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Azione 20 del 12 maggio 2025

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Anno LXXXVIII 12 maggio 2025

Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura

edizione

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MONDO MIGROS

Pagine 2 / 4 – 5 ●

SOCIETÀ

ATTUALITÀ

CULTURA

TEMPO LIBERO

Intervista al professor Nello Cristianini autore di una trilogia sull’avvento dell’IA

Cerchiamo di definire cos’è l’Europa anche se forse come soggetto geopolitico non esiste

Al Centre Pompidou di Parigi Suzanne Valadon, artista femminile fuori dagli schemi

Quando la risata diventa oggetto sonoro, poi strumento di massa: storia di un contagio registrato

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◆

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Keystone

Le sfide che attendono Leone

Giorgio Bernardelli

◆

Il ruggito del nuovo Papa Carlo Silini

L’aria è bonaria, diresti timidamente sorridente, ma Robert Francis Prevost, il nuovo Papa della Chiesa cattolica, si è scelto un nome che promette battaglia: Leone XIV. Si pone così in linea di continuità con l’autore della prima enciclica sociale, la Rerum Novarum, uscita dalla penna di un allora ottantunenne Leone XIII nel 1891, portando la Chiesa cattolica a riscoprire i suoi «nuovi poveri», che a quei tempi si chiamavano «proletari», vittime di «immeritata miseria», ritenute «ingente moltitudine cui un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto un giogo quasi schiavistico», «uomini soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e d’una sfrenata concorrenza». A Washington il presidente Usa Donald Trump sarà anche molto fiero di avere un connazionale sul soglio di San Pietro, visto che lui nei panni immacolati del pontefice può mettersi solo per

burla credendosi perfino divertente. Ma se mai rileggerà il testo di Leone XIII non dovrebbe metterci troppo a capire che le idee che ispirano il nuovo Papa lo collocano dalla parte degli «straricchi» fautori di una «sfrenata concorrenza» che, a naso, è piuttosto lontana dalla misericordia cristiana. No, a Robert Francis Prevost non interessa far l’America di nuovo grande («Make America Great Again») escludendo i poveri e gli ultimi, perché, come scriveva il 3 febbraio sul «National Catholic Reporter», «JD Vance si sbaglia: Gesù non ci chiede di fare una classifica nel nostro amore verso gli altri». L’allora cardinale Prevost polemizzava con le dichiarazioni del vicepresidente Usa che in un'intervista a «Fox News» sosteneva: «Esiste un concetto cristiano secondo cui si ama la propria famiglia, poi si ama il prossimo, poi si ama la propria comunità, poi si ama

il proprio concittadino e poi si dà priorità al resto del mondo». Toccherà comunque a Leone XIV, americano di sangue europeo e d’adozione peruviana, cercare di tirare dalla parte di una fede pratica e sociale i cattolici Usa che all’ultima tornata hanno votato in massa per Trump. Strana cosa, la Chiesa cattolica statunitense. Fino alla metà degli anni Novanta era palesemente «liberal», a immagine e somiglianza dell’arcivescovo Joseph Bernardin, fra i predecessori di Prevost alla guida della Diocesi di Chicago. Ma da lì in avanti, proprio mentre esplodevano clamorosi casi di pedofilia nel clero (da cui è stato lambito lo stesso Prevost, con accuse di insabbiamenti), l’episcopato Usa ha cambiato rotta, spingendosi a destra, rivendicando «valori non negoziabili» e partecipando in massa alle marce per la vita. Una generazione di «guerrieri culturali» guidati da leader come il cardinal Ray-

mond Burke, anch’egli tra i votanti all’ultimo conclave, gran sostenitore della Messa in latino e critico feroce delle riforme di papa Francesco, da lui ritenuto poco meno che eretico. Oltre a ricucire i legami con la parte più conservatrice (non solo in America) del cattolicesimo, lui che è aperto sui divorziati risposati, ma non sugli omosessuali e sul sacerdozio femminile, Leone si è subito posto in assoluta e, se possibile, ancora più marcata continuità col predecessore Francesco riguardo alla questione della pace. Commovente che le sue prime parole da Papa siano state «la pace sia con voi» in un momento in cui si apre improvviso un nuovo fronte di guerra fra India e Pakistan, la popolazione di Gaza viene scientificamente affamata dal Governo israeliano e ogni tre per due Putin si premura di ricordare al pianeta che ha una bella scorta di bombe atomiche in cantina.


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azione – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

Un quarto di secolo a braccetto

Anniversari ◆ Congratulazioni e un «grazie» ai collaboratori di Migros Ticino che festeggiano i 25 anni in azienda 25 anni sono un quarto di secolo: cosa le piace maggiormente del suo lavoro dopo tutti questi anni? Amo molto il contatto con la clientela, le colleghe e i colleghi, sono infatti una persona molto socievole.

Ljubica Balenovic

E a Migros, nell’anno dell’anniversario cosa augura? Auguro alla Migros di proseguire con determinazione su questa strada, restando sempre fedele ai propri clienti e ai propri valori.

Da molti anni Ljubica Balenovic accoglie le sue clienti e i suoi clienti con un sorriso: come racconta, sono proprio loro a farle amare tanto il suo lavoro.

Quali sono le sfide che l’aspettano per i prossimi 25 anni? Credo di potere parlare di «meritata pensione» all’orizzonte, per cui non ci saranno più molte sfide, dunque mi auguro tanta salute.

Cosa rappresenta Migros per lei? Sono sempre stata felice di avere la fortuna di lavorare alla Migros, perciò per me personalmente rappresenta felicità e serenità.

Nilla Jaeger Ljubica Balenovic Lavora per Migros Ticino dal 1. aprile 2000

Ljubica Balenovic, quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino? Sono operatrice di cassa.

Nilla lavora per Migros ormai da un quarto di secolo. Oggi però non più solamente in negozio. Il desiderio di conoscere più a fondo la propria azienda l’ha portata a entrare a fare parte anche del Consiglio di cooperativa (Cdc) di Migros Ticino.

lavoro dopo tutti questi anni? Mi piace soprattutto l’ambiente: ho un buon rapporto con le colleghe e i colleghi, siamo un po’ come una famiglia. Inoltre, amo molto stare in mezzo alla gente, quindi questo è il lavoro ideale per me.

Nilla Jaeger Lavora per Migros Ticino dal 1. maggio 2000

Nilla, quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino? In realtà all’interno dell’azienda ho due ruoli diversi. Da una parte sono impiegata come venditrice alla Migros Serfontana – ho lavorato al Serfontana, al Polaris e a Sant’Antonino, ora sono di nuovo al Serfontana –, dall’altra sono membro del Consiglio di cooperativa di Migros Ticino. Questo doppio ruolo mi permette di vedere due realtà diverse tra di loro. Cosa rappresenta Migros per lei? Migros mi ha accompagnato lungo gran parte del percorso di vita e per me è più di un semplice datore di lavoro. L’attività nel Cdc mi permette inoltre di entrare in contatto con altri aspetti dell’azienda per cui lavoro e che non conoscevo. 25 anni sono un quarto di secolo: cosa le piace maggiormente del suo

Cosa augura a Migros nell’anno dell’anniversario? Auguro una buona continuità, che possa andare avanti al meglio. Mi sento fortunata perché nel 25esimo mio anniversario in azienda si festeggiano anche i 100 anni della stessa!

Marco Spina Quando si lavora, a mezzogiorno spesso si va di fretta, ed è dunque importante che le pietanze siano cotte al punto giusto, che la scelta delle proposte sia vasta, e che la qualità sia garantita. Di tutto questo si occupa lo chef Marco Spina. Marco Spina, quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino? Al momento sono lo chef di cucina presso il ristorante del Centro Migros di S. Antonino. 25 anni sono un quarto di secolo: cosa le piace maggiormente del suo lavoro dopo tutti questi anni? Del mio lavoro mi soddisfano soprattutto due cose: da un lato la possibi-

Marco Spina Lavora per Migros Ticino dal 1. maggio 2000

lità di esprimere le mie competenze professionali all’interno di una grande cucina, dall’altro il fatto di lavorare in un gruppo molto affiatato. Quali sono le sfide che l’aspettano per i prossimi 25 anni? Per il futuro mi auguro di poter proseguire con la mia professione attuale fino a raggiungere la pensione… Cosa augura a Migros nell’anno dell’anniversario? A Migros auguro di riuscire a invertire la tendenza in questo periodo di grandi sfide. Cosa rappresenta Migros per lei? Per me Migros è stata ed è tuttora una grande esperienza professionale unita a un’importante crescita personale. Vi è sempre stata anche una grande attenzione alla dimensione familiare.

Un futuro positivo per Do it + Garden di Losone

Rendere visibile la diversità

Migros Ticino ha trovato una soluzione di continuità per il Do it + Garden Migros di Losone. La Cooperativa termina quindi con successo il processo di vendita dei suoi mercati specializzati, salvaguardando un’altra quindicina di posti di lavoro. Il centro Do it + Garden Migros di Losone è stato infatti rilevato in questi giorni da BAUHAUS Svizzera. Coerentemente alla decisione del Gruppo Migros di concentrarsi sull’attività principale dei supermercati, comunicata nel febbraio del 2024, la Cooperativa Migros Ticino ha lavorato in questi mesi per trovare le migliori soluzioni per il proprio personale e per la clientela dei suoi mercati specializzati. Lavorando d’anticipo e in autonomia, Migros Ticino ha trovato prima un’ottima soluzione per il Do it + Garden Migros di Agno – ceduto al Gruppo OBI, che dal 2 maggio 2025 gestisce un secondo punto di vendita in Ticino, assicurando ben 27 nuovi posti di lavoro – e poi vendendo il Do it + Garden Migros di Losone a BAUHAUS Svizzera, un altro attore internazionale di peso nel settore del fai da te, presente in Svizzera dal 2006. BAUHAUS Svizzera riprenderà il punto vendita e la quindicina di collaboratori e apprendisti, garantendo un futuro stabile al personale e continuità d’offerta alla clientela del Locarnese. Le attività del centro Do it + Garden Migros di Losone termi-

In una società diversificata, è importante conoscere e comprendere prospettive diverse per rafforzare la coesione sociale. Ma quanto sono diversi tra di loro gli ambienti all’interno dei quali prendiamo le decisioni? Proprio per facilitare l’orientamento all’interno della società, il Percento culturale Migros mette ora a disposizione il nuovo «esploratore di diversità», strumento prezioso che permette in un primo tempo di conoscere e poi di promuovere la diversità. Vorresti che nella tua organizzazione o nella tua associazione ci fosse più diversità e che chiunque vi potesse partecipare? Nell’«esploratore di diversità» persone che si occupano di

Info Migros ◆ Una soluzione di continuità che permetterà di salvaguardare posti di lavoro

neranno il prossimo 14 giugno, mentre la riapertura sotto nuova insegna è prevista per il 9 d’agosto. La Cooperativa è particolarmente felice, poiché questo positivo sviluppo ha evitato una perdita di posti

di lavoro nella regione e ha portato altresì un nuovo importante attore internazionale a stabilirsi in Ticino, con effetti certamente positivi per la popolazione ticinese e l’economia interna.

Coesione sociale ◆ Scoprite il nuovo «esploratore di diversità» del Percento culturale Migros

questioni sociali e culturali, con biografie diverse mettono a disposizione le proprie competenze e il proprio supporto, ad esempio per tavole rotonde, eventi o giurie di esperti. L’«esploratore di diversità» si rivolge dunque alle parti interessate di associazioni e organizzazioni, ma anche aziende e istituzioni pubbliche che desiderano prendere in considerazione prospettive diverse. Per informazioni engagement.migros.ch/ esploratore-di-diversita

Bulma

Sono numerosi i collaboratori di Migros Ticino che da 25 anni si dedicano con passione ed energia alla propria azienda. Ne abbiamo incontrati tre, di cui la prima attiva per Migros Ticino dal primo aprile del 2000, e gli altri due dal primo maggio. In occasione di questo importante traguardo, Migros Ticino si congratula con loro e ringrazia per l’impegno e la dedizione.


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Bambini con Alto potenziale cognitivo L’associazione Filo di seta si impegna da anni per garantire sostegno e aiuto ai giovani con APC e alle loro famiglie

Istantanee sui trasporti L’evoluzione del traffico merci provoca preoccupazioni alle FFS: è dal 2000 che i risultati sono quasi sempre deficitari

Mondoanimale La tortora selvatica è a rischio di estinzione, il numero dei suoi esemplari è in calo in tutta Europa, BirdLife lancia l’allarme

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L’intelligenza non è un’esclusiva degli esseri umani

Intervista ◆ Che cosa ci aspetta con la nascita delle AGI (Intelligenze artificiali generali) e delle ASI (Superintelligenze artificiali)? Ne abbiamo parlato con Nello Cristianini professore all’Università di Bath e autore di una trilogia sull’avvento dell’IA

Apocalittici e integrati: le previsioni sull’arrivo delle AGI, le intelligenze artificiali generali, macchine in grado di svolgere gli stessi compiti degli esseri umani allo stesso livello di competenza, sta contrapponendo filosofi, esperti di informatica e guru della Silicon Valley. Qualche settimana fa il gruppo di ricerca americano AI Futures Project, guidato da Daniel Kokotajlo, ex ricercatore di OpenAI (quella di ChatGPT per intenderci) ha reso nota una previsione secondo la quale entro il 2027 vedremo la nascita delle AGI, seguite a breve distanza di tempo dalle ASI, o superintelligenze artificiali, in grado in poco tempo di sconvolgere il panorama politico, sociale ed economico del mondo come lo conosciamo. Fantascienza? Provocazione? Il dibattito è lanciato e sullo sfondo resta la domanda, pressante (anche se secondo alcuni mal posta), su cosa ne sarà dell’intelligenza umana. Perché su una cosa sembrano quasi tutti d’accordo: il problema non è se vedremo la nascita delle AGI, ma quando. Nello Cristianini, professore di Intelligenza Artificiale presso l’Università di Bath, nel Regno Unito, cerca di mantenere un certo distacco dall’emotività che spesso traspare da questi dibattiti, ancorando le sue riflessioni il più possibile ai dati concreti. Autore di una trilogia sull’avvento dell’IA, composta da La scorciatoia (2023), Machina Sapiens (2024) e da Sovrumano (2025), tutti pubblicati da Il Mulino, ha provato a immaginare come potrebbe essere questa nuova intelligenza sintetica.

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Mattia Pelli

di fare dei confronti, e negli ultimi anni il progresso è stato notevole: in molti compiti il divario si è ridotto di molto, in alcuni siamo già stati superati.

Professor Cristianini, ci sono visioni contrapposte tra gli esperti sulla possibilità di arrivare alla creazione di AGI e addirittura di ASI, che superino l’intelligenza umana. Lei cosa ne pensa? Bisogna essere molto chiari: l’intelligenza è l’abilità di risolvere problemi mai incontrati prima non è un’esclusiva degli esseri umani. Per AGI si intende un’ipotetica IA che possa risolvere gli stessi problemi, o svolgere gli stessi compiti cognitivi, allo stesso livello di competenza. Ma questo non richiede che essa comprenda il mondo allo stesso modo di un essere umano. Certo è che se avessimo una forma di AGI, che ci eguaglia in tutto, non ci vorrebbe molto per fare un passo in più e superarci.

Secondo John Searle, filosofo USA, il computer ha la capacità di eseguire una serie di istruzioni, un programma, cioè ha capacità di sintassi, ma ciò non implica che possa conoscere il significato delle sue azioni. Che ne pensa? Francamente non ho mai compreso il valore di questa posizione: se una macchina legge una cartella clinica e fa una diagnosi corretta, ripetutamente, in che senso diciamo che non ha capito? Penso che Searle non abbia un’idea abbastanza generale di che cosa sia la comprensione, e pensi solamente all’esperienza umana di «sentire di avere compreso», mentre l’intelligenza esiste in molte forme e specie diverse. Dobbiamo evitare l’antropocentrismo, che ci ha rallentato in tante altre occasioni.

A che punto siamo nella ricerca in questo campo? È possibile confrontare le prestazioni in vari campi diversi, e quin-

Discutendo dei limiti dell’IA generativa, alcuni sottolineano che questi sistemi si basano principalmente su capacità predittive e non

equivalgono a una comprensione completa del mondo. È vero solo in parte. Teniamo presente che gli attuali modelli di IA creano rappresentazioni gerarchiche del loro ambiente (anche quello testuale) che hanno anche 120 livelli di astrazione: queste rappresentazioni interne sono una forma di comprensione, anche se diversa dalla nostra. Ma è vero che siamo ancora agli inizi, quando si parla di modelli che comprendono il mondo fisico, da usare per esempio nelle automobili autonome, e nei robot. Comprendere anche la parte fisica e visiva del mondo sarà un passo necessario, e il progresso in questa direzione è rapido. Le IA sono delle «scatole nere», nel senso che non sappiamo quali processi portano da un dato input a una particolare risposta. Questo non pone un problema di metodo scientifico, se si presuppone che esso sia basato sulla verificabilità e riproducibilità dei processi? Non rischiamo insomma di perdere per strada la nostra capacità di ragionamento scientifico appoggiandoci solo alle macchine? Penso che stiamo seguendo il me-

todo scientifico. Diversi gruppi di ricerca applicando la stessa ricetta hanno riprodotto gli stessi risultati, le prestazioni sono misurate rigorosamente e riproducibili. Non c’è bisogno di comprendere come funziona un seme per farlo germogliare, o per studiare in dettaglio la botanica e perfino la genetica. Leggere l’interno dei modelli è comunque importantissimo e sarà la prossima sfida. Capisco la domanda sulle nostre capacità di ragionamento: cosa facciamo quando qualcosa impara a fare previsioni, che non sappiamo spiegare? Forse non abbiamo bisogno di comprendere le ragioni che spingono YouTube a raccomandarci un certo video, ma per una diagnosi sarebbe bene conoscerle. Quale è il ruolo che vogliamo attribuire alla scienza: semplice fonte di previsioni o anche di spiegazioni? È giusto regolamentare l’utilizzo dell’IA come sta cercando di fare l’UE o, al contrario, bisognerebbe togliere ogni ostacolo come negli USA? Come ha detto, la legge Ue non regolamenta la ricerca, ma solo l’utilizzo. Sono certo che l’uso di questa

tecnologia vada regolamentato: si immagini una città senza il codice stradale, come sarebbe il traffico? E anche se ci sono esenzioni per la ricerca, questa va condotta comunque in modo molto prudente. Quale forma potrà avere un’IA superintelligente e quali potranno essere le conseguenze sul mondo reale? Come si immagina il mondo tra 10 anni, è preoccupato? Nessuno sa veramente come potrebbe essere una superintelligenza, dal momento che non c’è mai stata, e dobbiamo avvicinarci con cautela e lentamente. Ma molto dipenderà da come sceglieremo di usarla: se la mettiamo a controllare risorse essenziali potrebbe essere un problema. Se invece la utilizziamo per problemi limitati, potrebbe essere di grande aiuto. Non suggerisco di delegare alcun controllo. È bene preoccuparsi un po’, anche quando pare prematuro, e studiare il fenomeno. Conoscere queste cose toglie la paura, e anche il sospetto. Essere coinvolti e partecipare, soprattutto per gli studenti di oggi, è un modo per rendere l’intero settore più sicuro e trasparente.


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MONDO MIGROS

Il gusto del territorio

Novità ◆ Una nuova bevanda entra a far parte dell’assortimento dei Nostrani del Ticino, la Tisana Monte Generoso Intervista a Simone Galli, direttore della Erbe Ticino Cofti.ch, fra gli ideatori del prodotto

Simone Galli, com’è nata l’idea di creare questa nuova bevanda alle erbe officinali, la Tisana Monte Generoso? L’idea nasce dal desiderio di valorizzare una delle nostre tisane in bustina più apprezzate, la «Monte Generoso», trasformandola in una bevanda pronta da bere, fresca, aromatica e naturale. Abbiamo voluto offrire un prodotto pratico per l’estate, capace di trasmettere la stessa autenticità delle nostre miscele calde, ma in una versione rinfrescante, da portare con sé sia nel tempo libero sia sul lavoro. La collaborazione con la Ferrovia Monte Generoso SA e l’Azienda Agricola Bianchi hanno ispirato questa versione imbottigliata a Sigirino da Tamaro Drinks.

ferisce quel tocco distintivo in più alla ricetta. Infine, porta il nome di una montagna iconica, il Monte Generoso, con cui condividiamo valori di sostenibilità e autenticità.

Simone Galli

A chi è rivolta la Tisana Monte Generoso? A chi cerca una bevanda naturale, gustosa e locale. Ideale per chi ama il benessere, il gusto autentico delle erbe e ha a cuore la sostenibilità. È perfetta per chi cammina in montagna, lavora in ufficio o semplicemente vuole rinfrescarsi in modo genuino. Praticamente è adatta a tutte le età.

In cosa si differenzia da altri prodotti simili? È preparata con acqua di sorgente e ingredienti rigorosamente locali, valorizzando il gusto naturale delle erbe e il legame con il territorio ticinese. Ha inoltre una peculiarità unica: contiene la stella alpina, una pianta simbolo delle nostre montagne, che con-

Dove viene prodotta? La Tisana Monte Generoso viene prodotta presso Tamaro Drinks, che utilizza acqua di sorgente e tecniche innovative per il processo di produzione e imbottigliamento. Quanto è sostenibile questa bevanda? È particolarmente sostenibile sotto vari aspetti: • Ambiente: utilizziamo erbe coltivate senza pesticidi, con metodi biologici, valorizzando le regioni di montagna. • Economia locale: tutte le fasi, dalla coltivazione alla trasformazione, avvengono in Svizzera, con priorità al Ticino. • Sociale: collaboriamo con realtà locali, inclusi artigiani e piccole aziende così come importanti fondazioni, sostenendo il tessuto economico della regione.

Quali sono gli altri prodotti nostrani che fornite a Migros Ticino? Oltre alla Tisana Monte Generoso in bottiglia, forniamo alla Migros Ticino diverse tisane calde sfuse o in bustina (Olivone, Brumana e Generoso), il sale erbette e fiori, ideale per insaporire i piatti, e la crema di peperoncino dal sapore forte e deciso. / I.L. Tisana Monte Generoso 50 cl Fr. 2.30

Partecipa al

concorso Nostrano Attualità ◆ Potresti vincere una carta regalo da CHF 100.-!

In occasione delle settimane dedicate ai Nostrani del Ticino, dal 13 al 26 maggio 2025, abbiamo organizzato un concorso sui social, con il quale, con un po’ di fortuna, potresti vincere una carta regalo Migros del valore di CHF 100.–. Come si partecipa? Facilissimo, scansiona il codice QR sottostante, vai alla pagina Facebook di Migros Ticino e inserisci il tuo commento alla domanda «Qual è il prodotto dei Nostrani del Ticino che preferisci?» sotto il relativo post. Durante il concorso, ogni partecipante può pubblicare un solo commento. Al termine del concorso,

Flavia Leuenberger

Quali sono gli ingredienti principali della tisana e da dove provengono? La bevanda è preparata con infuso di diverse erbe locali biologiche. Una miscela di menta, melissa e fiori, tra cui la stella alpina, la regina delle Alpi, fiore noto per la sua bellezza e resistenza. Tutte queste erbe e fiori provengono da coltivazioni ticinesi, coltivate secondo metodi biologici e raccolte al momento giusto, per garantire un aroma e delle proprietà ottimali.

ane Le settim rani dei Nost fino o del Ticinaggio al 26 m

tra tutti i commenti pervenuti, verrà estratto a sorte un vincitore, che sarà contattato tramite un messaggio privato. Il premio verrà inviato al vincitore per posta. Buona fortuna!

Concorso

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“Qual è il prodotto dei Nostrani del Ticino che preferisci?”


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MONDO MIGROS

Fragole fresche dal cuore del Ticino Attualità ◆ Sono ritornate le aromatiche fragole coltivate sul Piano di Magadino dalla frutticoltrice Sevenja Krauss

te frutti fino a ottobre – sia unifere, che producono solo una volta durante la stagione». Sevenja ama gustare le sue fragole in tanti modi, ma dice: «Il mio piatto preferito è assolutamente il risotto alle fragole».

Le fragole si gustano preferibilmente al naturale, ma si prestano bene per una miriade di ricette e combinazioni, dal dolce al salato. I frutti non maturano più dopo la raccolta e vanno consumati entro breve tempo. Eliminare subito i frutti ammuffiti per non danneggiare le altre fragole. Lavare le fragole sotto l’acqua corrente. Eliminare gambi e foglie solo dopo il lavaggio. Aggiungere lo zucchero solo poco prima di servirle. Le fragole possono essere congelate, ma perdono in seguito la loro consistenza, pertanto è meglio utilizzarle per confetture, salse o creme.

Sevenja Krauss

Regionali, stagionali e sostenibili: queste sono le caratteristiche delle fragole nostrane, coltivate a S. Antonino dall’azienda ortofrutticola di Sevenja Krauss, orticoltrice diplomata AFC. Le aromatiche bacche, prodotte con metodi particolarmente rispettosi dell’ambiente, sono ora disponibili in tutte le filiali Migros nella vaschetta da 250 grammi, fra qualche settimana anche in quella da 500 grammi. «Malgrado la pioggia delle ultime settimane, quest’anno la stagione delle fragole di preannuncia tuttavia buona», afferma Sevenja. «Le nostre fragole vengono coltivate in serra, in tunnel e in campo aperto. La produzione include sia varietà rifiorenti – che producono più vol-

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SOCIETÀ

Un potenziale che può anche rendere fragili

Filo di Seta ◆ Statisticamente i bambini con Alto potenziale cognitivo, cioè con un Quoziente Intellettivo (QI) con valori oltre 130, sono circa il 2.5% della popolazione, una «condizione» che ha conseguenze a livello scolastico, sociale e famigliare

Secondo alcuni sono «piccoli geni», bambini che dimostrano capacità di apprendimento e curiosità intellettuale molto sviluppate e che per questo vengono definiti soggetti con Alto potenziale cognitivo (APC). Persone baciate dalla fortuna, verrebbe da dire, a cui tutto (o quasi) può risultare facile e immediato. Ma non sempre è così, o almeno non sempre lo è per tutti o per tutto. Statisticamente i giovani con caratteristiche APC – cioè con un Quoziente Intellettivo (QI) sopra la media (indicativamente con valori oltre 130) – sono circa il 2.5% della popolazione. Bambini però, il cui disagio sociale o scolastico può portare a un sotto rendimento a scuola, malgrado capacità evidenti, problemi relazionali, rifiuto o fobia scolastica, fino a disturbi psico somatici o comportamenti inadeguati.

«La nostra associazione offre un sostegno attraverso la formazione continua, la sensibilizzazione, le attività per bambini, gruppi di scambio» L’attenzione sul tema in questi ultimi anni, per le famiglie e da parte delle «istituzioni», è notevolmente aumentata, così come la sensibilizzazione che ha lo scopo di portare uno sguardo più attento ai possibili «segnali» da parte delle figure a contatto con la tematica, come in-

segnanti, ergoterapisti e psicologi. Per capire quali possano essere i presupposti che portano a riconoscere in un bambino la condizione di APC e quali possano essere le eventuali conseguenze a livello scolastico, sociale e famigliare di questa situazione, abbiamo contattato l’associazione Filo di seta (www.filodiseta.ch), che da anni si impegna a sostenere i bambini dotati di alto potenziale cognitivo e le loro famiglie in Ticino. Hanno risposto alle nostre domande la presidente dell’associazione Elisabetta Monotti Campanella e due membri del comitato, Antonella Romboni e Lietta Santinelli. Ma partiamo dall’inizio: cosa vuol dire essere un bambino con Alto potenziale cognitivo, e come si determina questa «condizione»? «L’elemento che accomuna gli individui con un APC – spiegano le tre responsabili di Filo di seta – è un Quoziente Intellettivo superiore alla norma. Nei bambini, il QI viene misurato attraverso il test Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC), uno strumento utilizzato in tutto il mondo per valutare le abilità intellettuali e situarle su una scala normativa. Ridurre l’Alto potenziale cognitivo soltanto a una misura dell’intelligenza sarebbe però fuorviante. All’interno dei risultati del test, infatti, ci sono vari indici che misurano l’efficacia in specifiche abilità – per esempio le componenti verbali, di performance, la memoria di lavoro, la velocità di elaborazione – la cui combinazione crea dei profili piuttosto eterogenei. In altre parole,

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Marco Della Bruna

avere un APC è un predittore positivo dello sviluppo e un fattore di protezione per la salute mentale, ma ogni bambino ha un proprio particolare funzionamento, che ne determina il potenziale e gli eventuali bisogni specifici». Ci sono poi alcuni segnali che portano ad una ricerca e valutazione di questa situazione. Durante il loro sviluppo, infatti, una parte di questi bambini presentano precocemente delle particolarità che a volte portano i genitori a consultare degli spe-

cialisti. «I ricercatori hanno constatato che già nella primissima infanzia i bambini APC sono precoci nel manipolare gli oggetti o nel camminare, sono curiosi, sviluppano precocemente il linguaggio, spesso imparano a leggere da soli e sono interessati ad argomenti “da grandi”. I genitori che si avvicinano ad una richiesta di bilancio lo fanno frequentemente in presenza di un disagio scolastico a livello di rendimento e di comportamento. Talvolta invece sono i docenti

Il punto di vista dello psicologo Giovanni Galli I ragazzi con un talento cognitivo superiore alla norma, a volte, si trovano a vivere la propria quotidianità, anche scolastica, con difficoltà. Abbiamo cercato di capire meglio questa realtà, con l’aiuto di Giovanni Galli, psicologo, psicopedagogista specializzato in APC/plusdotazione, autore di pubblicazioni e indagini cliniche condotte sul tema, che da oltre vent’anni si occupa di bambini APC e che tiene corsi e formazioni per genitori ma pure per tutor dell’apprendimento, come per altre figure professionali. La condizione di essere un bambino «speciale» può implicare anche problematiche a livello emotivo e sociale, quindi nei rapporti con i coetanei? Certamente. Un bambino con alto potenziale cognitivo socializza con i suoi compagni, ma lo fa in maniera diversa, ha regole di comportamento diverse, cerca stimoli diversi. Un bambino APC è alla ricerca di amici per lui stimolanti, e nell’ambito scolastico deve essere accompagnato. Spesso questi bambini, nella

casistica della mia esperienza, maturano però un senso di solitudine, proprio perché non trovano questi stimoli. C’è stata un’evoluzione nella valutazione e negli interventi sui bambini APC negli ultimi anni? Dal punto di vista degli aspetti tecnici sicuramente. Gli strumenti per valutare questa situazione vengono aggiornati nel corso degli anni. Lo strumento ancora oggi maggiormente usato è senza dubbio il test WISC-5. A livello di «gestione pubblica» sono sorte in Ticino, ma anche in Italia per esempio, delle associazioni che si occupano di queste situazioni. Nel 2022 il Cantone si è dotato di nuove direttive per questi allievi nelle scuole dell’obbligo, che prevedono in primis la definizione e l’identificazione di soggetti con APC. Quello indicato «sulla carta» non corrisponde però alla realtà. A livello di competenze e di esperienze la situazione non è così chiara, anche perché i casi sono comunque piuttosto rari. Poi ci vuole una formazione specifica, che

però non viene attuata in maniera precisa e costante. I casi di bambini APC negli ultimi anni sono aumentati? Il riconoscimento di queste situazioni è diventato più preciso e puntuale? Statisticamente non si può affermare che queste situazioni siano aumentate o che in futuro possano incrementarsi. Si è senza dubbio sviluppata la possibilità di riconoscerli, perché è aumentata la conoscenza in questo settore, anche grazie a impressioni e conoscenze scambiate per esempio in rete, con «operatori del settore» in ogni parte del mondo, con l’Italia in particolare. In un bambino, che poi diventa adulto, la condizione di APC può subire un’evoluzione? Si mantiene un alto potenziale cognitivo anche da adulti, ma col tempo cambiano le condizioni «fisiche». L’invecchiamento incide sulle capacità pratiche di elaborazione delle informazioni acquisite, possiamo dire. La memoria diminuisce,

la capacità di analisi e di reazione diventa più lenta. Quindi, da adulti si mantengono le grandi capacità cognitive, ma col tempo cambia l’abilità ad usare queste capacità. Ci sono differenze di approccio al problema oltre San Gottardo rispetto al Ticino? In alcuni cantoni della Svizzera tedesca ci sono delle direttive, ma al lato pratico, dalle informazioni in mio possesso, non credo che siano al livello del Ticino. Anche in Svizzera Romanda le disposizioni non sono uniformi, ma variano da cantone a cantone. Grossomodo però rispecchiano la realtà ticinese. Ci sono praticamente in ogni cantone delle direttive, ma poi l’applicazione di tali regole non sempre è puntuale. Ancora una volta manca una formazione diffusa e puntuale a livello scolastico. Se vogliamo, come tempistica, in Ticino e in Svizzera, siamo al livello del resto dell’Europa, ma lontani almeno 20 anni rispetto a realtà come gli Stati Uniti o l’ex blocco sovietico, dove esistono esperienze e normative molto avanzate.

o le autorità scolastiche a consigliare una valutazione». In generale, i bambini con APC non presentano rischi specifici per quanto riguarda il rendimento scolastico. Si stima che un’alta percentuale, non per forza rilevati, affrontino le sfide scolastiche senza particolari difficoltà. «C’è però circa un 10% di questi bambini che – spiegano ancora le tre rappresentanti de Il filo di seta – malgrado la loro intelligenza, possono trovarsi in difficoltà a scuola o nelle relazioni sociali con i pari o con i docenti. Alcuni bambini manifestano una grande creatività che li induce a porsi con un atteggiamento di sfida verso gli insegnanti, altri camuffano la loro intelligenza per essere accettati meglio dai pari, altri ancora si fissano degli obiettivi da raggiungere in modo autonomo che non sempre coincidono con il loro programma scolastico. In alcuni bambini poi l’APC convive con un disturbo dell’attenzione o un disturbo di apprendimento». Sono però soprattutto le famiglie di questi ragazzi a dover accompagnare i propri figli in un percorso che possa rendere il meno difficile possibile il loro inserimento nella scuola o nella società. Ma devono farlo con strumenti adatti, consigliati nel proprio agire da «esperti del settore». «I genitori sono in prima linea nel sostegno del proprio bambino, perché ne conoscono i talenti, le sfumature e il carattere. Come per tutti i bambini, devono aiutarlo a crescere, avere fiducia nelle sue possibilità e incoraggiarlo ad affrontare le sfide quotidiane, senza aver paura di cogliere i segnali di disagio e di rivolgersi ai professionisti in caso di difficoltà. La nostra associazione offre un sostegno attraverso la formazione continua, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, delle attività per bambini, dei gruppi di scambio e di riflessione. Uno dei nostri obbiettivi è di creare una cultura che permetta ai bambini con APC di essere considerati nella loro neuro-divergenza, perché possano sfruttare al meglio le loro potenzialità e mantenere una situazione di benessere». In Ticino, l’approccio adottato a livello scolastico prevede diversi accompagnamenti. La scuola è infatti sempre più sensibile al tema e si adatta alle cosiddette neurodivergenze con precise disposizioni. A questi ragazzi può essere infatti proposta una differenziazione scolastica, momenti settimanali di individualizzazione o personalizzazione dell’apprendimento, e anche, eccezionalmente, un’accelerazione del percorso scolastico. Ma, nella scuola, è sempre più necessaria una formazione nell’uso di strumenti concreti per aiutare e supportare questi bambini che, nonostante tutto, dispongono di un «dono» speciale, ma che spesso, senza un aiuto, non riescono a sfruttarlo nel migliore dei modi.

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Il traffico merci: una spina nel fianco per le FFS

Istantanee sui trasporti ◆ La rete ferroviaria svizzera è a traffico misto, viaggiatori e merci, una coabitazione non sempre indolore Riccardo De Gottardi

Evoluzione delle prestazioni e dei ricavi del traffico viaggiatori e merci delle FFS 260 240 220 200

indice 2000 = 100

Agli inizi di marzo le FFS hanno presentato il loro Rapporto di gestione per il 2024. Nel complesso traspare una moderata soddisfazione per i risultati raggiunti. A ben guardare emerge tuttavia una grande preoccupazione per quanto riguarda l’evoluzione del traffico merci. Di cosa si tratta? Sulla rete ferroviaria elvetica circolano sia treni merci sia viaggiatori. Si parla di una infrastruttura con traffico misto. Non sempre la coabitazione tra i due generi di traffico è indolore. In particolare le differenti velocità e le diverse movimentazioni rendono l’esercizio ferroviario più complesso e rigido, riducendo la capacità potenziale rispetto ad un sistema con traffico omogeneo. Ciò è tanto più evidente su di una rete sempre più intensamente trafficata come quella svizzera. Il ruolo attribuito al trasporto su ferro dei viaggiatori e delle merci è in Svizzera particolarmente rilevante. La quota di mercato del primo oscilla attorno al 20%; quella del secondo veleggia nel complesso attorno al 40% ma nel settore del traffico del transito transalpino supera l’80%. Un vero exploit nel panorama ferroviario europeo. Dal profilo finanziario il traffico merci è tuttavia una spina nel fianco delle FFS. Nonostante il continuo incremento delle prestazioni sin dal secondo dopoguerra i ricavi non hanno tenuto il passo. A fronte dell’agguerrita concorrenza stradale i margini economici si

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2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024

prestazione viaggiatori sono progressivamente ridotti. Le difficoltà sono state all’origine di diverse riforme di natura organizzativa e gestionale. La più ampia è stata la cosiddetta riforma delle ferrovie, entrata in vigore nel 1999. Le FFS da regia federale sono diventate una società anonima di diritto speciale e, pur rimanendo proprietà della Confederazione, hanno acquisito una maggiore autonomia imprenditoriale. Il settore del trasporto merci e quello dei viaggiatori a lunga percorrenza sono tenuti, secondo gli obiettivi strategici stabiliti dalla Confederazione, a coprire interamen-

ricavi viaggiatori

prestazioni merci

te i propri costi. Per meglio perseguire questo traguardo sono anche state cosituite due società ad hoc: nel 2001 la FFS Cargo SA, che opera sul piano nazionale, e, nel 2010, la FFS Cargo International SA, specializzata nel traffico internazionale. L’evoluzione registrata a partire dal 2000 non ha tuttavia modificato sostanzialmente il quadro. Lo sforzo messo in campo per ammodernare le infrastrutture, il materiale rotabile, l’organizzazione dell’esercizio e per promuovere un maggiore coordinamento tecnico-gestionale con gli

ricavi merci

altri Paesi sull’asse nord-sud hanno prodotto miglioramenti significativi. Ripetuti programmi di razionalizzazione hanno contenuto l’incremento dei costi ma pure sacrificato la capillarità del servizio. Nel medesimo periodo i ricavi sono però caduti di quasi il 40%. Così dal 2000 in poi i risultati complessivi del gruppo FFS nel settore merci, fortemente condizionati dal traffico interno e da quello legato all’import-export, sono stati quasi sempre deficitari. Il disavanzo del 2024 ha raggiunto i 76 milioni di franchi, il doppio rispetto all’anno precedente.

Ben altra evoluzione hanno invece conosciuto le prestazioni e i ricavi nel settore del trasporto viaggiatori. A partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso gli introiti hanno superato quelli del traffico merci e da allora lo scarto è aumentato sempre più. Lo scorso anno le FFS hanno registrato un record assoluto di viaggiatori trasportati. La crescita dei ricavi nel medesimo periodo è andata oltre il 140%. Per sostenere il traffico merci su ferro la Confederazione è finora scesa in campo a diverse riprese, in particolare attraverso gli investimenti nella nuova trasversale alpina e nel sostegno alla costruzione dei terminali, nell’intento di evitare il collasso degli itinerari autostradali e di salvaguardare la regione alpina. Lo Stato ha pure elargito indennità per rendere l’esercizio e le tariffe più competitive. Da poco il Parlamento federale ha approvato nuove misure destinate a sostenere in particolare il traffico interno con carri completi isolati. Questo servizio mira soprattutto alla domanda per tragitti sulle medie distanze. Due crediti-quadro per il periodo 2026-2032 sono stati destinati a incentivare un salto tecnologico nell’ammodernamento del materiale rotabile, attraverso contributi per gli investimenti nell’accoppiamento automatico dei carri, rispettivamente attraverso il versamento di indennità d’esercizio per un periodo transitorio. Affaire à suivre. Annuncio pubblicitario

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La tortora selvatica tuberà ancora?

Mondoanimale ◆ In Europa è sull’orlo dell’estinzione il bel volatile che è fra i più famosi simboli di fedeltà e d’amore della natura

Birdlife Svizzera lancia l’allarme per la Tortora selvatica, a rischio di estinzione perché minacciata dalla perdita del proprio habitat, ovvero dei paesaggi agricoli strutturati. Dal piumaggio color marrone-ruggine, per il suo caratteristico tubare essa è uno dei più grandi simboli d’amore della natura, ma non deve essere confusa con la più comune Tortora dal collare che vive nelle zone edificate e con la quale condivide solamente il colore. «Purtroppo, dietro questo dolce simbolismo si nasconde una drammatica realtà». È il monito di Birdlife che non lascia scampo a una situazione d’emergenza che deve essere sanata al più presto. Lo conferma, cifre alla mano, la Stazione ornitologica di Sempach secondo la quale «in tutta Europa, dal 1980 ad oggi la popolazione della specie è diminuita di circa l’80%, mentre in Svizzera il suo calo è di circa il 40% dagli anni 90. Ciò significa che nel nostro Paese ne rimangono solo circa da 150 a 400 maschi in canto, ma è completamente sconosciuto quanti di loro riescano effettivamente a trovare una femmina».

A causa della perdita di habitat di nidificazione gli effettivi di Tortora selvatica sono drammaticamente e drasticamente calati anche in Svizzera La Tortora selvatica nidifica in quasi tutta Europa (ad eccezione della Scandinavia), così come nel Nord Africa e nel Vicino Oriente fino al Kazakistan. Monitorando la situazione nella nostra nazione, il sodalizio conferma la sua presenza pure in Ticino (principalmente sul Piano di Magadino) e in alcune parti dell’Altipiano centrale, del Giura e del Vallese. BirdLife Svizzera individua la ragione principale del forte declino nella perdita di habitat di alta qualità nelle aree di nidificazione e ciò

è dovuto principalmente all’agricoltura industrializzata e all’urbanizzazione: «A causa della perdita di habitat strutturati e preziosi nei quartieri di nidificazione e delle persecuzioni, gli effettivi di Tortora selvatica sono drammaticamente e drasticamente calati anche in Svizzera dove è pure necessario adottare misure urgenti per salvare la specie dalla sua scomparsa; l’agricoltura intensiva non ha lasciato quasi più ambienti adatti alla sua nidificazione e al foraggiamento della specie. Di conseguenza, il successo riproduttivo sta diminuendo e con esso pure la speranza di una ripresa della popolazione». Una situazione talmente preoccupante che BirdLife International, insieme alle sue organizzazioni nazionali e ai suoi numerosi partner, ha elaborato un piano d’azione per la specie ufficialmente adottato nell’ottobre 2018 nell’ambito della Convenzione di Bonn, al cui sviluppo ha partecipato pure l’omologa associazione svizzera. Di fatto, negli ultimi anni, BirdLife Svizzera e i suoi partner hanno piantumato e mantenuto numerose siepi in diverse aree del Ticino e della Grosse Moos (canton Friborgo) importanti per la Tortora selvatica: «Stiamo anche testando varie misure per promuovere una flora ruderale diversificata come alimento per la specie. Misure che, tuttavia, richiedono terreni in aree coltivate attraenti dal punto di vista agricolo e talvolta anche autorizzazioni complesse a livello amministrativo da parte delle autorità agricole». Un sostegno va anche alle organizzazioni nazionali di BirdLife nella regione del Mediterraneo, in prima linea nell’impegno contro il bracconaggio. Nei Paesi mediterranei, infatti, il volatile è pure preda ambita dai cacciatori: «Caccia e catture illegali causano un prelievo annuale stimato ad almeno 2 o 3 milioni di uccelli». In Europa, la caccia è uno dei principali fattori di rischio di estinzione della Tortora selvatica tanto che l’Unione europea ha stilato un

Birdlife.ch/Markus Varesvuo/naturepl.com

Maria Grazia Buletti

piano d’azione e alcuni Paesi virtuosi come Portogallo, Spagna e Francia hanno bandito dal 2021 la caccia a questo volatile. Tornando nella nostra nazione, a partire dal 2021 BirdLIfe Svizzera ha avviato prove pilota per la promozione mirata della specie: «Speciali maggesi incolti, con circa il 50% di superfici con terreno aperto, offrono condizioni di foraggiamento ideali per le Tortore selvatiche». Inoltre, a partire dallo scorso anno, insieme ai suoi partner europei si sono creati dei maggesi per le Tortore selvatiche nei cantoni di Berna, Friburgo, Vaud e Ginevra. Inoltre, in stretta colla-

borazione con gli agricoltori locali, i cantoni e il Groupe ornithologique di Bassin genevois (GOBG, associazione cantonale di BirdLife) sono già state create molte di queste preziose aree. In Ticino, sul Piano di Magadino abbiamo una delle più importanti fra le popolazioni svizzere che conta una trentina di coppie nidificanti ed è oggetto del progetto di conservazione di BirdLife Svizzera e Ficedula, associazione per lo studio e la conservazione degli uccelli della Svizzera italiana: «Gli sforzi di conservazione devono ora essere intensificati per preservare il più possibile queste importanti popolazioni».

E il ventaglio di progetti di conservazione pare porti speranza e sviluppi positivi: «In Inghilterra le popolazioni di Tortora selvatica si sono riprese in modo significativo, grazie alla predisposizione di grandi pascoli estensivi e maggesi che forniscono alla specie una ricca offerta alimentare». Questa conferma giunge da vogelwarte.ch che certifica la stabilità nei numeri di Tortore selvatiche presenti sul territorio inglese, mentre pare che nella vicina Lombardia si registri addirittura un lieve aumento che lascia pure ben sperare per la conservazione di questo simbolo di amore e fedeltà.

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Viale dei ciliegi Sid Sharp L’abito non fa il lupo Giralangolo (Da 6 anni)

Divertente, profondo e originale questo graphic novel dell’autrice canadese Sid Sharp. Divertente perché umorismo e delicata ironia illuminano dialoghi e parti narrative; profondo perché affronta, con encomiabile leggerezza, temi come la paura, la diffidenza, il sentirsi indifeso, l’importanza della relazione con gli altri e della solidarietà tra pari, l’accettazione di sé; originale perché non è il solito libro sullo stereotipo del lupo buono di cui è piena la letteratura per l’infanzia contemporanea. Qui i lupi sono ciò di cui ha terrore la pecora protagonista, l’adorabile e solitario Greg De Pecoris, che conduce una pacifica esistenza nella sua casetta al limitare della foresta, cucendo trapunte, bevendo tè, accennando passi di danza, considerando «sé stesso una compagnia eccellente». Il mondo là fuori, però, ossia la foresta, è un po’ meno perfetto della sua domestica comfort zone, poiché, sebbene della foresta gli piacessero le more da mangiare, il canto degli uccelli da ascoltare e i fiori da annusare, non

di Letizia Bolzani

gli piaceva proprio per niente pensare a eventuali lupi nascosti là dentro. Lupi terribili, affamati, ringhianti, ululanti, che Greg sente da dietro la finestra di casa, o che gli capita addirittura di scorgere quando si avventura fuori in cerca di more. La sua casa diviene sempre più un «rifugio» in cui barricarsi, tanto che la tenda alla finestra resta rigorosamente chiusa e Greg non guarda neanche più all’esterno. Ma la sua pancia reclama, le more sono là fuori, in qualche modo la foresta va affrontata. E allora lui, come i protagonisti delle fiabe migliori, deve trovare il modo, e il coraggio, di affrontarla, la sua foresta. Lo farà ricorrendo alle sue abili-

tà sartoriali, e si confezionerà un fantastico travestimento da lupo. E così «invece di sé stesso, era qualcun altro». Un terribile, spaventoso (e spaventato, ma questo lo sappiamo solo noi lettori, oltre a lui) lupo. L’incontro con gli altri lupi sarà inevitabile e (per noi lettori, non certo per lui) anche spassoso. La storia procede serrata, si volta pagina con la curiosità di vedere dove andrà a parare l’autrice, a un certo punto Greg nota, e noi in ansia con lui, che «le cuciture del suo bellissimo abito da lupo stavano cedendo» (metafora bellissima del tema centrale del libro, che ci porta ad allentare l’asserragliamento isolato, all’avere fiducia in sé e al cercare la solidarietà degli altri) e il finale, vi assicuro, sarà sorprendente! Jairo BuitragoJuan Camilo Mayorga La festa del leone Caissa (Da 5 anni)

Restiamo in tema «travestimenti» con questo albo di due autori colombiani, di Bogotà, che ci porta in un giardino, «un gran bel giardino», dove si sta svolgendo una festa in costume. Ci sono persone travestite da goril-

la, marziani, dinosauri, tutti costumi che comunque lasciano trasparire il volto umano, sotto la maschera. A un certo punto arriva un leone, e il testo di Buitrago lo introduce con quella deliziosa imperturbabilità della letteratura per l’infanzia, come se questa new entry fosse la cosa più normale del mondo: «Un leone che passava di lì vide le lucine e le empanadas sulla tavola. Aveva fame e freddo e decise di intrufolarsi». Antesignani celebri sono ad esempio il leone che come niente fosse arriva a casa di Mauro, nel romanzo di Pinin Carpi Mauro e il leone; o Il leone in biblioteca di Knudsen-Hawkes; o Il cenone del Signor Leone, di William Marshall,

in cui il Signor Leone fa addirittura l’animatore a un elegante veglione di Capodanno. Davvero, il leone in uno scenario urbano è la perfetta sintesi di quel magico sovvertimento del senso comune, tipico dell’infanzia, che vivifica lo sguardo e lo apre all’inatteso. Qui, ne La festa del leone, gli astanti lo scambiano però per un umano con un travestimento molto ben fatto, e saranno quindi i piccoli lettori e le piccole lettrici i più aperti all’inatteso, perché loro già sanno che lui è un leone vero, il che farà scaturire anche vari effetti comici (tutti gli invitati, presi dall’entusiasmo e dall’ammirazione per questo nuovo invitato, mangiano con le mani come fa lui, tutti ballano saltando e dando spintoni come fa lui…), finché, a sera, il simpatico leone se ne andrà via, indisturbato, tornando nella sua «giungla» con non pochi generi di conforto presi alla festa (empanadas, torte, caramelle). Le colorate, espressive immagini di Mayorga ben si sposano con l’andamento scanzonato del testo, e ci ricordano che se manteniamo uno sguardo bambino possiamo immaginare meravigliose giungle non lontane da noi, anche nei pressi delle nostre grigie e stanche città.


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SOCIETÀ / RUBRICHE

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L’altropologo

di Cesare Poppi

Tripoli dichiara guerra agli Stati Uniti ◆

«Era scritto nel loro Corano che tutte le nazioni che non avevano riconosciuto il Profeta erano peccatrici, e che i fedeli avevano il diritto e il dovere di saccheggiarle e renderle schiave; e che ogni musulmano ucciso in questa guerra sarebbe sicuramente andato in paradiso. Disse anche che l’uomo che per primo sale a bordo di una nave aveva uno schiavo in più rispetto alla sua quota, e che quando saltano sul ponte di una nave nemica, ogni marinaio tiene un pugnale in ogni mano e un terzo in bocca; che di solito incuteva un tale terrore nei nemici che questi subito si arrendevano». Così Thomas Jefferson, che sarebbe diventato il terzo Presidente degli Stati Uniti, nel rapporto che scrisse per il Congresso della giovanissima Unione (1783) sui risultati dell’incontro avvenuto a Londra nel marzo del 1786 con l’Ambasciatore del Governatore di Tripoli Sidi Haji Abdrahamani. Quegli fece una proposta che il Congresso Americano comprese non si potesse rifiu-

tare. In soldoni: «Volete commerciare nel Mediterraneo ora che, liberi e indipendenti quali avete voluto essere non siete più sotto la protezione della Royal Navy!? Siate i benvenuti: pagate un tributo e vi lasceremo in pace. Prendere o lasciare». Erano decenni, o meglio secoli, che il problema della pirateria/guerra di corsa coi cosiddetti Stati Barbareschi (da «Berberia» – la Terra dei Berberi) costituiva una spina nel fianco per il commercio navale nel Mediterraneo. Il regno del Marocco in primis, poi i Bey (governatori) di Algeri, Tunisi e Tripoli si erano progressivamente affrancati dall’Impero Ottomano ed agivano pro domo sua. In particolare, il Marocco si trovava ad ospitare nel porto di Salè (Saleh), proprio di fronte a Rabat, una bizzarra, pittoresca «repubblica» di pirati e sedicenti corsari che rispondevano, ora a questi ora a quei, «Titolari di Bandiera» sotto la quale malviventi di tutta Europa – inglesi, olandesi, spagnoli, catalani, gre-

La stanza del dialogo

ci, albanesi, italiani, musulmani arabi e turchi – scorrazzavano in cerca di profitti in lungo e in largo fino in Francia, Inghilterra e Irlanda. Un’efficientissima Multinazionale del Bottino che viveva di commercio di merci «acquisite» e riscatti degli schiavi. Era quest’ultima una branca particolare del commercio marittimo che impegnava sull’una e l’altra sponda sensali intermediari Indipendenti No Profit come l’Ordine dei Frati Mercedari e i Trinitari intenti a negoziare e garantire ricatti/riscatti dall’una e dall’altra parte. Fu così che il 19 luglio 1794, forte del discreto se non ottimale esito di analoghe trattative con il Marocco, il Congresso statunitense stanziò 800’000 dollari per il rilascio dei prigionieri americani e per un trattato di pace con Algeri, Tunisi e Tripoli. Obtorto collo del Congresso, questo regime tariffario durò fra alti e bassi fino al 1801, intanto che si decideva se ancora fosse vantaggioso essere secondi o terzi (o quarti, o quinti…)

nel Mediterraneo o fosse invece meglio essere primi nel Pacifico: Est (dove paghiamo noi) o Ovest (dove ci facciamo pagare). Forse persuaso anche dal fatto che otto anni di tergiversazioni erano risultati in conti in rosso, perdite di cargo, navi e marinai schiavizzati per il traffico navale commerciale statunitense nel Mare Nostrum degli Altri che credevano invece fosse Loro. Durante la Presidenza Adams – che successe a Washington – Jefferson, che non era mai stato al gioco, continuò a battersi per la fine del tributo agli Stati Barbareschi all’insegna del Free Commerce. Fra il 1794 e il 1798 la Marina statunitense fu ricostruita e potenziata high-tech. Nel 1798 fu fondato il Dipartimento per la Marina Militare, proprio al fine di monitorare da vicino la Questione Mediterranea. Al fatto compiuto delle divisive Presidenziali del 1800, quando Jefferson (fondatore del Partito Repubblicano) sconfisse Adams, di fronte a un’ulteriore richiesta di 225’000

dollari da Tripoli, il Congresso decise di sospendere il pagamento dei tributi. Il 10 maggio 1801 il Bey/Governatore di Tripoli Yusuf Karamanli fece segare l’asta della bandiera americana davanti all’Ambasciata USA di Tripoli. Questo equivaleva a una dichiarazione di guerra. Ne conseguirono le «Guerre Barbaresche». Durarono con alterne fortune fino al 1815. Una coalizione di Stati Europei «cristiani», con gli USA a fare da produttore/regista (il vostro Altropologo di riferimento la vede così), ridussero a più miti consigli chi faceva fatica a capire che i tempi erano cambiati e si era nella Modernità. Gli oggi mitici Marines furono costituiti in quelle mediterranee balneari circostanze. Così come furono poste le basi per il colonialismo del Maghreb fino alla Battaglia di Algeri. Morale? «Fino adesso abbiamo pagato Noi. Da ora in poi pagate Voi». Ogni riferimento a persone esistenti e fatti realmente accaduti è puramente casuale. Parola di Altropologo.

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di Silvia Vegetti Finzi

Diventare soggetto della propria vita ◆

Gentile signora, da qualche tempo ho difficoltà di memoria e faccio fatica a trovare le parole giuste quando mi esprimo. Ho difficoltà a formulare un pensiero lineare e chiaro. Perdo il filo del discorso. Inoltre dormo male, mi sveglio sovente la notte e al mattino sono molto stanco, faccio fatica ad andare al lavoro. Vorrei solo dormire per ore e ore. Sogno tantissimo, faccio molti sogni disturbanti. Forse per mancanza di affetto o di amore mai ricevuto. Però sento di avere tanto amore da dare. Purtroppo a 30 anni sono single, non trovo la persona giusta. Mai avuto una relazione seria e duratura. Sono cresciuto in una famiglia dove regnava la violenza, la paura e il controllo. Ho avuto un padre violento, che non auguro a nessuno. Sono anni che non lo vedo. Mia madre è succube di mio padre, ma complice in quanto non ha fatto nulla per cambiare la situazione. Ho consultato diversi psichiatri mi

hanno detto che sono depresso. Ma io non sono depresso. Io ho voglia di vivere e di avere una famiglia e di dare ai miei figli amore e di essere un padre migliore. Credo che tutti i miei problemi derivino dalla mia infanzia infelice. Come se ne esce dai traumi infantili e famigliari? Con i migliori saluti. / Alex Caro Alex, i tuoi problemi non sono soltanto tuoi ma caratterizzano la generazione dei giovani adulti cui, al limite, appartieni. La caduta di un orizzonte storico, la mancanza di ogni aspettativa collettiva, stagna la corrente della vita. Nel tentativo di comprendere le cause del tuo malessere, le attribuisci al fatto di essere cresciuto in una famiglia conflittuale, contraddistinta da un padre violento e da una madre sottomessa. Un’infanzia traumatica e infelice rende particolarmente difficile il percorso verso l’età adulta, ma

La nutrizionista

non impossibile. Conosco molte persone che ce l’hanno fatta. E come? Innanzitutto interrompendo l’atteggiamento recriminativo nei confronti dei genitori, assumendosi le proprie responsabilità, concentrandosi sul presente piuttosto che sul passato: quello che è stato è stato. Imprimere una svolta alla propria vita richiede una grande forza d’animo. Ma tu hai le risorse per farlo. Contrariamente ai veri depressi, sei pieno di desideri. Vuoi vivere, vuoi amare, vuoi diventare un padre migliore di quello che il destino ti ha assegnato. Sono queste le energie su cui contare, il potenziale da attivare. Abbandona la condizione di figlio per assumerti quella di padre di te stesso, per metterti al mondo. Ma diventare soggetto della propria vita accade soltanto nella relazione con l’altro, nelle comunicazioni reciproche. Noi ci riconosciamo nello sguar-

do altrui. Perciò smetti di compatirti. La passività aumenta il narcisismo negativo mentre esiste un narcisismo positivo, quello che in passato era denominato «amor proprio». Un amore che richiede uno scambio affettivo: un dare e ricevere. Per una particolarità dell’amore, quello che si dona ritorna indietro di rimbalzo nella forma di amore ricevuto. Uno scambio che avviene soltanto mettendo in atto l’empatia: la capacità di mettersi nei panni del prossimo, di provare i suoi sentimenti, di accogliere le sue domande. Vedrai che nel profondo dell’animo ci assomigliamo tutti, che gran parte delle nostre vicende appartengono alla famiglia umana. Lavorare su se stessi, rievocare la propria biografia, ritrovare il senso di quelli che possono sembrare eventi casuali, è necessario ma non sufficiente. Il corpo detiene il segreto della nostra identità

e occorre coinvolgerlo direttamente. Perciò alzati, vestiti bene, sorridi alla tua immagine, apri la porta ed esci. Ogni uomo ha bisogno dell’aiuto degli altri, non genericamente ma nella realtà di un contesto, nella particolarità di una forma di vita. Non conosco abbastanza la tua storia per consigliarti, né vorrei farlo. Il volontariato offre mille opportunità, sta a te scegliere. Sarà una presa di responsabilità e di autonomia. Ti ringrazio per la stima che mi dimostri e ti auguro ogni bene. Informazioni Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)

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di Laura Botticelli

Barrette ai cereali o iperproteiche, quali scegliere? ◆

Buongiorno Laura, sono una mamma di 4 bambini, ho 35 anni, sono normopeso ma non come prima delle gravidanze e quindi ho iniziato a fare ginnastica e a camminare regolarmente per rimettermi in forma. Mi è quindi aumentata la fame e sto cercando di aiutarmi facendo delle merende con frutta e barrette… ma ce ne sono tantissime e non so se fanno bene alla salute, se sì, quali scegliere se con più proteine o altro? Mi saprebbe gentilmente dare dei consigli in merito? O altri tipi di snack che potrei fare per saziarmi? La ringrazio e saluto. / Cristina Buongiorno Cristina, complimenti per trovare l’energia di rimettersi in forma dopo quattro figli con ginnastica e camminate. Capisco che possa avere più fame e quindi l’aiuto volentieri a non vanificare gli ef-

fetti positivi del suo sport con scelte alimentari sbagliate. Cosa dire, dopo la sua domanda mi sono fatta un giro per i vari supermercati e ho visto che effettivamente c’è un mondo di barrette in vendita: ai cereali e frutta, ai cereali e cioccolato, ai cereali e frutta secca, solo di semi e frutta oleaginosa, solo frutta secca e frutta oleaginosa, iperproteiche e chi più ne ha più ne metta, insomma, si può andare in confusione. Io naturalmente non posso fare dei nomi e neppure nominare marche ma desidero darle delle dritte per capire se lo snack tanto carino e marchiato come «alimento salutare» lo sia veramente per il suo contenuto o per via di tecniche di marketing intelligenti che enfatizzano dei punti positivi ma ne nascondono altri meno salutari. Cosa fare quindi? Come prima cosa è

importantissimo leggere attentamente l’etichetta. Uno snack sano è quello con una lista di ingredienti corta e con sostanze che si conoscono perché naturali (es. frutta, cereali, semi, noci…). Una volta appurato ciò si può fare un’altra scelta, per tutte, in generale, meglio evitare quelle con zuccheri aggiunti come zucchero, miele, sciroppo di glucosio o, se sono presenti, non sceglierle se questi si trovano tra i primi tre riportati sulla lista. Se è una barretta a base di cereali preferire quelli con cereali integrali. Se è una proteica scegliere quelle che presentano al primo posto delle fonti proteiche derivanti dal latte o uovo. Le barrette non sono tutte uguali, possono pesare dai 20g ai 60g quindi un altro punto fondamentale da valutare è la tabella dei valori nutrizionali che valgono per 100g di prodot-

to, ma spesso ci sono anche i valori nutrizionali per ogni singola barretta. Una buona regola è quella di scegliere una barretta per lo snack che dia tra le 100 e le 150kcal, tra 200 e 350kcal o di più meglio evitarle perché possono sostituire praticamente un pasto. Particolare attenzione va posta ai grassi saturi, agli zuccheri, alle fibre e alle proteine. Meglio preferire prodotti con meno di 1.5g di grassi saturi per 100kcal, meno di 10g di zucchero per 100g di prodotto, più di 3g di fibre e più di 5g di proteine, sempre per 100g. Meglio barrette iperproteiche o «normali»? Se desidera solo rimettersi in forma non è necessario esagerare con l’assunzione di proteine perché se ha un’alimentazione equilibrata, in generale ne consumiamo abbastanza coi nostri pasti. Sarebbero eventualmente consigliate solo dopo sforzi molto in-

tensi, per ripristinare i muscoli quindi le consiglierei di più ad atleti. Altri snack salutari alternativi possono essere uno yogurt naturale, frutta oleaginosa (noci, mandorle, pistacchi,…), frutta fresca, un pacchetto di cracker non salati, della verdura, un piccolo panino integrale, un salume magro, burro di arachidi tutti mangiati da soli o combinati tra loro a seconda della fame. Spero di esserle stata d’aiuto; si ricordi anche di idratarsi bene soprattutto quando fa caldo e di preferire l’acqua alle altre bevande. Informazioni Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «La nutrizionista»)


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azione – Cooperativa Migros Ticino 13

ATTUALITÀ ●

Il profilo del nuovo Papa Robert Francis Prevost è il primo pontefice statunitense, ha scelto in nome di Leone XIV e potrebbe ridare unità alla Chiesa cattolica

Reportage dal Vietnam Cinquant’anni fa finiva uno dei conflitti più sanguinosi del Novecento, le nostre impressioni dall’ex Saigon, da Hanoi e Sa Pa

Diverse definizioni di Europa Nonostante continuiamo a nutrire dubbi sulla sua esistenza come soggetto geopolitico, tentiamo di tratteggiare cosa potrebbe essere

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Addio all’autostrada viaggiante

Svizzera ◆ La chiusura anticipata della «rola» – un servizio che permette agli autocarri di essere caricati sui vagoni ferroviari senza staccare il rimorchio – preoccupa e molto. Come contenere l’aumento del traffico pesante e le colonne? Roberto Porta

Questa volta iniziamo dalla Costituzione svizzera, e dal suo articolo 84, quello che si occupa del transito attraverso le nostre Alpi. In questa norma si legge tra l’altro: «Il traffico transalpino per il trasporto di merci attraverso la Svizzera avviene tramite ferrovia. Il Consiglio federale prende le misure necessarie. Eccezioni sono ammissibili solo se indispensabili». Questo articolo è stato approvato da Popolo e Cantoni nel 1994, dopo essere stato proposto dalla cosiddetta «Iniziativa delle Alpi», lanciata per proteggere le regioni di montagna dal traffico di transito. Una votazione storica, che diede una svolta alla politica svizzera dei trasporti, anche se quell’articolo 84 rimane ancora oggi lettera morta, di fatto quella disposizione non è applicata nella realtà.

Dopo quella decisione popolare la legge in materia ha fissato un obiettivo: ridurre a 650mila all’anno il numero di veicoli pesanti che attraversano le Alpi svizzere. Negli anni questi transiti sono diminuiti costantemente: nel 2000 erano circa un milione e 400 mila, nel 2020 erano scesi a 860 mila. Da lì in poi il loro numero è tuttavia tornato ad aumentare, nel 2023 sono stati più 900mila gli autocarri in transito nel nostro Paese. Cifre che ci dicono come la strategia di trasferimento del traffico merci transalpino, dalla strada alla rotaia, sia ancora da migliorare, con il rischio che rimanga una sorta di «eterna incompiuta» della politica dei trasporti elvetica. Un quadro che ora si è fatto ancor più preoccupante, perlomeno agli occhi di chi cerca di promuovere la politica di trasferimento del traffico merci. E questo perché da lunedì 5 maggio si sa che la cosiddetta «autostrada viaggiante» ha ormai i mesi contati. La società che gestisce questo tipo di servizio, la RALpin, ha comunicato che, per motivi finanziari, si vede costretta a chiudere questo trasporto su rotaia alla fine del 2025. L’autostrada viaggiante, chiamata anche «rola» – dal tedesco «rollende Autobahn» – è un servizio che permette agli autocarri di viaggiare sui vagoni ferroviari, senza dover staccare il rimorchio. Durante il viaggio i camionisti prendono posto in un vagone passeggeri, a volte anche in cuccette per la notte. In questi ultimi anni i veicoli pesanti vengono trasportati su una sola tratta, tra Novara e Friburgo in Bresgovia, lungo il Sempione e il Lötschberg. Dal 2011 e per qual-

Keystone

Nel 2020 i camion in transito nel nostro Paese erano scesi a 860 mila. Ma nel 2023 sono aumentati: sono stati oltre 900mila

che anno era stato aperto anche un secondo collegamento, poi abbandonato, da Basilea a Lugano. Tra pochi mesi la «rola» verrà chiusa del tutto, dopo aver trasportato 80mila camion nel 2024. Per RALpin la situazione si è fatta insostenibile dal punto di vista economico, questo perché a causa di parecchi cantieri, soprattutto in Germania, ha dovuto cancellare diversi collegamenti. In altri termini si tratta di un problema importato: i cronici ritardi nella realizzazione e nella ristrutturazione di linee ferroviarie veloci in terra tedesca stanno azzoppando una parte almeno della politica di trasferimento svizzera. L’anno scorso è stata registrata una perdita pari a oltre 2 milioni di franchi, dovuta al fatto che il 10% dei treni «rola» era stato soppresso. Una tendenza che a quanto pare è irreversibile, nei primi tre mesi del 2025 dai previsti 1000 convogli si è dovuti scendere a soli 800, un calo del 20%. A sostegno di questa società, due anni fa il Parlamento aveva dato il proprio via libera ad un sussidio pari a 106 milioni di franchi per prolungare fino

al 2028 questo tipo di trasporti, aggiungendo due anni rispetto a quanto previsto in un primo tempo dal Consiglio federale. Governo che in un suo comunicato stampa di allora così definiva la «rola»: «l’autostrada viaggiante fornisce un contributo al trasferimento del traffico merci transalpino dalla strada alla rotaia, ha un impatto positivo sul clima e sull’ambiente, e sgrava la rete stradale nazionale».

Problemi e ritardi cronici in terra tedesca stanno azzoppando una parte almeno della politica di trasferimento svizzera Va detto che la «rola» aveva comunque gli anni contati, la sua infrastruttura era ormai arrivata a fine vita, dopo oltre 30 anni di navette ferroviarie attraverso le nostre montagne. La sua chiusura anticipata ha suscitato l’immediata reazione anche tra i parlamentari, il deputato ticinese Bruno Storni ha inoltrato una interpellanza sostenuta da altri 17 consiglieri nazio-

nali. A suo dire la decisione di chiudere la «rola» è «anacronistica e inopportuna». Per l’Iniziativa delle Alpi, associazione che ora porta il nome di ProAlps, quanto annunciato mette in pericolo la politica di trasferimento, da qui un appello al Governo a presentare «con urgenza una strategia efficace per evitare il ritorno sulla strada di decine di migliaia di camion». Strada, o meglio, l’autostrada del San Gottardo che la settimana scorsa è stata al centro di diversi dibattiti in Consiglio nazionale, riunito per una sessione speciale di soli tre giorni. Da discutere diversi atti parlamentari che mirano a ridurre il fardello del traffico di transito che pesa sulla popolazione locale e sull’ambiente, in particolare in Ticino e nel Canton Uri. I deputati hanno accolto due mozioni di carattere tecnico. La prima chiede al Governo una modifica di legge per permettere la chiusura delle uscite autostradali, nei giorni da bollino rosso. Una misura che impedirebbe agli automobilisti di riversarsi sulle strade cantonali, fatto che oggi causa imbottigliamenti a danno dell’u-

tenza locale. Si tratta di un passo in più rispetto alle norme attuali, oggi è possibile chiudere gli accessi alle autostrade, come succede regolarmente da una parte e dall’altra del San Gottardo, ma non le uscite. La seconda mozione riguarda gli strumenti di navigazione satellitare, per la maggioranza del Consiglio nazionale si deve fare in modo che abbiano l’obbligo di segnalare queste chiusure. Respinti invece due atti parlamentari che chiedevano per l’ennesima volta l’introduzione di un pedaggio per poter accedere alla galleria del San Gottardo. Per un solo voto di scarto questa misura è stata bocciata. Il pedaggio in questione era stato immaginato in modo flessibile, con una tariffa variabile a seconda del traffico di giornata, il passaggio è gratuito se non ci sono colonne ed è a pagamento man mano che le code aumentano. Sul tema però anche Popolo e Cantoni potrebbero essere chiamati ad esprimersi, ProAlps sta infatti va soppesando l’idea di lanciare un’iniziativa popolare. In altri termini, il transito lungo le Alpi rimane un osservato speciale.


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ATTUALITÀ

La speranza: ridare unità alla Chiesa

Cattolicesimo ◆ Tante sfide attendono il nuovo papa Leone XIV che ha subito parlato di pace e carità Giorgio Bernardelli

Il primo papa proveniente dagli Stati Uniti. Ma un papa missionario, che il vescovo lo ha fatto in Perù e di questo Paese nel 2015 ha addirittura preso una seconda cittadinanza, accanto a quella americana. Ancora una volta dal conclave è uscita la sorpresa, con l’elezione rapida del cardinale Robert Prevost, 69 anni, che papa Francesco aveva chiamato in Vaticano all’inizio del 2023 come prefetto del dicastero per i Vescovi, una delle figure chiave della Curia romana. La sera dell’8 maggio si è affacciato da quella stessa loggia delle Benedizioni della basilica di San Pietro da cui Bergoglio appena tre settimane fa aveva dato il suo ultimo commiato. Presentandosi ai cattolici di tutto il mondo con le eloquenti parole «Pace a tutti voi» e facendosi chiamare Leone XIV. Un nome che evoca il papa della Rerum Novarum – l’enciclica sul lavoro del 1891 che è considerata l’inizio del magistero sociale della Chiesa cattolica – ma anche frate Leone, l’amico più fidato di san Francesco. Il nome di Robert Prevost era circolato nelle liste dei papabili tra le figure di mediazione, ma in pochi avevano creduto davvero all’ipotesi di un Papa nordamericano. Invece nella Cappella Sistina sembra proprio aver prevalso l’idea di un pontefice capace di tenere insieme le anime diverse del cattolicesimo globale, dopo i dodici anni di «rottura» del papa argentino. Alla vigilia del conclave una parte del collegio cardinalizio insisteva con forza sulla necessità di non lasciar spegnere la forza d’urto di Francesco, la sua insistenza sulla misericordia e su una «Chiesa in uscita», l’apertura di spazi nuovi nella Curia romana per i laici e le donne in ruoli di responsabilità. All’opposto c’era chi chiedeva espressamente un ritorno alla «chiarezza nella dottrina», di non confondere l’ascolto del «popolo di Dio» con l’esercizio dell’autorità nella Chiesa, di mantenere una propria identità forte nel dialogo con le sensibilità del nostro tempo. Leone XIV si profila come il punto di equilibrio tra queste due spinte contrapposte.

Visivamente, anche nei paramenti con cui si è presentato, ha richiamato alla memoria l’elezione di Benedetto XVI Lo si è visto fin dal suo primo emozionatissimo saluto ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per ricevere la prima benedizione del nuovo papa. Visivamente, anche nei paramenti con cui si è presentato, ha richiamato alla memoria l’elezione di Benedetto XVI. Ma le parole da lui pronunciate si sono ricollegate immediatamente al messaggio di Francesco: la sfida di «una pace disarmata e disarmante», l’idea che «Dio ama tutti», la Chiesa come «ponte di dialogo» con tutti. «Vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca di essere vicina specialmente a coloro che soffrono». E se Francesco nel suo primo saluto aveva rivendicato la sua provenienza dalla «fine del mondo», Leone XIV – il primo papa «born in the Usa» – ha usato lo spagnolo per rivolgersi direttamente ai suoi latinos di Chiclayo, la diocesi di cui è stato vescovo in Perù, dove ha detto «di aver ricevuto tanto». Perché c’è un’altra mediazione fon-

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azione – Cooperativa Migros Ticino

Il nuovo papa Leone XIV che, in basso, riceve il copricapo da Francesco dopo la sua elezione a cardinale il 30 settembre 2023. (Keystone)

damentale che Robert Prevost incarna nella Chiesa cattolica di oggi: quello tra il nord del mondo e il sud globale. Un uomo nato e cresciuto a Chicago, ma missionario in Sudamerica e che per dodici anni è stato priore generale degli Agostiniani, un ordine religioso che conta oltre 2500 sacerdoti in 50 Paesi del mondo. Se quello del 2025 è stato il conclave delle «periferie», con ben 71 Paesi rappresentati tra i cardinali elettori, deve per forza voler dire che anche loro hanno visto in questo cardinale che si considera peruviano quanto statunitense un segno per il mondo intero. E se Donald Trump, come suo solito, esulta come per una medaglia stelle e strisce alle Olimpiadi, l’America cattolica di Leone XIV è molto distante da quella di J. D. Vance. Sarà un pontificato tutto da scoprire quello di Leone XIV. Chi lo conosce parla di un uomo gentile, lontano dagli estremismi, ma anche con alle spalle una solida esperienza di governo negli agostiniani. Un Papa probabilmente più vicino allo stile curiale che ai giri di tango che tanto affascinavano in Bergoglio. Sulle spalle ha il mandato dell’unità, rafforzato dall’elezione avvenuta in tempi molto rapidi; ma è anche un’asticella posta

molto in alto. Quella che si apre, per certi versi, è una stagione ecclesiale simile a quella del 1963 con l’elezione di Paolo VI. Anche Montini giunse sul soglio di Pietro dopo un pontificato fortemente carismatico come quello di Giovanni XXIII. Anche in quel caso c’era un cantiere aperto che ereditava: quello del Concilio Vaticano II, molto simile a quel recupero della «sinodalità» nella Chiesa che papa Francesco ha iniziato.

È un papa probabilmente più vicino allo stile curiale che ai giri di tango che tanto affascinavano in Bergoglio Ma mantenere l’unità non fu affatto facile per Paolo VI, che si ritrovò molto presto criticato tanto dai tradizionalisti (al punto che si arrivò allo scisma di mons. Lefebvre) quanto dai progressisti (che nel post-Concilio lo accusarono di averne soffocato il vento di novità). È la grande insidia che Leone XIV si troverà davanti. Sotto traccia, poi, c’è sempre la questione della risposta della Chiesa alla questione degli abusi sessuali commessi dal clero, su cui Francesco ha invo-

cato «tolleranza zero» ma che in tanti Paesi – tra cui proprio il Perù – restano ancora un campo minato. Intanto, però, papa Prevost si è presentato al mondo pronunciando la parola che tutti oggi più attendono: pace. L’ha ripetuta con forza, ricordando quanto Francesco abbia speso fino all’ultimo le sue energie nell’invocarla davanti ai potenti del mondo. E l’ha richiamata proprio mentre all’infinita sequela di fronti aperti, proprio mentre i cardinali stavano chiusi nel loro conclave, se n’è andata ad aggiungere addirittura un’altra, lo scontro che in queste ore è tornato a seminare morte in India e in Pakistan. Raccoglie il testimone della guida della Chiesa nel mezzo di un Giubileo che ha per tema la speranza, papa Leone XIV. Un compito che spaventerebbe chiunque, in un tempo così colmo di paure. Arriva sul soglio di Pietro senza avere alle spalle l’esperienza di aver guidato comunità cattoliche di grandi tradizioni, credenziali da fine teologo o rodate esperienze nella diplomazia pontificia. Al contrario: si presenta come un semplice missionario, cresciuto camminando accanto al popolo a lui affidato in Perù. Forse potrebbe essere la sua vera forza.

Fra i Libri di Paolo A. Dossena

Marco Travaglio, Ucraina, Russia e Nato in poche parole, Paper First, novembre 2024 Chi è il cattivo di questo libro sul conflitto russo-ucraino? È l’ex premier britannico Boris Johnson, il cui intervento a Kiev, il 9 aprile 2022, è uno dei punti centrali della ricostruzione di Marco Travaglio. Storico e giornalista italiano di alto livello, Travaglio si dichiara da sempre liberale e allievo del suo direttore Indro Montanelli (per il quale lavorò a «Il Giornale» e «La Voce»). Travaglio è direttore de «Il Fatto Quotidiano», punto di riferimento di chi era ostile all’ex premier italiano Silvio Berlusconi (condannato nel 2013 per frode fiscale) e che combina idee e personalità della destra legalitaria ma anche della sinistra (la linea politica è la Costituzione). Lo sfondo di Ucraina, Russia e Nato in poche parole è questo: nel 1989-1991 crolla il Muro di Berlino, l’Urss si sgretola, sembra finalmente cominciare un’era di pace. Il presidente Usa George Bush s’accorda infatti col presidente russo Michail Gorbačëv: la Nato non s’allargherà a est della Germania che si riunifica. Pace e armonia finché, nel 1994, il presidente americano Bill Clinton comincia a parlare di allargare a est la Nato, che dal 1999 inizia a inglobare i Paesi dell’ex Patto di Varsavia e perfino pezzi dell’ex Urss. Il bubbone scoppia quando anche l’Ucraina vuole entrare nella Nato. La reazione dello spietato presidente russo Vladimir Putin è brutale quanto prevedibile: il 24 novembre 2022 invade l’Ucraina (anche se la guerra è cominciata da tempo, nella regione mista del Donbass c’è un conflitto tra separatisti filo-russi e milizie ucraine fin dal 2014). Tuttavia inizia immediatamente (marzo) un negoziato con incontri tra le delegazioni dei due Stati a Istanbul, grazie alla mediazione turca (Recep Erdogan) e israeliana (Naftali Bennett). Tutte le parti (russi, ucraini, turchi e israeliani) dicono che è pronta una bozza d’accordo in 15 punti (pubblicata anche dal «Financial Times»). La guerra potrebbe finire immediatamente, anche se l’accordo sorge da un lungo processo (secondo Bennett s’arriva al documento finale dopo 18 bozze). Ecco i punti fondamentali: Kiev sarà neutrale rinunciando all’ingresso nella Nato; Mosca rinuncerà alla regione multietnica del Donbass (cui sarà garantita larga autonomia) ritirandosi dall’Ucraina. Le cose procedono: l’8 aprile Mosca riposiziona a sud le truppe dislocate nelle aree di Kiev e Charkiv. Ma il 9, giorno in cui deve essere firmato il pre-accordo di Istanbul, appare a Kiev Boris Johnson, che dice al presidente ucraino Vladimir Zelensky di non azzardarsi a firmare. L’Occidente non sosterrà alcun accordo di pace, non negoziate e continuate a colpire la Russia: Johnson ha bloccato la mediazione. E ora? Oggi il gioco dell’Oca torna alla casella di partenza, quella di tre anni e centinaia di migliaia di morti e mutilati fa, ma con condizioni molto peggiori per Kiev e molto migliori per Mosca. Recentemente, alla televisione italiana, Travaglio si è sfogato: «Chi erano i migliori amici dell’Ucraina? Eravamo noi, che chiedevamo il negoziato fin dall’inizio e venivamo chiamati “putiniani”». La guerra in Ucraina è infatti persa: gli sfortunati abitanti di quel Paese sono stati sacrificati come carne da macello della Nato, mentre l’economia dell’Europa è distrutta.


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ATTUALITÀ

Tra India e Pakistan Prospettive ◆ Cosa sta succedendo, cosa c’entra il Kashmir e quanto bisogna preoccuparsi Francesca Marino

Istantanea dalla «Saigon, more elegant». (Keystone)

Vietnam, 50 anni dopo

Reportage ◆ Il 30 aprile 1975 terminò uno dei più sanguinosi conflitti del Novecento. Le nostre impressioni dall’ex Saigon, da Hanoi e Sa Pa Cristina Marconi

C’è una foto così bella, al Museo della guerra di Ho Chi Minh (ex Saigon), che mi sono scordata di fotografare: una bambina di 5 anni circa sorride radiosa accanto a una cesta di pesci o gamberi. È su una barca, scalza, sono gli anni Novanta, la luce è quella del mattino, la sua aria scanzonata e fiduciosa dovrebbe essere quella di ogni creatura venuta al mondo. Lo penso mentre cerco di rimandare indietro le lacrime accumulate durante le ore passate a guardare foto, oggetti e testimonianze dell’orrore nero. Basterebbe aprire un giornale per leggerne altri più attuali, certo, ma c’è qualcosa di assoluto, di paradigmatico nel modo in cui la follia è emersa in Vietnam (il conflitto – che prese avvio nel 1955 e terminò nel 1975 con la vittoria del nord e la riunificazione del Paese – è ricordato anche per l’uso di armi chimiche devastanti e per essere stato la prima e più cocente sconfitta degli Usa contro il blocco comunista nel corso della Guerra fredda). Una follia così documentata che i curatori hanno pensato di fare una stanza gioco per i piccoli turisti in modo da sottrarli alla vista prematura delle tante immagini insopportabili, spesso di loro coetanei, esposte nei due piani di questa palazzina ariosa. «Come mai avete deciso di visitare il museo dei residuati bellici?», ci chiedono alcuni studenti con una telecamera per una ricerca universitaria. Rispondiamo professionali: «La storia di questo Paese riguarda tutti», o qualcosa di simile, con alcuni milioni di morti vietnamiti e i 58mila americani caduti mentre si facevano strumento di un delirio così raccontato, così contestato da diventare centrale per la nostra identità. L’inizio della disobbedienza civile, il patrimonio di attivismo che si è portato dietro, la prima guerra fatta di immagini, raccontata in film immortali incentrati sul dolore del carnefice. E la vittima come si racconta? Celebra la memoria e guarda oltre, o almeno così parrebbe. Il sorriso sconfinato della bimba del peschereccio è la stessa che vedo in loro e per strada in una città in cui l’età media è neanche 30 anni e in cui tutti sfrecciano allegri sui loro motorini: non si guarda, non ci si ferma sulle strisce, sarà la legge della pre-

cedenza karmica, un ordine si trova, chissà se funziona sempre. Sembrano tutti allegri, nei giorni in cui abbiamo visitato il Paese: il 30 aprile è la festa nazionale, ovunque ci sono bandierine o magliette rosse con la stella gialla o la falce e il martello. La città è in festa, parate, feste e concerti. Passiamo davanti all’edificio dove è partito l’ultimo elicottero americano il 30 aprile del 1975, quando Saigon è stata liberata dall’esercito comunista del nord, lì finisce il Vietnam come idea occidentale e nasce il Paese, «una vittoria della resilienza, dello spirito e dell’intelligenza vietnamite», come ha detto Tô Lâm, il segretario generale del Partito comunista, in uno dei tanti discorsi in occasione della ricorrenza.

Ottimismo senza democrazia All’uscita da un parco, un gruppo di ragazze camminano abbracciate con gli occhi lucidi e cantano a squarciagola una canzone, come fosse Albachiara di Vasco Rossi. E invece no, «Vietnam Ho Chi Minh!», mentre i fidanzati le fotografano a beneficio dei social. Guai a loro se sbagliano inquadratura. Intanto genitori giovanissimi portano neonati sottobraccio in motorino, magari con il figlio più grande seduto in mezzo, tra la madre e il padre. I più anziani, soprattutto donne, si esibiscono in coreografie sul lungofiume, vestite uguali. La parola «ottimismo» sembra pulsare nell’aria, o forse è solo l’effetto di tutta questa gioventù a cui non siamo più tanto abituati, nella decrepita Europa. Una gioventù pare felice con poco e che guarda al futuro. Ecco: cento milioni di persone, un Pil che veleggia intorno al 7% da vent’anni, con qualche caduta, tipo il 2,9%, e un benessere crescente che smussa di molto la percezione di un dettaglio fondamentale, ossia che non c’è democrazia. Per questo il regime è ben consapevole che non ci si possono permettere errori. «Trump, brrr», mi dice, abbassando gli occhiali da sole Christian Dior, un’elegante imprenditrice con prole anglofona invitandomi a smettere di usare quello scioglilingua di «Ho Chi Minh City» e di chiamare la città semplicemente «Saigon, more elegant». Incerta su cosa sia più rispettoso – il nome usato dopo la vit-

toria comunista o quello vecchio, come nel romanzo di Marguerite Duras che sto leggendo, Una diga sul Pacifico – la ascolto mentre liquida le minacce sui dazi di Donald Trump come fossero il brusio di una fastidiosa zanzara. Il Governo vietnamita non se lo può permettere, politicamente ancora prima che economicamente: ha già fatto sapere di volere comprare di più dagli Stati Uniti, ha ridotto i suoi dazi su diversi prodotti e punta soprattutto su accordi e partnership, sul tech e i social media, per cercare di blandire il presidente e tornare a offrire un contesto di stabilità per gli investitori, dopo lo choc dato dall’annuncio di dazi del 46% il 2 aprile scorso, poi sospesi per 90 giorni per consentire negoziati. Dal 1995 i rapporti tra i due Paesi si sono normalizzati e dal 2023 sono arrivati al grado più alto possibile, lo stesso che il Vietnam ha con Pechino. La Cina la si vede di più andando a nord, a Hanoi e dintorni, dove tutto è più caotico e inquinato, e perde un po’ della grazia quieta del sud. La sua presa culturale, storica, culinaria è ovunque, nei grandi complessi residenziali costruiti in mezzo al nulla e in certe copie del Big Ben e della cupola degli Invalides che scorgo in mezzo alle campagne poco lontano dalla Baia di Ha Long. Nel turismo, che si mischia a quello occidentale, «anche se ancora non piace loro fare le camminate in montagna, per ora preferiscono arrivare nei resort in macchina», spiega Ai, giovane guida appartenente alla minoranza Hmong mentre ci fa strada tra le risaie di Sa Pa. Ha 30 anni, quattro figli piccolini, una mente rapida. Intorno a noi i bambini sono tantissimi, giocano per strada scalzi, con i cani randagi, in mezzo al fango. Una povertà che altrove non abbiamo visto, allarmante, nonostante il turismo rampante che ha trasfigurato Sa Pa e che vede gli Hmong protagonisti come guide esperte e presenze folkloristiche con i costumi tradizionali e la vendita di oggetti più o meno artigianali. Da loro partirà tutto, se mai il regime crollerà, dicono in tanti. Ma per ora sembra lontano, penso seduta da Công, caffè tutto verde militare e stelle rosse, 75 location in tutto il mondo, anche in Canada. Uno Starbucks comunista, qualunque cosa voglia dire.

L’hanno chiamata «Operazione Sindoor», dal nome della polvere rossa che le donne induiste mettono sui capelli il giorno del matrimonio e che viene cancellata il giorno in cui una donna rimane vedova. Operazione Sindoor, quindi, per vendicare tutte le donne e le ragazze (una si era sposata il giorno prima ed era in luna di miele) rimaste vedove a causa dell’attacco terroristico dello scorso 22 aprile a Pahalgam, in Kashmir. Quando un commando di terroristi ha ucciso 26 turisti, dopo averne identificato la religione. Agli uomini è stato chiesto di recitare la Kalima, la professione di fede musulmana, o di tirare giù i pantaloni per verificare se fossero o meno circoncisi: i non musulmani sono stati ammazzati a sangue freddo. Il massacro è stato rivendicato da The Resistance Front, un gruppo-facciata della ben nota organizzazione terroristica Lashkar-e-Tayyiba (LeT) con sede a Muridke, in Pakistan. La LeT e le sue affiliate sono ufficialmente proscritte sia in Pakistan che nel resto del mondo, ma continuano a operare indisturbate e protette dai servizi segreti e dall’esercito di Islamabad. L’«Operazione Sindoor» avrebbe colpito duro al cuore del Pakistan e delle sue organizzazioni terroristiche: nove missili lanciati su altrettanti campi di addestramento e centri di indottrinamento della LeT, della Jaish-e-Mohammad (JeM) e dell’Hizbul Mujahideen.

Nel covo dei terroristi Nove missili lanciati non soltanto sui campi nella parte di Kashmir occupata dal Pakistan, ma anche sulle sedi principali di LeT e JeM: rispettivamente a Muridke e a Bahawalpur, che si trovano a pochi chilometri da Lahore. Il Pakistan ha reagito come di solito accade in questi casi. Prima negando, poi ammettendo la verità e, infine, ricorrendo a un argomento nuovo per Islamabad ma familiare al resto del mondo: non esistono campi terroristici in Pakistan, l’India ha deliberatamente colpito moschee e ammazzato civili innocenti. Peccato che a smentire il Pakistan siano stati proprio i terroristi: Masood Azhar, il capo della JeM, ha dichiarato di aver perso nell’attacco 10 membri della sua famiglia: non «civili» come sostiene Islamabad, ma terroristi quanto il loro padrino. La famiglia Azhar al completo gestisce difatti la JeM, che funziona come un’organizzazione di stampo mafioso degli anni Cinquanta. E il giorno dopo, sia a Muridke che nel campo Bilal nel Kashmir occupato, si celebravano in

pompa magna i funerali dei combattenti della LeT alla presenza di alti figuri dell’organizzazione e di ufficiali dell’esercito pakistano e dei servizi segreti. Gli stessi ufficiali che, pochi giorni prima del massacro di Pahalgam, avevano accolto a Bahawalpur Khalid Qaddoomi, responsabile per l’Iran di Hamas, e altri quattro alti papaveri dell’organizzazione terroristica. L’intelligence indiana sospetta che l’incontro abbia riguardato la condivisione delle tattiche di attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che potrebbero aver ispirato l’attacco di Pahalgam. D’altra parte i «fratelli» di Hamas erano stati segnalati in Pakistan già lo scorso febbraio quando, in occasione di una conferenza intitolata Kashmir Solidarity and Hamas Operation Al Aqsa Flood tenutasi nello stadio di Muzaffarabad, dividevano il palco con vari membri di LeT, JeM, politici locali e alti ufficiali dei servizi segreti e dell’esercito. Vale la pena notare che il quartier generale di JeM a Bahawalpur si trova a otto chilometri da una base militare. E che da anni, da quando cioè il Governo indiano ha cancellato lo status speciale del Kashmir, il Pakistan tenta di far rivivere e internazionalizzare la ormai defunta «questione del Kashmir» e di costruire similitudini azzardate tra lo Stato indiano e Israele e tra il Kashmir e Gaza: visto soprattutto che i kashmiri indiani sono scesi in piazza dopo Pahalgam a protestare non contro il Governo ma contro i terroristi. La narrativa adoperata dai terroristi di Pahalgam, difatti, la strage di vittime su base etnico-religiosa e la definizione di «coloni» appiccicata alle vittime della strage, coincide con la narrativa di Hamas. E dimentica che lo stesso Pakistan è stato fondato nel 1947 su base religiosa da «coloni» provenienti da ogni parte dell’India. L’«Operazione Sindoor» è stata seguita da una guerra di disinformazione a mezzo stampa e social media, e da pesanti bombardamenti pakistani sui civili dei villaggi indiani al confine tra le due Nazioni. Ed è stata annunciata in conferenza stampa e coordinata da due ufficiali donne dell’esercito indiano: la colonnella Sophia Qureshi e la comandante di brigata Vyomika Singh. Due donne anzitutto perché, secondo la teologia jihadista, non vai in paradiso se vieni ucciso da una donna. E per marcare ancora una volta la differenza tra un Paese in cui le donne comandano squadroni e mandano navicelle spaziali sulla Luna e una Nazione che protegge, difende e usa come strumenti di politica estera i portatori di una medievale ideologia di morte per cui le donne sono invece da cancellare. Il quotidiano «Indian Express» dopo i bombardamenti in Pakistan: «Giustizia è fatta». (Keystone)


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ATTUALITÀ

Le diverse definizioni di Europa

L’analisi ◆ Dal Mare Nostrum dei romani all’Ue, passando per la Champions League restano seri dubbi sulla sua reale esistenza

Una delle esperienze più frustranti che possa capitare a chi, come il sottoscritto, si trova talvolta a commentare gli avvenimenti geopolitici internazionali, è sentirsi domandare, con accento accorato: «E che fa l’Europa?». O, peggio, «che cosa dovrebbe fare l’Europa?». Domande che presuppongono l’esistenza dell’Europa in quanto soggetto geopolitico. Il problema è che questo soggetto non esiste. La sottile angoscia che ne consegue deriva dal non saper rispondere al dubbio: «Perché mi si fa questa domanda?». La risposta che riesco a darmi: «È riflesso condizionato». Semiautomatico. Senza che il dicente si sia fermato a considerare il senso di ciò che dice, in perfetta buona fede. Equivale a «buongiorno», «buonasera» o «ma che bella giornata». Ciò che a me pare palesemente falso a moltissimi altri pare palesemente vero, tanto da non necessitare di dimostrazione. La probabilità che l’autore di queste righe abbia torto è dunque alta. Quanto segue vale quale tentativo di dimostrare il contrario. Dunque non si pretende obiettivo. Chiamiamo Europa uno spazio variamente definito. A scuola (svizzera prima italiana poi) mi si è insegnato che comprende le terre comprese fra la costa atlantica del Portogallo e la (bassa) catena montuosa degli Urali, che biseca la Russia in europea e

asiatica, rispettivamente a ovest e a est di quelle modeste cime. Quanto all’asse nord-sud, si va dall’Islanda allo Stretto di Sicilia. La Groenlandia è non solo geograficamente americana, pur se formalmente danese dunque europea. Il Mediterraneo meridionale gode di una sua ambiguità. Qui la storia tende a determinare la geografia. Per dirla con Lucien Febvre e Marc Bloch, fondatori della scuola storica delle Annales, l’Europa nasce quando cade l’impero romano. Grandiosa costruzione geopolitica centrata appunto sul circuito mediterraneo, Mare Nostrum disegnato da Roma come se vi si imponesse la punta di un compasso. Si spiega così perché a nord delle Alpi i Paesi mediterranei siano spesso considerati extraeuropei, se non proprio africani. Inferiori. Entro questi limiti molto fungibili le Nazioni unite contano 44 Stati, altri arrivano a computarne una cinquantina. L’Uefa, che organizza la Champions League, ne comprende 55. Data la fama transcontinentale del calcio, è probabilmente la più popolare delimitazione dello spazio europeo, radicata nel consenso e nel senso comune di genti anche extraeuropee (risparmio al lettore analoghe elucubrazioni sulla domanda gemella, per me perfino più assurda: «Che cosa dicono le Nazioni unite?», ovvero un insieme di Nazioni disunite che dovrebbe re-

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Lucio Caracciolo

golare il traffico delle dispute territoriali sul pianeta Terra). Nei Paesi dell’Ue in genere la definizione implicita di Europa la vuole sinonimo di Unione europea. Equazione respinta in Svizzera ma condivisa dalla quasi totalità degli italiani, anche da coloro che non amano l’Ue. Ma come fai a trattare da soggetto geopolitico, dunque da Stato, un’organizzazione internazionale speciale di 27 Stati quale l’Ue? Nata non tanto per impulso di europei quanto degli strateghi americani, interessati a consolidare l’Europa occidentale perché non finisse sotto i sovietici? La genea-

logia dell’Unione europea ha tre tappe decisive, tutte di marca Usa: decisione di restare in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale per difenderne la propria zona, delimitata a est dall’Elba (1945); Piano Marshall per rimettere in piedi l’Europa occidentale e impedire che soccomba alla propaganda rossa (1947); Nato, ovvero organizzazione militare dell’impero americano in Europa (1949). Monnet e Schuman, de Gasperi e Adenauer: i loro europeismi erano possibili solo entro il contesto americano. L’europeismo come parte dell’occidentalismo patrocinato da Washington. Con

Trump i nodi vengono al pettine. Il presidente degli Stati Uniti svela l’arcano visibile a chiunque non sia accecato dall’ideologia europeista: agli americani dell’Europa oggi importa poco. E quel poco dipende dalla minaccia russa. L’apparentemente paradossale bellicismo dei Macron, degli Starmer o dei Merz, per cui è meglio che la guerra in Ucraina continui, deriva dal timore che gli americani ci abbandonino a noi stessi. Non accadrà, perché gli Stati Uniti non sgombereranno l’Europa. Ma certamente rifiuteranno di morire per noi. A meno che questo non sia necessario per il loro Paese. L’atlantismo degli americani si è sempre fondato sul principio che la guerra contro l’Urss e poi con la Russia si sarebbe dovuta combattere nel nostro Continente e non nel loro. Idea condivisa specularmente a Mosca, quale ne sia il regime. Con la notevole differenza che uno scambio di bombe atomiche tattiche nel cuore del Continente europeo si svolgerebbe comunque molto più vicino alle frontiere del fu impero degli zar che a quelle della superpotenza d’Oltreatlantico. Dobbiamo direttamente agli Stati Uniti e indirettamente all’Urss/ Russia questi ottant’anni di pace europea. D’ora in avanti però, Trump o non Trump, questa pace dipenderà soprattutto da noi europei. Non dall’Europa. Annuncio pubblicitario

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CULTURA ●

Fondazione Braglia, una lunga passione La raccolta d’arte dei coniugi Braglia, in mostra nell’omonima Fondazione a Lugano, rappresenta anche il racconto della loro vita

L’età delle voci Negli anni Nel nuovo libro di Paolo Di Stefano, la poesia registra l’infanzia, la perdita e l’amore come frammenti crepuscolari del tempo

Il tragico sentiero di Mishima Una graphic novel esplora il conflitto interiore dell’ultimo Samurai che si dibatte fra cultura occidentale e il suo rigido codice morale

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Suzanne Valadon, Catherine nue allongée sur une peau de panthère, 1923, Catherine nuda allungata su una pelle di pantera. (Dominio pubblico, foto Hadiye Cangokce)

L’imperdibile Suzanne Valadon

Mostre ◆ Il Centre Pompidou vale bene una visita prima dell’imminente chiusura che durerà cinque anni Gianluigi Bellei

Chi non ha mai visto il Centre Pompidou di Parigi, chi lo vuole vedere prima che chiuda per cinque anni per ristrutturazione, chi è troppo anziano per poter aspettare, deve assolutamente fare una capatina a Parigi e osservare una mostra spettacolare per ampiezza e qualità delle opere dedicata a Suzanne Valadon (1865-1938). Il Centre chiuderà progressivamente, settore dopo settore, e definitivamente in settembre. Parliamo di donne. Forse sarete stupiti, ma le donne artiste sul finire dell’Ottocento sono parecchie. Ne cito alcune a mo’ di esempio, così per incuriosirvi: Angelika Kauffmann, Asta Norregaard, Kitty Kielland, Gwen John, Paula Modersohn-Becker, Henrietta Ward, Mary Cassatt, Rosa Bonheur, Louise Breslau, Marie Bashkirtseff, Berthe Morisot, Eva Gonzalès… Dopo le mostre dedicate ad Alice Neel, Georgia O’Keeffe, Dora Maar e Germaine Richier, ora al Centre Pompidou tocca a Valadon alla quale per la prima volta viene dedicato un catalogo esaustivo. Una parte delle opere sono state esposte al Centre

Pompidou di Metz nel 2023, al Musée d’arts di Nantes e al Museu Nacionale d’Art de Catalunya di Barcellona nel 2024. A Parigi sono presentati oltre 200 fra dipinti, disegni e acqueforti. In un momento particolarmente difficile per le artiste, Valadon viene riconosciuta dalla critica e dai suoi pari. Una sorta di legittimazione. Il suo percorso è particolare. Figlia di padre sconosciuto si arrabatta, come la madre, in umili lavori. Si esibisce persino al circo come acrobata. Qui una caduta la costringe ad abbandonare l’attività e a 14 anni inizia a posare nuda per i maggiori artisti dell’epoca: Pierre Puvis de Chavannes, Henri de Toulouse-Lautrec, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir… Si fa chiamare Maria. Nel 1882 conosce Miquel Utrillo i Morlius e l’anno dopo nasce suo figlio Maurice del quale Utrillo accetta di diventare il padre legittimo. Maurice Utrillo è affetto da schizofrenia e la balia lo calma con del vino. Diventa così alcolizzato. Valadon, mentre posa, osserva il lavoro degli artisti, ascolta e impara il loro modo di dipingere e le diverse tecniche sia pittoriche sia incisorie. Il

mestiere, insomma. Sarà proprio Degas a insegnarle l’acquaforte. Tempo prima lo scultore Albert Bartholomé mostra i disegni di Suzanne a Degas, che esclama impressionato: «Vous êtes des nôtres!». Nel 1886 ha una relazione con Toulouse-Lautrec. Nel 1893 ne ha un’altra con il compositore Erik Satie. Nel 1896 sposa Paul Mousis dal quale divorzia nel 1913. Nel 1909 incontra André Utter, di vent’anni più giovane, che diviene il suo amante. Nel 1914 lo sposa prima che parta per il fronte. Sino al 1931 rimangono insieme. Il suo primo autoritratto lo realizza nel 1883; un pastello delicato che mostra tutta la sua bellezza giovanile con gli occhi blu e i capelli ramati. Ma, come si può intuire, Valadon è un tantino sfacciata, così nel 1931 a 66 anni si fa l’autoritratto a seni nudi. Stesso viso, stesso bocca, stesso sguardo grifagno. I primi dipinti sono ritratti di famiglia. Nel 1912 la troviamo al centro di una composizione nella quale appaiono la madre Madeleine vecchia e segnata, il figlio e l’amante André Utter. Il ritratto di Erik Satie del 1892 mostra tutti i tormenti della breve

relazione. Erik, dopo essere stato lasciato, compone Vexations, una musica assillante nella quale la melodia viene ripetuta 840 volte per 24 ore. Ma è Utter la sua ossessione. Lo ritrae nudo diverse volte. La prima nell’olio Adam et Ève del 1909. Per la prima volta nella storia dell’arte una donna dipinge un uomo nudo frontalmente con il sesso ben in vista. Un’audacia mai vista. Naturalmente tutto si ridimensiona sempre. La sua voglia di successo è il contraltare della provocazione. Infatti, per partecipare al Salon des Indépendants del 1920, è costretta a ricoprire i genitali con foglie di vite. Nel 1911 dipinge La Joie de vivre, una grande tela che riprende un tema caro agli artisti: le bagnanti in un paesaggio campestre. Qui le donne nude sono osservate da un uomo, sempre nudo, con le braccia conserte. Ma è del 1914 il dipinto sicuramente più interessante: Le Lancement du filet. Il corpo di Utter mostra tre gesti da altrettante angolazioni diverse in un movimento di rotazione. Per l’epoca una delle «rare rappresentazioni del desiderio femminile per un corpo maschile». Poi, corpi di donne senza l’idea-

lizzazione maschile, né pretese estetiche, senza le costrizioni di sguardi indiscreti. Dipinge a mosaico con piccoli tratti di pennello che lasciano percepire la volumetria dei corpi e lo scalare dei toni e mezzitoni. Il tutto contornato da una sicura linea nera. Negli anni espone in mostre, personali e collettive, in Francia e all’estero. Dopo la prima personale nel 1911 alla Clovis Sagot partecipa ai vari Salon d’Automne des Indépendants e dalla gallerista Berthe Weill. Nel 1920 viene nominata membro del Salon d’Automne. Oggi la consacrazione definitiva. Al Musée de Montmartre è possibile visitare il suo atelier-appartamento dove ha abitato dal 1911 al 1925 e magari la mostra temporanea dedicata a Maximilien Luce. Dove e quando Suzanne Valadon, Parigi, Centre national d’art et de culture Georges Pompidou; a cura di Nathalie Ernoult. Fino al 26 maggio 2025. www.centrepompidou.fr


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CULTURA

Un amore per l’arte lungo più di sessant’anni

Mostre ◆ La Fondazione Braglia di Lugano celebra il primo decennio di attività con una mostra che racconta la storia della collezione Alessia Brughera

Giuseppe Cesetti, L’ora dell’appello, 1930, Olio su tavola, 60 x 120 cm Ph. Christoph Münstermann. (© 2025, ProLitteris, Zurich)

rio approccio all’arte. La prima per la concezione dello spazio inteso come una vera e propria apertura verso una dimensione ulteriore che travalica i limiti della tela, la seconda per la trattazione della materia colta nel flusso energetico e vitale che la percorre. Sfilano poi opere di Giorgio Morandi, Maurice Utrillo, Marc Chagall, Joan Miró, René Magritte, Max Ernst, Keith Haring e Fernando Botero, a dimostrazione della va-

sta portata dello sguardo dei Braglia. Di grande impatto è il dipinto Retrato de una Dama II, datato 2014, del visionario artista spagnolo Manolo Valdés, la cui eccezionale attitudine alla sperimentazione non poteva che essere apprezzata dai due collezionisti. Mantenendo come solido punto di partenza i modelli della storia artistica del passato, Valdés reinterpreta e rielabora i lavori dei grandi maestri antichi e moderni attualizzandoli in

maniera totale, nel senso e nel valore estetico. Con la sua pittura corposa e imperfetta, fatta di tele abitate da sostanze grezze e solide, spesso depositate sulla superficie sotto forma di accumulo, l’artista riesce così a raggiungere modalità espressive nuove lasciandosi suggestionare dalla nobile tradizione per riuscire a sondare la realtà del suo tempo. Ci piace citare, in chiusura, l’opera Ritratto di Gabriele che l’artista milanese Enzo Fiore ha realizzato nel 2018. Con la sua accurata manualità, il pittore ha effigiato Gabriele Braglia utilizzando i propri materiali privilegiati, quelli che fin dai suoi esordi preleva dal contesto naturale per renderli uno strumento di riflessione sui concetti di principio, di fine e di rigenerazione: ecco allora che dalla stratificazione di terra, radici, rami e foglie emerge il volto di un uomo dall’espressione curiosa e fiera, amante della bellezza e della gioia che l’arte sa infondere in chi ha l’animo aperto a riceverla. Dove e quando Da Sironi a Picasso. Storia di una passione unica e personale. Fondazione Gabriele e Anna Braglia, Lugano. Fino al 19 luglio 2025. Orari: gio, ve e sa 10.00-12.45/13.45-18.00. www.fondazionebraglia.ch Annuncio pubblicitario

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italiano (Fiori di Cortina), è stato una delle figure che Anna e Gabriele hanno più amato. I due conoscono l’artista italo-sloveno nel 1962 a Cortina d’Ampezzo ed è in questa occasione che acquistano il pastello appena citato. L’incontro successivo con Mušič avviene negli anni Ottanta, questa volta a Venezia, dove vengono colpiti dal suo linguaggio peculiare in grado di esprimere la tragicità di vicende forti e la serenità di scene bucoliche con la medesima profondità di spirito. Di questo pittore i Braglia sono arrivati così a collezionare molte opere, ritrovandosi a possedere, senza alcuna premeditazione ma spinti solo da un istintivo bisogno di approfondire la sua arte, lavori che documentano quasi interamente il suo percorso creativo. Quanto l’attenzione dei due coniugi si sia rivolta anche ad artisti meno noti è dimostrato dalla presenza di dipinti quali L’ora dell’appello, un olio del 1930 di Giuseppe Cesetti che evoca le terre etrusche quiete e assolate da cui il pittore proviene. Quest’opera è stata acquistata dai Braglia in una galleria di Cortina d’Ampezzo nei primi anni Sessanta, proprio dopo un viaggio nella Maremma. Il grande quadro raffigurante una mandria di buoi al tramonto richiamati da un buttero ha conquistato i due collezionisti grazie ai suoi colori caldi e a quell’atmosfera senza tempo dove una natura quasi primordiale pare ancora elargire agli uomini i suoi preziosi insegnamenti. Un lavoro rasserenante e intimo che è sempre stato uno dei pezzi più cari ai Braglia. Tra i dipinti prediletti dalla coppia c’è anche la tela intitolata Burano del pittore veneziano Gino Rossi, tormentato artista dallo stile capace di coniugare il colorismo della tradizione veneta e la pittura francese. Suoi referenti principali sono Gauguin, Cézanne e Matisse, dei quali apprezza la sintesi formale e la libertà cromatica. Ad affascinare i Braglia è stato proprio il modo in cui Rossi ha saputo cogliere la bellezza incontaminata dell’isola di Burano restituendone un’immagine intrisa di sentimento. Non lontano da una piccola sezione tutta futurista che documenta l’interesse dei due collezionisti per Gino Severini, Giacomo Balla e Fortunato Depero, troviamo in mostra due opere che paiono in stretto dialogo tra loro: un Concetto spaziale di Lucio Fontana e una Combustione di Alberto Burri. Entrambe datate 1964, esse spartiscono il medesimo rivoluziona-

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«Quale opera rubiamo questa notte?»: l’ironica domanda sorgeva spontanea ogniqualvolta Anna e Gabriele Braglia uscivano da un museo o da una galleria d’arte. Era il loro modo per fare un primo confronto tra le rispettive impressioni scaturite dai lavori appena visti. Un modo per testare se, come spesso accadeva, fossero sulla stessa lunghezza d’onda. E difatti i Braglia sono sempre stati complici, legati da una profonda concordanza di gusti e di inclinazioni che ha reso naturalmente appagante mettere insieme la loro raccolta. Un collezionismo «di pancia», quello dei due coniugi, guidato esclusivamente dalle emozioni che le opere riuscivano a suscitare in loro. Nessuna speculazione, nessuna dipendenza dalle logiche del mercato ha mai influenzato le scelte della coppia: a fare da guida la semplice gioia trasmessa da un dipinto o da una scultura nonché l’istinto, quella spinta a scegliere senza preconcetti, regole o limitazioni, che ha portato Anna e Gabriele a interessarsi non solo ai grandi nomi dell’arte ma anche a figure meno importanti, sempre però capaci di regalare con le loro opere piacere estetico e soddisfazione interiore. Ogni pezzo appartenente alla raccolta è stato voluto con determinazione dai due collezionisti e per questo racchiude tante storie e aneddoti a loro legati. L’insieme di tutti questi lavori che hanno affascinato i Braglia è diventato così il racconto della loro vita, del loro grande amore per l’arte che li ha visti procedere all’unisono con libertà ed entusiasmo. Il 2025 segna il primo decennio di attività della Fondazione intitolata ai due coniugi: voluta soprattutto da Anna Braglia, scomparsa proprio lo stesso anno della sua istituzione, questa Fondazione è nata con l’intento di salvaguardare le opere della collezione. Per festeggiare tale ricorrenza sono state pensate due mostre, la prima delle quali, allestita negli spazi luganesi fino a luglio, si pone come una piacevole narrazione dello sviluppo della passione artistica della coppia nel corso di oltre sessant’anni. Estremi cronologici di questo racconto sono da una parte la bella tempera di Mario Sironi Figura seduta, regalo di Gabriele alla moglie per il Natale del 1957 e primo acquisto artistico dei Braglia, dall’altra una delle acquisizioni più recenti, un disegno di Pablo Picasso intitolato Jeune femme dans un café realizzato dal maestro spagnolo nel 1898-99, quando, appena diciassettenne, firmava ancora le sue creazioni con il cognome del soffocante padre pittore, «Ruiz», poi sostituito con quello della madre di origine genovese che lo ha portato alla celebrità. In mezzo a questi due punti di riferimento che segnano il principio e la più attuale prosecuzione dell’avventura collezionistica dei Braglia ci sono molte opere che rispecchiano le preferenze artistiche dei due coniugi. Sono lavori che vanno a delineare un percorso ben preciso e che testimoniano, pur nella loro varietà, l’iniziale interesse di Anna e Gabriele per l’arte italiana, ampliatosi poi, nel corso del tempo, verso il panorama internazionale. Spesso i dipinti esposti raccontano anche il rapporto di stima e di amicizia che i Braglia hanno instaurato con gli artisti stessi. Il pittore Zoran Mušič, ad esempio, presente in mostra con la tela Il cavallino celeste e con un pastello su carta intitolato Motivo

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CULTURA

Dove la voce dei pupi si fa poesia

Poesia ◆ Paolo Di Stefano tesse la trama fragile del tempo nella sua nuova raccolta di versi intitolata Negli anni Guido Monti

Dopo molti anni di intenso e rilevante lavoro narrativo, Paolo Di Stefano (ndr. nostro stimato rubrichista) torna a pubblicare una raccolta di versi per Manni dal titolo Negli anni; tra le varie sezioni, fanno capolino sedici disegni di Tullio Pericoli che quasi rappresentano delle quinte d’ingresso essenziali alle storie stesse del libro. Ricordiamo che l’autore esordì in poesia nel 1990 con un editore importante, Scheiwiller; il titolo di quella raccolta, Minuti contati, aveva la prefazione di un grandissimo del secondo Novecento, lo scrittore e poeta svizzero Giorgio Orelli. Ho voluto ricordare questo primo lavoro, per due motivi: il primo è meramente formale, cioè a dire che talune di quelle poesie, talvolta rivedute, sono poi confluite nelle prime sezioni di quest’ultimo libro che contiene naturalmente molti altri scritti che hanno trovato nel tempo ospitalità in riviste e sedi varie. Il secondo, meno formale, riguarda il pensiero poetico-esistenziale tout court, che apre un ambito di riflessione davvero importante: si potrebbe cioè dire che quei «minuti contati» hanno pian piano costruito «gli anni» di questa raccolta. Già, gli anni, che scivolando in avanti o ritornando all’indietro, nelle pagine, sono poi la confluenza di ogni attimo, che però sempre sfuggirà. Ma quasi a soccorrerci su questa ontologica inafferrabilità, ecco spalancarsi la scrittura dell’autore, che sembra in-

vece afferrare qualcosa e riportarcela per frammenti visivi ma anche uditivi. Egli difatti annota attraverso la registrazione poetico-linguistica, la «lallazione» dei propri figli: «Conosci tolòlo / pontòla conosci / cunilio filino / non conosci bevilacqua […]». La prima forma di comunicazione articolata, che vorrei far coincidere in qualche modo con la glossolalia, il dono dei doni trasversalmente riconosciuto da tante culture. Quello di parlare lingue, talvolta sconosciute allo stesso parlante. Ecco allora Simone e Luca, ma anche in seguito la figlia ultima, Maria, pronunciare sillabe che, addossate le une alle altre, alimentano visioni frastagliate, quasi allucinate, picchi di abissi a volte di luce. Si risale leggendole, quasi ascoltandole, forse a un momento di prima della nascita; ci si sente ubiqui e al tempo precipui a ogni cosa: «[…] Cupù fa-pùm canebàu / puino puciaccio cacà / butti i peppi di papà / butto buio con potòi / la pipita senza dèi / (mare intanto dove sei?)». Ecco, Di Stefano, dando spazio a questo momento aurorale, ci apre e si apre a una riflessione più vasta sulla parola detta qui e ora, capace di risonare col tempo più vasto dello spirito. Dice ancora l’autore in nota: «Poesie queste già comparse in sedi occasionali». Ed esse non potevano che aver spazio migliore, proprio perché provengono da giornate occasionali, le più importanti forse per ognuno di noi. Dall’occasione spunta l’inaspet-

tato che alimenta e costruisce mondi: «Quando sarò piccola / devo mettere il mare nel secchiello / così non si agita più […]». Le occasioni animano, pure nel libro, lo stupore amoroso con Daniela che sembra fluire e rifluire in una altalena continua di rimandi, sempre ancorati però a luoghi concreti, come quelli di una Roma contornata da una simbologia floreale, quasi sensoriale: «Sia pure, come dici, glicine floribonda / lilla che inonda le tiepide alture / da Santa Sabina al parco Savello, / sia pure come dici il giardino d’aranci / le siepi d’ogni tormento […» o di una Puglia eterea tanto abbagliante quanto allucinata tra sole e mare. La glossolalia di cui dicevo, poi avanzerà nelle bocche cresciute di Luca e Simone e il poeta come un amanuense non smetterà mai di annotarla; si manifesterà nella progressione simbolica, negli arditi accostamenti visivi, tutti da interpretare. E avanzando in loro la glossolalia, ecco venire pure a passi felpati, la fine dell’infanzia, e di tutto questo l’autore ne darà traccia con un verso amaro e struggente, legato al momento più fulgido e incredibile per il quale testimone possa testimoniare: «Passerà la coda calda di puzzola / ad asciugare le foglie cadenti / dal platano le tue lacrime grandi / i salici sul lago piangerti i tuoi / occhi lunghissimi / per i prodigi di Mago Merlino […]». Potremmo pure dire che questo è un libro camminante, metamorfico;

Disegno di copertina. (Manni Editori)

difatti gli spazi d’amore si trasformeranno in luoghi di lontananza e solitudine e quindi anche di lacerante rammemorazione. La città di Milano retrocedendo, assumerà nei versi, i contorni di una allucinata figurazione novecentesca e le sue case diverranno l’ultimo bastione di rifugio, ma al contempo giaciglio di possibile morte: «[…] Erano rimaste due magnolie soltanto, dalla parte del cortile. E quando non si urlava che andrà tutto bene, in quel paesaggio dipinto da Sironi, sentivamo elitre ronzare contro l’eternit dell’elettrauto […]». Ma la progressività del libro, tiene anche infine dentro una circolarità. Nell’ultima sezione, il poeta apre il suo

verso al tempo della morte ma anche a quello che immediatamente la precede e segue, che sembra farsi per chi rimane, spazioso e rarefatto assieme. In esso, il ritorno di tutti i momenti vissuti col morente si condensano in un complesso e articolato punto luce, una fiammella, che permane a illuminare quel corpo immobile. Ma questa morte, la morte della madre dell’autore, come circonfusa in vita di amor cortese: «[…] “Anch’io / l’ho conosciuta, era piccola piccola / era compunta e pudica, a volte gioiosa / era notte in Sicilia o mi sbaglio / era” dicevano, “madre assoluta / quella sera al Baglio dei gechi / che guardava sempre i suoi figli / come fosse donna antica innamorata” […]», non sembra solo morte; pare avere in sé – ecco perché parlo di libro circolare, nel suo procedere a strappi nella pagina – i semi di quelle vite con cui i versi sono iniziati. La morte, seppur fine di ogni parola, lascia spazio a nuove vite, nuove glossolalie, che si nutriranno nel loro scaturire immaginifico-evocativo, di ogni remota anima, di ogni suo iniziale vocalizzo. Non è questo forse il vero e sotterraneo dialogo tra i vivi e i morti?, e lì Paolo Di Stefano, occasionale testimone, ad annotare poeticamente, annotarci, questo miracolo. Bibliografia Paolo Di Stefano (Autore), Tullio Pericoli (Disegni), Negli anni, Manni Editori, 2024, 96 pp.

Due Meridiani per Philip K. Dick

Letteratura ◆ L’autore che ispirò il fantascientifico Blade Runner entra nella storica collana Mondadori Daniele Bernardi

Nel 1999 usciva Matrix. Ridi e scherza sono passati ventisei anni da quando quel film, ideato e diretto da Andy e Larry Wachowski (ora Lilly e Lana), consegnava al grande pubblico una visione del mondo per molti ancora inedita: la realtà non è la realtà, era ciò che vi si raccontava, e prima di quanto si possa immaginare l’umanità sarà chiamata a combattere sul fronte di universi paralleli, contro una tecnologia fuori controllo. A chiunque, allora, Matrix suonava come una stupefacente profezia che, nel campo del cinema di fantascienza, apriva nuove spericolate strade; un po’ come avevano fatto la saga di Alien e, soprattutto, Blade Runner. In verità era già roba vecchia: negli anni Ottanta si era infatti consolidato un movimento letterario dal nome indimenticabile, il cyberpunk, all’interno del quale autori come William Gibson e Bruce Sterling offrivano al lettore il racconto di un vivere in cui il confine fra la macchina e l’umano era più che labile e una vasta rete infor-

Immagine usata in copertina. (I Meridiani Mondadori)

matica iperconnessa vedeva viaggiare al suo interno, come attraverso un groviglio a più dimensioni, i protagonisti del «mondo nuovo». Ma pure questo nucleo di scritto-

ri, che dichiaratamente si rifaceva a James G. Ballard, William Burroughs e Kurt Vonnegut, aveva, in modo consapevole, un antecedente col quale ancora oggi – o meglio, soprattutto oggi – risulta difficile reggere il confronto: parliamo, naturalmente, di Philip K. Dick (Chicago, 1928 – Santa Ana, 1982), autore, oltre che del leggendario Gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui Ridley Scott trasse il sopraccitato Blade Runner, 1982), di un’opera vastissima, che consta di decine e decine di libri e alla quale, recentemente, Mondadori ha dedicato nientemeno che un doppio volume nella collana dei classici Meridiani. Introdotta da un saggio di Emanuele Trevi, curatore dell’edizione assieme a Paolo Parisi Presicce, e da una cronologia a firma di Emmanuel Carrère – lo scrittore francese ha dedicato a Dick la biografia Io sono vivo, voi siete morti, da qualche anno disponibile presso Adelphi – l’imponente raccolta Opere scelte è un segnale di profondo cambiamento nella percezione di

un autore ritenuto fino all’altro ieri, sì, come geniale, ma pur sempre da confinare nel recinto dell’underground di successo. E non è certo un caso che ciò avvenga oggi, mentre l’AI prende sempre più piede e il nostro essere al mondo appare come schiacciato sull’online. Sono undici, fra i molti, i romanzi qui selezionati, e vanno da quelli delle prime stagioni creative fino all’estremo dell’esperienza esistenziale e artistica di Dick. Segnato in fasce dalla perdita della gemella Jane (i suoi genitori fecero scrivere sulla lapide il suo nome accanto a quello della sorella e la data di nascita di entrambi), Dick crebbe soprattutto con la madre, con la quale ebbe un rapporto difficile e morboso. Manifestò presto il suo talento, dedicandosi fin da giovanissimo alla creazione di romanzi e racconti da completo autodidatta e trovando nella narrativa di fantascienza un terreno ideale per esprimere le sue ossessioni e i suoi sogni poetici. Resosi presto conto di poter campare attra-

verso una scrittura considerata di seconda categoria, fra un libro e l’altro, nel corso della sua burrascosa esistenza, Dick conobbe la dipendenza dalle droghe, ebbe infiniti problemi finanziari, manifestò disturbi psichici e praticò uno «sperpero incessante in divorzi californiani» (l’espressione è di Bolaño, nel descrivere il suo mandare a gambe all’aria matrimoni uno dietro l’altro). Fra i capolavori riuniti nei tomi in questione, troviamo, ovviamente, Gli androidi sognano pecore elettriche?, così come libri chiave quali L’uomo nell’alto castello (in italiano solitamente noto col titolo La svastica sul sole) e Ubik. Le traduzioni sono di Paolo Parisi Presicce, Gianni Pannofino, Marinella Magrì e Gabriele Frasca. Bibliografia Philip K. Dick (autore) Paolo Parisi Presicce (traduttore) Marinella Magri (traduttore), Opere scelte, I Meridiani, Mondadori, 2025, 3340 pp. Annuncio pubblicitario

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CULTURA

L’insostenibile frattura tra Occidente e codice morale

Un bianco neve che non assolve

Graphic novel biografiche ◆ Yukio Mishima è al centro di una vibrante narrazione sull’eterno dilemma dell’ultimo samurai

Pubblicazioni ◆ Whiteness in Černobyl, un requiem fotografico privo di nostalgia di Marco Cortesi

Benedicta Froelich

Manuela Mazzi

Sebbene noi lettori non siamo, di norma, abituati a considerare gli scrittori moderni come figure le cui vite possano vantare tinte particolarmente eroiche o tragiche, il caso di Yukio Mishima (1925-1970) costituisce un esempio a dir poco eclatante: un moderno narratore giapponese – senz’altro uno dei più grandi che il Sol Levante possa vantare – il quale, proprio all’apice della carriera, decide di togliersi la vita tramite seppuku, l’antico suicidio rituale tipico dei samurai dell’epoca feudale. Non è difficile, quindi, immaginare come, a oltre mezzo secolo di distanza da quei tragici fatti, l’opera e la vita di Mishima esercitino tuttora un grandissimo fascino non solo entro i confini della sua patria, ma anche (e, in verità, soprattutto) in Occidente – come dimostra l’avvincente graphic novel dall’eloquente titolo di Mishima: Ultimo samurai, firmata da due autori italiani, Federico Goglio (testi) e Massimiliano Longo (disegni) per la Ferrogallico Editrice. Qui, anche al lettore casuale basta un’occhiata alle tavole per rendersi subito conto del tratto distintivo dell’intero volume, ovvero la scelta, da parte degli autori, di lavorare su base fotografica, secondo uno stile che negli ultimi anni ha preso sempre più piede nell’universo delle graphic novel: quasi tutte le vignette costituiscono infatti una rielaborazione di una fotografia o ritratto di Yukio Mishima – il che, se da un lato permette una fedeltà pressoché assoluta ai particolari d’epoca della vicenda, potrebbe risultare vagamente destabilizzante per chi non sia abituato a una resa tanto ricca dell’immagine. Lavorare in questi termini significa, in effetti, «scavalcare» uno dei concetti alla base della creazione fumettistica, vale a dire la scelta di un codice espressivo coerente tramite il quale reinterpretare la realtà; eppure, la natura aspra e malinconica di questo lavoro risulta valorizzata dalla visione di Longo – il quale combina l’inchiostrazione con un ricco ed espressivo tratto a matita, dando vita a un effetto coinvolgente, che richiama da vicino lo stile del compianto Sergio Toppi. Certo, la decisione di sviluppare l’intera opera sul contrasto tra i toni monocromatici e vibranti della grafite e della china – quest’ultima stesa con tratti di pennino nervosi e scattanti – è indubbiamente impegnativa, dato che comporta l’obbligo di una pulizia assoluta del tratto; tuttavia, la mano di Longo rivela una sicurezza e disinvoltura invidiabili, infondendo così al volume atmosfere che, nel loro carattere inquietante e imprevedibile, sembrano preannunciare la tragicità dell’inevitabile epilogo. Tutto ciò si accorda in modo impeccabile con la sceneggiatura di Goglio, il quale sceglie di mettere in atto una strategia narrativa dalla semplicità disarmante e, proprio per questo, vincente. Consapevole di come qualsiasi racconto incentrato sulla vita di un personaggio quale Mishima possa facilmente scadere nell’enfasi involontaria, egli sceglie di dipingere con grande delicatezza, tramite una voce narrante in prima persona, fatta di toni introspettivi quasi sussurrati e mai altisonanti, il conflitto interiore di Yukio, irrimediabilmente diviso tra il suo amore dichiarato per la cultura occidentale e la devozione assoluta

Ci sono libri fotografici che documentano. Molti autobiografici. Altri che interrogano… Whiteness in Černobyl, opera del luganese Marco Cortesi (collaboratore di «Azione»), appartiene a un’altra specie: quella delle elegie fotografiche. Nessuna retorica post-atomica, pur trovandosi nella terra della mai dimenticata catastrofe nucleare del 26 aprile 1986 (l’anno prossimo fan quarant’anni); nessun romanticismo da rovina. C’è, piuttosto, una sospensione. Come se la macchina fotografica si fosse trasformata in uno strumento capace di registrare non ciò che è o accade, ma ciò che permane di un tempo andato, come una eco fossile. L’approccio di Cortesi risulta essere infatti pulito, geometrico, quasi trattenuto. Non c’è pietismo né fredda distanza. È così sin dalla copertina che si fa dunque manifesto e metafora: dice del rigore compositivo e dell’intento anti-pittoresco di tutto il lavoro. Cortesi non cerca la bellezza, ma non la fugge. Piuttosto, la accomoda nell’essenziale, come a rimarcare che anche nell’abbandono vive un ordine che non consola. La bianchezza annunciata dal titolo, infatti, non ha che fare con un bianco sterile, né cerca di rievocare quello lirico delle nevi vergini. È un bianco contaminato, sintomo di una cancellazione più che superficie spolverata, non un nascondimento ma ciò che rende visibile l’invisibile: la vulnerabilità strutturale della presenza umana. È un bianco che satura. Tra gli scatti si intuiscono un laboratorio radiologico e una palestra abbandonata, corridoi, una scuola di musica (lo dice la didascalia), il locale della posta con la trombetta disegnata sul muro; ma non è l’oggetto che conta. Non è la poltrona senza cuscini, non è il vetro rotto. È la postura che li ha raccolti. L’inquadratura non cerca l’enfasi, ma l’equilibrio. Lo si capisce subito dalla presenza dello sguardo che è dentro, ma in punta di piedi. Ed è forse questa la cosa più riuscita del libro: il far sentire parte di qualcosa che si sarebbe forse preferito tenere distante da noi. Il formato, la cura editoriale, la rilegatura a spirale, la stampa in bicromia e limitata nelle copie, persino la scelta di usare una Leica Monochrom, sembrano tutte scelte che parlano lo stesso linguaggio: non estetizzare il trauma, ma fissarlo con rispetto. Come si fa con certe assen-

all’Hagakure, il codice dei samurai – in un riflesso del contrasto tra l’attività artistica e «l’etica dell’azione» («il mestiere del samurai è la morte», avrebbe commentato lo scrittore). Una sofferenza, quella di Yukio, quasi palpabile e destinata a combinarsi con una forma di grave insicurezza per generare una miscela fatale, nonché un errore a cui non poteva esservi rimedio: quello di credere che un sacrificio terribile come la propria immolazione (compiuta durante un’incursione negli uffici del Ministero della Difesa a Tokyo come comandante della Società paramilitare dello Scudo, da lui stesso fondata), avrebbe costituito un gesto sufficientemente forte da spingere i commilitoni giapponesi a scuotersi dal torpore per rendersi conto del fatto che il loro amato Paese aveva ormai perso ogni senso d’identità e autodeterminazione, precipitando in quello che Yukio definì come «vuoto spirituale» («È un bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito?» declama in tono di sfida ai soldati assiepati ad assistere al suo ultimo discorso, pochi minuti prima di dirigere la lama della spada su di sé nella scena madre di Ultimo samurai). Quella di Mishima potrebbe sembrare una visione anacronistica, ma aveva avuto tutto il tempo di radicarsi profondamente in lui; e la graphic novel mostra questa lunga e terribile genesi in ogni sfumatura – dai suoi discorsi a favore dell’Imperatore, ricevuti tra fischi e schiamazzi dagli studenti di sinistra, alla crescente fascinazione per la natura marziale e priva di compromesso della vita militare, fino al senso di fratellanza avvertito nei confronti non solo dei propri seguaci, ma perfino dei piloti kamikaze del tempo di guerra; un lungo percorso che, infine, non fa che svelarci

l’incredibile solitudine dalla quale lo scrittore si sentiva via via sempre più attanagliato, non solo come artista e pensatore, ma anche come uomo. Forse, proprio in questa grande solitudine sta il segreto del genio di Mishima, come del terribile epilogo della sua vita: sebbene l’intera graphic novel scavi con ammirevole profondità nell’anima dell’autore — combattuta tra gli ideali imperiali e la modernità assoluta dei suoi romanzi, in una sorta di endemica contraddizione dalla quale non poteva esserci scampo — la perfetta simbiosi tra la narrazione di Goglio e la suggestiva espressività delle immagini di Longo lascia intendere come, sotto la superficie, ci fosse ben altro. Perché dietro le apparenze, là dove nessuno riuscì mai davvero ad arrivare, c’era un altro Mishima, teso verso una visione della vita che rivelava un animo entusiasta e aperto al mondo esterno; un cuore il cui anelito vitale non fu, purtroppo, sufficiente a vincere un senso del dovere dogmatico e onnipotente. La stessa persona che, la notte prima del suicidio rituale, quando tutto era ormai stato deciso e programmato secondo uno spietato copione, lasciò sulla propria scrivania, come ultimo messaggio, una poesia di struggente bellezza: «Una breve tempesta notturna soffia / dicendo “nel cadere è l’essenza del fiore” / precedendo coloro che esitano». Forse l’unico, degno epitaffio, nonché il più veritiero, per un uomo che, proprio come l’ultimo dei samurai, non aveva mai esitato – nemmeno a costo della propria vita. Bibliografia Federico Goglio (testi) e Massimiliano Longo (disegni), Mishima: Ultimo samurai, Ferrogallico Editrice, 2019.

ze. La neve, d’inverno, contribuisce a questa estetica della conservazione. Attutisce, cancella, rende ogni cosa ancora più bianca. Ma non più pura. Non più innocente. La neve, qui, non assolve. A Pripjat – città ridotta a teatro senza spettatori – l’autore si muove come un visitatore rispettoso; non è il voyeur dell’urbex, non è il pellegrino della rovina. È piuttosto un cartografo emotivo, intento a mappare ciò che la memoria collettiva ha già quasi espulso: il quotidiano spezzato, le aule spoglie, gli strumenti medici lasciati a metà gesto. L’assenza umana non è un’assenza pacifica: è un’assenza del dopo panico. Un’assenza interrotta. Si fa qui testimonianza, ma non didascalica. Perché, in verità, le immagini non illustrano la catastrofe: la evocano, la inseguono nella forma dei corridoi deserti, negli oggetti rovesciati, nelle finestre che riflettono il nulla. Un nulla che però non è sinonimo di un vuoto. Un nulla che ha una sua specifica densità. Un pieno fantasmatico che fa pensare, più che al disastro stesso, a quel che è venuto dopo: la rimozione, il silenzio, la mutazione dell’immaginario. Se la prefazione di Stefano Agustoni richiama il concetto di Antropocene come epoca dell’incidente in differita, le fotografie di Cortesi fanno della zona di alienazione un luogo esatto per misurare tale rottura. Ogni scatto si pone come un «sintomo paesaggistico», per citare Georges Didi-Huberman: «I luoghi parlano, ma non parlano con una sola voce». È qui che Whiteness in Černobyl (www.whiteness.ch) si fa opera impegnata: non perché lanci accuse o cerchi colpevoli, ma perché obbliga chi guarda a una responsabilità. Non si può sfogliare questo libro senza lasciarsi interrogare. Non si può archiviare con leggerezza. È un libro che resta. Che coltiva la riflessione sul rapporto tra uomo e spazio, tra storia e oblio. Che non offre risposte, ma costruisce una narrazione aperta. Che non documenta, ma interpella, che non mostra, ma suggerisce… Bibliografia Marco Cortesi, Whiteness in Černobyl, Crowdbooks, 2024, 136 pp., 60 fotografie.

Palestra della Scuola tecnica prossionale n° 6. Pripjat, Ucraina. (Marco Cortesi)


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CULTURA

In fin della fiera

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di Bruno Gambarotta

Il piccione parlante e la cucina piccante ◆

Dal quaderno dei temi di terza media volti nella scuola Ammiraglio Umberto Cagni di Asti. Tema: Un piccione si posa sul davanzale di camera tua: se avesse il dono della parola cosa direbbe? Svolgimento: Io penso che, quando si danno dei temi di fantasia, bisognerebbe almeno offrire un’alternativa, che so, Un amico, oppure Parla dello sport che preferisci e spiega il perché. Fin qui la premessa. Per me è impossibile immaginare un piccione che parla. È più probabile che tenga un diario. Dal quale, con il suo permesso, ricopierò alcune pagine scelte. «Caro diario, oggi è stata una giornata no. Avevo il compito di andarmi a posare sul davanzale della camera di quel povero ragazzo per permettergli di fare un tema decente. [...] Peccato che il ragazzo, che vive in un condominio popolare, non abbia una camera tutta per sé ma dorma in cucina su una brandina aperta solo la sera quan-

do tutti gli altri componenti della famiglia vanno a dormire. Ci sarebbe una stanza ma è occupata da una vecchia nonna. Non possono mandarla via, i soldi per comprare l’alloggio erano i suoi risparmi. Solo quando la vecchia andrà all’altro mondo il nostro amico avrà una stanza tutta per sé e io potrò posarmi sul relativo davanzale. Tutto questo per dire che il tema è anche classista, favorisce gli studenti che una camera ce l’hanno. Il mio giovane amico perciò vive, mangia, dorme, gioca, studia, fa i compiti in cucina e già solo per questo fatto meriterebbe un voto in più per ogni materia. È un suggerimento che io butto là perché certe volte anche da un semplice piccione può venire una buona idea. [...] Se nei temi fosse permesso aprire delle parentesi sarebbe il momento giusto. [...] Per quanto ricco e completo sia il resoconto, esso sarà sempre ordinato in fila, mentre tutti i fatti ac-

cadono insieme. Ho riletto il periodo precedente e devo dire che non è per niente male per un piccione; deve essere che ho la fortuna di frequentare il ragazzo colto e studioso che abita in quella cucina [...]. Chiusa la parentesi, proviamo ora a elencare gli accadimenti che ho potuto vedere dal mio osservatorio: il cortese lettore tenga conto che essi avvengono tutti insieme o, meglio ancora, contemporaneamente. (I compagni di classe del nostro amico usano questo avverbio per allungare il brodo, lui no, lui lo fa per «firmare» i suoi temi, per dare loro un timbro inconfondibile.) La prima cosa che salta all’occhio in cucina è un grande televisore sempre acceso, anche quando in casa non c’è nessuno, [...] per tenere lontano i ladri indotti a credere che in casa ci sia qualcuno. Io penso che se milioni di famiglie italiane usano il televisore per tenere lontano i ladri, sai che

uso possono fare dei dati d’ascolto? E poi, secondo quella logica, quando c’è qualcuno in casa la tv dovrebbe essere spenta. Invece no, perché chi c’è vuole dare di tanto in tanto un’occhiata allo schermo. Per non sentirsi tagliato fuori, dice. La cucina è il regno della nonna che fa da mangiare per tutti in quanto la mamma e il papà lavorano. La mamma come operatrice scolastica, cioè bidella e il papà come decoratore d’interni, cioè imbianchino. Se non studi, dice la nonna, finirai per fare lo spazzino. Operatore ecologico, la corregge la mamma. La nonna ama i sapori forti. Il resto della famiglia no. Così la mamma, prima di andare al lavoro, nasconde pepe, noce moscata, senape, curry, peperoncino intero e in polvere, e la nonna, per trovarli, è capace che tira giù l’intera cucina. Per uno che sta all’esterno è molto divertente osservare la famiglia a tavola.

Le facce che fanno dopo la prima cucchiaiata di minestra! Le gote si gonfiano e arrossano, gli occhi si dilatano e iniziano a lacrimare, le mani annaspano per afferrare la bottiglia dell’acqua e versarla direttamente in gola. Solo la nonna resta impassibile: «Buona la minestra, solo un po’ insipida». Molte, le discussioni per il piccante! «Questi bambini avranno lo stomaco rovinato», dice la madre. La nonna replica: «È tutta la vita che mangio cibi piccanti e non ho mai avuto niente!». Il babbo: «La nonna ha lo stomaco foderato di amianto». La nonna: «È il pepe che fa male, il peperoncino invece fa bene!». E su queste note di saggezza popolare, chiudo il mio diario: contrariamente a quello che pensano molti appartenenti al corpo docente, un piccione ha molte cose da fare per procurarsi il cibo, non può permettersi il lusso di tenere un diario!

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Voti d’aria

di Paolo Di Stefano

Travestirsi da pontefice ◆

Vedere il presidente americano (1) vestito da Papa mi ha fatto venir voglia di travestirmi da Donald Trump, di indossare la sua stessa cravatta rossa e il suo abito scuro gessato, di applicarmi in testa un parrucchino biondo-platino con ciuffo cadente sulla fronte e di metter su il suo simpatico grugno (-1). Poi mi è venuta voglia di imporre dazi a destra e a manca (soprattutto a manca) e di comunicare al vicinato che nelle prossime ore avrei siglato la pace tra Ucraina e Russia, tra Israele e Hamas, tra India e Pakistan, tra Chiara Ferragni e Fedez. In preda a un’insana euforia, ho filmato un video, l’ho mandato agli amici più fidati, ma qualcuno ha preso l’iniziativa, non certo autorizzata da me, di farlo circolare sui social. Inaspettatamente la mia buffonata è diventata virale, milioni e trilioni di follower hanno giurato che mi avrebbero candidato come amministratore di con-

dominio, come premier o come papa. Non nego che, sotto sotto, mi sarebbe piaciuto, più che salire alla Casa Bianca, essere il successore di Bergoglio (6+), giusto il tempo di indossare la veste talare, la mantellina di velluto rosso, la fascia e lo zucchetto, di pronunciare qualche omelia dalla finestra dell’Angelus e di scrivere un paio di encicliche. Mi sarei dimesso dopo due-tre mesi al massimo. Purtroppo, come si sa, il conclave decide diversamente. Devo confessare che ogni tanto, in questi giorni, mi è venuto il dubbio di essere stato contagiato da una forma di megalomania o dall’epidemia narcisistica che caratterizza i nostri anni inquieti. Ma ho subito scacciato quel brutto pensiero quando mi sono ricordato che Salvini è vicepremier e ministro dei trasporti. Quanto a megalomania narcisistica, gli esempi ben più significativi del-

A video spento

la mia modesta aspirazione al Soglio pontificio sono numerosi. La prima volta che mise piede (con scarpa rialzata) in Parlamento, Berlusconi (3 – alla memoria) si guardò intorno e dall’alto della sua bassa statura disse ai giornalisti: «Vi confesso che ho un complesso di superiorità». Gli fece eco un altro supremo modello di umiltà, Vittorio Sgarbi (4+): «Io invece sono superiore senza complessi». Senza complessi di superiorità né di inferiorità né di medietà, facendo schioccare più volte la lingua Meloni ha dichiarato il Primo Maggio: «Vogliamo essere ricordati come il Governo che ha aumentato il lavoro, ridotto il precariato e messo al centro la sicurezza sul posto di lavoro». Verrebbe da rispondere: buuuum!!! Anche a me piacerebbe essere ricordato come il più bel figo di Lambrate o come lo scrittore più geniale del XXI secolo, ma mi rendo subito conto che

dovrei vedermela con Gianrico Carofiglio (6), Maurizio De Giovanni (6) e Mauro Corona (6), che da anni sono giustamente in attesa di ricevere il Nobel (2). Continuando sul tema del narcisismo patologico, basta affacciarsi per pochi minuti su un talk show a scelta per trovarne esemplari da manuale a iosa: chi è visibilmente fiero della barba ispida, chi del pizzetto filiforme, chi del mini tatuaggio sul collo, chi dello sguardo lattiginoso, chi dei capelli fluenti e del filler alle labbra, chi della erre moscia, chi della rara intelligenza, chi della capacità di spaziare, chi della severità brutale, chi dell’aria da latin lover, chi della libreria che tiene alle spalle, chi della bandana, chi della treccina, chi della cresta, chi del mezzo sorriso ammiccante, chi del crocefisso pendente sul petto, chi delle maniche di camicia arrotolate fin sopra il gomito, chi appe-

na sotto il gomito, chi dell’orecchino nel lobo sinistro ma non nel destro, chi dell’orecchino nel lobo destro ma non nel sinistro, eccetera. Tornando al Vaticano. Fossi stato uno dei cardinali del conclave (me lo sarei meritato, dopotutto), come nuovo pontefice avrei scelto Yann Sommer (voto 7 come le paratone che ha fatto contro il Barcellona). Circolavano del resto su WhatsApp, la scorsa settimana, vari meme che ritraevano il portiere dell’Inter con la mitra e con la papalina. È il minimo che si potesse auspicare dopo la semifinale di San Siro, ma i tristi porporati hanno pensato a soluzioni meno originali. Del resto, si sa, tra i numerosi pregi della curia vaticana non c’è la fantasia. Nessuno dei cardinali che si sia fatto ritrarre con la chioma bionda di Meloni o con il parrucchino platino di Trump. (Voto ai 133 cardinali votanti: -133).

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di Aldo Grasso

La sfida dei maranza ◆

I maranza terrorizzano Milano? A dar retta a certi titoli di giornali parrebbe che i barbari stiano conquistando quella che era la capitale morale d’Italia. Ma chi sono i maranza? I maranza sono gruppi di adolescenti sempre più diffusi in tutta Italia protagonisti di estorsioni, minacce e aggressioni: «Importunano e aggrediscono passanti, turisti e coetanei per le strade delle città». Si tratta di un fenomeno nato dai social media, in particolare dalla piattaforma TikTok. La prima volta che l’Italia ha dato rilevanza alle loro azioni era il giugno del 2022: una maxirissa tra migliaia di giovani sulla spiaggia di Castelnuovo del Garda aveva costretto la polizia a intervenire in tenuta antisommossa. I ragazzi si erano dati appuntamento tramite TikTok per quello che doveva essere un raduno di musica trap poi sfociato in una caotica lite. Le loro azioni vandaliche hanno lo scopo

di creare confusione in modo scombinato e volgare. Secondo le cronache dei giornali, i maranza sarebbero ben identificabili per il loro stile grezzo, «tamarro»: capelli arruffati, tuta in acetato di marca (solitamente contraffatta), borsello a tracolla e maglie delle squadre di calcio. Look completato da collane e orologi vistosi. Questo loro stile opinabile porta i maranza a essere presi in giro sui social media, ma da bulletti a gruppo di delinquenti il confine è breve. Il termine «maranza» non è una novità. Secondo l’Accademia della Crusca, «maranza» non è affatto un neologismo: a partire dagli anni Ottanta il sostantivo, usato talvolta anche con valore aggettivale, è attestato nel lessico giovanile, specialmente di area settentrionale, con il significato di «tamarro», «coatto». Con tale significato è stato registrato anche in alcuni repertori di linguaggio giovanile degli anni

Novanta e Duemila. Se prima il referente di maranza era il tamarro, legato al mondo della musica dance e dei locali notturni, oggi il «tipo-maranza» è qualcosa di leggermente diverso. È a partire dal 2019 che il sostantivo sembra aver iniziato a cambiare denotazione nell’uso delle nuove generazioni, grazie alla mediazione dei social network. Inoltre, una buona parte di coloro che si (auto)definiscono maranza è composta da giovani italiani di seconda generazione di origine nordafricana e ragazzi nordafricani immigrati in Italia. Ciò ha favorito la proliferazione di pregiudizi e di contenuti mediatici di carattere razzista. Scrive il professor Federico Pilati su «Doppiozero»: «La sottocultura maranza, emersa negli ultimi anni nelle periferie delle grandi città del Nord Italia, rappresenta un fenomeno identitario complesso e stratificato. Il termine maranza originariamente utiliz-

zato con connotazione dispregiativa, è stato progressivamente riappropriato dai giovani che si identificano in questa sottocultura, trasformandolo da stigma in emblema di appartenenza. [...] La composizione di questa sottocultura riflette la geografia sociale delle periferie urbane: giovani [...] che utilizzano lo stile e l’appartenenza culturale come strumenti di auto-rappresentazione e resistenza simbolica alle condizioni di marginalizzazione». Dietro l’estetica provocatoria, il linguaggio di sfida e gli atteggiamenti aggressivi, vi è un bisogno radicale di riconoscimento, appartenenza, ascolto. I maranza e le baby gang ci stanno dicendo qualcosa che troppo spesso fatichiamo a voler ascoltare? Che l’educazione ha smesso di parlare il loro linguaggio, che la società adulta si è fatta distante, e che la scuola rischia di non essere più percepita come luogo di senso?

Allarmanti sono anche gli appelli sui social contro «maranza e magrebini». Si sono chiamati «Articolo 52», esplicito rimando all’articolo della Costituzione italiana che stabilisce che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», ma il loro fine è quanto di più distante dai valori su cui si basa la Carta. Il primo post sulla loro pagina Instagram non lascia spazio ai dubbi: «Siamo stanchi dei soprusi e delle bande armate che impunite regnano nel caos. La violenza si combatte con la violenza». Poco dopo appare un video altrettanto eloquente, registrato alla Darsena di Milano. Un ragazzo straniero violentemente picchiato da un gruppo di ragazzi come punizione per aver, a detta loro, rubato una collanina. «Ti giuro che non c’entro nulla. Non ho fatto nulla», prova a difendersi lui. Poi la scarica di pugni e calci che lo fa crollare a terra. Il contesto di disgregazione sociale è così completo.


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GUSTO Hamburger

Ricetta

Burger di manzo tex-mex Ingredienti per 4 persone 2 spicchi d’aglio 2 cucchiai di burro morbido sale 1 peperone rosso allungato 1 cipolla rossa 200 g di pannocchie di mais cotte 4 bun, ad es. al sesamo 4 hamburger di manzo di 100 g ciascuno 4 fette di cheddar, ad es. arancione 1 mazzetto di coriandolo 4 cucchiai di salsa piccante, ad es. Lemon and Chili Hot Sauce 12 tortilla chips 1. Spremi l’aglio, mescolalo con il burro e sala. 2. Priva il peperone dei semi e taglialo ad anelli, fai lo stesso con la cipolla. Taglia il mais a fette dalle pannocchie cotte. 3. Spalma il burro all’aglio sui panini (bun) e tostali brevemente sul grill o in padella finché diventano belli croccanti e si dorano un po’.

Ricette: Migusto; Immagini: Migusto, Adobe Stock

Delizie intramontabili Burger – un nome per migliaia di apprezzate variazioni. Tra queste sei ricette magari riesci a trovare la tua preferita

4. Griglia o rosola gli hamburger di carne macinata da entrambi i lati per 2-3 minuti. Accomoda il formaggio sulla carne e continua la cottura finché il formaggio inizia a fondere. 5. Farcisci i panini con la carne, le fette di mais, le cipolle, il coriandolo e le rondelle di peperone. Irrora con la salsa e aggiungi in ogni panino tre chips di tortilla. Copri con l’altra metà del panino e servi subito Consiglio utile Se ti piacciono i jalapeños, puoi aggiungerli agli hamburger tagliati a fette.


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MONDO MIGROS

Burger di salmone sfilacciato Il delicato salmone, qui sfilacciato dopo un passaggio in forno, si trasforma in farcitura per questo delizioso burger aromatizzato con limone e cipollotto.

Ricetta

Burger surf and turf Ingredienti per 4 persone 200 g d’ananas 8 cucchiai di ketchup piccante (Hot Chili) 1 avocado 4 polpette di carne di manzo surgelate, ad es Wagyu o Black Angus, da scongelare prima dell’uso fleur de sel 8 gamberi crudi sgusciati 4 panini per burger 8 foglie d’insalata 1. Taglia l’ananas a dadini e mescolali con il ketchup.

Burger di merguez

2. Dimezza l’avocado, elimina il nocciolo, stacca la polpa dalla buccia e tagliala a fettine sottili.

È subito fatto preparare un burger con una merguez: forma una polpetta con l’impasto della salsiccia, grigliala e servila in una michetta con del guacamole.

3. Scalda il grill a 220 °C. Griglia le polpette da entrambi i lati per ca. 8 minuti, i gamberetti leggermente salati per ca. 4 minuti. Tosta brevemente i panini per burger da entrambi i lati.

Burger di seitan Porcini, seitan, barbabietola, taccole, formaggio, hot ketchup e niente carne, che però non mancherà, perché questo burger vegetariano è troppo buono.

4. Distribuisci il ketchup all’ananas sulle superfici di taglio dei panini. Taglia finemente le foglie d’insalata e distribuiscile sulla salsa. Accomoda le polpette, i gamberetti e le fettine di avocado sulla carne. Copri con l’altra metà del panino e servi. Ottimo con patatine fritte.

Ricetta

Pulled beef burger Ingredienti per 4 persone 400 g di pulled beef cotto, fatto in casa o acquistato in negozio ¼ di cipolla rossa 4 panini per hamburger 6 cucchiai di salsa BBQ 4 foglie d’insalata 1. Scalda la carne a fuoco medio sul grill o in padella. Se occorre, aggiungi un po’ d’acqua. 2. Taglia la cipolla ad anellini sottili. 3. Tosta i panini senza grassi in padella o sul grill. 4. Spalma poca salsa sui panini. Farcisci con le foglie d’insalata, il pulled beef, la salsa BBQ avanzata e gli anellini di cipolla. Consiglio utile Trovi la ricetta per il pulled beef fatto in casa su migusto.ch. Altre ricette con burger su migusto.ch


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TEMPO LIBERO ●

Due ruote alla conquista del mondo Velocità, ribellione ed estetica nella mostra del m.a.x. museo, dove l’autonomia si fa forma e la grafica racconta una storia di liberazioni

La carezza che si taglia col cucchiaio Un classico della cucina italiana rivisitato grazie a una salsa al caramello e spolverizzato con chicchi di caffè e zucchero pestati nel mortaio

Torna Assassin’s Creed Shadows Nel nuovo capitolo della saga dedicata ai samurai, il Giappone feudale si piega al gioco delle ombre, tra bellezza, scelta e dissimulazione

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La risata all’epoca della sua riproducibilità tecnica Tra il ludico e il dilettevole ◆ Dalla Laughing song alla Laff Box, breve storia delle risa registrate e del loro effetto contagioso

Napoli, 1895. Due cantanti e attori di teatro, Nicola Maldacea e Berardo Cantalamessa, passeggiano presso la Galleria Umberto I, dove si imbattono in una vetrina di un negozio che espone dei fonografi; una prima assoluta per la città. Quel giorno, i due artisti hanno la fortuna di essere non solo fra i primi ad ammirare alcuni esemplari dell’antenato del giradischi, inventato da Thomas Edison nel 1877, ma anche di ascoltare direttamente dall’apparecchio una canzone. Il brano, in inglese, suscita grande impressione su entrambi: anche se non conoscono il nome dell’interprete, e probabilmente non capiscono il testo, non è importante. Ad affascinarli non è neppure la melodia, ma è un altro dettaglio: una risata incontenibile che sprigiona un’allegria contagiosa. Maldacea e Cantalamessa hanno, di fatto, appena ascoltato The Laughing Song interpretata da George W. Johnson. La canzone, che nel 1891 ha riscosso un grande successo commerciale negli Stati Uniti, si avvale di una risata che irrompe a più riprese, fragorosa e spontanea, al termine di alcune frasi cantate. Cantalamessa lesto fiuta l’occasione e traduce in dialetto napoletano il titolo, adatta la melodia, e poi elabora un testo, sempre in dialetto. Nasce A risa – poi italianizzato in La risata – il primo disco in assoluto a essere inciso in Italia. In quegli anni compaiono, in diversi Paesi, altri rimaneggiamenti di The Laughing Song di George W. Johnson, e il brano internazionalizzato fa rapidamente il giro del mondo, suscitando interesse anche in India e in Cina. Parallelamente, si diffondono anche i cosiddetti laughing records, registrazioni di melodie classiche che vengono improvvisamente interrotte da risate travolgenti e incontrollate. Non è inusuale, all’epoca, vedere persone che si affollano attorno a un grammofono e, pagando una piccola somma di denaro, ascoltano queste registrazioni. Contagiati dalla risata registrata, irrompono a loro volta in una risata fragorosa e incontrollabile, attirando altri curiosi e assicurando un’entrata economica ai proprietari del grammofono. All’incrocio fra tecnica, espressività umana, e senso degli affari, la risata si trasforma in un bene di consumo. All’inizio degli anni Cinquanta il valore economico della risata aumenta esponenzialmente, quando l’industria televisiva americana ne intercetta il controverso potenziale. A cristallizzare l’incontro della risata registrata con il mondo dell’intrattenimento ci pensa la celebre quanto misteriosa Laff Box di Charles Douglass, vero e proprio marchio di fabbrica delle situation comedies dell’epoca. Nato in Messico con passaporto americano, Charles Douglass è un

ingegnere elettronico che, dopo aver prestato servizio nell’esercito durante la Seconda guerra mondiale, viene assunto alla Columbia Broadcasting System (CBS), dove lavora presso la sala di montaggio degli studi televisivi. Qui, nel 1953 sviluppa la Laff Box – che per sembianze e dimensioni ricorda sia una macchina da scrivere sia un computer da tavolo –, un apparecchio che contiene campioni sonori di risate ricavate da precedenti spettacoli, soprattutto radiofonici, preservati negli archivi del network. Attingendo soprattutto alle registrazioni di spettacoli di mimi – senza l’impiccio dei dialoghi, le risate sono relativamente nitide e lunghe – Douglass compone un ampio catalogo di risate (da quelle accennate o leggere, a quelle più sonore e roboanti) che aziona manualmente dopo averle abbinate, in fase di post-produzione, alle scene televisive. Con il suo apparecchio può controllare la lunghezza dell’effetto sonoro o attivare contemporaneamente diverse risate per intensificarne l’impatto. La Laff Box, che negli anni Douglass perfezionerà dotandola di effetti aggiuntivi, viene utilizzata, dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, in tutte le sitcom più note, come L’Andy Griffith Show, La famiglia Brady, Io e i miei tre figli, Vita da strega e The Beverly Hillbillies. In anni recenti la Laff Box viene gradualmente sostituita dai più moderni effetti digitali, fino agli attuali algoritmi in grado di calibrare l’intensità e la tipologia delle risate. Anche i gusti e le aspettative del pubblico cambiano negli anni. Come sottolinea lo storico della televisione Ben Glenn in un’intervista rilasciata alla rivista culturale «The Paris Review», «negli anni Cinquanta, le risate erano generalmente allegre ed esilaranti, anche se un po’ generiche […]. Negli anni Sessanta, invece, si potevano sentire più risposte individuali». Secondo Glenn, al giorno d’oggi le risate registrate sono, di norma, «molto meno aggressive e più sommesse; non si sentono più risate di pancia o risate sfrenate. È una risata “intelligente”, più signorile, più sofisticata». Oggi ci sono sitcom che non ricorrono al laugh track, ma rimane il fatto che alcuni dei maggiori successi degli ultimi decenni – da Seinfeld (anni Novanta) a Friends (a cavallo fa gli anni Novanta e il nuovo secolo), fino alle più recenti The Big Bang Theory e Due uomini e mezzo –, si avvalgono di risate registrate che possiamo immaginare relativamente vicine a quelle che doveva produrre la Laff Box di Douglass. Nel bene e nel male, la risata registrata condiziona in maniera importante il nostro modo di guardare le sitcom. Per accertarsene, basta vedere alcuni video su YouTube che ripropongono scene di sitcom da cui sono

TEDx SaoPaulo

Sebastiano Caroni

state tolte le risate registrate. Credo che Mark Fisher, intellettuale britannico scomparso nel 2017, avrebbe usato il termine eerie per definire la sensazione che si prova nel guardare queste scene. Per l’autore di The Weird and the Eerie (Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo), tanto il termine weird quanto eerie hanno a che vedere con l’inconsueto, lo strano, e l’inquietante. Ma, a differenza di weird, il termine eerie trova la sua specificità quando c’è qualcosa di presente dove non dovrebbe esserci nulla. Oppure, all’opposto, dove non c’è nulla quando dovrebbe esser-

ci qualcosa. Un villaggio abbandonato in condizioni misteriose, per dire, è particolarmente eerie, perché i villaggi sono luoghi abitati, e un villaggio disabitato trasmette una sensazione di inquietudine. Oppure, potremmo aggiungere noi, anche una sitcom da cui togliamo la risata registrata diventa decisamente eerie: inquietante, appunto. Se la Laff Box ha popolarizzato un genere televisivo che ancora oggi va per la maggiore, la storia della risata e della sua riproducibilità tecnica non è priva di alcuni aspetti controversi. Già a partire dagli anni Cinquanta,

che corrispondono al massimo splendore del consumismo americano, appare chiaro che la risata registrata finisce per assumere, volens nolens, un ruolo chiave nell’assecondare il conformismo. La risata partecipa all’esercizio del controllo sociale: normalizza, come una sorta di segnaletica subliminale che addomestica e suggerisce i tempi, i luoghi e i modi del ridere collettivo. C’è anche il rischio che, con la sua aura di legittimità, la risata registrata valorizzi una comicità un po’ grossolana e dozzinale, o che sdogani battute o situazioni percepite come offensive.


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MONDO MIGROS

GUSTO Grigliare

a regola d’arte

Si è aperta la stagione delle grigliate. Marcel Gämperle, macellaio-salumiere alla Migros, spiega come grigliare a regola d’arte costine, bratwurst e carrè Testo: Claudia Schmidt

Come ottenere il giusto grado di cottura per il filetto di manzo?

Occorrono un termometro a sonda per alimenti e un grill già caldo. Il termometro a sonda va inserito nella parte più spessa del filetto di manzo, che va poi grigliato con calore indiretto (vedi riquadro) finché la temperatura al cuore sarà di 54-56 gradi. In questo modo il filetto diventerà bello rosa. Volendo è possibile insaporire la carne con sale e pepe prima di grigliarla. Come faccio a sapere se il petto di pollo è cotto? E come mantenerlo succoso?

I petti di pollo vanno tamponati con carta da cucina prima di grigliarli. Poi possono essere insaporiti a piacere e quindi grigliati a 180-200 gradi per 8-10 minuti su ogni lato. A questo punto faccio la prova: premo leggermente sulla parte più spessa con il dito o con una forchetta. Se la carne cede solo leggermente, è perfetta e succosa all’interno. Come evitare che il bratwurst scoppi sul grill?

Il grill non deve essere troppo caldo, l’ideale è una temperatura da 160 a 180 gradi che consente ai bratwurst di cuocere tranquillamente. Se il calore è eccessivo, la pelle del bratwurst si scurisce rapidamente e scoppia, ma l’interno rimane crudo. Tuttavia, un

bratwurst spesso come il bratwurst dell’Olma di San Gallo non viene danneggiato da un leggero scoppio. Le estremità delle ali di pollo si bruciano facilmente. Come evitarlo?

Consiglio di tagliare le punte delle ali. Anche la distribuzione uniforme del calore e girarle regolarmente aiutano. All’inizio farle rosolare fino a doratura e poi ridurre la temperatura a 180 gradi. Le ali di pollo dovrebbero essere cotte dopo circa 15 minuti. Come arrostire a regola d’arte le costine?

Innanzitutto occorre rimuovere la pelle argentea dalle costine oppure farla rimuovere al banco. Quindi preparare la marinata. Per la mia marinata preferita mescolo miele, peperoncino, paprica, salsa Worcestershire, sale, aceto e olio. Spennellare le costine e lasciarle marinare in frigorifero qualche ora o tutta la notte. Io preriscaldo il grill a circa 250 gradi. Grigliare le costine con calore indiretto 20-30 minuti su ogni lato. Consiglio: trovo che avvolgendo le costine in un foglio di alluminio risultano molto morbide. Spennellarle nuovamente con la marinata per gli ultimi 20 minuti di cottura. Come rendere croccante il grasso dell’entrecôte senza bruciare la carne?

Preriscaldare il grill ad almeno 200-230 gradi. Scottare prima il bordo di grasso dell’entrecôte fino a renderlo croccante. Il modo migliore per farlo è tenerlo con le pinze per grill. Aumentare la temperatura a 250 gradi e arrostire la carne da entrambi i lati fino a raggiungere il grado di cottura desiderato. Misurare la temperatura. L’entrecôte è di colore rosa con una temperatura al cuore di 54-56 gradi. Il carré di agnello va grigliato a calore diretto o indiretto?

Dapprima faccio scottare il carré di agnello a calore diretto per ottenere una bella crosticina. La cottura alla griglia va poi terminata a calore indiretto.

Marcel Gämperle è macellaio-salumiere alla Migros nella filiale St. Fiden di San Gallo

Buono a sapersi Quale grill scegliere? L’ideale è un grill a gas o a sfera. Il grande vantaggio del grill a gas è che la temperatura è facile da regolare e si riscalda rapidamente. Cosa mi serve per grigliare? Posate per grill (pinze, forchetta), guanti, termometro per la carne. Come funzionano la cottura diretta e indiretta? Con la cottura diretta, gli alimenti vengono messi direttamente sulla fonte di calore (calore elevato, 220-280 gradi, grill aperto). Con la cottura indiretta invece gli alimenti si trovano tra due fonti di calore (calore basso, 120180 gradi, grill chiuso).

Immagini: Adobe Stock

Ecco come grigliare


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TEMPO LIBERO

Genealogia del movimento autonomo

Mostre ◆ Bicicletta e motocicletta come dispositivi di libertà individuale e soggetti di cultura visiva, nella nuova esposizione del m.a.x. museo a Chiasso Claudio Visentin

Primavera in giallo

Mondoverde ◆ Il Corylopsis pauciflora dà luce ai giardini Anita Negretti

Dal design alla grafica, una mostra racconta come due ruote hanno trasformato l’autonomia, l’immaginario e l’uso dello spazio Prima dell’automobile, e con un costo contenuto, permetteva ai viaggiatori di raggiungere mete nascoste, paesaggi fuori mano e piccoli borghi; offriva la libertà di scegliere il proprio passo, di cambiare direzione all’ultimo momento, di fermarsi a piacere anche solo per guardare il panorama. Dopo aver raccontato nel 2021 i Treni fra arte, grafica e design, ora il m.a.x. museo di Chiasso celebra le due ruote con una nuova mostra: Bicicletta e motocicletta fra grafica e design (a cura di Stefano Pivato, Giorgio Sarti e Nicoletta Ossanna Cavadini). Come sempre, quando si tratta del m.a.x. museo, che dispone di sole quattro sale espositive, è una mostra relativamente piccola per numero di pezzi esposti, ma ben fatta e curata. Diversi gli aspetti interessanti, a cominciare da una nuova idea di bellezza: moderna, pratica, essenziale, utile. La bicicletta è come il cucchiaio, un oggetto in odor di perfezione e dunque difficilmente migliorabile. Già nel 1885 infatti la bici assume il suo aspetto definitivo, sostanzialmente immutato sino ai giorni nostri.

Aleandro Villa, La Bicicletta, 1900-1906 circa, manifesto Fratelli Tensi (stampatore). (Collezione m.a.x. museo, Chiasso © Carlo Pedroli, Chiasso)

Fedele alla sua missione di documentare l’evoluzione della grafica, il m.a.x. museo ha raccolto un’ampia selezione di meravigliosi, coloratissimi manifesti pubblicitari d’epoca, spesso firmati da autori famosi, provenienti dalla collezione Salce di Treviso. Oltre ai manifesti, sono esposti modelli originali di bicicletGilo Boccasile, Gilera, 1949 circa, manifesto pubblicitario 99.6 x 69.7 cm. (Treviso, Museo Nazionale Collezione Salce, Direzione regionale Musei Veneto – su concessione del Ministero della Cultura)

te e motociclette d’epoca, una ventina in totale, compresi alcuni curiosi e rari esemplari prodotti in Svizzera e in Ticino (non si dimentica una sontuosa Mototicino di rosso vestita, prodotta a Chiasso da Attilio Faroppa SA nel 1956). Piccole sorprese: la mostra è affollata di figure femminili che inforcaPlinio Codognato, Moto Galloni, 1921 – 1926 circa, manifesto pubblicitario 139.5 x 97.4 cm (Treviso, Museo Nazionale Collezione Salce, Direzione regionale Musei Veneto – su concessione del Ministero della Cultura)

no la bicicletta, spesso in abiti succinti (per i tempi). In realtà non andò proprio così. Alle donne – e ai preti! – per lungo tempo si sconsigliò l’uso del nuovo veicolo. Per renderne l’adozione universale bisognò prima inventare la bici da donna, con il tubo orizzontale del telaio curvo verso il basso, ma soprattutto allentare i vincoli della morale e del decoro. L’uso della bicicletta favorì un nuovo abbigliamento: per esempio al posto delle lunghe e pesanti gonne e degli onnipresenti busti rigidi con stecche di balena si adotta la più comoda gonna-pantalone. I pantaloni! In quegli anni non erano solo un capo d’abbigliamento; erano il simbolo del potere maschile, della libertà di movimento, dell’autonomia, e per le donne indossarli significava sfidare un ordine sociale secolare. Da questo punto di vista, dunque, la bicicletta è stata senza dubbio parte del percorso di liberazione femminile. Ma perché allora tante donne nei primi manifesti, quando ancora la bicicletta era loro vietata? È presto detto, il nascente marketing utilizzò la sensualità femminile per attrarre una clientela che all’inizio era appunto prevalentemente maschile; un vizio dal quale non si è mai veramente liberato. Poi, come sempre, qualcosa resta e mette radici nell’immaginario, anche oltre le intenzioni. In questa mostra la motocicletta è accostata alla bicicletta, ma racconta una storia diversa. I primi ciclisti crearono una filosofia che sarà poi ereditata dagli automobilisti. La moto invece segue strade sue. Se in un primo momento è solo una bicicletta con un piccolo motore, negli anni Trenta diventa un veicolo ben distinto (e sempre più apprezzato). La motocicletta resta a lungo un mezzo di trasporto popolare, nella stagione della Vespa per esempio. La diffusione delle utilitarie negli anni Cinquanta (la FIAT 600 è del 1955) insidia ma non cancella mai del tutto il ruolo della moto. Inoltre, sin dal primo momento, la motocicletta è prediletta dagli spiriti liberi, dai ribelli; anche nella cultura popolare apre una via che porterà a film quali Easy Rider e a Il selvaggio, a Peter Fonda e Marlon Brando. Di certo la bicicletta e la moto attraversano questo nostro tempo in ottima salute e guardano con fiducia al futuro, mentre l’automobile sembra aver smarrito nel traffico e nella congestione delle strade (e ne sappiamo qualcosa noi qui nel cantone) quel sogno di mobilità libera e creativa immaginato dai primi viaggiatori su quattro ruote. Passo di sala in sala, di pensiero in pensiero; a questo del resto servono le mostre. Poi lascio il museo attraversando il bosco dei manifesti: quindici postazioni dedicate alla motocicletta con schizzi e disegni. Nel frattempo, in questa sera primaverile, nel centro di Chiasso una donna in bicicletta scivola sicura verso casa, forse ignara di tutta la storia che si è lasciata alle spalle per giungere sin lì… Dove e quando Bicicletta e motocicletta fra grafica e design, m.a.x. museo, Chiasso. Fino al 20 luglio 2025. A cura di Stefano Pivato, Giorgio Sarti e Nicoletta Ossanna Cavadini. Orari: ma-do 10-12/14-18. Informazioni: www.centroculturalechiasso.ch

La primavera inizia a sbocciare e con lei sono comparsi, come segno distintivo che la stagione fredda è ormai alle nostre spalle, anche i lunghi racemi dai boccioli oro e profumati della Corylopsis pauciflora, che regala da sempre e fin da subito luce nei giardini spogli di fine inverno. Si tratta di un bell’arbusto deciduo, alto fino a un metro e mezzo e largo fino a due metri e mezzo, con portamento espanso, rami fitti, dalla crescita quasi orizzontale e dall’aspetto ordinato. Originario del Giappone, è annoverato nella famiglia delle Hamamelidaceae ed è parente stretto dei loropetali, dell’amamelide e della Parrotia persica. Le prime piante di Corylopsis pauciflora sono state scoperte nel secolo scorso da esploratori botanici, quindi importate nelle serre da collezione del nord Europa e da lì piantumate nei giardini di tutto il Continente. Nofrills

Ti ricordi la tua prima bicicletta? Ti ricordi quando tuo padre ha lasciato la presa sul sellino (ma non te ne sei accorto subito) e hai pedalato da solo senza rotelle per la prima volta? Per un bambino la bicicletta è una rivoluzione: segna un decisivo aumento della velocità (da pochi chilometri all’ora sino a venti e oltre), garantisce una nuova autonomia, permette avventurose esplorazioni dei dintorni. Ma anche nell’evoluzione della nostra società il ruolo della bicicletta è stato altrettanto importante, per quanto spesso lo si dimentichi. Dopo secoli di viaggi lenti, faticosi, incerti, con cavalli, asini e carretti, verso la metà dell’Ottocento la rivoluzione dei trasporti ha aperto la via al nostro mondo globale. Ferrovia e navi a vapore hanno disteso intorno al pianeta una rete di collegamenti facili e soprattutto prevedibili, scritti nero su bianco nei massicci volumi degli orari. Anche troppo prevedibili, se già all’inizio del Novecento i viaggiatori lamentavano la fissità dei percorsi ferroviari e sentivano un nuovo desiderio di libertà. La risposta fu la bicicletta.

Questa pianta ha la particolarità di fiorire da fine febbraio ad aprile sui rami ancora spogli, ma dal colore rosso brillante, specie quelli dell’anno, sui quali compariranno successivamente le foglie cuoriformi e dal bordo leggermente dentato. Lunghe fino a sette centimetri, le foglie di questo arbusto hanno nervature evidenti, molto simili a quelle del nocciolo, e per via di questa affinità viene chiamato anche «nocciolo invernale». Resistente al gelo, è preferibile piantarlo a mezz’ombra, ad esempio sotto la chioma di un albero, per evitare che il sole cocente di agosto abbrustolisca le sue foglie. Predilige terreni leggermente acidi e ben drenati, con concimazioni in primavera e autunno. Non necessita di potature importanti poiché la chioma ha un suo sviluppo tondeggiante. Molto coreografico per via della nuvola di fiorellini gialli e dagli stami arancioni, ha una seconda carta fortunata in mano: in autunno le foglie assumono un color bronzo prima di cadere, regalando un’ultima pennellata di colore alle aiuole. Si può decidere di accompagnare la sua fioritura ad altre essenze, come la forsizia, l’Abeliophyllum distichum (forsizia bianca), narcisi, violette o bulbi di tulipani. Oltre a Corylopsis pauciflora, che ha uno sviluppo contenuto, esiste un’altra trentina di Corylopsis, ma solo altre due specie si trovano con facilità in vendita. Una di queste è Corylopsis sinensis, caratterizzata dalle dimensioni importanti dato che riesce a raggiungere i quattro metri sia in altezza sia in larghezza, mentre l’altra è Corylopsis glabrescens, dalla crescita molto lenta: infatti impiega dieci anni circa per arrivare ai cinque metri, producendo rami dalla crescita a zig-zag.


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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXVIII 12 maggio 2025

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azione – Cooperativa Migros Ticino

TEMPO LIBERO

Ricetta della settimana - Panna cotta al caffè ●

Ingredienti

Preparazione

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Dessert Ingredienti per 10 pezzi, o 1 portaformine Easy Muffin in silicone

1. Ammollate i fogli di gelatina in abbondante acqua fredda. Sciacquate le formine con acqua fredda.

I membri del club Migusto ricevono gratuitamente la nuova rivista di cucina della Migros pubblicata dieci volte l’anno. migusto.migros.ch

7 fogli di gelatina 8 dl panna semigrassa 2 cc di pasta di vaniglia 180 g di zucchero 1 cc di caffè istantaneo in polvere 1 dl di panna, per la salsa al caramello 5 chicchi di caffè 1 c di zucchero di canna

2. Portate a ebollizione la panna con la pasta di vaniglia e metà dello zucchero. Togliete la pentola dal fuoco e lasciate intiepidire il liquido. Estraete la gelatina dall’acqua, strizzatela e aggiungetela alla panna, poi mescolate finché la gelatina si è sciolta. 3. Distribuite la crema nelle formine e mettetele in frigo per circa 4 ore. 4. Nel frattempo, per la salsa al caramello, versate in un pentolino lo zucchero rimasto con 3 cucchiai d’acqua e fate scaldare finché lo zucchero inizia a caramellare. 5. Unite la panna e il caffè. Lasciate sobbollire rimestando di continuo, finché il caramello non si è sciolto del tutto. Lasciate raffreddare la salsa. 6. Pestate nel mortaio i chicchi di caffè con lo zucchero di canna. Capovolgete le formine e sformate la panna cotta. Irrorate la panna cotta con la salsa al caramello. Spolverizzate di zucchero al caffè e servite. Preparazione: circa 20 minuti; refrigerazione: circa 4 ore Per persona: circa 4 g di proteine, 24 g di grassi, 24 g di carboidrati, 330 kcal

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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXVIII 12 maggio 2025

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azione – Cooperativa Migros Ticino

TEMPO LIBERO

Due lame nell’ombra del Sol Levante

Videogiochi ◆ La guerra senza pace di Assassin’s Creed Shadows racconta il Giappone feudale tra azione, poesia visiva e libertà di scelta Davide Canavesi

Il fascino del Giappone feudale, con le sue storie di onorevoli samurai e agili ninja, ha sempre catturato l’immaginazione popolare. Ora, quel mondo prende vita in Assassin’s Creed Shadows, un nuovo videogioco d’avventura che trasporta i giocatori nel tumultuoso XVI secolo giapponese. Questo titolo offre la possibilità di esplorare paesaggi mozzafiato e vivere una storia avvincente attraverso gli occhi di due protagonisti molto diversi, permettendo di immergersi in un periodo storico ricco di conflitti e intrighi, il tutto con una presentazione visiva di grande impatto. La vicenda si svolge durante l’epoca Sengoku, un periodo di guerre civili in cui potenti signori feudali (i daimyo) lottavano per il controllo del Giappone. In questo scenario caotico, seguia-

mo le sorti intrecciate di Naoe, una giovane shinobi (una guerriera addestrata nelle arti furtive) spinta dal desiderio di proteggere la sua casa, e Yasuke, un uomo di origini africane che diviene un samurai al servizio del celebre condottiero Oda Nobunaga. Le loro strade si incrociano sullo sfondo di battaglie, alleanze mutevoli e l’arrivo dei primi europei, dando vita a un racconto che mescola azione, dramma personale e storia. Il gioco invita a esplorare una vasta rappresentazione del Giappone centrale, un mondo aperto ricco di dettagli che cambia aspetto con il passare delle stagioni. Si possono ammirare foreste rigogliose in primavera, campi dorati in autunno o affrontare bufere di neve in inverno, con il paesaggio che non è solo uno sfondo ma influenza anche gli

spostamenti. Oltre alla storia principale, il mondo offre numerose attività secondarie: dall’aiutare gli abitanti dei villaggi al liberare zone controllate dai nemici, passando per la ricerca di tesori nascosti. Sebbene alcune di queste missioni secondarie possano risultare un po’ ripetitive, come spesso accade in giochi di questa portata, contribuiscono a rendere il mondo vivo e offrono molte ore di intrattenimento. È anche possibile costruire e potenziare un proprio rifugio segreto. La caratteristica più interessante è la possibilità di impersonare sia Naoe che Yasuke, passando dall’uno all’altra per gran parte dell’avventura. Naoe eccelle nell’agire nell’ombra: si arrampica sui tetti, si muove silenziosamente e colpisce i nemici senza farsi vedere, incarnando la fantasia classica dell’assassino ninja. Yasuke, invece, è un guerriero formidabile, perfetto per gli scontri diretti: armato di potenti armi da samurai, affronta i nemici a viso aperto in combattimenti spettacolari. Questa dualità permette ai giocatori di scegliere l’approccio preferito per ogni situazione o semplicemente di variare il ritmo dell’azione. Il sistema di combattimento e le fasi furtive sono pensati per essere accessibili, anche se a volte il comportamento dei nemici non appare particolarmente realistico, rendendo le cose forse un po’ troppo semplici per i veterani. Dal punto di vista visivo, Assas-

Giochi e passatempi Cruciverba

Il cervo con le sue alte corna, che si rinnovano periodicamente, è simbolo di rinascita e quindi spesso lo troviamo… Trova il resto della frase risolvendo il cruciverba e leggendo nelle caselle evidenziate. (Frase: 11, 3, 10)

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23. A capo del 20 orizzontale 25. Un anagramma di Sara 26. Si distingue all’alba 27. Preposizione articolata 29. Libri scolastici 31. Pronome personale 32. Un anagramma di carico VERTICALI 1. U n moto della Terra 2. Pesci d’acqua dolce 3. C’era una volta... 4. Lo è il pelo arruffato 5. Pronome dimostrativo

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ORIZZONTALI 1. Forte e improvviso colpo di vento 7. Le iniziali del giornalista Giannino 8. Uccello marino 9. Unità di misura inglese 11. Il bis di Totò 12. Pianta aromatica 15. Vaso di terracotta 16. Torma di animali 20. Un giudizio scolastico 22. Le iniziali dell’attore Solfrizzi

Sudoku

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Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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In conclusione, Assassin’s Creed Shadows si presenta come un’avventura affascinante e visivamente sontuosa nel Giappone feudale. Offre un mondo vasto e bellissimo da esplorare, una storia coinvolgente con due protagonisti carismatici e la libertà di scegliere tra azione furtiva e combattimento diretto. Pur non rivoluzionando il genere e presentando alcune missioni secondarie non particolarmente originali e qualche piccola imperfezione nei controlli, riesce a intrattenere per decine di ore. È un titolo che piacerà sicuramente agli appassionati di Giappone (che però non ricercano la totale accuratezza storica!), agli amanti delle avventure in mondi aperti e a chi cerca un’esperienza di gioco spettacolare e ricca di atmosfera.

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sin’s Creed Shadows è davvero notevole. La cura riposta nella creazione dei paesaggi naturali è eccezionale, con scorci davvero suggestivi. Anche la ricostruzione di alcuni luoghi storici famosi è impressionante e aggiunge un elemento di «turismo virtuale» molto piacevole. Il tutto è accompagnato da effetti atmosferici convincenti e da un ciclo giorno/notte che rende l’esplorazione più coinvolgente. Le animazioni dei personaggi sono fluide, sebbene il sistema di controllo per muoversi tra tetti ed edifici mantenga qualche incertezza tipica della serie, che può causare qualche piccola frustrazione. Ottimo il comparto sonoro, con la possibilità interessante di ascoltare i dialoghi nelle lingue originali (giapponese e portoghese) per aumentare l’immersione storica.

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6. Le iniziali della cantante Amoroso 10. Un Franco attore 13. L’ammontare della fattura 14. Può esserlo il cemento 16. Paganini non lo concedeva 17. Le iniziali della cantante Oxa 18. Recipienti per frutta 19. Si conserva nella pisside 21. In mezzo 24. Possessivo francese 26. Un tasto del computer 28. Le iniziali di Sastri 30. Le iniziali della Canalis

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Soluzione della settimana precedente LO SAPEVI CHE… – La fontana più… Resto della frase: …GRANDE DEL MONDO SI TROVA A DUBAI

G A R A N T E U D I D E M L E E N E C I M O N O D O S E A D I T O I R R O V I N O S A A C E D I V E T U R I N O D O B E L C I O E I O D A T O

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


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Migros Ticino

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Frutta e verdura

Accenni di primavera e un tocco esotico

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Migros Ticino 2

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Bowl insalata dell'orto Anna's Best 250 g, (100 g = 1.58)

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Ananas a cubetti 550 g, (100 g = 0.93)

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Fragole Ticino, 250 g, confezionate, (100 g = 1.18)

LO SAPEVI? Questa settimana sono disponibili nelle filiali le borse vitaminiche riutilizzabili, che si possono riempire con tutta la frutta a nocciolo che riescono a contenere. Non occorre pesarla. Paghi un prezzo forfettario. Nella frutta a nocciolo rientrano le albicocche sfuse, le pesche gialle sfuse, le nettarine gialle sfuse e le prugne rosse sfuse. Buon rifornimento di vitamine! Migros Ticino

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Borsa vitaminica da riempire con frutta a nocciolo pesche, nettarine, albicocche, susine, (Migros Bio, Demeter ed Extra esclusi), Spagna/Italia, almeno 3.5 kg

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Pesce e frutti di mare

Il gusto del mare

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Salmone affumicato dell'Atlantico M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 300 g, in self-service, (100 g = 3.32)

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Filetti di salmone Pelican ASC o filetti dorsali di merluzzo dell'Atlantico Pelican MSC in conf. speciale o in conf. multipla, per es. filetti di salmone ASC, 500 g, 9.60 invece di 16.–, (100 g = 1.92)

Spiedini di gamberetti marinati Grill mi, ASC Lemon Pepper, Greek Style o Exotic, d'allevamento, Vietnam, per 100 g, in self-service

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Filetti di platessa M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 300 g, in self-service, (100 g = 2.32)

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Insalata del re Anna's Best 150 g, (100 g = 2.13)

Funghi champignon, vaschetta da 250 g (senza bio e extra), bianchi, marroni e misti, per es. bianchi, Svizzera, 1.92 invece di 2.40, (100 g = 0.77)

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Formaggi e latticini

Il latte lo rende possibile: il piacere in varie forme Sapore de licato di nocciola

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Appenzeller dolce e aromatico per 100 g, prodotto confezionato

NOSTRANI DEL TICINO Migros Ticino offre un assortimento di oltre 500 prodotti della regione. La scelta comprende articoli di tutte le categorie, dalla verdura alla carne, dai formaggi alle bibite fino alle specialità più ricercate. Tutti i prodotti provengono da fornitori locali che li lavorano in modo responsabile e sostenibile.

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Emmentaler dolce circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato

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Formaggella Blenio "Ra Crénga dra Vâll da Brégn"

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San Gottardo Prealpi

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Formaggio cremoso Luzerner Emmi in conf. speciale, circa 280 g, per 100 g

Grana Padano, DOP 700/800 g, per 100 g, prodotto confezionato

Migros Ticino 6

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Sugg erimento: se rv ir te mpe ratura ambiene a te Ver satile in cucina

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Bistecche di lonza di maiale marinate Grill mi, IP-SUISSE per 100 g, in self-service

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07.05.2025 16:16:52


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07.05.2025 16:17:00


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Migros Ticino 10

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Prodotti freschi e pronti

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Bolognese e Fiorentina, per es. Lasagne alla bolognese Migros Bio, 350 g, 4.60 invece di 5.75, (100 g = 1.31)

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Tutte le paste in blocco, già spianate e non spianate, Migros Bio per es. pasta per crostate già spianata, 270 g, 1.84 invece di 2.30, (100 g = 0.68)

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Aperitivo estivo

Rilassarsi, bere un aperitivo, prendere il sole

a partire da 2 pezzi

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Classic o Zero, 6 x 1,5 l, 6 x 500 ml oppure 6 x 330 ml, per es. 6 x 1,5 litri, 9.87 invece di 14.10, (100 ml = 0.11)

per es. Yellow, 250 ml, 2.80 invece di 3.50, (100 ml = 1.12)

per es. Lager Non, lattina, 500 ml, 1.46 invece di 1.95, (100 ml = 0.29)

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Snacketti Dancer Cream e Snacketti Paprika Shells e chips Nature e chips Paprika, in conf. speciale, 330 g, (100 g = 2.15)

Pizza Crackers, Crackers o Sticks, in confezioni speciali, per es. Pizza Crackers, 450 g, 7.40 invece di 9.30, (100 g = 1.64)

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07.05.2025 16:17:02


Dolci e cioccolato

Tentazioni a volontà

40% Swiss Premium Minis Lindt assortiti, 500 g o 1 kg, per es. 500 g, 14.97 invece di 24.95, (100 g = 2.99)

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Tutti i biscotti Créa d'Or

con cioccolato al latte o cioccolato fondente, 3 x 150 g, (100 g = 1.32)

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Scorta

Dispensa piena, tutto bene

LO SAPEVI? I legumi vantano un elevato tenore di fibre e vengono quindi digeriti in modo lento e omogeneo, saziano a lungo e prevengono gli attacchi di fame. Inoltre, contengono molte proteine vegetali, il che li rende particolarmente interessanti per chi segue una dieta vegetariana e vegana.

a partire da 2 pezzi

20% Tutti i prodotti Thomy in tubetto, vasetto e flacone squeezer per es. maionese à la française, 265 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 0.85)

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20% Lenticchie, quinoa, ceci e couscous, Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. lenticchie rosse, 500 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 0.45)

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Zuppe di noodles Nongshim Kimchi, Spicy Ramen o Veggie, per es. Kimchi, 5 x 120 g, (100 g = 1.27)

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Bevande

30% Tutte le salse Salsa all'Italiana per es. al basilico, 250 ml, –.95 invece di 1.35, (100 ml = 0.38)

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25% Pizze Margherita o Toscana, M-Classic prodotto surgelato, per es. Toscana, 3 x 360 g, 8.85 invece di 11.85, (100 g = 0.82)

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Vitamin well Reload o Antioxidant, 6 x 500 ml, (100 ml = 0.33)

Tutti i tè e le tisane Messmer per es. melagrana egiziana, 50 g, 2.56 invece di 3.20, (10 g = 0.51) Offerte valide dal 13.5 al 19.5.2025, fino a esaurimento dello stock. 15

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Bellezza e cura del corpo

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Prodotti per la doccia I am o I am Men

per es. dischetti di ovatta, 2 x 80 pezzi, 3.10 invece di 3.90

per es. gel doccia, 2 x 250 ml, 5.60 invece di 7.–, (100 ml = 1.12)

in confezioni multiple, per es. doccia crema Milk & Honey I am, 3 x 250 ml, 4.– invece di 5.40, (100 ml = 0.53)

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(confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. crema dentifricia Complete Care senza fluoro, bio, 75 ml, 3.71 invece di 4.95, (100 ml = 4.95)

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a partire da 2 pezzi

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Tutto l'assortimento Sante

(articoli Alnatura esclusi), per es. shampoo al rosmarino, 250 ml, 7.46 invece di 9.95, (100 ml = 2.98)

per es. gel doccia Happiness, 200 ml, 4.43 invece di 5.90, (100 ml = 2.22)

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Azione 20 del 12 maggio 2025 by Azione, Settimanale di Migros Ticino - Issuu