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Azione 20 del 13 maggio 2026

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Seguici su

MONDO MIGROS Pagina 2

Migros Ticino sostiene il mondo del lavoro

SOCIETÀ Pagina 3

La Fondazione Don Guanella compie 100 anni: incontriamo il direttore Simone Maritan

Perché molte iniziative popolari approvate in Svizzera vengono applicate solo parzialmente

ATTUALITÀ Pagina 13

A Genova Palazzo Ducale celebra lo straordinario talento del fiammingo Antoon Van Dyck

CULTURA Pagina 19

Addio Cornaredo, ciao AIL Arena

Pareti di ghiaccio e dubbi durante la scalata per la conquista del Pizzo Coca, il re delle Orobie

TEMPO LIBERO Pagine 30-31

I tempi di una canzone che resta

«Sulle piattaforme streaming ogni giorno vengono pubblicate più di 100 mila canzoni. Significa che ogni minuto ne vengono caricate oltre 80. Ora, se lì in mezzo c’è – e non è così assurdo che ci possa essere – il nuovo De André, beh mi dispiace per lui: sarà sommerso dagli altri 79 e passerà inosservato».

Di tanto in tanto ascolto il podcast del comico Luca Bizzarri, Non hanno un amico, ironico e feroce quanto basta per divertire facendo al tempo stesso riflettere. Quando, qualche giorno fa, ha snocciolato questi dati, sono rimasto di sasso. Stava parlando della differenza tra il modo in cui i giovani di oggi fruiscono la musica e quello della sua generazione (Bizzarri ha 54 anni). E ha osservato: «Noi ventenni non ascoltavamo solo i nostri coetanei. Quando ascoltavo Fossati o vedevo Gaber, avevano l’età dei miei genitori. Non è che oggi manchino i messaggi: tutti si espongono. Ma manca la gravitas, l’autorevolezza. E

manca perché non è richiesta dal mercato. Che se ne fa il mercato di un autore autorevole quando ne ha 70 da piazzare ogni ora?». In altre parole, non mancano talenti: manca «la possibilità che una canzone si fermi abbastanza a lungo da diventare un pezzo di vita, manca il tempo perché una voce sedimenti. Perché un autore si faccia riconoscere dalla fedeltà a un’idea e non da un tormentone». Insomma, gli artisti «vivono dentro un meccanismo che li consuma prima ancora di farli maturare». Non so fino a che punto tutto questo sia vero, ma il ragionamento intercetta qualcosa di reale: oggi il problema non è la mancanza di riferimenti, ma il contrario. Un’offerta talmente vasta da risultare impossibile da metabolizzare.

E se questo vale per la musica, vale forse ancora di più per il resto dell’ecosistema culturale. Nel cinema e nelle serie, la quantità ha raggiunto livelli senza precedenti: solo nel primo semestre

del 2025 gli utenti Netflix hanno accumulato oltre 95 miliardi di ore di visione. Il risultato è che gran parte dei titoli si consuma rapidamente e viene subito sostituita da altro. Non sedimenta: scorre. Il paradosso è evidente soprattutto tra i più giovani. In Svizzera, secondo lo studio JAMES, social e piattaforme digitali sono ormai centrali nella vita quotidiana degli adolescenti, sempre più immersi in un flusso continuo di contenuti personalizzati. Da un lato consumano più di qualsiasi generazione precedente; dall’altro il rapporto con ciò che vedono rischia di diventare più frammentato, guidato dagli algoritmi e dalla logica dell’attenzione immediata. Questo meccanismo produce una forma di «bulimia culturale» che investe anche l’editoria. I giovani leggono ancora: in Svizzera oltre il 70% dei 15-29enni apre almeno un libro all’anno. Ma la lettura assidua resta prerogativa delle fasce più

adulte, segno che più contenuti non significano necessariamente più profondità. Il punto, allora, non è opporre un «prima» a un «dopo», né accusare i giovani. È capire che il contesto è cambiato. Quando Bizzarri parla di gravitas, forse allude proprio a questo: non alla qualità delle opere, ma alla possibilità di costruire nel tempo una relazione con chi le fruisce. Una possibilità oggi resa fragile dalla sovrabbondanza.

In un mondo in cui ogni giorno si accumulano migliaia di nuovi contenuti e l’attenzione è continuamente sollecitata, il vero lusso diventa la durata: il tempo necessario perché un film, un libro o una canzone entrino davvero sottopelle. Qui si gioca la differenza tra consumo ed esperienza. La sfida culturale dei prossimi anni non sarà creare contenuti migliori, ma imparare a sceglierli, abitarli, lasciare che si sciolgano lentamente nell’anima.

Giancarlo Dionisio Pagina 7
Carlo Silini

Trovare il proprio posto nel mondo del lavoro

Info Migros ◆ Alessandra D’Angelo e Claudio Paganetti ci raccontano una collaborazione preziosa

Nel mandato di Migros Ticino vi è anche la creazione di un rapporto stretto con il territorio. Ciò si riverbera in numerosi aspetti della società, come la creazione di posti di apprendistato. Migros Ticino, però, non collabora solamente con i formatori cantonali, ma anche con istituti impegnati nell’integrazione delle persone a diversi livelli. Una collaborazione preziosa e importante per entrambe le parti, come ci hanno confermato i nostri interlocutori Claudio Paganetti, responsabile del personale di Migros Ticino, e Alessandra D’Angelo, direttrice della Fondazione IPT, attiva nel reinserimento professionale.

«Io e il mio team, nel pieno spirito del fondatore, abbiamo ben chiaro il ruolo che Migros Ticino ricopre come datore di lavoro socialmente impegnato», ci spiega Claudio Paganetti. «Per questo motivo da anni collaboriamo attivamente con oltre venti associazioni, enti e fondazioni che aiutano le persone nelle fasi di scelta e orientamento professionale» Fra i progetti più significativi vi è il «Progetto LIFT», che, grazie alla collaborazione diretta con le scuole, offre a giovani delle medie una pri-

ma esperienza nel mondo del lavoro. «Attraverso inserimenti graduali e un accompagnamento costante, i giovani sviluppano abilità trasversali come lavoro di squadra, senso di responsabilità e gestione del tempo, in un contesto di apprendimento esperienziale». Migros Ticino è attiva anche sul fronte della reintegrazione professionale, illustra ancora Paganetti. «Coordinandoci con assicurazioni ed enti pubblici, come l’Assicurazione Invalidità e l’Ufficio Regionale di Collocamento, offriamo a persone interessate a reinserirsi nel mondo del lavoro, talvolta cambiando il proprio percorso, opportunità di svolgere periodi di stage. In questi casi applichiamo un approccio di case management integrato: definiamo insieme un piano d’intervento con obiettivi chiari e indicatori di successo, così da monitorare in modo trasparente i progressi» Un altro pilastro dell’impegno sociale sono gli stage di orientamento, realizzati in collaborazione con realtà come IPT (vedi intervista, ndr), SOS Ticino (Soccorso Operaio Svizzero) e altre organizzazioni attive nel sociale. «Si tratta di percorsi brevi e mirati, pensati per far conoscere il contesto Migros, di alcune mansioni chiave e dei profili professionali più richiesti. I partecipanti sono seguiti da tutor esperti che forniscono feedback puntuali e indicazioni utili per il futuro professionale. La storia umana che mi ha colpito maggiormente è quella di Alessandro, un giovane oggi seguito da ARES (Autismo Risorse e Sviluppo). Ale ha avuto l’opportunità di inserirsi nella nostra filiale di Bellinzona tramite periodi di stage coordinati con l’Istituto Scuole Speciali del Sopraceneri e grazie al suo impegno, il coinvolgimento del team della filiale e i

risultati raggiunti, abbiamo potuto procedere a un’assunzione tramite «contratto sociale». Per noi e per lui è stato un vero traguardo, che rappresenta in modo concreto ciò che intendiamo quando parliamo di responsabilità sociale d’impresa». Un impegno, quello di Migros Ticino, che si traduce in opportunità reali per persone diverse per età, percorso e bisogni, ma accomunate dalla stessa esigenza: trovare il proprio posto nel mondo del lavoro, con dignità e prospettive. Che è quanto persegue anche la Fondazione IPT, di cui abbiamo incontrato la direttrice Alessandra D’Angelo.

Alessandra D’Angelo, come nasce la vostra Fondazione e quali sono i suoi canali di attivazione?

La nostra Fondazione nasce nel 1972 da un'idea coraggiosa di un gruppo di imprenditori che ha scelto di mettere la responsabilità sociale al centro del proprio agire. Da oltre cinquant’anni operiamo come realtà privata di utilità pubblica e senza scopo di lucro, la nostra missione è accompagnare le persone in un momento spesso

Fedra Barizzi, consulente in reinserimento (a destra) e Caterina, partecipante IPT. (Fondazione IPT - Igor Ponti)

difficile della loro vita professionale, aiutandole a ritrovare un posto di lavoro. Quello che facciamo è la ricerca della giusta alchimia, tra una persona e un’azienda, tra un talento e un contesto che sappia valorizzarlo, tra chi cerca lavoro e chi ha bisogno di trovare la risorsa ideale.

Come vi siete sviluppati in questi anni, durante i quali si è visto un aumento della precarietà nell’ambito dell’occupazione?

Il mondo del lavoro è cambiato e noi abbiamo ampliato la nostra presenza sul territorio, le competenze e la

diversificazione dei percorsi offerti, rispondendo ai diversi bisogni. Abbiamo osservato che la precarietà non ha un volto unico, può riguardare un giovane alla ricerca del primo impiego, un lavoratore cinquantenne colpito da un limite di salute o una persona che attraversa un momento complesso.

La Fondazione IPT collabora anche con Migros Ticino. In che modo?

La collaborazione con Migros Ticino è attiva dal 2006, si tratta di un esempio prezioso di quanto una grande azienda possa fare nel settore del reinserimento professionale. Migros Ticino ci offre contesti lavorativi reali dove le persone che accompagniamo possono svolgere stage, scoprire nuove competenze e riprendere fiducia in sé stesse in un ambiente strutturato e professionale.

Quali sono i vantaggi della collaborazione con un’azienda delle dimensioni di Migros Ticino?

Collaborare con una realtà come Migros Ticino, per noi fa la differenza su più livelli. La sua dimensione e la varietà dei reparti ci permettono di trovare una collocazione adeguata a profili molto diversi tra loro. Nel tempo abbiamo costruito una partnership solida, basata sulla fiducia reciproca che ci consente di progettare percorsi di inserimento più stabili e duraturi.

C’è poi un aspetto che mi sta molto a cuore, quando un’azienda del peso e della visibilità di Migros Ticino sceglie di impegnarsi concretamente nell’inclusione lavorativa, è un segnale forte per tutto il tessuto economico del territorio. Dimostra che un’azienda può essere profondamente umana ed efficace allo stesso tempo. /Si.Sa.

Perché in Svizzera i farmaci scarseggiano?

Migros e Salute ◆ Emanuel Lorini, CEO della farmacia online Zur Rose, spiega le cause della mancanza di medicamenti Jörg Marquardt

Emanuel Lorini, prendiamo come esempio l’analgesico buprenorfina, a malapena disponibile da mesi, un problema per le persone che soffrono di dolori molto intensi... Le carenze riguardano tutti i tipi di farmaci. Attualmente oltre 700 confezioni non sono disponibili, ciò corrisponde a circa il quattro per cento dei farmaci registrati in Svizzera. Particolarmente gravi sono le carenze di antidolorifici, anestetici e antibiotici, perché in questi casi il livello di sofferenza aumenta immediatamente.

I pazienti con dolore cronico o Parkinson devono aspettarsi che i loro farmaci abituali possano improvvisamente non essere più disponibili?

In singoli casi può succedere. Tuttavia, quando mancano farmaci critici, i pazienti trovano spesso una soluzione insieme al medico o al farmacista, sotto forma di un preparato equivalente.

Quanto durano normalmente queste carenze?

Spesso solo poche settimane. Per singoli farmaci, però, le difficoltà di fornitura possono protrarsi per mesi. Per questo, come grossisti abbiamo ampliato in modo mirato il

nostro magazzino. Attualmente riusciamo a fornire puntualmente e nelle quantità richieste 99 farmaci su 100 ordinati. Ciò è possibile solo perché teniamo scorte di medicamenti critici sufficienti per almeno due mesi.

Da anni le difficoltà di approvvigionamento di farmaci importanti sono in aumento. Perché?

Dipendiamo fortemente dalle catene di fornitura globali. I singoli componenti dei farmaci vengono spesso prodotti in luoghi diversi.

Inoltre esiste un’enorme pressione sui prezzi dei medicamenti non più coperti da brevetto; per questo motivo la produzione delle materie prime si concentra in Paesi a

basso costo del lavoro come Cina e India. Conflitti geopolitici, problemi logistici o interruzioni in uno stabilimento possono rapidamente mettere a rischio l’intera catena di fornitura.

La Svizzera ha una parte di responsabilità?

La nostra popolazione cresce e invecchia, e così aumenta la domanda di terapie. Allo stesso tempo ci sono una forte pressione sui prezzi e requisiti molto severi per l’autorizzazione dei farmaci. Ciò rende il nostro mercato meno attraente per i produttori, a discapito della sicurezza dell’approvvigionamento.

Ora la Confederazione vuole semplificare gli acquisti. Ad esempio, per i medicamenti autorizzati in Svizzera e nell’Ue non dovrebbe più essere necessaria una confezione specifica per la Svizzera. Questo migliorerà la situazione?

La riduzione degli ostacoli legati alle norme sugli imballaggi è sensata. Facilita la pianificazione della produzione e può alleviare la pressione in alcuni settori. Tuttavia, le cause delle carenze, come l’elevata pressione sui prezzi nella produzione dei generici o la fragilità delle catene di fornitura internazionali, resteran-

no. I generici, infatti, rientrano tra i farmaci più economici. I prezzi riflettono il livello generalmente più alto dei costi e dei salari in Svizzera, che è superiore a quello di altri Paesi anche per altri beni. I prezzi sono fissati dallo Stato e vengono regolarmente verificati per ottenere riduzioni dei costi e allo stesso tempo garantire un’offerta funzionante.

La Svizzera non dovrebbe essere meglio tutelata? Dopo tutto, abbiamo Roche e Novartis. Roche e Novartis fanno tutto il possibile per rifornire adeguatamente la Svizzera. Tuttavia, insieme coprono solo una piccola parte dei farmaci registrati. Queste aziende forniscono soprattutto prodotti originali protetti da brevetto. Le carenze riguardano però soprattutto i farmaci con brevetto scaduto.

Che cosa fanno le farmacie Zur Rose (acquisite dal gruppo Migros, tramite Medbase, all’inizio dell’anno, ndr) quando un farmaco scarseggia?

Se abbiamo scorte sufficienti, inizialmente osserviamo l’evoluzione della situazione. Se la carenza perdura, valutiamo le alternative: possiamo ricorrere ad altri fornitori? Il farmaco è disponibile in un altro

dosaggio? Oppure esiste un preparato alternativo con lo stesso principio attivo, cioè un generico? In tal caso informiamo i medici curanti e i farmacisti sulle possibili alternative.

Il Consiglio federale vuole attenuare le carenze attraverso una migliore categorizzazione dei farmaci e un monitoraggio più stretto del mercato. Cosa ne pensa?

La Confederazione dovrebbe creare buone condizioni quadro, ad esempio stabilendo i prezzi di acquisto dei farmaci. Riduzioni regolari dei prezzi, soprattutto per i medicamenti economici presenti da tempo sul mercato, mettono a rischio la redditività. Prezzi stabili per i farmaci critici, legati a garanzie di fornitura, potrebbero motivare i produttori a migliorare la disponibilità in Svizzera.

Che cosa si può fare per prevenire le carenze?

Sconsiglio di fare scorte, anche solo per via della data di scadenza. È più sensato riordinare un farmaco già all’apertura dell’ultima confezione o dell’ultimo blister. In caso di carenza, è bene consultare rapidamente un medico o un farmacista per discutere le alternative.

Alessandra D’Angelo Direttrice IPT Ticino
Claudio Paganetti Responsabile del personale Migros Ticino
Emanuel Lorini dal 2001 CEO della farmacia online Zur Rose

SOCIETÀ

Donne e salute

Esperti e dati epidemiologici ricordano che il tumore al seno può colpire a ogni età

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Addio Cornaredo

A Lugano il calcio cambia casa: i ricordi di tre ex presidenti del club bianconero

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Idee per il territorio

A Tesserete una serata di «Spazio progetti» ha coinvolto diverse associazioni e creato sinergie

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Prigionieri del telefonino Il nuovo libro di Carlo Verdelli intitolato Il diavolo in tasca riflette sulla dipendenza da smartphone

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Accogliere la diversità nella vita quotidiana

Anniversari ◆ La Fondazione Don Guanella compie 100 anni, per festeggiare invita la popolazione a un weekend di porte aperte e al Festival dell’incontro che promuove la cultura dell’inclusione

Celebrare il centenario per guardare avanti, arricchendo l’accoglienza della diversità con la valorizzazione sul territorio della sua bellezza. È con questa visione che la Fondazione Don Guanella di Riva San Vitale festeggia un secolo di impegno a fianco di giovani e adulti. Un cammino iniziato per rispondere alle fragilità legate alla disabilità e che oggi abbraccia anche le nuove forme di disagio sociale. L’iniziativa promossa in occasione di questa ricorrenza – il Festival dell’incontro – vuole essere un’occasione per promuovere in tutto il Ticino la cultura dell’inclusione, mettendo al centro la persona e le sue potenzialità. A fine maggio è inoltre previsto un weekend di porte aperte. Il progetto riflette il nuovo corso imboccato dall’ente due anni or sono con la nomina a unico direttore dei molteplici servizi di Simone Maritan. Lo abbiamo incontrato negli altrettanto secolari spazi del parco e dello storico edificio della Fondazione.

«In ottobre durante il Festival dell’incontro porteremo l’inclusione negli spazi pubblici: piazze, teatri, palazzetti, scuole»

A Riva San Vitale la Fondazione Don Guanella è un villaggio nel villaggio. Nella grande proprietà, un tempo conosciuta come Istituto Canisio, sono sorti negli anni diversi servizi per rispondere in modo mirato alle esigenze di presa a carico in sintonia con i bisogni della società. Oggi si contano una decina di edifici che ospitano abitazioni, aule, laboratori, un teatro e impianti sportivi. L’essenziale sono però le persone che compongono questa realtà ben inserita nel tessuto locale e arricchita da diverse unità esterne. Queste ultime comprendono due grandi centri a Mendrisio, oltre a dieci appartamenti gestiti a Mendrisio, Chiasso e Balerna. «Accogliamo 110 ragazze e ragazzi di cui si occupano 170 collaboratori», spiega Simone Maritan, primo direttore laico nei cento anni di storia ticinese della Fondazione Don Guanella. L’ente di ispirazione cattolica è parte dell’omonima Opera, attiva in tutto il mondo e organizzata in province e delegazioni. La Fondazione svizzera fa parte, con Italia e Israele, della Provincia San Luigi Guanella. Torniamo a Riva San Vitale, dove le competenze e l’entusiasmo del direttore sono alla base della nuova strategia secondo la quale, come recita il motto della Fondazione, «nessuna persona deve essere lasciata indietro nel cammino della vita».

Questo principio generale – afferma Simone Martitan – si declina in

«un approccio professionale e nel contempo familiare che valorizza l’individuo, considera la persona come unica e si concentra sulle sue potenzialità invece che sui suoi limiti». In concreto l’attività si suddivide in cinque settori affidati ad altrettanti responsbili che si occupano dei minorenni, degli adulti, delle unità esterne e dei progetti Arco e Archetto. Precisa il direttore: «La comunità socioterapeutica Arco dedicata agli adolescenti ha preso avvio nel 2013 e l’anno scorso abbiamo aperto la nuova sede appositamente costruita. Da questa esperienza nel 2021 è nato Archetto, una comunità psicoeducativa concepita per un’utenza più giovane, di età compresa fra gli 8 a i 14 anni.

Oltre agli aspetti psicologici e sociali, è garantito l’accompagnamento scolastico pensato però in modo da consideare i bisogni specifici dei singoli utenti.

Grazie a classi ridotte e a progetti educativi individualizzati, la Scuola Speciale permette di accogliere i bisogni specifici di ogni allieva e di ogni allievo. Come si può notare dalla progressiva espansione dei servizi offerti dalla Fondazione, quest’ultima si è sempre messa in ascolto del territorio, accogliendo con creatività e competenza le

sfide emergenti. Se fino ad alcuni decenni fa le problematiche da affrontare erano prettamente legate a diverse forme di disabilità, in tempi recenti è stato necessario un cambio di paradigma per poter prendere in considerazione il disagio sociale e il bisogno di protezione dei più piccoli, collaborando con gli enti preposti sul territorio». Questa evoluzione richiede anche una costante cura del profilo e della formazione dei collaboratori. «Per garantire una presa a carico adeguata, con obiettivo finale il reinserimento in famiglia e nella società, è indipensabile che il personale sia preparato e motivato». Oltre a focalizzare l’attenzione sui singoli ospiti, di cui conosce nome e storia, Simone Maritan ha quindi già avviato diversi progetti a favore dei collaboratori. «Un esempio è rappresentato dal programma peer support (supporto fra pari) per il quale sono stati formati quindici collaboratori in grado di fungere da primo punto di riferimento in caso di burnout o di una grave sollecitazione di un/a collega durante lo svolgimento del proprio lavoro».

Sempre più spesso i collaboratori sono chiamati a lavorare con gli ospi-

ti in progetti che li portano all’esterno dei muri della Fondazione, esperienza molto arricchente per tutti, ma che deve fronteggiare un numero maggiore di situazioni impreviste e a volte complesse. Il direttore illustra la questione citando il mercato ortofrutticolo. «Disponiamo di una serra, dove già si svolgeva la vendita al pubblico. Ora però, con gli ospiti del settore adulti siamo presenti in settimana anche ai mercati di Mendrisio e Chiasso e il sabato mattina coinvolgiamo in questa attività i ragazzi del Ciliegio». Il Foyer Il Ciliegio si inserisce nel più ampio ventaglio di risposte che la Fondazione dedica al Settore Adulti, offrendo ai giovani maggiorenni percorsi personalizzati in base allo loro esigenze e alle prospettive per il loro futuro. L’offerta è articolata e flessibile: comprende il foyer residenziale e appartamenti protetti per chi sperimenta una prima autonomia. Il concetto di base è quello di accompagnare le persone in un percorso di crescita globale con un progressivo rafforzamento delle capacità di affrontare le responsabilità lavorative e l’indipendenza abitativa. Per i minorenni, oltre ai gruppi abitativi e alla Scuola Speciale, è attiva la Prefor-

mazione Professionale che, attraverso la didattica e diversi laboratori, si occupa di accompagnare ragazze e ragazze dai 14 ai 18 anni, per costruire il loro progetto di vita. Il pubblico è invitato a rendersi conto dell’articolata vita che anima la Fondazione Don Guanella in occasione delle porte aperte previste nei giorni 30 e 31 maggio. Sabato 30 saranno organizzate diverse attività e domenica 31 è previsto un pranzo per l’intera comunità al termine della Messa celebrata per l’occasione nel chiostro. L’occasione di maggior rilievo per conoscere l’impegno della Fondazione a favore dei giovani con difficoltà è però rappresentato quest’anno dal Festival dell’incontro che si terrà in ottobre. Simone Maritan: «Desideriamo celebrare il centenario offrendo la possibilità a persone, famiglie, professionisti e istituzioni di sperimentare e comprendere la bellezza della diversità in modo diretto. L’esperienza condivisa – dall’arte allo sport, dalla musica all’ascolto di testimonianze – permette di creare empatia e consapevolezza in modo più efficace di un convegno tradizionale. Porteremo l’inclusione negli spazi pubblici (piazze, teatri, palazzetti, scuole) sull’arco di tre giornate. La giornata inaugurale dell’8 ottobre sarà dedicata ai più piccoli con uno spettacolo sul tema della diversità. È inoltre in calendario il momento ufficiale con la presentazione della mostra e del libro (curato da Luigi Maffezzoli) sui cento anni della Fondazione Don Guanella. Seguirà il 9 ottobre la giornata di formazione e confronto con i professionisti per riflettere sui valori dell’inclusione e infine sabato 10 prevarrà lo spirito festoso dedicato a famiglie e bambini sempre con l’intento di far scoprire La bellezza della diversità che è il titolo del Festival». Con questo festival, conclude il direttore, la Fondazione intende guardare più al futuro che al passato, coinvolgendo il maggior numero possibile di partner sul territorio in modo che le giornate di ottobre siano solo la prima edizione di un festival da riproporre negli anni a venire in altri luoghi del cantone per mettere in luce, celebrandola, la diversità.

Attraverso il Festival dell’Incontro la Fondazione Don Guanella celebra il suo centenario facendosi portavoce di un chiaro messaggio: l’accoglienza non abita solo nelle strutture, ma anche nella vita quotidiana. La comunità è invitata a condividere spazi e momenti ordinari affinché l’incontro non sia solo un evento, bensì un legame autentico e spontaneo, capace di nascere con naturalezza proprio fuori dalla porta di casa.

Informazioni www.fdguanella.ch

I diversi laboratori per gli ospiti valorizzano il lavoro come esperienza educativa e formativa. (Fondazione Don Guanella)
Stefania Hubmann

Ecco arrivate le prime fragole fresche ticinesi, disponibili nei reparti frutta e verdura di Migros Ticino nella migliore qualità, direttamente dalle piantagioni dell’azienda gestita dalla giovane frutticoltrice Sevenja Krauss di S. Antonino. Queste fragole nostrane non sono solo un piacere per il palato, ma anche per gli occhi e per l’olfatto, grazie alle loro sfumature di rosso intenso e al profumo che invitano subito all’assaggio.

Essendo la via che conduce al consumatore particolarmente breve, le varietà coltivate privilegiano l’intensità aromatica piuttosto che la resistenza al trasporto, raggiungendo la loro piena maturazione sulla pianta. «Le nostre fragole si caratterizzano per le loro eccellenti caratteristiche organolettiche, in modo da offrire ai consumatori un prodotto di elevata qualità. I frutti vengono coltivati con metodi particolarmente rispettosi dell’ambiente, sia in pieno campo che sotto tunnel, e sono raccolti a mano al giusto grado di maturazione, per garantire la massima freschezza durante tutta la stagione, che va da maggio a settembre», spiega Sevenja Krauss.

Le fragole non sono solo un’irresistibile prelibatezza, ma fanno bene anche alla salute. Sono ideali per chi bada alla linea poiché contengono solo 30-35 calorie per 100 grammi di prodotto fresco, sono ricche di vitamine, minerali e fibre che favoriscono il nostro benessere generale.

Possiamo tranquillamente affermare che le fragole si prestano a mille e una ricetta. Da sole al naturale, con o senza panna, sottoforma di torta con fondo di biscotto o pasta frolla, crema alla vaniglia e ovviamente tante fragole; condite con un po’ di succo di limone e zucchero, con yogurt, gelato, kefir, aceto balsamico, rabarbaro, per la preparazione di confetture, frullati, gelatine, sciroppi, gelati… non c’è limite alla fantasia in cucina.

Le fragoline di bosco venivano già raccolte in epoca romana e costituivano un alimento non molto considerato, al massimo utilizzato come cibo di fortuna. La svolta ebbe luogo dopo la scoperta dell’America, quando in Europa giunsero le fragole della Virginia che, grazie al lavoro di incrocio con varietà locali svolto dai botanici dell’epoca, diedero origine alle fragole coltivate che conosciamo, oggi disponibili in numerose cultivar. A quei tempi le fragole erano consumate esclusivamente dalle fasce più abbienti, ma presto si diffusero anche fra il resto della popolazione grazie dell’aumento della produttività.

Rosse tentazioni dal Ticino

Attualità ◆ Sono tornate le fragole nostrane, delle prelibatezze prodotte sul Piano di Magadino nel rispetto dell’ambiente. Alcuni fatti su questo prodotto locale e sulle fragole in generale

Anche a livello nazionale è iniziata la stagione delle fragole. Secondo l’Associazione Svizzera Frutta, quest’anno si prevede un buon raccolto e di ottima qualità, stimato sulle 7500 tonnellate. Le fasi di freddo sono state superate grazie a misure di protezione adeguate contro le intemperie. Nel 2026 le superficie coltivate sono aumentate del due percento. La maggior parte delle fragole svizzere proviene dalle regioni Turgovia/ Sciaffusa, Berna e Zurigo.

Al momento dell’acquisto le fragole dovrebbero essere sode, non eccessivamente mature o umide. Il colore dei frutti deve essere rosso rivo con le foglioline di un verde brillante. Una volta a casa, si conservano per qualche giorno in frigorifero. Toglierle da quest’ultimo almeno mezz’ora prima del consumo, in modo che possano sviluppare il loro massimo aroma. Lavare le fragole solo poco prima del consumo, sotto l’acqua corrente, quindi togliere il peduncolo.

Sevenja Krauss Frutticoltrice

L’aperitivo ticinese è subito in tavola

Novità

È davvero difficile resistere alla tentazione quando si parla di specialità per l’aperitivo della tradizione ticinese. Salumi prelibati, formaggi autentici e stuzzichini irresistibili trasformano ogni momento conviviale in una vera festa per il palato. Grazie al nuovo piatto rustico di prodotti del territorio, ti regali un’esperien za culinaria autentica a ogni assag

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Tumore al seno, il rischio non ha età

Salute ◆ Esperti e dati epidemiologici ricordano che il cancro al seno può colpire anche dopo i 69 anni e prima dei 50, limiti di età che, in Ticino, garantiscono l’accesso al programma cantonale di screening mammografico

«Quando ho compiuto 69 anni ho ricevuto la lettera che mi comunicava la fine del programma di screening mammografico cantonale. In realtà c’era pure scritto che mi veniva offerta la possibilità di proseguire i controlli se avessi voluto, ma in quel momento ho pensato: “Bene, visto che mi danno l’opzione di scegliere, vuol dire che ormai il rischio è passato”. Nessuno mi ha spiegato davvero che avrei dovuto comunque continuare, né quanto fosse importante farlo. Così, con il tempo ho smesso anche di andare dal ginecologo. Mi sentivo bene, non avevo disturbi, e quindi non vedevo il motivo di fare controlli. Poi, un giorno, ho sentito un nodulo. All’inizio ho fatto finta di niente, forse per paura. Quando finalmente mi sono decisa a parlarne con il medico, il tumore era già piuttosto grande. La cosa che mi ha colpita di più è stata scoprire che alla mia età il rischio non era affatto finito. Anzi. Se qualcuno me lo avesse spiegato chiaramente, probabilmente avrei continuato a controllarmi. Oggi mi dico che l’informazione è fondamentale e non basta una lettera: bisogna far capire alle persone che la prevenzione non ha una scadenza». Maria (nome noto alla redazione) ha 75 anni e racconta con lucidità il percorso che ha affrontato al termine del programma cantonale di screening mammografico, un’iniziativa di sanità pubblica che nel nostro Cantone invita regolarmente le donne tra i 50 e i 69 anni a effettuare una mammografia biennale, con costi coperti e protocolli standardizzati.

«Oggi mi dico che l’informazione è fondamentale e non basta una lettera: bisogna far capire alle persone che la prevenzione non ha una scadenza»

Lo screening, coordinato da Swiss Cancer Screening e basato sulle linee guida dell’Ufficio federale della sanità pubblica, mira alla diagnosi precoce, favorendo cure meno invasive, maggiori possibilità di guarigione e una migliore qualità di vita. Ma il racconto di Maria dimostra come il rischio di contrarre un tumore al seno non si esaurisce al compimento del settantesimo anno d’età. Da noi interpellato, il dottor Damir De Monaco, chirurgo senologo del Centro Seno Ticino alla Clinica Sant’Anna di Sorengo, sottolinea come la diagnosi precoce del tumore al seno debba essere considerata «un impegno costante per evitare una visione riduttiva del problema». Puntualizza che non si parla di prevenzione, bensì di diagnosi precoce: «la prevenzione riguarda piuttosto l’adozione di stili di vita sani, come non fumare, limitare il consumo di alcol e praticare regolarmente attività fisica. Al contrario, esami come la mammografia e le vi-

azione

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site senologiche rientrano nell’ambito della diagnosi precoce, poiché permettono di individuare un eventuale tumore nelle fasi iniziali, ma non ne impediscono l’insorgenza». De Monaco sottolinea quindi come questa distinzione sia fondamentale per evitare fraintendimenti: «Per esperienza, vedo che molte donne sono ancora convinte che sottoporsi regolarmente ai controlli possa evitare lo sviluppo della malattia». Non è raro, infatti, che le pazienti esprimano sorpresa con frasi come: «Ma ho sempre fatto tutti i controlli, perché mi è venuto lo stesso?», a conferma di quanto questo equivoco sia ancora diffuso.

A proposito dei programmi di screening cantonali De Monaco spiega come «essi si basano su criteri di costo-beneficio e si concentrano sulla fascia 50-69 anni, dove si registra circa il 45% dei casi di tumori al seno, garantendo così una maggiore efficacia diagnostica». Tuttavia, ribadisce la necessità di mantenere sempre alta l’attenzione a tutte le età, sottolineando come il rischio non venga meno nemmeno al di fuori delle fasce considerate più a rischio: «Circa il 38% dei tumori al seno interessa donne oltre i 70 anni, mentre un ulteriore 17% riguarda donne sotto i 50, che non hanno ancora accesso al

Una petizione chiede lo screening in tutti i Cantoni

La petizione promossa da Soroptimist International Switzerland nell’ambito del progetto «Emozioni in Rosa» 2025-2026 chiede di garantire un accesso equo e gratuito alla diagnosi precoce del tumore al seno in tutti i Cantoni svizzeri.

Oggi infatti quasi metà dei Cantoni non offre ancora un programma pubblico di screening mammografico gratuito, mentre dove questo programma esiste, ogni anno si possono individuare moltissimi tumori ancora piccoli prima che diano sintomi, aumentando così le possibilità di cura.

La petizione sottolinea che l’accesso

Redazione Carlo Silini (redattore responsabile)

Simona Sala

Barbara Manzoni

Manuela Mazzi

Romina Borla

Ivan Leoni

alla diagnosi precoce non è solo una questione di salute pubblica, ma un diritto fondamentale per tutte le donne, e che le disuguaglianze nell’offerta dei programmi di screening portano a ingiustizie nell’opportunità di individuare la malattia in fase iniziale. Con questa iniziativa soroptimiste e sostenitrici cercano di coinvolgere la società e le istituzioni affinché si estendano programmi di diagnosi precoce gratuiti ovunque in Svizzera, perché scoprire il tumore prima può salvare vite.

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programma di screening ». Questi dati epidemiologici, confermati dalla Lega svizzera contro il cancro, mostrano che escludere alcune fasce d’età dallo screening non significa assenza di rischio e, per quanto riguarda le donne sotto i 50 anni, una notizia recente segnala che la Società Svizzera di Radiologia, la Società Svizzera di Ginecologia e Ostetricia e la Società Svizzera di Senologia raccomandano di abbassare da 50 a 45 anni l’età per lo screening mammografico, in risposta all’aumento dei casi tra le più giovani e a nuove evidenze scientifiche. Questo anticipo favorirebbe una diagnosi precoce, con una riduzione della mortalità fino al 25%, migliori prospettive di sopravvivenza e minori costi dei trattamenti avanzati.

Come racconta Maria, nel Canton Ticino al compimento dei 69 anni le donne ricevono una comunicazione ufficiale che segna la conclusione del programma di screening mammografico; resta comunque la possibilità di proseguire i controlli su base volontaria, con modalità personalizzate e spesso con copertura dei costi. «Si tratta di un passaggio delicato, che richiede una scelta consapevole non sempre sostenuta da un’informazione sufficientemente chiara e completa», chiosa dal canto suo il dottor De Monaco, ribadendo il fondamentale concetto chiave: «La salute non può essere ridotta esclusivamente a numeri o a logiche di rendimento». Egli evidenzia poi come anche la comunicazione deb-

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ba essere calibrata in base alla popolazione di riferimento: «Se i social media sono efficaci per raggiungere le fasce più giovani, questi risultano molto meno incisivi per le donne oltre i 70 anni che spesso ne fanno un uso limitato o nullo. Parliamo proprio di quelle più esposte al rischio di restare escluse dai principali canali informativi». Lo specialista osserva inoltre come molte donne oltre i 70 anni tendano a ridurre i controlli medici, spesso perché convinte di non averne più bisogno: «Le visite ginecologiche diminuiscono o cessano, a causa della percezione di una vita sessuale meno o non più attiva; mentre il ricorso al medico curante o al ginecologo avviene soprattutto in presenza di sintomi specifici, con consultazioni focalizzate sul problema contingente e poco spazio per la diagnosi precoce. Ciò crea una vera e propria “zona d’ombra”, in cui una fascia ancora a rischio risulta meno seguita, con conseguente diagnosi più tardiva e tumori spesso più avanzati, che comportano trattamenti più complessi, minori possibilità conservative, risultati estetici meno soddisfacenti e un impatto più gravoso sul percorso di cura».

Molte donne oltre i 70 anni tendono a ridurre i controlli ginecologici, spesso perché convinte di non averne più bisogno

Anche le donne sotto i 50 anni d’età non sono esenti da rischio: «Se è vero che circa il 38% dei tumori al seno interessa donne oltre i 70 anni, ricordiamo che è altrettanto significativo che un 17% colpisca donne sotto i 50». Un dato che evidenzia come, pur con un rischio inferiore, anche le donne più giovani possano sviluppare la malattia. Per fortuna, secondo il nostro interlocutore «le donne più giovani beneficiano di una maggiore sorveglianza indiretta grazie a controlli ginecologici regolari che includono anche la valutazione del seno». Richiama inoltre l’attenzione su un equivoco diffuso, ribadendo che «la fine del programma di screening non significa che il rischio sia superato, poiché l’assenza di inviti sistematici di sottoporsi a esame mammografico non equivale a una sua riduzione». Il dottor De Monaco sottolinea quindi la necessità di sviluppare strategie di sensibilizzazione alternative, capaci di raggiungere anche le persone meno connesse e più isolate: «Parlare di diagnosi precoce del tumore al seno richiede uno sguardo ampio e inclusivo, in grado di non escludere nessuna fascia d’età: se da un lato le statistiche orientano le scelte, dall’altro, per ogni individuo, il rischio resta sempre concreto». Perciò, conclude: «La diagnosi precoce deve essere un impegno continuo, condiviso e accessibile a tutte, perché la salute non può essere davvero racchiusa nei numeri».

Editore e amministrazione

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Circa il 38% dei tumori al seno interessa donne oltre i 70 anni, mentre il 17% riguarda donne sotto i 50 anni (Freepik.com)

A Lugano il calcio cambia casa

Territorio ◆ La storia iniziò al Campo Marzio, poi dal 1951 ci fu Cornaredo, ora l’avventura del club bianconero continua nella nuova AIL Arena che verrà inaugurata il 30 e 31 maggio con due giorni di festa aperti a tutti

Dopo tre quarti di secolo, lo stadio di Cornaredo si fa da parte. È un atto importante. Per la Città e per il Football Club Lugano. Entrambi si sono messi al passo con i tempi. Fra le dodici società di Super League, quella bianconera era l’unica che non aveva fatto il grande salto nella modernità. La nascita del Polo dello Sport e degli Eventi è stata costellata da polemiche, contrasti, acredine, perplessità, dubbi che sono stati solo in parte placati quando, il 28 novembre del 2021, il 56,81% dei Luganesi ha detto di sì alla realizzazione del progetto. Con ogni probabilità, se si fosse votato solo sulla questione stadio, l’esito avrebbe proposto una percentuale di adesioni molto più elevata. Era il cosiddetto contorno a creare perplessità. Oggi l’AIL Arena c’è. La nuova casa del FC Lugano si presenta nella sua sobria e gradevole funzionalità. Fungerà da stimolo. Per la società, a continuare sulla via intrapresa in queste ultime stagioni. E per il pubblico, chiamato a sostenere i suoi beniamini in un contesto di calda vicinanza. «Azione» ha voluto sottolineare il trasloco dal vetusto Cornaredo alla fiammante AIL Arena attraverso il racconto di 3 figure storiche del FC Lugano. Giangiorgio Spiess, avvocato, nato nel 1933, decano fra gli ex presidenti. Francesco Manzoni, ex Direttore di banca, classe 1944. Ancora oggi trasuda passione. Angelo Renzetti, 72enne architetto, il prode traghettatore che ha guidato il Lugano fuori da acque perigliose. A loro «Azione» ha chiesto qual è il primo ricordo che hanno dello stadio di Cornaredo e un personale augurio per la nuova AIL Arena.

Giangiorgio Spiess, il decano

La prima volta che ho messo piede a Cornaredo, in campo c’erano le nazionali di Svizzera e Italia. Era il 1951. Ricordo il muro dei 32mila spettatori. Ciò nonostante, avevo avuto l’impressione che l’atmosfera fosse meno calda rispetto al vecchio Campo Marzio, di cui ero un frequentatore abituale. Forse a causa della pista d’atletica che provocava distanza. Però, che partita! Ricordo le due reti.

Quella rossocrociata firmata da Riva IV. E il pareggio degli azzurri con Boniperti. Quel giorno non immaginavo neppure lontanamente che sarei diventato un dirigente. La mia avventura alla guida del FC Lugano si è svolta in due tappe. Ho vissuto bene quel periodo. Anche se le devo confessare che non fu facile. Successivamente, sono stato nel Comitato direttivo dell’ASF, l’Associazione Svizzera di Football. In seguito in quello dell’UEFA. Non ci crederà, ma non c’è paragone fra i patemi d’animo che può vivere il presidente di un Club, rispetto a quelli di chi si occupa dei massimi sistemi. Ri-

badisco, ho vissuto bene, ma ogni giorno era una lotta. C’era sempre qualche piccolo o grande problema da risolvere. Su tutti quello della sopravvivenza finanziaria, in un calcio che si stava sempre più professionalizzando.

A chi guiderà il FC Lugano nella sua nuova casa auguro soprattutto serenità. In primo luogo finanziaria. Ho incontrato Joe Mansueto, gli uffici del Club sono proprio qui sotto, al secondo piano. A pelle, ho avuto l’impressione di un uomo che sa il fatto suo.

Per tornare allo stadio, mi auguro che il confort, la vicinanza tra pubblico e giocatori e, spero, i risultati sportivi, possano contribuire a riempirlo ogni volta. Non sarà facile, molte abitudini sono cambiate.

Lascio il decano Giangiorgio Spiess con una provocazione e una suggestione. Dopo l’addio a Mattia Bottani, il Mister Mattia Croci-Torti rimane l’ultimo baluardo ticinese.

Non saprei dirle il perché, probabilmente la legge dei grandi, o meglio, dei piccoli numeri. Quanto al Thun, le do ragione. La sua cavalcata vincente dà speranza alle cosiddette provinciali. Il Lugano da alcuni anni è stabilmente ai vertici. Ha conquistato la Coppa Svizzera e chissà che anche il Titolo…

Se permette, vorrei concludere con un mio pensiero. Sono molto contento che la prima partita ufficiale all’AIL Arena, il prossimo 5 giugno, vedrà opposte le Nazionali femminili di Svizzera e Malta. Il calcio femminile sta conquistando sempre più credibilità. D’altro canto so che, data la capienza di circa 9000 posti, un’altra sfida tra Rossocrociati e Azzurri a Lugano ce la possiamo scordare. Ma mi auguro di vedere l’impianto stracolmo in occasione di qualche incontro europeo del Lugano. E magari anche della nostra Nazionale contro rapprentative sia pure un po’ meno prestigiose di Italia, Germania o Inghilterra.

Francesco Manzoni, l’appassionato

Non c’ero nel 1951, a seguire la leggendaria sfida tra Svizzera e Italia. Avevo sette anni. Mi piaceva già il calcio, ma mio papà non poteva permettersi un simile lusso.

La prima volta che ho messo piede a Cornaredo fu in occasione di una sfida tra Lugano e Young Boys. Non ricordo l’an-

no. Ero un ragazzino. Mi ero sistemato sul lato destro davanti alla tribuna principale, in piedi. Ricordo che lo Young Boys vestiva una casacca a righe verticali gialle e nere finissime. Allo stadio ci sono tornato, ovviamente. Col tempo, ho imparato a considerare Cornaredo come la mia seconda casa. Al Club ci sono arrivato quasi per caso, avvicinato da un amico che mi aveva proposto di entrare a far parte del Comitato. Poi, un passo alla volta, sono arrivato ai vertici della società. Che tempi! Ho dei ricordi magnifici – e gli occhi si fanno lucidi – come la vittoria in Coppa Svizzera contro il Grasshopper. A Cornaredo ho vissuto anche momenti drammatici, come il malore di Bruno Beyeler. Sulle prime non si capì che cosa fosse accaduto. Si scoprì a posteriori che quei problemi avrebbero stroncato la sua carriera di calciatore e lo avrebbero portato via da noi troppo presto.

Era un Lugano che aveva in organico diversi giocatori ticinesi di caratura nazionale e internazionale – ricordo a Francesco Manzoni –mentre oggi…

È vero, ha ragione. Ma è diventato sempre più difficile formare un giocatore che possa calcare i palcoscenici della Super League. Fanno fatica anche le società che possono attingere a un bacino nettamente più ampio del nostro. Forse, riunendo le forze, non solo a livello giovanile, chissà? In tempi non sospetti ero un fautore di una squadra unica di vertice. Ero disposto anche ad andarla a vedere allo stadio di Bellinzona. Seguivo i granata ai tempi di Paulo Sergio. E scendevo al vecchio Comacini a vedere il Chiasso di Pierangelo Boffi. Lo facevo semplicemente perché amavo e amo tuttora il calcio. È probabile che qualche ticinese in più nell’organico bianconero aumenterebbe l’entusiasmo, ma non dimentichiamoci che alla base di tutto ci sono e ci saranno sempre i risultati sportivi. Se il Lugano continuerà a

progredire, sarà più facile riempire l’AIL Arena. È stata un’ottima scelta quella di limitare la capienza attorno ai 9000 posti. Se lo immagina uno stadio da 15mila occupato per un terzo? So che il patron Joe Mansueto ci ha messo del suo. Si parla di parecchi milioni per affinare alcuni dettagli del nuovo impianto. Sono per indole un ottimista. Da alcuni anni il Lugano è costantemente ai vertici del calcio svizzero, in un periodo in cui le grandi arrancano. Sono fiducioso. Se ce l’ha fatta il Thun ce la potremmo fare anche noi.

Angelo Renzetti, il traghettatore

La mia prima apparizione a Cornaredo è stata con la maglia degli interregionali del Locarno, in anteprima di una partita del Lugano. Quel giorno, manco sognavo che sarei diventato presidente della società bianconera. Ha un chiaro moto di commozione quando gli dico che i suoi due colleghi più anziani sostengono che se la società è dove si trova oggi è tutto merito suo. Mi fa piacere. Ma confesso che è stata dura. Ci ho lasciato tutto. Non parlo necessariamente solo di denaro. Parlo di energie, passione, amore. Il Lugano era reduce da tempi piuttosto bui. Quando ho cominciato a percepire il bisogno di farmi da parte, non ho mollato. Il mio legame con l’ambiente cresceva di anno in anno. Non avrei mai potuto lasciare la società allo sbando. Recentemente ho riguardato i miei appunti. Prima di cedere ho intavolato 83 trattative. Si rende conto? Ad un certo punto, con la cordata brasiliana sembrava che fossimo finalmente arrivati a concretizzare qualcosa di solido. Ho avuto un ripensamento. Ringrazio ancora oggi quell’intuizione. Poi, siamo arrivati a Joe Mansueto. Abbiamo subito capito che era un imprenditore al quale i mezzi non facevano certo difetto. Inoltre veniva anche dal mondo del calcio. Si è gettato nell’impresa, cercando di porre il club in mani capaci di gestire la complessità. I risultati li stiamo assaporando. Sia sul campo, sia negli uffici. Il Lugano – e questo accadeva già durante la mia presidenza – ha sempre ottenuto in prima istanza la licenza per calcare i palcoscenici della Super League. Mansueto ha conferito ulteriore stabilità alla struttura. Ci sa fare. Si è messo in gioco anche durante la fase di realizzazione della AIL Arena.

Lo ha fatto proponendo delle nuove varianti. Lo ha fatto mettendo sul tavolo un notevole pacco di milioni. Sono dettagli che resteranno al club, alla città, al pubblico, anche se lui un domani dovesse farsi da parte. Non da ultimo, ha ottenuto che il nuovo terreno da gioco fosse di erba. Non mi hanno coinvolto nelle varie fasi della realizzazioine del progetto nonostante io sia del mestiere. Ma è meglio così. Sono convinto che Lugano avrà uno stadio all’altezza. Si tratterà di riempirlo. Hanno fatto benissimo a non esagerare con la capienza. Firmerei per una media di 6000 spettatori a partita. Ci sono fattori come la vicinanza tra pubblico e calciatori che renderanno lo spettacolo decisamente più godibile. Inoltre le numerose e confortevoli «lounge» porteranno allo stadio un numero di imprenditori superiore a quello attuale.

Renzetti Ex presidente FCL

C’è sempre l’auspicio che qualcuno di loro si innamori del calcio e del Lugano in particolare. Sostenere un club calcistico non deve necessariamente essere una vocazione al deficit. Certo, è indispensabile lavorare più che bene. Il Lugano si è dato una struttura solida, che può ulteriormente essere potenziata. A scatenare l’entusiasmo ci penseranno soprattutto i risultati. Ha ragione a porre l’attenzione sulla mancanza di uomini-immagine ticinesi. Ma credo che sia inevitabile. Come gli appassionati ben sanno, ho avuto un rapporto conflittuale con il Team Ticino. Non è questa l’occasione per rivangare antiche diatribe. Ovviamente auguro al Lugano di individuare qualche giovane locale in grado di reggere il palcoscenico della Super League. Non dimentichiamo tuttavia che il vero uomo-bandiera dei bianconeri è Mattia Croci-Torti. È incredibile quanto ha fatto e quanto potrà ancora fare con le sue competenze e il suo carisma. È un leader. È un trascinatore.

Il vecchio stadio affiancato dalla nuova Arena con il cantiere del Palazzetto dello sport. (Ba.Ma.)
Giangiorgio Spiess Ex presidente FCL
Francesco Manzoni Ex presidente FCL
Angelo

Tesserete, idee in circolo per ridisegnare il territorio

Capriasca ◆ Una serata speciale per creare sinergie tra associazioni che portano avanti progetti concreti e sogni per la popolazione, soprattutto per i giovani

Dalle presentazioni ai progetti condivisi. È successo martedì 5 maggio alla scuola elementare di Tesserete, dove lo «Spazio progetti intercomunali» –promosso dal Percento culturale Migros in collaborazione con Capriasca, Comano, Origlio e Ponte Capriasca – ha riunito associazioni, volontari e cittadini attorno a un’idea tanto semplice quanto ambiziosa: far crescere insieme ciò che da soli fatica a prendere forma.

Il clima, all’inizio, era quello tipico degli incontri pubblici: sedie in cerchio, curiosità e un pizzico di attesa.

Ma già dopo i primi interventi l’atmosfera è cambiata. I quattro progetti presentati – diversi per ambito ma affini nello spirito – hanno fatto emergere un filo rosso evidente. «È soprattutto il mondo dei giovani a fare da denominatore comune», ha osservato Marcello Martinoni, di Consultati, che con Samuel Notari ha moderato la serata. Consultati è una società composta da un team interdisciplinare che offre consulenze a enti pubblici e organizzazioni e conduce progetti di sviluppo territoriale e partecipazione. Quattro idee, quattro bisogni, un territorio.

C’è l’associazione Fare per essere, che propone un «anno passerella» tra scuola media e formazione successiva per adolescenti in difficoltà: mattinate di studio, ma anche uscite sul territorio, per ritrovare motivazione e fiducia. Un percorso che punta non solo al recupero scolastico, ma soprattutto alla ricostruzione dell’autostima e alla scoperta di talenti personali spesso rimasti inespressi, con un accompagnamento educativo ravvicinato.

Poi il Bosco di Crano, ancora in fase embrionale, che immagina uno spazio naturale come luogo di benessere intergenerazionale: percorsi di mindfulness, attività motorie, esperienze condivise. L’idea è di trasformare un’area boschiva in un laboratorio a cielo aperto, dove natura e relazioni umane possano intrecciarsi diventando risorsa per la salute fisica e mentale, in particolare per giovani e anziani.

C’è Sorprenditi, nato durante la pandemia come atelier di quartiere per famiglie e cittadini, con l’obiettivo di creare occasioni di incontro e manualità in un’epoca dominata dagli schermi. Negli anni si è strutturato come spazio creativo diffuso, capace di attivare piccoli eventi e laboratori partecipativi che restituiscono centralità al fare insieme, rafforzando il senso di comunità locale.

E, infine, Ars vitae Academy, che guarda ai giovani adulti fuori dai circuiti formativi per accompagnarli verso l’arte, il design e lo spettacolo, trasformando talenti latenti in possibili percorsi professionali. L’iniziativa intende creare un ponte tra formazione e mondo del lavoro, valorizzando mestieri manuali e creativi anche attraverso il contatto diretto con artigiani ed esperti del territorio.

A tenerli insieme non è soltanto il

tema educativo o sociale, ma la consapevolezza che le fragilità – giovani disorientati, famiglie isolate, spazi sottoutilizzati – possono diventare motori di progettualità. «Cerchiamo di attivare un’intelligenza collettiva, la forza della società civile», ha spiegato Martinoni.

Qui Percento culturale Migros non è un semplice sostenitore finanziario, ma una piattaforma di connessione. Il format dello «Spazio progetti», diffuso in tutta la Svizzera, trova nel contesto locale la sua ragion d’essere: creare legami, facilitare incontri, far emergere sinergie invisibili. «Abbiamo visto anche sovrapposizioni di intenzioni simili, magari a poche centinaia di metri di distanza», ha notato Martinoni. «Metterle in relazione può fare la differenza».

La seconda parte della serata è sta-

ta rivelatrice. I partecipanti si sono distribuiti in quattro tavoli di lavoro, mescolandosi e abbandonando i ruoli iniziali. Non più relatori e pubblico, ma interlocutori alla pari. 45 minuti di scambio serrato per far emergere proposte concrete, contatti, possibili collaborazioni. Il bosco incontra l’atelier, la pedagogia dialoga con l’arte, i bisogni si intrecciano con le soluzioni.

Non è un caso che il numero dei presenti, pur consistente, sia rimasto contenuto. «Un bellissimo equilibrio», lo ha definito Martinoni: abbastanza per creare energia, non troppo per disperderla. Anche perché, come spesso accade, le idee erano più numerose dei progetti presentati. Un segnale che il territorio è fertile, forse in attesa di ulteriori spazi per esprimersi.

Alla fine, più che un elenco di iniziative, resta l’impressione di un movi-

Tra le erbe selvatiche con Milo Bissegger

mento. Di comunità che, lentamente, impara a parlarsi e a riconoscersi. Lo «Spazio progetti» non offre soluzioni immediate, ma costruisce qualcosa di più duraturo: relazioni. È proprio da lì che possono nascere i cambiamenti capaci di incidere davvero sulla vita quotidiana dei territori. / C.S.

Informazioni

https://engagement.migros. ch/it/percento-culturale/ affari-sociali/spazio-progetti

Sempre più spesso, ormai perfino sui social, si parla di foraging, una pratica che si svolge all’aperto, e che promette, a chi la fa, di rientrare in sintonia con la natura e con antichi saperi. Come anticipato sullo scorso numero di «Azione», da quest’anno anche al Monte Generoso viene offerto il foraging, ma con una guida d’eccezione: ad accompagnare gli iscritti ci sarà Milo Bissegger, 32 anni, di formazione gastronomo, una laurea all’Università di Scienze gastronomiche di Bra.

Quello che oggi chiamiamo «foraging» è un’antica pratica di raccolta di erbe selvatiche commestibili e dei frutti della natura

Un interesse per le erbe e antiche pratiche piuttosto insolita, quella di Bissegger: «No, al contrario», ci spiega Bissegger, «Molte persone, anche della mia generazione, dove tutto è così veloce e a portata “di dito”, si stanno appassionando a questa pratica lenta. Lo vediamo anche nelle librerie, la sezione di botanica è in costante crescita».

Al fine di scoprire le virtù intrinseche di ciò che magari vediamo nella

natura senza degnarlo di un secondo sguardo, sempre più persone si appassionano a questa attività. «Oggi usiamo un nome che fa quasi tendenza, foraging, ma ciò cui ci si riferisce è l’antica pratica della raccolta delle erbe selvatiche commestibili e dei frutti della natura in generale. In passato, in Ticino, con la carestia, o la presenza di valli estremamente povere, si è sempre dovuto ricorrere alla natura, raccogliendo, oltre alle erbe, anche bacche e castagne: la gente doveva arrangiarsi con ciò che trovava, e quindi sapeva cosa fosse commestibile e cosa meno».

Come molte altre pratiche legate ai cicli della natura, anche il foraging è legato a determinati periodi dell’anno: «Il periodo tra marzo e maggio è ottimo, ma con il caldo dell’estate diventa più difficile, e occorrerebbe salire più in alto in montagna. In autunno, invece, si possono fare delle raccolte molto interessanti».

Milo Bissegger terrà la sua prima attività di foraging sul Monte Generoso, alla scoperta di quanto di commestibile vi cresca spontaneamente, dall’ortica alla falsa ortica, passando per piantaggine, timo selvatico e tarassaco, sabato 23 maggio 2026. «Partiremo da Capolago in trenino, e una volta arrivati in vetta, farò un’intro-

sul tema delle erbe selvatiche commestibili, così da offrire ai partecipanti le nozioni di base. A quel punto inizieremo tutti insieme la disce-

(AsconaLocarno Tourism – foto Alessio Pizzicannella)

sa, in direzione Bellavista, attraverso i prati e il bosco, fermandoci quando incontreremo delle piante di nostro interesse. Cercherò di spiegare

chiaramente come si riconosce una pianta, se ci sono delle possibili confusioni pericolose, quali sono le parti commestibili – se le foglie, le radici o i fiori – e come usarla al meglio in cucina. Alcune piante ci daranno modo di parlare di usi particolari che se ne faceva un tempo. Al Buffet Bellavista ci aspetteranno dapprima un aperitivo a base di erbe spontanee, e poi un pranzo a base di erbe selvatiche che, però, lo ammetto, non preparerò io! Al termine del pranzo terrò un piccolo discorso conclusivo per riassumere quanto visto insieme nel corso della nostra escursione». (S. Sala)

Dove e quando Monte Generoso: Foraging con Milo Bissegger Sabato 23 maggio 2026. Ore 9.35 Partenza da Capolago 10.15 Arrivo in Vetta e passeggiata verso Bellavista 12.30 Arrivo a Bellavista, a seguire aperitivo e pranzo Ritorno a Capolago a propria scelta Costo CHF 79.50 Iscrizioni e info montegeneroso.ch/it/foraging Tel. 091 630 51 11

Dopo la presentazione di quattro associazioni attive sul territorio, il momento più prezioso della serata è stato quello dello scambio di idee e della creazione di sinergie ai tavoli fra i partecipanti.
(Foto C.S.)
duzione
Milo Bissegger ha studiato Scienze gastronomiche.
Marcello Martinoni Geografo-Etnologo (Consultati)

Noi prigionieri del telefonino

Libri ◆ Carlo Verdelli lancia un grido di allarme sulla dipendenza dal cellulare (che non riguarda solo i ragazzi)

Per me sono semplicemente diavolerie moderne. Per Carlo Verdelli sono «tecnologie acchiappatutto», estremamente accattivanti e promettenti: tutto il sapere a portata di un click, l’apprendimento rapido senza la fatica di chinarsi sui libri. Un paese dei balocchi dove entriamo volentieri, ma da dove rischiamo di uscire con orecchie giganti e le quattro zampe dei somari, proprio come Pinocchio. Sono decine le testimonianze, spesso inquietanti, che Verdelli ha raccolto qua e là per il mondo. Lo psicanalista milanese Franco De Masi (già autore del pamphlet dal significativo titolo No Smartphone) osserva che «Internet, da gigantesca occasione di comunicazione e scambio culturale, si è trasformata in una città dove sul corso principale ci sono postriboli e bische, mentre biblioteche, cinema e teatri stanno in vicoli discosti e molto meno illuminati». Riguardo a gioco d’azzardo e bische (una volta clandestine per antonomasia e adesso «legali») online, un’altra ricerca rivela che sui siti dedicati vi hanno accesso il 44,8 % dei ragazzini italiani, quasi uno su due. Gli fa eco Anna Lembke (Uni Stanford) secondo cui «lo smartphone è una specie di ago epidermico che somministra la dopamina digitale a una generazione connessa h/24. Nel cellulare c’è qualcosa di simile a un ago per il tossicomane».

Giornalista navigato e già diret-

tore del quotidiano romano «La Repubblica», Verdelli ci avverte: stiamo mettendoci tutti quanti Il diavolo in tasca. Sì, proprio tutti: sembra ci siano in funzione 8 miliardi di telefonini, mentre sono solo 10 i miliardi di abitanti del nostro pianeta, e se escludiamo neonati e under quattro…

Lo smartphone ha occupato le nostre vite nell’arco di neppure 20 anni e ha tutte le potenzialità per trasformare il nostro modo di stare al mondo

Lo smartphone è probabilmente l’oggetto più straordinario mai realizzato dall’uomo: una scatoletta da 7 x 12 cm che non solo ha occupato le nostre vite nell’arco di neppure 20 anni, ma ha tutte le potenzialità per trasformare il nostro modo di stare al mondo in un arco di tempo ancora più breve. Cinque anni, massimo dieci: «La scatoletta contiene un detonatore che, se manovrato con insufficiente cautela, trasformerà in altro il panorama che conosciamo». Il Grande Fratello orwelliano è stato sostituito da una miriade di Piccoli Fratelli e pochissimo possono le autorità per il rispetto della privacy, costrette ormai ad alzare bandiera bianca: «I correttivi sono reperti d’epoca, proprio come i mulini di Don Chisciotte».

Non c’è algoritmo che tenga e, come cantava De André, ben prima dell’avvento del telefonino, anche se noi ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti. La risposta delle autorità governative arrivano adesso, quando forse il danno è già fatto. Anche in Svizzera si auspica una maggiore protezione dei giovanissimi dai pericoli legati ai social media. È quanto emerge da un sondaggio rappresentativo dell’Istituto gfs

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di Berna, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati dalla «SonntagsZeitung»: il 94% degli interpellati ritiene che i minorenni debbano essere meglio protetti. «Siamo agli slanci di buona volontà – sottolinea Verdelli, amaramente – utili quanto spazzare le foglie in un ventoso pomeriggio autunnale». Però, alla luce di quanto rilevato dai preoccupanti risultati di ricerche e statistiche proposti da molte prestigiose università,

parecchi Stati si stanno preoccupando e corrono ai ripari – sia pure consapevoli di intraprendere una battaglia impari.

Il primo Paese al mondo a optare per un argine al cellulare è stato l’Australia, dove lo scorso dicembre è scattata la proibizione dei social per i minori di 16 anni, poi – sperano a Melbourne – si regoleranno da soli una volta raggiunta la maggiore età. Sulla falsariga di quanto deciso dal Paese dei canguri si muovono stati come Spagna, Regno Unito e Francia. A Parigi un disegno di legge analogo ha superato la prima lettura all’Assemblea nazionale, la camera bassa del Parlamento francese, in attesa che dica sì anche il Senato. Vienna entro la fine di giugno presenterà misure specifiche per la protezione dei giovani dai rischi legati all’utilizzo delle piattaforme.

Adesso tocca anche al Ticino, dove a partire dal 30 marzo scorso c’è il divieto di usare i telefoni cellulari –e altri apparecchi personali connessi alla rete – in tutta la scuola dell’obbligo, compresi asili o giardini d’infanzia che dir si voglia. E verrebbe da esclamare «Gasp», poiché l’asilo lo frequentano tutti i pargoli, una volta compiuti tre anni!

Bibliografia

Carlo Verdelli, Il diavolo in tasca Einaudi, Stile Libero, 2026

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Nei sontuosi castagneti del Ticino

La primavera ha rinverdito i nostri boschi. Finalmente, passeggiando lungo i sentieri, possiamo inoltrarci in queste enormi chiese fatte di foglie e di vento. Guardiamo in profondità, tra ombre e raggi di sole, e sbirciamo in alto, dove il cielo è tornato a ricucire le cime delle chiome. Da bambino mi piaceva stendermi a terra e osservare le nuvole che passavano, se mi trovavo in un prato, o le danze delle foglie, se ero in una selva. Mai rifatto da adulto?

Tra i boschi più splendenti di questo periodo ci sono certamente i castagneti. Il Canton Ticino e la Svizzera hanno una lunga tradizione di castanicoltura, e in poche regioni europee si assiste ad una concentrazione di enormi castanodonti, o grandi castagni monumentali, quanto nel Ticino. L’albur, l’albero per antonomasia in dialetto, è proprio il castagno. Molti boschi in Ticino e in Svizzera sono castagneti, e diversi alberi sono castagni ultrasecolari. Ve ne sono ad esempio in Val-

le di Muggio, nel Malcantone, in Val Bregaglia, in Val Verzasca, a Soazza, a Murg, a Lamone. Esiste d’altronde una misura di questa diffusione ossia la presenza di feste dedicate alla castagna, da quella di Ascona a quella di Greppen. In Europa i primi castagni sono arrivati dal Vicino Oriente grazie ai Fenici, ma sono stati diffusi dai romani, coltivandoli in molte aree tra Francia, Germania e Inghilterra. La coltivazione dei castagneti si è sviluppata nel corso del Medioevo, anche grazie alla propagazione degli ordini religiosi che dovevano avere fonti alimentari prossime ai monasteri, sulle Alpi una di queste fonti è stato proprio il castagno. In Ticino la castanicoltura si è imposta dove i cereali faticavano a crescere, soprattutto per ricavarne farina, preziosa per innumerevoli ricette, e per le caldarroste, senza dimenticare il legname, ottimo per vari usi dai pali per recinti e pascoli ai mobili di casa, al le-

La stanza del dialogo

gname da utilizzare per riscaldare. Le comunità montane del XIX secolo sono sopravvissute anche grazie alla coltivazione del castagno, non a caso definito l’«albero del pane». In Canton Ticino esiste un Inventario dei castagni monumentali che ha portato ad un elenco di 310 esemplari, caratterizzati da tronchi con almeno 7 metri di circonferenza, come si dice, a petto d’uomo, ossia a 130 cm da terra. Molti castagni hanno un largo tronco che si biforca in due tronchi principali, altri invece sono a tronco unico, ma quasi tutti sono stati ampiamente capitozzati nelle branche superiori. Le età stimate variano dai tre ai sette secoli, con alcune eccezioni che potrebbero raggiungere la soglia simbolica dei mille anni; l’operazione di stima è resa più complicata dalla tendenza dei tronchi a cariarsi, svuotandosi dal di dentro, con carotaggi che in genere non superano i 40-50 cm di profondità, come relazionato da un documento dell’Istituto Fe-

«Non accettavo mio nipote e poi…»

Cara Silvia, vorrei condividere con lei la mia storia. Mi consideravo un uomo fortunato. Nato in una famiglia benestante, sono cresciuto in una situazione agiata e serena. Ho sposato la donna che amavo con la quale ho condiviso interessi e passioni. Nostro figlio non ci ha mai dato preoccupazioni, ha trovato la sua strada da solo e ora vive lontano. Da molto tempo abito in campagna dove possiedo un’azienda agricola. Per non chiuderci nell’egoismo, io e mia moglie abbiamo deciso di adottare una bambina rimasta orfana, che nel frattempo è cresciuta, si è sposata ed è rimasta incinta. Ci sembrava la conclusione meritata di un meraviglioso percorso famigliare, anche se non sempre facile. Purtroppo le cose sono andate diversamente. Leonardo, il nipote tanto atteso si è rivelato affetto da Sindrome di Down (mia figlia si era rifiutata di fare qualsiasi accertamento) e il padre poco dopo se n’è andato. Confesso che non riuscivo ad accet-

tare quella sconfitta e la compassione degli altri mi umiliava. Caduto in depressione, mi sono chiuso in me stesso finché sono stato trascinato da mia moglie al primo compleanno di Leonardo. Appena l’ho visto, sereno e tranquillo, mi sono innamorato perdutamente di lui e subito me ne sono occupato. Lo porto nei campi con me. Gli ho fatto conoscere le vigne, i mezzi agricoli, gli animali domestici. Gli lascio credere che sia lui a guidare il trattore. Ultimamente è diventato la mascotte del Centro per adolescenti che ho fondato. E ora siamo due amici felici di stare insieme. / Un lettore

Caro Lettore la sua lettera mi sembra il racconto di un’esistenza che, a un certo punto, ha smesso di corrispondere all’immagine che lei si era costruito. Si definiva un uomo fortunato, e lo era secondo parametri condivisi: origine, affetti, stabilità, realizzazione. Tuttavia, questa

Alimentazione

Osteoporosi

derale di Ricerca WSL di Bellinzona (www.wsl.ch/it/services-produkte/). I castagni secolari crescono nei pressi di edifici rurali, in prati, boschi o lungo sentieri, ad una altitudine che varia tra i 700 e i 900 metri. Circa il 60% di questi alberi annosi ha uno stato di salute precaria o compromessa, dovuta a diversi tipi di malattie, peggiorati dalle capitozzature e dal mezzo secolo almeno di abbandono del loro sfruttamento. Condizioni simili a quelle che caratterizzano i grandi castagni presenti in Italia, in area alpina e nell’Appennino (anzitutto Tosco-Emiliano), così come nell’Ardèche, nelle Cevenne e in Corsica, le aree più castagnate di Francia. Stando all’Inventario ticinese gli esemplari più larghi raggiungono i 10-11 metri di circonferenza, uno di questi è il gigante del Grotto dell’Alpe di Brusino che ho avuto il piacere di visitare di persona: 10.66 cm, altezza 12 metri, mentre un suo compagno a pochi passi misura «soltanto» 864 cm, a

di Silvia Vegetti Finzi

idea di fortuna implicava la coerenza del percorso e la prevedibilità degli esiti. L’arrivo di suo nipote, con la sua condizione, ha incrinato proprio questa aspettativa, più ancora che le circostanze in sé. Non si è trattato soltanto di accogliere una difficoltà, ma di rivedere un’intera rappresentazione della continuità familiare.

La sua prima reazione – il rifiuto, la vergogna, la depressione – non mi sorprende. La compassione degli altri, che lei ha vissuto come umiliante, ha probabilmente toccato un punto sensibile: l’idea di essere considerato, non più come colui che ha raggiunto ogni obiettivo, ma come chi deve essere aiutato. Eppure, il passaggio che lei descrive – quell’incontro con Leonardo al suo primo compleanno – segna una trasformazione autentica. Non è un atto volontaristico, né un adattamento morale: è un riconoscimento. Lei non ha «accettato» suo nipo-

te nel senso di una concessione, ma lo ha visto. E nel vederlo, ha lasciato cadere una parte delle aspettative che lo precedevano. Il legame che è nato tra voi si fonda su una qualità dell’esperienza che spesso trascuriamo: la presenza. Portarlo nei campi, mostrargli gli animali, lasciargli credere di guidare il trattore - sono gesti che non mirano a correggere o a compensare, ma a condividere.

In questo spazio condiviso, Leonardo non è definito dalla sua sindrome, ma dalla relazione che costruisce con lei. Mi colpisce anche il fatto che lei lo descriva come un amico. È una parola impegnativa, perché implica reciprocità. Significa che, accanto al suo prendersi cura, lei riconosce in lui una capacità di restituire senso, di modificare il suo sguardo sul mondo. Il Centro per adolescenti che lei ha fondato, e in cui Leonardo è diventato una presenza significativa, suggeri-

e osteopenia, che cosa mangiare?

Gentile Laura, complimenti per la sua rubrica che leggo sempre con interesse!

Recentemente da un controllo medico mi è stata riscontrata un’osteoporosi, non ancora grave, e osteopenia (quest’anno compirò 64 anni). Quali alimenti dovrei favorire per non peggiorare la mia situazione e magari migliorarla? Tra le verdure ho letto dei broccoletti. Ne consiglia altre? Per la frutta ho trovato gli agrumi. I kiwi quindi non sarebbero compresi? E i frutti estivi? I legumi, soprattutto fagioli e ceci, sembrano positivi. È corretto? Pesce e carne quali? Formaggi sia quelli più freschi che quelli stagionati? È vero che l’acqua del rubinetto è ricca di calcio? / Daniela

Gentile Daniela, per rallentare la degradazione ossea, o migliorare la situazione ossea in generale, l’alimentazione è importante:

servono soprattutto fonti di calcio, di vitamina D e proteine adeguate. Per rispondere alle sue domande, le verdure ricche di calcio sono i broccoletti ma anche tutti i tipi di cavolo (cavolo riccio o kale, cavolfiore, cavolo cappuccio), le cime di rapa, la rucola, la cicoria, le bietole, l’indivia e la lattuga. In generale posso dirle che tutte quelle a foglia sono le migliori. Da non dimenticare pure le spezie, da aggiungere quotidianamente ai pasti, anche loro sono ottime fonti di questo minerale. La frutta invece non può essere considerata una fonte di calcio, ma resta importante per la salute delle ossa perché apporta vitamina C, che aiuta la formazione del collagene osseo, potassio, che riduce le perdite di calcio con le urine, e antiossidanti, che proteggono appunto l’osso. Quindi gli agrumi sono molto utili come

pure il kiwi. In estate si possono consumare pesche, albicocche, fragole, frutti di bosco, ciliegie e melone. Non è da considerarsi tale, anche se si chiama frutta a guscio, ma anche le mandorle e i semi di sesamo aiutano perché contengono molto calcio. I legumi sono una ottima fonte anche per le proteine vegetali, quindi ben vengano ceci, fagioli e lenticchie, meglio se abbinati a dei cereali. Per il pesce, preferire quello azzurro (sarde, sgombro), il salmone, le alici, la trota, la spigola perché contengono vitamina D. Un altro alimento ricco di questa vitamina importante è l’uovo. La carne fa bene ma non è fondamentale per il calcio. Meglio preferire le carni bianche e limitare le carni rosse a non più di 1–2 volte/settimana. Una fonte ricca di calcio restano i formaggi, meglio freschi che stagionati perché troppo ricchi di grassi satu-

un’altitudine

673-675 metri. Si tratta di due alberi bernoccoluti con copiose muschiature sui legni, oramai mantenuti come monumenti viventi, circondati da palizzate. A Chironico, in Leventina, un singolare castagno a forma di pera, misura 11.62 cm di circonferenza del tronco, ha un’altezza complessiva di 15 metri e radica a 779 mt di altitudine. A Lostallo, in Mesolcina, in località Cran, Pigneret e Rura si possono incontrare diversi monumentali, tra i quali spicca un esemplare apparentemente a un unico tronco, colonnare, con circonferenza del tronco pari a 10 metri e 79 cm, altitudine 450 metri. Tutti questi castagni sono splendidi: le gibbosità longitudinali e verticali, la colorazione dei legni, a seconda della stagione tra il marrone e il verde muschiato, chiome spesso ridotte ai minimi termini, e questa sproporzione tra le loro pance rigonfie e gli altri alberi presenti in bosco. Andiamoli a salutare.

sce poi che questa trasformazione non è rimasta confinata nella sfera privata. Quando un’esperienza personale riesce a tradursi in apertura verso altri, indica che qualcosa è stato realmente elaborato. Leonardo non ha interrotto il suo percorso: lo ha deviato, costringendola a esplorare territori che forse non avrebbe scelto, ma che oggi riconosce come significativi. La sua esperienza mostra che il legame, quando è vissuto nella concretezza quotidiana, modifica, non solo ciò che facciamo, ma il modo in cui comprendiamo noi stessi.

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni

a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)

ri e sale. Quotidianamente, quindi, può mangiare 1–2 porzioni di latticini totali come per esempio bere latte al mattino e mangiare uno yogurt a merenda. In generale si dice che i formaggi vanno consumati massimo due – tre volte a alla settimana. Anche l’acqua può essere più o meno ricca di questo minerale. Quella che beviamo dal rubinetto di casa però dipende molto dal luogo in cui si vive: può trovare l’indicazione in merito sul sito del proprio comune. Se vede che è bassa in calcio, cioè che rimane sotto i 150 mg/L allora può comprare l’acqua minerale in bottiglia: ne esistono di marche molto ricche. Per concludere volevo però dirle che quello che sta facendo sicuramente l’aiuterà ma deve sapere che l’alimentazione da sola non basta. Per la salute delle ossa è fondamentale anche l’attività fisica, soprattutto da carico, do-

ve cioè le ossa devono sostenere il peso del proprio corpo. Deve prendere in considerazione la camminata veloce, fare le scale, gli esercizi di forza con pesetti, elastici o a corpo libero (squat, alzarsi dalla sedia, ecc.). Possono aiutare anche le attività quotidiane come il giardinaggio, le pulizie energiche o portare la spesa. Le linee guida internazionali consigliano almeno 150 minuti alla settimana di movimento (che sono suppergiù 20 minuti al giorno) e 2-3 volte alla settimana esercizi di forza. Cibo giusto e movimento miglioreranno la sua salute ossea, e a ruota, le auguro, il suo benessere generale.

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Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)

di Tiziano Fratus
di Laura Botticelli
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ATTUALITÀ

Dentro la polveriera del Golfo

Una rete complessa di rivalità e alleanze regionali, pressioni energetiche e manovre militari che alimenta una crisi permanente

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Ritratto di Mira Murati

La giovane, nata in Albania nel 1988, è una delle poche donne ad aver conquistato i vertici del settore dell’intelligenza artificiale

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Focus sulla Repubblica Dominicana

La condizione dei braceros haitiani tra piantagioni di canna da zucchero, bateyes, sfruttamento e deportazioni

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Una democrazia diretta che zoppica

Svizzera ◆ Circa la metà delle iniziative popolari approvate alle urne viene applicato solo parzialmente, ecco il perché

Sarà una domenica da bollino rosso, e non stiamo parlando di traffico e imbottigliamenti. Il prossimo 14 giugno i cittadini della città di Zurigo avranno il loro bel daffare, visto che dovranno esprimersi su ben venti temi in votazione popolare. Una vera e propria indigestione democratica, suddivisa in tre portate: tredici votazioni hanno a che fare direttamente con la loro città, cinque riguardano argomenti cantonali, mentre due votazioni sono federali.

Nella storia dei nostri diritti popolari non è la prima volta che i cittadini, localmente, si trovano a dovere fare i conti con una domenica pantagruelica di questo tipo. Un sovraccarico di schede che rischia di mettere sotto pressione i cittadini, e magari di scoraggiarli nell’andare a votare, ma anche di danneggiare l’immagine e il valore della democrazia diretta elvetica. Chi lancia un’iniziativa tende a farcirla di articoli e di capoversi, per limitare il margine di apprezzamento del Parlamento

Ciò detto, in materia di democrazia diretta, quello che molto spesso fa discutere non è solo il numero dei temi su cui esprimersi ma anche il «post», e cioè la fase che segue una votazione popolare. E questo, in particolare, nel caso in cui le urne dovessero dare il loro via libera ad un’iniziativa popolare, fatto piuttosto raro nella storia del nostro Paese. Un sì che modifica la Costituzione e che va poi concretizzato in una legge di applicazione. E questo è un compito che spetta soprattutto a Governi e Parlamenti, federali o cantonali a seconda del caso.

Di questi tempi ne sappiamo qualcosa in Ticino, visto che ormai da diversi mesi assistiamo a una serie di tiri alla fune – tra Governo, Parlamento e partiti – per cercare di definire l’applicazione concreta delle due iniziative sui premi delle casse malati, approvate lo scorso 28 settembre. Un tema, tra l’altro, su cui si voterà anche nel canton Zurigo, proprio il prossimo 14 giungo. In attesa che qualcuno riesca a sciogliere il nodo del «post 28 settembre», val la pena, a mo’ di parziale consolazione, guardare alla storia del nostro Paese per capire che quanto sta capitando in Ticino non è affatto un’eccezione. Citati di recente dalla «NZZ am Sonntag», i politologi Adrian Vatter e Rahel Freiburghaus, basandosi su uno studio realizzato all’Università di Berna, hanno messo in evidenza che a livello federale circa la metà delle iniziative popolari approvate alle urne non ha poi trovato un’applicazione alla lettera di quanto voluto dal popolo. E questo dopo

estenuanti discussioni e polemiche, non solo alle Camere federali ma in tutto il Paese.

Gli esempi di questo autentico rompicapo politico sono numerosi, ne elenchiamo solo alcuni. Iniziamo dall’iniziativa «per cure infermieristiche forti», discussa dal Consiglio nazionale lo scorso aprile. Finora dal Parlamento è stata forgiata un’applicazione solo parziale, per la delusione di chi aveva sostenuto l’iniziativa, approvata nel 2021 dal 61% dei votanti. C’è poi il caso dell’iniziativa che vuole proteggere i giovani dalla pubblicità del tabacco, anche qui il Parlamento ha approvato una versione alleggerita di questo divieto. Il 14 giugno voteremo sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni», che nasce dall’applicazione, anche in questo caso «light», dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, approvata dal 50,3% dei votanti nel 2014. Un quarto e ultimo esempio, tra i più noti, riguarda il traffico pesante e l’iniziativa delle Alpi, approvata ormai 32 anni fa. In questo caso non sono stati raggiunti nemmeno gli obiettivi previsti dalla legge di applicazione. I ca-

mion in transito avrebbero dovuto limitarsi a 650mila all’anno, nel 2025 erano invece quasi un milione. C’è da dire che l’applicazione parziale appare politicamente neutrale, colpisce sia le iniziative lanciate dalla destra sia quelle promosse dalla sinistra. Le ragioni di questi annacquamenti legislativi sono diverse. In primo luogo va detto che il Parlamento è molto spesso contrario al testo di un’iniziativa, ma poi, in caso di approvazione, tocca a questo stesso Parlamento elaborare la legge di applicazione. Smentire sé stessi è un esercito ostico.

Il Parlamento è molto spesso contrario al testo di un’iniziativa inoltre bisogna considerare i limiti legati alle finanze

Ci sono poi i limiti legati alle finanze, e il caso del canton Ticino relativo alle iniziative sui premi delle casse malati è emblematico. L’ostacolo principale per l’applicazione sta nei conti in rosso delle finanze cantonali. Spesso ci sono anche considerazioni legate al

diritto internazionale e agli accordi stipulati con l’Unione europea, con il Parlamento che a maggioranza predilige il rispetto di queste norme piuttosto che applicare pienamente un’iniziativa che contiene elementi contrari ai trattati sovranazionali. In termini generali, se il 50% delle iniziative viene applicato solo parzialmente vuol dire che la nostra democrazia diretta zoppica. E così, nel tentativo di assicurarsi un’applicazione alla lettera, chi lancia un’iniziativa tende negli ultimi anni a farcirla di articoli e di capoversi, per limitare il margine di apprezzamento del Parlamento. Con diverse controindicazioni: per i cittadini il testo in votazione può diventare un po’ troppo carico e barocco; per il Parlamento si aprono poi ulteriori margini di apprezzamento e di discussione. A ciò si aggiunge il fatto che, in questi anni, in particolare dall’UDC, si sono proposte più volte iniziative su temi simili, in particolare nell’ambito dell’immigrazione e dell’espulsione dei criminali stranieri. Con, di fatto, un malinteso di fondo, la nostra democrazia è in verità semi-diretta, perché chia-

ma in causa il popolo, che può dire soltanto «sì» o «no», ma anche le istituzioni, Governo e Parlamento, chiamate a elaborare le leggi. Le leggi non vengono scritte dal popolo, anche se poi in ultima istanza, si può ancora lanciare un referendum contro una legge di applicazione. Quel «semi» ha un suo peso e non può essere dimenticato. In ogni caso in un Paese come il nostro, in cui si convocano tavole rotonde per affrontare problematiche di ogni tipo, è forse arrivato il momento di pensare a una tavola rotonda anche sulla democrazia elvetica. E qui, in conclusione, ci sembra appropriata una citazione che traiamo dal libro scritto a più mani La Svizzera da caso particolare a caso normale, un Paese in crisi di identità La citazione è questa: «Il sentimento, più che la certezza, di dover sacrificare la propria cultura politica, che nasce dal basso e dal popolo, rischia di essere uno dei principali fattori di insicurezza, che al momento frenano il nostro

ria su cui riflettere. Prendersi cura del nostro sistema democratico non è mai tempo perso.

Paese». Insomma c’è mate-
La nostra democrazia chiama in causa il popolo, che può dire soltanto «sì» o «no», e le istituzioni, Governo e Parlamento, chiamate a elaborare le leggi. (Keystone)
Roberto Porta

La polveriera del Golfo, dall’interno

L’analisi ◆ Ritratto di un Medio Oriente segnato da rappresaglie, fragili alleanze e una guerra «tecnologica» sempre più pervasiva

Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita. Negli ultimi tempi, a fasi alterne, le bombe iraniane sono piovute anche lì. E invece di sorvolarli, come nel corso della «Guerra dei dodici giorni», li hanno centrati in pieno. Per colpire le basi americane che accerchiano l’Iran? Per restituire la pariglia a quanti favoriscono un avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele (alleati storici degli Stati Uniti nella regione)? Per rimarcare la «solitudine iraniana» nel sostegno alla Palestina (di fatto sostenuta militarmente solo da Hamas e Hezbollah)?

I primi e più importanti bersagli diventano le infrastrutture energetiche, da cui dipende la stessa economia degli Stati

La questione è più articolata, poiché investe, oltre alla presenza delle basi Usa nell’area, il vincolo economico che gli Stati del Golfo hanno da decenni con il Governo americano. I cui investimenti – a partire da quelli personali di Trump – li obbligano a uno stato di forte interdipendenza con gli Stati Uniti che per certi versi appare come un simil-vassallaggio. Una condizione che in qualche modo replica quella degli Stati europei, per i quali la liberazione dal nazi-fascismo ha comportato per ottant’anni un debito forse mai estinto e nella mente degli Usa sembra implicare una «complicità coatta» in tutte le azioni di guerra promosse da Washington.

Ma la situazione mediorientale è più complessa. Se non altro perché il mondo arabo sunnita (a cui si può aggiungere la Turchia, che alcuni analisti ritengono il prossimo bersaglio di Israele) vive oggi più che mai uno stato di «schizofrenia identitaria» difficilmente arginabile. Da una parte vorrebbe stare con i palestinesi (ma deve rendere conto della sua dipendenza economica dagli Usa), dall’altra vorrebbe ribadire il proprio distacco dallo sciismo iraniano (ma in questo modo lasciando di fatto i palestinesi al loro destino).

La battaglia finisce così per dispiegarsi soprattutto in termini di «interposto Stato». Quando bersaglia i Paesi del Golfo, l’Iran colpisce, oltre alle basi americane, gli interessi statunitensi nella regione. E laddove ormai le guerre si combattono più nel quadro della sofisticatezza tecnologica che dell’eroismo militare (i nuovi eroi della guerra sono gli ingegneri, non i generali), i primi e più importanti bersagli diventano le infrastrutture energetiche, da cui dipendono non solo le economie militari ma la stessa economia degli Stati.

Allora il petrolio e il gas, oltre a rappresentare un bottino – lo abbiamo visto nel caso del Venezuela – rappresentano anche la prima delle strategie destabilizzanti messe in atto lungo il tavolato del Golfo. E quando Israele colpisce

il giacimento di gas di South Pars, di co-proprietà iraniana-qatariota, l’Iran non può che rispondere mirando alle infrastrutture energetiche del Golfo. In questo modo gettando in uno stato di «doppia schizofrenia» il Qatar (a

Stretto di Hormuz 20-25%

Attraverso lo stretto transita circa il 20-25% del petrolio mondiale via mare, pari a 20 milioni di barili al giorno.

19%

Da qui passa quasi tutto il gas naturale liquefatto (GNL) del Qatar e degli Emirati, pari a circa il 19% del commercio globale di GNL.

33-39 Km

Nel punto più stretto misura 18-21 miglia nautiche (33-39 Km) con due canali navigabili di 2 miglia ciascuno: un vero «collo di bottiglia».

3,5-5,5 milioni

Gli oleodotti che aggirano Hormuz possono trasportare solo 3,5-5,5 milioni di barili al giorno, molto meno dei 20 milioni che lo attraversano quotidianamente.

Fonti: U.S. Energy Information Administration e International Energy Agency, Nautica Report

seguito del bombardamento dell’immenso hub di gas naturale liquefatto di Ras Laffan) e devastando gli impianti e le raffinerie emiratine, kuwaitiane e saudite come se appartenessero a stati «tradizionalmente» nemici. Oltre, naturalmente, a bloccare lo stretto di Hormuz, il cui controllo determina una larga parte dell’economia del pianeta legata allo smercio petrolifero.

A questo punto la domanda sorge naturale: perché le monarchie del Golfo non insorgono militarmente contro l’Iran? Perché continuano a prediligere la soluzione diplomatica? Per paura, per prudenza, per preservare l’equilibrio economico e sociale dei propri Stati? O perché sono presi in un cappio da cui è impossibile districarsi?

Di fatto la guerra in corso – con la Cina che alita nelle retrovie per contenere le brame americane di assedio allo stretto di Hormuz – sembra interessare, nella rappresaglia iraniana, prima di qualunque altro Paese (oltre naturalmente a Israele) gli Emirati Arabi. E non solo perché Dubai è l’emblema della «deterritorializzazione» dell’Occidente satanico e lussurioso (sarebbe una lettura rassicurante, quasi romantica). Gli scenari degli ultimi tempi inducono infatti a ritenere plausibile che gli Emirati siano l’avamposto dell’intelligence americana. Che da Dubai CIA e Mossad muovano i loro tentacoli tecnologici e che, come sostengono alcuni senza portarne le prove, da Dubai siano state diramate le informazioni per eliminare prima Khamenei e poi Larijani. Al di là di questo, non c’è dubbio che Dubai attragga capitali illeciti e soggetti coinvolti in reati finan-

ziari e che il settore immobiliare venga usato per riciclare denaro su larga scala. Gli Emirati Arabi non sarebbero soltanto uno dei tanti (per Teheran, troppi) avamposti delle basi Usa in Medio Oriente, ma gli attori a tutti gli effetti di una «guerra per procura» in cui, oltre alle armi, sono implicati giacimenti di denaro, tecnologie di guerra e sorveglianza e tutti i «proxies» che gli Stati Uniti e Israele hanno dispiegato nella regione per assediare Teheran. Un assedio che, qualora prevalesse la linea di una guerra di logoramento intorno allo stretto di Hormuz, rischierebbe di impantanare, oltre agli Stati Uniti, i Paesi del Golfo e trasformare i «convitati di pietra» Russa e Cina nei soli possibili attori (ma con quali conseguenze?) in grado di dipanarlo.

Perché le monarchie del Golfo non insorgono contro l’Iran? Perché continuano a prediligere la soluzione diplomatica?

Prospettiva che non solo potrebbe rafforzare, ai danni di Usa e Israele, l’immagine di Russia e Cina come unici portatori di un «multipolarismo di pace», ma darebbe loro carta bianca sulla questione ucraina (da una parte) e su quella di Taiwan (dall’altra).

In mezzo a tale sconquasso non dimentichiamo poi due altre possibili «comparse», tra le cui mani potrebbero nascondersi alcune varianti impazzite del conflitto: il Libano (nella fattispecie Hezbollah) e i curdi assiepiati ai confini con l’Iran.

Il Governo libanese si trova tra l’incudine di Israele, che chiede la neutralizzazione totale di Hezbollah per garantire in primis la sicurezza dei suoi cittadini settentrionali, e il martello dello stesso Hezbollah, al cui annientamento l’esercito di Beirut non può però, per il momento, provvedere in nessun modo. La pressione dell’Idf su Hezbollah (a prescindere dalle trattative in corso e dai «dissidenti interni» allo sciismo libanese) non potrà quindi allentarsi se non nel lungo periodo. E qualunque possa essere l’esito degli scontri in atto – pur in presenza delle forze di interposizione Unifil sul territorio – il Libano ne uscirà perdente. Tanto che secondo alcuni analisti, che osservano con preoccupazione anche lo schieramento dei contingenti egiziani ai confini di Rafah, l’unica soluzione per risparmiarlo sarebbe una sconfitta militare.

Quanto alla situazione nel Kurdistan iracheno, i suoi esuli iraniani scalpitano, dopo decennali azioni di guerriglia, per allearsi a un eventuale attacco statunitense via terra. Ma i Guardiani della rivoluzione vigilano e minacciano di polverizzarli. E malgrado i raid aerei israeliani abbiano fomentato, con i loro attacchi alle caserme iraniane disseminate nella regione, gli appetiti curdi di rivolta, sono pronti a replicare a ogni minaccia nel modo più efferato.

Un quadro che, unito alle decapitazioni «eccellenti» del regime di Teheran, rischia oggi non solo di fanatizzare ancor più i contendenti ma di trasformare la polveriera mediorientale in un’ecatombe planetaria.

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Sullo sfondo un cartellone che fa riferimento allo Stretto di Hormuz e che recita «Per sempre nelle mani dell’Iran», Teheran. (Keystone)

La voce femminile dell’intelligenza artificiale

Potentissime ◆ Mira Murati, la leader che guida l’innovazione tra visione creativa e consapevolezza dei limiti della tecnologia

Quando parla, Mira Murati (nella foto) è più concentrata che enfatica: il suo sguardo assorto non vaga mai alla ricerca di approvazione, né si sforza di convincere. Ha infatti già convinto, e da tempo, con la forza delle idee e della sua intelligenza, come dimostra il successo della sua start-up, Thinking Machines Lab (TML), progetto nato dopo l’uscita di Murati da OpenAI, società di cui è stata Chief Technology Officer e poi, brevemente, amministratrice delegata durante la meteorica uscita di scena di Sam Altman. Prima ancora di avere un prodotto, la sua TML ha raccolto 2 miliardi di dollari, poi saliti a 12, resistendo alla corte di Mark Zuckerberg e di Meta che aveva messo sul piatto – notizia smentita ma insistente – un miliardo di dollari per assumere Murati e la sua squadra. Quando lei ha detto di no, il corteggiamento si è fatto attacco a tutto campo: lei si era portata dietro talenti della diaspora di OpenAI e Meta ha iniziato a fare colloqui di lavoro e offerte più che seducenti alle menti migliori del settore, fino a quando non è riuscita a strappare il co-fondatore Andrew Tulloch, ingolosito con un pacchetto economico da 1,5 miliardi di dollari. Murati è una delle pochissime donne nel mondo dell’intelligenza artificiale (l’altra è Daniela Amodei di Anthropic). Ha 37 anni e un percorso professionale insolito per la Silicon Valley: è un’ingegnera che ha lavorato sia nel settore aerospaziale sia in quello dell’automobile, contribuendo anche allo sviluppo della Tesla Model X. Ha quindi un taglio più pratico, più attento alle applicazioni, e una particolarità: nei suoi discorsi non manca mai un riferimento alla questione etica e alla necessità che i Governi, invece di guardare all’intelligenza artificiale come all’invasione degli unni, assumano persone in grado di capirne le evoluzioni e met-

tere a punto le salvaguardie per fare in modo che le conseguenze negative vengano arginate, il fattore umano tenuto presente. «Il rischio zero non esiste», dice Murati nelle interviste mentre sembra che nella testa le passino immagini di quello che potrebbe essere, o quello che sarà, strappandole un sorriso. Per lei l’IA deve essere uno «strumento al servizio dell’umanità e non del profitto» e questo rende meno vertiginoso il discorso per un pubblico che, al di fuori della Silicon Valley, si chiede perché investire in una possibile minaccia autoindotta per il fu-

turo dell’umanità. Mentre alcuni suoi colleghi potrebbero sembrare ragazzini lasciati troppo a lungo da soli nella stanza dei giocattoli, lei ha qualcosa che genera fiducia, e lo sa. Di una discrezione assoluta, di lei si sa che è nata in Albania, a Vlora, nel 1988, in una famiglia di insegnanti in cui lo studio e la curiosità intellettuale venivano stimolati in continuazione. La piccola Mira, nata Ermira, mostra doti fulminanti in matematica, partecipa alle Olimpiadi, vince di tutto e, soprattutto, a 16 anni ottiene una borsa di studio per anda-

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Cosa succedeva quando sono nata/nato?

re a studiare in Canada. Poi si laurea contemporaneamente in Ingegneria al Dartmouth College e in matematica al Colby College, negli Stati Uniti, e dopo una breve esperienza in Goldman Sachs inizia la sua scalata: Zodiac Aerospace, Tesla, Leap Motion, una società che si occupa di realtà aumentata, e infine Open AI, dove entra nel 2018 facendo una carriera rapidissima.

Si sa che nel 2025 si è sposata in Toscana, anche se non si conosce l’identità del marito. Ha raccontato scherzando che sua madre aveva chiesto a

ChatGPT quando la figlia avrebbe finalmente trovato un uomo… Mentre molti dei potenti della Silicon Valley curano in modo quasi ossessivo la propria immagine – t-shirt minimaliste, aria da studenti fuori sede di lusso, tutto pur di non sembrare adulti responsabili – Murati non ha bisogno di costruirsi un personaggio. Le basta essere molto curata, anche perché giovane lo è davvero, e non deve inventarsi un ruolo per farsi notare.

È nata in Albania nel 1988, studia in Canada e negli Stati Uniti. «Fortune» l’ha inserita tra le 50 donne più influenti al mondo

La sua carriera e il suo modo di lavorare sono impressionanti da ogni punto di vista, e lo sarebbero anche se non facesse parte del ristretto gruppo di donne che lavorano nell’intelligenza artificiale come ingegnere, programmatrici o scienziate. «Fortune» l’ha inserita tra le 50 donne più influenti al mondo e, da quando ha fondato Thinking Machines Lab – con un’enfasi sulla collaborazione tra esseri umani e IA – il suo nome è diventato uno di quelli da seguire per capire dove stia andando il futuro. Nei suoi discorsi, invita a pensare a come l’IA possa aiutarci, liberando la nostra creatività. «La società può e deve plasmarla», dice Murati, che prevede un mondo in cui tutto quello che faremo sarà ibrido, una collaborazione proficua, con interi settori cambiati e altri che vedranno nuovi orizzonti, nuove aperture. Bisogna solo stare attenti alle «allucinazioni», spiega nelle interviste con una chiarezza che non è mai pedagogica: IA si comporta come un umano, se è in difficoltà si inventa le cose «e non dice mai non lo so». Questa è la nuova realtà, e Mira ne ha le chiavi.

Novità ◆ Una rubrica per lettrici e lettori di «Azione»: scoprite gli eventi legati alla data del vostro compleanno, qui e nel mondo

«Sono nata il 4 ottobre 1980, nel Locarnese. I miei genitori, svizzero tedeschi e innamorati delle montagne, mi trascinavano su e giù per i sentieri mentre io pensavo solo ai panini nello zaino. Dell’infanzia ricordo poco: forse perché, mentre il mondo là fuori faceva rumore, io inseguivo marmotte immaginarie. Ditemi qualcosa voi!».

Queste le parole di Charlotte, fedele lettrice del nostro settimanale, da cui è nata l’idea di una nuova rubrica: un piccolo viaggio nel tempo per persone curiose, un modo originale per riscoprire cosa accadeva nelle settimane della propria nascita. Per farlo prenderemo ispirazione dalle pagine delle edizioni passate di «Azione», che esiste dall’8 aprile 1938. Partiamo subito da quella del 2 ottobre 1980. Ci cattura subito «Il petrolio – spettacolo» di Piero Selva. L’articolo parla della guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran post Rivoluzione islamica. Vi leggiamo una frase che potrebbe essere stata scritta l’altro ieri: «Dice un quotidiano italiano, “La Repubblica” (…): “il vero pericolo del conflitto è il blocco dello Stretto di Hormuz”. Il vero pericolo di una guerra, sembrerebbe logico, è che diventi sempre più

sanguinosa, che faccia sempre più vittime. Il giornalista invece commette una specie di lapsus rivelatore. Il blocco dello stretto di Hormuz, definito dai cronisti con il linguaggio voluttuoso e vampiresco “la vena giugulare del petrolio verso l’Occidente”, viene presentato effettivamente per quello che “vale”. È il luogo da cui passa il petrolio che alimenta tutte le Nazioni industrializzate. La guerra ha questo “valore” e non un altro». E così – scrive l’autore – quel flagello diventa immagine tecnica: cose, beni, pozzi che vengono distrutti. E chissenefrega del dolore e della disperazione umana. Noi «abbiamo bisogno del petrolio, lo vogliamo a ogni costo, non vogliamo e non siamo in grado di modificare i nostri consumi, la nostra “civiltà”». Chi muore, muore. L’importante è che ci lascino libera la «vena giugulare».

Sulla stessa edizione anche un articolo sulle elezioni tedesche del 5 ottobre, che vedono confrontarsi per la Cancelleria Strauss (CDU/CSU) e Schmidt (SPD), e mette in evidenza il fenomeno della propaganda eccessiva – modellata sul modello americano – con tanto di manifesti volgari poi vietati e simboli di partito stampati «sulla biancheria intima vendu-

ta negli innumerevoli sex shop delle grandi città».

Poi si parla di droga in Ticino (scusaci Charlotte, gli argomenti non sono certo leggeri): ecco un servizio a cura di Carla Baroni e Luciana Caglio, allora redattrice responsabile del nostro settimanale. In particolare viene presentata una novità: il primo centro di accoglienza ad hoc in arrivo a Lugano. «Una specie di pronto soccorso a disposizione dei drogati bisognosi di assistenza materiale, psicologica e umana». Il problema è capire dove aprirlo: gli abitanti dei quartieri centrali non ne vogliono sapere, ne va della loro «tranquillità» e dell’immagine turistica della città. Ma le giornaliste fanno notare: «i giovani drogati (…) esistono comunque. Visibili o invisibili, appartengono alla nostra realtà e su questa realtà influiscono. Anche in questo caso, la politica dello struzzo non servirebbe a niente». Leggiamo anche di diabete «malattia della nostra epoca» e dell’Assicurazione contro la disoccupazione: «la legge è pronta ma non garba a tutti». Curiosità: alla fine di agosto 1980, in Svizzera, i disoccupati erano 4’683, ovvero «lo 0,2% della popolazione attiva».

Saltiamo poi all’edizione del 9 ottobre 1980: «Il Consiglio nazionale tornerà a dibattere lo spinoso problema dell’aborto». Due proposte erano già state bocciate, narra un articolo: nel 1977 (non punibilità se praticato nelle prime 12 settimane) e nel 1978 (in presenza di un’indicazione medica, per malformazioni del feto, se la gravidanza è frutto di una violenza o per stato di angustia della gestan-

te). Si dovrà attendere il 2002 affinché l’interruzione volontaria di gravidanza entro le prime 12 settimane sia legalizzata.

Concludiamo con una nota positiva dal titolo «Sesto grado e femminismo», recensione del libro Donne in cordata di Cicely Williams, alpinista inglese e socia del Club Alpino Svizzero femminile: una «mirabolante storia delle imprese compiute dalle donne in montagna in tutto il mondo». Saggio che contiene anche la voce Silvia Metzeltin-Buscaini, luganese che vive in Italia, ricercatrice e alpinista di rilievo, che descrive le difficoltà delle donne – la società le vuole solo «mogli e madri, esemplari se possibile» – in un ambiente prettamente maschile. L’autore Franco Villa ricorda che solo da quell’anno le donne possono diventare socie del Club Alpino Svizzero, e che in Italia il veto all’ammissione femminile nel Club Alpino Accademico è caduto appena due anni prima.

Charlotte è stata la prima. Chi vuole essere la prossima storia? Scrivi a info@azione.ch con intestazione «Il mio compleanno»: raccontaci un dettaglio di te e noi ti restituiremo un frammento del tuo mondo.

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Prigionieri e schiavi nella Repubblica Dominicana

Reportage ◆ La condizione dei braceros haitiani tra piantagioni di canna da zucchero, bateyes, sfruttamento e deportazioni

Vedo uno dei lavoratori haitiani, chiamati comunemente braceros, piegato sotto al sole cocente, impegnato a compiere in modo meccanico sempre lo stesso movimento: alzare il braccio con il machete e colpire la canna da zucchero alla base. Il suono della lunga e affilata lama che si abbatte sulle canne da zucchero è sordo e profondo. La sua fronte è imperlata di sudore e il respiro è affannoso. La produzione di zucchero rimane un settore storico e rilevante dell’agricoltura dominicana (insieme ad altri comparti come quello turistico e dei servizi). Le piantagioni di un colore verde smeraldo si perdono a vista d’occhio. Chilometri e chilometri di canne che si muovono leggere al soffio del vento. Il raccolto viene fatto a mano e molti lavoratori sono haitiani irregolari, vestiti di stracci, le mani callose, stivali di gomma ai piedi e occhi spenti. Un lavoro massacrante – denunciano Ong e osservatori internazionali – per uno stipendio da fame che si aggira sui 140 franchi mensili, lavorando sette giorni su sette per 12 ore al giorno.

I bateyes sono fatiscenti agglomerati di case cresciuti attorno alle piantagioni, dove vivono i braccianti

Alcune stime parlano di circa 200’000 haitiani, in larga parte irregolari, che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero e senza di loro la coltivazione avrebbe un crollo verticale per la totale mancanza di mano d’opera a basso costo. Stessa cosa per altri settori – dall’agricoltura, alle costruzioni e al turismo – che portano il numero totale di migranti intorno ai 700’000. Si tratta di stime necessariamente approssimative, poiché il flusso di lavoratori haitiani verso la Repubblica Dominicana è continuo e di natura strutturale. Le precarie condizioni di vita ad Haiti, le continue e feroci violenze tra le bande di criminali che si contendono il Paese, l’insicurezza alimentare e la continua instabilità politica spingono molti uomini, donne e bambini ad attraversare il confine e cercare un futuro, immaginato migliore rispetto al luogo d’origine, in quella parte dell’isola conosciuta ovunque per il turismo, le sue spiagge, il mare cristallino.

Ma è una pura illusione, perché la vita di un haitiano nella Repubblica Dominicana è sempre stata segnata da condizioni di quasi schiavitù: lavori estremamente sottopagati, assenza dei più elementari diritti umani, abitazioni fatiscenti, negazione della cittadinanza ai bambini nati su questo lato dell’isola, che li rende apolidi. A tutto questo si aggiungono una xenofobia e un razzismo costanti: in modo dispregiativo, gli haitiani vengono spesso chiamati negro o congo. Ma se tutto questo era già difficilmente sop-

portabile, la situazione è peggiorata negli ultimi anni, rendendo la vita degli haitiani un inferno.

La politica del Governo dominicano è improntata a una repressione sempre più dura nei confronti dei migranti. Nel 2022 il presidente Luis Abinader ha avviato la costruzione di un muro lungo 160 chilometri lungo il confine con Haiti e nel marzo 2024 ha dichiarato al programma HARDTalk della BBC: «Non fermeremo le deportazioni verso Haiti né autorizzeremo dei campi profughi nel nostro territorio». A partire dal 2025 il Governo ha varato un ampio pacchetto di misure restrittive contro la migrazione irregolare, con la conseguenza che solo nell’ultimo anno oltre 200 mila haitiani, compresi molti minorenni, sono stati arrestati dalle autorità e trasferiti forzatamente verso il confine. Tutto mascherato da motivi che vanno dal proteggere la popolazione dominicana dalla violenza delle bande haitiane, al

contrabbando di droga e alla tratta di esseri umani, creando un clima di terrore e di caccia alle streghe. La conseguenza? Gli haitiani vivono con la costante paura di essere catturati, non avendo nessun documento di identità dominicano (quasi impossibile da ottenere). La polizia gira per le città alla ricerca dei clandestini e una volta individuati li carica con forza e violenza sulle camionette. Qualcuno riesce ad ottenere la libertà pagando mazzette alla polizia che si lascia corrompere. Ma per molti la sorte è segnata con l’arresto e poi il trasferimento verso il confine.

La repressione coinvolge anche il personale degli ospedali, costretto a denunciare gli irregolari che si presentano per un qualsiasi tipo di cura: così le donne haitiane, per paura di essere arrestate, sono costrette a partorire nelle loro case con tutti i rischi che questo comporta. Varie associazioni laiche e religiose hanno denunciato

Se gli uomini iniziano a lavorare alle 5 del mattino, senza mai fermarsi per 12 ore, nei bateyes (vedi immagine in basso) rimangono solo le donne, i vecchi e i bambini. (Baldelli)

la totale violazione dei diritti umani, con arresti arbitrari e indiscriminati da parte delle autorità dominicane. Abbiamo visto con i nostri occhi la condizione degli haitiani, visitando i campi di canna da zucchero e i bateyes, fatiscenti agglomerati di case cresciuti attorno alle piantagioni dove vivono. Luoghi in cui si comprende come le misure anti-haitiane siano in realtà un ulteriore strumento di sottomissione e assoggettamento degli immigrati. Se gli uomini iniziano a lavorare alle 5 del mattino, senza mai fermarsi per 12 ore, tagliando la canna e caricandola su grandi rimorchi di metallo trainati da buoi, un lavoro faticoso, da schiavo, il più delle volte svolto in silenzio e aspettando solamente che arrivi presto la fine del giorno, nei bateyes rimangono solo le donne, i vecchi e i bambini. Molti di questi centri hanno l’acqua corrente da poco mentre l’elettricità è praticamente inesistente, poche scuole, nessun presidio medico. In tutti i casi un misto di rassegnazione e sottomissione pervade l’aria. Ma per assurdo, sono gli unici posti sicuri per i migranti, dove la polizia non arriva. Sono diventati l’unico ambiente dove hanno la certezza di non essere arrestati. Incontriamo frate Miguel Angel Gullon Perez, teologo asturiano dell’Ordine dei Domenicani, che vive nell’isola da più di 25 anni. Direttore della radio comunitaria «Radio Seibo», lotta per i diritti umani di campesinos e braceros haitiani. «Ora, per i migranti haitiani, insieme alla mancanza di diritti umani e dignità si è aggiunta una condizione psicologica: la sindrome di Stoccolma», mi dice con voce pacata ma decisa, lo sguardo sereno e le braccia conserte. «I braceros e le loro famiglie,

davanti al pericolo di essere deportati, si difendono rintanandosi nelle prigioni a cielo aperto che sono i bateyes, perché troppo lontani dalla città, ma soprattutto, perché arrestare e deportare i tagliatori di canna da zucchero dai loro agglomerati vorrebbe dire eliminare una mano d’opera a basso costo e totalmente asservita, utile per le due grandi aziende private dello zucchero del Paese, la Central Romana e CAEI, riconducibile all’orbita del potente gruppo economico Vicini».

Le haitiane, per paura di essere arrestate, sono costrette a partorire nelle loro case, con tutti i rischi che questo comporta

A conferma di queste parole e delle loro conseguenze esistenziali ci fermiamo a parlare con Elien, una giovane mamma che vive in un batey. È seduta davanti alla sua piccola casa, dignitosa e pulita nonostante la muffa sui muri e sul tetto, le pareti scrostate e il pavimento di cemento. Ci sono una stanza da letto con una piccola finestra dove dormono lei, il marito e le due figlie piccole e una cucina con un tavolo sbilenco e varie pentole appese al muro. È avvolta in un vestito verde e i capelli sono raccolti in un foulard che ha conosciuto tempi migliori. «Quello che desidero più di tutto – dice – è avere la carta d’identità dominicana, così che finalmente possa andare in giro libera e senza paura. Ma è praticamente impossibile ottenerla. Ora non posso andare da nessuna parte, non posso lavorare, sto vivendo come una carcerata. Vivere così è un inferno».

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La protesta di Zehra L’artista e giornalista curda Zehra Dogan continua a fare parlare di sé, scegliendo un dissenso che obbliga a riflettere

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Cannes senza Italia in concorso Alla 79esima edizione del Festival del cinema, spazio a produzioni internazionali e coproduzioni svizzere nei programmi collaterali

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Duane Michals e la sequenza di pensieri A SpazioReale di Monte Carasso la mostra dedicata al fotografo americano che trasforma la fotografia in linguaggio narrativo e mentale

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Van Dyck, tra Anversa Genova e Londra

Mostre ◆ A Palazzo Ducale una grande mostra celebra il pittore fiammingo che in Italia reinventò il ritratto

«Grande per la Fiandra era la fama di Pietro Paolo Rubens, quando in Anversa nella sua scuola, solleuossi un giouinetto portato da così nobile generosità di costumi, e da così bello spirito nella pittura, che ben diede segno d’illustrarla, e accrescerle splendore in quella dignità, e eccellenza alla quale il maestro l’haveva inalzata…». Così Giovanni Pietro Bellori, nel suo Le Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, del 1672, descrive il giovane pittore fiammingo Antoon Van Dyck (Anversa 1599 – Londra 1641), discepolo di Rubens, che ben presto emulerà – per non dire «supererà» – il maestro, fino a diventare il più famoso ritrattista d’Europa.

Ed eccolo qui, il giovinetto, che mi osserva immobile, nella prima opera in cui mi imbatto appena varcata la soglia della mostra Van Dyck, l’Europeo, ospitata nel Palazzo Ducale di Genova. È il primo, straordinario, autoritratto del pittore, eseguito quando ha appena quindici anni (più avanti rimarrò a bocca aperta davanti al Ritratto di gentiluomo, dipinto addirittura l’anno precedente).

Discepolo di Rubens, Van Dyck riuscì presto a superare il proprio maestro, diventando il più famoso ritrattista d’Europa

C’è qualcosa che ti trattiene, davanti a quel volto. Non è solo la bravura, sorprendente per un ragazzo così giovane. È una consapevolezza sottile, quasi inquieta. Come se quel ragazzo sapesse già dove sarebbe arrivato o, forse più semplicemente, sapesse guardare davvero.

La mostra parte da qui. Da questo sguardo, rapido, che Antoon rivolge all’osservatore, come se avesse fretta di essere già altrove, di crescere, di misurarsi con il mondo. E il mondo, in effetti, l’aspetta.

È lo stesso sguardo di un pittore giovane, ma già pienamente formato, che ritrovo subito dopo nelle prime opere realizzate ad Anversa: nel Sansone e Dalila, per esempio, intenso e teatrale, ancora segnato dalla lezione di Rubens, o nelle allegorie come il Chronos che taglia le ali a Cupido, dove il tempo prende forma e si fa forza che consuma bellezza e amore.

L’eccezionale esposizione di Palazzo Ducale – la più completa degli ultimi decenni dedicata all’artista fiammingo – raccoglie una sessantina di opere provenienti dai maggiori musei europei: dal Museo del Louvre al Prado, dalla National Gallery agli Uffizi, fino ai Musei Reali di Torino e altre rinomate fondazioni e collezioni internazionali. È un percorso ampio, articolato, che restituisce non solo il ritrattista, ma l’artista nel-

la sua interezza: allegorico, religioso, teatrale.

Passo dopo passo, mi ritrovo a seguire gli spostamenti di Van Dyck in Europa – Anversa, Genova, Londra – le tre città che ne plasmano lo stile. Ad Anversa, l’ombra potente di Rubens; in Italia, l’invenzione di un nuovo linguaggio aristocratico; a Londra, la consacrazione presso la corte di Carlo I d’Inghilterra. I primi dipinti sono più intensi, più carichi. Poi, con l’arrivo in Italia, tutto si fa più leggero, più elegante. Le figure si allungano, i gesti si fanno più naturali. Infine, a Londra, alla corte di Carlo I, i ritratti diventano più solenni, costruiti per rappresentare il potere.

Quella di Van Dyck è una trasformazione continua ed è proprio a Genova che tutto si compie. Per capirlo bisogna uscire – alme-

no con la mente – dal Palazzo Ducale e perdersi nella città. Nei carruggi dove il sole fatica a entrare, tra pietre umide e odore di mare. Poi risalire, all’improvviso, verso la verticalità luminosa di Via Garibaldi, l’antica Strada Nuova, una ferita aperta nel tessuto medievale, voluta nel Cinquecento per esibire la ricchezza delle grandi famiglie. Qui, nei palazzi dei «Rolli» – oggi patrimonio UNESCO – Genova mette in scena sé stessa. Un sistema raffinato, quasi teatrale, in cui le splendide dimore aristocratiche venivano sorteggiate per ospitare sovrani, ambasciatori, principi. Un albergo diffuso ante litteram, ma riservato all’élite del mondo in visita a quella che allora è una delle capitali finanziarie d’Europa, nodo di reti bancarie che collegano Madrid, Anversa, il Mediterraneo. È una città relativa-

mente piccola, la «Signora del mare», ma potentissima, capace di fare della rappresentazione del prestigio una necessità.

È questo il mondo che Van Dyck trova arrivando a Genova nei primi decenni del Seicento: una repubblica ricchissima, fondata sul denaro più che sui titoli, dove le famiglie patrizie affidano alla pittura il compito di costruire la propria immagine.

Ed è qui che il grande fiammingo reinventa il ritratto.

I ricchi genovesi immortalati nei suoi dipinti non sono semplicemente individui, sono costruzioni simboliche, che emergono dall’ombra come apparizioni. È la nuova aristocrazia del denaro – banchieri, mercanti –che si autorappresenta come dinastia, come continuità, come potere stabile.

Mi soffermo di fronte al grande dipinto dei tre bambini Giustinia-

ni Longo – Alessandro, Vincenzo e il piccolo Francesco Maria – sono già uomini in miniatura, immobili nella loro grazia composta, attraversati da simboli che parlano di vita e di morte. L’uccellino stretto tra le mani, i corvi in primo piano: ogni dettaglio ha un significato.

Poi la dama genovese, probabilmente Maria Chiavari Durazzo, seduta tra colonne e tappeti, avvolta in sete e perle. Non è solo un ritratto: è un modo per affermare il proprio rango, la propria posizione.

E ancora le donne vestite di nero, che non sempre è il colore del lutto: a Genova il nero è anche eleganza. Ma basta un dettaglio – una cuffia appena appuntita sulla fronte – per raccontare una storia diversa.

Qui il ritratto cambia natura. Non rappresenta soltanto una persona: costruisce un’identità.

Eppure, sotto questa perfezione, si avverte una lieve inquietudine. Come se quei volti, così sicuri, stessero già scivolando via. Come se il potere che mostrano fosse, in fondo, fragile. Ed è questa tensione, questa ambiguità, a rendere i ritratti di Antoon Van Dyck moderni.

La mostra presenta anche un altro lato del pittore: quello delle opere religiose. Il San Sebastiano, la Cattura di Cristo, la Madonna con Bambino. Qui il tono cambia. Le immagini diventano più intime, più dirette. Non tengono a distanza: coinvolgono. Lo spettatore non resta fuori. Entra nella scena.

E allora il percorso si fa più profondo. Non è più solo una mostra. Diventa un’esperienza.

Genova, in questo, resta sempre presente anche quando non si vede. Nei marmi, nelle architetture, nei dettagli. Una città costruita come un’immagine, grazie anche a mani venute da lontano – architetti, scultori, maestranze delle terre ticinesi [i]– che hanno scolpito nella pietra quella stessa idea di grandezza che Van Dyck in quegli anni traduce in pittura.

Uscendo dal Palazzo Ducale di Genova, la città mi sembra diversa. O forse sono io a guardarla con occhi diversi. I carruggi, le facciate, le lapidi, i nomi incisi nella pietra: tutto mi appare come parte di un racconto più ampio, che attraversa i secoli e continua a parlarci. Come ha fatto quel «giouinetto», di cui ora ammiro le opere con uno sguardo completamente nuovo. [i] Cfr. Azione, 22 maggio 2023

Dove e quando Van Dyck l’Europeo, Genova, Palazzo Ducale, fino al 19 luglio 2026. Orari: tutti i giorni 7.00-23.00. Info: www.palazzoducale.genova.it

Romano Venziani
Van Dyck, Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo, 16261627, olio su tela, cm 219 × 151 (© The National Gallery, London. All rights reserved)

Intensity,

Il sangue, il corpo e il dolore della morte

Arte e protesta ◆ Il difficile racconto della curda Zehra Doğan

Guardatela, guardatela bene Zehra Doğan. Fiera, con lo sguardo intenso, i capelli corvini mossi, il naso squadrato, la bocca ritagliata nel marmo. Guardatele la siyala verticale sul mento, quel tatuaggio tribale simbolo di forza e bellezza che dona energia e fertilità. Guardatele gli occhi neri sfavillanti. «Non vedete voi il cor negli occhi miei…» scrive Petrarca nel Canzoniere. Il suo cuore è impavido, forte, come quello splendido delle soldatesse curde con il loro fucile sotto braccio mentre lottano per la libertà e la sopravvivenza.

I geografi arabi del X secolo tracciano già sulle loro mappe la terra dei curdi. Da quel momento la loro identità è definita, dalla lingua al territorio. Più tardi gruppi curdi hanno ruoli diversi, anche militari, all’interno degli imperi. Durante la Prima guerra mondiale, alcune milizie curde partecipano alle violenze contro gli armeni nell’ambito del genocidio perpetrato dall’Impero ottomano, mentre altri curdi offrono aiuto e protezione. Da allora la richiesta di un Kurdistan autonomo rimane ai margini dei vari trattati come quello di Sèvres del 1920 e di Losanna del 1923. Sono circa 35 milioni sparsi fra Turchia, Iran, Siria e Iraq. Ovunque formano un esercito paramilitare come i peshmerga in Iraq. Il Rojava è una regione autoproclamatasi autonoma. Dopo il colpo di stato in Turchia del 1980 molti sono andati in Europa e Usa (fonte: Christian Grataloup, Atlante storico mondiale).

Quando viene incarcerata, la curda Zehra dipinge con quello che ha a disposizione, dal caffè al sangue alla rucola

Perché ci piace Zehra Doğan? Soprattutto perché è un’artista e una giornalista scomoda. Lotta con le mani e con le unghie senza genuflettersi, senza implorare, senza sollecitare, senza richiedere aiuti, permessi… Ne abbiamo già parlato brevemente su queste pagine il 4 giugno 2018 per chiederne la libertà nell’attesa di una sua esposizione. Da allora ne ha fatte diverse. Nel maggio 1919 la Tate Modern ospita una sua installazione e fino al 16 maggio 2026 il Museo d’arte contemporanea di Termoli presenta una serie di suoi lavori.

Nasce a Diyarbakir nel 1989 in Turchia. Si diploma in arte e design all’università Dicle della sua città. È fra le fondatrici dell’agenzia di stampa Jinha chiusa dal governo turco nel 2016. Come giornalista nel 2015 riceve il premio Metin Göktepe, il giornalista morto dopo le torture della polizia nel 1996. Premio conferito per aver raccontato la storia delle donne Yazide,

considerate eretiche da Daesh. Uccise, schiavizzate, vendute sul mercato dei corpi. Il 21 luglio 2016 viene arrestata per quattro mesi per un disegno e alcuni scritti sui bombardamenti a Nusaybin, città turca a maggioranza curda. In carcere scrive: «Mi sono persa nell’azzurro infinito del cielo. Sono salita su una nuvola per correre verso il mare». Secondo l’Onu fra i 355’000 e i 500’000 abitanti di Nusaybin sono dovuti fuggire e il 70% degli edifici sono stati distrutti. Non si conosce il numero dei morti.

Il 20 luglio 2016 da Nusaybin riporta: «Pensavano che di fronte ai carri armati che si avvicinavano i manifestanti si sarebbero dispersi. Ma il popolo era determinato. Nessuno si è mosso. Allora sono passati sopra le persone, decine di persone. Quello che doveva succedere è successo, le persone si sono fatte schiacciare. Sento ancora il rumore delle costole che si rompevano».

Il 23 febbraio 2017 viene di nuovo imprigionata e condannata a 2 anni e 9 mesi. Dal 2019 risiede a Londra. Nel 2017 l’associazione svizzera Frei Denken le assegna il Freethinker Prize e nel 2018 la Deutscher Journalisten Verband le dà il premio Spring of Press Freedom. Non li può ritirare perché in carcere. Nel 2019 riceve il premio Index on Censorship Freedom of Expression per i suoi lavori artistici. Il 30 novembre 2016 sempre dal carcere si chiede: «Gli artisti e le artista che sono schiavi e lacchè del potere sono veri artisti o vere artiste?». Citiamo alcuni nomi di artisti soppressi: ad Algeri l’illustratore Dorbane; Brahim Guerbi viene gettato vicino a casa con le mani legate dal filo di ferro e la gola squarciata; l’illustratore Said Mek-

Dutoit a Pentecoste

Concerti ◆ Il grande direttore tedesco dirigerà i concerti del 23 e 24 maggio al Lac di Lugano

Enrico Parola

I Titani dominano i due concerti che segnano quest’anno l’ormai tradizionale ciclo «Osi a Pentecoste». Prometeo, figura mitologica che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini; Beethoven, non a caso definito anche «il Prometeo della musica», colui che rivoluzionò il ruolo e la figura del compositore, e ancor di più il ruolo e la valenza della musica verso il mondo non solo musicale; Charles Dutoit, uno dei direttori più longevi, ammirati e richiesti degli ultimi decenni, tante volte applaudito sul podio dell’Orchestra della Svizzera Italiana.

Se l’appuntamento di sabato sera si aprirà col Concerto per violino di Beethoven, affidato allo specialista Frank Peter Zimmermann, quello della domenica mattina prenderà il via dall’ouverture de Le creature di Prometeo, le musiche scritte nel 1801 da Beethoven per l’omonimo balletto del grande Salvatore Viganò. Un balletto noto soprattutto perché il tema dell’ultima scena è lo stesso che pochi anni dopo il musicista riprese per il finale della sua terza sinfonia, l’Eroica e per una serie di Variazioni pianistiche.

bel ucciso con una pallottola in testa… In carcere Zehra dipinge. Con il caffè e le sue macchie, con i giornali, con il sangue mestruale, con i capelli. Scrive Elettra Stamboulis: «Sono i corpi che chiedono di essere presenti nelle opere dell’artista… La prigionia dei sogni non è metaforica». Nel 2017 nel carcere di Diyarbakir realizza piccoli gioielli con la buccia di melograno, il caffè e il succo di rucola: esplosioni di colore nel quale si intravedono personaggi inquietanti e contorti. L’anno seguente per il ciclo Kanli Bir Gün: giorno di sangue con la matita, il sangue mestruale e il succo di rucola le persone disegnate si contorcono distorcendosi e il colore rossastro le inonda sino a confonderle. La sua mente vola in alto con le nuvole verso il mare e nel ciclo Denidze bir Gün: Un giorno al mare, realizzato con sangue mestruale e vernice rubata dal deposito del carcere, le esplosioni di rosso e blu diventano schegge che nuotano e si spandono verso l’altrove. I mostri appaiono comunque come tali, inquietanti, irreali, spaesanti, deformanti come in Bilinmeyen: sconosciuto del 2018 realizzato con succo di melograno, caffè, curcuma, cenere di sigaretta e matita su lembo di camicia. Scrive Zehra: «In una visione strumentalizzata in cui l’urina, il sangue mestruale e altre sostanze corporee che produciamo sono classificate come rifiuti, le autorità politiche e religiose inducono una percezione di disgusto, una moralità artificiale e manipolata. Attraverso questo disgusto organizzato si stabilisce una distanza, che diventa la regola di separazione tra un essere umano e la presenza tangibile del proprio corpo».

Dopo Beethoven, risuonerà al Lac la Symphonie Fantastique di Hector Berlioz. È stato lo stesso Dutoit a sottolineare il legame profondo tra i due autori: «A Parigi, nel 1825, furono eseguite tutte le sinfonie di Beethoven in una memorabile serie organizzata dalla Società dei Conservatorio, diretta da François-Antoine Habeneck. In sala era presente Berlioz, che ne ricavò un’impressione fortissima e profon-

Concorso

«Azione» mette in palio alcuni biglietti per il Concerto di Pentecoste dell’OSI che avrà luogo domenica 24 maggio 2026 (ore 11:00) al L AC di Lugano. Per partecipare inviate una mail a giochi@azione.ch (oggetto: «Dutoit») entro martedì 19 maggio 2026. Buona fortuna! www.osi.swiss

dissima. A quei tempi non c’erano le radio, i dischi, YouTube e Spotify, la musica si ascoltava solo dal vivo, e allora Berlioz sentì per la prima volta quella musica incredibile, capì soprattutto che stava ascoltando un nuovo tipo di sonorità musicale, Immediatamente decise di comporre la sua sinfonia». Una sinfonia detta «Fantastica» perché racconta le visioni, appunto fantastiche, di un fumatore d’oppio, tra cui un Sabba di streghe e una marcia al patibolo, tra echi bucolici e rintocchi apocalittici del Dies irae gregoriano. Dutoit ha confessato che spesso «è più facile dirigere l’opera perché la musica segue le parole e l’azione scenica, quindi è evidente il messaggio che vuol comunicare, mentre nella musica solo strumentale bisogna fare uno sforzo mentale per immaginarsi un percorso e un messaggio». Questo vale anche nel capolavoro di Berlioz, nonostante abbia un programma minuziosamente indicato: «Ci sono titoli, ci sono indicazioni, ma non certamente nota per nota, quindi bisogna riempire i contorni di un disegno potente e grandioso con la propria fantasia e immaginazione».

Il maestro, nativo di Losanna e prossimo ai novant’anni (li compirà il 7 ottobre), sottolinea soprattutto le sonorità di quest’opera, perché «Berlioz scrisse un trattato di orchestrazione, molto corposo, una sorta di Bibbia per ogni compositore dell’Ottocento; però, mentre i compositori romantici, per tutto l’Ottocento, scrissero brani segnati da un grande pathos, Berlioz optò per un suono classico, che proveniva direttamente dal suono di Beethoven; usava strumenti nuovi, attinti dal mondo del teatro lirico, ma il suono era classico, non era il suono che sarebbe stato nei decenni seguenti di Ciajkovskij o di Rachmaninov». All’inizio non riscosse grande successo, «perché i francesi sono educati con Cartesio, col “Cogito ergo sum”, “Penso, dunque sono”, ogni cosa deve essere provata. Ma nel 1830 Victor Hugo scrisse Ernani e Berlioz la Fantastica, e il romanticismo entrò anche in Francia».

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Charles Dutoit sarà protagonista al Lac il 23 e il 24 maggio (ore 11.00). (Aline Paley)
Zehra Dogan al Museo Macte. (Gianluca Di Ioia)

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Cannes affollata di star, ma senza l’Italia

Cinema ◆ Alla 79esima edizione, un po’ di Svizzera e grandi nomi internazionali, da Barbra Streisand a Cate Blanchett

Nicola Mazzi

All’Italia non resta che aggrapparsi agli abiti d’autore indossati da Monica Bellucci (nel cast del film francese Histoires de la nuit) e ad altre presenze saltuarie nei vari concorsi. Ma nessuna opera della vicina Penisola è stata scelta dai selezionatori del concorso principale, ma neppure per quelli secondari. La 79esima edizione del Festival di Cannes ha dunque snobbato l’Italia. Un fatto più unico che raro perché negli ultimi dieci anni la presenza dei film tricolore sulla Croisette era stata costante. Qual è la ragione? Difficile dirlo. C’è chi – paragonandolo alla mancanza dell’Italia dai Mondiali di calcio – evidenzia una crisi del cinema italiano. Altri, invece, ai ritardi nell’erogazione dei fondi pubblici che hanno posticipato diverse produzioni, anche se il delegato generale del Festival, Thierry Frémaux, ha affermato in modo lapidario: «Non abbiamo visto film che meritassero di essere in competizione. Non è grave. Può succedere e i film torneranno». E la Svizzera? Meglio dell’Italia. Non che il cinema nostrano sia in una fase di particolare spolvero, ma qualche produzione e coproduzione – anche se non nel concorso principale –sarà presente. Nel secondo concorso per importanza (Un certain regard ) sarà presentato I’ll Be Gone in June della regista Katharina Rivilis (una coproduzione Germania/Svizzera).

Inoltre, si potrà vedere Dua, diretto da Blerta Basholli (nella Settimana della critica), Virages di Céline Carridroit e Aline Suter (in concorso nella sezione Acid ), la coproduzione Gabin di Maxence Voiseux (nella Quinzaine) e il cortometraggio nella Settimana della critica I Think you Should be Here di Anna-Marija Adomaitytė ed Elie Grappe.

Andando oltre il derby, occorre dire che il festival francese (in programma da ieri 12 maggio fino al 23 maggio) deve fare a meno anche delle grandi produzioni hollywoodiane. Non delle star, ma dei «filmoni» che di solito si presentano sulla Croisette prima di iniziare la programmazione nelle sale. Alcuni osservatori collegano l’assenza alla complicata situazio-

Uno dei tanti momenti fashion nella storia del Festival di Cannes: Leonie Hanne, nel 2021, con un vestito bianco monospalla plissettato con effetto shimmer del brand Tony Ward. (Daniele Cifala)

ne geopolitica che stiamo vivendo in questi mesi (le relazioni tra Francia e Usa non sono idilliache). Altri, invece, ricordano il braccio di ferro che il festival sta facendo con Netflix dal 2018, quando introdusse una regola che impone la distribuzione nelle sale cinematografiche francesi per i film in concorso, norma che Netflix non rispetta, preferendo lo streaming

Esclusa per il mancato passaggio in sala, Netflix resta attrice di un braccio di ferro che incide sulla presenza dei grandi titoli

Le star comunque non mancheranno sul tappeto rosso più importante al mondo. A partire da un pezzo da novanta come Barbra Streisand che riceverà la prestigiosa Palma d’Oro onoraria alla fine della kermesse. Mentre all’inizio, cioè ieri 12 maggio, è toccato a Peter Jackson ritirarla. Il regista neozelandese è stato infatti pre-

miato in occasione di un anniversario importante: 25 anni fa, il 13 maggio 2001, proprio sulla Croisette vennero svelate le prime immagini de Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello, dando il via al successo mondiale della saga che portò a 17 Oscar e a 3 miliardi di dollari al botteghino. Due altre attrici internazionali come Cate Blanchett (già presidentessa di giuria nel 2019) e il premio Oscar Tilda Swinton saranno protagoniste di due attesi incontri con il pubblico. Altre star, anche americane, saranno presenti con progetti personali. È il caso di John Travolta al suo debutto dietro la macchina da presa con Propeller One-Way Night Coach, un racconto autobiografico sulla sua passione per il volo. Così come il noir Diamond di Andy Garcia interpretato da Brendan Fraser, Dustin Hoffman, Bill Murray, Vicky Krieps e lo stesso Garcia. Destano curiosità due progetti: il primo è un documentario sull’ultima intervista a John Lennon di Steven Soderbergh. Il secondo –

a firma Ron Howard – è sempre un documentario, ma sul fotografo Richard Avedon. Non mancheranno poi altre presenze importanti da tutto il mondo: Penelope Cruz presenta La bola negra, mentre il marito Javier Bardem The Beloved. Tra le abituali della Croisette, anche Léa Seydoux e Virginie Efira che porteranno entrambe due film in concorso. Pure la superstar francese Marion Cotillard porterà due film, ma entrambi fuori concorso: Karma del marito Guillaume Canet e Roma Elastica di Bertrand Mandico. Non mancheranno neppure due icone del cinema transalpino, come Isabelle Huppert e Catherine Deneuve, e un’altra di quello statunitense, come Glenn Close. Si potrebbero citare anche Michael Fassbender, Rami Malek (il Freddie Mercury del film sui Queen), Gillian Anderson (la star di X-Files) o la modella e attrice Cara Delevingne, ma faremmo un torto a tanti altri. Il tutto per dire che la parte glamour, così importante per un festi-

val come Cannes, non subirà l’assenza dei blockbuster E veniamo ai film del concorso. Senza l’Italia e tralasciando i film di casa che tradizionalmente sono sempre in buon numero, a dominare la scena sono la Spagna e il Giappone con tre produzioni ciascuno, con pezzi da novanta come Pedro Almodovar, Hirokazu Kore-eda e Ryusuke Hamaguchi oltre alla giovane promessa iberica Rodrigo Sorogoyen. Gli Stati Uniti non mancano con due produzioni indipendenti (sulla scia di Sean Baker) a firma Ira Sachs e soprattutto James Gray, un autore adorato in Francia, sostenuto da due star come Adam Driver e Scarlett Johansson.

Altri registi che a Cannes hanno già avuto successo sono il polacco Paweł Pawlikowski, l’iraniano Asghar Farhadi, il belga Lukas Dhont, il russo Andrej Zvjagincev e il rumeno Cristian Mungiu. Un concorso ricco, dunque, e molto variegato che da un lato presenta registi già acclamati e dall’altro potrebbe far conoscere nuovi autori. In questo senso, è più vicino – rispetto agli anni scorsi – a Locarno e alla sua fama di festival attento alla scoperta e ai nuovi percorsi cinematografici.

Toccherà alla giuria presieduta dal coreano Park Chan-wook, sabato 23 maggio, scegliere a chi attribuire la Palma d’oro e gli altri prestigiosi riconoscimenti tra le 22 pellicole del concorso principale. Il tutto, come d’abitudine, durante la cerimonia di chiusura della rassegna tra abiti da sera lunghi e smoking. Perché se è vero che il Festival di Cannes si rivolge ai cinefili e agli appassionati, è altresì vero che è anche un’occasione speciale per i più importanti stilisti e gioiellieri di tutto il mondo di farsi pubblicità. Non per nulla dal 1998 la Palma d’Oro è disegnata da Chopard, la maison di Ginevra che le lavora a mano una per una (per ogni premio si calcola che siano necessarie circa 70 ore di manodopera). A conferma di una presenza elvetica sulla Croisette che va oltre quella delle produzioni cinematografiche.

Michael Tilson Thomas e il resto del mondo

In memoriam ◆ Ricordo di un direttore d’orchestra e compositore che ha saputo lasciare il segno

Giovanni Gavazzeni

Perfino quando i capelli a caschetto cominciarono a imbiancare, Michael Tilson Thomas (acronimizzato in MTT), il direttore d’orchestra e compositore americano scomparso il 22 aprile scorso all’età di 81 anni, conservava sempre qualcosa del peter-panesco folletto che da fanciullo avvicinava nella natia Los Angeles i mostri sacri Igor Stravinskij e Aaron Copland.

Come Bernstein, anche MTT aveva radici ebraiche, amava il dialogo con le generazioni più giovani e non temeva la complessità

Michael aveva trovato la sua via dell’oro nella costa opposta, a Est, dove tra le serre di talenti del Festival di Tanglewood, fu preso sotto l’ala protettrice e ispiratrice di Leonard

Bernstein, che lo insignì del Premio dedicato al suo Mentore, Serge Koussevitzky, padre padrone di Boston e fondatore di Tanglewood. Bernstein, sempre aperto al dialogo e al sostegno delle generazioni più giovani, trovava riflessi in Tilson Thomas tanti aspetti della proprio percorso. Anzitutto la comune origine ebraica, i nonni di Michael, Bessie e Boris Thomasheskys, erano stelle del teatro yiddish; poi la non comune poliedricità come musicisti: Tilson Thomas era, come Bernstein e Lukas Foss, valente pianista, compositore eclettico di razza, direttore d’orchestra altrettanto convincente. La sua carriera direttoriale, partita da assistente a Boston, lo a portato nel luogo ideale, San Francisco, dopo esperienze importanti a Buffalo, Londra, Los Angeles, dove per trent’anni ha impresso il suo sigillo all’orchestra californiana.

Lo spirito di San Francisco, aperto a quanto avveniva in tutto il continente americano, si confaceva alla sua indole sperimentatrice. Essere un pupillo di Bernstein poteva diventare un abbraccio mortale, che MTT ha evitato non rinnegando il padrino: non solo ha amato gli stessi autori americani ammirati da Bernstein come Gershwin e Aaron Copland, il Mosè del modernismo americano, ma ha approfondito alcuni autori portati alla ribalta da Bernstein, come Charles Ives, il Lincoln del modernismo americano che viveva come oscuro assicuratore rintanato nel Connecticut dove sperimentava con vent’anni d’anticipo le tecniche compositive più complesse. MTT ha eseguito una serie di compositori americani, intransigenti e severi sperimentatori (gli American Mavericks) come Henry Cowell, Lou Harrison ed Edgar Varèse e più

ha seguito le voci più originali (Elvis Costello) e affascinanti, del minimalismo spirituale, Steve Reich (The Desert Music), John Williams,

Mason Bates. Come Bernstein ha trasmesso il suo irrefrenabile spirito di american-yiddish ai classici del sinfonismo europeo (Mahler in testa), dedicandosi alla creazione della New World Symphony di Miami, che ha avviato alla professione orchestrale qualcosa come 1200 giovani musicisti. Nella sua luminosa carriera MTT ha composto con lucida e distinta passione, dai primi lavori influenzati da Copland e Bernstein ( Agnegram, Street Songs) ai bellissimi cicli di liriche per voce e orchestra (Meditazioni su Rilke, Dal Diario di Anna Frank, Poesie di Emily Dickinson, Whitman Songs). La sua musica, così come la sua vita in musica, riflettono l’America più bella, quella che non ha bisogno di slogan e violenza e che ricorda sempre di essere figlia di emigranti e crogiolo di culture.

tardi
Michael Tilson Thomas sulla cover del disco The Complete Columbia, Sony and RCA Recordings. (Sony)

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Sequenze, parole e ciò che sfugge all’immagine

Fotografia ◆ Allo SpazioReale di Monte Carasso una mostra ripercorre il lavoro di Duane Michals, il fotografo dell’invisibile

«Sono contento di non avere studiato fotografia, così ho potuto usare il linguaggio fotografico nella sua massima libertà». La frase è di Duane Michals – celebre e visionario americano tra i primi a ragionare la fotografia come insiemi sequenziali – e a ricordarcela è Enrica Viganò, curatrice della mostra Il fotografo dell’invisibile a lui dedicata, inaugurata il 30 aprile negli ambienti rinnovati di SpazioReale a Monte Carasso e aperta fino al 21 giugno. Una libertà di creazione, quella di Michals, che qui si manifesta attraverso una sorta di sconfinamento dalla tradizione.

Prima di arrivare alle sequenze e alla scrittura (e oggi ai cortometraggi), c’è però un momento preciso in cui Michals capisce di volersi dedicare a questa arte. Nato nel 1932 a McKeesport, sobborgo industriale di Pittsburgh, parte nel 1958 per l’Unione Sovietica, durante la guerra fredda, con una macchina fotografica presa in prestito. «Ha fatto degli scatti così belli che, quando è tornato, ha capito che la fotografia era il suo linguaggio», racconta Enrica Viganò, la quale lavora con Duane Michals, come curatrice di mostre e cataloghi, dal 1998. Con quegli scatti prepara un portfolio, lo porta nelle redazioni di New York e inizia subito a lavorare, ottenendo incarichi da riviste come «Vogue», «Harper’s Bazaar» e «New York Times».

Sfruttando in un certo qual modo la pratica professionale, porta pure avanti la propria ricerca personale. Lavora anche nella pubblicità (molto famosa una sua copertina dei Police, quella a strisce colorate), sperimenta, attraversa contesti diversi. Ancora oggi, a distanza di decenni, accetta progetti solo se gli lasciano libertà: l’ultimo lavoro in ordine cronologico è la campagna What Are Dreams per Bottega Veneta, presentata alla fine del 2025.

Si specializza inizialmente sui ritratti; tra i più noti vi è lo scatto del 1969 dedicato a Pier Paolo Pasolini: «Lo portò fuori dall’albergo – ricorda la curatrice – dandogli appuntamento in un vicolo sul retro, dove per caso passò un fattorino con un carrello, e lui riuscì a cogliere quell’attimo con la luce naturale, senza bisogno di nessuna costruzione».

E poi la svolta. Non immagini isolate, ma microracconti che, passo dopo passo, si caricano emotivamente grazie alla cosiddetta quarta dimensione, cioè il tempo: ogni fotografia avanza nella «narrazione» aggiungendo qualcosa, ma anche riuscendo a mettere in dubbio quella precedente, fino a far crollare l’idea stessa di realtà. Non è un caso che René Magritte sia dichiaratamente il suo pittore preferito: «Mi ha sorpreso, mi ha contraddetto… la sua realtà ti faceva mettere in discussione la tua realtà», afferma nel video allestito nel piano interrato della mostra. Con lui, Mi-

chals trascorse tre giorni per fotografarlo, in un confronto ravvicinato che trasformò l’ammirazione in una forma di complicità. Tra i maestri di riferimento che lo hanno accompagnato nel tempo c’è anche Giorgio de Chirico, come conferma la curatrice Enrica Viganò, che sottolinea quanto per Michals sia fondamentale nutrirsi «di altre arti, e di filosofia, di politica, di scienza quantistica». Un immaginario trasversale, che si riflette in scatti capaci di spostarsi continuamente tra livelli diversi di lettura.

Nella serie Things Are Queer – una sequenza di mise en abyme del 1973 – tutto parte da un bagno qualsiasi, per poi allontanarsi progressivamente e rivelare, immagine dopo immagine, che ciò che si stava guardando era sempre qualcos’altro: un gioco di proiezioni e prospettive, di riflessi, di rappresentazioni dentro altre rappresentazioni (quadri, specchi, giornali), che finisce però per tornare al punto di partenza, come in un cor-

tocircuito visivo invece di proseguire verso l’infinito. È qui che la sua fotografia smette di essere testimonianza e diventa costruzione. Non c’è più un «reale» da documentare, ma qualcosa da mettere in scena, da spostare, da forzare. Ed è proprio questa dimensione – quella che la curatrice definisce mise en scène e che prevede anche alcuni soggetti mossi e altri fantomatici o spettrali – a rendere il lavoro di Michals ancora sorprendente: perché non si limita a inventare immagini, ma inventa il modo in cui queste immagini si mettono in relazione tra loro. Ne nasce qualcosa che va oltre il già visto, anche quando gli elementi sono semplici, quotidiani, quasi banali.

A questo gioco di slittamenti e ribaltamenti si accompagna anche un’altra dimensione, meno immediata ma altrettanto presente: l’ironia. «È geniale ed è pieno di senso dell’umorismo. Ti racconta cose serissime con un approccio spesso al limite del gio-

Self-Portrait as a Unicorn (Autoritratto come unicorno) realizzato nel 2022. In basso da sinistra: Pier Paolo Pasolini 1969; la sequenza: Things Are Queer, Duane Michals, 1973. (© Duane Michals)

coso», così Enrica Viganò. Una leggerezza che non attenua i contenuti, ma li rende ancora più incisivi, anche grazie a una sorta di passione per la vita che si percepisce guardando le sue opere, che siano fotografie o video: «È un vulcano, non si ferma mai», aggiunge la curatrice. Un’energia continua, che trova un equilibrio nella vita privata: «La sua ancora è stata Fred, un architetto con un senso dell’umorismo più contenuto, più inglese: il loro è stato un amore bellissimo», aggiunge riferendosi al compagno con cui Michals, oggi 94enne residente a New York, ha condiviso più di cinquant’anni di vita. È proprio grazie a questa ironia, espressa con forte libertà immaginifica e passione, che emergono i temi più diretti del suo lavoro. «Io sono un uomo di opinioni», dice, e in effetti prende posizione: l’omosessualità, il razzismo, la guerra, ma anche la spiritualità, il desiderio e la propria intimità affettiva. Non li affronta in

modo didascalico, ma li rende visibili con scatti, questa volta singoli, a cui aggiunge però del testo («a tratti poetico», come suggerisce Viganò), scritto a mano sulle immagini stesse. È semplice, talvolta apparentemente ingenuo, ma molto preciso. Non spiega la fotografia, piuttosto la accompagna e la spinge un po’ più in là. Un altro modo per dire ciò che gli interessa: una forma che non tradisca il contenuto; una ricerca di comunicabilità non lontana da ciò che oggi molti cercano di affidare alle immagini. Tuttavia, Michals mantiene uno sguardo piuttosto critico su ciò che sta accadendo alla fotografia contemporanea. Non tanto rispetto al digitale – che, anzi, gli ha permesso di avvicinarsi alla produzione di video – quanto verso una certa direzione dell’arte contemporanea. In uno dei suoi lavori parla infatti di «come la fotografia abbia perso la sua verginità sulla strada per la banca». Sarebbe così che l’opera rischia di diventare prodotto. Come racconta Enrica Viganò – che ha curato anche il bel catalogo di questa mostra per Admira Edizioni –«ciò che lo disturba è una fotografia che tende a essere sempre più costruita per il mercato, pensata per attirare l’attenzione, per essere venduta, più che per comunicare qualcosa. Una fotografia che spesso punta allo scandalo o alla provocazione, più che a dire quello che si pensa».

In questo senso, il lavoro di Michals continua a muoversi altrove. «Quando guardi le mie fotografie, stai guardando i miei pensieri», è solito affermare. Non è quindi la fotografia il punto, ma ciò che attraverso di essa prende forma: un modo di dare visibilità a quanto normalmente resta fuori dalla inquadratura – emozioni, idee, contraddizioni.

Dove e quando Duane Michals – Il fotografo dell’invisibile, a cura di Enrica Viganò, SpazioReale, Monte Carasso, dal 30 aprile al 21 giugno. Sito: www.spazioreale.ch

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GUSTO

Cioccolato

La vera vita del cioccolato

Si è evoluto da bevanda sacra a dolce molto amato in tutto il mondo. Del suo successo sono responsabili inventori e menti brillanti, ma anche il caso ha avuto un ruolo determinante

3300 a. C.

L’albero del cacao (Theobroma cacao) viene coltivato almeno dal 3300 a.C. nel Centro e nel Sud America. Frammenti di cerami

1528

Testo: Silvia Schütz

1819

François-Louis Cailler inaugura nei pressi di Vevey la prima fabbrica di cioccolato meccanizzata della Svizzera.

L’avventuriero e conquistatore spagnolo Hernán Cortés è considerato una delle figure centrali nell’introduzione del cacao in Europa.

1875

Lo svizzero Daniel di Vevey inventa la prima tavoletta di cioccolato

I linguisti non sono concordi sull’origine del termine cacao: deriva dalle parole maya chacau e chocol, che significano «caldo», oppure dall’azteco xoco-atl, che indica «acqua amara»? Molti indizi fanno propendere per xoco-atl, poiché le fave di cacao, non trattate, hanno un sapore terribilmente amaro.

Quando Cristoforo Colombo portò nel 1502 le prime fave dall’attuale America Centrale in Spagna, nessuno sapeva che farsene: erano immangiabili. Circa 25 anni più tardi, il conquistatore spagnolo Hernán Cortés fece ritorno dal Messico portando con sé, oltre al cacao, anche le conoscenze e gli utensili necessari per trasformare le fave in una bevanda liquida. Questo sapere l’aveva appreso dai discendenti dei Maya e degli Aztechi, per i quali il cacao era una bevanda sacra, il «dono degli dei».

In Europa, il cacao liquido divenne popolare solo grazie all’aggiunta di miele e zucchero. Per molto tempo, tuttavia, questa costosa bevanda di lusso fu riservata esclusivamente alla nobiltà e alle classi agiate.

1828

1887

Robert e Max Frey fondano ad Aarau la società in nome collettivo R. & M. Frey, oggi parte della Delica SA, che tra l’altro produce il cioccolato Frey per la Migros.

A dargli la forma che conosciamo oggi è stato un britannico Il cioccolato così come lo gustiamo noi è il risultato dell’ingegno di una serie di menti brillanti. Un traguardo fondamentale fu l’invenzione della pressa idraulica per il cacao nel 1828 da parte dell’olandese Coenra-

Per i Maya e gli Aztechi il cacao era una bevanda sacra

ad van Houten. Grazie a questa pressa, van Houten riuscì a separare in modo efficiente il burro di cacao, che rappresenta circa il 60% di una fava, dalle parti solide del cacao. Il risultato era un «panetto» secco che poteva essere macinato per ottenere una polvere di cacao fine e sgrassata. In questo modo,

L’olandese Coenraad van Houten inventa la pressa per il cacao, che rende possibile la produzione di cacao in polvere.

1950

La Migros acquisisce Chocolat Frey. Come parte di Migros Industrie, l’azienda cresce fino a diventare il più grande produttore di cioccolato del Paese.

nella bevanda non si formavano più antiestetiche chiazze di grasso in superficie. Poco meno di vent’anni dopo, l’inglese Joseph Fry ebbe l’idea decisiva: prese il cacao in polvere sgrassato e lo mescolò nuovamente in modo mirato con burro di cacao e zucchero, per rendere il composto plasmabile e conferirgli una delicata scioglievolezza. Versò poi questa massa in stampi piatti e rettangolari. Una volta raffreddata, questa massa poteva essere facilmente spezzata e si scioglieva in bocca.

Affascinante è la storia di Rodolphe Lindt di Berna. Si racconta che nel 1879 lasciò la sua fabbrica di cioccolato e dimenticò di spegnere la macchina mescolatrice per tutto il fine settimana. Quando tornò il lunedì si trovò davanti un sogno lucido e vellutato. Il paese del cioccolato: la Svizzera Questa tecnica, detta concaggio, è il segreto della consistenza delicatamente fondente del cioccolato. Più o meno nello stesso periodo, Daniel Peter di Vevey (VD) stava sperimentando con l’aggiunta di latte al

1847

L’inglese Joseph Fry crea la prima tavoletta di cioccolato solido combinando burro di cacao, cacao in polvere e zucchero. Questa invenzione rivoluziona la produzione di cioccolato.

2025

La Svizzera è al primo posto in Europa per il consumo di cioccolato: secondo Chocosuisse, il consumo pro capite è di circa 11 chilogrammi all’anno.

cioccolato. Per anni fallì, a causa della componente acquosa del latte, finché nel 1875 non gli venne in mente di usare latte condensato. Il suo cioccolato al latte divenne immediatamente un successo in Europa. Grazie all’alta qualità, alle innumerevoli varianti di questa dolce prelibatezza e a un marketing intelligente fatto di mucche e pascoli alpini, il cioccolato svizzero si affermò in tutto il mondo.

Cioccolato al latte con torrone al miele e mandorle

In fin della fiera

L’eredità di Mercurino

Mercurino Gattinara, classe 1934, non avendo discendenti diretti, decide di nominare suo erede il Museo d’Arte Moderna. Depositato il testamento, prende l’abitudine di recarsi al Museo, con l’aria di un padroncino che si aggira per la sua fabbrica. In particolare fulmina con lo sguardo quei guardiani intenti a fare scrolling sul cellulare invece di vigilare. L’occhio di Mercurino si ingentilisce solo quando legge le targhette che, alla base di alcune opere d’arte, portano la scritta «Dono della famiglia Rossotto» oppure «Lascito del cavaliere del lavoro Giangiacomo Piscina». Un giorno, si spera lontano, sotto un quadro o una scultura ci sarà la targhetta con il suo riverito nome. Peccato, lui non potrà godersela. Sarebbe bello almeno sapere cosa hanno intenzione di comprare con il suo lascito. Così un bel giorno Mercurino Gattinara chiede un colloquio alla direttrice del Museo.

Voti d’aria

Quando la signora apprende la bella notizia, in un eccesso di folle generosità, arriva a offrirgli un caffè dalla macchinetta. «È una splendida idea la sua», cinguetta la direttrice, «con il suo lascito potremo permetterci di rifare gli impianti igienici del museo, che sono in uno stato pietoso, li ha visti?». A Mercurino va di traverso il caffè: «Vuol dire i cessi?». «Sì, certo, è la spesa più urgente, se viene un’ispezione dell’ufficio d’igiene mi fanno chiudere il museo».

Mercurino immagina i visitatori in sosta al pisciatoio che, mentre danno un’ultima scrollata al loro grissino bagnato, leggono la targhetta: «Dono di Mercurino Gattinara». Deglutendo a fatica, prova a obbiettare: «Non sarebbe meglio con il mio lascito comprare un quadro?». La direttrice lancia un urlo: «Dio ce ne scampi! Non ne possiamo più di opere d’arte! Ne abbiamo i depositi pieni. No, no, dia retta

Maledetta nostalgia

E così, ogni tanto, ci si ritrova a fare i conti con quel sentimento ambiguo e ingannevole che è la nostalgia. Nostalgia canaglia. Per esempio, ascoltando un discorso (6), fermo, ironico, sottile, di re Carlo III d’Inghilterra al Congresso di Washington. E ricordare com’era rassicurante quel bel tempo andato in cui i sovrani parlavano da sovrani e i presidenti da presidenti e i ministri da ministri e non sproloquiavano, tutti, come adolescenti sovreccitati. Cioè si preoccupavano di tenere discorsi argomentati, distesi, moderatamente inutili, con sintassi complesse e termini adeguati, con una punteggiatura corretta e una retorica ciascuno all’altezza della sua altezza, del suo grado, del suo ruolo, della sua autorità, della sua funzione. E vengono in mente con rimpianto certe noiosissime tirate della Prima Repubblica in cui si usavano i congiuntivi e le

virgole e i punti e virgola, le subordinate concessive e causali, magari le fantastiche e vacue metafore tipo le «convergenze parallele», quando l’aggettivo ricorrente era «cauto» («cauto» l’entusiasmo, «cauta» la preoccupazione, «cauta» l’intesa e «cauto» il disaccordo).

Lo scriveva Umberto Eco in un saggio sul linguaggio politico contenuto in un indimenticato volume Bompiani del 1973, curato da Gian Luigi Beccaria e intitolato I linguaggi settoriali in Italia Uno degli ultimi libri da cui vorrei separarmi, un cimelio culturale e affettivo dalla bellissima copertina con un quadrato rosso in alto e un quadrato bordò in basso ritagliati nel bianco, invenzione geniale di Bruno Munari (6). Indice da brividi, con interventi di Maria Corti, Tullio De Mauro, Ernesto Ferrero, Angelo Stella e altri, anche loro, indimenti-

A video spento

Il severo custode della lingua

C’è un’immagine, diffusa e fuorviante, del linguista: quella di un custode severo delle regole, una specie di arbitro supremo incaricato di stabilire cosa si può dire e cosa no. Un ruolo che ricorda, per certi versi, quello del Grande Inquisitore evocato da Dostoevskij: offrire certezze in cambio della rinuncia alla libertà. Niente dubbi, niente scelte difficili, niente responsabilità. Ma è davvero questo il compito di chi studia la lingua? Deve dirci «come si deve dire» oppure aiutarci a capire perché diciamo quello che diciamo? È da qui che prende le mosse il libro di Edoardo Lombardi Vallauri, L’italiano in bilico – Quello che sì, quello che no (il Mulino), un saggio che osserva da vicino l’italiano contemporaneo senza nostalgia né allarmismi. La lingua, ci ricorda l’autore, non è un sistema immobile ma un organismo vivo, il prodotto di chi la usa ogni giorno: parlanti, giornalisti, utenti del web.

a me, sono molto più utili gli impianti igienici». Mercurino esce deciso a dirottare il suo lascito all’Associazione Amici del Museo. Il suo presidente, il conte Giuseppe Ignazio Stanislao Radicati di Brozolo, lo riceve in un salottino del Circolo del Whist. Mercurino lo informa e il conte ha la bontà di compiacersene. Domanda Mercurino: «Mi risulta che l’associazione destina i contributi all’acquisto di opere d’arte». «È esatto». «E non vi occupate di impianti igienici». «Assolutamente no». «Potrei sapere quale opera avete intenzione di acquistare con la mia eredità?». «Lei conosce l’artista polacco Adam Steynschawer? Noi vorremmo acquistare un lavoro del suo ultimo periodo. Abbiamo opzionato l’opera intitolata Buco Nero numero 13. attualmente è in mostra alla galleria dello Scarabeo d’Oro; lei l’avrà certamente vista. Non è magnifica?». Mercurino è costretto ad ammettere che sì, si tratta

di un’opera magnifica. Poi, però, appena uscito, si precipita alla galleria. I Buchi Neri del geniale artista polacco sono generati da vecchi e arrugginiti caschi da parrucchiera, con motore che gira a rovescio, per aspirare l’aria. I visitatori prendono una manciata di fogliolini, con il nome di un artista del passato, per poi porgerli all’imboccatura di uno dei due caschi, in modo da farli sparire nel buco nero. Mercurino Gattinara si fa coraggio e domanda al gallerista la quotazione delle opere esposte. «Dipende», risponde il gallerista squadrandolo dubbioso: «Lei a quale lavoro sarebbe interessato?». Mercurino risponde con sicurezza: «Il Buco Nero numero 13». «Mi dispiace ma per quello abbiamo già un’opzione dell’Associazione Amici del Museo». E aggiunge, con aria sfottente: «Lei li conosce, vero?». «Come no, li ho nominati miei eredi. Il presidente mi ha confermato che, in previsione

del mio lascito, perfezioneranno l’acquisto di quest’opera». Il tono del gallerista da altezzoso si fa untuoso e servile: «Ma che bella notizia! Dobbiamo festeggiare!». «Grazie, sarà per un’altra volta».

Mercurino Gattinara esce dalla galleria e vaga per tutta la notte, disperato: i risparmi di tutta una vita serviranno a comprare un paio di vecchi caschi arrugginiti! Quando sta rientrando a casa, ricorda una frase del notaio. Le sue disposizioni testamentarie saranno considerate valide solo se nessuno si farà avanti a reclamare la legittima che spetta al coniuge e ai figli. Su una panchina siede una giovane senegalese in attesa di clienti: l’accordo è presto raggiunto. Non appena apriranno gli uffici dell’anagrafe faranno le pubblicazioni. La ragazza diventerà cittadina italiana. E, quando sarà il momento, sarà l’erede universale di Mercurino Gattinara.

cati maestri (voto globale: 7+). Libro consigliato (al liceo!) dal professor Giovanni Orelli, morto dieci anni fa (3 dicembre 2016) ma vivissimo nella memoria dei suoi fortunati allievi. E visto che si parla tanto di Manzoni (insegnarlo nel biennio o spostarlo al quarto anno?), date i Promessi sposi in mano a un insegnante come Orelli (6++) e potete andare tranquilli che troverà la chiave per appassionare anche i bambini delle medie parlando di Fra Cristoforo e di don Rodrigo. Giovanni, semplicemente, trasmetteva entusiasmo, passione, piacere, ironia. Nostalgia canaglia che fa rimpiangere i discorsi fatui e morbidi di un tempo, i saggi curatissimi anni 70, il proprio professore di liceo che affascinava parlando di Auerbach, della critica stilistica di Spitzer, dei Quaderni di Gramsci e della poesia di Luciano Erba a dei giovani ebeti, ignoranti quasi

su tutto. Ed è il vecchio che, improvvisamente, si rivela modernissimo, molto più della sciatteria tecnologica e marcia (1) del nostro presente (e temo) del nostro futuro. Laudator temporis acti? Va bene, lo ammetto. E siccome lo ammetto, consiglio ai nostri lettori curiosi di andare a vedersi su YouTube un dialogo televisivo (RSI) del 1979 tra Orelli, il critico-scrittore-editore Roberto Calasso (neanche quarantenne!) e il giornalista-critico François Bondy: puntata della rubrica «Questo e altro» dedicata a Robert Musil. Quasi un’ora di dibattito a tre (voto complessivo: 6x3=18), con letture da L’uomo senza qualità, tirando in ballo Hermann Broch, Elias Canetti e altri. Senza ritegno, senza paura, considerando il fruitore televisivo non un minus habens, ma un individuo capace di seguire e di comprendere. Niente stacchi, video d’epoca,

frammenti, musiche e immagini che distraggano dal discorso sull’autore e sul testo. Certo, improponibile oggi, essendo tutto valutato, con la bava alla bocca, in termini di audience. A proposito di Broch, sentite questo pensiero citato da Orelli in quella occasione: «Un mondo che va in frantumi non si lascia più ritrarre, ma poiché questo processo di disgregazione ha origine nelle più profonde radici della natura umana, è quest’ultima che bisogna rappresentare in tutta la sua nudità, nella sua grandezza come nella sua miseria». Sembra che Broch parli di Musil, ma si potrebbe anche intendere come un invito agli scrittori di oggi. In fondo, se ci guardiamo intorno, c’è tutto quel che viviamo noi fieramente: la grandezza e la miseria della natura umana, il processo di disgregazione, il mondo in frantumi. C’è tutto, tranne Musil, ovviamente.

Uno dei fenomeni più interessanti analizzati è quello delle neosemie, cioè l’attribuzione di nuovi significati a parole già esistenti. Non si tratta di eccezioni marginali, ma di trasformazioni spesso ormai radicate. Il caso più noto è «piuttosto che», che da espressione di preferenza («anziché») è diventato per molti un semplice «oppure», talvolta persino un «e anche». O «implementare», sempre più usato come sinonimo di «aumentare», mentre in origine significa «realizzare, mettere in atto». E ancora: «visualizzare», che scivola verso il generico «vedere», perdendo il legame con schermi e dispositivi; «quantizzare», impiegato al posto di «quantificare»; «reticente», confuso con «renitente». Non sono solo le parole a cambiare: anche la sintassi mostra segni di movimento. Le preposizioni si spostano, si semplificano, talvolta si confondono. Si dice «dovuto da» invece di «dovuto a», «diffidare da» in-

vece di «diffidare di». Il pronome «ne» invade territori che non gli sarebbero propri («farne riferimento» al posto di «farci riferimento»), mentre verbi tradizionalmente intransitivi diventano transitivi per analogia: ad esempio si trova «plaudere il governo» (anziché «al governo») o «scaturire l’interesse» (anziché «far scaturire»). E poi c’è la tendenza a snellire le frasi eliminando ripetizioni percepite come pesanti, anche a costo di allontanarsi dalla norma.

L’italiano si sta perdendo, si dice, travolto da errori, mode, superficialità. Lombardi Vallauri invita invece a cambiare prospettiva. Non tutto ciò che devia dalla norma è automaticamente un errore: spesso è il segnale di un cambiamento in atto. E non tutto ciò che è corretto è necessariamente efficace. La lingua non serve a rispettare regole astratte, ma a comunicare. Vale lo stesso sul fronte degli angli-

cismi. Parole come «computer», «selfie» o «jeans» rispondono a necessità concrete; altre, come «meeting» o «location», hanno una funzione più legata al prestigio. Ma in ogni caso la struttura della lingua resta intatta, adattando i prestiti alle proprie regole: non diciamo «io clic», ma «cliccare». Più delicato è il terreno del politicamente corretto. Qui il libro evita sia il rifiuto polemico sia l’adesione acritica. Alcuni cambiamenti lessicali funzionano, altri meno. Dire «gay» al posto di termini dispregiativi ha avuto un effetto positivo; più discutibile è l’idea di bandire parole neutre come «cieco». Un ultimo grande tema riguarda il sessismo. L’autore difende l’uso dei femminili professionali («ministra», «sindaca») perché la lingua non pone ostacoli strutturali al loro uso, ma è solo l’abitudine sociale a frenarli. Tuttavia, è critico verso solu-

zioni come lo schwa o l’asterisco. Perché inapplicabili alla complessità del sistema: ad esempio, come declinare al plurale «amic scorbutic » se la consonante cambia suono («amici» vs «amiche»)? Inoltre, il maschile non marcato («tutti i clienti») non è un segno di potere, ma un principio di economia linguistica (come il presente usato per il tempo universale). Alla fine, il punto non è stabilire cosa sia giusto o sbagliato. È acquisire consapevolezza. Capire che la lingua è un campo di forze e che orientarsi in questo campo richiede giudizio, non obbedienza cieca. L’italiano in bilico è, in questo senso, qualcosa di più di un libro sulla lingua: è un invito a usarla meglio, con meno ansia e più attenzione. Perché parlare e scrivere significa scegliere, ogni volta, il modo più efficace per dire qualcosa a qualcuno. E in quella scelta – inevitabilmente imperfetta – sta tutta la nostra responsabilità.

di Paolo Di Stefano
di Aldo Grasso

GUSTO

Sogni alla fragola

Dolci, succose e molto amate: le fragole sono in cima alla classifica dei frutti di bosco in Svizzera. Con queste ricette e questi consigli si esalta al massimo il loro sapore

Crema alle fragole

Dessert per 4 persone

Croccante al pistacchio

1 cucchiaio di acqua

25 g di zucchero

25 g di pistacchi tritati

Crema alle fragole

500 g di fragole

1 cucchiaio di spremuta di limone

100 g di zucchero

250 g di doppia panna, per es. crème de la Gruyère

2,5 dl di panna intera

1 bustina di zucchero vanigliato

1. Per il croccante di pistacchio, portare a ebollizione l’acqua e lo zucchero in una piccola padella antiaderente e farli caramellare. Aggiungere i pistacchi. Stendere su una teglia rivestita di carta da forno e lasciare raffreddare. Tritare finemente il croccante.

2. Mettere da parte metà delle fragole. Tagliare il resto a cubetti e mescolarlo con il succo di limone e metà dello zucchero. Lasciare riposare per circa 5 minuti.

3. Aggiungere lo zucchero rimanente e la doppia panna con metà dei cubetti di fragole marinate. Montare la panna intera con lo zucchero vanigliato e incorporare con cura.

4. Ridurre finemente in purea i restanti cubetti di fragola. Tagliare a fette le fragole precedentemente messe da parte e aggiungerle alla salsa di fragole. Servire la crema alle fragole con le fragole, la salsa e il croccante.

Testo: Angela Obrist
Qui puoi scaricare l’app Migusto

Insalata di asparagi con fragole

Le fragole e gli asparagi si sposano perfettamente. E con il parmigiano e la vinaigrette la bontà è assicurata!

Torta di rabarbaro e fragole in teglia

Una torta che soddisfa ogni aspettativa: fragole, rabarbaro, crumble e crema alla vaniglia, una combinazione divina!

Tanta freschezza che dura a lungo

Come conservare le fragole?

Le fragole mature sono sensibili alla pressione e possono diventare rapidamente molli. Eliminare i frutti schiacciati e consumare gli altri il prima possibile. Conservare le fragole rimanenti in un luogo fresco e asciutto: tamponarle delicatamente per togliere l’umidità con carta da cucina, metterle in un contenitore aperto e riporle nel cassetto delle verdure del frigorifero. In questo modo, dopo l’acquisto si conservano per circa tre–cinque giorni.

Le fragole si possono congelare?

Sì, le fragole si possono congelare senza problemi e si conservano così per circa un anno. Disporre i frutti uno accanto all’altro su un piatto, metterli nel congelatore e, una volta con-

gelati, trasferirli in un sacchetto o in un contenitore per il freezer. Il congelamento e lo scongelamento possono rendere le fragole un po’ molli; a seconda dell’uso previsto, conviene frullare le fragole fresche e congelarle sotto forma di purea.

Troppe fragole mature?

Che ne dici di una confettura fatta in casa? Quando si prepara la confettura, assicurarsi che le fragole siano in perfette condizioni. Se versata a caldo nei vasetti e conservata in un luogo fresco e buio, la confettura dura circa sei mesi.

Torta alle fragole

Circa 6 porzioni, per una tortiera dal diametro di circa 28 cm

700 g di fragole

1 cucchiaino di succo di limone

250 g di quark magro

3 cucchiai di zucchero a velo

1 dl di panna

1 bustina di consolidante per panna montata

Zucchero a velo per spolverare, a piacere

Per l’impasto

250 g di farina di spelta originale chiara

1 pizzico di sale

50 g di zucchero

125 g di burro freddo

1 uovo farina per spianare legumi secchi per la cottura in bianco

1. Per l’impasto versare la farina, il sale e lo zucchero in una ciotola. Aggiungere il burro a cubetti. Sfregare tra le dita fino a ottenere una consistenza friabile. Aggiungere l’uovo e impastare velocemente gli ingredienti. Se necessario, aggiungere un po’ d’acqua. Mettere al fresco l’impasto per 30 minuti.

2. Preriscaldare il forno a 180 °C, parte inferiore e superiore. Spianare l’impasto ben sottile su poca farina. Foderare la tortiera e premere bene i bordi. Bucherellare la base. Coprire con carta da forno e appesantire con legumi.

3. Cuocere in bianco al centro del forno per circa 25 minuti. Dopo 10 minuti, rimuovere la carta e i legumi e terminare la cottura della base. Lasciare raffreddare.

4. Tagliare 100 g di fragole a pezzetti e ridurre in purea con il succo di limone. Mescolare con il quark e lo zucchero a velo. Montare la panna con il consolidante.

5. Distribuire il composto sulla base della torta. Tagliare in quattro le fragole rimanenti e disporle sulla torta. Lasciare raffreddare per 30 minuti. Spolverare con zucchero a velo.

Fragole Migros
Fragole Extra Ticino, 250 g Fr. 3.95
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TEMPO LIBERO

Za’atar, sumach e harissa

Queste tre spezie della cucina orientale conferiscono un tocco aromatico alle cosce di pollo e alle melanzane cotte alla griglia

Resident Evil Requiem

Capcom costruisce un avvio solido fondato su tensione e gestione delle risorse, ma nella seconda parte spinge sul combattimento fino a rendere l’esperienza ripetitiva

Al di là della conquista del Pizzo Coca

Alpinismo ◆ Dalla «Shining Wall» himalayana alle Orobie, un racconto di scelte prese sul terreno e di salite in cui l’esito finale non esaurisce l’esperienza

Quando Hervé Barmasse, alpinista italiano dei nostri giorni, affermò che «le montagne non si conquistano, sono loro che decidono di farsi conoscere», non fece altro che ricordarci lo spirito puritano che distingue i grandi «delinquenti di montagna» dalla corrente narcisistica penetrata nel mondo dell’alpinismo. I primi mossi da una ricerca interiore e personale, trasgressiva rispetto alle regole dell’alpinismo, i secondi intenti ad alimentare lo spettacolo social-virtuale. Con l’affermarsi dei social media, il signor Barnasse, classe 1977, sembra voler invitare l’intera comunità di scalatori a un basilare esame di coscienza, che li porti ad assumere una concreta posizione in un contesto sempre più inquinato da presenze ridotte a pura comparsa.

La scalata della parete Ovest del Gasherbrum IV (7925 mslm) realizzata dal polacco Wojciech Kurtyka e dall’austriaco Robert Schauer nel 1985 è un elegante esempio di quanto sia vera questa citazione. I due s’inerpicarono alla conquista della «Shining Wall» alta 2500m, compiendo ben sette bivacchi verticali e rimanendo senza cibo per giorni. Impossibilitati a proseguire a causa delle allucinazioni e di un’astenia profonda gettarono la spugna a centro metri dalla vetta, concludendo la loro impresa «solo» sull’antecima. Così, mentre Kurtyka inspiegabilmente udiva una canzone di Barbra Streisand e Schauer parlava con un invisibile terzo compagno, i due tornarono al campo base. Pur avendo compiuto l’impossibile risalendo la parete Ovest più difficile del mondo come i primi della storia, i due faticarono a capacitarsi di come la montagna li avesse derisi a pochi frangenti dall’arrivo. Col tempo, Kurtyka metabolizzò la sconfitta, sottomettendosi al principio secondo cui è la natura a dettar legge, un fattore che lo ha reso ancora più umile al cospetto della montagna.

Nelle successive scalate cercò di diventare parte di essa, concentrandosi più sul tentativo e «l’arte della libertà» (divenuto poi il titolo del suo libro), che non sulla riuscita. Il suo approccio gli valse il famoso «Piolet d’Or» alla carriera, il Nobel attribuito ai «delinquenti di montagna» più incisivi. La scalata della parete lucente di Robert e Wojciech è ritenuta la più grande del XX secolo.

Così, verso la metà di maggio, in una primavera turbolenta e caratterizzata delle forti precipitazioni di neve, io e Matteo prendiamo di mira il Pizzo Coca, il «re delle Orobie», che con i suoi 3054 mslm è per l’appunto la vetta più alta delle Alpi Orobie, nel cuore montano della Lombardia. L’idea girava da mesi, ma il maltempo condito da diversi gravi incidenti sulle mon-

tagne circostanti l’avevano seppellita sotto una valanga. Eravamo molto dispiaciuti, e se non fosse stato per quel vento proveniente da nord, l’isoterma di 0 gradi sceso a una quota ragionevole e la speranza di un cielo sereno previsti per il weekend, non avremmo mai ripristinato il sogno di risalire il Pizzo Coca.

Incerto sull’esattezza delle previsioni meteorologiche, inizio a organizzare una possibile scalata scegliendo la miglior via. Il giro di telefonate, con cui ho sentito quattro guide alpi-

ne della zona, è pura prassi. C’è chi mi parla di azzardo o di possibile riuscita, ma tutti sono concordi che, nel caso di una finestra meteo favorevole, avremmo dovuto essere sul posto a valutare il manto nevoso. Il fatto che nessuno di loro abbia espresso una vera preoccupazione per il nostro progetto, ci ha letteralmente caricati in macchina e, dopo poche ore, eravamo in Valbondione.

Considerando le problematiche spiegate in precedenza, in verità non abbiamo nessuna pretesa di tocca-

re la vetta; l’unica nostra ambizione è quella di dormire in capanna, di staccare la spina e di parlare dei nostri obiettivi stagionali in un contesto completamente diverso. Tant’è che siamo partiti entrambi con un materiale incompleto, dimenticando a casa i guanti, essenziali per affrontare un vero tentativo a quelle temperature.

Giunti in prossimità di Sambughera vediamo due operai di un grosso e moderno colorificio mentre riordinano il piazzale della consegna merci. Sono le 20.00 di venerdì, la nostra

unica speranza di trovare una protezione per le mani. Ci fermiamo per istinto e chiediamo di poter acquistare due paia di guanti da cantiere, spiegando il motivo. Perplessi, i due ci raccomandano di tornare da dove siamo venuti. Con severo tono paterno, il più anziano mostra una grande preoccupazione e si auspica di non vedere più elicotteri del soccorso alpino intervenire sul Monte Cabianca e il Pizzo Redorta. Ciò va detto per mostrare quanto diverse siano le valutazioni delle gui-

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Jacek Pulawski, testo e foto

de alpine da quelle delle persone comuni come noi. Io e Matteo scegliamo di lasciar parlare la montagna, di farci sbattere la porta in faccia piuttosto che tornare a casa. Dopotutto ho preparato due tracciati sul mio GPS, e qualora fosse stato impossibile intraprenderli, avremmo voluto capirne la ragione. Entrambi, come San Tommaso, dobbiamo toccare per credere, ma soprattutto per capire come si comporta una superficie a fine primavera in determinate condizioni meteorologiche.

Siamo venuti per imparare. Posteggiata la vecchia jeep, ci avventuriamo nel bosco. Il sentiero che porta al rifugio Mario Morelli del Coca è un’improvvisa e costante impennata. Col passare dei metri diventa sempre più roccioso, arduo, e non privo di insidie. Sotto la luce dei nostri fanalini spiccano i guanti da giardiniere di color arancione fluorescente acquistati poco prima. A poche centinaia di metri dal rifugio ci troviamo in mezzo agli stambecchi, impegnati più a leccare il sale dalle rocce calcaree e dolomie, che a prestare attenzione ai nuovi arrivati. Sembrano abituati alla presenza umana e si scostano pigramente solo pochi metri prima.

Sulla parete Ovest, tra pendenze fino a 80 gradi e un mare di neve ghiacciata, la salita diventa una sequenza di grandi fatiche

Giungiamo al rifugio invernale a mezzanotte in punto, dispieghiamo i nostri sacchi a pelo e ci mettiamo a riposo. La sveglia programmata per le 3.00 da Matteo interrompe il mio stato di dormiveglia, come se stessi aspettando da mesi. Rispetto al mio talentuoso amico, vanto una maggiore esperienza nella scalata sulla neve ghiacciata e, in qualità di «capo spedizione» del nostro tandem, ritardo la partenza di un’ora. La mia decisione è condizionata dalla conversazione telefonica con la guida alpina GA Simone Semperboni, che mi ha insegnato l’importanza di vedere il terreno, seppur con la tenue luce residua.

Prima di Pasqua alcuni alpinisti si sono persi, rimanendo intrappolati in zone considerate molto pericolose. Assieme a noi, nel rifugio invernale, pernotta una giovane alpinista. Mi incuriosisce e sono intenzionato a ottenere delle informazioni utili per la scalata, che però può fornirmi solo al suo risveglio. Un’ ora dopo siamo tutti in piedi. Mentre arrotolo il sacco a pelo, mi scorre il film della scuola reclute di Airolo. Scambio qualche parola con la giovane sconosciuta ed esco dal rifugio. C’è un cielo stellato, privo di nuvole. In lontananza scorgo un fanalino che si avvicina. La guida alpina, che è venuta a incontrare la propria cliente, non presenta alcun affanno dopo 1000 metri di dislivello, in cambio esprime dubbi sullo stato della neve. Dalla corta conversazione capisco che è intenzionato a scalare un venoso canale sul versante est di una montagna vicina. È questo a convincermi, non ho più nessuna incertezza. Poco importa se a una quota di 2200 metri ci facciamo intenzionalmente raggiungere dalla coppia di «delinquenti». I con-

sigli dei più bravi non sono mai troppi, specie se arrivano da una guida alpina, ma dentro il mio cuore ero già convinto ci potevamo imbarcare sulla parete Ovest in condizioni ideali. A trovare la via del canale che porta all’attacco della parete Ovest è Matteo. Il tracciato si presenta sottoforma di due tornanti di 45 gradi in cui era già slittata la neve. La sua su-

perficie è piuttosto dura, ma rivela delle piccole smussature che ci fanno sprofondare fino alla caviglia.

Arrivati in una zona rocciosa, cominciamo a scalare con molta prudenza. È un terreno misto tra neve, ghiaccio e roccia. Trenta metri di ostacoli che richiedono tecnica e pazienza per ritrovarci sulla parete. Questo è il nostro primo e vero punto

di controllo. Troviamo una sosta tra le sponde di due macigni, giusto per poter rilassare le gambe. Dalla vetta ci separano 600 metri di dislivello e un pendio che varia tra i 50 e gli 80 gradi, talvolta falsati dal deposito di neve precipitata con le valanghe. In parete, appare come un mare di neve ghiacciata tendente al verticale, di cui le onde impediscono di scorgere gli eventuali precipizi.

Ripartiamo con l’ausilio del GPS, anche se non è lo strumento al quale diamo la priorità. Ci serve giusto per correggere la rotta, date le tante deviazioni che abbiamo scelto muovendoci a vista. La salita risulta stroncante e leggermente più difficile rispetto alla via scelta dalla maggior parte degli alpinisti del web. Scegliamo di seguire un pendio molto più inclinato, attaccato alle sporgenze di roccia, ove la neve è più solida e sicura.

A un centinaio di metri dalla vetta, sentiamo le urla di un uomo, dalle quali si percepiscono sofferenza e sollievo. È Marco, un «delinquente di montagna» che è arrivato in vetta dal canale Nord-Est. Lo incontriamo mentre scende. Ci racconta della scarsa tenuta della neve e di quanto rischioso sia stato salire dalla sua parte: una lotta contro il tempo, per anticipare l’ammorbidirsi della neve. Ha le movenze di un ragno, una macchina che ricorda la leggenda elvetica Ueli Steck.

Ripartiamo. Davanti a noi una parete di 50 metri completamente in verticale. Sono i metri più infernali della nostra esperienza da scalatori. Se scivoli qui ti fermi solo 500 metri più in basso. Avanziamo lentamente fermandoci ogni dieci passi. Cerchiamo di ritrovare le forze per un’eventuale frenata di emergenza in caso di scivolamento da questa rampa di lancio.

Alle 10.30 alzo il capo per notare un crocifisso totalmente sepolto dalla neve. Siamo in vetta, siamo saliti dalla parete Ovest, questa volta l’urlo è il nostro.

Informazioni

Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica

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Cosce di pollo e insalata di melanzane alla

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Ingredienti

Piatto principale

Ingredienti per 4 persone

Insalata di melanzane

2 melanzane

2 peperoni rossi

3 c d’olio d’oliva

1 mazzetto di prezzemolo

½ mazzetto di coriandolo

½ limone

2 c d’aceto di vino bianco

1 cc di harissa

1 c di sumach (o sommacco)

o di paprica

¼ di c di cumino macinato

o di semi di cumino pestati

½ c di sale

50 g di pinoli

Pollo

1 kg di cosce inferiori di pollo

5 cc di za’atar (miscela di spezie mediorientale)

sale

3 c d’olio d’oliva

½ limone

Preparazione

1. Scaldate il grill a 220 °C. Tagliate le melanzane a fette di circa 1 cm di spessore. Tagliate in quattro i peperoni ed eliminate i semi.

2. Spennellate le verdure con poco olio e grigliatele a fuoco medio circa 2-3 minuti per lato.

3. Tagliate le melanzane a dadini. Tritate grossolanamente il prezzemolo e il coriandolo e aggiungeteli alle melanzane. Unite la scorza di limone grattugiata finemente.

4. Spremete il succo e mescolatelo con l’aceto, l’harissa, il sumach, il cumino e il sale. Distribuite il condimento sulle verdure e mescolate bene.

5. Tostate i pinoli in una padella antiaderente senza aggiungere grassi, poi distribuiteli sull’insalata di melanzane.

6. Alzate la temperatura del grill a 250 °C. Mescolate lo za’atar con sale e l’olio d’oliva e spennellate le cosce di pollo. Grigliate bene la carne a fuoco medio-alto per circa 20 minuti. Servite il pollo con l’insalata di melanzane.

Consigli utili

Variante in forno: Scaldate il forno statico a 200 °C (calore superiore e inferiore). Arrostite le melanzane e i peperoni in forno. Rosolate tutt’attorno in padella con poco olio le cosce di pollo. Adagiatele su una teglia foderata con carta da forno. Cuocetele al centro del forno per 20-30 minuti, finché sono cotte.

Il calore alto (220-280 °C) è adatto alla cottura diretta: gli alimenti vengono messi sulla griglia direttamente sulla fonte di calore (brace). A calore medio (180–220 °C) si griglia o si arrostisce a fuoco indiretto; gli alimenti non devono essere posti direttamente sulla brace e il coperchio del grill è abbassato.

Preparazione: circa 45 minuti; cottura alla griglia: circa 22 minuti Per porzione: circa 35 g di proteine, 43 g di grassi, 14 g di carboidrati, 590 kcal

Solo da questo giovedì a domenica

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Un eccesso di azione soffoca il survival horror

Videogioco ◆ Pur nello squilibrio, la doppia visuale e i protagonisti offrono varietà al gameplay di Resident Evil Requiem Kevin Smeraldi

Il nono capitolo della saga di Resident Evil vede due protagonisti dividersi la scena a metà. Grace Ashcroft, analista dell’FBI e figlia di Alyssa Ashcroft (apparsa in precedenza in Resident Evil Outbreak), a cui viene affidata la missione di indagare su una serie di misteriosi decessi verificatisi nello stesso hotel in cui sua madre perse la vita otto anni prima; e Leon Kennedy, personaggio ormai iconico della serie, anch’egli alla ricerca di risposte su queste morti misteriose che, in qualche maniera, sono legate ai fatti accaduti a Raccoon City nel lontano 1998 in Resident Evil 2

A tre anni dal rilascio del remake di Resident Evil 4, Capcom vuole continuare a cavalcare l’onda con l’accoppiata Leon Kennedy e il gameplay che ha reso il quarto capitolo uno dei migliori survival horror mai creati. Ma questo non è bastato alla software house, desiderosa di ripetere il grande successo avuto con gli spinoff Resident Evil 7 e Resident Evil 8, i quali hanno introdotto per la prima volta nella saga principale una visuale in prima persona che ha reso la componente «survival escape» molto più profonda e immersiva, trasmettendo al videogiocatore una paura e un’ansia molto più realistiche. Anzi, gli sviluppatori hanno voluto osare; con Resident Evil Requiem, Capcom si è chiesta: «Perché non im-

plementare entrambe le meccaniche e far scegliere al videogiocatore come meglio affrontare l’avventura?».

Ed è proprio così che, in qualsiasi momento, abbiamo la possibilità di passare alla terza persona, rendendo il gameplay più orientato allo sparatutto, oppure alla prima persona, trasformandolo in un’esperienza survival horror pura. Un’implementazione che ci è piaciuta un sacco, perché non solo permette di giocare con la visuale preferita, ma in sessioni particolarmente spaventose passare alla terza persona riduce leggermente l’angoscia; viceversa, nelle fasi più calme, la prima persona aumenta notevolmente il livello di tensione.

Continuando a parlare del gameplay, è evidente come gli sviluppatori abbiano utilizzato i due personaggi per offrire due approcci completamente diversi. Se con Grace il gioco è prevalentemente un survival horror in cui scappare è quasi sempre la scelta più valida – calcolando ogni singolo proiettile e spray medico per arrivare al «posto sicuro» dove ricaricarsi e salvare tramite le classiche macchine da scrivere – con Leon è l’opposto. L’arsenale è parte integrante del personaggio: non mancano quasi mai colpi e spray medici, i nemici vanno affrontati e «spappolati» a più non posso, riducendo la componente survival quasi a zero, se non per alcuni momenti in spazi bui con qual-

Giochi e passatempi

Cruciverba

Cosa simboleggia per il credente il numero otto? Scoprilo a soluzione ultimata leggendo le lettere evidenziate.

(Frase: 2, 12, 1, 2, 4, 6)

ORIZZONTALI

1. Interpretava «La signora in giallo» (iniz.)

3. Stadio d’altri tempi

8. Le iniziali del matematico Torricelli

10. Preposizione articolata

12. Si spazientisce facilmente

14. Intensamente applicati

16. Uno di famiglia

18. Termine di paragone

19. Vengono imboccate...

20. Possono degenerare

21. Noto quello musqué

22. C on lei proprio non c’è verso...

23. Le iniziali dell’Incontrada

24. Settima lettera dell’alfabeto greco

26. Si tenta di raggiungerle

28. Diede i natali al Petrarca (Sigla)

29. Sono dentro

31. Il nome di Teocoli

32. Articolo spagnolo

VERTICALI

1. Noto quello di Buridano

2. Le mezze tritano

4. Ha origine infettiva o allergica

5. Ripide, scoscese

6. Pronome personale

che «jump scare » pronto a saltare fuori quando meno te lo aspetti. Questa formula funziona alla grande per circa metà dell’avventura; la storia passa da un personaggio all’altro alternando survival e action, e rendendo l’esperienza adrenalinica non solo per la dinamicità del gameplay, ma soprattutto per la narrazione e per come le vicende di Grace e Leon siano legate tra loro. Questa struttura è vincente, tiene incollati allo schermo e spinge a voler capire come si svilupperà la storia.

Purtroppo questa varietà viene però utilizzata solamente nella pri-

ma metà, lasciando la seconda quasi esclusivamente a Leon Kennedy. Nonostante gli sviluppatori cerchino comunque di mantenere alta la curiosità su di lui – con il ritorno a Raccoon City 28 anni dopo, un’oscura malattia lo affligge e peggiora con il passare del tempo mentre un misterioso nemico si frappone tra lui e Grace – la formula non funziona come all’inizio.

L’avventura con Leon diventa troppo ripetitiva, piatta e noiosa. In termini videoludici fa enormi passi indietro, tanto che sembra di giocare a un titolo della saga di Dead Rising anziché a un Resident Evil

In pratica, la missione della seconda parte è a struttura fissa: trova l’oggetto «x» (chiave, manopola, eccetera) per proseguire e, nel mentre, uccidi più nemici possibili per migliorare un arsenale già esagerato. Se la ripetitività non bastasse, a peggiorare la situazione intervengono i nemici: senza fare spoiler, vi diciamo solo che incontrerete persino zombie armati. Noi questa parte l’abbiamo trovata davvero di «Serie B», ridicola e del tutto inappropriata per un Resident Evil; e dispiace molto perché rovina un gioco la cui prima parte era veramente da dieci e lode. Dal punto di vista tecnico bisogna solo inchinarsi. Abbiamo giocato a Resident Evil Requiem su PS5 Pro ed è stata la prima volta in cui abbiamo apprezzato la potenza maggiorata rispetto alla console base. Il RE Engine offre una grafica come poche oggi su console: optare per il Ray Tracing attivo a 4K e 60 fps è finalmente possibile e rende il gioco uno spettacolo: solo provandolo si può comprendere appieno.

Concludiamo questa recensione in tono agrodolce: se la prima parte ci ha fatto sperare nel miglior Resident Evil di sempre, la seconda ci ha riportato coi piedi per terra. Resta comunque un titolo che merita di essere giocato dai fan della saga e da chi cerca un mix tra horror e action. Voto: 7/10.

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

7. Le iniziali del giornalista

Signorini

9. Il suo ultimo re fu Priamo

11. Pronome inglese

13. Un vizio

15. Nacque adulta

17. Possessivo inglese

20. Le iniziali dell’attrice Ranieri

21. Disposto verticalmente

22. Parigi a Parigi

23. Lo sono cava e porta

25. Lago etiopico

26. Con, per i tedeschi

Soluzione della settimana precedente CONOSCERE GLI ANIMALI – Risposte risultanti: si chiama: EMITRAGO e vive: NEI MONTI ASIATICI

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

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Bistecche di collo di maiale marinate IP-SUISSE 4 pezzi, per 100 g, in self-service 40%

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Sminuzzato di pollo Optigal Svizzera, 2 x 350 g, conf. da 2 45%

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Acqua minerale Aproz disponibile in diverse varietà, 6 x 1,5 litri e 6 x 1 litro, per es. frizzante, 6 x 1,5 litri, 3.20 invece di 6.40, (100 ml = 0.04) conf. da 6 50% Tutti i pannolini Pampers (confezioni multiple escluse), per es. Premium Protection, tg. 4, 9-14 kg, 39 pezzi, 11.97 invece di 19.95 a partire da 3 pezzi 40%

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Pinoli Migros 75 g, (100 g = 6.40)

Tutti i lamponi e i mirtilli, in vaschetta per es. lamponi, Spagna/Marocco/Portogallo, 250 g, 3.60 invece di 4.50, (100 g = 1.44) a partire da 2 pezzi 20%

3.95 Fragole Extra Ticino, 250 g, confezionate, (100 g = 1.58)

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Pomodori carnosi Migros Ticino, al kg, (100 g = 0.40) 20%

3.60

3.95 invece di 5.50

Mini angurie Spagna, il pezzo 28%

3.95

Meloni retati Migros Italia, al pezzo HIT

1.20

Pomodori Sweet Cherry Extra Svizzera, per 100 g 20%

invece di 1.50

Melagrana Perù, il pezzo 22%

1.40 invece di 1.80

Insalata novella Migros Bio 180 g, (100 g = 2.00)

2.95 invece di 3.95

Lattuga mini Svizzera, vaschetta da 3 pezzi 25%

4.95

Asparagi verdi fini Spagna/Italia, mazzo da 500 g, (100 g = 0.99)

Che BONTÀ

7.95

invece di 11.93

Prosciutto

5.50

7.40

invece di 9.27

Carne secca dei Grigioni Spécialité Suisse, IGP Svizzera, 120 g, in self-service, (100 g = 6.17) 20%

Citterio Italia, 2 x 130 g, (100 g = 3.83)

3.25

3.40

Migros Ticino

Prezzi BASSI dal profondo del mare

20%

Filetti di limanda, filetti di pollack e filetti di pangasio in pastella, Anna's Best per es. filetti di limanda, pesca selvatica, Pacifico nordorientale e nord-occidentale, MSC, 200 g, 3.96 invece di 4.95, in self-service, (100 g = 1.98)

9.95

Cozze fresche M-Classic, MSC pesca selvatica, Paesi Bassi/Irlanda/Danimarca, 2 kg, in self-service, (1 kg = 4.98) 37%

invece di 15.90

8.95

Filetti di orata con pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Turchia, 350 g, in self-service, (100 g = 2.56) 25%

invece di 12.–

conf. da 2

Consiglio: marinare e grigliare su marinarespiedini

40%

8.30 invece di 13.90

Filetti Gourmet Provençale Pelican, MSC prodotto surgelato, 2 x 400 g, (100 g = 1.04)

15.95 invece di 22.43

Gamberetti crudi e sgusciati Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 750 g, (100 g = 2.13) 28%

8.95

invece di 11.20

4.25

Filetti di salmone con pelle Migros Bio d'allevamento, Norvegia, per 100 g, in self-service PREZZO BASSO

1.80

La stella del barbecue

Filetti di trota salmonata M-Classic, ASC d'allevamento, Danimarca/Norvegia, 380 g, in self-service, (100 g = 2.36) 20%

Orata reale Migros, ASC d'allevamento, Grecia/Croazia, per 100 g, in self-service PREZZO BASSO

Tutti i prodotti Thomy in tubetto, flacone squeezer e vasetto per es. maionese à la française, 265 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 0.89) a partire da 2 pezzi 20%

3.50

Filetto di coda di salmone con marinata al miele e alla senape Grill mi, ASC d'allevamento, Norvegia, per 100 g, in self-service

2.95

Spiedini di gamberetti Grill mi Greek Style, ASC d'allevamento, Vietnam, per 100 g, in self-service

Fette cremoseda gustare

20%

Tutte le paste in blocco, già spianate e non spianate, Migros Bio, refrigerate per es. pasta per crostate già spianata, 270 g, 1.84 invece di 2.30, (100 g = 0.68) a partire

1.–DI RIDUZIONE

6.95 invece di 7.95

Torta per feste Ø 16 cm, 610 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.14)

4.10

Biscotti prussiani Petit Bonheur in conf. speciale, 516 g, (100 g = 0.79)

Biscotti freschi nidi alle nocciole, discoletti o biscotti al cocco, per es. nidi alle nocciole, 3 x 216 g, 6.80 invece di 8.55, (100 g = 1.05)

Per un po’ di Italia nel piatto

4.50

Trancio di tiramisù

275 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.64)

3.95

Cake ai branches o cake al cioccolato bianco, Petit Bonheur 420 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.94)

Formaggi, latticini e uova

È tempo di qualcosa di fresco

Mezza panna e panna intera, Migros Bio, 250 ml prodotto pastorizzato, per es. panna intera, 3.06 invece di 3.60, (100 ml = 1.22) 15%

7.80

Uova svizzere da allevamento all'aperto Migros Bio in conf. speciale, 12 x 53 g+ 20%

invece di 9.80

Una porzione al giorno aiuta la digestione

Tutti gli yogurt Bifidus per es. fragola, 150 g, –.64 invece di –.75, (100 g = 0.43) 15%

Tutto l'assortimento Alpro per es. drink alle mandorle senza zucchero, 1 litro, 3.12 invece di 3.90 20%

2.15

Formaggella della Valle di Blenio per 100 g 15%

invece di 2.55

Latte M-Drink pastorizzato e latte intero pastorizzato, Valflora, IP-SUISSE 1 l e 500 ml, per es. latte M-Drink, 1 litro, 1.35 20x CUMULUS

Migros Ticino

2.10

invece di 2.80

circa 280 g, in conf. speciale, per 100 g 25%

Formaggio alla panna Emmi Luzerner

4.10

250 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.64) 20%

Asiago pressato DOP

invece di 5.15

Formaggio fresco alla doppia panna Kiri o Dippi in confezioni speciali, per es. formaggio fresco doppia panna, 24 porzioni, 432 g, 6.50 invece di 9.30, (100 g = 1.50) 30%

5.20 invece di 6.55

Caprice des Dieux in conf. speciale, 330 g, (100 g = 1.58) 20%

1.70 invece di 2.10

circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 19%

Le Gruyère Surchoix, AOP

1.55 invece di 1.95

circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 20%

Appenzeller surchoix

2.60

San Gottardo Prealpi per 100 g, prodotto confezionato 20%

invece di 3.25

Tutti i formaggi Da Emilio per es. Grana Padano grattugiato, 120 g, 2.51 invece di 2.95, (100 g = 2.09) 15%

Delizie al VOLO

Ideale per famiglie

Anna's

refrigerata fiori

Il buongiornoinizia da qui

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento di caffè bio in chicchi, macinato e istantaneo, per es. Crema macinato Migros Bio, Fairtrade, 500 g, 7.36 invece di 9.20, (100 g = 1.47)

20x CUMULUS NOVITÀ

8.95 Espresso intenso CoffeeB By Café Royal Illy 18 sfere, (100 g = 8.06)

20x CUMULUS NOVITÀ

5.95

Tutte le tisane Klostergarten per es. foglie di ortica bio, 20 bustine, 1.33 invece di 1.90, (100 g = 5.12) a partire da 3 pezzi 30%

Caffè Costa Rica Delizio 12 capsule, (100 g = 8.26)

20x CUMULUS NOVITÀ

6.95

Caffè Oro Migros in chicchi o macinato, 500 g, (100 g = 1.39)

20x CUMULUS NOVITÀ

Caffè Illy Classico barattolo, cialde e sacchetto, per es. barattolo da 250 g, 10.50, (100 g = 4.20)

20x CUMULUS NOVITÀ

12.50

Caffè in grani Latino Chicco D'Oro 500 g, (100 g = 2.50)

6.95 Perfect ted Matcha 10 capsule, (100 g = 46.33) 20x CUMULUS NOVITÀ

RISPARMIA oggi, gusta domani

a partire da 2 pezzi 1.–DI RIDUZIONE

Tutto l'assortimento di barrette ai cereali e snack, Farmer (barrette singole escluse), per es. barrette ai cereali Soft Choc alla mela, 288 g, 3.60 invece di 4.60, (100 g = 1.25)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento di frutta secca e noci Sun Queen (Sun Queen Apéro escluse), per es. spicchi di mango essiccati, 200 g, 3.52 invece di 4.40, (100 g = 1.76)

20x CUMULUS NOVITÀ

20x CUMULUS NOVITÀ

3.50

Riso al latte Homemade 200 g, (100 g = 1.75)

20x CUMULUS NOVITÀ

1.40 Barretta proteica Migros al caramello salato

g, (100 g = 3.11)

20x CUMULUS NOVITÀ 1.95 Mini gallette di riso al cioccolato Alnatura fondente o al latte, 60 g, (100 g = 3.25)

4.95 Granola bio HeyHo Saltcity Original o Peanut Power, 320 g, (100 g = 1.55)

Pizze Toscana o Margherita, M-Classic prodotti surgelati, in conf. speciali, per es. Toscana, 3 pezzi, 1080 g, 8.85 invece di 11.85, (100 g = 0.82)

10.80 invece di 18.–Zucchero cristallizzato M-Classic Cristal, IP-SUISSE 10 x 1 kg, (100 g = 0.11) conf. da 10

3.95 Caramelised Onion Farm Chips

20x CUMULUS NOVITÀ

partire da 2 pezzi

Tutto l'assortimento Knorr per es. brodo di verdura 100% ingredienti naturali, barattolo da 228 g, 7.04 invece di 8.80, (100 g = 3.09)

Pesto alla genovese o pesto rosso, Agnesi per es. alla genovese, 2 x 185 g, 5.80 invece di 7.30, (100 g = 1.57)

di chia bio, Alnatura

g, (100 g = 0.88)

5.90 invece di 8.85 Sugo di pomodoro al basilico Agnesi

x 400 g, (100 g = 0.49)

g, (100 g = 2.26) 20x CUMULUS NOVITÀ 3.95 Ice Tea Cold Brew Mango Passion

2.95 Pasta di zucchero bianca Pâtissier

g, (100 g = 1.18)

g, (100 g = 13.17) 20x CUMULUS NOVITÀ

Dolci e cioccolato

Pura golosità

12.60 invece di 15.80

Cioccolato Villars in conf. speciale, 4 x 4 pezzi, 480 g, (100 g = 2.63) 20%

a partire da 2 pezzi 20%

conf. da 5 20%

13.20 invece di 16.50

Toblerone Milk 5 x 100 g, (100 g = 2.64)

Creazioni di particolarmentegelato cremose

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i gelati Crème d'Or in vaschetta da 500 ml e 1000 ml prodotto surgelato, per es. Vaniglia Bourbon, 1000 ml, 8.76 invece di 10.95, (100 ml = 0.88)

Tutte le tavolette di cioccolato Frey (prodotti Sélection e confezioni multiple esclusi), per es. al latte finissimo, 100 g, 1.84 invece di 2.30

conf. da 2

12.50 Kinder Delice 2 x 390 g, (100 g = 1.60)

conf. da 8 25%

Fun Cornets vaniglia-fragola o cioccolato-stracciatella prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. vaniglia-fragola, 8 x 145 ml, 8.20 invece di 10.95, (100 ml = 0.71)

Bevande

Frizzantezza e dolcezza

Per proteggersi e prendersi cura di sé

Prodotti per la cura del viso e del corpo Nivea e Nivea Men incl. Baby (docciaschiuma, multiuso, Sun, confezioni da viaggio, set regalo e conf. multiple esclusi), per es. siero antimacchie Luminous 630, 30 ml, 24.71 invece di 32.95, (10 ml = 8.24) a partire da 2 pezzi 25%

a partire da 2 pezzi 25%

Tutto l'assortimento Pedic e Compeed (confezioni da viaggio escluse), per es. crema Cura intensa, 75 ml, 3.38 invece di 4.50, (10 ml = 0.45)

Salviettine cosmetiche Kleenex, FSC® scatola quadrata Collection o Original, per es. Collection, 4 x 48 pezzi, 5.85 invece di 9.80

Non perdere tante OCCASIONI...

Macchine da caffè Dolce Gusto De'Longhi

Mini Me EDG335.W e EDG110.WB Piccolo XS, per es. Mini Me EDG335.W, il pezzo, 63.96 invece di 79.95

Piccoli menu, delizie in gelatina o delizie in salsa, Exelcat per es. piccoli menu con pollo e tacchino, 30 x 50 g, 12.70 invece di 15.90, (100 g = 0.85)

Tutti i tovaglioli, le tovagliette e le tovaglie di carta, Kitchen & Co., FSC® (articoli Hit esclusi), per es. tovaglioli Basic verde oliva, 33 x 33 cm, 30 pezzi, 1.05 invece di 1.50

Prodotti antiformiche Migros Bio Garden trappola per formiche, spray contro le formiche e veleno per formiche, per es. trappola per formiche, 1 conf., 2 pezzi, 5.25 invece di 7.50

Risparmi spazio grazie al rimovibilemanico

Set di cucina Kitchen & Co. con padella Ø 28 cm, casseruola Ø 20 cm e 1 manico rimovibile

Sorpresa da bagno Tinti con fizzer e 4 spugne, disponibile in diversi motivi, il set

Pile AA o AAA Energizer Max in conf. speciale, 16 pezzi

... e i fiori

30%

4.85 invece di 6.95

Ciliegie Spagna, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.97)

40%

30%

5.95

invece di 8.50

Cervelas M-Classic Svizzera, 5 x 2 pezzi, 5 x 200 g, (100 g = 0.60) conf. da 5

4.80 invece di 8.08

Chips Zweifel alla paprica o al naturale, in conf. XXL Big Pack, 380 g, (100 g = 1.26)

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