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Azione 25 del 17 giugno 2026

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Seguici su Il 30 giugno con Forum elle in gita sul Monte Tamaro

MONDO MIGROS Pagina 2

SOCIETÀ Pagina 3

Nonni, figli e nipoti: il delicato equilibrio fra generazioni permette di costruire relazioni forti

La Difesa svizzera tra dottrine del passato, minacce che avanzano e la necessità di cambiare rotta

ATTUALITÀ Pagina 19

Al pascolo tra i «dentoni»

CULTURA Pagina 21

Al Cartoonmuseum di Basilea un omaggio all’argentino José Muñoz, maestro del fumetto

L’esperienza di viaggio della fotografa Ruth Orkin, all’insegna di libertà ed emancipazione

TEMPO LIBERO Pagina 33

Voglia

di mare alla svizzera

Sentite anche voi un’insopprimibile voglia di mare? È una malattia svizzera molto diffusa, soprattutto verso metà giugno, quando da noi finiscono le scuole. Dipenderà forse dal fatto che, chilometricamente parlando, il nostro Paese è vicinissimo al Mediterraneo, bastano due ore d’auto per raggiungerlo, ma lui resta sempre lì, a gorgogliare già in Liguria, mentre noi lo sogniamo sempre da qui, tra foreste di pini e fondovalli lacustri. Tecnicamente siamo un Paese landlocked, senza porti, senza marina oceanica, senza quella cosa romantica e burrascosa che è l’orizzonte d’acqua che sparisce nell’infinito. Eppure, in un qualche modo che sembra sfidare la logica, siamo anche noi un popolo di navigatori. Abbiamo una specie di marina militare che viaggia a flottiglie su fiumi e laghi (truppe del genio lacuale/nautico), ma disponiamo pure

di 17 navi private, 13 delle quali oceaniche, coordinate dallo Swiss Maritime Navigation Office con sede a Basilea, che solcano tutti i mari del mondo battendo bandiera svizzera.

Senza avere uno sbocco sul mare, gli svizzeri hanno creato uno dei team velistici più dominanti della storia, Alinghi, capace di vincere ben due volte la Coppa America (2003 e 2007).

I Paesi marinari rimanevano stupefatti: vero che quelle vittorie erano dovute a team di atleti in gran parte neozelandesi, ma farsi battere da un equipaggio rossocrociato, per loro, aveva un che di umiliante.

L’attrazione per il mare è antica. Nel Quattrocento, quando la Confederazione non era né neutrale né contemplativa, i militi alabardati svizzeri calarono a sud, conquistando territori lombardi e chissà, se quell’antica campagna bel-

lica fosse continuata con successo, magari oggi lo sbocco al mare l’avremmo davvero e anche sulle spiagge della Liguria si allestirebbero i falò del primo d’agosto. Fantastoria: la sconfitta di Marignano (1515) chiuse il discorso. Il mare rimase lì: vicino, ma irraggiungibile. Un sogno da eterni vacanzieri. Qualcuno ha tentato una scorciatoia. Non puoi avere il mare? Allora creati una via diretta per raggiungerlo. Dev’esser nata così l’idea dell’idrovia Locarno–Milano–Venezia che partendo dal lago Maggiore, imbocca il fiume Ticino, quindi i Navigli e il Po e arriva dritta-dritta nell’Adriatico. Un itinerario d’acqua che, almeno sulla carta, permette di partire da Locarno e arrivare a Venezia senza uscire dal flusso delle acque. Bell’esperienza di viaggio, ma per niente spiccia se si vuole arrivare in fret-

ta alla sdraio, sulla sabbia, sotto l’ombrellone. Perché noi abbiamo voglia di mare e qualche volta succede anche il contrario. Nel 2014 un gruppo di buontemponi sardi aveva lanciato il progetto della Sardegna come “cantone marittimo”: l’isola doveva diventare il 27º cantone svizzero. Una provocazione che a suo tempo aveva acceso ilarità e discussioni, voti simbolici, presentazioni ufficiali. Il paradiso mediterraneo trasformato, con tocco elvetico, in un luogo d’ordine e pulizia dove persino le onde erano tenute ad arrivare puntuali. Naturalmente non se n’è fatto nulla. Il mare è rimasto in Sardegna e la Svizzera è rimasta dov’è. Sogni incrociati che tornano alla mente a metà giugno, quando cominciamo a percepire dentro di noi il sussurro ipnotico delle onde che vanno e che vengono e ci vien voglia di toccarle.

Elia Stampanoni Pagina 13
Elia Stampanoni

Convivialità, amicizia, inclusione e apprendimento: Lingue e Sport è tutto questo.

Sospesi tra terra e cielo

Forum Elle ◆ Una visita al Monte Tamaro

Per un’estate indimenticabile

Lingue e Sport ◆ In programma corsi per tutte le età e tutti i gusti

Per migliaia di ragazze e ragazzi ticinesi da oggi la parola d’ordine è una sola: «vacanze». Dieci settimane di estate da riempire senza dubbio con riposo e divertimento, ma che possono, perché no?, anche diventare occasione di scoperta del territorio e di ripasso delle materie scolastiche. Il tutto in un clima amichevole e stimolante come può esserlo quello di Lingue e Sport. Ne abbiamo parlato con Joël Rossetti, impiegato all’Ufficio cantonale dello sport del DECS e nella direzione della Fondazione Lingue e Sport.

Joël Rossetti, oggi finiscono le scuole e per le ragazze e i ragazzi ticinesi inizia un lungo periodo di vacanze. Lingue e Sport è pronto?

Assolutamente sì. L’estate è da sempre il periodo più intenso per la Fondazione Lingue e Sport e siamo pronti ad accogliere migliaia di giovani in tutta la Svizzera italiana. Proponiamo attività che combinano sport, apprendimento, scoperta del territorio e socializzazione.

Dai corsi diurni ai soggiorni residenziali, l’obiettivo è offrire un’estate ricca di esperienze significative, in cui il divertimento va di pari passo con la crescita personale.

A quali fasce d’età si rivolge Lingue e Sport e chi può parteciparvi?

La nostra offerta si rivolge principalmente ai bambini e ai ragazzi dalla scuola dell’infanzia alla scuola me-

dia. Le attività sono aperte a tutti coloro che desiderano vivere un’esperienza educativa, sportiva e ricreativa durante le vacanze.

Cerchiamo di proporre attività adatte alle diverse età affinché ogni partecipante possa trascorrere momenti piacevoli e stimolanti con Lingue e Sport.

Quali sono le novità in programma che incuriosiscono voi da una parte e il pubblico dall’altra?

Ogni anno cerchiamo di innovare.

Tra le novità di questa estate ci sono il Parkour e, a Bellinzona, un corso dedicato alla lingua dei segni, proposta per la prima volta.

Siamo sempre curiosi di vedere come i partecipanti reagiscono alle nuove attività. I giovani apprezzano soprattutto le esperienze pratiche, all’aria aperta e diverse dalla routine scolastica.

Perché consiglierebbe a una giovane o un giovane di fare almeno una volta un’esperienza con Lingue e Sport?

Perché offre la possibilità di trascorrere una parte dell’estate in un ambiente positivo e accogliente. Molti arrivano per uno sport o una materia e scoprono molto di più: nuove amicizie, autonomia, fiducia in sé stessi e il piacere di imparare in modo diverso. Non è raro sentire ex partecipanti descrivere un corso Lingue e Sport come uno dei ricordi più belli delle loro vacanze.

Al di là delle attività di scoperta e di ripasso scolastico, al centro di questi programmi vi è sempre l’amicizia. Quanto investite su questo tipo di relazione, oggi più importante che mai?

Investiamo molto. Le attività sono importanti, ma ciò che rende speciale un’esperienza Lingue e Sport sono le relazioni che si creano. Docenti e monitori promuovono il lavoro di gruppo, l’inclusione e il rispetto reciproco. Vedere nascere amicizie che continuano anche dopo la fine dei corsi è uno degli aspetti più gratificanti del nostro lavoro.

Le attività hanno un costo, ma esistono aiuti per le famiglie che potrebbero avere difficoltà economiche?

Sì. Il nostro obiettivo è permettere al maggior numero possibile di giovani di partecipare. Diversi comuni ticinesi offrono contributi ai propri domiciliati; l’elenco completo è disponibile su www.linguesport.ch. Esistono inoltre sostegni tramite enti e fondazioni. Tra questi vi sono ROKJ Ticino, sostenuto dai Rotary ticinesi, e Soccorso d’Inverno Ticino, con cui collaboriamo e che può intervenire in situazioni di necessità. Invitiamo le famiglie che dovessero incontrare difficoltà a contattarci con serenità: ogni situazione viene valutata con discrezione e riservatezza.

Forum elle nacque nel 1957 come «associazione svizzera delle cooperatrici Migros» con l’obiettivo di difendere gli interessi della famiglia e divulgare su larga scala le idee del fondatore della Migros Gottlieb Duttweiler. Oggi, Forum elle, l’organizzazione femminile apartitica e aconfessionale della Migros, conta poco meno di 8000 socie divise tra 16 sezioni. La sezione ticinese di Forum elle, con le sue oltre 270 socie, è particolarmente attiva, e sotto la direzione di Gaby Malacrida (presidente in Ticino) offre con regolarità una serie di incontri di carattere diverso, dal culturale al conviviale, in un intento che spazia dalla socializzazione e dall’aggregazione fino alla formazione e all’arricchimento personali. Per inaugurare al meglio l’estate ormai alle porte, Forum elle sezione Ticino per il prossimo martedì 30 giugno propone una giornata speciale al Monte Tamaro con visita alla Chiesa Santa Maria degli Angeli dell’architetto Mario Botta.

Programma

La Chiesa Santa Maria degli Angeli di Mario Botta è un complesso monumentale e ricco di significati: per meglio comprendere l’intenzio-

ne del committente e dell’architetto, Forum elle sarà accompagnato dallo storico dell’arte don Claudio Premoli. Al termine della visita, pranzo al ristorante (piatto principale e dessert, con proposta vegetariana). Vi sarà poi la possibilità di scoprire le numerose attività ludiche e sportive offerte ai visitatori. La discesa alla stazione di partenza di Rivera e ai parcheggi è individuale (ultima corsa telecabina ore 17.00) e può essere fatta anche a piedi.

• Ritrovo: R ivera, biglietteria Monte Tamaro, ore 10.15.

• Prezzo:

(comprendente salita e discesa in telecabina, visita alla Chiesa Santa Maria degli Angeli, pranzo): CHF 55. (acqua e caffè a tavola offerti da Forum elle Ticino, altre bevande ed ev. extra a carico dei partecipanti).

• Iscrizioni: entro sabato 20 giugno 2026.

Info e iscrizioni www.forum-elle.ch e-mail:

simona.guenzani@forum-elle.ch Tel. 077 52473 47

Mascia Sassano, da quarant’anni con l’azienda

Anniversari ◆ «Mi sento quasi parte dell’inventario Migros, nel senso più affettuoso del termine»

Oggi Mascia Sassano lavora nella filiale Migros di Bellinzona, e nelle scorse settimane ha festeggiato un traguardo speciale: quarant’anni in azienda. A lei, da parte di Migros Ticino e della redazione di «Azione», un ringraziamento per l’impegno e la dedizione.

Mascia, quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino?

Come è una sua giornata tipo in filiale?

La mia giornata inizia presto: di solito

Attualmente mi occupo del reparto panetteria, seguendo la gestione della merce e la cottura del pane. Il mio percorso in Migros è iniziato alla filiale di Sant’Antonino, proprio nell’anno della sua apertura, nel reparto latticini, dove ho lavorato per i primi sei anni. In seguito sono passata al reparto tessili, nel quale ho trascorso i vent’anni successivi. È stato un cammino lungo e ricco di esperienze, che mi ha permesso di crescere sia professionalmente sia personalmente.

lavoro dalle 06.00 alle 12.00. Appena arrivo, mi dedico subito alla cottura del pane, che prepariamo il giorno precedente sugli appositi carrelli, e al confezionamento. Nel frattempo, insieme alla mia collega, ci occupiamo anche della merce che arriva sui pallet: la smistiamo e la sistemiamo con cura, facendo sempre molta attenzione alla rotazione dei prodotti e alle date di scadenza. Una volta conclusa la cottura e la sistemazione della merce, preparo i sei carrelli con il pane che verrà cotto il giorno successivo. È un lavoro dinamico, che richiede attenzione e organizzazione, ma che mi dà anche molta soddisfazione.

Cosa sono stati questi 40 anni di lavoro per lei? Hanno rappresentato una parte im-

portantissima della mia vita. Posso dire con sincerità di sentirmi quasi parte dell’inventario Migros, nel senso più affettuoso del termine. Sono entrata in azienda che ero ancora una ragazzina, e guardandomi indietro mi rendo conto che il mio percorso lavorativo ha contribuito in modo profondo a formare la persona che sono oggi. È stata una lunga esperienza fatta di impegno, crescita, incontri e tanti ricordi.

E Migros, cosa rappresenta?

Per me Migros è davvero una seconda casa. Nella sede in cui lavoro oggi mi portava già mia mamma quando ero bambina, e pensare di aver trascorso qui 40 anni della mia vita ha per me un significato molto forte. In tutto questo tempo ho visto l’azienda

cambiare e trasformarsi tantissimo: dal Camion Migros fino ai sistemi automatizzati come Subito Go. Sono stati anni pieni di cambiamenti, ma anche anni belli, interessanti e, in tanti momenti, persino divertenti. È una realtà alla quale mi sento profondamente legata.

Oltre a Migros, ha un hobby o un’attività particolare? Nel tempo libero amo dedicarmi al giardinaggio, che per me è una vera passione. Ho anche un legame speciale con gli animali, in particolare con i miei due Terranova, ai quali sono molto affezionata. E poi apprezzo molto anche i momenti più semplici e tranquilli: stare sul divano e guardare un bel film è uno dei modi che preferisco per rilassarmi.

Mascia Sassano in Migros Ticino dal 24.05.1986
Sul Monte Tamaro si visiterà Santa Maria degli Angeli di Mario Botta, accompagnati da don Claudio Premoli. (ticino.ch)

SOCIETÀ

Mondoanimale

L’affascinante mistero delle fusa del gatto: stabili e «personali» non esprimono solo felicità

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Moesa, la natura ritrovata

I lavori di compensazione ambientali hanno permesso di recuperare preziosi habitat

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Filosofia dell’amore

L’ultimo saggio di Emanuele

Coccia analizza il sentimento che più ci sfugge e più ci affascina

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Pecore in città

La transumanza urbana di ovini, un progetto per combattere le specie invasive e gestire aree verdi

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I nuovi nonni e il delicato equilibrio tra figli e nipoti

Famiglia ◆ Più presenti rispetto al passato nell‘accudimento dei nipoti, in molti casi sono diventati indispensabili

I nonni di oggi assomigliano poco a quelli di una volta. Sono diversi rispetto agli standard delle generazioni precedenti: più attivi e intraprendenti, sostengono i nipoti non soltanto donando affetto, ma anche mettendo a disposizione gran parte del loro tempo e offrendo un supporto materiale (in alcuni casi economico). Complici l’allungamento della vita e il miglioramento generale delle condizioni di salute nel mondo occidentale, i nonni dei nostri tempi spesso non sperimentano nemmeno più la sindrome del nido vuoto (la condizione di sconforto e tristezza provata quando i figli lasciano la casa) che, anni fa, tormentava i genitori (le madri, in particolare) di mezza età. «In tutto il mondo i nonni contemporanei – o almeno il 90% di loro – ricoprono un ruolo nell’accudire, nell’influenzare e nel sostenere la generazione successiva. A causa degli orari di lavoro prolungati dei genitori, più dei due terzi dei nonni forniscono abitualmente ai nipoti le cure essenziali. Se alcuni aiuti sono mirati – portare i nipoti a comprare le scarpe o dall’oculista – il 20% delle donne offre con regolarità fino a dieci ore di assistenza a settimana».

I nonni contemporanei spesso ricoprono un ruolo importante nell’accudire e nel sostenere la generazione successiva

A raccontare l’impegno dei nuovi nonni è Terri Apter, psicologa ed ex docente senior al Newnham College di Cambridge. I suoi libri sulle dinamiche familiari, l’identità e le relazioni hanno ricevuto riconoscimenti internazionali. Cresciuta a Chicago, si è trasferita nel Regno Unito per studiare all’Università di Edimburgo e di Cambridge, dove vive ancora e dove fa anche la nonna. Alla «nonnitudine» ha dedicato un libro, appena pubblicato in italiano, intitolato I nonni che aiutano a crescere. Come costruire relazioni forti e felici tra le generazioni (Corbaccio). «La potenza del ruolo di nonna mi ha colta di sorpresa» scrive Apter. «Non si trattava solo dell’amore – benché ce ne fosse a bizzeffe – o della nuova serie di preoccupazioni e cure. A colpirmi maggiormente è stata la trasformazione radicale della nostra famiglia e della posizione di ogni suo membro». Con l’arrivo dei nipoti, la psicologa si aspettava che il suo apporto sarebbe diminuito e invece si è ritrovata ad essere un nuovo tipo di madre: la madre di una figlia che era a sua volta madre, ma anche «una nonna nuova di zecca».

Con una consapevolezza che combina esperienza personale, studio e interviste (oltre settanta), Apter racconta come l’attaccamento dei nonni verso

i neonati passi letteralmente dal fisico, con quello che chiama «grandma swoon» (l’estasi della nonna), un amore mediato dall’ossitocina, talmente intenso da fare sentire alla nonna che il bambino le «appartenga». Un trasporto che rende le nonne capaci di superare le frustrazioni causate dai figli, che a volte sono così presi dall’emergenza delle loro vite da non riuscire a dare il giusto valore alle premure «nonnesche». Anche i nonni descrivono emozioni come «lo sciogliersi» e spesso non sono meno ansiosi delle nonne di giocare con i nipotini. Ma l’amore profondo implica, come in tutti i rapporti, anche un potenziale dolore: quando i nonni sono costretti a separarsi a lungo dai nipoti soffrono. E molto. L’allontanamento, spiega Apter, è più comune di quanto si pensi, e spesso viene sopportato in silenzio e con vergogna. Nonni e nipoti, a volte, vengono separati a causa di divorzi, litigi o semplicemente per differenze di valori o attitudini. I genitori, infatti, «controllano l’accesso» ai nipoti. Si possono creare tensioni

se i nonni offrono consigli percepiti come critiche o se non si adattano alle moderne linee guida sulla cura dell’infanzia.

Con l’avanzare dell’età prendersi cura dei propri nipoti può apportare benefici cognitivi, aiutando a mantenere più forti la memoria e le capacità linguistiche

La psicologa racconta come la relazione tra nonni e figli sia, a volte, meno idilliaca di come viene rappresentata perché è filtrata attraverso il prisma dei figli cresciuti che, improvvisamente, si rendono conto di detenere il controllo. Quindi, per i più anziani non si tratta solo di decidere che tipo di nonna o nonno si vuole essere, ma anche di capire che tipo di accesso viene permesso.

Il libro di Terri Apter non è certo il primo a entrare nel merito delle delicate dinamiche familiari e del profon-

do rapporto che si instaura tra nonni e nipoti. Tra questi c’è Nonni in regola. Come valorizzare il ruolo dei nonni nel delicato equilibrio fra figli e nipoti (Franco Angeli) di Roberto Gilardi, che è stato docente alla facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Trieste. Nel suo libro ha analizzato le tensioni che possono scatenarsi all’interno delle famiglie. Prima, i nonni facevano il loro «mestiere» viziando i nipoti, mentre oggi alcuni trascorrono con i piccoli più tempo degli stessi genitori, proprio nella fase di vita in cui per i bambini avviene l’imprinting di molte abitudini, schemi di vita, valori e regole. Un ruolo piacevole, sicuramente, ma faticoso, non solo per le tante richieste dei bambini ma anche per le difficoltà che i genitori hanno ad accettare il diverso ruolo dei nonni nell’educazione dei figli. L’analisi di Gilardi viene confermata dal fatto che, in diverse parti del mondo, sono addirittura nati anche dei gruppi di ascolto e di auto-aiuto (online e in presenza) per i nonni. Nonostante le difficoltà, prender-

si cura dei propri nipoti può apportare benefici cognitivi, aiutando a mantenere più forti la memoria e le capacità linguistiche con l’avanzare dell’età, secondo uno studio pubblicato sulla rivista «Psychology and Aging». I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 2800 nonni: quelli che si sono occupati dei nipoti hanno ottenuto punteggi più alti, come gruppo, nei test di memoria e di capacità linguistiche rispetto agli anziani che non hanno partecipato alle faccende della vita familiare. Il minore declino cognitivo complessivo nel tempo è stato registrato nelle nonne. I benefici non sono risultati legati alla frequenza della cura (poteva essere occasionale o ripetuta) e sono reciproci. Una ricerca del Center on the Developing Child di Harvard dimostra che relazioni sicure con gli adulti e basate sull’affetto aiutano i bambini a gestire lo stress e a regolare le emozioni. I bambini che hanno adulti stabili e premurosi nella loro vita sviluppano più abilità sociali, un migliore controllo emotivo e maggiore fiducia in se stessi nell’affrontare le sfide.

Attivi e intraprendenti, i nonni di oggi sostengono i nipoti non soltanto donando affetto, ma anche mettendo a disposizione gran parte del loro tempo. (Pexels.com)
Stefania Prandi

L’hamburger del mese

Attualità ◆ A base di luganighetta questa delizia ti sorprenderà al primo morso, grazie al suo intenso mix di sapori. Ma attenzione, sarà disponibile solo fino alla fine di giugno

Hai voglia di un hamburger un po’ diverso dal solito? In questo caso per tutto il mese di giugno nelle nostre filiali potrai scoprire una variante alternativa ai prodotti convenzionali, l’hamburger di luganighetta. Realizzato dalla Rapelli di Stabio a partire da un impasto lavorato sapientemente secondo un’antica ricetta, utilizzando carne di maiale svizzera macinata a grana grossa e insaporita con una finissima miscela di spezie, è ottimo sia preparato sulla griglia che in padella. Grazie alla sua tenerezza al morso, succosità e al sapore caratteristico dato dalle note di pepe, noce moscata e cannella, regala un’esperienza di gusto unica, che non deluderà nessun commensale. Cotto in 6-8 minuti a fuoco vivo, girandolo a metà cottura, è ideale da gustare sia in un tipico bun – il soffice panino al sesamo della cucina statunitense – sia in un panino classico oppure

Hamburger di luganighetta per 100 g Fr. 3.20

da solo, accompagnato per esempio semplicemente da un’insalatina di stagione o da verdure grigliate. A proposito, ti possiamo già anticipare che per tutta l’estata proporremo ogni mese un hamburger speciale: dopo quello alla luganighetta a luglio ti aspetta l’hamburger piccante, ad agosto la variante con pepe della Valle Maggia e a settembre il delicato hamburger con finocchietto. Non lasciarteli sfuggire!

La freschezza dei meloni

Attualità ◆ Non c’è estate senza di loro. Una squisitezza disponibile attualmente alla Migros in diverse varietà

Ingrediente protagonista di tanti piatti estivi, il melone è una vera bomba di gusto, profumo e freschezza. Originario dell’Asia occidentale e dell’Africa nord-orientale, si diffuse poi ampiamente nell’Europa del sud in epoca romana. Oggi è coltivato principalmente attorno al bacino mediterraneo, dove il clima caldo e temperato ne favorisce la crescita e la maturazione. Il melone è una pianta annuale, rampicante, di cui si coltivano numerose varietà che variano a seconda della forma, della dimensione e del colore della buccia e della polpa. Tra le più diffuse, possiamo citare il melone retato, Galia e Charentais. Il frutto ha un basso contenuto calorico, ha proprietà diuretiche ed è ricco di vitamine e sali minerali. Il gusto del melone raggiunge il suo apice a piena maturazione. Al momento dell’acquisto un buon melone ha un profumo intenso e dolce, soprattutto vicino al picciolo. Lo si apprezza in moltissime ricette, sia dolci sia salate. Nei reparti frutta Migros si trovano ora diverse varietà di melone, ma non mancano nemmeno le «cugine» angurie, nelle varianti classica, mini e biologica.

Dalla polpa colore arancio albicocca, molto aromatico e dolce, con caratteristica buccia a trama retata.

Il pregiato e profumato Charentais si distingue per la sua polpa zuccherina e succosa di colore arancione intenso.

Possiede una polpa verde-bianca, leggermente meno dolce rispetto ad altre varietà, il Galia è rinfrescante e delicato al palato.

Hit

Melone retato

Italia, al pezzo Fr. 1.95 dal 18.6 al 24.6.2026

Vendita speciale pacchi smarriti

Attualità ◆ Fino al 24 giugno 2026 il Centro S. Antonino ospita un Pop Up Store Lostys dove potrai acquistare a peso pacchi smarriti dell’e-commerce

Registrati facilmente online, recati sul posto, scegli il pacco che vuoi tu, pagalo a peso e scopri cosa contiene! Per la prima volta, al Centro S. Antonino ti aspetta un Pop Up Store dedicato alla vendita di pacchi smarriti del commercio online, vale a dire ordini mai reclamati e rimessi in circolazione a favore del pubblico.

I pacchi sono proposti a un prezzo molto interessante (CHF 2.99 per 100 grammi) ma potrebbero contenere articoli di ogni valore e tipologia: dall’alta tecnologia all’abbigliamento più trendy, dalle sneaker di culto ai videogiochi super divertenti, dagli oggetti da collezione fino alle borse e ai gadget più disparati… insomma ogni volta una vera sorpresa!

I pacchi messi in vendita provengono da tutta Europa e sono stati persi per vari motivi, in primo luogo a causa di indirizzi errati dei destinatari. In passato milioni di pacchi smarriti ogni anno venivano spesso distrutti dalle aziende di logistica, mentre ora grazie al loro recupero si può contribuire ad un approccio eco-compatibile che sostiene l’economia circolare. Passa a trovarci e lasciati sorprendere!

Ulteriori informazioni su www.lostys.ch

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I mici e il mistero delle fusa

Mondoanimale ◆ Il gatto «vibra» quando è felice (ma non solo), raccontando emozioni, salute e legame con l’uomo

Chiunque abbia vissuto con un gatto conosce bene quel suono profondo e ritmico che sembra nascere dal suo petto: le fusa. Una vibrazione morbida, continua, quasi ipnotica. Ma che cosa sono davvero le fusa? E perché il gatto le produce?

Il protagonista di questo fenomeno è il gatto domestico, Felis catus, che ha sviluppato nel corso dell’evoluzione un sistema di comunicazione sorprendentemente sofisticato. Le fusa non sono semplicemente un «segno di felicità», come spesso si crede: sono uno strumento comunicativo e fisiologico molto più complesso. A suffragio della meravigliosa complessità di questo fenomeno felino, un nuovo studio pubblicato dal Museum für Naturkunde Berlin insieme all’Università degli Studi di Napoli Federico II racconta una cosa affascinante: le fusa sono stabili, riconoscibili e personali, proprio come un’impronta vocale. Il miagolio, invece, cambia forma in base alla situazione, soprattutto nei gatti che vivono con noi.

Le fusa del gatto sono stabili, riconoscibili e personali, proprio come un’impronta vocale. Il miagolio, invece, cambia forma in base alla situazione

Dal punto di vista biologico, le fusa sono generate da contrazioni rapide e ritmiche dei muscoli della laringe che fanno vibrare le corde vocali sia durante l’inspirazione sia durante l’espirazione, producendo un suono continuo. La frequenza si colloca generalmente tra i 25 e i 150 hertz, un intervallo che la scienza associa a possibili effetti benefici sui tessuti biologici. Per approfondire la questione delle fusa, i ricercatori hanno analizzato registrazioni conservate nell’archivio sonoro del museo di Berlino e hanno utilizzato sofisticati strumenti di riconoscimento vo-

cale normalmente impiegati per studiare la voce umana. Sono stati messi a confronto gatti domestici e specie selvatiche, dando il compito ai computer di «indovinare» quale animale avesse prodotto ciascun suono. Il risultato è stato sorprendente: le fusa non sono tutte uguali. Ogni gatto presenta una struttura sonora propria, riconoscibile e stabile nel tempo. Una sorta di firma acustica personale, un ritmo unico che rimane costante anche quando cambiano l’ambiente e le circostanze.

Il miagolio, invece, ha rivelato –come si pensava – uno scenario molto diverso dove intensità, altezza e durata del suono variano sensibilmente a seconda della situazione: può farsi più insistente per esprimere fame, più acuto per richiamare attenzione, più breve o spezzato per segnalare fastidio o eccitazione. I gatti domestici, in

particolare, mostrano un repertorio vocale decisamente più ricco rispetto ai loro parenti selvatici. La convivenza con l’essere umano ha reso la loro voce uno strumento estremamente flessibile, capace di adattarsi ai nostri orari, alle nostre abitudini e persino alle nostre reazioni.

A differenza del miagolio che è rivolto soprattutto agli esseri umani, le fusa compaiono già nei primissimi giorni di vita del cucciolo. I gattini iniziano a farle quando ancora non hanno aperto completamente gli occhi perché si tratta di un modo per comunicare alla madre che stanno bene e che la poppata procede senza problemi. La madre, a sua volta, risponde con lo stesso suono, creando una sorta di dialogo vibrante. Il gatto fa spesso le fusa quando viene accarezzato, quando si accoccola sulle nostre ginocchia o quando si sente al

sicuro e, in questi casi, la vibrazione accompagna rilassamento e benessere. Ma le fusa non sono soltanto il suono della felicità perché possono comparire anche in situazioni opposte: un gatto ferito, impaurito o sotto stress può produrle come forma di autoconsolazione. Di fatto, molti veterinari osservano che le fusa emergono durante le visite ambulatoriali o persino poco prima di un intervento chirurgico. In questi contesti non indicano gioia, bensì un tentativo di autoregolazione emotiva. Esiste inoltre una variante definita «sollecitante»: si tratta di una vibrazione accompagnata da un lieve miagolio acuto, usata per attirare l’attenzione o ottenere cibo ed è un comportamento affinato nella convivenza con l’uomo. Il che dimostra quanto la comunicazione felina sia capace di adattarsi al nostro mondo.

Tra gli aspetti più affascinanti emersi dalla ricerca scientifica, c’è l’ipotesi che le fusa abbiano effetti fisici. Infatti, alcuni studi suggeriscono che le vibrazioni a bassa frequenza possano favorire la rigenerazione ossea e la riparazione dei tessuti, contribuendo alla sorprendente capacità dei gatti di riprendersi da fratture o traumi. Anche sull’essere umano le fusa sembrano avere un impatto: molte persone riferiscono una sensazione di calma e benessere quando un gatto vibra accanto a loro. Ciò accadrebbe perché il loro ritmo costante e profondo ha un effetto rilassante che può contribuire a ridurre lo stress, anche se in questo caso le evidenze scientifiche non sono ancora definitive e l’ipotesi rimane per ora semplicemente suggestiva.

I gatti fanno le fusa durante le visite dal veterinario: in questi casi sono un tentativo di autoregolazione emotiva

Non tutti i felini fanno le fusa allo stesso modo. Le specie del genere Panthera, come leoni e tigri, sono note soprattutto per il ruggito e non producono fusa continue come il gatto domestico. Altri felini, come ghepardi e puma, emettono invece vibrazioni simili. La differenza dipende dalla struttura dell’apparato ioideo e della laringe, adattati nel primo caso al ruggito potente e, nel secondo, alla vibrazione costante.

Le fusa sono dunque molto più di un semplice suono: rappresentano un linguaggio corporeo che comunica emozioni, bisogni e stati fisiologici. Raccontano una relazione antica tra gatto ed essere umano, fatta di prossimità e fiducia. Forse è proprio questa dimensione, insieme tattile e sonora, a renderle speciali. Allora, le fusa non si ascoltano soltanto: si sentono sulla pelle. E in quella vibrazione condivisa si nasconde uno dei misteri più affascinanti del mondo felino.

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La natura ritrovata della Moesa

Territorio ◆ Si sono da poco conclusi i lavori di compensazione ambientale tra Lumino e San Vittore voluti dall’USTRA. Recuperati preziosi habitat naturali tipici del fondovalle della regione

Me la ricordo come fosse ieri, la «Moeseta». Da ragazzino ci andavo a pescare con mio padre, la mattina presto, quando gli uccelli della notte si zittivano all’arrivo delle prime luci dell’alba. Oppure nelle calde sere d’estate, quando, all’imbrunire, trote scintillanti improvvisavano acrobatici salti sull’acqua quieta per acchiappare minuscoli insetti in volo.

Lì, a ridosso del confine con il Grigioni, tra Lumino e San Vittore, si apriva una confusa distesa di materiale alluvionale dove la Moesa si sdoppiava. Il ramo principale del fiume correva lungo il versante sinistro, mentre il resto dell’acqua trotterellava tra i sassi su quello destro. Per noi, quella era la «Moeseta». Un piccolo corso d’acqua che, più a valle, prima di ricongiungersi al fiume principale, disegnava un’ampia ansa disseminata di grossi massi, capaci di rallentarne il fluire e creare profonde pozze tranquille, nelle quali si specchiava il verde del bosco golenale. Un angolo di natura che aveva qualcosa di magico.

Poi, negli anni Sessanta, tutto cambiò. Il passaggio dell’autostrada A13 del San Bernardino sconvolse il paesaggio, lasciando una lunga ferita che tagliava in due il fondovalle. Contemporaneamente, per mettere in sicurezza il territorio e recuperare terreni edificabili e agricoli, alla Moesa venne sottratta la libertà: il fiume fu costretto a scorrere entro argini di pietra. Interventi che provocarono un progressivo abbassamento dell’alveo e della falda freatica, con il conseguente impoverimento – e in alcuni casi la scomparsa – di importanti ambienti acquatici. Anche la «Moeseta», privata di buona parte del suo liquido vitale, finì lentamente per disperdersi nella vegetazione palustre e nei boschi, dove un tempo, durante l’inverno, noi ragazzi andavamo a pattinare sulle lanche ghiacciate. Ma non era finita. Nei decenni successivi, altri progetti infrastrutturali, determinanti per la mobilità regionale e per i collegamenti nordsud, continuarono a incidere profondamente sul territorio: l’allargamento delle corsie per la messa in sicurezza della tratta tra Castione e Roveredo, la circonvallazione del comune mesolcinese, la costruzione del semisvincolo di San Vittore. Opere necessarie, certo, ma che contribuirono a compromettere ulteriormente gli equilibri ambientali della bassa valle.

Interventi per ristabilire l’equilibrio dell’ecosistema

L’Ufficio federale delle strade (USTRA) ha così deciso di correre ai ripari, avviando un vasto progetto di compensazione ambientale con l’obiettivo di «ridurre l’impatto causato dalle nuove opere infrastrutturali e ristabilire l’equilibrio dell’ecosistema locale». Gli interventi, costati la cifra non indifferente di circa 33 milioni di franchi e conclusi nelle scorse settimane, hanno permesso la rinaturazione delle aree golenali d’importanza nazionale, restituendo spazio e dinamica alla Moesa, rialzando il fondale del fiume e riportando la falda acquifera a livelli capaci di alimentare nuovamente i boschi umidi, come linfa che riprende a scorrere in vene rimaste asciutte troppo a lungo. Sono così riapparsi ambienti acquatici diversificati, tranquilli ruscelli che

offrono rifugio alla fauna ittica, lanche e specchi d’acqua che brillano al sole pronti ad accogliere il canto degli anfibi, prati umidi e boschi golenali che rappresentano habitat essenziali per numerose specie animali e vegetali. Un lavoro silenzioso, spesso poco appariscente agli occhi di chi attraversa la valle in automobile, ma fondamentale per la biodiversità e per l’equilibrio idrologico dell’intera regione. Ma parlare semplicemente di «compensazione» forse non basta. Qui non si è trattato soltanto di riequilibrare un danno ambientale. Si è cercato, piuttosto, di restituire respiro a un territorio ferito. E per ricucire questa ferita

aperta ormai da decenni nel cuore della valle, è stato realizzato anche il nuovo ponte faunistico: quarantadue metri sospesi sopra l’A13 che permettono agli animali selvatici di attraversare il territorio senza doversi confrontare con il traffico autostradale. Un corridoio ecologico ritrovato, ma anche un modo concreto per ridurre il rischio di collisioni e restituire continuità a un ambiente frammentato.

Un’evoluzione monitorata

Visto l’ingente investimento finanziario del progetto, la Confederazio-

ne «ha predisposto per i prossimi anni una serie di monitoraggi periodici delle dinamiche idrologiche, così come della fauna e della vegetazione per verificare e raccogliere informazioni sullo sviluppo dell’intera area», racconta Simona Brofferio, responsabile del monitoraggio per conto di Afry, società di ingegneria attiva anche nel settore ambientale, a cui è stato conferito il mandato. «Ci sono vari fattori che vengono presi in considerazione», osserva il suo collega Sandro Boggia. «I principali sono la dinamica e l’evoluzione del fiume. In pratica, si controllano le strutture generate dalla Moesa per verificare se siano sufficienti e idonee per i pesci. Il deflusso è un aspetto centrale: oggi le portate sono inferiori rispetto al passato, a causa dei cambiamenti climatici, delle minori precipitazioni nevose e dei prelievi idroelettrici. Riportare il fiume a ciò che era un tempo è difficile. Per questo il progetto ha cercato di restituire spazio e dinamica alla Moesa, creando appositi banchi che permettono di distribuire l’acqua sia nel corso principale sia nei rami laterali». Come quello realizzato nella prima fase del progetto al «Pascol Grand, dove – precisa ancora Simona Brofferio – l’ambiente è già molto ricco di fauna ittica e si è sviluppato molto bene. Anche il ponte faunistico è costantemente monitorato attraverso fototrappole, che han-

no documentato fin dalla sua apertura il passaggio di cervi, volpi, caprioli e piccola fauna».

Il percorso didattico

Per permettere alla popolazione di entrare nel cuore di questi interventi e riscoprire un territorio ritrovato, lo scorso 9 maggio è stato inaugurato un percorso didattico ad anello di circa sette chilometri tra Lumino e San Vittore, che attraversa le zone interessate e le diverse tipologie di ambienti rinaturati.

Un tracciato ciclopedonale apprezzato da adulti e bambini, che di tanto in tanto interrompono la passeggiata per soffermarsi davanti ai pannelli informativi. Testi e immagini raccontano come funziona una rinaturazione, perché le zone umide siano così importanti e in che modo un territorio possa lentamente ritrovare il proprio equilibrio dopo anni di trasformazioni. Ma forse il significato più profondo di questo percorso sta altrove. Nella possibilità di osservare da vicino qualcosa che troppo spesso dimentichiamo: la natura non è soltanto il paesaggio che fa da sfondo alle nostre vite. È un organismo complesso e fragile, che può essere compromesso, ma che sa anche rigenerarsi, se gli viene restituito lo spazio.

La zona interessata dai lavori di compensazione ambientale tra Lumino e San Vittore (© USTRA); sotto: pannelli informativi del percorso didattico (R. Venziani); nell’area sono riapparsi ambienti acquatici diversificati (R. Venziani); in basso: la fauna si sta riappropriando degli habitat (R. Venziani).

Quel continente chiamato amore

Pubblicazioni ◆ L’ultimo saggio del filosofo italiano Emanuele Coccia analizza il sentimento che più ci sfugge e dal quale però non possiamo prescindere

Il saggio del filosofo Emanuele Coccia, Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno, edito da Einaudi Stile Libero, può sembrare, all’inizio, un testo molto colto, ma non particolarmente originale, sul tema dell’amore. Nelle prime pagine, infatti, vengono citati i sociologi che verso la fine del ’900 si sono occupati dell’argomento, scrivendo pagine che sono diventate imprescindibili per chiunque voglia trattare il tema: Anthony Giddens, Ulrick Beck ed Elisabeth Beck-Gernsheim. Coccia, sulla scia della loro concezione della relazione e del sentimento amoroso, scrive che l’amore ai giorni nostri è «un mercato in cui si cerca di acquistare titoli di prestigio e in cui il capitale accumulato permette di ottenere potere». E qui non si può non pensare, in effetti, alle app di incontri, alle corse ai match, etc.

Coccia: «È Eros a dominare le nostre vite, per lui siamo disposti a sacrificare persino la felicità, perché ciò che davvero ci interessa non è essere felici, ma essere amati. E tuttavia sull’amore siamo ignoranti, ci comportiamo da autodidatti».

Poi l’autore aggiunge che ai giorni nostri «la relazione pura è rifiutata perché ritenuta troppo vulnerabile e fragilizzante, ma si continua a idealizzarla» mettendo nero su bianco come in un’epoca in cui il concetto stesso di genere sessuale viene scardinato, contemporaneamente resiste l’ideale della coppia come obbiettivo fondamentale da raggiungere per ottenere la felicità. Si tratta di considerazioni giustissi-

me, ma con cui già abbiamo una certa dimestichezza.

Dopo queste prime pagine, però, il testo di Coccia cambia decisamente direzione e ci troviamo di fronte a una riflessione del tutto originale. La sua tesi è che l’amore abbia ai giorni nostri un’importanza che in passato sarebbe stata del tutto inaudita: per questo l’amore è ciò che determina la modernità stessa per come la viviamo e la concepiamo oggi. Poi, il filosofo evidenzia che l’amore non è soltanto in relazione alle persone, ma anche alle cose e

che è quando esso viene rivolto verso gli oggetti che diventa: «proprietà». Secondo Coccia, infatti, l’amore non è affatto solo un sentimento, bensì la forza attraverso cui entriamo in relazione con il mondo.

Nel testo le definizioni si susseguono, svariate, anche se a un certo punto l’autore sembra scontrarsi con un paradosso e cioè che in realtà l’amore è il continente ignoto, come dice il titolo, vale a dire la condizione esistenziale nella quale ogni essere umano nasce, quella in cui «non sappiamo cosa

non sappiamo e nemmeno cosa significa non sapere». In questa condizione di inconoscibilità assoluta, l’amore ci muove, ci plasma per trasformarci in quel che siamo; riprendendo la teoria freudiana, Coccia scrive che ognuno di noi è chi è a causa di ciò che ama. Il libro è un inanellarsi di riflessioni molto interessanti, correlate da esempi e fonti che spaziano dall’archeologia, alla letteratura, alla psicanalisi. Coccia, per esempio, fa notare come nella storia della letteratura italiana, la donna amata può esistere solo come me-

moria maschile, non a caso dalla Beatrice di Dante, passando per la Laura di Petrarca, fino alla Silvia di Leopardi, ci troviamo di fronte a una lista di morte. Del resto per lui più in generale «la letteratura europea è stata in larga parte una cospirazione maschile contro l’amore». È forse, però, quando Coccia devia, seppur brevemente, sul concetto di bene che ci si trova di fronte alla parte più significativa del libro. Il filosofo fa notare, infatti, che nell’epoca contemporanea l’unico modo in cui crediamo di fare bene è quando critichiamo il male, sotto forma di guerra, capitalismo, comunismo, neoliberismo, populismo… Come se bastasse pronunciarsi contro una di queste distorsioni etiche per cambiare il mondo positivamente. L’autore fa notare che si tratta di un atteggiamento che ricorda molto la pratica dell’esorcismo, per cui sarebbe sufficiente pronunciare delle frasi contro il maligno, affinché quello se ne vada, evidenziando così quanto nell’avanzatissima epoca contemporanea siamo indietro nella tecnica del bene.

Queste pagine molto originali hanno come effetto anche quello di spingere chi legge a domandarsi se non sia il caso di smettere di arrovellarsi così tanto sull’amore, considerata anche la sua resistenza a farsi comprendere, e cominciare a dedicarsi al bene, inteso come sentimento nei confronti di sé stessi e degli altri, ma anche come pratica politica e azione individuale volta a preservare e costruire qualcosa di buono, qualcosa da amare.

Bibliografia

Emanuele Coccia, Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno, Einaudi Stile Libero, 2026

Ritratti che raccontano un mestiere antico

Libri ◆ Il racconto-reportage di Blaise Hofmann ci porta nelle fattorie della Svizzera romanda

Barbara Manzoni

«Crescere in una fattoria è un regalo e questo libro forse non è altro che un tentativo di restituire una parte di quanto ricevuto». Così scrive Blaise Hofmann nel suo libro Il senso della terra nel quale esplora cosa significa fare i contadini e le contadine oggi in Svizzera (ed. Casagrande). L’autore parte proprio dalla sua infanzia trascorsa nella fattoria del padre e prima ancora del nonno a Villars-sous-Yens dove un tempo «la dote si stimava in base alle dimensioni del cumulo di letame davanti alla fattoria dei genitori». Ma non ha nulla di nostalgico la scrittura di Blaise Hofmann, classe 1978, autore di una quindicina di romanzi, pièce teatrali e libri per ragazzi, già vincitore del Premio letterario del Canton Vaud nel 2023. Nessuna nostalgia dicevamo nel libro che ha più il respiro del reportage. Un reportage svolto nelle campagne della Svizzera romanda raccogliendo esperienze e testimonianze di contadini e allevatori (o sarebbe meglio scrivere «imprenditori agricoli»?) di diverse generazioni, giovani e anziani, proprietari di aziende piccole e grandi, riuniti in collettivi, donne e uomini. Perché, diciamolo su-

bito, non esiste il «contadino tipo», ad accomunarli vi è però una realtà rurale sempre più difficile. A confermarlo sono i numeri: se nel 1950 l’agricoltura in Svizzera coinvolgeva il 20% della popolazione, nel 2021 la percentuale era scesa al 2% e ogni anno, scrive Hofmann, scompaiono 1500 fattorie. Dati che fanno riflettere e che sono lo specchio di un settore in affanno che cerca nuove vie percorribili e soluzioni senza sosta. Non sempre i risultati sono quelli sperati e tra i contadini allora troviamo il «rassegnato», il «nostalgico» ma anche «l’imprenditore» che «si impegna a trovare il proprio posto, rispondendo alle aspettative della popolazione e mettendo a punto un nuovo modo di agire».

Le storie raccolte dall’autore sono interessanti, vere, riportano punti di vista differenti e a volte contrastanti, toccano temi che vanno ben oltre il duro lavoro dei contadini, temi che spesso in Svizzera sollevano grandi discussioni in seno all’opinione pubblica. Non per niente l’idea del libro Hofmann l’ha avuta nel 2021, anno in cui siamo stati chiamati a votare due iniziative popolari che puntava-

no a combattere i prodotti fitosanitari. Nei mesi precedenti la votazione, si ricorda nel libro, la popolazione si era spaccata in due, allargando quel fossato che sempre più separa le città dalle campagne. Un Röstigraben che l’autore vive su se stesso: cresciuto in campagna diventato cittadino, subisce la riluttanza, per non dire la diffidenza di chi in campagna c’è ri-

Immagine tratta dalla copertina del libro.

masto e porta avanti il lavoro di generazioni passate. Ma i pesticidi non sono l’unico argomento che scalda gli animi, tra i tanti affrontati c’è il lupo, il prezzo del latte, i rapporti con la grande distribuzione o la burocrazia appesantita che rende sempre più complicato gestire un’azienda agricola. Per Blaise Hofmann dare voce e capire il punto di vista dei contadi-

ni non significa sempre sposare le loro tesi, lo sguardo sembra essere più quello di un mediatore che ben conosce la materia che sta trattando e che si augura di veder rinascere un sincero sodalizio tra mondo urbano e mondo rurale, tra chi produce gli alimenti e chi li consuma, tra chi cura il paesaggio e chi lo abita. «Ho fatto un sogno – scrive nelle ultime pagine –nel mio sogno ogni contadino cercava di comprendere i fantasmi della città, il modo di vedere il mondo dei suoi abitanti… in questo sogno il cittadino non considerava più gli agricoltori degli irresponsabili. Si rendeva conto che sono il suo stesso riflesso, una parte di sé, quella identità terrena che non si è curato di sviluppare». Per chi fosse interessato ad incontrare l’autore, Blaise Hofmann sarà presente sabato 11 luglio al mattino alla Libreria Casagrande di Bellinzona e al pomeriggio, all’Agriturismo Alpe Rompiago a Bidogno.

Bibliografia

Blaise Hofmann, Il senso della terra. Fare i contadini e le contadine oggi, edizioni Casagrande, 2025

Il gusto che viene dal cuore

9.20

3.30

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Con le pecore anche in città

Ambiente ◆ La transumanza urbana di ovini permette di limitare l’avanzare di alcune specie invasive, gestire in modo sostenibile aree verdi anche di difficile accesso, favorire la biodiversità e sensibilizzare la popolazione

Il ritrovo è a Lodrino, lunga la linea LONA. È qui che si sta attuando una parte del progetto Transumanza urbana, che promuove l’impiego di greggi di pecore per una gestione ecologica e differenziata di aree verdi, a beneficio della biodiversità, del contenimento di alcune specie di piante problematiche, ma anche del benessere della popolazione che apprezza la prossimità degli animali. Come negli spazi erbosi tra i dentoni, ossia i blocchi in cemento armato pressappoco a forma di V rovesciata che formavano uno sbarramento da un lato all’altro della valle, da Lodrino a Osogna (da qui il nome LONA, dalle prime e ultime lettere di Lodrino e Osogna). Come già raccontato su «Azione» del 3 giugno 2019, si tratta di costruzioni a difesa del territorio, che l’esercito elvetico fece costruire tra il 1939 e il 1942. Ed è proprio lungo questa linea, oggi ormai parte integrante del paesaggio, che incontriamo un gregge di ovini intento a brucare le erbe di queste superfici, altrimenti non sfruttate a scopo agricolo, come ci spiega Ivan Sasu, biologo che assiema a Lara di Virgilio, allevatrice, ha avviato il progetto nel 2022: «Da oltre 10 anni mi occupo di neofite invasive, cioè piante esotiche problematiche, e quattro anni fa ad Osogna abbiamo intrapreso un primo esperimento di gestione con le pecore in collaborazione con l’Ufficio della natura e del paesaggio e l’Ufficio forestale. La prova ha avuto buon esito, dato che gli animali le mangiano volentieri e, anche grazie al calpestìo, riescono a frenarne la diffusione o addirittura a diminuire la presenza di specie come il Poligono del Giappone». Da qui è nata l’idea di ampliare il raggio d’azione, creando il progetto di Transumanza urbana, un’iniziativa dell’azienda agricola Fraia di Claro in collaborazione con Consultati SA. Accanto a superfici invase si pascolano anche piccole superfici inerbite in un contesto urbano, che sono di difficile gestione oppure che vengono mantenute in modo diverso e più sostenibile, come spiega Sasu: «Grazie a un pascolo estensivo gestito a mosaico (ossia che alterna, a rotazione, aree pascolate ad altre lasciate a riposo) si assicura una cura diversificata delle superfici che va a favore della biodiversi-

tà. Il sistema permette pure di ridurre i costi, dato che non è più necessario tagliare l’erba ripetutamente, ma solo effettuare degli sfalci di pulizia a fine stagione. Si riescono inoltre a gestire anche terreni di difficile accesso, diversificando nel contempo gli ambienti e il paesaggio, poiché il “lavoro” degli ovini avviene in modo graduale e “dolce”, al contrario di un tosaerba». Andando a pascolare superfici vicine alle abitazioni, come nel caso di Lodrino, si entra giocoforza in contatto con la popolazione. Un fatto che inizialmente poteva forse preoccupare i promotori, ma che si è invece rivelato positivo, come racconta Lara, responsabile del gregge: «Con la maggior parte degli abitanti si sono instaurati dei buoni rapporti che vanno a beneficio di entrambi: noi riceviamo un supporto nel controllo degli animali o delle infrastrutture (recinti per esempio), loro apprezzano la vicinanza degli animali. In un anno si torna a pascolare più volte la stessa superficie e quindi le persone s’interessano e si fanno coinvolgere dal progetto». Da qui il nome di Transumanza urbana, che reinterpreta la tradizionale pratica di spostamento stagionale del bestiame, adattandola in questo caso agli spazi urbani.

Lara, dopo diversi anni di lavoro in

L’esperienza di Riviera e Bellinzona

Il progetto, che coinvolgerà in futuro ulteriori zone, ha avuto un ottimo riscontro nei due comuni per ora maggiormente interessati, come ci conferma Sem Genini, municipale del Comune di Riviera, Capodicastero Servizi, ambiente e agricoltura: «L’iniziativa è supportata dal Municipio, che ne riconosce la rilevanza. Le neofite invasive sono un flagello per tutti noi, quindi ben vengano progetti concreti che mirano a diminuire l’avanzata di queste specie e che vogliono curare il paesaggio in luoghi residui, discosti e di difficile manutenzione». Progetti che ricordano pure l’importanza dell’agricoltura nella gestione e nella cura del paesaggio: «È una valida alternativa o, meglio, un’integrazione con benefici molto più diffusi alla sola lotta meccanica; non solo a livello estetico ma anche didattico, mostrando un’immagine positiva del settore primario e creando ponti tra popolazione urbana e rurale, imprescindibili per il nostro futuro. Il proget-

to permette inoltre di valorizzare delle razze rustiche, che si prestano un po’ meno alla produzione di carne ma compensano con una grande adattabilità, maggiore resistenza e minore schizzinosità nella propria dieta». Anche a Bellinzona il progetto pilota ha riscontrato finora una risonanza positiva, come spiega Nicola Sartori, Responsabile del Servizio verde urbano della Città: «In generale le pecore piacciono e vengono ben accolte dalla popolazione. Vogliamo valutare il beneficio del progetto per il contenimento dell’Artemisia e della Cespica, oltre che per la gestione estensiva delle superfici a favore della biodiversità. Secondo le nostre prime osservazioni, questo tipo di lotta alternativa alle neofite sembra che stia portando un miglioramento e per il futuro si sta valutando la possibilità di ulteriori progetti, come il riutilizzo della lana delle pecore per la pacciamatura nelle aiuole oppure attività didattiche con le scuole».

alpeggio e di aiuto pastore nella transumanza invernale Oltralpe, ha deciso di portare esperienza e passione in quest’iniziativa: «Proprio per garantire la presenza degli animali da maggio a novembre, teniamo gli animali “al piano“ durante i mesi estivi, al contrario delle consuetudini». Le pecore dell’azienda Fraia sono una settantina e vengono suddivise in gruppi da 6 a 10 capi, distribuiti principalmen-

L’allevatrice

Lara di Virgilio con il biologo

Ivan Sasu, insieme nel 2022 hanno avviato il progetto Transumanza urbana. (Elia Stampanoni)

te tra Bellinzona e la Riviera. Oltre al progetto Linea LONA attuato in collaborazione con il Comune di Riviera, un altro è in corso a Giubiasco e Bellinzona, con la Città e il Dipartimento del Territorio (DT). Sempre nella capitale viene inoltre gestito un terreno molto ripido nei pressi del Castello Montebello dove, grazie alla collaborazione della Fondazione Santa Maria, di Pro Natura e del DT, si

cerca pure di contrastare la diffusione del Sorgo d’Aleppo, una graminacea potenzialmente invasiva e tossica che si sta diffondendo rapidamente in Ticino.

Nell’ambito della lotta alle neofite invasive, prosegue il citato progetto sperimentale in un bosco a Osogna, il quale ha permesso di ridurre considerevolmente il Poligono del Giappone: «C’è ancora, ma stiamo contenendo la sua diffusione grazie a interventi mirati che prevendono l’alternanza di pascolo e sfalcio. Siamo così riusciti a raggiungere notevoli risultati su vaste aree gravemente compromesse», precisa Ivan Sasu. Neofite che sono pure parte delle finalità del pascolo effettuato sotto alcune linee elettriche dove, con un piano di gestione mirato che ha coinvolto anche l’Azienda Elettrica Ticinese si cerca di mantenere la vegetazione e favorire la biodiversità. Una situazione analoga avviene pure a Iragna in collaborazione con Swissgrid, mentre nel Sottoceneri, grazie al Comune di Sorengo con la partecipazione della Fondazione Weak Ends e del DT, è iniziata la cura di diversi terreni comunali appoggiandosi sugli animali di un’azienda agricola di Muzzano. Pure in questa situazione gli scopi sono molteplici: favorire la biodiversità, contrastare diverse neofite problematiche e sensibilizzare la popolazione.

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Il MEGLIO

ATTUALITÀ

Conviene prolungare l’attività lavorativa

In pensione a 65 anni? Ci sono alcuni buoni motivi per continuare a lavorare un anno o di più, lo dice un esperto di Banca Migros

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Dieci anni di Brexit

Il Regno Unito affronta un divorzio costoso e impopolare, tra tentativi di riallineamento con Bruxelles e leadership in crisi

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La Russia non si sente più al sicuro I droni ucraini colpiscono su lunghe distanze e la guerra fa un salto di qualità mentre Mosca corre ai ripari riorganizzando la difesa aerea

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I contorni di un’Europa postamericana

L’analisi ◆ La crisi dell’Alleanza atlantica e dell’Ue apre una nuova fase di instabilità tra guerre, riarmi e il protagonismo tedesco in un Continente sempre più nazionalista

L’Europa sta cambiando volto. Siamo alla quarta svolta nel secolo abbondante che ci separa dal 1914. La prima, consumata entro il 1945 via doppia guerra mondiale nata nel Vecchio Continente, segnò l’esaurirsi causa fratricidio collettivo degli imperi europei che in età moderna si erano spartiti il mondo. La seconda, tra 1945 e 1991, vide l’Europa bisecata dalla cortina di ferro, stabilita nell’ordine di pace noto come Guerra fredda, con l’Est sofferente sotto il tallone sovietico e l’Ovest più o meno gaudente nel semiprotettorato a stelle e strisce, fortemente ambito. La terza, scaduta con il secondo avvento di Trump alla Casa Bianca (2025) ma già intuibile dopo l’invasione russa dell’Ucraina (2022), segnalò prima l’espandersi dell’impero americano nell’Europa sotto proprio intero controllo, la cui crisi di sovraestensione ha appena inaugurato la quarta. Eccoci nella caotica Europa post-americana, con le guerre all’Est (Russia/Ucraina) e al Sud-Est (vendette di Israele dopo il 7 ottobre), fuori controllo. L’aspetto più interessante è l’esaurirsi degli strumenti istituzionali che vi avevano battuto il tempo della storia in questo ottantennio: la Na-

to (battezzata nel 1949 per tenere «gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto») e l’Unione europea (evoluzione delle Comunità europee definite con i Trattati di Roma del 1957). Entrambe architravi dell’impero europeo dell’America, frutto della sconfitta dell’asse Roma-Berlino e della scommessa Usa di piazzarsi alla frontiera fra le due Germanie per bloccare la minaccia sovietica e comunista. La novità è appunto la morte cerebrale del sistema euroatlantico (Nato+Ue), anticipata da Macron nel 2019 con riferimento solo alla Nato.

Il piano tedesco è chiaro: diventare entro il 2029 la massima potenza militare del Continente

Oggi è palese che la coppia Nato-Ue, destinata a stare o morire insieme, è entrata in piena, irreversibile crisi di identità. Mura esterne e altre architetture saranno forse a lungo tenute in piedi per inerzia e forma, ma sono ormai fiori secchi, appassiti nell’onnivoro libro della storia.

Del tutto imprecisato il futuro che ci attende. Con la sensazione di esse-

re comunque costretti a considerare la probabilità di una nuova guerra grande, speriamo non definitiva, dentro e fuori il perimetro veterocontinentale. Non è solo questione strettamente militare. La guerra agita l’anima e il cervello degli europei non del tutto incoscienti. Diffidenza, sospetto e paura, insieme al peggioramento del clima economico e all’allentarsi delle legature sociali, delle stesse istituzioni, non favoriscono la valutazione fredda della realtà ed eccitano narrazioni diaboliche, stranianti.

In tale contesto, vale la pena soffermarsi sulla crisi dei gemelli eterozigoti Nato e Ue. Si sta profilando una Nato con gli americani sempre più distratti e indisponibili a morire per qualsiasi «alleato» d’Oltre Atlantico, mentre i russi recuperano parte dell’Ucraina e si avvicinano alle frontiere atlantiche. Effetto immediato la fine o almeno la crisi dei Paesi cuscinetto, da Finlandia e Svezia evolute da neutrali ad atlantiche, mentre la stessa Svizzera, al di là delle forme, si conferma strategicamente occidentale (su che cosa voglia dire esserlo oggi, con gli americani in ritirata, servirebbe un altro articolo.) Quanto alla Moldova, per discreta parte (Transni-

stria) sotto occupazione russa, è spazio conteso, come pure la quasi interezza dei Balcani.

Ne profitta la Germania per riarmare alla grande, autoproponendosi nuovo centro strategico euroatlantico, in parziale surrogazione del ripiegamento americano. Il piano è chiaro: diventare entro il 2029 la massima potenza militare del Continente sotto il profilo convenzionale e tecnologico. Come si possa esserlo senza la bomba atomica è questione di filologia che volentieri lasciamo agli azzeccagarbugli. La strada dall’esercito di «aggressivi campeggiatori», come da classica definizione inglese della Bundeswehr post-guerra fredda, a superpotente armata europea è tutta da costruire. Non è necessario inclinare al complottismo per scorgere, dietro questo esplicito vocabolario militarista, la speranza di salvare parte dell’industria tedesca in seria difficoltà dopo la rinuncia al gas russo, la perdita di importanti quote del mercato cinese e la carente influenza esercitata in ambito Ue – da Merkel a Merz – in caduta libera. Se però dovesse compiersi il miracolo, di rivoluzione non solo militare toccherebbe discorrere. Il motto atlantico originario sarebbe in via di rove-

sciamento: americani fuori, russi dentro, tedeschi sopra. A volte sono i segnali apparentemente modesti a segnalare i grandi mutamenti di paradigma. Per esempio, nel caso, l’intenzione francese, tedesca e di altri protagonisti o minori attori comunitari di riformare, e forse liquidare, il servizio diplomatico europeo, oggi affidato alla estone Kaja Kallas, espressione dell’ala antirussa di punta a Bruxelles. Non si tratta solo di emarginare un’esponente di una linea nettamente avversa a Mosca nel momento in cui Berlino, Parigi e altri cercano di riprendere un dialogo con la Federazione Russa per finire la guerra. È soprattutto la constatazione che una politica estera europea non può darsi perché le strategie dei 27 non possono farsi una. Le esercitazioni di questo curioso servizio diplomatico sono fini a sé stesse. In tempi di emergenza, lusso da molti considerato eccessivo. Forse ci si comincia ad accorgere che la finzione del soggetto Europa è lusso che in questa determinante quarta fase può svelarsi eccessivo.

L’Europa è nuda e si scopre sempre più nazionalista. Effetto paradossale del recitarsi unita.

Il motto atlantico originario sarebbe in via di rovesciamento: americani fuori, russi dentro, tedeschi sopra. (Keystone)
Lucio Caracciolo

Prolungare l’attività lavorativa: ecco perché conviene

Premessa

Ufficialmente, a 65 anni si volta pagina. Ma sono sempre più numerosi gli svizzeri che lavorano oltre l’età ordinaria di pensionamento: secondo la rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera, dal 2005 la percentuale è quasi raddoppiata, passando dal 7% al 12% circa. Ciò equivale a un raddoppio dall’inizio del millennio. Molti continuano a lavorare per migliorare la situazione finanziaria personale, mentre altri lo fanno per il piacere di svolgere la propria attività. Chi desidera percepire la rendita AVS successivamente deve posticiparne il pagamento di almeno un anno. La rendita può essere posticipata al massimo di cinque anni e deve essere riscossa al più tardi a 70 anni.

I vantaggi in sintesi

Maggiore patrimonio: proseguendo l’attività lavorativa è possibile continuare ad accumulare patrimonio e il consumo di capitale inizia in un secondo momento: aumenta in questo modo il margine di manovra finanziario, spiega Oliver Serex.

– Supplementi interessanti: si migliora l’importo della rendita mensile a vita, per cui i supplementi continuano a crescere con ogni ulteriore anno di rinvio (v. esempio di calcolo).

– Meno lacune contributive: si guadagna tempo per colmare eventuali lacune nell’AVS e nella cassa pensioni.

– Vantaggi fiscali: si può accrescere il proprio patrimonio in modo mirato e scaglionare in modo ottimale il prelievo dei fondi del pilastro 3a, facendo diminuire in questo modo l’onere fiscale nel complesso.

Cosa comporta per l’AVS

– Chi posticipa il percepimento della rendita AVS viene ricompensato: la rendita mensile aumenta a vita di un supplemento percentuale. In

caso di rinvio di un anno l’aumento ammonta al 5,2%, mentre in caso di rinvio di cinque anni addirittura al 31,5% (situazione al 2026).

– Importante: il rinvio deve essere notificato attivamente alla cassa di compensazione AVS entro i primi dodici mesi successivi al raggiungimento dell’età ordinaria di pensionamento. In caso contrario il supplemento decade!

– Anziché rinviare del tutto la rendita AVS, si può anche prelevare dal 20% all’80% di essa e percepire il resto in un secondo momento.

Esempio di calcolo

Esempio: una persona continua a lavorare al 60% dopo l’età di pensionamento e percepisce al contempo il 40% dell’AVS. Ciò comporta due vantaggi: da un lato si assicura un reddito costante, dall’altro la parte posticipata della rendita continua a crescere e successivamente risulterà di conseguenza più elevata.

L’importo della rendita AVS dipende dal numero di anni di versamento dei contributi. Le persone con lacune (ad esempio per lavoro part-time, studio o soggiorni all’estero) possono colmare queste ul-

Peter (65 anni), magazziniere e addetto alla logistica, single, in buona salute, lavoro continuativo, patrimonio non cospicuo, locatario, nessuna proprietà abitativa

Salario annuo: 70’000 franchi

Averi nella CP: 320’000 franchi

Pensionamento Pensionamento 6 5 anni 70 anni

AVS al mese 2100 2800

Cassa Pensioni 1800 2300

Totale rendita 1) 3900 5100

1) Il calcolo non include la 13a rendita AVS. Nell’ambito della riforma AVS2030 potrebbero essere apportati adeguamenti ai supplementi e alle aliquote di conversione.

time anche dopo l’età di pensionamento ufficiale, aumentando così la rendita futura.

– Chi continua a lavorare oltre i 65 anni beneficia di una franchigia mensile di 1400 franchi; su questa parte del reddito non sono dovuti contributi AVS. Chi vuole rinunciarvi può adesso farlo e con i versamenti supplementari colmare eventuali lacune AVS o migliorare la rendita.

Cosa comporta per la cassa pensioni

– Per la previdenza professionale molto dipende dal datore di lavoro, il quale deve acconsentire al proseguimento della cassa pensioni. Ecco perché vale la pena affrontare per tempo l’argomento e chiarire che cosa è possibile fare.

Chi prolunga l’attività lavorativa e può rimanere nella cassa pensioni ha la possibilità di continuare a versare contributi aumentando in questo modo gli averi nella CP. Di norma aumenta anche l’aliquota per la conversione dell’avere in rendita, facendo crescere così la rendita della cassa pensioni.

Un pensionamento posticipato consente di avere una maggiore disponibilità per effettuare riscatti nella cassa pensioni: invece di versare un grande importo in un’unica volta, è possibile distribuire più ver-

samenti nel corso degli anni, il che implica anche vantaggi fiscali. Importante: dopo un riscatto volontario nella cassa pensioni vige un periodo di blocco di tre anni durante il quale non è possibile effettuare prelievi di capitale.

Cosa comporta per il pilastro 3a

Anche per la previdenza privata conviene prolungare l’attività lavorativa, conclude Serex: si può continuare a costituire un patrimonio guadagnando fino a 5 anni in più per prelevare i capitali in modo scaglionato, ossia distribuiti su più periodi fiscali. Ciò crea maggior margine di manovra e riduce notevolmente l’onere fiscale.

Fissare un appuntamento per la Pianificazione finanziaria Informazioni sulla consulenza individuale e personalizzata della Banca Migros:

Pubblicità di un servizio finanziario secondo la LSerFi.

Olivier Serex, responsabile
Pianificazione
della Banca Migros
magnific.com

Dieci anni di Brexit: il conto arriva ora

Anniversario ◆ Il Regno Unito affronta un divorzio costoso e impopolare: tra cauti tentativi di riallineamento con Bruxelles, leadership in crisi e un’Europa che osserva senza entusiasmo

In un giugno piovoso e caldo di dieci anni fa il Regno Unito si svegliò fuori dall’Unione europea. I dettagli del divorzio erano così vaghi che quando Theresa May, la seconda del lungo corteo di premier decisi a dare un senso alla faccenda, pronunciò con volto serio lo slogan «Brexit vuol dire Brexit», nessuno le rise in faccia. Non c’era molto altro da dire, in effetti, perché chiunque si fosse azzardato a parlare di «danno enorme», come poi si è rivelato, sarebbe stato accusato di essere un pericoloso antidemocratico. Ci sono due guerre e la special relationship con gli Stati Uniti è incrinata in modo forse irreversibile: il contesto è critico

Un decennio dopo, la necessità di riparare al danno è ampiamente condivisa nella società britannica, e la Brexit è un nastro che tutti vorrebbero riavvolgere senza farsi vedere, senza farsi notare, perché l’eco delle polemiche risuona come un monito, e nessuno sano di mente vorrebbe tornare a quel periodo attraverso un nuovo referendum. Tanto più che una delle conclusioni ferme di quella stagione è proprio l’inadeguatezza di quel particolare strumento per dirimere questioni complesse, e i politici di tutti gli schieramenti, con la sola eccezione degli incendiari di Reform Uk, in un modo o nell’altro stanno ragionando su come contenere i danni e cercare di recuperare un po’ di terreno rispetto a una crescita diventata davvero europea: esangue, sottotono. Inoltre, se la Brexit era una cattiva idea per il 2016, si è trasformata in una pessima idea per il 2026: ci sono due guerre e la special relationship con gli Stati Uniti è incrinata in modo forse irreversibile.

Il primo a immolarsi è l’attuale premier Keir Starmer, che avendo fatto 15 inversioni a U nella sua carriera a Downing Street, ha deciso

Cosa

di avviare la sedicesima per il bene del Paese: tornare nel mercato unico dell’elettricità, perché va bene rispettare il dettato popolare, ma davvero bisogna avere bollette più care?

E quindi si ricomincia a negoziare con Bruxelles, sebbene nel manifesto elettorale ci fossero delle «linee rosse» oltre le quali il partito ha garantito che non sarebbe andato. Il suo contendente Andy Burnham è più cauto, visto che per lanciare una sfida alla leadership deve prima vincere un seggio in una zona molto brexiteer, davanti a un elettorato scontento, in settimane incandescenti dopo i fatti di Belfast. Perché se nelle città l’opinione pubblica è pentita, nelle zone rurali e nelle province, è il partito di Nigel Farage a guadagnare terreno, e sebbene ci sia l’immigra-

succedeva

Buongiorno, sono un ex minatore in pensione: Graziano Giuseppe Sia, nato l’8 settembre 1948 a Satriano, in Calabria, emigrato in Svizzera nel 1966. Residente a Tesserete.

zione nel mirino, il dogma antieuropeista è saldo e la Brexit un precedente luminoso di vittoria contro le élites liberali.

Di ribaltamento, di Breentry o di Rejoin, si parla ormai, ma sottovoce. «Allineamento», dice Keir Starmer

In realtà un risultato concreto del voto del 23 giugno del 2016 è stato quello di aver prosciugato il fiume dell’antieuropeismo che scorreva impetuoso nel Continente. La Brexit non è stata copiata da nessuno, è un dato di fatto, e anche il populismo ha preso altre strade, forse meno dannose per l’economia. Perché privarsi del mer-

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cato unico, se sei un Paese fortemente pro-libero mercato? Perché privarsi dei talenti europei che sono andati ad arricchire Londra se i benefici erano evidenti e l’integrazione facile? Il fatto che sia stata una catastrofe a rilascio lento o non l’apocalisse descritta dalla pigra propaganda europeista dell’epoca lascia spazio a chi dice che è stata solo gestita male, questa Brexit, impedendole di dare i risultati sperati. Fatto sta che oggi ci si rallegra che l’immigrazione sia tornata «quasi» ai livelli di prima del referendum, con appena 171mila arrivi all’anno, la metà rispetto al 2024 e molto più della famigerata promessa di David Cameron di riportare il dato alle decine di migliaia nel 2010. Di ribaltamento, di Bre-entry o di Rejoin, si parla ormai, ma sottovo-

ce. «Allineamento», dice Keir Starmer, ma solo su argomenti di piccolo cabotaggio, senza scomodare il tabù della libera circolazione dei lavoratori, primo argomento contro l’ipotesi di adattarsi al modello svizzero, secondo molti in assoluto il più ragionevole per andare incontro alle esigenze di tutti, anche se Londra dovrebbe adattarsi a regole che non ha contribuito a decidere. Da Bruxelles hanno fatto sapere che il famoso «cherrypicking», la scelta delle ciliegie migliori, non si può fare ed è la cosa da tenere presente in vista del prossimo incontro di luglio: quel balletto lì non deve ricominciare, le porte europee non sono spalancate, per adesso nei corridoi comunitari l’entusiasmo è contenuto. Perché per quanto sia triste la Ue senza il Regno Unito, perché accogliere di nuovo la volubilità culturale e identitaria di un Paese smarrito, in cui il promotore della Brexit, Farage, continua a godersi una crescita politica inarrestabile che, di incubo in incubo, potrebbe portarlo a Downing Street?

Possibile che in dieci anni non si sia riusciti a metterlo davanti alle sue responsabilità, ad accompagnarlo fuori scena come è successo con Boris Johnson? «A Bruxelles se ne parla poco, prevale la cautela», spiega un alto funzionario, che ricorda come lo «choc doloroso e soprattutto inatteso» di un voto che ha gettato un’ombra sulla carriera di tanti oracoli non sia stato dimenticato. «Vediamo cosa hanno da dire, ma la linea prevalente, davanti a questo fare languido del Governo britannico, è il vatti a fidare », prosegue la fonte, ricordando come fino a un anno fa con gli inglesi non ci si parlasse proprio e che solo da poco iniziano a essere nuovamente considerati come parenti con cui intrattenere relazioni. «Al momento non vedo trazione, bisognerà vedere se più avanti si creeranno le condizioni», conclude. Anche perché, come avvertiva Eraclito, non si scende mai due volte nello stesso fiume.

quando sono nato, l’8 settembre 1948 di Romina Borla

Hai mandato poche parole Graziano, accompagnate dalle tue poesie. Raccontano di un bambino che aspetta suo padre (il tuo è partito per l’Argentina ed è tornato solo dieci anni dopo), la nostalgia della mamma sempre indaffarata e la speranza, quella che ha fatto partire anche te, in cerca di fortuna. Ho letto la tua storia online sul «CdT»: «Vi racconto la mia vita di minatore poeta». Ma adesso torniamo al tuo compleanno. Sei venuto al mondo in un’Europa che cerca di rialzarsi dopo lo scempio della Seconda guerra mondiale. Sono anni di ricostruzione ma anche di grande incertezza. Pensa al blocco di Berlino (1948-49), uno dei primi grandi episodi della Guerra fredda: il tentativo sovietico di isolare Berlino Ovest interrompendo ogni collegamento, ma un massiccio ponte aereo alleato garantisce i rifornimenti e costringe l’URSS a tornare sui suoi passi. Quell’aria di tensione e paura si respira anche in Svizzera: «E se scoppiasse una terza guerra mondiale?». «Azione» del 9-16 settembre 1948 si apre proprio con un editoriale che esprime il timore di nuove crisi e la necessità di creare scorte per affrontare eventua-

li tempi difficili: «Che cosa sarebbe meglio, la capitolazione imposta con la forza delle armi o imposta dalla fame?». A questo proposito si cita la mozione Duttweiler, con cui Gottlieb Duttweiler – fondatore della Migros, insieme alla moglie Adele –propone di creare riserve strategiche per due anni, così da garantire la tenuta del Paese in caso di guerra o di blocchi economici.

Sulla stessa pagina compare una foto che racconta la preparazione dell’Assemblea generale dell’Onu, prevista a Parigi dal 21 settembre 1948. Si sottolinea che «forniture d’ufficio e materiali di ogni genere» sono stati inviati dagli Stati Uniti in Francia per permettere il corretto svolgimento dei lavori. Durante quella sessione si discuterà della situazione critica nei rapporti tra Est e Ovest e si lavorerà alla definizione finale della Dichiarazione universale dei diritti umani, che sarà adottata pochi mesi dopo. Il clima di austerità del dopoguerra si riflette anche nell’abbigliamento. Nello spazio «Che dice donna…» si osserva co-

me il look femminile cambi «in nome dell’economia»: gonne più strette e più corte per risparmiare stoffa. E poi scollature meno audaci, colletti più sobri, colori più discreti, tacchi più bassi. La parola d’ordine diventa semplicità, pure negli accessori. Intanto, sulle stesse pagine, un mondo di intrighi e cospirazioni cattura l’immaginazione di lettori e lettrici. Perché nella vita ci vuole avventura. È così che si racconta la vicenda di Elizabeth Bentley (nella foto a lato), descritta come una sorta di «emula di Mata Hari», anche se – l’articolo, brusco, fa notare – non ha niente della femme fatale: non è né bionda né seducente ma «vecchiotta, grassa, con un viso inespressivo e un piccolo mento affogato nelle rughe del collo». Eppure, dietro l’aspetto dimesso, si nasconde la «regina delle spie rosse». La sua attività inizia nel 1934, dopo un viaggio in Italia in cui conosce Jacob Golos, agente al servizio del Cremlino. Se ne innamora e, quando lui si ammala nel 1941, è lei a prendere in mano la rete informativa sovietica: raccoglie notizie sui bom-

bardieri B-29, sulla data dello sbarco in Europa, su una nuova formula per la produzione della gomma sintetica e altre informazioni strategiche utili al Cremlino.

E, quando si parla di spie, la mente corre ai treni: a quei viaggi lunghi e sospesi nel tempo, perfetti per incontri furtivi e scambi di documenti. Su «Azione» si legge un articolo dedicato ai convogli diretti verso l’Africa o le Indie. Ma il vero protagonista è il vagone ristorante, dove si respira «un’ondata di caldo (…) frammista a un odore di carbone, di salse piccanti e di consommé». Gli inservienti «equilibristi» decidono dove devi sederti, mentre tu hai il tempo di osservare gli altri che fumano, bevono, studiano il conto o pagano. Immagini, ragioni. L’era del telefonino è ancora lontana...

Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch con intestazione «Il mio compleanno». Raccontaci anche un dettaglio di te.

Droni ucraini, la Russia non si sente più al sicuro

Arsenali a confronto ◆ Gli attacchi a lunga distanza colpiscono raffinerie, aeroporti e città a migliaia di chilometri dal fronte, costringendo Mosca a rafforzare la difesa antiaerea e a riconoscere che la guerra non è più qualcosa di lontano

«I lavori del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (3-6 giugno) sono stati aperti dal suo ospite più autorevole Robert Brovdi»: la battuta di Vitaly Ruvinsky, il direttore del sito di Echo, quel che resta in esilio della storica radio indipendente «Eco di Mosca», non suona nemmeno come uno scherzo. Brovdi – comandante delle Forze senza pilota dell’esercito ucraino – ovviamente non aveva messo piede in Russia: è rimasto in Ucraina, nella centrale segreta del suo punto di comando sotterraneo, da dove, come ha detto di recente alla Bbc, gestisce «la più massiccia uccisione del nemico della storia».

Quello che era un conflitto d’altri tempi, stile Prima guerra mondiale, si è trasformato in uno scontro all’avanguardia

A inaugurare i lavori del Forum, la «Davos russa» che per anni è stata la vetrina economica del regime di Vladimir Putin, sono stati i suoi droni, che hanno colpito una nave nel porto militare e il deposito di carburante a Kronstadt, la storica base della flotta russa sul Baltico, alle porte di Pietroburgo. La colonna di fumo che si

è levata sopra la città era impossibile da non vedere, rovinando completamente l’impatto d’immagine delle bandiere che sventolavano e delle

delegazioni che arrivavano nella città natale del presidente russo. Una data e un bersaglio chiaramente scelti con l’intenzione di colpire il morale

gio scorso. E mentre in diverse città russe si comincia a razionare la benzina, a Mosca gli abitanti osservano attoniti l’installazione di nuove batterie della contraerea in pieno centro, che rendono impossibile fingere che la guerra sia qualcosa di lontano e innocuo.

dei russi, obiettivo che Brovdi ritiene importante quanto le installazioni militari.

Gli «uccellini», come vengono chiamati i droni al fronte, stanno rivoluzionando completamente la guerra, entrata nel suo quinto anno. Sulla linea di contatto nel Donbass l’avanzata russa si è praticamente fermata da settimane, e diversi «inviati di guerra», i propagandisti militari russi, parlano di una «kill zone» larga ormai 20 e a volte anche 30 chilometri, dove qualunque cosa che si muove viene immediatamente intercettata e annientata. L’unico modo di infiltrarsi in territorio ucraino per i russi è quello di utilizzare piccoli gruppi di 3-4 soldati, che non riescono a cambiare la situazione sul terreno. I droni non si fanno sfuggire letteralmente nulla: ci sono i velivoli di ricognizione, quelli kamikaze con carica esplosiva compatta, gli intercettori che vanno a bloccare i droni del nemico, e i temibili Baba-Yaga, come li chiamano i russi ispirandosi al nome della potente strega dall'aspetto spaventoso (del resto, nella nomenclatura degli ucraini hanno un nome altrettanto inquietante, Vampire), i bombardieri pesanti che sganciano bombe termiche fino a 20 chilogrammi, che inceneriscono letteralmente le vittime.

Ma, soprattutto, i droni ucraini ora colpiscono a migliaia di chilometri di distanza, e lo fanno apparentemente con molta più precisione dei Geran russi, una versione nemmeno molto modificata degli Shahed di produzione iraniana scagliati a sciami contro le città ucraine fin dal 2022. Ormai non passa praticamente giorno senza che nel cuore della Russia – a Mosca, a Pietroburgo, sul Mar Nero, negli Urali, sul Volga – non si levino colonne di fumo sopra le raffinerie, le fabbriche militari e gli aeroporti colpiti. Il corso della guerra si è ribaltato, come la sua percezione all’esterno: ora è la Russia a temere gli attacchi, come si è visto anche quando Putin ha dovuto rivolgersi a Donald Trump per avere le garanzie che i droni ucraini non avrebbero rovinato la sua parata in piazza Rossa, il 9 mag-

Ovviamente anche i russi possiedono i droni, e ne lanciano anzi centinaia quasi ogni notte contro le città ucraine. Ma gli stessi esperti militari del Cremlino riconoscono che la rivoluzione dei velivoli senza pilota ucraina non ha eguali, per quantità, varietà ed efficienza. Kiev ha scommesso sulla tecnologia per ovviare a quella che era diventata la sua vulnerabilità più evidente: la mancanza di uomini, rispetto alla riserva umana apparentemente inesauribile che la Russia continuava a scagliare contro le linee di difesa ucraine. In pochi mesi, quello che era un conflitto d’altri tempi che molti osservatori paragonavano al tritacarne della Prima guerra mondiale, si è trasformato in uno scontro all’avanguardia che fa capire come saranno le guerre del futuro: controllate da uno joystick, come un videogame, da un comodo rifugio con aria condizionata e macchinette del caffè. Le Forze senza pilota ucraine rappresentano numericamente solo il 2% delle truppe di Kiev, ma portano a casa un terzo dei bersagli colpiti.

Secondo molti esperti l’industria bellica russosovietica è troppo lenta per una guerra che viene inventata sul momento

Gli autori di questa rivoluzione che viene già studiata nelle accademie militari si chiamano Robert Brovdi – 51enne ungherese etnico dal nome in codice Magyar, che prima dell’invasione russa era un grosso imprenditore con la passione per l’arte, e che in pochi anni ha scalato le gerarchie militari da volontario della difesa territoriale a capo delle Forze senza pilota – e Mykhailo Fyodorov, 35enne ministro passato alla Difesa dalla poltrona del ministero della Digitalizzazione, l’inventore dell’efficientissimo e-government di Volodymyr Zelensky. Ma la vera forza dell’Ucraina è un sistema industriale di piccole imprese spesso familiari che progettano e assemblano i droni quasi nel cortile di casa, in una concorrenza feroce che permette di evidenziare subito i modelli più riusciti, e a riprodurli su larga scala.

È stato proprio questo modello ad essersi guadagnato, qualche mese fa, il sarcasmo dell’amministratore delegato del gigante industriale tedesco Rheinmetall Armin Papperger, che aveva preso in giro le «casalinghe ucraine che usano la stampante in 3D come se giocassero a Lego». Zelensky aveva immediatamente replicato che «una massaia ucraina può anche dirigere la Rheinmetall», che peraltro sta inaugurando il quarto impianto di produzione congiunto con gli ucraini. Intanto, perfino gli stessi esperti militari russi riconoscono che il ritardo tecnologico di Mosca nella guerra dei droni sia dovuto proprio al gigantismo burocratico dell’industria bellica russo-sovietica, troppo lenta per una guerra che viene inventata sul momento.

L’effetto di un attacco a sorpresa con droni ucraini. (Keystone)
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Il Mercato e la Piazza

Finanze: il Dipartimento che nessuno vuole

Qualche settimana fa il consigliere di stato Christian Vitta ha annunciato di non volersi ripresentare alle elezioni del prossimo anno. Indipendentemente dal risultato delle stesse è quindi certo che, a partire dal prossimo maggio, le finanze del Cantone dovranno essere gestite da un nuovo consigliere o da una nuova consigliera di Stato. Non sappiamo quali siano le ragioni della rinuncia di Vitta. Possiamo però immaginare che dodici anni alla testa di uno dei Dipartimenti più complessi del Cantone possano bastare anche per un politico navigato come lui. C’è naturalmente chi, a proposito di questa decisione, ha parlato di fuga in avanti, quasi come se il nostro capo delle finanze volesse sottrarsi alle responsabilità della sua carica in un momento arduo per l’equilibrio finanziario dello Stato. Noi pensiamo sia più probabile che egli abbia fatto tesoro della

Affari Esteri

legge non scritta stando alla quale, in Ticino, più lungo è il periodo che un consigliere o una consigliera passa alla testa delle finanze cantonali e peggiore diventa la nota d’assieme della sua prestazione. Insomma: andandosene Vitta evita di peggiorare quello che sarà il bilancio complessivo della sua attività come gestore delle finanze del Cantone. Bisogna anche aggiungere che, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, solo Marina Masoni è restata alla direzione del Dipartimento finanze per 12 anni. Gli altri 6 consiglieri che dall’inizio degli anni 70 del Novecento si sono succeduti, hanno tenuto la carica per periodi più corti. La legge non scritta, di cui si parlava prima, sostiene anche che minore è il periodo in carica e migliore è la prestazione del/ la capo/a delle finanze, misurata con indicatori come il risultato di esercizio o l’evoluzione del debito pubbli-

co. Sarebbe dunque il caso di dire che «scopa nuova, spazza meglio»! Vedremo! Tornando al bilancio di Vitta diremo che non è eccezionale ma neanche da disprezzare. La sua gestione si è mantenuta sui parametri che hanno caratterizzato la gestione delle finanze dello Stato nel corso del 21° secolo. Il maggior merito di Vitta è d’essere riuscito, in media, a comprimere l’evoluzione della spesa d’esercizio al di sotto del 3% di aumento annuale. Purtroppo però la spesa, anche sotto la sua gestione, ha continuato a crescere più rapidamente del prodotto dell’economia e delle entrate di esercizio, in particolare di quelle fiscali. Di conseguenza, il debito pubblico del Cantone ha proseguito la sua corsa in avanti come fa dall’inizio degli anni 90 del passato secolo. Insomma, nonostante gli sforzi, Vitta non ha potuto eliminare il deficit strutturale del conto di esercizio del Can-

tone che però esisteva già prima che lui entrasse in carica. Anno più anno meno, al Cantone continuano a mancare un centinaio di milioni per chiudere in pareggio. Il capo delle finanze del Cantone è dunque di fronte a una missione impossibile? Dal profilo dei principi di gestione delle finanze pubbliche no. Basta vedere quel che ha fatto la Confederazione, dall’inizio del secolo a oggi. Con l’introduzione a partire dal 2001 del freno all’indebitamento, è riuscita a stabilizzare la situazione, mantenendo il suo debito pubblico sempre al medesimo livello. Nel contempo, grazie alla crescita del Prodotto interno lordo, la quota di indebitamento della Confederazione (ossia il rapporto tra il debito pubblico e il Pil) si è dimezzata. Nel Canton Ticino, invece, nel medesimo periodo, il debito pubblico si è moltiplicato per due volte e mezzo. Ancora più preoccupante

Il peso della rabbia anti-immigrati sulla politica britannica

Il 3 dicembre 2025, il 999 di Southampton, in Inghilterra, ha ricevuto una telefonata: «C’è stata un’aggressione a sfondo razziale». I poliziotti sono arrivati, un ragazzo sikh di 22 anni ha detto di essere stato assalito e di essersi dovuto difendere. Il presunto aggressore, un ragazzo bianco di 18 anni, per terra, si lamentava: non riesco a respirare, sono ferito. Il poliziotto lo ha guardato, «non credo proprio», gli ha detto, e gli ha messo le manette. Poco dopo il ragazzo bianco, che si chiamava Henry Nowak, è morto: era stato pugnalato dal ragazzo sikh, Vikrum Digwa, che il primo giugno è stato condannato a 21 anni di prigione. Da quel giorno ci sono proteste davanti alla stazione di polizia di Southampton, poliziotti sono stati feriti, agitatori sono stati arrestati. La polizia ha fatto un errore madornale, quel 3 dicembre, e pure nei giorni successivi: ha continuato a credere

a Dwiga, individuando un terzo uomo come il presunto assassino. Durante il processo la polizia si è scusata più volte, ma il fatto che abbia creduto alle parole del ragazzo sikh e non ai propri occhi è diventato un caso. Alle proteste sono arrivati molti sostenitori dell’estrema destra, intesa come Reform Uk, il partito nazionalista di Nigel Farage, e come i neofascisti legati a Tommy Robinson. Gridavano «White lives matter» e contro la difesa delle minoranze a scapito dei bianchi. Farage ha cercato di strumentalizzare il più possibile questa tragedia che, come ha scritto «The Times», è in effetti un’occasione ghiotta per la sua retorica nazionalista. La rabbia è legittima, ha detto Farage, la rabbia è giusta: sono state le sue dichiarazioni a innescare le proteste. Il leader di Reform Uk sta sfruttando ogni scontro del Regno Unito per amplificare il suo messaggio, e non si può dire che

Il presente come storia

La Difesa tra nostalgie,

Nessuno Stato è al riparo dai venti di guerra che stanno spirando nelle aree martoriate, nemmeno la nostra piccola, e fino a ieri beata, Repubblica alpina. Di conseguenza è riemerso con forza, nelle sedi istituzionali, nei partiti e nei media, il dibattito sulla Difesa nazionale. Ovvero quale sia, in questo clima saturo di tensioni e minacce, non tutte subito identificabili come tali, la dottrina militare della Svizzera.

La questione è interessante per chi cerca di rintracciarne la genesi e l’evoluzione nel tempo. Nel secolo scorso, soprattutto dopo l’avvento in Europa dei regimi totalitari, ha prevalso il principio del «ridotto alpino»: una linea fortificata realizzata tra Sargans a Saint-Maurice, con al centro il massiccio del San Gottardo. L’ispirazione proveniva dall’architettura militare medievale, come si legge in un opuscolo sul «réduit national»

è il fatto che il dibattito sull’equilibrio delle finanze cantonali nel corso degli ultimi tre decenni si sia spostato dal Parlamento verso l’elettorato. Si può affermare che da noi, oggi, sono gli elettori (quelli che si esprimono votando) a decidere se occorra ridurre o aumentare la spesa di esercizio. Incapaci di esprimere una linea di gestione coerente i partiti hanno delegato a iniziative e referendum il compito di fissare gli orientamenti di fondo della politica finanziaria. Una situazione del genere rende poco attrattiva la carica di responsabile delle finanze. Tra difficoltà di bilancio e assenza di una maggioranza favorevole al rigore finanziario, il Dipartimento finisce per essere quello che nessuno vuole. Non è quindi difficile immaginare che, nella primavera del 2027, la ripartizione dei Dipartimenti nel nuovo Governo ticinese assomiglierà a una partita di Peppa Tencia.

l’attualità non gli dia materiale: non si era ancora quietata Southampton che a Belfast un sudanese di 30 anni ha aggredito con estrema violenza un uomo per strada – è rimasto senza un occhio – e nella notte successiva una banda a volto coperto ha incendiato le case e le auto nella strada in cui vivono gli immigrati. Farage ha l’ambizione di arrivare a guidare il Paese sull’onda della rabbia anti-immigrato, un suo grande classico. La leadership del premier Keir Starmer è stata messa in discussione dal Labour dopo il risultato mediocre alle amministrative di maggio e il principale rivale, il sindaco di Manchester Andy Burnham, si gioca proprio contro Reform Uk il posto per entrare ai Comuni, il primo passo necessario per lanciare la sfida a Starmer alla guida del Labour e del Governo. Il voto si terrà domani – il 18 giugno – in una elezione suppletiva a Makerfield, una circoscrizione dell’area me-

incognite e inciampi

redatto nel 1943 dal colonnello Louis Couchepin: «Il ridotto è l’opera interna di una fortezza, come la cittadella era il ridotto della roccaforte ed il mastio quello dell’intero castello». C’era però un problema: il complesso era pensato per ospitare la truppa, i cannoni, le mitragliatrici, i mortai, i depositi di munizioni e di viveri, non la popolazione civile, la quale si sarebbe trovata alla mercé del nemico, la cui avanzata si sarebbe estesa all’intera regione dell’altopiano. Quanto a lungo sarebbe durata la resistenza? Per fortuna non fu messa alla prova. Rimane la domanda sulla sensatezza e sull’efficacia di quella scelta strategica, argomento di accese discussioni. Il dispositivo non riguardava però soltanto l’esercito: comprendeva anche un versante civile e culturale. L’idea consisteva nell’affiancare alle installazioni militari un’ampia e capillare mobilitazione delle energie attive

nella società, le reti associative, l’informazione, la scuola, la produzione intellettuale: arte, cinema, teatro, musica, letteratura, ricerca storica. Era la «difesa spirituale», che il Consiglio federale aveva già illustrato organicamente il 9 dicembre del 1938, al fine di «conservare e far conoscere il patrimonio spirituale della Confederazione». L’adozione del termine «spirito» (Geist, esprit) non era casuale: sotto questa voce era infatti possibile rubricare tutte le diversità presenti nel Paese, senza provocare urti o discriminare le varie componenti di natura etnica, linguistica, religiosa, con un occhio di riguardo per le minoranze. Un inno all’autarchia? Ci fu anche questo, ma in quegli anni bui era uno spirito che andava controcorrente rispetto alla propaganda nazifascista. Tale doppio dispositivo, militare e civile, ha avuto vita lunga, condizionando tutto il secondo dopoguerra fi-

tropolitana di Manchester guidata da decenni dal Labour. I giornalisti sono arrivati proprio lì per capire l’umore dei 75’000 elettori. Un sessantenne intervistato dal «Financial Times», sostenitore di Reform UK e presente alla manifestazione Unite the Kingdom, ha detto che Farage ha esagerato nell’aizzare la folla a Southampton e che ignorare l’appello della famiglia Nowak a non usare la morte del figlio per dividere il Paese potrebbe costargli voti. Recenti sondaggi mostrano che a Makerfield Burnham è in vantaggio, anche perché nell’estrema destra ci sono anche altri partiti, come Restore Uk, nato da una scissione dentro Reform Uk, che potrebbe disperdere un po’ i voti. Alcuni commentatori ritengono che Farage abbia attaccato la polizia per ricompattare quell’area, ma un sondaggio mostra che tra gli elettori di Reform UK prevalgono i contrari

alle sue parole. La retorica anti immigrazione però raccoglie consenso: molti elettori di Reform UK credono che musulmani, neri e ambientalisti ricevano un trattamento più indulgente dalla polizia. Nel dibattito pesa anche il kirpan, il coltello sacro sikh usato da Digwa per uccidere Nowak e che la legge consente di portare per motivi religiosi. Burnham ha detto che la norma andrebbe rivista. Nel primo dibattito TV, Burnham ha insistito sulla sicurezza, citando il nuovo capo della polizia, soprannominato «il poliziotto del popolo». Il suo rivale, Robert Kenyon, punta invece su immigrazione e radicamento locale: sostiene che Burnham userà Makerfield per andare a Londra, mentre lui è «qui per voi». Molti elettori laburisti potrebbero sostenere Burnham proprio per indebolire Keir Starmer, lo stesso obiettivo che in questa fase ha anche Nigel Farage.

no al crollo del comunismo di marca sovietica. Poi le coordinate sono cambiate, prima con gli attentati terroristici e in seguito con l’avvento della «guerra ibrida», svolta caratterizzata dalla compresenza di armi convenzionali e di raffinati strumenti tecnologici (attacchi cibernetici, sabotaggi, disinformazione sistematica). In questo scenario la Svizzera, come tanti altri Paesi, è rimasta indietro, aggrappata alla dottrina militare postbellica, fondata su un folto esercito di milizia e su una sorveglianza dello spazio aereo mai del tutto soddisfacente. Si è sempre pensato che la migliore strategia consistesse nel fare da sé, senza intessere per alcuna alleanza militare con i vicini. «Anche il pensiero di un possibile aiuto armato dall’estero è pericoloso», si poteva leggere nel Libro del soldato (edizione del 1959), specificando che «nella maggior parte dei casi, non ci si può interamente fida-

re, così che un esercito alleato sul proprio territorio è spesso imbarazzante quanto uno nemico». Nessun accordo dunque, nessuna collaborazione, nemmeno con gli Stati confinanti Nato: una posizione tuttora sostenuta dai promotori dell’iniziativa sulla neutralità su cui saremo chiamati alle urne. Ma la rinuncia a possibili sinergie con altri Stati maggiori europei non è senza conseguenze, specie sul lato della spesa per l’acquisto di materiale bellico, che dovrebbe crescere parecchio se lo scopo è disporre di forze armate che siano credibili. La dottrina militare vigente non è solo antiquata ma è anche costosa, e sempre in ritardo rispetto ai sistemi d’arma che vediamo all’opera in Ucraina e nel Medio Oriente. La Difesa nazionale va dunque ripensata da cima a fondo, senza temere di relegare agli archivi i princìpi ereditati dal passato.

di Angelo Rossi
di Paola Peduzzi
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CULTURA

Auguri a Ticino Musica! Gabor Meszaros illustra il programma ideato per festeggiare i trent’anni della manifestazione, creata dal padre Janos

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L’intensità di Pino Musi

I momenti salienti dei quarant’anni di attività del fotografo Pino Musi in mostra al Teatro dell’Architettura di Mendrisio

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Nuova vita secondo Louise Glück

Per i tipi di Il Saggiatore è uscita la raccolta Vita Nova della grande poetessa statunitense scomparsa nel 2023

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José Muñoz, o l’arte del bianco e nero

Fumetti ◆ Un’ampia retrospettiva rende omaggio a colui che è considerato uno dei maestri mondiali del genere

«Sono nato sul confine tra la città e la pampa: è lì che sono cresciuto e che ho giocato durante la mia infanzia. Nell’avvicinamento verso questo accumulo di luce che si dissipa, […] io sono già dalla parte in cui le luci si attenuano, tra ombra e luce. E questo appare chiaramente nel mio lavoro di disegnatore, dove il bianco è tutta la luce e il nero è tutta l’ombra».

Fra i grandi maestri del fumetto che hanno offerto al disegno in bianco e nero un nuovo spessore, se non una nuova vita, troviamo senz’altro il nome dell’argentino José Muñoz. La retrospettiva Broken Voices presentata dal Cartoonmuseum di Basilea – la mostra più vasta e profonda organizzata finora in Europa – rende persino evidente la crucialità del suo lavoro, non a caso insignito nel 2007 del Grand Prix de la ville d’Angoulême, uno dei più importanti riconoscimenti mondiali alla carriera di un fumettista. Una carriera accompagnata del resto da una biografia a tratti romanzesca, ricca di colpi di scena e momenti memorabili come quando a Parigi, nella prima metà degli anni 70, un Muñoz demoralizzato e confuso ritrova Hugo Pratt (lo racconta lo stesso artista argentino in un’intervista su fumettologica.it): «Mugnò! – mi chiamava così – queste tavole non sono male però non ti rappresentano, non c’è personalità! Ti ricordi quello che facevi quando dirigevo Misterix? Lì eri tu. Stavi trovando una tua sintesi. Dov’è finito quel segno?». Un incontro «strategico, magico, quasi come in un fumetto». Poco dopo, infatti, nacque il sodalizio con lo scrittore e sceneggiatore Carlos Sampayo e venne alla luce il personaggio – e la serie – dell’investigatore privato disilluso Alack Sinner, che sancirà il grande successo del duo. Conviene però fare un passo indietro e tornare a Buenos Aires, in quel «confine tra la città e la pampa» dove il giovane – e prima bambino – José Muñoz, classe 1942, scopre la rivista «Misterix» e soprattutto le storie di El sargento Kirk disegnate da Hugo Pratt e scritte da Héctor Oesterheld. Crescendo si appassiona all’arte e al linguaggio del fumetto, le cosiddette historietas, frequenta l’atelier dello scultore Humberto Cerantonio, si iscrive alla Escuela Panamericana de Arte, dove incrocia Hugo Pratt (che in Argentina restò per oltre un decennio, fino al 1962 circa) e studia con l’argentino Alberto Breccia. In seguito, lavora anche come assistente di Francisco Solano López, celebre per avere disegnato L’Eternauta del già citato Oesterheld. Finché nel 1972, trentenne, con qualche difficoltà finanziaria, un’impasse creativa e una certa malinconia, parte per l’Europa.

Un viaggio non semplice, soprattutto all’inizio: Italia, Spagna, Londra. Due incontri risultano crucia-

li e li abbiamo già menzionati: quello con Hugo Pratt a Parigi e, nel 1974, quello – abbastanza fortuito – con lo scrittore argentino nato nel 1943 Carlos Sampayo. La serie delle storie di Alack Sinner è ideata lo stesso anno. Viene inaugurata in Italia con la pubblicazione de Il caso Webster nel gennaio del 1975, su «alterlinus», allora neonato supplemento della rivista «linus», prima di sbarcare in Francia sulle pagine di «charlie mensuel».

La straordinaria carriera dell’argentino José Munoz è andata di pari passo con una biografia a tratti romanzesca

Alla sua conclusione nel 2006, la serie conterà circa una ventina di episodi, oggi raccolti in diverse edizioni integrali (le oltre 800 pagine di quella italiana sono pubblicate da Oblomov), e l’antieroico investigatore sarà già considerato come uno dei più grandi personaggi del noir e dell’ hard boiled, alla stregua di un Philip Marlowe. È inevitabilmente ad Alack Sinner che è dedicata la prima sala della mostra

del Cartoonmuseum, con alcune (irresistibili) tavole originali e un percorso che testimonia «l’evoluzione grafica» di Muñoz, il «virtuosismo della sua linea espressiva che tende verso l’astrazione, verso l’eloquenza del silenzio». In cinquant’anni di sodalizio artistico, però, Muñoz e Sampayo hanno firmato anche opere diverse: da Sudor Sudaca, più legata ai temi dell’esilio, della memoria e della diaspora argentina, pubblicata inizialmente su diverse riviste (fra cui Frigidaire) all’inizio degli anni 80, al corale Nel bar (edito integralmente da Oblomov), dedicato a personaggi marginali, intrappolati in una New York notturna e frammentaria, quasi allegorica, dove «l’orrore sembra essere il narratore della propria messinscena». Ed è difficile tacere del fondamentale rapporto – per entrambi – con la musica, a cui la retrospettiva basilese dedica un’ultima sala di grande delicatezza, all’interno della quale gira una playlist dello stesso Muñoz e sul pavimento, al centro della stanza, splende il riflesso di una luce rotonda. Sui muri, illustrazioni di musicisti e altre tavole di fumetti dedicati a personaggi indimenticabili della storia della musica.

In questo senso, sono due i libri a fumetti di Muñoz e Sampayo ad avere lasciato un segno indelebile: Billie Holiday e Carlos Gardel, in italiano pubblicati entrambi dalla casa editrice SUR. Se Billie Holiday – che Alack Sinner incrocerà nel corso della sua vita! – porta in sé, con la sua voce, una lunga lista di altre voci «spezzate» (gli oppressi, le donne, la popolazione afro-americana), Carlos Gardel permette ai due artisti di ritornare alla loro infanzia, al ricordo delle loro famiglie, cogliendo l’anima dell’Argentina nella sua pluralità etnica e culturale. Come dirà José Muñoz: «Gli americani del Nord hanno prodotto il jazz, Billie Holiday, e noi, quelli del Sud, abbiamo prodotto il tango, Carlos Gardel. Due gigantesche costruzioni dell’America, delle costruzioni di senso provenienti dalle classi popolari, quelle che all’epoca leggevano anche fumetti».

Certo seguire la traiettoria artistica di José Muñoz, la sua – dicevamo prima – «evoluzione grafica», significa da una parte riconoscere le radici di grandi fumettisti del passato, ma anche riconoscere una nuova e prorompente forza del segno, del contrasto,

del bianco e nero: sempre più espressiva, emotiva, che sembra segnare delle tappe cruciali a ogni pubblicazione. Lo dice molto bene un artista e fumettista italiano come Lorenzo Mattotti, all’interno del libro Conversations avec Muñoz & Sampayo. Entretiens réalisés par Goffredo Fofi (pubblicato da Casterman, e da cui provengono altre citazioni di questo articolo): «Anche se è l’erede di una tradizione “classica” che va da Milton Caniff a Hugo Pratt, le immagini che crea sono di una forza e di una libertà senza eguali. Siamo di fronte a un’opera in perpetua mutazione. […] Un nuovo fumetto è un nuovo viaggio nell’espressione del tratto. E in questo viaggio Muñoz è capace di andare molto lontano, fino ai limiti della leggibilità. Riesce a distruggere la lettura tradizionale a favore di una lettura emotiva». È anche per questo, forse, che continuiamo a stupirci, inquietarci e interrogarci davanti alle sue pagine.

Dove e quando José Muñoz, Broken Voices Basilea, Cartoonmuseum; fino al 21.6.2026; ma-do 11:00-17:00.

© José Muñoz, «Alack Sinner: incontri» (ritaglio), 1981, sceneggiatura di Carlos Sampayo Casterman, Parigi, 1984.
Yari Bernasconi

Quando suono, spazio e luce si incontrano

Festival organistico ◆ Dal 30 giugno al 17 luglio andrà in scena la 64esima edizione del Festival organistico di Magadino

Come spiega bene Maurizio Sargenti, direttore del Festival organistico di Magadino, che abbiamo incontrato a poche settimane dall’inaugurazione della nuova edizione, l’organo non è «solo memoria del passato, ma strumento vivo, creativo, imprevedibile. Ed è grazie ad esso che il Festival mostra davvero la sua anima: un dialogo tra tradizione e invenzione, tra il silenzio della chiesa, il respiro del lago e la fantasia dell’interprete». Una cura e una dedizione, quelle praticate nei confronti dell’organo del 1902, che hanno portato un gruppo di appassionati a renderlo vivo, costruendoci intorno ogni anno una nuova stagione musicale.

Maurizio Sargenti, perché un festival così importante in un paese di meno di duemila abitanti?

Magadino è un piccolo paese, ma con una storia internazionale. Nell’Ottocento era uno snodo strategico tra il Lago Maggiore, il Gottardo e la Lombardia: porto commerciale, stazione di battelli e capolinea delle diligenze verso il nord Europa. Questa apertura al mondo ha lasciato una forte impronta culturale.

A questo si aggiunge la presenza della chiesa di San Carlo Borromeo, uno degli edifici neoclassici più significativi del Ticino, progettato da Giacomo Moraglia e costruito tra il 1844 e il 1846.

L’organo stesso rappresenta un patrimonio unico: nato nel 1902 grazie all’organaro Natale Balbiani, poi ampliato e trasformato dalla ditta Mascioni nel 1951 e nel 1965, è uno strumento «stratificato», che racconta oltre un secolo di storia organaria italiana. Non è l’organo più grande del mondo, ma possiede una personalità sonora molto riconoscibile. Come si legge nel libro di Giuseppe Clericetti (v. art. correlato), «la qualità vince sulla quantità». In fondo, il «miracolo di Magadino» nasce proprio da qui: da un piccolo paese che ha saputo trasformare la propria dimensione raccolta in un punto di forza culturale.

Chi ha voluto questo festival e quali grandi personaggi lo hanno attraversato?

Il Festival nasce nel 1963 per volontà di don Aldo Lanini, parroco di Magadino dal 1945 al 1965. Fu una scelta visionaria e coraggiosa: immaginare una rassegna internazionale di musica organistica in un piccolo paese affacciato sul lago sembrava quasi impossibile. L’inaugurazione del 22 giugno 1963 fu affidata addirittura a Marcel Dupré, una leggenda assoluta dell’organo del Novecento. Da allora il Festival ha ospitato oltre 325 organisti e organiste provenienti da tutto il mondo, con quasi 500 concerti realizzati in 63 edizioni.

Tra i grandi nomi passati figurano, tra gli altri: Marcel Dupré, Luigi Ferdinando Tagliavini, Gaston Litaize, Fernando Germani, Guy Bovet, Diego Fasolis, Hans Vollenweider, Victor Togni e Montserrat Torrent, che nel 1964 inaugurò la presenza femminile al Festival. Il Festival ha inoltre promosso concorsi di composizione, corsi di interpretazione e improvvisazione, contribuendo alla crescita della cultura organistica svizzera e internazionale.

Chi è vicino alla musica organistica oggi?

Oggi il pubblico della musica organistica è molto più vario di quanto si immagini. Accanto agli appassionati storici e agli specialisti, si avvicinano molti giovani musicisti, studenti dei conservatori, curiosi della musica dal vivo e persone attratte dall’esperienza immersiva del concerto in chiesa.

L’organo ha inoltre una capacità unica: mette insieme repertori antichi e contemporanei, improvvisazione, cinema muto, contaminazioni artistiche e persino elettronica. Questo permette di dialogare con pubblici differenti.

Concorso

«Azione» mette in palio tre copie di 2300 canne. Per partecipare al concorso, inviate una mail a giochi@ azione.ch (oggetto: organo) indicando i vostri dati entro martedì 23 giugno 2026. Buona fortuna!

Vi sono degli scambi con altre realtà organistiche?

Sì, da sempre. Il Festival è nato con una vocazione internazionale e nel corso dei decenni ha costruito relazioni con interpreti, conservatori, accademie e festival di tutta Europa. Molti artisti arrivati a Magadino erano già protagonisti delle grandi scene organistiche internazionali, e spesso il Festival è diventato luogo di incontro tra scuole organistiche diverse: italiana, francese, tedesca, svizzera e iberica.

Esistono inoltre contatti costanti con altre istituzioni musicali e culturali, anche attraverso la commissione artistica, che negli anni ha coinvolto figure di riferimento come Guy Bovet, Diego Fasolis e Paolo Crivellaro.

L’organo nella maggior parte dei casi si trova all’interno delle chiese: risulta comunque facile avvicinarsi a questo strumento?

Assolutamente sì. L’organo nasce storicamente in ambito liturgico, ma oggi è riconosciuto universal-

mente come uno dei grandi strumenti della musica occidentale. Entrare in una chiesa per ascoltare un concerto d’organo non richiede necessariamente un’esperienza religiosa: è prima di tutto un’esperienza artistica e sonora. L’organo colpisce per la sua capacità orchestrale, per la potenza ma anche per l’intimità dei timbri. Molti spettatori restano affascinati proprio dall’atmosfera: il silenzio, l’architettura, la luce, il rapporto tra spazio e suono. A Magadino questo aspetto è particolarmente forte, perché il Festival vive in un luogo dove il lago, la chiesa e la musica sembrano dialogare naturalmente.

Come costruite la vostra stagione?

La costruzione della stagione unisce ricerca artistica, relazioni internazionali e identità del Festival. Si cerca di mantenere un equilibrio tra grandi interpreti riconosciuti e nuove generazioni. La scelta degli artisti avviene attraverso l’ascolto costante del panorama organistico internazionale, i contatti con conservatori e festival, e gli scambi con altre realtà musicali. Un elemento importante è anche il rapporto con lo strumento: ogni organo ha caratteristiche proprie, e i musicisti vengono scelti anche in funzione della loro sensibilità verso l’organo di Magadino.

Vi è un appuntamento in particolare che vuole segnalare?

Uno dei momenti più affascinanti del Festival resta il concerto con improvvisazione finale, diventato quasi un rito. Storicamente, durante il concerto veniva consegnata all’organista una «busta gialla» contenente il tema musicale sul quale improvvisare: un momento di grande attesa, in cui il pubblico assisteva alla nascita della musica in tempo reale. È forse questo l’aspetto più sorprendente dell’organo: non solo memoria del passato, ma strumento vivo, creativo, imprevedibile. In quei momenti il Festival mostra davvero la sua anima: un dialogo tra tradizione e invenzione, tra il silenzio della chiesa, il respiro del lago e la fantasia dell’interprete.

Sessant’anni di note d’organo sulle rive del Verbano

Divulgare la cultura, ovvero parlare con competenza e leggerezza di cose complesse. È una capacità che non sono molti a possedere. In campo musicologico, poi, quando si parla di concetti impalpabili e inafferrabili come melodie, armonie e stili, occorre certo una particolare abilità. Giuseppe Clericetti, musicologo e uomo di radio, questa dote di divulgatore la possiede senza alcun dubbio. Lo sappiamo bene per aver ascoltato i suoi contributi dalle onde di Rete Due, ma anche per i suoi creativi e originali passaggi televisivi quale animatore della trasmissione Paganini. Alle sue doti di intrattenitore affabile e sensibile, Clericetti unisce anche un particolare senso dello humour e un’ironia che rendono ancora più piacevole il suo approccio informativo. E a quella vena potremo senz’altro ascrivere il divertente titolo della ricerca di cui ci occupiamo qui. Ritroviamo le doti divulgative (sempre scientificamente rigorosissime) anche nelle sue pubblicazioni a

stampa. Di recente, infatti, le sue capacità si sono esercitate in vari volumi monografici dedicati all’opera di compositori come Saint-Saëns, Andrea Gabrieli, Claudio Monteverdi, Reynaldo Hahn. Uno dei suoi campi di studio prediletti è legato alla musica per organo. Lo testimonia ad esempio un altro suo studio, quello incentrato sull’organista francese Charles-Marie Widor. Immaginiamo quindi il suo entusiasmo e il suo coinvolgimento quando gli è stata commissionata una ricerca specifica sulla storia del Festival organistico di Magadino. La rassegna, di per sé, è un vero miracolo sulla scena musicale del nostro cantone. Dalla chiesa di San Carlo Borromeo nel piccolo borgo sul Verbano sono passati durante il corso degli anni alcuni dei maggiori solisti di livello internazionale. Sul pregiato organo Balbiani-Mascioni sono state eseguite le più importanti opere del repertorio per organo di ogni epoca, lasciando ricordi indimenticabili in un pubblico di fedeli appassionati.

Clericetti si immerge quindi nella materia, da un lato ricostruendo la storia della manifestazione, e inserendola in una panoramica che coinvolga l’intero territorio in cui si è insediata; dall’altro, ripercorre la storia del particolare strumento che ne è al centro, contestualizzandone le caratteristiche in un più ampio disegno. Ripercorre così lo sviluppo della tradizione «organara» nelle sue vicende lombarde e italiane dal 1700 ad oggi. Entrambi gli aspetti incuriosiscono e ci aiutano a ricostruire le fasi dello sviluppo nella cultura, non soltanto musicale, ma anche artistica e architettonica, in un angolo del nostro cantone. Il racconto è infatti ricco di aneddoti e informazioni che collegano quanto successo a Magadino con altri luoghi e con analoghi avvenimenti. Ciò che disegna un prospetto storico di grande vivacità e interesse. Molta parte dello scritto, in realtà, è dedicato ad aspetti tecnici che possono a prima vista sembrare piuttosto specialistici. Il nostro consiglio

Pubbliredazionale

Sei concerti, tra cui un «duello d’organo»

La 64esima edizione del Festival internazionale di musica organistica di Magadino (30 giugno – 17 luglio 2026) propone sei concerti a entrata libera all’insegna di un progetto artistico originale e coerente. Fulcro ideale della rassegna sarà Johann Sebastian Bach, non soltanto come autore di repertorio, ma come punto di partenza per una riflessione sulla trascrizione e sulla metamorfosi sonora. Agli interpreti è stato chiesto di confrontarsi con le Sonate e Partite per violino solo, trasformandole in nuove versioni organistiche, secondo una pratica che richiama la stessa arte bachiana della rielaborazione. Il pubblico potrà così ascoltare un Bach reinventato e trasfigurato attraverso sensibilità differenti. Accanto ai grandi nomi della tradizione organistica europea, emergeranno pagine meno frequentate e programmi non convenzionali. L a stagione culminerà, come tradizione, nel «Duello d’organo» di Gordola. Gli altri concerti si svolgeranno attorno allo storico organo Balbiani-Mascioni di Magadino. I concerti sono previsti il martedì e il venerdì nella Chiesa di San Carlo Borromeo a Magadino. Il concerto del 10 luglio si terrà invece nella Chiesa parrocchiale di Gordola. L’orario di inizio è fissato alle 20.30. L’entrata è libera a tutti i concerti.

Il programma dettagliato

Martedì 30 giugno

Elisabeth Zawadke (DE)

Venerdì 3 luglio

Kristian Krogsoe (DK)

Martedì 7 luglio

Florian Mauersberger (DE)

Venerdì 10 luglio

Giacomo Gabusi (IT)

Francesco Cardelli (IT)

Martedì 14 luglio

Simon Peguiron (CH)

Venerdì 17 luglio

Luca Scandali (IT)

è di non lasciarsi fuorviare da quelle pagine (che sono d’altro canto necessarie per comprendere con precisione la portata e il valore della proposta musicale di Magadino) e di tenere sott’occhio invece il filo conduttore complessivo del racconto di Clericetti. La sua ricerca ha sondato le recensioni ottenute dal festival nel corso degli anni, e ciò gli ha permesso di ricostruire la ricezione locale di una proposta artistica unica e di enorme prestigio. Prestigio, che, inoltre (tratto davvero unico ed eccezionale di questo lavoro), è possibile sperimentare a distanza di anni. Grazie ad alcuni collegamenti intertestuali, tramite QR Code, possiamo risentire oggi concerti di cinquant’anni fa, trasmessi allora in diretta dalla RSI. L’idea è veramente eccellente e trasforma il testo in un viaggio multimediale unico ed originalissimo.

Bibliografia Giuseppe Clericetti, 2300 canne, Losone, edizioni Poncioni, 2026

Maurizio Sargenti, direttore del Festival organistico di Magadino davanti alla locandina della manifestazione.

GUSTO

Patatine Chips

Qual è la nazione che consuma più chips?

Sai da quando esistono le chips di patate e quante ne produce ogni anno la Migros? Metti alla prova le tue conoscenze sulle patatine

Testo: Barbara Scherer

1 Quante chips produce ogni anno Migros Industrie?

● 6528 tonnellate

● 1260 tonnellate

● 3234 tonnellate

2 Quando sono state inventate le chips?

● 1901

● 1853

● 1809

3 Di cosa sono fatte le tortilla chips?

● Mais

● Lievito

● Patate

4 Da dove provengono le chips al gusto di uova al tegamino?

● Canada

● Austria

● Spagna

5 Dove si mangiano più chips?

● Polonia

● Stati Uniti

● Messico

6 Da quando vende le chips la Migros?

● 1934

● 1943

● 1954

7 Quali sono le chips a marca propria Migros più apprezzate?

● Farm Chips al naturale

● Wave Chips alla paprica

● Chips di lenticchie

8 Perché c’è aria nella confezione di chips?

● Affinché non si rompano

● Per facilitarne il trasporto

● Per mantenerle croccanti e fresche

9 Quanti chili di patate servono per ottenere 1 chilo di chips?

● Da 4 a 5 chilogrammi

● 1 chilo

● 10 chili

10 Quali patate sono più indicate per le chips?

● Pasta soda

● Prevalentemente a pasta soda

● Farinose

Farm Chips Riz Casimir 175 g Fr. 3.95

La febbre latin avanza inesorabile

Musica ◆ Un fenomeno culturale che ha visto il genere latin adattarsi ai trend globali fino a scalare le classifiche

Quando, lo scorso 8 febbraio, Bad Bunny ha portato il suo mondo all’halftime show del Super Bowl, in tutto il globo non si è parlato di altro per giorni interi. Quello spettacolo maestoso di circa tredici minuti al Levi’s Stadium di Santa Clara, in California, è stata una sorta di consacrazione della musica latina nel mondo. O meglio: è stata l’ennesima prova di quanto il latin sia uno dei fenomeni culturali più significativi degli ultimi decenni.

Sì, perché se è vero che oggi Bad Bunny è il massimo rappresentante del genere nel mondo, questo suo dominio è stato reso possibile da alcuni cambiamenti cruciali avvenuti negli ultimi venticinque anni. Fino a qualche decennio fa, infatti, la musica latina era considerata quasi esclusivamente come «etnica»; è riuscita a uscire da questa nicchia solo grazie ad alcuni nomi. Prima quello di Julio Iglesias negli anni Settanta e Ottanta, poi – in maniera ancora più travolgente – quelli di Ricky Martin, Jennifer Lopez e Shakira negli anni Novanta. Il merito di questi ultimi è stato quello di presentare una nuova versione della musica latina, che si «adeguava» ai canoni della musica pop globale, fino a quel momento caratterizzata da un predominio assoluto dell’inglese.

Infatti, anche se le comunità latine nel mondo sono sempre state numerose, le regole della discografia imponevano a tutti gli artisti di adattarsi al mercato anglofono. Ciò che hanno fatto Ricky Martin, J.Lo e Shakira (e altri artisti insieme a loro) è stato portare all’attenzione del mercato globale l’esistenza di un pop latino capace di essere influente.

Ma non c’è stato solo il pop. Il reggaeton, infatti, ha conosciuto diverse fasi e, grazie a un artista come Daddy Yankee, è riuscito a diventare un fenomeno globale. Ricordate il successo clamoroso della sua Gasolina? Era il 2004 e in quel momento un brano

reggaeton in lingua spagnola dominava per la prima volta le classifiche di molti Paesi del mondo: è stato un vero e proprio tormentone a Porto Rico, in America Latina, negli Stati Uniti, in Canada, Giappone, Australia e in tutta Europa. Incredibile…

Da Julio Iglesias negli anni 70 e 80, passando per Ricky Martin, Shakira e J.LO si è giunti al successo planetario di Bad Bunny

La musica, si sa, è anche (e soprattutto) cultura. E, così come ogni industria culturale, anche quella della canzone ha conosciuto una rivoluzione con l’imporsi dell’era digitale. Il mondo della musica è stato completamente rivoluzionato dall’arrivo dello streaming. Per la prima volta, non erano solo le tv, i giornali o le radio a scegliere cosa dovesse essere «di tendenza»; con il libero accesso a tutti i progetti musicali pubblicati in ogni parte del mondo, sono stati i singoli utenti a scegliere. E le comunità latine sparse in tutto il mondo hanno potu-

to ritrovare con più facilità il legame con i propri beniamini. Tra l’altro, il pubblico latino è forse quello più fedele nei confronti dei propri artisti. Per capirlo basta assistere al concerto di un’icona latin in qualsiasi parte del mondo: è molto più di un ritrovo. È una festa. È cultura pura, fatta di volti e parole.

Così, lo streaming ha costretto tutti a fare i conti con l’interesse globale nei confronti della musica latina. Un interesse che è stato giustificato anche da altri successi clamorosi, come quello di Despacito del 2017 di Luis Fonsi e Daddy Yankee. Il brano – un mix tra pop latino e reggaeton –ha creato uno spartiacque importante. Con Despacito, uno dei singoli digitali più venduti di sempre, chiunque ha capito che una canzone quasi interamente in spagnolo può conquistare la #1 in tutti i Paesi del mondo.

Negli anni successivi a Despacito, le porte della discografia si sono aperte a nomi che, altrimenti, sarebbero stati relegati a mercati locali. Alcuni esempi? Maluma, J Balvin, Ozuna, Rauw Alejandro, Karol G. Una curiosità: tutti loro provengono da due grandi

Pino Musi e il teatro del mondo

Fotografia ◆ Al Teatro dell’Architettura

Dopo la recente personale alla Fondazione Rolla, da sempre sostenitrice dell’artista, Pino Musi, fotografo italiano con sede a Parigi, torna in Ticino con una nuova e ricca esposizione antologica capace di riunire alcuni momenti salienti dei suoi quarant’anni di attività.

Un sapiente percorso fotografico, a cura del professore dell’Accademia d’Architettura Michael Jakob, che nasce e si sviluppa, come si dice in questi casi, come site specific, ovvero pensato e concepito per lo spazio che accoglierà le opere.

Parliamo infatti dell’ultimo piano del Teatro dell’Architettura di Mario Botta – con il quale Musi ha negli anni passato lavorato – dalla forma circolare, che ha certamente ispirato il titolo, Continuum, una continuità sfumata tra le fasi del lavoro, in cui non è necessario individuare un inizio e una fine. Una curvatura delle pareti che non ha impedito alle fotografie, stampate su dei nastri continui e applicate a parete grazie a un precisissimo allestimento, di presentarsi allo spettatore,

abbracciarne idealmente lo sguardo e accoglierne l’esperienza visiva.

Va specificato che il termine «teatro» per l’edificio di Mendrisio non è scelto a caso: l’intento dell’Accademia è di presentare, in compresenza, esposizioni con una durata limitata nel tempo. Esso non vuole presentarsi come guida, museo, fondazione o collezione: si sottolinea la messa in scena come parte essenziale del lavoro dell’architetto.

I momenti scelti dal fotografo e dal curatore sono sei – Origine, Metonimia, Iperbole, Superficie, Transizione e Incompiutezza, dai titoli dei progetti e dalla varietà estrema di contenuto: dalle prime prove nella riscoperta della Magna Grecia ai parcheggi labirintici della Cina contemporanea, dalle facciate milanesi alle anonime periferie europee. Sei diverse sequenze che, pur nella varietà dei contesti, hanno un filo comune rappresentato da una polifonia di bianchi e neri, sapientemente, se non addirittura virtuosamente, calibrati.

Lo spazio a disposizione non ci

I cubani Gente de Zona si esibiranno a Bellinzona il prossimo 21 giugno.

Paesi, ora grandi hub della musica urban globale: Colombia e Porto Rico. Ma ci sono anche altri luoghi cardine. Se infatti Miami è il cuore pulsante dell’industria musicale latina (è il vero punto di ritrovo), ci sono anche Repubblica Dominicana, Messico, Argentina. E anche la Spagna sta presentando nomi forti (Rosalía vi dice qualcosa?).

Tutte queste diverse declinazioni rappresentano ritmi e melodie che prendono forma partendo proprio da tradizioni locali, canti del passato, culture ripescate. Un esempio? Quello di Cuba, che ha come punto di riferimento i Gente de Zona, formatisi nel 2000 ad Alamar (Avana), i quali sono stati capaci di unire l’audacia del reggaeton con le radici della musica cubana e della timba, genere nato negli anni Settanta e Ottanta dalla salsa. I Gente de Zona (Alexander Delgado e Randy Malcom Martínez) hanno conosciuto la fama globale grazie a Bailando, brano del 2014 di Enrique Iglesias nel quale compaiono come ospiti. Ma anche grazie a La Gozadera (insieme a Marc Anthony) del 2015, il cui remix è stato l’inno ufficiale della

permette di affrontare singolarmente i progetti; mi soffermo quindi su tre immagini di grande formato che rompono il ritmo dei nastri – tre immagini recenti che sembrano richiamare un bisogno di rinascita, non solo fisica, ma anche metaforica dell’Europa. Si tratta di tre immagini scattate durante il restauro di Notre-Dame e la ricostruzione della guglia dopo l’in-

Coppa America 2021. I Gente de Zona – che saranno in concerto al Nevermind Music Fest di Bellinzona il prossimo 21 giugno – hanno anche duettato con alcuni artisti italiani, da Laura Pausini (nel remix di Nadie ha dicho, versione spagnola della sua Non è detto) a Il Volo (Noche sin día). Passando pure per Cristiano Malgioglio (nel brano Alè Alè). Ora sono molte le star della musica latina che, tramite le loro canzoni, portano all’attenzione globale la propria tradizione, valorizzando la lingua spagnola, l’accento locale, i ritmi della propria eredità artistica. In questo contesto, Bad Bunny ha un’importanza notevole. Unendo reggaeton, trap latino, elettronica, pop, rock e generi tradizionali portoricani, Bad Bunny (vero nome Benito Antonio Martínez Ocasio) ha abbattuto barriere e segnato record su record. Basti pensare al suo ultimo disco, DeBÍ TiRAR MáS FOToS, uscito a gennaio 2025, vincitore di un Grammy come «Album dell’anno» (è stato il primo album in lingua spagnola a ricevere tale riconoscimento). Oppure è sufficiente riflettere sull’enorme messaggio politico e sociale che ha lanciato durante l’halftime show del Super Bowl pieno di apparizioni (da Lady Gaga a Ricky Martin, ma anche Pedro Pascal, Jessica Alba, Cardi B e Karol G).

L’amministrazione Trump non ha fatto nulla per nascondere la propria ostilità ai latinoamericani e il Presidente degli Stati Uniti d’America ha definito questa performance al Super Bowl «un affronto all’America».

Dal canto suo, Bad Bunny ha portato nello show, tra i più seguiti al mondo, una celebrazione delle sue radici latinoamericane e portoricane, tra orgoglio e fatiche. Criticando pure il colonialismo statunitense a Porto Rico. Insomma: con questo show Bad Bunny ha gridato al mondo che la musica latina è davvero mainstream perché è capace di parlare a ognuno di noi.

cendio del 2019. Essa ci appare invisibile, poiché coperta dal dedalo di fitte impalcature, tuttavia si intravvede uno sforzo comune, una presa di coscienza e la messa in campo di un significato collettivo.

Curiosamente, Musi fotografa la costruzione proprio da dove, quasi due secoli fa, Louis Daguerre metteva a punto l’invenzione della fotografia e

provava a rappresentare, con lunghissimi tempi di esposizione, il monumento ancora privo di guglia. Siamo nel 1838, la guglia di Violet-Le-Duc è del 1860, e la dagherrotipia, proto-fotografia costituita da un solo positivo su argento, fu annunciata all’Accademia delle Scienze nel gennaio successivo. Con quest’ultima esposizione, Pino Musi si pone tra i più interessanti fotografi italiani per intensità e continuità di ricerca. A questa produzione a parete va senza dubbio anche segnalato l’alto profilo della produzione editoriale: cataloghi, leporelli d’artista e altri formati – tra cui dischi con musicisti d’avanguardia – sempre estremamente attenti a coniugare qualità estetica e invenzione formale.

Dove e quando

Pino Musi. Continuum. Mendrisio, Teatro dell’Architettura di Mendrisio. Fino al 20 dicembre 2026. Orari: gio-ve 14.00-18.00; sa-do 10.00-18.00. Chiusura estiva dal 13 luglio al 23 agosto 2026. www.tam.usi.ch

Pino Musi, Cantiere di Notre Dame. Parigi, 2024 (© Pino Musi, 2026)

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FRESCHEZZA A LUNGA DURATA

Louise Glück, tra cielo e terra

Poesia ◆ È uscita per i tipi de Il Saggiatore la raccolta Vita nova

Vita nova, libro di Louise Glück, pubblicato negli Stati Uniti nel 1999, è ora in Italia per il Saggiatore con l’importante e partecipata traduzione dell’anglista Massimo Bacigalupo. E, certo, il titolo rimanda, come penso volesse la poetessa statunitense, a una delle immagini fondanti della cultura europea, l’incontro di Dante con Beatrice. E mi torna in mente, quasi a prender atto di quanto la visione dantesca sia potente e si muova nei secoli, la famosa raffigurazione fatta dal pittore londinese preraffaellita Henry Holiday, che ritrae l’incontro dei due presso il ponte di Santa Trinità in Firenze.

Incontri della vita quindi, casuali forse, negli incroci delle strade; incroci del destino, delle esistenze, che poi talvolta si separano, prendendo strade autonome. E allora forse, in ogni vita, questo vuole suggerirci Glück, l’accordo degli spiriti e dei corpi può divenire disaccordo, stridore silenzioso, dentro un rapporto formalmente intatto e per questo ancora più infernale: «… // Chiedile se il fuoco fa male. // Ricordo che / eravamo insieme. / E a poco a poco ho capito / che per quanto nessuno dei due si fosse mai mosso / non eravamo insieme ma profondamente separati //». E la fine del rapporto tra gli amanti, per paradosso non porterà altresì a questo? A una vita nuova?

Ecco, il titolo, scritto in italia-

no naturalmente anche nella edizione inglese, sta a indicarci quindi una simbologia di senso che tocca ogni parte del libro e sembra ricordarci quanto sia importante e al tempo problematica la nostra relazione col mondo e con tutte le cose che lo abitano. Quel mondo che la poetessa, lo possiamo intuire, senza ombra di dubbio, amava e al tempo stesso aveva in odio.

Per istinto vi si immerse, mangiandone i frutti proibiti; la scrittrice aveva fame delle cose terrene e difatti la parola hungry in questo libro ricorre molto spesso. Ma, al tempo, la dimensione delle idee, della pura astrazione era lì a suggerirle, con i suoi contorni perfetti e ineffabili, di non mischiarsi col troppo commercio, le troppe pratiche: «… // E sono stanca di esser avversata / e stanca di esser costantemente contraddetta dalla materia, /…/ Vieni dunque, Astrazione, / portami dove hai portato tanti altri, / lontano da qui, nel vuoto, il pascolo stellato. // Portamici subito, / Sogno della Cieca Speranza / ».

Nella sua scrittura, era chiara una certa distanza dalle cose del mondo che, più si approfondiva, e più per paradosso affiorava, nella lettura del reale, un taglio acuminato, quasi apodittico. Rientra in questo sprofondo abissale e senza via di fuga di cui talvolta il verso si alimenta, anche l’interloquire con sé stessa in ter-

za persona, quasi sdoppiandosi; ne escono domande stranianti, sull’origine sempre dubbiosa dei propri travagli che, però, come ferite mai del tutto sparite, alimentano certe psicosi dormienti, pronte a riemergere a ridosso di eventi particolari: «//Perché sei andata via? // Sono uscita viva dall’incendio; / come può essere accaduto? // Quanto è andato perso? // Nulla è andato perso: tutto è stato / distrutto. La distruzione / è il risultato dell’azione //…// Perché sei andata via? // Mi son svegliata in un altro mondo. / Tutto qui. // Perché sei andata via? // Il mondo era cambiato. Sono uscita dal fuoco / in un mondo diverso-forse / il mondo dei morti, per quanto ne so /…».

E certo anche l’anoressia in tempo adolescenziale, come la perdurante epilessia, furono l’humus perché la scrittrice sviluppasse una ipertrofia dei sensi, che trovò poi nella parola poetica un autentico strumento comunicativo. Difatti, a leggerlo, questo verso, è sempre franto nel suo interno; si badi non nella forma molto prosastica, ma appunto nel respiro. Si sovrappongono in esso piani temporali e immagini, il passato prossimo lascia subito posto al remoto; gli spazi nella pagina suggeriscono al lettore stesso di elaborare quel tempo centrifugato che vi passa in mezzo.

Queste continue cesure, talvolta cerniere temporali, sono pure aiutate

dalla dimensione onirica che, aggirandosi come un fantasma, ha quasi la stessa forza di quella reale, anzi con essa vive parallela, per testimoniare di verità inquietanti: «…/…Era / un bel sogno, la mia vita era piccola e dolce, il mondo / ampiamente visibile perché remoto. // Il sogno mi mostrava come riprendermelo, / tenendomene al sicuro. Mi mostrava / addormentata nel mio vecchio letto, le prime stelle / tremolanti attraverso frassini spogli. //…». Così pure il mito della classicità, rivisitato in una chiave sorprendentemente moderna e già presente in altre raccolte, come Averno, sempre pubblicata alcuni anni fa da il Saggiatore, è a far da sfondo e puntellare quelle che furono le sue variegate tragedie famigliari e personali, come la separazione, dopo molti anni, dal suo compagno di una vita. Esse, difatti, non sono altro che la ripetizione per ardore, ira, dolore, fragilità, rinascita, della scrittura del mito, sempre utilizzata dall’autrice come un tragi-

co proscenio: «… // Come vorresti morire/mentre Orfeo cantava? / Una morte lenta; lungo tutto il cammino per Dite / l’ho sentito. //…/ Lungo tutto il cammino per Dite / ho sentito mio marito che cantava, / pressappoco come ora mi senti tu. / Forse è stato meglio così, il mio amore fresco nel pensiero / persino nel momento della morte. / …».

Una poetessa questa, che ha saputo dare forma netta a immagini interiori contrastanti, nerissime talvolta, mettendo a nudo il proprio sentire; ma Louise Glück non si è fermata a questo dato di apparente disperazione, anzi, col suo grande talento poetico, l’ha rivoltato con sorprendenti immagini di vitalità e rinascita. E allora mi pare che anche le visioni di questa autrice sembrino portar scritto: «più in là».

Bibliografia

Vita nova, Louise Glück (trad. Massimo Bacigalupo), Milano, Il Saggiatore, 2025 (1999)

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Testo: Dinah Leuenberger

Burger di fagioli e tofu

Piatto principale per 4 persone

2 cucchiai di semi di lino macinati

2 cucchiai di acqua 400 g di tofu affumicato 1 scatola di fagioli kidney da 435 g, peso sgocciolato 310 g

1 mazzetto di maggiorana o prezzemolo

5 cucchiai di panko (pangrattato giapponese) o pangrattato

2 cucchiai di cipolla in granuli sale pepe

1 cucchiaio d’olio per la cottura 1 pomodoro grande giallo o rosso 4 panini per hamburger 8 cucchiai di salsa barbecue

50 g di insalata, ad es. baby leaf 20 g di crescione o germogli

1. Mescolare i semi di lino e l’acqua. Frullare il tofu e i fagioli nel frullatore oppure schiacciarli molto finemente con uno schiacciapatate. Tritare finemente la maggiorana.

2. Impastare il mix di semi di lino, il panko, la maggiorana e le cipolle con il tofu e i fagioli. Condire con sale e pepe. Con le mani umide, formare degli hamburger di circa 150 g ciascuno.

3. Rosolare in olio su entrambi i lati a fuoco medio per 6-8 minuti.

4. Tagliare il pomodoro a fette. Tagliare i panini a metà e tostarli brevemente oppure scaldarli in padella senza aggiungere grassi.

5. Spalmare la salsa sulle superfici tagliate. Disporre l’insalata, l’hamburger di tofu e fagioli e le fette di pomodoro sulle metà inferiori dei panini. Cospargere di crescione e coprire l’hamburger.

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Farcire i panini per hamburger con carne di maiale sfilacciata, fette di avocado, cipolla e coriandolo. Ci sta bene una salsa a base di cumino, ketchup e senape oppure una salsa barbecue dal sapore dolce-piccante.

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TEMPO LIBERO

Lo spazio, la vita e il tempo negli astri

Il celebre astrologo Marco Pesatori, autore di pubblicazioni e ospite di testate e emittenti tv, spiega la «relazione fra la funzione tempo e la vita»

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Realizziamo insieme una scatola molto particolare che saprà solleticare e sviluppare la curiosità e le competenze sensoriali dei bambini più piccoli

Ruth Orkin e l’invenzione moderna del viaggio

Tra il ludico e il dilettevole ◆ La fotografa dimostra come l’esperienza del viaggio possa coniugare stile e avventura, ed emancipazione

La fotografa Ruth Orkin (1921-1985), protagonista attualmente di un’importante mostra presso Palazzo Pallavicini a Bologna (fino al 17 luglio), e lo storico Daniel J. Boorstin (19142004), autore di The Image. A Guide to Pseudo-Events in America (1961), hanno più di una cosa in comune. Oltre ad aver raccontato, ciascuno a partire dal proprio ambito disciplinare, le trasformazioni che gli Stati Uniti attraversano nel ventesimo secolo, entrambi si sono interessati al tema del viaggio, al suo rapporto con la modernità, e al modo in cui le immagini raccontano e danno forma all’esperienza del viaggiare.

Secondo Boorstin, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo l’esperienza del viaggio conosce un cambiamento che la trasforma gradualmente nell’idea accattivante veicolata dai prospetti e dalle agenzie turistiche contemporanee. Da lusso per pochi benestanti, da esplorazione per pavidi avventurieri, o necessità impellente per sfortunati perseguitati e fuggiaschi, nel giro di un secolo il viaggio viene addomesticato, democratizzato e, inevitabilmente, trasformato in un bene di consumo.

Un tempo viaggiare implicava una pianificazione minuziosa e necessitava di molto tempo e denaro

Un tempo, afferma Boorstin, viaggiare era un’impresa che richiedeva una lunga pianificazione, ingenti somme di denaro e un notevole investimento di tempo, oltre a comportare rischi per la salute e, in certi casi, per la vita. Per sostanziare la propria analisi, Boorstin si affida all’etimologia. Fa notare che l’antico sostantivo inglese travel (viaggio) deriva dal termine travail, mutuato dal francese e ampiamente attestato nel medio inglese (1150-1500) con il significato di fatica, lavoro o tormento. Ma non è tutto: travail deriva, a sua volta, dalla parola trepalium, che in latino volgare indicava uno strumento di tortura a tre pali. Stando all’evoluzione etimologica delle parole non sorprende dunque che in passato il viaggio fosse un’esperienza assai travagliata, faticosa e problematica, come del resto attestano ancora oggi le parole italiane travaglio e travagliato. Con lo sviluppo dell’industria del turismo – afferma Boorstin –, contrariamente a quanto succedeva in passato, non ci sono più sentieri vergini o orizzonti inconcepibili, ed è un po’ come se tutto fosse già pianificato in anticipo.

Sullo sfondo di questa rivoluzione storica e culturale di cui Boorstin ci offre una suggestiva analisi, prende forma il percorso artistico della foto-

grafa Ruth Orkin che, ancora giovanissima, trasformerà l’esperienza del viaggio in una personalissima impresa degna dell’attenzione dei media. Nell’agosto del 1939, infatti, il «Boston Globe» pubblica un articolo su una ragazza di diciassette anni giunta a Boston in bicicletta dopo aver pedalato per tutto il tragitto da Los Angeles. Il suo nome è Ruth Orkin: con una bici robusta e tanta resistenza, aveva attraversato gli Stati Uniti in un’epoca in cui una simile indipendenza – specialmente per una giovane donna – era tutt’altro che comune. Quella storia era semplicemente sensazionale, tanto più che restituiva quell’aura di avventura, di scoperta, e di impresa che l’industria del turismo stava gradatamente sottraendo al viaggio. L’articolo del «Globe» trasformava così un’avventura personale in un evento pubblico degno di interesse, suscitando una tale attenzione che Orkin fu rapidamente coinvolta in una serie di apparizioni mediatiche ed eventi promozionali. Parimenti, le aziende di biciclette e i pubblicitari videro in lei un simbolo perfetto di gioventù moderna, resistenza e libertà. Con il senno di poi, l’impresa ciclistica di cui il «Boston Globe» racconta

con così tanto entusiasmo sembrerebbe avvicinarsi, più che a un viaggio laborioso e travagliato, a un’efficace strategia comunicativa della giovane che, molto prima di imbracciare la macchina fotografica professionalmente e di diventare la fotografa che conosciamo oggi, aveva già assimilato un paio di cosette su come circolano le immagini, come viaggiano le storie, e come la visibilità possa creare opportunità. Il coraggio e l’intraprendenza di Orkin dimostrarono come una donna potesse esplorare il mondo in autonomia

Tecnicamente, infatti, quello di Orkin più che un viaggio in bicicletta era un viaggio con la bicicletta. Molti tratti del viaggio venivano infatti compiuti in automobile e in treno, e la bicicletta veniva utilizzata soprattutto per attraversare le città, e spesso veniva integrata negli scatti che la ragazza realizzava per testimoniare i suoi spostamenti. Ma sta proprio qui l’originalità del viaggio: affrancandolo da quelle che erano le difficoltà più ingombranti che condizionavano il

viaggio premoderno, Orkin si smarca altresì dall’idea del viaggiatore che prende piede in quegli anni e che si cristallizza nella figura del turista di cui Boorstin aveva intercettato alcune caratteristiche: la tendenza alla superficialità e la volontà opportunistica di limitarsi ai luoghi d’interesse consacrati senza esporsi oltre. Come dimostra l’album fotografico dal titolo Bike Trip: USA, 1939 pubblicato nel 2023 che raccoglie gli scatti realizzati lungo il percorso, l’impresa della Orkin è un vero e proprio progetto artistico. Questo primo viaggio non si riduce però all’attraversamento fisico del paese, ma è anche il primo passo verso una vita definita dal movimento, dall’osservazione e dalla consapevolezza dell’importanza di essere visti. Quell’impresa giovanile avrà, insomma, una doppia valenza formativa: da una parte incoraggia una vocazione per la fotografia, e dall’altra definisce in nuce un approccio all’immagine e uno stile di vita che verranno ulteriormente sviluppati nei progetti successivi. Il coraggio e l’intraprendenza di quell’adolescente su due ruote dimostrarono che una donna poteva esplorare il mondo in autonomia. Dodici

anni dopo, nel 1951, questa stessa filosofia spinse Orkin a viaggiare da sola in Israele e poi in Europa. Quando a Firenze incontrò la studentessa Ninalee Craig, decise di creare una serie di fotografie che mostrasse gli incontri e i retroscena di una giovane donna che viaggia senza accompagnatori. Il risultato più eclatante di questo progetto fu American Girl in Italy («Una ragazza americana in Italia»), uno scatto che ritrae Ninalee Craig mentre attraversa a testa alta Piazza della Repubblica, circondata dagli sguardi, dai fischi e dall’ammirazione estemporanea di un gruppo di uomini. Quell’immagine, sospesa tra il reportage di viaggio e l’istantanea di costume, con gli anni è diventata un simbolo dell’indipendenza femminile nel Secondo dopoguerra, ma è anche un esempio concreto di come Orkin abbia saputo reiventare, al di là degli stereotipi e delle convenzioni, l’esperienza moderna del viaggio. Una cosa è certa: senza la spavalderia e la libertà vissute su quella bicicletta nel 1939, Ruth Orkin non avrebbe probabilmente mai sviluppato quella consapevolezza e quello sguardo che, dodici anni più tardi, ci hanno regalato il suo scatto più iconico.

Ruth Orkin, American Girl in Italy, Firenze, 1951 (courtesy © Ruth Orkin Photo Archive)
Sebastiano Caroni
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Astrologia, antica disciplina moderna

Incontri ◆ A colloquio con Marco Pesatori, fra i massimi esperti in ambito astrologico

Da sempre l’astrologia divide e affascina, in alcune università americane ed europee figura fra i programmi di studio; nel Medioevo e nel rinascimento era inseparabile dall’astronomia. Questa antichissima disciplina oggi è spesso fraintesa, poiché, purtroppo, la banalità delle sue superficiali applicazioni allontana molte persone.

Vogliamo sgombrare il campo da ogni falsa visione, e lo facciamo interrogando Marco Pesatori – considerato fra i maggiori studiosi contemporanei di astrologia – e partendo da una citazione da un suo recente libro per «sottrarre definitivamente l’astrologia a quel magma dell’irrazionale e dello pseudoesoterico in cui il luogo comune e l’ignoranza vorrebbero relegarla».

La casa editrice Mimesis sta ripubblicando tutta l’opera di Marco Pesatori al ritmo di un volume all’anno: da leggere, fra gli altri, il recente Segni, sull’interpretazione del tema di nascita personale di noti personaggi attuali e del passato e di ciascuno di noi. Si tratta di seicento pagine di solo apparente complessità per i principianti, sulla modalità espressiva e sul significato simbolico dei dodici segni del cerchio zodiacale, dei dieci pianeti, e delle dodici case con i loro numerosi aspetti e relazioni angolari, che forniscono indicazioni esatte e chiariscono le parole chiave del linguaggio astrologico.

Oggi l’astrologia ha assorbito i segni della cultura del 900, a partire dalla psicoanalisi di Freud, Jung, Lacan e Reich

Fra le numerose pubblicazioni di Marco Pesatori non possiamo non segnalare l’imperdibile Astrologia delle donne, femmine, amazzoni, nomadi, Neri Pozza Editore (2018), in cui l’autore, a partire dalla collocazione di Luna e Venere al momento della nascita, dà prova di una notevole conoscenza della psiche femminile. Personaggio dalle frequenti presenze mediatiche su «D» di «Repubblica» e su «Vogue», viene spesso consultato anche in televisione, soprattutto in questi nostri tempi di incertezza. Gli abbiamo posto alcune domande.

Marco Pesatori, ci fornisce la sua interpretazione del termine «astrologia»?

È la relazione fra la funzione tempo e la vita: la vita, la sua materia, la

sua vibrazione, il suo oceano infinito di onde, è anche «tempo». In questo senso questa antica disciplina conferma ancora oggi non solo la sua straordinaria modernità, ma anche la sua qualità di essere una disciplina al di là del tempo, ma che ci permette di dettare anche nell’attualità i tempi della nostra esistenza.

Come lavora l’astrologo?

Il tempo del vivente è anche tempo della coscienza e della consapevolezza, vi è interazione tra loro. Pertanto il lavoro del cosiddetto astrologo è di allargare e amplificare l’area e la ricchezza della consapevolezza dell’individuo leggendo i segnali del grande Tempo Archetipico, e in questo senso l’astrologia va un passo oltre la psicoanalisi. La consultazione astrologica certamente non si limita a una sola seduta durante l’anno, ma si sviluppa almeno su cadenze mensili. Una consultazione astrologica presuppone dal cliente una certa conoscenza del linguaggio della materia, e dal professionista una preparazione che va ben oltre il semplice ambito astrologico. I pilastri dell’astrologia, potremmo dire, sono tre: assoluta competenza tecnica, assoluta affidabilità etica, sforzo continuo di arricchimento e nutrimento attraverso la relazione con le discipline contigue; in primo luogo la psicologia, la psicoanalisi, la filosofia, la letteratura, l’arte, e naturalmente la fisica contemporanea.

Lei scrive che l’astrologia è in continua trasformazione...

Se è vero che i disegni del cielo, che rappresenta il grande orologio attraverso cui leggiamo lo scorrere del tempo, continuano a cambiare dalla notte dei tempi, anche la loro relazione con l’evoluzione dell’uomo sulla terra a sua volta è ininterrotta. I percorsi del tempo sono anche generazionali e storici. Non si può pensare che l’astrologia di oggi sia la stessa dei tempi di Marsilio Ficino, o dei tempi di Steiner e Carl Marx

E come osserviamo l’astrologia nel presente?

L’astrologia oggi ha assorbito gli insegnamenti della cultura del 900, a partire dalla psicoanalisi di Freud, Jung, Lacan, William Reich, fino alle più attuali riflessioni dei maggiori psicoanalisti. È in sintonia con i percorsi filosofici del pensiero umano, in un certo senso raccoglie l’eredità di una filosofia ormai frantumata dalle risoluzioni depressive del pensiero post-moderno. Il lavoro di studio

astrologico è in continua trasformazione quanto più si trasforma la natura dell’inconscio o dei de-sidera dei clienti, abbagliati dalla società dello spettacolo. Ed è curioso come la cultura ufficiale abbia un radicale terrore di questa materia, perché ne coglie la portata radicalmente rivoluzionaria.

Da un lato abbiamo il linguaggio ipertecnologico della modernità, dall’altro il linguaggio delle corrispondenze analogiche dell’astrologia, come si conciliano?

La scienza positivista vive un momento di straordinaria accelerazione ipertecnologica, si pensi solo all’arrivo del computer quantistico o alle continue scoperte della fisica, non usa certo il linguaggio simbolico che usa l’astrologo: anche se a sua volta la scoperta scientifica diventa simbolo e soprattutto causa di una terrificante divisione tra uomo e natura che è proprio ciò contro cui la scienza dell’«Unum» astrologico combatte.

Quale sarà allora il vero linguaggio dell’astrologia?

sibile anche una prospettiva da cui leggere i vari percorsi del politico e dell’economico. Ma questa meravigliosa disciplina, in questa società dello spettacolo in decomposizione che è diventato l’Occidente, non ha la legittimità per aprire bocca, e qualunque astrologo che si incammi-

ventina di anni fa insieme ad Annarita Rovere scrissi un libro intitolato Astrologia del Novecento) non farebbe che scivolare in quel ridicolo dove il bieco scientismo positivista pretende di relegarla.

In I transiti di Plutone, un altro suo recente libro, lei scrive che nel 1914 questo lentissimo pianeta entrava nel segno del Cancro, e un mese dopo scoppiò la Prima guerra mondiale. Plutone rimase nel Cancro fino al 1939, quando entrò nel segno del Leone, assistemmo allora allo scoppio della Seconda guerra mondiale, potremmo trarne qualche riflessione?

Ogni studioso che scopre questa materia sa quanto sia importante il simbolo Plutone, i cui percorsi temporali hanno un’incidenza precisa e millimetrica sul vivente. I suoi transiti coinvolgono le profondità più oscure e conturbanti del nostro inconscio, vanno anche oltre le dimensioni di quegli archetipi collettivi dove ci hanno da tempo condotto le riflessioni di Jung, il pensiero orientale, rinascimentale, il neoplatonismo, i miti egizi. Il passaggio di Plutone è interessantissimo anche dal punto di vista storico: ogni volta che il pianeta cambia segno provoca una assoluta rivoluzione sia politica, sia economica e culturale. Il pianeta è appena entrato nel segno dell’Acquario, dove rimarrà una ventina d’anni, stiamo vivendo già da diversi mesi un clima di rivoluzione globale che trasformerà con un’accelerazione tutti i paradigmi

Mosaico bizantino raffigurante una ruota zodiacale risalente al sesto secolo, con Elio al centro (sinagoga Beit Alfa, Israele). (Wikipedia)

La scienza astrologica usa il linguaggio dei simboli e delle analogie vitali, si basa sul concetto dell’unità dell’universo e su quello di «entanglement » (intreccio, connessione), che ormai stabilisce con certezza ciò per cui anche Giordano Bruno aveva combattuto: la correlazione nell’universo di ogni sua parte, grande o piccola che sia. Uno dei fattori di questa straordinaria connessione è proprio quel Tempo su cui il pensiero astrologico si basa. Il linguaggio dell’astrologia è di una ricchezza straordinaria, è la relazione e lo sviluppo del simbolo, che è concetto e che diventa discorso e narrazione che può essere estetica, poetica, etica. L’astrologia è forse l’unica materia che in questa società della complessità unisce varie scienze umane in una soltanto, che chiamiamo Scienza del Tempo.

Osservando i cambiamenti ad esempio nel mondo della politica, sarebbe possibile fare considerazioni?

Essendo l’astrologia una disciplina che «tutto» consente, sarebbe pos-

(f/m/d)

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Rappresenta il committente in tutte le fasi del progetto, comprese le riunioni di cantiere; Assicura lo sviluppo del progetto nelle fasi di acquisizione, pianificazione, esecuzione e messa in opera, garantendo il rispetto delle scadenze, degli standard qualitativi e degli obiettivi di sostenibilità; Monitora la conformità normativa, in particolare in materia di sicurezza sul lavoro, legislazione sul lavoro e normative edilizie; Coordina e tiene costantemente informati tutti i partner di progetto, interni ed esterni all’azienda.

Requisiti

Formazione quale Tecnico SSS in conduzione di lavori edili, progettista edile SSST o impresario costruttore diplomato EPS o titolo superiore; Esperienza nella gestione e nell’amministrazione di progetti, preferibilmente in ambito commerciale; Ottima conoscenza della lingua italiana e, almeno buona di una seconda lingua nazionale, preferibilmente il tedesco; Spiccate capacità organizzative e di monitoraggio delle attività; Capacità di lavorare in modo autonomo, con supervisione minima; Buona conoscenza dei principali programmi informatici di settore.

Candidatura Candidature da inoltrare in forma elettronica collegandosi al sito www.migrosticino.ch, sezione «Posizioni disponibili».

L’astrologo Marco Pesatori è nato a Milano nel 1952. (Wikipedia)
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Crea con noi ◆ Un gioco divertente per stimolare tatto, coordinazione e vista dei più piccoli

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Semplice, economica e personalizzabile. Il cubo combina stimoli visivi ad alto contrasto, ideali nei primi mesi di vita, con un’attività tattile coinvolgente grazie ai fazzoletti in tessuti diversi.

Procedimento

Con taglierino e righello, tagliate 4 quadrati uguali da 15 × 15 cm per creare i lati del cubo. Incollate i quattro quadrati seguendo il cartamodello, in modo da formare una struttura con quattro lati identici. Una volta assemblati i lati, fissate il fondo con colla a caldo oppure con nastro resistente e lasciate asciugare bene prima di proseguire.

Preparate poi il fondo e il coperchio calcolando qualche millimetro in più per compensare lo spessore del cartone e ottenere una chiusura precisa e stabile. Potete farlo facilmente appoggiando la struttura già assemblata sul cartone e tracciandone il contorno con una matita, così da ottenere

Giochi e passatempi

Cruciverba

Da una tonnellata di crosta terrestre è possibile ricavare al massimo…Termina la frase leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere evidenziate. (Frase: 6, 11, 2, 3)

ORIZZONTALI

1. Al centro del recinto

4. Uccelli commestibili

11. Celebre moschea di Gerusalemme

13. Lo sposo di Milady

14. Fu un terribile ...zar

16. Combattimenti, contese

18. Il principe di Borodin

20. Le iniziali della Marcuzzi

21. Le iniziali del cantante

Antonacci

23. Un libro della Bibbia

25. Lo dice chi ne ha abbastanza

27. L a più famosa era Giunone

28. Celebre banca vaticana

29. Detto anche Mongibello

31. Pronome personale

32. Relativo al movimento

VERTICALI

1. Li seguono in bilico...

2. Tutt’altro che sommi

3. Hanno tutte una coperta

5. Storico bassista dei Nomadi (iniz.)

la misura corretta in modo semplice e accurato.

Tagliate anche 4 rinforzi da 13 × 4 cm. Incidete ciascun pezzo al centro nel senso della lunghezza, così da poterli piegare e trasformare in rinforzi a squadra da applicare nei quattro angoli interni del cubo. Questo passaggio renderà la struttura più solida

e resistente. Applicateli con la colla a caldo.

Dal cartone ondulato rosso tagliate un quadrato della stessa misura del coperchio. Successivamente, sia sul cartone ondulato sia sul coperchio, ritagliate un foro centrale con quattro fessure laterali (come in fotografia) nelle quali verranno infilati i fazzoletti di stoffa. Una volta pronto fissatelo sul cubo.

Stampate e ritagliate le immagini ad alto contrasto. A seconda dello spessore del cartone che avrete utilizzato, potreste dover adattare le misure di qualche millimetro. Rivestite ogni immagine con pellicola trasparente adesiva per renderla più resistente all’uso e facilmente pulibile, quindi incollatene una su ciascun lato del cubo.

Preparate i fazzoletti sensoriali tagliando diversi tessuti in quadrati da 20 × 20 cm, scegliendo materiali con pesi e texture differenti per offrire stimoli tattili variati. Rifinite tutto il perimetro con un punto zig zag, così da evitare che i tessuti si sfilaccino con l’uso.

Inserite poi i fazzoletti all’interno del cubo lasciandone una parte visibile all’esterno attraverso le fessure. I bambini si divertiranno a estrarli lentamente, allenando la coordinazione mano-occhio, la motricità fine e l’esplorazione sensoriale attraverso colori e consistenze diverse.

• Cartone rigido di recupero

• Riga, taglierino

• Colla a caldo o colla vinilica

• C artone ondulato rosso

• Stampante per le immagini

• Pellicola adesiva trasparente

• Tessuti diversi meglio se tinta unita e nei colori primari

• Resti di feltro, spugna e velcro

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

Idea in più Utilizzate resti di feltro, velcro o spugna per inserire delle texture anche nei disegni sui lati. Buon divertimento!

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

6. Aglio a Parigi 7. Corpi sferici

Nipote di Abramo

Ispida, pungente

Gonfia i tessuti

Un aracnide

Canta «Non ho bisogno di te»

Nello stesso luogo

Lontani nel tempo

Pianta aromatica

Nome maschile

Precede

su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri

importanti, «Azione» si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo

motivi
Materiale

Viaggiatori d’Occidente

La geopolitica delle vacanze

Mai più tanta innocenza. Nei primi decenni del viaggio di massa si partiva per dimenticare tutto, entrando nel regno incantato del turismo internazionale. Anche i governi autoritari, come la Spagna di Francisco Franco, accoglievano senza problemi milioni di turisti, spesso concentrandoli in poche aree del Paese – Costa del Sol, Baleari – dove i controlli polizieschi erano allentati e la violenza meno esplicita. Poi qualcosa cambiò nella percezione dei turisti; compresero che con la loro presenza assicuravano valuta, immagine e legittimità a regimi ingiusti. Il primo passo verso il cambiamento fu il boicottaggio turistico del Sudafrica dell’apartheid, parte di una più ampia campagna internazionale di isolamento sul piano economico, culturale, sportivo. Verso la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso, l’Anti-Apartheid Move-

ment scrisse alle principali compagnie turistiche britanniche, sollecitò i gruppi locali a fare pressione sulle agenzie di viaggio e organizzò anche un sit-in vicino allo stand della South African Airways al World Travel Market di Londra. Solo dopo la liberazione di Nelson Mandela dal carcere (1990) e la sua vittoria nelle prime elezioni democratiche del 1994 alla testa dell’African National Congress (ANC), i turisti tornarono numerosi: tra il 1993 e il 1999 i visitatori europei in Sudafrica passarono da circa 400’000 a quasi un milione, mentre quelli nordamericani crebbero da circa 75’000 a quasi 200’000.

Forti di questa esperienza, quando alla metà degli anni Novanta la giunta militare birmana lanciò il progetto Visit Myanmar Year 1996, nel tentativo di migliorare la propria immagine internazionale, si moltiplicarono gli appelli

Cammino per Milano

Piscina Romano

Una fresca mattina di fine primavera cammino in cerca di una piscina quasi centenaria dedicata a un ginnasta oro olimpico caduto nella Grande Guerra e disegnata dall’architetto conservatore della Scala per mezzo secolo. Della cui prospettiva, in foto, come un quadro metafisico, mi sono invaghito. Da viale Abruzzi svolto in via Donatello e di colpo mi rendo conto che forse il momento migliore per camminare a Milano è questo breve periodo di quasi estate la domenica mattina, senza troppo traffico, i marciapiedi semideserti. Sfociato in piazzale Piola, matematico e fisico che lega il suo nome oltre che a questo piazzale erboso circolare – dove sonnecchiano scappati di casa e proprietari di cani chiacchierano di cani dentro un recinto per cani –a dei tensori nella meccanica dei continui e una fermata della metro rossa. Qui vicino, in via Pacini, dove in un anomalo baretto in penombra entro a

bere un gingerino come un personaggio in un racconto di Milano calibro 9 (1969) di Scerbanenco.

Non lontana, all’angolo tra via Zanoia e via Ampère, trovo la piscina nata nel 1929. Intitolata a Guido Romano (1887-1916), medaglia d’oro a squadre alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 caduto sull’Altopiano di Asiago, ma da molti, in questa zona nota come Città Studi, chiamata piscina Ponzio o solo «la Ponzio». Mica per Ponzio Pilato ma per Giuseppe Ponzio, ingegnere laureatosi al Politecnico (1863) poco distante dove insegnò, che dà il nome alla via perpendicolare dove una volta c’era l’entrata alla piscina Romano. La cui vagheggiata prospettiva balneare metafisica ora, appena entrato, mi sfugge, distratto un po’ dalle svanite tre antilopi di bronzo che troneggiavano sopra la vasca ellittica per bambini estinta. Però poi a piedi nudi, a bordo vasca, becco il punto giusto per

Sport in Azione

Provare,

Sarebbe stato meraviglioso dedicare queste righe ad una Svizzera trionfante. A distanza di giorni, percepisco ancora la delusione dei diecimila della Swiss Life Arena e delle centinaia di migliaia di appassionati nelle varie Fan Zone, così come quella di chi, in solitudine, ha sperato e implorato sul divano di casa fino a metà dell’overtime. Che il titolo dovesse prendere il volo per Helsinki lo ha deciso il destino. Il fato, l’alea, la sorte, l’imponderabile. Non saprei cos’altro. Nella Finalissima, la Nazionale rossocrociata ha avuto due fasi di appannamento. All’inizio, in cui è parsa in soggezione, e nei quasi 2 minuti di doppia superiorità numerica. Sembrava di cogliere l’imbarazzo di Roger Federer quando faticava a dare la stoccata definitiva a Novak Djokovic. Ciò nonostante, la Svizzera non ha pagato queste due fasi. È rimasta in partita, ha disputato un secondo periodo sontuoso, nel quale la Finlandia sembrava sul punto di crol-

al boicottaggio promossi da Aung San Suu Kyi con diverse organizzazioni per i diritti umani e il turismo responsabile, con effetti meno vistosi rispetto al Sudafrica, ma comunque tangibili. A quel punto era chiaro: il turista era diventato un soggetto politico, che si poneva domande nuove: si può visitare serenamente un Paese fondato sull’ingiustizia? Il mio viaggio chi sostiene? Chi arricchisce? Quale immagine pubblica legittima? La scelta della meta diventa una dichiarazione d’intenti: non vado lì, non prendo quella compagnia, non voglio finanziare quel governo, non voglio essere complice. In altri casi più recenti gli Stati hanno orchestrato o comunque incoraggiato campagne di boicottaggio turistico. Nel 2024, dopo alcuni commenti offensivi di esponenti maldiviani contro il premier Narendra Modi, gli arrivi dall’India calarono del 42% nei primi

quattro mesi dell’anno. La Cina, inoltre, ha più volte trasformato il turismo in una leva di pressione nelle dispute regionali. L’ultimo caso tra fine 2025 e inizio 2026: dopo tensioni su Taiwan, gli arrivi cinesi in Giappone sono scesi del 61% su base annua. Reazioni spontanee, nazionalismo dell’opinione pubblica e pressioni di Pechino su tour operator e agenzie si mescolano. Negli ultimi anni questa tendenza si è consolidata ma in forme nuove. Il boicottaggio non è più promosso da organizzazioni internazionali o dai governi, è piuttosto la somma di scelte individuali, spesso maturate attraverso i social. È un fenomeno nuovo, difficile da misurare ma sempre più visibile. Per esempio alcuni viaggiatori evitano Israele per protesta contro la guerra a Gaza; altri, al contrario, ci vanno per solidarietà, pellegrinaggio o legami familiari. Sull’altro versante alcu-

ne comunità locali contestano la presenza di turisti israeliani. Nel luglio 2025 per esempio la nave da crociera Crown Iris, con oltre millecinquecento passeggeri israeliani, ripartì dall’isola greca di Syros senza farli sbarcare, dopo una manifestazione pro-palestinese nel porto. In questa vicenda il turista viene percepito non solo come individuo, ma come rappresentante di uno Stato, di una guerra, di una posizione politica. È noto poi come dopo l’elezione di Trump molti canadesi abbiano ridotto i viaggi negli Stati Uniti. Le statistiche segnano un calo di circa il 30% tra il 2024 e il 2026; e come loro francesi, tedeschi e svizzeri (un robusto -10% nel 2025, in aumento quest’anno). Nel nostro caso queste scelte politiche pragmatiche e individuali, senza troppo clamore, corrispondono bene a una naturale inclinazione: neutrali, ma non insensibili.

abbracciare con lo sguardo, la prima domenica di giugno, la fuga prospettica della piscina Romano. L’edificio giallo zabaione postbarocco in fondo alla piscina di quaranta metri per cento con bordi arrotondati di un azzurrino luccicante, segna l’asse in cui porsi con il corpo. Ai suoi fianchi, di sbieco, due casette con frontoni neoclassici, guidano lo sguardo nella fuga prospettica dechirichiana. Così in riva all’acqua ora però mi ricordano i tempietti davanti ai laghetti dei giardini all’inglese, tuffandomi ancora più fuori dal tempo. Il verde delle chiome arboree, oltre alle nuvolette su sfondo celeste cielo, completa la scena teatrale orchestrata non a caso dall’architetto che si è occupato della Scala dal 1932 al 1982: Luigi Lorenzo Secchi (18991982). Se di Piermarini e di Botta si sa ma non si sa mai, pochi sanno che Secchi è l’artefice della sua ricostruzione lampo dopo i bombardamenti. E pri-

ma ancora, della distribuzione verticale con la scala degli specchi che collega il foyer al ridotto dei palchi, della numerazione dorata dei palchi, fregi, divani. Ma soprattutto gli intenditori lo ricordano per aver progettato il rivoluzionario palcoscenico a ponti mobili. Percorro tutta la vasca in lunghezza, compio la curva, mi sistemo su un lettino sotto un ombrellone blu. In faccia c’è il campus di architettura del Politecnico; tra l’altro due edifici, la Nave e il Trifoglio, sono opera di Gio Ponti. Qualche vasca a rana per ambientarmi e doccia in una delle due casette simmetriche di traverso. Finestre a tutto sesto, tre riquadri e cerchio nel timpano color giallo limone, il resto rosino salsa rosa, le lesene azzurro ghiaccio. Come le lesene dell’altro pseudotempietto dove ci sono i cessi, mentre il resto è giallo canarino. In mezzo spicca il coronamento mistilineo del palazzo zabaione.

Chiedo al securino con tatuaggio di un bulldog francese sul cranio rasato se sa dov’è la targa commemorativa di Guido Romano ma benché cortesissimo, non ne ha idea. Idem il bagnino, faccio prima a indagare scalzo, parto così a caccia della lapide. Al chioschetto non sanno niente ma non ci vuole molto, andando verso l’entrata, vicino al cedro, a trovarla marmorea, in ombra. Leggendola scopro che il ginnasta olimpionico caduto il diciotto giugno 1916, è stato anche campione di tuffi. Acciuffo con gli occhi le colonne in graniglia di cemento orfane del pergolato: così archeologiche aggiungono un tocco mitologico. Già opera d’arte così se guardata nel punto giusto, per trentaquattro giorni, nell’autunno 2022, su idea di un artista giamaicano, scintillava per via di duemila coperte termiche dorate di quelle che si danno agli emigranti scampati al naufragio.

lare. Ha conteso ogni disco agli avversari per altri 30’, manifestando una commovente solidarietà di gruppo e un attaccamento ai colori che difficilmente ricordo così potente in passato. Sul ghiaccio non c’erano, Josi, Meier, Genoni, Hischier, Türkhauf e gli altri. C’era una squadra che aveva chiaro in testa il suo obiettivo. Un team –va da sé – in cui c’era ancora molto di Patrick Fischer. Il merito più grande di Jan Cadieux è stato quello di reggere l’urto delle Cassandre e dei leoni da tastiera che davano la nostra Nazionale per spacciata, dopo l’allontanamento dell’ex coach per le note ragioni di cui già abbiamo scritto. Il CT ha saputo rimotivare un gruppo che avrebbe potuto realmente finire allo sbando. Ricordate, a pochi giorni dal Mondiale, l’umiliante 8 a 1 incassato dalla Svezia? Non deve essere stato facile lenire le ferite. Cadieux, in tutta umiltà, è stato un meraviglioso taumaturgo.

Il cammino nel Mondiale, per le cifre, ha ricordato quello del leggendario squadrone sovietico. Nel girone, 7 vittorie su 7, 39 reti segnate, 7 subite. Poi, il successo per 3 a 1 sulla Svezia nei quarti di finale. Erano tredici anni che non si metteva sotto la Nazionale delle 3 Corone. La semifinale è stata una sorta di gita di piacere, contro una Norvegia spazzolata via con un 6 a 0 che, a quello stadio della manifestazione, è piuttosto insolito. Della finale abbiamo detto. È andata così. A volte la storia è una questione di millimetri o di millesimi di secondo. Di quisquilie.

Si tratta ora di capire se questa nostra Svizzera, reduce da tre secondi posti, in altrettante finali in cui non ha saputo segnare una sola rete, può ambire allo step successivo. Sta a Jan Cadieux, nel suo primo anno da coach al 100% , decidere se puntare sulla ricostruzione o sulla continuità. Cifre alla mano, mi sento di poter dire che la

seconda opzione sia la più saggia. La Svizzera era la Nazionale con l’età media più alta, ma ciò non significa che sia vecchia. Il CT dovrà riflettere sulla questione portieri. Il prossimo anno, il monumentale Leonardo Genoni e il suo degno vice Reto Berra saranno dei quarantenni. Potrebbero cullare il desiderio di vivere il Mondiale da spettatori appassionati e sereni. Il nostro campionato, quanto a numeri 1, ha tuttavia fornito indicazioni interessanti. Inoltre, in NHL, c’è Akira Schmidt che attende solo che gli si dia fiducia. Il secondo punto sul quale Cadieux dovrà chinarsi è quello del Capitano. Roman Josi, non è un giocatore di hockey. È un’istituzione, un’icona, un monumento da inserire nel patrimonio mondiale dell’UNESCO. Lui non gioca a hockey. Lui crea arte. È nato il 1° giugno del 1990. Se avrà la forza mentale per rimotivarsi, dopo la delusione cosmica di domenica 31 maggio, sarà il nostro asso

nella manica, per giunta senza la pressione di dover giocare davanti al meraviglioso pubblico di casa. Tutti gli altri giocatori sono compresi tra i 33 anni e mezzo di Nino Niederreiter e i 23 di Nicolas Baechler e di Attilio Biasca. È vero, negli ultimi anni non abbiamo avuto Svizzeri draftati in NHL che hanno poi avuto l’opportunità di giocare regolarmente con una franchigia nordamericana. L’ultimo è stato il 26enne Janis Moser che dal 2021 a oggi ha disputato quasi 350 partite nel campionato più prestigioso del pianeta. In compenso, il Mondiale appena concluso, ci ha permesso di ammirare parecchi giovani svizzeri che giocano nel nostro campionato, capaci di portare il loro gioco a livelli pazzeschi. Per queste ragioni, credo sia doveroso riprovarci. Come Nazionale No.1 del Ranking Mondiale, un titolo iridato prima o poi lo porteremo a casa.

di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf
di Claudio Visentin

18. 6 – 24. 6. 2026

13.95 invece di 23.45

Sminuzzato di pollo Optigal

Svizzera, 2 x 350 g, (100 g = 1.99)

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Da
Migros Ticino

Colori eAROMA

5.95

invece di 8.95

Svizzera/Italia/Spagna, vaschetta da 500 g, (100 g = 1.19) 33%

Ciliegie Migros Bio

2.95

Spagna/Italia/Francia, al kg 25%

Pesche gialle

invece di 3.95

1.95

Meloni retati Migros Italia, al pezzo HIT

3.80

invece di 4.50

Pomodorini ciliegia a grappolo Svizzera, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.76) 15%

1.65

invece di 2.20

Peperoni misti Spagna / Paesi Bassi, sacchetto da 500 g, (100 g = 0.33) 25%

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1.95

invece di 2.50

Portobello Migros Bio Paesi Bassi, vaschetta da 110 g, (100 g = 1.77) 22%

Lattuga foglia di quercia verde Migros Svizzera, al pezzo 21%

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Melanzane Migros Ticino, al kg, (100 g = 0.35) HIT

Migros Ticino

Quanta BONTÀ

Tante proteine e tanta SEMPLICITÀ

Migros Ticino

Sguazza nelGUSTO

21%

9.95

invece di 12.60

Salmone selvatico Sockeye Migros, MSC

pesca, Pacifico nordorientale, 280 g, in self-service, (100 g = 3.55)

23%

9.95 invece di 13.05

Gamberetti sbollentati e sgusciati M-Classic, ASC d'allevamento, Ecuador, 450 g, in self-service, (100 g = 2.21)

Diverse vaschette di pesce in azione

23%

Pesce fresco in vaschetta per cottura al forno Migros

filetto di salmone marinato, ASC, filetto dorsale di merluzzo con pistacchi, MSC e filetto di branzino con pomodori, ASC, per es. filetto di salmone ASC, d'allevamento, Norvegia, 400 g, 9.95 invece di 12.95, (100 g = 2.49)

26%

12.50 invece di 16.90

Filetti di salmone senza pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 380 g, in self-service, (100 g = 3.29)

Qui c’è tutta la FRESCHEZZA

1.80

invece di 2.25

circa 280 g, per 100 g, prodotto confezionato 20%

Le Gruyère Surchoix AOP

conf. da 2 20%

7.35

invece di 9.20

Rosette di formaggio Tête de Moine, AOP 2 x 120 g, (100 g = 3.06)

2.20

invece di 2.80

circa 280 g, in conf. speciale, per 100 g 20%

Formaggio alla panna Emmi Luzerner

Grana Padano Da Emilio disponibile in diverse varietà, per es. grattugiato, 120 g, 2.51 invece di 2.95, (100 g = 2.09) 15%

2.05 invece di 2.45

Gottardo Caseificio per 100 g, prodotto confezionato 16%

conf. da 2 20%

Formaggio da grigliare Baer Happily Fromella Provençale o Tomme Original, per es. Fromella, 2 x 220 g, 10.95 invece di 13.70, (100 g = 2.49)

1.20 invece di 1.55

Emmentaler dolce circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 22%

2.05 invece di 2.60

Fontal italiano per 100 g, prodotto confezionato 21%

Raclette a fette per burger Emmi 150 g, (100 g = 2.11) 20%

3.15 invece di 3.95

Migros Ticino

Freschi e DELIZIOSI

13.20

Tutto l'assortimento Gerber

svizzere da allevamento all'aperto Migros Bio

1.45

3.30

Yogurt e drink al kefir, Emmi disponibili in diverse varietà, per es. yogurt alla fragola, 150 g, –.88 invece di 1.10, (100 g = 0.59) 20%

3.35 invece di 4.20 Yogurt al naturale Yogos 4 x 180 g+, (100 g = 0.47) conf. da 4 20%

Latte drink Emmi good day senza lattosio, 1 litro, 1.92 invece di 2.40 a partire da 2 pezzi 20%

Abbassano i livelli di colesterolo

Benecol Emmi mirtillo, fragola o lampone senza zucchero cristallizzato, per es. mirtillo, 12 x 65 ml, 9.20 invece di 11.50, (100 ml = 1.18) conf. da 12 20%

da 12

oppure Globi, 12 x 65 ml, (100 ml = 0.97)

Formaggini freschi per 100 g 15%

2.20 invece di 2.60

3.20

20x CUMULUS NOVITÀ

2.95

20x CUMULUS NOVITÀ

Birchermüesli Anna's Best 185 g, (100 g = 1.59)

3.20

Birchermüesli Migros Bio 185 g, (100 g = 1.73)

PRONTI al volo

Tutte le insalate e le creme da spalmare, Neni (Daily by Neni escl.), per es. hummus di ceci e olio d'oliva, vegano, 200 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 1.58)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i menu pronti Anna's Best per es. riz Casimir con pollo e frutta, 400 g, 5.56 invece di 6.95, (100 g = 1.39)

Fettine di verdure e patate o Crispy Tofu, Migros Bio per es. fettine, 2 x 180 g, 6.30 invece di 7.90, (100 g = 1.75)

Gazpacho Alvalle 1 litro o 500 ml, per es. 1 litro, 4.17 invece di 6.95, (100 ml = 0.42) a partire da 2 pezzi

Tutte le torte non refrigerate per es. torta di Linz Petit Bonheur, 400 g, 3.16 invece di 3.95, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)

Tutti i bun per hamburger Migros per es. bun per hamburger, già tagliati, 6 pezzi, 300 g, 1.28 invece di 1.60, (100 g = 0.43) 20%

Tutti i panini rustici, appuntiti e Vital in vendita sfusa per es. panino rustico, 85 g, 1.16 invece di 1.45, (100 g = 1.36) a partire da 2 pezzi

Andata e ritorno inMessico

Crema, Sweet Taco Topping e Green Sriracha,

Spizzicare durante i Mondiali

9.50

Haribo Pixel acidule in conf. speciale, 1,2 kg, (100 g = 0.79)

Rosolare la salsiccia per 8-10 minuti a fuoco medio, girando di tanto in tanto. Ha un sapore delicato di pepe e noce moscata e si abbina meravigliosamente alla ciabatta, alle verdure grigliate e alle patate arrosto.

8.80 invece di 12.60

Cornetti al prosciutto Happy Hour M-Classic prodotto surgelato, in conf. speciale, 24 pezzi, 1008 g, (100 g = 0.87)

Snacketti

NOVITÀda bere

conf. da 6 50%

Acqua minerale Aproz disponibile in diverse varietà, 6 x 1,5 litri e 6 x 1 litro, per es. frizzante, 6 x 1,5 litri, 3.20 invece di 6.40, (100 ml = 0.04)

6.05 invece di 8.90 Red Bull Sugarfree o Zero, 6 x 250 ml, (100 ml = 0.40) conf. da 6 32%

1.70 Red Bull Summer Edition Sugarfree Sudachi-Lime, 250 ml, (100 ml = 0.68) 20x CUMULUS NOVITÀ

conf. da 6 40%

Schweppes

disponibile in diverse varietà, 6 x 500 ml, 6 x 1 litro e 4 x 200 ml, per es. Bitter Lemon, 6 x 500 ml, 7.14 invece di 11.90, (100 ml = 0.24)

3.30 invece di 4.95 Capri Sun

Multivitamin, Multivitamin Zero, Monster o Mystic Dragon, 10 x 200 ml, (100 ml = 0.17)

Tutti gli sciroppi in bottiglie di PET 750 ml e 1,5 litri, per es. lampone, 750 ml, 2.36 invece di 2.95, (100 ml = 0.31) 20%

20x CUMULUS NOVITÀ

Volvic Essence agrumi e rosmarino in confezioni multiple e bottiglie singole, 6 x 750 ml e 750 ml, per es. 6 x 750 ml, 11.70, (100 ml = 0.26)

20x CUMULUS NOVITÀ

1.10

Acqua minerale frizzante Evian 500 ml, (100 ml = 0.22)

20x

1.–

Colazione, pranzo o cena

Pasta Migros Bio, refrigerata tortelloni ricotta e spinaci oppure fettuccine all'uovo, in confezioni multiple, per es. tortelloni, 3 x 250 g, 8.40 invece di 10.50, (100 g = 1.12)

Pizze dal forno a legna Anna's Best, refrigerate Prosciutto mini o Prosciutto & Mascarpone, in confezioni multiple, per es. Prosciutto mini, 3 x 210 g, 8.85 invece di 11.85, (100 g = 1.40)

Ananas in fette Sun Queen in confezioni multiple o speciali, conf. da 6, per es. 6 x 140 g, 6.– invece di 7.70, (100 g = 0.71)

Pizze La Trattoria prodotto surgelato, Mozzarella, Prosciutto o Tonno, per es. Mozzarella, 3 x 330 g, 4.20 invece di 5.25, (100 g = 0.42) conf. da 3

a partire da 2 pezzi 40%

Tutto il caffè Exquisito Migros in chicchi e macinato, per es. Crema Mild macinato, 500 g, 5.70 invece di 9.50, (100 g = 1.14)

Latte di cocco Thai Kitchen classico o bio, in confezioni multiple, per es. classico, 2 x 500 ml, 7.20 invece di 9.–, (100 ml = 0.72)

Branches Frey Milk o Dark, in conf. speciale, 50 x 27 g, per es. Milk, 12.75 invece di 25.50, (100 g = 0.94) 50%

conf. da 20 40%

28.95 invece di 48.40

Tavolette di cioccolato Frey assortite, 20 x 100 g, (100 g = 1.45)

conf. da 4 25%

5.40 invece di 7.20 Zucchero fino cristallizzato Cristal M-Classic, IP-SUISSE 4 x 1 kg, (100 g = 0.14)

Caffè istantanei Cafino (senza bio), Classic o Voncoré, per es. Classic, 550 g, 8.26 invece di 11.80, (100 g = 1.50) a partire da 2 pezzi

conf. da 2 20%

Cioccolato Ovomaltine

disponibile in diverse varietà e in conf. multiple, per es. Ovo Rocks, 2 x 120 g, 7.50 invece di 9.40, (100 g = 3.13)

da 3

di 38.85

cialde al cioccolato

5.75 Sacchetto Kägi Fret Classic, alla nocciola o all'arancia, 250 g, (100 g = 2.30), Sacchetto Kägi Fret

al latte Lindor Lindt 3 x 200 g, (100 g = 4.33)

Gelati su stecco Choquello, Exotic e Mini Exotic prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. Choquello, 8 x 82 ml, 5.63 invece di 7.50, (100 ml = 0.86) a partire da 2 pezzi 25%

Per la GIOIA del tuo corpo

Tutto l'assortimento pH Balance (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. gel doccia, 250 ml, 2.80 invece di 3.50, (100 ml = 1.12)

Belherbal per es. per capelli grassi, 3 x 250 ml, (100 ml = 1.29)

invece di 12.90

Shampoo o balsamo, I am in confezioni multiple, per es. Intense Moisture, 3 x 250 ml, 4.65 invece di 5.85, (100 ml = 0.62)

a partire da 2 pezzi

Tutto l'assortimento Nivea Sun e Hawaiian Tropic (confezioni multiple escluse), per es. Protect & Moisture IP 50+ Nivea Sun, 200 ml, 11.63 invece di 15.50, (100 ml = 5.82)

Tutto l'assortimento di prodotti per la cura del viso e creme multiuso, Nivea incl. prodotti Men (prodotti Baby, Sun, doccia, confezioni da viaggio e confezioni multiple esclusi), per es. siero antimacchie Luminous 630 Nivea, 30 ml, 24.71 invece di 32.95, (10 ml = 8.24) a partire da 2 pezzi 25%

da 2

Prodotti per la cura del viso o del corpo o creme multiuso, Nivea per es. struccante occhi per trucco resistente all'acqua, 2 x 125 ml, 8.70 invece di 11.60, (100 ml = 3.48)

conf. da 2 25% 9.60 invece di 12.80

per es. dentifricio Sensitive Professional Repair & Prevent, 2 x 75 ml, 11.90 invece di 15.90, (100 ml = 7.93)

Collutorio Elmex protezione

RISPARMIOassicurato

da 3

Carta igienica o salviettine umide, Tempo in confezioni multiple o speciali, per es. Premium, FSC®, 24 rotoli, 15.90 invece di 26.50 40%

7.65

invece di 9.60

Manella

Ultra Sensitive, Pompelmo ed Eucalipto o Concentrato Ultra Power alla limetta, 3 x 500 ml, (100 ml = 0.51)

conf. da 2 40%

15.50

invece di 25.90

Detersivo Elan in conf. di ricarica, per es. Spring Time, 2 x 2 litri, (1 l = 3.88)

Gel e dischetti Persil Freschezza mattutina
es. gel, 1,35 litri, 12.40, (1 l = 9.19)

34.95 invece di 49.95 Cuociriso Mio Star 500 il pezzo

Batterie e caricatori, Energizer per es. batteria NiMH Extreme AA 2300 mAh, 2 pezzi, 14.36 invece di 17.95, (1 pz. = 7.18)

Tutti i ferri da stiro e i ferri da stiro a vapore con caldaia per es. ferro da stiro Mio Star Steam 2400, il pezzo, 39.96 invece di 49.95

Cassetta pieghevole 32 litri il pezzo

Contenitori pieghevoli disponibile in diverse misure, per es. 0,7 l, il pezzo, 2.35 invece di 2.95

Tutti i pannolini Pampers (confezioni multiple escluse), per es. Premium Protection, tg. 4, 9–14 kg, 39 pezzi, 13.37 invece di 19.95, (1 pz. = 0.34) a partire da 3 pezzi

Alimento umido Mio

Senior Menu pollo/tacchino e Adult Menu Multipack Mix, per es. Senior Menu pollo/tacchino, 4 x 85 g, 1.50, (100 g = 0.44) 20x CUMULUS NOVITÀ

3.90 Edgard & Cooper Dental mela ed eucalipto S 105 g, (100 g = 3.71)

Che la scuola abbia inizio!

8.95

Pennarelli glitterati Paper & Co. Limited Edition, 12 pezzi

19.95

per colorare Kids & Co. rosa, tg. 98/104–134/140, il pezzo

19.95 Grembiule per colorare Kids & Co. blu, tg. 98/104–134/140, il pezzo

79.95

3.95 Penne a sfera con topper Paper & Co. disponibile in diversi motivi, il pezzo 12.95 Astuccio pieno Paper & Co. disponibile in diversi motivi, il pezzo 9.95

Borraccia Astro Paper & Co. 500 ml, il pezzo 79.95

L’industria dei fiori svolge un ruolo importante nei Paesi in via di sviluppo, in quanto fornisce migliaia di posti di lavoro. Il label Fairtrade garantisce condizioni di lavoro regolamentate e una migliore tutela della salute del personale. Inoltre, il premio Fairtrade consente loro di realizzare i propri progetti a beneficio dell’intera comunità.

1.65

Fino a esaurimento dello stock. Da tutte

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Azione 25 del 17 giugno 2026 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu