare Svein Olav Nyberg, l’incontro fra padre e figlio è solo un dovere, nel secondo una reciproca volontà.
L’Unico termina così: «Se io fondo
Il bozzetto originale della caricatura Riunione del gruppo dei Liberi di Friedrich Engels (1842 ca.). Da sin: Ruge, Bühl, Nauwerk, Bauer, Wigand, Bauer e Max Stirner (in piedi con la sigaretta). (Wikipedia)
la mia causa su di me, l’unico, allora essa poggia sull’effimero, sul mortale creatore di sé, che consuma sé stesso, e io posso dire: ho fondato la mia causa sul nulla».
Il libro viene stampato in mille copie e l’editore il 26 ottobre 1844 lo sottopone alle autorità. Due giorni dopo viene sequestrato con questa motivazione: «Poiché non solo in singoli passi di tale scritto Dio, Cristo, la Chiesa e la religione vengono trattati con la più irriguardosa blasfemia, ma tutto l’assetto sociale, lo Stato e il governo vengono definiti come qualcosa che non dovrebbe più esistere…». Il 2 novembre viene dissequestrato perché ritenuto troppo assurdo.
Appena stampato, le recensioni sono entusiaste. Ma anche nella corrispondenza fra Engels e Marx, Feuerbach al fratello e Ruge all’editore.
Zerocalcare, dalla parte di Maja T.
Engels scrive che si sarebbe scoperto nell’Unico «un nucleo sostanzioso di verità». Feuerbach parla di un’opera di «estrema intelligenza e genialità». Ruge dice che «le poesie di Heine e L’Unico di Stirner sono le due “apparizioni più importanti degli ultimi tempi”. Poi tutto comincia a sgretolarsi e cambiano idea. Marx ed Engel nell’Ideologia tedesca gli dedicano ben 320 pagine nelle quali, scrive Roberto Calasso, le affermazioni di Stirner vengono isolate, aggredite, malmenate». Kuno Fischer fiuta in lui la barbarie e da allora in poi non si sarebbe più parlato di lui come di un filosofo, ma come di un prigioniero fra i delinquenti, i truffatori e gli straccioni dello spirito. Il libro acquista così un’aura maledetta, famigerata, pornografica. Poi ci sono i silenzi incomprensibili; quello di Nietzsche, quello di Lukács, quello di Heidegger. Fino all’arrivo dello scozzese John Henry Mackay che se ne incapriccia e, dopo anni di devote ricerche, nel 1898, ne pubblica una biografia. Da allora il suo nome è associato, forse non propriamente, a quello dell’individualismo anarchico.
Sono stati influenzati direttamente, o indirettamente, dal suo pensiero, oltre ai personaggi citati, Erich Mühsam, Knut Hamsun, Jack London, Robert Aldrich, Juliette Gréco, Jean-Paul Sartre, Henri Arvon, lo psichiatra Ludwig Binswanger, Oskar Panizza, Fedor Dostoevskij, Orson Welles…
Podcast ◆ Con Nel nido dei serpenti il pluripremiato fumettista ripercorre la vicenda della giovane attivista tedesca
Daniele Bernardi
Fumettista pluripremiato, popolarissimo e fra i più amati in Italia, Zerocalcare, all’anagrafe Michele Rech, è autore di celebri libri, serie animate e storie in cui autobiografismo e reportage si intrecciano. È del dicembre del 2025 Nel nido dei serpenti (Bao Publishing), volume in cui, oltre ad aver riunito le tavole dedicate alla vicenda giudiziaria che ha visto alla sbarra Ilaria Salis per gli scontri avvenuti nel «Giorno dell’onore» di Budapest del 2023 (manifestazione non ufficiale che, nel celebrare l’opposizione delle forze filonaziste all’Armata Rossa fra ’44 e il ’45, convoglia nella capitale militanti di estrema destra da tutta Europa), ha dato ampio spazio al caso di Maja T., attivista tedesca condannata a 8 anni di carcere da parte del Governo ungherese per quegli stessi fatti. Per chi non lo ricordasse, con altri è stata accusata, senza prove certe, di aggressione ai danni di alcuni neonazisti.
Al contempo, proprio su Maja T.
e sulla base di quanto realizzato, Zerocalcare ha pubblicato un omonimo podcast per «Internazionale», settimanale che regolarmente accoglie i suoi reportage e col quale collabora da molto. Strutturato sull’arco di cinque episodi – più un sesto episodio extra, realizzato in seguito alla conclusione del processo di primo grado – alla stregua del fumetto, il podcast di Nel nido dei serpenti non si concentra sul profilo del singolo, mettendone a fuoco gli aspetti biografici o strettamente personali (anche perché non è questo quanto è emerso dalle ricerche che stanno alla base del lavoro). Per raccontare la vicenda Zerocalcare intreccia invece una serie di incontri avuti sul campo, quando si è recato a Jena, città della Turingia di cui Maja T. è originaria, dai quali attinge per restituire il contesto storico e sociale che ha preparato il terreno alle gravi problematiche politiche che il caso solleva.
Ne emerge il quadro di una Ger-
mania insospettabilmente permeata da organizzazioni neonaziste, che dai primi del 2000, avvalendosi di appoggi, protezioni e vaste reti di supporto, hanno lasciato un reticolo di scie di sangue lungo il loro percorso. L’attivismo antifascista di Maja T. ha le sue radici proprio in queste storie, che riportano gli esiti del crescente odio razziale di cui la sua generazione è stata testimone sin dall’infanzia. Parallelamente, Zerocalcare racconta anche della propria giovinezza a Roma e di quando, sempre nella fase iniziale del nuovo millennio, i ripetuti attacchi di neofascisti e naziskin fuori dai centri sociali, dai locali e in prossimità dei luoghi di ritrovo «delle zecche» (epiteto romanesco col quale ci si riferisce ai giovani di sinistra) erano una consuetudine alla quale si era abituati.
La forza del podcast di Zerocalcare risiede sia nella scelta di indagare con perizia la preoccupante questione dell’attuale perdita dei valori democratici sui quali, dalla fine della Se-
conda guerra mondiale, il nostro vivere civile, ufficialmente, risultava essere fondato, sia nel modo con cui le sue riflessioni, le piccole storie e il resoconto dei fatti di cronaca sono raccontati. Il linguaggio di Zerocalcare, naturalmente, qui è il medesimo su cui sono imperniati i suoi fumetti e le sue animazioni. La sua parlata in gergo, fat-
ta di frasi smozzicate, risposte pronte e trovate assolutamente esilaranti trascina l’ascoltatore di episodio in episodio, mentre le musiche di Giancane e l’accurata sonorizzazione di Jonathan Zenti ne accompagnano le soluzioni narrative.
Oggi che Donald Trump, la notizia è di alcuni mesi fa, ha firmato un ordine esecutivo col quale definisce Antifa – termine con cui negli Stati Uniti, ma non solo, si fa generale riferimento ai movimenti di sinistra che nel corso di manifestazioni ricorrerebbero all’uso della forza – «un’organizzazione di terrorismo interno» (e qui si sottolinea ancora, come ben espresso dal podcast, che alla voce Antifa non corrisponde struttura alcuna e che decisioni tali sono paragonabili alla messa fuori legge di categorie quali i «figli dei fiori»), Nel nido dei serpenti si propone come un pubblico ragionamento sulle pericolosissime conseguenze che azioni del genere hanno e avranno sul vivere civile della società tutta.
Ritaglio della copertina di Nel nido dei serpenti (Bao Publishing) di Zerocalcare.
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Battibecchi
Lo specchio parlante
Sono le sette di mattina. Mi guardo allo specchio.
«Buongiorno», dico.
«Buongiorno», dice lo specchio.
«Come va?», dico.
«Eh», dice lo specchio. «Problemi?», dico.
«Crisi di identità», dice lo specchio.
«E cioè?», dico.
«Non so chi sono», dice lo specchio.
«Sei lo specchio», dico.
«E chi c’è dentro di me», ora?
«La mia immagine», dico.
«Appunto», dice lo specchio. «E quando uscirai da questo bagno, chi ci sarà dentro di me?».
Mi volto, guardo la parete. «Quegli asciugamani», dico.
«Ecco», dice lo specchio. «Finché tu non tornerai, me ne starò qui a rispecchiare quegli asciugamani».
«Ti annoi?», dico.
«Puoi dirlo forte», dice lo specchio.
«TI ANNOI?», dico.
«Ma perché gridi?», dice lo specchio.
«Mi hai detto tu di farlo», dico.
Pop Cult
«Ma tu prendi sempre alla lettera quello che ti si dice?», dice lo specchio.
«Come te», dico.
«Mi stai prendendo in giro», dice lo specchio. «Ma no», dico. «Non è carino da parte tua», dice lo specchio.
«Che cosa vorresti?», dico. «Non so», dice lo specchio. «Vorrei fare un po’ di conversazione».
«Stiamo facendo conversazione», dico.
«Stiamo conversando sul fatto che io avrei bisogno di fare un po’ di conversazione», dice lo specchio. «Sai che barba».
«Che progetti hai per oggi?», dico. «Rispecchiare quegli asciugamani fino alle sei e mezza del pomeriggio», dice lo specchio. «Poi, forse, ti rivedrò». Sospira. «E tu, che progetti hai?».
«Andare in ufficio e starci fino alle sei», dico. «Poi torno qui». «E in ufficio cosa farai?», dice lo specchio.
«Le solite cose», dico. «Risponderò
alla posta, farò delle telefonate, manderò avanti qualche pratica».
«Non mi sembra che il tuo lavoro ti appassioni molto», dice lo specchio. «È il lavoro», dico. «Mi tocca». «Ho capito», dice lo specchio. «Stai pensando di consolarmi dicendomi che la tua vita è noiosa più o meno come la mia».
«Più o meno», dico.
«Sei spaventosamente egocentrico», dice lo specchio.
«Perché dici questo?», dico. «Ti sei messo in competizione. Mi dici: tu sei triste? E io lo sono, o lo sono stato, di più».
«E, come prevedibile, adesso diventi passivo-aggressivo», dice lo specchio. «Cioè?», dico.
«Anziché consolarmi rovesci su di me l’onere della consolazione», dice lo specchio. «Chiedere a me di dirti cosa dovresti fare per consolarmi è come dirmi che devo consolarmi da solo.
Musica popolare e «neutralità della parola»
Nell’arco delle ultime settimane, una piccola bufera si è abbattuta sul celebre cantautore italiano Francesco De Gregori a seguito di un’inaspettata dichiarazione, che ha profondamente diviso perfino il pubblico dei suoi fan di sempre. De Gregori ha infatti asserito di provare «sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera […] netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra, perché tutto ciò che ci sta intorno va analizzato con estrema cura».
Forse, ciò che davvero ha stupito molti estimatori dell’artista romano è la natura stessa di un concetto che, venendo da un personaggio del calibro di De Gregori, suona quasi come un controsenso: questo perché il cantautore non ha mai fatto mistero d’ispirarsi a maestri la cui filosofia perso-
Xenia
nale e artistica si può definire come diametralmente opposta rispetto alle idee di cui sopra – su tutti Bob Dylan, al quale Francesco si è ispirato al punto da dedicargli in più occasioni, con grande ironia e consapevolezza, ampi tributi sonori. In tal senso, le parole di De Gregori stridono con la sua formazione, soprattutto considerando il ruolo cruciale che la tradizione della canzone di protesta ha rivestito per la carriera di Dylan e, di conseguenza, dei suoi più sinceri seguaci, tutti, in fondo, «figli» della politicizzata scena folk del Greenwich Village di New York.
Certo, il fatto che a rilasciare questa dichiarazione sia stato un non più giovane Francesco, il quale forse tende a minimizzare o sminuire le passioni di un tempo, potrebbe offrire più di un motivo per un simile cambiamento di rotta – del resto, il fatto che, nella se-
Ghitta e il volto dell’élite italiana
Maria Bellonci, Paola Masino e Anna Banti, Flora Volpini, Camilla Cederna, Alba de Cespedes, Sibilla Aleramo, Gianna Manzini, Lorenza Mazzetti. Fra il 1933 e il 1960 le migliori scrittrici e giornaliste italiane del Novecento si sono affidate alla stessa fotografa, sborsando una cifra impegnativa (nel 1931 chiedeva già 300 lire per uno stampato in 4 copie uguali, poi superò le 2000). Quei ritratti eleganti e pensosi (nessuna sorride) figurano ancora nei loro libri, e ne veicolano l’immagine di signore rispettabili. Mi ribellavo all’idea classista che nel mio paese si potesse accedere al mondo intellettuale solo appartenendo all’alta borghesia. E mi chiedevo chi fosse, la fotografa straniera la cui firma a inchiostro nero spicca sempre in basso a destra: Ghitta Carell.
La sua figura, marginale nelle storie della fotografia, è soggetta a ciclici
Zero empatia, proprio». «Be’, senti», dico, «cerchiamo di mettere in chiaro le cose».
«Ecco», dice lo specchio, «adesso anche ti irriti. Io sto male e tu ti irriti». «Tu sei uno specchio», dico, «la tua natura è specchiare. Non ha senso andare contro la propria natura». «E tu?», dice lo specchio. «E tu, cosa sei?». «Sono un uomo», dico. «E, per tua natura, cosa fai? Uomi?», dice lo specchio. «La natura degli uomini è vivere», dico, «e vivere significa agire, amare, conoscere, conoscersi, riprodursi, viaggiare».
«Ed è questo che vai a fare in ufficio ogni giorno», dice lo specchio, «dalle otto e mezza alle diciotto?».
«No», dico.
«E allora?», dice lo specchio. «Chi non lavora non mangia», dico.
«Ihihih», dice lo specchio. «Che c’è da ridere?», dico. «Pensavo alla fortuna che ho», di-
ce lo specchio, «che non ho bisogno di mangiare. E quindi neanche di lavorare».
«Ma il lavoro non è tutto», dico. «Lo so, lo so», dice lo specchio. «Alle diciotto e trenta sei a casa. Passi di qua, giusto due minuti, e vedo la tua aria stanca. Certi giorni fai la lavatrice, certi altri no. Poi sento che ti prepari da mangiare, e poi sento le voci e i suoni della televisione. Poi a una qualche ora ripassi qui in bagno, ancora più stanco, e te ne vai a dormire». «Questa è la routine», dico. «Agire, amare, conoscere, conoscersi, riprodursi, viaggiare…», dice lo specchio.
«Mi canzoni?», dico. «No», dice lo specchio. «Tutt’altro. Ti ringrazio».
«Mi ringrazi?», dico. «E perché?». «Perché sto cominciando a pensare», dice lo specchio, «che in fondo la mia vita non è male. Adesso scostati, però, che ho voglia di guardare un po’ quegli asciugamani».
conda parte della propria carriera, anche Bob Dylan abbia (seppur con alcune, notevoli eccezioni) lasciato da parte le canzoni di protesta per passare a uno stile di stampo più intimista sembrerebbe avvalorare l’opinione di De Gregori. Tuttavia, ciò che più preoccupa i fan è l’invito alla generalizzazione che la recente dichiarazione sembra implicare: in altre parole, si sottintende che l’impegno politico per come praticato attraverso la musica leggera sia sempre e comunque un errore, in quanto si ritiene sconveniente, per un semplice entertainer, ambire a influenzare le idee del pubblico. Quasi come se un qualsiasi artista fosse sempre e comunque condannato a rimanere nel proprio ambito creativo, senza mai poter «sconfinare» o avventurarsi in altri territori; il che porta a chiedersi se tutto ciò non rischi di ridurre il ruolo del cantante a
quello di una sorta di giullare di corte, il cui unico compito è divertire le masse, senza mai stuzzicare in loro alcun pensiero.
Del resto, nella cultura popolare, il fatto di influenzare la visione del mondo propria del fruitore è da sempre parte integrante dello stesso sforzo artistico: anche per questo, il legame tra musica popolare e attualità resta fortissimo e pressoché inscindibile. Basti pensare al caposaldo per eccellenza della moderna musica angloamericana, ovvero le cosiddette broadsides – canzoni che, fin dalla metà del diciannovesimo secolo, narravano fatti di cronaca particolarmente controversi.
Ma forse è proprio questa sorta di nichilismo artistico, che invita a ignorare le questioni più impellenti del nostro quotidiano a favore di una sorta di «neutralità della parola», a costituire uno dei drammi della nostra epoca
– qualcosa che, senza volere, De Gregori ha cristallizzato in modo esplicito nelle proprie parole. Una tendenza che potrebbe avere molto a che fare con la diffusa intolleranza da cui la società moderna sembra affetta, in una polarizzazione secondo la quale è a dir poco inconcepibile che l’altro abbia un’opinione diversa dalla nostra –nel qual caso il nostro istinto ci ordina subito di aggredirlo senza nemmeno voler prima ascoltare le sue ragioni, come dimostrato da tanti, troppi talk show attuali.
Ciò spiegherebbe anche perché le affermazioni del cantautore abbiano scatenato un simile terremoto: paradossalmente, proprio ciò di cui, in fondo, i giovani artisti hanno bisogno per scuotersi dall’attuale torpore e, magari, ritrovare il coraggio di prendere una posizione – qualunque essa sia – su ciò che davvero conta.
ritorni di attenzione. La prima a rivalutarla fu, nel 1978, la giornalista femminista Adele Cambria (già da lei ritratta con la figlia): non si sentiva di «giustiziare» una donna che si era costruita da sola un’identità, per quanto discutibile, né di sottovalutare l’unicità della parabola di una artista/imprenditrice capace di affermarsi proprio mentre alle donne il Regime fascista imponeva il ruolo di madri fattrici. I suoi ritratti – pubblicati nel volume I signori d’Italia – più che strumento per propagandare l’ideologia del Ventennio rispecchiano l’antropologia dei suoi protagonisti. Nel 2025 Roberto Duilio, in collaborazione col Fondo Ambiente Italiano, ha allestito una mostra a Villa Necchi, Milano. Le ricerche condotte per l’occasione hanno chiarito che il suo vero nome era Margitt Klein, nata nel 1899 in una famiglia ebrea
di Nagykároly, nel distretto di Szamar, allora Regno d’Ungheria e oggi Transilvania, in Romania: città di confine dalle molteplici lingue, religioni e culture. Il padre era proprietario di una fabbrica di scarpe (altri dicono calzolaio).
A Budapest Margitt aveva seguito un corso di fotografia pittorica per ragazze (ritratti in interni, soggetti in pose studiate), stile già insidiato dalla tendenza contemporanea verso l’obiettività. Non sappiamo se quando arrivò a Firenze, nel 1924, fosse già una professionista. Capitò nel momento cruciale per la nazione, sconvolta dall’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, di cui Mussolini si assunse la responsabilità in un celebre discorso alla Camera che segnò il vero iniziò dell’Era Fascista. Tuttavia Margitt Klein rimase. Frequentava il connazionale scultore Mark Vedres,
amico di Berenson, Marini, Dallapiccola: nel suo circolo trovò i primi modelli. La traiettoria della sua vita deviò grazie a un colpo di fortuna. Nel 1926, sulla porta della pensione di Firenze si imbatté in un bambino bellissimo –moro, occhi azzurri – in divisa da balilla. Lo scatto fu scelto per una campagna pubblicitaria di reclutamento e le meritò gli elogi del potentissimo «arbitro del gusto» Ugo Ojetti. Margitt si ritrovò famosa. S’inventò un passato e uno pseudonimo (Ghitta suonava italiano, Carell forse omaggio al nome rumeno, Carei, della sua città natale); nel 1928 si trasferì a Roma, aprì uno studio ai Parioli e nel 1930 era già la ritrattista dell’aristocrazia romana. Perfezionista, scrupolosa, dotata di una tecnica impeccabile e di una solida cultura visuale, che svariava da
Raffaello e Bronzino al glamour dei maestri della luce degli studi cinematografici, intuì i desideri dei committenti, e li appagò. Sofia di Grecia l’introdusse alla corte dei Savoia: immortalò il re, i principi, le principesse (sua l’immagine più conosciuta di Maria José). All’apice del successo –consacrato nel 1936 da una personale alla Galleria Pesaro di Milano, fin lì riservata ai pittori – sfilarono davanti al suo apparecchio Mussolini, Edda, i gerarchi, i ministri. Ciano, Pavolini, Starace, Federzoni, Bottai, Muti. Il Duce posò per lei due volte: nel 1935, in giacca chiara doppiopetto e aria sorniona; e nel 1936, durante la campagna d’Etiopia, in divisa militare con l’aquila dorata sul berretto, espressione truce da conquistatore. Nel taccuino in cui annotava gli appuntamenti le pagine erano tutte prenotate. (Continua…)
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GUSTO
Aperitivo
Creazioni in versione deluxe
Ora viene il bello: con ingredienti di alta qualità come salmone affumicato, gamberetti o saporito salame chorizo, si creano in un lampo spiedini di grande effetto. Sono particolarmente gustosi se abbinati a frutta estiva, a un formaggio pregiato e a erbe aromatiche fresche.
Procedimento:
1. Sbucciare il chorizo, tagliarlo in 8 fette e infilzarlo insieme ai gamberetti sugli spiedini. Rosolare brevemente in poco olio e irrorare con un po’ del fondo di cottura.
2. Infilzare sugli spiedini formaggio al tartufo, prosciutto, fico e basilico. Condire con pepe nero.
3. Tagliare le fragole in quarti. Infilzarle insieme al salmone e alla menta. Tritare finemente la cipolla, mescolarla con l’olio e versarla sopra.
Ingredienti per spiedini deluxe
Spiedini per tutte le tasche
Gli
Azione:
Testo: Edita Dizdar
Il giusto compromesso
Invece della classica combinazione di pomodori e mozzarella, questa volta abbiniamo le mozzarelline al melone e alle zucchine. I falafel vengono serviti su una fetta di pita accompagnati da tzatziki, mentre lo spiedino di antipasti soddisfa ogni desiderio grazie alla sua varietà.
Procedimento:
1. Con uno scavino ricavare delle palline dal melone. Affettare la zucchina per il lungo in fette sottili, salarle e lasciarle riposare brevemente. Infilzare entrambe insieme alla mozzarella su degli spiedini e completare con il pesto.
2. Infilzare su uno spiedino peperoncino, oliva, salame, carciofo, pomodoro secco e cipolla sottaceto.
3. Scaldare il pane pita e i falafel. Tagliare il pane pita in 4 pezzi, farcirlo con tzatziki, carote e melagrana. Infilzare i falafel su uno spiedino e adagiarli sopra.
Offerte rinfrescanti
Questi tre spiedini di insalata non pesano sul portafoglio e sono semplicemente deliziosi: la classica insalata di patate e salsiccia è ottima anche servita su uno spiedino, così come l’insalata Caesar con pancetta saltata e acciughe. Chi ama i sapori mediterranei può optare per uno spiedino a base di insalata greca.
Procedimento:
1. Scaldare i Wienerli e tagliarli in quattro. Tagliare le patate in pezzi da boccone, infilzarle sugli spiedini con i cetriolini e irrorare con olio alla senape.
2. Rosolare la pancetta senza aggiungere grassi finché diventa croccante, poi tagliarla a metà. Tagliare il lattughino in quattro, infilzarlo sugli spiedini con la pancetta e le acciughe, quindi versare sopra il condimento.
3. Infilzare su spiedini cetriolo, feta, olive nere, origano e pomodorini ciliegini. Condire con sale alle erbe e completare con un filo di olio d’oliva.
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LIFESTYLE
Denti
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Quanti denti ha una persona?
La dentatura da latte di un bambino è composta da un totale di 20 denti; a partire all’incirca dal sesto anno di età, viene gradualmente sostituita da 28 denti permanenti. A tutto ciò si aggiungono poi i quattro cosiddetti denti del giudizio, che spesso spuntano nella cavità orale solo a partire dai 18 anni.
Nella maggior parte delle persone, uno o più denti del giudizio rimangono nella mascella e non spuntano mai.
2Come si lavano i denti nel modo giusto?
La Società svizzera odontoiatri raccomanda di lavarsi i denti regolarmente tre volte al giorno per due minuti, utilizzando uno spazzolino e un dentifricio al fluoro.
A tal proposito, non ha molta importanza se si utilizza uno spazzolino manuale, elettrico o sonico. È importante lavarsi i denti con cura, perché così si preservano lo smalto e i colletti. Inoltre, è bene pulire quotidianamente gli spazi interdentali, dove si verificano la maggior parte dei danni: con il filo interdentale, gli stuzzicadenti o gli spazzolini interdentali.
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Da quando la Migros vende il proprio dentifricio
Nel 1949 la Migros lanciò sul mercato il suo primo dentifricio: Candida. In questo modo, l’azienda intendeva intervenire per contrastare i problemi di salute dentale che si erano manifestati nel dopoguerra. Candida ha riscosso un grande successo: oggi la Migros ne vende 21 varianti diverse. Il nuovo dentifricio Blueberry & Cream sorprende con il suo aroma di mirtilli, una nota cremosa e un leggero sentore di menta.
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Cosa racconta la leggenda legata alla fatina dei denti?
La fatina dei denti, una creatura fantastica, viene di notte dai bambini che hanno perso un dentino da latte, lo porta via e in cambio lascia un piccolo regalo: è così che i genitori amano raccontare la leggenda ai propri figli. Si ritiene che questa usanza abbia avuto origine negli Stati Uniti nel XIX secolo ed è oggi molto diffusa anche nel nostro Paese. Spagna, Italia e Francia hanno leggende un po’ diverse sui denti: lì, invece della fatina, è un topolino che viene a prendere i denti. 5
Quando spuntano i denti?
Le gemme dentali di tutti i denti di una
Informazioni che fanno
la differenza
Sono il fiore all’occhiello del nostro sorriso, ma sono delicati e hanno bisogno di cure quotidiane: i nostri denti. Nove domande e altrettante risposte.
Testo: Anela Obrist
persona si formano già nelle prime fasi della gravidanza, tra la sesta e l’ottava settimana di gestazione. Alla nascita, tutte le corone dentali – ovvero la parte dei denti che sarà visibile in seguito – sono già completamente formate. Le radici dei denti si formano tra l’anno e mezzo e i tre anni.
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Durante la storia umana si è sempre puntato ad avere denti bianchi?
Nella Gran Bretagna del XVI secolo, per un certo periodo andavano di moda i denti neri.
Le donne attente alla moda si tingevano i denti per imitare la regina Elisabetta I, allora al potere, che aveva i denti cariati a causa dell’elevato consumo di zucchero.
7
Di cosa sono fatti i denti?
La maggior parte di un dente è costituita da un materiale simile all’osso, la dentina.
È ricoperto da uno strato duro e protettivo, lo smalto, a sua volta composto principalmente da fosfato, fluoro e calcio, che è la sostanza più dura presente nel corpo umano. Quando i batteri presenti nella bocca trasformano lo zucchero in acido, quest’ultimo può però riuscire a intaccare lo smalto. Senza un’adeguata igiene orale, nei denti si formano gradualmente delle carie.
Che aspetto avevano gli spazzolini da denti un tempo?
Nell’antichità per l’igiene dentale si usavano bastoncini da masticare. Nel IV secolo a.C., per esempio, gli antichi egizi utilizzavano i rami dell’albero di arak, oggi noto anche come «albero dello spazzolino da denti». Masticavano il ramoscello finché un’estremità non si sfilacciava pulendo automaticamente i denti. In Cina è stato rinvenuto uno spazzolino da denti realizzato con setole di maiale, risalente al periodo compreso tra il 619 e il 907 d.C. Gli spazzolini da denti manuali come li conosciamo oggi vengono prodotti solo dagli anni 30, quando fu inventato il nylon, materiale che ancora oggi viene utilizzato per le setole. Negli anni 60 gli spazzolini elettrici hanno iniziato a diffondersi.
Come è nato il dentifricio?
Il vero e proprio dentifricio fu inventato solo nel XIX secolo dal dentista americano Washington Sheffield, il quale mescolò la polvere dentifricia, allora comunemente usata, con la glicerina fino a ottenere una pasta. I dentifrici odierni contengono, tra le altre cose, il fluoro. Ciò rende i denti più resistenti agli acidi e inibisce la proliferazione dei batteri della placca. Gli antichi romani seguivano una cura dentaria un po’ aggressiva: usavano infatti un dentifricio in polvere ottenuto da ossa, corna o gusci di molluschi macinati e ridotti in cenere. L’aroma era dato dal bicarbonato di sodio o dalla mirra. La miscela veniva applicata sui denti e rimossa insieme ai residui di cibo.
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Una ricetta semplice e molto colorata Pomodori ripieni di carne macinata, gratinati in forno con formaggio Emmental. Da consumarsi senza contorno per restare un piatto low carb
Il gioco segreto delle farfalle Il piacere di dare un nome al mondo e due giochi da tavolo in cui il volo dei lepidotteri diventa una lezione di strategia, alleanze e meraviglia
Diciassette rampe verso il cielo
Adrenalina ◆ Nel giorno del suo quarantaduesimo compleanno Samuele Filippi ha trasformato il Monte Bré nel proprio Everest personale
Moreno Invernizzi
L’Everest… pedalata dopo pedalata e con vista sul Lago di Lugano. È quello che ha «scalato» nel giorno del suo quarantaduesimo compleanno Samuele Filippi. Non con piccozza e corda, ma a cavalcioni della sua bicicletta. E lo ha fatto risalendo per diciassette volte la strada che da Cassarate porta fin sul Monte Bré, per un dislivello positivo complessivo uguale all’altezza del «tetto del mondo»: 8848 metri. «Anche se in verità a conti fatti, il dislivello finale di questo “Everesting” (perché è così che viene definita, nel gergo tecnico, un’impresa che si rapporta alla scalata della vetta più alta del mondo, ndr) è stato di circa 9300 metri», tiene a precisare, con una punta di meritato orgoglio, il diretto interessato. Che, tuttavia, non nasce come specialista di questo genere di imprese. E men che meno come ciclista tout court. Anzi…
Dopo il Monte Bré e il Vesuvio, Samuele Filippi guarda già alla sfida più dura: il doppio Everesting sulla Tremola
Prendiamo allora letteralmente la palla al balzo per fare qualche passo a ritroso e raccontare cosa ha portato Samuele Filippi sulla strada (in salita) delle due-ruote. «Io sono un amante dello sport in generale. E il mio primo amore è stato il basket» racconta il ticinese d’adozione, cresciuto prima sui parquet d’oltre confine, e poi su quelli rossoblù, sponda Sav Vacallo. «A quei tempi la Sav militava nel campionato cadetto, per questo mi ero posto come obiettivo di conquistare la promozione nell’allora Serie A. E quando ci siamo riusciti, ho messo il punto finale alla mia carriera sul parquet perché, in fondo, il mio obiettivo l’avevo appunto raggiunto». Non da ultimo anche perché, in quel periodo, Samuele Filippi è confrontato con una spalla dolorante. «Al di là di tutto, di stare con le mani in mano non se ne parlava. Volevo sperimentare qualcosa di nuovo, praticare un’attività sportiva che mi permettesse di fare movimento pur senza caricare troppo la spalla. Già prima, quando non ero sul parquet, mi piaceva trascorrere il mio tempo libero in bicicletta. Riposta in soffitta la palla a spicchi, ho iniziato ad appassionarmi al downhill, le discese a mozzafiato con la mountain bike».
Finché… «Finché un giorno, complice anche in questo caso una serie di infortuni, durante la riabilitazione, ho lasciato i percorsi sterrati per l’asfalto, mettendomi a cavalcioni di una bici da strada». E scatta la magia. Che lo porta anche al via di alcu-
ne gare di triathlon. «Ma quello però è stato un vicolo cieco, che ho percorso per un anno, per poi andare alla ricerca di qualcos’altro». Trovandolo nell’ultracycling, «che sono, in termini semplici, le gare su lunghe distanze, quelle che partono dai 300 km in su, per intenderci, e che ovviamente presentano anche un notevole dislivello positivo nel loro sviluppo. Qui, ho quasi subito visto che il mio tallone d’Achille erano le salite, dove facevo
veramente fatica. Così ho focalizzato i miei allenamenti su questo genere di esercizio: prova e riprova, sono infine riuscito a risolvere anche questo problema, che, in fondo, per uno che va in bici, costituisce una delle principali sfide». Soprattutto quando si parla di Everesting. «Beh, sì, ovviamente in questo genere di sfide, saper dosare bene le proprie energie e la forza nelle gambe per proseguire rampa dopo rampa fino a coprire novemila metri di dislivello, o giù di lì, sono requisiti indispensabili. Anche se, ovviamente, poi entra in gioco anche la testa». Per Samuele Filippi, il primo tentativo… di ascesa sul nostrano Everest, il Monte Bré, porta già la data del 2024. «Quella volta, però, ho dovuto gettare la spugna dopo aver completato l’undicesima ascesa. Proprio sul finire della rampa, la meteo era cambiata, e dal cielo è cominciata a cadere una pioggia fitta. Ho provato ad andare avanti, ma nella discesa ho preso parecchio freddo. Così mi sono fermato per cambiare gli abiti fradici e riscaldarmi un po’, mettendo anche qualcosa sotto i denti. Di male in peggio, visto che ho rimediato una
congestione che mi ha impossibilitato ad andare avanti: ho dovuto alzare bandiera bianca e rimandare i miei sogni di gloria». Resta così fermo fino alla scorsa estate, quando Samuele programma il tentativo-bis, per di più in una giornata particolare: «Sì, per la replica, ho programmato tutto affinché l’Everesting si concludesse nel giorno del mio 42esimo compleanno, il 5 agosto. Alla fine è stato un compleanno memorabile, perché tutto ha funzionato alla perfezione, tanto per la parte di fatica lungo le pendici che conducono al Monte Bré, quanto per il “contorno” organizzato all’arrivo: c’erano parecchie persone a vedermi e ad assistere alla mia impresa, fra l’altro abbinata a una raccolta fondi per il Soccorso d’Inverno». Ha funzionato tutto bene, ma non per questo è stata meno difficile: «Più che il fisico, in questa seconda puntata, a essere messa a dura prova è stata la testa. Soprattutto quando mi sono trovato ad affrontare il fatidico undicesimo passaggio, quello che l’anno prima mi aveva costretto al ritiro. Superata quella soglia, non dico che
la strada si sia fatta in discesa, ma ho sentito che il traguardo era davvero alla portata. Un altro momento un po’ critico l’ho poi vissuto poco prima che albeggiasse, perché nell’aria c’era ancora parecchia umidità che, complice il freddo della notte, cominciava a dare fastidio. Fortunatamente tutto si è risolto quando i primi raggi di sole hanno fatto capolino». Replicata l’ascesa… himalayana anche sul Vesuvio a fine dicembre, Samuele Filippi è già pronto per la sua prossima sfida, ancora tutta ticinese. Che, per lui, sarà una sorta di “lascia o raddoppia”: «Con il mio team stiamo già lavorando a un altro progetto, che cercheremo di perfezionare quando le temperature saranno un po’ più clementi anche in altura, e dunque verosimilmente la prossima estate: il doppio Everesting sulla Tremola». All’orizzonte, poi, si profila anche la Trans America, prova di ultracycling di 7mila km che percorre gli Stati Uniti da costa a costa, in totale autonomia. «Ma quella sarà ancora un’altra storia: facciamo un passo alla volta: prima c’è quello del San Gottardo da affrontare!».
Samuele Filippi durante la scalata del suo Everest.
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Ricetta della settimana - Pomodori ripieni di carne macinata
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Ingredienti
Piatto principale
Ingredienti per 4 persone
olio d’oliva per la pirofila
8 grandi pomodori a grappolo
da circa 160 g l’uno
sale per i pomodori
½ mazzetto di prezzemolo
1 grossa cipolla
3 c d’olio d’oliva
2 spicchi d’aglio
500 g di carne macinata
di manzo
2 c di farina
1,5 dl di vino rosso
½ dado di brodo di carne
3 rametti di timo
½ cc di sale
pepe
80 g di formaggio Emmental stagionato in grotta
Preparazione
1. Spennellate una pirofila con l’olio d’oliva. Tagliate circa 1,5 cm della calotta dei pomodori, lasciando anche un pezzetto di ramo, e tenete da parte. Scavate la polpa dei pomodori e tritatela grossolanamente, eliminando eventuali parti dure bianche. Tenete da parte.
2. Condite leggermente con il sale l’interno dei pomodori scavati, poi adagiateli nella pirofila. Tritate il prezzemolo e la cipolla.
3. Soffriggete la cipolla nell’olio caldissimo, finché diventa traslucida. Aggiungete l’aglio schiacciato e soffriggetelo, finché inizia ad assumere colore. Unite la carne macinata e rosolatela a fuoco forte. Spolverate con farina e mescolate. Spegnete con il vino rosso. Aggiungete la polpa di pomodoro tenuta da parte, il brodo, i rametti di timo e il prezzemolo. Condite con sale e pepe. Lasciate sobbollire per circa 15 minuti a fuoco alto rimestando di continuo, finché il liquido è evaporato quasi del tutto. Eliminate i rametti di timo. Condite il ripieno con sale e pepe.
4. Scaldate il forno ventilato a 160 °C. Tagliate il formaggio a dadini di circa 0,5 cm. Distribuite la metà dei dadini di formaggio nei pomodori scavati. Farciteli con il ripieno di carne, poi distribuiteci sopra i dadini di formaggio avanzati. Coprite con le calotte dei pomodori.
5. Gratinate i pomodori al centro del forno per 25-30 minuti, finché si sono ammorbiditi. Lasciateli raffreddare per 5 minuti prima di portarli in tavola. Accompagnate con riso comune o riso selvatico.
Preparazione: circa 60 minuti. Cottura in forno: 25-30 minuti circa. Raffreddamento: 5 minuti.
Per persona: circa 33 g di proteine, 39 g di grassi, 16 g di carboidrati, 590 kcal
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Seguire con meraviglia il volo di una farfalla
Colpo critico ◆ Un elogio dello stupore che volteggia sulle ali dei lepidotteri con il desiderio di trasformare la natura in racconto, simbolo e gioco
Andrea Fazioli
Gli antichi greci usavano la parola psyché per indicare tre cose: l’anima, la vita, la farfalla. Ma davvero sono tre entità distinte? E se fossero invece manifestazioni della medesima essenza? Pensiamoci: il battito d’ali di un macaone (colore giallo, con fascia blu e un cerchio rosso), la pulsazione del nostro cuore (tra i sessanta e i cento battiti al minuto, fino a centocinquanta nei neonati), le domande che nascondiamo nell’anima (perché io, perché il mondo?).
È una questione forse troppo complicata da trattare qui.
Di certo la farfalla è un legame fra la parte materiale della vita e il suo slancio più segreto e ideale. Da sempre artisti e scienziati seguono il volo irregolare di questi lepidotteri, a scopo di conoscenza o imitazione ma anche per puro desiderio di meraviglia. «Con lo stupore si inizia e anche con lo stupore si termina», diceva Hermann Hesse. «E tuttavia non è un cammino vano».
L’autore germanico era appassionato di natura e di farfalle: «Se ammiro un muschio, un cristallo, un fiore, un coleottero dorato, oppure un cielo nuvoloso, un mare con il pacato respiro da gigante del moto ondoso, un’ala di farfalla con le sue ben ordinate nervature cristalline, il taglio e le colorite decorazioni dei suoi bordi,
la varietà di caratteri e di ornamenti del disegno e le infinite, morbide ombreggiature dei colori»… Hesse prosegue, ma per farla breve: se ammiro una farfalla dimentico per un istante la logica del dominio, «sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell’unità» (H.H., Farfalle, a cura di Marcello Baraghini, Stampa Alternativa, 1997). Certo, quando si gioca si accetta la logica della vittoria e della sconfitta. Ma non è una situazione di dominio, anzi, è una messinscena della lotta che serve a trovare una pace più profonda. Ne è un esempio Butterfly Garden (Korea Boardgames, 2012; ripubblicato nel maggio 2026 da Oya). È un titolo di Reiner Knizia che ci porta a seguire il volo di quelle che Hesse chiamava Schmetterlinge, pur preferendo il nome più antico Fifalter. I partecipanti (da 2 a 4) siedono ai lati opposti di un giardino e, posando delle tessere, devono creare un labirinto per guidare dalla fontana centrale verso la propria aiuola delle farfalle viola, rosa o blu (che valgono 3, 2 e 1 punto). È un meccanismo semplice, reso con una grafica elegante di gusto liberty. Ci sono piccole regole che rendono il tutto meno lineare di come parrebbe a prima vista: se due farfalle s’incrociano lungo il percorso, entrambe
Giochi e passatempi
Cruciverba
Winston Churchill, Pablo Picasso e Steven Spielberg cosa hanno in comune?
Scoprilo leggendo a cruciverba ultimato, le lettere evidenziate.
(Frase: 8, 2, 9)
volano via, per dedicarsi alla riproduzione in un anfratto nascosto (e quindi nessuno le potrà rivendicare). Inoltre, i giocatori condividono fra di loro alcune aiuole: si potranno quindi formare delle alleanze provvisorie per guidare il volo delle farfalle verso un punto specifico del tabellone. Una partita dura mezz’ora e dà la soddisfazione, a parte l’esito ludico, di creare un giardino vibrante di vita. Un gioco simile per certi ver-
si è Papillon, creato nel 2020 da J. B. Howell per Kolossal Games. Il punto in comune è la meccanica del piazzamento tessere, che ricorda quella di un classico come Carcassonne (ideato da Klaus-Jürgen Wrede nel 2000). I partecipanti (da 2 a 4) devono formare dei cespugli fioriti che possano invogliare le farfalle a posarsi per l’impollinazione. Prima di assemblare i giardini con un sistema alla Carcassonne, i giocatori si sfidano in un’a-
sta che permette loro di ottenere un certo numero di bruchi. Questo implica delle decisioni: sceglierò di far crescere tante varietà diverse, a piccoli gruppi, oppure tenterò di comporre una grande macchia fiorita che possa attrarre farfalle in grande quantità, con il rischio però di essere poco adattabile alle mutazioni di gusti dei lepidotteri?
Appena un po’ più lungo di Butterfly Garden (ma dura comunque al massimo un’ora) anche Papillon è un titolo adatto a tutti, a partire dalla scuola media fino alla vecchiaia, perché non è mai troppo tardi per ammirare le farfalle.
È un gesto ludico anche solo uscire in un prato a primavera e cercare con lo sguardo questi piccoli universi colorati che si librano nell’aria. Hesse racconta che da bambino, in Svizzera, li chiamava Summervögel (uccelli d’estate). Non è importante distinguere con precisione le varietà botaniche. Anzi, il piccolo Hermann s’inventava i nomi: «Un tipo di farfalla rossastra la chiamai “tremarella”, e a un’altra specie bruna diedi nome “beccaiola”». Questo è un esempio di come la natura sia un perenne invito alla creatività: nominare il mondo, dai tempi di Adamo ed Eva fino a oggi, è la forma primaria di ogni gioco, oltre che di ogni opera in versi o in prosa.
ORIZZONTALI
1. Imitazione comica di un’opera conosciuta
7. Era sacro agli egizi
8. Le iniziali di Tolstoj
9. È ripetitivo
10. Il padre di Sem e Cam
11. Sono appesi a un filo
13. Procedure liturgiche
16. Può esserlo l’aria
18. Articolo
19. Parte della fisica che studia il moto dei corpi
22. Moneta del Perù
24. Un vaso panciuto
25. Scrisse «Il Corsaro Nero» (iniz.)
26. Pedana per allenamenti
28. Due quinti di cento
29. Fa binomio con labor
30. Un recinto che si rispetta
31. Pianta grassa usata in erboristeria
VERTICALI
1 Pane che spesso avvolge il kebab
2. Sigla bancaria
3. Disegnare… con ago e filo
4. La bocca di Virgilio
5. Fossetta anatomica
6. Lo erano Sartre e Pirandello
10. Si raggiungono in volo
12. Un attore singolare
13. Può… scoppiare
14. Schiavi spartani
15. Deridere… in cuor suo
16. Può esserlo una figlia 17. Un albero 20. Le iniziali della Zanicchi
Linea immaginaria sulla
la Terra 23. Moneta rumena 27. Poco, ma non del tutto 29. Le iniziali di Lincoln
Soluzione della settimana precedente PICCOLE CURIOSITÀ – Da una tonnellata di crosta terrestre è possibile ricavare al massimo… Resto della frase: …CINQUE MILLIGRAMMI DI ORO
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare
Sudoku
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
Immagine che richiama il gioco Butterfly Garden.
Tutto l'assortimento di frutta e verdura, Sélection per es. melone, Spagna, il pezzo, 4.40 invece di 5.50 20%
2.30 invece di 3.30 Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g, in self-service
1.45 invece di 2.10 Le Gruyère piccante AOP circa 500 g o 830 g, in conf. speciale, per 100 g
Tutte le capsule Café Royal incl. CoffeeB per es. Lungo, 10 capsule, 3.15 invece di 4.50, (100 g = 5.94) a partire da 3 pezzi 30%
Fiori o gnocchi, Anna's Best, refrigerati fiori al limone e formaggio fresco o gnocchi alla caprese, in confezioni multiple, per es. fiori, 4 x 250 g, 11.75 invece di 19.80, (100 g = 1.18)
Tutto l'assortimento di reggiseni e di biancheria intima e per la notte da donna (articoli Hit esclusi), per es. top bianco Essentials, in cotone biologico, il pezzo, 10.77 invece di 17.95
Da
Migros Ticino
Tenere, croccanti, di STAGIONE
2.95
Zucchine Svizzera, al kg 25%
invece di 3.95
2.95 Lattuga XL 350 g, (100 g = 0.84)
Consiglio: grigliare e condire con prezzemolo, sale e olio d'oliva
20%
3.95
Erbe aromatiche Migros Bio disponibili in diverse varietà, Ø 13 cm, il vaso 20%
invece di 4.95
Cespi di insalata, Migros Bio e Demeter (prodotti lavati/pronti per il consumo esclusi), per es. lattuga cappuccio verde Migros Bio, Svizzera, il pezzo, 2.36 invece di 2.95, prodotto confezionato
2.80
Finocchi Svizzera, al kg 20%
invece di 3.50
2.95
Ecco una QUALITÀ che
2.80 invece di 4.25
Prosciutto
Puccini
5.10
invece di 6.–Arrosto inglese con salsa Svizzera, per 100 g, in self-service 15%
5.10
invece di 6.–Carpaccio di manzo Rapelli Svizzera, per 100 g, in self-service 15%
3.40
invece di 4.–Spezzatino di manzo per 100 g, in self-service 15%
5.85
invece di 7.80 Nuggets di pollo Migros Brasile, 500 g, in self-service, (100 g = 1.17) 25%
Con una fetta di pancetta
2.35
invece di 2.85
Uccelli scappati con pancetta Migros manzo/suino, Svizzera, 4 pezzi, per 100 g, in self-service 17%
Tutto l'assortimento di carne, pesce e salumi, Sélection, refrigerati (surgelati esclusi), per es. salmone reale, d'allevamento, Nuova Zelanda, 100 g, 9.56 invece di 11.95, in self-service 20%
Filetti di salmone Pelican ASC o filetti dorsali di merluzzo dell'Atlantico Pelican MSC in conf. speciale o in conf. multipla, per es. filetti di salmone ASC, 500 g, 10.40 invece di 16.–, (100 g = 2.08) 35%
Offerte
Migros Ticino
Fai spazio sulla GRIGLIA
4.35
Carré d'agnello Migros Nuova Zelanda/Gran Bretagna/Irlanda, per 100 g, in self-service 20%
invece di 5.45
1.95
Costate di maiale marinate IP-SUISSE per 100 g, in self-service 30%
invece di 2.80
3.95
invece di 5.90
Bistecche di scamone di manzo Black Angus Migros Uruguay, 2 pezzi, per 100 g, in self-service 33%
6.60 invece di 8.45
Rognonata di vitello Svizzera, per 100 g, al banco 21%
4.95
invece di 6.50
Costoletta di vitello Migros Francia/Paesi Bassi, per 100 g, in self-service 23%
da 2 21%
5.50
invece di 7.–
Cipollata IP-SUISSE 2 x 8 pezzi, 2 x 200 g, (100 g = 1.38)
5.50
invece di 7.20
Bratwurst dell'Olma di San Gallo IGP Svizzera, 2 x 2 pezzi, 2 x 320 g, (100 g = 0.86)
2.90
invece di 3.65
9.35
invece di 14.–
Spiedini di pollo all'orientale Migros Svizzera, per 100 g, in self-service 20% 12.95
Sovracosce di pollo Optigal al naturale o speziate, Svizzera, al kg, in self-service 33%
8.95 invece di 11.20
Tutti i formaggi da grigliare o rosolare in self-service per es. halloumi Taverna, 250 g, 4.17 invece di 4.90, (100 g = 1.67) a partire da 2 pezzi 15%
1.95
invece di 2.95
invece di 18.–Orata reale M-Classic, ASC d'allevamento, Grecia, in conf. speciale, 3 pezzi, 1 kg, in self-service, (100 g = 1.30) 28%
Spiedini di gamberi Migros Lemon Pepper, ASC d'allevamento, Vietnam, 4 pezzi, per 100 g, in self-service 33%
meno grassi rispetto al salmone
Filetti di trota salmonata M-Classic, ASC d'allevamento, Danimarca/Norvegia, 380 g, in self-service, (100 g = 2.36) 20%
4.55
Filetti di salmone con pelle Migros Bio d'allevamento, Norvegia, per 100 g, in self-service
Prodotti freschi e pronti
Sapori da mille e una notte
5.76
con succoseParticolarmente e saporite 13.95 Oriental Snacks Anna's Best Kibbeh & Sambousek, Spinach & Beetroot Falafel, Crunchy Cauliflower, 510 g, (100 g = 2.74)
Tutti gli smoothie True Fruits per es. Yellow, 250 ml, 2.80 invece di 3.50, (100 ml = 1.12) 20%
20%
Tutto l'assortimento Sushi Mania per es. Best of Salmon Mix, 205 g, 7.96 invece di 9.95, (100 g = 3.88)
Un boccone
Tutti i tipi di pane Hercules per es. mini bio cotto su pietra, 400 g, 3.04 invece di 3.80, prodotto confezionato, (100 g = 0.76) 20%
Panini per aperitivo precotti M-Classic in conf. speciale, 360 g, (100 g = 1.56) 14%
conf. da 3 20%
5.60 invece di 6.53
5.95 invece di 7.80 Millefoglie in conf. speciale, 6 pezzi, 471 g, (100 g = 1.26) 23%
Biscotti freschi nidi alle nocciole, discoletti o biscotti al cocco per es. nidi alle nocciole, 3 x 216 g, 6.80 invece di 8.55, (100 g = 1.05)
4.50
Trancio di tiramisù 275 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.64)
a partire da 2 pezzi
Deliziosilatticini
Tutto il formaggio Appenzeller in self-service per es. leggermente piccante, circa 230 g, per 100 g, 1.40 invece di 1.75 20%
2.60
invece di 3.25 San Gottardo Prealpi per 100 g, prodotto confezionato 20%
Tomino boscaiolo con speck Italia, 195 g, (100 g = 2.00) 15%
3.90 invece di 4.60
20%
5.20
invece di 6.55
Caprice des Dieux in conf. speciale, 330 g, (100 g = 1.58)
2.15
Formaggella della Valle di Blenio per 100 g 15%
invece di 2.55
Migros Ticino
conf. da 2 15%
Mezza panna e panna intera UHT Valflora, IP-SUISSE per es. panna intera, 2 x 500 ml, 5.60 invece di 6.60, (100 ml = 0.56)
Tutti gli yogurt Migros Bio, 150 g e 180 g per es. greco, mandorle-miele, 150 g, –.88 invece di 1.–, (100 g = 0.59)
conf. da 12 20%
13.90
invece di 17.40
conf. da 4
1.–DI RIDUZIONE
Latte M-Drink UHT Valflora, IP-SUISSE 12 x 1 litro, (1 l = 1.16)
5.80
invece di 6.80
Creme Dessert Tradition Vanille, Caramel o Chocolat au lait, 4 x 175 g, (100 g = 0.83)
Crème brûlée e tiramisù, Sélection per es. Crème brûlée, 2 pezzi, 200 g, 2.60 invece di 3.25, (100 g = 1.30) 20%
UN RIMEDIO alla febbre del calcio
Salatini da aperitivo Gran Pavesi Cracker Salato, Sfoglie Classiche o Sfoglie Mais, in confezioni speciali o multiple, per es. Cracker Salato, 560 g, 3.90 invece di 4.93, (100 g = 0.70) 20%
Snacketti Dancer Cream e Snacketti Paprika Shells nonché Chips Nature e Chips Paprika, in conf. speciale, 330 g, (100 g = 2.15) 20%
a partire da 2
20% 7.10 invece di 8.90
Snackbag Zweifel
Fonzies, Flips e Triangles alla paprica, M-Classic per es. Flips M-Classic, 200 g, –.80 invece di 1.–, (100 g = 0.40)
a partire da 2 pezzi 20%
a partire da 2 pezzi 33%
Tutti gli antipasti Polli e Da Emilio non refrigerati per es. pomodori secchi Polli, 140 g, 3.02 invece di 4.50, (100 g = 2.16)
Tutti i formaggi per insalata e i tipi di feta per es. feta Migros Bio, 180 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 1.31)
pezzi
LO SAPEVI
La birra analcolica è la bevanda isotonica perfetta per i Mondiali di calcio. Compensa in modo ideale la perdita di liquidi e minerali causata dall'entusiasmo della partita. Inoltre, contiene meno calorie della birra normale ed è meno zuccherata delle bibite tradizionali.
Tutte
a partire da 2 pezzi
PerRINFRESCARTI
4.50 invece di 9.–Acqua minerale Aproz Gazéifiée, Légère o Naturelle, 12 x 500 ml, (100 ml = 0.08)
–.40 Energy Drink M-Budget Original, 250 ml, (100 ml = 0.16)
Acqua minerale Valais 6 x 1,5 litri, per es. senza anidride carbonica, 3.20 invece di 6.40, (100 ml = 0.04)
Tutto l'assortimento Vitamin Well per es. Reload, 6 x 500 ml, 10.13 invece di 13.50, (100 ml = 0.34)
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AMORE al primo morso
10.95 invece di 21.90
Cornetti vaniglia-fragola Fun prodotto surgelato, in conf. speciale, 16 pezzi, 16 x 145 ml, (100 ml = 0.47)
Tutti i biscotti Créa d'Or per es. pizzelle, 100 g, 2.08 invece di 3.10
Prezzi BASSI da non perdere
a partire da 2 pezzi 20%
Tutti i müesli bio Migros Bio e Alnatura per es. müesli Migros Bio croccante con cioccolato, 500 g, 4.76 invece di 5.95, (100 g = 0.95)
Mandorle e noci miste, Sun Queen in conf. speciale, per es. miscela di noci tostate, 400 g, 10.50 invece di 13.18, (100 g = 2.63) 20%
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Caffè in chicchi Migros Classico e Oro, 1 kg, per es. Classico, 6.72 invece di 8.–, (100 g = 0.67)
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Tutte le barrette singole sport e lifestyle (articoli Alnatura esclusi), per es. Protein Bar Crispy Cookie Chiefs, 55 g, 2.28 invece di 3.25, (100 g = 4.15)
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Tutte le confetture Extra e Fit & Well, Belle Journée per es. Extra alle fragole, 500 g, 2.16 invece di 2.70, (100 g = 0.43)
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Spaghetti o penne rigate, Agnesi in confezioni multiple, per es. spaghetti, 5 x 500 g, 7.50 invece di 12.50, (100 g = 0.30)
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Tutte le salse Salsa all'Italiana per es. Napoli, 250 ml, 1.09 invece di 1.55, (100 ml = 0.44)
conf. da 2 30%
Lasagne La Trattoria alla bolognese o alle verdure prodotto surgelato, per es. alla bolognese, 2 x 600 g, 6.90 invece di 9.90, (100 g = 0.58)
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33%
Pizze Buitoni
surgelate, Caprese, Prosciutto e funghi o Diavola, per es. Caprese, 2 x 350 g, 7.35 invece di 11.–, (100 g = 1.05)
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Lenticchie Migros Bio disponibili in diverse varietà, per es. verdi, 500 g, 2.56 invece di 3.20, (100 g = 0.51)
conf. da 3 20%
Nissin disponibili in diverse varietà, in conf. multipla, per es. Soba Wok Style Classic, 4.40 invece di 5.55, (100 g = 1.35)
Intero assortimento Al Fez per es. Insalata di taboulé con pomodori e olio d'oliva, 760 g, 5.76 invece di 7.20, (100 g = 0.76) 20%
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Wedges Denny’s, Classic o Mexican prodotto surgelato, in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.57) 30%
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Basmati Migros 1 kg, 2.28 invece di 3.–, (100 g = 0.23)
Aceto balsamico di prima classe!
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Aceto balsamico di Modena Ponti 250 ml, (100 ml = 1.80)
Piccoli AIUTANTI, grande protezione
La cura giusta per ogni tipo di pelle
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Tutto l'assortimento M-Plast (confezioni da viaggio escluse), per es. cerotti in strip Comfort, 24 pezzi, 1.95 invece di 2.60
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Rasoio da donna Bic in confezioni multiple o speciali, per es. rasoio usa e getta Soleil Colour, 8 pezzi, 6.90 invece di 9.20
Tutto l'assortimento Sun Look (confezioni multiple escluse), per es. Hydro Face Serum IP 50, 30 ml, 4.13 invece di 5.90, (10 ml = 1.38)
Le giornate
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Puliti e PROFUMATI
Tutti i detersivi Total (confezioni multiple e speciali escluse), per es. 1 for all in conf. di ricarica, 2 litri, 7.98 invece di 15.95, (1 l = 3.99)
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per il bucato Total in confezioni multiple o speciali, per es. Oxi Booster Color, 1,5 kg, 13.95 invece di 20.93, (1 kg = 9.30)
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Tutto l'assortimento Cesar, Pedigree, Exelcat, Sheba e Dreamies per es. selezione in salsa con manzo, pollo, agnello e tacchino, Cesar, 12 x 100 g, 8.01 invece di 11.95, (100 g = 0.67)
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Come INCANTAREcon i fiori
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Svizzera, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.30), offerta valida dal 25.6 al 28.6.2026 31%
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