Seguici su Un punto vendita Migros provvisorio per Biasca
MONDO MIGROS Pagina 2
Famiglia e denaro: è importante discuterne apertamente e creare una visione condivisa
SOCIETÀ Pagina 3
ATTUALITÀ Pagina 15
Il 14 giugno si vota su una modifica di legge che punta a limitare l’accesso al servizio civile
Le opere giocose e immaginifiche di Gabi Fluck e Ivana Falconi in mostra a Lugano e a Minusio
CULTURA Pagina 21
Da icona turistica a luogo dell’anima
A Zugo sono andati in scena i National Summer Games, evento sportivo nel segno dell’inclusività
TEMPO LIBERO Pagina 33
Fantacalcio e geopolitica
Se c’è una partita che mi dispiace di non poter vedere ai Mondiali di calcio è il “derby” tra Svizzera e Italia. La Penisola pallonara è inciampata ai rigori dell’ultima sfida ai playoff europei e, per la terza volta consecutiva, sarà costretta a osservare le partite dal salotto. La Svizzera, invece, si è qualificata per la sesta volta di fila, consolidando la fama di squadra ostica alle spalle delle favoritissime. Temibile castigamatti delle più forti – vedi la Francia agli Europei del 2020 e l’Italia, sempre lei, in quelli del 2024 – sarà osservata con rispetto fra le 48 compagini che zampetteranno sui campi americani, messicani e canadesi. Malgrado l’assenza degli Azzurri, contro i quali – per ragioni di opposti e talvolta ottusi campanilismi – ogni partita diventa epica, vibrerò per le (sperabili) prodezze rossocrociate. Affronteranno Qatar, Canada e Bosnia-Erzegovina che,
con tutto il rispetto, non rappresentano la quintessenza dell’arte balistica. Passano il turno le prime due di ogni girone e le otto migliori terze; l’obiettivo di entrare fra le 32 squadre che accederanno alla fase a eliminazione diretta non è irrealistico. Se poi la Svizzera non solo approdasse agli ottavi (impresa riuscita cinque volte), ma addirittura ai quarti (tre volte, l’ultima nel lontano 1954, per di più in casa), potremmo davvero stappare champagne. Andremo oltre? Sognare è lecito.
L’assenza di un robusto match contro l’Italia non ci priverà di altri possibili scontri simbolici, temo assai più velenosi. Viviamo in un mondo talmente conflittuale che una delle cifre quasi sicure del prossimo Mondiale è la possibilità di sfide ben più che calcistiche. Non ci sarà Russia-Ucraina: dopo l’invasione dell’U-
craina, la Russia è stata sospesa dalla FIFA e dalla UEFA e l’Ucraina non è riuscita a qualificarsi. Anche Israele non ce l’ha fatta, evitando partite dal contesto letteralmente esplosivo. Ma non è affatto improbabile una sfida tra Stati Uniti e Iran, ai ferri corti dal 1979 e oggi forse nella fase più critica di sempre, per una somma imbarazzante di ragioni belliche, politiche, economiche e ideologiche. Perfino gli Yankees – per i quali il calcio è quasi uno sport minore e l’Iran, di norma, una terra incognita – si metterebbero davanti alla TV trattenendo il fiato. Perché gli States del presidente Trump sanno di essere al centro di molti degli scenari più incandescenti del globo: dallo Stretto di Hormuz alla Groenlandia, da Gaza a Cuba. Per non parlare delle tensioni doganali, ormai planetarie: qualsiasi partita tra gli Usa e una nazionale europea,
Svizzera compresa, rischia così di trasformarsi in un duello simbolico. Questo Mondiale – il più grande di sempre, con 48 squadre e 104 partite – rischia di giocarsi non solo sui campi, ma anche fuori: nei palazzi della politica, nelle sale dei vertici economici, nei meccanismi sempre più opachi della grande macchina FIFA e del suo ruffianissimo presidente, Gianni Infantino. Il rischio è che smetta di essere il luogo dell’incontro tra le nazioni per trasformarsi in una gigantesca vetrina di potere. Un’arena in cui si giocano partite parallele: quelle dei dazi, delle alleanze militari, dei conflitti congelati, dei mal di pancia reciproci. Il calcio, che dovrebbe essere un linguaggio universale capace di mettere tra parentesi – almeno per novanta minuti – le contraddizioni del mondo, finisce per assorbirle tutte.
Info Migros ◆ Urban Dörig racconta come è passato dall’agricoltura intensiva a quella biologica
Nina Huber
Dal bosco giunge il suono di un corno delle Alpi, accompagnato dal cinguettio delle allodole. I campi e i pascoli di Nadine e Urban Dörig si estendono per oltre 100 ettari su un terreno pianeggiante fino al Reno. Un tempo questi terreni erano dell’ex monastero di St. Katharinental a Diessenhofen. Il contadino bio 52enne indica i suoi terreni dove, oltre ai pascoli, si coltivano patate, carote, frumento, avena, barbabietole da zucchero, mais e girasoli. Il suo entusiasmo per la natura si sente subito. «Qui abbiamo 100 ettari di impianti solari naturali». Un altro modo per dire che le piante sfruttano l’energia del sole per la fotosintesi, trasferendo così il carbonio dall’aria al suolo. Il suolo da parte sua agisce come una batteria che accumula sostanze nutritive.
Queste, a loro volta garantiscono che le migliaia di organismi presenti nel suolo siano ben nutriti. Sono loro che rendono più morbido il terreno, affinché possa assorbire e conservare meglio l’acqua piovana. «In un cucchiaio di terra si trovano più microorganismi di quanti esseri umani vi sono sulla terra», spiega Dörig. Il segreto per un terreno sano consiste soprattutto nel mantenere i campi il più possibile ricoperti di vegetazione. Foglie e erba offrono ombra, mantengono umido il suolo e ne impediscono il surriscaldamento. Per questo motivo, quando Dörig semina grano o avena,
pianta contemporaneamente anche erba e trifoglio come sottosemina. Quando il grano viene trebbiato, non resta un campo di stoppie giallo e secco, ma c’è già un prato pronto, che cresce rapidamente e in cui Dörig fa pascolare le sue vacche.
Le vacche fanno parte del ciclo naturale
La mandria dei Dörig conta 17 vacche Angus, 17 vitellini e un imponente toro: un ingranaggio importante nel meccanismo di un terreno fertile. Mentre pascolano, le bestie calpestano parte delle piante, facendo così penetrare nel terreno importanti sostanze nutritive. E, attraverso i loro escrementi, spargono direttamente il concime. Tutte le superfici fertili di questa terra sono state create dai ruminanti, afferma Dörig. «Dovremmo prestare più attenzione al loro contributo ai terreni fertili, evitando di ridurne la funzione al metano, al latte o alla carne».
La fattoria St. Katharinental non ha una stalla. In primavera e in autunno la mandria vive all’aperto 24/7. Quando in estate fa troppo caldo per le bestie, Dörig le trasporta in Engadina, a Muottas Muragl, dove per tre mesi pascolano sui prati alpini. Nei mesi più freddi vanno a stare nella stalla di un’azienda partner.
Più spazio alla natura
Le vacche accompagnano da sempre Dörig, che è cresciuto in un piccolo caseificio con altri cinque fratelli. Al termine della formazione di agricoltore ha girato il mondo, lavorando tra le altre cose anche in una enorme farm nel South Dakota. Al suo ritorno ha rile-
vato l’azienda di famiglia, che era però troppo piccola per garantirgli un sostentamento. Così, quando nel 2010 si è presentata a Dörig l’opportunità di prendere in affitto la St. Katharinental nel Canton Turgovia, ha affittato la sua azienda a un vicino.
All’epoca i Dörig praticavano ancora un’agricoltura intensiva. «Mi ve-
Nuovo premio alla sostenibilità del Gruppo Migros
A maggio il Gruppo Migros ha assegnato per la prima volta il premio «Mensch & Natur». Il nuovo riconoscimento, del valore massimo di 10’000 franchi, premia persone e organizzazioni che promuovono la sostenibilità attraverso progetti concreti e con risultati misurabili. Nella categoria Agricoltura sono stati premiati Nadine e Urban Dörig di Diessenhofen (TG).
devo come un epicentro che doveva controllare tutto», racconta Dörig. In altre parole, non appena appariva un insetto indesiderato a minacciare il raccolto, ricorreva all’insetticida, e se una pianta era denutrita, la concimava. Oggi Dörig è un contadino diverso. «So mettermi in disparte e lasciare lavorare la natura», anche perché «essa si muove» secondo dei processi logici. Quando una pianta di barbabietola da zucchero ha un livello di nitrati troppo alto, compaiono gli afidi, che a loro volta potrebbero essere eliminati in modo naturale dalle coccinelle. L’importante è creare i migliori presupposti affinché la natura possa fare il suo corso. Ad esempio, con strisce di terreno incolto fiorito a intervalli regolari nei campi. Lì vivono insetti utili come coccinelle, sirfidi, api e farfalle.
Una nuova visione grazie a un corso
Un corso di base sull’agricoltura rigenerativa frequentato da Dörig die-
Una Migros provvisoria per Biasca
ci anni fa lo ha portato al cambiamento, sebbene all’inizio fosse scettico. Da quel giorno, però, la questione non gli è più uscita dalla testa, e dunque si è documentato a fondo, guardando video e leggendo molto al riguardo. All’improvviso la consapevolezza: di più non significa sempre meglio. Su una medesima superficie Dörig avrebbe potuto coltivare un secondo raccolto di patate e, forse, nel breve periodo avrebbe forse guadagnato di più. « Attraverso una copertura vegetale variegata il terreno può rigenerarsi, e al raccolto successivo sarà più fertile, offrendo una resa maggiore».
La crescente comprensione delle ampie relazioni presenti in natura, ha permesso a Dörig di prendere la decisione di non utilizzare più determinati prodotti. Nel corso degli anni ha convertito la sua azienda agricola e alla fine l’ha fatta certificare da Bio Suisse.
Oggi la vede del tutto diversamente: «Vedo opportunità ovunque», spiega Dörig. È un agricoltore spinto dalla passione che ama sperimentare. Quest’anno, in qualità di ospite delle Giornate dell’agricoltura biologica del 19 e 20 giugno, proverà diverse sperimentazioni colturali e varietali, dedicandosi in particolare ai ceci e ai lupini. Dörig condivide le sue esperienze anche con l’Istituto di ricerca per l’agricoltura biologica (FibL) e trasmette le sue conoscenze ad altri agricoltori attraverso corsi di formazione. In questo splendido angolo di terra sul Reno, un giorno arriverà un altro contadino, come molti altri prima di lui. Dörig sarebbe felice se uno dei suoi tre figli continuasse la sua attività, ma ciò che conta più di ogni cosa è lasciare il terreno in condizioni almeno altrettanto buone di come lo ha trovato. «Non posso salvare il mondo. Ma posso migliorare il mio, di mondo».
Info Migros ◆ Il 14 giugno aprirà un punto vendita provvisorio per garantire la continuità durante la ristrutturazione
Dal 15 giugno al 14 ottobre 2026 il Supermercato Migros di via Generale Guisan 26 a Biasca resterà chiuso per importanti lavori di ristrutturazione. La riapertura al pubblico di questo strategico punto vendita del Sopraceneri è prevista per giovedì 15 ottobre 2026.
Il punto vendita provvisorio di Migros
Biasca sarà di fianco alla filiale in corso di ristrutturazione
Per garantire la continuità del servizio alla clientela di Biasca, da domenica 14 giugno 2026 sarà attivo un punto vendita provvisorio, il cui cantiere è iniziato il 13 aprile scorso.
La Cooperativa Migros Ticino è consapevole dei disagi temporanei che questa situazione può comportare e si scusa sin d’ora con la clientela e con la popolazione residente. Confida tuttavia nella comprensione del pubblico: grazie a un investimento di quasi 5 milioni di franchi, Migros Ticino sta infatti lavorando per offrire a Biasca un supermercato più moderno, più funzionale e con servizi ancora più attenti alle esigenze delle famiglie e dei bambini. Nel frattempo, il punto vendita provvisorio metterà a disposizione della clientela 30 parcheggi e una superficie di vendita di 415 metri quadrati. Pur con un assortimento più contenuto rispetto al negozio attuale, garantirà un’offerta completa, comprensiva di banco carne e pasticce-
ria serviti, una vasca formaggi self-service, una vasta scelta di bevande e di prodotti Daily, con cibi caldi e freddi pronti al consumo, oltre a pa-
ne fresco cotto ogni giorno in filiale.
Il servizio Migros PickMup per il ritiro e la restituzione dei pacchi resterà regolarmente attivo.
Per motivi di spazio saranno invece temporaneamente sospese le attività di Vinarte e non sarà disponibile la parete ecologica.
Grazie alla Legge sull’apertura dei negozi (LAN) del Canton Ticino, il punto vendita provvisorio potrà restare aperto anche la domenica per tutto il periodo di attività.
Il negozio provvisorio sarà gestito dall’attuale gerente del Supermercato Migros di Biasca, Gazmend Sejdiu, insieme alla sua affiatata squadra di vendita.
Orari di apertura del punto vendita provvisorio
Lunedì-venerdì: 8.00-19.00
Sabato: 8.00-18.30
Domenica: 8.00-19.00 Tel. 091 821 78 30
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Julius Hatt
Urban Dörig Agricoltore, Diessenhofen (TG)
SOCIETÀ
La chiesetta di Mogno compie 30 anni
Oggi la Fondazione che valorizza l’edificio disegnato da Mario Botta lo vuole riavvicinare alla popolazione locale e invita a festeggiarlo
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Pro Senectute ringrazia i suoi volontari
Lo hanno chiamato Prix Merci ed è un riconoscimento simbolico indetto dalla Fondazione a livello nazionale
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Mondoanimale
Scopriamo un minuscolo mollusco marino capace di sfruttare la fotosintesi sfidando i confini tra animale e vegetale
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Una visione condivisa per la gestione del denaro
Famiglia ◆ L’Associazione Comunità Familiare ha proposto una serata informativa online intitolata Dall’io al noi sulla gestione dei soldi in coppia, una questione che mette a nudo i nostri valori, le nostre paure, le nostre priorità
Premi di cassa malati di nuovo proiettati al rialzo, affitti elevati, costo della vita in aumento, salari che non crescono. L’equilibrio di un nucleo familiare non si regge solo sulla solidità degli affetti. Ma come includere nel discorso l’altro elemento determinante: i soldi? Il tema (nessuno si senta escluso) è stato recentemente al centro di un incontro gratuito online su Zoom intitolato Famiglia e denaro – Dall’io al noi. A idearlo e condurlo, Marzia Fabbrini, mediatrice familiare del Consultorio dell’Associazione Comunità Familiare, a lei abbiamo chiesto qual è la sfida psicologica principale per un single che deve iniziare a ragionare in termini di budget condiviso con il partner. «Già solo dover intavolare quello che è il tema del denaro e della sua gestione in coppia e in famiglia può rappresentare una sfida. Non si parla solo di budget o di numeri o di come io spendo i soldi, si racconta anche qualcosa di noi: i nostri valori, le nostre paure, le nostre priorità. Passare dall’io al noi significa condividere una parte di tutto ciò, mettendole però sotto il cappello che attiene alla gestione denaro». Non se ne parla insomma a sufficienza… «Non è proprio una cosa semplice – continua Marzia Fabbrini – perché ci si espone, in un certo qual modo, e poi richiede tempo e capacità anche di confronto. Non bisogna infatti pensare che si parla di denaro una volta ed è fatta. È qualcosa che va costruito insieme, una scelta condivisa». Come si conciliano le diverse abitudini di spesa dei partner per evitare proprio che il budget diventi un terreno di scontro? «Esistono tante soluzioni – come ho evidenziato durante il corso – e va evidenziato che ogni persona è diversa. La sfida è trovare una visione condivisa che si fondi sulla volontà reciproca di gestire il denaro e far funzionare le cose. In questo contesto è importante collaborare ad un punto di incontro. Ma se non si parla, se non ci poniamo le domande e non si esprime quello che si vuole e quali sono le proprie aspettative, diventa difficile. Il silenzio contiene insidie. Può portare ad accumulare tensioni, a non essere allineati sugli obiettivi».
Qualche consiglio pratico? «Fare domande sul proprio legame con il denaro per riuscire a capire i progetti di ognuno. Ad esempio può essere proposta una riunione di famiglia, una cena. Può avvenire anche attraverso un gioco. Penso al Monopoli o a un gioco con le carte chiamato “Ciao Cash” che sensibilizza sulla gestione del denaro e su eventi imprevisti. Ciò è molto utile anche con i bambini per familiarizzare con questo tema. Il denaro veicola valori, aspettative, emozioni e può portare anche a conflitti.
Ritengo che il budget familiare – con la somma delle entrate e delle uscite – rappresenti uno strumento molto pratico, utile, di consapevolezza, sia per intavolare il discorso sia per creare una progettualità di coppia, con l’obiettivo di costruire insieme scelte condivise per una gestione più consapevole delle proprie finanze».
I soldi dovrebbero diventare un argomento di discussione in una coppia, come lo è decidere quando dare il telefonino ai figli
Il denaro è anche una forma di potere… «Esatto, non a caso si parla di potere di acquisto. Durante il webinar Dall’io al noi ho evidenziato l’importanza di prendersi il tempo di conoscersi senza giudizio, esplorando i propri reciproci valori e chiedendosi, ad esempio, “qual è stata la mia prima esperienza col denaro?”. Un aiuto per scoprire tante cose. Magari in questo momento abbiamo più uscite che entrate, come vogliamo fare? Resta il fatto che occorre capire che bisogna decidere insieme e dirsi “Noi siamo come una squadra”, come, appunto, non io, bensì noi».
«L’idea è di riproporre il webinar della collega su famiglia e denaro il prossimo autunno, magari andando ad approfondire alcuni aspetti» – dichiara dal canto suo Federica Invernizzi Gamba, direttrice del Consultorio dell’Associazione Comunità Familiare. Che aggiunge: «Noi ci occupiamo di famiglie e, nell’ambito della mediazione familiare, di famiglie che si separano, e vediamo come sia difficile chinarsi su aspetti educativi o sul progetto dei figli se mancano le risorse per i bisogni primari. Spesso ci confrontiamo con coppie dove uno dei due non ha la più pallida idea delle risorse della famiglia o dove solo uno ha sempre gestito tutto. Oppure c’è una gestione “allegra”, dove si spende più di quanto si guadagna, spesso perché non ci si è mai veramente confrontati su questi aspetti all’inizio del progetto familiare, ciò che rischia di diventare motivo di ulteriore conflitto. C’è anche il tema del potere: se la gestione dei soldi è in mano a uno solo, l’altro si trova in una posizione di inferiorità. Per questo motivo ci impegniamo soprattutto a livello di prevenzione. Il mandato dei Consultori è offrire consulenza alle coppie: se le persone cominciassero a parlare di denaro quando iniziano una re-
lazione, avendo una gestione consapevole e condivisa, ciò fungerebbe da prevenzione». Il denaro è la principale causa delle separazioni? «Non so se sia proprio la causa primaria, ma è uno degli elementi che porta ai conflitti. Magari uno guadagna 8 e l’altro 3, e quello che guadagna di più propone di fare metà ciascuno per ogni spesa. L’altro si chiede come sia possibile pagare per esempio le imposte in parti uguali con redditi così diversi. È un punto delicato. Oppure capita che uno non lavori e debba sottostare a quanto l’altro decide di dargli per l’economia familiare. Ognuno si porta dietro la propria storia familiare rispetto ai soldi. L’idea è proprio quella di capire come muoversi dal momento in cui si diventa una nuova unità. I soldi devono diventare un argomento di discussione, come lo è decidere quando dare il telefonino ai figli, quale scuola scegliere o se andare in vacanza al mare o in montagna. Bisogna chiedersi: abbiamo un conto unico? Due conti? Come suddividiamo le spese? È importante confrontarsi su questo. Ci sono spese essenziali come l’affitto o la cassa malati, ma poi ci sono gli extra, e anche su questo non si ha per forza la
stessa opinione. Per esempio, per un fumatore le sigarette sono considerate essenziali, non un extra. Il denaro ha un significato profondo, porta con sé valori economici ma anche affettivià».
La disparità di salari all’interno della coppia appare un tema centrale. «Può esserci chi guadagna e chi no, chi vuole tenere il controllo dei soldi o chi guadagna cifre diverse e deve capire come condividere le spese. Oppure c’è chi è molto “formichina” e vuole una gestione oculata, contrapposto a chi ha una relazione diversa con il denaro e preferisce vivere il momento finché ce n’è. Saper risparmiare è una grande virtù che forse si è un po’ persa. Capita che, a volte, quando le coppie vengono da noi e facciamo il calcolo insieme del reddito e del fabbisogno della famiglia, sgranano gli occhi perché non si erano resi conto di quanto spendessero realmente per l’auto, le rate o il telefonino nuovo. Mettere un piano nero su bianco aiuta a ordinare i pensieri e a fare scelte più consapevoli, evitando i “non detti” che a lungo andare diventano fonte di divergenza».
Informazioni www.comfamiliare.org
Il budget familiare rappresenta uno strumento pratico e utile sia per intavolare il discorso sui soldi sia per creare una progettualità di coppia. (magnific.com)
Guido Grilli
La pasta fatta in Ticino
Attualità ◆ Da oltre ottant’anni i prodotti BelTicino sono sinonimo di qualità e gusto autentico
Dai classici formati come spaghetti, penne rigate, linguine, fettuccine, tortiglioni, passando per le varietà più particolari quali conchiglie, eliche e gnocchi, senza dimenticare le diverse pastine tanto amate dai più piccoli buongustai, scegliendo la pasta BelTicino si ha la certezza di portare in tavola dei prodotti eccellenti, realizzati secondo la migliore tradizione mediterranea da un pastificio con oltre ottant’anni di esperienza nel settore.
Prodotta dal Pastificio Simona di Quartino, azienda ancora oggi gestita dalla stessa famiglia, questa pasta di pregio viene lavorata in modo particolarmente delicato partendo da semola di grano duro selezionata con cura per la sua qualità, in modo da preservare al
massimo la consistenza, il sapore e la struttura del prodotto finito, affinché ogni formato possa tenere ottimamente la cottura e sposarsi con ogni tipo di condimento. L’acqua utilizzata per la lavorazione proviene dalla sorgente del Monte Tamaro, riconosciuta per la sua eccezionale purezza.
«Negli ultimi anni abbiamo investito in modo importante nel rinnovamento degli impianti, senza tuttavia mai perdere di vista ciò che da sempre ci contraddistingue: offrire ai consumatori un prodotto di ottima fattura, essiccato lentamente secondo la migliore tradizione pastaia, per garantire una pasta dal gusto autentico e dalla qualità costante», commenta Alberto Simona, titolare del pastificio ticinese.
Azione –.20 cts. di riduzione su tutto l’assortimento di pasta BelTicino
dall’11.6 al 17.6.2026
Un salume d’eccellenza
Attualità ◆ Il San Daniele è uno dei prosciutti crudi più rinomati della tradizione gastronomica italiana
Lo trovi questa settimana alla Migros in offerta speciale
Con l’arrivo dell’estate cresce la voglia di piatti freschi e genuini e un bel tagliere di affettati e formaggi misti in compagnia non può mancare per portare in tavola gusto, convivialità e colore. Per conferire quel tocco in più al tuo banchetto, il crudo San Daniele è sicuramente una buona scelta. Questo prosciutto d’eccellenza viene prodotto esclusivamente nell’omonima località friulana e si fregia della Denominazione di Origine Protetta (DOP).
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Prosciutto crudo San Daniele al banco, per 100 g Fr. 5.40 invece di 8.20
dall’11.6 al 17.6.2026
Realizzato a partire da cosce di maiale allevato in Italia e solo sale marino, si caratterizza per la sua tipica forma a chitarra con zampetto. La sua stagionatura, che dura almeno 12 mesi, è favorita dal particolare microclima del posto.
Rispetto ad altri tipi di crudo, il San Daniele possiede un gusto delicatamente dolce, equilibrato, che diventa vieppiù marcato con il passare della stagionatura.
Presenta un profumo fragrante, caratteristico, con una consistenza morbida al palato e un colore rosso-rosato. Deve essere servito affettato sottile per apprezzarne al meglio le sfumature aromatiche.
Fresco piacere tutto vegano
Novità ◆ Nei Ristoranti e Take Away Migros ti aspettano tre nuovi pasticcini vegan in edizione limitata Corri a provarli prima che finiscano!
Dopo il grande successo riscosso durante lo scorso mese di gennaio con il lancio di alcuni dolcetti vegani, per la felicità di coloro che seguono questo stile alimentare o semplicemente amano variare di tanto in tanto la loro alimentazione convenzionale, fino al 29 agosto 2026 i punti di ristoro di Migros Ticino hanno in serbo tre nuove irresistibili proposte vegan in limited edition: la tartelletta al biscotto con frutto della passione e ananas; il cannoncino crema alla nocciola e la tartelletta al cioccolato con pistacchio e lampone. Queste delizie vengono create all’interno del laboratorio di pasticceria di Migros Ticino a partire da ingredienti al 100% di origine vegetale accuratamente selezionati. Con l’arrivo di queste nuove proposte, Migros dimostra la sua attenzione alle esigenze dei consumatori che seguono un’alimentazione alternativa, varia e priva di ingredienti di origine animale, in linea con le esigenze contemporanee.
Fr. 2.30 al pezzo
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Riportiamo la chiesa di Mogno al centro del villaggio
Territorio ◆ Il luogo di culto disegnato e realizzato da Mario Botta compie 30 anni, la Fondazione che lo valorizza vuole incentivare l’affluenza della popolazione locale rilanciandone le funzioni religiose e il richiamo spirituale
Mauro Giacometti
Riportare la chiesa di Mogno al centro del suo «villaggio». Far sì che la comunità della Vallemaggia e della Lavizzara se ne riappropri, dopo che per decenni turisti e visitatori da tutto il mondo ne hanno fatto un’icona architettonica, un selfie iconografico, un’attrazione da toccata e fuga. È questo l’obiettivo che si prefigge Sofia Taufer Dazio, da quest’anno presidente della Fondazione Chiesa di Mogno, l’istituzione che appunto si prefigge di valorizzare e promuovere l’edificio religioso realizzato dall’architetto Mario Botta in alta Lavizzara, un luogo di culto che per la sua originalità e imponenza è capace di attirare decine di migliaia di visitatori l’anno. «Questa chiesa rappresenta veramente l’essenza della spiritualità coniugata in una forma originale e oserei dire imprevista e imprevedibile. Sorge in un luogo sperduto, in fondo alla valle, a quaranta chilometri da Locarno. Dopo aver percorso quasi tutta la Vallemaggia e la Lavizzara, con le impegnative rampe di Peccia, arrivi qui e vedi un tipico villaggio alpino sovrastato da un grande cilindro sezionato in granito e marmo, sorprendente quanto misterioso e allo stesso tempo accogliente. Osservo spesso la meraviglia dei tanti turisti che passando da un tranquillo caffè sul lungolago di Ascona si trovano proiettati tra le montagne, quasi dispersi, e poi si trovano ad ammirare quest’opera che rappresenta proprio uno stacco dalla realtà e una proiezione verso il cielo», sottolinea la neo-presidente della Fondazione.
La valanga di 40 anni fa
Quarant’anni fa, nel 1986, una valanga distrusse quasi completamente Mogno, frazione di Fusio, sommergendo di neve, ghiaccio e pietre gran parte dei rustici, delle case e delle stalle, cancellando completamente la sua storica chiesetta, risalente al 1636 e intitolata a San Giovanni Battista. «Io ero piccola, ma ricordo mio padre, Giovan Luigi Dazio, architetto e sindaco di Fusio, che dopo la valanga, insieme all’amico Mario Botta, con i disegni sparsi per terra, discuteva di come ridare vita a questo luogo di culto. Mio padre sposò subito l’idea di Botta di non ricostruire una chiesa “tradizionale”, bensì di cogliere la disgrazia come opportunità per lasciare un segno forte ad un edificio che per cinque secoli aveva raccontato la storia di un paesino di montagna e accolto i fedeli del villaggio. La loro idea sulla nuova chiesa di San Giovanni Battista a Mogno trovò molte opposizioni e contrasti, ci vollero dieci anni, molte discussioni e un cantiere impegnativo affinché quegli schizzi che avevo visto sul pavimento di casa nostra divenissero realtà», dice Sofia Taufer Dazio.
Questo monumento religioso cilindrico a due passi dal cielo non fece l’unanimità. «Io posso ben compren-
Abbonamenti
dere le perplessità di allora, in chi voleva ripristinare la classica chiesetta anziché realizzare questo “molosso” in mezzo alla valle. Ma con il passare degli anni la chiesa è entrata pian piano nel contesto territoriale. Ora farebbe strano non averla più. I molti visitatori continuano a spingersi fin quassù. La Fondazione ci tiene a ridare valore agli aspetti più spirituali e intimi di questi luoghi, valorizzando maggiormente la chiesa di Mogno come luogo di culto, chiedendo alla Curia di aumentare le Messe, le celebrazioni liturgiche, le funzioni religiose e quant’altro possa riavvicinare questa chiesa alla gente del posto e dell’intera Vallemaggia. Perché, e lo dico perché l’ho vista sor-
gere e le sono molto legata affettivamente, questa chiesa, sia all’interno che all’esterno, ha veramente qualcosa di speciale per l’anima», spiega ancora Sofia Taufer Dazio.
Il 21 giugno si festeggia
La prova generale di questa «nuova vita» della Chiesa di Mogno avverrà il prossimo 21 giugno, con la celebrazione del Santo patrono e i festeggiamenti per la ricorrenza del 30° dell’inaugurazione dell’opera di Botta e del 40° anniversario della valanga. «Per questa doppia occasione apriremo le porte alla gente della Lavizza-
ra e della Vallemaggia coinvolgendola con un ricco programma ideato per poter trascorrere una serena e gioiosa giornata, in special modo per le famiglie. È il primo passo verso una Chiesa di Mogno popolare e locale, dopo che il mondo l’ha celebrata come monumento e attrazione internazionale, oltre che bene culturale d’interesse cantonale», conclude la presidente della Fondazione.
Dove e quando Chiesa di Mogno, 21 giugno 2026. Orari: tutto il giorno, alle 10.30 Santa Messa, a seguire saluto delle autorità e diversi intrattenimenti.
Botta: «In quella chiesa ogni giorno luci e ombre diverse»
A 30 anni dall’inaugurazione dell’edificio religioso «rivoluzionario» pensato, disegnato e realizzato dall’architetto Mario Botta, gli abbiamo rivolto alcune domande per capire ciò che lo ha ispirato allora e quello che ancora oggi significa per lui e la comunità la sua opera.
Architetto, da San Francisco a Mogno: c’è un qualche legame tra il Moma, immerso nei grattacieli nordamericani, e la chiesa di Mogno, circondata dalle montagne svizzere?
L’unico legame che mi sembra di riconoscere è la stessa matita che mi
è servita a disegnare i due progetti: il museo di San Francisco si è configurato come una nuova immagine per la città; in maniera analoga la chiesa di Mogno connota l’attuale paesaggio. I due progetti condividono le ragioni del proprio essere: a San Francisco il museo segna la rinascita dopo il terremoto di inizio Novecento e formula un nuovo segno iconico per la città; Mogno, dopo la valanga del 1986, rinasce dalle proprie ceneri. Sono due analogie che, forse un po’ tirate per i capelli, offrono condizioni simili per la configurazione e il significato dei due edifici.
Il percorso per realizzare la chiesa in Lavizzara è stato piuttosto contrastato. Lei si ritiene soddisfatto e appagato per questa chiesa originale quanto «rivoluzionaria»?
Appagato per una nuova chiesa sarebbe una contraddizione in termini poiché la chiesa possiede una tradizione tipologica millenaria alla quale ogni volta il fare dell’uomo aggiunge, in ogni epoca, un «qualcosa» che lo identifica con la sensibilità del proprio tempo.
A parte le occasioni ufficiali, le è capitato di recarsi nella chiesa di Mogno in forma privata? Cosa ne
ha percepito e ricavato?
Sì, talvolta mi è capitato di confrontarmi con la chiesetta di Mogno… ogni volta è una sorpresa per il variare della luce e delle ombre durante la giornata lungo l’arco dell’anno: sono 365 variabili del proprio essere.
La Fondazione, dopo il successo di pubblico e visitatori, intende riproporre la chiesa di Mogno come luogo spirituale al servizio della comunità locale. Lei cosa ne pensa? Mi sembra un agire appropriato per lo spirito di questa particolare realizzazione.
Dopo la valanga del 1986 ci vollero dieci anni perché la Chiesa di Mogno divenisse una realtà che fino ad oggi ha attirato migliaia di visitatori da tutto il mondo
Chiesa di Mogno); sotto, uno schizzo dell’architetto Mario Botta.
Bontà che va a SEGNO
2.35
invece di 2.95
Svizzera, per 100 g, in self-service 20%
Spiedini di kebab di pollo Migros
2.85
Hummus Anna's Best Lemon o Nature, 300 g, (100 g = 0.95) 35%
invece di 4.43
6.95
25%
Tutto l'assortimento Bundaberg senz'alcol, per es. Brewed Lemonade, 375 ml, 2.93 invece di 3.90, (100 ml = 0.78)
Cevapcici di manzo Migros
Svizzera, 7 pezzi, 245 g, in self-service, (100 g = 2.84)
3.55
Pane pita
400 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.89)
Un premio per dire grazie
Volontariato ◆ La Fondazione Pro Senectute quest’anno ha indetto il Prix Merci quale riconoscimento simbolico ai propri volontari. Per il Ticino e il Moesano la candidata è Roberta Mascia, l’abbiamo incontrata
Stefania Hubmann
Sarà aperta fra pochi giorni la votazione nazionale per il Prix Merci, indetto quest’anno per la prima volta dalla Fondazione Pro Senectute quale riconoscimento simbolico per l’attività che svolgono circa 16mila volontari in tutto il Paese. Per l’organizzazione cantonale Ticino e Moesano, che può contare sul supporto di quasi 300 volontari, la candidata è Roberta Mascia di Monte Carasso, risultata la più votata dai volontari medesimi. La votazione nazionale, possibile direttamente dall’apposito sito (www.prixmerci.ch) o tramite codice QR di una cartolina, si concluderà il 31 agosto. Più del risultato a essere rilevante è l’attenzione rivolta al volontariato nel suo insieme, pilastro della solidarietà a livello comunitario. Grazie alla testimonianza di Roberta Mascia è facile capire l’arricchimento personale derivante dal tempo dedicato a chi si trova in situazione di bisogno.
«Apprezzo molto l’esperienza di vita delle persone anziane perché costituisce per me un grande arricchimento»
«Aiutare il prossimo senza aspettarsi nulla in cambio» è il principio di Roberta, 52enne madre di due figli, attiva professionalmente a tempo pieno in una fabbrica del Moesano. Così si esprime sul volontariato: «Non si tratta solo di qualche cosa che faccio, ma è parte integrante di ciò che sono. È un dono reciproco che unisce, sostiene e appaga l’anima». Roberta ci spiega infatti che occuparsi delle persone anziane è per lei un piacere naturale, un’attività che le permette di dare il meglio di se stessa. Questo impegno lo concilia con una vita privata e lavorativa intensa. Due figli di 19 e 23 anni che vivono con lei, un compagno, turni di lavoro in fabbrica dalle 6 alle 14 o dalle 14 alle 22. «Se si vuole,
Viale dei ciliegi
Giulia Calandra Buonaura, Ilaria
Faccioli, Emanuele Gipponi, collana «Il mondo intorno a te»
L’acqua intorno a te. La luce intorno a te. Il vento intorno a te
Franco Cosimo Panini Editore (Da 2 anni)
Bella e non banale questa collana, che porta i piccolissimi ad esplorare elementi naturali in cui sono (e siamo) immersi. Di solito, per i più piccini, i libri conoscitivi sulla natura riguardano oggetti concreti e visibili, come gli animali e le piante. Qui invece si parla di elementi più astratti, come il vento, o la luce; oppure visibili in forme diverse, come l’acqua. Il vento, la luce e l’acqua sono appunto i protagonisti dei tre volumetti che compongono la collana, e ai bimbi essi vengono presentati suggerendo sensazioni, ricordando loro le esperienze che possono aver fatto con ciascun elemento, evocando emozioni. I testi sono ovviamente semplici ma immediati e accurati, le immagini sono costituite da illustrazioni e da fotografie, e arricchite da materiali che coinvolgono ulteriormente la vista, come i glitter; o il tatto, come i det-
il tempo lo si trova» aggiunge ancora la candidata al Prix Merci 2026, volontaria di Pro Senectute da sei anni, in parte al Centro diurno terapeutico di Bellinzona e in parte a domicilio. «Apprezzo molto l’esperienza di vita delle persone anziane perché costituisce per me un grande arricchimento. Consiglio quindi a tutti questa esperienza che, come dimostra il mio caso, è conciliabile con gli impegni di lavoro e la famiglia. I miei figli capiscono il valore del mio impegno e sono comprensivi; spero che un giorno anche loro scelgano di dedicare parte del loro tempo agli altri».
Come è giunta Roberta Mascia al concorso del Prix Merci? Risponde l’intervistata: «Partecipo, nel limite del possibile, a tutte le proposte di Pro Senectute Ticino e Moesano per i volontari, dalle formazioni agli eventi ricreativi. Ho quindi aderito al concorso con lo stesso spirito, non immaginando certo di vincere. Per me l’organizzazione è come una seconda famiglia nella quale mi sento veramente a mio agio». Aperta e solare, Roberta apprezza sia i momenti ludici con gli utenti, sia quelli dedicati all’ascolto, al conforto, ai gesti e alle parole che li fanno sentire importanti.
Nell’Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile, proclamato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (vedi «Azione» del 29 aprile 2026), Pro Senectute rende loro omaggio con il Prix Merci consapevole dell’importante ruolo che svolgono nella società. Come le altre organizzazioni cantonali, l’ente della Svizzera italiana offre un Servizio volontariato articolato nell’interesse dell’utenza e dei propri volontari. Per conoscere meglio questi ultimi ci siamo rivolti a Giuliana Chiauzzi, coordinatrice del Servizio e referente per il Locarnese. «In Ticino e nel Moesano possiamo contare su circa 300 donne e uomini che si mettono a disposizione in uno o più settori di attività. Il più richiesto riguarda le
visite a domicilio, effettuate una volta alla settimana per due ore sempre dallo stesso volontario. Queste visite sono a beneficio di persone anziane autonome residenti al proprio domicilio che ricevono in questo modo un supporto per attività come le passeggiate o andare a fare la spesa o semplicemente possono godere di un po’ di compagnia. L’impegno del volontario è regolare per cui, grazie anche all’abbinamento utente-volontario basato sulle affinità, si crea con il passare del tempo un rapporto di conoscenza più stretto». Gli altri settori nei quali i volontari forniscono il loro contributo sono più mirati. Prosegue la coordinatrice del Servizio: «Abbiamo figure impegnate nei servizi amministrativi – fiduciario, puntuale e per la dichiarazione d’imposta –come pure nel supporto delle équipe nei centri diurni terapeutici (per persone affette da demenze) e in quelli socio-assistenziali, per supportare durante un’attività oppure conversare con gli ospiti che non vi prendo-
no parte. Infine ci sono volontari che accompagnano gruppi di partecipanti autonomi in vacanze organizzate fungendo da punto di riferimento sul posto e per familiari».
A tutti i volontari e le volontarie
Pro Senectute Ticino e Moesano offre ogni anno un programma gratuito di formazione non obbligatoria.
«Sono incontri di interesse generale ripartiti su tutto il territorio – precisa Giuliana Chiauzzi – che favoriscono la crescita personale, l’approfondimento di alcune tematiche legate alla geriatria e la riflessione sulla figura del volontario. Facilitano inoltre la conoscenza e lo scambio di esperienze fra i partecipanti. Siamo sempre attenti a proteggere e sostenere i volontari. Questa figura non si sostituisce ai professionisti del settore sociale e sanitario, così come deve essere consapevole dei propri limiti al fine di preservare il benessere personale». I volontari di Pro Senectute attivi nella Svizzera italiana, secondo i dati del 2024, sono per circa due terzi
donne e un terzo uomini, di età variabile con la fascia più numerosa corrispondente alle persone fra i 60 e i 70 anni. La coordinatrice del Servizio indica però un aumento dei giovani e soprattutto un impegno che si protrae nel tempo. L’ente ha bisogno di: sensibilità, costanza, rispetto, discrezione e tempo (da concordare a dipendenza della disponibilità) come indica sul suo sito internet.
Malgrado i volontari di Pro Senectute Ticino e Moesano siano numerosi, le richieste a livello di visite a domicilio superano le possibilità di soddisfarle, per cui esiste una lista di attesa. L’ente lancia quindi un appello a seguire l’esempio di Roberta Mascia e di tutte le altre persone che con regolarità si impegnano a favore di una generazione più o meno autonoma, ma sempre ricca di esperienze umane da condividere.
tagli in rilievo o le texture particolari. Ogni pagina è anche un invito alla connessione con sé stessi, al sostare nel qui e ora: «Chiudi gli occhi. Il vento ti accarezza la pelle/e, se sai ascoltare, sentirai la sua voce». Viene evocato poeticamente, attraverso il rapporto immagine-testo, anche il significato sociale e simbolico degli elementi: «La luce riunisce», e nell’immagine vediamo una mamma e una bimba vicino al camino, «la luce rassicura» e vediamo un bimbo che dorme con una lucina notturna. Ma non si tralascia la dimensione scientifica, magari solo accennandola, e lasciando poi al genitore o all’insegnante (ottimi da utilizzare al nido o alla scuola dell’infanzia questi libri) il compito di sviluppare eventualmente il discorso: «La luce piace ai fiori e fa crescere le piante»; «nell’acqua c’è la vita», «l’acqua sa trasformarsi. Se fa freddo diventa ghiaccio, duro e freddissimo». E ogni elemento è sempre correlato all’esperienza delle bambine e dei bambini: l’acqua, ad esempio, è rappresentata come «aghetti che piovono dal cielo», e il bimbo nell’immagine sporge la manina da sotto l’ombrello, per sentirli; dell’acqua, oltre al fatto che disseta, viene evidenziato che essa fa divertire, in spiaggia o semplicemente nel bagnetto, o dentro una pozzanghera. Perché il mondo, e le sue piccole grandi meraviglie, è tutto «intorno a te».
I testi e il progetto sono di Giulia Calandra Buonaura, redattrice di Franco Cosimo Panini Editore. Le illustrazioni sono di Ilaria Faccioli, la progettazione grafica è a cura dello studio «Due mani non bastano», formato da Emanuele Gipponi e Ilaria Faccioli. Per ogni elemento, vengono inoltre proposte alcune attività da fare con i bambini: le potete trovare in-
quadrando il codice QR in quarta di copertina.
Gud serie «Terry Time» Tunué (Da 8 anni)
È una serie a fumetti che propone ai ragazzini avventura, conoscenza storica del passato, ma anche riflessioni etiche e sociopolitiche. Il protagonista della serie, creata da Gud (nome d’arte di Daniele Bonomo), è Terry Time,
un bambino in grado di viaggiare nel tempo, grazie a un vecchio telefono. In Terry Time e la leggenda del drago d’argento, ci spostiamo con Terry nel Medio Evo, dove, con due bambini lì incontrati, parte alla ricerca del Drago d’Argento, la creatura che – secondo la leggenda – potrà liberarli dalle vessazioni del nuovo signorotto locale. Oltre alla lotta contro l’ingiustizia che impegna i piccoli protagonisti nel passato, abbiamo anche uno scorcio narrativo nel futuro, dove si parla di crisi climatica. Il lieto fine, grazie alla solidarietà e all’impegno dei ragazzini, è assicurato, ma gli ambiti di riflessione sono profondi, pur nel brio e nella vivacità con cui è condotta la narrazione. Il secondo volume ci porta in Italia, al tempo della lotta partigiana: Terry Time e il coraggio della Resistenza Mentre nel volume più recente, Terry Time e la fabbrica del tempo perduto, ci ritroviamo con Terry a Londra nella metà del 1800, tra i fumi delle fabbriche e i bambini di strada oppressi da un sistema industriale che ruba il tempo alle persone. Proprio come i device tecnologici, scoprirà Terry, se usati senza criterio finiscono per rubare il tempo ai bambini del presente.
di Letizia Bolzani
La signora Felicia Porta beve il caffé insieme a Roberta Mascia volontaria di Pro Senectute da sei anni.
GUSTO
Tex-Mex
Il calcio in «fiesta»!
Questa settimana inizia il Campionato mondiale di calcio maschile.
Dato che i Mondiali si svolgono anche negli Stati Uniti e in Messico, agli amici che verranno a vedere la partita a casa nostra serviremo un aperitivo in stile Tex-Mex
Testo: Dinah Leuenberger
Patate alla messicana
Contorno per 4 persone
1 kg di patate resistenti alla cottura grosse
3 cucchiai d’olio di colza sale
1 cucchiaio di spezie per patate
2 avocado maturi
½ limetta
3 cipollotti
1 peperoncino verde
4 cucchiai di crème fraîche
4 cucchiai di ketchup
2 rametti di prezzemolo
1. Scalda il forno statico a 200 °C. Taglia le patate prima a fette di ca. 7 mm di spessore, poi a bastoncini di 1 cm di larghezza.
2. Adagiale su una teglia foderata di carta da forno. Mescolale con l’olio. Condisci con sale e la miscela di spezie. Cuocile al centro del forno per ca. 20 minuti.
3. Alza la temperatura del forno a 230 °C e termina la cottura per altri ca. 15 minuti.
4. Nel frattempo, dimezza e snocciola gli avocado. Stacca la polpa dal nocciolo e schiacciala fino a ottenere una crema. Insaporisci con un po’ di succo di limetta e sale.
5. Taglia finemente i cipollotti e il peperoncino.
6. Servi le patate con la crema d’avocado, la crème fraîche e il ketchup. Cospargi con le cipolle, il peperoncino, il prezzemolo spezzettato e servi subito.
Consigli per una serata fantastica!
Il calcio a casa con gli amici: posso invitare tutte le persone che voglio? Certo: in privato tutto è permesso! Finché non chiedi un biglietto d’ingresso, puoi organizzare la tua mini festa per i Mondiali. Se la festa si tiene all’aperto, basta invitare i vicini, così nessuno si lamenterà per il rumore.
Prova l’attrezzatura prima che arrivino gli ospiti: la TV funziona? L’immagine proiettata sul lenzuolo trasformato in schermo risulta sufficientemente nitida? La connessione Internet è stabile? Non c’è niente di più fastidioso che perdersi il rigore decisivo a causa di un’interruzione!
La preparazione è tutto: tacos, nachos e guacamole si possono preparare in anticipo. Così il buffet è già pronto quando arrivano gli ospiti e tu non devi più fare nulla. Loro si servono da soli e possono prendere ciò che preferiscono. Consiglio: prepara una salsa extra piccante per i più coraggiosi: sarà un ottimo spunto di conversazione!
Distribuisci i compiti in modo intelligente: non devi farti carico di tutto. Nomina qualcuno responsabile delle bevande, che si assicuri sempre che tutti abbiano qualcosa da bere, oppure allestisci un bar dove tutti possano servirsi da soli. Se non ti piace occuparti delle decorazioni, lascia che se ne occupino gli altri. E chi vuole portare qualcosa, porti cubetti di ghiaccio, nachos e avocado maturi per il guacamole. Se hai intenzione di preparare qualcosa alla griglia, puoi anche nominare uno «chef della griglia».
Approfitta della pausa: come organizzarsi durante l’intervallo? Facendo un divertente quiz sui Mondiali? O magari una partita a calcetto con delle mini-porte da calcio?
Fai il tifo per la tua squadra del cuore: procurati del trucco nei colori amati, oppure pianta delle bandierine. Ogni ospite può scegliere la propria squadra del cuore e vestirsi di conseguenza. Questo renderà il tifo ancora più divertente! In più: la
Nachos gratinati
Aperitivo per 8 persone
1 scatola di fagioli da 230 g, peso sgocciolato 150 g
1 limetta
1 avocado
2 confezioni di Tortilla Chips da 200 g 100 g di formaggio, ad es. cheddar 1 cucchiaino di condimento per grigliate
1 vasetto di jalapeños da 125 g 180 g di panna acidula qualche rametto di coriandolo
1. Scalda la parte superiore del forno a 200 °C. Scola i fagioli e sciacquali. Taglia la limetta in spicchi.
2. Dimezza l’avocado e privalo del nocciolo. Stacca la polpa dalla buccia con un cucchiaio, spremi qualche spicchio di limetta sulla polpa e schiaccia grossolanamente l’avocado con una forchetta.
3. Distribuisci le chips su una teglia, poi i fagioli sulle chips. Grattugia il formaggio a scaglie e distribuiscile sui fagioli. Insaporisci con il condimento per grigliate. Gratina nella parte superiore del forno per ca. 5 minuti.
4. Servi le chips con i jalapeños, la panna acidula, gli spicchi di limetta rimasti e l’avocado. Guarnisci con foglie di coriandolo.
squadra vincitrice riceverà un piccolo premio speciale (o non dovrà dare una mano a lavare i piatti).
Hot dog tijuana con salsiccia avvolta in pancetta
La particolarità di questi hot dog è che le salsicce sono avvolte in fette di pancetta e sono servite con salsa piccante e formaggio nei panini. Da provare.
Fajitas
Le fajitas sono una
Tortilla Chips al naturale bio 100 g Fr. 2.55 invece di 3.40 Azione: 25% sulle Tortilla chips Gemma Bio al naturale dall’11 al 17 giugno
Jarritos Lime, Mango e Guava natural flavour soda 370 ml Fr. 2.95 Nelle maggiori filiali
La lumaca che ruba la luce
Mondoanimale ◆ Un minuscolo mollusco marino capace di sfruttare la fotosintesi sfida i confini tra animale e vegetale
Maria Grazia Buletti
Dopo una giornata di pioggia, nei giardini e nei boschi del Ticino compaiono silenziose le chiocciole: lente, lucide, con il guscio sulle spalle e una vita fatta di foglie e umidità. Sono tra gli animali più familiari che possiamo incontrare, tanto comuni da passare quasi inosservati. Si nutrono di piante, ma nel farlo le distruggono completamente perché ciò che mangiano viene digerito, trasformato, assimilato. Possiamo chiaramente affermare che il confine tra animale e vegetale, in questi casi, è netto. Eppure, se ci spostassimo di migliaia di chilometri, sotto la superficie di mari tropicali, scopriremmo una loro lontana «parente» che sembra uscita da un altro regno. È minuscola, verde brillante, con appendici che ricordano foglie o petali. E, soprattutto, fa qualcosa che nessuna chiocciola di giardino potrebbe mai fare: sfrutta la luce del sole per produrre energia. Si chiama Costasiella kuroshimae ed è diventata uno dei simboli più affascinanti della divulgazione scientifica contemporanea, non solo per il suo aspetto, che le ha fatto guadagnare il soprannome di «lumaca pecora» o «ladra di luce», ma per il fenomeno biologico reale che rappresenta, studiato in modo rigoroso da università e centri di ricerca, tra cui i lavori dell’Università di Bonn pubblicati su «Frontiers in Zoology» e le ricerche di Gregor Christa e collaboratori tra Bonn e Düsseld-
orf, apparse sul «Journal of Molluscan Studies».
Questa specie appartiene al gruppo dei sacoglossi, molluschi marini altamente specializzati nel nutrirsi di alghe. Durante l’alimentazione utilizza una struttura chiamata radula, una sorta di «lingua dentata», con cui perfora le cellule algali e ne aspira il contenuto. E fin qui, nulla di particolarmente insolito, ma è ciò che accade dopo a rendere il processo straordinario. Invece di digerire completamente il materiale ingerito, la Costasiella trattiene i cloroplasti, cioè gli organelli responsabili della fotosintesi. Questo processo, noto come kleptoplastia, rappresenta uno dei casi più singolari nel regno animale. Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Bonn insieme a collaboratori internazionali, evidenzia come questa capacità sia limitata ai molluschi sacoglossi, rendendola una strategia evolutiva estremamente rara.
Un contributo fondamentale allo studio del genere Costasiella arriva dal lavoro di Gregor Christa e colleghi presso il Zoologisches Forschungsmuseum Alexander Koenig (Bonn) e la Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf. Nel loro studio del 2014 gli autori dimostrano che alcune specie del genere, tra cui forme affini alla Costasiella kuroshimae, sono in grado di mantenere cloroplasti attivi per settimane, periodo durante il qua-
le avviene effettivamente la fissazione del carbonio, cioè una forma reale di fotosintesi. A questo punto, la tentazione è forte nel chiederci se possiamo davvero parlare di un animale che «diventa pianta». La risposta, come spesso accade in biologia, è più sfumata di quanto possiamo immaginare perché lo stesso studio mostra infatti che la fotosintesi non è sufficiente a garantire la sopravvivenza a lungo termine e il riassunto delle conclusioni suona così: «Gli animali possono vivere anche senza luce per periodi prolungati, il che suggerisce che i cloroplasti funzionino più come una riserva energetica temporanea che come un sistema completamente autonomo».
La Costasiella kuroshimae è un minuscolo mollusco che vive nei mari tropicali. (Wikipedia)
Questa interpretazione è ancor più autorevole in quanto è stata ripresa anche da ricerche più recenti, come quella dell’Università di Aveiro in Portogallo che analizza nel dettaglio i meccanismi cellulari della kleptoplastia e il loro ruolo nel metabolismo. Ad ogni modo, dal punto di vista cellulare, il fenomeno è ancora oggi oggetto di studio e il «Current Biology» riporta una ricerca del 2025 che suggerisce come i cloroplasti vengano mantenuti all’interno dei «kleptosomi»: compartimenti specializzati nel regolare la sopravvivenza temporanea nelle cellule animali. Questo dettaglio è cruciale, in quanto esso indica che non si tratta di una vera integrazio-
ne evolutiva (come quella che, milioni di anni fa, ha portato all’origine delle piante) ma piuttosto di una convivenza controllata e limitata nel tempo. Anche l’aspetto della Costasiella racconta questa storia biologica: le sue appendici dorsali, chiamate cerata, aumentano la superficie corporea e ospitano i cloroplasti, conferendole il tipico colore verde brillante. E non è solo un effetto estetico: è la manifestazione visibile della clorofilla funzionante all’interno del suo corpo, come una sorta di «impronta» vegetale su un organismo animale. Le sue dimensioni restano minuscole (appena 5-10 millimetri) ma sufficienti per essere osservata a occhio nudo. Vive su specifiche alghe del genere Avrainvillea, da cui dipende completamente per ottenere i cloroplasti. E, fatto bizzarro, ogni individuo deve «rubarli» nuovamente: non li eredita, non li produce, non li conserva per tutta la vita. Quindi, i ricercatori sono tutti concordi sul fatto che «in questo senso, la Costasiella kuroshimae non è una fusione tra animale e pianta, ma piuttosto un esempio raffinato di opportunismo evolutivo. Una strategia intermedia, fragile e temporanea, che però apre interrogativi profondi su simbiosi, metabolismo e origine degli organelli cellulari». La natura, anche nei suoi dettagli più piccoli, è spesso molto più complessa e più creativa di quanto immaginiamo.
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Dispacci di Dendrosofia
Ma chi sono questi alberi?
«Contemplare un albero, la sua crescita prodigiosa, non è meno importante di contemplare la vita di una persona. Koda Aya ci mostra che è nella natura che si lascia intravedere il mistero della nostra esistenza», così scrive Laura Imai Messina, autrice e iamatologa, a proposito della raccolta di quindici contemplazioni arboree di Koda Aya, opera postuma uscita in Giappone nel 1992 e arrivata da noi soltanto ora, grazie a Mondadori ma anzitutto grazie al successo del film di Wim Wenders, Perfect Days. La filosofia ispiratrice che anima il personaggio riflette la sensibilità che Koda Aya imprime nelle sue pagine, ovvero lo scandire del proprio tempo umano attraverso una lenta e paziente osservazione di quel che accade agli alberi, stagione dopo stagione. Gli alberi d’altronde sono diventati un catalizzatore universale, quanti scrittori oramai si concentrano su questo fronte del vivente? Quanti filosofi, poeti, camminatori, quanti registi e narratori, fumettari e cantanti, quanti te-
ologi e monaci buddisti, quanti pittori e architetti e sociologi puntano il loro sguardo verso le cortecce, le venature delle foglie, le fioriture degli alberi che ci circondano? È diventata forse una nuova forma di ossessione delle nostre civiltà? Probabilmente sì. Non soltanto botanici e scienziati, o dendrosofi da strada come chi scrive. Noi «alberologi» di lungo corso, accompagniamo la nostra vita con le osservazioni dei cambiamenti arborei, la descrizione impossibile dei grandi alberi vetusti, e misuriamo lo stesso respiro della vita con quei minuscoli cambiamenti che riguardano gli alberi, che quando andiamo in vacanza da qualche parte dobbiamo, per forza, andare in pellegrinaggio al grande pino, al vecchio ulivo, al vasto faggio o all’antico larice – la disponibilità di aggettivi alla fine è sempre la solita. Guardiamo anche forse con un pizzico di scetticismo tutto questo florilegio di nuove osservazioni da parte di occasionali protagonisti della cultura, sebbene conserviamo
La stanza del dialogo
con gelosia il piacere di osservare gli alberi da tante stagioni. Però c’è sempre da imparare, perché ciascuno di noi riesce a notare qualcosa che altri non notano. Ad esempio trovo commovente questa descrizione che Koda Aya fa di un tipo particolare di conifera che cresce nelle foreste dell’isola dell’Hokkaidō, gli abeti di Ezo: «Il numero di semi che rilasciano anno dopo anno è sterminato, ma le foreste dell’Hokkaidō sono un ambiente ostile: anche se i semi germinano, molti non riescono a crescere. Quelli che attecchiscono sopra un tronco caduto sono però fortunati, perché lì le condizioni di crescita sono più favorevoli. Tuttavia, questo non significa che riescano a svilupparsi senza difficoltà. Lo spazio è limitato, e i più deboli soccombono. Solo pochi individui davvero forti e fortunati, capaci di adattarsi a condizioni tanto dure, riescono a sopravvivere, e oggi alcuni hanno raggiunto i tre o addirittura i quattrocento anni. Nati tutti lungo il dorso dello stesso tronco caduto, gli
Ogni bambino che nasce è un atto di fiducia
Gentile signora, sono una bisnonna di 82 anni e mi permetto di rivolgermi a lei per farmi consigliare quale risposta dovrei dare a una mia conoscente di 60 anni che ha un figlio e una figlia adulti. Più di una volta mi sono sentita dire che lei è ben contenta di non avere nipoti (credo l’abbia detto anche ai figli!) con questo mondo che sta andando in sfacelo. Io le ho risposto dandole la mia opinione: se il mondo sta andando a rotoli – per colpa dell’essere umano –non posso comunque accettare il suo profondo pessimismo, la sua negatività. Mi fa piacere che una delle mie nipoti abbia avuto quella piccola dose d’incoscienza (che secondo me c’è sempre voluta) e il coraggio (o la gioia?) di diventare mamma. È chiaro che il mondo sta vivendo una vera e propria rottura e nessuno sa cosa ci porterà. Ma deve essere questo un motivo per arrenderci e vedere con certezza un futuro assolutamente nero? Lei cose ne pensa? Grazie per la sua disponibilità, cordialmente, P.
Gentile P., la domanda che lei pone è importante perché riguarda non solo il futuro del mondo, ma anche il modo con cui lo guardiamo. Da un punto di vista psicologico, che è diverso dall’analisi politica, economica o sociale, nel nostro sguardo sul domani entra sempre una componente caratteriale e affettiva. Alcune persone tendono a percepire maggiormente i rischi e le minacce; altre riescono a riconoscere, accanto alle difficoltà, anche le possibilità di cambiamento e di crescita. Si tratta di differenti modi di elaborare l’incertezza. Quando attraversiamo periodi di trasformazione profonda, come quello che stiamo vivendo, è naturale sentirsi inquieti, tanto che le visioni negative sul futuro possono risultare, per così dire, contagiose. Freud, in un testo classico come Psicologia delle masse e analisi dell’Io, mostra come i sentimenti possano diffondersi e diventare condivisi. Ognuno trova conferma delle
Alimentazione
Liscia o gasata?
Cari lettori, questo mese non risponderò a una vostra domanda personale ma a una che mi viene posta molte volte in ambulatorio: l’acqua gasata fa ingrassare?
Visto che siamo in estate io raccomando a tutti di ricordarsi di bere di più perché col caldo il corpo perde molti liquidi a causa dell’aumento della sudorazione. Bere di più è fondamentale per reintegrare l’acqua e i sali minerali persi, prevenendo la disidratazione e garantendo il benessere generale. Molte persone faticano a idratarsi con l’acqua naturale e confessano che berrebbero di più e con meno sforzo se potessero scegliere l’acqua frizzante, a cui rinunciano solo per la paura di ingrassare. L’acqua frizzante (o effervescente naturale) piace perché ha un sapore più deciso rispetto a quella liscia.
abeti sopravvissuti si ergono adesso in linea retta, l’uno accanto all’altro». Ci vuole una pazienza ciclopica per capire questi sommovimenti, per addentrarsi nei movimenti millimetrici che gli alberi reclamano e esplorano, semplicemente abitando il pianeta. Di fronte a tanta meticolosità risulta forse anche retorico invece vedere quali parole, quali espressioni e quali promesse usano i «divulgatori» per parlare di natura, foreste e benessere. Di fresca pubblicazione è ad esempio Chiedilo agli alberi. Spiritualità, cura e natura di Guidalberto Bormolini: «Se lo sradicamento delle origini ha condotto al disastro umano ed ecologico a cui assistiamo, ci può essere solo una via d’uscita: rimettere radici. E se le prime radici scendevano in basso, forse ora è tempo di riscoprire l’antica saggezza di chi invita a piantarle in cielo». Il volume si pregia, non a caso, di una introduzione di Stefano Mancuso: «Ricongiungersi con la natura, portare la foresta nelle nostre case e noi stessi nelle foreste, non è un
di Silvia Vegetti Finzi
proprie emozioni in quelle degli altri. Il disagio personale può così trasformarsi in un sentire comune. Anche il pessimismo può assumere questa forma e da esperienza soggettiva diventare un clima emotivo collettivo, fino ad apparire come una verità evidente e indiscutibile. Ma il fatto che un’opinione sia largamente condivisa non significa che descriva la realtà nella sua interezza. È vero che il nostro tempo presenta sfide considerevoli. I cambiamenti climatici, le guerre, le tensioni internazionali, l’avvento della Intelligenza artificiale suscitano interrogativi che nessuno può ignorare. Guardare al futuro con una certa fiducia non significa minimizzare questi problemi, ma credere che possano essere affrontati, e magari persino trasformati in opportunità.
La conoscenza del passato può aiutarci a collocare meglio il presente. Appartengo a una generazione che ha conosciuto le persecuzioni razziali, la guer-
ra, la povertà del dopoguerra, la lunga e difficile ricostruzione, gli anni segnati dalla violenza politica. Nessuno di questi passaggi è stato semplice. Eppure non ricordo che fossero accompagnati da un sentimento così diffuso di impotenza e di sfiducia come quello che spesso percepiamo oggi. Forse perché allora le difficoltà erano evidenti, ma altrettanto evidente la necessità d’impegnarsi per superarle.
Il pessimismo è un sentimento e, come tutti i sentimenti, non può essere semplicemente smentito con argomenti razionali. Va ascoltato e compreso. Tuttavia è utile ricordare che rischia di indebolire la nostra capacità di agire, di partecipare, di prenderci cura del mondo che abitiamo. Quando il futuro viene immaginato soltanto come una minaccia, diventa difficile investire energie nella sua costruzione. Pertanto le suggerisco di rispondere all’amica dicendole che una cosa è vedere i problemi,
lusso per il tempo libero. È un atto di cura integrale, un imperativo ecologico e, soprattutto, un ritorno a noi stessi». I poeti della nostra epoca ripetono queste stesse parole da decenni. Sia chiaro: ogni libro aggiunge un mattoncino alla coscienza comune, che siano libri intimi e necessari, quantomeno per chi li ha scritti, o libri più scaltri, magari alimentati dal vento del momento. Basterà questo a cambiare la società moderna? Sarà un ritorno individuale ma di massa alla natura a far sì che la società perduta, diffidente e liquida possa risolidificarsi e apprezzarsi? Chissà, se basteranno edifici simili al Bosco verticale, festival, un’editoria sempre più ecologica e dendrosofica, scuole arbocentriche, aziende e amministrazioni pubbliche sempre più attente al valore ecologico del proprio agire, per edificare una nuova società umana? Noi non avremo tempo di constatarlo, ma forse, tra due, tre o cinque generazioni gli equilibri potrebbero sensibilmente modificarsi.
un’altra dichiarare una resa preventiva. Ogni bambino che nasce porta con sé qualcosa che non esisteva prima: una possibilità nuova, imprevedibile, irriducibile a ogni previsione. I nascituri non arrivano in un mondo già concluso ma contribuiscono a trasformarlo. In questo senso, ogni nascita rappresenta un atto di fiducia nella continuità della vita e nella capacità umana di rinnovarsi. È una fiducia che non elimina i problemi, ma che ci aiuta a non rinunciare in anticipo alle possibilità del futuro. Grazie per avermi permesso di condividere con i lettori una questione che tutti ci riguarda.
Informazioni Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)
Merito delle bollicine, che risvegliano la bocca attivando un mix perfetto di chimica e tatto. L’anidride carbonica, infatti, stimola contemporaneamente sia le papille gustative sia i recettori del «finto dolore» sulla lingua. Il cervello si ritrova così davanti a una vera e propria festa di stimoli simultanei e trasforma questo cortocircuito sensoriale in una sensazione di puro piacere e freschezza. Fa veramente ingrassare? No, l’acqua frizzante pura non fa ingrassare perché contiene zero calorie, esattamente come l’acqua liscia. Il gas aggiunto, l’anidride carbonica, non ha alcun valore energetico. Attenti a non confondere l’aumento di volume della pancia con l’aumento di grasso corporeo: il primo è un «problema» temporaneo. Quando beviamo l’acqua frizzante, inghiottia-
mo anche l’anidride carbonica contenuta nelle bollicine e quest’ultima ha due possibili strade che può intraprendere a seconda dello stato di riempimento dello stomaco. Se pieno, una volta ingerita questa passa nello stomaco e lì si ferma. L’acqua gasata viene solitamente consumata fresca o a temperatura ambiente, ma una volta ingerita incontra la temperatura corporea interna di circa 37 °C. Per una precisa legge fisica i gas si dissolvono molto meno nei liquidi caldi rispetto a quelli freddi. Di conseguenza, l’innalzamento della temperatura fa sì che l’anidride carbonica si separi rapidamente dall’acqua, tornando alla sua forma gassosa libera. Questo rapido sviluppo di bolle esercita una leggera pressione sulle pareti dello stomaco e il corpo reagisce stimolando il riflesso dell’erut-
tazione, un meccanismo naturale che elimina il gas in eccesso e che spesso genera un’immediata sensazione di sollievo e sgonfiamento. Se l’acqua viene invece bevuta a stomaco vuoto, i liquidi non hanno bisogno di subire i lunghi processi di scomposizione dei solidi e transitano quindi in pochissimi minuti direttamente nel duodeno, la prima porzione dell’intestino tenue. Lì subisce una reazione chimica che la trasforma in bicarbonato, questo neutralizza l’acido in arrivo dallo stomaco e crea l’ambiente perfetto per gli enzimi digestivi, riducendo la tipica sensazione di pesantezza post-prandiale. È anche per questo processo che si dice che l’acqua gasata aiuta la digestione. Questo consiglio funziona però solo se l’acqua viene sorseggiata, al contrario se si beve troppo velocemente o in
grandi quantità si introduce un volume di gas eccessivo tutto in una volta. Questo può gonfiare troppo lo stomaco, rallentando la digestione invece di aiutarla, e può peggiorare i sintomi soprattutto in chi soffre di reflusso o gastrite. Per riassumere quindi, se amate l’acqua frizzante, sorseggiatevela bella fresca. Se, subito dopo la pancia, vi sporgerà in fuori, niente panico, come scritto sopra è solo aria, non grasso e prima o poi quest’aria uscirà e tornerete come prima.
Informazioni
Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)
di Tiziano Fratus
di Laura Botticelli
ATTUALITÀ
Migrazione: svolta in vista Il 12 giugno entra in vigore la riforma Ue dell’asilo e la Svizzera applicherà solo alcune misure
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La riedizione di Mein Kampf Conoscere il male e l’odio aiuta a prevenirli o rischia di alimentare nostalgie pericolose?
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Seveso, cinquant’anni dopo Dal disastro della diossina alle domande ancora aperte su salute, ambiente e responsabilità
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Servizio civile, stretta all’orizzonte?
Cuba punta sul sole Mentre blackout e carenze idriche tormentano l’isola, l’Avana guarda al fotovoltaico e alla Cina
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Svizzera ◆ Il 14 giugno si vota su una modifica di legge che punta a limitarne l’accesso: le opinioni di favorevoli e contrari
L’ammissione al servizio civile potrebbe essere nuovamente inasprita. Il 14 giugno prossimo i cittadini dovranno pronunciarsi su una modifica della legge in materia, contro la quale è stato lanciato il referendum. Il progetto, difeso dal Consiglio federale e dalla maggioranza parlamentare, mira a rendere più severe le condizioni di accesso al servizio civile, in particolare per i giovani che stanno compiendo la scuola reclute o l’hanno già conclusa, rafforzando così l’obbligo costituzionale per gli uomini di compiere il servizio militare. Per i fautori del referendum, l’inasprimento proposto è «discriminatorio». Sono convinti che sia «il primo passo verso la soppressione del servizio civile». La riforma dovrebbe spuntarla.
I militi prestano un minimo di 245 giorni di servizio e i civilisti 365. Nel 2025 al servizio civile sono state ammesse 7211 persone
Nel 1996, al momento dell’introduzione del servizio civile, accedervi era molto difficile. Coloro che non si sentivano di prestare servizio militare erano sottoposti all’«esame di coscienza». Per iscritto, dovevano esporre in modo credibile e nel dettaglio il loro conflitto. Erano poi ascoltati da una commissione d’ammissione che decideva sulla credibilità delle giustificazioni addotte. Il primo anno sono state accolte solo 96 domande. Fino al 2008, non superavano le 2000. Le ripercussioni sull’esercito non tardarono a farsi sentire, anche perché i suoi effettivi erano stati dimezzati: da circa 400’000 soldati a 200’000.
Dal 2009, con l’entrata in vigore della cosiddetta «prova dell’atto», le cose cambiarono: per dimostrare il conflitto di coscienza bastava essere pronti a compiere un servizio civile della durata pari a 1,5 volte quella del servizio militare. Da quell’anno, le ammissioni sono esplose: quasi 7000 persone hanno scelto il servizio civile. Una parte delle reclute ha optato direttamente per il servizio civile. Anche molti militari in servizio hanno chiesto di sfruttare questa opportunità. Attualmente i militi prestano un minimo di 245 giorni di servizio e i civilisti 365.
Dall’introduzione della «prova dell’atto», l’esercito avverte una crescente pressione sugli effettivi. Nel 2018 una nuova riforma dell’esercito riduce ulteriormente gli effettivi a 100’000. Il numero di militi che confermano una domanda d’ammissione al servizio civile, dopo aver già svolto una parte importante dei loro obblighi militari, resta elevato. Nel 2025 al servizio civile sono state ammesse 7211 persone. Per il Governo questo
numero è problematico. Ha così proposto questa modifica di legge per ribadire chiaramente che il servizio civile è un’eccezione e non un’alternativa al servizio militare. Attualmente le persone tenute a compiere il servizio civile sono più di 60’000. A fine giugno 2024 erano 57’174. Di queste, 27’237 non avevano ancora svolto il numero di giorni di servizio previsto. Ma qual è la strategia proposta da Berna per frenare il numero di ammissioni al servizio civile? La revisione della legge prevede sei misure. La prima: chi passa al servizio civile dovrà prestare almeno altri 150 giorni di leva, a prescindere dal numero di giorni di servizio militare rimanenti. In questo modo si impedisce che la durata del servizio civile si riduca a poche settimane, quando l’interessato ha già svolto molti giorni di leva nell’esercito. La seconda: i sottufficiali e gli ufficiali che passano al servizio civile, ora tenuti a compiere solo il 10% di giorni di servizio in più rispetto a quelli rimanenti nell’esercito, dovranno pure compiere un numero di giorni 1,5 volte superiore. La ter-
za: chi studia medicina umana, odontoiatria o veterinaria non potrà più sfruttare il servizio civile per maturare un’esperienza in un settore utile al suo percorso professionale. L’esercito è infatti a corto di personale medico. Medici e studenti di medicina potranno comunque prestare servizio civile in un altro settore. La quarta: chi ha già ultimato gli obblighi militari (corsi di ripetizione compresi) non può più passare al servizio civile solo per evitare il tiro obbligatorio annuale.
La quinta: analogamente al servizio militare, a partire dall’anno successivo a quello del loro primo impiego, i civilisti saranno tenuti a prestare servizio ogni anno fino a quando avranno prestato tutti i giorni di leva previsti. Oggi i civilisti dispongono di maggiore libertà per pianificare gli impieghi. La sesta: obbligo di concludere l’impiego di lunga durata (180 giorni) già nell’anno successivo all’ammissione al servizio civile, se la domanda è presentata prima o durante la scuola reclute. Il Consiglio federale stima che con questi provve-
dimenti, se accolti, il numero di ammissioni al servizio civile scenderà a 4000 all’anno, con una diminuzione di circa il 40%. Prevede dunque di frenare notevolmente il passaggio al servizio civile da parte di soldati formati e incorporati nell’esercito, dopo la scuola reclute.
I civilisti operano in ospedali, strutture sociali, scuole, protezione della natura, agricoltura o economia alpina
Il referendum è stato lanciato dalla Federazione svizzera per il servizio civile CIVIVA e dai Giovani verdi. Sono sostenuti da PS, Verdi liberali e una trentina di organizzazioni, tra cui il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE). Per loro, una diminuzione di civilisti si farà sentire dove sono più necessari: ospedali, case di riposo e strutture medico-sociali, scuole, protezione della natura, agricoltura o economia alpina. Per i contrari, le restrizioni proposte da Berna
sono ritenute «inutili e discriminatorie». Indeboliranno il servizio civile, senza rafforzare l’esercito, i cui effettivi non sono minacciati, bensì troppo numerosi, con decine di migliaia di soldati che possono essere mobilitati in ogni momento. Secondo i fautori della riforma (UDC, PLR, Centro e Organizzazioni paramilitari), l’attuale situazione geopolitica richiede un esercito efficiente. Attualmente si trova indebolito, visto che perde troppi effettivi, compresi quadri e specialisti, a favore di un servizio civile «troppo attraente».
Il servizio civile deve dunque restare «l’eccezione alla regola», secondo la quale ogni cittadino svizzero deve compiere il servizio militare, ha sottolineato il presidente della Confederazione Guy Parmelin. Per i favorevoli, il servizio civile va riservato ai veri obiettori di coscienza e non agli «opportunisti». La revisione non garantisce soltanto gli effettivi dell’esercito, ma anche quelli della protezione civile, che all’inizio del 2025 contava solo 57’000 membri.
Alessandro Carli
Migrazione, cosa cambia dopo il 12 giugno
Svizzera ◆ Entra in vigore la riforma europea sull’asilo: Berna applicherà solo alcune misure, tra controlli più severi alle frontiere e nuove regole nei rapporti con l’Ue
Roberto Porta
Di questi tempi c’è un gran andirivieni di accordi tra Berna e Bruxelles. Patti che possono essere divisi in tre categorie. Ce ne sono alcuni in fase embrionale, come quello che riguarda l’intesa che mira a semplificare la partecipazione della Svizzera alle missioni di pace dell’Unione europea. A livello di bozza iniziale si trova anche l’accordo in materia di sicurezza, un argomento che verrà discusso la settimana prossima dal Consiglio degli Stati. Da affrontare una mozione che chiede al Governo di elaborare un mandato negoziale per definire un accordo con Bruxelles nell’ambito della difesa militare, tema decisamente ostico per un Paese neutrale come il nostro.
Vi sarà un rafforzamento dei controlli e delle registrazioni alle frontiere esterne dell’Unione europea
In una fase molto più avanzata si trova invece il cosiddetto «Pacchetto per la stabilizzazione e lo sviluppo delle relazioni Svizzera-Ue», chiamato anche «Bilaterali 3». Le trattative sono concluse da tempo, il «malloppo» deve ora superare i dibattiti in Parlamento e successivamente l’ormai certa votazione popolare. Un’intesa dal-
le dimensioni imponenti, oltre mille pagine per definire le future relazioni tra il nostro Paese e l’Unione. C’è poi una terza tipologia di accordi, quelli ormai pronti a entrare in
vigore. E in questa categoria spicca il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione europea, la cui applicazione concreta scatterà il prossimo 12 giugno. Una data a cui anche il nostro
In Svizzera si prevedono anche un potenziamento del sistema informatico di registrazione delle persone in arrivo e nuove norme da adottare quando l’Ue si trova confrontata con una crisi migratoria. (Keystone)
Paese è chiamato a prestare attenzione. Dopo anni di intense trattative, nel corso del 2025 i Paesi membri dell’Ue sono riusciti a siglare questo accordo, chiamato a rivedere i meccanismi che regolano il sistema europeo di migrazione. Una riforma che soddisfa anche gli interessi della Svizzera, così almeno ritengono Governo e Parlamento, anche se, in un primo momento, il Consiglio nazionale aveva bocciato questo nuovo pacchetto.
Da notare che il nostro Paese nell’ambito degli accordi di Schengen e Dublino, che riguardano migrazione, sicurezza e asilo, era stato coinvolto in modo attivo nelle discussioni che hanno portato alla definizione di questo nuovo patto. E questo grazie a quella che nel gergo diplomatico viene chiamata «decision shaping», la possibilità per un Paese terzo all’Ue di far valere le proprie posizioni nell’elaborazione di nuove normative comunitarie, perché associato a una delle sue aree, in questo caso quella di Schengen/Dublino.
Riassumendo all’osso, questa riforma si pone due obiettivi principali. In primo luogo vi sarà un rafforzamento dei controlli e delle registrazioni alle frontiere esterne dell’Ue, con l’introduzione di procedure più veloci per valutare le domande d’asilo in arrivo, anche per ridurre la cosiddetta «migrazione secondaria» all’interno dello Spazio Schengen/Dublino. Questo nuovo patto introduce anche dei meccanismi di solidarietà vincolanti, affinché i 27 Paesi membri dell’Ue accettino di sostenersi vicendevolmente nel ripartirsi i profughi in arrivo. Un meccanismo voluto per alleggerire il carico migratorio che normalmente pesa sui Paesi che si trovano alle frontiere esterne. La Svizzera ha adottato soltanto parzialmente questo nuovo patto, facendo proprie solo le parti che riguardano l’area Schengen/Dublino. Una versione «light» che comprende, oltre ai due punti appena elencati, anche un potenziamento del sistema informatico di registrazione delle persone in arrivo e nuove norme da adottare quando l’Unione europea si trova confrontata con una crisi migratoria. Per quanto riguarda i meccanismi di solidarietà va detto che essi non han-
no valore vincolante per il nostro Paese. Berna rimane dunque libera di partecipare a eventuali operazioni di ridistribuzione dei migranti, definite tra i Paesi dell’Unione. Dal punto di vista politico, questo accordo era stato avversato in particolare dall’UDC, che vi vede una perdita di sovranità a danno del nostro Paese proprio in un ambito sensibile come quello migratorio. Contrari per motivi opposti anche i Verdi, per loro questo patto mette a repentaglio il diritto all’asilo a causa di un’impostazione troppo rigida delle politiche migratorie, allo scopo, a detta degli ecologisti, di respingere alle frontiere esterne il maggior numero possibile di profughi. Il sostegno all’accordo è arrivato da Centro e Partito socialista, con l’appoggio del PLR, seppur in ordine sparso. Diatribe politiche a parte, va detto che questo nuovo patto dovrebbe riuscire anche a gettare le basi per risolvere il contenzioso aperto ormai tre anni fa dall’Italia. Il Governo guidato da Giorgio Meloni si rifiuta di riaccogliere all’interno dei suoi confini i profughi che si trovano nel nostro Paese ma che in un primo tempo avevano presentato una domanda d’asilo alle autorità italiane. L’accordo di Dublino prevede questi rinvii, ma dal 2023 Roma si rifiuta di attuarli. Un blocco che ha obbligato la Svizzera ad accogliere in questi ultimi tre anni circa 2500 persone. Nel frattempo oltre 800 di loro hanno ottenuto asilo nel nostro Paese, per un costo che finora si aggira attorno ai 60 milioni di franchi, come ha fatto sapere il Consiglio federale. Un braccio di ferro che ha fatto reagire diversi parlamentari federali, in particolare del centro-destra, che parlano di «scandalo» e che invitano il Governo ad alzare la voce nei confronti di Roma. Su questo punto si attendono eventuali sviluppi nel corso della prossima estate.
Il nuovo patto introduce dei meccanismi di solidarietà vincolanti, affinché i 27 Paesi membri dell’Ue si ripartiscano i profughi
In conclusione va detto che proprio la settimana scorsa il Parlamento e il Consiglio dell’Ue hanno completato il Patto sulla migrazione e l’asilo con un altro meccanismo destinato a fare parecchio discutere, quello che prevede la possibilità di trasferire i richiedenti l’asilo in speciali centri situati in Paesi terzi, e considerati sicuri come Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Tra le polemiche l’Italia ha già realizzato uno di questi «return hub» in Albania. Anche la Svizzera è interessata a questi sviluppi, proprio la settimana prossima il Consiglio degli Stati discuterà una mozione dell’ex presidente PLR Petra Gössi che chiede al Consiglio federale di partecipare a questo tipo di progetti. Nel suo parere preliminare il Governo invita comunque a bocciare questa proposta, sottolineando che «un tale passo comporta numerosi ostacoli e rischi». La parola ora spetta però al Parlamento, che potrebbe anche decidere di allineare il nostro Paese all’Unione europea, anche per quanto riguarda questi «return hub». E forse il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo comincerà a piacere anche alla destra sovranista elvetica, che finora lo ha avversato.
Gli articoli già soggetti a una riduzione sono esclusi da questa offerta. Offerta valida dal 11.6 al 24.6.2026, fino aesaurimento scorte.
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Il ritorno della mostruosità nazista
Storia ◆ Una nuova edizione di Mein Kampf riaccende il dibattito: conoscere il male aiuta a prevenirlo o rischia di alimentare nostalgie pericolose? Benedetto Croce sosteneva che «conoscere gli avversari val meglio che pretendere d’ignorarli»
Orazio Martinetti
La casa editrice Garzanti ha mandato in libreria una nuova versione del Mein Kampf di Adolf Hitler. L’hanno curata due storici di chiara fama, Marcello Flores e Giovanni Gozzini, sulla base di una ri-traduzione svolta da Roberto Venuti: un’edizione che si vuole critica e integrale, dato che riunisce in un solo volume due tomi pubblicati in anni diversi, il primo nel 1925, il secondo nel 1926. Hitler prese a vergare la sua opera incendiaria nella fortezza di Landsberg am Lech, poco lontano da Monaco di Baviera, la città in cui il giovane mestatore e i suoi seguaci nel novembre del 1923 avevano architettato un colpo di Stato per rovesciare la Repubblica di Weimar, un ordinamento per il quale i nazisti provavano sommo disprezzo. La prima parte – sotto il titolo «Abrechnung», ossia resa dei conti – è largamente autobiografica: il futuro Führer rimemora in cella i suoi anni giovanili, dalla nascita nell’alta Austria, a Braunau sull’Inn nel 1889, figlio di un modesto impiegato delle dogane, alla successiva esperienza a Vienna, dove cercò di entrare, senza successo, nell’Accademia di Belle Arti. Per sopravvivere dovette ripiegare su attività precarie come acquerellista di strada: attività che comunque gli permise di conoscere la città, la sua varia umanità, la vita politica, la folta presenza di immigrati, tra cui numerosi «Ostjuden», gli ebrei provenienti dalle regioni orientali.
Uomo mediocre e disadattato
Nel 1912 lascia la capitale dell’impero austro-ungarico per Monaco di Baviera: ha raggiunto i ventitré anni e qui, sempre rimanendo un po’ ai margini, inizia a darsi una più precisa coscienza politica, dentro una costellazione in cui s’incrociano sentimenti antisemiti, pulsioni nazionaliste e progetti politici volti a raccogliere in un unico Reich tutte le comunità della diaspora tedesca. Nel 1914 Hitler si arruola volontario in un reggimento bavarese. Spe-
dito al fronte della Somme rimane mezzo accecato dai gas, ed è durante la convalescenza al termine della guerra che inizia a recriminare contro le autorità, civili e militari, che si erano arrese, accettando condizioni umilianti per la Germania, come la cessione alla Francia dei territori dell’Alsazia Lorena e il gravoso fardello delle riparazioni di guerra. L’umiliazione subita dalla Germania rimarrà il suo chiodo fisso sino all’ascesa al potere nel gennaio del 1933. Fallito il colpo di mano del 1923, per Hitler inizia una turbolenta traversata del deserto, in cui si ripropone di ricostituire il partito nazionalista, dotandolo di programma e di piani d’azione (argomento del secondo tomo, composto al termine della carcerazione, nove mesi, peraltro confortevoli). È in questo clima che il Mein Kampf si avvia a diventare presso le milizie naziste il «Vangelo del tempo nuovo» (definizione di Goebbels) o «la Bibbia dei nazisti» (il riferimento alla tradizione cristiana non è casuale).
Un testo farraginoso
Nei primi anni le vendite sono modeste. Il prezzo del volume è alto e poi la sua prosa appare melmosa e ripetitiva. Uno dei suoi più noti biografi, Joachim Fest, ha definito il suo stile ritmato da «periodi arzigogolati che si contorcono a guisa di vermi». Libro indigesto e lutulento dunque, che tuttavia, sull’onda del crescente successo del movimento nazionalsocialista, raggiungerà negli anni Trenta e fino al suicidio del dittatore nel 1945 tirature vertiginose. Chi si è occupato dei numeri indica dai 12 ai 15 milioni le copie vendute, in patria e all’estero (anche negli Stati Uniti), e in seguito tradotto in 18 lingue, con un introito stimato intorno ai 15 milioni di Reichsmark. Anche tutti i novelli sposi ricevevano come omaggio una copia del libro.
Presente nelle famiglie e nelle biblioteche pubbliche, recensito favorevolmente su giornali e riviste, re-
golarmente riedito, il Mein Kampf si impose come l’opera di riferimento del nazionalsocialismo trionfante. Una traduzione italiana, parziale, limitata al secondo tomo, fu pubblicata dall’editore Valentino Bompiani nel 1934.
Alla fine della guerra, con la Germania piegata e occupata dagli alleati, il Mein Kampf fu messo al bando, ritirato dalla circolazione e non più ristampato.
Il bando in Germania è rimasto in vigore fino al 2015, l’anno in cui, dopo 70 anni, sono scaduti i diritti d’autore detenuti dallo Stato libero di Baviera. È sorto quindi l’interrogativo: che fare di quest’opera, considerata maledetta e pericolosa, generatrice di possibili nostalgie per il nazismo, focolaio di idee antisemite e razziste? Non era forse da considerare come un ulteriore, macabro oltraggio alle vittime del regime?
L’Istituto di storia contemporanea di Monaco (Institut für Zeitgeschichte) rispose proponendo un’edi-
Cosa succedeva quando sono nata, il 26 settembre 1976
Sono nata 50 anni fa, il 26 settembre 1976. Mi hanno detto che era domenica e che pioveva. Nascita bagnata, nascita fortunata? Della mia infanzia ricordo i tragitti casa-scuola a Loreto e le gite in bici lungo il lago con mia sorella. Mio figlio invece è nato il 4 dicembre 2010 con un sole meraviglioso. (Lorenza Bertoli)
Cara Lorenza, tornando indietro di 50 anni grazie al nostro archivio ci immergiamo in un clima di fermento culturale e politico. Si parla tanto di donne nell’edizione del 23 settembre 1976, a partire dalla loro condizione nella vicina Penisola: «Nascere donna in Italia è un grave infortunio come nascere negri in Sudafrica o in Louisiana. Gli italiani (maschi) così tolleranti verso i cittadini stranieri di altre razze, diventano profondamente razzisti (...) verso le connazionali ed anche le ospiti straniere». Nonostante voti dal 1946 e possa essere eletta anche alle più alte cariche dello Stato, la donna «rimane un cittadino di seconda categoria», «un essere senz’anima e
senza personalità, da offendere, maltrattare e violentare se le circostanze lo permettono». Nell’articolo si accenna poi al delitto d’onore e alla colpevolizzazione mediatica delle vittime. In Svizzera c’è poco da rallegrarsi, aggiungiamo noi: il voto alle donne arriva solo nel 1971, l’articolo costituzionale sulla parità nel 1981 e nel 1988 la revisione del diritto matrimo-
niale sancisce finalmente l’uguaglianza tra coniugi (prima era il capo famiglia a decidere su lavoro, domicilio e finanze). Solo nel 1992 lo stupro viene riconosciuto anche all’interno del matrimonio...
Comunque si reagisce, cara Lorenza: è il periodo della cosiddetta Seconda ondata del femminismo (tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta). Si va oltre la rivendicazione dei diritti di base, mettendo in discussione l’intera organizzazione della vita quotidiana e dei rapporti sociali. L’idea è che «il personale è politico»: esperienze private come matrimonio, maternità e lavoro domestico riflettono disuguaglianze da superare.
Su «Azione» troviamo un’intervista a una delle figure chiave di quella corrente: la scrittrice e attivista statunitense Betty Friedan (1921-2006), famosa per il libro La mistica della femminilità. Le donne – dice – «non possono in nessun modo mostrare capacità cosiddette maschili e per gli uomini è ritenuto una vergogna mostrarsi teneri e
zione critica e fittamente commentata, che dopo qualche iniziale remora ha visto la luce nel 2016, in due libroni di complessive 1948 pagine corredate da 3500 dotte annotazioni.
Traboccante d’odio
È stato giusto rimettere il Mein Kampf in circolazione? (in Germania, perché altrove il libro non è mai stato ritirato, nemmeno in Italia, proposto in edizioni raffazzonate ma anche in edizioni assai curate, come quella a firma di Giorgio Galli per Kaos Edizioni). L’operazione dell’Istituto ha certamente avuto il merito di disinnescare tramite un apparato scientifico accuratissimo questa mostruosità nazista, per rifarsi alle parole del settimanale «Der Spiegel». Rimane però la domanda, se sia opportuno ristampare un’opera traboccante odio contro ebrei, marxisti, socialisti, repubblicani, tutti nemici della grande Germania?
I curatori di questa riedizione italiana non hanno dubbi: «La conoscenza è sempre meglio dell’ignoranza o della censura, anche (e forse soprattutto) quando si applica a una realtà che non ci piace». Benedetto Croce, replicando nel 1925 a Mussolini (il quale si era vantato di non aver letto nemmeno un rigo del filosofo napoletano), volle affermare un principio cui teneva particolarmente: «Conoscere gli avversari val meglio che pretendere d’ignorarli». Non vi è certezza, ma se cento anni fa i custodi dell’ordinamento democratico-repubblicano avessero letto con vigile attenzione queste deliranti riflessioni, Hitler e i suoi accoliti avrebbero incontrato maggiori ostacoli nell’imporre al popolo tedesco il loro criminale progetto totalitario. Una particolarità colpisce il lettore di quest’edizione italiana: sulla copertina, in cui spicca un grande quadrato nero, non figura il nome dell’autore. Scelta dettata da scrupoli di natura etica o da timori legati ai mai morti rigurgiti dell’hitlerismo?
sensibili. Questo tipo di polarizzazioni ci impedisce di svilupparci come esseri umani completi e costituisce un impoverimento notevole».
Nella stessa edizione leggiamo anche un articolo più leggero, ma capace di cogliere il clima di cambiamento e una certa voglia di libertà. Si intitola «I seni più dei gioielli» e parla delle mode che scatenano il panico tra commercianti e fabbricanti di costumi da bagno: il «topless» e «l’abbronzatura integrale, che si va diffondendo sempre di più in Paesi come la Francia, la Repubblica federale tedesca (siamo in piena Guerra fredda, ndr.) e i Paesi scandinavi». Di pari passo cresce anche il giro d’affari per estetisti, massaggiatori e «specialisti di chirurgia estetica».
Sempre sul filo dell’estetica, lo stesso giornale cambia registro e ci porta altrove: «(non se la prendano le femministe)... il maschio è sempre più bello, ornato, grande e possente, con code, creste, barbigli e speroni negli uccelli, corna e criniere nei mammife-
ri». Si tratta di un articolo sulla caccia! La stagione del 1976 inizia proprio il giorno del tuo compleanno. «In rapporto alla popolazione la nostra percentuale è tra le più elevate al mondo: un cacciatore ogni trenta abitanti, come l’Italia e la Grecia». Dagli animali selvatici passiamo infine a quelli immaginari: gli unicorni, in onore di tuo figlio. Nell’edizione del 6 dicembre 2010 – vicina al suo compleanno – si racconta di una pittrice d’avanguardia, Camomile Hixon, che a Manhattan affigge duemila manifesti offrendo una ricompensa per il suo unicorno smarrito. Il risultato, grazie anche ad alcuni blog che riportano la notizia: migliaia di chiamate da 46 Stati Usa e 32 Paesi diversi. Largo agli unicorni dunque, capaci di stupire, divertire e regalare una via di fuga magica da crisi e stress.
Scrivi ad «Azione»
Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch, oggetto: «Il mio compleanno».
di
Romina
Borla
Keystone
magnific.com
Seveso, cinquant’anni dopo la nube tossica
Italia ◆ Dal 10 luglio 1976, quando la diossina avvolse la Brianza alle domande ancora aperte su salute, ambiente e responsabilità
Roberto Festorazzi
Cinquant’anni fa il disastro di Seveso cambiò profondamente la percezione pubblica dei rischi industriali e ambientali. Chi scrive conserva un ricordo diretto di quei giorni: passando sull’autostrada Milano-Meda, all’altezza di Seveso, l’area dell’«incidente» era inaccessibile, e dietro le «sbarre» di una prigione tutta recintata e invisibile, s’immaginava qualcosa di spettrale, uno scenario da incubo. Mio padre, seguendo le indicazioni della segnaletica, chiudeva le bocchette dell’aria dell’auto per evitare che la contaminazione potesse raggiungere anche chi era solo di passaggio. Il 10 luglio 1976, in poche ore, un Comune della Brianza si ritrovò investito da una nube tossica sprigionata da un reattore dell’Icmesa di Meda, una società controllata dalla svizzera Givaudan, dal 1963 parte del gruppo Hoffmann La Roche. La sostanza rilasciata – la diossina, tra i composti chimici più pericolosi conosciuti – divenne rapidamente sinonimo di paura, incertezza e vulnerabilità ambientale.
Per mesi, per anni, le «tute bianche», dal nome delle divise con maschere e guanti indossate dal personale specializzato nelle operazioni di decontaminazione e bonifica della zona colpita, divennero il simbolo di quello che la rivista «Time», nel 2010, ha classificato come l’ottavo tra i peggiori disastri ambientali della sto-
ria. Era un sabato di luglio, all’ora di pranzo, quando una nube tossica venne diffusa, dal vento, da Meda verso Sud, concentrandosi sul territorio del Comune di Seveso, ma ammorbando anche l’aria dei paesi confinanti, come Cesano Maderno, Barlassina, Bovisio Masciago, Nova Milanese, Seregno, Varedo, Lentate sul Seveso. Le prime avvisaglie furono un odore acre e infiammazioni agli occhi. La certezza della dispersione di una quantità di diossina che oggi sappiamo essere stata di 15-18 chilogrammi, venne confermata il 14 luglio dalle analisi effettuate da Givaudan, ma le autorità italiane non furono informate. Il giorno dopo, i sindaci di Seveso e Meda emisero ordinanze che proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici.
La notizia dell’incidente apparve sui giornali soltanto a una settimana dal suo verificarsi. Il territorio di Seveso fu suddiviso in tre zone: A (la più contaminata), B (contaminazione intermedia) e R (zona di Rispetto). Tra il 26 luglio e il 2 agosto, vennero evacuati 676 cittadini da Seveso e 60 da Meda. Gli intossicati furono centinaia: 240 persone, per la maggior parte bambini, vennero colpiti da cloracne, una dermatosi provocata dall’esposizione al cloro e ai suoi derivati. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell’alto potere diserbante della diossina. Ne derivò un
ambiente desertificato, quasi lunare. Oggi di tutte quelle piante scheletrite sopravvive soltanto un alto pioppo che è stato iscritto nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia.
Morirono circa 3300 animali, ma altri 76’000 capi di bestiame dovettero essere abbattuti. Nell’area più inquinata, la zona A, il terreno fu asportato fino a una profondità di 80 centimetri e depositato in vasche di contenimento. Agli inizi degli anni Ottanta vennero quindi scavati due enormi
crateri in cui venne riposto tutto ciò che era presente nella zona A: il terreno rimosso, le macerie dell’Icmesa, che fu rasa al suolo, il reattore da cui si originò il disastro (sigillato in un sarcofago di cemento) e anche i macchinari utilizzati per la demolizione e gli scavi. Al di sopra di queste vasche poi sorse il Bosco delle Querce, che rappresenta il simbolo della speranza e della rinascita di un territorio sfregiato dall’attività umana. Il Partito radicale, e alcuni organi
di stampa, in quel 1976, misero in atto una campagna sul rischio che potessero nascere bambini-mostri, per effetto dell’avvelenamento delle madri gestanti. A quell’epoca, l’interruzione della gravidanza non era ancora legge in Italia, per cui il Governo autorizzò l’aborto terapeutico per le donne dell’area contaminata che ne avessero fatto richiesta.
Benché la nube tossica non abbia provocato morti immediate tra la popolazione, gli studi epidemiologici dell’Istituto superiore di sanità e da gruppi di ricerca internazionali hanno evidenziato, nel lungo periodo, un aumento di alcune patologie: in particolare neoplasie del tessuto linfatico, mielomi e leucemie, oltre a incrementi della mortalità per malattie circolatorie e respiratorie e a una maggiore incidenza di diabete mellito, soprattutto tra le donne nelle zone a più alta contaminazione (A e B).
Sul piano della responsabilità civile, fu intentata una causa dalla Regione Lombardia contro l’Icmesa. Le due parti, nel 1980, raggiunsero un accordo per far sì che la società pagasse la somma di 103 miliardi e 634 milioni di lire per le spese e i programmi di bonifica e per la sperimentazione. I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale proprietaria dell’azienda, con la liquidazione di oltre 7000 pratiche per una spesa di circa 200 miliardi di lire.
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«Tute bianche» che cercano animali morti dopo la catastrofe nell’estate del 1976. (Keystone)
Cuba punta sul sole che parla cinese
Caraibi ◆ Mentre blackout e carenze idriche tormentano l’isola stretta nella morsa dell’embargo statunitense, l’Avana guarda al fotovoltaico e all’asse con Pechino
Dimitri Singenberger
Cuba resta al buio in un clima di forti tensioni. A inizio maggio l’Unión Eléctrica (UNE) ha registrato un deficit record di 1448 megawatt, pari a circa la metà del fabbisogno nazionale; a metà mese l’Avana ha vissuto cinque notti consecutive di proteste contro i blackout e la mancanza d’acqua. Beat Schmid, responsabile energetico dell’Ong svizzera AMCA, spiega dalla capitale: «I blackout superano le venti ore giornaliere. Senza carburante i servizi essenziali sono sotto pressione: i camion dei rifiuti non circolano e la catena del freddo è compromessa. Nei supermercati gli scaffali si svuotano: senza petrolio non si produce più». Oltre il 70% delle famiglie ha ridotto i pasti; molte sopravvivono solo grazie alle rimesse estere. Al collasso alimentare si aggiunge un sistema sanitario allo stremo, con ambulanze ferme e medici costretti a dormire in ospedale.
Oltre all’emigrazione di massa che segna l’intero Paese, la crisi colpisce anche il cuore agricolo di Viñales – mecca della produzione di tabacco – dove il turismo è praticamente azzerato. Per Aldo Tomás Suárez Rodríguez, professore al Centro universitario municipale, la quotidianità è una «resistenza creativa: i blackout arrivano all’improvviso e si sommano al blocco dell’erogazione idrica».
In questa paralisi nazionale, l'Avana accelera sulle rinnovabili con Pechino. I dati di Ember («Financial Times») mostrano che l’export di pannelli cinesi verso l’isola è passato dai 16,6 milioni di dollari del 2019 ai 117 milioni del 2025. Questa svolta è una priorità di sicurezza nazionale, ma solleva un dubbio: l'asse con Pechino basterà a diversificare un mix energetico al collasso?
La scommessa dei 54 parchi
Grazie all’intesa con la Cina, il Piano nazionale fonti rinnovabili (FRE) ha allacciato alla rete nell’ultimo anno 54 parchi fotovoltaici per circa 1 GW di potenza. Di giorno il sole copre fino a un terzo del fabbisogno, ma la rete è fragile e obsoleta: le infrastrutture disperdono quasi un quinto dell’elettricità prodotta a causa di cavi e trasformatori usurati da decenni. Il vero nodo resta l’accumulo. Per questo il ministro dell’Energia, Vicente de la O Levy, ha annunciato sistemi di storage: grandi batterie industriali capaci di regolare gli sbalzi e rilasciare l’energia nelle ore di picco. Una tecnologia cruciale, ma ancora insufficiente.
La rivoluzione dei tetti
La transizione passa anche dai tetti della capitale. «All’Avana i pannelli si diffondono su case e attività grazie al
sostegno economico dei familiari emigrati all’estero», spiega Schmid. In queste settimane la rete si estende con 5000 kit domestici da 2kW donati da Pechino per case isolate e centri vitali. A Viñales, la famiglia
Rodríguez ne ha installato uno al costo di 150 dollari, contro i 2000 di mercato, prezzo inaccessibile sull’isola dove lo stipendio medio varia dai 7 ai 30 dollari mensili. «È un aiuto importante», racconta il professore, «lo abbiamo installato grazie a un programma statale per i professionisti di università, sanità, istruzione e ricerca». Lo stesso piano doterà anche banche, policlinici, case di riposo, strutture materne e servizi funebri, permettendo di usare il sole per luce, cottura e refrigerazione. Ma la
tecnologia risponde a logiche globali: per allentare la morsa della crisi, Cuba si ritrova a legare il proprio futuro alle catene di approvvigionamento asiatiche.
Il prezioso nichel
Pechino controlla l’80 per cento della filiera globale del fotovoltaico. Per Cuba questo dominio è una necessità geopolitica: la tecnologia del Dragone viaggia al riparo dai vincoli dell’embargo statunitense. Muovendosi fuori dal circuito del dollaro, Pechino sostiene l’isola con donazioni e con il baratto di materie prime come il nichel, risorsa strategica per l’industria siderurgica asiatica, di cui il sottosuo-
lo cubano è ricchissimo. L’asse politico è solido, come dichiarato dal portavoce degli Esteri cinese Lin Jian: «Faremo il possibile per supportare Cuba». Aiutare l’Avana significa, per Pechino, consolidare così un alleato a due passi dagli Stati Uniti e garantirsi uno snodo logistico verso il Centro e Sud America, anche se gli analisti evidenziano il rischio di un «lock-in tecnologico». Sul terreno i tecnici cinesi infatti non mancano: «Sono impegnati nella costruzione dei parchi, ma il grosso del lavoro è fatto comunque dai cubani», osserva Schmid. Intanto, scooter e veicoli elettrici cinesi iniziano a rappresentare un nuovo volto delle strade cubane.
L’assedio dei mercati
Sull'altro fronte pesa l’inasprimento delle sanzioni statunitensi. Per Schmid, che con AMCA si è visto negare prodotti «made in USA» in più occasioni, senza un alleggerimento delle pressioni non ci sarà sviluppo. Il nuovo ordine esecutivo di Trump del 1. maggio 2026 ha introdotto severe sanzioni secondarie, spaventando le banche internazionali e innescando un effetto di overcompliance (ovvero andare anche oltre la norma per stare «ultrasicuri») tra le aziende europee. Intanto i partner latinoamericani arretrano: dal Messico e dal Venezuela i flussi petroliferi si sono praticamente azzerati a inizio 2026. È il paradosso
di un'isola che estrae il 40% del greggio necessario, ma si tratta di un olio extra-pesante e sulfureo, impossibile da raffinare per i carburanti tradizionali e utilizzabile solo nelle centrali termoelettriche. Per i trasporti Cuba dipende da un estero che non risponde, se si escludono consegne russe episodiche come la petroliera Anatoly Kolodkin, i cui 700’000 barili garantiscono appena una settimana di autonomia al sistema.
Sovranità o nuove dipendenze?
Tra blackout e forniture in calo, il fotovoltaico resta così l’unica alternativa energetica. Come afferma l’ingegnere Ramsés Montes Calzadilla, direttore della Strategia energetica del Ministero dell’energia: «A Cuba il sole non si sanziona. Il carburante è qui». Lo sviluppo del solare potrebbe così far risparmiare all’isola 750mila tonnellate di combustibile all’anno, tuttavia meno petrolio significa più tecnologia straniera. «Cuba è sempre stata storicamente dipendente da partner esterni», chiosa Rodríguez, ricordando i sovietici, il Venezuela e oggi Pechino. Una dinamica storica che continua a condizionare le scelte strategiche dell’Avana. Per Schmid il solare resta comunque «il futuro», mentre per Rodríguez è «l’unica fonte affidabile quando cala il buio». Le petroliere possono essere bloccate dalle sanzioni. Il sole no.
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Pannelli solari in arrivo all’Avana e, in basso, persone al buio sul Malecón –il lungomare della capitale – durante un blackout. (Keystone)
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CULTURA
Lo spirito ribelle di Camille Artista straordinaria, forse troppo per il suo tempo, Camille Claudel è ora protagonista di una graphic novel edita da Tunué
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Trent’anni di Ticino Musica
Un’orchestra sinfonica e La Bohème sono solo alcune delle proposte in programma per festeggiare una manifestazione di valore
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Il piacere dell’inatteso
Lina, gli adulti e le difficoltà di vivere Nel nuovo romanzo di Covacich un mondo degli adulti in crisi e Lina, una bambina con delle risorse inattese per tutti
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Mostre ◆ Gabi Fluck a Lugano e Ivana Falconi a Minusio espongono le loro opere immaginifiche e giocose
Alessia Brughera
A popolare il mondo di Gabi Fluck, artista nata in Germania e ticinese d’adozione, sono immagini che emergono dall’inconscio e che seguono il fluire di memorie ed emozioni senza lasciarsi vincolare dal controllo della ragione. In questo mondo fantasioso, Fluck conferisce a ogni elemento del reale una nuova identità, inserendolo in una dimensione dominata da una raffinata leggerezza.
Come nelle opere d’impronta surrealista, anche nei suoi lavori gli accostamenti di segni e simboli si fanno inconsueti, ammiccando alla sfera onirica e dischiudendosi a molteplici interpretazioni. L’artista si affida così a un linguaggio che amalgama verità e inventiva per mostrare come le vicende umane possano essere rappresentate con leggiadria, senza per questo smarrire la loro profondità di senso.
I lavori di Fluck sono composizioni dai tratti essenziali e dall’uso garbato dei colori in cui si dispiegano racconti senza tempo che appartengono alla nostra quotidianità. Queste narrazioni sono disseminate di tracce che rievocano i sentimenti primigeni e fanciulleschi di chi ha saputo conservare una visione della vita intrisa di meraviglia. Una visione che per Fluck è sinonimo di libertà ma anche di riflessione sull’esistenza che scaturisce dai sentimenti più autentici, siano essi entusiastici oppure legati alle inquietudini insite in ogni essere umano.
L’artista sviluppa così microcosmi inaspettati con uno stile dal sapore naïf e con un segno disinvolto e deciso che tradisce l’attività di grafica e di illustratrice a cui si è dedicata per anni, nonché la sua profonda conoscenza dell’opera di Paul Klee. Fluck, infatti, comprende pienamente che le riflessioni del maestro svizzero sulle potenzialità della linea, intesa come componente vitale in grado di creare innumerevoli varianti espressive, non sono solo tecniche, ma anche, e forse soprattutto, filosofiche: è proprio attraverso la linea che è possibile rendere visibile la struttura nascosta delle cose.
E, difatti, l’abilità di Fluck risiede nel saper profilare con pochi e fluidi tratti di china, matita o pennello piccoli universi in cui rivelare la propria esperienza interiore, raffigurando il patrimonio di immagini che fanno parte del suo vissuto.
Una sessantina di dipinti dell’artista sono radunati presso lo Spazio Espositivo La Cornice a Lugano in una mostra che invita a scoprire gli esiti più recenti della sua ricerca ripercorrendo le tematiche a lei più care. Se le riflessioni di Fluck sulle incognite della contemporaneità sono rappresentate da opere come Caos, un accumulo di forme e simboli tratteggiati con un segno incisivo che bene
incarna l’imprevedibilità del nostro presente, le suggestioni più intime trovano invece la loro estrinsecazione nella serie di paesaggi. In questi lavori le emozioni e i ricordi legati all’infanzia e ai tanti viaggi che l’artista ha compiuto compongono scenari dell’anima in cui l’ambientazione reale, soprattutto marina, viene liricamente trasfigurata in un luogo dell’interiorità.
Spensierate e accattivanti sono poi le opere che hanno per soggetto l’universo muliebre, uno dei temi caratteristici dell’artista e indubbiamente quello che meglio esprime la sua vena ludica e la sua fervida creatività. Nella rassegna luganese troviamo così ritratti femminili ammiccanti che campeggiano su placidi paesaggi, «annusatrici di fiori» dall’aria distinta delineate con un tratto spigliato e donne compiaciute che assaporano con infinito piacere deliziosi pasticcini, a creare un mondo lieve e appagante capace di fare da contraltare alla complessità dell’esistenza. Il medesimo approccio alla creazione svincolato dalla razionalità e fondato sull’incontro tra inconscio e memoria appartiene anche a Ivana Falconi, artista locarnese che lavora a New York. La sua vita sempre in mo-
vimento, caratterizzata da numerosi viaggi tra Europa, America e Giappone al seguito del marito musicista, ha portato in anni recenti Falconi a dedicarsi principalmente all’acquarello, tecnica immediata e agevole ma dalle grandi potenzialità espressive. Incipit di queste opere sono spesso le fotografie scattate dall’artista per immortalare gli innumerevoli stimoli visivi colti nel suo costante peregrinare per il mondo: suggestioni che pungolano la sua curiosità e che costituiscono annotazioni visive da cui partire per realizzare i suoi lavori.
Non è dunque un caso che la mostra dedicata a Falconi negli spazi del Museo Mecrì di Minusio presenti proprio una nutrita selezione degli acquarelli eseguiti nell’ultima decade, testimonianza della capacità dell’artista di rielaborare le sollecitazioni del reale con il suo tipico linguaggio immaginifico ed eccentrico.
Nascono così dipinti bizzarri in cui animali stravaganti, paesaggi fantastici e nature morte spiazzanti si fanno specchio dell’animo surrealista di Falconi, del suo bisogno di esplorare l’universo del sogno e della psiche per restituirlo in forme realistiche ma allo stesso tempo insolite, avvolte da un alone di mistero. E
difatti, se i soggetti di queste opere in un primo momento appaiono perfettamente conformi al mondo che ci circonda, a uno sguardo più attento rivelano un particolare, anche solo un piccolo dettaglio, che li discosta dalla piena aderenza all’oggettività, generando un’atmosfera enigmatica e straniante. Questo effetto di spaesamento viene accentuato dall’uso di colori fluorescenti, che, invadendo la scena, donano ai dipinti una luminosità manierata alterandone la percezione. Nell’allestimento «a tutta parete» di stampo ottocentesco, scelto per creare un ambiente immersivo e avvolgente, gli acquarelli sono affiancati da acqueforti risalenti agli anni Novanta, da oli su tela di grandi dimensioni e da sculture e ready-made rivisitati che ripercorrono più di trent’anni di attività dell’artista. In questo coloratissimo affollamento, lavori realizzati con tecniche differenti e in momenti diversi convivono tra loro creando una gratificante continuità visiva priva di confini netti.
Le sculture di Falconi presenti in mostra documentano l’aspetto forse più conosciuto della sua arte: l’utilizzo di oggetti insoliti legati alla nostra quotidianità, spesso banali artefatti prodotti dal consumismo più sfre-
nato, e la loro trasformazione in sembianze inedite che li carica di valenze estetiche e significati nuovi. Modificate e combinate in maniera singolare, sono suppellettili scovate in mercatini o in negozi di seconda mano che, grazie a Falconi, passano dall’essere simboli della cultura superficiale che li ha fabbricati a giocose metafore di un atteggiamento sarcastico nei suoi confronti.
Vere e proprie mirabilia della contemporaneità, queste opere, al pari degli acquarelli, destano stupore e sorpresa in chi li osserva, trasmettendo quella leggerezza e quell’esuberante energia che, con spirito ludico e al contempo sottilmente critico, Falconi ha sempre profuso nella sua arte.
Dove e quando
Gabi Fluck. Donne, mare… e pasticcini. Spazio Espositivo La Cornice, Lugano. Fino al 27 giugno 2026. Orari: da lunedì a venerdì 8.00-12.00/14.00-18.30, sabato 9.00-12.00.
Ivana Falconi. Still…Life Fondazione Museo Mecrì, Minusio. Fino al 21 giugno 2026. Orari: sabato e domenica 10.00-12.00/14.00-17.00.
Ivana Falconi, Still Life with Salmon, 2021, acquarello su carta; Gabi Fluck, Il garofano (dalla serie Le annusatrici), 2026, china e acquarello su carta.
Abissi di felicità e di disperazione
Pubblicazioni ◆ In una graphic novel edita da Tunué, un omaggio al tragico destino della talentuosa Camille Claudel
Gianluigi Bellei
Giorgio Vasari per primo nelle Vite scrive di una donna pittrice: Properzia de’ Rossi di Bologna «quasi per tôrci il vanto della superiorità». Una sorta di sfida, dunque. Non a caso Bologna; perché qui ci sono donne scienziate, giuriste, pittrici come Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Ersilia Creti, Clementina Gandolfi… Poi la scultrice Anna Morandi (1716-1774). Ma è Madonna Properzia (1490-1530) la figura centrale: sfortunata e trasgressiva. Ha osato scolpire, nella formella, Giuseppe e la moglie di Putifarre destinata alla porta di San Petronio a Bologna, il ritratto del suo infelice amore e di sé stessa nelle vesti della moglie di Putifarre. Più sfortunata ancora è comunque la maggiore scultrice del primo Novecento: Camille Claudel.
Claudel era fuori norma, libera e impertinente: qualità che ne decretarono il percorso esistenzial-artistico
Con lei operano in quegli anni parecchie scultrici dimenticate. Citiamone alcune, così come spunto, perché, fateci caso, i curatori in genere si occupano solamente di artisti famosi sui quali esiste già amplissima documentazione. Così è più semplice. Al Musée Camille Claudel a Nogent-sur-Seine nel 2025 e in seguito fino al 1. giugno 2026 al Musée des Beaux-Arts de Tours e al Musée de Pont-Aven dal 27 giugno all’8 novembre 2026 si tiene la mostra Au temps de Camille Claudel, être sculptrice à Paris Possiamo trovare in ordine alfabetico Anna Bass (1876-1961), Carolina Benedicks-Bruce (1856-1935), Charlotte Besnard (1854-1931), Marie Cazin (1844-1924), Laure Coutan-Montorgueil (1855-1915), Sigrid af Forselles (1860-1935), Agnès de Frumerie (1869-1937), Jeanne Itasse (1865-1941) e altre nove scultrici. Oltre, ovviamente, a Camille Claudel.
A questo punto si può fare una tappa anche al Musée Rodin di Parigi e, dopo aver letto le lettere di Camille, rilassarci con la graphic novel di recente uscita Troppo libera di Assia Petricelli, sceneggiatrice e documentarista, e Sergio Riccardi, fumettista e illustratore. 272 pagine edite magistralmente da Tunué. Diviso per capitoli, racconta la vita di Camille dall’infanzia all’incontro con Rodin, dalla scultura Sakuntala, al Salon des Beaux-Arts agli anni della follia e della reclusione forzata in manicomio. Così scrive: «Gentile dottor Michaux forse voi non vi ricorderete della vostra ex paziente e vicina, Madame Claudel, che fu portata via da casa sua il 13 marzo 1913 e condotta in manicomio da dove, forse, non uscirà mai più… mi si rimprovera (crimine orribile) di aver vissuto da sola, di avere dei gatti in casa, si soffrire di manie di persecuzione. È sulla base di queste accuse che sono incarcerata come una criminale…».
Alcuni disegni di Sergio Riccardi contenuti in Troppo libera
la
nel
e la morte nel 1943 sono due i periodi fondamentali che scandiscono la sua vita: il 1883 quando, dopo essersi trasferita a Parigi, entra a lavorare nell’atelier di Auguste Rodin del quale diventa assistente e amante, e il 1913 quando, dopo la morte del padre, la famiglia la fa catturare e rinchiudere in manicomio. Questo spazio dell’esilio diventa la punizione per una ragazza fuori norma, impertinente, libera. Scrive a Rodin nel luglio 1891 dal castello di l’Islette: «Mi farebbe una vera cortesia se volesse acquistare per me un costumino da bagno blu scuro con passamanerie bianche, due pezzi, camicia e pantalone (taglia media), al Louvre o al Bon Marché (in stoffa leggera) o a Tours. Dormo interamente nuda per fantasticare che lei mi sia accanto ma appena mi sveglio non è più la stessa identica cosa. Un bacio. Soprattutto non mi tradisca più». Una relazione problematica, spietata. Ro-
Il proprio sé come forma d’arte
din, per cercare di tacitare la gelosia di Camille, il 12 ottobre 1886 sottoscrive un’impegnativa nella quale dichiara che madame Claudel sarà l’unica sua allieva e che ella gli darà la possibilità d’accesso al suo atelier 4 volte al mese. Ma Auguste, si sa, ha una ossessione per le donne e nel suo atelier ne girano diverse, sempre nude. Ne fissa le parti intime con disegni velocissimi. Ricordate la mostra del 2009 alla Fondation Pierre Gianadda a Martigny, Rodin érotique? Nel recensire la mostra, su queste pagine, ho scritto: «Con il passare degli anni le modelle vengono invitate ad assumere atteggiamenti più disinvolti con carezze nelle parti intime e prospettive inconsuete. L’artista le elenca in una lista con i nomi e accanto un breve commento; Octavie Lhonneur: bella rossa, piedi tesi molto belli, cosce graziose; Baudry: brutta e magra; Marie Thomasso: grosso ventre… Un lavoro meticoloso che gli serve per vagliare le loro attitudini e
adattarle alle posizioni: di schiena, di profilo, sul dorso, braccia levate, danzanti, gambe aperte…».
L’opera più significativa di Camille è sicuramente Sakuntala o L’abbandono. L’amato si inginocchia ai piedi di lei e la stringe a sé, mentre i due volti si sfiorano come a baciarsi. Ma forse quella maggiormente struggente è L’età matura. In questa complessa scultura una donna implora in ginocchio un uomo che le volge le spalle. Paul, fratello di Camille, così ne scrive: «Questa giovane ragazza nuda è mia sorella. Mia sorella Camille. Implorante, umiliata in ginocchio, questa superba, questa orgogliosa, ed è così che si è rappresentata. Tutto è finito! […] E sapete cosa le viene strappato in questo stesso momento, sotto i vostri occhi, è la sua anima! È tutto in una volta l’anima, il genio, la ragione, la bellezza, la vita, il nome stesso». Lavori disarmanti, di una tragica fragilità interiore.
Delusa prima dall’abbandono di Auguste poi di Claude Debussy, suo secondo amante, comincia ad avere crisi nervose sino a distruggere parte delle sue opere e a barricarsi in casa. Poi il manicomio, la guerra, la fame. 800 matti su 2000 muoiono per denutrizione, e così anche lei. Viene sepolta nel cimitero di Montfavet e dieci anni più tardi sarà trasferita in una fossa comune.
La parte più emozionante della graphic novel è quella finale. Camille esce da un blocco di marmo e nuda vaga fra le opere delle scultrici a lei posteriori e nell’ultima immagine si vede solamente il suo piede sollevato da terra che vola verso altri destini. Come le sue opere che da poco tempo vengono rivalutate. Una storia di grandezza, sconfitta, abbandono, resurrezione.
Bibliografia
Troppo libera. L’arte, l’amore, la lotta di Camille Caludel, Assia Petricelli, Sergio Riccardi, Latina Tunué, 2026
Mostra ◆ Dal primo dagherrotipo agli specchi di Ilse Bing, il MASI attraversa quasi due secoli di autoritratti fotografici di chi usa il proprio corpo come laboratorio
Giovanni Medolago
Dapprima arrivò J. N. Niépce nel 1826: Vista dalla finestra a Le Gras è universalmente riconosciuta come la prima fotografia. Poi ecco Louis Jacques Mandé Daguerre, considerato un altro padre dell’VIII Arte poiché la sua apparecchiatura fu la prima a essere messa in commercio e dunque a disposizione di – quasi – tutti. Il dagherrotipo e l’autoritratto sono praticamente coetanei: il 9 luglio 1839 Daguerre ottiene il brevetto dall’Accademia delle Scienze di Parigi. Nell’ottobre di quello stesso anno, al di là dell’Atlantico, Robert Cornelius (1809-1893), subito entusiasta della scoperta parigina, è incaricato di creare una piastra di rame placcata d’argento per fotografare la Central High School della sua città, Filadelfia. Narra la leggenda, stavolta non universalmente riconosciuta, che Cornelius usò la piastra in esubero per realizzare il primo autoritratto della storia. Scritta di suo pugno sul retro dell’originale, la didascalia
recita: «The first light picture ever taken» («Il primo ritratto di luce mai eseguito»).
L’autoritratto: fortunato genere fotografico cui il MASI di Lugano dedica una mostra – curata da Cristina Sonderegger – con una trentina di opere rispolverate dalle sue Collezioni, 1928-2021. Apre le danze Gian Paolo Minelli, il gaucho chiassese (ormai da un quarto di secolo fa la spola tra Buenos Aires e la cittadina di confine) con uno scatto giovanile in camera look, lo sguardo un po’ velato di malinconia. Segue l’artista cui è dedicato il poster dell’expo: Urs Lüthi, il quale ribadisce «la messa in scena androgina e narcisista», a tratti minacciosa/ inquietante che lo ha consacrato tra i pionieri dell’autoritratto concettuale. Ecco Fiorenza Bassetti con vestito ghepardato e sguardo accattivante; Frank Horvat (1928-2020), viste le sue performances multimediali – saltò felicemente sul carro della neonata informatica, sperimentò il digita-
le salvo poi tornare all’analogico – si merita tre immagini, autorealizzare librandosi spazio/temporalmente, dalla natìa Croazia al Ticino e dalla spensieratezza giovanile alla saggez-
za senile. Quest’ultimo scatto presenta un curioso raggio di luce sistematosi sulla fronte dell’artista, il quale accenna un sorriso sornione.
Altra personalità che amò il Ticino (la sua Casa Costanza a Carona divenne un crocevia di sperimentazione e libertà artistica): Meret Oppenheim, che ci offre il volto dipinto da un – falso – tatuaggio, pallini sulla fronte e il naso; strisce e lineette su tempie e gote. Il suo sguardo è fiero, da sciamano più che da musa ispiratrice di tanti esponenti del Surrealismo. Florence Henri (1893-1982) torna in Via Canova, in quella stessa Galleria che accolse nel 1991 una sua importante personale e che allora si chiamava Museo Cantonale d’Arte. Ritroviamo la sua passione per le immagini riflesse da uno specchio o da una vetrina, dove si compiace di apparire con la sua apparecchiatura fotografica. Anche Ilse Bing (1899-1998) gioca con gli specchi. Ne utilizza un paio per realizzare il suo Self-portrait
in Mirrors: il primo sta di fronte a lei e alla sua Leica, il secondo è posato lateralmente sì da mostrarci il profilo dell’artista. Una mise en abîme per ricordarci che una macchina, da sola, non basta: necessita sempre d’essere usata da una creatura umana in carne e ossa!
Della performer/star Marina Abramovic l’expo ci presenta la stella in fiamme protagonista di Rhythm 5 (a Belgrado nel 1974, la trovate su Youtube), esibizione che quasi le costò la vita quando perse i sensi per il calore e il fumo: fu salvata da alcuni spettatori che la trassero dal fuoco.
Dove e quando
Autoritratti dalla collezione 1928-2021, Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano – sede LAC. Fino al 21 giugno 2026. Orari: ma-me-ve 11.00-18.00; gio 11.00-20.00; sa-do-festivi 10.00-18.00. www.masilugano.ch
Josipa Obrovac produce gelati per la Migros da anni. Fra le altre cose, ci racconta le difficoltà del mestiere e quali sono i gusti che ancora oggi ama
Ogni volta che faccio la spesa sono felice di vedere i gelati da noi scelti fare bella mostra di sé nel reparto surgelati della Migros. Lavoro da 22 anni nella divisione gelati di Migros Industrie. E no, i gelati non mi hanno ancora stancata. Mi piacciono molto le varianti fruttate, come il nuovo cornetto Fun Exotic oppure i ghiaccioli You Fruit Ice al mango o al lampone. Solo i gusti cioccolato e caffè non mi piacciono. Ho svolto un apprendistato come panettiera-pasticcera nel mio Paese d’origine, la Croazia. Da giovane sono poi venuta in Svizzera per seguire mio marito. Alcuni conoscenti mi hanno consigliato la allora Midor (oggi Delica) come datrice di lavoro, ed è così che poco dopo ho iniziato il mio lavoro nello stabilimento dei gelati. Oggi lavoro come responsabile di macchine e impianti: mi assicuro che gli impianti di produzione funzionino perfettamente e producano gelati di qualità. Il mio compito preferito è il controllo qualità. In questo ambito verifico che aspetto, gusto e consistenza del prodotto siano corretti. Questo significa che per lavoro mangio gelati. Ma il mio lavoro richiede molta concentrazione e può essere anche molto impegnativo, soprattutto quando si verifica un guasto agli impianti. In questi casi devo reagire molto rapidamente e risolvere il problema il prima possibile. La pressione perché tutto funzioni senza intoppi è elevata. Nonostante ciò, il mio lavoro mi piace, perché nessun giorno è esattamente uguale all’altro e ho un team fantastico con un grande spirito di collaborazione.
A cura di: Barbara Scherer Foto: Nik Hunger
Ghiaccioli Cowboy 12 pezzi Fr. 5.95
La responsabile degli impianti Josipa Obrovac verifica che la produzione dei ghiaccioli Cowboy proceda senza intoppi.
Trent’anni di scambio a suon di note musicali
Ticino Musica ◆ Gabor Meszaros ci racconta la storia, le novità del Festival e i suoi retroscena
Simona Sala
Una lunga storia, quella che fa da prequel ai trent’anni di Ticino Musica, il Festival di musica classica che ogni anno anima (in circa venticinque diverse località) più di settanta concerti i quali, come vedremo, rappresentano solamente la punta dell’iceberg di un programma assemblato con estrema cura.
La manifestazione, nata ad Assisi grazie al fagottista Janos Meszaros, poi proseguita a Riva del Garda e infine approdata in Ticino trent’anni or sono (dove è diventata, appunto, Ticino Musica), ogni anno in estate trasforma il nostro Cantone, con delle appendici mesolcinesi, in un Ticino luogo di networking, masterclasses e musica classica di alto livello.
Cuore instancabile della manifestazione è dagli esordi la famiglia Meszaros, il già citato Janos (mancato nel 2009) dapprima, e suo figlio Gabor –anche egli fagottista dopo avere preso un primo diploma come trombettista – oggi, affiancato dalla moglie Alessia. Cittadini d’Europa nel senso più lato del termine, i Meszaros sono originari dell’Ungheria, da dove il nonno di Gabor, vedendosi confiscato all’arrivo dei russi l’appezzamento con animali che gli garantiva il sostentamento degli undici figli, nel 1956 scappò verso l’allora Cecoslovacchia. Il figlio Janos, per studiare canto, si trasferì da Bratislava a Praga, dove incontrò un’altra ungherese che sarebbe diventata sua moglie. Con l’arrivo del socialismo, la giovane famiglia – nel frattempo era nato anche Gabor - emigrò nuovamente, dapprima in Germania, e poi a Winterthur, quando Janos vinse il concorso come primo fagottista dell’orchestra sinfonica della città zurighese.
Ticino Musica si compone di diverse sezioni: Grandi maestri; Grandi maestri e giovani promesse; Opera studio; Ensemble in residence, I giovani maestri si presentano, Vincitori di concorsi nazionali e internazionali; Seminari e cerimonie.
Le fittissime due settimane di incontri, studio, scambi, concerti e ascolto, saranno da una parte occasione per talenti dell’universo della musica provenienti da tutto il mondo (più di trenta le nazionalità presenti in ogni edizione) di perfezionare le proprie skill e di confrontarsi con colleghe e colleghi avvalendosi della presenza di musicisti professionisti di altissimo livello, dall’altra per il pubblico ticinese di entrare in contatto non solo con una realtà di consolidata competenza, ma di assistere alla «costruzione del sapere musicale», partecipando ad esempio alle Open classes, durante le quali è possibile seguire da vicino l’intenso scambio tra un musicista e il suo maestro, per poi ritrovare i risultati di quel dialogo in uno dei concerti in programma. Per celebrare questi trent’anni che hanno visto sfilare per il Ticino migliaia di giovani musiciste e musicisti, molti dei quali hanno poi imboccato solide e fulgide carriere internazionali, Ticino Musica ha deciso di aggiungere ben due progetti ai concerti in programma.
Come era già successo per il 25esimo anniversario della manifestazione, verrà creata nuovamente un’orchestra sinfonica, la Festival Orchestra Ticino Musica Academy, che si esibirà in un doppio concerto luganese, il 23 luglio al LAC (in quello che è il debutto del Festival nella Sala grande del LAC) e il 30 luglio al Palazzo dei Congressi. A dirigere la Festival Orchestra è stato invitato il cinese Lü Jia, direttore dell’Opera di Shanghai, conoscenza di lunga data sia della famiglia Mes-
Gabor Meszaros direttore Ticino Musica
zaros – era stato invitato da Janos a dirigere a Riva del Garda poco più che ventenne, quale vincitore del Concorso Internazionale per Direttori d’Orchestra Antonio Pedrotti di quell’anno – sia del Conservatorio della Svizzera italiana, per il quale ha diretto più volte l’orchestra.
Si festeggeranno, seppur con un anno d’anticipo, anche i vent’anni della sezione Opera Studio, un corso durante il quale interpreti d’opera apprendono come muoversi e cantare sui palcoscenici a seconda delle loro dimensioni, diretto fin dalla prima edizione dal maestro Umberto Finazzi, storico docente dell’Accademia della Scala e del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Dopo avere affrontato negli anni
Le Farse di Rossini, Il Trittico di Mozart e altre opere buffe, Opera Studio presenterà in ben otto repliche la Bohème di Puccini per la regia di Daniele Piscopo, a sua volta già cantante del corso Opera Studio
A colloquio con Gabor Meszaros
A poche settimane dal debutto della trentesima edizione di Ticino Musica, abbiamo incontrato il suo direttore, Gabor Meszaros.
Gabor Meszaros, a suo padre come era venuta l’idea di creare un Festival di questo tipo?
Mio padre desiderava creare un luogo dove le giovani leve della musica classica potessero incontrare dei grandi nomi, per cui inventò il sistema delle masterclass, ossia dei corsi di alto perfezionamento per tutti gli strumenti dell’orchestra sinfonica. La particolarità è che dovevano svolgersi nelle stesse date e nello stesso luogo. Ad Assisi, dove mio padre era stato invitato a creare il festival, i corsi du-
Ticino Musica Festival Orchestra: due concerti sinfonici
In occasione del 30° anniversario, Ticino Musica presenta una nuova edizione della Festival Orchestra, progetto internazionale che riunisce in Ticino giovani musicisti selezionati da tutto il mondo per due settimane di formazione, prove e concerti. A guidarli è il celebre direttore Lü Jia, in due programmi che attraversano opere cardine del repertorio orchestrale tra classicismo e Novecento, fino alla musica contemporanea del compositore in residence Dieter Ammann.
23 luglio, ore 20.00 – Lugano, LAC Sala teatro
W. A. Mozart - Ouverture dall’opera
Il Flauto Magico K620
J. Rodrigo - Concierto de Aranjuez per chitarra e orchestra
W. A. Mozart - Sinfonia concertante per oboe, clarinetto, fagotto, corno e orchestra in mib magg K297b
L. van Beethoven - Sinfonia n. 5 in do minore op. 67
Solisti: Pablo Márquez, chitarra Ivan Podyomov, oboe
Romain Guyot, clarinetto Gabor Meszaros, fagotto Christian Lampert, corno
30 luglio, ore 20.00 – Lugano, Palazzo dei Congressi
G. Rossini - Overture dall’opera
Il turco in Italia
D. Ammann - «No templates»
Concerto per viola e orchestra
J. Brahms - Sinfonia n. 2 in re maggiore Op. 73
Solista: Diyang Mei, viola
ravano un mese. Mio padre sceglieva fra i grandi nomi della musica classica i docenti da invitare, da Franco Gulli, che veniva ogni anno con la moglie Enrica Cavallo da Bloomington in Indiana, a Roger Bobo, il mitico ed enorme tubista statunitense che quando suonava una nota veniva giù la casa, fino a Ludwig Streicher, il contrabbassista dei Wiener Philharmoniker, un personaggio incredibile.
Dunque, è cresciuto in un ambiente fatto di musica?
Durante il Festival tutta la famiglia si trasferiva ad Assisi per un mese, e così ho avuto il privilegio di essere vicino a queste persone come un amico. Ma giocavo anche con i ragazzi del luogo, e intanto imparavo l’italiano. Ho tre figli, di cui due sono diventati a loro volta musicisti professionisti. Mia moglie fa la traduttrice, ma si occupa anche di ogni singolo aspetto logistico di Ticino Musica.
Suo padre è stato più padre o maestro?
Io sono arrivato al fagotto solo in seconda battuta. A diciannove anni, poco prima del diploma in tromba, andai in Svezia, a Malmö, per prendere delle lezioni dal grande maestro Bo Nillson. Al ritorno mi resi conto che anche a casa avevo un grande maestro, ed era mio padre. Dopo il diploma in tromba, passai dunque al fagotto, e dopo due anni e mezzo ero nuovamente diplomato. Mio padre e io abbiamo studiato tanto insieme, ma dal primo giorno mi fu chiaro che nel momento in cui entravo in aula, lui era solo il mio maestro. Fuori dall’aula, ritornava a essere mio padre.
Perché a un certo punto da Riva del Garda siete passati in Ticino?
Dopo Riva mio padre era alla ricerca di una nuova località in Svizzera dove continuare il lavoro rivelatosi molto importante e fruttuoso. All’inizio ha trovato accoglienza ad Ascona, nel Collegio Papio, per poi trasferirsi anni dopo a Lugano nella nuova sede del Conservatorio al Centro San Carlo, che offre la struttura ideale con tutte le relative attrezzatture necessarie.
Suo padre ha creato un festival musicale laddove c’era un vuoto. Come vi collocate oggi, a trent’anni di distanza, in un territorio in cui l’offerta è cresciuta molto?
Con la qualità: abbiamo sempre mirato a essere eccellenti e a distribuire
eccellenza. Facciamo masterclass di alto perfezionamento e nel frattempo siamo riusciti a farci un nome internazionalmente riconosciuto. Fil rouge del nostro lavoro resta l’idea di base di offrire un posto dove giovani leve della musica classica possano incontrare grandi maestri, che si è rivelata vincente. Negli anni sono state poi introdotte delle novità, come ad esempio gli Ensemble in residence, che quest’anno vedranno protagonisti il Quartetto Moser, il Quartetto Kontakt, e un quintetto di ottoni dalla Spagna, i Pucela Brass. Dall’anno scorso abbiamo introdotto lo Yoga per musicisti e non, a cui invito a partecipare chiunque ne abbia voglia. L’appuntamento è ogni giorno alle 9.00 e alle 18 sul prato davanti al Conservatorio di Lugano con un ex flautista diventato yogi. Un altro momento ormai tradizionale è la presentazione dei vincitori ticinesi del Concorso svizzero per la gioventù, il 25 luglio faremo un concerto all’Hotel Bellevue durante il quale alcuni di questi premiati si presenteranno. Avete contatti con altre realtà svizzere?
Ogni tanto facciamo qualche scambio con altri festival, come con Alpentöne l’anno scorso. Nella chiesetta di Wassen è andato in scena un doppio concerto: dapprima un nostro quartetto d’archi in residence, cui seguiva una maestra di jodel con una fisarmonicista. Un bellissimo ponte culturale tra Ticino e Svizzera tedesca.
Siete pronti per la trentesima edizione?
Certo, e curiosi per tutto quello che c’è in programma: oltre all’Orchestra e all’opera, aspettiamo con trepidazione anche Giovani maestri si presentano, una serie di concerti in vari luoghi del Cantone. Li chiamo «concerti contenitori», poiché luogo e ora sono già definiti, ma prima del festival non sappiamo chi e cosa suonerà: gli interpreti saranno scelti fra i migliori all’interno delle classi. Dunque, un lavoro in fieri, un laboratorio. Spesso i giornalisti mi chiedono quali siano i momenti più importanti, ma a me piace fare un paragone: questo Festival è un po’ come un «Gulaschkanone», un grande pentolone, una minestra con tantissimi ingredienti, che il 18 luglio cominceranno a sobbollire, e andranno avanti a farlo per due settimane. Ne usciranno concerti, eventi, incontri, gente, ma ancora non sappiamo che sapore avranno! Sicuramente una deliziosa sorpresa per tutti i gusti!
Dove e quando
Ticino Musica, 18-31 luglio 2026, www.ticinomusica.com 10 giugno, ore 18.30, Conservatorio di Lugano: presentazione del programma di Ticino Musica a cura di Gabor Meszaros in compagnia del musicologo Fabio Sartorelli, che proporrà una divertente introduzione alla Bohème
Concorso «Azione» mette in palio alcuni biglietti per i due concerti sinfonici di Ticino Musica diretti da Lü Jia (23 e 30 luglio). Per partecipare all’estrazione inviate una mail con i vostri dati e il concerto scelto a giochi@azione.ch entro domenica 21 giugno 2026, ore 23.59.
Concerto della Ticino Musica Festival Orchestra. (Ticino Musica)
Pubbliredazionale
Le vite fragili di periferia
Letteratura ◆ Lina e il sasso di Covacich, l’infanzia
Angelo Ferracuti
Quello che colpisce nel nuovo libro di Mauro Covacich, Lina e il sasso (La nave di Teseo) è la scrittura sorvegliata, chirurgica, mai enfatica, eppure molto sensoriale, che gli serve per penetrare nelle vite segrete della rete complessa dei personaggi e dei loro mondi interiori. Quasi spiandone nella scrittura i movimenti e il perturbante che attrae lo scrittore triestino da sempre, con un grande effetto di contemporaneità e di angosciosa realtà.
Covacich usa una terza persona immersiva che presta la voce ai personaggi del romanzo. Quindi un narratore non completamente onnisciente ma che entra anche linguisticamente in comunione con la vita dei personaggi e del loro spazio mentale.
Siamo in una periferia romana di oggi, le descrizioni di strade, interni, ci fanno sentire la sua fisicità e contemporaneità, quel caos intorno al quale siamo tutti immersi in un mondo sempre più complesso, esistenzialmente complicato, dove si vive in una specie di apnea dolorosa, un nuotare controcorrente nella vorticosa routine che ci trascina e alla quale non possiamo opporci. Dentro questo flusso c’è Elena, fisioterapista separata da quello che chiama «la merda», sua madre malata di cancro che periodicamente accudisce nella casa dove vive, sua figlia Lina, una bambina di nove anni affetta da una lieve sindrome di down, e il nuovo compagno Max, uno scrittore in crisi,
o forse l’emblema della crisi della letteratura in un mondo che non la vuole più. Tra Max e la bambina nasce un’amicizia, una dolce complicità. Su un altro solco narrativo la vita di Carlotta, l’ex di Max, un’intervistatrice televisiva di grande fama che però passa le notti a fare sesso con degli sconosciuti incontrati sulle chat erotiche dove si è registrata come Alcesti, la principessa che sceglie di morire al posto di Admeto. In una società atomizzata di social soli, tutti i personaggi di questo libro sono a loro modo imperfetti, irrisolti, incapaci di determinarsi e trovare una strada per la felicità, e al centro la figura di Lina è come il perno, la luce che mette in luce i fallimenti esistenziali di ciascuno di loro. Questo è anche un libro corporale, c’è l’ossessione del corpo in Elena, per le diete e i cibi salutari, lei stessa maneggia, mas-
e le ombre dell’adultità
saggia i corpi, li scuote. Max è un ex sportivo imbolsito, mangia troppo e ha ripreso a fumare, il fumo lo fa addirittura sentire appartenente a una comunità, mentre per Carlotta la fisicità dell’erotismo è una forma di contatto e dominio, ma anche di gioco liberatorio, e Lina ha difficoltà cognitive e riesce con difficoltà a gestire il suo corpo. Ma nonostante il deficit del linguaggio è una bambina carica di vitalità e di grazia. Ama farsi raccontare la favola di origini ungheresi che dà il titolo al libro, del lupo che cucina la zuppa di sasso, e mentre la cucina, vede accorrere nella sua casa tutti gli altri animali, segno che quando si vince la diffidenza e si supera il preconcetto si può collaborare anche tra diversi o nemici.
Lina è una bambina con una consapevolezza terrestre, istintiva, che solo certe creature miracolose riescono ad avere e, a differenza di tutti gli altri, possiede il dono salvifico della meraviglia. Il romanzo si chiude con un colpo di scena, un sentimento sotterraneo che non si placa e diventa ossessione, perché c’è una forza oscura che guida le nostre vite, e come dice a sua madre in un capitolo del libro Elena, citando Simon Weil: «L’amore è una cosa divina, se entra in un cuore umano lo spezza».
Bibliografia
Mauro Covacich, Lina e il sasso
La nave di Teseo, 2026, 265 pp.
Blues sul Ceresio
Evento ◆ Caslano riaccende le notti di giugno con concerti diffusi, ospiti internazionali e musica anche in battello
Non sarà soltanto un festival, ma una specie di percorso notturno tra cortili, lago e palchi all’aperto. A metà giugno Caslano tornerà infatti a riempirsi di chitarre elettriche, soul, rhythm’n’blues e improvvisazioni dal vivo, trasformando per cinque giorni il paese in una tappa musicale a cielo aperto.
La dodicesima edizione della rassegna prenderà forma dal 17 al 21 giugno con una formula ormai riconoscibile: le prime serate disseminate nel nucleo storico, pubblico e musicisti quasi senza distanza, poi il trasferimento verso il lungolago per i concerti principali del venerdì e del sabato. A chiudere la settimana sarà l’abituale incontro collettivo della domenica mattina, momento informale in cui molti degli artisti tor-
nano a suonare insieme. Il programma annuncia quasi venticinque esibizioni gratuite e una presenza internazionale sempre più marcata. Dagli Stati Uniti arriveranno, tra le altre, Shari Puorto e Acantha Lang, mentre Jane Jeresa porterà a Caslano un repertorio che attraversa soul, gospel e blues. Accanto agli ospiti stranieri troveranno spazio anche musicisti svizzeri e italiani, fra ritorni molto conosciuti dal pubblico ticinese e nuovi ingressi. Tra gli appuntamenti collaterali figurano inoltre alcune traversate musicali sul lago: partenze da Lugano, esibizioni acustiche durante la navigazione e arrivo direttamente al festival. Una modalità diversa per raggiungere Caslano, seguendo il blues anche sull’acqua.
Ogni anno, a Torino il 24 giugno è un giorno di festa. Si celebra la ricorrenza di San Giovanni Battista, il santo patrono. C’è il grande falò in piazza Castello, alla sera del 23. Al centro della catasta di legna destinata a essere bruciata viene issata la sagoma di un Toro che, secondo la direzione presa nella caduta, porterà fortuna o sfortuna alla città durante l’anno che segue. Se cade in direzione di Porta Nuova sarà un anno fortunato. Se cade verso il Palazzo Reale, la sfortuna si accanirà sulla città. Per un servizio mi chiedono qual è il mio San Giovanni preferito. Eccolo. Sono le 22 e 45 del 23 giugno 1987. Ho appena compiuto 50 anni. Squilla il telefono di casa: è Mimmo Scarano che era stato mio direttore alla Prima Rete Tv. Chiama da viale Mazzini: «Ti metto in viva voce. Siamo riuniti per risolvere un problema: dopo che sono andati via tutti abbiamo deciso di affidare a Adriano Celentano
Voti d’aria
la conduzione della prossima edizione di Fantastico. (pausa) Non riusciamo a spiegargli come funziona la macchina organizzativa di un programma, lui chiede cose impossibili, tipo 400 bambini per fare un coro mentre lui canta una canzone. (pausa) Abbiamo pensato che tu sei l’unico, grazie alla tua esperienza di produttore esecutivo, in grado di farlo ragionare, di spiegargli i nostri limiti». «Io non ho mai avuto il privilegio di conoscerlo, lui non sa chi sono». «Gli abbiamo parlato di te, è curioso di conoscerti». In pratica erano sicuri che avrei detto di sì. «Domani vai a Milano, lì c’è Mario Maffucci che ti porta a Galbiate da lui. Per sei mesi gli resti incollato e piano piano insieme mettete a punto una macchina produttiva in grado di funzionare». In chiusura spara l’offerta che non si può rifiutare: «Ti diamo il piè di lista illimitato e non te lo togliamo più». In parole povere significa che quando sei in trasfer-
Gli scrittori algoritmici
C’è il forte sospetto che il Commonwealth Short Story Prize, un prestigioso riconoscimento letterario internazionale, sia stato assegnato quest’anno, per l’area caraibica, a un racconto scritto dall’intelligenza artificiale e firmato (solo firmato) da Jamir Nazir, un autore sessantunenne di Trinidad e Tobago. Il racconto, intitolato The Serpent in the Grove (Il serpente nel bosco, 4 – sulla fiducia), è stato pubblicato dalla rivista «Granta», altro monumento della comunità culturale (3 alla comunità culturale a prescindere). Sulla base di un’indagine Pangram, un sistema rivelatore di plagi da IA, Ethan Mollick, docente della University of Pennsylvania, ha scritto sul «Guardian» che il testo è stato generato al 100% da algoritmi. È ironia della sorte, anzi una beffa, che per verificare un plagio digitale si debba ricorrere al digitale e che l’intelligenza
umana non sia sufficiente. Tra le formule ricorrenti nel testo dello pseudo Nazir che hanno fatto pensare a un prodotto algoritmico, ci sono alcuni usi e abusi della punteggiatura, metafore improbabili e vari stereotipi sintattici come la costruzione «not X, but Y». Tutti elementi diffusissimi anche fuori da ChatGPT o da Claude. È questo il punto. Il processo creativo (?) che genera tanti romanzi diciamo così non artificiali non è diverso dal processo che genera romanzi «artificiali»: ricorso a una sintassi semplificata al massimo, immagini bolse, scelte lessicali prevedibili, punteggiatura canonica. Basta aprire a caso uno dei libri più venduti per riscontrare il grigiore che possiamo aspettarci da un qualunque Chatbot. Verrà il momento in cui l’intelligenza artificiale supererà di gran lunga tanta mediocrità narrativa che oggi va per la maggiore.
A video spento
Il potere invisibile delle scelte
La parola «manipolazione» porta con sé un’ambivalenza antica. Deriva dal latino manipulus, e indica il gesto concreto del modellare con le mani, del plasmare una materia informe per darle forma. In origine, dunque, non aveva nulla di sinistro: era un atto creativo. Oggi, invece, quel gesto si è spostato dal piano materiale a quello mentale e relazionale, assumendo un significato profondamente problematico. Manipolare significa intervenire sulla mente altrui per orientarne pensieri, emozioni e comportamenti, spesso senza che l’altro ne sia consapevole.
La manipolazione contemporanea non si presenta quasi mai in forma esplicita. Non è imposizione, non è forza. Al contrario, è un’arte sottile, che si nutre di ambiguità e si insinua nelle pieghe della comunicazione quotidiana. Può assumere la forma della colpevolizzazione («se non lo fai mi deludi»), della distorsione della realtà (il cosiddetto gaslighting), della falsa vittimizzazione
ta non hai più limiti di spesa, l’ufficio personale ti rimborsa tutte le ricevute. D’ora in avanti goga e migoga. E poi ero contento di conoscere Adriano: volevo dirgli grazie per le tante volte che mi aveva aiutato a far addormentare mia figlia Giovanna, cantandole le sue canzoni. Neanche un minuto e piombava nel sonno. Anni dopo mi ha confessato che fingeva di dormire per far finire quello strazio. Non mi sono mai pentito di aver detto di sì a Mimmo Scarano, anche se l’occasione di far impallidire la collega dell’ufficio personale con i miei rimborsi si è presentata rare volte. Un pranzo tipico di Adriano: una mela cotta nel forno e una bottiglia di acqua minerale non gasata a temperatura ambiente. E io cosa posso fare: ordino aragosta e champagne? Mi andava bene quando il padrone di un ristorante, motivato dal fatto di avere nel suo locale un personaggio di quel livello, proponeva di sua iniziativa un
di Bruno Gambarotta
piatto di pesce: cernia o sgombro, lo mostrava trionfante a un Adriano distratto, lo metteva al forno e lo serviva già spinato. Adriano impugnava la forchetta e prima punzecchiava la polpa bianca e poi mi passava il piatto: mangialo tu. Usciti dal ristorante, alla mia domanda: perché non l’hai voluto?, replicava con un’altra domanda: «E se c’era dentro una lisca?». Altri casi: il sabato sera, Adriano scendeva dall’albergo di Monte Mario accompagnato in auto da una sua segretaria, quando già era partita la sigla di Fantastico. L’auto si accostava all’ingresso artisti del Teatro delle Vittorie, Adriano apriva lo sportello e s’infilava nello studio mentre gli uomini del servizio di vigilanza trattenevano l’onda dei fans. Uno di questi, riesce una sera a bucare la barriera e a fiondarsi su Adriano gridando: «Adriano! Fammi lavorare con te!» Lui si gira verso di me e me l’affida: «Fallo entrare. Fategli fare qualcosa».
Naturalmente ubbidisco, faccio entrare nello studio il tizio, lo porto dal primo assistente di studio che incontro: «È un figurante speciale, mettiamolo insieme agli altri, ma non in prima fila». Temevo che ripetesse il gesto di buttarsi ai piedi di Adriano mentre era in onda. Per tutta la durata della diretta sono stato in apprensione: era un clandestino, senza contratto, gli fosse successo qualcosa finivo nei guai. Fila tutto liscio e, partita la sigla di chiusura, raggiungo in camerino Adriano: «Ti rendi conto del rischio che mi hai fatto correre? Perché hai voluto che lo facessi entrare in studio?» La sua risposta è stata lapidaria: «E se mi avesse fatto fare la fine di John Lennon?» Dino Campana ha scritto da qualche parte de I canti orfici: «L’unica passione della mia vita è stata la paura». Vale la pena pagare questo prezzo per arrivare ai vertici della fama e poi restarci il più a lungo possibile?
E sarà finalmente una liberazione. Le cose saranno più chiare e meno equivoche: da una parte la paraletteratura scritta dall’IA e umani affini, dall’altra la letteratura. Che, come diceva Calvino, nasce dalla difficoltà di scrivere, non dalla facilità. Ora, è talmente chiaro che certi libri nati dalla facilità, come certi prodotti dell’intelligenza artificiale (bastano una richiesta appropriata e un clic), non potranno mai essere letteratura, ovvero quell’impresa che, per restare sempre a Calvino, «si pone obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione» (6). Un po’ di coraggio, perbacco. Non i soliti beni di consumo spacciati per capolavori, romanzetti sentimentali («È con i buoni sentimenti che si fa cattiva letteratura», diceva Gide), stanche trame giallognole o nerastre, il trionfante romantasy. I cosiddetti libri veloci per lettori stanchi, narra-
guidate
o del controllo affettivo. In tutti questi casi, il fine è lo stesso: creare una relazione asimmetrica in cui uno dei due soggetti perde progressivamente la propria autonomia decisionale, fino ad agire secondo i desideri dell’altro. Se questo fenomeno è antico quanto le relazioni umane, ciò che è radicalmente nuovo è il contesto in cui oggi si sviluppa. Viviamo in una società iperconnessa, dove l’informazione circola in modo continuo e capillare. In questo ambiente, la manipolazione non è più solo interpersonale, ma diventa sistemica. I social network e le piattaforme digitali non si limitano a trasmettere contenuti: li selezionano, li filtrano e li organizzano attraverso algoritmi progettati per catturare l’attenzione e stimolare reazioni emotive. Nascono così le cosiddette «bolle informative», ambienti chiusi in cui le opinioni vengono rafforzate.
In questo scenario, la riflessione contemporanea ha iniziato a interrogarsi
con urgenza sul confine tra persuasione legittima e manipolazione. Non ogni forma di influenza è negativa: persuadere significa offrire argomenti, lasciare spazio al giudizio critico dell’altro. Manipolare, invece, implica aggirare quel giudizio. Il punto cruciale è proprio questo: la manipolazione non convince, ma orienta. Non dialoga con la razionalità, ma la bypassa. Nel panorama filosofico e giuridico contemporaneo, pochi temi sono urgenti quanto la tutela della nostra autonomia decisionale. In un mondo saturato da stimoli digitali, il confine tra persuasione legittima e condizionamento occulto si è fatto pericolosamente sottile. È su questa faglia che si innesta l’analisi di Cass R. Sunstein nel suo saggio Manipolazione: Cos’è, perché è un problema e come difendersi (Raffaello Cortina Editore), un’opera che decodifica i meccanismi con cui la nostra libertà viene silenziosamente erosa. Sunstein inserisce la manipolazione
zioni a bassa intensità e piene di cliché condivisibili dai più. Piuttosto, qualcosa che sorprenda, che miri non a guadagnare l’attenzione dei più interpretando lo «spirito del tempo», ma a stupire, a scoprire, a sconvolgere, a rompere il ghiaccio che c’è dentro di noi (come voleva Kafka). Riuscirci non sarà facile, ma almeno tentare come non potrà mai fare l’intelligenza artificiale… Giocarsi una sfida con un linguaggio imprevedibile, complesso anche quando non è difficile, giocarsi una sfida solo con la propria scrittura, senza diventare performer, opinion maker, prezzemolo. «Letteratura come sistema passante» la definiscono Alessandro Baricco e con lui un ottimo critico come Gianluigi Simonetti: è quella letteratura non valida in sé ma utile a creare collegamenti e a diventare altro da sé (fiction tv, performance, recital civili a teatro, reading
nei festival, cinema, musica eccetera). Astenersi da tutto ciò non è detto che sia una scelta antiquata da perdenti, anzi potrebbe essere un’opzione aggirante oltre che lungimirante: lasciare che l’IA assecondi e imiti la stupidità naturale (umana) e però seminarla imboccando un’altra via secondaria. Più oscura, rischiosa e solitaria, anche forse più divertente che scannarsi per avere il massimo di visibilità ovunque. Quando, suo malgrado, cominciò ad avere successo, Carlo Emilio Gadda, il più grande di tutti, non tardò a lamentarsi di essere diventato «una specie di Lollobrigido, di Sofio Loren, senza avere i doni delle due impareggiabili campionesse» (7+). E ai giornalisti che lo disturbavano rispondeva: «Per favore, mi lasci nell’ombra». Gli scrittori di oggi, specie i più piccoli, implorano il contrario: «Per favore, non mi lasci nell’ombra».
in un tetro quartetto, definendola uno dei «quattro Cavalieri dell’Apocalisse» insieme a coercizione, menzogna e inganno. Se la coercizione agisce «di fronte» a noi, limitando palesemente le nostre opzioni con la forza, la manipolazione è un’insidia che agisce «alle spalle». Le scienze cognitive aiutano a chiarire questo meccanismo. Il nostro pensiero si muove infatti su due livelli: uno rapido, intuitivo ed emotivo, e uno più lento, riflessivo e analitico. La manipolazione agisce quasi sempre sul primo livello, sfruttando scorciatoie mentali, paure e desideri immediati. È per questo che può risultare efficace anche quando siamo consapevoli di subirla. L’avvento dell’intelligenza artificiale ha ulteriormente amplificato questa dinamica. Oggi i sistemi digitali sono in grado di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, costruendo profili psicologici estremamente dettagliati. Questo consente di passare da una ma-
nipolazione generica a una manipolazione personalizzata, calibrata sulle vulnerabilità specifiche di ciascun individuo. Non si tratta più di messaggi uguali per tutti, ma di stimoli costruiti su misura.
La sfida del futuro, dunque, non è solo tecnologica, ma giuridica e morale. Sunstein conclude proponendo la difesa di un nuovo diritto fondamentale: il diritto a non essere manipolati. In un’epoca in cui gli algoritmi sanno di noi più di quanto noi stessi ammettiamo, proteggere la deliberazione razionale significa proteggere l’essenza stessa della democrazia e dell’autonomia individuale. Non è solo una questione di privacy, ma di sovranità sulla propria mente. La manipolazione, oggi, non è soltanto un problema etico o relazionale, ma una sfida culturale e politica. Riconoscerla è il primo passo per limitarne il potere e per restituire centralità a ciò che ci rende davvero liberi: la capacità di pensare, scegliere e dissentire.
di Aldo Grasso
di Paolo Di Stefano
Ricordo ancora bene le grigliate estive nel giardino dei miei nonni in Bosnia. C’erano ogni sorta di carne e verdure, bevande fresche e tanta gente che parlava animatamente e rideva. Ancora oggi rivedo quel pane caldo e soffice, sento il crepitio della griglia a carbone e ne sento il profumo. Se potessi tornare indietro nel tempo per rivivere uno di quei momenti, lo farei. Le ricette presenti in queste pagine sono un ottimo punto di partenza per tutti coloro che desiderano cimentarsi nell’arte della grigliata alla balcanica. Siamo consapevoli che ogni famiglia ha il proprio modo di preparare le ricette «secondo la tradizione». Anche la scelta delle pietanze è diversa. Non pretendiamo di essere esaustivi. Ci auguriamo che tu ti diverta a preparare queste ricette e che ti goda tante delizie in una bella giornata estiva. Buon appetito!
GUSTO
Cucina dei Balcani
Grigliare come nei Balcani
I ćevapćići non sono l’unica carne che viene messa sulla griglia nell’Europa sud-orientale. Per scoprire cos’altro c’è e come prepararlo, dai un’occhiata alla nostra sezione ricette
Edita Dizdar Redattrice
Qui puoi scaricare l’app Migusto
Spiedini di carne e peperoni grigliati
Piatto principale per 4 persone
2 spicchi d’aglio
5 cucchiai
2 cucchiai
1 cucchiaino
1 cucchiaino
2 bistecche di collo di maiale da ca. 200 g
2 petti di pollo da ca. 200 g pepe
3 peperoni, ad es. verde, rosso, arancione, giallo Ajvar per servire
1. Schiaccia l’aglio. Mescolalo con la metà dell’olio, il succo di limo ne, il sale e la paprica. Taglia la car ne a cubetti di 3 cm. Mescolali con la marinata e condisci con pepe. Lascia marinare la carne coperta in frigo per ca. 3 ore.
2. Scalda il grill a 200 °C. Dimezza i peperoni, liberali dai semi e tagliali grossolanamente a pezzi.
3. Infila la carne e i peperoni su gli spiedini. Spennellali con l’olio restante, poi condisci con sale e pepe.
4. Griglia gli spiedini da ogni lato a a fuoco medio diretto per ca. 10 minuti.
5. Servi con l’ajvar. Accompagna con cipolle e cetriolini.
Pljeskavica
Ajvar dolce Podravka
TEMPO LIBERO
Tutti i misteri del Parco Scherrer
Colette Broglie, figlia dello storico giardiniere di Arthur Scherrer, creatore dell’omonimo Parco di Morcote, condivide i suoi ricordi
Chi resiste alle quesadillas?
Una ricetta non troppo complicata, che non mancherà di stuzzicare il palato di tutti gli amanti dell’assai saporita cucina messicana
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Una Marathon made by Bungie La grafica retro-futurista e il gameplay avvincente non bastano per fare dell’extraction shooter Marathon un capolavoro
Un’atmosfera particolare, fatta di inclusività
Altri campioni ◆ Dal 28 al 31 maggio si sono svolti a Zugo i National Summer Games, il più grande evento sportivo svizzero dedicato alle persone con disabilità cognitiva
Davide Bogiani
Per quattro giorni, dal 28 al 31 maggio, 1600 atleti si sono sfidati in 16 discipline, trasformando la città in uno spazio di incontro, sport e inclusione. A margine della manifestazione abbiamo incontrato Bruno Barth, Presidente del Comitato organizzatore locale dei World Winter Games Switzerland 2029 e co-direttore di Special Olympics Switzerland, per parlare non solo dei Giochi, ma più in generale del movimento Special Olympics in Svizzera e del significato che oggi assume lo sport inclusivo. In questa tre giorni, a Zugo si respira un’atmosfera particolare. Certo, c’è l’entusiasmo della competizione, ma ciò che colpisce maggiormente è soprattutto il forte senso di comunità che unisce atleti, allenatori, volontari e dirigenti, quasi fossero parte di una grande famiglia. Un clima che si percepisce ovunque: nei campi di gara, sugli spalti e nei momenti condivisi lontano dalle competizioni. «I National Games di Special Olympics Switzerland si svolgono ogni quattro anni, alternando edizioni estive e invernali – spiega Bruno Barth – e rappresentano un momento di festa e una straordinaria motivazione per gli at-
leti, che spesso si preparano per anni a questo appuntamento». Parole che trovano conferma nelle emozioni vissute durante la cerimonia di apertura. Negli occhi degli atleti si legge l’orgoglio di poter partecipare a un evento di questa portata e di ricevere finalmente la visibilità e il riconoscimento meritati dopo mesi, spesso anni, di allenamenti svolti con grande impegno e dedizione all’interno dei propri club. Ed è proprio osservando questa partecipazione che emerge anche un altro elemento significativo: negli ultimi anni qualcosa sta cambiando nel panorama sportivo svizzero. «In effetti sono stati fatti passi avanti importanti – continua Barth. Sempre più federazioni e associazioni sportive stanno aprendo le proprie attività a tutti. Dopo il forte calo causato dalla pandemia, oggi la partecipazione è tornata a crescere». A confermarlo sono anche i numeri. A Zugo partecipano infatti circa 200 atleti in più rispetto ai Summer Games del 2022 di San Gallo. Una crescita che testimonia non solo il ritorno alla normalità dopo gli anni difficili della pandemia, ma anche una maggiore sensibilità verso il tema dell’inclusione. L’obiettivo di Special
Olympics, infatti, è proprio quello di creare offerte sportive accessibili e adattate alle possibilità delle persone con disabilità cognitiva, possibilmente all’interno dello sport «tradizionale», quindi nei club e nelle federazioni già esistenti. Attualmente circa un quarto degli atleti coinvolti proviene direttamente dal mondo sportivo tradizionale, mentre gli altri arrivano da istituzioni, scuole speciali o gruppi sportivi dedicati. Si tratta di una tendenza incoraggiante, che lascia intravedere prospettive positive anche per il futuro dello sport inclusivo in Svizzera. Nonostante i progressi, il sistema sportivo svizzero resta però ancora in parte separato tra sport «tradizionale» e sport per persone con disabilità. Ed è proprio su questo aspetto che oggi si concentra il dibattito sul futuro. «Un passo importante in questa direzione – spiega Barth – è stata la nascita nel 2024 di Swiss Inclusive Sport, che sostiene gli uffici sportivi cantonali e le associazioni nel rendere lo sport accessibile a tutti». Un cambiamento culturale che, secondo Barth, deve essere interpretato in senso ampio. «È importante ricordare che l’inclusione non riguarda soltanto la disabilità: comprende anche persone
con background migratorio, comunità LGBTQ+, problemi di salute mentale o differenze legate all’età».
Da qui nasce inevitabilmente una riflessione più profonda sul significato stesso dello sport e sul rapporto tra inclusione e competizione. Un equilibrio non sempre semplice da trovare. «Lo sport è spesso legato alla performance e alla competizione, e questo può entrare in conflitto con l’idea di inclusione. Se l’unico obiettivo è vincere, si tende naturalmente a scegliere sempre i migliori atleti. La vera domanda allora è: lo sport deve riguardare soltanto la vittoria?» Secondo Barth, lavorare con persone con disabilità cognitiva porta inevitabilmente a interrogarsi sul senso più autentico dello sport e sull’idea di appartenenza. «Se si accetta il principio che tutti abbiano il diritto di appartenere a un club, a una federazione o a un evento sportivo, allora si trovano anche soluzioni concrete per creare un’inclusione autentica». Naturalmente non tutto è sempre realizzabile nella pratica. Ed è proprio per questo che manifestazioni come i National Games mantengono un ruolo fondamentale. «Gli eventi di Special Olympics sono pensati appositamente per le esigen-
ze degli atleti con disabilità cognitiva, proprio come le Paralympics o le Deaflympics lo sono per altri gruppi. Sono eventi necessari perché offrono visibilità, favoriscono gli incontri tra persone diverse e permettono di parlare seriamente di inclusione». Mentre la nostra conversazione volge al termine, sullo sfondo continuano le premiazioni. Medaglie, sorrisi e abbracci raccontano meglio di qualsiasi discorso il significato di queste giornate. E, inevitabilmente, lo sguardo si sposta già verso il futuro dello sport inclusivo in Svizzera. «Immagino una Svizzera – conclude Barth – con un sistema sportivo che non escluda nessuno e che permetta a ogni persona di praticare sport al livello che desidera. La Svizzera dovrebbe applicare in modo coerente la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, affinché tutti possano essere pienamente parte della società». Poi aggiunge una riflessione che forse racchiude il senso più profondo di questi giorni vissuti a Zugo: «Credo che questi atleti ci aiutino a riflettere sul vero significato della vita. Le persone con disabilità cognitiva sono straordinarie ambasciatrici di rispetto, dignità e umanità».
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POTENTE CONTRO LE MACCHIE
PIÙOSTINATE
Una nuova luce sul Parco di Morcote
Itinerari ◆ I ricordi di Colette Broglie, figlia dello storico giardiniere del creatore del giardino Arthur Scherrer
Olmo Cerri
Per chi è in grado di leggerlo, un parco è come un libro aperto. Ci permette anche di conoscere la storia di chi lo ha vissuto e di chi lo ha progettato. È questa la cosa che ho scoperto passando alcune giornate immerso nel lussureggiante Parco Scherrer di Morcote, insieme al team ticinese di architetti dell’Officina del Paesaggio, guidato da Sophie Agata Ambroise, che ne sta preparando il restauro botanico. Le ricerche in corso stanno facendo emergere affascinanti ipotesi interpretative fino a ora rimaste nell’ombra. Proprio nel parco incontriamo Colette Broglie, figlia di Francesco Broglie, ultimo giardiniere e collaboratore personale di Arthur Scherrer, e di Ehrengard Broglie, storica guida del parco: «La mia infanzia è stata immersa in questo giardino, ci sono cresciuta, a casa se ne parlava sempre. Mio padre ne aveva un grande rispetto, veniva ogni giorno a lavorare nel parco con la cravatta. Ci teneva a conservarlo seguendo le volontà del signor Scherrer, aveva lavorato accanto a lui per tanti anni». Nata nel 1971, Colette Broglie è stata libraia e poi hostess per la Swissair, e dal 2008 vive a Città del Capo, in Sudafrica: «Erano 36 anni che non mettevo piede nel parco, mi avrebbe fatto troppo male» racconta con un po’ di amarezza.
Il restauro non riguarda solo le piante ma pure diari e allineamenti solari per una nuova interpretazione culturale del giardino
Ma andiamo con ordine: Arthur Scherrer, nato nel 1881, era un commerciante tessile di San Gallo, si trasferì ad Aquisgrana per frequentare la scuola tessile e poi in Toscana e in America per imparare le lingue. Dal 1907 si stabilì a Monaco di Baviera, dove rilevò il negozio di moda del padre. Alla fine degli anni Venti, Scherrer iniziò a edificare questo parco a Morcote, su un terreno agricolo terrazzato: un tipico «ronco» ticinese, che si trovava sopra alla casa sul lago che aveva acquistato. Scherrer ampliò l’abitazione fino a trasformarla in una villa e continuò a lavorare al parco fino alla morte, sopraggiunta nel 1956. Nove anni dopo la sua morte, la vedova Amalia Scherrer, decise di cedere il parco al Comune di Morcote, con la precisa richiesta di renderlo accessibile al pubblico.
«Mia madre era appassionata di storia dell’arte, faceva le visite guidate nel parco e faceva una specie di “marketing”: andava con la nostra macchina negli hotel e nei ristoranti di tutto il Ticino con i prospetti del parco per promuoverlo. Spediva pacchi di questi volantini alle agenzie di viaggi in tutta Europa». I ricordi di Colette Broglie sgorgano come un fiume in piena: «Accompagnava i visitatori in un vero e proprio viaggio, la vegetazione del parco era molto fitta e nascondeva le costruzioni, il bambù era denso, e quindi quando scoprivi gli edifici era una sorpresa. Anche il lago non era visibile dappertutto».
Perdendoci tra i sentierini, è possibile trovare ancora oggi un gran numero di statue, una casa del té siamese, una lussuosa dimora in stile indiano, protetta da elefanti e cobra di pietra, una struttura in stile arabo circondata da palme, una fontana romana, un tempio greco e uno egizio. In questi anni di assenza il parco è molto cambiato, c’è un po’ di tristezza nella
voce di Broglie: «Non posso dire che non sia tenuto bene. Ma non è più la stessa cosa. L’atmosfera oggi è diversa, è quasi kitsch. La magia è sparita. Alberi molto vecchi sono stati tagliati. Vedi tutto subito, non c’è più l’incanto della scoperta. Se giocassimo a nascondino qui non ci sarebbero posti per nascondersi».
Dopo la morte di Scherrer e il pensionamento del suo fedele braccio destro, la gestione del parco è molto cambiata: «Le persone che, a partire da metà degli anni Ottanta, han-
no sostituito mio padre, non avevano una grande esperienza. Mi ricordo che nella prima settimana hanno ucciso tutti i pesci della vasca centrale. Hanno tagliato e disboscato, hanno rovinato la vegetazione, togliendo tutta la magia al parco». Anche il paesaggio sonoro, secondo Colette Broglie, è molto cambiato: «L’acqua era molto importante qui: fiumiciattoli, fontane, cascate. In ogni punto del parco sentivi il gorgoglio dell’acqua. Mio padre negli ultimi anni non voleva più venirci, si sentiva tradito per
come veniva gestito. Non credo sia stato fatto per cattiveria, ma piuttosto per ignoranza, la manutenzione veniva fatta come se questo fosse un parco qualsiasi». Giardini come questo cominciarono a diffondersi nella nostra regione intorno al 1882, dopo l’apertura della galleria ferroviaria del Gottardo. Fu allora che il Ticino divenne una meta sempre più ambita dai villeggianti del Nord Europa. Molti di loro, appartenenti a classi colte e agiate, erano attratti dal clima mite e dalla bellezza dei laghi. In questo ambiente era possibile far prosperare specie subtropicali e mediterranee, dando vita a giardini «spostati», popolati da piante provenienti da terre lontane. Per chi superava le Alpi, il Ticino rappresentava la porta d’accesso al Sud. Come già accadeva in Liguria e in Costa Azzurra, questi giardini offrivano l’esperienza di luoghi capaci di evocare mondi climaticamente lontani, dotati di suggestioni culturali profonde. «Ho sempre conservato una scatola di documenti che la signora Scherrer ha donato a mio padre. Ci tenevo molto a questi ricordi, me la sono portata in giro nei tanti traslochi che ho fatto. Ci sono i diari, le lettere del signor Scherrer e le foto della costru-
zione del parco» dice Colette Broglie, mostrandoci alcune delle foto che illustrano questo articolo. «Spero che questi archivi possano servire a capire come era il parco di un tempo e sono sicura che l’amministrazione comunale e il giardiniere che se ne occupa oggi potranno ritrovare il paesaggio incantato di un tempo».
Secondo «Officina del Paesaggio» incaricata dal Comune di Morcote di curare il restauro botanico, emergerebbe una possibile nuova chiave di lettura del giardino: il parco potrebbe infatti essere interpretato come uno spazio concepito secondo i canoni e la simbologia di un luogo sacro. I manufatti disseminati nel parco racconterebbero il culto per la luce, intesa nel suo significato metaforico di ricerca interiore, nelle varie epoche. Questa nuova interpretazione del parco si potrebbe inserire nel contesto culturale dei primi decenni del Novecento, tra il nord delle Alpi e il Ticino. Erano anni di fervore intellettuale e spirituale, segnati da movimenti come il Monte Verità, Eranos, la teosofia, l’antroposofia. Tra i diversi indizi che inizialmente hanno condotto a scoprire questa nuova lettura, uno tra i più rilevanti è l’allineamento geometrico tra il tempio del sole, posizionato nella parte alta del parco, e il centro dei due obelischi, situati sul belvedere: una linea immaginaria che indica esattamente il punto in cui il sole tramonta il giorno del solstizio d’inverno. Quindi il parco non sarebbe frutto di un semplice capriccio estetico, ma un tassello importante nella geografia spirituale del nostro territorio. I giardini storici come il Parco Scherrer sono già stati riconosciuti dalla Confederazione come luoghi capaci di promuovere la biodiversità, ma oggi è quindi importante chiedersi come la presenza di vegetazione esotica acclimatata nel tempo possa assumere anche un valore ambientale oltre a quello patrimoniale. Al di là delle considerazioni di tipo scientifico e spirituale, questo parco resta un luogo magico e tutto da scoprire.
Colette Broglie nei panni della guida. Sotto: l’arrivo di alcune palme destinate al Parco Scherrer; il giardiniere Broglie con la figlia Colette. In basso: Colette Broglie oggi.
(Archivio privato Colette Broglie)
Ricetta della settimana - Quesadillas
Ingredienti
Ingredienti per 4 persone
2 peperoni, ad esempio verdi o rossi
1 cipolla grande
1 scatola di chicchi di mais da 150 g, peso sgocciolato
140 g
4 c d’olio sale
1 cc di pepe di Cayenna frantumato
4 tortillas di frumento grandi
400 g di formaggio grattugiato Tex Mex
200 g di guacamole spicchi di limetta e coriandolo per guarnire
Preparazione
1. Dimezzate i peperoni, liberateli dei semini e tagliateli a dadini. Tritate grossolanamente la cipolla. Scolate i chicchi di mais e fateli sgocciolare.
2. Rosolate i peperoni e la cipolla in un po’ d’olio. Condite con sale e pepe di Cayenna. Aggiungete il mais e fatelo scaldare.
3. Stendete le tortillas. Distribuite un po’ di formaggio grattugiato su una metà di ogni tortillas e sopra il ripieno di peperoni e mais. Cospargete con il resto del formaggio grattugiato. Ripiegate l’altra metà delle tortillas sulla farcitura e premete un po’.
4. In una padella ampia rosolate nell’olio le tortillas una dopo l’altra da entrambi i lati, finché risultano croccanti.
5. Togliete dalla padella e tagliate ogni quesadilla in tre parti. Servite con guacamole. Guarnite con spicchi di limetta e coriandolo.
Consigli utili: Accompagnate anche con panna acidula e salsa di pomodori.
Preparazione: circa 30 minuti
Per porzione: circa 33 g di proteine, 51 g di grassi, 50 g di carboidrati, 810 kcal
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Marathon: l’extraction shooter in salsa Bungie
Videogiochi ◆ Un’estetica retro-futurista e un gameplay avvincente, per un’avventura che si colloca nel panorama affollato dei giochi online; ma riesce davvero a distinguersi?
Davide Canavesi
Potremmo pensare che il mondo dei videogiochi sia immune alle mode, visti i tempi di sviluppo che si allungano ogni anno sempre di più, rendendo difficile seguire i trend del momento. Niente di più errato, visto che il mondo dell’intrattenimento digitale non solo segue le mode, ma contribuisce sempre più a lanciarne di nuove. È il caso del genere extraction shooter, in cui i giocatori devono infiltrarsi in una mappa, recuperare un bottino prezioso e sopravvivere fino a raggiungere un punto di estrazione sicuro, rischiando di perdere tutto l’equipaggiamento in caso di sconfitta. Di titoli di questo genere recentemente se ne sono visti molti, dal capostipite Escape from Tarkov fino a Helldivers 2 o Arc Rider Oggi diamo allora uno sguardo a Marathon, prodotto dal leggendario studio di sviluppo Bungie. Studio dal pedigree stellare, sono infatti i creatori dei popolarissimi Halo e Destiny, è lecito attendersi un titolo di grande qualità. Ma in un mercato sempre più competitivo e in cui i giochi abbondano, non è facile farsi notare. Marathon colpisce inizialmente per il suo stile retro-futurista, grafiche con colori primari, animazioni tutte particolari e una presentazione un tantino caotica, ma sicuramente estetica. Tutto questo lo noteremo prima di essere scaricati senza tante
cerimonie sulla superficie del pianeta Tau Ceti IV per recuperare quanto rimane di una colonia umana svanita nel nulla. La storia non è solitamente il fulcro di un gioco multiplayer come Marathon, eppure Bungie, che le storie di fantascienza le sa raccontare, ci ha provato lo stesso disseminando il word building in una miriade di terminali, dialoghi e log audio che, con tutta probabilità, il settantacinque percento dei giocatori ignorerà senza pensarci due volte.
Il che è un peccato perché, prendendosi il tempo, ci sarebbero elementi piuttosto interessanti da scoprire. Potremmo accettare contratti da parte di diverse entità, che spaziano da sistemi operativi antropomorfi a bizzarri bachi da seta senzienti che invariabilmente non ascolteremo, perché sommersi dal caos della chat vocale con i compagni di squadra, i quali avranno comprensibilmente più fretta di giocare la prossima partita, piuttosto che leggere testi e ascoltare discorsi.
La struttura di Marathon è quella classica del genere: veniamo scaricati in una mappa in compagnia di due compagni umani e dovremo raccogliere armi, munizioni e altri potenziamenti per poi farci strada verso una zona d’estrazione. Sul terreno incontreremo nemici comandati dal gioco, che possono essere fastidiosi mentre
ci difendiamo dai veri avversari, costituiti da un’altra squadra umana. Fallire l’estrazione significa perdere quanto raccolto, subire penalità e dover ricominciare da capo, potenzialmente con i compagni di squadra non troppo felici delle nostre performances. Una cosa che sicuramente Bungie sa creare a livello di forma d’arte è il gunplay, ovvero il feeling di combattimento in prima persona. Marathon non fa eccezione, proponendo un gameplay a regola d’arte, con ogni arma che presenta le sue caratteristiche e le sue idiosincrasie. Ogni arma
da fuoco ha un suo ritmo, un suo rinculo tutto particolare e la scelta dello strumento adatto per ogni situazione è decisamente d’obbligo. Senza nemmeno dimenticare la varietà, inizialmente piuttosto limitata, ma che si espanderà gradualmente in base alle nostre performances di gioco. Per personalizzare ancora di più l’esperienza, il gioco offre delle Shell, ovvero dei modificatori che cambiano aspetto, abilità e molto altro. Per finire, ci sono diverse classi di personaggio, come l’Assassino, il Teppista o il Destroyer che permettono uno schie-
ramento tattico da parte della squadra di giocatori. Marathon, essendo un gioco puramente online pensato come un servizio, è in costante evoluzione. L’offerta di base è decente anche se non stratosferica, con un buon numero di terreni di gioco a complessità variabile, ma con gran potenziale di espansione futura. Ciò che invece non è molto riuscito è il sistema d’interfaccia del gioco. Caotico, complesso, zeppo di animazioni tanto belle quanto confuse, rende le prime ore di gioco una vera e propria sfida nel capire cosa fare, cosa selezionare e su cosa concentrarsi. Un vero peccato, perché alza inutilmente l’asticella per i giocatori alle prime armi, che si ritroveranno un po’ persi per le prime, fondamentali, partite di Marathon Insomma, l’ultima creazione di Bungie ha molti elementi positivi, ma anche alcuni difetti che rendono difficile consigliarlo senza remore. Il gioco è indubbiamente fluido e divertente, ma in un mercato quasi saturo di giochi di questo genere sembra mancare quel non so che che invece è ben presente in altri titoli. Se gli sviluppatori saranno in grado di ridurre le frustrazioni e mantenere un ritmo costante nella pubblicazione di nuovi contenuti, potrebbe anche entrare nel cuore di molti videogiocatori su PC, Xbox Series e PlayStation 5.
Cruciverba
Dove si trova il grattacielo più alto dell’Unione europea?
E quanti metri misura di altezza?
Lo scoprirai leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere evidenziate.
(Frase: 8, 13)
ORIZZONTALI
1. Notevole tra cose dissimili
7. L’ideatore di «Striscia la notizia» (iniz.)
8. Casato, stirpe latina
9. Pallida rosa
11. Desinenza di diminutivo femminile
12. Perciò in poesia
14. Le iniziali del musicista Respighi
15. Pronome personale
16. Nei cerchi e nei triangoli
18. Analisi di laboratorio
23. Sgradevoli eredità
25. Lo è Cannavacciuolo
26. Severo richiamo
28. Andate alla latina
29. Un figlio di Giacobbe
30. Vi si trasportano i polli
32. Le iniziali dell’attore Scamarcio
33. Uno scoiattolo di Walt Disney
34. I suoi fiori sono le mignole
VERTICALI
1. Il caso latino
2. La Grandi cantante
3. Le iniziali dell’attore Gassman
4. Quando cantano sono confessi
5. Lo è la Marsigliese
6. Tentare arditamente
10. Le iniziali del Duca della Vittoria
13. Stato del Medio Oriente
17. Un fiore
19. Le iniziali del cantante Cristicchi
20. Breve lamento
21. Strumenti per sarti
22. Antica città dell’Asia Minore
23. Può offendere
24. L’unità per gli affettati
26. Una data che
Scoprite i 3 numeri corretti
sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».
4.80
2.95 invece di 4.50
Nettarine a polpa gialla Spagna/Italia/Francia, vassoio, 1 kg o per kg 34%
7.50 invece di 10.80 Bratwurst di vitello di San Gallo IGP Svizzera, 3 x 2 pezzi, 3 x 260 g, (100 g = 0.96) conf. da 3 30%
3.30 invece di 6.60
Filetto di manzo Black Angus Migros Uruguay, per 100 g, in self-service 30%
4.80 invece di 6.90
Tutti i cornetti Fun prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. alla fragola, 8 x 145 ml, 7.67 invece di 10.95, (100 ml = 0.66) a partire da 2 pezzi 30%
Tutto il buono della NATURA
1.20 invece di 1.60 Cavolo rapa Svizzera, il pezzo 25%
Vengono coltivate con concimi naturali, il che le rende più resistenti e ne rallenta la crescita
9.70
invece di 12.95
Erbe aromatiche Migros Bio disponibili in diverse varietà, Ø 18 cm, il vaso 25%
3.95 Zucchine Migros Bio Ticino, 500 g, imballate, (100 g = 0.79) HIT
1.60
invece di 2.–
Lattuga cappuccio con cuore Migros lavata, pronta al consumo, 200 g, (100 g = 0.80) 20%
Migros Ticino
CheBONTÀ!
30%
8.40
invece di 12.–
Cosce inferiori di pollo Optigal al naturale o speziate, Svizzera, al kg, in self-service, (100 g = 0.84)
2.80 invece di 3.30 Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g, in self-service 15%
1.60 invece di 1.85
Sminuzzato di maiale IP-SUISSE per 100 g, in self-service 13%
10.95 invece di 20.28
Cosce di pollo M-Classic prodotto surgelato, in conf. speciale, 2,5 kg, (100 g = 0.44) 46%
Consiglio: cuocere a fuoco lento affinché la carne diventi tenera e rimanga succosa
Gigot d'agnello Migros Irlanda/Gran Bretagna, per 100 g, in self-service 20%
4.–invece di 5.–
Costine di maiale Svizzera, per 100 g, al banco 28%
2.–invece di 2.80
6.35 invece di 7.50
Piccata di vitello Svizzera, per 100 g, in self-service 15%
5.50
Una marea di AZIONI
9.95 invece di 13.50
Filetti di salmone selvatico con pelle M-Classic, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 2 pezzi, 300 g, in self-service, (100 g = 3.32) 26%
3.45
Filetto di tonno pinna gialla Migros per 100 g, in self-service 30%
invece di 4.95
8.95
invece di 12.–
Filetti di orata con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Turchia, 350 g, in self-service, (100 g = 2.56) 25%
9.95 invece di 15.90
Cozze fresche M-Classic, MSC pesca selvatica, Paesi Bassi/ Irlanda/Danimarca, 2 kg, in self-service, (1 kg = 4.98) 37%
6.95
invece di 11.90
Filetti Gourmet Bordelaise Pelican, MSC prodotto surgelato, 2 x 400 g, (100 g = 0.87) conf. da 2 41%
Adatti a curry, pasta o bowl
15.95
invece di 22.43
Gamberetti crudi e sgusciati Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 750 g, (100 g = 2.13) 28%
Pane e prodotti da forno
Mmmmm,che bontà!
Cornetti alla crema in conf. speciale, 4 pezzi, 280 g, (100 g = 2.14) 14%
6.–invece di 7.–
20%
Perfetti con il formaggio
Fagottini alle pere Petit Bonheur e fagottini di spelta alle pere Migros Bio per es. Petit Bonheur, 3 pezzi, 225 g, 2.72 invece di 3.40, prodotto confezionato, (100 g = 1.21)
a partire da 2 pezzi
20%
Madeleine Petit Bonheur con burro svizzero o gocce di cioccolato, per es. con burro svizzero, 220 g, 2.24 invece di 2.80, prodotto confezionato, (100 g = 1.02)
conf. da 6 25%
6.95 invece di 9.30
Biberli dell'Appenzello 6 x 75 g, (100 g = 1.54)
20x CUMULUS NOVITÀ
Gusto rinfrescante
4.–
Crostata al quark e limone Anna's Best 200 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.00)
Delizia dai Balcani per la tua grigliata
Oli d'oliva Don Pablo
1 litro e 500 ml, per es. 1 litro, 7.96 invece di 9.95, (100 ml = 0.80) 20%
2.35
invece di 2.95
Ideale con
Spiedini di kebab di pollo Migros Svizzera, per 100 g, in self-service 20%
2.95 invece di 3.95
Lattuga mini Svizzera, vaschetta da 3 pezzi 25%
Senza conservanti né coloranti
30%
5.45
invece di 7.80
Crema da spalmare Argeta pollo, piccante o tonno, MSC, 4 x 95 g, (100 g = 1.43)
6.95 Cevapcici di manzo Migros
Svizzera, 7 pezzi, 245 g, in self-service, (100 g = 2.84)
3.30 Ajvar dolce Podravka senza conservanti, 690 g, (100 g = 0.48)
1.20
Simit in vendita sfusa 115 g, (100 g = 1.04)
–.95 Energy Drink Golden Eagle 250 ml, (100 ml = 0.38)
2.– Stark Smoki Flips in conf. speciale, 250 g, (100 g = 0.80)
3.20
3.80
Bambi Lane Biscuits 300 g, (100 g = 1.07)
Zuppa di pollo Podravka 4 x 62 g, (100 g = 1.53)
In frigorifero?
1.75
invece di 2.10
Le Gruyère piccante AOP circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 16%
2.25 invece di 2.65
Caseificio Blenio per 100 g, prodotto confezionato 15%
1.85
invece di 2.35
Appenzellerin Elegant circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g 21%
1.95 invece di 2.35
Formaggella grassa Nostrana per 100 g, prodotto confezionato 17%
Doppia crema de la Gruyère 250 ml, 3.80 invece di 4.75, (100 ml = 1.52) a partire da 2 pezzi 20% Leerdammer a fette
6.95 invece di 8.85
Formaggio fuso a fette Gruyère AOP o Emmentaler, in confezioni speciali, 30 fette, 600 g, (100 g = 1.16) 21%
Migros Ticino
Mozzarella Galbani 3 x 150g, (100 g = 1.33) conf. da 3 20%
6.–
invece di 7.50
Tutto l'assortimento Galbani per es. Galbani mozzarella, 150 g, 2.13 invece di 2.50 a partire da 2 pezzi 15%
4.85 invece di 5.76 Uova d'importazione da allevamento al suolo in conf. speciale, 18 x 53 g+ 15%
4.30 invece di 5.40 M-Classic in conf. speciale, 500 g, (100 g = 0.86) 20%
Tutti gli yogurt Excellence 150 g, –.84 invece di 1.05, (100 g = 0.56) a partire da 4 pezzi 20%
Tutte le bevande I'm your meal Emmi disponibili in diverse varietà, per es. cioccolato, 500 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 0.79) a partire da 2 pezzi 20%
Prodotti freschi e pronti
Per gli chef che vanno di fretta
e pane pita tostato
conf. da 3 20%
Pasta Anna's Best, refrigerata ravioli di manzo d'Hérens del Vallese o gnocchi con basilico, in conf. multiple, per es. ravioli, 3 x 250 g, 11.75 invece di 14.85, (100 g = 1.57)
5.95
Coeur de Lavande con feta, miele e lavanda, 250 g,, (100 g = 2.38)
2.85 invece di 4.43
Hummus Anna's Best Lemon o Nature, 300 g, (100 g = 0.95) 35%
Lasagne Anna’s Best e Migros Bio Bolognese o Fiorentina, per es. Bolognese Anna's Best, 400 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 0.79) a partire da 2 pezzi 20%
8.90 Mini Springrolls Vegi Asia-Snacks 20 pezzi, 500 g, (100 g = 1.78)
Dolcisnack
40%
11.95 invece di 19.95
Pralinés du Confiseur Frey Édition d'été, 452 g, (100 g = 2.64)
Tutte le tavolette bio Frey per es. cioccolato fondente con il 55% di cacao, Fairtrade, 100 g, 2.– invece di 2.50 a partire da 2 pezzi 20%
20%
Zampe d'orso o schiumini al cioccolato, M-Classic in confezioni speciali, per es. zampe d'orso, 760 g, 5.60 invece di 7.–, (100 g = 0.74)
4.95
Nutella Biscuits 304 g, (100 g = 1.63)
8.95
Schoko-Bons Kinder in conf. speciale, 500 g, (100 g = 1.79)
Tutto l'assortimento Crème d'Or prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. Vaniglia Bourbon, vaschetta, 1000 ml, 8.76 invece di 10.95, (100 ml = 0.88)
11.65 invece di 14.60
Gelati alla panna su stecco prodotti surgelati, vaniglia, cioccolato e fragola, in conf. speciale, con sacchetto refrigerante in omaggio, 24 pezzi, 1368 ml, (100 ml = 0.85) 20%
a partire da 2 pezzi 30%
Tutti i cornetti Fun prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. alla fragola, 8 x 145 ml, 7.67 invece di 10.95, (100 ml = 0.66)
partire
20%
Tutti i mochi con gelato Little Moons prodotto surgelato, 6 x 32 g, 4.76 invece di 5.95, (100 g = 2.48)
a partire da 2 pezzi 20%
Gelato su stecco Mega Star prodotto surgelato, in confezioni multiple, per es. Almond, 6 x 120 ml, 7.76 invece di 9.70, (100 ml = 1.08)
a
da 2 pezzi
Snack e aperitivi Bevande
20%
Chips Farm al rosmarino, alle erbe svizzere o Wave alla paprica, in confezione speciale, per es. al rosmarino, 300 g, 5.25 invece di 6.60, (100 g = 1.75)
2.55 invece di 3.40
Tortilla Chips Nature Migros Bio 150 g, (100 g = 1.70) 25%
conf. da 6 40%
8.25 invece di 13.80
Elmer Citro 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.09)
a partire da 2 pezzi
22%
Sfilatini
disponibili in diverse varietà, per es. Sale, 130 g, 2.50 invece di 3.20, (100 g = 1.92)
2.–
Patatine Wave alla paprica Migros 150 g, (100 g = 1.33)
25%
conf. da 2 20%
3.80 invece di 4.80
Taquitos Zweifel Fajita e Sweet Chili, 2 x 125 g, (100 g = 1.52)
Disponibile solo per poco tempo
Tutto l'assortimento Bundaberg senz'alcol, per es. ginger beer, 375 ml, 2.93 invece di 3.90, (100 ml = 0.78)
conf. da 12 HIT
20x CUMULUS NOVITÀ
3.30 Pringles Buffalo Chicken Wings o Cheeseburger, 165 g, (100 g = 2.00)
6.70 Coca Cola Classic, Zero o Double Zero, 12 x 150 ml, Coca Cola, (100 ml = 0.37)
conf. da 10 33%
12.–invece di 17.95
Succo d'arancia M-Classic, 100% succo di frutta 10 x 1 litro, (100 ml = 0.12)
Corri a fare SCORTA
a partire da 2
25%
Ceci e fagioli Alnatura bio e Migros per es. ceci Alnatura, bio, 220 g, 1.43 invece di 1.90, (100 g = 0.65)
conf. da 10 30%
13.30
invece di 19.–Farina bianca M-Classic, IP-SUISSE 10 x 1 kg, (100 g = 0.13)
conf. da 2 20%
Kellogg's disponibili in diverse varietà, per es. Trésor Choco Nut, 2 x 620 g, 11.10 invece di 13.90, (100 g = 0.90)
conf. da 4 25%
Rio Mare disponibili in diverse varietà e in confezioni multiple, per es. tonno all'olio di oliva, 4 x 104 g, 13.80 invece di 18.40, (100 g = 3.32)
a partire da 2 pezzi 30%
Tutto l'assortimento Ponti e Giacobazzi per es. aceto balsamico di Modena Ponti, 500 ml, 3.36 invece di 4.80, (100 ml = 0.67)
conf. da 2 20%
Spicchi di mango o noci di anacardi, Sun Queen per es. spicchi di mango essiccati, 2 x 200 g, 7.– invece di 8.80, (100 g = 1.75)
Involtini primavera J. Bank's prodotto surgelato, con pollo o verdure, 2 x 6 pezzi, 740 g, per es. pollo, 9.80 invece di 14.–, (100 g = 1.32)
3.50
Barretta proteica Dark Chocolate Raspberry Be Kind 50 g, (100 g = 7.00) 20x CUMULUS NOVITÀ
pezzi
RISPARMIARE in bellezza
Balsami trattanti o prodotti per lo styling dei capelli, Nivea per es. spray per capelli Diamond Volume, 2 x 250 ml, 7.40 invece di 9.90, (100 ml = 1.48)
Prodotti per la doccia Nivea o Nivea Men per es. Creme Soft, 3 x 250 ml, 7.– invece di 10.50, (100 ml = 0.93)
Deodoranti Nivea o Nivea Men per es. roll-on Dry Impact 72 h, 2 x 50 ml, 5.60 invece di 7.50, (100 ml = 5.60) conf. da 2 25%
3.50 Docciagel al cocco Le Petit Marseillais 250 ml, (100 ml = 1.40)
partire da 2 pezzi
7.90
di 11.85 Shampoo Nivea o Nivea Men per es. Classic Care Mild, 3 x 250 ml, (100 ml = 6.90)
Tutto l'assortimento Labello per es. Original, 2 pezzi, 2.65 invece di 3.95, (10 g = 2.76)
Tutto l'assortimento Grether's per es. pastiglie Blackcurrant senza zucchero, in conf. di ricarica, 110 g, 5.70 invece di 7.60, (100 g = 5.18)
per la gola e la voce
Spazzolini
pulizie,
Comodità e praticità
a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento Holle (latte Pre e latte di tipo 1 esclusi), bio, per es. omogeneizzato di carote Demeter, 125 g, 1.28 invece di 1.60, (100 g = 1.02)
17.95 Body per bebè disponibile in diversi colori e motivi, tg. 50/56–98/104
9.95
Calzini per bambini disponibili in diversi colori, numeri 27/30–39/42
Tutto l'assortimento di occhiali da sole e da lettura per es. occhiali da sole unisex, il pezzo, 27.97 invece di 39.95 30%
Tutto l'assortimento Fresh 'n Rebel per es. cavo USB-C 2 m, 100 W, rosa, il pezzo, 12.76 invece di 15.95 20% 89.95 Trolley da viaggio a guscio rigido Travel & Co. disponibile in diversi colori, misura L, il pezzo
a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento di alimenti e snack per gatti Mio per es. Adult Delights con salmone, 7 x 15 g, 1.96 invece di 2.45, (100 g = 1.87)
conf. da 5
conf. da 7
Per concludere in bellezza
La Gemma di Zanzibar è una pianta da appartamento molto resistente. Si trova meglio in un luogo luminoso o in penombra. Tuttavia, si adatta bene anche in condizioni di scarsa illuminazione. Poiché immagazzina l’acqua nelle foglie e nelle radici, è bene annaffiarla solo quando il terriccio è completamente asciutto.
2.70 invece di 3.90 Pomodori a grappolo Svizzera,
1.55 invece di 2.25 Bistecche di collo di maiale marinate IP-SUISSE
4
Fino a esaurimento dello stock. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti.