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Azione 23 del 3 giugno 2026

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su I fondatori raccontano i primi 25 anni di Digitec Galaxus

MIGROS Pagina 2

SOCIETÀ Pagina 3

Si può ancora essere galanti? È la domanda che si pone Jennifer Tamas nel suo ultimo libro

Il 14 giugno si vota sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!», gli argomenti a favore e contro

ATTUALITÀ Pagina 15

Bentornato Sole Benvenuta ombra

Viva il sole! Lo dico da ticinese, cioè da verace «terrone» della Svizzera. Anche se, un paio di settimane fa, quando Giove pluvio ha deciso di togliere il disturbo per lasciar campo libero ai primi bollori stagionali, mi sono chiesto fino a quando sarebbe durata l’euforia per l’irruzione dell’estate in una primavera piuttosto freddina.

Fino a quando, cioè, si sarebbe protratta la gioia fisica del sole in faccia e delle serate a grigliare in canottiera, prima di essere assaliti dall’insofferenza per il caldo boia che probabilmente ci attanaglierà per il resto dell’estate.

Non è solo un problema di sudate e affanni personali. È una faccenda dannatamente seria che riguarda prima di tutto le grandi città, intimorite dalla prospettiva che l’accensione in massa dei condizionatori metta la rete elettrica sotto pressione, faccia impennare i prezzi dell’elettricità e aumenti il rischio di blackout.

A New York, per dire (notizia che ho scoperto ascoltando il podcast Ossigeno di Seietrenta), in diversi appartamenti stanno testando una batteria delle dimensioni di un forno a microonde che si collega al condizionatore a finestra e alla presa elettrica. Si carica di notte e alimenta il condizionatore nelle ore di picco, di solito tra primo pomeriggio e sera. Col doppio vantaggio di ridurre lo stress per la rete elettrica cittadina nei momenti critici, e di permettere agli umani di restare al fresco anche nelle ore più torride. Checché ne dicano i feroci negazionisti del surriscaldamento climatico, d’estate le città soffrono, anzi soffriggono, neanche fossero saune a cielo aperto. E visto che, complici le guerre, i consumi energetici sono sempre più cari, occorre ingegnarsi. Imitando, per esempio, i volontari che nel 2008 si erano presentati a Portland (Oregon, Usa) con pale e picconi per

distruggere marciapiedi, parcheggi, cortili e altre superfici in cemento o asfalto inutile, e creare al loro posto giardini, orti urbani e terreni permeabili all’acqua. Erano i precursori di un movimento che si è poi esteso al resto del mondo col nome di depaving, che in italiano ha generato il neologismo piuttosto burocratese di «depavimentazione».

Quest’anno, per dire, Genova è diventata la prima città italiana a inserire il depaving nel proprio piano urbanistico, prevedendo incentivi economici per quei privati che scelgono di rimuovere asfalto e cemento dai propri spazi, sostituendoli con aiuole, prati, piante o giardini. In cambio degli sgravi sugli oneri di urbanizzazione, i medesimi cittadini si impegnano però a prendersi cura di quelle aree per i dieci anni successivi.

La Svizzera ha fatto suo il concetto di depaving nel campo della deimpermeabilizzazione e delle «città spugna», concetto promosso dall’Associazione svizzera dei professionisti della protezione delle acque, attraverso strategie che riducono superfici impermeabili e favoriscono l’infiltrazione dell’acqua, tramite verde urbano, suoli naturali e pavimentazioni permeabili. In Ticino segnaliamo il Parco Casarico, nuovo quartiere vicino al laghetto di Muzzano che ha vinto il Premio Binding per la biodiversità nel 2022. E Vivai Diffusi, il progetto di Licia Lamanuzzi per rendere gli spazi urbani più vivibili attraverso la natura.

Insomma, viva il sole, sì: ma senza farci cuocere come uova in cereghino sull’asfalto che abbiamo steso noi stessi. La via d’uscita non è solo accendere condizionatori, ma anche spegnere un po’ di quel manto bollente che fa salire la temperatura dalla suola delle scarpe. Meno cemento, più ombra, e scopriremo che il fresco non è un lusso, ma una scelta.

RICHIAMO – VOTAZIONE GENERALE 2026

La votazione generale giunge al termine.

Le schede di voto devono essere deposte nelle apposite urne delle filiali o spedite entro

CULTURA Pagina 21

Peter Sellers rese l’instabilità una delle forze più inquietanti della comicità cinematografica

Dal Rio Negro al Solimões, un impasto di temporali tropicali e fiumi che scandiscono la vita

TEMPO LIBERO Pagina 34

Scoprire il vero volto delle donne d’Onsernone

Manuela Mazzi – Pagina 27
Carlo Silini
Dettaglio di Giovane
donna,
1847
circa (Carlo Agostino Meletta / MASI Lugano)

I fondatori di Galaxus vuotano il sacco

Info Migros ◆ Da un piccolo ufficio al più grande negozio online della Svizzera: in occasione dei 25 anni dalla fondazione Florian Teuteberg e Oliver Herren stilano un bilancio

Katja Fischer De Santi, Jörg Marquardt

Un piccolo ufficio improvvisato a Zurigo, pieno zeppo di accessori per computer, segna l’inizio di una grande storia di successo. Nel 2001 tre giovani uomini creano il primo shop online svizzero dedicato all’informatica e all’elettronica: Digitec. Non hanno idea della velocità con cui crescerà il loro piccolo business. Oggi Digitec Galaxus è il negozio online più grande della Svizzera. In occasione del 25esimo dalla fondazione incontriamo i due fondatori – e tuttora capi – rimasti: Florian Teuteberg e Oliver Herren (FT e OH, entrambi 47 anni) nella sede centrale di Zürich-West. Si portano appresso un pacco Galaxus pieno di prodotti dalla storia interessante. Aprono la scatola insieme. Florian Teuteberg, visibilmente soddisfatto, prende subito in mano una scheda grafica per PC.

Florian Teuteberg: Tutto iniziò proprio con componenti di questo tipo. Io e Oliver eravamo due gamer e avevamo costantemente bisogno di migliori schede grafiche per PC.

Oliver Herren: … perché negli anni Duemila i giochi evolvevano a una velocità impressionante. L’hardware era molto costoso. Per finanziare il nostro hobby, assemblavamo PC per parenti e conoscenti – Digitec è stato il fischio di inizio! (Herren toglie dal pacco una nave dei pirati gonfiabile, ndr).

OH: Sicuramente un’allusione a un valore aziendale cui teniamo molto sin dall’inizio: il lato piratesco, essere curiosi e avere il coraggio di mettere in discussione lo status quo.

Oggi Digitec Galaxus può essere ancora piratesco?

FT: Con le grandi dimensioni è arrivata anche una certa pigrizia. Ma ancora oggi sproniamo i nostri collaboratori ad avere coraggio e a sperimentare determinate cose invece di continuare a riflettere a livello concettuale. Un bell’esempio del nostro spirito sono tutte le nostre campagne pubblicitarie: rompono con il solito mondo perfetto dei prodotti.

OH: Quasi dopo ogni campagna riceviamo delle mail di reclamo. Ma lo sappiamo già prima. Sebbene non vediamo mai le campagne prima che vengano trasmesse.

(Con la fronte aggrottata Teuteberg osserva il sacchetto di stoffa che sta per togliere dalla scatola, ndr).

OH: Un sacchetto profumato?

FT: (Legge, ndr) Ah, un sacchetto di semi selvatici. Potrei svuotarlo nel giardino di mia nonna.

Parliamo di crescita e sostenibilità. Come maggiore commerciante online della Svizzera contribuite in modo importante all’invasione di pacchi: quanto è sostenibile?

FT: Non è del tutto vero. Un retailer nei suoi negozi deve riscaldare e raffreddare molte più superfici rispetto a noi, che abbiamo depositi centra-

Fondato nel 1938

Abbonamenti

lu–ve 9.00–11.00 / 14.00–16.00 registro.soci@migrosticino.ch

li. Poi c’è il trasporto: le persone vanno e tornano al negozio individualmente e questo è meno sostenibile di un furgone postale pieno zeppo di pacchi.

(Con cautela Herren estrae dal pacco la scatola di legno contenente acquavite, ndr).

OH: Questa risale al nostro anno di

Le pietre miliari di Digitec Galaxus

2001

Fondazione del negozio online di elettronica Digitec da parte di Florian Teuteberg, Oliver Herren e Marcel Dobler (che nel 2012 ha lasciato l’azienda.

2012

Fondazione del negozio gemello Galaxus (all’inizio «Gerda Home»): estensione dell’assortimento degli articoli per la casa. Ingresso di Migros come azionista di minoranza.

2015

Cambio di denominazione in Digitec Galaxus AG (fusione dei due marchi). Migros diventa azionista di maggioranza.

2018

Galaxus si espande in Germania; dal 2023 anche in Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi. Digitec Galaxus diventa il rivenditore di elettronica con il maggior fatturato in Svizzera. Nel 2025 l’azienda ha realizzato un fatturato di 3,8 miliardi di franchi.

2026

Galaxus annuncia che, entro la fine dell’anno, integrerà Ex Libris nell’onlineshop.

fondazione, il 2001. Speriamo di essere invecchiati anche noi bene come l’acquavite.

FT: Quanti gradi ha? 40? Si sa che con l’età la grappa buona diventa ancora meglio. Ciò vale anche per Galaxus. Sono fiero che, nonostante la crescita, si siano raggiunti ovunque dei traguardi qualitativi, ad esempio nella puntualità delle consegne, nella soddisfazione della clientela o in quella dei nostri collaboratori.

Voi vendete un po’ di tutto: alcol, cannabis TBC, droni… Cosa non vendereste mai?

FT: Armi! Sebbene i confini a volte siano molto sfumati. Una volta siamo incappati in un coltello da sub che sottostava alla legge svizzera sulle armi. Nonostante abbiamo dei filtri sofisticati, riuscire a riconoscere la pecora nera tra migliaia di prodotti rimane una sfida.

(Florian Teuteberg sorride mentre guarda il prossimo oggetto: un vecchio iPhone, ndr).

FT: Nel 2008 ci ritrovammo a dovere acquistare i primi iPhone dalla Germania, poiché Apple non ce li voleva fornire. Queste importazioni alternative sono una parte importante della storia della nostra azienda.

OH: A volte la pressione parte dagli stessi commercianti, che si difendono dall’arrivo di nuovi concorrenti.

FT: Per la maggior parte degli articoli di marca, la quota delle importazioni si attesta tra il 10 e il 50 percento. Se il livello dei prezzi nell’Unione europea è più basso e i fornitori svizzeri non si adeguano, noi compensiamo con le importazioni.

Da anni le batterie sono i prodotti più venduti da Galaxus. E quelli meno venduti?

FT: In fondo non abbiamo prodotti meno venduti. Dal magazzino prendiamo solo i prodotti di cui siamo

Nevermind, ci siamo!

Festival ◆ La grande kermesse sta per iniziare

certi che funzioneranno. In tutto parliamo di qualche centinaio di migliaio di prodotti facenti parte di un assortimento complessivo che ne conta oltre dieci milioni. Il resto lo lasciamo ai fornitori e ai commercianti del mercato. Sono milioni i prodotti che non abbiamo mai messo in vendita.

A proposito di batterie: dove fate il pieno di energia?

FT: Non ci siamo mai esauriti. Quando la sera torniamo a casa dalle nostre famiglie, dimentichiamo l’azienda. Io ho sempre dormito bene, e credo sia una cosa importante. Sempre sette, otto ore per notte. OH: Ovviamente anche lo sport aiuta. (La scatola di cartone comincia a svuotarsi. Teuteber afferra l’iconico Ice Tea della Migros, ndr).

FT: Quello non lo berrò mai. Mai e poi mai. Troppo dolce... OH: Allora, piuttosto la grappa. Anche se poi, non bevo quasi.

Come è il vostro rapporto con l’azienda madre Migros?

FT: Ottimo. Migros ha grande fiducia in noi e ci lascia grande spazio di manovra, anche nelle campagne pubblicitarie. Noi oggi stiamo per il Non Food in Migros. (Nella scatola restano solo due prodotti. Herren e Teuteberg sollevano la bandiera tedesca, ndr).

Dal 2018 siete attivi in Germania. Come pensate di tenere testa al colosso Amazon?

OH: Il nostro negozio online è migliore e siamo focalizzati su prodotti di alta qualità. Con il passare del tempo, la nostra presenza su questo mercato darà i suoi frutti. Se ce la facciamo in Germania, ce la possiamo fare ovunque.

Perché proprio la Germania?

OH: Perché la Germania rappresenta il più grande mercato europeo, con un livello di prezzi all’ingrosso molto attraente. Attraverso l’espansione possiamo acquistare anche prodotti più convenienti per la Svizzera – favorendo così la clientela locale. (Alla fine nella scatola resta solamente uno specchio, ndr).

Guardandovi allo specchio, trovate che il successo di Digitec Galaxus vi abbia cambiato?

FT: In realtà poco, o così dicono nel mio entourage. In fondo siamo rimasti umili.

OH: Per quanto il nostro business possa essere materialistico, per noi gli status symbol non significano nulla.

Per quanto tempo volete continuare con Digitec Galaxus?

FT: Finché ci divertiamo – e per ora continuiamo a divertirci!

OH: Avete un’altra scatola da svuotare? (ridono entrambi)

Domani si parte… e l’appuntamento è al Parco Urbano della città di Bellinzona, là dove sport e musica andranno a braccetto per tutto il Mondiale di calcio FIFA 2026, che si terrà in Canada, Messico e Stati Uniti dall’11 giugno al 19 luglio. In programma: concerti dal vivo, intrattenimento, sport e socialità.

A partire dall’11 giugno il villaggio si svilupperà attorno a una maxi-tenda di 30 metri di diametro, quasi 8 metri d’altezza e una superficie coperta di circa 700 metri quadrati, in grado di garantire comfort e protezione da sole, caldo e pioggia. Nel villaggio sarà possibile seguire in diretta le partite del Campionato Mondiale di calcio FIFA 2026 su maxischermo e assistere ai concerti sul palco secondario, che ospiterà le Nevermind Music Sessions, con focus sulla musica svizzera e ticinese.

Il villaggio offrirà aree bar e punti di ristoro di vario tipo.

Il festival porterà una proposta musicale eterogenea, alternando artisti di fama internazionale a protagonisti della scena svizzera. Sul palco principale, ossia il Main Stage, si parte il 4 giugno con i Gipsy Kings e i nostrani The Vad Vuc (serata gratuita). Il 5 giugno sarà dedicato al rap, con Ele A, Kid Yugi e Nitro. Sabato 6 giugno sarà una serata del rock, con i Gotthard, i Dreamshade e gli Hardcore Superstar. Ritmi calienti il 21 giugno con i cubani Gente de Zona. Il 25 giugno vedrà Elisa e il nuovo talento svizzero Soleroy. Mercoledì 8 luglio toccherà al reggae di Alpha Blondy e Julian Marley. Venerdì 17 luglio si chiuderà con i Modena City Ramblers e i The Rumjacks. In cartellone per gli eventi collaterali (gratuiti) The Magnetics (14 giugno), Pat Burgener (19 giugno), Andrea Bignasca (20 giugno), Kashmere (27 giugno), Monte Mai (5 luglio), Golden Vultures (9 luglio), Howling Blue (10 luglio), Tatum Rush (11 luglio), Julie Meletta (18 luglio) e i Mefisto Brass (19 luglio). Affrettatevi dunque a mettere in agenda la grande festa del Parco Urbano di Bellinzona, attrezzandovi così per delle serate spaziali.

Informazioni e biglietti nevermindmusicfest.com www.biglietteria.ch

Dan Cermak

SOCIETÀ

Disuguaglianze e povertà

Un volume collettaneo aiuta a capire come si sono sviluppati gli squilibri in Svizzera e in Ticino

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In difesa del latino e del greco

L’Associazione italiana di cultura classica della Svizzera italiana ha pubblicato un manifesto

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Le emozioni nei bambini

Alberto Pellai spiega come il ruolo degli adulti sia fondamentale per la crescita emotiva

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Si può ancora essere galanti?

Lugano esoterica

Un curioso libro di Lucia e Filippo Rossi propone una visione molto alternativa della «Perla del Ceresio»

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Il caffè dei genitori ◆ La domanda se la pone nel suo ultimo libro Jennifer Tamas, docente di Letteratura francese dell’Ancien Régime, che suggerisce di non ridurre la galanteria a uno strumento di dominio maschile

Avvertenza alle lettrici e ai lettori: l’articolo che segue può essere accusato di essere anti-femminista. È un rischio che riteniamo valga la pena correre.

Immaginiamoci un posto dove gli uomini tengono aperta la porta alle ragazze, che accettano un invito a cena senza che nulla turbi il piacere di conversare. Un posto dove gli uomini possono offrire il caffè alle donne, che sorridono e li ringraziano senza azzannarli al motto di «bisogna pagare metà per uno». E ancora, un posto dove le donne possono essere premurose senza essere scambiate per sottomesse. È il posto di un’epoca felice che oggi sembra impossibile: «La rivoluzione sessuale prima e le neo-femministe poi hanno trasformato i sentimenti amorosi in una civiltà contrattuale: non è più possibile dire né fare nulla. Né flirtare, né fare un complimento».

Starete pensando che questa frase l’abbia detta il misogino di turno, quello a cui piace dare una pacca sul sedere o fare commenti maschilisti sulla prima che passa per la strada. In questo caso vi sbagliate. A sostenerlo è Jennifer Tamas, docente di Letteratura francese dell’Ancien Régime alla Rutgers University nel New Jersey e studiosa di questioni di genere. Il suo punto di vista è che sbaglia chi oggi rifiuta tout court la galanteria, riducendola a uno strumento di dominio maschile. Ed è da qui che, parafrasando il titolo del suo ultimo saggio, a Il caffè dei genitori nasce la domanda: Si può ancora essere galanti?. (ed. Marietti1820, 2025).

Le accuse contro la galanteria sono chiare: dietro la gentilezza c’è la rivendicazione del rapporto di potere. Per questo, gesti come aprire la porta o pagare il conto vengono visti come modi per tenere le donne in una posizione subalterna. La saggista femminista Valérie Rey-Robert arriva a sostenere che la galanteria serve a dare fondamento simbolico e intellettuale alla cultura dello stupro. Impossibile, quindi, essere femministe e galanti. Del resto, anche il dizionario può trarre in inganno. La Treccani definisce la galanteria come «gentilezza ostentata e cerimoniosa verso le donne, dimostrata nelle parole, nell’atteggiamento e nei gesti». In altre parole: l’uomo che fa il premuroso con l’unico scopo di portarti a letto?

Con l’aiuto di Tamas, proviamo a rimettere un po’ in ordine le cose. Per farlo riteniamo utile soffermarci su tre punti.

Uno. Ricostruire l’origine della parola. Il termine deriva dall’antico francese galer, che significa «divertirsi». All’inizio, quindi, la galanteria nasce dal piacere condiviso, da un modo di stare insieme senza scontro. Come

spiega il ricercatore Matthieu Dupas, è «l’arte di piacere in società». Due. Capire dove e quando prende forma. Fino alla Francia dell’Ancien

Régime il rapporto tra uomini è dominato da codici d’onore e sfide a duello e le relazioni tra i sessi dall’aggressività come forma di piacere maschile.

Poi, soprattutto con la corte di Luigi XIV tra il 1643 e il 1715, la vita della nobiltà cambia. Le regole di comportamento hanno la meglio sui rapporti di forza: i gesti vanno controllati, il linguaggio usato in modo appropriato, e anche nelle relazioni sentimentali non deve più prevalere la forza.

Alain Viala, professore all’Università di Oxford, osserva che la galanteria diventa uno dei tratti più riconoscibili della Francia. Insomma: la galanteria nasce in una società che prova a sostituire la violenza con forme di convivenza più civili.

Tre. Guardare agli effetti concreti. Le donne del XVII secolo portano il discorso amoroso fuori dalle stanze private e lo mettono al centro della vita sociale. Nei «circoli», nei «vicoli» e nelle «accademie», che diventeranno poi i salotti, si parla di sentimenti e si ridefiniscono le regole dei rapporti. In questa compagnia di amici e amiche, le donne chiedono agli uomini un comporta-

mento diverso: sul desiderio deve avere la meglio il controllo e sull’insistenza la misura. Conta la capacità di stare nella relazione senza imporla. L’uomo galante deve essere credibile, piacevole, capace di adattarsi al contesto.

«Anziché sessualizzare la galanteria, non è forse necessario galantizzare il sesso per renderlo più giocoso e più rispettoso?»

Nella «camera azzurra» di Catherine de Vivonne, marchesa di Rambouillet, questo cambiamento è visibile. La figlia Julie d’Angennes viene corteggiata davanti a tutti per anni prima di accettare la proposta di Charles de Sainte-Maure. Lui le dedica la Guirlande à Julie: sessantadue madrigali scritti dai maggiori autori del tempo. Il confronto passa per le parole, non per la rivalità violenta.

Cosa ci insegna, allora, questa storia? Ridurre la galanteria a uno strumento di dominio maschile significa dimenticarsi un pezzo della storia. Perché l’espressione «donna galante», che un tempo poteva indicare un ideale di raffinatezza, si è trasformata in sinonimo di cortigiana?

«Fare della galanteria l’arma di dominazione di certi uomini e non solidarizzare con il messaggio di emancipazione di cui si è fatta portatrice è una semplificazione storica. Un’eredità mancata – scrive Tamas –. È la tendenza a usare contro le donne le stesse armi che avevano favorito una loro forma di emancipazione».

A Il caffè dei genitori però conosciamo bene i problemi di oggi tra i sessi. «Oggi i corpi hanno acquisito una maggiore libertà, ma rimangono da negoziare i rapporti tra sesso, potere e rispetto – spiega Tamas –. Le donne continuano a essere giudicate in modo contraddittorio: incolpate se trascurano i figli o se interrompono la carriera per occuparsene; criticate se restano a casa ma biasimate se sono troppo ambiziose; giudicate severamente se rifiutano la maternità ma derise se congelano gli ovociti». In questo scenario, per Tamas, la galanteria – arte di amare e di piacere – ci ricorda che è possibile minare le norme di genere e ripensare le istituzioni partendo dai sentimenti.

Oggi le donne possono essere galanti, così come gli uomini e le persone non binarie, perché la società in cui viviamo ha sempre più bisogno di attenzione e misura nei rapporti. Come

conclude provocatoriamente Tamas: «Anziché sessualizzare la galanteria, non è forse necessario galantizzare il sesso per renderlo più giocoso, più rispettoso e gioioso?».

A Il caffè dei genitori siamo d’accordo! Ci resta però un dubbio: non è che le donne si sono stufate della galanteria sotto il peso di una quotidianità casa-figli-lavoro che di sicuro le nobildonne francesi non avevano? Per essere pragmatici: all’uomo che ti apre la portiera dell’auto non è meglio uno che ti aiuta a fare il bucato? A un uomo che ti paga il ristorante non è da preferire uno che tutte le sere ti aiuta a cucinare? E ancora: non è che il più delle volte le donne non condannano il flirtare in quanto tale, ma l’infantilità di certi uomini?

Se la galanteria è nata per rispettare le donne ed elevare la loro condizione, oggi probabilmente c’è bisogno di più fatti in nome di un’uguaglianza che nella vita di tutti i giorni non è ancora arrivata. Eppure ci ricorda Tamas: «I rapporti galanti, aperti alle battute di spirito e favorevoli agli scambi gioiosi, offrono la speranza di relazioni al contempo leggere e profonde, armoniose e complesse, plurali ma anche esclusive». Non rinunciamoci!

Simona Ravizza

GIOVEDÌ 4.6.2026 (CORPUS DOMINI)

APERTURASTRAORDINARIA

Giovedì 4 giugno i seguenti

punti vendita Migros saranno aperti

dalle ore 10:00 alle 18:00

Centro Agno

Centro

Centro Shopping Serfontana*

City

Mendrisio

Arbedo-Castione Bellinzona Biasca

Una fotografia delle disuguaglianze

Intervista ◆ Un volume collettaneo aiuta a capire come si sono sviluppati e come si manifestano gli squilibri e la povertà in Svizzera e in Ticino

In una società ideale tutti gli individui hanno le stesse opportunità di crescita e sviluppo personale. Ovviamente la società ideale non esiste né qui né altrove. Ma l’ideale rimane qualcosa a cui tendere. Come? Innanzitutto conoscendo e capendo ciò che non funziona. Ne sono convinti gli autori del volume Le disuguaglianze in una società del benessere, da poco pubblicato dall’editore Dadò, il cui sottotitolo «una questione cruciale per la Svizzera e il Ticino » suggerisce anche una certa urgenza della questione. Il volume collettaneo si propone, come scrive il curatore Spartaco Greppi nell’introduzione, «di fare il punto della situazione con l’aiuto di esperti ed esperte del settore, offrendo una panoramica ampia e documentata, ma accessibile anche a un pubblico non specialistico». Le disuguaglianze stanno riprendendo vigore in Svizzera e sono un fenomeno al plurale, multiforme, affrontato nel volume con un approccio multidisciplinare che va dalla statistica alla sociologia, dal diritto alle questioni di genere. Perché le disuguaglianze non si misurano solo economicamente, la loro natura affonda in modo più profondo nella società creando effetti di esclusione, vulnerabilità e frustrazione. Ne abbiamo parlato con Spartaco Greppi, ricercatore del Centro competenze lavoro, welfare e società (CLWS) della SUPSI.

Professor Greppi, quando si parla di disuguaglianze si pensa subito alla povertà, ma questo è solo un aspetto, le disuguaglianze in una società sono più complesse da cogliere e non sono sinonimo di povertà, ci spiega perché? Sì, sono due concetti diversi, certamente correlati ma non vi è una vera e propria sovrapposizione. La povertà indica di solito una soglia di reddito e di patrimonio al di sotto della quale si è considerati appunto poveri, stiamo parlando in termini materiali. Poi sappiamo che vi sono forme di povertà che vanno oltre a quella materiale, ad esempio una povertà di formazione, di rete sociale, di

capacità di esprimere una determinata e legittima aspettativa di vita. Le disuguaglianze sono un’altra cosa, misurano anch’esse una distanza tra persone o tra gruppi di persone in termini certamente di reddito e di ricchezza, ma anche in termini di accesso a determinati servizi, di dotazioni o di risorse culturali. Quello che emerge, ed è anche un po’ il senso del libro collettaneo, è che un conto sono le disuguaglianze tra persone, che ci sono e occorre pensare come superarle o attenuarle, un altro è quando le disuguaglianze toccano la capacità di essere cittadini. È qui che le disuguaglianze diventano gravi, portatrici di problemi che vanno ben oltre la condizione del singolo o di singoli gruppi.

Secondo voi in Svizzera nel dibattito pubblico e politico si parla troppo poco di disuguaglianze?

Sì, se ne parla ancora troppo poco, non c’è una vera consapevolezza del fenomeno. Da tanti anni si parla di povertà, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta con studi a livello federale e cantonale, tanto è vero che oggi c’è una politica federale di lotta alla povertà coordinata e gestita dall’Ufficio federale del-

le assicurazioni sociali. Vi è dunque consapevolezza delle difficoltà della popolazione o di alcuni gruppi di popolazione. Si parla ancora poco invece delle disuguaglianze, che nel nostro Paese sono in crescita dopo che per anni sono state contenute dalle politiche di welfare, dalle politiche sociali e di intervento pubblico. Soprattutto a partire dagli anni 2000 assistiamo a una recrudescenza del fenomeno, parallelamente si registra anche una crescita della povertà.

La pandemia ha avuto un’influenza?

Sì, la pandemia è stata in qualche modo determinante, ha accelerato la crescita della povertà e delle disuguaglianze, ha agito da catalizzatore, ha svelato un problema che era in parte nascosto o comunque latente.

L’indice di questo svelarsi, come forse tutti ricordano, sono state quelle lunghe fila d’attesa davanti ai banchi alimentari. E da allora il fenomeno è in crescita, cioè aumentano le persone che frequentano non solo i banchi alimentari ma anche tutte quelle associazioni e fondazioni che erogano degli aiuti puntuali che permettono di superare un momento di difficoltà, come ad esempio spese impreviste in ambito sanitario. Dalla pandemia le

cose non sono migliorate anzi stanno peggiorando.

Lei nel suo saggio definisce le disuguaglianze come strutturali in Svizzera e in Ticino, che cosa significa? Strutturale si oppone a contingente, congiunturale o temporaneo. Le disuguaglianze e la povertà sono fenomeni che tendono a persistere nel tempo e a resistere all’andamento economico, cioè alla congiuntura economica. Questo perché sono il riflesso di un modello economico. Strutturali significa dunque persistenti e consolidate, che si riproducono nel tempo a prescindere dalla capacità del sistema economico di produrre benessere. Benessere che, ahimè, non viene ridistribuito in maniera equa. Le disuguaglianze sono tenaci e perniciose, e quando non si curano a fondo operando sulle cause tendono a riprodursi attraverso l’eredità, si trasmettono di generazione in generazione.

Il fatto che le disuguaglianze persistano nella nostra società, anzi peggiorino, significa che le politiche adottate finora per mitigarle non sono state efficaci?

Diciamo che sono state relativamente efficaci durante un periodo più o

meno lungo, ma quello che oggi si constata è un certo disimpegno dello Stato nel lottare contro questi fenomeni. La nostra è una società sempre meno redistributiva. Occorre dunque pensare non soltanto al breve termine, cioè intervenire a favore delle persone che sono in condizione di povertà o di disuguaglianza estrema e conclamata con delle politiche adeguate nel campo delle prestazioni sociali a vari livelli, ma occorre anche pensare seriamente ad adottare delle politiche di investimento, pubbliche, sociali, formative e anche economiche nel medio-lungo termine. Chiaramente questo significa dotare lo Stato delle risorse adeguate per affrontare in maniera efficace le sfide in questione.

A suo avviso da dove iniziare? Dal lavoro? Dalla formazione? Prioritario è sicuramente il lavoro, che deve essere remunerativo per chi lo esercita e qui penso ai tanti working poor, cioè i lavoratori poveri. Ma le disuguaglianze nel mercato del lavoro non si esprimono solo in termini salariali, si declinano anche in termini di nazionalità, genere e condizioni contrattuali. Certamente il mondo del lavoro è un campo da considerare come pure quello della formazione che richiede degli investimenti pensati nel medio-lungo termine. Considerando però che c’è urgenza e molta sofferenza, è necessario anche intervenire con delle misure serie per alleviare questa sofferenza alla quale sono esposte sempre più persone. Penso a chi fatica ad arrivare alla fine del mese, a sostenere i costi dell’alloggio, delle cure sanitarie o dei beni essenziali. Al tempo stesso, occorre creare le condizioni affinché le persone possano mantenere e sviluppare le proprie reti sociali, amicali e associative, che rappresentano una risorsa fondamentale contro l’isolamento e l’esclusione sociale. E poi aggiungerei, ma questa è un po’ una chiosa, occorre ricominciare, come si faceva un tempo, a ripensare il nostro modello di sviluppo che continua a produrre disuguaglianze e povertà. Un modello di sviluppo che ormai possiamo definire fallimentare.

Il Monte San Salvatore celebra un traguardo storico

Territorio ◆ 20 milioni di clienti in 135 anni di storia, il 20 maggio è stato un giorno di festa per la funicolare luganese

È una cifra che colpisce, soprattutto per una cittadina delle dimensioni di Lugano, eppure il 20 maggio scorso il Monte San Salvatore ha accolto il suo 20milionesimo cliente. Un traguardo, come sottolineano i responsabili della Funicolare Monte San Salvatore SA, che «racconta molto più di un semplice numero: racconta oltre 135 anni di emozioni, incontri, panorami indimenticabili e momenti condivisi tra cielo e lago».

La storia della funicolare del San Salvatore affonda le sue radici nel lontano 27 marzo 1890, giorno in cui la prima corsa raggiunse la vetta. Da allora, generazioni di visitatori provenienti dalla Svizzera e da tutto il mondo hanno vissuto l’emozione di salire verso quella che viene spesso definita il «Pan di Zucchero della Svizzera». Il primo milionesimo cliente venne accolto nel 1913, soltanto 23 anni do-

po l’apertura della linea: un risultato eccezionale per l’epoca, che già allora testimoniava il fascino e l’importanza della montagna per il territorio. Oggi, a distanza di oltre un secolo, questo viaggio continua con lo stesso entusiasmo come dimostra la giornata del 20 maggio resa speciale dalla sorpresa riservata ai protagonisti di questo storico traguardo: la famiglia Stucki di Münsingen, nel Canton Berna. Ignari di essere i 20milionesimi ospiti del Monte San Salvatore, sono stati accolti con calore dalla direzione e dal team della funicolare. Per celebrare l’evento, la funicolare, insieme all’Ente Turistico del Luganese e ad altri partner del territorio, ha voluto offrire alla famiglia una giornata davvero speciale: un cesto di prodotti locali, la risalita in vetta, un pranzo al Ristorante Vetta e un buono pernottamento per un futuro soggiorno nella regione di Lugano.

Massimo Boni, direttore dell’Ente Turistico del Luganese, ha commentato: «Non è solo un successo per la funicolare, ma per tutta la destinazione. La sinergia tra l’Ente Turistico del Luganese e i principali attrattori del territorio è fondamentale per creare un’offerta integrata e di alta qualità. Il Monte San Salvatore è uno dei simboli più riconoscibili della nostra regione, e premiare questo traguardo con un soggiorno è il nostro modo di invitare chi lo ha raggiunto a scoprire tutto ciò che il Luganese ha ancora da regalare».

E mentre festeggia questo importante traguardo, la Funicolare Monte San Salvatore SA ha già lo sguardo rivolto al futuro con investimenti pensati per rendere l’esperienza di accoglienza sempre più moderna, senza perdere il valore e l’identità costruiti in oltre un secolo di storia.

Persone in fila per ricevere aiuti alimentari durante la pandemia di Covid nel maggio 2020 a Ginevra (Keystone)
La famiglia Stucki di Münsingen, nel Canton Berna, accolta e premiata: sono i 20milionesimi ospiti del Monte San Salvatore.

Più bontà sulla griglia

Attualità ◆ L’entrecôte è uno dei tagli classici più pregiati del manzo e si sposa perfettamente con la cottura alla brace

L’entrecôte si ottiene dalla parte migliore del manzo, vale a dire dalla lombata, situata nella parte dorsale dell’animale. Delicatamente marmorizzato di grasso, se arrostito con cura questo taglio risulta incredibilmente tenero e saporito ed è considerato il massimo dai cultori della carne. Rispetto a tagli più magri come il filetto o lo scamone, l’entrecôte ha un aroma più intenso, lievemente nocciolato.

L’entrecôte va tolta dal frigorifero almeno mezz’ora prima della cottura. La cottura alla griglia esalta al meglio le qualità di questo taglio pregiato, ma ovviamente si può preparare anche in una padella o bistecchiera. La carne non deve essere cotta troppo a lungo, per evitare che diventi dura e asciutta (massimo 3-4 minuti per lato a fuoco vivo). Esternamente dovrebbe essere croccante, mentre all’interno bella succosa, al sangue o rosa. La temperatura al cuore ideale si situa sui 50-55 gradi. Prima di servirla lasciare riposare l’entrecôte una decina di minuti avvolta in un foglio di alluminio. Come condimenti sono sufficienti qualche goccia di olio di oliva, sale e pepe, a piacere qualche erbetta aromatica come rosmarino o timo freschi. Servire l’entrecôte con delle patatine al forno, delle verdure miste grigliate o una croccante insalata di stagione. Una salsa al pepe verde o del burro alle erbe rendono il piatto ancora più ricco e aromatico.

Un formaggio che splende di gusto

Scegliendo della carne certificata IP-Suisse, si contribuisce a promuovere un’agricoltura sostenibile, attenta al benessere animale, alla biodiversità e all’ambiente. Negli allevamenti gli animali dispongono di spazio sufficiente per muoversi e hanno un regolare accesso all’aria aperta. Gli agricoltori si impegnano inoltre a destinare una parte delle loro superfici alla conservazione della fauna selvatica e della flora.

Attualità ◆ Il Sole del Ticino è un prodotto dal carattere distintivo, che esalta le sue origini locali con autenticità e qualità

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Nato originariamente dall’estro e dalla competenza dei casari della Lati, oggi il formaggio Sole del Ticino viene prodotto presso il Caseificio del Gottardo di Airolo, una realtà casearia d’eccellenza del nostro territorio dove è anche possibile osservare con i propri occhi la produzione di alcuni formaggi tipici. Il pregiato latte vaccino ticinese utilizzato proviene da allevamenti delle regioni di pianura e di montagna del nostro Cantone. È un formaggio a pasta semi-dura, di latte pastorizzato, con caratteristica crosta griglia naturale, struttura elegante della pasta – compatta e di colore gial-

lo paglierino, con lieve occhiatura. La sua maturazione in cantina è di minimo due mesi. Con il suo gusto dolce e delicato, Sole del Ticino è perfetto per arricchire un tagliere misto di altre specialità casearie ticinesi dal sapore più pronunciato, sia di caseificio sia di alpeggio, da solo accompagnato da un croccante pane casereccio o gustato come dessert a fine pasto per concludere in modo goloso un banchetto in compagnia. Si consiglia di togliere il formaggio dal frigorifero almeno mezz’ora prima di essere servito, affinché possa sviluppare tutto il suo caratteristico sapore.

Latino e greco, privarcene è una follia

Scuola ◆ L’Associazione italiana di cultura classica della Svizzera italiana ha pubblicato un manifesto che pone l’attenzione sui vantaggi dello studio delle lingue classiche

Laura Di Corcia

«Carneade, chi era costui?». Così si apre uno dei primi capitoli dei Promessi sposi, quando Don Abbondio, in un momento intimo e domestico, sfoggia la sua cultura classica, cultura che gli ha permesso di raggiungere lo stesso ruolo agiato che gestisce pavidamente. Gli studi umanistici, nell’Ottocento, almeno, non erano un orpello, ma garantivano l’accesso a certi ranghi della società. Avvocati, medici, preti, tutti sapevano parlare il «latinorum» cui si riferisce anche Renzo, l’umile protagonista del più famoso romanzo italiano, che pur non avendolo studiato orecchiava i suoi suoni e le sue desinenze.

Il manifesto propone lo studio delle lingue e della cultura classica come strumento per interpretare e orientare se stessi in un’epoca di radicali mutamenti

Oggi questi studi, insieme a tutti gli studi umanistici, non godono di buona salute, non solo nel nostro Paese, ma in anche nel resto dell’Europa, dove nei piani studi scolastici il piacere dello studio fine a se stesso, volto a rafforzare le competenze critiche e la ricerca della propria identità nel passato, è stato sostituito da altro – e dove la formazione diventa via via più aziendalistica, meno centrata sull’umano e i suoi bisogni e più orientata al mondo del lavoro.

Ebbene, sì, nel Canton Ticino, nonostante la vicinanza con l’Italia che per ragioni storiche risulta ancora legata allo studio della classicità, il latino si studia sempre meno, imparare il greco antico è diventato una rarità. Per questo motivo a metà marzo del 2026 l’Associazione italiana di cultura classica della Svizzera italiana, presieduta da Benedino Gemelli e da Lucia Orelli Facchini (quest’ultima alla vice-presidenza) ha vergato e

condiviso un manifesto con uno scopo di sensibilizzazione nei confronti delle due materie, che ha raccolto uno svariato numero di firme di importanti figure della cultura nel Cantone (è possibile sottoscriverlo cliccando sul sito manifesto26.ch).

Un manifesto che si compone di sei punti e che pone l’attenzione sui vantaggi dello studio delle lingue classiche. «Nell’attuale contesto culturale e sociale, caratterizzato da profondi mutamenti e da un uso mistificato del linguaggio, la formazione umanistica continua a rivestire un ruolo fondamentale nel cogliere il cambiamento e nel fornire le coordinate concettuali per interpretarlo – si legge al punto primo – Chiediamo perciò che l’istituzione scolastica continui a riservare alla formazione umanistica uno spazio adeguato, coerente con le finali-

tà educative proprie della scuola secondaria di primo e secondo grado». Come spiega Benedino Gemelli «il manifesto cerca di illustrare con chiara semplicità i vantaggi che derivano all’individuo, alla società, al mondo della scuola dallo studio delle lingue e della cultura classica come strumento per interpretare e orientare se stessi in un’epoca di radicali mutamenti. Il manifesto, privo di qualsiasi tono polemico, chiede che si rimetta al centro dell’educazione la cultura umanistica, senza alcun conflitto con la genuina cultura scientifica».

«Lo studio del latino e del greco richiede una formazione lunga, che ha bisogno di sedimentazione, ma che nel tempo dà i suoi frutti», sottolinea Genny Carella, docente di latino e greco. «Se il liceo perde del tutto il contatto con il mondo greco e ro-

Mosaico romano del III secolo d.C. che rappresenta Virgilio con in mano l'Eneide, tra le Muse Clio e Melpomene. Scoperto a Sousse, in Tunisia, ora è esposto nel Museo del Bardo a Tunisi. (Wikimedia)

mano l’enciclopedia culturale europea ammutolisce per tutti i liceali delle scuole pubbliche del futuro, senza speranza di rinascita – aggiunge Lucia Orelli – Perdere Omero significa perdere Virgilio. Perdere Virgilio significa perdere Dante».

Lucia Orelli Facchini: «Perdere Omero significa perdere Virgilio. Perdere Virgilio significa perdere Dante»

Un elemento che deve far riflettere è che gli allievi della scuola media che vogliono studiare il latino, per portarlo avanti anche al Liceo, siano talvolta costretti a seguire le lezioni durante la pausa pranzo. «A mio figlio succede proprio così – precisa Carella – Que-

sto non fa altro che disincentivare un ragazzo desideroso di accostarsi allo studio di queste materie. Noto che gli allievi hanno paura di perdere qualcosa scegliendo questa strada e temono anche di essere sovraccaricati». Per esempio gli studenti che scelgono greco devono rinunciare a una lingua straniera, come l’inglese, e questa può sembrare una scelta un po’ anacronistica. Vale la pena perdere il treno della contemporaneità per studiare lingue che non si parlano più? Eppure molti studi pubblicati negli ultimi anni dimostrano come gli allievi che hanno studiato le lingue classiche ottengano risultati molto brillanti, anche negli studi scientifici, a volte più promettenti di chi ha seguito altri curricula al Liceo. Ma perché un allievo, oggi, nel 2026, dovrebbe scegliere di studiare l’ablativo assoluto, le declinazioni, la grammatica e l’esametro? «Dal punto di vista storico-letterario leggiamo il mondo attraverso le lenti di storici, filosofi, letterati, politici, medici, fisici, architetti ed eruditi che hanno contribuito a creare la nostra cultura. Nessuno di loro è un letteratucolo. Sono tutte menti finissime che ci offrono prospettive inedite e ci aprono la mente. Oggi come ieri. Privarcene è una follia», conclude Orelli. Mentre da noi si fatica a spiegare ai ragazzi, alle ragazze e alle loro famiglie che lo studio del latino e del greco è un’opportunità meravigliosa e non va sprecata, nella vicina Milano al Liceo Berchet un’iniziativa supera le previsioni di chi l’aveva promossa. Le lezioni gratuite di greco antico per adulti proposte di sera al Liceo classico hanno raggiunto più di cento iscrizioni, registrando il sold out e molti ex studenti, che al tempo non hanno scelto il classico, sono tornati sui banchi per apprendere le nozioni base della lingua; alcune di queste persone per un anno hanno evitato le affollate palestre e gli aperitivi pur di recuperare le lacune delle superiori. Un esempio da seguire, evidentemente.

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Le emozioni sono segnali corporei

Salute ◆ Il ruolo degli adulti è fondamentale nella crescita emotiva dei bambini come spiega Alberto Pellai, che mette in guardia: tablet e smartphone possono calmare nell’immediato, ma non favoriscono l’apprendimento della regolazione emotiva

Le emozioni rappresentano una competenza fondamentale che si sviluppa nel tempo. Imparare a riconoscerle e gestirle è la cosiddetta «regolazione emotiva», un processo che coinvolge ogni fase della crescita, con il supporto degli adulti di riferimento. «Prima di tutto, le emozioni non sono qualcosa di astratto o puramente mentale: sono segnali corporei. Si manifestano attraverso sensazioni fisiche e rappresentano una sorta di “allarme” che si attiva quando usciamo da uno stato di equilibrio». Così esordisce il dottor Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, che continua: «È come se il corpo accendesse delle sirene per comunicarci che sta succedendo qualcosa di rilevante, dentro di noi oppure nell’ambiente che ci circonda».

Le emozioni si manifestano attraverso sensazioni fisiche e rappresentano una sorta di “allarme” che si attiva quando usciamo da uno stato di equilibrio

Scopriamo quindi che le emozioni non sono casuali perché portano sempre un messaggio e svolgono una funzione adattiva: «Dal punto di vista evolutivo, le emozioni fondamentali, innate e presenti fin dalla nascita, sono sempre le stesse: rabbia, tristezza, paura, disgusto, gioia e sorpresa». Ciò che cambia nel corso della vita non è la loro natura, ma il modo in cui le viviamo, spiega Pellai: «Cambiano l’intensità con cui le percepiamo e, soprattutto, la capacità di regolarle». Egli sottolinea che nei primi anni di vita il bambino è completamente immerso nelle emozioni: «Le prova in modo intenso, ma non è in grado di riconoscerle né di gestirle. Un neonato che piange, ad esempio, vive un disagio senza saperne distinguere la causa, e dipende dall’adulto che interpreta il segnale e risponde in modo adeguato». In questa fase si parla di «eteroregolazione»: «È il genitore che “presta” al bambino la propria capacità di calmarsi e di dare senso a ciò che accade». Un processo che si basa su due competenze fondamentali: sintonizzazione e sincronizzazione. «La sintonizzazione è la capacità di comprendere lo stato emotivo del bambino, “sentendo ciò che sente”. La sincronizzazione riguarda invece il momento della risposta: non basta agire correttamente, è fondamentale farlo al momento giusto, perché un bisogno soddisfatto in ritardo non ha lo stesso effetto regolativo». Attraverso queste esperienze ripetute, continua Pellai, il bambino interiorizza progressivamente la capacità di gestire le proprie emozioni: «L’eteroregolazione diventa così autoregolazione: ciò che inizialmente viene dall’esterno diventa una competenza interna». Un passaggio particolarmente delicato di questo processo avviene tra i 2 e i 5 anni, nel periodo spesso definito dei terrible two: «In questa fase il bambino non subisce più soltanto le emozioni, ma inizia a usarle anche in modo attivo e talvolta oppositivo, perché esse diventano uno strumento per attirare l’attenzione dell’adulto e ottenere ciò che desidera, nel momento in cui emerge con forza il principio del piacere, cioè il bisogno di stare bene e soddisfare i propri de-

sideri». Qui il compito dell’adulto è accompagnarlo gradualmente verso il cosiddetto «principio di realtà»: «Ciò significa introdurre limiti, dire dei “no” e aiutare il bambino a tollerare la frustrazione. Non si tratta di negare i bisogni, ma di insegnare che non tutto ciò che si desidera è possibile, e soprattutto che si possono attraversare emozioni spiacevoli senza esserne sopraffatti».

Lo specialista definisce la capacità di tollerare la frustrazione come uno snodo centrale dello sviluppo emotivo: «Un bambino che non sperimenta la frustrazione, perché sempre accontentato o protetto dalle difficoltà, può sviluppare una scarsa capacità di autoregolazione e può diventare molto esigente, aspettarsi che tutto si adegui ai suoi desideri e reagire in modo intenso quando ciò non accade, con la conseguenza di possibili ricadute sulle relazioni e a scuola, come difficoltà a stare con gli altri, bisogno continuo di attenzione e scarsa concentrazione». In particolare, egli porta ad esempio emozioni come la rabbia che possono diventare esplosive. «In questi casi il bambino non riesce a “pensare” ciò che prova, ma lo agisce direttamente. Allora, si distingue tra reazione, immediata e impulsiva, e risposta che invece implica riflessione e permette di modulare il comportamento». Durante la crescita, esistono fasi in cui il sistema emotivo diventa particolarmente intenso: «La preadolescenza è una di queste perché le emozioni aumentano rapidamente di intensità, come se il volume passasse da 10 a 100, mentre le capacità cognitive di regolazione non crescono allo stesso ritmo. Uno squilibrio che può rendere i ragazzi più vulnerabili e affaticati nella gestione degli stati emotivi». È in questo contesto che il ruolo degli adulti resta fondamentale: «Anche con la crescita, il bambino ha bisogno di adulti capaci di contenere, dare senso e accompagnare le emozioni. Questo è evidente nelle crisi emotive, quando è sopraffatto: in quei momenti non servono spiegazioni, ma una presenza calma, un tono di voce stabile e un contenimento sicuro. Il circolo vizioso si innesca invece quando anche il genitore perde il controllo: l’escalation emotiva del bambino alimenta quella dell’adulto e viceversa. La regolazione, al contrario, passa proprio dalla capacità dell’adulto di restare centrato».

Tra i 2 e i 5 anni il bambino non si limita più a subire le emozioni, ma inizia a usarle anche in modo attivo e talvolta oppositivo

Pellai rende attenti sul fatto che però non sempre questo processo avviene in modo lineare e ci sono situazioni in cui è utile chiedere un supporto professionale: «Può accadere quando insegnanti o educatori segnalano difficoltà significative nella gestione delle emozioni, oppure quando il genitore si sente disorientato, impotente e privo di strumenti». In questi casi, il confronto con uno specialista permette di capire meglio la natura del problema e di individuare strategie adeguate. Inoltre, alcune difficoltà nella regolazione emotiva possono essere collegate anche a condizioni specifiche: «Nei bambini con distur-

bo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ad esempio, è spesso presente una difficoltà di regolazione che riguarda anche gli stati emotivi. Nei disturbi d’ansia, invece, il bam-

bino vive in una condizione di attivazione costante, come se fosse sempre in allarme, e fatica ad “abbassare il volume” dell’emozione».

Infine, un aspetto spesso sottova-

lutato riguarda il ruolo degli adulti e della loro storia personale: «Molti comportamenti educativi non sono del tutto consapevoli, ma derivano dai modelli vissuti durante l’infanzia. Per questo, riflettere su di sé è un passaggio importante perché aiuta a evitare la ripetizione automatica di schemi disfunzionali e a costruire modalità più efficaci». Anche il lavoro di squadra tra i due genitori è cruciale: «Potersi confrontare, sostenere e, quando necessario, fermarsi a osservare ciò che accade nelle situazioni quotidiane permette di intervenire in modo più consapevole». Un’ultima attenzione riguarda l’uso degli strumenti digitali: «Tablet e smartphone possono calmare il bambino nell’immediato, ma non favoriscono l’apprendimento della regolazione emotiva: offrono una gestione esterna basata sulla stimolazione che, nel tempo, può rendere più difficile sviluppare una capacità autonoma di gestione delle emozioni». Accompagnare un bambino nello sviluppo emotivo significa quindi aiutarlo a conoscere ciò che prova, a tollerare anche le emozioni più difficili e a trasformarle in risorse. È un percorso lungo, fatto di piccoli passaggi quotidiani, in cui la presenza e la consapevolezza degli adulti fanno la differenza.

Il bambino ha bisogno di adulti capaci di contenere e accompagnare le emozioni, soprattutto quando è sopraffatto non servono spiegazioni, ma una presenza calma. (Magnific.com)
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Lugano esoterica, tra storia e suggestione

Editoria ◆ Un curioso volume di Lucia e Filippo Rossi propone una visione molto alternativa della «Perla del Ceresio» Carlo Silini

Con Lugano svelata (Liberamentis, 2026), Lucia e Filippo Rossi propongono un’opera fuori dagli schemi: una rilettura della città attraverso una lente esoterica, dove storia, simboli e tradizioni – anche orali – si intrecciano in un racconto denso e ambizioso. Il libro si muove tra guida urbana alternativa e saggio interpretativo, offrendo un itinerario sorprendente.

Sin dalle prime pagine emerge l’amore degli autori per la loro città. Lugano non è semplicemente uno scenario, ma un organismo vivo, stratificato, attraversato da energie e significati nascosti. Un filone che in Ticino è stato esplorato soprattutto da Claudio Andreetta che promuove studi di geobiologia non scientifica. Il lettore è accompagnato con passione attraverso luoghi noti che assumono una dimensione nuova. Il Parco Ciani, per esempio, non è più soltanto un elegante spazio verde, ma diventa – nella lettura proposta – un punto di incrocio di flussi energetici tra il Monte Brè e il San Salvatore, con alberi «deformati» interpretati come segnali visibili di nodi geomantici.

Notevole il lavoro di raccolta delle informazioni, da maneggiare però con prudenza. Gli autori attingono a una vasta gamma di materiali: fonti storiche, ipotesi di studiosi di esoterismo, testimonianze raccolte nella libreria luganese di cui i coniugi Rossi sono titolari o tramandate oralmente. Il ri-

sultato è una narrazione vivace, in cui trovano spazio episodi storici – come il ruolo di Lugano nel Risorgimento – e interpretazioni simboliche di edifici e spazi urbani. Proprio su questo punto si apre una prima riserva: l’apparato bibliografico è piuttosto limitato rispetto alla sitografia, suggerendo una ricerca meno ancorata alla solidità accademica e più esposta a contributi meno rigorosi, se non proprio fantasiosi. Quanto è fondato, per esempio, che l’arciconfraternita luganese di Santa Marta, originariamente preposta all’accompagnamento spirituale dei condannati a morte, fosse legata a non meglio precisati culti esoterici? Ed è credibile, come sostengono gli autori, che i Gesuiti fossero dediti al culto di Saturno?

Della Cattedrale di San Lorenzo si evidenzia la presenza ricorrente del simbolo della conchiglia, interpretata come richiamo al femminino sacro, e dell’ottagono nella struttura del rosone, segno – in chiave esoterica – del punto di equilibrio tra umano e divino. Analogamente, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, la disposizione del tramezzo e le variazioni «energetiche» tra la navata e l’altare vengono lette come una sorta di percorso iniziatico, rafforzato dalla presenza nel celebre affresco del Luini di simboli interpretabili – secondo gli autori – in chiave cabalistica o mitraica. Le due chiese, osservano Lucia e

Filippo Rossi, hanno l’abside orientata a Ovest e non ad Est, come vorrebbe la tradizione, e ne danno un’interpretazione esoterica. Ma il diverso orientamento si potrebbe più prosaicamente spiegare col fatto che questo «rovesciamento» consente ai due edifici sacri di avere l’entrata e la facciata dirimpetto al lago.

Villa Ciani è un concentrato di simbologie: le statue dei leoni sui pilastri all’ingresso richiamerebbero la dea Iside e le forme architettoniche risponderebbero a principi di geometria sacra. Anche il tempietto Washington sul lungolago spunta in un luogo descritto come contrappunto tra energie maschili e femminili, con il busto del

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L’immagine in IA sulla copertina del libro. Lugano qui trabocca di simboli esoterici: l’occhio dentro un triangolo con raggi di luce, squadra e compasso intrecciati, la statua di Iside.

presidente americano a incarnare ideali massonici. Questa la cifra del libro: una continua lettura «altra» degli spazi, in cui ogni dettaglio può diventare indizio di una trama nascosta. Il problema è proprio questo: il passaggio a volte un po’ troppo disinvolto tra dato storico, interpretazione e suggestione. Figure come Mazzini, Garibaldi o Cattaneo vengono inserite in un quadro che li lega non solo alla storia politica ma anche a società segrete e movimenti esoterici, con affermazioni ardue da verificare. Episodi del Novecento – come gli incontri legati all’operazione Sunrise durante la Seconda guerra mondiale – vengono accostati a ipotesi più ampie che

sfiorano, in alcuni passaggi, narrazioni complottiste. Il libro definisce poi l’«alta finanza» come braccio operativo dell’«alta loggia», da intendersi come un’élite composta «da altissimi gradi delle società iniziatiche». Il rischio è quello di mescolare livelli diversi: fatti comprovati, tradizioni locali, interpretazioni simboliche e ipotesi non dimostrate. Una miscela che affascina, ma che richiede al lettore vigilanza critica.

Al di là della plausibilità delle singole tesi, il libro restituisce uno sguardo diverso sulla «Perla del Ceresio». Via Nassa, le antiche tipografie o Piazza della Riforma, interpretata come crocevia di storie politiche e alchemiche, acquistano una profondità inattesa. Anche quando le interpretazioni appaiono forzate, resta il merito di avere riacceso la curiosità su una città spesso percepita in maniera superficiale. In definitiva, Lugano svelata è un’opera che va accolta per ciò che è: un percorso alla scoperta di una città invisibile, ma anche un viaggio interpretativo, in cui le conoscenze e le convinzioni degli autori – e dei lettori – giocano un ruolo decisivo.

Bibliografia

Lucia e Filippo Rossi, Lugano svelata. Società occulte, esoterismo e sette segrete sulle rive del Ceresio, Liberamentis edizioni, 2026

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Jackie è arrivata in un mondo in rapido cambiamento: dalla disgregazione dell’URSS alle rivolte in Cina, fino all’idea del Web

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La Svizzera da 10 milioni spacca il Paese

Votazioni ◆ Il 14 giugno si decide sull’iniziativa che mette in gioco demografia, mercato del lavoro e rapporti con Bruxelles

Occorre frenare la crescita demografica del nostro Paese? A chiederlo è l’iniziativa popolare dell’UDC «No a una Svizzera da 10 milioni! (Iniziativa per la sostenibilità)», al voto il 14 giugno, che vuole ridurre l’immigrazione per limitare l’aumento della popolazione «garantendo la qualità di vita». Per i fautori le conseguenze socio-economiche, finanziarie e ambientali del sovraffollamento sono visibili. Se l’iniziativa fosse accolta, le prime misure potrebbero scattare già tra alcuni anni. Gli oppositori – tra i quali Consiglio federale e Parlamento – ritengono l’iniziativa dannosa per l’economia, il benessere e la sicurezza interna. Temono anche l’aggravamento della penuria di manodopera, il deterioramento delle relazioni con l’Ue e il rischio di ripercussioni sugli accordi bilaterali, a partire da quello sulla libera circolazione delle persone.

Favorevoli e contrari hanno speso 15,5 milioni di franchi per la campagna elettorale, un record da quando è obbligatoria la trasparenza sui finanziamenti

Chi la spunterà? I pronostici sono molto serrati, seppur con un leggero vantaggio per l’iniziativa. In quello che viene considerato il tema in votazione più importante e sentito della legislatura, sostenitori e oppositori hanno investito ben 15,5 milioni di franchi (a favore del sì, l’UDC ne ha messi sul piatto 6,4, mentre i difensori del no, con Economiesuisse in testa, ne hanno sborsati 9). Per il Controllo federale delle finanze si tratta di un primato da quando partiti e comitati sono obbligati, dall’ottobre 2022, a dichiarare i finanziamenti delle loro campagne se superano i 50’000 franchi.

L’iniziativa in votazione vuole limitare a 10 milioni, entro il 2050, la popolazione residente permanente in Svizzera. Dall’inizio del secolo scorso è aumentata costantemente, salendo da 3,3 a 9,1 milioni alla fine del 2025. Dopo l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, il 1° giugno 2002, la popolazione è cresciuta di circa 1,7 milioni di abitanti. L’80% di questo aumento è dovuto all’immigrazione, in particolare dagli Stati dell’Ue/AELS. Gli autori dell’iniziativa vogliono modificare l’articolo 73 della Costituzione sullo sviluppo sostenibile della popolazione, convinti che una limitazione dell’immigrazione permetterebbe di salvaguardare le risorse naturali.

Ma che cosa prevede questo progetto? Nel caso in cui, prima del 2050, la popolazione superasse i 9,5 milioni, Governo e Parlamento do-

vranno intervenire, in particolare nei settori dell’asilo e del ricongiungimento familiare. Inoltre le persone ammesse a titolo provvisorio non potranno più ottenere un permesso di dimora o di domicilio, né usufruire di altri diritti di permanenza. Non avranno la possibilità di acquisire la cittadinanza svizzera. Se tutte queste misure non dovessero bastare, Berna dovrebbe disdire i trattati internazionali ed eventualmente rinegoziarli. Tra questi figurano l’Accordo con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone (che dovrebbe essere denunciato dopo due anni dal primo superamento del limite di 10 milioni), la Convenzione europea sui diritti dell’uomo o quella di Ginevra sui rifugiati.

Per i sostenitori dell’iniziativa (l’UDC con l’appoggio dell’Unione democratica federale, della Lega dei Ticinesi, del Mouvement Citoyens

Genevois e del movimento anti-Ue Pro Svizzera) l’«immigrazione incontrollata è la fonte di numerosi mali: infrastrutture e sistema sanitario al limite, traffico congestionato, carenza di alloggi, affitti più elevati, cresci-

ta dei costi e perdita di spazi verdi. La qualità di vita scende, ma il suo costo aumenta. La stragrande maggioranza della popolazione non trae alcun beneficio dall’immigrazione». L’UDC ricorda che la saracinesca non verrà del tutto abbassata: fino al 2050 potranno ancora arrivare 40 mila persone all’anno.

Gli autori del testo mirano in particolare a denunciare l’Accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea, dopo che nel 2008 si era registrato un picco demografico (circa un terzo degli stranieri stabilitisi in Svizzera in quegli anni proveniva dagli Stati Ue/AELS). È la terza volta che l’UDC cerca di minare questo accordo. Sebbene la sua iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» fosse stata accolta nel 2014 dal 50,3% dei votanti, la sua applicazione era però stata edulcorata dalle Camere per non compromettere gli accordi bilaterali. «Oggi non ci troveremmo in queste condizioni se l’iniziativa fosse stata attuata correttamente», ha dichiarato la consigliera nazionale Céline Amaudruz (UDC/GE). La seconda iniziativa UDC «Per un’im-

migrazione moderata (Iniziativa per la limitazione)», che chiedeva senza mezzi termini di affossare l’Accordo sulla libera circolazione, venne respinta nel 2020 dal 61,7% dei votanti. Contro questo terzo tentativo dell’UDC si sono schierati il Governo, la maggioranza parlamentare e dei partiti, le organizzazioni economiche e i sindacati. Senza immigrazione sufficiente – sottolineano Cantoni, Città e Comuni – alla Svizzera, entro il 2035, potrebbero mancare svariate centinaia di migliaia di lavoratori giovani a tempo pieno, visto che anche in futuro le imprese svizzere e le strutture pubbliche come ospedali e case di cura dipenderanno dalla manodopera straniera. Senza una libera immigrazione resteremo dunque senza medici e infermieri? Il consigliere degli Stati Marco Chiesa (UDC/TI) osserva che «il 40% dei nostri medici e un terzo del personale sanitario non ha il passaporto svizzero. Eppure, la mancanza di personale peggiora. Ciò significa che il sistema attuale non funziona, nonostante un’immigrazione di 100 mila persone all’anno».

Riducendo l’immigrazione –sottolineano gli oppositori – meno persone parteciperebbero al finanziamento dell’AVS, quando l’invecchiamento della popolazione aumenta. Per il presidente della Conferenza dei governi cantonali, consigliere di Stato argoviese Markus Dieth, porre un limite fisso alla popolazione non risolverà i problemi del rincaro degli affitti, dell’affollamento dei trasporti pubblici e delle carceri o della cementificazione, ma ne introdurrà di nuovi. Secondo gli oppositori, le domande d’asilo aumenteranno: infatti, i richiedenti respinti dai Paesi dello spazio di Schengen/Dublino, se non ne facessimo più parte, potrebbero inoltrare una nuova domanda in Svizzera. I controlli alle frontiere dovrebbero essere intensificati e ci sarebbero ripercussioni per la sicurezza interna, rendendo più difficile la lotta alla criminalità e al terrorismo. In sostanza, l’iniziativa crea problemi e non fornisce soluzioni, affermano coloro che la respingono. Spetta ora al cittadino l’arduo compito di soppesare le affermazioni di favorevoli e contrari.

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Contro i nuovi monopoli digitali

Magnifica

Giorgio Bernardelli

Lo aveva detto subito il giorno dopo la sua elezione, spiegando il motivo della scelta di un nome apparentemente un po’ retrò. Già nel maggio 2025 Prevost aveva annunciato che – proprio come Leone XIII nel 1891 nell’enciclica Rerum novarum aveva aperto la strada al magistero sociale della Chiesa affrontando la questione operaia –ora lui guardava all’intelligenza artificiale come alla grande sfida del nostro tempo. Dodici mesi dopo, quel pensiero è diventato Magnifica Humanitas, la prima enciclica del pontificato di Leone XIV. Centocinque pagine di riflessioni che spaziano dai pericoli posti dai monopoli del web al ruolo delle agenzie educative in un mondo in cui ragazzi e ragazze crescono consegnando ogni loro domanda a ChatGPT; dal problema etico delle armi delle guerre di oggi, che scelgono in pochi istanti e sulla base di un algoritmo chi uccidere e chi risparmiare, alle trasformazioni nel mondo del lavoro.

È proprio lo sguardo di insieme a colpire nell’enciclica scritta da un papa che ha studiato matematica e usa personalmente le app sempre aggiornatissime dei nostri cellulari. Come hanno osservato anche molti intellettuali laici commentando questo testo, Leone XIV da queste pagine emerge come uno degli osservatori che maggiormente hanno preso coscienza di quanto le nuove frontiere della tecnologia stiano cambiando non solo le nostre abitudini, ma la nostra stessa identità. Il sottotitolo di Magnifica Humanitas già da solo dice tutto: è una «lettera sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Non parla di tecnicismi; la sua preoccupazione immediata non è nemmeno elencare le regole necessarie per «arginare» i problemi. Quelle che pone sono domande ben più radicali: le potenzialità enormi che oggi la scienza dell’elaborazione dei dati ci offre – si chiede il Papa – non sta cambiando la nostra stessa visione dell’umanità? La sensazione di poter superare ogni limite grazie a questi nuovi strumenti, non sta finendo per schiac-

Prevost invita a «disarmare l’intelligenza artificiale». (magnific.com)

ciare la vita dei singoli, trasformati da persone con le loro emozioni e contraddizioni in risorse da incasellare comunque in uno schema? La possibilità di ottenere in tempo reale risposte a qualsiasi domanda digitiamo, non ci sta omologando tutti facendoci perdere di vista quella dimensione umana fondamentale che è l’inquietudine della ricerca?

Tra gli invitati alla presentazione dell’enciclica anche Chris Olah, cofondatore di Anthropic, azienda influente nell’IA

Ci sono queste riflessioni dietro all’appello a «disarmare l’intelligenza artificiale» che Leone XIV lancia attraverso Magnifica Humanitas. Invito che nel contesto delle guerre di oggi si può certamente leggere in senso letterale. Dalla devastazione di Gaza a quanto sta accadendo in questi giorni in Ucraina, è sotto gli occhi di tutti il da-

applicati agli armamenti, anziché aumentare la precisione nel colpire, finiscono solo per deumanizzare il nemico, facendo cadere ogni inibizione. Per non parlare dell’uso massiccio dell’intelligenza artificiale nella propaganda che, attraverso le filter bubble in cui siamo viviamo immersi nelle nostre vite digitali, «normalizza» il ricorso all’uso della forza per affermare qualsiasi posizione. Secondo Leone XIV, però, «disarmare l’intelligenza artificiale» vuol dire anche molto di più. Significa contestare un sistema che per come lo stiamo costruendo finisce per concentrare un potere enorme nelle mani di pochi soggetti privati in grado di controllare gli strumenti che quotidianamente utilizziamo. L’affermazione più forte di Magnifica Humanitas è l’idea che la «destinazione universale dei beni» – affermata dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica come argine a un’idea senza limiti della proprietà privata – vale anche per l’u-

niverso dei dati. Le informazioni sulle nostre vite non possono diventare un tesoro chiuso nelle casseforti di poche società della Silicon Valley o di sistemi para-statali come le grandi aziende tecnologiche cinesi. Per il Papa occorre che a porre loro un limite sia una governance che veda collaborare tra loro «istituzioni capaci di regolare senza soffocare», «imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità delle persone un criterio di successo», «corpi intermedi che ricostruiscano fiducia e legami», ma anche singoli «cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero».

In questo senso, l’intero quarto capitolo dell’enciclica è dedicato ad alcuni nodi chiave per il futuro delle società nell’era dell’intelligenza artificiale. C’è il tema della verità nell’informazione e il suo legame strettissimo con la democrazia: il Papa cita Hannah Arendt per richiamare quanto diventi pervasivo il rischio del totalitarismo quando la distinzione tra vero e falso non esiste più.

Invoca un’«ecologia della comunicazione» in cui il giornalismo serio e la scuola restino due ambiti insostituibili. Ma Leone XIV dedica molte pagine anche ai tanti posti di lavoro che l’intelligenza artificiale annuncia già di poter far scomparire. Pone il problema della qualità dell’occupazione quando le macchine cominciano a sostituire le persone non più solo nei lavori più faticosi e usuranti. Chiede alla politica di non limitarsi a gestire le «emergenze» create dai licenziamenti, ma di pianificare prima percorsi che offrano prospettive dignitose per tutti/e, superando l’illusione che la massimizzazione dei profitti possa distribuire equamente benifici. Magnifica Humanitas è anche uno dei pochi documenti che parla dei milioni di «nuovi schiavi» su cui si regge l’intelligenza artificiale. Per esempio gli operatori che con un data-entry alienante - spesso realizzato da manodopera a basso costo in Paesi del Sud del mondo - allenano e perfezionano gli algoritmi. O i lavoratori che in miniera estraggano e pagano le conseguenze ambientali della corsa alle terre rare indispensabili per far funzionare microchip sempre più potenti. Porta davvero lontano seguire per intero il filo della riflessione proposta da Prevost nell’enciclica e che segna probabilmente un salto di qualità nel suo pontificato. Come papa Francesco con la Laudato Sì attraverso l’ecologia aveva posto il tema più ampio degli squilibri planetari, Leone XIV ora con Magnifica Humanitas addita la salvaguardia dei diritti umani e della democrazia nella stagione degli autoritarismi digitali. E la presenza tra gli invitati alla presentazione dell’enciclica di Chris Olah, uno dei fondatori di Anthropic (una delle aziende più influenti nel panorama dell’IA), mostra che il Vaticano su questo non vuole solo fare accademia. La sfida però è immane e passa dalla rianimazione del multilateralismo, il grande malato del nostro tempo. Un compito che la Chiesa cattolica non può certo pensare di affrontare da sola.

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to di fatto che Prevost denuncia: i sistemi di machine learning

Ottant’anni di Repubblica italiana

Storia ◆ Dalla fine della monarchia a oggi il Paese ha attraversato crisi e trasformazioni, mostrando i limiti del suo sistema di poteri

Roberto Festorazzi

Ottant’anni fa, con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, l’Italia sceglieva di diventare una Repubblica. Veniva così a concludersi il ruolo storico che la dinastia Savoia esercitò dal periodo preunitario alla fine del secondo conflitto mondiale. La Casa reale portava la responsabilità, grave, di aver aperto la strada a vent’anni di dittatura fascista, condividendo la scelta, sciagurata e fallimentare, dell’entrata in guerra, a fianco della Germania, il 10 giugno 1940. Sul trono soltanto dal 9 maggio 1946 sedeva Umberto II, succeduto al padre Vittorio Emanuele III che aveva abdicato dopo quasi mezzo secolo di regno.

Il Paese alle urne si spaccò in due: mentre il centro-nord votò per la Repubblica, il sud fu fedele alla monarchia

Re Umberto dimostrò grande senso di responsabilità e dunque ebbe il merito politico di lasciare l’Italia, per l’esilio di Portogallo, il 13 giugno, ossia cinque giorni prima della proclamazione ufficiale dei risultati del referendum da parte della Corte di Cassazione. Preoccupazione del sovrano era che il Paese si spaccasse, avvitandosi nelle polemiche violente e astiose imbastite dai monarchici che gridavano ai presunti brogli.

Bisogna subito ricordare che, alle urne, gli italiani non votarono sol-

tanto per adottare una nuova forma istituzionale, ma elessero l’Assemblea Costituente incaricata di redigere la Carta costituzionale della neonata Repubblica. Fu anche la prima volta che nel corpo elettorale furono incluse le donne, superando così quel ritardo storico che aveva fino ad allora impedito alla componente femminile della nazione di esprimersi sulle sorti del Paese. Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano 28 milioni, i votanti furono quasi 25 milioni (24’946’878), pari all’89,08%. I voti validi 23’437’143, di questi 12’718’641 (pari al 54,27%) furono a favore della Repubblica, 10’718’502 (45,73%) a favore della monarchia.

Il Paese alle urne si spaccò in due: mentre il centro-nord votò per la Repubblica, il sud fu fedele alla monarchia. L’anniversario che cade in questi giorni, presenta l’opportunità e l’occasione per compiere un bilancio critico. In questi 80 anni, la Repubblica ha saputo resistere a tentazioni autoritarie, figlie di quella deriva che ha colpito la Penisola nella spirale di violenza dei doppi estremismi, rossi e neri, rappresentata dagli «anni piombo», il decennio del terrorismo. L’istituzione del Capo dello Stato gode di prestigio e autorità, per la statura politica eccezionale di molti degli inquilini che si sono succeduti al Quirinale, non ultimo l’attuale primo cittadino dello Stato, Sergio Mattarella, che ha superato la metà del suo secondo mandato settennale. L’Italia ha attraversato

fasi di forte crescita, come il miracolo economico degli anni Sessanta, e periodi di difficoltà, segnati da congiunture sfavorevoli e fenomeni come la stagflazione. Nel corso dei decenni la Repubblica ha affrontato situazioni politiche ed economiche molto diverse, mantenendo comunque la propria continuità istituzionale.

Secondo vari studiosi e osservatori, l’attuale equilibrio tra i poteri potrebbe non rispondere più in modo pieno alle trasformazioni intervenute nella società e nel sistema politico. Alcuni ritengono che, anche nel rispetto

della Costituzione, il ruolo esercitato dai presidenti della Repubblica abbia contribuito a una prassi che presenta elementi riconducibili a modelli presidenziali. Le proposte di riforma costituzionale presentate negli ultimi decenni – dalla riforma federalista a quella promossa dal governo Renzi, fino al recente referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – non hanno ottenuto l’approvazione degli elettori. Ciononostante, il tema dell’adeguamento dell’assetto istituzionale rimane oggetto di dibattito. Al-

Cosa succedeva quando sono nata, il 21 aprile 1989

Sono nata il 21 aprile 1989, ad Arbedo, e ho radici svizzere e brasiliane. Di professione sono psicologa. Ho sempre adorato la musica e le persone. Da piccola mi appassionavo ai discorsi dei grandi e trascorrevo ore nello studio di massaggi e chiropratica di mia nonna, dove vedevo uomini e donne in difficoltà trovare sollievo. Lì ho imparato ad ascoltare e ad amare gli altri. Ricordo anche che lasciavo piccoli regalini anonimi ai vicini, per farli sorridere. (Jacqueline)

Cara Jacqueline, sei nata in un anno in cui il mondo cambia direzione. A partire dalla primavera del 1989 i Paesi dell’Europa orientale iniziano a svincolarsi dai regimi comunisti: in Polonia si tengono le prime elezioni parzialmente libere, in Ungheria cade la «cortina di ferro» e poco dopo, in Cecoslovacchia, prende forma la Rivoluzione di velluto. Una serie di trasformazioni pacifiche ridisegna la mappa politica del Continente. Poi, il 9 novembre, crolla il Muro di Berlino: la fine della Guerra fredda, la fine di un’epoca. Intanto, dall’altra parte del mondo, i giovani di Piazza Tienanmen

chiedono riforme e libertà (vedi foto del 22 maggio 1989). Ne parla «Azione» del 27 aprile 1989: «Da dieci giorni la Cina è scossa dalla più vasta ondata di proteste della sua storia postmaoista. Centinaia di migliaia di persone, per la maggior parte studenti, sono scese in piazza, reclamando più libertà e democrazia» e contestando un sistema basato

su burocrazia, corruzione e repressione. Chi scrive sottolinea la relativa assenza – fino a quel momento – di derive violente, sia da parte dei «contestatori» sia da parte del «potere». Ma sappiamo come purtroppo va a finire. Quando l’esercito entra in piazza con i carri armati, il sangue scorre: un segnale brutale di quanto il regime sia disposto a spingersi pur di fermare il cambiamento.

Passiamo ai compleanni. Sull’edizione citata del settimanale si parla di due figure celebri nate proprio negli stessi giorni in cui nascevi tu, ma un secolo prima: Charlie Chaplin (16 aprile 1889) e Adolf Hitler (20 aprile 1889). Un articolo racconta che «quando nel 1939 entrambi compirono cinquant’anni, una rivista americana (“Spectator”) presentò una dissertazione sulla straordinaria vicinanza biografica dei due personaggi che in quei momenti avevano in mano mezzo mondo: Chaplin quello della finizione cinematografica, Hitler invece quello della politica e della demagogia». Nati dunque nello stesso periodo, una certa somiglianza fisica, l’uno destinato a diventa-

re l’angelo del cinema muto, l’altro il demone della storia. L’articolo racconta di come Hitler avesse copiato i baffetti di Charlot e di come Chaplin avesse risposto con Il grande dittatore, trasformando la satira in una forma di resistenza morale.

Le pagine di «Azione» (ed. 20 aprile 1989) celebrano anche l’ottantesimo compleanno di Indro Montanelli, definito il giornalista «più famoso e capace» d’Italia. Il giornale lo ritrae ancora in redazione, fedele alla sua vecchia macchina da scrivere: lui non molla, mentre il mondo dell’informazione intorno cambia e perde «pezzi» importanti. Lo conferma l’edizione del 27 aprile, che titola: Fleet Street, un altro santuario smantellato La storica via londinese delle grandi redazioni («The Times», «The Observer», «The Guardian», «Daily Mail» ecc.) è ormai svanita, con le testate «emigrate nella periferia industriale, dove hanno trovato spazi adeguati agli impianti imposti dalla tecnologia moderna».

A proposito di nuove tecnologie: proprio nel 1989, nei laboratori del CERN, Tim Berners-Lee scri-

cuni costituzionalisti indicano come possibile direzione un modello semipresidenziale simile a quello francese, mentre altri ritengono più opportuno intervenire su aspetti specifici del sistema parlamentare. L’Italia del 1946, uscita dalla guerra e dal Ventennio fascista, aveva scelto un assetto che limitasse il potere dell’Esecutivo. Questa impostazione ha contribuito, nel tempo, a una frequente instabilità dei Governi, che per molti anni hanno avuto una durata media ridotta.

L’Italia del 1946, uscita dalla guerra e dal Ventennio fascista, aveva scelto un assetto che limitasse il potere dell’Esecutivo

Negli anni Novanta, l’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Regione ha rafforzato la stabilità a livello locale e favorito una tendenza al bipolarismo, pur in un contesto politico caratterizzato da una pluralità di partiti. Anche l’emergere di nuove forze politiche, come il Movimento 5 Stelle, ha modificato gli equilibri, portando a nuove configurazioni di alleanze. A oltre ottant’anni dalla fine del fascismo, il tema di un possibile riassetto dei poteri continua a essere discusso. Molti analisti sottolineano l’importanza che eventuali riforme siano frutto di un ampio consenso tra maggioranza e opposizione.

ve il progetto che avrebbe dato vita al World Wide Web. E, curiosità, il giorno del tuo compleanno viene commercializzato in Giappone l’iconico Game Boy: te lo ricordi?

Ma torniamo al settimanale, edizione 20 aprile. Si parla anche di due tragedie: la strage allo stadio Hillsborough di Sheffield, in Inghilterra. A causa di una gestione caotica della folla da parte della polizia e di una struttura vetusta «trasformata in tritacarne», morirono un centinaio di persone. Non fu colpa degli hooligan: come scrisse «Azione», «stavolta è l’imbecillità umana a prevalere». E poi l’allarme AIDS, allora definita «nuova malattia infettiva»: «il peggio deve ancora venire?». Chiudiamo però con ciò che ami: la musica. Il nostro giornale si perde nella fantasia di Sonny Rollins: un invito diretto a Falling in Love with Jazz

Scrivi ad «Azione»

Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch con intestazione «Il mio compleanno». Raccontaci anche un dettaglio di te.

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di Romina Borla
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Il nuovo arbitro globale

L’analisi ◆ La diplomazia mondiale si riallinea attorno alla Cina che guida tempi, immagini e narrazioni del confronto tra potenze

Dentro allo Zhongnanhai, il recinto murato adiacente alla Città proibita, nel cuore di Pechino, che è anche il cuore del Partito comunista cinese, il presidente americano Donald Trump ha fatto una domanda al leader cinese Xi Jinping. Gli ha chiesto se l’accesso a quel luogo fosse di uso comune per il cerimoniale cinese. «Molto raramente», ha risposto Xi. «Per esempio, Putin è stato qui». È la risposta che Trump voleva ottenere, l’esclusività di una relazione con la seconda economia del mondo che solo l’attuale capo della Casa Bianca sarebbe stato in grado di costruire. Xi, però, ha usato una mezza verità: in passato l’accesso al Zhongnanhai era molto più esclusivo, ma più di recente diversi capi di stato internazionali hanno avuto momenti di diplomazia nei giardini del potere del Partito comunista cinese.

Xi, Trump e Putin esercitano una forte attrattiva su pezzi consistenti del populismo di destra non solo europeo

re l’aiuto cinese per fare pressione su Teheran e garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Pochi giorni dopo si è dovuto rimangiare certe aspettative, dicendo di non aspettarsi «favori» da Pechino: la diplomazia cinese aveva già avuto modo di spiegare all’Amministrazione americana che qualunque azione per stabilizzare il Medio Oriente sarebbe avvenuta esclusivamente per diretto interesse cinese.

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La visita di Trump a Pechino a metà maggio, la prima di un presidente americano in carica sin dal 2017, è stata ammantata di mistero. Come spesso succede, i resoconti ufficiali dei due giorni di conversazioni sono stati criptici e a volte contradditori, con la Casa Bianca che elencava alcuni temi e la leadership cinese che ne sottolineava altri. Il messaggio più importante mandato da Xi Jinping al mondo, però, è stato un altro, e non serviva leggere le dichiarazioni ufficiali. Perché cinque giorni dopo Trump, il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, è stato accolto con lo stesso cerimoniale del presidente americano negli stessi giardini del Zhongnanhai. La diplomazia globale si muove attorno a Xi Jinping, e questo è l’obiettivo d’immagine più chiaro della leadership del Partito comunista cinese. Non è un caso se anche il primo ministro pachistano Shebaz Sharif, incaricato di fare da mediatore nella guerra fra Stati Uniti e Iran, sia stato in qualche modo costretto, anche lui, a un briefing sui negoziati con il suo partner maggiore e più d’influenza, la Cina. Prima di volare a Pechino Trump aveva dichiarato di voler ottene-

C’è un dato di fondo che è emerso con chiarezza dalle ultime azioni diplomatiche cinesi: l’iniziativa nella relazione bilaterale tra grandi potenze non è più americana. Per decenni gli Stati Uniti hanno fissato l’agenda e definito i termini del confronto con Pechino, per esempio toccando anche temi come diritti umani e regole sovranazionali. Oggi invece è sempre la Cina a incassare concessioni retoriche, a rifiutare di cedere terreno sul piano commerciale e a non offrire nulla di sostanziale, e allo stesso tempo, a riuscire a ottenere sui media internazionali fotografie di Trump e Putin quasi in contemporanea a casa di Xi Jinping, in atteggiamento quasi di riverenza. Questo primato nel dettare l’agenda dei negoziati si riflette sulle priorità di Pechino in questo momento: Taiwan, l’isola autonoma e democratica che il Partito comunista cinese rivendica come proprio territorio pur non avendola mai governata, e il contenimento del Giappone guidato dalla premier Sanae Takaichi, che sta riarmando Tokyo e promuovendo riforme che vanno verso la direzione di un Paese che può difendersi da solo. Secondo Stefano Pelaggi, ricercatore del centro studi Geopolitica. info, Taiwan è ormai diventata «la priorità implicita» di ogni confronto strategico con Xi Jinping. «Siamo in una situazione di managed centrality», spiega Pelaggi, cioè una centralità gestita ma costante, che domina il rapporto fra Pechino e il resto del mondo anche quando non viene nominata esplicitamente. «Il fatto che Taiwan sia diventato un elemento negoziale è sotto gli occhi di tutti», dice Pelaggi, «Trump lo ha detto chiaramente e apertamente più volte». Le conseguenze si misurano soprattutto all’interno della società taiwanese: se sull’isola dovesse venir meno la fiducia nell’alleato americano, «questo determinerà quello che sarà l’orientamento dei taiwanesi, che potrebbero decidere per un percorso di

avvicinamento anche solo economico nei confronti della Repubblica Popolare Cinese». Dal punto di vista europeo, l’aspetto forse meno indagato del mondo tripolare che sta cercando di costruire Pechino con la sua azione diplomatica, è che insiste su una narrativa di ordine alternativo che esercita una forte attrattiva su pezzi consistenti del populismo di destra europeo e non solo. Teresa Coratella, vicecapo dell’ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations, la riconduce a due categorie distinte. La prima è strumentale, non ideologica: «Certi partiti vedono in questa triade dell’ordine globale un muro contro l’ordine burocratico e politico dell’Unione europea». In pratica rappresenta «un mezzo per scardinare l’attuale establishment europeo, di cui questi partiti generalmente non fanno parte», con l’obiettivo di sostituirlo. La seconda categoria è invece parzialmente ideologica: «Esiste tuttora in Europa, soprattutto tra i partiti populisti di destra, una fascinazione per il mito dell’uomo forte». Xi, Trump e Putin «gestiscono e agiscono all’interno della politica in una forma molto personalistica, in un modo che molti di questi leader di destra vorrebbero seguire, ma non possono farlo perché trovano moltissimi ostacoli derivanti dal fatto che l’Ue è un modello democratico che pone forti limiti a tale aspirazione». L’esempio più classico è quello ungherese. «L’ex primo ministro Viktor Orbán ha usato Russia e Cina per sfidare l’Europa, ma allo stesso tempo è stato usato da Russia e Cina per indebolire l’Europa»: un rapporto di mutuo sfruttamento che ha prodotto dipendenze strutturali difficili da smantellare. Con il nuovo Governo di Magyar, avverte la ricercatrice, «le cose non dovrebbero cambiare velocemente, specialmente in termini di dipendenza dagli investimenti cinesi: può cambiare la prospettiva politica, tuttavia la realtà economica rimarrà tale, almeno nel medio e breve periodo». Nel frattempo, Xi Jinping aspetta. Prima di tutto che la guerra in Ucraina logori l’Europa, che il conflitto in Medio Oriente disperda le energie americane, e infine che i dazi di Trump alienino gli alleati di Washington. Ogni crisi che scuote l’ordine esistente è, per Pechino, un’opportunità da amministrare con pazienza, e allo Zhongnanhai la pazienza non è mai mancata.

Xi Jinping e Donald Trump a Pechino nel maggio scorso. (Keystone)

Il Mercato e la Piazza

La scuola svizzera è davvero all’altezza?

Qualunque valutazione può essere discussa. Se il bicchiere è riempito a metà le chiavi di lettura sono due. Per gli ottimisti il bicchiere è mezzo pieno, per i pessimisti mezzo vuoto. Proseguendo il ragionamento ci si potrebbe attendere che, se il bicchiere è riempito solo per un quarto, a prevalere sarà la valutazione dei pessimisti. Al contrario se il bicchiere è pieno ai tre quarti o addirittura all’80% dovrebbe essere la valutazione degli ottimisti ad affermarsi. Che le cose non stiano così lo dimostrano, a livello svizzero, le reazioni alla pubblicazione dei risultati delle verifiche effettuate da HarmoS, il concordato intercantonale per l’armonizzazione della scuola dell’obbligo. HarmoS ha l’obiettivo di allineare i sistemi scolastici cantonali per permetterne il confronto qualitativo. Di recente sono stati pubblicati i risultati di una verifica condotta su 20’000 scolari e scola-

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re, la quale si proponeva di calcolare, in ciascun Cantone, la quota di allievi che avevano acquisito tre competenze di base. La prima è la comprensione uditiva. Stando alla verifica, l’87% degli scolari della seconda, sesta e nona classe della scuola dell’obbligo hanno dimostrato di comprendere quello che dice l’insegnante.

Per quel che riguarda la seconda competenza – la capacità di leggere nella lingua usata a scuola – la quota scende al 79%. Infine nei confronti della matematica la media nazionale di comprensione è risultata pari al 76%. I responsabili politici della scuola dell’obbligo, con in testa Christophe Darbellay, presidente della Conferenza dei direttori e delle direttrici cantonali dell’educazione, sostengono che le percentuali medie dal 75% all’87%, raggiunte nei test, devono essere considerate come un buon risultato. Di tutt’altra opinione sono i critici della

scuola che, in Svizzera, non mancano di certo. Le loro obiezioni sono di tre ordini. Dapprima osservano che si sono raggiunte buone medie perché il livello di difficoltà delle domande poste ai partecipanti ai test era molto basso. La seconda critica concerne i valori medi che nasconderebbero una realtà molto più differenziata. Qualcuno parla, a questo proposito, di una popolazione scolastica divisa in due. Gli scolari e le scolare che provengono da famiglie socialmente privilegiate hanno ottenuto migliori risultati dei compagni e delle compagne che provengono da famiglie svantaggiate. Interessante è notare che questa differenziazione ha anche una dimensione geografica. Le percentuali peggiori sono quelle degli allievi e delle allieve di Cantoni urbani e di forte immigrazione come Ginevra, Basilea-città o Lucerna. È quindi facile concludere che tra condizione sociale e il passato

Italia, un Paese in cerca di direzione

In Italia si è votato per le amministrative: l’ultimo test prima delle elezioni politiche del 2027. Quando Giorgia Meloni ha perso il referendum sulla giustizia, il centrosinistra ha pensato di avere la vittoria in tasca. Non è così. A Venezia, contro ogni previsione, la destra ha vinto al primo turno. Inoltre ha conquistato l’altro capoluogo di Regione in palio, Reggio Calabria. Nella città lagunare il Partito democratico ha sbagliato candidato, proponendo ai veneziani un uomo d’apparato, mentre il centrodestra indicava un giovane radicato sul territorio. Venezia, come Genova, è storicamente una città di sinistra. Si è spostata a destra, come Genova, non in nome di un estremista, ma di un imprenditore: a Genova Bucci, a Venezia Brugnaro. A Genova il centrosinistra ha messo in campo una forte personalità come quella di Silvia Salis, e ha riconquistato la città; a Venezia non ha saputo trovarla. Al Sud la sinistra si è salvata

grazie alle vecchie volpi. Vincenzo De Luca dimostra che a volte un po’ di populismo fa bene anche alla sinistra. Mirelli Crisafulli ha avuto un percorso giudiziario tormentato, che ha ispirato la battuta: «Se fossi di Forza Italia, sarei già a Guantanamo». La battaglia delle prossime politiche è quindi apertissima: il centrodestra ha una riserva di voti più ampia di quella del centrosinistra, tanto più che finirà per allargarsi o a destra, con il generale Vannacci, o al centro, con Carlo Calenda. E poi alle politiche si vota di più che alle amministrative, perché si vota sulle tasse. E si sa che sulle tasse, come sull’immigrazione, l’opinione pubblica si fida più della destra che della sinistra. Se invece il discorso va su scuola, sanità, salari, prezzi, le cose possono cambiare. Ma il centrosinistra ha un disperato bisogno di individuare pochi punti su cui insistere da qui al voto. I più importanti sono due. Primo: i giovani. Se voglio-

no sperare di vincere, Elly Schlein e Giuseppe Conte devono riportare alle urne i giovani che hanno votato al referendum e si sono astenuti alle amministrative. Salario minimo; limiti al precariato; un piano per far rientrare i cervelli fuggiti all’estero; aiuti per la prima casa e per chi mette su famiglia. Secondo: la difesa del ceto medio. No a nuove tasse, che non sarebbero pagate dai grandi patrimoni al sicuro nei paradisi fiscali, ma da salariati e pensionati, cioè la base elettorale del centrosinistra. Sì alla defiscalizzazione degli aumenti di stipendio: troppi contratti di categoria sono bloccati; se lo Stato rinunciasse a tassare gli aumenti, sarebbe più facile per i datori di lavoro rinnovare i contratti. A destra, Giorgia Meloni appare in ripresa dopo la botta del referendum. Eppure resta nervosa. Trump agli italiani non piace, neppure a quelli di destra. La guerra in cui si è impantanato in Iran piace ancora meno. Ma sarebbe

Sovrani e giullari dei nostri tempi

Due regali, una piccola campana a Washington e una grande statua nel centro di Londra. La campana, posta originariamente sul sottomarino britannico Trump in servizio nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, è il dono di commiato di re Carlo III al re fasullo «No Kings Donald» ed è subito diventata virale sui social risultando alla fine una sorta di stigma della visita alla Casa Bianca compiuta dal sovrano del Regno Unito.

Nella capitale americana re Carlo avrebbe dovuto essere ricordato per un validissimo e coraggioso discorso politico al Congresso statunitense, costellato di richiami storici impregnati da finissimi doppi sensi volti a criticare quanto gli Stati Uniti stanno vivendo con Trump alla guida del Paese. A prevalere sono state frecciate e battute a iniziare da quella attribuita

migratorio della famiglia da cui provengono questi allievi e queste allieve deve esistere una forte correlazione. Se non che il caso del Ticino, tra i primi Cantoni per quel che riguarda la proporzione di famiglie immigrate, verrebbe a smentire questa corrispondenza. In Ticino la verifica Harmos ha dato valori pari all’84% per la comprensione uditiva, all’80% per la capacità di leggere e al 76% per quel che concerne l’apprendimento della matematica. Risultati poco lontani dai valori medi nazionali. È probabile che questa situazione, che, lo ripetiamo, costituisce un’eccezione, rispetto al resto dei Cantoni con forte immigrazione, sia dovuta al fatto che la scuola ticinese ha messo l’integrazione degli allievi e delle allieve con lingua madre diversa dall’italiano ai primi posti nella gerarchia dei suoi obiettivi. Il terzo appunto dei critici è che questi risultati non possono far dimenticare che

l’evoluzione in atto nelle nostre scuole, come risulta dagli esiti di altre verifiche, è drammatica. L’ultimo rapporto nazionale sull’educazione, per esempio, ha messo in evidenza che, per un medesimo stadio di formazione, gli scolari e le scolare di oggi sono in ritardo di diversi mesi rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Chi scrive ha insegnato per più di 30 anni in diversi ordini di scuole e in diversi Cantoni. Durante questo periodo ha sempre udito questo tipo di critica che induce a pensare che la qualità della scuola peggiora da una generazione all’altra e che solo una scuola molto selettiva può essere all’altezza dei tempi. La mia opinione è che, per fortuna, c’è anche chi la pensa diversamente. La scuola sì cambia, ma non è detto che peggiori! E per quel che riguarda le nostre élites, niente paura perché domani come ieri i nostri premi Nobel andranno a formarsi all’estero!

sbagliato darla per finita. È una leader vera, è una donna tosta, dura con se stessa prima che con gli altri. Si batterà sino alla fine. A destra cresce Roberto Vannacci. I suoi voti non sono solo voti filofascisti ma voti di persone che non si sentono rappresentati dagli attuali partiti. Che non condividono linguaggio e valori considerati scontati, come l’uguaglianza degli esseri umani, indipendentemente dal colore della pelle e dagli orientamenti sessuali e politici. E sono voti gonfiati da paura, inflazione, angoscia dei ceti popolari, impoverimento del ceto medio. E dal fatto che Meloni ha dovuto fare i conti con la realtà, dall’enorme debito pubblico italiano alla difficoltà di gestire i flussi migratori. Per questo l’ala più arrabbiata, più anti-sistema della destra la abbandona e vota Vannacci. Dall’altra parte del quadro politico ci sono i Cinque Stelle. Ho intervistato Giuseppe Conte. Mi è parso in palla. Dice che l’obiettivo del suo mo-

vimento non è inasprire la tassazione. Vorrebbe alleggerire il peso fiscale e burocratico su chi apre una saracinesca, su chi tiene in piedi una fabbrica. In effetti, la vera ricchezza da tassare è quella di chi sta seduto dietro una scrivania a spostare masse enormi di denaro. La politica dovrebbe aiutare l’economia reale, e colpire l’economia finanziaria che si arricchisce parassitariamente. Vedremo se su questo punto Elly Schlein interverrà. La leader del Pd è spesso vista come più attenta ai diritti civili che a quelli sociali, ma lei respinge questa distinzione: chi subisce discriminazioni ha più difficoltà a lavorare e fare impresa. Anche lo sfruttamento e la crisi climatica colpiscono soprattutto le fasce e i Paesi più poveri. Diritti, ambiente e contrasto al patriarcato, secondo lei, fanno parte della stessa battaglia. Resta da vedere se questa visione convincerà una società italiana in cerca di cambiamento.

a Oscar Wilde («Abbiamo veramente tutto in comune con l’America, a parte la lingua, ovviamente») per approdare poi ai richiami politici, come il riferimento all’unione fra i due Paesi: «Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più importanti della storia umana. Prego con tutto il cuore che la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo».

Alla fine però, con il dono della campana del sottomarino della Royal Navy, Carlo III ha confermato furbescamente di aver voluto essere un re che si atteggia a giullare. Tanto più che il suo perentorio invito («Se mai avesse bisogno di contattarci, non esiti a farci uno squillo») ha consentito ai tanti critici di Trump di declinare sui so-

cial i vari riferimenti a un epiteto riconducibile al suono di una campana («bellend»): nel mondo anglosassone solitamente viene usato per indicare una persona molto fastidiosa o che si comporta come un idiota.

L’immagine di Carlo III giullare dura solamente poche ore. L’artista Banksy, un maestro della «street art» la cui identità continua a rimanere ufficialmente sconosciuta, ha subito oscurato il comportamento di Carlo III: nottetempo, in gran segreto, ha issato una scultura in resina su un piedistallo in una piazza del centro londinese. Chi non conosce la street art e Banksy forse non sa che una collezione di sue creazioni è «sepolta» sotto la residenza dell’Ambasciata svizzera: il parcheggio sotterraneo della sede diplomatica ospita infatti un cinquantina di vivaci murales di «street art» che ornano muri e pila-

stri; fra questi ben 16 portano la firma di Banksy. La sua opera più celebre è una serie di ritratti in stile warholiano di Lenin travestito da punk, intitolata Vulture Capitalists, un gioco di parole in inglese tra «venture capitalists» (investitori nel rischio) e «vulture» (avvoltoio). Come rivelato da un recente servizio della Rts romanda e da Swissinfo, a favorire l’incredibile raccolta è stato Wolfgang Amadeus Brülhart, un addetto culturale dell’ambasciata, che nel 2000 ottenne il permesso di aprire nottetempo per una settimana il garage a una decina di graffitari britannici. Ventisei anni dopo, formidabile giullare diventato re della «street art», Banksy ha creato la statua di un uomo che in abito elegante marcia impettito e con il volto coperto dalla grande bandiera che gli impedisce di vedere che sta per cadere dal piedi-

stallo. Il monumento è una formidabile satira contro i potenti che, accecati dalla bandiera che impugnano, spingono Nazioni e seguaci verso drammatiche derive autoritarie nelle democrazie.

Con la nuova opera, il re dei giullari del 2000 indirizza una caustica critica anche a Carlo III, il sovrano che negli Stati Uniti era riuscito a rivestire il ruolo di giullare alla corte di «No Kings Donald». A sciogliere ogni dubbio c’è l’ubicazione della statua: Waterloo Place non solo è vicina a diversi monumenti associati al nazionalismo e all’imperialismo britannico, ma dista anche poche centinaia di metri sia da Buckingham Palace, sia da Westminster e da Downing Street 10, cioè le sedi della famiglia reale, del Parlamento e di un barcollante primo ministro del Regno Unito, ovvero Keir Starmer.

di Ovidio Biffi
di Aldo Cazzullo
di Angelo Rossi
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Creare gli archivi del futuro

Carmelo Rifici racconta la terza e ultima edizione di Lugano Dance Project, dedicata all’heritage

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La Spoon River onsernonese

Una mostra dedicata a Meletta ricostruisce un intero mondo rurale attraverso volti, abiti ed ex voto

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La febbre delle belle lettere Malattie immaginarie, aforismi e irresistibili invenzioni linguistiche nel nuovo libro di Marco Rossari

Celati e l’arte della fuga

In Storia di un’amicizia, Ermanno Cavazzoni racconta gli ultimi anni dell’amico scrittore emiliano

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L’uomo che non riusciva a essere sé stesso

Vite da ridere (o quasi) ◆ Alcuni comici costruiscono personaggi, Peter Sellers faceva qualcosa di più inquietante: scompariva all’interno di essi

«Vedi, non esiste nessun me stesso. Io non esisto… Un tempo avevo un io, ma l’ho fatto rimuovere chirurgicamente». Questo ebbe a dichiarare Peter Sellers in un’intervista rilasciata a… Kermit la rana. Ma c’è un dettaglio adolescenziale che racconta Peter Sellers meglio di molte sue dichiarazioni e analisi psicologiche. Quando cercava di conquistare una ragazza, non si presentava mai davvero come Peter Sellers. Si presentava come qualcun altro. Se la ragazza amava Errol Flynn, lui studiava Errol Flynn al cinema e ne imitava la voce, le pose, il modo di fumare. Se preferiva Robert Donat, il giorno dopo Peter parlava come Robert Donat, camminava come lui, si atteggiava come lui. Non era semplice esibizionismo adolescenziale. Era già qualcosa di più profondo e ambiguo: la sensazione che il vero Peter Sellers, da solo, non bastasse. E forse è proprio qui che si nasconde la chiave del più grande trasformista comico del Novecento.

Peter Sellers non interpretava personaggi, li abitava. E più riusciva a di-

ventare qualcun altro, meno sembrava sapere essere sé stesso. Nel cinema comico esistono attori che costruiscono una maschera riconoscibile e la ripetono con infinite variazioni. Totò è Totò. Jerry Lewis è Jerry Lewis. Louis de Funès è Louis de Funès. Sellers, invece, sembrava non avere un volto definitivo. Era un organismo mutante. «È stato come aver sposato le Nazioni Unite», avrebbe detto la prima moglie Anne Hayes, a divorzio avvenuto. Nato nel 1925 come Richard Henry Sellers, cresce in una famiglia di artisti di varietà dove il confine tra vita privata e spettacolo praticamente non esiste. La madre Peg è dominante, possessiva, ossessionata dall’idea di avere un figlio destinato al successo. Il padre Bill, musicista, è invece una presenza debole, intermittente. Il nome con cui tutti lo chiamano, però, non è Richard Henry, ma Peter: lo stesso del fratello nato un anno prima di lui e morto poco dopo il parto. Crescere con il nome di un morto significa vivere dentro un’identità già occupata, come se la propria persona fosse

una sostituzione, una controfigura. Fin da bambino osserva ossessivamente le persone. Accenti, tic, inflessioni, pause, modi di camminare. Registra tutto mentalmente. La radio britannica degli anni Trenta e Quaranta diventa la sua vera scuola di recitazione. Poi arriva la guerra. E paradossalmente, nel caos del conflitto mondiale, trova la sua direzione artistica. Durante il servizio militare intrattiene i soldati con imitazioni e sketch. Ma è quando entra nel mondo della radio professionale che Sellers trova finalmente il suo habitat naturale. Il Goon Show, creato insieme a Spike Milligan e Harry Secombe, rivoluziona la comicità britannica del Dopoguerra.

Quando arriva al cinema, Sellers porta con sé tutto il bagaglio radiofonico. Stanley Kubrick lo capisce immediatamente e ne Il dottor Stranamore gli affida tre ruoli differenti nello stesso film. Ma mentre la carriera esplode, la vita privata diventa sempre più ingestibile. Relazioni sentimentali disastrose, paranoia, capricci, esplosioni

d’ira, dipendenza dall’astrologia, ossessione per il denaro e per il successo. La grandezza di Sellers sta nel fatto che non cerca mai la simpatia del pubblico. Anche nei momenti più esilaranti c’è sempre qualcosa di disturbante nei suoi personaggi. Un altro aspetto che rende Peter Sellers una figura così moderna è il suo rapporto quasi patologico con il controllo. Dietro l’apparente anarchia delle sue performance si nascondeva infatti un perfezionismo feroce. Nulla era davvero casuale: una pausa troppo lunga, una sillaba pronunciata con l’accento sbagliato, un gesto fuori ritmo potevano mandarlo nel panico. Questa ossessione contribuiva a renderlo geniale, ma anche estremamente difficile da gestire sui set. Aveva bisogno di sentirsi continuamente al centro del meccanismo creativo, salvo poi esserne terrorizzato. In questo senso, Sellers appartiene a una categoria particolare di artisti: quelli che sembrano divorati dal proprio talento. Non si limitava a usarlo, ne veniva consumato. E forse è anche per questo che il suo

cinema conserva ancora oggi qualcosa di imprevedibile. Guardando Sellers non si ha mai la sensazione di assistere a una macchina comica perfettamente oliata. C’è sempre un margine di instabilità, l’impressione che qualcosa possa deragliare da un momento all’altro. È una comicità viva, nervosa, continuamente sul punto di esplodere o collassare. Ed è proprio questa fragilità a renderla così umana. Negli ultimi anni, il suo corpo inizia a cedere. Infarti, problemi cardiaci, stress continuo. Ma anche quando è fisicamente esausto, il meccanismo creativo continua a funzionare. Sul set può ancora improvvisare dettagli geniali, invenzioni vocali, reazioni imprevedibili. Quando muore nel 1980, a soli cinquantaquattro anni, lascia un vuoto enorme nella comicità mondiale. Non soltanto per il talento, ma perché con lui sembra scomparire una certa idea di trasformismo assoluto. Peter Sellers passò la vita a diventare chiunque. Il problema è che, probabilmente, non riuscì mai davvero a diventare sé stesso.

Peter Sellers, secondo Leonardo Rodriguez (L.R.)
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Per le grigliate VEGGY

Portobello con crema alla feta
Ricetta
Feta Migros Bio

Raccontare il futuro con il corpo

Danza ◆ Carmelo Rifici cura la terza edizione di Lugano Dance Project, in scena dal 10 al 14 giugno

Col corpo capisco, recita il titolo di un libro di Grossman, che potremmo mutuare per Dance & Heritage, terza – e ultima – edizione di Lugano Dance Project, il festival di danza contemporanea quest’anno dedicato all’eredità, al lascito, a quanto, di immateriale eppure carico di significato, lasceremo al domani. Una sorta di costruzione di un archivio in presa diretta.

Carmelo Rifici, curatore del progetto con Michel Gagnon e Lorenzo Conti, ce ne ha raccontato gli intenti e la visione.

Il tema di quest’anno è l’eredità: cosa lasceremo ai posteri di un tempo frammentato e afflitto da conflitti e incertezze come il nostro? Resterà un senso di frammentarietà. E in questo senso il tema dell’eredità ci serve anche per fare una ricognizione. Oggi, nel mondo della danza, si assiste a una grande messa in discussione: le artiste e gli artisti si pongono il problema delle forme che utilizzano, che spesso sono politiche. Pensiamo a personaggi come Trajal Harrell, che proviene dalle gare di Vogue newyorchesi, o a Kyle Abraham, afroamericano all’interno di una società colonialista bianca, ma anche a Yasmine Hugonnet, madre in una società performativa che la esclude dall’essere professionista a tempo pieno. Sono argomenti che contribuiscono alla costruzione di un patrimonio culturale da tramandare, ma che, soprattutto, devono mettere in discussione il patrimonio culturale tramandatoci.

Riprendendo la polemica di Cannes fra Wim Wenders e Ken Loach, sulla necessità del cinema di essere politico o meno, cosa è giusto per la danza?

Credo che la danza sia comunque un gesto politico, anche se indirettamente, poiché non possiede una forma politica. La curatela di questa edizione di Lugano Dance Project va proprio in questo senso: esistono corpi per loro natura politici, come Chiara Bersani, o lo stesso Harrell. È un momento difficile per uscire dal discorso politico, perché è proprio la realtà a chiedercelo. La cosa imprescindibile, però, è che il discorso politico passi anche attraverso le estetiche. Le forme rimangono comunque e sempre forme artistiche libere.

Al di là del corpo, come può un gesto come la danza, che nasce e muore nel momento in cui lo si fa, essere politico?

Il discorso politico lo si fa sulla curatela, sulla costruzione del palinsesto e sulla scelta degli artisti. Prendiamo la giornata legata a Omar Rajeh e ai coreografi che porta dal Medio Oriente, messi nella condizione di lavorare con altri artisti che in altre parti del mondo attuano a loro volta una discussione rispetto alla realtà e al presente: anche questo è un atto politico. L’aspetto politico della danza si trova anche nel senso di libertà: oggi il corpo deve es-

sere performante ed efficace. Ciò che succede sul palco è esattamente l’opposto, poiché rappresenta il pharmakos all’idea dell’efficacia del corpo. Il corpo ha una sua prerogativa, ma anche sensualità, libertà, gestione artistica e della fantasia. Le artiste e gli artisti invitati guardano a questo mondo attraverso il loro corpo artistico, sollevando una serie di domande: cosa significa essere un corpo fragile all’interno di un mondo che prevede valori come la forza, l’efficacia, la salute, la sanità, e non, per esempio, la diversità, l’inefficacia o l’inesperienza?

E come si lega al tema scelto, quell’heritage da intendersi come eredità?

Il valore della non efficacia del corpo è una grande conquista, fondamentale per l’ heritage. Sebbene le grandi avanguardie, soprattutto della danza, si siano ribellate a un sistema «tradizionale», o conservativo, aiutandoci a uscire da quel codice, forse proprio oggi, davanti a un mondo realmente pericoloso perché senza regole, dobbiamo mettere in discussione l’eredità che ci è stata tramandata.

Lugano Dance Project è una trilogia, avete iniziato sondando il territorio con il Monte Verità, vi siete interrogati sulle architetture, e ora

indagherete l’eredità, in un’edizione che sarà anche l’ultima.

Il primo obiettivo del Festival era di avvicinare al LAC quella parte di pubblico che ancora non aveva trovato la chiave d’accesso alla stagione della danza, ed è stato raggiunto. La stagione teatrale era stata aiutata dal fatto che da trent’anni esisteva il FIT Festival, che aveva preparato il pubblico al teatro contemporaneo, ma la stessa cosa non era successa per la danza. Il secondo motivo era quello di creare delle reti internazionali, e in questo siamo stati aiutati dalle tre edizioni di Lugano Dance Project, un evento finanziato da The KHR McNeely Family Foundation.

Dove inizierà l’eredità all’interno del Festival?

L’eredità parte con Pina Bausch, la più grande pioniera della sperimentazione, che ha rotto ogni barriera, portando nella danza la quotidianità, la parola, la scenografia, la musica dal vivo, le rotture, la ripetizione del gesto e le biografie dei performer. Tutti noi che facciamo regia, danza o altro, lavoriamo proprio su questi aspetti. Pina Bausch è la grande artista del Novecento, imprescindibile da ogni discorso sulla costruzione di un archivio e su cosa sia importante conservare o rimettere in discussione.

Il programma a colpo d’occhio e biglietti in palio

Al binomio danza ed eredità è dedicata la terza edizione di Lugano Dance Project, che dal 10 al 14 giugno trasformerà la città di Lugano in una grande vetrina per artisti e operatori da tutto il mondo. Nuove coproduzioni ideate da affermati talenti della scena coreutica mondiale, performance site-specific, workshop, incontri e proiezioni: un ricco palinsesto di eventi che si svolgeranno al LAC e in altri luoghi della città.

GLI SPETTACOLI DEL FESTIVAL

Kontakthof – Echoes of ‘78

Pina Bausch / Meryl Tankard

Sala Teatro, 10.06 ore 20, 11.06 ore 21

Debuttato nel 1978, Kontakthof è una delle opere più emblematiche del repertorio di Pina Bausch, «madre del teatro-danza». A quasi cinquant’anni dalla prima, la coreografa australiana Meryl Tankard – già interprete dello spettacolo originale – torna a collaborare con alcuni dei membri storici del cast, dando vita a un’intensa riflessione sul tempo che passa.

Music Music Histoire(s) du Théâtre VII

Trajal Harrell

Palazzo dei Congressi, 11.06, ore 21:30

Je suisse (or not)

Camilla Parini

Sala Refettorio, 12.06, ore 15-18, 13.06, ore 10-13 /15-18 (più repliche)

Our Times

Yasmine Hugonnet

Asilo Ciani, 12.06 ore 19 e ore 21:30

The Gathering: Soul(s) Power

Hamdi Dridi

Agorà, 13.06, ore 18

The Gathering: Prelude to Violence

Ghida Hachicho

Teatrostudio, 13.06, ore 19:30

The Gathering:

Dance People

Omar Rajeh

Piazza Luini, 13.06, ore 21:30

The Gathering: DJ set

Zeid Hamdan Hall, 13.06, ore 23:00

Un momento di Kontakthof Echoes of ’78 di Pina Bausch, che andrà in scena al LAC il 10 e l’11 giugno. (Karl-Heinz Krauskopf)

Negli ultimi anni in Ticino si sono consolidate numerose realtà intorno alla danza: cosa ha reso possibile questa crescita?

Anzitutto ci sono stati dei pionieri del territorio come il Cinema Teatro di Chiasso di qualche anno fa con Tiziana Conte, ma anche il lavoro del Laban Center al Monte Verità. Diverse realtà hanno tenuto vivo il discorso sulla danza, ma mancava ancora un palcoscenico. Tutto è cambiato con l’arrivo del LAC, poiché spesso la danza necessita di spazi importanti e di una tecnica sofisticata. Quando sono ritornato in Ticino ho pensato che per dare al pubblico una visione contemporanea dell’arte fosse necessario partire dalle forme d’arte in cui la parola è meno importante. Quindi danza e performance. Nel resto della Svizzera, sono anni che si lavora su quella che sarà la «tradizione svizzera» della danza, dove, a differenza del teatro, è stato possibile creare dei codici di trasmissione attraverso gli artisti, e questo lo possiamo vedere da tutti coloro che eleggono la Svizzera a sede creativa delle proprie estetiche, come Cindy Van Acker, Géraldine Chollet, Nicole Seiler, oltre a nuove figure provenienti ad esempio da culture afrodiscendenti come Ntando Cele. Si sta creando un patrimonio molto

Pubbliredazionale

Parentèle – Première relation (work in progress)

Yasmine Hugonnet Teatro Foce, 14.06, ore 11

The Lovely Gears

Chiara Bersani / Atelier Blumer – USI Hall, 14.06, ore 14

White Space

A.I.M by Kyle Abraham Sala Teatro, 14.06, ore 16 (prima mondiale)

Per ulteriori informazioni www.luganodanceproject.ch

Concorso

«Azione» mette in palio alcuni biglietti per Kontakthof – Echoes of ‘78 (10.06), Music Music (11.06) e White Space (14.06), oltre che per la Chineke! Orchestra, in scena al termine del Festival, il 15 giugno. Per partecipare inviate una mail a giochi@azione.ch indicando lo spettacolo di vostro interesse entro domenica 7 giugno 2026 ore 23:59. Buona fortuna!

interessante di forme della contemporaneità che secondo me nel tempo costituiranno la nostra eredità.

Come si attiva un territorio? Il LAC ha accettato la mia visione, quindi ci sono state una politica predisposta al cambiamento e un’organizzazione che appoggiava le mie scelte. Abbiamo fatto un grande lavoro di mediazione culturale, creando un percorso di avvicinamento al pubblico e a queste nuove forme del teatro, ad esempio entrando nelle scuole. In dieci anni abbiamo abbassato l’età media del pubblico da over 60 a 4142 anni. Ciò non significa escludere il pubblico affezionato, ma aumentare la possibilità di avere un prossimo pubblico.

Ha trovato un Ticino diverso quando è tornato?

La mia famiglia è sempre stata qui, e quindi ho mantenuto i contatti e un rapporto vivo con il territorio. Credo di essere stato scelto per questo ruolo anche perché portavo due anime: da una parte so di cosa ha bisogno il territorio, perché lo conosco, dall’altra mi sono formato fuori, poiché qui non potevo farlo.

Lei è stato chiamato ad aprire un teatro. Cosa prevalse allora, il timore o l’entusiasmo?

L’incoscienza! Ma era un’incoscienza che basava su vent’anni di lavoro al Piccolo di Milano, dove sono stato assistente del direttore Luca Ronconi. È quello che ha sempre voluto fare? Non ricordo un tempo in cui io non volessi fare questo mestiere. Sono cresciuto in una famiglia dove il nonno siciliano, che si chiamava anche lui Carmelo Rifici, era quasi una figura leggendaria. Durante la stagione invernale faceva il capomastro, poi in primavera mollava tutto, famiglia compresa, per partire in tournée con la sua compagnia. Alcuni anziani giornalisti siciliani che ancora lo ricordavano mi hanno fatto scoprire un libro, Storie siciliane, dove un capitolo era dedicato al metodo di mio nonno per insegnare recitazione: è uguale al mio! I miei nonni paterni non si lasciavano andare all’emotività, ma ricordo bene le poesie e i dipinti del nonno, mi basta ripensare a quei foglietti con i versi scritti a mano quando perdeva una partita a carte per capire quanto quelle cose siano dentro me: il mio rapporto con quella parte di eredità non è di carattere emotivo, ma genetico. Il rapporto emotivo ce l’ho con la parte materna napoletana.

La forma d’arte che le è più vicina? Per me tutto parte dal testo. È il testo che mi muove, è il testo che sposta tutto. Sono interessato a tutto, ma quando nel testo vedo quel codice, che si muove con una libertà e una pericolosità così forti, mi sento a casa. Sono appena stato nel Peloponneso per studiare i misteri orfici e delfici, le tavole incise, e ho visto di nuovo come il testo inciso nelle tavole abbia anche una forza visiva. Qualsiasi testo, che sia inciso su una pietra, scritto a mano o sulla carta o digitale, ancora oggi ha per me qualcosa di stupefacente.

Quindi anche un legame con l’archeologia.

Per me il teatro è archeologia, quando faccio un testo contemporaneo per me è già archeologico.

Carmelo Rifici Direttore artistico

Dimagrire è molto più di un numero sulla bilancia

Meno peso non significa solo una silhouette più snella. Può migliorare sensibilmente la salute, facilitare la vita quotidiana e persino influenzare positivamente le malattie croniche.

Vogliamo apparire meglio o sentirci più sani?

La nostra indagine a livello svizzero mostra che le persone in sovrappeso o con obesità vogliono soprattutto migliorare la propria salute. Desiderano aumentare il proprio benessere e la propria capacità di rendimento, nonché ridurre il rischio di malattie secondarie. L’aspetto? Quello viene solo dopo.

Vantaggi fisici di una riduzione del peso

• Sistema cardiovascolare: già il 5–10 % di peso in meno può ridurre sensibilmente la pressione arteriosa, il livello di colesterolo e il rischio di infarto o di insufficienza cardiaca.

• Diabete: gli studi mostrano che una significativa perdita di peso nel diabete di tipo 2 può indurre una remissione, in cui la glicemia scende in modo duraturo a un livello non diabetico.

• Articolazioni: la riduzione del carico sulle articolazioni allevia disturbi come l’artrosi e rallenta l’usura della cartilagine.

• Sonno: una migliore qualità del sonno grazie a minori problemi respiratori garantisce più energia nella vita quotidiana. Effetti positivi sulla psiche

• Più energia: meno stanchezza e una stabilizzazione ormonale aumentano la qualità della vita.

• Autostima: un’immagine più positiva del proprio corpo ha un effetto motivante e migliora l’umore.

• Vita quotidiana attiva: giocare con i bambini, fare passeggiate o attività sportive tornano a essere possibili. • Pubbliredazionale

Perché dimagrire spesso non riesce

iMpuls ha indagato su come gli Svizzeri e le Svizzere vogliono dimagrire e perché spesso non ci riescono. Vai ai risultati >

CONSIGLI

Economia

domestica 1

Come conservarla se c’è molto spazio?

Se hai abbastanza spazio nel cassetto delle verdure, incidi a croce le radici della lattuga cappuccio e mettila in una piccola ciotola con poca acqua. Copri la lattuga con una pellicola forata, oppure con la confezione originale, e riponila nel cassetto delle verdure.

Non conservare mai l’insalata in un contenitore chiuso, perché se l’umidità non può fuoriuscire, si deteriora più in fretta.

2

Cosa fare se c’è poco spazio?

Se le foglie esterne sono già marroni, rimuovile. Avvolgi il cespo di lattuga in un panno umido, su cui avrai spruzzato qualche goccia di aceto e succo di limone. L’acidità tiene lontani i batteri. Poi mettila nel cassetto delle verdure.

Anche l’insalata già tagliata può essere avvolta in un canovaccio asciutto oppure messa in un sacchetto per congelatore rivestito con carta da cucina.

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Con questi vicini si sente male

La lattuga cappuccio è sensibile all’etilene, che viene emesso da frutta e verdura durante la maturazione. Per questo non dovrebbe essere conservata vicino a mele, pere, mango, banane, pomodori o avocado.

I 5 comandamenti

per una lattuga cappuccio croccante

La lattuga cappuccio è composta per il 95% di acqua e per questo appassisce rapidamente. Con questi trucchetti rimane bella fresca per diversi giorni...

4

Più è fresca, più è ricca di vitamine?

Sì. Il contenuto di vitamine è tanto più elevato quanto più fresca è la tua lattuga. In Svizzera la lattuga cappuccio è di stagione da marzo fino alla fine di novembre. A proposito: le foglie esterne, più scure, contengono più vitamine di quelle chiare; quindi, vale la pena mangiare anche quelle.

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E se non vuoi mangiarla in insalata?

Lo sapevi che la lattuga cappuccio si può stufare leggermente? Le foglie si possono anche trasformare in altri piatti sorprendenti e vari. Che ne dici, per esempio, di una zuppa di lattuga cappuccio ed edamame, di un hummus verde di ceci oppure di un pesto di lattuga?

Per prepararlo, frulla le foglie con mandorle pelate e olio d’oliva, aggiungi un po’ di pecorino e poco sale, fatto. Trasformata in pesto, la tua lattuga si conserva gustosa fino a quattro settimane.

Conservare correttamente gli alimenti

L’ordine è importante. Questo vale anche per la conservazione dei tuoi alimenti. Qui trovi consigli su come avere sempre tutto sotto controllo ed evitare anche lo spreco alimentare

Gli ostinati volti di Carlo Agostino Meletta

Mostra ◆ Ritratti, ex voto e la nuova monografia del Museo Onsernonese riscoprono il pittore ottocentesco della valle non solo come «naïf nostrano», ma come testimone di un intero mondo rurale

Sono lì, severi, silenziosi, quasi ostinati. E più li si osserva, più diventa difficile considerarli dei semplici esempi di «arte popolare». L’ottocentesco pittore della Valle Onsernone Carlo Agostino Meletta è rimasto una figura laterale per molto tempo. Scoperto da Aldo Crivelli nella prima metà del Novecento, a svelare la sua storia e la sua fortuna fu il maestro di scuola del Locarnese e critico d’arte Angelo Casè che, alla fine degli anni Settanta nella biografia romanzata dedicatagli, definì il «misterioso artista popolare» un pittore «onesto e sensibile». Oggi dobbiamo però la sua riscoperta al Museo Onsernonese – che fino al 25 ottobre ospita a Loco la mostra a lui dedicata – e in particolare allo storico dell’arte Giulio Foletti e al curatore del museo Mattia Dellagana. Esposizione, si diceva, che accompagna il volume Carlo Agostino Meletta – Pittore della Valle Onsernone – 18001875 – Vita e opere di cui i citati sono cofirmatari e che non solo supera l’idea di catalogo ma addirittura amplia e completa quanto finora si conosceva dell’artista, mettendo in luce la storia di molti dei suoi ritratti, ma pure svelando altri ambiti in cui il Meletta si distinse, dando corpo a uno studio scientifico che finora non era mai stato fatto su questo pittore onsernonese.

Ritratti severi, abiti conservati per generazioni, arte sacra e vite che sembrano uscite da una Spoon River alpina

«Esatto.» conferma Dellagana, «La monografia è il vero studio: la trasposizione su carta di una ricerca che ha permesso di far emergere tutta la dimensione dell’arte sacra, oltre ai ritratti per cui Meletta era conosciuto. In mostra si trova infatti giocoforza solo una parte della sua produzione, non potendo includere gli affreschi sulle facciate delle case, nelle cappelle e nelle chiese della valle, ma non solo».

Ed è proprio qui che il discorso si fa interessante: il Meletta oggi non appare più, come diceva Piero Bianconi, soltanto «uno dei tanti e più o meno dimenticati naïf nostrani» (ndr. anche detti «pittori di villaggio»), ma come qualcuno che ha registrato un intero universo umano, un universo rurale, montano, pre-fotografico.

Il Meletta aveva imparato il mestiere seguendo i lavori di altri maestri, senza una preparazione accademica solida. E non si può dire che fosse avanguardista; non seguiva le mode artistiche del tempo: riproduceva semplicemente schemi pittorici familiari ai suoi occhi: «Sarebbe però sbagliato dare alla definizione di “pittore di villaggio” un’accezione negativa», spiega Dellagana. «Meletta ha avuto, a mio avviso, un ruolo molto importante nella società rurale dell’epoca, da cui peraltro molti di noi discendono. Ricordiamoci che i villaggi delle valli erano estremamente popolosi: la Valle Onsernone, all’inizio dell’Ottocento, contava più abitanti della città di Locarno. Il Ticino era un cantone rurale, di valli e montagne, e questi pittori hanno messo su tela e sugli intonaci delle case, delle cappelle e delle chiese i riferimenti iconografici del loro mondo. Hanno raffigurato uomini e donne della comunità in cui vivevano, così come le figure celesti a cui gli abitanti si appellavano nel cor-

so della vita. Sono pittori rappresentativi del loro mondo; autentici, genuini e profondamente legati alla realtà per cui lavoravano. Pur se considerati dalla storia dell’arte semplici “pittori di villaggio”, secondo me hanno anche un valore artistico, ma soprattutto possiedono un forte valore etnografico e antropologico: senza di loro non avremmo i volti e gli sguardi della società rurale ticinese».

Molto importante anche per scongiurare il rischio di immaginare l’Ottocento delle valli ticinesi solo in bianco e nero: severo, povero, quasi uniforme. I quadri di Meletta restituiscono infatti un mondo sorprendentemente ricco di dettagli, colori e identità. Foulard vivaci, cinture dorate, velluti, gioielli, pizzi, corsetti. Soprattutto nei ritratti femminili, gli abiti colpiscono immediatamente; indumenti che in verità non sembrano coincidere davvero con l’idea stereotipata che spesso abbiamo del Ticino ottocentesco: «Innanzitutto spesso non si tratta di abiti quotidiani, ma dei costumi della festa o della domenica, quindi vestiti più belli. Detto questo: il Ticino è piccolo, ma contiene grandi diversità interne. I musei etnografici servono proprio a mostrare quanto le storie delle diverse valli, pur vicine geograficamente, avessero caratteristiche particolari. Il costume femminile nei ritratti di Meletta è a metà tra verità, interpretazione e simbolismo. Però bisogna ricordare che nelle collezioni del Museo Onsernonese abbiamo molti oggetti identici a quelli raffigurati nei dipinti. In alcuni casi abbiamo proprio gli stessi oggetti. A pagina 42 del libro, per esempio, nel ritratto di Maria Giovanna Schira, si vedono corsetto, pizzo, foulard e cintura conservati dal museo. Sono stati donati dal bisnipote della donna, che conservava sia il ritratto sia gli abiti dell’antenata».

Ed è proprio in questo spazio ambiguo tra realtà e interpretazione che la pittura di Meletta diventa affascinante. Perché lui non si limita a documentare, ma valorizza. Osservando alcuni ritratti si ha quasi la sensazione che riesca a conferire ai soggetti una dignità regale. Non perché li trasformi in aristocratici – restano uomini e donne di montagna – ma perché li sottrae alla marginalità. I dettagli degli abiti, gli accessori, le pose, persino gli anelli ostentati su più dita, sembrano dire che nessuna di quelle vite fosse troppo piccola per non meritare di

essere fissata sulla tela: e «questo è il potere della pittura», come osserva il curatore. «Rispetto alla fotografia permette di andare oltre nella rappresentazione dei propri soggetti». Non dunque davvero inventare, ma esaltare. Sia esteriormente sia interiormente, come risulta da un commento di Giulio Foletti, che nel suo testo introduttivo associa la serietà dei ritratti alla vita grama delle valli. Quella che si intuisce «è una stanchezza accumulata – secondo Dellagana – non solo fisica, ma quasi una stanchezza di genere, tramandata attraverso generazioni di donne che hanno vissuto vite dure. Questo peso emerge nei loro volti. Mentre nello sguardo si evince una certa diffidenza verso il pittore. Probabilmente posare non era una cosa abituale per una donna di valle, anche se appartenevano alla piccola borghesia locale».

Oggi, tuttavia, volenti o nolenti resteranno in posa fino alla fine di ottobre: «In esposizione ci sono quasi tutti i ritratti esistenti (una parte

Il cuore della memoria onsernonese

Aperto al pubblico nel 1966 per contrastare la scomparsa delle testimonianze della civiltà valligiana, il Museo Onsernonese – uno degli undici musei etnografici ticinesi – promuove la salvaguardia, la valorizzazione e la trasmissione della conoscenza del patrimonio storico, etnografico e culturale di questo territorio. Gli spazi espositivi, accuratamente ricavati all’interno di una casa ottocentesca situata lungo la strada carrozzabile a Loco, presentano gli aspetti che caratterizzano e differenziano la storia dell’Onsernone da quella delle altre valli subalpine. Tra questi spicca l’industria della paglia, che per secoli ha plasmato la società, l’economia e il territorio dell’Onsernone. Significativo è anche il lascito

di alcuni artisti della valle, quali il pittore Carlo Agostino Meletta (1800-1875) e lo scultore Ermenegildo Peverada (1866-1900). Altri spazi presentano i costumi, gli attrezzi e gli oggetti d’uso quotidiano, le storie d’emigrazione e molto altro ancora. Il percorso espositivo si conclude con tre sale dedicate alla storia più recente dell’Onsernone e al processo di trasformazione che la porta, nel corso del X Xesimo secolo, a presentarsi come appare oggi. Un accento è posto su di un fenomeno particolare che ha caratterizzato la valle in quel periodo: l’arrivo di un numero considerevole di personalità del mondo culturale europeo e di persone alla ricerca di uno stile di vita alternativo. A cadenza regolare, il mu -

dinarie, ma messi insieme restituiscono uno spaccato della vita dell’epoca». Commercianti, cappellai, uomini in divisa, politici, giudici, medici, emigranti di ritorno e… moltissime donne. «Questo è interessante – si sofferma Dellagana – perché l’Ottocento, come i secoli precedenti, era una società estremamente patriarcale, dove il nome delle donne raramente veniva trasmesso ai posteri. Meletta invece dedica metà della sua produzione ritrattistica alle donne. Lasciandoci anche i loro volti e altri riferimenti, grazie ai quali siamo stati in grado di dare un nome a quei visi e, grazie alle fonti documentarie, di ricostruire parte delle loro vite».

Metà dei ritratti del Meletta raffigura donne. Un dato sorprendente per una società ottocentesca profondamente patriarcale

di proprietà del museo e una parte di collezioni private): 45 su 50. Alcuni si trovano ormai lontano dalla valle, perfino a Roma, a causa dell’emigrazione». I ritratti sono presentati in ordine cronologico, secondo la data di realizzazione. «Questo permette di percepire l’evoluzione della mano del pittore». L’allestimento porta il visitatore in una sorta di «galleria melettiana» dove i volti della gente di valle si affiancano l’uno all’altro, quasi fossero quelli «degli antenati onsernonesi che guardano il visitatore». Lo stesso vale per la parte centrale della monografia che presenta i ritratti come fosse una sorta di Spoon River, giacché sono associati a brevi biografie che lasciano molto spazio all’immaginazione: «Era proprio l’intento. Associare un volto a elementi della vita di una persona, come il fatto di aver avuto molti figli o essere emigrato, permette a chi guarda il ritratto di immaginare meglio la sua esistenza. Nessuno di questi personaggi ha fatto cose straor-

Pubbliredazionale

seo presenta ugualmente mostre temporanee che approfondiscono e indagano tematiche specifiche. Il Museo è pure proprietario e gestore di un mulino ad acqua. Costruito nel X VIII secolo, il Mulégn du Mutt a Loco è la testimonianza di una tecnologia molto antica che per secoli ha assicurato una parte importante dell’approvvigionamento alimentare agli onsernonesi. Rimasto in attività fino agli anni Settanta, è stato acquistato dal museo non solo per essere salvaguardato come monumento storico, ma altresì per far rivivere la produzione della farina di mais, sia come farina da polenta sia come «farina bóna» (una specialità onsernonese, ottenuta con la fine macinazione di mais precedentemente tostato).

Vien da chiedersi se fu intenzione del pittore, o se quest’ultimo agì solo su commissione: «Non abbiamo risposte definitive, ma è probabile. Così come gli emigranti di ritorno compravano tessuti belli per valorizzare le donne di casa, allo stesso modo commissionavano i loro ritratti. In molti casi il ritratto della donna è affiancato a quello del marito: era una pratica comune avere in casa i ritratti dei coniugi. È però anche vero che Giovanni Antonio Vanoni, che era quasi coetaneo di Meletta, ritrasse anche lui delle donne, ma, in proporzione, molte di meno». Un patriarcato, quello onsernonese, già un po’ femminista? Quel che sappiamo con certezza è che Aline Valangin, una delle prime protofemministe svizzere del Novecento, scelse proprio la Valle Onsernone come luogo di vita, nel 1929: chissà che non ci sia un legame. La mostra prosegue con un’altra sala dedicata alle offerte votive e all’arte sacra: «Sono esposti tutti gli ex voto presenti nel libro, oltre a opere trasportabili provenienti da chiese e oratori. Abbiamo anche presentato numerosi disegni preparatori e schizzi appartenenti alla collezione del museo: piccoli modelli copiati da pubblicazioni dell’epoca, usati poi per gli affreschi nelle chiese».

Ed è così che il materiale esposto al Museo Onsernonese acquisisce una forza particolare, perché non si limita a raccontare un artista, ma racconta una comunità, che ha ancora forse molto da svelare: «Più ci si addentra nell’argomento, più emergono nuovi campi da esplorare. L’arte sacra, per esempio, è un ambito che può ancora riservare scoperte. Molte opere non sono firmate e in chiese, case private e oratori esistono ancora dipinti attribuiti ad “autore ignoto”».

Dove e quando

Carlo Agostino Meletta (1800-1875). Pittore della Valle Onsernone. Vita e opere, Museo Onsernonese, Loco, fino al 25 ottobre 2026; Orari: 14-17; aprile-ottobre: da mercoledì a domenica.

Bibliografia A cura di Giulio Foletti e Mattia Dellagana, Carlo Agostino Meletta Pittore della Valle Onsernone 1800-1875 – Vita e opere, Museo Onsernonese e Pro Onsernone, 2025, 224 pp, 40 CHF.

Maria Caterina Pavolina Schira, 1842.

Il contagio dei libri

Letteratura ◆ Bibliomani, filologi ossessivi e feticisti del taccuino nero nel Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari

Manuel Rossello

Una delle più memorabili tra le xilografie di Gustave Doré è quella che raffigura la pazzia di don Chisciotte. A furia di leggere romanzi di cavalleria, la mente del povero hidalgo è sopraffatta da una folla di personaggi che non solo gli rampollano dal cervello, ma si manifestano concretamente intorno a lui: Orlando, il mago Merlino, Amadigi di Gaula, Angelica, Calibante, Florismarte d’Ircania… per tacere di draghi e unicorni. Sarà il curato, entrato in casa di don Chisciotte per sincerarsi delle sue condizioni, a scoprire centinaia di volumi accatastati e ad aspergerli con acqua benedetta, «affinché non resti alcuno degli incantesimi dei quali sono zeppi codesti libri». Un altro celebre martire del contagio libresco, in verità più erudito che letterato, è naturalmente don Ferrante (con ogni probabilità ispirato dall’eroe cervantino, visto che una delle sue passioni – scrive Manzoni –è la cavalleria). La sua morbosa ossessione enciclopedica lo porta infatti a sovvertire i giudizi, esaltando figure di scarso valore e sminuendo i filosofi più autorevoli. E, discorrendo di compulsatori maniacali, non può non tornare alla mente un eccentrico come Sylvestre Bonnard, per il quale la filologia da disciplina erudita è eletta a categoria metafisica, mentre la sua biblioteca appare come una torre d’avorio dalla quale non poter evadere. Le tre figure appena evocate potrebbero comparire in esergo all’esilarante volumetto di Marco Rossari (Piccolo dizionario delle malattie letterarie, Einaudi 2025), la cui lettura invoglia a ipotizzare una graduatoria tra disfunzioni così particolari. Sul gradino più basso si troverebbe allora la bibliofilia (l’amore per i libri, per lo più innocua), seguita dalla bibliomania (temibile per i possibili aspetti patologici), dalla bibliolatria (da scansare poiché foriera di esaltazione e fanatismo), dalla bibliomanzia (pericolosissima in quanto anticamera della stregoneria), dalla biblioclastia (foriera di censura, quando non di roghi di libri), fino alla mostruosità della bibliofagia. Ma il repertorio semiserio di Rossari si muove con acume e una buona dose di humour tra le quinte (e spesso nei bassifondi) dell’ambiente letterario, prendendo sì di mira gli scrittori, ma senza risparmiare le altre due categorie che, insieme, compon-

gono lo strano triangolo delle «belle lettere»: gli editori e i lettori. In questo esile libro, che procede in ordine alfabetico e con misura aforistica, salta subito all’occhio l’irresistibile parallelismo tra termini letterari e varie patologie, direi con predilezione per le funzioni gastrointestinali: le adelphoidi sono un’infiammazione che si cura tappezzando le pareti di casa con i colori pastello della raffinata casa editrice milanese; se il libro è visto come un paziente da curare, allora il colophon diventa la sua cartella clinica; invece l’ossessione per la rievocazione della propria infanzia verrà diagnosticata come proustatite.

Non poche delle patologie immaginarie qui descritte risultano così argute e giuste da rendersi comprensibili quasi senza spiegazione (perché togliere al lettore il piacere di scoprirlo da sé?): troviamo per esempio la comodinite (affine al giapponese tsundoku), il déjà-lu, la piaga di Finnegan, il complesso di Miller, la narcosi di Maugham, il singhiozzo di Emily, il priapismo di Roth, la prévertite e l’orianafallacite (qui torna alla mente l’urticante giudizio che della famosa giornalista diede a suo tempo Federico Zeri: «Oriana Fallaci, la più grande scrittrice di querele»). Bellissimo, infine, il colpo dello Strega. Spiace solo che non si faccia menzione di quella che si potrebbe chiamare durasite, cioè la particolare compulsione di Marguerite Duras a trarre, da ognuno dei suoi romanzi, prima una pièce teatrale, poi una riduzione radiofonica, una sceneggiatura, un saggio, una parodia e financo un sonetto. Un posto d’onore è riservato a un vero e proprio feticcio della creatività letteraria, l’accessorio considerato indispensabile per ogni scrittore degno di questo nome: il leggendario taccuino Moleskine in pelle nera, grazie al quale chiunque sembra potersi trasformare in un novello Hemingway. O si illude. La verità è che purtroppo quei costosi quadernetti non consentono la trasmigrazione del talento. E se non ci si chiama Christopher Isherwood, Paul Bowles o Bruce Chatwin, meglio passare alla versione agenda.

Bibliografia

Marco Rossari, Piccolo dizionario delle malattie letterarie, Einaudi, 2025

La fuga come poetica

Editoria ◆ Attraverso il ritratto dell’amico Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni propone una riflessione sulla coerenza tra scelte di vita e scrittura

La parte più commossa e triste dell’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (in corsa per il Premio Strega), la si incontra naturalmente nelle ultime pagine, dalla 196 in poi, circa. «Vedevo Celati che si aggrappava ai miliardi di neuroni ancora intatti e in servizio, ma altri miliardi erano lì incerti sulla soglia dello sciopero o della pensione». Era il 2012 e Gianni Celati aveva finito più o meno da un anno la sua estenuante traduzione dell’Ulisse di James Joyce. Ermanno Cavazzoni, che dedica questo suo ultimo lavoro al racconto della loro amicizia, avanza l’ipotesi che i cinque anni di lavoro necessari al completamento dell’impresa avessero a modo loro contribuito al deperimento generale delle energie e dello stato di salute di Celati. Lo sforzo di rendere la complessità di quelle pagine, con la loro caleidoscopica ricchezza di stili, aveva duramente messo alla prova le risorse dello scrittore. Lui stesso riconosceva di essere rimasto estenuato dalla fatica.

Rendono poi pregnante, affascinante, la lettura di questo mémoire di Cavazzoni i suoi tentativi di collegare l’amara conclusione d’esistenza con la globalità dell’esperienza umana e creativa di Celati. Sorgono domande fatalistiche, quasi plutarchiane. C’era qualcosa che poteva lasciare presagire una fine di questo tipo? O, piuttosto: in che modo questo destino poteva essere prefigurato nelle scelte artistiche di Celati? O, meglio: in che modo lo scrittore malato e al termine del suo cammino terreno rimaneva legato, e conseguente, alle sue scelte estetiche? Per lui che aveva voluto perseguire una letteratura originale, fuori dagli schemi, vitale e libera, che rispondesse con sincerità alle sue convinzioni personali: in che modo l’intreccio di realtà e letteratura sono venuti a convergere nella vita (e nella morte) di Gianni Celati?

La tesi principale che Cavazzoni ripropone in vari momenti del suo libro è che uno degli atteggiamenti più tipici dell’amico, nel suo modo di affrontare la vita, fosse l’istinto della fuga. Celati, secondo Cavazzoni, in vari momenti della sua esistenza si sarebbe affidato a questa forza anarchica e ribelle, che gli impediva di accettare accomodamenti e compromessi. Così come nella scrittura aveva cercato in

Il processo Pelicot

Teatro ◆ Nato dai verbali di Avignone trasforma la vicenda di Gisèle in una denuncia feroce

Giorgio Thoeni

Un lunghissimo applauso ha siglato la conclusione de Il processo Pelicot, oratorio scenico firmato da Milo Rau con Servane Diècle, proposto al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano nell’ambito del Festival Presente Indicativo.

Unica data italiana di uno spettacolo fuori abbonamento di cui la prima assoluta è andata in scena un anno fa nell’ambito delle Wiener Festwochen di cui Rau è direttore artistico dal 2023.

Più che di uno spettacolo, è forse più giusto parlare di un atto civile. Un principio che il regista svizzero conosce bene e di cui ha fatto bandiera attraverso un teatro di realismo globale che scuote le coscienze, ricostruisce il racconto, indaga, si interroga e denuncia. Ma ricordiamo i fatti.

ogni modo di rifuggire dai cliché e dal formalismo, Celati aveva come atteggiamento di fondo quello di aprirsi all’ignoto, all’insicurezza.

C’è un bel documentario da qualche parte su YouTube in cui Celati cammina per la campagna emiliana (quella che ha raccontato nei suoi libri e mostrato nei suoi film come Strada provinciale delle anime, o Case sparse) dove a un certo punto dice qualcosa del tipo: «Dobbiamo sempre sbagliare strada. Per fermarsi questo è l’unico modo, che ci permette di vedere quello che abbiamo intorno». Verrebbe da pensare che questo sia proprio l’atteggiamento a cui allude Cavazzoni, e che Celati ha più volte messo in pratica nella propria vita. Ad esempio quando ha deciso di rinunciare alla sicura posizione di docente universitario per diventare un pubblicista libero dalle costrizioni e poi anche un insegnante nomade, costretto a rincorrere la precarietà in giro per l’Europa.

Forse vedere la scomparsa di Celati come un estremo tentativo di fuga può renderci più accettabile e comprensibile la sua dipartita? «Celati ha concluso la vita, o ha cominciato a concluderla, senza che lui lo sapesse (…) diventando un suo personaggio, o, che è lo stesso, uno dei suoi eroi letterari ammirati ed amati. Lo si può dire a rovescio, che nei suoi libri c’erano già scritti gli ultimi suoi anni (dal 2015?) e la sua fine. Queste cose le dico come fossi un entomologo che studia una farfalla e le tappe della sua metamorfosi» (p.227).

In tutto il suo raccontare, in effetti,

Cavazzoni si tiene ben lontano dall’apologia, dall’enfasi, dal compianto d’occasione. Il suo discorso è tanto più apprezzabile proprio perché ci restituisce gli aspetti più concreti, operativi quasi, della loro relazione. E trattandosi di due «lavoratori della fantasia» il rapporto tra scrittori è naturalmente caratterizzato da articolatissime e divertenti costruzioni di racconti, suscitati sia dalla loro esperienza personale, sia da avventure vissute insieme nei contesti più disparati.

L’amicizia di Cavazzoni e Celati, come questo libro racconta, è una germinazione di spunti letterari condivisa in interminabili conversazioni, tra due scrittori che hanno scelto di percorrere strade discoste, eccentriche, fuori dagli schemi e dalle accademie. Il libro ci fornisce, quindi, indirettamente e non inaspettatamente, il ritratto di un movimento culturale importante, anzi forse fondamentale per il Novecento italiano, un movimento che trova i suoi esordi nell’epicentro culturale bolognese di fine anni Settanta, ma che, a ben vedere, subisce le influenze della cultura emiliana partendo dai suoi più prestigiosi antenati, come Ariosto e Boiardo. Sono proprio le avventure cavalleresche il collante intellettuale tra loro, che diventerà poi un vero collante affettivo. Come nel caso di due Don Chisciotte (o due Sancio Panza) in dialogo, tra un’impresa e l’altra.

Bibliografia

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet, 2026

Il processo Pelicotsi è tenuto ad Avignone nel 2024. Riguardava una lunga serie di violenze sessuali commesse tra il luglio 2011 e l’ottobre 2020 a Mazan, una cittadina nel sud-est della Francia. Per quasi dieci anni Dominique Pelicot ha drogato la moglie Gisèle consentendo a decine di estranei reclutati in rete (di età compresa fra i 26 e i 74 anni e dai mestieri più disparati) di abusarne sessualmente mentre era incosciente, filmando quegli stupri e diffondendoli online.

Scoperto il crimine, accettando di rendere pubblico il dibattimento celebrato a porte aperte, Gisèle ha trasformato quel processo in un evento fra i più mediatici e discussi di sem-

pre, che ha scosso l’opinione pubblica: la determinazione e il coraggio della vittima in quella aperta denuncia l’hanno resa simbolo della lotta contro la violenza di genere. Ma non basta. Quel processo non ha costituito unicamente la narrazione di uno fra i tanti casi di stupro e abuso sessuale che purtroppo ci vengono raccontati dalla cronaca. Grazie all’enorme architettura drammaturgica basata su frammenti scelti fra gli atti dibattimentali, l’intelligente, accurata e raffinata operazione di Rau e Diècle, oltre a ricostruire la perversa dinamica dell’orrore di una lunga e reiterata violenza sessuale, ha anche permesso di denunciare un sistema di dominio patriarcale basato sul potere e la sopraffazione dell’uomo sulla donna in una prospettiva sociologica e filosofica da cui emergono vigliaccheria per uno stupro sistemico: «Una vergogna che deve cambiare campo», come ebbe a dichiarare Gisèle Pelicot. «Questo caso – ha commentato Milo Rau – rappresenta uno studio empirico involontario sull’onnipresenza del patriarcato e della cultura dello stupro, che continuano a infiltrarsi nelle nostre vite nonostante decenni di campagne di sensibilizzazione, leggi sempre più severe e il successo del movimento MeToo nel dare voce alle vittime».

Sulla scena del Teatro Studio abbiamo ascoltato una trentina di interpreti fra attori affermati (tra cui Mauro Avogadro, Federica Fracassi, Giovanni Franzoni, Giusi Merli, Renata Palminiello, Renato Sarti, Cinzia Spanò), allievi attori ma anche attivisti e professionisti scelti fra giornalisti, avvocati e antropologi. Oltre quattro ore di spettacolo che ricostruiscono 600 ore di processo a 51 imputati per giungere a un verdetto su oltre 200 casi di stupro tramite sottomissione chimica: tutti condannati.

Un oratorio scenico potente attraverso un racconto duro nella freddezza della sua logica distorta e aberrante di un sistema di dominio e crudeltà. Una grande lezione di memoria e di realtà che conferma Milo Rau come un regista straordinario, innovativo, capace di trasformare il teatro in una macchina di irresistibile empatia emozionale.

COME UN GRANDE CHEF

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(Piccolo Teatro Milano / © Nurith Wagner-Strauss)
Ritaglio dell’immagine di copertina dell’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni: Storia di un’amicizia. (Quodlibet)

GUSTO

Grigliata vegetariana

Anche la cucina vegetariana dà il meglio alla griglia

Funghi, formaggio e tofu sprigionano tutto il loro sapore con gli aromi della brace.

Con queste idee, il barbecue vegetariano è un successo assicurato

Testo: Claudia Schmidt

Portobello

con uova

Contorno per 4 persone

4 champignon Portobello di ca. 100 g ciascuno

4 uova fleur de sel

2 cucchiaini di semi di sesamo tostati

2 cucchiai d’olio d’oliva

1 cucchiaio di Condimento bianco 20 g di rucola

1. Scalda il grill a ca. 180 °C. Elimina il gambo dei funghi. Elimina le lamelle raschiandole con un cucchiaio.

2. Sbatti un uovo per volta, separando con cautela i tuorli dagli albumi. Fai scivolare gli albumi nella cappella dei funghi. Sala.

3. Griglia coperto a fuoco diretto per ca. 10 minuti, finché l’albume si consolida e i funghi sono cotti. Durante gli ultimi 2 minuti di cottura, accomoda un tuorlo su ogni albume.

4. Mescola l’olio con l’aceto. Cospargi i Portobello con il sesamo, irrorali con la salsa e servili subito con la rucola.

Consiglio utile

Le temperature elevate (220-280 °C) sono ideali per rosolare o grigliare a fuoco diretto; gli alimenti si accomodano sulla griglia direttamente sulla fonte di calore, la brace. La cottura a fuoco indiretto richiede temperature medie (180220 °C), gli alimenti sulla griglia non vanno posti direttamente sulla fonte di calore e il coperchio del grill è abbassato.

Portobello Migros Bio 110 g Fr. 2.50
Azione: 20x Punti Cumulus, fino al 10 giugno
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Spiedini alla griglia

Qui puoi scaricare l’app Migusto
Tofu Migros Bio BBQ
Specialità vegetariane già pronte per la griglia
Burger con halloumi e avocado
Un gustoso burger in versione vegetariana: il panino al sesamo racchiude formaggio halloumi grigliato, avocado piccante, cavolo rosso e germogli di cipolla.

1

In principio c’era una ferrovia

La Texas Mexican Railway - una piccola compagnia ferroviaria texana che viaggiava verso la città messicana di confine di Laredo – alla fine del 19esimo secolo scriveva sui suoi itinerari «Tex-Mex» come abbreviazione. Questo termine si è presto radicato nella mente delle persone e anni dopo è stato trasferito alla cucina.

2

Gli spagnoli in Texas

La cucina Tex-Mex è nata in Texas, influenzata principalmente da quella spagnola. Nel 17esimo secolo in Texas si erano infatti insediati centinaia di spagnoli. E con sé avevano le loro ricette, con le quali cucinavano gli ingredienti portati con sé o trovati sul posto.

3

Peperoncino e cumino

dalle Isole Canarie

Il cumino, il coriandolo e il peperoncino sono conosciuti da secoli nelle Isole Cana rie. Nel 18esimo secolo, molti isolani emi grarono in America a causa della povertà e dei disastri naturali. E con sé hanno portato le spezie. È così che sono entrate a far parte dell’odierna cucina Tex-Mex.

4

Punto di riferimento culinario

Il chili con carne è il piatto ufficiale del Texas. Ciò è stato stabilito in una risoluzione parlamentare del Texas nel 1977.

sul Tex-Mex

Cosa lega questo nome a una ferrovia? E quale fu l’influenza esercitata dagli spagnoli? 10 fatti sulla cucina Tex-Mex che mostrano come si è sviluppata e cosa la distingue da quella messicana

Testo: Claudia Schmidt

5

8

Il Tex-Mex è meno piccante

Il cibo messicano è tradizionalmente molto piccante. Non si può dire lo stesso per la cucina Tex-Mex. Il motivo? Gli immigrati spagnoli in Texas cucinavano in modo più delicato rispetto ai loro vicini dall’altra parte del confine. La differenza rimane ancora oggi.

9

Il formaggio fa la differenza

Il formaggio è parte integrante di molti piatti Tex-Mex e rappresenta la differenza fondamentale dalla cucina messicana.

6

Cibo per cowboy

Nei giorni di macellazione, i cowboy ricevevano gli avanzi (meno pregiati). Per rendere più tenera la carne, spesso dura, la marinavano con succo di lime, la grigliavano su un fuoco all’aperto e la mangiavano con una sottile focaccia. Questo ha dato origine a una prima forma di fajitas.

Tortillas di grano

Nei piatti Tex-Mex le tortillas sono fatte con farina di grano, perché in Texas è molto più facile coltivare il grano che il mais. La cucina del Messico centrale, invece, è dominata dalle tortillas di mais, che vengono preparate con una pressa.

10

Tacos croccanti

I gusci duri e croccanti dei tacos sono una pura invenzione della cucina Tex-Mex. In Messico, i tacos vengono consumati quasi esclusivamente con tortillas morbide.

7

Nachos: una soluzione di emergenza

Nella città messicana di confine di Piedras Negras, in una sera degli anni Quaranta Ignacio Anaya, direttore del ristorante Victory Club, si trovò a dover improvvisare: il cuoco era assente e un gruppo di donne americane voleva mangiare. Senza ulteriori indugi, tagliò le tortillas a triangoli e le servì croccanti gratinate con strisce di jalapeno. «Nacho» è il vezzeggiativo di Ignacio. Queste «Tostadas» gratinate divennero così popolari che presero il nome del loro inventore.

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TEMPO LIBERO

Decorazioni che sbocciano

Con materiali semplici e tanta fantasia, si possono realizzare vasetti decorati a mano perfetti per la casa o come regalo creativo, grazie a un facile fai-da-te

Il turismo non cambia pelle

Barcellona tenta di allontanare crocieristi ed escursionisti giornalieri nonostante la paura degli imprevisti ridisegni desideri, rotte e abitudini dei viaggiatori europei

La liquida terra dell’arcipelago di Anavilhanas

Angelica si accende una sigaretta mentre osserva il temporale dalle finestre aperte. Quando un lampo divide il mondo tra buio e luce il suo profilo si staglia nitido; il contorno del viso si imprime per pochi secondi nella retina, contornato di bianco fosforescente in contrasto con lo sfondo nero, indistinto. La stanza viene inghiottita dal rumore della pioggia; batte così forte da impedirci di sentire quando parliamo, e nei rari momenti di tregua lascia spazio solo al verso delle cicale.

Dopo cinque giorni di caldo sfibrante, l’Amazzonia si è risvegliata: reclama il suo tributo d’acqua. Nella sala, prima che scoppi il grosso acquazzone tropicale, c’è odore di incenso; la luce va e viene, la corrente annuncia la sua dipartita con crepitii poco rassicuranti. Tre candele illuminano la pousada, la casa tipica, con le amache pendenti fra le travi. Una culla un bimbo dai riccioli rossi, la pelle chiarissima e gli occhi azzurri; dondola tra le pieghe del tessuto sospeso che lo avvolge in modo quasi materno. Fuori, i dettagli non sono

visibili, tutto è schermato dalle gocce violente. L’acqua monopolizza i sensi. La terra si è ridotta, il mondo si è rattrappito, l’Amazzonia è un universo liquido: sopra, la pioggia, sotto, il fiume. L’unica memoria di alberi e radici riemerge quando un fulmine illumina quel dualismo momentaneamente cancellato.

Eppure, per giorni era sembrato che il mondo non avesse da offrire alla vista altro che alberi. Una linea verde infinita sostituiva quella dell’orizzonte di Anavilhanas; l’arcipelago nel nord dell’Amazzonia brasiliana raccontava una storia di purezza quasi intonsa. Una città arborea in cui il Rio Negro disegna strade di asfalto

liquefatto, color piombo, serpeggianti attraverso quattrocento isole fino a Manaus. Toccano Colombia e Perù come frontiere labili, indecise, un’Idra con teste e colli che aumentano o diminuiscono a seconda della portata piovana. Vedono il passaggio di uomini, animali, merci… più o meno legali. «Gran parte della droga che raggiunge il Brasile arriva dalla Colombia via fiume – mi aveva detto Mirko, il marito di Angelica; lui tedesco, lei indigena, avevano messo su famiglia a Igarapé Açu, nei dintorni di Novo Airão, il principale agglomerato urbano della zona – quando i corsi d’acqua si moltiplicano, i controlli sono più difficili». O forse non si

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Giochi di riflessi e sdoppiamenti lungo il corso del fiume Momori, Amazzonia del sud. Sotto: A pochi metri dalla riva del Rio Mamori, nell’Amazzonia del sud, la foresta primaria è già densissima: alberi secolari, palme e felci quasi impediscono la vista del cielo. Nella pagina accanto: Felipe, guida indigena del lago Juma
(Amazzonia del sud), prepara l’arco e la fiocina per una battuta di pesca notturna. Un bimbo della comunidade Santo Antonio mostra Tutù, il tucano mascotte del villaggio. Felipe, guida locale, mostra le particolarità della bocca di un caimano catturato di notte a mani nude.
Clara Valenzani, testo e foto

ha molto interesse a farli, ho pensato.

Oltre alle merci invisibili che si intrufolano, nella foresta c’è tutta un’altra parte ben più manifesta: è quella della fauna, qui meno abituata alla presenza umana, ma comunque disposta a svelarsi. «L’Amazzonia ha bisogno di tempo – prosegue Mirko – quando mi allontano per lavoro, al ritorno mi ci vogliono tre, quattro giorni per essere di nuovo in grado di avvistare gli animali». Capibara e serpenti, are e pappagalli che accompagnano le barche a volo radente, pesci che si aggirano tra le radici, di notte, sperando che la luna non sveli la loro presenza e una fiocina li sorprenda infilzandoli. La natura di Anavilhanas insegna che basta saper aspettare e guardare: al mattino un’alba mutevole dai colori rosati illumina i delfini vermelho, che hanno gli stessi colori del cielo ed emergono sfiatando. Non è un caso il loro avvistamento, perché quando sorge il sole riescono a mimetizzarsi meglio ed escono a caccia.

Quando i fiumi crescono o si ritirano, cambiano i percorsi, i controlli, la scuola e perfino l’isolamento dei villaggi

L’Amazzonia del Nord è inaspettata: ha spiagge candide e alberi meno massicci nati da un terreno secco; le sue comunità sono poco turistiche. Come quella di Santo Antonio, senza internet: undici famiglie che, quando i fiumi si asciugano – racconta Dona Rosa mentre mi guida per il villaggio brandendo un bastone con in cima un dente di caimano – rimangono isolate, troppo lontane per essere raggiunte via terra, in compagnia della chiesa cattolica e di quella evangelista, della biblioteca, del museo, del giardino delle erbe mediche e della casa da farinha dove si lavora la manioca.

Ma anche il bacino sud dell’Amazzonia merita di essere conosciuto: quattro ore più in basso di Manaus c’è l’area del lago Juma e del fiume Momori. Una zona comodamente raggiungibile da Careiro da Várzea alternando la barca a una macchina scassata, con 700mila km all’attivo e i finestrini che scendono solo a metà. La strada rossa e sterrata è piena di buche e taglia fazende e ampie zone disboscate, in cui la giungla è arretrata. Lì, come a nord, lamentano la siccità, la peggiore degli ultimi anni; gli scarsi rivoli di vento creano onde sottili che increspano la superficie bruna del fiume. Non si tratta più del Rio Negro, ma del Solimões (che prima di Manaus viene chiamato Rio delle Amazzoni): la differenza si nota subito. Qui il fiume è marrone scuro, a causa dei nutrienti e dei sedimenti che fanno crescere le piante a dismisura, rendendole ciclopiche. Le palme arrivano fino a venticinque metri, quando si cammina quasi non si vede il cielo. Durante le piogge sbucano solo le cime degli alberi. In questa zona la fauna è molto più ricca e meno timida: bradipi, cinghiali, tapiri, armadilli, caimani i cui occhi, di notte, si tramutano in piccoli fari rossi o bianchi. Felipe, la mia guida, li conosce bene: li cattura a mani nude, al buio, percorrendo la barca da un’estremità all’ancora prima che ci si renda conto di cosa sta succedendo. E poi emerge stringendo per il collo un piccolo coccodrillo, come se niente fosse. Una volta ha fatto male i calcoli, e quel momento glielo ricorda la cicatrice sul polso del morso di un jacarè, nome locale dei caimani, di due metri. Lui ne parla serenamente,

e dopo averlo conosciuto la cosa non stupisce più, vedendo come riesce a pescare di notte con l’arco, intravedere una rana nascosta sotto una radice e camminare nella foresta in infradito, usando i tronchi per orientarsi. Più che quello degli alberi, in tutta l’Amazzonia il vero linguaggio è però quello dell’acqua: parla attraverso le case rese galleggianti dal legno di açacù, durevole fino a 30 anni, e i segni sulle cortecce, che indicano l’innalzamento di anche quindici metri durante la stagione delle piogge; comunica tramite il ronzio della school boat che raccatta gli studenti di villaggio in villaggio (ma solo da febbraio a settembre: nella stagione secca, devono percorrere anche due chilometri a piedi). Queste strade sciolte portano l’eco di motori di barche in sottofondo perenne, dello scivolìo del remo scomparso nell’acqua di velluto, così scura e ferma da sembrare terra, ma piena di vita, affiancata da erba alta che si apre al passaggio. Risuonano del grattare dei rami sul fianco della canoa turchese, stridenti come unghie su ardesia, mentre riflessi arborei perfetti scortano gli esploratori dalle rive, quasi non scalfiti dal loro incedere.

Al mattino, l’acqua si ritrova in altre forme, vaporizzata nella foschia che rende i profili evanescenti, prima di scomparire sotto il sole che anima la superficie di forme incerte e tremule, mentre i pesci saltano intorno. Nei ricordi di dodici giorni accavallati come onde, quell’ultima notte diluviana a Igarapè Açu è il regalo che l’Amazzonia concede prima della partenza: mi addormento abbozzolata in un’amaca verde scuro, senza zanzariera, con la testa vicina alla grande finestra della pousada, avvolta dal rumore della pioggia sul tetto di lamiera.

La mattina dopo, domenica, ha smesso di piovere. Le strade del villaggio sono fangose, siamo ancora senza elettricità, Mirko ripara una cisterna. Sento i canti provenire dalla chiesa evangelica mentre mi appresto a caricare il grosso zaino in spalla. Dalla riva, Angelica si sbraccia, facendo segno alla lancia per Manaus di fermarsi. Quando salgo a bordo, arrampicandomi sulla scaletta a pioli calata dall’equipaggio, il sole ha di

nuovo reso la giungla bollente e silenziosa. Gli avvoltoi perlustrano la foresta rinvigorita. Il Rio Negro, solcato da piccole increspature, ha la

consistenza della carta velina. Per lui, quel temporale ha appena il peso di una sillaba in un libro lungo migliaia di anni.

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Vasetti per fiori a decoupage

Crea con noi ◆ Un’idea semplice e colorata per dare nuova vita

Trasformare semplici vasetti di vetro in piccoli oggetti decorativi è un’attività creativa facile e rilassante, perfetta da fare con i bambini per dare nuova vita ai barattoli di vetro. In questo progetto uniremo la tecnica del decoupage alla pasta modellabile per creare una composizione allegra e colorata: vasetti rivestiti con carta decorativa e delicati fiori tridimensionali, da utilizzare come piccoli portafiori per decorare un angolo della casa.

Procedimento

Pulite accuratamente i vasetti di vetro, eliminando etichette e residui di colla. Asciugateli bene. Per questo lavoro è consigliabile usare vasetti dal-

la forma diritta e non bombata, così sarà più semplice applicare la carta decorativa.

Lavorate bene la pasta modellabile con le mani per ammorbidirla. Con il mattarello stendetela fino a ottenere uno spessore di circa 0,5 cm. Usando una formina abbastanza grande, ritagliate dei fiori. Se non avete una formina adatta, potete disegnare un modello su cartoncino e usarlo come sagoma. Lisciate i bordi dei fiori con un dito leggermente bagnato oppure con un pennello umido.

Praticate dei piccoli fori al centro utilizzando uno stecchino in legno o una matita, poi lasciate asciugare.

Potete scegliere due varianti, fare dei fiori piatti, oppure farli leggermente

Giochi e passatempi

Cruciverba

Quanti crostacei al giorno mangia una balenottera azzurra?

Scoprilo risolvendo il cruciverba e leggendo nelle caselle evidenziate.

(Frase: 3, 15, 2, 11)

ORIZZONTALI

1. Raccolte di memorie

5. È sempre in partenza

10. Isola greca delle Cicladi

12. Provincia a sud-ovest dell’Arabia Saudita

13. La fede nel cuore...

15. Hanno superato la statura

17. Questo a Parigi

18. Dieci in inglese

20. Duomo senza inizio

22. In italiano e in tedesco

23. Altrimenti detto

24. Richiesta interruzione di elaborazione centrale in informatica

26. Laggiù in fondo

28. Un termine per il calcolo

30. La ghirba del cammelliere

32. Bocca in latino

33. Poiché in latino

34. Essi a Parigi

35. Esclamazione di stupore

36. Assiste il ladro

VERTICALI

1. Si segue... a tavola

2. L’attrice Mastronardi (iniz.)

3. Malvagia in poesia

4. Ci può essere anche quella ottica

6. Ripetuta... è poco comune

ai barattoli di vetro

tridimensionali appoggiando il fiore sopra un vasetto capovolto (con tappo) e piegando leggermente i petali verso il basso, così da ottenere una forma simile a una piccola ciotolina. Nel frattempo preparate la decorazione dei vasetti. Tagliate un rettangolo di carta decorativa alto quanto la parte liscia del vasetto e lungo quanto la sua circonferenza. Stendete la colla per decoupage (oppure colla vinilica diluita) sul vetro usando il pennello piatto. Applicate delicatamente la carta e ripassate altra colla sopra la superficie per fissarla bene, eliminando eventuali bolle o pieghe. Lasciate asciugare completamente.

Quando la pasta modellabile sarà asciutta (seguendo i tempi indicati sulla confezione, circa 24/48 ore), rivestite anche i fiori con piccoli pezzi di carta decorativa usando la stessa tecnica del decoupage. Lasciate asciugare nuovamente.

Una volta asciutto tutto il materiale, potete passare una mano di vernice trasparente finale per proteggere il lavoro. Create la vostra composizione alternando vasetti di diverse dimensioni e tappi differenti. Riempite i vasetti con acqua e inserite i fiori freschi.

Otterrete una decorazione allegra e colorata, perfetta per la primavera, per una tavola creativa oppure come idea regalo fatta a mano. Buon divertimento.

Materiale

• Vasetti di vetro di varie dimensioni

• Pasta modellabile (das o simile)

• C arta decoupage, tovaglioli decorati oppure carta velina

• Colla per decoupage oppure colla vinilica diluita con poca acqua

• Pennello piatto

• Formine per biscotti a forma di fiore

• Mattarello

• Stecchino in legno/matita per fare i buchi

• Forbici

• C artoncino (facoltativo, per creare sagome)

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

7. Un tasto del computer 8. Negazione russa

9. Un cristiano russo 11. Il gigante figlio di Poseidone 14. Preposizione articolata

16. Bassissimi

19. Tredicesima lettera dell’alfabeto greco

21. Frotte di gente armata

25. Quinta agli estremi

Stato americano occidentale

Sudoku Scoprite i 3 numeri

Soluzione della settimana precedente TRA AMICI – Tra amici: «Non per vantarmi ma io leggo molto gli autori italiani, dimmi un autore e ti dico cosa ha scritto» – «Bevilacqua?» Risposta dell’amico:

per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

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Viaggiatori d’Occidente

Un’altra estate di turismo illimitato

José Antonio Donaire interpreta la parte del poliziotto cattivo. La sua missione? Dopo trent’anni di crescita esplosiva del turismo, il primo commissario per la gestione sostenibile del turismo deve restituire Barcellona ai suoi abitanti, che ormai si sentono estranei in casa loro. «Siamo arrivati alla fine della strada: la città ha raggiunto il numero massimo di turisti che può accogliere», spiega. «Non vogliamo più turisti, nemmeno uno in più».

Le ricette da applicare sono ben conosciute: ridurre il peso del turismo di svago, che rappresenta circa il 65% delle presenze, e contenere in particolare crocieristi ed escursionisti giornalieri a favore dei turisti culturali e dei viaggiatori d’affari; privilegiare i visitatori abituali, che conoscono già le attrazioni più famose ed esplorano quartieri diversi della città; infine rendere meno

vantaggiosi gli affitti brevi per rimettere sul mercato abitazioni per i residenti. Il suo compito tuttavia non sarà facile. Per cominciare da almeno dieci anni Barcellona cerca di controllare, con efficacia limitata, quel mostro dell’overtourism che ha risvegliato a partire dalle Olimpiadi del 1992. Ma soprattutto la situazione non pare favorevole. Nonostante l’estate si avvicini, i potenziali viaggiatori sono paralizzati dall’incertezza; pesa il protrarsi della guerra con l’Iran, così come le continue voci di sempre nuove epidemie. Soprattutto il traffico aereo è sotto pressione, tra calo delle prenotazioni (anche quando i biglietti costano poco) e incertezze sulla disponibilità futura di carburante. Mette paura la possibilità di vedersi cancellare il volo per cause di forza maggiore (dunque con il solo rimborso del biglietto più l’eventuale assistenza per trovare una soluzione alternativa) e

Cammino per Milano

Sant’Ildefonso di Carlo De Carli

All’alba vago per i viali senza traffico, aria di ermetismo, il sapore di notti brave ai tempi dei tre anni vissuti qui riaffiora lieve. D’un tratto poi penso alle pagine dedicate ai viali milanesi da Alfonso Gatto. Poeta salernitano amato quasi più per il nome e la faccia, tra il sofferente e l’ilare, che appare in due film di Pasolini. E così cammino e cammino per Milano in primavera inoltrata, senza tregua, in compagnia di volti, parole, gesti, sorrisi, sguardi rivissuti ora dopo secoli, dissepolti dal passato con lieta nostalgia lungo «i viali più intimi e spirituali, meno utili, che s’aprono nella città, accanto alle strade, ed hanno la malinconica fantasia dei boulevards». Come succede in un frammento di quelle prose delicate apparse nel 1935 su «L’Ambrosiano» e raccolte in un libro postumo con lo stesso titolo dell’epoca: Guida sentimentale di Milano (1988). Ore dopo percorro via Ruggiero di

Lauria, ammiraglio imbattuto in mille battaglie, rapito da non so quali alberi. Tra le fronde, alle 9.17 in piazza Damiano Chiesa, irredentista triestino fucilato ventiduenne, scorgo il cotto con movimento poligonale della chiesa di Sant’Ildefonso, sorta nel 1956. E così, un bel mattino dopo giorni di temporali verso fine maggio, davanti alla chiesa disegnata dall’architetto milanese Carlo De Carli (1920-1999), ci sono molti più sconfitti del solito. Se il nostro viaggio tra chiese atipiche rimarchevoli o un po’ spinte di pregio, partito proprio dal 1956 al limitare di Baggio con il primitivismo mistico di Figini e Pollini, si è svolto in ordine cronologico – 1958, chiesa di vetro di Mangiarotti e Morassutti a Baranzate, 1964 Gio Ponti al Fopponino, 1968 chiesa-piramide alla Barona di Arrighetti, 1970 Gardella nel quartiere Forlanini – l’ultima tappa del tour ci

Sport in Azione

Investi uno, incassi tre

Con questi presupposti è più che ovvio che a qualcuno venisse voglia di provarci. Che il Ticino abbia un legame stretto con l’organizzazione di eventi ciclistici non lo scopriamo oggi. Ma che nel 2026, in un periodo di vacche magre come dei grimpeurs, si osasse persino pensare a una tappa del Giro d’Italia tutta ticinese, con cinque Gran Premi della montagna, oltre 3000 metri di dislivello e arrivo in quota ai 1664 metri di Carì, era difficilmente ipotizzabile. Pochi anni fa si era detto no al Tour de France, poiché il Governo cantonale aveva negato agli organizzatori un credito di 5 milioni di franchi. E pensare che per la Grande Boucle si parla di un rapporto investimento-indotto di 1 a 5.

Sull’asse Bellinzona-Leventina, qualcuno ci ha creduto. Nel 2016, quando per la prima volta il Tour de Suisse aveva fatto tappa a Carì, Fabrizio Cieslakiewicz, che presiedeva il Comitato d’organizzazione, e che ancora og-

di ritrovarsi al tempo stesso a dover pagare alberghi, guide e altri servizi già prenotati.

E tuttavia anche in questi frangenti quasi nessuno pensa veramente di rinunciare alle vacanze. L’European Travel Commission ha rilevato che l’82% degli europei prevede di viaggiare entro settembre 2026, puntando però su scelte collaudate e mete di prossimità, al bisogno raggiungibili anche in auto o in treno. Come Barcellona appunto, oppure il mare spagnolo, francese, italiano o croato, la montagna svizzera, le città d’arte. Altrettanto plausibile un maggiore ricorso alle agenzie di viaggio e a pacchetti turistici, nonostante prezzi in crescita. Il pacchetto offre un vantaggio psicologico e pratico: c’è un organizzatore responsabile, inoltre le regole Ue prevedono obblighi più chiari di assistenza, rimborso e gestione dei servizi in-

clusi. Almeno se le cose si mettono male sai a chi rivolgerti. Come sempre avviene nei periodi di tensione e incertezza internazionale, il nostro Ticino dovrebbe cavarsela bene, riproponendo alla clientela di lingua tedesca la sua immagine tradizionale e rassicurante: vicinanza, ordine, sicurezza, familiarità, clima mediterraneo. Con l’aggiunta di una più recente programmazione culturale e musicale ambiziosa, per offrire anche esperienze, eventi e occasioni di scoperta. Chi teme gli imprevisti si troverà quasi inavvertitamente avviato lungo questa via. Ma altri viaggiatori, più intraprendenti, potrebbero reagire in modo opposto: invece di restringere l’orizzonte, approfittare proprio della fase di instabilità per allargarlo. Quando una parte del pubblico rinuncia o rimanda, possono crearsi occasioni inaspettate: voli meno pieni, tariffe più favorevoli su

alcune tratte, destinazioni meno affollate, maggiore disponibilità negli alberghi. Per chi è disposto ad accettare qualche incognita – una coincidenza più complicata, un cambio di itinerario all’ultimo momento, la necessità di assicurazioni più solide – la crisi può aprire nuove prospettive. Potrebbe essere proprio il momento per quel viaggio in Asia centrale che coltivate da tempo, per un lungo percorso in Sud America, per un viaggio in treno attraverso i Balcani e la Turchia, oppure una destinazione africana o mediorientale non direttamente coinvolta nella crisi ma percepita come rischiosa. Non si tratta di incoscienza, anzi, semmai di una migliore conoscenza della situazione. Certo, non saranno molti ad andare in questa direzione, non chi ha famiglia o impegni di lavoro troppo vincolanti, ma qualcun altro senza dubbio ci sta già facendo un pensiero.

riporta indietro nel tempo, al punto di partenza. Salgo le scale e la facciata in mattoni di cotto sabbiati, attraverso i due angoli ottusi ai lati dell’entrata che ne spalancano la concavità, apre le braccia a chi arriva. Non per niente, Carlo De Carli in Architettura: spazio primario (1982), definisce lo spazio primario – idea madre di tutta l’opera e pensiero dell’architetto-teorico-designer immortalato in giacca e cravatta su una spiaggia sarda – come «spazio del gesto» o «spazio di relazione», abbracciando così l’etica, l’umanesimo, le persone. Lo sguardo, dentro la chiesa la cui pianta potrebbe sembrare le ali di una falena e nel vertice ovest la stella sforzesca del castello, è risucchiato al centro dalla figura esagonale di una specie di ciborio scenico ascensionale.

Mi siedo su una delle panche di legno semplici. Lo sguardo sale su contan-

do tre ballatoi esagonali lungo le sei colonne altissime, sfociando nella luce che entra dal tiburio. Peccato solo che al primo piano di questa torre-ciborio da cui si irradia tutto lo spazio, ci sono drappi rosso metrò con frangette oro. E che non siamo sul finir dei pomeriggi d’inverno per l’effetto dei neon stile Dan Flavin avantilettera. Comunque, se per questa torre ultrascenica vuota qualcuno tira in ballo forse un po’ a vanvera i dipinti di Sironi e le sequenze di Antonioni, seppure altrove a Milano hanno eccome la loro corrispondenza, il pensiero corre rapido al teatro Sant’Erasmo. Un teatro avanguardistico in cantina e da camera, realizzato sempre da De Carli nel 1953 in via dei Giardini –via dove eravamo stati il maggio un anno fa per un Vertumno in un parco-ex orti del monastero di Sant’Erasmo – sotto un suo edificio per abitazioni e uffici. Un ottagono-pista in

mezzo, pubblico tutto intorno, fino al 1968 quando viene demolito per far posto a dei garage. Il magone, mi viene, quasi, per un attimo, come nostalgia dell’impossibile, poi afferro con gli occhi la ringhiera dei ballatoi che corrono qui anche lungo le pareti tutte in cotto. Ricordano molto quelli del Teatro studio (1987) di Zanuso. «Zoppico» mi dice una vecchietta come per giustificarsi di avermi chiesto un euro, facendo capolino in chiesa che di colpo non sembra più neanche una chiesa. L’anticamera-cortile con cui comunica la chiesa dedicata all’arcivescovo beatificato Ildefonso Schuster (1880-1954), nel frattempo si è animata. Gli sconfitti, perduti, o solo in difficoltà, fanno colazione con focacce alle olive, pizzette, biscotti, caffè. «E dell’umana solidarietà», così aveva anche scritto De Carli come definizione di spazio primario. Esco tra loro, un volontario mi offre un caffè.

gi è uno dei grandi artefici dell’arrivo del Giro d’Italia nella sua valle, sosteneva che la salita da Faido a Carì, per conformazione, sviluppo planimetrico e altimetrico, ricorda la leggendaria ascesa verso l’Alpe d’Huez. «La faremo diventare un appuntamento classico», affermava con fierezza. Il Tour de Suisse ci è infatti tornato. Tuttavia, lo devo riconoscere con amarezza, la nostra corsa nazionale non sposta gli equilibri della storia mondiale del turismo. Giro e Tour, sì. Le immagini dei grandi Giri vengono diffuse in tutto il pianeta. La Corsa rosa raggiunge oltre 200 Paesi e oltre 700mila telespettatori. Stesso numero di Paesi per il Tour de France, che però cattura oltre 3 miliardi e mezzo di utenti. Un dato che in parte spiega perché investire nella corsa francese è ancora più lucrativo. Se una tappa del Tour de Suisse arriva a Carì, Ulrichen, Leukerbad o La Punt, pensate che un cicloamatore di Bergamo, Brest, Fran-

coforte o Bruges si prenda la briga di venire sulle nostre strade per mettersi alla prova? Dubito fortemente. Se però questo stesso arrivo è inserito nel percorso del Giro o del Tour, le probabilità crescono a dismisura. Chiamiamolo pure spirito di emulazione o di identificazione, ma l’ebbrezza di poter pedalare sullo stesso asfalto calcato dai grandi campioni delle massime corse è una molla sorprendente. L’Alpe d’Huez è cresciuta col Tour. Era stata pensata nel 1932 in un vasto contesto alpino che si prestava alla pratica delle discipline invernali. Tuttavia, gli impulsi che ne hanno accelerato lo sviluppo risalgono al 1952, quando l’Airone Fausto Coppi fu il primo a imporsi in quell’ascensione divenuta leggendaria. Oltre alle emozioni e alle vibrazioni puramente sportive che le grandi salite sanno offrire, sul piatto ci metto anche le riprese televisive. Meravigliose quelle del Tour de France, in cui la regia sa

indugiare sulle bellezze del paesaggio come se stesse realizzando un raffinatissimo documentario del «National Geografic». Al Giro si sono attrezzati. Sono ancora all’inseguimento dei maestri francesi, ma da anni hanno capito che il ciclismo può essere il terreno per uno spot pubblicitario e turistico inimitabile. Ogni giorno la RAI propone inserti sulle località di partenza e di arrivo e su tutto quanto di bello, curioso e interessante la carovana incontra sul percorso. Scopriamo chiese, palazzi, cascate, fiumi, laghi, cibi, vini, personaggi, storie e leggende. Noi, in Svizzera, questo concetto non lo abbiamo ancora assimilato, anche se, quanto a mezzi e finanze, non siamo certo con le pezze sul sedere. Le nostre riprese sono di ottima qualità, ma sono povere, rivolte quasi esclusivamente a quanto accade in corsa. Peccato. Cosa abbiamo, oltre al mare, da invidiare a Francia e Italia?

Lo sfegatato di ciclismo, forse, se ne rallegra. A lui interessa vedere i corridori che si danno battaglia. Tuttavia il rapporto di 1 a 3 o di 1 a 5 al quale accennavamo in apertura non lo si ottiene grazie a loro. È figlio della legge dei grandi numeri. Quella sancita da chi si sposta per pedalare, ma chiede alla sua trasferta anche nutrimento per gli occhi, per il cuore, per la mente e, perché no, per lo stomaco. È la stragrande maggioranza del pubblico-popolo del ciclismo. Questo, gli organizzatori della tappa Bellinzona-Carì, dominata da Jonas Vingegaard ammantato di rosa, lo hanno capito e hanno fatto tutto come si deve. Sono certo che quando il nostro Governo cantonale ha messo un bastone nelle ruote di chi si apprestava a portare sulle nostre strade anche il Tour de France, abbia agito per prudenza. Ma sono altrettanto certo che si sia trattato di una prudenza frutto dell’incapacità di rischiare. In una sola parola: ingenuità.

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4.50 Yellow Sunshine Lupi erbe e aglio prodotto vegano, 170 g, (100 g = 2.65)

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7.95 Steak Paprika Planted.

2 pezzi, 160 g, (100 g = 4.97)

Tanta dolcezza e CREMOSITÀ

Tutti i sostituti del latte V-Love (alternative al formaggio escl.), per es. drink all'avena Barista bio, 1 litro, 2.32 invece di 2.90 20%

Tutti i pasti da bere This is food Yfood per es. cioccolato, 500 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 0.79) a partire da 2 pezzi 20%

Latte e bevande Energy, Emmi per es. Energy Milk High Protein alla vaniglia, 330 ml, 2.28 invece di 2.85, (100 ml = 0.69) a partire da 2 pezzi 20% Yogurt M-Classic disponibili in diverse varietà, per es. Cioccolato, 6 x 200 g, 2.60 invece di 3.30, (100 g = 0.22) conf. da 6 21% 3.35 invece di 4.20 Yogurt Twix mix o M&M's 3 x 120 g, (100 g = 0.93) conf. da 3 20%

Migros Ticino

2.20

Balla la salsa del GUSTO!

Balla la salsa del GUSTO!

1.80 Miscela di verdure alla messicana Migros

280 g, (100 g = 0.64)

Tutto l'assortimento Fiesta Del Sol per es. tortillas integrali, 8 pezzi, 320 g, 3.15 invece di 4.20, (100 g = 0.98) a partire da 3 confezioni 25% Ideale con

1.75 invece di 2.10

Carne di manzo macinata IP-SUISSE per 100 g, in self-service 16%

3.80 Miscela di formaggio grattugiato con cheddar

Tex Mex M-Classic

250 g, (100 g = 1.52)

Prodotti freschi e pronti

Tanto gusto già PRONTO

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Tutto l'hummus Anna's Best, refrigerato per es. nature, 200 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 1.18)

Bowl refrigerate Sushi Mania (bowl fatte in casa escluse), per es. bowl poké con salmone, 325 g, 9.56 invece di 11.95, (100 g = 2.94)

conf. da 2

4.–DI RIDUZIONE

Pizze dal forno a legna Anna's Best, refrigerate Prosciutto, lardo & cipolle o Pomodorini e mozzarella, per es. Prosciutto, lardo & cipolle, 2 x 430 g, 9.90 invece di 13.90, (100 g = 1.15)

3.– Ravioli svevi Bürger tradizionali svevi o agli spinaci, per es. tradizionali svevi, 360 g, (100 g = 0.83)

20x CUMULUS NOVITÀ

3.70

Senza glutine

Sandwich al tonno senza glutine 150 g, (100 g = 2.47)

20x

3.70

Sandwich al prosciutto senza

20%

Composte e succhi freschi a partire da 750 ml, Andros, refrigerati disponibili in diverse varietà, per es. succo d'arancia, 1 litro, 4.64 invece di 5.80, (100 ml = 0.46)

partire da 2 pezzi

Re della ReCROCCANTEZZA della CROCCANTEZZA

2.70 invece di 3.65 Corona del sole bio 360 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.75) 26%

Tutte le paste in blocco e già spianate, Anna's Best per es. pasta per pizza, spianata, rettangolare, 580 g, 4.– invece di 5.–, (100 g = 0.69)

Tutti i cornetti precotti per es. cornetti al burro M-Classic, IP-SUISSE, 5 pezzi, 200 g, 1.98 invece di 2.95, (100 g = 0.99)

2.60 invece di 3.30 Tortina al limone 2 pezzi, 100 g, prodotto confezionato 21%

Tortine disponibili in diverse varietà, per es. tortine di Linz, 6 x 75 g, 5.– invece di 8.40, (100 g = 1.11)

I prezzi scendono, l’umore SALE

1.60 Latte di cocco light Migros

ml, (100 ml = 0.40)

3.30 Fun Frites M-Classic prodotto surgelato,

7.55 invece di 12.60

Tutto l'assortimento di passata, sughi e pesti, bio, Alnatura per es. passata, 600 g, 1.– invece di 1.25, (100 g = 0.14)

Pomodori pelati triturati Longobardi

x 800 g, (100 g = 0.16)

2.50 invece di 3.75

2.90

Pennette, spaghetti o tortiglioni, Agnesi in conf. speciale, 750 g, (100 g = 0.33)

2.70

g, (100 g = 0.54) 20x CUMULUS NOVITÀ

Conchiglioni Agnesi

conf. da 3 33%

a partire da 2 pezzi 20%

a partire da 2 pezzi 20%

a partire da 2 pezzi 20% 5.–invece di 7.50 Rösti Original M-Classic 3 x 500 g, (100 g = 0.33)

Tutte le gallette di riso e di mais (prodotti Alnatura e Migros Bio esclusi), per es. gallette di mais Lilibiggs, 4 x 32,5 g, 1.36 invece di 1.70, (100 g = 1.05)

Tutte le cremee di frutta secca Alnatura bio per es. crema di arachidi fine, 250 g, 2.64 invece di 3.30, (100 g = 1.06)

Tutte le noci e le noci miste, Apéro, Sun Queen salate e tostate (confezioni piccole escluse), per es. noci di anacardi, 170 g, 2.64 invece di 3.30, (100 g = 1.55)

Graneo o Corn Chips, Zweifel

Graneo Original, Graneo Mild Chili o Corn Original, in conf. XXL Big Pack, per es. Graneo Mild Chili, 225 g, 5.30 invece di 6.64, (100 g = 2.36) 20%

conf. da 6 33%

4.40 invece di 6.60

Acqua minerale San Pellegrino 6 x 1,25 litri, (100 ml = 0.06)

conf. da 6 33%

1.95 invece di 2.95

Cola o Cola Zero, Migros 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.02)

conf. da 6 40%

Orangina Original, Zero o Rouge, per es. Original, 6 x 1,5 litri, 8.28 invece di 13.80, (100 ml=0.09), Orangina

Buone AZIONI, buon profumo

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Azione 23 del 3 giugno 2026 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu