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Azione 21 del 20 maggio 2025

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MIGROS

Leggi il rapporto annuale di Migros Ticino

Pagine 2-3

SOCIETÀ Pagina 5

Le ragioni profonde per le quali gli adolescenti di tutti i tempi parlano sempre in slang

Risorse preziose e sfide al limite: la Luna diventa il campo di una competizione imprevedibile

ATTUALITÀ Pagina 16

Stanno arrivando i giornalisti-robot?

Il settore dei media svizzeri ha adottato un codice etico comune per l’uso dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la fiducia del pubblico. Dentro ci sono principi sensati: responsabilità editoriale sempre umana, formazione dei redattori, rispetto di diritti e dati, lotta alle fake news, trasparenza verso chi legge. Tutto giusto. Ma la sensazione è che questo codice arrivi mentre la trasformazione è già in pieno corso, e corre più veloce delle regole. Basta guardarsi attorno. Il 4 marzo, al Parlamento cinese, tra i giornalisti accreditati c’era anche Yuejiang, un robot capace di presentare, intervistare e girare immagini. Non so quanto fosse bravo – non parlo cinese – ma il segnale è chiaro: l’eccezione sta diventando normalità. E non serve andare fino a Pechino. Un anno fa il «Foglio» pubblicava un inserto interamente scritto da intelligenza artificiale: quattro pagine al giorno, una ventina di articoli, editoriali compresi. I giornalisti davano i temi, la macchina faceva il resto. Il risultato? Sorprendente. Testi puliti, ritmo, ironia, perfino la capacità di imitare lo stile del giornale e di contraddirlo restando «fogliesco». A quel punto la domanda diventa inevitabile: siamo sostituibili? In parte sì, almeno nelle attività più meccaniche. L’Associated Press usa già l’IA per risultati sportivi, dati economici, meteo, titoli, riassunti. Tutta la catena di montaggio dell’informazione: lavoro ripetitivo, poco creativo, ma necessario. Qui la macchina è più veloce, più economica, più precisa. E infatti avanza. Il problema viene dopo. Perché l’intelligenza artificiale scrive bene, ma non sa distinguere il vero dal falso.

Non è un motore di ricerca: è un motore di risposta. Produce testi plausibili, coerenti, convincenti. Ma se le premesse sono sbagliate, anche il risultato lo sarà – senza che lei se ne accorga. Nel 2024 qualcuno ha ricreato la voce di un reporter di France24 e diffuso un contenuto falso su Macron: credibile, pulito, perfetto. Falso. Ecco il punto: l’IA funziona benissimo sia per dire la verità sia per mentire. Alla fine, a decidere se usarla per ingannare o per chiarire le idee, resta l’uomo. C’è poi un limite ancora più profondo, quasi fisico. L’IA non vede. Non sente. Non è sul posto. Può riassumere tutto quello che è stato scritto su un incendio, ma non sta davanti alle fiamme, non parla con chi ha perso casa, non sente l’odore del fumo. Non può cogliere quella parte di realtà non misurabile, che spesso è la notizia. Forse un domani ci saranno droni-giornalisti IA, ma saranno in grado di «capire» quello che vedono?

Nei media le macchine non sostituiranno l’uomo. Alcuni mestieri spariranno o si ridurranno: traduttori, correttori, redattori di base. Il giornalista invece sarà costretto, finalmente, a fare il giornalista: verificare, scegliere, stare sul campo, assumersi la responsabilità di ciò che pubblica. In questo senso, il codice etico svizzero è un tentativo serio di tenere insieme due esigenze opposte: innovare senza perdere credibilità. Ma non basta scrivere regole per risolvere il problema. La fiducia non si programma. Non si automatizza. Non si delega a un algoritmo. Alla fine, anche nell’epoca delle macchine che scrivono articoli, resta una verità semplice: il giornalismo è ancora – e forse sempre di più – una questione di esseri umani.

INVITO AI SOCI PER LA VOTAZIONE 2026

Cara socia e caro socio della Cooperativa Migros Ticino, riceve in questi giorni il materiale per la VOTAZIONE GENERALE 2026 con l’invito a rispondere alle seguenti domande:

1. «Approvo i conti dell’esercizio 2025, conferisco scarico al Consiglio di amministrazione e accetto la proposta per l’impiego del risultato di bilancio?»

2. «Sono a conoscenza che oltre il 90% dei collaboratori di Migros Ticino è domiciliato nella Svizzera italiana?»

CULTURA Pagina 29

Nella scena rap italiana Ele A si è fatta un nome: l’artista ticinese sarà al Nevermind di Bellinzona

Simon Fussell e il culturismo come risposta privata al panico verso la New York degli anni Ottanta

TEMPO LIBERO Pagina 35

La grazia di Troubetzkoy, principe e artista

Sulle pagine 2 e 3 di questo numero di Azione sono pubblicati i conti 2025, la relazione dell’Ufficio di revisione e la proposta del Consiglio di amministrazione per l’utilizzo del risultato di bilancio, così come la relazione annuale della Cooperativa. La votazione si svolge secondo le disposizioni dello statuto e del regolamento per votazioni, elezioni e iniziative. Questi documenti possono essere consultati presso il servizio clienti nei supermercati Migros, presentando la quota di partecipazione o la tessera di socio. Sono disponibili anche su migrosticino. ch unitamente a numerose altre informazioni sulla Cooperativa e sulle sue attività nel 2025.

Secondo l’articolo 30 dello statuto, il Consiglio di amministrazione ha nominato un Ufficio elettorale che sorveglia lo svolgimento della votazione e che si compone delle seguenti persone: Avv. Filippo Gianoni (presidente), Myrto Fedeli (vicepresidente), Edy Barri, Roberto Bozzini, Pasquale Branca (membri). Ogni comunicazione concernente la votazione

generale è da indirizzare all’Ufficio elettorale di Migros Ticino, via Serrai 1, 6592 Sant’Antonino. Voglia compilare al più presto la scheda di voto e depositarla nelle apposite urne esposte nei nostri punti vendita. Così facendo ci aiuta a risparmiare spese postali permettendoci di offrirle una tavoletta di cioccolato. Le urne sono a disposizione durante il normale periodo di apertura delle nostre sedi. Ultimo termine per la spedizione o consegna della scheda (giorno di voto): SABATO 6 GIUGNO 2026. Con la partecipazione al voto le socie e i soci non solo fanno uso del proprio diritto di voto, ma esprimono anche l’apprezzamento per l’impegno di tutti i collaboratori di Migros Ticino, per

Photo by Randy Dodson, courtesy of the Fine Arts Museums of San Francisco
Carlo Silini

Cooperativa MigrosTicino 2025

Giovedì16ottobre2025hariapertoaLocarnoilMigrosCityCenterLago,unotraicentricommercialiMigrospiùmodernidellaSvizzera.

ANDAMENTOGENERALE

Nel2025Migroshafesteggiatoisuoi100anni.All’insegnadel motto«MERCI»,haorganizzatounaseriedieventieiniziative afavoredicomunità,clientiecollaboratori.Ancheil2025è statocaratterizzatodaimportanticambiamentietrasformazioniperMigros,lecuiattivitàsisonoconcentratesulcorebusiness,costituitodaisupermercati,econcludendolacessione delleattivitàdeimercatispecializzati.

Nelcorsodell’annohapresoavviol’implementazionedella campagnanazionale«PREZZOBASSO»,chehaportatoalla diminuzionedelcostodioltre1’000prodottidiusoquotidianoechehadatounimportanteimpulsoaivolumidivendita. «PREZZOBASSO»comportaperlaComunitàMigrosuninvestimentoparia500milionidifranchiall’anno,dicuibeneficia laclientela.Migroshainoltredatoilvialiberaalpacchettodiinvestimentidaduemiliardidifranchiperl’aperturadi140nuove filialiel’ammodernamentodi350negoziesistenti.Escludendo leaziendecedute,laComunitàMigrosharealizzatounfatturatoincrescitadell’1.1%.IlmercatodiriferimentoperilcommercioaldettaglioeperisupermercatiMigrosècresciutoin Svizzeradel+1.9%nel2025,inTicinolacrescitanellostesso periodoèstatadel+1.5%.

InTicinoilcontestoeconomicoètuttaviasemprecaratterizzatodaunaltolivellodicompetitività.Afrontediun’evoluzionechevederistagnareilsaldodellapopolazioneresidente, laconcorrenza–siadisuper ficidivenditacheonline–continuaadaumentare.IlTicinoèinoltrelaregionepiùtoccatadal turismodegliacquisti,fenomenochehauneffettonegativo sull’andamentodelfatturatodelleinsegneattivesulterritorio, situazionecomprovatadaiduestudipubblicatidaSUPSIe HSGnellasecondametàdel2025.

MigrosTicino,invece,hariportatouna flessionedelproprio fatturatodel10,2%rispettoall’annoprecedente.Ciòèdovuto principalmenteacinquefattori(inordinediimportanza):alla chiusuradiimportantipuntidivenditadellanostraCooperativa perristrutturazione,allacessione/uscitadaimercatispecializzati,all’aumentodelturismodegliacquisti,allacontrazione dellaspesamediadeiconsumatoriealforteabbassamentodei prezzidivenditadeiprodotti«PREZZOBASSO»,noncompletamentecompensatodalsensibileaumentodeivolumi. Nelcorsodel2025,MigrosTicinohacompletatoilprocesso didismissionedelleattivitànoninlineaconlastrategiadella ComunitàMigros.LavenditadiMicasa,SportX,Doit+Garden eOBIhasegnatoilcompletamentodellarazionalizzazionedel portafoglioavviatanel2024,comportandotuttaviaunariduzionedelfatturatorispettoall’annoprecedente.VasottolineatocheilfatturatodiMigrosTicinoperil2025include,per l’ultimavolta,lequotedelleaziendecedute finoalladatadel passaggiodiproprietà.IMercatispecializzatisonostatidismessinelcorsodel2025,registrandouna flessionedelfatturatodi-69.3%per-22.2milionidifranchi,rispettoall’anno precedente.Chiudonoconunacifrad’affaricomplessivadi9.9 milionidifranchi,controi32.1milionidifranchidell’anno2024. Lacessioneditrepuntidivenditalegatialsettoredelfai-dateaOBIeBauhaussièconclusaconparticolaresuccesso, garantendoancheinfuturoilgettitoimmobiliareinterminidi affittiintreimmobilidiproprietàdellanostraCooperativa. Isupermercatihannoregistratouna flessionedi20.7milionidi franchiedel-6.1%rispettoall’annoprecedente,realizzando unacifrad’affaricomplessivadi321.5milionidifranchi.Purse necessariperrivitalizzarelaretedivendita,ilavoridirinnovo hannoavutounimpattonegativosullacifrad’affaridellaCo-

RELAZIONEANNUALE

operativa.Inparticolare,ilcantierediSerfontana,conclusosi nelmesedimarzo,equellodelCentrocommercialediLocarno,chehanecessitatodiimportantiinterventistrutturaliela conseguentechiusuratotaledelleattivitàperpocomenodi diecimesi.IlrinnovatoMigrosCityCenterLagodiLocarnoha riapertoil16ottobre.

IlsettoregastronomiadiMigrosTicinoharegistratounleggero aumentodel1.0%rispettoall’annoprecedente,realizzando unacifrad’affaricomplessivadi15.2milionidifranchi.

LaCooperativaMigrosTicinoharealizzatounfatturatocomplessivodi361.8milionidifranchi,inferioredi41.1milionidi franchirispettoall’annoprecedente,pariauncalodel10.2%. Questacontrazionehaavutounimpattonegativosulrisultato operativo(EBIT=risultatooperativoprimadegliinteressiedelle imposte)chesièattestatoa-19.2milionidifranchi.LavenditadialcuniformatideiMercatispecializzatihageneratoricavi paria11.5milionidifranchi,contribuendoamigliorareilrisultatoprimadelleimposte(EBT),chesièattestatoa-7.7milionidi franchi,mentrelaperditad’esercizioèdi-8.0milionidifranchi.

SITUAZIONEFINANZIARIA

Ilcash flowoperativogenerato,paria2.3milionidifranchi,ha permessodi finanziaresoloparzialmentegliinvestimenticomplessivi18.1milionidifranchieffettuatinell’esercizio.Lasommadibilancioèaumentatapassandoda140.6a152.4milioni difranchi.Laquotadicapitaleproprioèdiminuitadal42.3% al33.8%,einvaloreassolutoilcapitalepropriopresentaun totaledi51.5milionidifranchicontroi59.5milionidifranchi dell’annoprecedente.

SITUAZIONEDELPERSONALE

Al31.12.2025MigrosTicinoconta887unitàdilavoroatempopieno,inriduzionedi92unitàrispettoall’annoprecedente (979collaboratori).Questaevoluzioneèdovutaprincipalmentealcontestodescrittonell’andamentogenerale,inparticolar modoall’uscitadaimercatispecializzati,chehapotutoessere realizzatasenzaalcunlicenziamento.

STATODELLEORDINAZIONIEDEIMANDATIEATTIVITÀDI RICERCAESVILUPPO

Operandonelcommercioaldettaglio,laCooperativanonha néordinazioninémandatirilevantidacommentareenonsvolgeattivitàdiricercaesviluppo.

EVENTISTRAORDINARI

Ilbilancioannuale2025risentedisignificativieffettistraordinarilegatiaoperazionistrategicheperottimizzareleattività aziendali.Talieffettiderivanoprincipalmentedallacessionedei mercatispecializzatidiMigros,chesonostatidismessiinmodo definitivoconconseguentechiusuraoppurecessionedeipunti divendita.QuestifattorihannoincisosuirisultatidituttelecooperativedellaComunitàMigros,inclusaMigrosTicino.Inoltre, unaltroeffettostraordinarioriguardailsettoredeisupermercati diMigrosTicino,dovelaCooperativastaeffettuandoimportanti investimentiperrivitalizzarele filiali,colmareilritardoaccumulatoneglianniedespanderelaretedivendita,conimportanti investimentiin21progettidivariaimportanza.

VALUTAZIONEDEIRISCHI

LaCooperativadisponediunprocessodigestionedeirischi.Il comitatodidirezione(CD)informaregolarmenteilconsigliodi amministrazione(CdA)sullasituazionedirischiodell’impresa.

Quest’ultimoassicurachelavalutazionedeirischiabbialuogoneiterminiopportunieadeguati.Inbaseaun’analisisistematicadellasituazione,CdAeCDhannoidentificatoirischi potenziali,valutatoleprobabilitàchesiavverino,cosìcomele possibiliconseguenze finanziarie. AppropriatemisureadottatedalCdApermettonodievitare, diminuireoarginarequestirischi.IrischipotenzialichedevonoesseresopportatidallaCooperativavengonocostantementesorvegliati.Durantelaverificaannualedellastrategia aziendaleilCdAconsideraevalutaadeguatamenteirischi potenziali.

IlCdAhaeffettuatolavalutazioneannualeil10ottobre2025.

PROSPETTIVE

NelprossimofuturolaCooperativaMigrosTicinosiconcentreràfortementesulcorebusiness,costituitodasupermercati eristorazione.L’attivitàdellanostraaziendasaràinfluenzata dall’implementazionedellanuovastrategiaperisupermercati Migros,elaboratadaMigrosSupermercatiSA(MSM)edalle cooperativeregionali.Saràdiprimariaimportanzaaumentare lacifradiaffari,migliorarel’efficienzaelaredditivitànelcore business,applicandoiprocessieledirettivedilavoroMSM, chemiranoallabusinessexcellence,nellaqualerisiedeun considerevolepotenzialedimiglioramento.

LastrategialocalediMigrosTicino«Transizione&Allineamento»manterràlasuavalidità,poichérisultainlineaconl’orientamentogeneraledellastrategiaMSMperisupermercati Migros.Nelquadrodell’orientamentoalcliente,laristrutturazionedeipuntivenditaattempati,l’aumentodellacapillarità dellaretedivenditaeilmiglioramentodell’accessibilitàalle nostre filialirestanodigrandeimportanza.Nelcorsodel2026 laCooperativaapriràduenuovisupermercatidiprossimitàVOI MigrosPartner.

Nondamenosonodaprevedereulterioricambiamentilegati aiprogettistrategicinazionalidiottimizzazioneincorso,che contribuirannoastandardizzareleattivitàamministrativeenei supermercatiearidurreicosti.

LacollaborazionelogisticaconMigrosLucerna,chefacapo alprogettoINSIEMEMLM,ainizio2026entreràinunanuova fase,conilpassaggiodelleresponsabilitàtecnicadeitrasportidellaCooperativaMigrosTicinoaMigrosLucerna.Questo comportacheleattivitàdipianificazione,coordinamentoegestionedeitrasportisurotaiaesugommasarannocentralizzate pressoMigrosLucerna.Iltrasportodellemercidallacentraledi Sant’AntoninoaipuntivenditadellaSvizzeraitalianacontinueràaesseregestitodaMigrosTicino.

Questacollaborazionesiarricchiràulteriormente:dal1°gennaio2026laresponsabilediMigrosTicinoperlaGestionedellaqualità/Assicurazionequalitàsvolgeràlastessafunzione ancheperMigrosLucerna,sullabasediunmandatodiprestazione.

CooperativaMigrosTicino

ViaSerrai1 CH-6592Sant’Antonino Tel.+41918508111 info@migrosticino.ch migrosticino.ch

APERTURASTRAORDINARIA

Lunedì 25 maggio i seguenti

punti vendita Migros saranno aperti

dalle ore 10:00 alle 18:00

Arbedo-Castione

Centro Agno

Centro Lugano

City

SOCIETÀ

Il personaggio

Intervista a tutto campo al CEO di Stadler Rail, azienda leader nella costruzione di veicoli ferroviari

Pagina 7

Mendrisio

I giovani aspiranti architetti aiutati dall’associazione Amici dell’Accademia sotto la lente

Pagina 8

Salute

C’è chi dice che l’intestino è il nostro «secondo cervello»: non è sbagliato, ecco il perché

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Perché i giovani parlano in slang

Auto I nostri veicoli diventano sempre più «oggetti culturali» come si è visto alla Milano Design Week

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Il caffè dei genitori ◆ La specialista Vera Gheno: hanno bisogno di rompere con le generazioni precedenti anche col linguaggio

Ammettiamolo: c’è da uscirne matti. Chi segue la rubrica Le parole dei figli, ogni mese sempre su «Azione», lo sa: i Gen Z, e persino gli Alpha, stanno creando una nuova lingua che può capire solo chi passa ore al giorno a scrollare su TikTok. È un dato di fatto: i giovani parlano in uno slang che appartiene ai chronically online Sappiamo che la costruzione dell’identità giovanile passa anche dalle parole. Da qui arriva la convinzione che, per tentare di comprendere cosa frulla nel cervello di un adolescente, dobbiamo capire il suo linguaggio. Ora la questione che vogliamo affrontare, però, è più profonda: perché – ci domandiamo – i giovani sentono il bisogno di parlare in slang? Ci rivolgiamo a Vera Gheno, sociolinguista che ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca, che spiega: «Il tentativo dei giovani di crearsi un’identità passa anche dall’avere una personalità linguistica. E l’identità che i giovani cercano di costruirsi non può prescindere da due aspetti: 1) la rottura con le generazioni precedenti persino attraverso il linguaggio; 2) il senso di appartenenza al gruppo usando gli stessi termini. Non farsi capire dagli adulti, dunque, è parte del gioco: “Non sono come i miei genitori, e parlo anche diversamente. I miei amici mi capiscono”». Il meccanismo non è nuovo. Tre generazioni diverse, tutte in ribellione con gli adulti, esprimono gli stessi concetti in modi differenti. Il giovane Holden (1951) di J.D. Salinger, nella storica traduzione italiana di Adriana Motti, dà voce per la prima volta all’insofferenza adolescenziale con un linguaggio antiautoritario e irrispettoso. Negli anni Ottanta, i paninari creano una vera e propria sottocultura giovanile, che nasce a Milano e poi si diffonde in tutta Italia, caratterizzata da un’ossessione per l’apparenza e da un gergo in codice. Nel 1994, Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi racconta l’adolescenza bolognese degli anni Novanta, dove i termini utilizzati sono un tutt’uno con il rifiuto del conformismo borghese. Prendiamo il concetto di una persona in là con gli anni. Ne Il giovane Holden, il protagonista descrive il preside Thurmer con l’espressione «marpione sfessato», un termine che rende perfettamente l’idea di un individuo vecchio e viscido. Per i paninari degli anni Ottanta chi è anziano è banalmente un «arterio». In Jack Frusciante è uscito dal gruppo, invece, troviamo i «poser sfigati che vanno in giro a comportarsi da fatturioni».

C’è da far capire immediatamente che qualcosa è brutto? Quando Holden deve parlare del suo passato, lo liquida così: «Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato

e com’è stata la mia infanzia schifa». I paninari, per indicare una situazione deprimente usano la parola «squallor»: «L’andazzo oggi è uno squallor». Il protagonista di Jack Frusciante, Alex, per descrivere il suo grigiore esistenziale, la noia e l’abbattimento quotidiano, usa costantemente il termine «skazzato» (scritto rigorosamente con la k).

Il meccanismo lo troviamo già nel Giovane Holden, nel gergo dei paninari e in Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Al contrario, di fronte a qualcosa che colpisce e che lascia senza parole, Holden ammette che il racconto scritto dal fratello è «una cosa da lasciarti secco». Nel gergo paninaro, il massimo del piacere, del godimento o dell’eccitazione è una «libidine». In Jack Frusciante, un’esperienza intensa come i sabato sera in macchina fino a Riccione è «strong».

Del resto il linguaggio tipico dei giovani esiste dai tempi che furono. Alla domanda su quando abbia avuto inizio, il docente di Storia della lingua

italiana Gianluca Lauta su Treccani si sbilancia: «Qualcuno risponde che un inizio non c’è, perché un lessico dei giovani esiste da sempre. In realtà nel Teeteto di Platone (146a), Socrate sfida i suoi allievi a fornire una definizione di scienza: “Che ne dite voi? E chi di voi parlerà per primo? E chi sbaglia e chi via via sbaglierà si metterà a sedere, asino, come dicono i ragazzi che giocano a palla”. Dunque asino ( ), usato nel senso di “perdente in un gioco con la palla”, era un’espressione dei ragazzi ateniesi, la più antica forma di linguaggio giovanile di cui ci sia giunta notizia esplicita». Come sono cambiati i codici di appartenenza? La differenza oggi, rispetto al passato, sta proprio nel chronically online: i social plasmano il modo di parlare della Gen Z e iniziano a farlo anche con gli Alpha come abbiamo visto ne Le parole dei figli con Six-Seven (di fatto non significa nulla, ma i ragazzini lo utilizzano come modo di dire). I termini sono la prova della frequentazione della stessa piazza virtuale. Luca Bellone, docente di Linguistica e Filologia italiana, nel saggio Dalla strada a TikTok parla di una nuova fase della storia del lessico giovanile: «Il cambiamento del mo-

do di parlare è il sintomo che riflette un mutamento sociale più profondo, quello che ha trasferito in larga misura la condivisione delle esperienze giovanili dalle situazioni di vita concreta (in presenza) del gruppo dei pari – la piazza, la strada, i luoghi di aggregazione, il quartiere – alla dimensione virtuale (a distanza), potenzialmente ubiquitaria e indifferenziata, dei social».

Come ricorda Vera Gheno: «Qualsiasi operazione di censimento linguistico è una polaroid, ossia un’istantanea, perché lo slang dei giovani cambia di giorno in giorno». Gianluca Lauta aggiunge: «Soprattutto nel web l’italiano dovrà trovare le sue forme di convivenza con la lingua inglese senza mettere in crisi la propria identità; i giovani, nel loro solito modo scomposto, sospesi tra consapevolezza e inconsapevolezza, certamente contribuiranno a suggerire una direzione. La partita è aperta». E qui arriviamo al punto cruciale per noi adulti. Di fronte a questa lingua in continuo cambiamento, la tentazione più grande è quella di copiare dagli adolescenti certi modi di dire. Pensiamo che usare i loro stessi termini – dire cringe a tavola o bro

in auto – ci renda più empatici. Ma è un’illusione. Se lo slang nasce esattamente per creare un confine invalicabile tra noi (gli adulti) e loro (i giovani), nel momento in cui varchiamo quel confine non stiamo accorciando le distanze. Al contrario stiamo invadendo uno spazio che non ci appartiene. Stiamo togliendo loro uno strumento, tutto sommato innocuo, per ribellarsi. La conclusione, ci viene da dire a Il caffè dei genitori, è che noi genitori non dobbiamo imitare Le parole dei figli. Dobbiamo ascoltarle, cercare di capirle per decifrare il loro mondo, ma mantenendo salda la nostra distanza. Il nostro ruolo non è fare gli adulti simpatici che parlano la stessa lingua, ma essere l’argine sicuro contro cui possono scontrarsi per crescere. Un genitore che scimmiotta lo slang del figlio perde autorevolezza. Come si legge nella Repubblica di Platone: «Il padre si abitua a rendersi simile al figlio (…); il figlio si mette allo stesso livello del padre e non prova rispetto né timore per i genitori, per essere libero». E senza quel rispetto che è fatto anche di sana distanza generazionale la libertà è solo un tuffo in mare aperto.

Gli adulti non dovrebbero imitare le parole dei figli. Dovrebbero ascoltarle, cercare di capirle per decifrare il loro mondo, ma mantenendo salda la loro distanza. (Pexels)
Simona Ravizza

Tenero e saporito

Attualità ◆ Il roastbeef è senz’altro uno dei piatti più apprezzati della cucina tradizionale. Alla Migros lo trovate già pronto, cotto al punto giusto e ricco di sapore, da gustare in ogni occasione

La salumeria della Migros, grazie alle sue innumerevoli specialità, è un vero e proprio paradiso per i buongustai. Dai salumi cotti a quelli crudi, passando per la salumeria stagionata fino alle prelibatezze regionali, nei nostri reparti dedicati ognuno trova qualcosa che possa soddisfare i propri gusti e adattarsi alle proprie aspettative in termini di prezzo. Una delle pietanze particolarmente gettonate dagli amanti della carne, è sicuramente il classico roastbeef, conosciuto anche come arrosto all’inglese, che alla Migros è ottenibile affettato finemente e pronto al consumo in una pratica vaschetta, con o senza salsa tartare. Preparato secondo una ricetta tradizionale utilizzando un taglio scelto di manzo svizzero, viene cotto lentamente fino al raggiungimento del suo caratteristico colore rosato al cuore. Aromatizzato delicatamente, conquista con il suo gusto equilibrato e la sua tenerezza.

La colazione secondo Balocco

Attualità ◆ Approfitta dell’offerta speciale sui golosi biscotti Balocco, disponibile fino a esaurimento delle scorte

Se il buon giorno si vede dal mattino, e quindi dalla colazione, iniziando con i prodotti Balocco si è già sulla strada giusta. Per soddisfare al meglio i desideri di coloro che cercano una prima colazione ancora più variata e gustosa, abbiamo introdotto per un periodo limitato alcuni frollini speciali del celebre marchio, tra i leader nel settore dolciario italiano. Perfette per iniziare al meglio la giornata, le Gemmole sono dei frollini integrali ricchi di fibre, grazie al prezioso mix di cereali germogliati di cui sono composti, come farro, frumento e grano saraceno. Per una colazione all’insegna della golosità, ecco le deliziose Saracene, dei frollini con farina integrale di grano saraceno e irresistibili gocce di cioccolato. Infine, regalati tutta l’intensità dei cereali integrali con le delicate Rusticotte, dei biscotti ai 5 cereali (frumento, avena, farro, segale, orzo) arricchiti con semi di chia, semi di lino e semi di girasole. Non vedi l’ora di fare colazione?

Per la tua bellezza naturale

Notità ◆ L’apprezzato assortimento del brand Goovi si amplia con quattro efficaci prodotti per la tua routine quotidiana

Crema viso idratazione

100H Goovi Fr. 29.95

Idratazione intensa fino a 100 ore, formula con il 98% di ingredienti naturali arricchita con acido ialuronico, estratto di rambutan e polisaccaride da cassia angustifolia, questa crema viso rende la pelle rimpolpata ed elastica, preservando l’equilibrio naturale della barriera cutanea. A rapido assorbimento, con texture gel bouncy per una sensazione fresca e leggera.

Crema viso vitamina C Goovi Fr. 27.95

Una crema viso rivitalizzante dall’azione antifatica, con il 98,7% di ingredienti di origine naturale, arricchita con vitamina C ed estratto di radice di liquirizia. Un utilizzo regolare rende le macchie meno visibili, stimola la sintesi di collagene e regolarizza la produzione di melanina, lasciando l’incarnato più riposato, uniforme e radioso.

Maschera detergente idratante Goovi Fr. 24.95

A base di ingredienti al 99.45% naturali, questa maschera rimuove trucco e impurità, mantenendo la pelle morbida e confortevole. Svolge un’azione idratante e rigenerante anche in presenza di pelle disidratata o spenta. Perfetta come primo step, prepara perfettamente il viso ai trattamenti successivi regalando una piacevole sensazione soft.

Struccante bifasico Goovi Fr. 17.95

Formula con il 99% di ingredienti di origine naturale, tra cui preziosa acqua di eufrasia, camomilla ed estratto di amamelide, questo struccante bifasico rivitalizzante rimuove fin dal primo passaggio anche il make-up più resistente e waterproof, senza residui, lasciando la pelle delicatamente fresca e idratata. Testato oftalmologicamente.

In vendita nelle maggiori filiali Migros fino a esaurimento stock
Gemmole Balocco 700 g Fr. 4.95
Saracene Balocco 700 g Fr. 4.95
Rusticotte Balocco 700 g Fr. 4.95
Arrosto all’inglese Svizzera, in self-service, per 100 g Fr. 5.95 invece di 7.05
In vendita nelle maggiori filiali Migros

«Dico ciò che penso, anche se può dare fastidio»

Incontri ◆ A colloquio con Peter Spuhler, CEO di Stadler Rail, azienda leader nella costruzione di veicoli ferroviari

Christian Dorer

Peter Spuhler ha trasformato Stadler

Rail da azienda di nicchia a leader a livello mondiale. Come ci è riuscito? Perché le sconfitte gli causano notti insonni? Come valuta la questione dell’immigrazione in Svizzera? Ecco le sue risposte.

Peter Spuhler, 40 anni or sono Stadler aveva 18 collaboratori, oggi sono 18’000. Qual è la ricetta del suo successo?

Non esiste una ricetta unica. Si sono presentate delle opportunità, e le abbiamo colte. Negli anni 90, con la crisi economica, l’industria ferroviaria tradizionale si è ritirata: Schindler, Sulzer, SIG. Si è quindi creato un vuoto. Noi eravamo un’azienda piccola e flessibile, siamo riusciti a crescere e ad attirare i migliori ingegneri del settore ferroviario.

Quale consiglio darebbe al sé stesso bambino?

Di diventare a tutti i costi imprenditore!

Ci vogliono coraggio, nervi saldi, rilassatezza e passione – che comporta anche sofferenza. Ci sono battute d’arresto, decisioni sbagliate, notti insonni. Fa parte del gioco. Una cosa è certa: cadere non è un peccato, restare a terra, sì. Dunque, rialzarsi, andare avanti!

Stadler era un’azienda piccola ma flessibile, ed è riuscita a cogliere delle opportunità, diventando un leader mondiale del settore

Suo padre era chef di cucina nell’esclusivo hotel Dolder di Zurigo. Come ha plasmato il suo stile di leadership?

La propensione al rischio imprenditoriale l’ho chiaramente ereditata da mia madre, che negli anni Cinquanta dirigeva una fabbrica di biancheria, cosa insolita per l’epoca. Mio padre era dotato nella leadership, ma a differenza di mia madre, piuttosto poco propenso al rischio.

Lei ha la fama di essere una persona diretta. Questo è più un rischio o un vantaggio?

Questo lo deve chiedere agli altri. Io dico quello che penso. A volte si crea qualche scontro, ma non mi piace girare intorno alle cose. Per me trasparenza, lealtà e onestà sono alla base di ogni leadership.

Parliamo della gara d’appalto miliardaria delle FFS, persa da Stadler a novembre. L’avete definita una «decisione errata», avete presentato ricorso e poi avete fatto marcia indietro. Perché questo tira e molla? Perdere ci ha fatto male. Soprattutto perdere in casa. È come perdere la finale di hockey nel proprio stadio, come l’HC Davos in questo momento. Non riuscivamo a comprendere come fossero stati assegnati i punti nella valutazione. Per potere com-

prendere i nostri punti deboli dalla valutazione, abbiamo dovuto fare ricorso. Le pagine messe a disposizione da Siemens al Tribunale amministrativo federale, pesantemente oscurate, non ci hanno però fornito ulteriori chiarimenti. Perciò abbiamo ritirato il ricorso.

Circa il 70 percento dei treni delle FFS sono di Stadler. Per una volta non è normale perdere?

Ci succede di perdere gare d’appalto pubbliche, sia in Svizzera, sia all’estero. Fa parte del mestiere. Mi hanno accusato di invocare il protezionismo, cosa che non abbiamo mai fatto. Io sono per i mercati liberi e aperti e per la concorrenza. Ci aspettiamo che dopo le regole del WTO possa vincere il migliore.

Come gestisce gli insuccessi?

Non mi lasciano indifferente. Dopo avere perso la gara di appalto delle FFS ho passato diverse notti insonni. Ma se non mi sentissi così coinvolto, sarei al posto sbagliato. A quel punto dovrei rinunciare alla mia carriera imprenditoriale e cominciare a giocare a golf. (ride).

La situazione globale è tesa: guerre, inflazione, franco forte. Qual è l’impatto su Stadler?

Un impatto forte. Dalla nostra quotazione in borsa nel 2019 non abbiamo mai avuto una fase tranquilla: Covid, conflitto in Ucraina, pro-

blemi nella catena di approvvigionamento, catastrofi naturali. E ora abbiamo anche il signor Trump alla Casa Bianca: fa in modo di metterci costantemente davanti a nuove sfide che tocca poi a noi risolvere. Sarebbe bello se le acque potessero calmarsi per un poco e la situazione globale si distendesse.

Nonostante ciò avete commesse per 32 miliardi di franchi, una cifra mai raggiunta prima. Negli ultimi anni abbiamo investito somme importanti nelle tecnologie e nei progetti di veicoli. Disponiamo del portfolio-prodotti più ampio: tram, metropolitana, S-Bahn a uno o due piani, treni ad alta velocità, locomotive. Siamo l’unico produttore del mondo a offrire ai clienti veicoli su misura come ferrovie a cremagliera o treni a scartamento ridotto.

Nel suo settore quale ruolo ha la sostenibilità?

Un ruolo molto grande. A causa della situazione climatica, la politica richiede un divieto di fatto dei treni a diesel. Stadler ha cominciato molto presto a sviluppare treni a batteria e a idrogeno. In questo settore Stadler è leader mondiale. In Europa probabilmente si imporrà la batteria, negli Stati Uniti piuttosto l’idrogeno. In entrambe le soluzioni deteniamo il record mondiale: il nostro treno a batteria ha percorso 240 chilometri senza ricarica e il nostro tre-

no a idrogeno 2803 chilometri senza rifornimento.

Per 13 anni lei è stato Consigliere nazionale per l’UDC. Oggi si esprime solo raramente sulla politica. Perché?

Mi esprimo solamente se in ballo c’è la piazza industriale svizzera. In qualità di imprenditore, da Stadler sono responsabile unico di 6000 posti di lavoro in Svizzera per un volume salariale annuo di 500 milioni di franchi. Circa due terzi della produzione svizzera sono destinati all’Unione europea. Per questo la libera circolazione delle persone era per me fondamentale per garantire i posti di lavoro.

«Ci succede di perdere gare d’appalto pubbliche, sia in Svizzera, sia all’estero. Fa parte del mestiere»

Lei si è detto contrario all’iniziativa dell’UDC che vuole limitare la popolazione svizzera a dieci milioni. Perché?

Condivido l’opinione dell’UDC secondo cui l’immigrazione è troppo elevata e la Svizzera dovrebbe finalmente riuscire a gestirla. Lo stress da densità è un problema – e causa aumenti degli affitti e del traffico, portando le infrastrutture al limite. Per questo la Svizzera dovrebbe imporre un’immigrazione autono-

ma. L’iniziativa sulla sostenibilità prevede però un limite rigido, il che, a mio avviso, è l’approccio sbagliato. La Svizzera vive dell’accesso ai mercati internazionali. Non possiamo ignorare questo fatto – in qualità di azienda esportatrice dipendiamo dalla libera circolazione delle persone.

Qual è la sua ricetta contro l’immigrazione?

Nell’attuale accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone c’è una clausola che consente alla Svizzera di limitare, a determinate condizioni, l’immigrazione proveniente dall’Unione europea. È vero che si tratta di un articolo un po’ vago, ciò nonostante, con questo articolo limiteremmo l’immigrazione. Bruxelles non ne sarebbe sicuramente contenta, ma la palla va giocata nel campo dell’Ue.

E qual è la differenza rispetto all’iniziativa?

Diversi importanti membri dell’Unione, come Germania, Polonia o Austria, hanno già violato in modo grave il principio della libera circolazione delle persone. In caso di escalation, i 27 Parlamenti nazionali degli Stati membri dell’Ue dovrebbero deliberare la revoca della libera circolazione delle persone nei confronti della Svizzera. Ciò non succederà. Per l’iniziativa per la sostenibilità, invece, è necessaria solo una revoca –quella della Svizzera. Vi è inoltre una domanda a cui l’iniziativa dell’UDC non risponde: cosa succederebbe agli oltre 500’000 cittadini svizzeri che vivono nell’Ue?

Lei dirige Stadler Rail da 39 anni, oggi ne ha 67. Riuscirà a lasciare andare? Ci sto lavorando.

Ma non si nota molto. Negli ultimi anni, Stadler Rail ha iniziato un ricambio generazionale ai vertici dell’azienda e nel consiglio di amministrazione. A livello operativo sono quasi del tutto fuori. Mi occupo ancora dello sviluppo della strategia e, in qualità di presidente del Consiglio di amministrazione, porto responsabilità in caso di decisioni importanti o di rischi. Grazie alla mia esperienza posso aiutare e sostenere la squadra quando si presentano difficoltà operative. E se da qualche parte in uno stabilimento ci sono dei problemi, intervengo.

Anche suo figlio è in azienda. La successione è così garantita? Al momento gestisce il nostro stabilimento di St. Margrethen. E lo fa in modo egregio. Attualmente è impegnato con la sua squadra con un ordine di 123 treni a due piani per le ÖBB. Non sono un padre che ha costretto i propri tre figli a scegliere un determinato mestiere. Ma è ovvio che io sia estremamente felice che, al termine degli studi, mio figlio abbia deciso di lavorare alla Stadler.

Peter Spuhler (67) ha studiato economia aziendale a San Gallo ed è stato giocatore di hockey per il GC. Nel 1987 è entrato nella Stadler Rail a Bussnang TG. (Julius Hatt)

Giovani architetti di tutto il mondo

Incontri ◆ L’Associazione Amici dell’Accademia di Architettura in 30 anni ha portato a Mendrisio 120 studenti da ogni angolo della Terra

Siamo nella splendida e romantica Villa Argentina di Mendrisio, in una delle sedi dell’Accademia di Architettura. Al tavolo c’è Martino Pedrozzi, presidente del comitato direttivo dell’Associazione Amici dell’Accademia, e tra un’ora ci raggiungeranno quattro giovani che studiano qui grazie a questa associazione.

L’Accademia e l’Associazione sono nate entrambe nel 1996: una scuola di altissima qualità e di grande mescolanza culturale aveva bisogno di filantropia. L’associazione Amici dell’Accademia di Architettura sostiene quindi studenti meritevoli che non possono affrontare le spese dell’Accademia. «Volevamo rendere possibile l’accesso a questa ottima scuola per tutti, anche a chi non viene da una famiglia o da un Paese fortunato. È una questione di giustizia», spiega Pedrozzi. «Come diceva Umberto Eco, “le università sono ancora uno fra i pochi luoghi in cui è possibile un confronto razionale tra diverse visioni del mondo”».

Finora sono stati devoluti 120 finanziamenti a studenti di molte parti del mondo, che hanno generato scambi, carriere notevoli e l’atmosfera dell’Accademia ha guadagnato calore, varietà culturale, complessità di punti di vista, connessione con la realtà, ricchezza umana. «Ognuno porta gli interessi e le preoccupazio-

ni del proprio Paese», spiega il professore e architetto. «In questo modo possiamo meglio confrontarci con i bisogni reali del mondo e soprat-

tutto con quelli di cui deve occuparsi l’architettura: il vivere, l’urbanistica, gli alloggi, i cambiamenti climatici. Quando le persone accostano le pro-

prie differenze, ecco che salta fuori l’umanesimo. Ci parliamo, qui in Accademia, fra docenti e ragazzi/e, e capiamo cosa ci separa e cosa ci accomuna. L’universale si palesa. Ed è importante per tutti: imparare dalle differenze e dalle differenze capire cosa invece è uguale». E cos’è che ci accomuna? «I sentimenti profondi, credo». Sorride. Sa che c’è qualcos’altro, di impalpabile, sottile, indicibile: l’essenza dell’umanità.

È importante avere dei luoghi nascosti, difficili da trovare, che quando ci capiti hai l’impressione di averli scoperti tu

Poi arrivano gli studenti, entrano e sono quattro, un po’ timidi e un po’ curiosi. La quinta ragazza che in questo momento frequenta l’Accademia con una borsa dell’Associazione non ha potuto venire. Per una casualità tutti loro hanno conseguito il bachelor nel proprio Paese d’origine, e ora stanno facendo il Master a Mendrisio. Gli racconto quello che mi ha detto il loro docente Pedrozzi sull’importanza per un’Accademia di essere multiculturale e i giovani aggiungono: «Noi portiamo nuove energie, entusiasmo, voglia di conoscere e scoprire ciò che per gli altri è già noto. Siamo curiosi del Ticino, dell’Italia e del resto dell’Europa».

Wendy, una ragazza australiana, commenta: «Qui è tutto così vicino, da noi studiare le architetture classiche è quasi astratto: qui invece possiamo andare a vederle dal vivo!».

E Jeremy, studente belga, le fa eco: «Se un austriaco ti parla delle soluzioni che lui conosce, qualcun altro aggiunge un dettaglio imparato a New-York, ognuno racconta ciò che sa… allora la storia dell’architettura diventa personale e non te la dimentichi più». Guardo la lista dei Paesi da cui provengono i 120 studenti sostenuti in trent’anni dall’Associazione: Argentina, Romania, Spagna, Messico, Cina, Albania, Iran, Polonia, Russia, Palestina, Bulgaria, Siria, Congo, Kenya, Marocco, Bosnia,

Israele, Cile, Serbia, Brasile, Repubblica Ceca, Giappone, India, Lussemburgo, Germania, Italia… In questo momento i quattro studenti di master stanno lavorando sulle Valli del Ticino. «È difficilissimo», mi raccontano Wendy, Jeremy, Jana e Hadis. «I posti sono magici e stupendi, e proprio per questo dobbiamo chiederci se facciamo meglio o peggio a intervenire. Più un posto è bello, più devi fare attenzione». Ma cosa significa intervenire? Cosa è per voi il lavoro dell’architetto? «Secondo gli studi classici era combinare bellezza e utilità. Adesso è più importante la riflessione sul territorio. Avere idee, vari livelli complessi di pensiero, e trasformarli in un solido». L’architetto, mi spiegano, è la persona responsabile di come e dove vive la gente; deve avere in ugual misura qualità umane e professionali; ogni territorio deve essere curato in modo diverso. Mi raccontano i loro sogni: chi vorrebbe ripartire, chi restare qui (ma è difficile, perché per essere assunti in Svizzera il datore di lavoro dovrebbe provare che non ha trovato nessun residente altrettanto adatto), chi desidera soltanto un posto dove avere la libertà di sbagliare e di prendersene poi le responsabilità. Recentemente si è svolta giornata importante per l’Usi, il Dies academicus, in cui le parole di Umberto Eco avevano fatto da filo conduttore; Pedrozzi si riallaccia a un’altra citazione: «Le università sono fra i pochi luoghi in cui le persone si incontrano ancora, faccia a faccia, in cui i giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali». E proprio gli spazi reali e non virtuali sono un tema centrale in questi anni per l’architettura. Si sente spesso parlare di qualità dello spazio pubblico (che sia una piazza, un sentiero, un museo, il municipio o un luogo sacro). Ma i giovani studenti hanno una visione un po’ diversa: «Non è che mancano i luoghi dove aggregarsi, forse piuttosto dobbiamo chiederci se è abbastanza facile raggiungerli. Ma anche potenziando i trasporti non è detto che si riesca a vincere la voglia di stare a casa… Noi crediamo che magari è altrettanto importante avere dei luoghi nascosti, difficili da trovare, che quando ci capiti hai l’impressione di averli scoperti tu. Pensa ai film: quando due si danno un bacio stanno in un antro, in un vicolo, in una piazzetta apparsa all’improvviso appena girato l’angolo e la sorpresa gli ha dato voglia di baciarsi». Appartengo a un’altra generazione e replico: «D’accordo per i baci. Ma se ho figli e voglio che stiano con altre persone?». «Anche ai bambini piace nascondersi sotto il tavolo o fare le capanne», replicano, «quindi anche per loro è bene che il territorio offra posti non predisposti a un’attività particolare, ma dove sono loro che si inventano il modo per starci».

Gli chiedo allora come faranno a rendere il mondo meno ovvio e scontato. «Questa è la nostra arte», mi rispondono. E, cartella sotto braccio, tornano ai loro studi, progettando valli e città, sentieri o edifici che potrebbero aiutarci a vivere meglio.

I cinque studenti che beneficiano del sostegno dell’Associazione (foto Martino Pedrozzi).

Quando l’intestino «parla» al cervello

Salute ◆ Non solo un modo di dire: pancia, emozioni e mente comunicano influenzando salute e benessere

Per Timothy il legame tra intestino e cervello è stato evidente fin dall’inizio della malattia: «I primi sintomi intestinali comparvero nel 2008, in un periodo di forte stress lavorativo: ho vissuto come un trauma profondo la disoccupazione, l’incertezza economica e l’arrivo imminente della mia prima figlia». Lui stesso ricorda di «sentire che gli rodeva dentro», e poco dopo arrivò la diagnosi di malattia intestinale cronica. Con il peggiorare dei sintomi, anche la vita psicologica cambiò: «Ansia costante, paura di uscire, isolamento sociale e il bisogno di avere sempre un bagno vicino. L’intestino condizionava completamente la mia mente». Durante il Covid, già immunodepresso, affrontò un ricovero gravissimo, con intubazione e terapia intensiva, vivendo paura di morire, incubi e una realtà alterata. Anche lì il corpo e la mente si intrecciarono profondamente. Oggi racconta che stare un po’ meglio fisicamente ha migliorato anche il suo equilibrio psicologico: «La testa fa tanto; se la testa va giù, anche il fisico va giù».

Intestino e cervello comunicano continuamente attraverso nervi, ormoni, sistema immunitario e microbiota e «me lo sento nella pancia» o «ho lo stomaco chiuso» non sono solo modi di dire. Per questo l’intestino è spesso definito un «secondo cervello», capace di risentire dello stress e di influenzare umore e benessere.

Nelle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, questo legame diventa ancora più evidente, coinvolgendo profondamente l’equilibrio psicofisico della persona. Secondo lo psichiatra Francesco De Marco «in realtà, la cultura popolare aveva intuito tutto questo molto prima che arrivassero le conferme scientifiche. Da sempre, infatti, stati emotivi come ansia, paura o preoccupazione vengono associati a sensazioni fisiche che riguardano stomaco e intestino e i tanti modi di dire legati alla “pancia” non sarebbero quindi semplici metafore, ma l’espressione di un’esperienza reale che oggi la medicina riesce a spiegare meglio». Lo specialista sottolinea pure che «negli ultimi decenni la ricerca ha dimostrato l’esistenza di vere e proprie “autostrade” che collegano cervello e intestino, una delle quali è neurologica e passa attraverso il nervo vago (collegamento più rapido tra i due organi), responsabile ad esempio di quella sensazione immediata di nausea o malessere intestinale che può comparire sotto stress. Questo agisce sull’asse ormonale che coinvolge cortisolo e ipofisi, influenzando direttamente l’intestino. Anche il microbiota ha un ruolo centrale: i batteri intestinali producono sostanze che entrano in circolo e possono influenzare l’attività cerebrale». È proprio per questa complessità, spiega, che si parla sempre più spesso dell’intestino come di un «secondo cervello». Una definizione che, precisa De Marco, va interpretata correttamente: «L’intestino non produce pensieri né idee, non è la sede della coscienza, ma è una struttura estremamente sofisticata che può influenzare profondamente il funzionamento del cervello». Oggi gran parte degli studi si concentra proprio su questo: «Capire in che modo ciò che accade nell’intestino possa modificare umore, attenzione, memoria e benessere psicologico generale».

Il rapporto tra disturbi intestinali e salute mentale va letto con equilibrio: «Stress e ansia si riflettono su-

bito sulla pancia, ma anche un intestino in sofferenza può influenzare umore, sonno e lucidità mentale». Non esiste però un semplice rapporto di causa-effetto: «Ansia e depressione possono derivare dall’intestino o procedere parallelamente, influenzandosi a vicenda. Lo stesso vale per gli studi sulla disbiosi intestinale e alcune condizioni neurologiche o neuropsichiatriche, come alcuni tratti dello spettro autistico». Ad ogni modo, De Marco rende attenti sul fatto che la presenza di un’associazione non significa automaticamente causalità. Infatti, «se si riequilibra il microbiota, non sempre si osserva un miglioramento immediato delle altre condizioni, ed è quindi più corretto parlare di un’influenza reciproca piuttosto che di una spiegazione unica».

Stress e ansia si riflettono subito sulla pancia, ma anche un intestino in sofferenza può influenzare umore, sonno e lucidità

Sul ruolo del microbiota, però, i dati sono sempre più solidi. «Il microbioma intestinale partecipa al metabolismo di numerosi neurotrasmettitori fondamentali, come serotonina, dopamina e GABA, sostanze indispensabili per il funzionamento del sistema nervoso. Molti dei loro precursori vengono prodotti proprio a livello intestinale, e questo rende evidente quanto l’equilibrio della flora batterica possa incidere anche sul benessere psicologico». Per questo, sintomi come stanchezza mentale, irritabilità, difficoltà di concentrazione o umore basso non dovrebbero essere letti soltanto come problemi «di testa». «In alcuni casi, migliorare le condizioni della flora intestinale può rappresentare un aiuto concreto, anche se non risolutivo».

Il medico invita però alla prudenza: «L’idea che basti assumere probiotici o fermenti lattici per risolvere problemi complessi è una semplificazione eccessiva. Non esistono soluzioni miracolose, ma un supporto utile sì, soprattutto se inserito in un approccio più ampio». Tra le abitudini quotidiane che aiutano a proteggere l’asse intestino-cervello, la dieta mediterranea resta una delle basi più solide: «Verdure, cereali e alimenti ricchi di fibre favoriscono una flora intestinale più varia e in salute. E la varietà è fondamentale, perché nell’intestino vivono più batteri di quante siano le cellule

del nostro corpo». Anche l’attività fisica regolare contribuisce al benessere generale e indirettamente a quello intestinale. Ma l’elemento più importante, sottolinea De Marco, è la costanza: «Nessuna buona abitudine funziona se praticata una volta sola. La prevenzione passa soprattutto dalla regolarità con cui ci si prende cura di sé».

Questo discorso diventa ancora più importante nelle Malattie Infiamma-

Intestino e cervello comunicano continuamente attraverso nervi, ormoni, sistema immunitario e microbiota. (Pexels)

torie Croniche Intestinali, come il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. In queste patologie, spiega il medico, «l’infiammazione cronica altera profondamente il microbiota, riducendone biodiversità e quantità. Una flora intestinale più povera significa anche una minore produzione di sostanze utili al cervello, con possibili ripercussioni su memoria, concentrazione e tono dell’umore. A questo si aggiunge uno stato infiammatorio

persistente che non resta confinato all’intestino, ma può coinvolgere l’intero organismo, compreso il sistema nervoso». Egli parla di alcune ricerche che mostrano come nei pazienti con morbo di Crohn esistano differenze funzionali in alcune aree cerebrali a seconda che la malattia sia in fase attiva o quiescente: «Durante le fasi acute, per esempio, possono aumentare stanchezza, difficoltà di memoria, ansia e depressione». Non si tratterebbe quindi soltanto di una reazione psicologica alla malattia cronica, ma di una vera componente biologica che accompagna l’infiammazione. Per questo, conclude De Marco, la cura delle MICI non può limitarsi al controllo dell’infiammazione intestinale. «È fondamentale considerare anche il benessere psicologico e la qualità della vita complessiva del paziente, perché i due aspetti si influenzano positivamente a vicenda».

Anche il tema degli psico-biotici (probiotici e altre strategie pensate per migliorare il microbiota e, di riflesso, il benessere mentale) sta attirando molta attenzione: «I risultati, soprattutto in ambiti come la depressione, sono incoraggianti, ma non si può ancora parlare di terapie consolidate o risolutive». Così, conclude lo specialista, «la ricerca è in corso e richiede prudenza: l’intestino può aiutare il cervello, ma non esistono scorciatoie semplici per problemi complessi».

Martedi, 26 maggio 2026 a partire dalle 18.30

LAC Lugano Arte e Cultura

Piazza Bernardino Luini 6 6900 Lugano

MALATTIA DI CROHN COLITE ULCEROSA

Incontro medici pazienti

Serata informativa per pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) e per la popolazione interessata

LUGANO

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Il cottage cheese, un miracolo proteico

Alcuni lo elogiano come superalimento, altri non lo amano: il cottage cheese divide. Noi diciamo: il team pro cottage cheese probabilmente guadagnerà punti con la nostra ricetta per il brunch.

Il cottage cheese è un vero camale onte in cucina. Con il suo gusto leggermente acidulo è perfetto per arric chire un müesli ai frutti di bosco, ma anche per prepara re fantastiche creme salate alle erbe aromatiche. Esso è indicato anche per la cottura, per esempio per la preparazione di soffici waffle, wrap o focacce.

Ciò che rende speciale il cottage chee se è la sua combinazione ideale di proteine e grassi, che ne fa uno spuntino energetico in grado di regalare un buon senso di sazietà.

Naan proteico bio con carote al forno

Tempo di preparazione

Su cosa si basa il trend legato alle proteine?

Il nostro corpo ha bisogno di proteine per mantenere la massa muscolare o rinnovare gli enzimi ed è sempre impegnato a metabolizzarle e scomporle. È quindi non solo trendy, ma assolutamente sensato assicurarsi di avere un buon apporto proteico.

La buona notizia è che questo è facilmente possibile senza dover ricorrere a barrette iperproteiche altamente elaborate e costose o addirittura a integratori alimentari. Le proteine salutari dell’agricoltura svizzera si trovano, per esempio, nella carne, nelle uova e nei prodotti caseari.

Grande varietà

I latticini, in particolare, non solo forniscono proteine, ma contengono anche molto calcio, entrambi importanti per le ossa e i muscoli. L’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria raccomanda di consumare due o tre porzioni al giorno di latticini non zuccherati. Una porzione corrisponde a circa 2 dl di latte, 150-200 g di quark o cottage cheese o 30 g di formaggio a pasta dura. Se nei pasti si include una fonte proteica a base di latte, si va sul sicuro e si ha un’ampia scelta. Skyr, kefir, ricotta, yogurt, formaggio: la gamma è vastissima.

Preparazione: ca. 30 minuti + ca. 25 minuti di cottura

Ingredienti per 4 persone

Naan proteico

400 g di cottage cheese bio

4 uova bio

250 g di farina bio

1 cucchiaino di sale

1 cucchiaino di lievito bio in polvere

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40 g di burro bio morbido

1 spicchio d’aglio bio, schiacciato

1-2 cucchiai di prezzemolo

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Qui si va alla preparazione:

Bio è meglio

Benessere degli animali

Solo mucche felici producono buon latte bio per il miglior burro bio. La gemma garantisce un allevamento adeguato alla specie. Le linee guida rigorose rispettano le esigenze naturali degli animali.

Tanto tempo all’aperto

Negli allevamenti con la gemma, le mucche trascorrono la maggior parte dell’anno al pascolo. Durante la stagione del pascolo, dalla primavera all’autunno, stanno all’aperto almeno 26 giorni al mese e in inverno almeno 13 giorni.

Solo mangimi biologici provenienti dalla Svizzera

Le mucche biologiche ricevono pochi mangimi concentrati. Ciò corrisponde alle esigenze naturali degli animali e all’impegno di Bio Suisse verso un’alimentazione sostenibile: deve essere il più possibile adeguata al luogo di produzione e alla conservazione delle risorse. Per questo motivo il mangime proviene, per quanto possibile, dalla stessa azienda agricola.

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E l’auto divenne oggetto culturale

Motori ◆ Le nuove linee di tendenza presentate alla Milano Design Week 2026

La Milano Design Week 2026 si è confermata come il più importante laboratorio internazionale del progetto contemporaneo, capace di andare oltre l’arredo e l’architettura per abbracciare mondi apparentemente distanti, come quello dell’automobile.

Si è distinta Audi, che ha realizzato l’installazione Origin insieme allo studio Zaha Hadid Architects: una struttura futuristica concepita come portale verso il nuovo linguaggio stilistico del brand e simbolo del passaggio a una mobilità sempre più tecnologica e sostenibile. L’opera, caratterizzata da superfici fluide e giochi di luce, ha offerto un’esperienza immersiva che fonde architettura e automotive.

Grande attenzione anche per BMW con Vibrant Transitions, un percorso dedicato all’evoluzione del design tra digitale e materia. Qui il pubblico ha potuto esplorare il dialogo tra tradizione e innovazione, con installazioni che mettevano in relazione materiali fisici e ambienti virtuali, sottolineando il ruolo centrale della tecnologia nell’ideazione delle vetture. Lexus ha proposto Space, un’installazione visionaria ispirata a concept futuristici, affiancata a opere artistiche nate dalla collaborazione con designer emergenti, a dimostrazione di come il marchio interpreti l’auto come spazio esperienziale.

L’attenzione alla luce, ai materiali e alla percezione sensoriale ha trasformato l’ambiente in un racconto quasi cinematografico. Molto scenografica la presenza di MINI, che insieme allo stilista Paul Smith ha creato A Garden of Curiosity, un ambiente fatto di colori, suoni e suggestioni sensoriali, dove la vettura diventa parte di un racconto creativo. L’installazione ha enfatizzato il lato giocoso e iconico del brand, trasformando lo spazio in un’esperienza emozionale.

Renault ha puntato invece sulla narrazione urbana con un’installazione dedicata alla Twingo elettrica, trasformando lo spazio espositivo in un ambiente immaginifico tra natura e città. Al centro c’è la mobilità sostenibile e il rapporto tra veicolo e contesto urbano. Importante anche la presenza di Kia, con un doppio percorso espositivo che ha raccontato materiali, sostenibilità e concept car, tra cui la Vision Meta Turismo. Un progetto che ha evidenziato l’attenzione del marchio verso l’innovazione e le nuove forme di mobilità digitale. Hyundai ha presentato Art of Steel, un’installazione immersiva che ha mostrato il processo creativo dietro il design della nuova IONIQ 3, unendo industria e artigianato.

Tra i marchi europei premium,

Range Rover ha portato un’interpretazione del lusso con installazioni dedicate al design su misura, mentre Škoda ha trasformato spazi storici in ambienti interattivi e colorati, dimostrando come il design possa essere accessibile e coinvolgente. Non sono mancati brand italiani come Fiat, con reinterpretazioni creative della Topolino e della 500, e Pininfarina, che ha celebrato il design italiano tra heritage e innovazione, sottolineando il ruolo storico del Paese nel panorama automotive mondiale.

Accanto ai nomi storici, si sono affacciati nuovi player globali come BYD, Dongfeng e Lepas, segno di una Design Week sempre più internazionale e strategica per il mercato europeo, dove il confronto tra culture progettuali diverse è sempre più evidente. Spazio anche alla sperimentazione sportiva con Lotus, che ha esposto il concept Theory 1 in un allestimento ad alto impatto visivo legato al mondo racing, tra dinamismo e innovazione.

La presenza così massiccia dell’automotive alla Design Week riflette una trasformazione profonda del settore. L’automobile non è più solo un prodotto ingegneristico: è un oggetto culturale, un’esperienza e un manifesto estetico. Le installazioni viste a Milano raccontano come il design sia oggi il vero terreno di competizione tra i marchi. Non si tratta solo di linee della carrozzeria, ma di materiali sostenibili, interfacce digitali, illuminazione, suono e perfino storytelling L’auto diventa spazio abitabile, estensione della casa e dispositivo emozionale, in cui l’utente non è più solo conducente, ma protagonista di un’esperienza. La crescente diffusione dell’elettrico e della guida assistita sta liberando i designer da vincoli tradizionali, aprendo nuove possibilità progettuali sia negli interni sia negli esterni.

La Design Week offre alle case automobilistiche un contesto diverso dai saloni tradizionali: qui non si parla solo a clienti, ma a designer, architetti, artisti e opinion leader. Questo consente ai brand di posizionarsi non più come semplici produttori, ma come attori culturali capaci di influenzare il modo in cui vivremo la mobilità nei prossimi anni. In questo senso, Milano si conferma crocevia ideale: una città dove industria, creatività e comunicazione si incontrano, dando vita a un dialogo continuo tra discipline diverse. E l’automobile, da mezzo di trasporto, si trasforma definitivamente in oggetto di design totale, sintesi perfetta tra tecnologia, estetica e visione del futuro.

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ATTUALITÀ

Di nuovo alla conquista della Luna Risorse preziose e sfide al limite: il nostro satellite diventa il nuovo campo di una competizione dal finale imprevedibile

Pagina 16

La nuova geopolitica digitale

Dall’intelligenza artificiale ai dati strategici: la Svizzera ridisegna il suo ruolo nella competizione globale

Pagina 17

Quella Venezia che soffoca Cronache da una città trasformata in un gigantesco B&B e assediata da un’acqua che sale senza più chiedere permesso

Pagina 18

L’illusione del diritto internazionale

L’analisi ◆ Tra rapporti di forza, assenza di un arbitro imparziale e pretese universalistiche: ecco perché le regole tra Stati raramente coincidono con un’idea condivisa di giustizia

Lucio Caracciolo

Tempo di guerra e di disordine mondiale. Alta stagione per il diritto internazionale, si direbbe. Eppure, mai come ora la sua legittimità è contestata. E la sua inefficienza comprovata. Al meglio, lo si tira da una parte e dall’altra per legittimare le azioni degli Stati interessati. O viene semplicemente ignorato. Occasione per studiarne peculiarità e paradossi. Con l’intento di chiarirne il senso e i suoi (non) esiti. Per punti.

Primo Il diritto deriva dal potere. È nella storia, non in dimensione altra. Nello specifico, il diritto internazionale riflette prassi e potere degli Stati. Serve gli interessi, per definizione diversi, spesso confliggenti, di coloro che intendono farne strumento di autolegittimazione e/o condanna dell’avversario. Dunque non è né può essere universale perché appunto tra Nazioni. Disegna una ragnatela sufficientemente vaga e interpretabile, tracciata da giudici che sono cittadini dei rispettivi Paesi, anche se tra essi qualcuno si considera per diritto cittadino del mondo. Ovvero della cosiddetta «comunità internazionale», altra formula magica dalla sfera semantica flessibile. Parte per il tutto. Come se

in una partita un giocatore o un gruppo di giocatori si autoproclamasse arbitro, così dando veste normativa al suo punto di vista.

Secondo

Nelle misurate parole di un fine giurista, Natalino Irti, la carenza di terzietà del diritto internazionale è così valutata: «La vana ricerca del terzo, che per la sua istituzionale posizione sia capace di dirimere la controversia fra Stati, suscita dubbi sulla stessa concepibilità del diritto internazionale». In termini secchi, illustrati negli anni Cinquanta da uno studioso specialmente attivo nel campo dei federalisti europei, Andrea Chiti Batelli, siamo di fronte a un «diritto anarchico». Ossimoro.

Terzo

Giusti i propri princìpi, con questo genere di amministrazione della giustizia finiremmo per abolire la storia. Alla sua base è posta l’idea di una umanità buona, pervertita e minacciata da Stati o altri soggetti maligni, senza dei quali saremmo tutti orientati verso pace e giustizia. Meglio, verso pace giusta, legittimata come tale da tribunali preposti ad elargire il relativo bollino. La logica del compromesso, opposto della teorica giustizia e condizione pratica

della pace, ne è squalificata. Immorale. Perché ingiusta.

Quarto

Chi difende il diritto internazionale pur ammettendone limiti teorici e pratici ne rimarca il valore simbolico. Proclamare princìpi considerati morali e condannare tendenze immorali sarebbe di per sé buono e giusto. Idea discutibile, a meno di non intestarsi la titolarità del diritto di Dio, neanche fossimo tornati all’ordalia. Il diritto non è simbolico. Non risulta deputato a predicare la morale, ma ad applicare norme accettate dalle comunità interessate.

Il diritto internazionale serve gli interessi, spesso confliggenti, di coloro che intendono farne strumento di autolegittimazione e/o condanna dell’avversario

Le quali essendo diverse e spesso in conflitto fra loro possono avere idee irriducibili a unità circa ciò che è o non è morale. L’inversione di senso che confonde prescrizione e descrizione, sicché l’essere coincide col dover essere, appare acrobatica. In ogni caso, se la

giustizia si amministra per simboli, non ci fa una gran figura. Viene meno al suo principio operativo.

Quinto Fra i sacri princìpi internazionalistici spicca il diritto di autodeterminazione dei popoli. Teorizzato e impugnato come bandiera negli stessi anni dal russo bolscevico Lenin e dal presidente americano Wilson, di fervida fede presbiteriana. Di quest’ultimo gli idolatri considerano i Quattordici Punti, che avrebbero dovuto finire tutte le guerre, versione internazionalistica dei Dieci Comandamenti. Scorrerli aiuta a intendere la confusione che le pretese universalistiche dei particolarismi internazionalistici (leggasi: nazionalistici) generano in chi vorrebbe dar loro veste ecumenica. Fuori contesto. Infatti i Punti, che il braccio destro di Wilson, Lansing, opportunamente definì “dinamite” –tesi ahinoi confermata nella Seconda guerra mondiale, che qualcosa deve al profeta di Versailles – si dividono quasi equamente fra proclamazioni universali e vaghe prescrizioni molto specifiche. È il caso dei criteri di evacuazione da parte tedesca di territori francesi, belgi e russi, della rettifica delle frontiere italiane su base più o meno et-

nica, per tacere dello smembramento dell’Austria-Ungheria.

Sesto e ultimo (ma non finale, questa è una discussione non una sentenza).

Esito forse inconsapevole di questo curvo genere di diritto è la tribunalizzazione della storia. Tema su cui rimandiamo alle sempre avvincenti pagine di Odo Marquard, campione dello scetticismo ermeneutico, del dubbio come metodo e programma di ricerca. Volgere le corti internazionali in verità storiche definitive implica ad esempio l’uso della colpa collettiva come stigma illimitato nel tempo. Come tuttora verificabile nella Germania e nel Giappone contemporaneo, tuttora letti da loro critici o avversari attraverso i criteri di Norimberga e di Tokyo, giudizi dei vincitori sui vinti. Tanto che la Carta della Nazioni Unite preserva le cosiddette «clausole del nemico» che consentono di muovere guerra ai vinti della Seconda guerra mondiale come se fossimo nel 1946. Interessante notare che mentre tedeschi e giapponesi si sono dati da fare, senza successo, per abolire i relativi articoli 53, 77 e 107, gli italiani non ci abbiano nemmeno provato, considerandoli desueti. Roma non locuta, causa non soluta.

La Corte internazionale di giustizia all’Aia: decisioni dal forte peso simbolico, ma spesso prive di effetto vincolante. (Keystone)

La Luna, un grande affare per molti

Spazio / Parte 2 ◆ Risorse

Loris Fedele

Il programma Artemis di ritorno alla Luna fu pensato già 20 anni fa, quando negli Usa era presidente George W. Bush e si erano chiuse le missioni dello Shuttle. È partito ufficialmente nel 2022 con Artemis 1, un giro della Luna senza equipaggio, poi Artemis 2, quest’anno, un sorvolo della Luna con persone a bordo, poi ci aspetta nel 2027 un nuovo programma che ha stravolto l’originale (vedi articolo sull’edizione del 6 maggio, pag. 13) con Artemis 3 in orbita terrestre. Infine Artemis 4, nel 2028, con la discesa degli astronauti americani sulla Luna. Lo ha voluto così Trump, il cui mandato scade appunto nel 2028 e lui vuole essere il presidente in carica che avrà fatto tornare delle persone sulla Luna e battere sul tempo i cinesi. Per guadagnare tempo ha eliminato dal programma la progettata stazione orbitante intorno alla Luna (il Gateway) che gli europei, forti di un contratto internazionale, stanno già costruendo. Dopo il 2028, al seguito ci penseranno gli altri. È comunque già noto, complici anche gli interessi economici dei miliardari che oggi sono con Trump, come Elon Musk e Jeff Bezos (che già mettono a disposizione delle missioni spaziali i loro razzi, le loro navette, e i loro capitali) che in futuro si intende costruire una base sulla Luna, magari sfruttando qualcosa di già preparato per il cancellato Gateway.

Dalla regolite si potrebbe estrarre ossigeno in buona quantità e perfino produrre acqua, ma non è una passeggiata

Interessano le preziose risorse del pianeta, con scavi e prelevamento di materiali utili per la Terra. Sembra di essere in un film di fantascienza: a parole si fa tutto facile. Come se si potesse scendere sulla Luna con una nostra impresa di costruzioni e operare come sulla Terra... La realtà è ben diversa, la Luna è diversa. Lassù non c’è atmosfera, ci vuole una tuta speciale e un casco tipo palombaro per muoversi e respirare, niente vento, niente pioggia, niente suoni. Grandi sbalzi di temperatura al sole oppure all’ombra. Ma soprattutto un ambiente a noi ostile, con uno strato superficiale lunare composto da un materiale roccioso frantumato, la regolite, una sorta di sabbia con granelli non arro-

tondati ma spigolosi. Materiale che è anche una risorsa preziosa, perché è fatto di ossidi di silicio e di altro, e contiene molto ossigeno. Dalla regolite si potrebbe estrarre quell’ossigeno addirittura in buona quantità e perfino produrre acqua (al Politecnico di Milano una ricerca e un impianto sperimentale ci stanno già provando, in laboratorio, con un certo successo). Ma un conto è farlo sulla Terra, un altro sulla Luna. La regolite, frutto del bombardamento millenario dei meteoriti non frenati dall’atmosfera, è una specie di polvere estremamente abrasiva, si carica elettricamente e questo implica che si attacchi dappertutto. È sgradevole per le persone e un vero killer per tutti gli ingranaggi di un oggetto che si muove. Gene Cernan, il comandante della missione Apollo 17, l’ultimo uomo che lasciò la Luna nel 1972, ne ricordava il fastidio quando, in giro su una specie di jeep lunare insieme al geologo Jack Schmitt, andava a caccia di rocce da portare sulla Terra. Scrisse Cernan in un suo diario: «La polvere e la fatica stanno decisamente causando problemi. Quegli insistenti, sottili granelli riescono

a penetrare dappertutto nelle parti in movimento dei nostri strumenti, le cose cominciano a rompersi». Poi ricordava che quando un parafango del rover lunare si ruppe, la polvere inondò i loro corpi ogni volta che si muovevano: «Le nostre mani e gli avambracci sembravano duri come granito. La polvere incrostava profondamente tutte le unghie come se ci fosse stata martellata dentro». In quella polvere, che di sicuro conserva ancora sulla Luna la famosa impronta della scarpa di Neil Armstrong, perché non ci sono né pioggia né vento che possono portarla via, Gene Cernan tracciò le iniziali di sua figlia Tracy, poco prima di lasciare il suolo lunare.

Il «Trattato Onu sullo Spazio» del 1967 sancisce che nessuno può possedere un oggetto celeste o una sua parte

Miglioramenti tecnologici e finanziamenti miliardari a parte, una base sulla Luna non sarà una passeggiata: vanno tenuti in considerazione tutti gli aspetti tecnici e ingegneristici del-

la vita in ambiente extra-terrestre. Si va dall’approvvigionamento energetico a quello alimentare, alla protezione dalle radiazioni, alla produzione e il riciclo dell’acqua ecc. Senza dimenticare che la gravità lassù è diversa, con tutte le conseguenze del caso. Quanto a chi arriverà sulla Luna per primo e dove allunerà, la cosa non è di poco conto. La presenza umana lontano dalla Terra è regolamentata dal «Trattato sullo Spazio» del 1967. Si tratta di un trattato dell’Onu che sancisce che nessuno può essere proprietario di alcun oggetto celeste o di una sua parte. Si parla di proprietà, però quanto allo sfruttamento delle risorse presenti sui pianeti esplorati i tentativi di regolamentazione non sono mai stati sottoscritti da tutti e, a quanto ne sappiamo, nemmeno codificati.

Partecipare oggi a una missione spaziale, strategicamente vuol dire potersi sedere un domani al tavolo di chi scriverà le regole economiche e politiche per le missioni future nello Spazio. Per ora esistono i cosiddetti «Accordi Artemis», adottati nel 2020 e sottoscritti da una sessantina di Nazioni, ma la Cina e la Russia non sono tra queste. Dopo le missioni Arte-

mis non si parlerà di sole esplorazioni scientifiche ma di insediamenti. La «Legge dello Spazio» dovrà essere arricchita da concetti legati all’estrazione delle risorse. Agli imprenditori spaziali di oggi, primi attori della partita, non interessano le concessioni. Non siamo più nell’America della corsa all’oro. Le regole di proprietà sancite dal «Trattato dello Spazio» non li toccano. Tutti, americani e cinesi, vogliono andare nello stesso posto, dove sanno che ci può essere qualcosa con cui fare buoni affari. Nella zona del polo sud lunare, per esempio, dove si sa che nei crateri più all’ombra c’è una grande quantità di ghiaccio, una potenziale ricchezza economica per chi vuol stare sulla Luna. Per ora basta loro arrivare per primi in quel posto: se ci sono qui io non possono venire gli altri! Poi magari ci si metterà d’accordo con l’altro per trarne vantaggi reciproci. Comandano i soldi e la legge di mercato. Come detto, non sarà facile sfruttare le risorse lunari. Nel caso del ghiaccio, per esempio, ipotizzando di prenderlo con un robot, di utilizzare l’energia solare per farlo sciogliere e scinderlo in idrogeno e ossigeno, si otterrebbero due elementi da usare in loco. Ossigeno per far respirare gli astronauti e idrogeno per far funzionare le celle a combustibile e ottenere energia. L’idrogeno e l’ossigeno possono anche essere utilizzati nei lanciatori, quindi la Luna potrebbe diventare una stazione di servizio per riempire i serbatoi dei razzi prima di farli ripartire per missioni più lontane. Sapendo di avere questa possibilità i lanciatori potrebbero partire dalla Terra con meno carburante, e quindi pesare meno e costare meno, per poi fare il pieno con un rifornimento sulla stazione lunare. Fattibile? Forse. Facile? Di certo no. Il ghiaccio nei crateri lunari è composto da idrogeno e ossigeno, ma una volta estratto sublimerebbe subito, passando direttamente dallo stato solido al vapore perché sulla Luna manca la pressione atmosferica che lo trattenga. Per evitarlo servono sistemi di contenimento adeguati. Se si vuole ottenere acqua, potrebbe essere più conveniente estrarre l’ossigeno dalla regolite e aggiungere poi l’idrogeno ricavato con altri metodi. Sono idee già note, ma realizzarle in un ambiente ostile come quello lunare non è affatto un compito facile.

Chi controlla la tecnologia controlla il mondo

Nuove frontiere ◆ Dall’intelligenza artificiale ai dati strategici, come si posiziona la Svizzera nella partita globale del potere

Pietro Bernaschina

Dici «minacce alla sicurezza» e nel

2026 pensi al conflitto fra Russia e Ucraina, alla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran o ancora a quella di Israele contro Hezbollah. Se ci rifletti un po’ più a lungo ricordi anche il conflitto in Sudan. E ovviamente, è tutto corretto. Drammaticamente corretto.

Eppure, leggendo la recente «Valutazione annuale dello stato della minaccia» redatta dal Consiglio federale all’intenzione delle Camere, colpisce anche un aspetto che non salta subito alla mente: il ruolo centrale del sapere, della tecnologia e della scienza nel confronto fra le potenze. Semi-conduttori, intelligenza artificiale (IA), robotica, energie rinnovabili, biotecnologie, droni e dati in generale sono beni preziosi per tutti. Beni che possono avere impieghi civili e militari.

L’invio o il reclutamento di studenti e ricercatori nelle università elvetiche è un metodo per accedere a informazioni sensibili

«La corsa alle tecnologie di domani ha delle conseguenze a lungo termine sui rapporti di forza mondiali. Essa produce un effetto destabilizzante sulla sicurezza internazionale», scrive il Governo. Controllare il sapere e la tecnologia dà infatti vantaggi sui campi di battaglia (permette armi più performanti e un’intelligence più efficace), ma permette anche di avere un predominio economico. Pensiamo ai microchip, tanto importanti al tempo dell’IA. Già l’amministrazione Biden aveva cominciato a ridurne l’esportazione e iniziato un processo di rimpatrio della produzione a suon di investimenti e sovvenzioni pubbliche. La Svizzera ne ha subito le conseguenze non rientrando nella lista dei Paesi con un accesso privilegiato a questi prodotti. Una strategia quella all’origine del Chips Act che la «Valutazione annuale» descrive ormai

Divorzio

come una prassi delle superpotenze: «Come la Cina, [gli Stati Uniti] ricorrono sempre più frequentemente alle sanzioni, al controllo delle esportazioni, alle sovvenzioni o ad altri strumenti finanziari per impedire alla parte avversa di accedere a dei beni e delle tecnologie, mantenendo e sviluppando nel contempo le proprie capacità».

Una guerra del sapere che ci coinvolge. Sempre ai vertici delle classifiche delle Nazioni più innovative e con istituti di ricerca e alte scuole fra i migliori al mondo, la Svizzera attira l’attenzione di molti servizi esteri. Il caso conosciuto più recente è quello dell’iraniano Mohammad Abedini, arrestato in un aeroporto di Milano nel dicembre del 2024 su richiesta degli Stati Uniti per aver fornito a Teheran sistemi di navigazione per droni e missili. Abedini era un ricercatore attivo al Politecnico federale di Losanna (EPFL), dove aveva pure fondato una sua start up. Stando ai Servizi delle attività informative della Confederazione, l’invio di studenti e ricercatori in università svizzere o il reclutamento di studenti e ricercatori svizzeri in visita in atenei esteri sono due dei modi più usati per accedere a informazioni sensibili, come si può leggere nell’opuscolo Technopol pubblicato proprio per sensibilizzare sui rischi che incombono sul mondo accademico. La pubblicazione è del dicembre del 2022, ben due anni prima dell’arresto di Abedini. Due anni prima anche dei controlli di sicurezza introdotti dal Politecnico di Zurigo (ETHZ), che nell’ottobre del 2024 ha fatto da apripista in Svizzera. Fondandosi sulla lista delle sanzioni di Usa, Ue e Svizzera, l’ETHZ ha stilato una lista dei Paesi a rischio e ha poi elencato gli ambiti di ricerca che si prestano a un doppio uso (civile e militare). Uno studente che proviene da uno di quei Paesi (fra i quali figurano Cina, Russia, Iran, Pakistan, Siria ecc.) e vuole studiare o fare ricerca in un ambito sensibile, dev’essere sotto-

posto a un controllo di sicurezza. In un anno – come riportato a suo tempo dalla «NZZ» – sono state circa 1250 le candidature verificate, di queste 80 quelle rifiutate. Dopo il caso Abedini, l’EPFL ha anch’esso introdotto controlli di sicurezza, i rifiuti qui sono stati 48. Dopo anni di ingenuità, il mondo accademico corre dunque ai ripari e finalmente, nel corso di quest’anno, questi controlli negli ambiti sensibili dovrebbero essere estesi a tutti gli atenei svizzeri sulla base di un rapporto commissionato dalla loro associazione, swissuniversities. Ma il controllo della produzione e della vendita di tecnologia, e lo spionaggio, sono una parte del problema. Quella forse più estesa e urgente ricade sotto il grande capitolo della sovranità digitale, ossia la capacità di controllare autonomamente le pro-

prie infrastrutture digitali e i propri dati. Recentemente l’amministrazione federale ha terminato il passaggio a Microsoft360. La scelta di affidarsi al gigante americano è stata criticata dall’esperto informatico e deputato dei Verdi, Gerhard Andrey.

L’amministrazione federale ha completato il passaggio a Microsoft 360, scelta criticata per la dipendenza dagli Usa

In un’intervista alla televisione svizzerotedesca, il friburghese non ha sottolineato unicamente i rischi per la privacy, ma anche il pericolo che l’imprevedibile amministrazione Trump «stacchi la spina». Anche in quest’ambito, risponde il Governo, la

Svizzera ha iniziato un lento percorso verso strumenti sui quali possa avere un effettivo controllo. Un passo deciso lo hanno compiuto invece proprio recentemente i servizi segreti tedeschi, rinunciando all’IA dell’americana Palantir per passare ad un prodotto made in Europe

Aumenta dunque la consapevolezza dei rischi e allo stesso tempo aumenta la consapevolezza che il mondo è diventato più complesso e frammentato e che anche in questa guerra del sapere, proprio come in quella sui campi di battaglia, ognuno gioca la sua partita. Le alleanze si fanno più fragili e anche la storica relazione transatlantica non è più solida, sicura e affidabile. A questo punto, almeno per capire che dobbiamo stare attenti e indipendenti, non abbiamo bisogno di un’IA americana.

e finanze: quali conseguenze considerare?

La consulenza della Banca Migros ◆ È importante mantenere una certa indipendenza finanziaria, interessarsi attivamente alle finanze comuni e alle questioni relative al regime dei beni Oliver Serex

Finché sono al settimo cielo, molte coppie sposate ritengono che l’eventualità di una separazione sia molto remota. Ma la realtà è ben diversa: in Svizzera due matrimoni su cinque terminano con un divorzio.

Ecco perché è ancora più importante avere presenti fin dall’inizio le conseguenze finanziarie di un divorzio e creare margini di manovra per garantire il proprio sostentamento economico. Solo chi si interessa attivamente alle finanze comuni e alle questioni relative al regime dei beni riesce a mantenere una visione d’insieme, che include dei conti nettamente separati per le spese personali e un conto comune per i costi fissi.

Ciò che accade al patrimonio personale in caso di divorzio dipende dal regime dei beni. Quello più diffuso è la partecipazione agli acquisti che, a meno che i coniugi non abbiano stipulato una convenzione, si applica automaticamente al momento

del matrimonio. In caso di divorzio, il patrimonio conseguito durante il matrimonio, i cosiddetti acquisti, viene suddiviso in parti uguali indipendentemente da chi lo ha guadagnato e in che misura.

Dal regime di partecipazione agli acquisti sono esclusi i beni propri, ovvero i valori patrimoniali apportati dai coniugi nel matrimonio o acquisiti in seguito per eredità: questi rimangono interamente di proprietà del/della rispettivo/a coniuge anche in caso di divorzio.

Di norma il divorzio coinvolge anche il capitale previdenziale, tuttavia nella suddivisione vi sono differenze tra i pilastri: l’AVS (1° pilastro) e la cassa pensioni (2° pilastro) rientrano nella previdenza obbligatoria. Qui vale sempre la compensazione previdenziale prevista dalla legge, in altre parole, i risparmi accumulati durante il matrimonio devono essere obbligatoriamen-

te suddivisi in due parti uguali anche in presenza di una convenzione matrimoniale.

Per contro, il 3° pilastro rientra nella previdenza privata e pertanto, in caso di divorzio, la sua divisione è regolata dal diritto patrimoniale. Se i coniugi hanno optato per una separazione dei beni, generalmente l’avere del pilastro 3a non viene suddiviso. La convenzione matrimoniale, che costituisce il presupposto per la separazione dei beni, può tuttavia prevedere anche un’altra soluzione: chi anche in caso di divorzio vuole rivendicare per sé il proprio reddito e patrimonio o suddividerlo in modo del tutto diverso può regolamentarlo con una convenzione matrimoniale.

Suggerimento:

È consigliabile mantenere una certa indipendenza finanziaria anche du-

rante il matrimonio, poiché se si abbandona completamente la vita professionale, in caso di divorzio si affronta spesso un difficile rientro nel mondo del lavoro. È utile disporre di un reddito proprio, anche con un grado di occupazione ridotto.

Concordare una pianificazione finanziaria Informazioni per una consulenza personalizzata presso la Banca Migros:

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Venezia: un gigantesco B&B

Reportage ◆ Voci da una città soffocata dal turismo e dall’acqua che sale

Sotto il cielo di smalto di una mattina quasi tiepida di maggio, un piatto di tramezzini appena preparati troneggia su un tavolino all’angolo di Santa Maria Formosa accanto a due tazze di tè fumante. «Prego!», invita con un gesto Andrea V., vecchio veneziano, sedendosi al sole. «Gamberetti veri e maionese squisita, questo è uno dei pochissimi posti dove si può far ancora colazione a Venezia».

Una massiccia colonna di turisti messicani sciama vociante davanti a noi. Adesivo attaccato alla maglietta della nave da crociera da cui sono scesi con numero giallo, cappellino con visiera, camminano uno appiccicato all’altro fermandosi per fotografarsi a vicenda con lo smartphone. Andrea V. parla senza guardarli: «Eccolo qua l’esercito di occupazione, sono 200 mila al giorno, tutti stipati per calli». Il cameriere del bar, immigrato istriano che lo conosce da una vita, gli sibila passandogli accanto: «E dai, su! Se non era per i turisti non li avreste mai affittate a 300 euro al giorno a posto letto le cantine delle nonne». Andrea V. incassa sorridendo: «No caro, trent’anni fa il turismo di massa ha frenato l’esodo dei veneziani da Venezia, oggi lo sta causando: non si può vivere qui, è troppo caro tutto ed è impossibile anche andare a al supermercato, ammesso che ci arrivi al supermercato con questo pigia pigia». L’insofferenza dei residenti per l’infinita massa di vi-

sitatori che si riversa nella città vecchia quotidianamente ha i toni di un grido disperato di allarme. Non è snobismo, giurano molti veneziani. Senza regole per impedire l’assalto alle meravigliose calli, dicono loro, lo spopolamento della città dai residenti crescerà ancora.

È appena stata inaugurata la Biennale di Arte e ci sono quasi 85 mila letti occupati tra laguna e terraferma. Ai quali va aggiunta la percentuale non esile degli affitti non dichiarati, migliaia e migliaia di persone che sfuggono alle statistiche. Gli abitanti di Venezia sono meno di 48 mila.

Pochi euro per entrare

Esiste in Italia una proposta di legge per riconoscere ai Comuni il diritto di stabilire il rapporto tra residenti e visitatori, riguarderebbe da vicino anche Venezia, ma è bloccata in Senato. Dice Andrea V.: «Prova a cercare in affitto un appartamento per vivere qui, ci riesci solo se sei ricchissimo. Impossibile per un insegnante, per un infermiere, per un lavoratore trovare un affitto a Venezia. Vedi i gondolieri? Non ce ne è uno che vive qui. Vengono tutti la mattina presto e poi se ne tornano di notte dalle parti di Marghera. È un gigantesco bed and breakfast Venezia. Dicevano che avrebbero regolamentato Airbnb e invece il Comune ha dato il via libera a altri 8 mila permessi. Han-

no messo due anni fa la tassa d’ingresso, ma non ferma nessuno. Chi, se vuol venire a vedere il Canal grande, si fa fermare da pochi euro da pagare come ingresso in città?». È vero che le case in «normale» affitto sono introvabili, ma ci sono 3 mila appartamenti vuoti proprietà di enti pubblici. Racconta Massimo B., marinaio di professione con imbarchi di mesi sui mercantili: «Son tornato l’altra sera e avevo voglia di farmi un giro per calli, un amico mi ha mostrato una strada che non avevo mai visto vicino alla stazione dei treni: è incredibile. Ci sono case, qualcuna anche antica, qualcuna con giardino, di proprietà del Comune, sono case popolari e sono tutte vuote. Hanno le sbarre a porte e finestre sennò la gente le occupa, dovrebbero essere ristrutturate, ma i lavori costano troppo e la ristrutturazione non viene fatta. Te lo dico io come finisce: un giorno verranno giù per l’incuria, a quel punto il Comune le vende a privati e permette il bed and breakfast con il vincolo dell’obbligo per il residente di vivere all’interno. E il residente cosa fa? Prende la residenza lì, va a vivere a Marghera e la casa l’affitta. Vedrete voi se non va così. Tanto i primi a vendere i palazzi storici per trasformarli in hotel sono Comune e Regione». I giovani dicono che la città «è un eventificio». Racconta Massimo B.: «Non c’è solo il Carnevale, la mostra del Cinema, la Biennale d’arte. C’è la Biennale

di danza, la Biennale di musica, Venezia nautica, Venezia Comics… C’è un evento a settimana, uno si sovrappone all’altro e portano tutti milioni di persone in un flusso costante, e per la città insostenibile, che nessuno si preoccupa di regolamentare. Così Venezia morirà. La città è come un gigantesco barcone, un baraccone in cui si trova lavoro solo attraverso gli eventi, quindi solo lavori precari. Gli assetti industriali che avevamo li andiamo svendendo tutti all’Asia, sarà che abbiamo questo legame dai tempi di Marco Polo…». Aggiunge masticando amaro: «Nella calle di casa mia in meno di un anno sono sparite la panetteria, il fruttivendolo e la bottega di un liutaio. Tre botteghe di fila son diventate negozi di chincaglieria con il cartello “Tutto a un euro”. Mai visto un cliente. Ne ho contati in giro per la città un centinaio di questi negozietti di paccottiglia. Non ci va dentro nessuno, ognuno dei ne-

gozi ha il registratore di cassa e non c’è mai un cliente, come faranno a pagare l’affitto? Si può ipotizzare che servano a riciclare denaro? Hanno paura tutti di andare a controllare. Si son presi le edicole, le macellerie. Io sono fortunato perché vivo a Santa Maria Formosa e miracolosamente qua una macelleria c’è. Impossibile trovarne una a Venezia. Anni fa erano scomparsi pure i supermercati, ma col turismo dei bed and breakfast sono tornati». Venezia soffocata dai troppi turisti è soffocata anche dall’acqua che sale. Il livello del mare si alza di 5 millimetri all’anno. Lo scorso anno le paratoie del Mose sono state alzate una trentina di volte: un conto molto salato. Il 24 e 25 maggio si vota per le Comunali a Venezia. Il sindaco Luigi Brugnaro di centrodestra se ne va e la destra sostiene l’attuale assessore al turismo, Simone Venturini. Il centrosinistra candida Andrea Martella, senatore del Pd.

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Sul Ponte di Rialto si sta stretti. (Keystone)

Il Mercato e la Piazza

Lo starnuto di Trump e i conti del Cantone

Di recente sono stati pubblicati i risultati del Consuntivo del Cantone per il 2025. Essi mostrano, per il conto d’esercizio, un disavanzo di 32 milioni. Siccome nel Preventivo il disavanzo anticipato era di 96,6 milioni, a conti fatti ci ritroviamo con un errore di stima dell’ordine del 67%. Questa enorme differenza tra stima e realtà ha suggerito al nostro collega Ovidio Biffi, in un suo articolo di un paio di settimane fa, di mettere in relazione la gestione ordinaria del Cantone con le molte situazioni di caos in cui viviamo oggi. Si tratta di una geniale intuizione. Infatti, come cercheremo di dimostrare, l’ampiezza del disavanzo del Canton Ticino può essere considerato come un esempio della teoria matematica del caos. Uno dei principi di questa teoria è «l’effetto farfalla», stando al quale piccole variazioni nelle condizioni iniziali di un sistema complesso possono generare

Affari Esteri

grandi e imprevedibili cambiamenti a lungo termine, anche a molta distanza dal punto in cui si manifesta la variazione iniziale. La catena delle ripercussioni è quindi lunga. Per chi scrive «l’effetto farfalla» vale anche nel caso della gestione finanziaria del Canton Ticino. Che le stime dei Preventivi non corrispondano, di gran lunga, ai risultati che un anno e mezzo più tardi emergono dai Consuntivi non è una situazione nuova. All’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, quando i primi scricchiolii avevano cominciato a farsi sentire nell’impianto delle nostre finanze pubbliche, la commissione di gestione del Gran Consiglio aveva addirittura deciso di entrare in materia sul Preventivo solo quando lo stesso avesse ricevuto la benedizione della Commissione delle ricerche economiche. E così per 4 anni, con gli altri due membri della commissione,

nella tarda estate, passavo una mattinata al Dipartimento finanze, cercando di valutare se le previsioni per i conti dell’anno successivo, soprattutto quelle sulle risorse fiscali, erano ben fondate o meno. Allora le difficoltà erano ancora poche perché l’evoluzione delle entrate fiscali dipendeva da un pugno di aziende con le quali l’amministrazione delle finanze era in stretto contatto e che quindi potevano comunicare, nel corso dell’anno, come i loro affari si sarebbero sviluppati. Verso la fine del secolo scorso, l’errore di previsione medio sul risultato del Preventivo dei Cantoni era circa del 7%. Una norma che valeva anche per il Preventivo del nostro Cantone. Oggi, come dimostra la gestione 2025, siamo molto lontani da queste prestazioni. Perché? Vediamo! La stima della spesa dello Stato, anche su più anni, può essere fatta, oggi come ieri, con una certa affidabilità. Con la

La Germania e il prezzo dell’imprevedibilità

Friedrich Merz ha scelto il momento peggiore per attaccare Donald Trump, o forse ha scelto il momento giusto per dire quello che pensava. Fatto sta che le conseguenze della critica che il cancelliere tedesco ha rivolto al presidente americano – ha usato un termine pesante, «umiliazione» dell’America in Iran – stanno ricadendo brutali sull’intera architettura della sicurezza tedesca ed europea: il ritiro di cinquemila soldati americani dalla Germania e la cancellazione del dispiegamento di armi a lungo raggio della Nato non sono incidenti di percorso. Atlantista di lungo corso, Merz ha costruito la sua identità politica attorno alla convinzione che la Germania dovesse fare la sua parte all’interno dell’Alleanza atlantica: oltre 750 miliardi di euro impegnati per le forze armate tedesche, la promessa di raggiungere i nuovi obiettivi di spesa della Nato con anticipo ri-

spetto alla tabella di marcia, e il sorpasso su Washington come principale fornitore di aiuti militari all’Ucraina.

Il problema è che il cancelliere tedesco ha sottovalutato il fatto che Trump ragiona per lealtà, umori, reazioni immediate e con la ritorsione. Così nemmeno 24 ore dopo le critiche di Merz, Washington ha parlato di ritiro delle truppe dalla Germania e di sospensione delle forniture di armi, cosa che ha colto Berlino impreparata.

La questione dei Tomahawk è in questo senso emblematica. La Germania aveva presentato già nel luglio del 2024 una richiesta formale di acquisto dei missili cruise americani insieme ai loro lanciatori terrestri Typhon, ma non aveva avuto risposta. Poi era arrivata la notizia del dispiegamento di armi a lungo raggio in Germania, concordato sotto la presidenza Biden come risposta ai missili Iskander a capacità nucle-

Il presente come storia

Catastrofi, disastri, alluvioni, crolli, incendi… Quest’anno cade il quarantennale di due eventi che hanno segnato lo scorcio del Novecento: Černobyl’ e Schweizerhalle, il primo nucleare e lontano (Ucraina), il secondo chimico e nazionale (Basilea campagna). Due incidenti che, al di là delle conseguenze materiali, come le diffuse ricadute radioattive e l’inquinamento del Reno, hanno modificato la nostra percezione del progresso industriale e scientifico. D’un tratto le nostre collettività si sono scoperte vulnerabili, esposte a pericoli che si credevano improbabili o comunque prevedibili. Consapevoli o meno, eravamo entrati nella «società del rischio», diagnosi formulata nel 1986 dal sociologo tedesco Ulrich Beck, i cui fattori causali andavano fatti risalire all’orizzonte scientifico-tecnologico aperto dall’industrialismo. La reazione fu l’abbandono del nucleare, soprattutto in Germania e in Italia, ma non in Francia.

La Svizzera decise di introdurre una moratoria, per concentrare risorse e ricerche nelle energie rinnovabili. La modernità è maturata sull’idea prometeica della manipolazione e del controllo delle forze naturali, sull’onda delle conquiste della scienza e della tecnologia. In realtà il corso della storia ci ha impartito una lezione diversa, molto meno trionfante. Il rischio infatti è un compagno di viaggio che non ci lascia mai e che ci sorprende anche quando riteniamo di aver fatto tutto il necessario per incavezzarlo. Le frane e i nubifragi del biennio 20242025 (Mesolcina, val Bavona, Blatten) rimarranno incastonati nella memoria collettiva. Lungo passo indietro: 1515, anno infausto, scandito dalla disfatta militare di Marignano e dalla «buzza» di Biasca, lo straripamento rovinoso del lago artificiale che qualche anno prima si era formato nella bassa Blenio. Un’esondazione che nella sua furiosa corsa raggiunse Bellinzona,

globalizzazione dell’economia e la ristrutturazione del settore bancario, invece, stimare le entrate è diventato un compito arduo. Negli ultimi due decenni poi, la stima delle risorse dello Stato è diventata quasi impossibile perché nessuno è in grado di apprezzare, con una certa approssimazione al valore effettivo, il contributo alle entrate del Cantone di quello che, nel frattempo, è diventato uno dei suoi maggiori contribuenti, vale a dire la Banca nazionale svizzera (BNS). Da qualche anno gli scarti tra il risultato del conto di esercizio del Preventivo e quello del Consuntivo dipendono infatti largamente da quelli della BNS che, quando realizza profitti, può versare al fisco ticinese anche decine di milioni di franchi. Di norma la Banca nazionale realizza grandi utili quando cresce l’instabilità internazionale e salgono franco e oro. Oggi i mercati sono fortemente

americana

are che Putin ha piazzato nell’exclave di Kaliningrad, portando Berlino nel raggio d’azione russo. Questo dispiegamento avrebbe colmato, almeno in parte, il vuoto lasciato dall’assenza di sistemi europei a lungo raggio. Ora che sembra tutto saltato, inizia il pellegrinaggio a Washington, con la possibilità di pagare più di quanto previsto per ingraziarsi il presidente Usa più attento ai soldi che alle alleanze. Ma anche fissare gli appuntamenti è laborioso, i rapporti sono tesi e l’istinto di rappresaglia dei trumpiani è ben noto. In più c’è un ostacolo che i soldi non possono risolvere: la guerra contro l’Iran ha svuotato le scorte Usa di missili. Lo ha ammesso lo stesso Merz, con una franchezza insolita per un capo di Governo: gli americani «al momento non ne hanno abbastanza nemmeno per sé». È anche per questo che la crisi appare tanto seria. La Germania ha

investito e aumentato il proprio peso nell’alleanza nella convinzione che gli Stati Uniti sarebbero rimasti un partner affidabile, che gli impegni della Nato avrebbero retto, che i rapporti transatlantici avessero una logica minima di reciprocità. Berlino ha continuato a comportarsi come se l’imprevedibilità americana avesse un limite, come se ci fosse un punto oltre il quale la razionalità strategica avrebbe prevalso sulle reazioni personali di Trump. Ma non è andata così, e ora la Germania si ritrova con la minaccia russa che non si è attenuata e con un’America che ha appena dimostrato di essere disposta a punire un alleato – uno dei più fedeli e generosi dell’alleanza –per una critica politica. Sul fronte interno, poi, Merz non ha nulla per stare allegro: deve gestire una coalizione con i socialdemocratici invero litigiosa, la continua ascesa dell’estrema destra

influenzati dalle decisioni imprevedibili della Casa Bianca: uno “starnuto” di Trump può muovere cambi e oro e, a cascata, incidere sui risultati della BNS e sul conto d’esercizio del Canton Ticino. In una situazione del genere, l’esperto di statistica David Champernowne avrebbe consigliato di lavorare con varianti previsionali, tenendo conto dei possibili effetti del contributo della BNS. Purtroppo l’aula del Gran Consiglio non è il luogo adatto per esercizi di questo tipo, quasi che ipotesi con diversi importi BNS fossero controprogetti a una previsione di base che ne esclude l’apporto. Finché il contributo della BNS resterà irregolare, dovremo quindi accettare ampi scarti tra Preventivo e Consuntivo. Ci consola almeno il fatto che, quando i milioni della BNS arrivano, il risultato del conto d’esercizio non può che migliorare rispetto ai deficit previsti.

dell’AfD e un’opinione pubblica che è diventata insofferente a un cancelliere che si è venduto come solido e non lo è, e che potrebbe aver sbagliato il calcolo con gli Stati Uniti. C’è anche un riflesso europeo. Non esistono nel nostro Continente, oggi, sistemi terrestri a lungo raggio disponibili per colmare il vuoto lasciato dall’assenza americana. Il Regno Unito ha i Tomahawk, ma lanciati da sottomarini. La Francia ha schierato sui propri sottomarini un missile cruise di produzione nazionale con una gittata di mille chilometri. I Paesi Bassi aspettano le loro consegne di Tomahawk, con ritardi. L’Europa ha di fatto trascorso gli ultimi trent’anni a disarmarsi e ora si trova a fare i conti con un contesto strategico radicalmente cambiato, in cui il fattore trumpiano sta deformando ogni cosa, soprattutto la certezza di una difesa comune.

distruggendo il ponte della Torretta, per poi allagare il piano di Magadino. Fu il Vajont dei nostri antenati, allora sudditi dei confederati. Ma ogni secolo, dal tardo Medioevo in poi, è costellato di calamità naturali, smottamenti, valanghe, incendi, epidemie, incidenti, tante apocalissi alpine che hanno prostrato per decenni le comunità rurali dell’alto Ticino. Tutto questo è ricordato e ricostruito nei suoi vari addentellati nella mostra da poco inaugurata al Museo di Leventina, a Giornico, sotto il titolo «Una storia culturale dei disastri». L’approccio adottato dalle curatrici (Diana Tenconi e Alessandra Ferrini, con la collaborazione del Centro di etnografia e dialettologia) è di tipo storico-antropologico, con l’intento di allargare lo sguardo oltre il singolo episodio: un capitolo che possiamo in parte rubricare sotto la voce «storia delle mentalità». L’accento è insomma posto sulle risposte delle credenze po-

polari, su come i valligiani colpiti reagivano, sia sul piano della prevenzione, costruendo ripari, arginature, vasche di contenimento, sia sul piano normativo, emanando severe leggi sul fuoco. Tuttavia le reazioni investirono anche il sentimento religioso (cattolico nel nostro caso), che trovò espressione in partecipate rogazioni e processioni, a volte degenerando nella caccia al capro espiatorio, altre volte nell’istruzione di processi sommari. Lungo le caselle allestite dalle curatici, 63 stazioni di una dolente via crucis, i visitatori e le visitatrici vedono snodarsi le sciagure che nei secoli hanno funestato la val Leventina, dagli incendi che, in epoche diverse, hanno ridotto in cenere Airolo all’esplosione, nel 1921, della fabbrica Nitrum di Bodio. E poi alluvioni disastrose come quelle verificatisi in tutto l’arco alpino nel 1868 o la straordinaria nevicata del 1951: disgrazie che sono confluite anche in opere letterarie, come nei

versi di Alina Borioli, o come nel racconto L’anno della valanga di Giovanni Orelli. Borioli, nella toccante poesia Ava Giuana volle ricordare i sei abitanti di Altanca che nel 1894 annegarono nel Ritom in seguito alla rottura della superficie ghiacciata. Orelli si sofferma invece sulle precipitazioni nevose, incessanti ossessive ansiogene, la neve che «scende a braccia aperte, che nevica che Dio la manda, che s’accumula, che s’alza, che cresce…». Aggirarsi tra i pannelli dell’esposizione vuol dire immergersi nel regno della malasorte, nelle paure e nelle angosce che assillavano le comunità di valle alle prese con forze che non riuscivano a dominare. Fenomeni improvvisi e imprevidenze umane s’intrecciano, come nel singolare gioco dell’oca che il Museo propone: e qui il fato, rappresentato dalle traiettorie casuali del dado, rende bene l’imprevedibilità alla quale siamo tutti esposti, ieri come oggi.

di Paola Peduzzi
di Orazio Martinetti

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CULTURA

Cannes: Palma d’onore a Peter Jackson Il regista neozelandese che tornerà alla Terra di Mezzo, conserva l’entusiasmo spettinato di chi continua a immaginare mondi impossibili

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Il ritorno di Quasimodo

Al Lac di Lugano, per cinque sere, dal 27 al 31 maggio, ritorna l’amato spettacolo Notre Dame de Paris con le musiche di Riccardo Cocciante

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Il rap? Il genere più inclusivo

A colloquio con la giovane rapper luganese

Ele A, che sarà fra i protagonisti del Nevermind Music Fest di Bellinzona

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Troubetzkoy, il principe che amava gli animali

Mostre ◆ Al GAM di Milano le opere dello scultore e pittore italiano di origini russe nato sulle rive del Lago Maggiore

Tra le numerose «domeniche di sangue» che la storia del Novecento ricorda, vi è anche quella del 22 gennaio 1905. A San Pietroburgo, in quella fredda giornata d’inverno, una folla di oltre 100’000 persone, che convergeva da diversi punti della città verso la piazza antistante il Palazzo d’Inverno per chiedere allo zar condizioni di vita migliori, venne caricata da alcuni reparti dell’esercito e dai cosacchi della guardia imperiale. La brutale e sanguinaria repressione delle pacifiche rivendicazioni popolari da parte delle truppe zariste causò centinaia di morti e feriti e diede avvio alla prima Rivoluzione russa. Pochi mesi dopo, il principe e scultore Paolo Troubetzkoy, che un anno prima aveva esposto al Salon parigino un gruppo in bronzo dal titolo I divoratori di cadaveri, per promuovere la causa vegetariana a cui si era convertito grazie a Lev Tolstoj, annusata l’aria che tirava, decideva di abbandonare l’impero degli zar dove si era trasferito nel 1898. La Russia, alla cui antica nobiltà pure apparteneva per linea paterna, e dove la sua famiglia possedeva ancora molte proprietà, per lui che il russo lo parlava a malapena, rimaneva e rimarrà per sempre un mondo estraneo, così come, del resto, le questioni sociali. Paolo Troubetzkoy era nato nel 1866 in Italia, più precisamente a Intra sul Lago Maggiore, dove il padre, il principe russo Pyotr Petrovich Troubetzkoy, diplomatico e uomo d’affari, si era trasferito assieme alla sua seconda moglie, la cantante lirica americana Ada Winans conosciuta negli anni del suo soggiorno fiorentino. Nei pressi di Intra, a Ghiffa, la coppia aveva fatto costruire una grande villa. Un edificio in gran parte di legno secondo l’usanza russa, circondato da un vasto giardino terrazzato che digradava dolcemente fin sulle sponde ghiaiose del Verbano, dove il padre poteva dare sfogo alla sua passione per la botanica e per le piante esotiche. In questo luogo incantevole, tra gli agi di una vita aristocratica, erano cresciuti i tre figli della coppia, che, grazie al mecenatismo dei genitori, avevano avuto modo di entrare in contatto con il mondo dell’arte fin da piccoli. Tra i molti artisti, letterati e musicisti che frequentavano la casa vi erano anche due dei massimi esponenti della scapigliatura lombarda: Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. Quest’ultimo, che era originario di Intra e che aveva ricevuto dalla madre l’incarico di occuparsi della loro educazione, ritrasse i tre ragazzi in un pomeriggio estivo del 1874 sdraiati sull’erba con il loro cane, in un quadro, oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, che è uno splendido esempio del suo stile vaporoso e corsivo. L’intreccio ludico e spensierato tra infanzia e mondo

animale illustrato da Ranzoni, deve essersi radicato nella memoria di Troubetzkoy come una sorta di mitica età dell’oro a cui rimase sempre affezionato. Lo dimostra la frequenza con cui ricorrono nella sua opera soggetti in cui gli esseri umani, spesso bambini, sono affiancati da animali.

Troubetzkoy ritrasse star di Hollywod, il duce, indiani e cowboy, ma il suo soggetto preferito furono sempre gli animali

Una predilezione, quella dell’artista per il mondo animale, di cui da ampio conto la mostra ospitata fino al 28 giugno proprio nelle sale della Galleria d’Arte Moderna e coprodotta in collaborazione con il Museo del paesaggio di Pallanza, che di Troubetzkoy conserva il lascito, e il Musée d’Orsay dove è stata presentata nei mesi scorsi. Dalla precocità e dalla frequenza di questi soggetti appare chiaro che la conversione al vegetarianismo del suo autore, così inconsueta in quegli anni, non era frutto unicamente dell’incontro con Tolstoj, del quale, come confessò lui stesso,

pur avendolo ritratto in più occasioni, non lesse mai le opere, ma si radicava in primo luogo nell’intimità della sua biografia. A segnarlo indelebilmente era stata, in gioventù, la visione della macellazione di alcuni vitelli.

Nelle opere di Ranzoni, ma anche in quelle di Cremona e di tutti gli altri membri della Scapigliatura milanese con cui ebbe stretti rapporti, da Bazzaro a Conconi, Troubetzkoy trovò però soprattutto un modello che gli permise di elaborare, da autodidatta, un linguaggio scultoreo antiaccademico e antimonumentale improntato a una facilità e rapidità di tocco e a un vibrante e atmosferico «non finito» con cui in pochi decenni riuscì ad affermarsi in un contesto cosmopolita. Un linguaggio che, pur non avendo il rigore teorico e la forza innovativa di un Medardo Rosso nel cercare la fusione tra soggetto e ambiente circostante, riusciva tuttavia a declinare in maniera piacevole e facilmente assimilabile la modernità della rivoluzione impressionista, a dire il vero più echeggiata che veramente sentita. Dopo il già citato soggiorno in Russia che culminò nel 1901 con l’incarico per la realizzazione del monumento allo zar Alessandro III, nel de-

cennio che precede la Prima Guerra Mondiale Troubetzkoy si affermò, dapprima a Parigi e poi negli Stati Uniti, come lo scultore prediletto dell’alta società, realizzando innumerevoli ritratti di alcuni dei personaggi più noti dell’epoca, da Gabriele d’Annunzio a Giacomo Puccini, da George Bernard Shaw al Conte Robert de Montesquiou, da Enrico Caruso ad Arturo Toscanini, oltre ai membri di alcune delle famiglie più ricche e potenti del tempo quali i Rockfeller o i Rotschild. Assieme a Boldini e Sorolla, a cui era legato da una sincera amicizia, divenne così uno dei cantori della Belle Époque. Sorpreso dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale mentre si trovava a New York per una mostra, decise di rimanere in America fino al 1921. In quegli anni, oltre ai ritratti di numerose star di Hollywood e ai ricorrenti soggetti animalisti, nella sua produzione si fecero largo nuovi temi legati al folclore americano, come indiani e cowboy. Rientrato in Europa agli inizi degli anni Venti, Troubetzkoy si divise tra Neuilly sur Seine e il Lago Maggiore, dove trascorreva l’estate. Il clima e i gusti erano però ormai profondamente cambiati. La monumentalità

classicheggiante affermata dalla rivista «Valori Plastici», che nelle sue forme più corrive e ampollose divenne lo stile ufficiale del fascismo, mal si conciliava con la leziosa e raffinata leggerezza della sua scultura. Fu anche per questo che i suoi tentativi di ingraziarsi il Regime non ebbero gli esiti sperati. I ritratti di Mussolini da lui realizzati, benché esposti alle Biennali del 1924 e del 1926, dal Duce, a cui l’artista si affrettò a inviarne una copia in omaggio dichiarandogli la sua ammirazione, non furono accolti con grande entusiasmo. Del resto quel Mussolini a cavallo col braccio alzato nel saluto fascista, più che «una visione simbolica dell’Idea forte, sana del Fascismo, che tutto supera, tutto conquista, tutto vince», come scriveva lo scultore nella lettera accompagnatoria, ricordava un cowboy che stava per essere sbalzato di sella dall’incontrollabile furia animale.

Dove e quando Paul Troubetzkoy. Lo scultore della Belle Époque, Milano, Galleria d’arte Moderna (Via Palestro 16). Fino al 28 giugno 2026. Orari: ma-do 10.00-17.30. gam-milano.com

Troubetzkoy nel suo studio a Parigi con i suoi lupi, 1909-1914. (Albert Harlingue; Parigi, Bibliothèque historique de la Ville de Paris, collections Roger-Viollet © Albert Harlingue / Roger-Viollet)
Elio Schenini

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Peter Jackson gioca ancora

Cannes – 1 ◆ Il regista de Il signore degli anelli ripercorre 40 anni di cinema

C’è qualcosa di irresistibilmente infantile e contagioso in Peter Jackson, protagonista nella prima parte della rassegna del Festival del film di Cannes. Forse sono i capelli arruffati che sembrano sfidare la gravità, forse quell’aria da eterno ragazzo cresciuto tra mostri, modellini e sogni impossibili. O forse il fatto che, anche davanti a più di mille persone riunite per celebrarlo, continui a parlare di cinema con l’entusiasmo di chi si stupisce ancora.

Il Festival gli ha reso omaggio con una Palma d’onore consegnata dal suo «Frodo», Elijah Wood, e con una masterclass-fiume in cui Jackson ha attraversato quarant’anni di carriera passando con naturalezza da Tolkien ai Beatles, da King Kong a Tintin, senza mai perdere il gusto dell’aneddoto e dell’autoironia: «Il mio rapporto con Cannes è molto lungo e particolare», racconta ridendo. «La prima volta, negli anni Novanta, non mi lasciarono entrare alle proiezioni perché avevo i pantaloncini». Un inizio poco glamour per quello che sarebbe diventato uno dei cineasti più influenti del cinema contemporaneo.

E proprio parlando degli inizi, Jackson ha difeso il valore formativo del cinema di genere. Horror e fantascienza, secondo lui, sono una palestra perfetta per i giovani registi: obbligano a usare l’immaginazione e permettono di creare mondi enormi anche con pochi mezzi. Lui lo sa bene: il suo folle e artigianale Bad Taste arrivò proprio al mercato del Festival nel tentativo disperato di trovare una distribuzione.

Poi il racconto si fa quasi romantico quando torna al suo primo amo-

re: King Kong. «Lo vidi a otto anni. Fu un colpo di fulmine. Mi cambiò la vita e capii che volevo fare qualcosa del genere». Da lì le prime riprese casalinghe in Super 8, fino al cerchio che si chiude nel 2005 con il remake del kolossal che lo aveva fatto sognare da bambino. Nel frattempo, Jackson era già diventato un autore capace di lanciare talenti: con Creature del cielo aveva rivelato al mondo Kate Winslet e Melanie Lynskey. Ma naturalmente è con Il Signore degli Anelli che il regista neozelandese è entrato nella leggenda.

«Quei tre film non li rivedo da vent’anni – ammette – ma ne sono

molto orgoglioso». L’idea nacque anche per non disperdere il patrimonio tecnico costruito dopo The Frighteners: una compagnia di effetti speciali appena fondata, un know-how straordinario da sfruttare ancora e l’ambizione quasi folle di adattare Il Signore degli Anelli. Ottenere i diritti fu complicatissimo. Realizzarlo ancora di più: duecentosessantasei giorni di riprese spalmati su due anni, una produzione gigantesca mai tentata prima in Nuova Zelanda e una troupe che lavorava sospesa tra incoscienza e genialità. «Eravamo coraggiosi, ingenui… e, quando non sapevo come risolvere un problema, rubavo le idee

Le traiettorie di Johanna

Presentato nella sezione ACID Cannes, Virages di Céline Carridroit e Aline Suter – una delle sei produzioni elvetiche sulla Croisette – trova la propria identità grazie alla figura di Johanna, ragazza fuori asse e fuori tempo, che vive seguendo un ritmo personale. Mentre nella Ginevra estiva tutti corrono e producono, lei assembla orologi in fabbrica senza interesse per quegli oggetti. Indossa sempre la stessa maglietta dei Metallica, gira su un vecchio motorino e sogna di rimettere in pista il suo vecchio Maggiolino per correre sul circuito di Spa-Francorchamps.

Johanna è un personaggio originale perché non è una ribelle e non sente il bisogno di imporsi sugli altri: semplicemente vive in modo diverso. Quando il responsabile della fabbri-

ca le rimprovera la lentezza e i vestiti troppo leggeri, lei non reagisce con rabbia, ma resta lì, con una calma disarmante e si spiega.

La meccanica è uno dei temi più affascinanti del film: gli orologi, il motorino, il Maggiolino da riparare pezzo dopo pezzo o lo spoiler costruito artigianalmente con gli amici per andare più veloci in pista. Johanna comunica soprattutto attraverso gli oggetti che assembla più che con le parole.

Anche il tempo attraversa il racconto. La protagonista vive nella contemporaneità, ma sembra rimasta legata a un’altra epoca: i fumetti che disegnava da ragazza, i vestiti indossati e la musica degli anni Novanta restituiscono l’immagine di una giovane donna che non ha mai accettato

ai miei collaboratori», scherza ancora. Fondamentale, ricorda, fu anche l’energia di Elijah Wood: «Ogni mattina arrivava sul set pieno di allegria. Mi dava una carica incredibile». Tra i progetti più amati degli ul-

il presente performante che la circonda. I fumetti, inoltre, ci fanno capire che lei è stata vittima di aggressioni in passato, ma il film evita la drammatizzazione, scegliendo una leggerezza sospesa e quasi onirica. Pure la regia segue questa logica imperfetta: la grana della pellicola è visibile, l’immagine trema leggermente e le inquadrature non sono sempre perfette. È un cinema che accetta le sbavature proprio come Johanna accetta la propria irregolarità. E poi arriva quell’ultima e bellissima immagine: Johanna e i suoi amici su una zattera che remano verso il sole. Un finale semplice e adolescenziale che racchiude perfettamente lo spirito del film: non conta vincere la gara, ma muoversi insieme, lentamente, fuori traiettoria.

La diaspora circassa secondo Balagov

anni c’è anche The Beatles: Get Back. Jackson racconta di aver voluto demolire il cliché dei Beatles eternamente litigiosi. Per farlo si è immerso in 65 ore di materiali, molti dei quali inediti. «Mi sono divertito moltissimo. Erano quattro ragazzi che scherzavano continuamente mentre creavano Let It Be ». A quanto pare, il documentario ha persino cambiato il ricordo che Paul McCartney aveva di quel periodo. E poi c’è quell’aneddoto meraviglioso che sembra scritto dal destino: nel 1967 i Beatles avevano tentato di portare i libri di Tolkien al cinema, sognando addirittura Stanley Kubrick alla regia. Il progetto naufragò, ma decenni dopo sarebbe stato proprio Jackson a realizzare quell’universo immaginario.

Caccia a Gollum

Il futuro, intanto, è ancora pieno di mondi da esplorare. Jackson ha terminato le riprese di The Hunt for Gollum, spin-off ambientato nella Terra di Mezzo. Sta anche lavorando al sequel del film di Steven Spielberg dedicato a Tintin: «Lo sto scrivendo anche qui, in albergo – racconta – ma non sono ancora sicuro della storia».

Cannes – 2 ◆ Butterfly Jam trasforma la comunità di Newark nel New Jersey in un luogo di memoria e sradicamento

Nalchik è la capitale della repubblica di Kabardino-Balkaria nel Nord Caucaso, conquistata dalla Russia nel XIX secolo sottomettendo le popolazioni circasse che vi abitavano. A Nalchik è nato e cresciuto il regista Kantemir Balagov, ora trentacinquenne, allievo del grande Aleksandr Sokurov, che si era rivelato al Festival di Cannes nel 2017 con un potente film di debutto, Tesnota, ambientato nella sua città a fine anni Novanta, tra tensioni etniche e nazionaliste. Nel 2019 il cineasta confermò il proprio valore grazie a La ragazza d’autunno – Dylda con una giovane infermiera che cercava di sopravvivere nella Leningrado dell’autunno 1945, a guerra appena conclusa. Nello stesso anno Balagov scriveva, insieme alla fida sceneggiatrice Maria Stepnova,

una storia collocata nella regione natale: «Poi è iniziata l’operazione militare speciale della Russia in Ucraina e sono dovuto scappare. Così ho

dovuto riambientare la vicenda e ho scelto la comunità circassa di Newark nel New Jersey. È una storia al maschile, un rapporto tra padre e figlio, perché i miei primi lavori erano storie femminili» ha spiegato il regista al Festival di Cannes, dove il suo Butterfly Jam (vedi locandina nell’immagine) ha inaugurato la 58esima Quinzaine des cinéastes.

Il quarantenne Azik aiuta la sorella Zalya, con la quale aveva lasciato Nalchik, a gestire un diner di prodotti circassi a Newark e cresce il figlio sedicenne Temir orfano di madre. «Lo vedrete alle Olimpiadi» dice fiero agli amici con i quali ama ritrovarsi a mangiare, bere e scherzare, a proposito dell’adolescente campione di lotta. Siamo in una periferia dove si pensa in grande ma si cerca di arran-

giarsi con qualche trovata estemporanea. Tra gli amici del protagonista c’è l’ex avvocato Aslan che vorrebbe aprire un ristorante dal nome italiano e nel gruppo si fantastica su un’antenata circassa di Monica Bellucci: la celebre attrice e modella umbra comparirà per un simpatico cameo ben congegnato.

Contraddittorio e credibile

Azik, interpretato da Barry Keoghan in un personaggio affine al padre che impersonava in Bird di Andrea Arnold, è contraddittorio e credibile: fanfarone, sognatore, violento e protettivo. L’uomo è specialista nel cucinare il piatto tradizionale della sua regione d’origine e capace di ricette al

limite del miracoloso, come la «Marmellata di farfalle» del titolo. Il film sta in equilibrio tra il cadere nel precipizio della violenza e il volare verso una redenzione, grazie a Balagov, che crede nell’attaccamento alle radici, nei gesti semplici che possono essere miracolosi e in quelli folli come l’idea di regalare un pellicano a Zalya incinta. Butterfly Jam è il ritratto di esuli dall’identità ben precisa e insieme molto simili a tanti altri di provenienze diverse che hanno lasciato per varie ragioni la loro terra. Balagov non si fa prendere dalla smania di fare un film all’americana, ma riesce insieme a restare fedele alla propria poetica e a calarsi nella nuova situazione. E forse in questo quadro di sogni e rabbia si può vedere qualcosa del giovane Martin Scorsese.

CHF
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Nicola Falcinella
timi
Peter Jackson, regista neozelandese al Festival di Cannes 2026. (Nicola Mazzi)

GUSTO

Tavolata

A tavola insieme

Spiedini di gamberetti con vinaigrette all’aglio

Piatto principale

Per 4 persone

500 g di gamberetti sale pepe

6 cucchiai d’olio d’oliva

2 spicchi d’aglio

2 cucchiaini di capperi

½ limone

4 rametti d’aneto

1. Infila i gamberetti sugli spiedini. Condisci con sale e pepe e spennellali con un poco d’olio.

2. Per la vinaigrette, taglia l’aglio a fettine sottili. Rosolalo in poco olio. Togli la padella dal fuoco e aggiungi l’olio rimasto e i capperi. Aggiungi un po’ di scorza di limone grattugiata, spremi il succo e aggiungine ca. 1 cucchiaio. Condisci la vinaigrette con sale e pepe.

3. Scalda il grill a 230 °C. Griglia gli spiedini a fuoco medio-alto per ca. 2 minuti da entrambi i lati. Servili con la vinaigrette e l’aneto.

Consiglio utile

Il calore alto (220-280 °C) è adatto alla cottura diretta: gli alimenti vengono messi sulla griglia direttamente sulla fonte di calore (brace). A calore medio (180–220 °C) si griglia o si arrostisce a fuoco indiretto; gli alimenti non devono essere posti direttamente sulla brace e il coperchio del grill è abbassato.

Testo: Angela Obrist

Qui puoi scaricare l’app Migusto

Suggerimenti per la tavolata

Una tavolata, cos’è?

Nell’ambito di una tavolata vengono serviti diversi piatti da gustare e condividere. Il concetto funziona non solo con la cucina italiana, ma anche con classici svizzeri e piatti orientali o asiatici.

Quali sono i piatti adatti?

Una tavolata si basa su un buon mix. Vengono servite insalate leggere e piatti di carne saporiti, verdure, pane croccante e salsine cremose. A seconda del tempo a disposizione per la preparazione, si possono preparare uno o due piatti principali, come un arrosto o delle verdure ripiene. Per fare più veloce si possono anche scegliere pasta, insalate e antipasti.

Quante pietanze ci vogliono? Per una tavolata per otto-dieci persone si dovrebbero preparare circa due piatti principali e tre o quattro contorni.

Come fare per non stressarsi?

Scegliere piatti veloci da preparare che possono essere preparati il giorno prima e/o che possono essere serviti freddi oppure ancora che possono essere lasciati cuocere a fuoco lento a lungo. Prima di cucinare, occorre stilare un piano approssimativo di ciò che va messo in pentola, in forno o sulla griglia. Si può anche decidere che ogni ospite porti un piatto, dando vita a un mix variopinto.

Come servire?

Il cibo può essere semplicemente disposto su piatti, ciotole o pentole al centro del tavolo. Così ognuno si serve autonomamente e chi vuole può fare il bis.

Zucchine gratinate al formaggio

Ricetta per le zucchine con ajvar. Le zucchine vengono dapprima rosolate e poi gratinate in forno con feta, parmigiano e timo.

Spareribs di maiale marinati per 100 g Fr. 2.15 invece di 2.60

Azione: 17% sugli spareribs marinati, dal 21 al 27 maggio

Costine con marinata di senape e birra

Piatto principale

Per 4 persone

1 dl di birra

1 cucchiaio di senape in grani

1 cucchiaio di senape dolce

2 cucchiai di ketchup

2 cucchiai di salsa di soia

2 kg di costine di maiale

4 rametti di rosmarino

1. Mescolate la birra con la senape in grani, la senape dolce, il ketchup e la salsa di soia. Spennellate le costine con la marinata e lasciate riposare per ca. 30 minuti. Togliete la marinata e tenetela da parte.

2. Scaldate il grill a 160 °C. Adagiate le costine sul grill e grigliatele a fuoco indiretto da tutti i lati per ca. 90 minuti. Giratele di tanto in tanto. Durante gli ultimi 30 minuti di cottura spennellatele di tanto in tanto con la marinata tenuta da parte. Poco prima di concludere, accomodate il rosmarino sulle costine e terminate la cottura.

Consigli utili

Potete precuocere le costine a 100 °C nella vaporiera (steamer) per 50 minuti. In seguito, glassatele sul grill da tutti i lati a 160 °C per 20-30 minuti.

Insalata a foglia con salsa ai lamponi

Un’insalata estiva dalle prelibate note fruttate: per questa ricetta basta servire l’insalata con una salsa a base di lamponi, aceto ai lamponi e olio di colza.

Patate alle erbe con pomodori

Una ricetta facile per preparare delle aromatiche patate al forno con pomodori, basilico, prezzemolo e aglio.

Bull’s-Eye Honey BBQ Sauce
Ciotola
Cosa serve

DELIZIOSI

N otre Dame secondo Cocciante

Musical ◆ Dal 27 al 31 maggio al LAC andrà in scena l’amato spettacolo

Accanto al Lac si fanno ammirare gli affreschi di Bernardino Luini, ma a fine maggio, dentro la Sala Teatro, prenderanno forma le gargolle di Notre Dame. Dal 27 al 31 sbarca sulle sponde del Ceresio Notre Dame de Paris composto da Riccardo Cocciante e ispirato al (quasi) omonimo capolavoro di Victor Hugo. Oggi anche l’opera di Cocciante è considerata un capolavoro, che in un quarto di secolo è stato tradotto in nove lingue e applaudito da oltre diciotto milioni di spettatori; la tappa ticinese si inserisce nella tournée italiana che toccherà, tra i luoghi più iconici, l’Arena di Verona e la Reggia di Caserta, e che ha già venduto più di centoventimila biglietti. «E pensare che all’inizio non la voleva nessun discografico, non ci credeva nessun impresario, forse neppure io ero molto convinto» ricorda Cocciante. «Molti mi sconsigliavano di lanciarmi in questa avventura, dicevano che mi avrebbe rovinato la carriera; e anche per me rappresentava un salto nel buio, tracciava un nuovo sentiero lungo cui non sapevo dove mettere i piedi. In effetti il progetto era ambizioso, avventuroso: modernizzare Victor Hugo, arrangiare la storia di Esmeralda, Quasimodo, Frollo e Clopin attraverso il canto e un linguaggio contemporaneo: al canto ci avrei pensato io, al libretto, in francese, Luc Plamodon».

Un altro italiano aveva osato riprendere Hugo, un secolo e mezzo prima: un certo Giuseppe Verdi, che da Le roi s’amuse cavò Rigoletto, attingendo dalla letteratura francese anche il soggetto per un suo altro successo clamoroso, Traviata (da La dame aux camélias di Dumas).

Però, ad ammaliare e spingere il cantautore italiano di origine vietnamita, c’erano due fattori determinanti. «Innanzitutto, i temi: il romanzo di Hugo parla di diversità, immigra-

zione, clandestinità, integrazione, attuali a fine anni Novanta e forse ancor di più oggi, direi drammaticamente di più oggi. Esemplare è il punto in cui Clopin, lo “zingaro” –oggi diremmo il clandestino – a capo della Corte dei Miracoli che lotta per l’eguaglianza tra loro, gli “stranieri”, e il popolo di Parigi, afferma: “Come è difficile vivere quando non si è come gli altri”. Me lo domando spesso: quanto deve essere difficile per i clandestini, per i migranti andare in un mondo differente, trovarsi in situazioni completamente sconosciute, per lo più sentendo lingue quasi totalmente sconosciute? Gli stessi protagonisti sono degli esclusi: Quasimodo è un diverso che viene estromesso, Esmeralda è una zingara che viene estromessa».

Cocciante ha accettato la sfida di musicare Notre Dame perché è una storia popolare che racconta di emarginazione

Accanto al contenuto, è la forma il secondo fattore che ha spinto Cocciante ad accettare la sfida: «Che cosa è Notre Dame? Non è una commedia musicale, dove ci sono temi leggeri e il parlato; non è un’opera classica, perché le voci non sono impostate come la lirica, ma naturali. È un’opera popolare, nata dalle canzoni; con questo argomento ho sentito una sincerità e una passione incredibili: le canzoni sono sgorgate una dopo l’altra, l’atto del comporre non è mai stato meccanico, studiato o sudato, è stato simile a un atto d’amore. Infatti, è stata la sequenza delle canzoni, messe una dopo l’altra, senza interruzioni, a guidare Plamodon nella redazione della storia».

Oggi è facile considerare il risul-

Quel talento straordinario

Musica ◆ Esce in questi giorni un film di James Cameron intorno alla poliedrica figura di Billie Eilish

Giovanni Ferrari

tato un capolavoro, ma trent’anni fa nessuno vi diede credito. «Dopo tanti dinieghi di produttori e discografici, giocai il tutto per tutto: chiesi un appuntamento a Charles Talar, mi misi al pianoforte e suonai e cantai tutto dall’inizio alla fine. E alla fine mi disse: “Ok, vado a cercare un teatro”. Lo fece al Palais des Congrès di Parigi». Era il 16 settembre 1998, e quello che sembrava un azzardo si è trasformato in un successo clamoroso; non a caso al Lac il titolo campeggia nel cartellone di questa stagione accanto a uno dei musical di maggior successo di tutti i tempi, Cats

A Lugano viene proposta la versione italiana, curata da Pasquale Panella e andata in scena per la prima volta il 14 marzo 2002, a Roma. Cast d’eccezione: Giò Di Tonno è stato il primo Quasimodo italiano, oltre ad aver vinto Sanremo nel 2008 cantando con Lola Ponce Colpo di fulmine ed essere stato protagonista in musical come Jekyll & Hyde e I Promessi Sposi. È dal 2016 che l’albanese Elhaida Dani dà voce e corpo ad Esmeralda: Cocciante la scoprì tre anni prima, decretandola vincitrice di The Voice of Italy. Nel ruolo di Febo si alternano Gianmarco Schiaretti e Graziano Galatone, mentre Frollo sarà Vittorio Matteucci, specialista dei ruoli da cattivo: ha impersonato Scarpia in Tosca –Amore disperato Cocciante confessa di sentirsi vicino a Quasimodo: «Ha avuto poco da Madre Natura a livello fisico; non pretende nulla e si rifugia nel mentale per andare oltre questo mondo. Io ero chiuso da giovane, faticavo ad esprimermi. Da questo punto di vista Notre Dame mi ha aiutato anche nella carriera: sono un timido, per me salire sul palco era una fatica enorme. Ma volevo cantare e l’unico modo per farlo è stare su un palcoscenico. Con Notre Dame posso evitarlo».

Che in questi ultimi anni Billie Eilish sia riuscita a creare un legame autentico con il proprio pubblico è risaputo ed evidente. Lo confermano le vendite dei suoi dischi e soprattutto lo dicono i sold-out dei suoi show in tutto il mondo. Ma con il nuovo film-concerto Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour (Live in 3D) riusciamo a conoscere qualcosa di più, andando a fondo del significato di questo suo essere, ad appena ventiquattro anni, icona di un’intera generazione. Il film-concerto, nei cinema di tutto il mondo dallo scorso 7 maggio, è infatti un’esperienza musicale e cinematografica unica nel suo genere per molti motivi. Prima di analizzarli è necessario segnalare un nome enorme, che c’è dietro a questo lavoro. È quello di James Cameron, che ha diretto il film con la stessa Billie Eilish. I due Premi Oscar hanno voluto lavorare fianco a fianco per presentare al pubblico un prodotto che fosse più della semplice trasposizione cinematografica di un concerto. E la missione è riuscita.

Le riprese sono state effettuate durante alcune tappe dell’ultimo Hit Me Hard and Soft: The Tour nel Regno Unito e in Arizona. Il tour è partito dopo l’uscita del terzo album di Billie Eilish, Hit Me Hard and Soft, che include Wildflower, brano con cui l’artista e il fratello, il musicista e produttore Finneas, hanno vinto il premio Song of the Year alla 68ª cerimonia dei Grammy. Le riprese sono state effettuate durante alcune date dell’ultimo Hit Me Hard and Soft: The Tour nel Regno Unito e in Arizona. In totale sono stati 106 i concerti, tenuti dalla cantante nel corso di una tournée iniziata nel settembre del 2024 e terminata nel novembre del 2025. Insomma: il materiale artistico in questo film-concerto è amatissimo in tutto il mondo e, come accade per ogni cosa che tocca Billie Eilish, è apprezzato in egual misura da pubblico e critica.

La pellicola ci permette di godere in maniera inedita del suo talento. Oltre alle esibizioni sul palcoscenico, vediamo Billie Eilish nel dietro le quinte; la seguiamo mentre si prepara a incontrare la sua gente e ascoltiamo alcune sue confessioni a James Cameron. Questo continuo mix di live e backstage restituisce al pubblico l’emozione dello show e l’urgenza comunicativa dell’artista. A rendere il progetto valido è la tecnologia utilizzata. Le focali da 800mm utilizzate da James Cameron ci permettono di vedere da vicinissimo la cantante sul palco, anche quando la ripresa è realizzata da molto lontano. Poi, le videocamere 3D compatte montate su alcuni strumenti utilizzati direttamente sul palcoscenico (anche dalla stessa artista) regalano immagini a tutti gli effetti immersive.

L’impianto tecnico 3D in realtà virtuale – sviluppato grazie alla collaborazione di Cameron con Meta Platforms e Lightstorm Vision – dimostra che andare a vedere un concerto al cinema non è un’attività riservata ai fanatici di un artista; se il film è realizzato con l’utilizzo di tecnologie come queste e se è ideato con tale cura e attenzione, è semplicemente un’esperienza differente, che permette di notare meglio dettagli e significati, impossibili da scorgere quando si è entusiasti tra il pubblico. Insomma, il punto di vista dal quale assistiamo all’energia contagiosa e al talento di Billie Eilish è unico; la stessa cosa accade quando vediamo i numerosi primi piani dei fan nel pubblico. Sembra di essere lì tra loro, mentre ci si sente raccontati dalle canzoni di Billie Eilish, vera paladina delle nuove generazioni. Niente potrà mai sostituire l’esperienza reale come spettatori in un palazzetto, in un teatro o in uno stadio. Ma la tecnologia ci apre a nuove possibilità. E questo film-concerto lo dimostra, in maniera affascinante e senza dubbio coinvolgente.

alleAccanto terme Leukerbaddi
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Still da Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour (Live in 3D) di David Cameron.
Elhaida Dani e Giò Di Tonno nei panni di Esmeralda e Quasimodo.
Enrico Parola

Una cenetta estiva romantica.

Ele A, da Lugano al podio del rap

Incontri ◆ A colloquio con la rapper ticinese, ospite di Nevermind il 5 giugno con Kid Yugi e Nitro

«Non sono sul podio, però dammi un annetto / Qui sputano odio, quindi dammi l’aumento / “Arrivare è facile” ho letto in un commento / Vieni, ti aspetto, vieni, ti aspetto». Se c’è un modo di parlare tra i giovani davvero diretto, che arriva al punto, è senza dubbio quello del rap. Ne sa qualcosa anche la giovane luganese Ele A, 26 anni, che il 5 giugno canterà al Nevermind Fest di Bellinzona (v. «Azione» del 6 maggio 2026).

Ele A, il rap nasce dal ghetto, o perlomeno da situazioni di disagio. Dalla sua biografia non sembrerebbe il caso: come Kanye West, anche lei è figlia di insegnanti. Un «buon background» rende le cose più facili o più difficili?

Il rap nasce da un contesto di forte disagio sociale come forma d’espressione. È una valvola di sfogo, come d’altronde tutte le forme d’arte. Forse è però il genere più inclusivo in assoluto, perché non richiede particolari caratteristiche. Nonostante sia nato dal ghetto americano, negli anni si è esteso a tutto il mondo, perché è un genere che non ha confini. Io so di non avere gli stessi problemi di una persona negli anni 70 nel Bronx, ma il punto è proprio questo. Io racconto di me. Il rap è una fotografia della realtà, credo che ognuno abbia i propri diversi disagi, indipendentemente dal contesto di provenienza. La Svizzera tende a nascondere i difetti il più possibile, mentre il rap fa esattamen-

Concorso

«Azione» mette in palio alcuni biglietti per il 5 giugno (Ele A, Kid Yugi e Nitro) e il 6 giugno (Gotthard, Dreamshade e Hardcore Superstar) a Nevermind Music Fest. Per partecipare inviate una mail a giochi@azione.ch specificando il concerto (oggetto «Nevermind») entro martedì 26 maggio, ore 23.59. Buona fortuna!

te il contrario: denuncia i problemi e i disagi che ci sono, in qualunque classe sociale.

Lei non è nata in una realtà metropolitana, ma collabora con Sayf, Guè, Venerus… È stato difficile affermarsi?

Non avevo nessun tipo di conoscenza con Milano e l’Italia in generale a livello musicale, anzi ci ero stata soltanto una volta in gita di classe. Non mi sono però mai posta il problema, perché credo che al giorno d’oggi sia una scusa dirsi che venendo da fuori non si potrà mai arrivare al centro.

Se c’è una cosa positiva dei social, è che ti permettono di poter potenzialmente raggiungere chiunque senza spostarti, e a costo zero. Io ho iniziato senza budget, registrando con le cuffiette in camera mia e facendo i video con il telefono, mi sono fatta conoscere così.

Al rap si è rimproverato spesso di basare molta della sua fortuna su testi non sempre condivisibili, ad esempio per la loro misoginia… come percepisce questo mondo?

Il rap, come dicevo prima, è una fotografia della realtà. Da una persona nata e cresciuta in un determina-

Ele A sarà al Nevermind Music Fest di Bellinzona il prossimo 5 giugno.

to contesto che magari non favorisce l’educazione, non mi aspetto nient’altro che la misoginia, perché, prima di essere nei testi rap, è presente nel mondo, in tutte le cose. Non penso che una persona cresciuta in un contesto patriarcale e vittima dello stesso diventi poi femminista nella narrativa dei suoi testi. La misoginia purtroppo esiste eccome, e il rap è un genere che al contrario di edulcorare o censurare la realtà, la sputa così com’è. E molto spesso non è affatto bella. Mi sembra però ipocrita focalizzarsi su testi o forme artistiche che esprimono un disagio senza poi cercare di risolvere concretamente il problema, che come sempre sta alla radice e danneggia chiunque. Finché violenza, misoginia e altre cose negative saranno parte della realtà umana, ci saranno testi rap che ne parleranno. L’unico antidoto a tutto ciò è l’educazione.

Negli ultimi anni, pensiamo a Kid Yugi, sembra cresciuta l’attenzione verso la parola: alle rime facili anche in italiano si sostituiscono giochi di parole arguti. C’è stato un cambiamento?

In realtà credo che sia abbastanza il contrario. Il rap degli anni Novanta

era tecnico e pieno di figure retoriche, metafore e giochi di parole. Nel tempo si è semplificato. È quello che cerco sempre di fare anch’io. Quando ho iniziato ascoltavo tanto rap tecnico, ma con il tempo ho capito che per me è più importante la musica in sé, dunque cerco sempre di semplificare. Ciò non vuol dire banalizzare, ma trarre il succo dalle cose e sintetizzare, ed è un processo complicato. Ci sono artisti come Mattak, con cui sono cresciuta, che riescono ad essere tecnici metricamente e comunque risultare intelligibili, facendo passare concetti profondi e interessanti senza forzare niente. Kid Yugi è un artista che stimo molto ed è fondamentale, perché ha portato al vero mainstream dei concetti, delle reference e un immaginario che non c’erano.

Qualche anno fa il rap ha compiuto mezzo secolo: un genere così mainstream può contenere ancora elementi di originalità?

Il rap è in continua evoluzione ed è uno dei generi dove, a livello underground e mainstream, si sperimenta maggiormente. Questo perché già nasce come genere molto libero e fluido, a sua volta unione di diversi generi. Ciò gli permette di rimanere rilevante e riadattarsi in base al periodo storico. In questo momento la tendenza è di valorizzare il fattore nostalgia, in un lasso di tempo però molto più ristretto di prima: se una volta si andava sugli anni 90/2000 per proporre produzioni di stampo nostalgico, le canzoni attuali si rifanno all’estetica del 2016, periodo sicuramente più spensierato di quello attuale (e quindi idealizzato), ma di solo dieci anni fa. Impossibile prevedere in che direzione andrà il rap, spero solo che ci siano continua sperimentazione e creatività come al momento accade nella scena inglese e francese e che anche in un posto più piccolo come l’Italia ci sia spazio per nicchie e sottogeneri.

A caccia di passato alle Cave

Teatro ◆ Domenica 31 maggio frammenti di vite e di storie ad Arzo

Fra i molti luoghi capaci di raccontare il passato, una cava rappresenta senza dubbio la variante più suggestiva, poiché vi si intrecciano il tempo, la storia e la natura. È quello che deve avere pensato anche chi ha organizzato e pianificato il progetto site specific Memorie Future Cave Arzo Promotrice del progetto è l’Associazione CAVAVIVA, che si è affidata alla Compagnia Grande Giro, la quale, a sua volta, collabora con i Giullari di Gulliver.

L’appuntamento è, dunque, per il 31 maggio alle Cave di Arzo, dove Memorie Future si propone di fare vivere ai membri delle comunità e al pubblico momenti di condivisione attraverso la ricchezza della memoria, espressa con l’ausilio di molteplici linguaggi come parola, movimento, danza, canto e musica. La storia delle Cave, infatti, è anche la storia delle genti che le hanno frequentate e che, vivendoci e lavorandoci, hanno sicuramente lasciato un pezzo di sé. A completare l’appuntamento vi sarà la mostra di fotografie di Giovanni Luisoni al Laboratorio antico delle Cave.

Dove e quando

Memorie Future Cave Arzo, domenica 31 maggio 2026 (10.30 e 15.00). Prenotazione/ prevendita: cavaviva.ch e eventi@cavaviva.ch Saranno presenti anche un bar e un punto ristoro.

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Coloratissimi

I gerani sono disponibili in bianco, rosa, salmone, viola e nero-rosso, ma non in giallo.

Origine: un fiore esotico proveniente da Città del Capo

Il geranio non è un fiore svizzero, ma proviene dal Sudafrica. Nel 1672, il botanico Paul Hermann inviò i primi esemplari selvatici nei Paesi Bassi durante una sosta sulla Table Mountain. Nell’Emmental arrivò solo quando i domestici dei ricchi abitanti delle città portarono le talee in campagna: è così che questa pianta esotica è diventata il fiore tipico da fattoria. Il nome botanico corretto è Pelargonium (da pélargos = cicogna, per via del frutto a forma di becco).

ATTUALITÀ

Un grande amore

Un tempo importati dal Sudafrica, i gerani adornano le facciate delle case rurali e i balconi delle città. Una visita all’agricoltrice Anna Katharina Flükiger nell’Emmental mostra quanta dedizione sia necessaria per creare e mantenere decorazioni floreali

Testo: Heidi Bacchilega
Che splendore! I gerani adornano la casa colonica dei Flükiger a Röthenbach, nella regione dell’Emmental.

Commestibili

I fiori e le foglie dei gerani profumati possono essere mangiati. Sanno di limone, di rosa o di cioccolato.

Dalle città alle campagne Johann von Muralt, medico di Zurigo, piantò per la prima volta i gerani nel suo giardino nel 1715, scatenando clamore fra i cittadini più ricchi. Solo quando la pianta diventò più economica si diffuse al di fuori delle città.

Due cuori, quattro mani e 400 gerani

Ogni estate Anna Katharina e Rosmarie Flükiger trasformano la loro casa nell’Emmental in un mare di fiori.

«Passa per pranzo, così chiacchieriamo finché non inizia il lavoro in stalla». È così che si presenta un appuntamento con Anna Katharina Flükiger. Niente frasi vuote, niente tira e molla: solo un invito caloroso organizzato intorno al lavoro della fattoria. Quando entro nel villaggio di Röthenbach nella regione bernese dell’Emmental, la vedo brillare da lontano: la casa a tre piani della famiglia Flükiger e, proprio accanto, il granaio, anch’esso decorato di rosso vivo. Oltre ad Anna Katharina e a suo marito Hans, anche la suocera vive qui, in un appartamento al piano terra. La casa fu costruita nel 1608 e non si chiama Salzhaus («casa del sale») per caso. Fino al 1916, il prezioso oro bianco veniva infatti venduto qui, all’interno di uno speciale contenitore di legno. Oggigiorno la coppia gestisce l’azienda agricola, come ultima di quattro generazioni. E ogni primavera, Anna Katharina e sua suocera trasformano le facciate in un mare di fiori.

Decenni di esperienza

Per questo sono necessari circa 400 gerani: una maestosa esposizione floreale che si estende dal granaio alla casa, fino ad arrivare al giardino. L’arzilla anziana trascorre le sue giornate tra i fiori trasmettendo le sue conoscenze, frutto di decenni di esperienza. «Senza di lei non ce la farei», racconta Anna Katharina Flükiger. Quattro mani, due generazioni, un unico obiettivo: un’immagine uniforme, principalmente in rosso, completata da rosa e bianco. Gerani gialli? «Non esistono nemmeno».

Oltre ai classici gerani pendenti sui pergolati, intorno alle facciate vengono utilizzati anche i cesti appesi, quelli che si sviluppano in rigogliose cascate di fiori, composte da surfinie (petunie pendenti), che crescono verso il basso in densi grappoli. Importante: le surfinie e i gerani devono essere tenuti rigorosamente separati, mai nello stesso contenitore. Il motivo è semplice: le surfinie sono vere e proprie divoratrici d’acqua e hanno bisogno di molta più umidità dei frugali gerani. Se piantati insieme, si annega gli uni o si lascia morire di sete le altre.

20 ore per la semina

Per garantire la quantità necessaria di gerani, le due donne ordinano le piantine entro la fine di aprile. La semina dura circa 20 ore nell’arco di una settimana: senza il trattore con caricatore frontale per la disposizione dei vasi, non sarebbe possibile. L’eliminazione delle infiorescenze appassite? «Lo faccio mentre annaffio. Con questa quantità non si può fare in altro modo», afferma Anna Katharina Flükiger. I fiori restano in genere appesi fino alle prime gelate di novembre. Nulla viene svernato: non c’è spazio sufficiente. A maggio, tutto ricomincia da capo. Nel frattempo il pranzo attorno al grande tavolo di legno si è concluso. Anna Katharina Flükiger si alza per andare in stalla, ma prima di uscire mi mostra la sua mucca preferita, Nectarine.

I consigli sui gerani di Anna Katharina e Rosmarie Flükiger

Basta poco

Sono sufficienti semplici contenitori di plastica da appendere alle ringhiere: nient’altro.

L’importante è assicurarsi che siano ben stabili

Quando le piante sono ricche di linfa in estate, diventano infatti pesanti. Legare pertanto le fioriere alla ringhiera in modo che non si rovescino.

Un buon terriccio è fondamentale Il terriccio prodotto in casa non dà buoni risultati; è preferibile un humus di alta qualità acquistato in un negozio specializzato.

Concimare due volte

Aggiungere al terreno dei trucioli di corno e rabboccare con del concime liquido due volte alla settimana.

Tenere la distanza

Piantare quattro gerani in una cassetta da 80 cm e tre in una da 60 cm, a una distanza di circa 20 cm l'una dall'altra.

Buono a sapersi

17’000

In tutto il mondo esistono 17’000 varietà di gerani, tutte catalogate nel registro internazionale Pelargonium.

500 milioni È il numero di gerani venduti in Europa ogni anno.

Non resistenti all’inverno I gerani non sono resistenti. Possono essere portati all’esterno solo dopo la metà di maggio.

Anna Katharina (a sinistra) e la suocera Rosmarie Flükiger.
Pronte per la messa a dimora: le piantine vengono trasportate a destinazione utilizzando il vecchio vagoncino delle PTT.
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1

Timo

Il timo ha un ruolo da protagonista nel piatto di verdure ratatouille. Ma il suo aroma è irrinunciabile anche durante le grigliate argentine: la salsa chimichurri ne è un esempio perfetto. Il timo resiste alle lunghe cotture ed è adatto anche all’essiccazione. Si conserva al meglio avvolto in un panno umido in frigorifero. In giardino predilige una posizione soleggia ta. Potando i rami verdi in primavera, la pianta rigermoglia regolarmente.

2

Salvia

L’aroma amarognolo di queste foglie vellu tate si abbina perfettamente al burro per condire pasta e gnocchi. Ottima anche con la carne di vitello, ad esempio nei saltimbocca, le celebri scaloppine italiane. Usare le foglie con moderazione, perché il loro aroma è intenso. La salvia si conserva per alcuni giorni se avvolta umida e tenuta al fresco. Sul balcone può essere coltivata insieme a timo, rosmarino e origano in grandi vasi: richiede poca acqua ma tanta luce. Le erbe «amanti del sole» ricrescono ogni anno.

GUSTO

Erbe aromatiche

Mmmmh, che profumo!

Crescono al sole, emanano il loro aroma al tatto e rendono ogni piatto più buono: le erbe aromatiche sono indispensabili nella cucina estiva

Testo: Claudia Schmidt Illustrazioni: Gabi Kopp

5

Erba cipollina

3

Prezzemolo

Le foglie di prezzemolo migliorano praticamente qualsiasi piatto. Senza prezzemolo, la salsa verde, l’insalata orientale tabbouleh o una frittata alle erbe sarebbero impensabili. Il prezzemolo si conserva per alcuni giorni mettendo i gambi in acqua. Chi ne usa molto può seminarlo in cassette da balcone; è importante mantenere il terreno sempre umido.

4

Origano

Le foglie di origano arricchiscono sughi di pomodoro, carne alla griglia e verdure. Da secco l’aroma è ancora più intenso, ideale per lunghe cotture. L’origano fresco si conserva per alcuni giorni se avvolto in un panno umido e tenuto al fresco. Sul balcone ama il sole ed è poco esigente. In primavera, quando non c’è più rischio di gelate, va potato.

9

Basilico

L’erba cipollina dona la freschezza della cipolla senza la sua piccantezza. Le foglie tubolari vanno tagliate ad anelli, non tritate. È ideale fresca per formaggi alle erbe, zuppe e pane imburrato. Cresce bene sul balcone e può essere tagliata secondo necessità: ricresce rapidamente e spunta di nuovo anche dopo l’inverno. I gambi tagliati si conservano avvolti in carta da cucina umida e riposti in un sacchetto con chiusura ermetica in frigorifero.

6

Aneto

Le foglie piumose dell’aneto si abbinano perfettamente a cetrioli, salmone e patate e sono tipiche della cucina nordica ed est-europea. Si conserva al meglio

in frigorifero avvolto in carta da cucina umida, per un massimo di tre giorni. In vaso deve essere mantenuto umido: non tollera né la siccità né i ristagni d’acqua. È quindi importante che il vaso abbia fori di drenaggio.

7

Menta

Nel mojito, nel tabbouleh o come tisana: la menta è rinfrescante e versatile. In giardino e sul balcone cresce molto rapidamente; per contenerla, è meglio coltivarla in vaso, così non si espande eccessivamente. In primavera germoglia nuovamente. I gambi, messi in acqua, si conservano per alcuni giorni.

8

Coriandolo

Il sapore del coriandolo divide: o lo si ama o non lo si sopporta. Chi lo apprezza lo aggiunge a piatti orientali e asiatici, preferibilmente poco prima di servire, perché con la cottura perde aroma. I gambi si conservano mettendoli in un

Il suo aroma dolce e leggermente pepato esalta il pomodoro nell’insalata caprese e diventa protagonista nel pesto italiano. I vasi acquistati contengono spesso più piantine, che possono essere divise in diversi vasi per favorire una crescita più vigorosa. Il basilico va annaffiato dal basso: immergere il vaso in un recipiente con acqua. I rametti freschi, messi in acqua, si conservano per alcuni giorni.

10

Rosmarino

Con il suo profumo leggermente resinoso e boschivo, gli aghi di rosmarino insaporiscono carne d’agnello, verdure al forno e focacce. Ama il caldo e ha bisogno di poca acqua: ideale per una lunga vita in vaso sul balcone. In aprile si potano i germogli verdi, senza mai tagliare i rami legnosi. Durante la stagione delle grigliate, i rami possono essere usati come pennelli aromatici per spennellare carne e verdure. Il rosmarino può essere cotto ed è molto aromatico anche da secco. I rametti freschi si conservano in frigorifero avvolti in carta da cucina umida.

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Piccoli esploratori in cerca di ali e antenne

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Il rombo della memoria e il circuito lillipuziano

Dalla rinascita del Circuito di Campione alle Mille

Miglia, passando per Le Mans, Villa d’Este e Goodwood, le auto storiche continuano ad attirare appassionati

Armatura e prigione: l’illusione del corpo perfetto

Filosofia del sudore ◆ Nella New York degli anni Ottanta, l’intellettuale Simon Wilson Fussell si trasforma in un temibile bodybuilder

Loïc Wacquant, il sociologo francese autore di Anima e corpo. La fabbrica dei pugili nel ghetto nero americano (DeriveApprodi, 2002) di cui abbiamo scritto nell’ultima puntata di questa rubrica («Azione», 22 aprile), e l’americano Simon Wilson Fussell, autore di Muscle: Confessions of an Unlikely Bodybuilder (Open Road, 1991), un’autobiografia sui generis di cui parliamo in questo contributo, hanno diverse cose in comune. A un’età non più giovanissima, ma ancora nel pieno della loro forma fisica, varcano per la prima volta la soglia di una palestra per praticare uno sport rispetto a cui sono dei perfetti novizi e che, convenzionalmente, è considerato da duri: Wacquant la boxe, Fussell il bodybuilding.

Il sogno del corpo perfetto può trasformarsi progressivamente in una spirale di ossessione, disciplina e fragilità

Per un periodo di tre e, rispettivamente, quattro anni, vivranno un’esperienza immersiva totale, trasformando la loro nuova disciplina in un impegno quotidiano fatto di allenamenti estenuanti, rinunce, e tanta, tanta disciplina. Entrambi abbandonano la vita relativamente comoda dell’intellettuale per praticare uno sport in cui è il corpo, e non la mente, ad essere continuamente sollecitato.

Se si allontanano dai luoghi in cui sono cresciuti per vivere in un contesto metropolitano complesso e non sempre ospitale – almeno fintanto che non se ne conoscono le regole – non è per capriccio, ma per un’esigenza comune: quella di integrarsi, di sentirsi a proprio agio in un ambiente, il ghetto di Chicago e la città di New York, che ancora non padroneggiano.

In realtà, però, le motivazioni profonde per cui ciascuno intraprende la propria avventura sportiva divergono. Wacquant si dà alla boxe perché vuole avvicinarsi, fino a confondersi, con le persone che vivono nel ghetto, con quella comunità e quell’umanità che vuole conoscere appieno, per poi scriverne nella sua tesi di dottorato. Fussell, al contrario, ubbidisce a un movimento opposto. Vive a New York e lavora nell’editoria, ma ha l’impressione di essere fin troppo dentro la giungla metropolitana. Si sente intrappolato, e avverte il bisogno impellente di stabilire una distanza rassicurante fra lui e quella sterminata città.

Forse oggi Simon Fussell sarebbe un professore universitario di letteratura inglese, se non avesse passato quattro anni della sua vita a sollevare pesi come un ossesso, prima a New York, e poi in California. Figlio di

professori universitari di letteratura e dall’aspetto gracile come si addice agli uomini di lettere, approda a New York subito dopo la laurea all’Università di Oxford e nulla, a quel punto, lascia presagire un futuro nel mondo del bodybuilding.

Simon Fussell pur raccontando di steroidi e rabbia evita il mito eroico del culturista e costruisce il ritratto di un outsider

A New York però qualcosa si inceppa, Simon si sente in pericolo, intimidito dai rischi che si annidano a ogni angolo buio della metropoli caotica. Ne parla con gli amici, che gli raccontano qualche loro disavventura e provano a rassicurarlo, a sdrammatizzare. Ma per Simon non basta riderci sopra, lui l’insicurezza ormai l’ha somatizzata, e neanche fra le quattro mura domestiche si sente al sicuro. Non dorme la notte perché crede che il pericolo sia in agguato.

Come confessa nell’introduzione di Muscle: Confessions of an Unlikely

Bodybuilder : «I miei giorni a New York li trascorrevo correndo per le

strade della città con gli occhi sgranati dalla paura, mentre le notti le passavo rinchiuso nel bagno del mio appartamento in affitto, in preda al terrore. La porta chiusa a tripla mandata, le finestre inchiodate, le tende, inutile dirlo, tirate. […] Intrappolato in questo incubo, avevo bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, per garantire la mia sicurezza».

Conquistata l’indipendenza finanziaria, di tornare in famiglia Simon non ne ha voglia, ma se vuole continuare a vivere a New York deve trovare una via d’uscita. Gli amici gli consigliano di aggregarsi a un gruppo di lettura o di provare qualche tecnica di rilassamento, nulla che però lo convinca veramente. Ci sarebbe anche un gruppo che il sabato si ritrova a Washington Square per giocare a scacchi, ma anche quest’idea ha vita breve.

Demoralizzato, Simon cerca rifugio in uno dei pochi luoghi dove ancora si sente al sicuro: una libreria, possibilmente grande e ben fornita. E, passeggiando lungo lo scaffale delle autobiografie, gli capita sotto gli occhi il libro che gli cambierà la vita, Arnold: The Education of a Bodybuilder (L’educazione del bodybuil-

der. La storia di Arnold ) del celebre bodybuilder e attore cinematografico Arnold Schwarzenegger. E lì qualcosa si sblocca: «E se mi trasformassi in un cartellone pubblicitario ambulante che trasuda invulnerabilità, proprio come Arnold?», si chiede Simon. Sì, perché no? In fondo, conclude lì per lì, «non varrebbe forse la pena sopportare qualche ora al giorno di sofferenza privata in cambio di una vita di sicurezza pubblica?». Ora dalla teoria bisogna passare alla pratica. A 26 anni Fussell si iscrive alla palestra della YMCA, avviando una trasformazione radicale. Nel giro di quattro anni, tra allenamenti intensivi, integratori proteici e uso di steroidi, il suo corpo cambia drasticamente, con il duro allenamento i suoi muscoli si ingrossano a dismisura. Con quaranta chili di muscoli in più arrivano anche le prime competizioni di culturismo. Ma dietro l’apparente successo, tuttavia, si nasconde una realtà più complessa. Nonostante una fisicità imponente, Fussell si sente più fragile che mai. Il regime estremo cui si sottopone per gareggiare e ambire a un piazzamento lo porta verso una condizione di estrema labilità fisica

e mentale, segnata da stanchezza, nausea e improvvisi e incontrollati scatti d’ira legati all’uso di sostanze. Fussell, raccontando in prima persona la propria odissea, offre uno sguardo diretto e spesso ironico su un ambiente dominato dall’ossessione per la perfezione fisica. Tra palestre e competizioni nella cosiddetta Iron Mecca (mecca del ferro) della California meridionale – dove l’autore si trasferisce per perfezionare i suoi allenamenti – Fussell descrive un universo in cui molti sacrificano equilibrio, salute e identità pur di inseguire un ideale di gloria. Tanto da trasformare il suo mémoire personale in una testimonianza storica dell’ascesa del bodybuilding nell’America degli anni Ottanta, ma soprattutto mettendo in evidenza il compimento di un paradosso.

Il paradosso è che proprio votandosi al culturismo, abbandonando il mondo dell’editoria e rinunciando, in qualche modo, al suo habitus intellettuale a favore del nuovo ethos dell’acciaio, Samuel Fussell è riuscito a lasciare un segno, consegnando alle stampe un contributo saggistico significativo e importante, una sorta di trattato di sociologia incarnata.

Sebastiano Caroni
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GUSTO

Spiedini di gamberetti con vinaigrette all’aglio

Piatto principale Per 4 persone

500 g di gamberetti sale pepe

6 cucchiai d’olio d’oliva

2 spicchi d’aglio

2 cucchiaini di capperi ½ limone 4 rametti d’aneto

1. Infila i gamberetti sugli spiedini. Condisci con sale e pepe e spennellali con un poco d’olio.

2. Per la vinaigrette, taglia l’aglio a fettine sottili. Rosolalo in poco olio. Togli la padella dal fuoco e aggiungi l’olio rimasto e i capperi. Aggiungi un po’ di scorza di limone grattugiata, spremi il succo e aggiungine ca. 1 cucchiaio. Condisci la vinaigrette con sale e pepe.

Testo: Angela Obrist

3. Scalda il grill a 230 °C. Griglia gli spiedini a fuoco medio-alto per ca. 2 minuti da entrambi i lati. Servili con la vinaigrette e l’aneto.

Consiglio utile

Il calore alto (220-280 °C) è adatto alla cottura diretta: gli alimenti vengono messi sulla griglia direttamente sulla fonte di calore (brace). A calore medio (180–220 °C) si griglia o si arrostisce a fuoco indiretto; gli alimenti non devono essere posti direttamente sulla brace e il coperchio del grill è abbassato.

Qui puoi scaricare l’app Migusto

Caccia all’insetto nel prato

Crea con noi ◆ Servono solo bastoncini, immagini, una scheda da spuntare e una semplice passeggiata all’aria aperta

Seguendo questo tutorial potete creare una divertente attività da fare all’aria aperta con i bambini. Attraverso una coinvolgente caccia agli insetti, i più piccoli potranno esplorare la natura, osservare con attenzione ciò che li circonda e divertirsi imparando.

Grazie ai telaietti e alla scheda di osservazione, i bambini saranno guidati nel riconoscimento degli insetti più comuni, imparandone i nomi in modo spontaneo e giocoso. Un’esperienza semplice che unisce movimento, curiosità e apprendimento.

Procedimento

Stampate i fogli con i disegni degli insetti. Tenete da parte la scheda A4 e ritagliate, dal primo foglio,

le immagini delle singole bestioline. Preparate quindi la scheda d’insieme, aggiungendo a ogni immagine il nome dell’insetto e una casellina da spuntare. Dalle mappette trasparenti ricavate dei quadrati di 11 × 11 cm (regolatevi comunque in base alla lunghezza dei vostri bastoncini).

Disponete sul tavolo due bastoncini di legno e fissate lungo i bordi il quadrato di plastica trasparente utilizzando la colla a caldo. Aggiungete altri due bastoncini per completare la cornice. Se desiderate un risultato più resistente, potete incollare altri due bastoncini sopra ai primi, in modo da coprire eventuali segni di colla e rendere il telaio più solido. Preparate della colla vinilica dilui-

Giochi e passatempi

Cruciverba

Qual è lo stadio più datato d’Italia ma ancora in uso? Scoprilo leggendo, a soluzione ultimata le lettere evidenziate.

(Frase: 5, 8, 2, 6)

ta con un po’ d’acqua (in alternativa, potete utilizzare direttamente una colla da decoupage). Con un pennello piatto stendete un primo strato di colla sul retro dell’insetto, poi posizionatelo al centro del telaio. Passate quindi un altro strato di colla sopra l’immagine per fissarla bene. Se la colla dovesse sporcare la plastica, potete pulire delicatamente i bordi con uno straccetto umido: in questo modo i telaietti resteranno ben puliti e trasparenti anche in controluce. Questo li renderà perfetti anche per attività con la luce, ad esempio su un tavolo luminoso.

Plastificate la scheda degli insetti. I bambini potranno così segnare gli insetti trovati con una penna cancellabile.

Come si gioca Questa attività può essere adattata facilmente all’età dei bambini e al contesto in cui viene proposta. 3–5 anni

Mettete a disposizione i telaietti e lasciate che i bambini esplorino liberamente l’ambiente. Ognuno può scegliere l’insetto che preferisce e partire alla ricerca. L’obiettivo, a questa età, è soprattutto osservare, riconoscere e familiarizzare con le forme e i colori degli insetti, senza bisogno di completare la scheda in modo strutturato.

6–8 anni

I bambini possono utilizzare i telaietti per cercare gli insetti e, una volta trovati, segnalarli sulla scheda di osservazione spuntando la casellina corrispondente. In questo modo si introduce anche il riconoscimento del nome. Si può anche aggiungere una componente di osservazione più attenta (dove si trovano, cosa fanno, eccetera).

L’intruso

Attenzione tra i telaietti si nasconde anche un intruso… riuscite a trovarlo?

Soluzione: il verme.

Il verme non è un insetto perché, a differenza degli insetti, non ha zampe, né antenne, né il corpo diviso in tre parti (testa, torace e addome). Appartiene a un altro gruppo di animali, ma proprio per questo è perfetto per stimolare l’osservazione e il confronto!

Nota: per rendere l’attività più efficace, è consigliabile utilizzare i telaietti

Materiale

• Bastoncini di legno (tipo quelli del gelato)

• Colla vinilica e pennello piatto

• Colla a caldo

• Forbici e taglierino

• Stampante

• Mappette trasparenti (per ricavare la plastica adesiva)

• Plastificatrice (facoltativa ma consigliata)

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

degli insetti che si possono effettivamente trovare nell’ambiente in cui si svolge il gioco. In alternativa, potete mantenere tutti i telaietti e spiegare ai bambini che alcuni insetti potrebbero non essere trovati perché non vivono in quel determinato habitat. Buon divertimento!

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

ORIZZONTALI

1. Atteggiamento adulatorio mirato ad un tornaconto

7. Nome femminile

8. Le iniziali del cantante Fossati

9. C’è quella della pietra

10. Una grande Lara

11. Il bis di Totò

12. Insenatura costiera

13. Un tipo di treccine

17. Scoppiano... in bocca

18. Le valicò Annibale

19. Precede Andrea sul calendario

21. Si dice per incitare

22. Tettoie vegetali

24. Porzione di città

26. Preposizione articolata

27. Un’immensa... liquidità

28. La stella più splendente dell’emisfero boreale

VERTICALI

1. Serena, gioiosa

2. Collisione

3. Congiunzione

4. Le iniziali dell’attrice Spada

5. Il traditore per antonomasia

6. Ulcerazione sulla mucosa della bocca

10. Nome maschile

12. Un quadrato con le corde

13. Osso del braccio

14. Fa i cross

15. Gli anelli del serpente

16. Pronome personale

17. Sporadiche

19. Sporgenza anatomica

20. Un tessuto

Soluzione della settimana precedente FORSE NON TUTTI SANNO CHE… – Il numero otto per il credente simboleggia… Risposta risultante: LA RESURREZIONE E LA VITA ETERNA

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

SEGUI GLI ATLETI E LE ATLETE DEL MINIPIC IN MONTAGNA

Che si tratti di un allenamento outdoor o di una rilassante escursione in montagna: gli atleti del minipic trascorrono molto tempo all’aria aperta e conoscono alcuni dei sentieri più belli della Svizzera. I preferiti di minipic:

Bisse du Ro (Crans-Montana, VS): nella regione della canottiera Sofia Meakin, il sentiero escursionistico si snoda lungo corsi d’acqua increspati, pendii soleggiati e boschi. Questa piacevole escursione è ideale per staccare la spina.

Gäbrisseeli – locanda di montagna Unterer Gäbris (da Gais, AR): colline ondulate, prati rigogliosi e vista sull’Alpstein, ecco cosa ama l’atleta Salomé Kora. L’escursione mostra l’Appenzello dal suo lato più bello.

Lac Retaud – la Marnèche (Les Diablerets, VD): un lago limpido, aria fresca di montagna e un percorso che apre sempre nuove prospettive. Questa escursione è la preferita della ciclista di BMX Zoé Claessens.

Rotenflue – Grosser Mythen (regione dei Mythen, SZ): chi parte presto per l’escursione preferita dello snowboarder Nicolas Huber nella Svizzera centrale, sarà ricompensato con un’alba mozzafiato. Il sentiero alpino, in forte pendenza, è caratterizzato da un panorama impressionante.

Leysin VD – sentiero panoramico Entre les 3 tours: per la sciatrice freestyle Sarah Höfflin questa escursione è il mix perfetto tra sfida e divertimento, con una splendida vista sul Lago Lemano, il Monte Bianco e Les Diablerets.

Desideri altre ispirazioni per la tua prossima escursione? Allora segui minipic sui social media.

Instagram: @minipic.original Facebook: minipic

Viaggiatori d’Occidente

Motori d’epoca contro il tempo

Nunzia ed Ermanno sono due sognatori pragmatici, aperti alle suggestioni più fantasiose, ma anche implacabilmente determinati nel realizzarle. Per esempio qualche anno fa un amico raccontò loro una strana storia: nel lontano 1937, e poi ancora nel 1946, sulle strade di Campione d’Italia avevano corso piloti leggendari, tra cui Tazio Nuvolari. Il Circuito di Campione, con i suoi 1116 metri – poco più di un chilometro – era stato definito il «più piccolo del mondo»: due tornanti, quattro curve veloci, due brevi rettilinei, un tunnel. Dopo quel colloquio casuale i due hanno avuto un solo pensiero: riportare in vita il lillipuziano circuito. Ci sono riusciti lo scorso anno e ai primi di settembre 2026 le auto d’epoca torneranno a rombare davanti al palazzo comunale, lungo la riva del lago e accanto al Casinò.

Ascoltando la loro storia mi si è di-

schiuso davanti agli occhi il mondo degli appassionati di vetture vintage. Cominciamo a dire che in generale un’auto è considerata storica quando ha almeno trent’anni, è ben conservata e non viene usata come mezzo di trasporto abituale. In Europa potrebbero essere intorno ai due milioni (su un parco circolante di quasi trecento milioni di autovetture); e in Svizzera le «veterane» si stimano in poco più di cinquantamila. Proprio perché le vetture storiche non sono più usate per gli spostamenti quotidiani, i loro proprietari sono sempre in cerca di un’occasione per mettersi alla guida. E le possibilità non mancano; basti pensare alla Mille Miglia, la leggendaria gara stradale da Brescia a Roma e ritorno. Si svolse nella sua forma originale dal 1927 al 1957, fu sospesa per vent’anni dopo un drammatico incidente, oggi è stata riproposta come gara di regola-

Cammino per Milano

La chiesa di Gardella

Dal tram numero ventisette, una giornata piovigginosa della prima decade di maggio, scendo in Piazza Ovidio. Spaesato, mi torna in mente la sensazione lasciata tempo fa da una frase di Viaggio in Italia (1957) di Guido Piovene: «a Milano si sfugge alla bellezza sigillata d’altre città italiane ». Siamo nel quartiere Forlanini, costruito a Milano est negli anni Sessanta, accanto all’aeroporto di Linate (1936) da cui trae il nome perché è stato battezzato pure, anche se nessuno lo chiama mai così, in onore di Enrico Forlanini, ingegnere-precursore dell’aviazione.

In via Dalmazia, alle 8.32, scorgo la chiesa di Gardella che mi sembra una testa di polpo. Sotto il cedro, a fianco della chiesa, mi sorprende la parola crematorio in un’insegna al neon rosso lava con l’aggiunta di un nome, Delfino. Avvicinandomi, la seconda impressione è di chiglia rovesciata. Il

tetto polpo-chiglia a testa in giù che a qualcuno potrebbe far pensare al cappello di un antropologo eccentrico tra tribù sconosciute, è rivestito in vercuivre: rame catramato mischiato a caucciù. Da fuori, comunque, nessuno lo direbbe che Ignazio Gardella (19051998) è l’autore di uno dei grandi capolavori del razionalismo italiano: il Dispensario antitubercolare di Alessandria (1938), dove utilizza il motivo rurale tratto dalle gelosie di fienili e stalle, rimettendolo in scena a tutto campo, attraverso un muro arioso di mattoni in cotto intervallati da spazi vuoti. Mentre qui la fama dell’architetto milanese è legata alla Casa al Parco, della quale su «Domus» 263 del gennaio 1951 Gio Ponti scrive: «Quando vengono degli stranieri a far visita a Domus, e architetti, arredatori, artisti, tifosi di architettura come sono, ci chiedono quali costruzioni moderne visitare a Milano noi indi-

Sport in Azione

rità per auto classiche. Ogni edizione risveglia un immaginario inestinguibile: Alfa Romeo, Bugatti, Mercedes, Ferrari, i gentleman driver, i cronometri. I modelli d’epoca sono esposti agli occhi di un pubblico sempre numeroso e attraversando il territorio – le strade appenniniche, i piccoli borghi, le piazze affollate – lo trasformano in un palcoscenico. Qualcosa di simile avviene nel circuito di Le Mans o lungo il tracciato della Targa Florio in Sicilia. La logica dei concorsi d’eleganza, come quello di Villa d’Este, sul vicino Lago di Como, è completamente diversa. Qui l’auto non viene giudicata per la velocità, ma per la bellezza, la rarità, l’originalità, la qualità del restauro, la carrozzeria. Il concorso d’eleganza sottolinea come l’automobile storica sia arte applicata, design industriale, testimonianza del gusto di un’epoca; insomma patrimo-

nio culturale. A Goodwood, grande tenuta nel West Sussex, si va ancora oltre, ricostruendo un’epoca attraverso una messa in scena collettiva: il pubblico si mescola alle vetture indossando abiti d’epoca in un’atmosfera retrò. Naturalmente tutte queste iniziative generano forti flussi turistici e cifre sorprendenti, delle quali tuttavia non ci si rende ancora conto. Per cominciare, gli spettatori accorrono sempre numerosi; inoltre i partecipanti sono di solito piuttosto agiati e quando hanno la possibilità di soddisfare pienamente la loro passione, non badano a spese. In tanta luce non manca qualche ombra. I proprietari di auto storiche sono quasi sempre maschi di mezza età o anziani e senza il coinvolgimento delle donne e soprattutto delle nuove generazioni il futuro appare incerto. Molti giovani adulti però stanno scoprendo le youngtimer, ovve-

ro vetture prodotte tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, non ancora abbastanza vecchie per essere considerate storiche, e dunque relativamente poco costose, ma già interessanti per collezionisti e appassionati: sportive, berline di lusso, coupé o altri modelli iconici.

Riemergendo da questo viaggio nel tempo, dove tutto per me era nuovo o quasi, ho messo a fuoco uno strano paradosso. Proprio mentre la presenza delle auto nelle nostre città è sempre più messa in discussione, soprattutto per il fastidio del traffico e l’impatto ambientale, tanto da immaginare per la prima volta un futuro senza macchine, le vetture storiche conoscono una seconda giovinezza; forse perché ci riportano a un tempo quando l’automobile era un simbolo di libertà, avventura, modernità. Nostalgia canaglia.

chiamo fra le prime la casa di Ignazio Gardella». Dentro, esplode una solennità austera. La piega del tetto mostra solo una volta entrati, dopo i ventidue scalini saliti e una porta tirata, la sua funzione di effetto ventre da balena biblico. Non mi pento per niente, come invece un po’ prima mi stavo pentendo ma non osavo dirvelo, di essermi fatto prendere ancora dalle mie pulsioni per scoprire chiese nuove strane dedicate a santi minori in periferia. Consacrata nel marzo del 1970 nel nome di San Nicolao della Flüe – santo patrono svizzero del Canton Obvaldo, dove ero andato in perlustrazione per un minireportage nei suoi luoghi attorno al paese di Flüeli-Ranft per via dell’hotel liberty alpestre Pax Montana sorto lì tra stalla natale turistica ed eremitaggio folcloristico nelle gole della Melchaa – è oppiacea. Il movimento bombato delle navate in beton che si eleva-

Dai, travestiamoci da Bayern Monaco!

Detto, fatto. Il Football Club Thun ha seguito il suggerimento di Mister Mauro Lustrinelli, dominando la Super League proprio come fanno abitualmente il Bayern Monaco e il Paris Saint-Germain. È un evento insolito nel calcio moderno. Storico. L’ultima «piccola» ad aver conquistato il titolo nazionale fu il San Gallo nella stagione 1999-2000. Da allora abbiamo vissuto 25 trionfi sull’asse Balilea (12) –Berna (6) – Zurigo (6) di cui 2 sulla sponda Grasshopper.

La stagione che si è appena conclusa, fornisce un altro elemento per ipotizzare un mondo capovolto. Ai primi posti della classifica troviamo quattro club di provincia: Thun, Lugano, San Gallo e Sion. Basilea e Young Boys hanno toppato. Le due zurighesi annaspano al terzultimo e al penultimo posto. Inoltre all’atto conclusivo della Coppa Svizzera il San Gallo affronterà lo Stade Lausanne, squadra di centro classifica in Challenge League.

In questi giorni, il mondo del calcio si chiede se questo quadro sia da salutare con gioia e ottimismo. Quello dell’hockey su ghiaccio pare aver accolto con soddisfazione il 1° titolo del Fribourg-Gottéron. Allargare lo spettro delle società che possono coltivare ambizioni di successo non può che essere stimolante per tutto il movimento. Quest’anno, la Stockhorn Arena di Thun ha spesso fatto registrare il tutto esaurito (10’398 posti) con una media attorno ai 10mila. Inimmaginabile per una neopromossa. Dal punto di vista tecnico il discorso si fa più complesso. Anzitutto va sottolineato che la vocazione del nostro campionato non muta. Tutti i nostri club lavorano nel tentativo di produrre qualche talento da piazzare in Europa. In questo esercizio, le Grandi si ritrovano sempre in una posizione vantaggiosa. Chi parte da Basilea, Berna o Zurigo ha più opportunità di approdare in uno dei cinque Campionati più

prestigiosi e più ricchi d’Europa, con conseguente beneficio finanziario dei giocatori e delle società stesse che incassano il denaro che consente loro di perpetrare l’egemonia in patria. Xhaka, Akanji, Sommer, Kobel, Elvedi, Okafor, e molti altri testimoniano questa tendenza. Freuler, dal Lucerna al Bologna passando per Bergamo, e Hajdari, dal Lugano all’Hoffenheim in Bundesliga, sono le eccezioni. Un altro aspetto da non sottovalutare sarà la difficoltà che sempre di più le squadre svizzere incontreranno in Europa. Impoverite, alle prese con costanti problemi di qualità e di quantità, potranno forse compiere un dignitoso percorso in una delle due Coppe secondarie, come è capitato al Lugano nella stagione 2024-2025, quando superò la fase a gironi e fu estromesso ai rigori dagli sloveni del Celje al termine di una doppia sfida che i bianconeri avrebbero potuto vincere. I tempi in cui Grasshopper e Basilea

no nel buio, schiarito solo da feritoie orizzontali, è di un brutalismo quasi borrominiano. I cinque pilastri-telai in beton facciavista che si elevano curvilinei sul soffitto, per navata, più le dodici agli angoli, creano un ondeggiamento che mi ricorda qualcosa dello stupore sinusoidale dell’inarrivabile San Carlino. Mi siedo in una delle panche semplici in legno lucido, siamo soltanto io e una suora che gironzola laggiù. Aggiunge eleganza, la filettatura delle parti curve. I telai-pilastri, sagomati a calice, mi sembrano proboscidi di elefanti o costole di dinosauri. Percepisco anche una similarità con relitti di navi vichinghe, ma soprattutto sento spingere verso l’alto la navata centrale, lo sguardo, lo spirito. Penso ai due barboni stamattina addormentati per terra lungo un’uscita poco usata del metrò fermata Duomo. Mi tornano in mente i due nomi

balzati subito agli occhi tra i progettisti del quartiere Forlanini con già prevista oltre al supermercato, la chiesa. Pietro Lingeri: architetto di una villa razionalista visitata secoli fa a Ossuccio e degli atelier sull’isola Comacina. Luciano Baldessari: architetto-scenografo tra gli autori del supremo bar Craja estinto in centro. Gironzolo e scopro su un progetto originale esposto che Gardella, fuori, aveva previsto del klinker bruno, in diverse tonalità, come le case per impiegati Borsalino ad Alessandria con persiane scorrevoli. Di Gardella sogno una libreria modulare del 1948 in noce e piedini in ottone regolabili. Fuori leggo meglio l’insegna rosso lava e mi pareva strano un crematorio al neon con tanto di nome: in verità c’è scritto cineteatro Delfino. È sotto la chiesa dal 1972, per via dell’acustica veniva utilizzato, ai tempi, come sala prove da Loredana Bertè.

approdavano ai gironi di Champions League e ci facevano sognare a colori, ce li possiamo scordare. Il nostro campionato, con i mezzi e le strutture attuali, non può più permettersi di produrre squadre in grado di fare concorrenza neppure a quelle di Paesi a noi inferiori, come Norvegia, Danimarca, Ucraina. C’è però un dolce e gradevole rovescio della medaglia. Povertà in casa significa ricchezza all’estero. I nostri emigranti maturano nei grandi campionati quel bagaglio di esperienza che da un paio di decenni ci consente di far parte dell’élite mondiale. Dal 2004 a oggi i rossocrociati hanno fallito solo l’accesso agli Europei del 2012 in Polonia e Ucraina. In conclusione mi sento di dover esprimere un rammarico e una soddisfazione. Il trionfo del Thun mi fa pensare che le altre «piccole» abbiano gettato un’occasione forse unica, nell’anno in cui le grandi hanno sonnecchiato. Ad esempio il Lugano, fuori presto

dall’Europa e dalla Coppa Svizzera, ha compromesso l’aggancio al Thun quando una serie di pareggi contro le cosiddette deboli lo ha irrimediabilmente allontanato dal vertice. Se il letargo di Orsi, Cavallette e Renani dovesse protrarsi, sarà imprescindibile che i ragazzi guidati da Mattia Croci-Torti, nel nuovo stadio, viaggino a mille dalla prima all’ultima sfida. D’altro canto può solo far piacere il fatto che la grande protagonista del campionato e una delle comprimarie, siano dirette da un allenatore ticinese. È una graditissima anomalia, dato che da anni il nostro movimento non riesce a produrre giovani talenti in grado di calcare i palcoscenici della Super League per poi spiccare il volo verso campionati più prestigiosi. Gli ultimi sono stati Valon Behrami, partito nel 2003 verso la serie A, e Mario Gavranović, che nel nel 2010 era approdato in Bundesliga con la maglia dello Schalke 04. Quasi preistoria.

di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf

2.95

Nuova Zelanda, per 100 g, in self-service 20%

Lombata di agnello Migros

invece di 3.70

2.20

Bistecche di lonza di maiale marinate IP-SUISSE per 100 g, in self-service 30%

invece di 3.15

conf. da 2

31%

7.95

invece di 11.60

conf. da 2 40%

Mirtilli e lamponi, Migros Bio Spagna, vaschette, 2 x 250 g, (100 g = 1.59)

6.95

invece di 11.60

Tortelloni Anna's Best, refrigerati ricotta e spinaci, tricolore al basilico o carne di manzo, 2 x 500 g, (100 g = 0.70)

1 kg, 11.74 invece di 19.90, (100 g = 1.17) a partire da 2 pezzi 41%

conf. da 6 44%

Caffè in chicchi Chicco D'Oro Tradition

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Coca-Cola Classic o Zero, 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.09)

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Migros Ticino

Più freschezza in tavola

5.95

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invece di 8.75

2.95 invece di 3.25

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Filetto di maiale Migros Svizzera, per 100 g, in self-service 9%

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5.95 invece di 8.90

Spagna/Italia/Francia, vaschetta da 1,5 kg, (1 kg = 3.97) 33%

Albicocche

2.38 invece di 2.80

Limoni Migros Bio Spagna, rete da 750 g, (100 g = 0.32) 15%

4.65

Pomodoro cuore di bue Migros Ticino, al kg, (100 g = 0.47) 15%

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conf. da 2 30%

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Tutte le salse per insalata Frifrench per es. francese, 500 ml, 3.85 invece di 5.50, (100 ml = 0.77) a partire da 2

8.90 invece di 11.90

Beyond Burger, prodotto refrigerato 2 x 226 g, (100 g = 1.97)

da 3 33%

Pizze Da Emilio, refrigerate Margherita o Quattro stagioni, per es. Margherita, 3 x 350 g, 15.90 invece di 23.85, (100 g = 1.51)

20x CUMULUS NOVITÀ

Panini XXL Migros prosciutto e formaggio, prosciutto e salame o Double Chicken Cocktail, per es. prosciutto e formaggio, 265 g, 3.95, (100 g = 1.49)

20x CUMULUS NOVITÀ 4.50 Pretzel con carne secca Migros 145 g, (100 g = 3.10) 20x CUMULUS NOVITÀ

20x CUMULUS NOVITÀ

4.95 Panino pollo e cottage cheese Migros

175 g, (100 g = 2.83)

1.60 Lassi al mango bio Alnatura 230 ml, (100 ml = 0.70) 20x CUMULUS NOVITÀ

20x CUMULUS NOVITÀ 3.30 Treccina al formaggio fresco Migros 115 g, (100 g = 2.87)

Succo d'arancia Andros senza polpa 1,5 litri o 250 ml, per es. 1,5 litri, 7.50, (100 ml = 0.50)

Formaggi e latticini

Voilà, latte e latticini

Burro 4 x 250 g, (100 g = 1.45) conf. da 4

14.10 invece di 15.40

1.30 DI RIDUZIONE Drink Ovomaltine 250 ml, 500 ml o High Protein, per es. drink Ovomaltine, 3 x 250 ml, 5.– invece di 6.30, (100 ml = 0.67)

15.–invece di 18.60 Latte intero UHT Valflora, IP-SUISSE 12 x 1 litro, (1 l = 1.25) conf. da 12 19%

Tutti gli iogurt Nostrani per es. alla castagna, 180 g, 1.– invece di 1.10, (100 g = 0.56) –.10 DI RIDUZIONE

3.–invece di 3.80

Yogurt Elsa, IP-SUISSE moca, arancia rossa o frutti di bosco, 4 x 180 g, (100 g = 0.42) conf. da 4 21%

Migros Ticino

1.65 invece di 2.10

Emmentaler dolce Migros Bio circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g 21%

1.90

invece di 2.25

Grana Padano DOP pezzo da ca. 700/800 g, per 100 g, prodotto confezionato 15%

2.15

Le Gruyère dolce Migros Bio, AOP in conf. speciale, per 100 g 20%

invece di 2.70

Formaggini freschi per 100 g 15%

2.20 invece di 2.60

Fol Epi a fette Classic o Légère, in conf. speciale, per es. Classic, 462 g, 8.50 invece di 10.78, (100 g = 1.84) 21%

Ideale alla griglia

conf. da 4 30%

Mozzarella Galbani

4.95

invece di 6.30

Carré Gourmet Président in conf. speciale, 350 g, (100 g = 1.41) 21%

Palline o mini, in confezioni multiple, per es. palline, 4 x 150 g, 7.– invece di 10.–, (100 g = 1.17)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento di formaggi da grigliare Baer per es. Tomme Original Happily, 200 g, 5.56 invece di 6.95, (100 g = 2.78)

conf. da 3 21%

6.95 invece di 8.85

Emmentaler e Le Gruyère grattugiati, AOP 3 x 130 g, (100 g = 1.78)

Per più ESTATE in tavola

invece di 24.–

Lamate Original o Zero, 24 x 330 ml, (100 ml = 0.23)

Tutti i salatini da aperitivo Party per es. Pizza Crackers, 150 g, 2.80 invece di 3.10, (100 g = 1.87) a partire da 2 pezzi –.30 DI RIDUZIONE

Spumante Non in lattina senz'alcol, Bianco e Rosato, 250 ml, (100 ml = 1.10)

(100 g

Chips

6.95 invece di 8.69

Prosciutto crudo Migros Bio Svizzera, 100 g, in self-service 20% Noci o miscele di noci, Party in confezioni speciali, per es. arachidi, 750 g, 2.70 invece di 3.60, (100 g = 0.36)

9.95 invece di 17.35 Salmone affumicato islandese Migros d'allevamento, Islanda, 250 g, in self-service, (100 g = 3.98) 42% Olive bio non refrigerate (prodotti Demeter esclusi), per es. olive miste alle erbe bio, Alnatura, 180 g, 2.55 invece di 3.40, (100 g = 1.42)

2.95 invece di 3.95 Meloni Charentais Spagna, il pezzo 25% Fragole Svizzera, vaschetta da 500 g, 5.21 invece di 6.95, (100 g = 1.04) a partire da 2 pezzi 25%

1.95 invece di 2.95

Spiedini di gamberi Migros Lemon Pepper, ASC d'allevamento, Vietnam, 4 pezzi, per 100 g, in self-service

4.95 Cevapcici pollo Migros Svizzera, 280 g, in self-service, (100 g = 1.77)

pezzetti di impasto per biscotti, brownies o noci

l'assortimento Ben & Jerry's prodotto surgelato, per es. Cookie Dough, Fairtrade, 465 ml, 7.96 invece di 9.95, (100 ml = 1.71)

Per gli amanti del prezzo basso

2.65 Stick di zucchero M-Classic

100 pezzi, 500 g, (100 g = 0.53)

1.55 Tomato Ketchup M-Classic 500 g, (100 ml = 0.31)

Tutti i cereali e i semi per la colazione Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. fiocchi d'avena svizzeri, fini, 400 g, 1.44 invece di 1.80, (100 g = 0.36) a partire da 2 pezzi 20%

Tutte le farine bio da 1 kg per es. farina per treccia, 2.66 invece di 3.80, (100 g = 0.27) a partire da 2 pezzi 30% Ketchup Zero e maionese al tartufo, Heinz per es. ketchup Zero, 220 ml, 3.65, (100 ml = 1.66)

20x CUMULUS NOVITÀ

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento di olio d'oliva Monini per es. Classico, 1 litro, 12.80 invece di 16.–, (100 ml = 1.28)

a partire da 2 pezzi 20%

Lenticchie, quinoa, ceci e couscous, Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. lenticchie rosse, 500 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 0.45)

Pomodori pelati triturati Longobardi 6 x 400 g, (100 g = 0.26) conf. da 6 30%

Kimchi, Spicy Ramen o Veggie Soup, Nongshim per es. Kimchi, 5 x 120 g, 6.65 invece di 9.50, (100 g = 1.11) conf. da 5 30% 6.30 invece di 9.–

Tutto l'assortimento Thai Kitchen per es. latte di cocco, 250 ml, 2.24 invece di 2.80, (100 ml = 0.90) a partire da 2 pezzi 20%

Mais Puffs Migros Bio salati e non salati, 85 g, 2.28 invece di 2.85, (100 g = 2.68)

2.20

Lenticchie rosse Alnatura, bio 400 g, (100 g = 0.55)

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Succo d'arancia o multivitaminico Sun Queen, Fairtrade 6 x 1 litro, per es. succo d'arancia, 11.97 invece di 19.95, (100 ml = 0.20)

Tutti gli sciroppi Migros Bio 500 ml, per es. fiori di sambuco, 3.– invece di 3.75, (100 ml = 0.60) 20%

Sapore aspro e rinfrescante

1.70 Red Bull Summer Edition Sudachi-Lime, 250 ml, (100 ml = 0.68)

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Acqua minerale Valais con o senza anidride carbonica, 6 x 1,5 litri, per es. senza anidride carbonica, 3.84 invece di 6.40, (100 ml = 0.04)

Voglia di DOLCEZZA?

Branches Frey Milk o Dark e Branches Eimalzin in conf. speciale, per es. Milk, 50 x 27 g, 12.75 invece di 25.50, (100 g = 0.94) 50%

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Tutti gli M&Ms e i Maltesers per es. Peanut M&M's, 200 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 1.58)

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Palline di cioccolato Frey

Sélection, Lait Extra o Giandor, in conf. speciale, in sacchetto da 750 g, (100 g = 1.25)

Ovomaltine disponibile in diverse varietà o in confezioni speciali o multiple, per es. Ovo Rocks, 2 x 120 g, 7.50 invece di 9.40, (100 g = 3.13)

5.95 invece di 8.85

Beurre M-Classic Chocolat au Lait o Chocolat Noir, 3 x 150 g, (100 g = 1.32)

Tutti i biscotti Migros Bio per es. biscotti di spelta con uvetta, 265 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 1.19) a partire da 2 pezzi

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Profumo e PULIZIA

Tutti i detersivi Total (confezioni multiple e speciali escluse), per es. 1 for all in conf. di ricarica, 2 litri, 7.98 invece di 15.95, (1 l = 3.99)

Tutti gli ammorbidenti Exelia per es. Florence, in conf. di ricarica, 1,5 litri, 3.57 invece di 5.95, (1 l = 2.38)

Diverse fragranze, da quelle floreali a quelle fresche

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Carta igienica Hakle, FSC® pulizia morbida o pulizia trattante, in conf. speciale, 24 rotoli

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Salviettine igieniche umide Hakle freschezza assoluta, freschezza e sensibilità o freschezza e cura, 4 x 42 pezzi

16.95 invece di 33.15

Carta igienica pulizia incredibile Hakle, FSC® in conf. speciale, 30 rotoli

Piumino estivo 160 x 210 cm, in fibra sintetica, lavabile, il pezzo

4.30 Stick per cestelli per WC Hygo Hygienic Fresh, Lemon o White

l'assortimento

pulizia

Lenzuolo teso in jersey Home 90–100 x 200 x 23 cm, disponibile in diversi colori, il pezzo

Prodotti per la cura dei capelli e per lo styling, Taft, Syoss, Got2b e Gliss (confezioni da viaggio escluse), per es. shampoo Total Repair Gliss, 250 ml, 3.23 invece di 4.30, (100 ml = 1.29)

Prodotti per la doccia Nivea o Nivea Men per es. Creme Soft, 3 x 250 ml, (100

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2.50 Sapone rinfrescante Golden Sunset I am 300 ml, (100 ml = 0.83)

(100 ml = 0.72) 20x CUMULUS NOVITÀ

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5.50 Bagnoschiuma Kneipp «Ein Hauch Magie», ambra, fiori di zafferano e olio d'argan 400 ml, (100 ml = 1.38)

NOVITÀ Deodoranti Nivea o Nivea Men per es. roll-on Dry Impact 72 h, 2

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Crema detergente e siero Vital Soja, Nivea per es. crema detergente trattante, 150 ml, 5.95, (100 ml = 3.97)

trattante anguria e menta Kneipp Sommer Flirt 200 ml, (100 ml = 2.48)

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Integratore alimentare Kneipp magnesio notte, caramelle gommose D3 + B12 e sali minerali per donne in compresse effervescenti, per es. magnesio notte, 30 compresse, 8.95, (1 pz. = 0.30)

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19.95 Mutandine mestruali o.b. nere, tg. XS/S, M/L o XL/XXL, il pezzo

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Calzini per bambini disponibili in diversi colori, numeri 27/30–39/42

Tutto l'assortimento di prodotti per la cura dei bebè e di detergenti, Milette (confezioni multiple escluse), per es. shampoo, 300 ml, 2.36 invece di 2.95, (100 ml = 0.79) a partire da 2 pezzi

Boxer per bambini blu, tg. 134/140–170/176

Termometro basale Beurer il pezzo

Per la sensibilepelledei bambini

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Bagnoschiuma Regina delle nuvole Kneipp 40 ml, (10 ml = 0.48)

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Spagna, vaschetta da 750 g, (100 g = 1.19), offerta valida dal 21.5 al 24.5.2026

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Tartare

erbe e aglio o al naturale con fleur de sel, 2 x 150 g, (100 g = 1.53), offerta valida dal 21.5 al 24.5.2026

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7.50

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Bratwurst dell'Olma di San Gallo Spécialité Suisse, IGP

Svizzera, 3 x 2 pezzi, 3 x 320 g, (100 g = 0.78), offerta valida dal 21.5 al 24.5.2026

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Azione 21 del 20 maggio 2025 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu