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Il ritorno della grande musica con Moon+Stars
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SOCIETÀ Pagina 5
La fatica emotiva dei ragazzi si esprime in molti modi e diventa un’urgenza dei nostri tempi
Cosa succedeva quando è nata
Daniela, il 23 aprile 1958: un salto nel tempo grazie ai nostri archivi
ATTUALITÀ Pagina 17
Dove pulsa il cuore di Migros Ticino
Care e cari soci,
Care lettrici e cari lettori, in Ticino, i temi legati al lavoro e al frontalierato suscitano da sempre grande attenzione. Su questi argomenti circolano però anche percezioni che non sempre corrispondono alla realtà. Per questo, senza entrare nel dibattito politico, desidero condividere alcuni dati concreti sulla politica di assunzione di Migros Ticino, che da sempre e con rigore privilegia i residenti a parità di competenze, andando in chiara controtendenza rispetto a tutte le altre catene di supermercati, negozi e grandi magazzini attivi in Ticino.
Mi capita spesso di costatare che nell’immaginario comune nei negozi ticinesi del commercio al dettaglio, compresa Migros, sono impiegati soprattutto lavoratori frontalieri. Questa convinzione fa infiammare i commenti sui social. Talvolta anche clienti e conoscenti mi interpellano in merito, partendo dall’assunto che «siamo pieni di fronta». In effetti i frontalieri impiegati nella grande distribuzione in Ticino sono globalmente più del 40% della forza lavoro impiegata (più di 40 su 100, vedi Ufficio di statistica Ticino).
Nel caso di Migros Ticino, però, si delinea una situazione completamente diversa rispetto a tutta la concorrenza: il 92% delle nostre collaboratrici e dei nostri collaboratori è residente in Ticino o Moesano. Ciò significa che solo 8 stipendiati Migros su 100 sono frontalieri. Questa percentuale già elevata sale al 100% nel settore dell’apprendistato, dove Migros Ticino si impegna da anni ad offrire ai nostri giovani delle opportunità di apprendimento in 8 professioni diverse. Oggi la nostra Cooperativa dà lavoro a più di 70 apprendisti ed è la società privata formatrice più
importante del cantone. Fra questi apprendisti e queste apprendiste troverete unicamente ragazzi e ragazze residenti nel nostro territorio. E vi dirò di più: Migros Ticino paga un salario minimo per il personale non qualificato che si attesta a CHF 4200 al mese (ca. CHF 4500 al mese tenendo conto delle prestazioni della Cassa Pensione Migros, marcatamente sopra alla media), in base a un contratto collettivo di lavoro nazionale Migros.
Si può dunque dedurre che la quota di frontalieri nel resto del commercio al dettaglio, in tutte le altre insegne del retail (comunemente chiamati negozi o supermercati), supera senza dubbio il 50%. Non posso naturalmente nascondere il fatto che anche noi abbiamo dei frontalieri tra le nostre fila, collaboratori capaci e fidati, spesso di lunga data. A volte si rende necessario il reclutamento oltre confine, quando il mercato del lavoro indigeno non permette di reclutare il profilo giusto. Da sempre e con convinzione garantiamo la precedenza – a parità di competenze – ai residenti, comportandoci in maniera esemplare. Non vi nascondo che mi farebbe piacere che la nostra politica di assunzione venisse percepita e onorata, come un elemento positivo di differenziazione rispetto alla concorrenza. Come già fatto in passato, vi esorto a essere ambasciatori della nostra cooperativa spiegando come è la realtà – nostrana – di Migros Ticino, quando ne parlerete con amici e conoscenti. Anche questo fa parte dei vantaggi di avere una cooperativa domiciliata in Ticino, che si impegna attivamente investendo, formando, dando lavoro con priorità alle realtà e agli abitanti di casa nostra.
Buona lettura.
VOTAZIONE GENERALE 2026
Rinnoviamo a tutti i soci l’invito a partecipare alla votazione generale Migros. Ultimo termine per la spedizione o consegna della scheda
CULTURA Pagina 19
Il Museo d’Arte di Mendrisio presenta la prima monografica in Svizzera dedicata a Felice Varini
Patrick von Känel, il parapendista che sorvola le Centovalli, sfiora strapiombi e attraversa gallerie
TEMPO LIBERO Pagina 31
Centrali nucleari: la pensione inizia a ottant’anni
Roberto Porta – Pagina 14
Mattia Keller
Moon + Stars… + tanta bella musica
Festival ◆ Riservate le date tra il 9 e il 19 luglio: a Locarno torna la grande musica internazionale sotto le stelle
Anche quest’anno, puntuale come il gelato, come la riapertura di lidi e piscine, come la prima scottatura, la voglia di tuffi e di lunghe notti, ritorna l’appuntamento con la musica sotto le stelle: dal 9 al 19 luglio segnatevi in agenda undici giorni straordinari, all’insegna del divertimento, della leggerezza e dell’estate! In più, come dimostra il programma, è stato prestato un occhio di riguardo ai gusti e alle preferenze dei ticinesi, motivo per cui in cartellone si trovano nomi che sapranno stuzzicare l’appetito di molte e molti (vedi box a lato)!
Quest’anno a Locarno non solo grandi nomi del panorama internazionale, ma anche un idolo delle generazioni più giovani, come il cantante Emis Killa
Per undici giorni Piazza Grande si trasformerà come ogni anno in una grande arena da concerti grazie alla
presenza di star internazionali e icone italiane; inoltre, non mancheranno i concerti gratuiti sulla Piazza Piccola e indimenticabili momenti culinari sulla Food+Music Street.
Star in Piazza Grande
Sull’impressionante palcoscenico di Piazza Grande ormai da anni si susseguono grandi nomi del panora-
Concorso
«Azione» mette in palio 15x2 biglietti per il concerto di Max Pezzali, che avrà luogo giovedì 16 luglio in Piazza Grande a Locarno.
Per partecipare al concorso inviate una e-mail a giochi@azione.ch (oggetto: «Moon+Stars 2026») con i vostri dati entro domenica 7 giugno 2026. Buona fortuna!
musicale internazionale, ed è così che da Locarno e Moon+Stars sono passati Muse, Depeche Mode, Coldplay, R.E.M., Pharrell Williams, Peter Gabriel, Lou Reed, Massive Attack, The Who, ZZ Top, Beastie Boys, Gotthard, Zucchero, Amy Macdonald, Gianna Nannini e così via. Dunque, a Moon+Stars poco importa l’età: il programma è talmente variato da offrire qualcosa per tutti. E, quest’anno, sotto i riflettori, ci sa-
Per undici giorni Locarno si trasformerà in un polo musicale per tutta la Svizzera.
Da Emis Killa a Rkomi
Quest’anno sono numerose le date di Moon+Stars imperdibili anche per chi vive a sud del Gottardo. Si parte giovedì 9 luglio con una grande serata all’insegna della musica italiana che vedrà la presenza di Rkomi, Emis Killa e il vincitore di Sanremo 2026, Sal Da Vinci. Domenica 12 luglio, sarà la serata di chi ricorda con nostalgia gli Anni 80, con il ritorno dei mitici Duran Duran.
ranno grandi nomi come Jamiroquai, Roxette e OneRepublic.
Palchi collaterali
Nel corso di entrambi i weekend del festival è previsto un programma per i più piccoli. La Piazza Piccola ospiterà invece ogni giorno concerti gratuiti e dj set per celebrare ogni after come si deve.
Food+Music Street
Più di trenta stand e truck inviteranno turisti e passanti alla scoperta delle delizie internazionali e quelle locali: dagli smash burger e gyro fino alle specialità ticinesi, passando per piadine e gelato.
Informazioni I biglietti si possono acquistare su www.moonandstars.ch
Alla Scuola Club, tra grandi e piccoli
Imperdibili anche il 15 e il 16 luglio, con Lewis Capaldi, Noemi e Max Pezzali, da qualche tempo in odore di operazione nostalgia e di nuovo sulla cresta dell’onda. Venerdì 17 luglio non mancate alla serata con Rita Ora, Alan Walker e gli esplosivi The Kolors.
Programma completo
19 luglio: Rkomi, Emis Killa, Sal Da Vinci
10 luglio: Gölä, Bligg, eifachBEN 11 luglio: Roxette, Kim Wilde
16 luglio: Max Pezzali, Noemi 17 luglio: Rita Ora, Alan Walker, The Kolors
18 luglio: Trauffer, Stubete Gäng, Heimatliebi
19 luglio: Wincent Weiss, Sarah Connor
Scuola Club ◆ Scopri il tuo superpotere con i Mimigs e impara a fare un sacco di cose nuove con i nostri corsi
Immagina un mondo fatto di fantasia, movimento e divertimento, in cui scoprire tante cose nuove, insieme ai Mimigs. Con i nostri nuovi corsi per bambini e bambine dai 6 ai 12 anni puoi immergerti in questo mondo colorato, vivace e pensato su misura per te per te e la tua famiglia.
Ti piace mettere a frutto la creatività o preferisci scatenarti divertendoti un sacco? Allora i corsi Mimigs della Scuola Club sono perfetti per te. E i tuoi genitori possono stare tranquilli: tutti i corsi sono studiati con attenzione dal punto di vista pedagogico e sono organizzati in modo sicuro, così da risultare davvero divertenti. Preferisci venire a trovarci con la nonna, il nonno, la zia, lo zio, la madrina o il padrino? Nessun problema! Sei libero di scegliere!
È dunque giunto il momento di partire all’avventura insieme ai Mimigs e scoprire tutto quello che puoi fare!
Insieme ai Mimigs puoi costruire una casetta per gli uccellini, cucinare, fare movimento e imparare a pren-
derti cura della tua salute, ma sempre divertendoti.
Ogni corso è strutturato in base all’età in modo da farti sentire sempre a tuo agio, stringere nuove amicizie e far vedere tutto quello che sai fare.
Ecco i corsi Mimigs in programma:
• Autodifesa con i Mimigs
ne, forza e spirito di squadra, divertendovi un mondo.
• Divertimento in cucina con i Mimigs
Cucinate con i Mimigs: con figli, figliocci o nipoti preparate piatti semplici e creativi e imparate in modo divertente a integrare un’alimentazione equilibrata
• Junk Journaling con i Mimigs Create il vostro album dei ricordi con materiali sostenibili: un’attività creativa per tutta la famiglia che entusiasma grandi e piccini
• Circuit Training con i Mimigs
In questo corso imparate con i vostri figli semplici tecniche di autodifesa. Esercizi ludici rafforzano fiducia, spirito di squadra e sicurezza.
• Design artigianale Durante il corso costruirete e decorerete una mangiatoia, scoprirete il cibo e il luogo ideale dove collocarla, immergendovi così in un’attività creativa per tutta la famiglia. Informazioni
Con il Mimigs Workput, in coppia affrontate un circuito vivace e divertente, migliorando coordinazio-
ma
Impara a fare un sacco di cose nuove con i Mimigs!
Emis Killa si esibirà il 9 luglio
SOCIETÀ
La «sciolta» di Marmentino
Dal piccolo paese della Val Trompia, in provincia di Brescia, nel 1969 arrivò ad Airolo un gruppo di giovanissimi minatori, custodi di una tradizione mineraria secolare
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Accompagnare i bambini nella crescita
L’associazione Alleanza Infanzia ha da poco pubblicato il nuovo Quadro d’orientamento per l’educazione dell’infanzia che mette in evidenza i bisogni evolutivi dei più piccoli
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La fatica emotiva dei ragazzi
Salute mentale ◆ La depressione oggi è la patologia pischica più comune tra gli adolescenti, ma come riconoscerla in un’età in cui tristezza e sbalzi d’umore sono all’ordine del giorno?
Crescere non è mai stato semplice e indolore, ma per numerosi ragazzi di oggi sembra esserlo ancor meno che in passato. Tra pressioni sociali, aspettative elevate e un mondo sempre più connesso, la depressione giovanile si aggiudica infatti – e purtroppo – un posto tra le sfide da affrontare con urgenza.
«La depressione in adolescenza è sempre esistita, ma oggi osserviamo un incremento significativo, partito nel 2012-13, in parallelo alla diffusione dello smartphone – afferma Marco Celoria, psicologo clinico e psicoterapeuta FSP – questo ha infatti modificato le condizioni di sviluppo psichico; esposizione continua, confronto permanente e riduzione degli spazi di interiorizzazione interferiscono con i processi di simbolizzazione e costruzione dell’identità, amplificando fragilità già presenti e rendendo più faticoso lo sviluppo di un senso di sé stabile».
L’aumento del disagio psichico nei giovani va quindi letto come espressione di una trasformazione del contesto evolutivo: «La diffusione dello smartphone ha inciso sui tempi e sui modi della costruzione del sé, ne deriva una maggiore difficoltà nei processi di simbolizzazione e di regolazione affettiva. In questo senso, la depressione può essere intesa come un segnale di sofferenza nella strutturazione dell’identità, più che come un semplice disturbo dell’umore», continua il dottor Marco Celoria. Se in genere tendiamo ad associare il sentimento della tristezza alla depressione, ciò non è necessariamente il caso quando ad esserne colpiti sono bambini e adolescenti. «La depressione giovanile è spesso una difficoltà a trasformare le emozioni grezze in pensieri. Il ragazzo sente molto, ma, non riuscendo a dare un nome e un senso a ciò che gli accade dentro, capita che questo finisca per esprimersi nel corpo o nel comportamento con ritiro, irritabilità, perdita di interesse o apatia. Il lavoro clinico consiste quindi nell’aiutare a costruire questo passaggio, rendendo l’esperienza interna più pensabile e condivisibile».
Un disagio che si esprime in modi diversi
Nel rapporto Obsan pubblicato dall’Osservatorio svizzero della salute nel 2023, il 30% delle giovani donne di età compresa tra i 15 e i 24 anni e il 15% dei giovani uomini della stessa età hanno dichiarato di soffrire di sintomi di depressione da moderati a gravi. «Questi dati colpiscono e vanno presi sul serio: indicano una quota importante di giovani, soprattutto ragazze, che sperimentano una sofferenza significativa – commenta
lo psicoterapeuta – allo stesso tempo parlano però anche di una maggiore possibilità di riconoscere e dire il proprio disagio. Pure in Ticino, infatti, nel 2025 le prestazioni psicologiche sono aumentate di circa il 12-13%, segno di una domanda in crescita, da parte anche di molti giovani». Tra i dati del citato rapporto colpisce quello relativo alle esponenti di sesso femminile, riguardo alle quali i disturbi depressivi sono più frequenti che negli uomini in tutte le fasce d’età. Una differenza che viene così spiegata nell’articolo Riconoscere la depressione nei giovani pubblicato da Pro Juventute: «Uno dei motivi è che le donne sono più vulnerabili a causa dei rispettivi ruoli di genere. Anche le cause ormonali legate al ciclo possono favorire gli stati depressivi. Inoltre, gli strumenti diagnostici per la depressione sono pensati per le donne. In più, per alcuni uomini è ancora difficile parlare di problemi di salute psichica. Vogliono essere forti e si vergognano di mostrare debolezza. Per questo motivo la depressione viene riconosciuta meno spesso negli uomini rispetto alle donne». Oltre a ciò, c’è pure una differenza sostanziale nel manifestare un disagio interiore, che si tratti di un vissuto quotidiano oppure di una problema-
tica più importante. «Le ragazze tendono a rivolgere il disagio verso di sé, con sentimenti di tristezza, autosvalutazione e ritiro, mentre i ragazzi ad esprimerlo all’esterno, in agiti (comportamenti messi in atto), attraverso irritabilità, opposizione, disorganizzazione o ritiro funzionale. Questo può far pensare che soffrano meno, quando si tratta di forme diverse di esprimere una fatica emotiva, che nelle prime appare più visibile come depressione, nei secondi come meno mentalizzata e quindi più difficile da riconoscere come tale», spiega Marco Celoria. Come dicevamo in apertura, il contesto in cui i ragazzi vivono non è esattamente rassicurante nel loro già di per sé delicato passaggio all’età adulta. Gli adolescenti e i giovani adulti sono, infatti, sottoposti a una forte pressione per ottenere risultati e questo non solo a scuola, ma in quasi tutti gli ambiti della vita. I social media, inoltre, li rendono da un lato molto esposti, mentre dall’altro li pongono in un costante – e non sempre realistico – confronto con gli altri. «Anche se poi il disagio può trovare strade diverse per esprimersi, la pressione, il confronto e l’assenza di pause rendono in ogni caso più difficile costruire un senso di sé stabile – commenta lo psicologo –
quello su cui bisognerebbe soffermarsi è quindi pure il fatto che, per crescere, i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di tempi vuoti, di poter sostare, persino annoiarsi. Il pensiero, diceva Bion, nasce dall’assenza, non dall’eccesso di stimoli, peraltro spesso privi di senso compiuto, come quelli che stiamo proponendo loro oggi».
Gli anni del rimodellamento neuronale
Durante la pubertà i ragazzi subiscono un rimodellamento neuronale; gli sbalzi d’umore sono più frequenti e più forti a causa degli ormoni ed è quindi normale che essi si sentano a volte giù di morale. Anche i pensieri sulla vita e sulla morte fanno parte di questa fase evolutiva. Detto ciò, per chi affianca un ragazzo in questo periodo può non essere facile capire se ci si trova di fronte a qualcosa di normalmente riconducibile ad esso o piuttosto a dei sintomi che potrebbero invece indicare una situazione problematica o potenzialmente tale. Nel già citato articolo di Pro Juventute, la psicologa Chantal Hofstetter, che lavora per la Fondazione Pro Mente Sana nel programma ensa: primo soccorso per la salute psichi-
ca (www.ensa.swiss), fa così chiarezza: «Non tutti i blocchi devono essere un disturbo che richiede un trattamento. Il quadro generale è fondamentale. Se diversi sintomi si manifestano contemporaneamente e persistono per un periodo di tempo prolungato, i genitori dovrebbero fare un’analisi più approfondita». L’autrice considera particolarmente degni di attenzione i casi in cui i sintomi causino angoscia e influenzino la vita quotidiana del giovane, per esempio allontanandolo dagli amici e dalla scuola e portandolo a rifugiarsi nel mondo virtuale o in comportamenti di consumo. Dello stesso parere è il nostro interlocutore: «Un criterio utile è chiedersi se il giovane, pur nella fatica, riesce a restare ancora in relazione e a investire nel futuro o se si osserva una progressiva chiusura. Come spiegava Freud, la salute psichica si misura nella capacità di “amare e lavorare”: quando queste dimensioni si impoveriscono, siamo di fronte ad un segnale clinicamente significativo». Il compito dei genitori, in questi casi, è non facile, ma molto importante. «Il rischio clinico che li riguarda è quello di oscillare tra negazione e iper-diagnosi, perdendo di vista la complessità del processo di crescita. Quello che consiglio loro è pertanto di non intervenire subito, ma piuttosto di saper osservare, reggere il disagio e dare al ragazzo uno spazio in cui quello che sente possa diventare pensabile –spiega Marco Celoria – e questo perché un adolescente non è un soggetto “fragile” da aggiustare, ma una mente in trasformazione che sta cercando una forma. È come un cantiere aperto: ci sono momenti di disordine, di incertezza, anche di smarrimento, ma è lì che qualcosa si sta costruendo. I genitori non devono avere tutte le risposte, ma è importante restare accanto, come una presenza stabile che tiene il filo quando il ragazzo lo perde. È nella relazione, più che nella soluzione, che il giovane ritrova la possibilità di pensarsi e di crescere».
Un atteggiamento che oggi si scontra però purtroppo con degli adulti i quali sovente si trovano in difficoltà nel sostenere la propria funzione educativa, anche per una fragilità narcisistica diffusa nel mondo dei «grandi» e per la tendenza a delegare all’esterno (alla scuola, ai servizi, ecc.), come ci spiega il nostro interlocutore, che conclude: «Non bisogna temere la relazione con i figli, o a volte il confronto aspro, ma “stare dentro” ad essa. In questo senso è fondamentale saper restare accanto alla domanda del figlio, senza saturarla né evitarla, perché è facendo così che si riuscirà ad offrire un ambiente “sufficientemente buono”, capace di sostenere e trasformare i suoi stati emotivi».
La depressione giovanile è spesso una difficoltà a trasformare le emozioni grezze in pensieri (Freepik)
Alessandra Ostini Sutto
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Il gusto della tradizione
Attualità ◆ I filetti di trota in carpione sono un piatto particolarmente apprezzato alle nostre latitudini durante la bella stagione
Li trovi nel reparto gastronomia della tua Migros
Quando le temperature cominciano a essere più miti, si gustano volentieri pietanze fresche e leggere, ma non per questo meno gustose. Una di queste è sicuramente rappresentata dal pesce in carpione, una specialità molto legata anche alla nostra tradizione culinaria. Nei reparti gastronomia Migros è possibile trovare questa saporita proposta già pronta, sottoforma di filetti
di trota, preparati con cura in Ticino, da un’azienda specializzata in gastronomia, secondo una ricetta tipica che valorizza al meglio la qualità delle materie prime utilizzate. Il pesce viene infarinato e fritto nell’olio, per poi essere immerso in una marinata di verdure miste – cipolle, porri, coste, carote e sedano – cotte nell’aceto di vino. Una ricetta semplice ma ricca
Ideale per la griglia
di gusto, capace di conquistare i palati più disparati.
La conservazione di alimenti in carpione come carne, pesce o verdure era già conosciuta nel Medioevo, come metodo per prolungarne la durata e fare scorte per l’inverno. Il procedimento prevede che gli alimenti vengano dap-
prima fritti e poi marinati in una soluzione a base di aceto, aromi vari e altre verdure. Una pietanza che da sempre si presta bene a questo metodo di conservazione è il pesce, in particolar modo quello d’acqua dolce. In origine venivano utilizzati pesci molto diffusi nei nostri laghi, come il coregone, la tinca e il luccio, successivamente si è poi passati alla trota, che permette di otte-
Attualità ◆ Rendi la tua grigliata ancora più appetitosa con il tomino del boscaiolo avvolto nello speck
Azione 15%
Perché non arricchire una bella grigliata in compagnia con qualcosa che non sia carne, pollo, verdure o pesce? Per esempio, con un formaggio fondente al punto giusto che sappia sorprendere fin dal primo assaggio, come un tomino del boscaiolo con speck. Originario del Piemonte, il tomino è un formaggio vaccino a pasta morbida, di colore giallo paglierino, con crosta fiorita edibile e a rapida stagionatura. Anche in Svizzera esiste un formaggio dalle caratteristiche simili, conosciuto come tomme, che generalmente risulta di dimensioni più grandi rispetto al cugino italiano. Il tomino possiede un sapore tipicamente dolce, delicato, che ricorda il latte fresco.
Tomino del boscaiolo con speck Italia, 195 g Fr. 3.90 invece di 4.60
dal 28.5 al 3.6.2026
Oltre al consumo crudo, è un formaggio che si presta bene anche alle preparazioni a caldo, dove diventa irresistibilmente fondente dentro e croccante fuori, grazie all’aromatico speck in cui è avvolto. Bastano pochissimi minuti per ottenere un piatto invitante e saporito, sia preparato sulla griglia che scaldato brevemente in padella, avendo cura di girarlo regolarmente. In alternativa può essere preparato anche in forno, trasferendolo in una pirofila oppure su carta da forno. È ottimo servito con una croccante insalata di stagione, delle patate al cartoccio e del pane casereccio tostato. Lasciati conquistare da questo piacere dal carattere rustico e avvolgente.
Azione 20%
Filetti di trota in carpione Prodotti in Ticino, per 100 g Fr. 2.45 invece di 3.10
dal 28.5 al 3.6.2026
nere un risultato più delicato e uniforme. Il termine carpione si riferisce anche a un pesce d’acqua dolce rinomato per la qualità delle sue carni, specie appartenente alla famiglia dei salmonidi e presente esclusivamente nel lago di Garda. Rispetto alla trota comune, si caratterizza per la presenza di macchie meno vistose, il corpo più slanciato e il colore argenteo.
Pomodorini cherry nostrani
Attualità ◆ Sono tornati sugli scaffali dei negozi Migros questi piccoli e profumati ortaggi locali Qualche cenno sui pomodori ticinesi
I pomodorini cherry sono oggi tra le tre varietà nostrane più apprezzate dai consumatori. Grazie al loro sapore dolce, delicato e alla loro consistenza croccante conquistano anche i favori dei bambini. Sono perfetti per il consumo crudo in insalata, per bruschette o come snack. Cotti si prestano per sughi veloci, paste e pizze. All’acquisto devono avere un colore rosso vivo e uniforme, essere sodi ed emanare un buon profumo. Meglio conservarli a temperatura ambiente piuttosto che nel frigorifero.
Il Ticino vanta una lunga tradizione nella coltivazione di po modori, tant’è che oggigiorno rappresenta la principale produzione orticola. La coltivazione si diffuse in modo importante a partire dagli anni Trenta del secolo scorso. Oggi sono molteplici le varietà coltivate, dal tondo al ramato, dal peretto al cherry, passando per il cuore di bue, il datterino fino al pomodoro carnoso. Nelle colture le aziende agricole ap plicano i criteri della produzione integrata. Gli ortaggi vengono coltivati in serre hi-tech e in tunnel, in suolo o fuori suolo. I trapianti precoci avvengono a gennaio, quelli tardivi ad aprile. La raccolta si protrae fino a fine ottobre. L’impollinazione avviene tramite bombi e i principali parassiti vengono contrastati con l’impiego di insetti utili e feromoni. I produttori sono localizzati principalmente sul Piano di Magadino. NOVITÀ 3.90 Barilla Pesto varietà assortite 190/200 g 20x
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Il San Gottardo e gli ultimi minatori
Storia ◆ Mentre nello scavo della seconda galleria del San Gottardo si è da poco celebrata la caduta del primo diaframma torniamo con la
Nel 1970, in Svizzera prendeva forma uno dei cantieri più imponenti dell’epoca: la galleria autostradale del San Gottardo. Con i suoi quasi 17 chilometri, sarebbe diventata in seguito il traforo più lungo del mondo. Un vero colosso scavato sotto le Alpi, un’impresa ingegneristica titanica. Macchinari all’avanguardia e turni massacranti dominavano il cantiere, mentre ogni giorno i minatori lottavano per la propria sicurezza e quella dei compagni di squadra – la «sciolta», come veniva chiamata nel gergo minerario.
È in questo contesto che, da un piccolo paese di montagna della Val Trompia, in provincia di Brescia, arrivò ad Airolo l’ultima generazione di minatori di Marmentino: ragazzi diciottenni, un po’ spericolati e ingenui, custodi di una tradizione mineraria secolare. Nei loro zaini, pochi indumenti: qualche paio di jeans e camicie da lavoro. Nelle loro teste riecheggiavano i consigli dei genitori: prestare sempre attenzione, perché il mestiere del minatore è pericoloso. Quel monito trovava conferma nei padri, logorati dalla silicosi, che avanzavano lentamente come fantasmi lungo le vie di Marmentino. A gravare sui giovani c’era anche un motto spesso ripetuto: «La fatica di oggi sa di pane domani», promessa di guadagni ottenuti solo con il sudore. Chi non voleva faticare, non doveva fare il minatore. Malgrado queste difficili premesse, quei ragazzi non si lasciarono intimidire.
Luigi Fontana e la squadra di Marmentino
A guidare la «sciolta» c’era Luigi Fontana, proveniente da una lunga discendenza mineraria. Fin dal XIX secolo, la sua famiglia aveva lavorato a grandi opere alpine, tra cui la galleria ferroviaria del San Gottardo (1872) e il traforo del Sempione (1898). Luigi iniziò quindi le prime esperienze pratiche nei cantieri idroelettrici del Sopraceneri. «Lavorai come minatore a Robiei nel 1965, per il complesso della Valmaggia, e poi a Giornico nel 1968, scavando gallerie e cunicoli per la produzione di energia elettrica. Fu un passaggio fondamentale per imparare il mestiere», ricorda.
Non passò molto tempo prima che Luigi si rivelasse abile nell’organizzare il cantiere. «Divenni assistente del caposquadra – racconta – coordinavo il lavoro sul fronte, controllavo materiali e attrezzature e vigilavo sulla sicurezza durante i brillamenti della roccia». Quei cantieri, complessi e pericolosi, forgiarono le sue competenze tecniche e la capacità di gestire uomini e materiali, preparandolo ad affrontare opere di portata ancora maggiore. Le gallerie autostradali come quella del San Gottardo rappresentavano infatti un momento cruciale per la Svizzera e per l’Europa: infrastrutture moderne destinate a rivoluzionare i trasporti attraverso le Alpi.
Nel 1969, Luigi ricevette la chiamata dal Consorzio del Lotto Sud, incaricato della costruzione della galleria sul lato di Airolo. «All’inizio ero indeciso – racconta – c’era anche un cantiere nella Svizzera francese. Ma per un minatore di Marmentino, lavorare agli scavi del traforo più lungo del mondo fu irresistibile. Chiamai subito i miei compaesani e, in pochi giorni, eravamo tutti in Leventina, pronti a lasciare il segno sotto la montagna».
Il lavoro nel cuore del cantiere epico della Svizzera
L’ultima squadra di Marmentino contava una quindicina di minatori, tra cui i fratelli Zubani: due gemelli, Riccardo e Giancarlo, e poi Sergio. «Eravamo figli di contadini poveri, appena maggiorenni, e lasciare i genitori per lavorare ad Airolo era difficile – racconta Riccardo –, ma lavorare insieme ai fratelli fu una fortuna: ci sostene-
vamo e ci incoraggiavamo a vicenda quando la fatica diventava troppa».
Anche le tradizioni valligiane della Val Leventina rafforzarono il senso di squadra. «La vita di valle è simile ovunque – dice Sergio – la gente era alla “buona”, molti figli di contadini; ci si riconosceva in questo. Così ci siamo abituati rapidamente al ritmo del cantiere e alle lunghe giornate». Fu un periodo intenso anche fuori dal tunnel. «Grazie all’ingegnere capo Ezio Censi – aggiunge Giancarlo
– imparammo a sciare vicino al traforo; avevano allestito una piccola stazione per noi, e quei momenti ci davano un po’ di sollievo dal rumore delle macchine e dalla polvere che entrava dappertutto».
Nei fine settimana, si rientrava a Marmentino, ogni volta. Brevi pause, ma preziose. «In tre ore eravamo a casa – continua Riccardo –, tra le strade tortuose della Val Trompia, il profumo del pane appena sfornato e i volti dei genitori ad attenderci. Un vero
Jumbo, macchina
lusso, se si pensa ai vecchi minatori, i nostri avi, che emigravano in tutto il mondo – dall’Africa all’America fino alla Nuova Zelanda – e potevano rivedere casa solo una volta all’anno, se non addirittura ogni due anni».
Radici minerarie e viaggi nel mondo
Africa, America, Oceania: i minatori di Marmentino lavorarono in tutti e
perforatrice per gallerie utilizzata durante i lavori della galleria autostradale del San Gottardo 1970-80 (foto W. Scheidegger). In basso da sinistra a destra. Diga del Dez: Il minatore Domenico Zubani (Domenichino) è ritratto in ginocchio insieme ad altri compagni di lavoro italiani nel 1962. In uno scatto in posa, gli avi dell’ultima sciolta di Marmentino prima della partenza per il Passo del Sempione (primi anni del ’900): da sin. in piedi: Battista Fontana, Francesco Fontana (Chino) e Giacomo Borghetti; seduti da sin.: Pietro Zubani (Pieroletti), Aurelio Negri (Lelio) e Giovan Maria Negri (Biolo).
Dimitri Singenberger
minatori di Marmentino
la memoria alle vicende di un gruppo di minatori, custodi di una tradizione mineraria secolare, arrivati giovanissimi ad Airolo nel 1969
cinque i continenti. Gli antenati della squadra di Airolo erano forgiati dalla lunga tradizione mineraria della valle, nota come la «Via del Ferro». Il famoso detto «La fatica di oggi sa di pane domani» era già vivo in questa cultura, consolidata da generazioni che avevano accumulato esperienza tra fucine e miniere locali, estraendo ferro e siderite per alimentare forni e attività metallurgiche, veri pilastri dell’economia del territorio.
All’inizio del Novecento, però, le cose cambiarono: durante la grande crisi economica milioni di italiani partirono all’estero, e anche i marmentinesi non poterono farne a meno. Forgiati da decenni di picconate e pale, riuscirono però a inserirsi rapidamente in cantieri complessi e pericolosi. Nel 1956 lavorarono alla diga di Kariba, sul fiume Zambesi in Africa, vivendo tra tendoni, insetti e coccodrilli che prendevano il sole sui sacchi di cemento. Nel 1962 furono in Iran, alla diga sul fiume Dez, tra gole alte 400 metri e temperature estreme: dai 5 gradi d’inverno ai 50 in estate. Poi venne l’America Latina: Honduras, Repubblica Dominicana e soprattutto il Perù, dove contribuirono alla costruzione di un impianto idroelettrico sul Rio Mantaro, con una galleria lunga 20 chilometri.
Ovunque andassero, la loro esperienza, la resistenza fisica e la capacità di adattamento li rendevano immediatamente riconoscibili. Non sorprende quindi che, nel 1969, il Consorzio del Lotto Sud del San Gottardo li chiamasse per affrontare una delle ultime grandi sfide sotto le Alpi.
Fatica, tragedia e memoria sotto la montagna
Il lavoro nelle gallerie era estenuante: turni di otto ore, talvolta tre al giorno, in un ambiente umido, stretto e insidioso. Luigi Fontana ricorda: «La galleria era enorme e, ai tempi, all’avanguardia. Ogni giorno richiedeva la massima attenzione: dovevo garantire la sicurezza dei miei compaesani». Ma non bastava vigilare sulla sicurezza. Gas tossici come il monossido di carbonio fuoriuscivano dai mezzi, e i fumi delle esplosioni della dinamite saturavano l’aria, rendendola quasi irrespirabile. A complicare tutto, le temperature estreme. «Si lavorava a 30 gradi con un’umidità soffocante –racconta Luigi – e, in inverno, fuori c’erano dieci gradi sotto zero. Uscire improvvisamente da quel caldo tropicale poteva provocare polmoniti, cosa sconsigliabile a quei tempi».
La tragedia più crudele colpì Roberto Zubani, 29 anni, appena sposato. Il fratello Pietro ricorda: «Stava per tornare a casa dopo il turno settimanale, ma gli chiesero di fermarsi ancora qualche giorno. Appena iniziato il lavoro, la roccia cedette senza che fosse fatta brillare con la dinamite. Roberto rimase schiacciato sotto il masso e morì sul colpo». Anche chi era presente quel giorno conserva un ricordo indelebile: Giampietro Tira, che lavorava al fianco di Roberto e lo vide morire a un metro di distanza, racconta: «La sua scomparsa mi pesa ancora oggi, nonostante siano passati cinquant’anni. Lo ricorderò per sempre». Il funerale si tenne nella Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano a Marmentino, e la squadra rimase in lutto per un’intera settimana.
Ricordi e nuovi percorsi
Oggi il ricordo di Roberto vive nel memoriale della Cappella di Santa Barbara, costruita nel 1979 e dedicata non solo a lui, ma a tutti gli altri caduti dei cantieri. Nel corso del Novecento, undici lavoratori marmentinesi persero la vita in incidenti sul lavoro e altri trenta per silicosi. All’ingresso campeggia la semplice ma intensa iscrizione: Marmentino ai suoi minatori. Ogni anno, il 4 dicembre, giorno di Santa Barbara – patrona dei minatori – si celebra la memoria dei caduti e dei sopravvissuti. «Santa Barbara ci ricorda i pericoli del lavoro – racconta Pietro – ma anche i bei tem-
pi passati insieme, fuori dall’Italia». Tornando al cantiere del San Gottardo, nel dicembre del 1976, per l’ultima «sciolta», si chiuse l’esperienza ad Airolo: l’ultimo diaframma collegò il Lotto Sud al Nord, segnando la fine degli scavi. I minatori più maturi rientrarono a Marmentino, trovarono lavoro in fonderie e officine – tra cui la storica Beretta di Gardone – e si costruirono una famiglia.
I più giovani, come Rinaldo Fontana, continuarono invece la carriera in Svizzera. Negli anni 80 lavorò a Locarno con Luigi Fontana e i fratelli Zubani, prima alla Mappo-Morettina e poi alla galleria della Vereina, la più lunga della rete ferroviaria retica nella Svizzera orientale. «Siamo ri-
masti in Svizzera perché guadagnavamo il doppio rispetto a chi era rientrato in valle, circa 4 mila franchi al mese – racconta Rinaldo –. Capivo chi, più maturo, aveva scelto di ristabilirsi: le radici chiamavano, così come le donne con le quali si sarebbero create famiglie». Ma per Rinaldo, giovane e ambizioso, il salario contava: «Le giornate erano lunghe e faticose, sì, ma il guadagno cambiava la vita».
Col tempo, però, i dolori alla schiena si fecero sentire e Rinaldo tornò definitivamente a Marmentino, seguendo l’esempio del resto della «sciolta». «Ho iniziato a lavorare in una fonderia nella provincia di Brescia. Conobbi poi mia mo-
glie, iniziando una nuova vita come molti altri».
Così l’ultima «sciolta» di Marmentino smise di far brillare le rocce svizzere con la dinamite; solo Luigi Fontana proseguì la carriera in Svizzera fino alla pensione.
Memorie scolpite nella roccia
Di quell’esperienza resta una traccia concreta. Lo racconta Valeriano Fontana, ex minatore e presidente dell’associazione Gruppo Minatori Marmentino, fondata nel 1979 per custodire la loro storia: «Lungo la strada che porta al paese, il nostro passato di operai si percepisce già dai tornanti, simili a quelli della Tremola. Qui, appesa al muro, lo scultore bresciano Cosimo Munno ha realizzato nel 2004 un rilievo in terracotta raffigurante un addetto agli scavi con la mazza in mano, accompagnata dalla scritta “Marmentino ai minatori”. Ogni anno la scultura viene celebrata con una messa e una festa». Il legame con la Svizzera resta forte. «Il rapporto con Airolo è indelebile, soprattutto grazie al gemellaggio con il Raduno dei Minatori del San Gottardo», continua Valeriano. L’associazione svizzera è presieduta da Mauro Chinotti, ex sindaco di Airolo e tra gli ultimi protagonisti ancora in vita della direzione dei lavori della galleria. I due gruppi si incontrano ogni cinque anni, alternandosi tra Airolo e Marmentino, per celebrare i vecchi tempi e mantenere vivo il legame tra le comunità.
Così il San Gottardo e gli altri cantieri svizzeri restano impressi nella storia: opere che percorriamo ogni giorno senza accorgercene. Ma in quelle pareti di roccia, in ogni chilometro
scavato nel buio, vive la firma silenziosa dei minatori di Marmentino, indelebile, eterna.
La squadra nel Memoriale, da sinistra: Luigi Fontana, Valerio Zubani, Valeriano Fontana, Pietro Zubani, Rinaldo Fontana, Valentino Zubani, Riccardo e Giancarlo Zubani (fratelli), Giuseppe Medaglia, Modesto Vivenzi e Giampietro Tira. In basso da sinistra a destra: Pietro Zubani nel memoriale davanti alla lapide che ricorda il fratello Roberto morto nel cantiere del San Gottardo. Lungo la strada che porta a Marmentino l’opera di Cosimo Munno realizzata nel 2004 rappresenta un addetto agli scavi con la mazza in mano (fotografie Dimitri Singenberger)
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Il San Gottardo e gli ultimi minat
Educazione ◆ L’associazione Alleanza Infanzia ha presentato una nuova pubblicazione per chi lavora a stretto contatto con loro Stefania Hubmann
Storia ◆ Mentre nello scavo della seconda galleria del San Gottardo si è da poco celebrata la caduta del primo diaframma torniamo con
Dimitri Singenberger
Se i primi mille giorni di vita di un essere umano sono fondamentali quale base per un sano sviluppo complessivo della persona, l’importanza di crescere e apprendere in maniera armoniosa non viene meno negli anni successivi. Un’educazione di qualità fa capo a fondamenti incentrati sui diritti e sui bisogni dei bambini. Questi ultimi vivono sempre più fin da piccolissimi in molteplici ambienti di vita chiamati a tradurre in pratica questi fondamenti. A livello nazionale esiste dal 2012 per i professionisti del settore ma con valenza più ampia un documento pedagogico di riferimento di cui è apparsa di recente una nuova versione. Si tratta del Quadro d’orientamento per l’educazione dell’infanzia, pubblicato dall’associazione svizzera Alleanza Infanzia e che presenta importanti novità. Le illustra Elena Ganzit, psicologa e pedagogista, autrice della nuova versione originale in italiano, frutto di un confronto a livello nazionale unito alle specificità della Svizzera italiana.
Nel 1970, in Svizzera prendeva forma uno dei cantieri più imponenti dell’epoca: la galleria autostradale del San Gottardo. Con i suoi quasi 17 chilometri, sarebbe diventata in seguito il traforo più lungo del mondo. Un vero colosso scavato sotto le Alpi, un’impresa ingegneristica titanica. Macchinari all’avanguardia e turni massacranti dominavano il cantiere, mentre ogni giorno i minatori lottavano per la propria sicurezza e quella dei compagni di squadra – la «sciolta», come veniva chiamata nel gergo minerario.
È in questo contesto che, da un piccolo paese di montagna della Val Trompia, in provincia di Brescia, arrivò ad Airolo l’ultima generazione di minatori di Marmentino: ragazzi diciottenni, un po’ spericolati e ingenui, custodi di una tradizione mineraria secolare. Nei loro zaini, pochi indumenti: qualche paio di jeans e camicie da lavoro. Nelle loro teste riecheggiavano i consigli dei genitori: prestare sempre attenzione, perché il mestiere del minatore è pericoloso. Quel monitrovava conferma nei padri, logorati dalla silicosi, che avanzavano lentamente come fantasmi lungo le vie di Marmentino. A gravare sui giovani c’era anche un motto spesso ripetuto: «La fatica di oggi sa di pane domani», promessa di guadagni ottenuti solo con il sudore. Chi non voleva faticare, non doveva fare il minatore. Malgrado queste difficili premesse, quei ragazzi non si lasciarono intimidire.
Luigi Fontana e la squadra di Marmentino
L’edizione pubblicata a fine 2025 riflette le trasformazioni che hanno interessato la società negli ultimi anni come pure la necessità di insistere sui bisogni evolutivi di bambine e bambini evidenziando le basi concettuali di un’educazione di qualità. «Al centro del documento – spiega l’autrice – vi è una visione globale dell’educazione, ossia una prospettiva integrata che prende in considerazione tutte le esperienze di vita del bambino. Rispetto alla prima edizione, che si occupava dei bambini da 0 a 4 anni e quindi soprattutto del lavoro negli asili nido, il nuovo documento amplia la fascia d’età da 0 a 12 anni ed estende i contesti di vita (innanzitutto il settore parascolastico). Nella prima parte del testo si trovano le basi (Fondamenti). Oltre che sui diritti (Convenzione ONU sui diritti del fanciullo) e sui bisogni dei bambini, l’accento è posto sullo sviluppo e sull’apprendimento quali processi globali e sociali. Gioco, esplorazione e sperimentazione sono dimensioni importanti di questi processi, così come
è essenziale integrare fra loro forme di apprendimento individuale, relazionale e di gruppo». In estrema sintesi i bambini hanno bisogno di un ambiente accogliente, rassicurante e inclusivo nel quale essere parte attiva e imparare con piacere attraverso esperienze concrete diversificate interagendo con gli adulti di riferimento e tra pari.
Il documento riflette le trasformazioni che hanno interessato la società e sottolinea la necessità di insistere sui bisogni evolutivi dei bambini
Viale dei ciliegi
Chiara Carminati
A guidare la «sciolta» c’era Luigi Fontana, proveniente da una lunga discendenza mineraria. Fin dal XIX secolo, la sua famiglia aveva lavorato a grandi opere alpine, tra cui la galleria ferroviaria del San Gottardo (1872) e il traforo del Sempione (1898). Luigi iniziò quindi le prime esperienze pratiche nei cantieri idroelettrici del Sopraceneri. «Lavorai come minatore a Robiei nel 1965, per il complesso della Valmaggia, e poi a Giornico nel 1968, scavando gallerie e cunicoli per la produzione di energia elettrica. Fu un passaggio fondamentale per imparare il mestiere», ricorda.
Massimiliano Tappari
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Mondadori (Da 10 anni)
Non passò molto tempo prima che Luigi si rivelasse abile nell’organizzare il cantiere. «Divenni assistente del caposquadra – racconta – coordinavo il lavoro sul fronte, controllavo materiali e attrezzature e vigilavo sulla sicurezza durante i brillamenti della roccia». Quei cantieri, complessi e pericolosi, forgiarono le sue competenze tecniche e la capacità di gestire uomini e materiali, preparandolo ad affrontare opere di portata ancora maggiore. Le gallerie autostradali come quella del San Gottardo rappresentavano infatti un momento cruciale per la Svizzera e per l’Europa: infrastrutture moderne destinate a rivoluzionare i trasporti attraverso le Alpi.
Nel 1969, Luigi ricevette la chiamata dal Consorzio del Lotto Sud, incaricato della costruzione della galleria sul lato di Airolo. «All’inizio ero indeciso – racconta – c’era anche un cantienella Svizzera francese. Ma per un minatore di Marmentino, lavorare agli scavi del traforo più lungo del mondo fu irresistibile. Chiamai subito i miei compaesani e, in pochi giorni, eravamo tutti in Leventina, pronti a lasciare il segno sotto la montagna».
È un romanzo che ci viene raccontato da parole e da fotografie. Ben lungi dall’essere un fotoromanzo, questo libro è, potremmo dire, un romanzo illustrato da fotografie. Tuttavia, detto così, potrebbe sembrare che le immagini siano venute dopo il testo; invece, è il testo che nasce dalle fotografie, entrando con ognuna in un rapporto non descrittivo, ma fortemente metaforico, anche perché proprio a questo rimanda la cifra stilistica del fotografo Tappari. Le sue sono fotografie che colgono i dettagli, rendendoli protagonisti assoluti dell’inquadratura, e non più cose trascurabili dentro contesti più ampi: in tal modo il nostro sguardo si ripulisce dalla patina di noncurante banalità e riconquista la fresca magia dello stupore. Quello stesso stupore dei bambini, che è capace di vedere Altro negli oggetti quotidiani. Carminati e Tappari avevano già lavorato in questo modo in albi per lettori più piccoli, ma ogni testo di Carminati rimandava a una singola immagine di Tappari, in mo-
Il Quadro d’orientamento per l’educazione dell’infanzia non è però solo un documento teorico che analizza in maniera accurata lo sviluppo dei bambini. Offre anche Principi guida (seconda parte) e Pratiche educative (terza parte) da mettere in atto a livello di ambiente, comunità di apprendimento e collaborazione con le famiglie. «L’azione pedagogica – chiarisce Elena Ganzit –
dovrebbe essere orientata secondo cinque principi guida validi in ogni tipo di ambiente nel quale i bambini vengono educati. Per quanto riguarda le Pratiche, il capitolo dedicato alle transizioni, da progettare e accompagnare per facilitarne la riuscita, valorizza nelle tre versioni la consolidata esperienza ticinese su questo tema. I cambiamenti costituiscono momenti importanti e delicati nel percorso di crescita, ma se ben gestiti possono anche essere valorizzati e trasformati in opportunità di apprendimento. Al termine di ogni capitolo di questa parte abbiamo inserito una serie di domande per orientare la riflessione in modo da promuovere un lavoro pedagogico di elevata qualità. Il documento non è a carattere direttivo ma rappresenta, come lo indica il nome, un quadro d’orientamento che offre pertanto anche spunti per sviluppare ulteriori considerazioni».
Il lavoro nel cuore del cantiere epico della Svizzera
L’ultima squadra di Marmentino contava una quindicina di minatori, tra cui i fratelli Zubani: due gemelli, Riccardo e Giancarlo, e poi Sergio. «Eravamo figli di contadini poveri, appena maggiorenni, e lasciare i genitori per lavorare ad Airolo era difficile – racconta Riccardo –, ma lavorare insieme ai fratelli fu una fortuna: ci sostene-
do autoconclusivo. Questa è invece la prima volta che i due linguaggi si estendono, insieme, in un lungo racconto, il quale ci porta su una piccola isola italiana, dove tre sorelle trascorrono le vacanze estive, negli anni Settanta, con la madre pittrice. Le tre ragazze hanno nomi legati alle piante marine: Tamerice, Salicornia e Posidonia; nomi musicali di cui la mamma va molto fiera, e che ci ricordano l’amore che Chiara Carminati, che è anche poetessa ed esperta di poesia (su come proporla ai ragazzi ha scritto luminosi saggi), ha per i valori fonico-timbrici e ritmici del linguaggio.
L’autrice sottolinea ancora il carattere dinamico del documento, «strumento che può essere consultato anche per capitoli. Come l’edizione precedente, aggiornata nel 2016, sarà ac-
vamo e ci incoraggiavamo a vicenda quando la fatica diventava troppa». Anche le tradizioni valligiane della Val Leventina rafforzarono il senso di squadra. «La vita di valle è simile ovunque – dice Sergio – la gente era alla “buona”, molti figli di contadini; ci si riconosceva in questo. Così ci siamo abituati rapidamente al ritmo del cantiere e alle lunghe giornate». Fu un periodo intenso anche fuori dal tunnel. «Grazie all’ingegnere capo Ezio Censi – aggiunge Giancarlo
E ci ricordano anche l’amore di Chiara Carminati per il mare, che ha cantato in versi, ad esempio, ne Il mare in una rima. Tornando alla storia, mentre le altre due ragazze sono liete di scorrazzare libere tra scogli, spiagge e onde, Salicornia – detta Sal – fatica ad adattarsi al mare: non le piace mettersi in costume, non ama il caldo, e non sa neanche nuotare bene. Ma saranno gli incontri e le scoperte che giorno dopo giorno farà sull’isola, a suscitare in Sal un profondo cambiamento (del resto, non è spesso l’estate il momento prediletto dai romanzi di formazione?) e a rendere quella vacanza un momento prezioso nel suo percorso di crescita. Tra gli incontri, fondamentale sarà quello con Glauco, un ragazzo con la passione per la fotografia (il che accentua, quasi metanarrativamente, in questo romanzo, la questione dello «sguardo», espresso peraltro anche dalla madre pittrice). Ma avrà un ruolo importante, come personaggio femminile ispiratore, anche una giovane dottoressa, medico condotto sull’isola. Una donna forte e libera, un personaggio basato su una persona vera: la dottoressa Caterina Arena, che prestava il suo servizio sull’isola di Salina e che nel 1975
compagnato da pubblicazioni tematiche corredate da un maggior numero di esempi. Quest’anno sono previste quelle dedicate all’educazione linguistica precoce e al gioco. Un altro tema presente nel Quadro d’orientamento e che ci si augura possa essere affrontato in maniera più mirata concerne i media digitali, il cui impatto sulla vita dei bambini ai tempi della prima edizione era di gran lunga minore».
La presentazione a professionisti ed enti del settore educativo e sociale, avvenuta lo scorso aprile a Bellinzona nell’ambito dell’incontro Piattaforma Infanzia, ha riscosso ottimi riscontri, facendo emergere l’auspicio di ampliare la cerchia dei destinatari coinvolgendo anche il settore scolastico e, più in generale, i professionisti a contatto con i bambini tra cui i pediatri. Il documento, elaborato sotto la direzione dell’Istituto Marie Meierhofer per il bambino (MMI) di Zurigo e sostenuto fra gli altri dal Percento culturale Migros, ha richiesto due anni di lavoro. L’obiettivo: garantire una visione nazionale pedagogica, psico-
– imparammo a sciare vicino al traforo; avevano allestito una piccola zione per noi, e quei momenti ci davano un po’ di sollievo dal rumore delle macchine e dalla polvere che entrava dappertutto».
Nei fine settimana, si rientrava a Marmentino, ogni volta. Brevi pause, ma preziose. «In tre ore eravamo a casa – continua Riccardo –, tra le strade tortuose della Val Trompia, il profumo del pane appena sfornato e i volti dei genitori ad attenderci. Un vero
venne sollevata dall’incarico per accuse maschiliste e infondate, come quella di indossare il bikini. E poi c’è un’avventura d’indagine nel romanzo, legata alla corruzione e all’approvvigionamento idrico. Quello della gestione sostenibile e comunitaria della risorsa fondamentale dell’acqua è un altro tema che sta a cuore all’autrice (in chiave fiabesca, lo ritroviamo nel bel racconto Maripura e il dono dell’acqua). Un romanzo, insomma, di crescita e di consapevolezza, che apre lo sguardo in senso letterale e in senso metaforico.
Eccellenze italiane.
I vestiti nuovi di Pinocchio
Giunti Editore
Torno, dopo l’ultimo Viale dei Ciliegi, a parlare del bicentenario dalla nascita di Collodi, che sta fornendo all’editoria per ragazzi l’occasione di molte nuove proposte, per segnalare il catalogo che Giunti ha dedicato alla mostra «I vestiti nuovi di Pinocchio», inaugurata alla recente Bologna Children’s Book Fair e ora pronta a partire per un tour mondiale: in questo volume si possono ammirare le opere di 50 illustratori internazionali, tra
Jumbo, macchina perforatrice per gallerie utilizzata durante i lavori della galleria autostradale del San Gottardo 1970-80 (foto W. Scheidegger). In basso da sinistra a destra. Diga del Dez: Il minatore Domenico Zubani (Domenichino) è ritratto in ginocchio insieme ad altri compagni di lavoro italiani nel 1962. In uno scatto in posa, gli avi dell’ultima sciolta di Marmentino prima della partenza per il Passo del Sempione (primi anni del ’900): da sin. in piedi: Battista Fontana, Francesco Fontana (Chino) e Giacomo Borghetti; seduti da sin.: Pietro Zubani (Pieroletti), Aurelio Negri (Lelio) e Giovan Maria Negri (Biolo).
logica e sociologica uniforme tenendo però presente la rappresentatività territoriale. Globalmente la versione italiana si distingue, assieme a quella francese, per un approccio più articolato. Le tre autrici – oltre a Elena Ganzit (Laboratorio di ingegneria dello sviluppo Schürch), Annika Butters del MMI per la versione tedesca e Dominique Golay (Alta scuola del lavoro sociale e dalla salute di Losanna) per quella francese – si sono confrontate fra loro accompagnate dal Comitato direttivo e da un Gruppo di risonanza composto da professionisti di diversi settori. Per Alleanza Infanzia il documento costituisce pure un mezzo per agire a livello culturale e politico a beneficio dell’infanzia. Nel Quadro d’orientamento è infatti citato il bisogno dei bambini di servizi di sostegno alla genitorialità e di reti per le famiglie. Queste ultime non figurano fra i destinatari primari del documento, concepito per i professionisti, ma il loro ruolo fondamentale nell’educazione dei figli emerge a più riprese. La prima edizione, pubblicata dalla Commissione svizzera per l’UNESCO e la Rete svizzera per la custodia dei bambini, colmava una lacuna a livello di indicazioni pedagogiche per il lavoro professionale con i bambini e l’attività educativa prescolare. Oggi Alleanza Infanzia (fondata nel 2020), dopo aver assunto la responsabilità del documento, lo presenta come «una base concettuale solida, fondata scientificamente e validata nella pratica». In questo documento i professionisti dell’educazione e tutti gli attori interessati possono trovare molteplici informazioni e spunti per assicurare ai bambini l’ambiente, le esperienze e le relazioni adeguati per crescere e svilupparsi al meglio delle loro potenzialità.
lusso, se si pensa ai vecchi minatori, i nostri avi, che emigravano in tutto il mondo – dall’Africa all’America fino alla Nuova Zelanda – e potevano rivedere casa solo una volta all’anno, se non addirittura ogni due anni».
Radici minerarie e viaggi nel mondo
Africa, America, Oceania: i minatori di Marmentino lavorarono in tutti e
conclamati maestri e giovani emergenti, dedicate al celebre burattino (o bambino?) divenuto non solo un classico della letteratura, ma anche una vera e propria icona nell’immaginario collettivo, tant’è che Le avventure di Pinocchio resta uno dei capolavori più rivisitati dagli artisti visivi. È interessante vedere come esso sia stato interpretato nel mondo, dal Messico all’Australia, dall’India alla Cina; e anche come possano essere diversi gli sguardi su Pinocchio tra gli stessi artisti italiani, tra cui svettano Emanuele Luzzati, Attilio Cassinelli, Alessandro Sanna, Lorenzo Mattotti.
di Letizia Bolzani
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Le parole dei figli
Character development
Character development è una de Le parole dei figli che più di ogni altra racconta come gli adolescenti guardano alla propria crescita. Letteralmente significa «sviluppo del personaggio». I Gen Z prendono in prestito il termine dai corsi di scrittura creativa. E dobbiamo proprio partire da qui per capire come lo utilizzano e cosa ci dice di loro.
MasterClass – la piattaforma online dove professionisti di primo piano insegnano il proprio mestiere – lo definisce come il processo di costruzione di personaggi di fantasia a cui vengono dati un nome, un aspetto fisico, tratti caratteriali, una storia personale. Che sia un romanzo, un film o una serie tv viene poi costruito il character arc (arco di cambiamento), cioè l’evoluzione del personaggio attraverso le sfide che affronta. Nell’arco di cambiamento positivo il personag-
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gio migliora. Un esempio è Ebenezer Scrooge nel Canto di Natale di Charles Dickens (1843). Scrooge è un ricco vecchio avaro consumato dall’avidità, che disprezza il Natale e chiunque gli chieda qualcosa. Nella notte della vigilia tre spiriti lo costringono a fare i conti con il proprio passato, il presente e il futuro che lo aspetta. Come scrive MasterClass: «Nel corso della storia cambia il punto di vista e diventa una persona benevola e caritatevole». Nell’arco di cambiamento negativo il personaggio diventa cattivo o si corrompe. Il primo esempio è Michael Corleone ne Il Padrino, romanzo di Mario Puzo (1969), poi trilogia cinematografica di Francis Ford Coppola con Al Pacino. Michael è il figlio minore del boss Vito Corleone: eroe di guerra, una fidanzata, un futuro lontano dalla criminalità. MasterClass: «Alla fine della storia il suo percorso
Più IA uguale meno cervello
Avvertenza iniziale: se riuscite a leggere questo articolo fino in fondo (insieme a tutti gli altri di questo giornale), state opponendovi a una deriva culturale molto importante. La segnala in particolare lo storico americano Adam Garfinkle, il quale paventa per la civiltà occidentale un ritorno al Medioevo, a causa delle abitudini semplificatorie diffuse dai media e dai social digitali. Si veda ad esempio il suo articolo «The Erosion of Deep Literacy» in www.nationalaffairs.com, in cui lamenta la difficoltà crescente per gli americani di comprendere testi di una certa lunghezza e complessità. Accogliete dunque le nostre sentite congratulazioni e proseguite pure nella lettura.
Tra i molti articoli capitati sotto gli occhi di recente in tema di Intelligenza artificiale, quello che ci ha colpito di più è (in sintonia con le convinzio-
ni di Garfinkle) relativo alla mancanza di «fatica cognitiva» a cui ci espone questa nuova tecnologia. Il senso di questa riflessione è il seguente: nel mondo reale il processo per la risoluzione di un problema richiede a tutti noi di circoscriverne il contesto, di cercare di comprenderlo correttamente, di integrarlo nelle nostre conoscenze e competenze, per poi provare a risolverlo impostando una serie di ipotesi e di tentativi. Non sempre la risposta giusta è la prima a presentarsi alla mente, ma certo, affinando la metodica e con sforzi ripetuti si può arrivare lentamente a trovare una soluzione accettabile. A quel punto, però, l’individuo ha acquisito molto più di un semplice successo operativo: ha sperimentato una sorta di «resistenza» da parte della realtà circostante, ha affrontato una sfida cognitiva che, se risolta in modo positivo, può con-
segue un arco narrativo negativo e lo porta a diventare il capo della famiglia criminale, consumato dal bisogno di potere e controllo». Il secondo esempio è Walter White in Breaking Bad, serie creata da Vince Gilligan (AMC, 2008-2013). Walter è un professore di chimica di mezza età, malato di cancro, che decide di produrre metanfetamina per lasciare soldi alla famiglia. MasterClass: «Alla fine della serie Walter tradisce la sua morale e diventa un signore della droga di successo, a scapito della sua felicità e del benessere della sua famiglia».
Nell’arco di redenzione il personaggio parte dal male e conquista il bene. Un esempio è Zuko in Avatar : La leggenda di Aang, serie animata americana (Nickelodeon, 2005-2008). Aang, 12 anni, è l’Avatar: l’unico essere capace di dominare tutti e quattro gli elementi – fuoco, acqua, aria e
di Simona Ravizza
terra – con il compito di mantenere la pace nel mondo. Il cattivo è Zuko, 13 anni, principe della Nazione del Fuoco. Suo padre Ozai lo esilia dopo che Zuko si è opposto pubblicamente a un piano che avrebbe mandato a morire centinaia di soldati inesperti. Per punirlo gli brucia il volto lasciandogli una cicatrice permanente e lo caccia di casa. Potrà tornare solo se catturerà l’Avatar – ed è per questo che insegue Aang. Nel corso delle tre stagioni Zuko smette di essere il nemico e diventa alleato di Aang. La rivista di critica «The Dot and Line» lo definisce «il miglior arco di redenzione mai scritto per la televisione». Nel linguaggio dei Gen Z l’espressione character development viene usata in modo più vicino proprio al character arc: il momento in cui una difficoltà cambia il personaggio. Quando succede qualcosa di spiacevole – una fi-
guraccia, una delusione, una giornata storta – gli adolescenti commentano spesso con un «vabbè, character development ». Lo possono dire tra sé e sé oppure a un amico. Dietro c’è la consapevolezza che le difficoltà fanno parte della trama della vita. La «sfiga» del momento viene affrontata con un atteggiamento di sfida e con la capacità di vedere il lato positivo dei momenti difficili. Senza rinunciare a un po’ di ironia, la stessa con cui affrontano gli ostacoli. Il desiderio è impegnarsi a superare le difficoltà della vita e imparare dalle sconfitte, con la speranza di diventare la versione migliore di se stessi. Clotilde mi spiega: «Come l’autore conduce il personaggio attraverso le sfide quotidiane, noi portiamo noi stessi attraverso le nostre, per diventare “personaggi completi”». È questo, in fondo, che significa crescere.
solidare la sua autostima e il suo senso di sicurezza. Costituisce così un capitale di informazioni (ma anche un bagaglio emotivo) che gli permetterà di affrontare le future difficoltà incontrate nel corso dell’esperienza quotidiana.
Ora, il problema dell’IA è che rende questi processi di elaborazione e risoluzione praticamente istantanei, fornendo ai suoi utenti risposte immediate, sprovviste di quell’«attrito mentale» così utile all’allenamento dei neuroni. Paradossalmente sembriamo una società molto più attenta al duro training muscolare di una palestra, sforzo fisico a cui ci sottoponiamo volentieri, piuttosto che a quello meno vistoso ma non meno importante che sarebbe utile al nostro cervello.
Tale atteggiamento, paventano i ricercatori, potrebbe portarci a una si-
tuazione di sottosviluppo mentale, di vero e proprio deficit, innanzitutto di volontà, ma poi conseguentemente di energia resiliente e di ingegno. Insomma: l’IA, apparentemente così utile a coadiuvare le nostre competenze si configurerebbe soprattutto come ausilio tutto sommato non molto utile a uno sviluppo completo delle nostre capacità. Si aggiunge a questo l’altro fattore segnalato da ulteriori ricerche e che riguarda la perniciosa tendenza delle chat di Intelligenza artificiale generativa ad essere sempre accondiscendenti e simpatiche con i loro utenti. La loro gentilezza non aiuta, dicono gli studiosi, le persone a formarsi un carattere definito e preciso. Confrontati con meccanismi proattivi, programmati per darci sostanzialmente sempre ragione, possiamo alla fine esagerare la valutazione
delle nostre forze e risorse. La cosa può essere divertente e simpatica per utilizzatori più o meno «normali» ma da più parti si segnala una pericolosa deriva poco raccomandabile per quella fascia di utenza debole o potenzialmente problematica. I casi di uso patologico dell’IA fanno capolino sempre più spesso dai resoconti di cronaca. Sia perché il congegno digitale asseconda bizzarre idee e paranoie deliranti, sia perché non possiede filtri morali che possano mettere sulla buona strada chi da quella si sta allontanando. Questa meravigliosa tecnologia (perché meravigliosa lo è certamente) mostra dunque lati oscuri che vale la pena di considerare. E come tutte le conquiste umane va avvicinata cum grano salis, con quella dose di saggezza e di autocoscienza che può renderla utile davvero.
di Alessandro Zanoli
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Il Paese che ha sostituito il Pil con la Felicità interna lorda e che per primo al mondo vanta emissioni negative è anche un luogo di vita dura, malasanità e disoccupazione
Centrali nucleari: le più vecchie sono in Svizzera
Energia ◆ Il Governo ha esteso a 80 anni il limite di esercizio dei reattori e in Parlamento si discuteranno due proposte che puntano a dare un futuro all’atomo civile, inclusa la possibilità di costruire nuovi impianti
Parleremo di energia e di centrali nucleari, ma prima però diamo un’occhiata dall’età di pensionamento. La settimana scorsa il Consiglio federale ha presentato una riforma di AVS 2030, il sistema con il quale si intende far fronte alla sfida dell’invecchiamento della popolazione, garantendo al tempo stesso le entrate finanziarie necessarie all’equilibrio del nostro primo pilastro. Un progetto proprio per questo chiamato «di stabilizzazione» che ora viene ulteriormente irrobustito con una serie di incentivi volti a «promuovere il mantenimento e la prosecuzione dell’attività lucrativa prima e dopo il raggiungimento dell’età di riferimento», come si legge nel comunicato del Consiglio federale dello scorso 20 maggio. Una frase in «burocratese stretto» che ha nel concreto questo significato: non si alza l’età del pensionamento ma si farà leva su una serie di misure per invogliare le persone a continuare a lavorare anche oltre i 65 anni di età.
Gli impianti atomici in Svizzera ancora in funzione sono quattro: Gösgen, Leibstadt e i due reattori di Beznau
E si tenterà di scoraggiare il pensionamento anticipato, un’età minima che dovrebbe passare dai 58 anni di oggi ai 63 del prossimo futuro. Sull’argomento è stata aperta una procedura di consultazione, sorvoliamo dunque sui dettagli, in attesa delle prese di posizione di partiti e organizzazioni interessate. Non senza ricordare che in questo dossier c’è un altro ostacolo da superare: il Parlamento non è ancora riuscito a trovare una soluzione di compromesso per finanziare la 13esima AVS, rendita che verrà versata la prima volta alla fine di questo 2026. La prossima sessione estiva delle Camere federali, che inizierà il primo giugno, dovrà riuscire a sciogliere questo nodo.
Restiamo sul tema dell’età di pensionamento ma passiamo ora all’energia, con una giravolta tematica che forse può apparire un po’ temeraria. Un nesso tra i due argomenti però c’è: il Governo mira a far lavorare più a lungo anche per le centrali nucleari. Dopo aver analizzato la situazione, il Consiglio federale è infatti giunto alla conclusione che «un esercizio a lungo termine fino a 80 anni delle centrali nucleari di Gösgen e Leibstadt è tecnicamente possibile, e perlopiù redditizio». E qui occorre aprire una parentesi: gli impianti atomici in Svizzera ancora in funzione sono quattro, ai due citati vanno aggiunti i due reattori di Beznau. Si tratta di strutture
molto longeve, Beznau 1 è la centrale nucleare più vecchia al mondo tra quelle ancora attive, è entrata in funzione nel 1969. La sua disattivazione è prevista nel 2033. La recente decisione del Governo, che spinge il limite d’esercizio a 80 anni, permette ora a Gösgen e Leibstadt di produrre energia fino al 2059 e rispettivamente fino al 2064.
Il nostro Paese continuerà dunque mantenere il primato degli impianti più vetusti al mondo, strutture nucleari che al momento garantiscono circa il 30% della produzione di energia elettrica in Svizzera. Governo e autorità competenti hanno fatto notare che il tema della sicurezza è al centro delle loro attenzioni, come scrive il Consiglio federale nel suo rapporto sull’argomento: «L’Ispettorato federale della sicurezza nucleare si assicura costantemente che la sicurezza sia garantita. Grazie a importanti lavori infrastrutturali, tutte le centrali nucleari svizzeri presentano un buon livello di sicurezza». Sinistra e organizzazioni ambientaliste, ma anche alcuni ingegneri esperti in materia, hanno più volte espresso critiche e dubbi sulla reale sicurezza delle no-
stre centrali atomiche. Le autorità in materia giungono però regolarmente a conclusioni opposte. Qui va ricordato che, dopo l’incidente nucleare di Fukushima, era il 2011, il nostro Paese ha deciso di vietare la costruzione di nuove centrali, quelle in funzione lo potranno rimanere fino a quando la sicurezza sarà garantita dai gestori degli impianti. Società che dovranno anche essere in grado di sostenere i costi finanziari legati a questa messa in sicurezza delle loro strutture.
Ora il Consiglio federale ha posto questo limite a 80 anni, una «età di pensionamento» che è stata incrementata, visto che in un precedente rapporto era stata fissata a 60 anni. Il tema interessa da vicino le Camere federali. Dopo gli Stati, nel corso della prossima sessione estiva il Consiglio nazionale dovrà ora discutere dell’iniziativa popolare «Stop al blackout» chiamata anche «Energia elettrica in ogni tempo per tutti». Iniziativa a cui il Consiglio federale ha risposto con un controprogetto indiretto. Due proposte che mirano entrambe a dare un futuro all’energia nucleare e a garantire la possibilità di costruire nuove centrali. Per il Governo
non è necessario modificare la Costituzione, come vorrebbe invece l’iniziativa. Da qui il controprogetto che prevede la sola riforma della legge federale sull’energia nucleare. Sul tema sinistra e ambientalisti hanno già promesso di lanciare un referendum.
L’istituto «Paul Scherrer» (AG) è intenzionato a svolgere esperimenti su un mini-reattore di nuova generazione
A loro dire questa iniziativa, e il controprogetto, mettono in pericolo gli sforzi fatti finora per incrementare la produzione di elettricità da fonti rinnovabili su cui si basa la Strategia energetica 2050, approvata dalla popolazione nel 2017. Per questo fronte si sottovalutano inoltre i rischi legati all’atomo, a cominciare dal problema delle scorie prodotte dagli impianti nucleari.
C’è da dire che il tema non tiene occupato soltanto il mondo della politica, anche quello scientifico sta compiendo passi significativi verso quelle che vengono chiamate «cen-
trali di nuova generazione», considerate più sicure. Un’evoluzione che riguarda anche la Svizzera, stando a quanto riferito di recente dalla «Sonntagszeitung». L’istituto di ricerca ingegneristica «Paul Scherrer» – situato nel Canton Argovia, dove si trovano tre delle quattro centrali nucleari svizzere – è intenzionato a svolgere esperimenti su un mini-reattore di nuova generazione, a partire dal prossimo autunno. E questo in collaborazione con una start-up danese, che mira a portare sul mercato questa nuova tecnologia a partire dal 2030. Il progetto argoviese non ha al momento obiettivi commerciali, si tratta di un piccolo impianto sperimentale, un prototipo che tra l’altro è in grado anche di bruciare le scorie prodotte dalle centrali nucleari convenzionali. La politica elvetica dovrà dunque guardare anche al lavoro dell’Istituto «Paul Scherrer» e ai risultati concreti che sarà in grado di raggiungere con questi impianti di nuova generazione. Ricerche scientifiche con cui si mira anche a mandare in pensione la vecchia tecnologia nucleare. Eh sì, c’è davvero un legame tra energia ed età di pensionamento.
Veduta aerea del reattore di Beznau, nel Canton Argovia, nel luglio del 1967. (Keystone)
Roberto Porta
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La ferita dello schiavismo brucia ancora
Africa ◆ A giugno Accra ospiterà una conferenza per discutere di riparazioni ma l’Occidente indugia nell’ombra del proprio passato
Pietro Veronese
Una grande conferenza internazionale si sta organizzando per la metà di giugno ad Accra, la capitale del Ghana. Il presidente John Mahama è impegnato personalmente nei preparativi. Dal 17 al 19 del mese sono attesi capi di Stato, ministri, studiosi, attivisti, diplomatici, rappresentanti delle massime organizzazioni internazionali. Soprattutto dai 54 Paesi africani, ma si spera non solo.
L’argomento che per tre giorni verrà portato all’attenzione del mondo non ha nulla a che vedere con i gravi problemi che l’attanagliano oggi. Non si parlerà della crisi energetica causata dalla guerra all’Iran, né dei fertilizzanti il cui transito attraverso lo Stretto di Hormuz è bloccato, minacciando i raccolti dell’intero Continente africano. E nemmeno del devastante conflitto in Sudan, in corso da oltre tre anni con un costo umano incalcolabile. No, il tema della conferenza sarà legato a eventi tragici che risalgono a secoli fa. Verranno discusse possibilità, modalità, criteri per introdurre riparazioni all’infinita sofferenza causata dalla tratta degli schiavi africani, una piaga che funestò il mondo per oltre tre secoli dello scorso millennio, dal Cinquecento all’Ottocento.
La Risoluzione Onu 80/250 definisce la riduzione in schiavitù e la tratta transatlantica degli africani «il più grave crimine contro l’umanità» mai compiuto
A molti di noi europei può sembrare una questione di interesse storico. Fatti lontani, consegnati ai manuali scolastici. Ma per gran parte del mondo, quello che usiamo chiamare «il Sud globale», le cose non sembrano stare così. Ce lo ha ricordato, il 26 marzo scorso, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La Risoluzione 80/250 votata quel giorno a grande maggioranza è considerata da chi la ha approvata un documento fondamentale, una pietra miliare. Al punto 2, definisce la riduzione in schiavitù e la tratta transatlantica degli africani «il più grave crimine contro l’umanità» mai compiuto. Al punto 5, afferma che l’orrore dello schiavismo «continua a causare immensa sofferenza, difficoltà culturale, sfruttamento economico, trauma emotivo e discriminazioni senza fine patite dagli africani e dalle persone afrodiscendenti nel corso della storia». Per questo, al punto 8, la risoluzione «chiama i Paesi membri dell’Onu a impegnarsi in un dialogo inclusivo e in buona fede sulla giustizia riparativa, incluse scuse piene e formali e misure di restituzione, compensazione, riabilitazione e soddisfazione».
Le risoluzioni approvate dall’As-
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semblea dell’Onu differiscono da quelle del Consiglio di sicurezza per il fatto di avere un potere, dunque un’efficacia, molto minore. Sono soltanto delle raccomandazioni non vincolanti, non comportano sanzioni ai danni di chi non le applica, ancor meno possono minacciare o autorizzare l’uso della forza. Se non altro per questo motivo, ci si sarebbe potuti aspettare che le solenni parole della Risoluzione 80/250 venissero accolte all’unanimità. Così non è stato. Il documento è stato sì appro-
Redazione Carlo Silini (redattore responsabile) Simona Sala Barbara Manzoni
Manuela Mazzi Romina Borla Ivan Leoni
vato con largo margine – 123 voti – e tre soli voti contrari: Argentina, Israele e Stati Uniti. Ma ben 52 Paesi si sono astenuti, rifiutando di prendere posizione sulla questione. Tra questi, la totalità dei membri dell’Unione europea. Non solo loro: anche la Svizzera, il Regno Unito e altri Stati del Continente hanno fatto la stessa scelta. E poi il Canada, il Giappone, l’Australia. Tranne eccezioni isolate, la spaccatura è stata netta: da una parte, compatto, il «Sud globale»; dall’altra un «Nord» che preferisce fare un
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passo indietro, dalla Nuova Zelanda all’Islanda. Dimostrando così che lo schiavismo, ufficialmente abolito più o meno duecento anni fa, continua a dividere il mondo più ricco da quello che ricco non è. Molti sono i motivi, dichiarati oppure intuibili, di questa scelta di campo. Il principale è una questione di diritto. È sbagliato, sostiene questa tesi, definire un crimine contro l’umanità «più grave» di tutti gli altri. È impossibile, da un punto di vista giuridico, stabilire una simile gerarchia,
ha sostenuto per esempio nel dibattito all’Onu la rappresentante cipriota Gabriella Michaelidou. I proponenti della risoluzione non sono ovviamente d’accordo: il gran numero di vittime – si stima in dodici milioni di uomini e donne il numero di africani rapiti, deportati e venduti come schiavi nel corso del tempo; la durata di questo commercio di esseri umani, che abbraccia quattro secoli; le conseguenze durevoli sulle società che la subirono, sono altrettanti motivi che a loro giudizio giustificano l’uso del superlativo assoluto.
C’è poi un altro argomento, più volte usato anche in anni recenti, che spinge molti Governi occidentali a evitare di lasciarsi coinvolgere in una discussione sul passato schiavista. È quello della responsabilità storica. Troppe generazioni sono passate, sostiene questa linea di pensiero. La schiavitù è stata giustamente abolita, ci sono state guerre, rivoluzioni, drastici cambi di regime e di sistemi politici. I viventi di oggi e le loro istituzioni non possono essere ritenuti responsabili di quei torti, orribili sì, ma appartenenti a un tempo irrimediabilmente lontano.
Opposta la posizione dell’Unione africana, fortemente schierata a sostegno della risoluzione del 26 marzo e della prossima conferenza internazionale di Accra. Ha detto il suo presidente, il gibutino Mahmoud Ali Youssouf: la tratta degli schiavi «non è semplicemente una tragedia del passato, ma un’ingiustizia strutturale i cui effetti continuano a pesare sulle società africane e sulle loro diaspore». E il presidente del Ghana, proponente della risoluzione, ha definito la richiesta di una qualche forma di giustizia postuma un «baluardo contro l’oblio».
L’appuntamento del prossimo mese in Ghana si presenta insomma come un campo di battaglia tra posizioni molto lontane. La giustizia riparativa è un concetto complesso, che non significa solo riparazioni in denaro. Comporta il riconoscimento postumo di un torto inflitto, un atteggiamento empatico verso chi lo ha patito, e può assumere diverse forme, da discutere insieme. A cominciare da una solenne e collettiva offerta di scuse. Cosa che alcuni governanti europei, per esempio il presidente francese Emmanuel Macron, hanno già fatto, ma sempre in ordine sparso. E poi una comune attività memoriale, la definitiva restituzione dei beni saccheggiati secoli fa, le forme di «compensazione e riabilitazione» alle quali accenna la risoluzione del 26 marzo. Presto avremo l’occasione di sapere se questa discussione verrà effettivamente avviata, o se gli africani si ritroveranno ancora una volta da soli con la loro richiesta di giustizia.
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Nelle città fantasma il tempo si è fermato
Stati Uniti ◆ Dalle ghost town minerarie, ormai polverose e in parte turistiche, alle città che si spopolano oggi: un declino diffuso fatto di case vuote a macchia di leopardo e infrastrutture sovradimensionate
Donatella Mulvoni e Manuela Cavalieri
Da NEW YORK – I grattacieli di Manhattan, i neon di Times Square, i diner aperti tutta la notte, gli hamburger, i Levi’s: l’America del Novecento è stata «esportata» così tante volte da essere ormai ovunque. L’immaginario Usa è stato replicato in ogni angolo del mondo occidentale.
Restano però luoghi impossibili da imitare, dove gli Stati Uniti continuano ad appartenere soltanto a loro stessi. Pensiamo alla tumbleweed del West, la classica palla di salsola che rotola sulle strade deserte, le pompe di benzina arrugginite davanti a saloon dalle vetrine in frantumi, le insegne scolorite dal sole del Nevada, della California. Oggetti che ricordano una vita che un tempo c’era e ora non più, a testimonianza di città che oggi restano gusci secchi.
Le mitiche ghost town – le città fantasma – sono il lascito più visibile della febbre dell’oro che nella seconda metà dell’Ottocento spinse migliaia di persone verso la California, inseguendo l’idea di una fortuna nascosta oltre l’orizzonte. Arrivavano dal resto degli Stati Uniti, ma anche dall’Europa e dalla Cina. In territori quasi disabitati comparvero città costruite attorno alle miniere: pensioni, case e botteghe di legno, stalle, taverne e i celebri saloon. Comunità nate rapidamente e spesso destinate a scomparire con la stessa velocità, esaurito il metallo giallo.
La corsa all’oro lasciò luoghi devastati dall’estrazione e comunità native espulse dalle proprie terre, aggredite e travolte dalla fame
Bodie, nella Sierra Nevada californiana, è tra i casi più famosi. Fondata dopo la scoperta di un giacimento nel 1859, arrivò a sfiorare i diecimila abitanti nel pieno del boom minerario. Più di duemila edifici punteggiavano le colline aride ai margini delle montagne, meta di minatori, commercianti, avventurieri e criminali. Le sparatorie erano frequenti, tanto che rimase celebre la frase che avrebbe scritto una ragazzina: «Goodbye God, I’m going to Bodie» («Addio Dio, vado a Bodie»). Quando le miniere iniziarono a produrre meno, la popolazione si spostò altrove lasciando dietro di sé circa duecento edifici.
Stessa parabola per Calico, nel deserto del Mojave, nata nel 1881 durante la corsa all’argento della California e prosciugata pochi anni dopo dal crollo del prezzo del metallo. Più estrema ancora fu Rhyolite, nel Ne-
vada, ai margini della Death Valley, la Valle della morte, fondata dopo la scoperta di oro nelle Bullfrog Hills, nel giro di pochi mesi passò da due tende nel deserto a un’area di cinquemila abitanti con elettricità, banche e oltre cinquanta saloon. Il declino arrivò con la crisi finanziaria del 1907. Oggi, gli scheletri di pietra raccontano una delle ghost town più visitate d’America.
Ogni città fantasma ha le sue caratteristiche. Ce ne sono alcune ridotte a poche case perse nel deserto e altre trasformate in mete visitate ogni anno da migliaia di persone cresciute con John Wayne, Clint Eastwood e il mito del Far West.
Dietro quell’immaginario, però, si nasconde una realtà meno epica. La vita nelle mining town – le città minerarie – era segnata da violenza, incidenti e condizioni estreme. Pochi si arricchirono davvero. La corsa all’oro lasciò luoghi devastati dall’estrazione e soprattutto comunità native espulse dalle proprie terre, aggredite e travolte dalla fame.
Uno schema simile si ripresenterà nel Novecento in un’America diversa,
quella delle miniere di carbone, delle acciaierie e delle grandi fabbriche della provincia. Ancora una volta, aree costruite attorno a un’unica economia e lasciate senza funzione quando arriva la crisi.
Nel secondo dopoguerra miniere e impianti manifatturieri danno energia a molte comunità rurali. Poi, tra gli anni Settanta e Duemila, globalizzazione, automazione e delocalizzazione industriale iniziano a svuotarle. Dagli Appalachi della West Virginia alle città della Rust Belt, i posti di lavoro si esauriscono, si trasferiscono all’estero oppure vengono sostituiti dalle macchine. Le metropoli riescono a reinventarsi; più difficile per le comunità dipendenti da una sola attività.
James Fallows, tra i più autorevoli osservatori della provincia americana, editorialista di «The Atlantic» e autore del libro Our Towns: A 100,000-Mile Journey Into the Heart of America, sostiene che il fenomeno abbia radici profonde. «Per quasi 150 anni il numero totale di piccole città negli Stati Uniti è diminuito», racconta ad «Azione». «Nei primi de-
cenni dell’America agricola c’erano comunità ogni dieci miglia lungo le linee ferroviarie. Oggi, sorvolando quelle stesse tratte, si vedono fermate ogni quaranta miglia, perché molte di quelle città si sono semplicemente avvizzite».
Secondo Fallows, le grandi aree urbane raramente diventano vere ghost town. «Sono soprattutto i centri più piccoli a evaporare lentamente», spiega. Un declino meno spettacolare delle città fantasma del Far West. Scuole «sottofinanziate e costrette a chiudere», ospedali sempre più lontani, piccoli negozi sostituiti da catene, giovani che partono e non tornano più. «Più le scuole peggiorano, meno i centri diventano attraenti per le famiglie», osserva il giornalista, descrivendo i circoli viziosi che accelerano lo svuotamento.
È un declino che oggi attraversa buona parte della provincia americana. «Quando pensiamo alle ghost town immaginiamo subito le vecchie città minerarie abbandonate del West», spiega Sybil Derrible, urbanista, ingegnere e professore alla University of Illinois Chicago, specializzato nel-
lo studio delle infrastrutture urbane. «Ma oggi il fenomeno riguarda soprattutto le piccole città da diecimila, ventimila, trentamila abitanti». Secondo Derrible «circa il 40% delle città americane sta perdendo popolazione» ed entro la fine del secolo si potrebbe superare il 50%. «La cosa ancora più triste è che spesso non sono completamente vuote», osserva. «La popolazione cala, ma le persone continuano a viverci. Intanto la rete idrica si deteriora, le strade si erodono».
Lo svuotamento è lento e diffuso: avviene in modo graduale mentre restano infrastrutture sovradimensionate
È una forma di abbandono molto diversa e più lenta di quella delle ghost town del West. «Lo spopolamento non avviene area per area», spiega. «Succede una casa qui, una casa là. Magari trovi cinque case vuote e poi una ancora abitata». E mentre la popolazione diminuisce, restano infrastrutture enormi da mantenere. «In alcune stanno persino rimuovendo l’asfalto per trasformarle di nuovo in strade sterrate». «Le città che si stanno spopolando sono ovunque», conclude Derrible. «Ho una mappa degli Stati Uniti con colori diversi per le città che crescono e quelle che si restringono. E il rosso è dappertutto». Il rischio, osserva l’urbanista, è che anche molte delle realtà che oggi continuano a crescere possano ritrovarsi domani con infrastrutture troppo costose da mantenere. «Stanno costruendo sistemi che tra cinquant’anni potrebbero diventare un peso». Un tempo a svanire erano le mete dell’oro. Oggi, molto più lentamente, si svuotano intere parti d’America.
Desolazione a Bodie (California) e, in basso, la vecchia stazione dei treni di Rhyolite (Nevada) e l’entrata di una ex miniera di Calico. (Wikimedia)
Bhutan, la verità dietro la fiaba ecologica
Reportage ◆ Il Paese che ha sostituito il Pil con la Felicità interna lorda e che per primo al mondo vanta emissioni negative è anche un luogo di vita contadina durissima, scarsa assistenza sanitaria e crescente disoccupazione
Paolo Brovelli, testo e foto
È a Thimphu, la sua capitale, che comincio a cercare di far quadrare il bilancio che mi son fatto di questo Paese pieno di leggenda tra Tibet e India: il Bhutan. Accade spesso che la visione mitica suggerita da lontano si ridimensioni con la vicinanza, ed è quel che mi succede ora, su questa spianata enorme, oggi spazzata dal vento nuvoloso e freddo dei 2500m, che guarda sulla valle e la zona meridionale della città, con le sue casette basse e il fiume. Da qui occhieggia la statua ciclopica (52 m) del Buddha Dordenma, ossia «Seduto sul trono di Vajra». Indica idealmente il luogo in cui «Sakyamuni» ha raggiunto l’illuminazione. È un’opera di bronzo tutta ricoperta d’oro e al suo interno, come uno stupa, custodisce più di centomila altre statuette simili. Per i buddhisti, più si guarda il Buddha più vicini si è alla salvezza. E le etnie maggioritarie del Bhutan, ngalop (i dominanti, antichi immigrati dal Tibet) e sharchop (autoctoni), sono in prevalenza buddhiste, più o meno come in Tibet. «Questa?» mi chiede Pema percependo il mio stupore. «L’hanno finanziata soprattutto da Singapore per i 60 anni di Jigme Singye Wangchuck, il padre del re attuale. È da quando abbiamo aderito all’ONU, uscendo dall’isolamento, nel 1971, che abbiamo rapporti più che amichevoli. Ci hanno aiutato con programmi di formazione, con i commerci. Dall’anno scorso, poi, ci comprano anche i crediti di carbonio. Loro inquinano e noi abbiamo il 70% del Paese coperto da foreste – che, tra l’altro, devono occupare almeno il 60% per Costituzione!».
Da qualche giorno giriamo insieme per il suo Paese. È una guida esperta, che m’ha assegnato (per obbligo) il Governo. Per fortuna ha uno sguardo critico e mi aiuta a capire i misteri che si celano qui, tra i contrafforti meridionali dell’altopiano tibetano. Ero venuto per vedere il Paese famoso per aver sostituito nel 1972 il conteggio del Pil con il Fil, la Felicità interna lorda: la qualità della vita al posto del vile denaro. Cercavo la leggenda, appunto, un luogo da fia-
ba: monasteri e santi uomini pieni di spiritualità, in armonia con loro stessi e con la natura incontaminata. Invece, man mano che m’addentro, che parlo con la gente, ben diverso risulta il quadro.
È diventato uno dei Paesi con più capacità estrattiva di bitcoin, salvo sconcertare il mondo con una recente, drastica svendita del patrimonio
Tra le cose «da fiaba» figura la produzione d’energia pulita, idroelettrica, che, con le scarse industrie e le foreste, lo fa risultare il primo Paese a emissioni negative al mondo. Quell’energia, tra l’altro, è tra i pochi prodotti che esporta, e la vende tutta all’India in cambio di quanto non produce, ossia tutto tranne parte dell’agricoltura (per il 75% già biologica, tendente al 100%, altro elemento in favore della fiaba), prodotta dai contadini bhutanesi, che sono ancora l’80% dei circa 800mila
abitanti. Riso, mais, orzo, frutta, verdura. «Sarà biologica ma è agricoltura di sussistenza», precisa Pema, mostrando il rovescio della medaglia. «Io sono scappato, quando sono venuto a studiare in città. I miei, in campagna, fanno una vita durissima. Siamo isolati. Cuciniamo ancora con la legna, a parte i pochi cui è già arrivata l’elettricità a prezzi bassi. E se ti ammali, tra i monti l’assistenza è scarsissima. Per problemi seri, poi, devi andare in India. E chi ce li ha i soldi? Con tutta la disoccupazione… Io sono stato fortunato, ma molti amici se ne sono andati».
L’India è dall’epoca del dominio coloniale britannico la potenza di riferimento, grazie ad accordi stipulati da Ugyen Wangchuck, il re che ha unificato il Bhutan moderno (1907), nonché trisnonno dell’attuale sovrano. D’altro canto, è stato grazie a una grande diplomazia, oltre che all’isolamento, che il Paese è riuscito a mantenersi indipendente, schiacciato com’è tra i due giganti asiatici, e a non fare la fine dello Stato indiano del Sikkim
o del Tibet. È dal Seicento che ha cominciato a costruirsi un’identità, dall’arrivo dello Shabdrung Ngawang Namgyal, un monaco fuoriuscito dal monastero tibetano di Ralung che creò il nucleo – religioso e politico –dell’odierno Druk Yul (Terra del drago), nome ufficiale di quel che il resto del mondo chiama Bhutan. I sovrani moderni vengono detti Druk Gyalpo, «Re drago», un soprannome che ben rispecchia il potere della monarchia, pur costituzionale dal 1998. Oltre a essere il capo delle forze armate, Sua Maestà è autorità morale, una specie di guida, politica e spirituale, e per questo anche garante ultimo dei valori della Nazione, felicità compresa. In nome di ciò, e di una radicale bhutanizzazione del Paese, negli anni Novanta del XX secolo, Jigme Singye Wangchuck ha espulso molte migliaia di cittadini bhutanesi rei solo d’esser di retaggio nepalese (i lhotshampa, induisti), ha stabilito che tutti indossassero gli abiti tradizionali (leggi ngalop), proprio come nelle fiabe, e che nelle scuole si insegnasse la
Cosa succedeva mentre nascevo, il 23 aprile 1958
Sono nata il 23 aprile 1958 a Mendrisio e ricordo un’infanzia felice a Balerna. Mio padre gestiva un negozio di articoli di confine a Chiasso, allora cittadina vivace, piena di traffico e commerci. Vendeva sigarette, caffè, dadi per brodo e cioccolata. A volte persino banane! Era meraviglioso, specie quando arrivavano nuove tavolette di cioccolato che avevo sempre il privilegio di assaggiare per prima (Daniela Merlo-Martelli).
Cara Daniela, mentre tu camminavi nel tuo piccolo universo fatto di dolcezze e via vai di frontiera, il mondo era segnato da grandi tensioni. Sei nata infatti in piena Guerra fredda: un’epoca in cui il pianeta era diviso in due blocchi, quello comunista guidato dall’Urss e quello capitalista con in testa gli Usa. Lo spirito diviso di quei tempi si manifestò con forza durante l’Esposizione universale di Bruxelles, di cui si trova traccia su «Azione», «settimana dal 24 al 30 aprile 1958» (ai tempi il giornale usciva ogni giovedì, 6-10 pagine scritte fitte fitte con rare foto, in bianco e nero certamente). Si trattava della prima Expo dopo la Seconda guerra mondiale, con il tema «Bilancio del mondo per un mondo più umano». Il suo simbolo era l’Atomium, alto oltre cento metri, che rappresentava un cristallo di ferro ingrandito ed esprimeva la fiducia
nel progresso scientifico dell’era atomica (lo vedi nella foto). I padiglioni in acciaio, vetro e alluminio esaltavano l’innovazione tecnologica, mentre il confronto tra potenze si spingeva ormai oltre la Terra: nel 1957 il primo satellite artificiale spedito in orbita – lo Sputnik sovietico – inaugurò la corsa allo spazio e nell’ottobre 1958 gli Stati Uniti risposero creando la NASA.
Sulla stessa edizione del settimanale si parla anche di un’altra manifestazione, a tre mesi dall’apertura: la seconda SAFFA, ossia l’Esposizione nazionale svizzera del lavoro femminile, prevista a Zurigo. La sua prima edizione, nel 1928, mise in luce l’apporto delle donne nella famiglia, nel mondo del lavoro, in ambito scientifico e artistico, rivendicando il diritto a un impiego retribuito e il pieno riconoscimento come cittadine. La SAFFA del 1958 ampliò il messaggio, mettendo al centro la parità dei diritti, in un Paese che ancora negava alle donne il diritto di voto. Su
lingua bhutanese, lo dzongkha (degli ngalop). Suo figlio e successore si chiama Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, incoronato nel 2006 e quinto della dinastia, la quale trarrebbe origine da Pema Lingpa (1450-1521), personaggio mitico legato al Guru Rinpoche, la figura più importante del buddhismo Vajrayana bhutanese (VIII secolo, branca del Mahayana). Laureato a Oxford dopo studi negli Usa, il suo impegno è verso le sfide e le tendenze del mondo attuale e si dà da fare per far del suo Paese un’eccezione, introducendo concetti e progetti che però, pur forse lungimiranti, spesso dissonano con la miseria in cui vive il suo popolo. Fondamentale in questo senso è sembrata, per esempio, l’introduzione dei siti di mining di bitcoin, sorprendente per un Paese che ha visto la prima transazione con una carta di credito solo nel 2010. Grazie all’installazione di enormi server nei climi freddi delle montagne e all’energia idroelettrica, è diventato uno dei Paesi con più capacità estrattiva della valuta virtuale, salvo sconcertare, però, il mondo con una recente (2026), drastica svendita del 70% dell’enorme patrimonio accumulato. Si dice in ragione del calo del rendimento, se comparato con la vendita della stessa energia. Altro mistero – a ora – davanti al quale anche Pema non può che aprire le braccia. Quel che è certo è che la speranza che quel business potesse sollevare le sorti del bistrattato popolo bhutanese è sfumata.
Un altro dei progetti interessanti – a livello iperuranico, ma forse non altrettanto per la gente comune – è il Gelephu Mindfulness City, la «Città della consapevolezza». Inaugurato nel 2023 nell’omonimo villaggio di confine con l’India, nel sud, prevede la costruzione di una sorta di città ideale e del tutto sostenibile, fondendo tradizione e modernità. Un posto in cui far convergere persone e investimenti in grado di armonizzare concetti come salute, educazione, energia verde, spiritualità e denaro. E tentare di fermare l’emorragia di giovani che lasciano questo felice Paese da fiaba.
«Azione» leggiamo dei progressi per costruire la «città della SAFFA», un vero e proprio villaggio con la Torre dell’abitazione «alta 36 metri» in acciaio dipinto di rosso, un teatro con 500-600 posti, il Villaggio dei bambini e il Padiglione delle Belle arti.
L’articolo si trova ne «La pagina della donna», una scelta che rivela attenzione al pubblico femminile ma anche l’adesione a una visione separata e paternalistica dei ruoli di genere, in un’epoca in cui le donne erano corteggiate sia come forza lavoro, sia come consumatrici. Sulla stessa pagina leggiamo consigli dietetici e di moda: un nuovo vestito denominato «sacco», più comodo e fluido rispetto al rigido tailleur. Suggerimenti educativi – cosa fare se il proprio figlio «è bugiardo, turbolento, stordito o se ha idee stravaganti» – insieme a curiosità, come il corso americano per diventare «una buona suocera».
Le altre pagine del giornale affrontano temi più impegnati. Dai risarcimenti agli svizzeri vittime della
guerra alla discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro a 44 ore settimanali, fino alla necessità di una modernità che rispetti il territorio, come mostra l’appello a superare le beghe locali in favore del bene comune: «Nei paesi e nei villaggi una strada principale non ha più da passare (...) ci vuole la circonvallazione, costi essa anche qualche sacrificio». Però, cara Daniela, vogliamo finire con le mode che trainavano l’economia statunitense: benzina, prodotti di bellezza – rossetto e creme per le mani – e dischi: «I cantanti preferiti sono Elvis Presley, Harry Belafonte e poi il cool jazz». Quello di Miles Davis e Chet Baker, giusto per dire, che proprio grazie alle loro «idee stravaganti» finirono per cambiare la musica. Scrivi ad «Azione» Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch con intestazione «Il mio compleanno». Raccontaci anche un dettaglio di te.
di
Romina Borla
LE NOSTRE ULTIME CREAZIONI
CULTURA
Sulle orme del liscio
L’audio-documentarista Federica Manzitti ripercorre la storia di un ballo apprezzato da generazioni in un avvincente podcast
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Geografie della giovinezza narrativa Nella letteratura italiana contemporanea il romanzo di formazione si stabilizza su nuclei ricorrenti e su un controllo del conflitto
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Pittura, spazio ed emozione
Un’Italia che imparava a viaggiare Paolo Di Paolo e Pier Paolo Pasolini riuscirono a produrre un archivio visivo e letterario entrato nella storia della fotografia italiana
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Mostre ◆ Il Museo d’Arte di Mendrisio ospita la prima monografica in Svizzera dedicata al «pittore dello spazio» Felice Varini
C’è una definizione che calza perfettamente a Felice Varini: «pittore dello spazio». Dal 1978, anno in cui l’artista di origine ticinese approda a Parigi, il suo lavoro si è sviluppato difatti nel segno dell’interazione e della reciproca riformulazione di pittura e architettura, in un rapporto che gioca tra illusorio e reale mettendo in discussione i confini tradizionali del dipingere. Da piccoli interni privati a sale museali ed edifici monumentali, fino ad arrivare ad ampi paesaggi urbani, Varini ha dato vita a opere capaci di innescare esperienze fisiche e intellettuali dinamiche, in cui lo smarrirsi e il ritrovarsi dello spettatore nella dimensione spaziale trasforma l’osservazione in atto esplorativo e partecipativo. Varini, nato a Locarno nel 1952 e oggi francese d’adozione, inizia la sua carriera artistica, dopo anni di lavoro nel teatro, proprio alla fine degli anni Settanta, un momento di particolare fermento pregno di stimoli eterogenei: dalle pratiche minimaliste volte a individuare l’essenzialità di forme e volumi alle tendenze che evadono i limiti museali per esprimersi nell’ambiente esterno, sino alle indagini sulle illusioni ottiche e sulle impressioni plastiche del movimento.
I lavori presenti in mostra appartengono alla storia dell’artista, ma sono stati ripensati per gli ambienti mendrisiensi
Se si volesse fare il nome di qualche maestro o gruppo a cui Varini ha guardato con interesse si potrebbero citare Mondrian, Fontana, LeWitt, il Concretismo e l’Optical Art, ma sarebbe solo per fornire un contesto indicativo all’interno del quale ha preso forma la sua arte, che piuttosto vive di un linguaggio peculiare ed estremamente personale.
Il lavoro dell’artista si fonda sulla concezione dello spazio tridimensionale che ci circonda come fosse una sorta di superficie piatta sulla quale applicare forme geometriche bidimensionali. Operando su architetture preesistenti, Varini attua così un ribaltamento della logica prospettica attraverso la riduzione illusoria della realtà a elemento privo di profondità. Va da sé che ogni progetto nasce in stretta relazione con la specificità del luogo, cosicché le sue «pitture nello spazio» non possono essere chiamate installazioni, ma, come suggerito da Varini stesso, trovano la loro descrizione più efficace nell’espressione «in situ». Al centro dell’attività dell’artista si colloca sempre una rigorosa indagine sul fenomeno della percezione. Gli interventi di Varini risultano pienamente leggibili solo da un punto di vista preciso dal quale l’immagine appare
nella sua elaborazione formale compiuta. Spostandosi da questa posizione privilegiata, essa perde immediatamente la sua coerenza, disgregandosi in una trama di segni in dialogo con lo spazio che acquistano una valenza estetica autonoma.
Per Varini, l’opera esiste nella sua integrità tanto quanto nei suoi frammenti, per questo l’angolazione da cui si coglie la sua coerenza complessiva non è che il punto di partenza per iniziare a esplorarla. È proprio percorrendola fisicamente che l’osservatore può scoprire e sperimentare le sue molteplici possibilità di lettura e affermare
così la propria partecipazione e il proprio coinvolgimento al senso di ciò che sta sperimentando. Fin dagli esordi, il repertorio di Varini si compone di forme geometriche essenziali, come cerchi, ellissi e poligoni, eseguite con una tavolozza di colori puri e vividi, spesso limitata alle tinte primarie. E, sempre fin dagli esordi, la sua pratica di lavoro è rimasta la medesima, supportata sempre da un rigore che rivela quanto per l’artista sia molto importante la componente manuale, tecnica, del fare pittura. Il modus operandi di Varini prevede la proiezione delle linee che costituiscono
l’immagine sulle superfici dell’architettura mediante un dispositivo ottico. Il tracciato viene poi disegnato con cura e successivamente dipinto o costruito con l’ausilio di strisce plastiche adesive. Il risultato è un intervento che dona una nuova identità allo spazio, trovando il suo punto di forza nell’intrigante coesistenza della rassicurante visione unitaria dell’opera e della sua destabilizzante frantumazione.
In Svizzera, e in ambito italofono, una monografica dedicata al lavoro di Varini non era stata ancora realizzata. Ci ha pensato il Museo d’Arte di Mendrisio, mettendo a disposizione
la sua suggestiva sede con l’intento di farla diventare da semplice contenitore a parte attiva dell’esperienza artistica. D’altra parte l’antico Complesso di San Giovanni ben si presta a questo scopo: luogo stratificato di memorie e di vite vissute, si è ampliato e ridefinito nel corso del tempo, conservando però gelosamente le tracce di tutto ciò che è stato durante le diverse epoche. Con il suo peculiare portato storico e architettonico, la struttura si è messa così in gioco per l’occasione, amplificando l’efficacia delle opere di Varini. Partendo dal chiostro quattrocentesco fino ad arrivare alle sale espositive, l’intero museo dialoga con l’artista, raccontando la sua carriera quasi cinquantennale in un percorso capace di creare un’avventura immersiva senza soluzione di continuità.
I lavori presenti in mostra appartengono alla storia artistica di Varini, ovvero progetti dalle caratteristiche formali ben determinate che sono stati realizzati in precedenza in altri luoghi e che adesso sono stati ripensati con configurazioni inedite per gli ambienti mendrisiensi. L’artista definisce questo tipo di opere «actualisation». Ecco allora la linea continua rossa di 360° rouge n.2 che rimodella lo spazio del chiostro attraversandolo e annullandone con raffinatezza la complessità volumetrica, i cinque cerchi neri di Cinq cercles concentriques che giocano con l’architettura del corridoio al piano terra creando un’immagine in continua costruzione e dissolvenza o, ancora, le forme fluide di Ellisse blu che giocano con la luce naturale («il punto di vista del sole», come la chiama l’artista) dando vita a geometrie mutevoli dal colore vibrante.
Di particolare impatto è poi l’intervento site-specific concepito appositamente per le sale finali del museo: si intitola Dischi volanti e si compone di diciannove elementi circolari ai quali corrispondono altrettanti punti di osservazione che permettono di scomporre e ricomporre visivamente l’opera da prospettive differenti, generando un’esperienza in costante trasformazione.
Accanto alle coinvolgenti pitture nello spazio, in rassegna c’è anche una preziosa sezione documentaria in cui fotografie e disegni preparatori testimoniano il procedere artistico di Varini: un procedere che ha sempre avuto come obiettivo quello di sovvertire le certezze della visione per invitarci a dubitare di tutto ciò che viene posto davanti al nostro sguardo e al nostro pensiero.
Dove e quando
Felice
d’Arte Mendrisio. Fino all’11 ottobre 2026. Orari: da ma a ve 10-12 / 14-17; sa, do e festivi 10-18. Informazioni: museo.mendrisio.ch
20 % di riduzione sull’intero assortimento* con il codice: 2599
migros.ch/photo *Offerta valida fino al 17.06.2026 sull‘intero assortimento del servizio foto (esclusi i buoni regalo CEWE). Il codice buono è valido per un solo indirizzo e-mail. Non cumulabile. Rendi felici i tuoi cari con regali personalizzati con le tue foto.
Un ballo spudoratamente romagnolo
Podcast ◆ Nell’avvincente lavoro di Federica Manzitti si ripercorre un genere che ha fatto la «storia della leggerezza»
Olmo Cerri
Non avrei mai immaginato di appassionarmi a un podcast che parla di liscio, polka e mazurke. Ma la magia del podcast è anche questo, portarci a scoprire degli scampoli di mondo inaspettati. Spudoratamente liscio è un mirabolante giro di valzer nel mondo del liscio, condotto da Federica Manzitti, audio-documentarista premiata in importanti festival del settore, anche lei apparentemente distante da questa realtà: «I miei gusti musicali sono completamente diversi, però ho sempre avuto un’attrazione per le sale da ballo». Siamo a Gatteo a Mare, località balneare della riviera romagnola considerata la «capitale del liscio».
Il liscio è un «invenzione» relativamente recente, infatti è nato fra le lunghe spiagge e le rive del Rubicone a metà dell’800
Questa musica è nata qui, fra le lunghe spiagge e le rive del Rubicone. Racconta Manzitti: «Per preparare questo podcast ho cominciato a frequentare i luoghi del liscio, le balere, ho conosciuto i Casadei. Mi sono mossa con il microfono in mano. Non volevo fare una storia del liscio, ma volevo raccontare questo fenomeno partendo dal presente». E, per la precisione, il presente da cui questo podcast parte, è la storica balera all’aperto «Bagni Corrado». È qui che, in occasione delle «Settimane del Liscio», considerate la Woodstock della musica da ballo romagnola, ogni mattina all’alba, centinaia di amanti del genere, spesso non più giovanissimi, ballano a bordo mare sulle note delle orchestre più importanti d’Europa. I ballerini arrivano da tutta Italia e non mancano anche alcune coppie dalla Svizzera. È ormai una tradizione consolidata: siamo alla 56esima edizione. Non ci
si può improvvisare a ballare il liscio, bisogna saperlo fare. Non è un ballo per tutti. Ci sono scuole, concorsi, orchestre. «Per un certo periodo è stata una vera e propria industria» afferma Manzitti.
«Liscio» è una definizione relativamente recente: richiama lo scorrere fluido e continuo delle suole dei ballerini sul pavimento delle balere. Il podcast ne ripercorre la storia, che si intreccia in modo sorprendente con quella dell’Italia contemporanea. Nasce infatti come forma di appropriazione popolare di un piacere fino ad allora borghese: ballare abbracciati. Nelle aie contadine si danzava già, ma senza un contatto fisico esibito. Il liscio, quindi, non è folklore arcaico né tradizione contadina: è un’invenzione relativamente recente che prende forma a partire da metà
Ottocento lungo la riviera romagnola, e cresce in stretta relazione con lo sviluppo del turismo balneare. I villeggianti lo scoprono e lo apprezzano, acquistando dischi lo diffondono in tutta Italia insieme a un immaginario fatto di spensieratezza, aria di mare e amori estivi. Le orchestre, capaci di adattarsi ai tempi, integrano via via le nuove mode, accogliendo influenze esterne. L’orchestra Casadei, in particolare, rinnova l’organico tradizionale introducendo batteria, sax e banjo. Durante il ventennio fascista, con il romagnolo Mussolini al potere, il liscio viene promosso come simbolo di autarchia, in opposizione all’esterofilia del jazz. Si balla molto a Predappio e nei dintorni, almeno fino a quando la guerra interrompe bruscamente le danze.
Nel dopoguerra le orchestre torna-
Classica, la musica dei cattivi?
no a suonare, ma il contesto è cambiato: insieme alla Coca-Cola, ai jeans e alle sigarette, gli Alleati portano anche nuove sonorità che rendono il liscio meno attraente. Per sopravvivere, il genere deve reinventarsi e assimilare queste influenze. Nel 1954, Secondo Casadei compone Romagna mia, un valzer intriso di nostalgia per la propria terra, destinato a diventare un vero e proprio inno identitario, con oltre quattro milioni di copie vendute. Il liscio si balla ovunque: ai comizi politici, alle feste di partito (socialiste, comuniste, repubblicane). Solo la Chiesa, almeno fino ai primi anni Sessanta, lo guarda con sospetto, vedendo nel ballo abbracciato quasi una mimica dell’atto sessuale, una forma di trasgressione inaccettabile. Ma col tempo anche le parrocchie ne riconoscono il potere aggregativo: si chiu-
de un occhio, e persino i parroci finiscono per scendere in pista. La vitalità emiliana-romagnola ha la meglio sul puritanesimo.
Con il boom economico il liscio si trasforma ancora, seguendo l’ascesa della piccola borghesia imprenditoriale e l’esplosione del turismo di massa. Nelle estati di Cervia e Riccione degli anni Settanta, sotto le luci delle orchestre-spettacolo, prende forma la stagione di Raoul Casadei e della musica estiva. Il liscio diventa industria e fenomeno nazionale popolare, colonna sonora di un’Italia in piena fiducia nel progresso. Oggi il liscio continua a evolversi. Nuove formazioni lo contaminano con linguaggi contemporanei che arrivano fino alla techno. Nascono orchestre interamente femminili che riescono a rompere il dominio maschile delle orchestre, in cui le donne erano accettate solo in quanto coriste. Intanto il liscio viaggia, si trasforma in simbolo di italianità: arriva perfino in Asia, dove versioni tradotte dei classici della tradizione conquistano nuovi pubblici con sorprendenti reinterpretazioni.
Il podcast Spudoratamente liscio, disponibile su Rai Play Sound, è suddiviso in cinque episodi, ognuno dedicato a uno strumento chiave della musica romagnola, raccontato dalla viva voce di un artista del liscio contemporaneo. «La Romagna ha una marcia in più, il meraviglioso dialetto e la cadenza tipica di queste terre», ci ricorda Federica Manzitti. Lo strumento del podcast ha permesso anche di salvaguardare tutto il fascino della tipica parlata locale.
E se queste cinque puntate non fossero sufficienti a placare la vostra voglia di musica da balera, segnalo l’ottima serie audio prodotta dalla RSI nel 2022 Il crepuscolo dei Casadei, una breve ma appassionante storia del liscio emiliano-romagnolo curata da Valerio Corzani.
Pubblicazioni ◆ Un saggio a firma Carlo Fiore infrange uno dei cliché più assurdi e persistenti nei film e nelle serie TV
Giovanni Conti
Chi ha stabilito che la musica classica, al cinema, sia il segnale quasi automatico di qualcosa di oscuro o tragico?
Forse nessuno in modo esplicito, eppure questa associazione si è radicata così profondamente da diventare una convenzione narrativa consolidata, riconoscibile tanto dal grande pubblico quanto, in certi casi, dagli stessi autori audiovisivi. Una scorciatoia espressiva, certo, ma anche un luogo comune duro a morire.
A rimettere ordine in questo equivoco interviene Carlo Fiore con il volume La Musica dei Cattivi, pubblicato da Neri Pozza. Un saggio agile nella forma ma solido nell’impianto, che affronta con chiarezza una questione tanto diffusa quanto poco problematizzata: il ruolo della musica classica nel racconto audiovisivo contemporaneo.
Fiore – docente di Storia della musica al Conservatorio di Palermo e firma autorevole della rivista Classic Voice – parte da un dato sotto gli occhi di tutti: nei film e nelle serie tv, il «cattivo» ama la musica classica. Che sia un serial killer, un mafioso o uno
scienziato fuori controllo, poco cambia: ascolta Bach, frequenta l’opera o suona egli stesso uno strumento. Non solo. Come osserva l’autore: «Basta spesso l’ingresso di un brano classico in colonna sonora per suggerire allo spettatore che qualcosa di negativo sta per accadere».
Il libro mostra come questa associazione non sia casuale, ma affondi le sue radici nella storia stessa del cinema. Fin dalle origini, la musica colta è stata utilizzata come marcatore di tensione, ambiguità o minaccia, contribuendo a costruire un vero e proprio codice espressivo. Un codice che il pubblico ha imparato a decifrare, interiorizzandolo nel tempo.
Attraverso una ricca serie di esempi – che spaziano dal noir classico alle produzioni seriali più recenti – Fiore dimostra come questa convenzione non si sia affatto esaurita, ma anzi si sia rafforzata, adattandosi ai linguaggi contemporanei senza perdere la sua efficacia comunicativa. Fiore non si limita alla rassegna dei casi. Il punto più interessante è l’analisi delle ragioni culturali profonde di questa associazione. La musica classica – a parere dell’autore – viene spesso percepita come un segno di alterità: qualcosa di elevato, complesso, talvolta distante. Da qui la sua trasformazione in codice dell’inquietudine, alimentata da una lunga tradizione che va dal romanticismo al gotico, passando per una certa diffidenza verso l’intellettualismo. Le conseguenze non sono irrilevanti. Nel tempo, questa rappresentazione ha contribuito a creare nel pubblico un rapporto ambivalente con la musica classica: da un lato ammirata, dall’altro percepita come estranea,
se non addirittura sospetta. Anche i luoghi che la ospitano – teatri e sale da concerto – finiscono per essere investiti, indirettamente, di questa aura di distanza.
Fiore affronta il tema con equilibrio, mantenendo sempre insieme lo sguardo musicologico e quello sociologico, senza appesantire la lettura. Il risultato è un libro che riesce a parlare sia agli specialisti sia a un pubblico più ampio.
A chiudere il volume, una sezione dedicata ai vampiri – figure emblematiche di un’estetica raffinata e perturbante – che offre un’ulteriore variazione sul rapporto tra musica e rappresentazione del male.
Un saggio che invita a riconsiderare un’abitudine d’ascolto ormai automatica, e che prova – con argomenti convincenti – a liberare la musica classica da uno dei cliché più persistenti del nostro immaginario audiovisivo.
Bibliografia
musica
Immagine tratta dalla copertina del libro di Carlo Fiore.
La cover del podcast di Federica Manzitti, disponibile su Rai Radio Sound. (Rai Play Sound)
LE GRUYÈRE AOP
L’adolescenza e il tempo sospeso della crescita
Editoria ◆ Dai romanzi contemporanei italiani alla costruzione di un immaginario in cui l’uscita dall’infanzia diventa schema narrativo più che esperienza di trasformazione
Roberto Falconi
All’uscita di ogni nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti i recensori si divertono – in una sorta di «trova le differenze» – a evidenziare gli elementi di continuità e di novità rispetto ai titoli precedenti. Prassi certamente giustificata per uno scrittore la cui opera appare come un monolite che ruota attorno a pochi nuclei tematici e a una paletta ristretta di scelte espressive; e che quindi diventa inevitabile per Il custode, in larga parte costruito sul riassemblaggio di materiali attinti dai romanzi passati. Mi limito allo stretto necessario. Anche qui c’è un tredicenne (Nilo) impegnato nel proprio percorso di crescita e confrontato con elementi destabilizzanti: un segreto ancestrale che la sua famiglia custodisce – appunto –nel bagno di casa; l’incontro con una donna più matura di cui si invaghisce e che farà la stessa drammatica fine della maestra Flora Palmieri di Ti prendo e ti porto via. E anche qui lo sfondo è costituito da un Meridione ai margini di tutto (una Sicilia in cui convivono mare e calcinacci). Noterei allora come la geografia letteraria di Ammaniti si polarizzi abbastanza chiaramente tra i romanzi del Centro-Sud e quelli di ambientazione romana, i meno riusciti: Che la festa cominci, Io e te, La vita intima (all’ormai lontanissimo Branchie andrebbe dedicato un discorso a parte); sempre però con una predilezione per il pertugio (la cantina, la buca nel terreno, qui la stanza da bagno), il luogo segreto in cui i ragazzini protagonisti incontrano il male che viene dagli adulti. In questi momenti topici Ammaniti – da sempre, forse con l’eccezione delle prime pagine di Anna – abbassa la temperatura emotiva del testo, riassorbendo il trauma entro il perimetro rassicurante dell’infanzia (Nilo affronta la creatura del bagno e per cena viene premiato con «un budi-
no Cameo») o sublimando il macabro per anestetizzarlo (la testa del padre di Nilo, pietrificato dal mostro, è ora custodita sul fondo dell’armadio della mamma, nella «scatola rosa di un pandoro avvolta da un nastro rosso»).
L’impressione è che Ammaniti –più che i propri giovani personaggi –si preoccupi di proteggere i suoi lettori, soprattutto attraverso una scrittura docile (per non dire al ribasso, come ha mostrato Gianluigi Simonetti) – e a ben vedere fintamente estrema anche ai tempi dei cosiddetti «cannibali» –, qui però asciugata dalle immagini più grottesche e iperboliche. Anche sul piano dei temi e dei motivi l’autore opera un paio di rotture molto appariscenti – e tutto sommato felici –in un tessuto di sostanziale continuità e riconoscibilità, in particolare con la scelta di saldare il mito di Medusa con il percorso di crescita del suo giovane eroe. Insomma, il lettore va sorpreso, ma sempre facendogli respirare l’aria di casa.
La standardizzazione del romanzo di formazione contemporaneo mostra una sintassi emotiva sempre più riconoscibile
Niccolò Ammaniti ha di fatto contribuito a disegnare il romanzo di formazione mainstream degli anni Duemila, i cui archi narrativi appaiono integralmente schiacciati sull’elemento che divide l’adolescenza dall’età adulta, quasi sempre – e sin dai titoli – collocato nei mesi estivi (le cose che fanno crescere non avvengono di certo a scuola): Acciaio di Silvia Avallone, La fine dell’estate di Serena Patrignanelli, L’estate muore giovane di Mirko Sabatino, Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi, Settembre nero di Sandro Vero-
nesi. E non ingannino i tempi lunghi di Paolo Giordano, che costruisce La solitudine dei numeri primi sul semplice accostamento di scene madri, eliminando cioè proprio quelle zone di connessione nelle quali dovrebbe insinuarsi un romanzo.
Vale allora la pena di allargare il discorso a un altro libro di recente pubblicazione, tra l’altro scritto proprio da una sorta di allievo di Ammaniti. Mattia Insolia mostra infatti di averne attentamente attraversato l’opera sin dalla tesi di laurea sulla letteratura «cannibale» e dal suo romanzo di esordio (Gli affamati sono di fatto una riscrittura di Ti prendo e ti porto via). Anche Insolia propone un trauma adolescenziale raccontato dall’interno, ma spostando in avanti (alla fine del liceo) sia il fatto in sé, sia il punto da cui viene osservato.
Teo, dopo un’assenza di nove anni, torna al paese dov’è cresciuto. Il matrimonio di due compagni del tempo delle superiori è il motivo che ricongiunge l’intero gruppo di amici.
Lì ritrova la madre ormai in fin di vi-
Ritorno da una vita inventata
ta a causa di una malattia degenerativa e, soprattutto, sarà costretto a fare i conti con i fantasmi del passato: il male che viene dalla famiglia, un segreto condiviso con i vecchi sodali, gli amori mai rivelati. Tutti elementi che alla fine non vengono sviluppati più di tanto e si perdono tra pagine (troppe: quasi quattrocento) in cui più che altro si consumano molto alcol e molto sesso. Anche la scrittura di Insolia mostra diverse fragilità: paratassi che velocizza il ritmo narrativo (incipit: «Mi slaccio la cintura di sicurezza, pigio sull’acceleratore e tolgo le mani dal volante, abbasso i finestrini, reclino il capo sul poggiatesta e chiudo gli occhi»); similitudini sovrabbondanti («Per un istante mi figurai l’auto dall’esterno – come fossi un uccello o un insetto: dall’alto doveva sembrare una stella cadente che tagliava il cielo deserto o una scintilla che guizzava nel buio o una navicella che sfrecciava nello spazio profondo»); iterazioni stucchevoli («Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?», ripetuta a ritornello decine di volte e risolta
Prosa ◆ Premiato con il Prix Goncourt opera prima 2024, Rimpatrio di Ève Guerra segue la parabola di Annabella Morelli tra Camerun e Francia
Blanche Greco
Un «giallo»? Una indagine sentimentale? Un romanzo di formazione? Rimpatrio di Ève Guerra appena pubblicato in italiano da Gramma Feltrinelli (Prix Goncourt opera prima 2024), sfugge a qualsiasi categoria letteraria per comprenderle tutte all’interno di una storia che è di finzione, ma come succede in certi film, è realmente accaduta. «Non volevo che fosse solo una confessione personale, la narrazione dei miei tormenti e basta, volevo che fosse un’opera letteraria, un vero romanzo» ha spiegato l’autrice alla presentazione del libro a Firenze all’Istituto francese.
Protagonista: Annabella Morelli (origini italiane come l’autrice), poco più che ventenne, cresciuta in Camerun, tra due culture, quella locale e quella francese del padre e delle scuole che ha frequentato. Annabella ha due mondi dentro di sé che, finalmente sola in Francia per frequentare l’università, nasconde sotto una coltre di bugie e così un po’ per rabbia, un po’ per necessità, si reinventa. La sua vita passata diventa un pa-
esaggio immaginario dal quale lei emerge senza legami familiari, libera e indipendente come vorrebbe sentirsi e come vuole presentarsi agli altri. Si costruisce una sua quotidianità e un amore, è manipolatrice ed esigente, appassionata e fragile al contempo, si sente forte e cammina sul crinale di un burrone. « Ah! L’égoïsme infini de l’adolescence » scriveva Rimbaud, uno dei tanti poeti preferiti di Annabella, che nei libri e nello studio che persegue con dedizione, trova pace, spinta dall’ambizione di diventare insegnante, forse scrittrice e dalla voglia di affrancarsi dal suo passato. Ma la morte improvvisa di suo padre in un misterioso incidente di lavoro in Camerun a Douala, la riporta alla realtà: la salma deve venire rimpatriata, ci vogliono quei soldi che Annabella non ha.
Ma come è morto suo padre? Per chi stava lavorando? Bisogna indagare, dare delle risposte: alla burocrazia di entrambi i Paesi; alla famiglia del padre che vive in Francia e che lei ha a lungo ignorato. La storia di Rimpatrio
inizia qui, quando tutti i nodi vengono al pettine e Annabella non sa a chi chiedere aiuto perché nel suo mondo di menzogne lei ha «ucciso» suo padre molto tempo prima. Inizia con una discesa all’inferno, quello dei bugiardi e dei traditori, accompagnata da una serie di flashback che portano alla luce il suo passato: il viso di sua madre che esce dalla sua vita, quello di suo padre, una volta tanto amato, che lei ha cercato di cancellare, così come
nell’edulcorazione dell’ultima riga del romanzo: «C’è un nuovo sogno») o infelici («A Milano, durante un aperitivo è saltato fuori che tutti, eravamo una decina, eravamo in terapia»; «Usammo i bagni nella hall – la stanza ormai non potevamo più usarla»); immagini improbabili («Il cielo azzurro e compatto pareva di vetro, il sole galleggiava sopra la mia testa con una certa soddisfazione»); riferimenti metanarrativi al ribasso («È molto triste, lo so, ma questa storia fa pure ridere, ve lo prometto»). Ecco, Insolia sembra presupporre un lettore modello incapace di autonomia interpretativa, e quindi da prendere per mano: «È il momento di dircelo, maschi: fare pipì in piedi non ha senso»; «Ci avviammo verso quella zona, ma – se siete stati all’Ikea sapete come funziona – per farlo ci toccò attraversare l’intero negozio». Niccolò Ammaniti è da sempre uno scrittore programmaticamente antiideologico che fa quello che sa fare –cioè raccontare storie adottando un punto di vista che regredisce all’infanzia – senza troppe ambizioni didascaliche, ed è proprio per questo che spesso sa cogliere meglio di altri qualcosa dei tempi che corrono. Mattia Insolia sembra invece azzardare, attraverso il suo personaggio-coetaneo, il velleitario affresco di una generazione di trentenni disillusi, che fatica tuttavia a superare qualche frase generica («Siamo la generazione più inculata della storia») e si spegne mestamente su un paio di verità a buon mercato («L’amore ha questo potere: rendere tutto il nulla e nullificare il tutto»; «L’amore vero non finisce mai»).
Bibliografia:
Niccolò Ammaniti, Il custode, Einaudi, 2026
Mattia Insolia, La vita giovane, Mondadori, 2026
Immagine di copertina del romanzo Rimpatrio di Ève Guerra, edizione italiana. (Gramma Feltrinelli)
i giorni felici con loro. E il racconto si colora di personaggi: i suoi compagni di scuola in Camerun, i vicini di sua nonna in Francia, persone sfiorate nel passato di qua e di là dall’oceano che non l’hanno dimenticata.
Le pagine si animano di annotazioni buffe e ironiche, si trasformano in sequenze cinematografiche, in scorci esotici di una geografia umana complessa, evocata dal telefono –«L’avvocato Wellbon parla con vo-
ce africana, quella dei bianchi che si dice non torneranno più a casa, voce bassa di sigarette vendute per strada» – della quale faceva parte anche suo padre come pure molti dei genitori dei suoi amici. Man mano che si avanza nella storia, si aprono squarci inattesi di vita vissuta dove si mescolano commedia e sofferenza, senso di colpa e arroganza, giudizi inappellabili e decisioni irremovibili tipiche dei vent’anni.
Ève Guerra costruisce con abilità il suo romanzo spigolando tra cinema e letteratura, ma la forma, così caparbiamente cercata, non soffoca l’emozione, anzi ne rende tutte le sfumature talmente vivide da suscitare la complicità del lettore, irretito dalla narrazione e da quella rabbia e quel dolore della gioventù, che nessuno dimentica. Ève Guerra è nata in Congo e oggi insegna francese, latino e greco antico alle scuole superiori.
Questo olio speziato con aglio croccante è il topping perfetto per piatti asiatici e può fare molto di più
Testo: Angela Obrist
Che sapore ha
L’olio è aromatizzato al peperoncino e contiene aglio fritto. Ha un gusto speziato e piccante; l’aglio dona inoltre una piacevole croccantezza.
c o n m acin ccante p iccante
Già pronto alla Migros
I wan tan, ravioli in stile asiatico, sono farciti con carne macinata e serviti con olio speziato piccante. Con il prodotto pronto Crunchy Garlic in olio al peperoncino della Migros, questo piatto si prepara in un attimo.
La ricetta:
Il tocco speziato
Con bowl asiatiche, piatti di noodles o riso, porta in tavola una ciotolina con l’olio per insaporire a piacere.
Come si usa
Tradizionalmente l’olio al peperoncino viene utilizzato come condimento per piatti già pronti e non cucinato insieme agli ingredienti. Basta versarne un filo a piacere.
Con i ravioli
L’olio speziato dona una nota croccante a dumpling asiatici come gyoza, dim sum o momos.
Un vero tuttofare
Da dove proviene
Gli oli piccanti con ingredienti croccanti hanno una lunga tradizione nelle cucine regionali cinesi. Sono apprezzati anche nella cucina giapponese e del Sud Est asiatico. A seconda della regione cambiano ricette e ingredienti: i fiocchi di peperoncino sono indispensabili, mentre per la croccantezza si usano ad esempio arachidi, semi di sesamo o soia.
Un cucchiaio dà carattere anche a un hamburger, a tortillas messicane o a uova al tegamino. Oppure perché non provarlo in una vinaigrette croccante e speziata per l'insalata?
Nella zuppa
Con l’olio al peperoncino, ognuno può insaporire la propria zuppa di udon o ramen secondo il proprio gusto.
Consigli per cucinare con il Crunchy Garlic in olio al peperoncino
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Fotografia ◆ Da Ventimiglia a Trieste, e poi oltre, il reportage firmato da Paolo Di Paolo e Pier Paolo Pasolini nel 1959
Giovanni Medolago
Nella primavera del 1959, Paolo Di Paolo è un ancor giovane fotografo di 34 anni che si sta affermando. Nell’Italia del boom economico nascono alcune riviste che, strizzando l’occhio alla statunitense «Life», puntano parecchio sull’apparato fotografico. «Però ho cominciato a fotografare – confessa con un gioco di parole – da dilettante, cioè per diletto!».
All’inizio degli Anni Cinquanta ha già una discreta esperienza e collabora con diverse pubblicazioni: «La Settimana Incom illustrata» diretta da Luigi Barzini Jr., da non confondere con il quasi omonimo «Cinegiornale», proiettato per decenni in tutte le sale italiane prima del film in cartellone. Tra le sue varie collaborazioni, tuttavia, la più importante è certo quella con l’ormai mitico «Il Mondo», di Mario Pannunzio. «Le fotografie adatte a quel settimanale dovevano essere attuali – chiarirà nel 2005 – ma non di cronaca spicciola. Dovevano restare valide nel tempo, risultare non databili». Coglie così bene i desiderata di editori e direttori che, nel corso degli anni, «Il Mondo» pubblicherà ben 573 sue fotografie!
Nella stagione della Dolce vita, della Hollywood sul Tevere, quando imperversano i paparazzi, «lui si defila – annota Giovanna Calvenzi – scegliendo di rispettare la privacy. Chie-
gi che vorrebbe ritrarre legami di rispetto e collaborazione». Un’empatia che sovente sfocia in una lunga e bella amicizia.
È con queste credenziali che, in quel lontano ’59, Di Paolo sale in treno da Roma a Milano per proporre una sua idea: un reportage da Ventimiglia a Trieste che testimoniasse dei cambiamenti repentini intervenuti nel Bel Paese, con gli italiani in Lambretta o in 500 che partivano per le vacanze. L’idea piacque molto al direttore del mensile «Successo» (testata oggi naturalmente scomparsa), Arturo Tofanelli; il quale pose tuttavia una condizione: i testi del reportage andranno firmati da Pier Paolo Pasolini. Su quest’ultimo il direttore dimostra il suo buon fiuto, profetizzando – ricordiamo che siamo nel 1959: «Tra qualche anno sarà il più grande scrittore/ poeta della nostra epoca. È l’intellettuale emergente più interessante dello scenario culturale italiano».
Di Paolo accettò di condividere con PPP il viaggio/inchiesta con qualche riserva: lui voleva documentare la spensieratezza, la gioia nei volti e negli occhi di chi scopriva paradisi quali Portofino e la Versilia, Forte dei Marmi e Santa Margherita Ligure. Temeva che lo scrittore volesse invece innescare un’altra polemica, andando una volta ancora controcorrente
zi: la loro avventura non si concluse sul tragitto Ventimiglia-Trieste, bensì si prolungò dal Tirreno all’Adriatico passando per lo Ionio.
Di Paolo sorprende PPP citandogli i versi di Rilke e parlandogli della sua amicizia col filosofo Lucio Colletti. Lo scrittore trova pane per i suoi denti e nasce così una solida amicizia. Di Paolo fu altresì fotografo di scena sul set di Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo nel biennio 1962/64.
olo Di Paolo, poco più che quarantenne, abbandona la fotografia e torna serenamente, seppur con qualche rammarico, agli studi di storia e filosofia. Il suo archivio, oltre 200mila negativi!, resta dimenticato in cantina per quasi mezzo secolo, sino a quando viene ritrovato dalla figlia Silvia, miracolosamente ben conservato.
La lunga strada di sabbia è il titolo (lo stesso peraltro del libro pubblicato da Guanda nel 2017 con i testi di
olo-Pasolini pubblicato da teNeues. Oltre duecento immagini selezionate da Silvia Di Paolo e accompagnate, accanto alle note del fotografo e di Giovanna Calvenzi, anche da un saggio del fotografo Bruce Weber. Il lavoro dei due improbabili complici, scrive, «celebra i motivi per cui mi sono innamorato dell’Italia».
Bibliografia
Silvia Di Paolo, La Lunga Strada
Sorrento, 1959. Vacanze italiane sulla terrazza panoramica di un hotel
Come tutti i pomeriggi, alle quattro sono al solito bar, al solito tavolino.
Chiedo alla ragazza dai capelli rosa –anche lei è lì tutti i pomeriggi – una bottiglietta d’acqua, un caffè, e un pezzo di focaccia.
Come tutti i pomeriggi, tiro fuori un libro e mi metto a leggere. Isa mi porta l’acqua, il caffè e il pezzo di focaccia: «Grazie», dico. «Rotto qualche collo interessante, ieri sera?».
Isa fa judo – alle sei esce dal bar e va in palestra –, e questa è la domanda di rito: «Due o tre», dice. «E lei? Cosa legge di bello, oggi?».
Anche questa è una domanda di rito. «Novelle esemplari, di Miguel de Cervantes», dico. Lo alzo per mostrarglielo.
Isa sbircia. «Che edizione elegante», dice.
«In realtà è un’edizione supereconomica», dico. «Ma del ’56, quando i libri li facevano come si deve».
«Quindi ha settant’anni giu-
Il fattore umano
Chi ha l’abitudine di controllare regolarmente le classifiche musicali, negli ultimi giorni non avrà potuto fare a meno di notare un fenomeno singolare quanto sorprendente: ovvero, l’inaspettato ritorno in vetta alle chart di un album risalente a oltre quarant’anni fa – lo storico Thriller, a firma del Re del Pop, il compianto e indimenticato Michael Jackson. Un flashback che si deve interamente al vertiginoso successo del film biografico Michael, da poco giunto nelle nostre sale e già dimostratosi un vero e proprio fenomeno da botteghino, avendo incassato quasi 220 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione mondiale; e in effetti, il grande riscontro di pubblico dell’opera di Antoine Fuqua, animata da un eccezionale Jaafar Jackson nei panni del celeberrimo zio, non fa che confermare, una volta di più,
Xenia
sti», dice Isa. «Quattro più di me», dico. Isa sorride. «E lei lo legge per ricordare i bei tempi della sua gioventù?».
«Per carità», dico. «Cervantes scrisse le Novelle esemplari nel 1613». «Caspita», dice Isa. «quattrocento anni fa».
«Quattrocentotredici, a essere precisi», dico.
«Ma, mi scusi», dice Isa, «come fa un libro di quattrocentotredici anni fa a essere ancora interessante?».
«E perché non dovrebbe esserlo?», dico.
«Ma», dice Isa, «io ogni tanto leggo, lo sa, prendo qualche libro, cerco delle storie che riguardino il mondo in cui vivo, le persone della mia età. Magari, ecco, persone di altri Paesi, che non conosco, e che così mi piace conoscere un po’».
«Il suo è un criterio sensato», dico. «Io ne ho un altro».
«E cioè?», dice Isa.
l’attuale fascino rivestito dai cosiddetti biopic, film hollywoodiani ad alto budget che narrano della vita e delle imprese di grandi star, perlopiù protagoniste della scena musicale internazionale. Così, di recente sono stati in molti a domandarsi quali possano essere le reali motivazioni dietro il successo pressoché unanime che, nell’arco degli ultimi anni, questo tipo di prodotto ha riscosso; un successo, in effetti, trasversale, che travalica qualsiasi distinzione anagrafica, culturale o censitaria per coinvolgere la maggioranza del pubblico. All’interno di tale analisi, uno dei fattori cruciali sembra da ricercarsi nel particolare sguardo narrativo prediletto da questi film, tutti accomunati dalla scelta di abbandonare la consueta, tradizionale narrazione cronologica per concentrarsi piuttosto su specifici aspetti, a caval-
Il turno del signor Tian
Il signor Tian è sulla cinquantina –minuto, asciutto, coi capelli neri e gli occhiali da miope. Nato poverissimo, espatriato illegalmente, ha lavorato come uno schiavo in Italia, senza tregua. Prima in un capannone a cucire vestiti fra macchinari assordanti, poi in un magazzino a sigillare scatoloni per le spedizioni della merce. Non usciva mai, non conosceva una parola di italiano, né gli serviva. Dopo qualche anno si è affrancato dai debiti contratti coi suoi «padroni», e questi l’hanno introdotto nella cucina di un ristorante cantonese; essendo troppo abile per restare sguattero, è presto passato in sala. Da cameriere, ormai guadagnava abbastanza per sposarsi. Così è tornato per la prima volta in Cina, a prendere moglie. Quando gli hanno proposto di gestire un ristorante al nord, si è trasferito a Venezia. Gli è sembrata la città ideale per far crescere i due fi-
«A me interessa la bellezza di un libro», dico. «Che riguardi cose vicino o lontane, del mio tempo o di tempi antichi, non mi importa molto. Anzi, direi niente».
«La bellezza», dice Isa. «Sì», dico.
«E che cos’è la bellezza?», dice Isa. «Oh, be’», dico. «Lei sa distinguere un bell’uomo da un uomo brutto, no?». «Se vuole farsi dire che è un bell’uomo», dice Isa, «sappia che tendo a non mentire».
«Ma no, ma no», dico. «Il mio è solo un esempio». «Comunque sì», dice Isa, «so riconoscere un bell’uomo».
«A prima vista?», dico. «A primissima vista», dice Isa. «E saprebbe dire che cos’è che fa sì che un uomo sia bello?», dico.
Isa ci pensa su. «Onestamente no», dice. «È un istinto. È una cosa che so da sempre». «È così anche per i libri», dico.
di Giulio Mozzi
«Bisogna averci l’istinto», dice Isa. «Lei ce l’ha?».
«Sono un professionista», dico. «Un tombeur de livres?», dice Isa. Ridiamo. «Comunque», dico, «qui volevo arrivare, un bell’uomo è un bell’uomo anche se è morto». «Non capisco», dice Isa. «Le faccio vedere», dico. Prendo il telefono. Cerco una foto di Paul Newman. «Questo è un bell’uomo?», dico. «Non è il mio tipo», dice Isa. «Ma sì, è un bell’uomo. Chi è?». «Paul Newman, un attore», dico. «È morto nel 2008».
«Allora non m’interessa», dice Isa. «In che senso non le interessa?», dico. «È morto», dice Isa. «Cosa potrei farci? Niente. Posso immaginare qualcosa, guardandolo? No. Posso sperare di conoscerlo? No».
«Potrebbe capitarle di vedere un suo film», dico.
«Io non guardo i film con gli atto-
ri morti», dice Isa. «Mi mettono tristezza».
«Ma così», dico, «rinuncia a un sacco di bei film».
«Guardi», dice Isa, «l’altra sera il mio ragazzo mi ha fatto guardare un film con delle scene di sesso». «Si ricorda che film era?», dico. «Ultimo tango», dice Isa. «Abbastanza noioso».
«Sono d’accordo», dico. «E allora», dice Isa, «nel bel mezzo di una scena che non le dico, anche perché se l’ha visto lei ci arriverà da solo, il mio ragazzo mi ha detto che tutti e due gli attori, sia lui sia lei, sono morti».
«Lei piuttosto giovane, peraltro», dico.
«E io mi sono gelata», dice Isa. «In che senso?», dico. «Ma lei, scusi», dice Isa, «sarebbe capace di eccitarsi guardando due cadaveri che fanno sesso? Sarà mica un perverso?».
lo tra psicologia e introspezione, del vissuto dei protagonisti – il che permette agli spettatori di provare sincera empatia nei loro confronti. Per fare un esempio, un classico moderno quale Bohemian Rhapsody (2018) ha imperniato il racconto soprattutto sul legame di Freddie Mercury con l’amica di una vita, Mary Austin, e sul momento in cui l’impietosa e fatale diagnosi di infezione da HIV gli sconvolse la vita; nel caso di Michael, invece, l’intera vicenda è filtrata attraverso la lente del burrascoso rapporto di Jackson con la famiglia d’origine, nello specifico con la tirannica figura del padre-padrone Joseph, e su come egli sia infine riuscito a liberarsene per divenire la più grande rockstar di tutti i tempi. Non solo: un altro elemento fondamentale nel crescente successo di questo genere cinematografico sembra
essere rappresentato dal cosiddetto «effetto nostalgia», il cui appeal non è forse mai stato avvertito tanto quanto nell’attuale periodo storico, nel quale l’estrema instabilità geopolitica ed economica porta le persone a rimpiangere, a torto o ragione, i decenni passati – magari l’epoca d’oro della propria infanzia o giovinezza, ulteriormente esaltata e valorizzata dalle gesta rievocate da astuti registi. Eppure, sebbene tutti questi elementi abbiano senz’altro il loro peso, basta analizzare con attenzione questo recentissimo Michael per rendersi conto di come la maggiore attrattiva dei biopic, perlomeno di quelli meglio realizzati e più appassionanti, risieda forse in un dettaglio più profondo: ovvero, in quello che Graham Greene definiva «il fattore umano» – qualcosa che ci accomuna tutti, non importa quanto in alto noi si possa arrivare
nell’arco della nostra esistenza terrena. Poiché la lotta quotidiana contro le avversità della vita fa sì che nessuno sia immune dal dolore o dalla disillusione, seguire la star di turno attraverso le sue tribolazioni e fatiche contribuisce a fare dell’esperienza umana il collante necessario all’identificazione con un modello reale, in contrasto con la maggior parte degli irreali blockbuster moderni a base di supereroi e agenti segreti. Forse, in fondo, ciò che noi tutti davvero desideriamo è semplicemente il senso di comunanza: perché la stessa, intima esperienza che permette di scoprire come anche i nostri idoli siano, infine, umani – e, come tali, soggetti a tutte le difficoltà del caso – ci consente anche di «annullare» l’implicita distanza tra noi e l’altro, chiunque egli sia, per sperimentare così un rinnovato, condiviso senso di umanità.
gli che nel frattempo gli erano nati, e si è fermato in Laguna. La mattina, sceso dal regionale, camminando verso il ristorante percorreva una fondamenta poco frequentata, in un sestiere un tempo abitato dagli operai di Porto Marghera. Passava davanti a un bar decrepito, coi pannelli di rivestimento della sala tutti graffiati. Spesso vuoto: la zona non era turistica, né di passaggio. Prendeva il caffè, prima di prendere servizio. Retrogusto amaro e velenoso: pure la macchina aveva bisogno di essere cambiata. Oltre la vetrina sciabordava il rio, e il luccichio dell’acqua lo incantava. Insomma, un colpo al cuore.
La padrona dietro la cassa, un’indigena attempata, non ne poteva più. I figli si erano laureati, non volevano lavorare al bar. Tian si è fatto prestare il denaro, e lo ha comprato. I veneziani all’inizio non volevano prendere il caffè da un cinese, ma poi si sono abituati.
Affari pochi. Tian penava per ripagare il debito. Poi però il palazzo gotico di fronte è stato ristrutturato, ed è diventato un hotel a 4 stelle, e quello rinascimentale di là dal ponte a 5 plus. Le scrostate casine a due piani della calle tutte trasformate in b&b. I tavolini sul rio attiravano più turisti che veneziani. Anno dopo anno, questi scomparsi, gli altri moltiplicati. Affari ottimi, ormai il signor Tian era più che benestante.
I turisti però sono come i cavalli per i tafani. Sciami di borseggiatori e ladri professionisti li seguono ovunque vadano. Tian ha esperienza, li riconosce a occhiata. Le donne hanno lunghi capelli neri, pance gravide (autentiche o meno), scarpe griffate taroccate per mimetizzarsi fra le turiste vere. Le scaccia se le sorprende ad aggirarsi fra i tavolini, in attesa dell’attimo in cui carpire lo smartphone del cliente distratto, o la
borsa, incautamente appesa alla sedia. Tian vigila sui suoi turisti, ma spesso deve consolare piangenti studentesse americane, pensionati brasiliani derubati del passaporto, coreane scioccate che un luogo tanto bello sia pure così crudele.
La battaglia – che non è solo fra legalità e crimine, o fra genti diverse – è impari. Finché un mattino sorprende una ragazza con le dita nel marsupio di una turista giapponese. Urla. La giapponese afferra la ragazza, che si divincola e poi, visto che il sopraggiunto Tian la trattiene per i capelli, chiama aiuto. La ragazza infatti lavora per adulti privi di misericordia. Che lo circondano e lo tempestano di calci e pugni. Perché diavolo si mette in mezzo? Non rubano mica a lui.
Il signor Tian viene prelevato dalla barca-ambulanza e depositato al pronto soccorso col braccio livido di morsi, gli occhi tumefatti, polso rot-
to e commozione cerebrale. La cliente giapponese ha lasciato la mancia. I datori di lavoro della ladra si sono dileguati all’arrivo degli agenti. La minorenne viene affidata a una comunità, da cui fugge l’indomani. Un caso di cronaca da poche righe sul giornale locale. Il signor Tian torna subito al lavoro – pesto, fasciato, ingessato. Pure la ladra: avvistata mentre scendeva dal suo stesso treno, e già di nuovo flagello nelle calli e nei negozi. Onesti si nasce o si diventa?, mi chiedo. È un fatto di cultura, di mentalità, o di opportunità? Perché Tian ce l’ha fatta, e la ragazza vagherà fra comunità, carcere, figli, furti, irretita da fili che non saprà o potrà tagliare? Il signor Tian non si rassegna all’impunità, e rimane inflessibile. Vigila sempre sui suoi clienti. Ha un’unica soddisfazione. I borseggiatori non riescono mai a fregare i turisti cinesi.
di Melania Mazzucco
di Benedicta Froelich
GUSTO
Salmone
alla griglia su pomodori
Piatto principale per 4 persone
4 filetti di salmone con la pelle da ca.
200 g l’uno 4 cucchiai d’olio d’oliva
4 pomodori
1 cipolla rossa
2 cucchiai d’aceto
1 limetta sale pepe
1 mazzetto di coriandolo
1. Scalda il grill a 220°C. Spennella il salmone con un po’ d’olio.
2. Bolli l’acqua. Intaglia a croce la parte superiore dei pomodori. Sbollentali per 1 minuto nell’acqua. Estraili dall’acqua con una schiumarola e passali sotto l’acqua fredda. Rimuovi la pelle.
3. Taglia i pomodori a fette sottili e la cipolla a spicchi sottili. Mescola l’olio restante con l’aceto. Taglia la limetta a spicchi.
4. Condisci il salmone con sale e pepe, poi griglialo a fuoco diretto dalla parte della pelle per 5 minuti. Prosegui per 6 minuti a fuoco indiretto. A fine cottura, il salmone al centro deve risultare ancora traslucido.
5. Metti le fette di pomodoro e le cipolle nei piatti. Condisci con la salsa all’olio, sale e pepe. Accomoda sopra il salmone e gli spicchi di limetta. Cospargi con il coriandolo e servi.
Pesce alla griglia
Orata, salmone o trota? Abbiamo ricette adatte per valorizzarlo E un professionista ci svela quali pesci e frutti di mare sono i più adatti per questa cottura
Testo: Claudia Schmidt
Qui puoi scaricare l’app Migusto
Peperonata con tonno
alla griglia
Una saporita peperonata multicolore con tonno alla griglia e uno spicchio di limetta: un piatto forte estivo leggero e leggiadro.
Trancio di salmone marinato al sesamo
Ricetta per il salmone alla griglia: i tranci di salmone sono serviti con un topping al sesamo a base di semi di sesamo tostati, cipollotti e limone.
«Trote e orate
sono ideali per la griglia»
Ekkaphan «Beng» Thaokruamat (36 anni) del banco pesce della Migros a Limmatplatz a Zurigo fornisce consigli su quali pesci sono particolarmente adatti per essere cucinati alla griglia
Signor Thaokruamat, quali sono i pesci migliori per la cottura alla griglia?
Tra i pesci interi direi l’orata e la trota. Come tutti gli altri pesci, li vendiamo squamati ed eviscerati.
E per quanto riguarda i filetti e i frutti di mare?
È consigliabile utilizzare solo filetti di pesce con la pelle e grigliarli dalla parte della pelle stessa. E non girarli mai. Il salmone, per esempio, è una buona scelta. I filetti senza pelle si attaccano facilmente e poi si sfaldano. Se si vogliono mettere questi filetti sulla griglia, non si può fare a meno della carta stagnola; tra i frutti di mare, consiglio di usare invece i gamberi nel loro guscio, il polpo o le capesante. Ma naturalmente è possibile preparare uno spiedino anche con i gamberetti sgusciati: noi lo facciamo spesso.
Quanto pesce devo acquistare per persona per grigliata?
Circa 180-200 grammi a persona se si tratta di filetti o frutti di mare. Nel caso di pesci interi come l’orata, bisogna sempre tenere conto della testa e della pinna caudale. Per l’orata calcolerei un pesce a persona.
Che cosa è particolarmente apprezzato dai clienti?
La nostra marinata al limone. Su richiesta possiamo marinare il pesce.
Posso acquistare anche quantità maggiori di pesce se sto organizzando una festa?
Sì, ma per quantità maggiori è necessario preordinare al banco con due giorni di anticipo. Lo stesso vale prima dei giorni festivi o se si ha bisogno di un pesce più grande.
Tranci di salmone con rosmarino Migros
100 g Fr. 3.–
Trota 1 pezzo Prezzo del giorno
Trota alle erbe con pancetta
Farcite di prezzemolo, timo, aglio e limone, insaporite con una marinata mediterranea e avvolte nella pancetta, queste trote grigliate sono ricche di sapori.
Spiedini di salmone e gamberi
In padella o sulla griglia in estate, gli spiedini di salmone e gamberi con avocado ricordano le vacanze in Spagna e i ristorantini in riva al mare.
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Barrette
TEMPO LIBERO
Una tappa narrativa del Giro d’Italia
Mentre la strada risale la Leventina fino a raggiungere Carì, un ginocchio contrariato trasforma la pedalata in discussione
Pagina 33
Un antipasto coi fiocchi
Che sia dolce o salato, è a base di nettarine, lamponi, pomodori e una bella e buona burrata che rende tutto ancora più squisito
Pagina 34
A un soffio dal suolo
Inattese pareti in fiore
Akebia orientali al cioccolato, clematidi invernali, gelsomini tibetani dai petali rosa e astri rampicanti quasi sconosciuti
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Adrenalina ◆ Il bernese Patrick von Känel racconta la sua passione per il parapendio e le sfide sempre più audaci, ma anche il suo legame sempre più radicato con il Ticino
Il pelo sullo stomaco, almeno in senso figurato, non gli manca proprio. Perché per fare le acrobazie che è solito fare, per pochi intrepidi, ce ne vuole davvero parecchio. Come quella volta che ha deciso di attraversare da parte a parte un tunnel… in volo con il suo parapendio. O quell’altra volta che si è buttato a capofitto da uno strapiombo che solo a guardarlo avrebbe fatto correre i brividi lungo la schiena pure ai più impavidi.
Certo, nel momento di passare all’atto pratico, un po’ di paura sarà venuta pure a lui. Anche a Patrick von Känel saranno venute le gambe molli tipiche di chi sta combattendo con quella vocina interiore che ti invita alla prudenza, prefigurando tutta una serie di rischi. Il 31enne di Frutigen quella vocina, tuttavia, ha imparato ad assecondarla. O, almeno, ha imparato a convivere con essa, fino a considerarla quasi come un’immancabile compagna di viaggio quando si libra nel cielo con il suo parapendio. Un po’ come quelle volte in cui ad accompagnarlo nel volo – senza troppe acrobazie – è la moglie. Ed è grazie alle origini di quest’ultima, valmaggese, che Patrick ha scoperto il Ticino, rimanendone affascinato, fino al punto da trascorrere gran parte delle sue vacanze in un rustico in Val Bavona.
Patrick von Känel ha attraversato un tunnel in volo a venti centimetri dal suolo dopo quattro anni di preparazione
Non è ovviamente per parlare del suo dolce far niente in Vallemaggia che l’abbiamo incontrato e che ne parliamo in questa puntata di «Adrenalina». Ma per farci raccontare della sua passione, di come è nata e di alcune delle sue imprese più audaci, nonché del suo profondo legame con il Ticino.
Iniziamo dal principio: «Penso che la prima volta che ho volato avrò avuto 14 anni o giù di lì» racconta il bernese. «In Svizzera, ad ogni buon conto, per cominciare a volare occorre avere 16 anni, per cui qui ho cominciato a farlo a quell’età. Dove? Beh, a Frutigen, a due passi dal Lago di Thun, che per antonomasia è una zona molto gettonata per gli appassionati di parapendio».
Dai cieli dell’Oberland Bernese al Ticino il passo è però breve per Patrick von Känel, che nel nostro Cantone ci ha praticamente lasciato il cuore: «Durante una festa ho stretto amicizia con un ticinese, originario della Vallemaggia, che aveva scelto la regione del Lago di Thun per imparare il tedesco. Tra una chiacchiera e l’altra, sia-
mo finiti a parlare di parapendio, e in men che non si dica mi sono trovato in sua compagnia a guardare il Ticino dall’alto. Un paio di mesi più tardi mi sono ritrovato ancora con lui e con altri suoi amici ticinesi appassionati di parapendio».
Una cosa tira l’altra, e dopo gli amici, ecco che nel nostro cantone, e più precisamente in Vallemaggia, per Patrick sboccia anche l’amore, per una ragazza dei Ronchini. «Abbiamo costruito casa a Kandersteg e, complice anche il mio lavoro (Patrick con gli anni ha fatto della sua passione una professione vera e propria, nda), spes-
so – anche quando ho un po’ di tempo libero – con mia moglie e i nostri due figli veniamo volentieri in Ticino, considerato anche che i nostri suoceri vivono lì, magari per trascorrere qualche giorno di relax nel rustico in Val Bavona. Mi piacerebbe venirci più spesso, specie in primavera, che trovo sia forse il periodo più spettacolare anche per unire l’utile al dilettevole e… (ri)scoprire il Ticino visto dall’alto». La primavera porta infatti con sé anche i favori della meteo, ma non solo: «Quando l’aria in quota a sud delle Alpi ha già delle temperature gradevoli, è la stagione perfetta per volare
nei vostri cieli, anche perché le creste più alte sono ancora imbiancate dalla neve, cosa che rende il tutto se possibile ancora più magico. Non mi dimentico mai dell’emozione che provavo durante i primi voli sopra il Locarnese: restavo quasi sempre a bocca aperta dalla bellezza del panorama; c’è davvero molto da vedere e ammirare. Le Centovalli, ad esempio, sono un quadro davvero incantevole: un territorio disseminato di alberi e acqua. Un trionfo della natura, ma anche impegnativo da volare, perché lì sono pochissimi i punti in cui si può pianificare un atterraggio. Un aspetto che prima, quando ero abituato a volare dalle mie parti, non avevo considerato a fondo, ma che ho imparato praticamente subito a tenere in considerazione quando sono venuto a farlo in Ticino… In estate, quando la temperatura in quota sale di qualche grado in più, è bello volare in regioni come l’Oberland Bernese, dove le montagne sono un po’ più alte rispetto al versante sudalpino».
Quando non lo pratica per hobby o per professione, Patrick von Känel il parapendio lo pratica per andare alla ricerca del brivido, dell’emozione. «Sì, a volte partecipo a qualche evento particolare o a qualche gara, specie quelle regionali, nelle Alpi bernesi: è sempre emozionante misurarsi con altri atleti
nei cieli che conosci bene. Però il parapendio è anche uno sport in continua evoluzione: la competizione si fa man mano più intensa e impegnativa, per energie e per tempo. È un po’ come se da una volta all’altra l’asticella si alzasse di una tacchetta».
Qual è allora il progetto più estremo in cui si è mai cimentato? «Bella domanda! Ne ho fatti così tanti che c’è l’imbarazzo della scelta. Così di prim’acchito mi viene in mente l’attraversamento di un tunnel di 152 metri, percorso volando a venti centimetri dal suolo (e valsogli tra l’altro il nuovo record mondiale per questo genere d’impresa, nda). L’ho fatto nel 2024, ma l’intero progetto è durato circa quattro anni, tra scelta del tunnel adatto, l’allestimento della strategia di volo e le relative prove. All’inizio si era pensato di farlo in Svizzera, ma nessuna delle gallerie che avevamo preso in considerazione si prestava al caso. Abbiamo dunque allargato il campo delle ricerche, trovando il tunnel giusto in Trentino». Qualcosa, nel… calderone volante di Patrick von Känel bolle però anche nei cieli ticinesi. Il bernese sta infatti lavorando a un progetto ancora più spettacolare che dovrebbe avere come location una
il
delle vallate del Locarnese: sarà
caso di tenere il naso e gli occhi all’insù!
Moreno Invernizzi
Patrick von Känel. (Red Bull Media House)
Gli articoli
L’arte dell’equilibrio lungo le rampe leventinesi
Taccuino sportivo ◆ Reportage: abbiamo affrontato anche noi la tappa del Giro d’Italia da Bellinzona a Carì
Andrea Fazioli
Sento un dolore al ginocchio.
Forse sarei dovuto restare a casa? Provo il percorso della sedicesima tappa del Giro d’Italia di martedì 26 maggio, da Bellinzona a Carì. Sono pronto e allenato, ma purtroppo da qualche giorno il ginocchio ha deciso di scioperare.
Sei solo un ginocchio, gli dico. Non puoi prendere il controllo.
Ginocchio: «Non posso? Voglio vedere come te la cavi senza di me…».
Io: «Ho un altro ginocchio».
G.: «Quello è il sinistro. Non c’è da fidarsi».
Io: «Sei irrispettoso. E comunque il resto funziona: gambe, cuore, polmoni»
G.: «E la testa?»
Io: «La testa? Cosa ne sai tu, che sei un ginocchio?»
Lui non risponde, ma ormai ha seminato il dubbio. Ci penso mentre mi vesto, mentre infilo le barrette e il taccuino in tasca, poi mentre parto da Bellinzona.
Per un professionista questa è una tappa come tante. Una «frazione brevissima di soli 113 chilometri», con tremila metri di dislivello, che «potrebbe far male a chi non ha recuperato nel giorno di riposo» (La guida del Giro, «Bicisport», maggio 2026). Per me, invece, diventa metafora di altro: ferita, ricerca, speranza. Troppe cose, direbbe il mio ginocchio. Pensa a pedalare e basta.
Con un ginocchio in sciopero, pedalare in salita significa mettere in equilibrio corpo, pensiero e paesaggio
Abito a Bellinzona e trascorro le estati a Rossura, vicino a Carì. Percorro queste strade in bici dall’età di quindici anni e oggi sono ancora qui, con la mia fida BMC bianca. «Bicisport» avvisa che «nel finale si sale su in modo “secco”». Apprezzo la concretezza del verbo pronominale «salire su», che rende il tutto più impervio, ma non ho bisogno di spiegazioni. Anche perché la salita più dura non sarà una faccenda di muscoli, bensì di memoria. Che ne è stato dell’Andrea quindicenne, dei suoi stupori e dei suoi sogni ostinati? Per fortuna le domande svaniscono come fantasmi dopo i primi chilometri. Ecco l’utilità della bicicletta: è uno strumento per trovare l’equilibrio. Ogni tanto me ne dimentico, ma è evidente. Senza equilibrio, come facciamo ad avanzare? E senza avanzare, come facciamo a stare in equilibrio?
A differenza dei professionisti, seguo le vie secondarie in mezzo ai campi. Oltrepasso Claro, Cresciano, Osogna. Il ginocchio tace e io mi concentro nel puro gesto della pedalata. È un pomeriggio nuvoloso. Non sono io a portare la bici, mi limito ad assecondarne il movimento, come se fosse un cavallo, un mustang selvaggio nella prateria. Senza esagerare, che poi il ginocchio brontola.
La tappa prevede un circuito in valle di Blenio per poi tornare a Biasca e proseguire lungo la Leventina. È un percorso che di solito faccio al contrario, salendo verso Leontica prima di scendere a Ponto Valentino. Stavolta invece imbocco la via che porta al Lucomagno. Sono strade diritte, poco pendenti.
Una parte della mia attenzione è rivolta alla guida. Un’altra è immersa nel mondo: il vento che soffia da nord, il verde delle montagne, lo scintillio
dei vetri alle finestre. L’autore francese Paul Fourniel lo riassume bene: «Essere nel paesaggio, nel suo calore, nella pioggia, nel vento, significa vederlo con altri occhi, assorbirlo in modo istintivo e profondo». Afferro al volo qualche dettaglio: lo sguardo di una mucca, l’odore del fieno, il frullare delle ali di un codirosso o una frase in dialetto al tavolino di un’osteria. Osservo a lungo il triangolo appuntito del pizzo Sosto. «L’occhio deve andare all’essenziale, stare all’erta se vuole cogliere un aneddoto, un po’ di bellezza fuggitiva, di fascino passeggero» (P. Fourniel, Io e la bicicletta, alvento, 2023).
La bellezza è sempre «fuggitiva». Ecco perché il viaggio è anche una ferita: la strada mi riconduce all’infanzia, a ciò che ne rimane. Il sentimento del tempo mi accompagna nella salita verso Leontica, nella ricerca di un ritmo, di una costante. Lo diceva già Frances Willard nel 1895: si tratta di «sviluppare un equilibrio di pensiero e
azione». Questa pioniera sapeva ancora meravigliarsi a cinquant’anni del fatto che il piccolo prodigio di acciaio (nel suo caso) o di carbonio (nel mio) non rovinasse al suolo. Dopo avere imparato a pedalare con grandi sforzi, Willard riconobbe che il velocipede è «il mezzo più straordinario, ingegnoso e ispiratore che sia mai stato concepito su questo pianeta» (in Dell’andare in bicicletta e altre divagazioni, a cura di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, ediciclo, 2020). Le vocali si fanno acute: sono in arrivo le «i» faticose di Giornico, di Faido, di Carì (con il respiro mozzato!).
Sull’ultimo tratto della Biaschina mi alzo sui pedali, poi mi fermo per un momento sotto il cavalcavia. Mi viene in mente, in tutt’altro contesto, un personaggio strambo di Gesualdo Bufalino. Si chiamava Biagio Re. Alto, dinoccolato, lo sguardo un po’ fisso, chiedeva a tutti: «“Comu tieninu i palazzi?” («Come fanno i palazzi a stare in piedi?»), turbato da que-
sta poco credibile cosa: che solo essi durassero in piedi in un universo così visibilmente destinato a tremare, a spaccarsi, a scoscendere». Una sera di festa fu sorpreso «tra la folla, mentre guardava, trasecolato, a dieci metri dal suolo, un acrobata volteggiare in bicicletta lungo un invisibile filo sospeso» (in Museo d’ombre, Sellerio, 1982). Anch’io mi sento un acrobata. Ho l’impressione che il filo sospeso del presente mi mantenga fedele a ciò che sono, a ciò che divento. La mente abbandona i pensieri: esiste solo il moto circolare delle gambe, della catena, delle ruote. Dopo Faido sono a casa. Conosco ogni metro di questa ascesa, che da ragazzi chiamavamo «il drago». Qualunque uscita si facesse, al San Gottardo, al Passo della Novena, prima di rientrare a Rossura bisognava arrampicarsi ancora lungo gli ultimi chilometri. Per tornare a casa devi sconfiggere il drago: è così da sempre. Al bivio sopra Faido andavamo a destra; oggi invece vado a sinistra,
verso Calpiogna e i tornanti che portano a Carì. Immagino la folla nel giorno della gara, i ciclisti che salgono al doppio della mia velocità. Il boato. Chissà se dopo si ricorderanno del loro transito fulmineo. Forse no. A me invece sembra di conoscere uno per uno pure i denti di leone a bordo strada. Quante volte sono passato di qui con mio fratello, in silenzio, come se pedalassi di fianco a un altro me stesso. Ma non ha senso contarle: in bici si è sempre quello che il poeta Mario Luzi definiva un «estremo principiante». Da un anfratto della memoria mi arrivano alcuni suoi versi (si vede che ho un calo di zuccheri): «Il termine, la vetta / di quella scoscesa serpentina / ecco, si approssimava, / ormai era vicina». Immaginare l’arrivo «già era beatitudine / concessa / più che al suo desiderio al suo tormento. / Sì, l’immensità, la luce / ma quiete vera ci sarebbe stata?» (Lasciami, non trattenermi, Garzanti, 2009).
G.: «Temo che dovrai rinunciare alla quiete».
Io: «Grazie».
G.: «Per non parlare dell’“immensità” e della “luce”».
Io: «…»
G.: «Ti ricordi che alla fine c’è il pezzo più duro?»
Come potrei dimenticarlo? Tutto cambia e tutto è come sempre: le cappelle votive, il bosco di pini. Il tratto dove spiana e poi di nuovo la strada ripida, il distributore di formaggio, la fontana di Molare. Sull’asfalto, qualche vecchia scritta: il nome di Gino Mäder, giovane talento morto a 23 anni nel 2023; quello di Ferdi Kübler, un campione svizzero che gareggiò fra il 1940 e il 1954. Lontano, il passaggio di un falco. Un gruppo di capre si volta all’unisono, come per salutarmi. Infine, l’ultimo strappo. Sono arrivato? Non lo so nemmeno io.
Non so se stia scrivendo, se stia ancora pedalando o se, per qualche miracolo letterario-ciclistico, stia facendo le due cose insieme. Ma so che sono qui, ora, in equilibrio. Né prima, né dopo: al
momento giusto.
L’ultimo strappo da Molare a Carì; in senso orario: pedalando a Ponto Valentino; in cima alla Biaschina; salendo verso Carì. (Maria Foletti e Giacomo Fazioli). La 16esima tappa del Giro partiva da Bellinzona, andava a Biasca, saliva in valle di Blenio (dove ripeteva due volte un circuito che passava da Aquila e Leontica), tornava a Biasca, imbroccava la Leventina fino a Faido e infine saliva a Carì: 113 km per un dislivello di circa 3000 metri.
Insalata di pomodori con nettarine, lamponi e burrata
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Ingredienti
Antipasto
Ingredienti per 4 persone
600 g circa di pomodori, ad esempio a grappolo o cherry
2 nettarine
100 g di lamponi
4 burratine
½ mazzetto di timo
Salsa per insalata
4 c d’aceto balsamico
di Modena
2 c di miele liquido
100 g di lamponi
4 c d’olio d’oliva
½ cc di sale
pepe
Preparazione
1. Riducete finemente in purea tutti gli ingredienti previsti per la salsa per insalata.
2. Passate la salsa attraverso un colino ed eliminate i semini dei lamponi.
3. Tagliate a fette i pomodori più grossi e dimezzate quelli più piccoli.
4. Tagliate a spicchi le nettarine eliminando il nocciolo mentre le tagliate.
5. Distribuite i pomodori e le nettarine su un piatto da portata.
6. Adagiate i lamponi e le burratine sull’insalata.
7. Guarnite con foglioline di timo strappate, irrorate con la salsa e servite.
Preparazione: circa 25 minuti
Per porzione: circa 18 g di proteine, 32 g di grassi, 26 g di carboidrati, 480 kcal
Iscriviti ora!
Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch
Rampicanti fuori catalogo
Mondoverde ◆ Una selezione di specie meno note per coprire muri, pergolati e facciate, con fioriture insolite e profumi inattesi
Anita Negretti
Se penso ai rampicanti, devo ammettere di essere senza alcun dubbio una fan del gelsomino sempreverde o falso gelsomino, Trachelospermum jasminoides, per via delle sue tante qualità, ma a volte è anche bello andare alla ricerca di vere e proprie chicche vegetali meno note tra quelle in grado di nascondere o ingentilire muri e facciate. Vi garantisco che vi sono alcune piante rampicanti che vale proprio la pena coltivare, allungandole magari fino a rivestire archi o incorniciare portoni e finestre.
La prima che vi propongo è Akebia quinata: predilige zone a mezz’ombra, arriva dall’estremo oriente e fu importata prima negli Stati Uniti, intorno al 1850 e successivamente in Europa, dove viene chiamata in Inghilterra chocolate vine (liana del cioccolato), per via della fragranza dei suoi fiori. Si arrampica in fretta raggiungendo i cinque-sei metri d’altezza, grazie ai fusticini che produce, i quali rimangono sottili e flessuosi anche dopo anni.
Decidua, ha foglie composte da altre cinque foglioline simili alle dita di una mano e fiori numerosi, portati su racemi penduli dal color rosa violaceo, che sbocciano tra maggio e giugno. Sulla stessa pianta si trovano fiori maschili, più piccoli, e femminili, dalle dimensioni maggiori, ma che sono autosterili tra loro; serve quindi piantare due Akebie vici-
ne per permettere l’impollinazione e la comparsa dei frutti. Questi ultimi sono bacche lunghe dieci-quindici centimetri, con buccia dura. Non sono molto conosciuti alle nostre latitudini, ma in altre zone, come il continente asiatico e in particolare in Giappone, sono apprezzati per via della polpa dolce.
È peraltro di gradevole impatto anche la varietà «Alba», che si distingue dalla specie madre per via dei fiori bianchi con le antere violette. Cambiando genere, può essere interessante sapere che ci sono anche delle clematidi insolite, e tra queste vi segnalo una vera e propria perla: Clematis urophylla «Winter Beauty». Rientra nel gruppo non troppo vasto delle piante a fioritura invernale, e ha anche il pregio di essere una sempreverde, per cui è apprezzabile anche in estate. I suoi fiori si schiudono tra dicembre e gennaio, con vistosi petali bianchi e cerosi, riuniti in mazzetti ricadenti. Per averla sempre in splendida forma, trovatele una posizione accanto a un muro, in modo che resti riparata dalle correnti fredde e dal sole cocente. La base di questa pianta rispetta le regole valide per tutte le clematidi: piedi in ombra e testa al sole, quindi è utile proteggere le sue radici con un arbusto basso, ad esempio un’azalea o una Daphne.
Anche tra i gelsomini si possono trovare piante insolite, come succe-
Giochi e passatempi
Cruciverba
Tra amici: «Non per vantarmi
ma io leggo molto gli autori italiani, dimmi un autore e ti dico cosa ha scritto» – «Bevilacqua?» Trova la risposta dell’amico, a cruciverba ultimato, leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 2, 3, 3, 5, 2, 10)
ORIZZONTALI
1. Grosso bovino
7. La madame elegante
10. Venti equatoriali
11. «O» latino
12. Cibele lo risuscitò
13. Buca ed è bucato
14. L’attore Lancaster (iniz.)
15. Strenne
17. Debutto
18. Riferire senza ferire
19. Esercitare un’azione
20. Anno a Parigi
21. Un articolo
22. Dicesi di parola accentata nella penultima sillaba
23. Iniziali dell’attore Depardieu
24. Le puntate del serial
25. Antica moneta spagnola
27. Le iniziali del giornalista Angela
28. Un fiume asiatico
29. Un tipo di palude in inglese
30. Ha molto fegato ma non coraggio
31. Un veicolo con la cabina
33. Un pronome
34. Lo stesso che brasiliano
VERTICALI
1 Gruppo musicale
2. Rendono gentile la gente
3. Un attore comico di nome
Alessandro
4. Più versano più guadagnano
5. Preposizione
6. Una consonante
7. Pulsa finché vivi
8. Le iniziali del 33° Presidente USA
9. Porto del Panama e... Parte dell’intestino
11. La piazza principale della polis
de con Jasminum beesianum, dai bei fiori rosa. È originario del Tibet, per cui resiste al freddo e al gelo, fino a –20°C; fiorisce da aprile fino alla tarda estate, ed è rigoglioso tanto da arrivare ad allungarsi fino a raggiungere i cinque metri. Dal colore rosa intenso, i suoi boccioli sono anche profumati; presenta foglie semipermanenti e lo si pianta in pieno sole.
Potete abbinarlo a un’altra rampicante curiosa, il kiwi Actinidia ko-
lomikta, dalle foglie caduche, verdi e dalla punta rosa intenso o bianca. Raggiunge anch’essa i cinque metri, si riempie di piccoli fiori candidi e profumati tra giugno e luglio; viene utilizzata per coprire pergolati come il suo più classico parente, il kiwi dalla foglia totalmente verde, ma ha il vantaggio di essere più appariscente. E infine mi sono tenuta una vera pianta inconsueta, conosciuta da pochissimi: l’astro rampicante, Ampela-
ster carolinianus. Mostra rami lunghi fino a due metri, in grado di crescere sopra a recinzioni o strutture, invadendoli letteralmente con i suoi numerosi fiori autunnali rosa violacei e fragranti. Di origine americana, della Carolina, lo si coltiva in pieno sole o a mezz’ombra in terreni fertili, resistendo fino a -15 °C. Ha foglie strette e decidue, steli erbacei che vanno potati dopo la fioritura per contenere la sua vegetazione esuberante.
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
13. Animali con gli zoccoli
14. Possono mangiarne il 13 verticale
16. Noto santuario del Piemonte
17. L’arcipelago di Favignana
19. Non si deve calpestare
21. Un veloce mammifero
22. Prefisso che si riferisce alla mente
23. Nascosto in una lampada
25. Poggiano sullo scalmo
26. Vigore, forza
29. Un famoso West
30. Bocca in latino
31. Il marito di Francesca Neri (iniz.)
32. Antica lingua provenzale
Soluzione della settimana precedente UN VECCHIETTO CON GLI SPALTI – Lo stadio più datato d’Italia ma ancora in uso è: LUIGI FERRARIS DI GENOVA
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».
Akebia quinata. (Laurent Houmeau)
28. 5 – 3. 6. 2026
7.95
invece di 13.–
Tutti i formaggi per insalata e i tipi di feta per es. feta Migros Bio, 180 g, 2.07 invece di 2.95, (100 g = 1.15)
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Bistecche di coscia di pollo speziate Migros Svizzera, per 100 g, in self-service 31%
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Tutti i ghiaccioli prodotti surgelati (art. spacchettabili esclusi), per es. ghiacciolo su stecco Cowboy, vegano, 4.17 invece di 5.95, (100 ml = 0.72)
Capsule Café Royal e Delizio in scatola da 36 e 48, per es. Café Royal Lungo, 36 capsule, 10.47 invece di 14.95, (100 g = 5.51) a partire da 3 pezzi 30%
Orata reale M-Classic, ASC d'allevamento, Grecia, in conf. speciale, 3 pezzi, 1 kg, (100 g = 1.30)
Fragole Svizzera, vaschetta da 500 g, 4.87 invece di 6.95, (100 g = 0.97), offerta valida dal 28.5 al 31.5.2026 30%
1.95 invece di 2.80
di
1.10 invece di 1.60
Bistecche di coscia di pollo speziate Migros Svizzera, per 100 g, in self-service 31%
12.95
invece di 18.–
Orata reale M-Classic, ASC d'allevamento, Grecia, in conf. speciale, 3 pezzi, 1 kg, (100 g = 1.30) 28%
Ciliegie Spagna/Italia, vaschetta da 1 kg 38%
7.95 invece di 13.–
Tutti i formaggi per insalata e i tipi di feta per es. feta Migros Bio, 180 g, 2.07 invece di 2.95, (100 g = 1.15) 30%
a partire da 3 pezzi 30%
Capsule Café Royal e Delizio in scatola da 36 e 48, per es. Café Royal Lungo, 36 capsule, 10.47 invece di 14.95, (100 g = 5.51)
a partire da 2 pezzi 30%
Tutti i ghiaccioli prodotti surgelati (art. spacchettabili esclusi), per es. ghiacciolo su stecco Cowboy, vegano, 4.17 invece di 5.95, (100 ml = 0.72)
Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti.
Tutto prontoper l’estate?
2.25 invece di 3.–
Carote Migros Bio Svizzera, 1 kg, imballate, (100 g = 0.23) 25%
Cetrioli Migros Bio Svizzera, il pezzo, 1.96 invece di 2.30
Champignon Migros Bio marroni e bianchi, Svizzera, per es. marroni, vaschetta da 250 g, 3.15 invece di 3.95, (100 g = 1.26) 20%
3.95 invece di 5.–Mirtilli Migros Bio Spagna, 250 g, confezionati, (100 g = 1.58)
3.95 invece di 4.95 Nettarine a polpa gialla Spagna/Italia/Francia, al kg 20%
e povera di semi 2.95 Lattuga Iceberg Migros Bio 220 g, (100 g = 1.34)
2.50
Extra Perù/Brasile, al pezzo
Piselli dell'orto o verdura mista svizzera, Farmer's Best, IP-SUISSE prodotto surgelato, in conf. speciale, 1 kg, per es. piselli dell'orto, 3.75 invece di 5.60, (100 g = 0.38)
Inpadella...
Viva il gusto!
Migros Ticino
Il gusto del MARE
Per risparmiare TEMPO e DENARO
conf. da 4 50%
Ravioli Anna's Best, refrigerati ricotta e spinaci o mozzarella e pomodoro, per es. ricotta e spinaci, 4 x 250 g, 9.50 invece di 19.–, (100 g = 0.95)
conf. da 3 33%
Lasagne Anna's Best, refrigerate alla bolognese o alla fiorentina, in confezioni multiple, per es. alla bolognese, 3 x 400 g, 7.90 invece di 11.85, (100 g = 0.66)
Assortimento di pasta fresca Garofalo per es. ravioli ricotta e spinaci, 250 g, 5.20 invece di 6.50, (100 g = 2.08) 20%
conf. da 2 20%
Cornatur scaloppina al limone e pepe o scaloppina caprese, per es. scaloppina al limone e pepe, 2 x 220 g, 7.90 invece di 9.90, (100 g = 1.80)
4.95
Treccina al salmone Migros, ASC
g, (100 g = 3.67)
20x CUMULUS NOVITÀ
Le prime insalate pronte con 20g di proteine per porzione
3.40 Insalata di pasta al tonno Anna's Best 250 g, (100 g = 1.36)
20x CUMULUS NOVITÀ
3.30 Beans & Grains Anna's Best 250 g, (100 g = 1.32)
20x CUMULUS NOVITÀ
4.70
Panino con Gruyère Migros, AOP 185 g, (100 g = 2.54)
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Panino caprese Migros
(100 g = 2.46)
Il sapore di CASA tua
Migros Ticino
2.70
Per
CONSIGLIO DEGLI ESPERTI
Condire gli spiedini con una marinata di olio d’oliva, succo di limone, aglio schiacciato, paprica, rosmarino, sale e pepe. Quindi grigliare la carne a fuoco medio per 8-10 minuti su tutti i lati. Per mantenerli succosi e dorati in modo uniforme, girarli più volte.
2.95 invece di 4.30
Spiedini Migros Svizzera, 2 pezzi, per 100 g, in self-service 31%
Tutti i formaggi per insalata e i tipi di feta per es. feta Migros Bio, 180 g, invece di 2.95, (100 g = 1.15) 30%
conf. da 6 20%
Tutti gli Ice Tea Migros Bio per es. Erbe delle Alpi svizzere, 500 ml, –.88 invece di 1.10, (100 ml = 0.18)
conf. da 6 30%
e RILASSARSI
20x CUMULUS NOVITÀ
2.50
Tutte le birre analcoliche in confezioni multiple, per es. Lager Non, 6 x 330 ml, 4.87 invece di 6.95, (100 ml = 0.25)
20x CUMULUS NOVITÀ
Portobello Migros Bio Paesi Bassi, vaschetta da 110 g, (100 g = 2.27)
Patatine Spanish Chili & Cream Kezz e Lentil Protein Chili Vaya, Zweifel per es. Spanish Chili & Cream Kezz, 110 g, 3.60, (100 g = 3.27)
20x CUMULUS NOVITÀ
2.95
Patatine Wave Chips
Double Inferno Zweifel 120 g, (100 g = 2.46)
Snack e aperitivi
Sgranocchia... e dissetati!
60% di grassi in meno rispetto alle chips tradizionali
conf. da 2 24%
Snack Vaya Zweifel
Bean Salt Snack, Protein Paprika o Roots Salt & Balsamico, per es. Bean Salt Snack, 2 x 80 g, 5.60 invece di 7.40, (100 g = 3.50)
Tutta l’acqua minerale Evian in confezioni multiple, per es. 6 x 1,5 litri, 4.42 invece di 6.60, (100 ml = 0.05) conf. da 6 33%
conf. da 3 20%
conf. da 10 36%
Chips o Joujoux, Zweifel alla paprica o al naturale, in conf. multipla o speciale, per es. Joujoux alla paprica, 3 x 42 g, 3.70 invece di 4.65, (100 g = 2.94)
6.95 invece di 11.–
conf. da 24 50%
Coca-Cola Classic o Zero, 10 x 330 ml, (100 ml = 0.21)
9.–
invece di 18.–
Acqua minerale Aproz Gazéifiée o Naturelle, 24 x 500 ml, (100 ml = 0.08)
Concediti una piccola dolcezza
GUSTO e sostenibilità
Tutto l'assortimento Demeter (latte Pre e latte di tipo 1 esclusi), per es. cuori di carciofo, 180 g, 5.56 invece di 6.95, (100 g = 3.09) 20%
a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento di riso Migros Bio per es. basmati, Fairtrade, 1 kg, 4.20 invece di 5.25, (100 g = 0.42)
a partire da 2 pezzi –.50 DI RIDUZIONE
a partire da 2 pezzi 20%
Tutti i sughi, la pasta e le conserve di pomodoro, Migros Bio per es. passata, 360 g, 1.44 invece di 1.80, (100 g = 0.40)
Tutta la frutta secca e a guscio, Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. fichi secchi, 400 g, 7.– invece di 7.50, (100 g = 1.75)
Tutti i tipi di olio e aceto, Migros Bio per es. olio d’oliva greco, 500 ml, 9.12 invece di 11.40, (100 ml = 1.75) 20%
Tutte le confetture Migros Bio per es. fragole, 350 g, 2.45 invece di 3.50, (100 g = 0.70) a partire da 2 pezzi 30%
Chevarietà!
30%
Tutto l'assortimento CoffeeB per es. Lungo, 9 sfere, 2.94 invece di 4.20, (100 g = 5.76)
conf. da 2
22%
11.70
invece di 15.–
Tortine al formaggio M-Classic
prodotto surgelato, 2 x 12 pezzi, 2 x 840 g, (100 g = 0.70)
Con un contenuto proteico superiore al 30%
25%
conf. da 6 25%
Tonno Migros, MSC all'olio o in acqua, 6 x 155 g, per es. tonno rosa all'olio, 7.40 invece di 9.90, (100 g = 0.80)
16.50
invece di 22.–
Mini pizze Piccolinis Buitoni prodotto surgelato, in conf. speciale, alla mozzarella o al prosciutto, 40 pezzi, 1,2 kg, (100 g = 1.38)
20x CUMULUS NOVITÀ
3.50 Barretta proteica Sponser Crunchy ai lamponi
50 g, (100 g = 7.00)
20x CUMULUS NOVITÀ
3.20 Barretta proteica bio Peak Punk Pistachio-Cashew
55 g, (100 g = 5.82)
20x CUMULUS NOVITÀ
4.75
Barrette Farmer pretzel al cioccolato
6 pezzi, 156 g, (100 g = 3.04)
a partire da 2 pezzi
(100 g = 1.41) 20x CUMULUS
(100 g = 0.36)
=
Thomynaise Light e Hot Sriracha & Mayo, Thomy
es. Thomynaise Light, 170 g, 2.70, (100 g = 1.59)
6.45 Sale alle erbe Umami Herbamare, Bio
= 2.58)
20x CUMULUS NOVITÀ
Pesto alla genovese, alla calabrese e rosso, Barilla per es. alla genovese, 190 g, 3.90, (100 g = 2.11)
L’ideale per la cura quotidiana
conf. da 3 20%
5.50 invece di 6.90
Box di salviettine cosmetiche Linsoft, FSC® 3 x 150 pezzi
conf. da 3 20%
Dischetti o bastoncini d'ovatta, Beauty & Co. per es. dischetti d'ovatta, 3 x 80 pezzi, 4.65 invece di 5.85
4.35
conf. da 3 20%
Salviettine cosmetiche o fazzoletti, Kleenex, FSC® in confezioni multiple, per es. scatola quadrata Collection, 3 x 48 pezzi, 5.85 invece di 7.35
Fazzoletti Classic Linsoft, FSC® in conf. speciale, 42 x 10 pezzi
20x CUMULUS
Smalti UV Neonail
Nail Prep, base e colori, per es. Nail Prep, il pezzo, 6.90
Idrata a lungo Per l’indurimento del gel per unghie
Neonail lampada a LED, Starter Colour Favourites e Starter Set Essentials, per es. lampada a LED, il pezzo, 29.95
20x CUMULUS
Liquid moisturiser Nivea Men
Hydrocare o Sensitive, per es. Hydrocare 5% di acido ialuronico, 100 ml, 12.95
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