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Azione 19 del 6 maggio 2026

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Seguici su

MONDO MIGROS Pagina 2

Castles & Go alle porte e un’estate con Nevermind

SOCIETÀ Pagina 3

Avere 20 anni oggi: un libro-rivista di Chora raccoglie le narrazioni di giovani scrittori e giornalisti

Il significato della missione Artemis 2, primo volo con equipaggio verso la Luna dal 1972

ATTUALITÀ Pagina 13

Nel nuovo album di Riccardo Fabbriconi, in arte Blanco, un omaggio alla madre

CULTURA Pagina 21

Il Perù del missionario diventato Papa

In milioni, coloro che risalgono il proprio albero genealogico e partono per ritrovare le radici

TEMPO LIBERO Pagina 39

E intanto in Africa…

Mentre le prime pagine dei giornali sono comprensibilmente occupate da conflitti incomprensibili come quello iraniano, di cui ancora sfugge la ragione ultima (rovesciare il regime? fermare il nucleare? controllare la rotta del petrolio più redditizia del pianeta?), altrove ci si fa la guerra per motivi molto più chiari, anche se nessuno ne parla.

Qualche giorno fa, nel Ciad orientale, almeno 42 persone sono state uccise e una decina ferite in uno scontro nato da una disputa per un pozzo d’acqua. Altro che petrolio: c’è un luogo del mondo dove ci si scanna per un bicchier d’acqua. È l’effetto combinato del collasso climatico e dell’abbandono politico, in una regione dove le comunità si contendono l’unico vero oro liquido rimasto, mentre arrivano profughi in fuga dal vicino Sudan, anch’esso devastato da una guerra dimenticata.

Povera Africa. Smarrita e sistematicamente ignorata. Mentre il pianeta dissertava sull’attentatino a

Trump, chiedendosi se fosse reale o una puntata mal riuscita di Scherzi a parte, in Nigeria un commando armato faceva irruzione in un orfanotrofio rapendo almeno 23 bambini. Una notizia letta di sfuggita su Al Jazeera, perché in Africa i rapimenti di massa sono ormai una pratica ordinaria per «raccogliere fondi» soprattutto nelle zone rurali dove lo Stato è un fantasma. Il fatto è che in Africa si continua a morire con una regolarità che non disturba più nessuno. Non è che manchino le informazioni: mancano gli occhi disposti a vederle. Le stragi nell’est del Congo, la guerra infinita in Sudan, il Sahel divorato da jihadisti, eserciti nazionali e mercenari sono diventati rumore di fondo. Parte del paesaggio. Eppure l’Africa di oggi non è un mondo a parte. È uno specchio laterale delle guerre che monopolizzano l’attenzione globale. Quelle guerre assorbono risorse diplomatiche e aiuti umanitari; le altre restano senza tutela. Nel frattempo nuovi padroni stranieri – Russia in

testa – sfruttano il vuoto a proprio vantaggio. È qui che entra in gioco un’espressione che ONU e Programma Alimentare Mondiale usano senza più cautele: weaponization of food. Il cibo trasformato in arma. Dal febbraio 2022, Mosca ha bloccato o minacciato le rotte marittime da cui partiva gran parte del grano ucraino destinato ad Africa e Medio Oriente. Il risultato è stato un’esplosione dei prezzi di grano, fertilizzanti e carburanti, che ha colpito soprattutto le popolazioni più fragili. Nel 2023 la Russia ha abbandonato l’Iniziativa sul grano del Mar Nero, salvo poi presentarsi come «salvatrice» dell’Africa. Intanto, in Mali, Burkina Faso e Niger, offre armi, addestramento e copertura diplomatica in cambio di accesso politico e minerario. Il grano da una parte, i kalashnikov dall’altra.

Nel disinteresse generale, l’Africa è così: violenta, prosciugata dalla crisi climatica, affamata dalla speculazione e armata fino ai denti in cambio delle sue risorse.

Poi arrivano le vacanze estive e ci stupiamo se riparte il calvario dell’emigrazione clandestina verso l’Europa. Ci chiediamo perché migliaia di persone attraversino deserti e mari, come se la risposta non fosse evidente: quando il cibo diventa un’arma, la migrazione diventa una strategia di sopravvivenza. Non una scelta, ma l’ultima rimasta.

E nel Sahel i regimi militari imparano la lezione del mondo: se la forza funziona a est e a nord, perché non dovrebbe funzionare anche a sud? Se il diritto internazionale è flessibile per alcuni, perché dovrebbe essere vincolante per altri?

Così la violenza si normalizza, le vittime civili diventano danni collaterali permanenti, e le ferite dell’Africa scivolano sempre più in basso nella graduatoria dell’attenzione e dell’indignazione globale.

Arriva un post con l’ultima alzata d’ingegno dell’inquilino della Casa Bianca e, puf, spariscono di colpo nel dimenticatoio del mondo.

Enrico Martino Pagine 34-35
Enrico Martino

L’estate di Nevermind a Bellinzona

Appuntamenti ◆ Calcio e musica sotto le stelle dal 4 giugno al 19 luglio 2026 nel suggestivo Parco Urbano di Bellinzona

Migros fa rima con amore

Anniversari ◆ I 25 anni in azienda di Daniela Uggeri

Quest’estate uno degli appuntamenti più caldi avrà sicuramente luogo nel Parco Urbano della città di Bellinzona, là dove, in un connubio esplosivo, lo sport e la musica andranno a braccetto per tutto il periodo del Mondiale di calcio FIFA 2026, che si terrà in Canada, Messico e Stati Uniti dall’11 giugno al 19 luglio. Per oltre sei settimane consecutive, infatti, in programma ci saranno concerti dal vivo, intrattenimento, sport e socialità che daranno vita a un grande villaggio eventi, creando un nuovo punto di riferimento per l’estate ticinese.

Serate indimenticabili sotto le stelle, tra l’euforia delle partite di calcio e la musica dei big del firmamento locale e internazionale

A partire dall’11 giugno il villaggio eventi si trasformerà in un grande salotto estivo della città, pensato per favorire momenti di socialità. L’allestimento si svilupperà attorno a una maxi-tenda spettacolare aperta su tutti i lati, con un diametro di 30 metri, un’altezza di quasi 8 metri e una superficie coperta di circa 700 metri quadrati, in grado di garantire comfort e protezione da sole, caldo e pioggia durante tutta la stagione estiva. All’interno del villaggio sarà possibile seguire in diretta le partite del Campionato Mondiale di calcio FIFA 2026 su maxischermo e assistere ai concerti sul palco secondario, che ospiterà le Nevermind Music Sessions, con focus sulla musica svizzera e ticinese.

Il villaggio offrirà aree bar e punti di ristoro di vario tipo. Il progetto si inserisce in una visione più ampia di valorizzazione del Parco Urbano, con l’obiettivo di conferirgli una nuova identità e di creare a Bellinzona un polo estivo ricreativo di riferimento per il Ticino, capace di arricchire in modo duraturo l’offerta culturale, musicale e aggregativa della città. Il festival porterà una proposta musicale eterogenea, capace di parlare a pubblici diversi e di affiancare artisti di fama internazionale a protagonisti della scena svizzera. Per quanto riguarda il palco principale, ossia Main Stage, i nomi sono davvero di quelli che hanno fatto la storia della musica leggera, o la stanno facendo. Si parte giovedì 4 giugno (Corpus Domini) con i mitici Gipsy Kings e i nostrani (e ormai altrettanto mitici) The Vad Vuc

(serata gratuita). Venerdì 5 giugno sarà dedicato al rap, con Ele A, Kid Yugi e Nitro. Sabato 6 giugno sarà invece la serata del rock, con gli immancabili Gotthard, ma anche i Dreamshade e Hardcore Superstar. Ritmi calienti domenica 21 giugno con i cubani Gente de Zona. Il 25 giugno porterà a Bellinzona le sonorità intense di Elisa e la presenza di un nuovo talento svizzero come Soleroy. Si riprende mercoledì 8 luglio con il reggae di Alpha Blondy e di Julian Marley. Venerdì 17 luglio chiuderanno la kermesse i Modena City Ramblers e i The Rumjacks (serata gratuita).

Non saranno da meno gli eventi collaterali in programma, peraltro del tutto gratuiti, ma non per questo meno frizzanti: dai The Magnetics (14 giugno) ai Mefisto Brass (19 luglio), passando da Pat Burgener (19

giugno), Andrea Bignasca (20 giugno), Kashmere (27 giugno), Monte Mai (5 luglio), Golden Vultures (9 luglio), Howling Blue (10 luglio), Tatum Rush (11 luglio) e Julie Meletta (18 luglio).

Affrettatevi dunque a mettere in agenda la grande festa del Parco Urbano di Bellinzona, attrezzandovi così per una serata spaziale.

Restate sintonizzati, poiché prossimamente su queste pagine metteremo in palio biglietti per i concerti sul Main Stage.

Informazioni nevermindmusicfest.com I ticket dei concerti principali su www.biglietteria.ch

Castles & Go, ritorno al Medioevo

Appuntamento sportivo ◆ Tutto è pronto per la quinta edizione della due-giorni bellinzonese

È ai blocchi di partenza la quinta edizione, domenica 31 maggio 2026, di «Bellinzona Castles & GO», la Corsa podistica e la Camminata Walking che permettono di scoprire le bellezze naturali, paesaggistiche e architettoniche della Capitale del Cantone Ticino, nonché il suo patrimonio storico e culturale.

Due spettacolari percorsi di 11 Km di lunghezza che passano attraverso tutti e tre i castelli della Fortezza UNESCO di Bellinzona, i rioni di Artore e Daro, boschi e colline, i pregiati quartieri S. Giovanni e Vela e il centro storico.

I partecipanti avranno anche la pos-

Concorso

«Azione» mette in palio 5 iscrizioni per domenica 31 maggio 2026. Per partecipare al concorso inviate una mail a giochi@azione.ch, oggetto «Castles 2026» con i vostri dati (nome, cognome, indirizzo, no. di telefono), indicando se volete partecipare alla Corsa podistica o alla Camminata Walking, entro domenica 17 maggio. Buona fortuna!

sibilità di ammirare la rievocazione medievale de’ La Spada nella Rocca, essere informati tramite speciale segnaletica sui fatti storici della Turrita, godere della musica proposta da ben dieci gruppi locali e gustare dei simpatici aperitivi musicali offerti nei nuclei di Daro e Artore.

A Bellinzona un weekend con appuntamenti sportivi di prestigio e una serie di imperdibili momenti culturali e conviviali

A seguire, nel villaggio «Castles & GO» in Piazza del Sole sarà proposto un conviviale gnocchi-party aperto a tutti e a prezzi popolari (gratuito per gli iscritti).

La grande novità è rappresentata dalla possibilità per gli iscritti di viaggiare gratuitamente, il giorno delle gare, su tutti i mezzi di trasporto pubblici della Comunità Tariffale Arcobaleno. L’evento (per la terza volta consecutiva nel Calendario della Coppa ASTi Podismo) si articolerà su due giorni.

L’appuntamento a Bellinzona, però, è in realtà già per il giorno precedente, sabato 30 maggio 2026, quan-

Doppio appuntamento

do in Piazza del Sole, nell’ambito di «Move & GO», andranno in scena le esibizioni di diverse società sportive e culturali della regione e di un collettivo di giovani writers. In cartellone anche uno gnocchi-party aperto alla popolazione, una gara benefica per i bambini (il cui ricavato sarà devoluto a favore della ristrutturazione della Culla S. Marco di Ravecchia) e un aperitivo in musica finale. La convivialità, unita a sport e cultura, è ciò che fa l’unicità di Castles&Go, ecco perché Migros Ticino

Daniela Uggeri sul posto di lavoro non ha trovato solamente amicizie e un impiego sicuro, ma anche… l’amore. 25 anni in azienda, ma anche molti anni di affetto sincero nato, come dice Daniela stessa, «al bar della Migros»! A Daniela giungano le più sentite congratulazioni da parte di Migros Ticino e della redazione di «Azione».

Quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino?

Sono venditrice all’Outlet di Grancia da circa un anno, ma il resto del tempo (24 anni) ho lavorato nella ristorazione Migros ad Agno e a Grancia. Ha voglia di raccontarci una sua giornata tipo in filiale?

Non posso iniziare la giornata di lavoro senza un caffè al ristorante della Migros di Grancia. Il caffè è un pretesto per poter incontrare le colleghe e i colleghi per due chiacchere prima di iniziare. Amo le prime ore del mattino perché posso incontrare i miei clienti abituali: non nascondo che del mio lavoro mi piace chiacchierare con i clienti, ma attenzione, perché mentre lavoro (e ride, ndr) … Ormai li conosco praticamente tutti per nome! Il resto della giornata lo passo tra il rifornimento degli scaffali e la cassa.

Cosa sono stati questi 25 anni di lavoro per lei?

(Per un attimo ci pensa)… cavoli, mezza vita! Spesso tanta pressione e a volte qualche giornata no, ma tirando le somme mi sono sempre sentita parte dell’azienda. Con una pacca sulle spalle e un buon dialogo con colleghi e superiori sono sempre ripartita più motivata di prima.

E Migros, cosa rappresenta? Prima di tutto la mia spesa quotidiana, non posso rinunciare a diversi articoli che trovo solo alla Migros! Sembra una frase fatta, ma posso considerare alcuni colleghi da diversi anni parte di me.

Oltre a Migros, ha magari un hobby o un’attività particolare di cui ci vuole parlare?

I miei cagnoloni che mi occupano praticamente tutto il tempo libero!

sostiene questa originale corsa… indietro nel tempo!

Dove e quando Castles&Go 2026, Bellinzona. www.castlesandgo.com

Un aneddoto particolare di cui ci vuole parlare?

Sì, una storia dal sapore di «Stranamore»! Come dicevo, per ventiquattro anni ho lavorato nella ristorazione.

Un giorno, parlando con una collega, questa mi ha detto che un cliente passava ore a rigirare lo zucchero nel caffè per attirare la mia attenzione, ma che io non me ne accorgevo… quel ragazzo è mio marito da ormai dieci anni, e, in occasione del matrimonio, quanti scherzi e regali ci hanno fatto a tema «Caffè al bar della Migros!».

La rapper ticinese Ele A si esibirà il 5 giugno, serata che vedrà protagonisti anche Kid Yugi e Nitro.
a Bellinzona il 30 e il 31 maggio.
Daniela Uggeri
lavora per Migros Ticino dal 2 maggio 2001
Elisa sarà presente a Bellinzona il 25 giugno.

SOCIETÀ

Vaccini, è importante parlarne Vaccinarsi significa proteggere sé stessi e la comunità, ma significa anche esercitare consapevolezza

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Un giornalista tra due culture

L’ultimo Quaderno di Coscienza svizzera è dedicato alla figura di Guido Locarnini

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Giovani in difficoltà

Un progetto di formazione con percorsi personalizzati all’interno delle biblioteche cantonali

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L’urgenza di narrare i vent’anni

Arriva Dico60+

Al Lido di Lugano il 3 giugno

Pro Senectute organizza una serata di musica e divertimento over 60

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Pubblicazioni ◆ Il nuovo e secondo quaderno della serie «Volume. Ascoltando il mondo» di Chora Media raccoglie contributi di scrittori e giornalisti che raccontano la vita e le emergenze di chi oggi ha vent’anni

Il nuovo e secondo quaderno della serie «Volume. Ascoltando il mondo», dedicato ad Avere vent’anni, non è più una rivista e non è ancora un libro. E di per sé la cosa non è nemmeno una novità. È però molto confortante il fatto che l’operazione provenga quasi come una necessità da Chora Media, che di solito produce podcast perché – dice sulla sua pagina – «non basta più vedere, bisogna sentire». L’approdo (il ritorno) a un destino di carta non è isolato, se si tiene conto, per esempio, di un’altra felice operazione di recupero del tradizionale nel caso della bella collana «Cose spiegate bene», che nasce dall’editore online «Il Post» e «torna indietro» con un prodotto di notevole qualità, cartacea e editoriale. Avere vent’anni è dunque subito un vistoso oggetto artigianale, una vertigine di carta, di colori, di grafiche ardite e di fotografie di qualità. Alla faccia, verrebbe da dire, del digitale e di tutta la sua inconsistenza materiale.

Dunque, apriamo: «Che cosa vedono i ventenni quando guardano il mondo? Che storie sentono urgenti e hanno bisogno e voglia di raccontare?». La sostanza di questo volume

consiste in visioni e narrazioni, fotografie e storie. Non è un caso che gran parte dei contributi siano prodotti da scrittori o da giornalisti, abituati alla pratica dello storytelling, del

descrivere per suscitare emozioni e richiamare sensazioni: Paolo Di Paolo, Teresa Ciabatti, Chiara Gamberale, Mario Calabresi, Francesca Mannocchi tra i molti altri nomi.

Ma per capire quello che ci dicono e ci indicano i ventenni, e quello che possiamo dire di produttivo per loro e per noi, conviene forse partire da quello che a queste persone rimproveriamo. Ai «giovani d’oggi», categoria che cavalca i decenni e le generazioni, contestiamo tante cose che a ben vedere potremmo rimproverare a chiunque, di qualunque età o categoria sociale: l’iperconnessione digitale, l’incapacità di concentrazione, l’apatia ideologica e il disinteresse nei confronti della passione politica.

Alla possibilità di dare a tutti questi problemi un vestito letterario, si oppongono qui dati e realtà oggettive, oltre che inviti ad abbracci geografici e sociali più ampi: le persone sotto i venti anni sono meno di due su dieci in Italia e quasi sei su dieci in Nigeria; i ventenni che hanno fatto uso di cannabis nell’ultimo anno sono quasi la metà negli Stati Uniti e meno del 10% in Portogallo; la media di libri letti all’anno da que-

sta categoria sociale è di ventiquattro in Francia, di sette in Italia, di cinque negli Stati Uniti. E il paragone di grande concretezza tra cose e oggetti di uso corrente venti anni fa e che non ci saranno letteralmente più tra un ventennio è parlante di quanto queste generazioni siano di fronte a un autentico ricambio simbolico negli utensili e nei modi di affrontare la realtà: mappe, fax, blockbuster, siringhe, ferri da stiro, chiavi saranno presto buoni per i musei e guardati con indulgente simpatia da questi nuovi abitanti del pianeta.

L’impressione è che più che gli atti di narrazione (qua e là un po’ compiaciuta) avanzino le emergenze brucianti delle situazioni critiche ed estreme: la disoccupazione dilagante, le formazioni che non portano da nessuna parte, fino alla violenza e alla morte. Per quest’ultima realtà e per i modi di affrontarla, i ventenni meritano di essere osservati per bene; per esempio, durante i funerali di loro coetanei perduti in modo così innaturale: «quanta tenerezza, quanta giustizia nell’essere giovani e non sapere come ci si veste ai funerali di qualcuno che muore e ha la tua

età». Oppure di fronte all’elaborazione spontanea di propri riti, le lanterne accese e fatte volare, lo stare insieme a crocchio in una specie di ampio e dolente abbraccio plurimo con il telefonino nella tasca posteriore, la condivisione delle memorie digitali. E un vivere sospeso, senza soluzione di continuità e senza traumi, in un mondo dove «non c’è problema» a stare di qua o di là di una tensione, quella tra reale e digitale, che tutto il resto dell’umanità concepisce come un incubo.

Con la consueta virtù, ci parla lo scrittore Walter Siti pensando a questa tenera generazione «in perenne aspettativa» e al suo tentativo di abitare un mondo sempre più stretto: «La nostra vita è diventata come l’acqua in cui vegetano le mangrovie, né dolce né salata, un composto indiscernibile di reale e digitale, un liquido salmastro in cui i vecchi rischiano di annegare e della realtà analogica hanno occupato tutti gli spazi».

Stefano Vassere

Un pensiero per la mamma

Il 10 maggio si celebra la Festa della Mamma. Una giornata speciale per ringraziarla di tutto quello che fa per noi ogni giorno. Alcune idee omaggio per sottolineare questa importante ricorrenza

La seconda domenica di maggio ogni mamma attende con gioia le attenzioni particolari e le sorprese che le vengono riservate dai propri figli. Questa tradizione, che appartiene ormai alla nostra vita familiare, è un’occasione speciale per sottolineare un legame affettivo unico, non solo attraverso un piccolo pensiero, ma anche dedicandole del tempo e ricordandole quanto le vogliamo bene. L’idea di dedicare una giornata a tutte le mamme

nasce negli Stati Uniti, all’inizio del Novecento, quando Anna Jarvis organizzò una celebrazione in memoria della propria madre e di tutte le madri. Grazie al successo dell’iniziativa, qualche anno dopo, nel 1914, il presidente Wilson decise di decretare ufficialmente la Festa della Mamma ogni seconda domenica di maggio. In Svizzera la festa di diffonde su scala nazionale nel 1929 grazie ad associazioni benefiche, fioristi e chiese.

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1. Rosa «Festa della Mamma» Fr. 7.95 2. Mon Chéri Cuore 147 g Fr. 6.95

3. Pralines du Confiseur Frey «Édition d’amour» 452 g Fr. 9.95 (fino ad esaurimento stock)

4. Tulipani in diversi colori mazzo da 24 pezzi Fr. 7.95 (dal 7.5 al 10.5)

5. Phalaenopsis Festa della Mamma 2 steli, 12 cm, con vaso di ceramica Fr. 19.95 invece di 24.95

6. Lindor Lindt Cuore 160 g Fr. 12.95

7. Cioccolato al latte Cuore Frey 93 g Fr. 2.95

8. Torta cioccolato e lamponi 520 g Fr. 13.90

Ricordiamo che alla Migros sono disponibili molte possibilità per esprimere il proprio affetto nei confronti della mamma, grazie a prodotti per tutte le tasche e tutti i gusti. Ve ne proponiamo alcune in questa pagina. Inoltre, anche presso i banchi pasticceria, dal 7 al 9 maggio, sono in vendita alcune dolci creazioni a tema, realizzate all’interno del laboratorio artigianale di pasticceria di Migros Ticino. W la Mamma!

9. Macarons a forma di cuore 6 pezzi, 90 g Fr. 5.60

L’assortimento completo è disponibile nelle maggiori filiali Migros

dai

4 ai 12 anni di età. Con l’aiuto di un’animatrice, i piccoli partecipanti avranno la possibilità di creare con le proprie mani un simpatico regalino per la propria mamma. Non mancate!

Laboratorio creativo per bambini
Sabato 9 maggio 2026, dalle 10.00 alle 17.00, i centri commerciali Centro S. Antonino e City Center Lago Locarno organizzano un laboratorio creativo dedicato a tutti i bambini

Vaccini: storia, dubbi e responsabilità individuale

Salute ◆ Bisogna continuare a parlarne perché più le malattie scompaiono, più diminuisce la percezione del rischio

Maria Grazia Buletti

Negli ultimi anni i vaccini sono tornati al centro del dibattito pubblico. La pandemia di Covid-19 ha aumentato la consapevolezza della loro importanza, ma anche i dubbi e la disinformazione, noti come «esitazione vaccinale», cioè il ritardo o il rifiuto di vaccinarsi nonostante i vaccini siano disponibili. Questo fenomeno preoccupa la sanità pubblica perché quando la percezione del rischio delle malattie diminuisce, cresce il rischio di sottovalutare la prevenzione. Nel 2024, secondo OMS e UNICEF, oltre 14 milioni di bambini nel mondo sono rimasti completamente non protetti contro malattie prevenibili. Anche la copertura vaccinale contro il morbillo resta sotto la soglia del 95% necessaria per prevenire epidemie: più di 30 milioni di bambini risultano quindi insufficientemente protetti e le conseguenze sono già visibili: nella regione europea l’OMS ha registrato nel 2024 oltre 127.000 casi di morbillo, il numero più alto degli ultimi 25 anni. Già alla fine del XVIII secolo, quando Edward Jenner sperimentò il primo vaccino contro il vaiolo inoculando le croste di mucca a un bambino, non mancarono dubbi e paure diffuse

In questo contesto è importante parlare di vaccini in modo chiaro e scientifico perché essi rimangono tra gli strumenti di sanità pubblica più efficaci e, secondo l’OMS, ogni anno salvano 3,5-5 milioni di vite prevenendo malattie come morbillo, difterite, tetano, pertosse e poliomielite, che un tempo provocavano epidemie e numerosi decessi infantili. Inoltre, gli esperti ricordano che mantenere alte le coperture vaccinali non serve soltanto a proteggere il singolo individuo, ma anche l’intera comunità. «Quando una grande parte della popolazione è immunizzata, la circolazione dei virus e dei batteri diminuisce e vengono protette anche le persone più vulnerabili, come i neonati o chi non può vaccinarsi per motivi medici». Lo spiega il pediatra infettivologo ed esperto di «esitazione vaccinale» Alessandro Diana, con il quale abbiamo cercato di fare chiarezza su questo tema delicato, a partire dalla questione di cosa significhi esattamente l’esitazione vaccinale e se si tratti davvero di un fenomeno recente. «La risposta è no: l’esitazione nei confronti dei vaccini accompagna la loro stessa storia. Già alla fine del XVIII secolo, quando Edward Jenner sperimentò il primo vaccino contro il vaiolo inoculando le croste di mucca a un bambino, ci furono dubbi e paure diffuse. Molti temevano effetti strani o persino che i bambini potessero trasformarsi in “metà umani”. La medicina di allora, ancora priva di farmaci efficaci e senza conoscenza dei virus, non poteva fornire altre garanzie».

azione

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Diana spiega che Jenner stesso fu osteggiato dalle istituzioni accademiche dell’epoca, eppure la sua intuizione ha salvato milioni di vite. Ma da allora, l’esitazione e le forme di scetticismo sono state costanti, a dimostrazione che il fenomeno non è affatto recente. Egli sottolinea come la pandemia di Covid-19 abbia però amplificato alcune dinamiche: «Dopo l’arrivo dei vaccini anti-Covid, molti genitori hanno vissuto un aumento dei dubbi, non solo verso il nuovo vaccino, ma anche nei confronti di vaccini storici come quelli contro morbillo, tetano o poliomielite. Molti genitori chiedevano: “È davvero necessario? È sicuro per mio figlio?”. Se da un lato la conoscenza dei vaccini consolidati ha rassicurato, il vaccino Covid, essendo una novità, ha generato esitazio-

L’APPUNTAMENTO

ne, rallentando a volte le vaccinazioni di routine».

Oggi i principali dubbi dei genitori riguardano la sicurezza dei vaccini più recenti e l’eventuale comparsa di effetti collaterali. Tuttavia, lo specialista ribadisce un concetto già espresso e confermato dai dati di OMS e UNICEF: «La percezione del rischio è spesso legata alla visibilità della malattia. In passato, alcune malattie prevenibili, come il morbillo, erano comuni e temute; oggi, grazie ai vaccini, si vedono raramente, e questo “successo” può ridurre la percezione del pericolo. Quando però i genitori vengono a conoscenza di casi reali nella loro comunità (un bambino colpito dalla meningite, ad esempio) la paura e la consapevolezza della gravità della malattia tornano a moti-

Vaccini: scegliere con fiducia

Il Ciclo di conferenze gratuite di Rete Sant’Anna in Ticino promuove prevenzione, diagnosi precoce e stili di vita sani. Gli incontri si tengono di martedì alle 18:30 in diverse sedi e, al termine, gli specialisti rispondono a domande e curiosità.

L’appuntamento di martedì 12 maggio 2026 alle 18.30 sarà presso la Sala Conferenze, in Via Sant’Anna 7 a Sorengo (Stabile Villa Anna 2).

Vaccinarsi oggi significa confrontarsi non solo con una scelta sanitaria, ma anche con dubbi, paure e informazioni spesso contrastanti.

Questa conferenza pubblica nasce per offrire uno spazio di confronto chiaro e accessibile sul tema della vaccinazione come strumento

di prevenzione e responsabilità collettiva.

L’incontro partirà dalla prospettiva del medico di famiglia, per affrontare i dubbi più comuni di genitori e adulti, e proseguirà con l’approfondimento dello specialista su efficacia, sicurezza e principali falsi miti legati ai vaccini. Uno spazio importante sarà dedicato anche al punto di vista pediatrico, con attenzione alla relazione medico-genitore e al valore della fiducia nelle scelte che riguardano pure i bambini.

La serata si concluderà con una tavola rotonda e le domande del pubblico, con l’obiettivo di unire scienza, ascolto e dialogo.

Relatori e relatrice della serata saranno il Dr. med. Alessandro Diana, pediatra infettivologo ed esperto in vaccino-esitazione del Centre Médic -

vare la vaccinazione». Egli sottolinea quindi che la copertura vaccinale è fondamentale: «Se scendesse, alcune malattie potrebbero riemergere con rapidità. Il morbillo, in particolare, rappresenta un segnale di allarme già oggi: in alcune aree degli Stati Uniti, dove la vaccinazione è calata per ragioni politiche, si sono verificati casi e persino complicazioni gravi, fino a decessi». E il recente aumento dei casi di morbillo in diversi Paesi europei conferma quanto sia delicata la situazione: «Questi episodi ricordano che la protezione offerta dai vaccini non è scontata e che la prevenzione resta essenziale».

Prima di essere immessi sul mercato, i vaccini devono superare controlli molto rigorosi, spesso più severi rispetto ai farmaci: «Non sottovalu-

Pubbliredazionale

al Qorpus-Hirslanden a Ginevra; il Dr. med. Alberto Chiesa, Specialista in Medicina interna generale e Presidente dell’Associazione Ticinese Medici di Famiglia (ATIMEF); e la Dr.ssa med. Alessandra Ferrarini, specialista in pediatria e genetica medica al Medicentro Pediatrico della Clinica Sant’Anna, Sorengo. Segue un rinfresco. Ingresso libero previa registrazione.

Informazioni

Tel. +41 79 513 26 79

tiamo il fatto che sono testati su persone sane; dunque, gli effetti collaterali devono essere ancor più minimi e accettabili. Questo processo può richiedere molti anni, ma garantisce davvero che i vaccini siano sicuri ed efficaci». Il caso del vaccino Covid ha accelerato questi tempi, suscitando preoccupazioni legittime e chiediamo come interpretare con il senno di poi tutto il vissuto: «Gli effetti collaterali, come rarissimi casi di anafilassi o di pericardite in giovani adulti, sono stati osservati principalmente nella fase post-marketing, quando milioni di persone iniziano a riceverlo. Nonostante ciò, il bilancio globale è estremamente positivo: solo la prima campagna di vaccinazione anti-Covid ha salvato 14 milioni di vite, a fronte di casi di anafilassi in circa 1 persona vaccinata su un milione». Il dottor Diana ammette che non si tratta di un evento trascurabile perché questi pazienti hanno dovuto ricevere adrenalina e in alcuni casi essere ricoverati; tuttavia: «Non si sono registrati decessi e, nel complesso e a fronte dei 14 milioni di vite salvate, il bilancio della vaccinazione rimane ampiamente positivo». Il messaggio centrale che emerge oggi riguarda l’autodeterminazione e la responsabilizzazione delle persone: «La salute pubblica fornisce raccomandazioni basate su dati epidemiologici, ma ogni decisione deve considerare la situazione individuale. È compito dei medici e dei professionisti della salute discutere con i pazienti, valutare rischi e benefici specifici e guidarli nelle scelte, senza imporre nulla». Questo approccio «alla carta» rende la vaccinazione più efficace e accettata, «perché il paziente comprende le ragioni della raccomandazione e partecipa attivamente alla decisione». Il nostro interlocutore, esperto in vaccino-esitazione, sottolinea quindi un concetto molto importante: «Vaccinarsi significa proteggere sé stessi e la comunità, ma significa pure esercitare consapevolezza. Informarsi, porre domande, discutere con il proprio medico o farmacista e capire il quadro completo. Sono strumenti fondamentali per fare scelte responsabili. Solo così possiamo continuare a proteggere i più vulnerabili e garantire che le malattie prevenibili restino un ricordo del passato, e non una minaccia del presente».

Al di là dei dati e delle raccomandazioni delle autorità sanitarie, si delinea una realtà: «La decisione di vaccinare passa spesso attraverso il rapporto di fiducia tra famiglie e professionisti della salute». Per questo, molti specialisti sottolineano l’importanza di continuare a parlare di vaccini in modo chiaro, trasparente e basato sulle evidenze scientifiche. In un’epoca in cui le informazioni circolano rapidamente (e non sempre in modo accurato) il dialogo tra medici, genitori e istituzioni rimane perciò uno strumento essenziale per proteggere la salute dei bambini e della comunità nel suo insieme.

Vaccinarsi significa proteggere sé stessi e la comunità, ma significa anche esercitare consapevolezza, informandosi e discutendo con il proprio medico o farmacista. (Freepik.com)

OBI ad Agno, un anno di successi

L’anniversario ◆ Il 2 maggio del 2025 l’inaugurazione del nuovo centro che ha mantenuto un forte legame con il territorio Uno dei punti di forza? Il reparto giardinaggio

A un anno dalla sua riapertura, il Centro Agno si conferma come uno dei poli commerciali più dinamici del Sottoceneri, ma è soprattutto grazie alla presenza di OBI che il centro ha compiuto un vero salto di qualità. Dodici mesi fa, dopo un’importante fase di ristrutturazione, il Centro Agno riapriva le sue porte con una novità destinata a lasciare il segno: l’arrivo di OBI, al suo secondo punto vendita in Ticino. Una scelta strategica, maturata nel contesto del riposizionamento di Migros verso il core business alimentare, che ha permesso al gruppo OBI di investire con decisione nella regione del Malcantone.

L’inaugurazione del 2 maggio 2025 ha segnato un debutto di grande successo: oltre 5000 visitatori in soli due giorni

Il progetto ha preso forma negli spazi dell’ex Do it + Garden, trasformati completamente per accogliere un’offerta moderna, ampia e altamente specializzata. OBI ha inoltre mantenuto un forte legame con il territorio, rilevando l’intera superficie dello stabile Agno 2 e integrando tutti i collaboratori già attivi sotto insegna Migros, valorizzando competenze ed esperienza attraverso un intenso programma di formazione.

L’inaugurazione del 2 maggio 2025 ha segnato un debutto di grande successo: oltre 5.000 visitatori in soli due giorni hanno confermato quanto fosse attesa questo tipo di offerta, capace di completare e rafforzare in modo decisivo il mix commerciale del Centro Agno.

Oggi, a distanza di un anno, il ruolo di OBI all’interno del centro è diventato fondamentale. Non solo per l’ampiezza dell’assortimento, ma per la sua capacità di attrarre una clientela diversificata e complementare agli altri negozi. Il reparto giardinaggio rappresenta uno dei punti di forza: piante da interno e da balcone, orticole, accessori e soluzioni innovative come i robot tagliaerba incontrano perfettamente

le esigenze di una clientela sempre più attenta alla qualità della vita all’aperto.

Allo stesso tempo, OBI ha ampliato l’offerta nel settore edilizia e ristrutturazione, proponendo materiali,

Vieni a festeggiare con noi!

Giornate ricche di attività ti aspettano da OBI, in occasione del primo anno di apertura, il team di Agno ha pensato a diverse attività per festeggiare insieme e prepararsi al meglio alle giornate all’aperto.

Venerdì 8 e sabato 9 maggio giornate di consulenza in OBI Cosa c’è di meglio se non farsi consiglia-

pavimentazioni e soluzioni su misura che rendono il punto vendita un partner affidabile per ogni progetto domestico.

I vantaggi di questa sinergia sono

re da chi conosce davvero un prodotto? Allora non perderti queste giornate da OBI, dove troverai una consulenza esperta per il tuo giardino direttamente dal produttore.

Insieme al team di OBI Agno, in queste giornate saranno presenti i produttori di articoli per il giardinaggio, esperti in macchinari e terricci, pronti a darti i migliori consigli per la tua passione.

evidenti. Per il Centro Agno, la presenza di OBI significa maggiore attrattività, un aumento dei flussi di visitatori e un posizionamento ancora più forte come destinazione «one-stopshop», dove è possibile trovare tutto: dall’alimentare ai servizi, dalla moda al fai da te. Per OBI, invece, il centro rappresenta una piattaforma ideale, inserita in un contesto già consolidato e frequentato, che permette di intercettare quotidianamente nuovi clienti e offrire loro un’esperienza d’acquisto completa.

Un ulteriore punto di forza è rappresentato dal team: molti collaboratori sono volti noti per la clientela locale, a testimonianza di una continuità che genera fiducia. Accanto a loro, nuove figure professionali arricchiscono il servizio con competenze

aggiornate e consulenze specialistiche. Con circa 30 collaboratori, OBI Agno è oggi anche una realtà importante dal punto di vista occupazionale per la regione. Sabato 2 maggio, OBI ha celebrato questo primo anno di successo con una giornata ricca di attività dedicate ai clienti. È stata un’occasione perfetta per scoprire le novità della stagione, lasciarsi ispirare dal mese dei fiori e prepararsi alle giornate all’aperto, tra giardino, grigliate e tempo libero. In un contesto commerciale in continua evoluzione, la collaborazione tra OBI e il Centro Agno dimostra come una visione condivisa possa generare valore per il territorio, per i clienti e per tutti gli attori coinvolti. Perché, come ricorda il motto del gruppo OBI, «tutto è possibile!». / RED.

L’offerta Migros in un centro tutto da vivere

Agno ◆ Da oltre trent’anni una ricca offerta che coinvolge le famiglie del posto e i numerosi turisti che giungono nella zona

Il Centro Migros Agno ha una lunga storia: dal 17 novembre 1994 continua, infatti, a esaudire e soddisfare i desideri espressi dei suoi clienti. Ogni giorno la filiale è visitata da numerosi clienti (tra cui anche parecchi turisti e passanti), complice la facilità con la quale è raggiungibile, sia in auto sia con i mezzi di trasporto pubblico.

Il Centro offre un ampio e pratico parcheggio, accessibile comodamente per una shopping experience ancora più piacevole. All’interno dell’edifico sono presenti diversi esercizi commerciali conosciuti e apprezzati dalla popolazione del Malcantone e non solo, come il negozio OBI (vedi articolo principale) quale più recente realtà del Centro Agno con cui Migros ha un’ottima sinergia. All’interno del Centro recentemente è stato creato un ambiente

accogliente e stimolante per i bambini, con giochi e attività di intrattenimento. Qui le famiglie possono rilassarsi e divertirsi insieme ai loro

piccoli. L’offerta di Migros è completa grazie al Supermercato, al Take Away e al pratico Ristorante. Il Centro è stato rinnovato per offrire

una migliore accessibilità, estetica e un maggior confort, garantendo così ai clienti un’esperienza di acquisto piacevole. Migros continua ad offrire un’ampia gamma di prodotti locali, nazionali e internazionali, un servizio efficiente e decisamente orientato al cliente, una soluzione ideale per famiglie, studenti e bambini. Consigliatissimo per una spesa comoda e conveniente in Ticino. Nel Supermercato Migros è particolarmente curata l’offerta di prodotti in tutti i suoi settori: dagli alimentari ai coloniali, da macelleria, latticini, frutta e verdura ai prodotti etnici, stagionali e locali. La stessa attenzione è dedicata all’ambito non alimentare, ossia a tutti i prodotti per pulizia e igiene, casalinghi, elettrodomestici, libri e cartoleria, giocattoli, bigiotteria, biancheria per bambini e adulti, fino agli articoli per il fai da te. In questo ambito

Migros ha anche ampliato gli assortimenti aggiungendo ulteriori 1600 articoli a quelli già presenti, aumentando così l’offerta al cliente.

Il Ristorante del Centro Migros Agno è ampio, luminoso e accogliente, permette di mangiare all’interno e all’esterno, grazie alla grande terrazza soleggiata. I menu sono sempre rinnovati e al passo coi tempi, con buffet e piatti del giorno. Inoltre i prezzi sono convenienti e i dolci deliziosi. C’è la possibilità di personalizzare i piatti caldi o freddi e ogni giorno si vive un’esperienza nuova con il Teppanyaki. Il Take Away, inoltre, offre a chi è più di fretta un’ampia scelta di pizze (alte o basse), panini, bibite e pasticceria fresca. È, infine, possibile prenotare il Party Service con menu personalizzati, aperitivi, sushi e torte di compleanno.

Pubbliredazionale

Una lampada accesa nella direzione giusta

Pubblicazioni ◆ L’ultimo Quaderno di Coscienza svizzera firmato da Enrico Morresi e Fabrizio Panzeri è dedicato alla figura di Guido Locarnini, storico direttore del «Corriere del Ticino»

Ruben Rossello

Anche il giornalismo di una piccola provincia come quella ticinese può esprimere figure e percorsi esemplari. Ciò vale sicuramente per Guido Locarnini, direttore del «Corriere del Ticino» dal 1969 al 1982, come suggerisce l’ultimo bel Quaderno di Coscienza svizzera a lui dedicato, con due saggi di Enrico Morresi – che di Locarnini al «Corriere» fu il braccio destro – e dello storico Fabrizio Panzera. Un omaggio sentito e fortemente voluto da Morresi, che alla soglia dei 90 anni e dopo diverse opere di riflessione sull’etica e la storia del giornalismo ha inteso così onorare colui che in quegli anni gli fu maestro. La pubblicazione ci riporta ad una stagione felice per il giornalismo ticinese, quando il «Corriere» indicò a tutti la via dell’indipendenza, della professionalità, dell’affrancamento da partiti e comunicati stampa, che fino ad allora avevano nutrito gran parte della stampa cantonale. E grazie a questa svolta (nonché alle nuove pagine di cronaca locale) il giornale crebbe in qualità, lettori e pubblicità, imponendosi come primo quotidiano ticinese.

Locarnini lavorò dal 1950 al 1966 alla redazione italiana di Corrispondenza politica svizzera, fu direttore del «Corriere del Ticino» dal 1969 al 1982, presidente di Coscienza svizzera dal 1966 al 1983 e direttore dei Corsi di giornalismo fino al 1991

Come spesso capita, tutto ciò fu possibile non solo perché Guido Locarnini, bellinzonese, classe 1919, arrivò al «Corriere» con la personalità, le capacità e le esperienze necessarie per riuscire in una simile impresa, per altro forse persino inattesa tra parte di coloro che lo avevano scel-

Viale dei ciliegi

Joe Todd-Stanton

Il piccolo Robot

Babalibri (Da 5 anni)

Sin dalla prima illustrazione, con quella benda sulla testolina di metallo, o di plastica, ci appare chiara la struggente, e paradossale, vulnerabilità del protagonista, un robot. Un piccolo robot giocattolo, ferito e malconcio. Androide, eppure vulnerabile come un essere umano, è il protagonista del libro del giovane e già pluripremiato autore britannico Joe Todd-Stanton: un piccolo robot rotto, che si sveglia in una discarica e intraprende un viaggio per ritrovare la sua casa. Ma la sua casa non sarà quella verso cui inizialmente si dirige, e sarà necessario un percorso più tortuoso, fatto di andate e di sconsolati ritorni al punto di partenza, per trovare la sua vera casa. Non a caso il titolo originale è The lost robot, perché è necessario perdersi, o sentirsi persi, per trovare la propria vera casa, che è là dove ci si sente al sicuro, e amati, nonostante (o grazie a) tutte le cose che ci fanno sentire diversi, e rotti. Perché «persino le cose più rotte possono sempre essere salvate», come leggiamo nell’ultima pagina, a cui

to; ma anche grazie alla congiuntura particolarmente favorevole (il Paese stava mutando pelle e non sempre in meglio) e al gruppo di giornalisti e collaboratori (li chiameranno i Locarnini’s boys) che permisero la svolta impersonata e capeggiata da Guido Locarnini.

Il suo retroterra era molto solido: cresciuto a cavallo tra due lingue e due culture (dagli undici anni il giovane Guido visse con la nonna Susanna di origine tedesca), studi di germanistica e storia contemporanea con dottorato all’università di Berna, redattore sempre a Berna della «Corrispondenza politica svizzera» e poi responsabile della sede di Lugano. Eppure, le questioni che più avevano preso Locarnini nei primi anni di lavoro oggi possono sembrare remote: la «dife-

sa spirituale del Ticino», sfondo della tesi di dottorato e «Il problema etnico ticinese», suo saggio del 1956, quando la germanizzazione del Ticino era avvertita come una minaccia.

In realtà Locarnini lavorava intensamente sui temi della democrazia, del federalismo, della salvaguardia del plurilinguismo e quindi dell’italianità quali imprescindibili specificità elvetiche. Un serbatoio di riflessioni e di conoscenze, che unite ad una penna sicura e svelta gli permetteranno di affermarsi come editorialista e direttore del «Corriere». Ma non solo: Locarnini da tempo maturava una versione del liberalismo, a cui si ispirava, in senso più propriamente moderno e sociale.

Fu tutto facile e scontato? Ovviamente no e Morresi lo spiega in det-

taglio. Un giornale che abbandona il «moderatismo piccolo borghese» che lo aveva caratterizzato per anni e affronta con spirito indipendente e critico il presente finisce per scontrarsi con potentati di varia natura, con dubbi e ostilità. L’orizzonte si era fatto stimolante, ma impegnativo: il fiume di denaro che proveniva dall’Italia, gli scandali finanziari, la svendita del territorio, la Legge urbanistica, madre di tutte le questioni. Il giornalista secondo Locarnini doveva essere in grado di affrontare questi temi e aveva dunque bisogno di una nuova professionalità. E proprio per questo terminata la direzione del «Corriere del Ticino» gli venne affidato il Corso di giornalismo, come spiega bene Panzera. Il saggio di Enrico Morresi non è

esente da autocritica personale: non aver saputo cogliere il declino della fase politica degli anni ’60 e, forse, la redazione si era spinta troppo in là per un giornale che restava governativo per statuto. Ma il giudizio sull’operato di Locarnini resta integro e con un merito in particolare: «la conduzione intelligente e rispettosa di un gruppo di giornalisti che aderiva a un’etica della professione modernamente intesa». Locarnini era davvero «una lampada accesa nella direzione giusta».

Bibliografia

Enrico Morresi e Fabrizio Panzera, Guido Locarnini giornalismo e impegno pubblico, Quaderni di Coscienza Svizzera – n.42, 2025, in collaborazione con Fondazione per il Corriere del Ticino

il respiro luminoso dell’illustrazione dà un’intensa profondità. Le immagini di Todd-Stanton hanno sempre la capacità di coniugare la dolcezza con una sorta di delicata ma vibrante drammaticità, e ciò emerge in modo particolare in questa narrazione, che procede attraverso i contesti di una discarica, e poi di una città vista nelle periferie e nelle case del centro, e poi di un paesaggio naturale vivificante. E di persone che vivono in città, o in campagna, o si inoltrano nella discarica in cerca di rifiuti da aggiustare. Sul tema della vulnerabilità dei robot, viene in mente anche Cosa è successo,

piccolo Robot? (di Przemek Wechterowicz e Emilia Dziubak, Sinnos Edizioni), dove il robot, sconsolato perché ha perso una vite, viene aiutato da un castoro, che, a differenza degli altri animali, non si ferma sulla soglia della sua diversità. E naturalmente il romanzo Il robot selvatico di Peter Brown, storia commovente dell’interazione di questo robot (o meglio questa robot) con gli animali dell’isola su cui è capitata, dopo il naufragio della nave che la trasportava: un’interazione che le farà perdere via via le sue connotazioni di automa, facendola diventare meno performante e più ammaccata. Vulnerabile, e fragile, come ogni animale, umano o non umano che sia. E come il robottino di questo nuovo albo di Joe Todd-Stanton, che ci mostra come stia proprio nel prenderci cura l’un l’altro della vulnerabilità che tutti ci accomuna, il senso del nostro passaggio su questa Terra.

Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio Locomoctavia

In questo 2026, che celebra i 200 anni dalla nascita di Collodi, si fa un gran parlare di Pinocchio e molte so-

no le proposte editoriali in quest’ambito. Vorrei evidenziare la proposta di Locomoctavia Edizioni per la qualità che – come di consueto – la contraddistingue. Locomoctavia, fondata e diretta da Tanja e Daniele Fior, è una casa discografica di letteratura, come loro stessi la definiscono. I loro prodotti si potrebbero definire «audiolibri», perché propongono letture ad alta voce dei più bei libri di letteratura per l’infanzia. Ma «audiolibri» è una definizione semplicistica in questo caso. Prima di tutto perché, nel panorama vasto e vario di prodotti del genere, si distinguono per l’impeccabilità della lettura, espressiva eppure mai sopra le righe, misurata ed elegante, di Daniele Fior; poi anche perché essi integrano tre linguaggi artistici: oltre a quello teatrale, c’è il linguaggio dell’illustrazione (in questo caso la copertina è un silent book a leporello che raffigura «il giorno e la notte di Pinocchio»); e il linguaggio della musica, in quanto le colonne sonore sono originali, affidate ad eccellenti musicisti. L’immersione nel mondo di Pinocchio è dunque un’esperienza a tutto tondo, dove naturalmente il fulcro è l’ascolto: il cofanetto contiene un cd e un codice Qr per l’eventuale download digitale, ma è sul cd che è posta l’attenzione, come sottolineò giustamente la giuria del Premio Andersen nel conferire a Locomoctavia, l’anno scorso, il premio come miglior progetto editoriale: «[…] per aver saputo proporre - in un mondo in cui l’ascolto è sempre più digitalizzato - l’alta qualità del disco, anche come strumento di condivisione, sottolineando il valore della registrazione e la cura della realizzazione[…]». Quest’opera ha ottenuto il prestigioso patrocinio culturale della Fondazione Nazionale Carlo Collodi.

di Letizia
Bolzani ●
La «squadra» del «Corriere del Ticino» (quasi) al completo:da sinistra, Enrico Morresi, Sergio Colotti, Mauro Maestrini, Giovanni Croci, Adolfo Bächtold, Alfio Giordanello, Alcide Bernasconi, Mario Casanova (ospite d'onore), Guido Locarnini, Carlo Manzoni, Mariuccia Ferrari Bauer, Mario Gallino, Florinda Balli, Ignazio Bonoli, Gaddo Melani, Paul Guidicelli, Paolo Storelli.

Le biblioteche dell’inclusione

Giovani ◆ Trovare il proprio posto nel mondo attraverso i libri, è l’idea alla base del progetto di formazione per giovani in difficoltà delle Biblioteche cantonali di Lugano, Bellinzona, Locarno e Mendrisio

C’è un racconto che ben rappresenta cosa sia, davvero, una biblioteca. Jorge Luis Borges ne è l’autore, Umberto Eco il lettore e interprete più acuto. Proprio l’autore de Il nome della rosa trasforma infatti questo racconto in una metafora del mondo. È qui, ne La Biblioteca di Babele dove i libri si parlano tra loro in un infinito gioco di specchi, che Eco individua l’uomo, bibliotecario imperfetto, mentre si muove nella costante e faticosa ricerca di ordine e verità. Non abbiamo chiesto alla responsabile della sede di Lugano della Biblioteca cantonale, Barbara Robbiani, se si senta bibliotecaria imperfetta, ma, dall’ultimo nostro incontro – quello nel quale ci raccontò dell’inclusione negli stages orientativi e formativi anche di alcuni giovani migranti non accompagnati (cfr. Azione 23.01.2026) – una curiosità l’avevamo in sospeso: chi sono gli altri giovani che accedono al progetto inclusivo promosso dalla Biblioteca?

«Le Biblioteche cantonali collaborano con diverse istituzioni del territorio, così da garantire che lo stage o l’apprendistato sia inserito in un progetto più ampio e in modo coerente con i bisogni del giovane» Robbiani, che considera la biblioteca il luogo dell’inclusione per eccellenza, ha tenuto a precisare che «le misure inclusive non sono rivolte soltanto ai giovani rifugiati, ma anche a ragazzi e ragazze che vivono situazioni di particolare fragilità dal punto di vista psicologico, fisico o sociale. Possono essere, ad esempio, ragazzi con difficoltà emotive o relazionali, con disabilità, oppure seguiti da servizi sanitari». Obiettivo principale di questo genere d’intervento è «offrire a questi giovani un contesto protetto e strutturato, come quello della Biblioteca cantonale di Lugano, dove poter svolgere un’esperienza formativa o professionale adeguata alle loro capacità aiutandoli a rafforzare competenze, fiducia in sé stessi e possibilità di integrazione».

Va subito precisato che questi giovani – attualmente sono presenti nella sede di Lugano, ma anche a Bellinzona, Locarno e Mendrisio – giungo-

no in biblioteca non attraverso candidature spontanee in senso stretto, ma sulla base di percorsi costruiti ad hoc da servizi sociali, servizi socio-educativi, servizi sanitari oppure da enti che si occupano di orientamento e inserimento professionale. «Le Biblioteche cantonali – spiega Robbiani – collaborano con diverse istituzioni del territorio, così da garantire che lo stage o l’apprendistato sia inserito in un progetto più ampio e in modo coerente con i bisogni e le fragilità del giovane».

Esiste un preciso iter legato all’accoglienza di questi giovani. Si parte da un incontro conoscitivo cui fanno seguito brevi stage esplorativi e, dopo alcuni momenti di verifica, si procede a un bilancio congiunto con la rete di riferimento. «Se l’esperienza risulta positiva per entrambe le parti e l’inserimento nell’ambiente della Biblioteca si dimostra adeguato – precisa la responsabile della sede di Lugano – si passa gradualmente a una collaborazione più stabile. Nel caso di un apprendistato, questo processo consente di consolidare e strutturare il percorso formativo nel tempo». Attualmente alla Biblioteca cantonale di Lugano sono presenti quattro persone con età, fragilità e percorsi diversi. C’è chi sta svolgendo un apprendistato e chi è in «fase di studio».

Ma si può davvero raggiungere l’inclusione attraverso uno stage in biblioteca? «Sì – risponde Barbara Robbiani – è possibile giungere a una vera inclusione, perché in un contesto strutturato come quello delle biblioteche, i giovani hanno la possibilità di sviluppare competenze professionali di base (puntualità, rispetto delle consegne, lavoro in team a contatto con collaboratori e utenza), rafforzare la fiducia nelle proprie capacità e sperimentarsi in un ambiente reale, ma accogliente. Tutto ciò ha reso possibile per alcuni un primo passo verso un inserimento lavorativo più stabile; per altri ha coinciso con un momento di riattivazione che ha poi permesso di rimettersi in gioco. I traguardi possono essere diversi da persona a persona, ma non sono simbolici: anche piccoli progressi – maggiore regolarità, più autonomia, una migliore gestione delle responsabilità – costituiscono risultati significativi in percorsi segnati da fragilità».

E di questi sette anni di impegno sul fronte dell’inclusione Barbara Robbiani racconta che «la soddisfazione più grande non sta tanto nei numeri, quanto nei cambiamenti osservabili. Vedere un giovane che inizialmente fatica a trovare il proprio posto riuscire, passo dopo passo, ad assumersi responsabilità, a sentirsi parte di un’équipe e a guardare con maggiore fiducia al proprio futuro è stata, per me, una soddisfazione che si è ripetuta. Poi, quando un’esperienza di stage diventa un apprendistato, o quando un ragazzo o una ragazza proseguono altrove il loro percorso, ma con maggiore sicurezza e consapevolezza, si ha la conferma che non si è trattato di un semplice “parcheggio”. C’è la consapevolezza di aver camminato insieme su un tragitto che ha lasciato un segno reale concretizzatosi a volte con un certificato federale di formazione pratica (CFP) o, addirittura, in un Attestato federale di capacità (AFC). Soddisfazioni vere: per i ragazzi, certo, ma anche per me. Per noi».

Direttore unico delle quattro Bi-

blioteche cantonali del Ticino è Stefano Vassere. Il prossimo 1. luglio saranno dieci anni che ricopre quest’incarico. Le Biblioteche cantonali, dal 2019, si sono fatte parte attiva in ambito di inclusione di giovani problematici. A lui chiediamo quale la genesi di questo progetto. «Semplicemente – spiega Stefano Vassere – diamo seguito concreto a un autentico mito degli operatori del settore, quello che considera la biblioteca come la casa dei libri ma anche una sede pubblica promotrice di significati culturali e sociali riconosciuti, come l’inclusione, l’accoglienza, magari anche l’attenzione quasi terapeutica nei confronti di determinate categorie della società. A mio parere, il contesto pubblico delle biblioteche identifica questo mandato come quasi un obbligo vero e proprio: in questo senso, ci si potrebbe chiedere, se non risponde lo Stato chi può rispondere? Ecco, quindi, che le quattro biblioteche cantonali – una delle forme con le quali lo Stato produce bene pubblico – si sono attivate per dare seguito a questa domanda proveniente dalla società».

Per garantire l’inclusione di questi giovani sono sufficienti le competenze del personale delle biblioteche o si deve far capo a personale specializzato? Stefano Vassere: «La modalità ideale di questi compiti vorrebbe il personale bibliotecario prontamente e sistematicamente formato in questo senso. Le situazioni si fanno però più complesse e l’idea è quella di prevedere formazioni regolari tenute da specialisti. In alcuni casi, imprevisti e difficoltà richiedono un’attrezzatura supplementare che ci riproponiamo di mettere a punto al più presto». Ma solo le biblioteche possono pensare a un progetto di inclusione attiva? Secondo Stefano Vassere non ci sono solo le biblioteche: «L’ente pubblico fornisce servizi di integrazione e di inclusione declinati in varie forme. L’offerta di una biblioteca pubblica è però peculiare, come sede dove il libro può essere considerato un fine (vado in biblioteca per prendere in prestito un libro) ma in un qualche modo anche un mezzo (la casa dei libri è la casa di tutti e per tutti, ben più di altre case)».

PorteaperteCentromedicoBellinzonaCastello

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Sabato9maggio2026dalle09:30alle15:00 ViaCarloSalvioni2a,6500Bellinzona

Presso le biblioteche cantonali giovani in difficoltà possono svolgere un’esperienza formativa o professionale adeguata alle loro capacità sulla base di percorsi costruiti ad hoc (Ba.Ma.)
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Al Lido di Lugano arriva la discoteca over 60

Appuntamenti ◆ Pro Senectute Ticino e Moesano organizza la prima serata Disco60+ per chi ama ballare, ma anche per il piacere di stare in compagnia

«Ma va’ a capire perché si vive se non si balla» cantava Dargen D’Amico nel 2022 al festival di Sanremo. E, in effetti, come suggerisce il rapper italiano, ballare è un’attività vivificante, socializzante e salutare, ma soprattutto ballare è un’attività che non ha età.

Ne è dimostrazione la nutrita partecipazione agli eventi pensati per persone con più di 60 anni come quello che si è svolto nel maggio 2025 in occasione dell’Eurovision Song Contest a Basilea. L’ESCDisco60+ ha, infatti, visto la partecipazione di 1400 ultrasessantenni, un vero record.

Mantenere una rete sociale attiva e coltivare relazioni contribuisce in modo significativo alla salute, alla qualità della vita e al buonumore

È proprio dopo questa bellissima esperienza basilese e sull’esempio di altri cantoni che i responsabili di Pro Senectute Ticino e Moesano hanno iniziato a pensare di poter proporre qualcosa di simile anche in Ticino. Hanno mosso i primi passi con gli «Aperitivi in musica» previsti nel corso dell’anno nelle diverse regioni del cantone, e ora invitano tutta la popolazione over 60 alla prima serata disco pensata appositamente per loro che si svolgerà mercoledì 3 giugno al Lido di Lugano.

«Questo tipo di eventi – ci spiega Sibilla Frigerio Zocchetti, responsabile dei corsi sport e movimento di Pro Senectute Ticino e Moesano –rispondono ai bisogni attuali che le persone esprimono a noi e agli animatori dei nostri corsi, in un rapporto che vuole andare sempre più verso un coinvolgimento attivo degli utenti». «D’altronde – continua la nostra interlocutrice – uno studio promosso dalla Confederazione ha evidenziato che negli anni 90 ci si sentiva anziani a 69 anni, mentre oggi ci si sente anziani a 80 anni. Un cambiamento dettato sicuramente dal miglioramento delle cure mediche e da una mag-

giore prevenzione, come da più attenzione all’attività fisica e sportiva. Ma è un cambiamento anche di mentalità, quello di sentirsi giovani molto più a lungo, che noi percepiamo chiaramente e al quale siamo chiamati a rispondere».

Insomma, anche Pro Senectute si adatta alla popolazione che cambia, il centro dei suoi interessi rimane quello di fornire consulenza e supporto agli anziani, ma non può fare a meno di occuparsi anche di questi nuovi desideri espressi direttamente dalle persone che frequentano le attività proposte dall’associazione. Desideri e bisogni che riguardano principalmente le relazioni e la socialità, il piacere di uscire, insomma, le occasioni di incontro informali.

«Avere una rete sociale attiva –continua Sibilla Frigerio Zocchetti – e coltivare relazioni contribuisce a mantenere una buona qualità di vita, il buonumore e in definitiva la salute. Inoltre questo tipo di attività serali mancano un po’ per questa fascia di età. Molte persone poi sono interessate a proposte puntuali che non impegnano troppo tempo, come può esserlo invece un corso strutturato con appuntamento fisso settimanale. Molti over 60, infatti, sono attivi nella cura dei nipoti o nel volontariato, hanno ancora giornate piuttosto ricche di impegni. Infine, direi che abbiamo colto anche un certo desiderio

Si balla anche a Zurigo

All’appuntamento ticinese si aggiunge, quest’anno, l’iniziativa di Pro Senectute Svizzera che ha in programma l’organizzazione della festa nazionale per over 60. Sulla scia del successo dell’evento da record che si era svolto in occasione dell’Eurovision Song Contest a Basilea nel mese di maggio 2025, con la SUISSE DISCO 60+ Pro Senectute Svizzera vuole battere il record mondiale della più grande discoteca per over 60.

di leggerezza, forse dettato dai tempi che stiamo vivendo».

La prima serata Disco60+, come detto, è prevista al Lido di Lugano ed è pensata anche per chi desidera uscire ma non sempre ha qualcuno con cui farlo: l’atmosfera sarà informale e inclusiva e fare nuove conoscenze è parte integrante dell’esperienza. La presenza dei professionisti di Pro Senectute garantisce inoltre un contesto attento e sicuro. Gli organizzatori promettono poi di dedicare grande attenzione alla scelta musicale affidata a due DJ d’eccezione: ad animare la pista saranno infatti Fabrizio Casati e Danny Rauseo di Rete Uno che proporranno un viaggio attraverso generi e sonorità diverse, dalla disco music degli anni ’70 e ’80, ai ritmi che hanno segnato intere generazioni. «L’idea è poi di ripetere l’esperienza – conclude Sibilla Frigerio Zocchetti – vorremmo infatti organizzare una serata Disco60+ anche nel Sopraceneri, a Locarno».

Informazioni

Disco 60+, mercoledì 3 giugno 2026, orario: dalle 19:30, Lido di Lugano (in caso di brutto tempo l’evento sarà posticipato a martedì 23 giugno)

Costo: CHF 40.–(buffet iniziale e 1a bibita inclusi)

Iscrizione obbligatoria: Tel. 091 912 17 17

E-mail: eventi@prosenectute.org

L a serata è prevista sabato 12 settembre al THE HALL di Dübendorf dove si ballerà e ci si divertirà dalle 14.00 alle 20.00 al motto «United on the dancefloor», cioè uniti sulla pista da ballo. Per l’occasione Pro Senectute Ticino e Moesano organizzerà un bus andata e ritorno, verso la discoteca. Il costo della trasferta compreso il biglietto di ingresso e un drink di benvenuto è di CHF 65.– a persona.

Barbara Manzoni
Pro Senectute

I NUOVI arrivati

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ATTUALITÀ

Pechino supera Washington

Crescita economica, leadership tecnologica e prudenza diplomatica orientano la fiducia verso la Cina

Pagina 15

Il culto del consenso

Trump, religiosità e mancanza di spirito critico: l’intervista all’esperta Raffaella Di Marzio

Pagina 16

Il gioco del Pakistan

Come Islamabad ha gestito e condizionato i fallimentari colloqui tra Stati Uniti e Iran

Pagina 17

Il private credit negli Usa Il mercato dei prestiti privati mostra le sue fragilità, tra illiquidità e limiti ai rimborsi

Pagina 18

Il ritorno sulla Luna come messaggio politico

Prospettive ◆ Nessuna svolta scientifica ma un segnale strategico: con Artemis 2 gli Stati Uniti riaffermano la loro presenza nello Spazio. Come negli anni di Apollo, il nostro satellite torna a essere soprattutto una questione di potere

È passato un mesetto da un avvenimento che possiamo sicuramente definire storico perché finirà nei libri e verrà in ogni caso ricordato: dopo 54 anni l’umanità è tornata in prossimità della Luna. La missione è stata la seconda parte del progetto denominato Artemis, che prevedeva per la fine del decennio il ritorno di almeno un uomo e di una donna a calcare il suolo lunare. L’ultima volta fu nel dicembre 1972, con gli astronauti Jack Schmitt, un geologo, e il comandante Gene Cernan, nella missione Apollo 17. I meno giovani ricordano bene quegli anni, definiti mitici dalla stampa e dagli scienziati. Oggi mi sembra che non ci siano lo stesso entusiasmo e la stessa meraviglia. In cinquant’anni i tempi sono davvero molto cambiati, la gente si è abituata a tutto: non ci si sorprende più, o comunque molto meno.

Artemis 2 ha ripetuto ciò che nel dicembre 1968 fece la missione Apollo 8, con una capsula che ospitava tre uomini

Cosa ha fatto per il momento la missione Artemis 2, partita il 1° aprile 2026, con un volo abitato di 9 giorni e giro della Luna? Ha praticamente ripetuto ciò che nel dicembre 1968 fece la missione Apollo 8, con una capsula che ospitava 3 uomini: gli astronauti Borman, Lovell e Anders, i primi a girare attorno alla Luna senza scendervi, i primi a vederne la faccia nascosta e a riportare a terra una fotografia che mostrava la Terra che sorgeva come una pallina azzurra e bianca contro il cielo nero, dietro all’arido e grigio suolo lunare. Quella foto diventò iconica. Il programma Apollo si interruppe nel 1972, dopo che 12 uomini erano scesi sul suolo lunare in 6 missioni di successo, fondamentalmente per motivi politici ed economici. Tutto era partito come un’operazione di propaganda. Gli Stati Uniti volevano battere sul tempo in termini di opinione pubblica gli avversari dell’Unione sovietica (l’Urss, sostituita oggi dalla Russia). Volevano dimostrare di avere la tecnologia migliore e così cominciarono la corsa alla Luna a qualsiasi costo. Una volta arrivati primi (nel 1969) l’enorme spesa non fu più accettabile, la motivazione politica era ormai soddisfatta: tanto valeva chiudere tutto.

Quella motivazione politica oggi è tornata a farsi sentire. L’obiettivo tecnologico esiste ancora, perché c’è sempre qualcosa da migliorare e da scoprire, ma il vero obiettivo attuale è principalmente politico. All’avversa-

rio Urss si è sostituita la Cina, Paese molto importante, con un programma spaziale evoluto, che ha annunciato che avrebbe portato un taikonauta (loro lo chiamano così) sulla Luna per il 2030. Per dovere di cronaca dobbiamo dire che gli Stati Uniti hanno fatto partire il progetto di riprendere l’esplorazione lunare già 20 anni fa, sotto l’amministrazione del presidente George W. Bush. Dopo le missioni dello Shuttle nell’orbita terrestre ci si rese conto che finito quel programma sarebbero rimaste senza lavoro molte industrie che ruotavano attorno a quel settore e che gli Stati Uniti avevano ancora in mano molti pezzi e tecnologie del programma Shuttle che rimanevano inutilizzati. Serviva quindi dare ancora lavoro a parecchia gente, a quei potenziali elettori dei politici che compongono il Congresso americano, dal quale tra l’altro dipende la NASA. Nacque così l’idea di creare un nuovo razzo, lo Space Launch System (SLS), che recuperasse materiali già usati nei voli Shuttle, e di dare ancora appalti a chi da sempre aveva lavorato per la NASA. Fu così che partì il programma Artemis, non voluto dalla NASA ma dai politici.

Quindi oggi non c’è niente di nuovo: politica, scienza e tecnologia si mischiano una volta di più. Di nuovo e determinante c’è stato l’insediamento del Governo Trump e l’ingombrante presenza cinese. Sappiamo bene che Trump si è attorniato di miliardari amici ai quali ha affidato incarichi statali di varia natura, anche per lo spazio, leggi Elon Musk (Space X) e Jeff Bezos (Blue Origin).

Il nuovo avversario degli Usa è la Cina, la quale ha annunciato che avrebbe portato un «taikonauta» sulla Luna per il 2030

Tra le ultime operazioni la nomina a capo della NASA, dal 18 dicembre 2025, del miliardario Jared T. Isaacman. Si sa che la nomina dell’amministrazione della NASA compete al presidente degli Usa, che può lasciarlo in carica a sua discrezione. Isaacman è un imprenditore e pilota di jet militari: si fregia anche del titolo di astronauta in quanto si è comprato da turista due voli spaziali. Il primo nel 2021, con tre giorni a bordo del veicolo Crew Dragon di Space X (nel qua-

le il miliardario ha persino assunto il ruolo di comandante), poi un altro volo nel 2024. La nomina di Isaacman è coincisa, guarda caso, con un drastico cambiamento di rotta.

Il programma Artemis originale per portare l’uomo, la donna sulla Luna era stato concepito con i partner europei (ESA), giapponesi (JAXA) e russi (Roscosmos – ritirata per la guerra di Putin contro l’Ucraina) e avrebbe dovuto procedere a tappe fino ad Artemis 7 nel 2032. Tra le cose previste c’era anche una base orbitante intorno al nostro satellite (il Gateway) dalla quale gli astronauti sarebbero scesi in corti viaggi di andata e ritorno sulla superficie lunare. Tutto questo non andava bene a Trump, il cui mandato alla Casa Bianca scade nel 2028. Lui voleva essere presidente in carica al momento dell’allunaggio! Se poi i cinesi fossero riusciti ad arrivare lassù per il 2030 lo avrebbero beffato. Isaacman, subito nel marzo di quest’anno 2026, ha stravolto tutto, sospendendo a tempo indeterminato il progetto Gateway. Spalleggiato da Trump ha detto: «Lasciamo perdere la base orbitante, scendiamo subito sulla Luna, e facciamo direttamente la base al suolo». Ignorando

gli accordi internazionali e i lavori in corso delle Agenzie spaziali di mezzo mondo è stata cambiata la tempistica: missione Artemis 3 già l’anno prossimo, a metà del 2027, con giri intorno alla Terra per testare tutti i sistemi e le apparecchiature per garantire l’allunaggio.

Poi Artemis 4, nel 2028, con discesa direttamente sulla Luna mentre Trump è ancora presidente. All’inizio niente di nuovo rispetto all’Apollo 11 del 1969, ma per Trump va bene così: potrà annunciare trionfalmente di aver riportato l’umanità sulla Luna. Va molto meno bene per gli alleati del programma originale Artemis, europei in testa, spiazzati dalle cancellazioni annunciate dalla NASA. A rischio anche posti di lavoro. Resta la soddisfazione di un volo Artemis 2 ben riuscito: la navicella americana Orion con 4 astronauti è stata all’altezza, come perfetto è stato il funzionamento del modulo di servizio (European Service Module – ESM) sviluppato e costruito in Europa. L’ESM ha fornito propulsione, energia (tramite pannelli solari) e supporto vitale a Orion (acqua, ossigeno e azoto). Montava anche componenti di aziende svizzere.

L’equipaggio di Artemis 2: da sinistra Jeremy Hansen, Christina Koch, Reid Wiseman e Victor Glover. (Keystone)
Loris Fedele

Cina batte America 10 a 1

L’analisi ◆ Oltre all’imprevedibilità del presidente Trump, crescita economica, leadership tecnologica e

diplomatica orientano la fiducia verso Pechino

Lucio Caracciolo

Negli ultimi mesi mi è capitato di partecipare a diversi seminari per imprenditori e finanzieri italiani curiosi di geopolitica, oltre a metter piede in qualche analogo incontro internazionale, sempre fra businessmen/women occidentali. Tutti convinti che il nostro tipo di analisi serva per orientare le loro strategie – non sarò io a smentirli. È d’uso in queste occasioni mettere la ciliegina sulla torta sotto forma di sondaggio anonimo. La domanda regina rivolta alla platea è: vi fidate più dell’America o della Cina?

La crisi americana è strutturale. Di sistema. Identitaria. Il caos negli apparati statali è impressionante

Un paio di anni fa non ci sarebbe stata partita. Vittoria degli Stati Uniti 10 a 1. Oggi la fiducia è più o meno rovesciata: stravince la Cina. D’accordo, il fattore Trump non aiuta. Ma: primo, lui esiste; secondo, l’inquilino ad interim della Casa Bianca non viene da Marte ma da New York City ed è stato eletto due volte, nel 2016 e nel 2024, con in mezzo il 6 gennaio 2021 un suo tentativo di colpo di Stato (fallito) perché convinto di essere stato truffato dalla manipolazione delle urne che nel novembre 2020 diedero ragione a Biden. Terzo, qualsiasi suo successore sarà più gentile, non necessariamente più efficace. Perché la crisi americana è strutturale. Di sistema. Identitaria. Il caos negli apparati statali, perfino fra i militari e specialmente nell’intelligence, è impressionante quasi come la ruggine delle infrastrutture. Sette americani su dieci non credono più nel sogno americano, il 29% sono diagnosticati clinicamente depressi, fiumi di droga corrono nelle metropoli come pure nell’America profonda, quella dell’Elegia dei burini (Hillbilly’s Elegy) firmata JD Vance.

Per riassumere con il titolo di un celebre saggio del politologo Sam Huntington, pubblicato nel 2005, gli americani si chiedono: Who Are We?

Quando qualcuno si chiede chi sia, non sta bene. Spiace, ma il problema è suo. Se la domanda è posta dalla pancia di una Nazione, è grave. Se la Nazione in causa è il «Numero uno», stiamo tutti peggio.

Rovesciamo la prospettiva. La Cina rossa ha un record spettacolare nell’ultimo mezzo secolo. La sua crescita economica è stata prodigiosa e continua tuttora, sia pure a ritmo ridotto. La qualità della sua cultura, di base molto alta, è superiore in diversi campi all’americana e alle occidentali in genere, così come spiccano laboriosità e talenti delle sue forze produttive, in particolare nell’area Stem (scienziati, tecnologi, ingegneri

e matematici). Da fabbrica del mondo, la Repubblica popolare è evoluta in riferimento non solo industriale – America surclassata – ed è ai vertici nelle alte tecnologie, intelligenza artificiale e quantum computing inclusi, ambiti nei quali si accinge a sorpassare l’America, quando non l’avesse ancora fatto.

L’Esercito popolare di liberazione non si è mai più impegnato in un conflitto di evidente e prolungato rilievo

Di più: le sue Forze armate si avvicinano sulla carta a quelle americane. Con la differenza che mentre i militari americani non vincono una vera guerra dal 1945 – nel corso della quale

aiutarono i cinesi a liberarsi dai giapponesi – l’Esercito popolare di liberazione, i cui vertici sono stati quasi azzerati da Xi pochi mesi fa, non si è mai più impegnato in un conflitto di evidente e prolungato rilievo (salvo periodiche scaramucce himalayane contro gli indiani, dove le munizioni preferite sono i sassi).

Infine, e soprattutto, il Paese più sfrenatamente capitalistico del pianeta è governato con pugno di acciaio (misto a silicio) dal Partito comunista. La sua ideologia di riferimento in Occidente – al netto delle «caratteristiche cinesi» esibite da Xi – è ridotta a poche nicchie. Respinta da tutti i Governi, compresi quelli di sinistra (se la parola ha ancora senso). Di più, l’immagine della Cina corrente nelle generazioni di europei e occidentali di età matura non è brillante, talvolta resta sprezzan-

te o almeno diffidente. «Not a Chinaman’s chance», dicono negli States per significare che qualcosa è impossibile. «Semo peggio dei cinesi», recitano i cartelli segnalanti in romanesco magiche virtù scontistiche, esposti nelle bancarelle di cianfrusaglie della Capitale d’Italia e del Papa (americano). Eppure Cina batte America 10 a 1. E allora? Tre considerazioni a caldo. Primo. La maggioranza va dove crede che il vento giri, specie se il suo business non ha colore politico (se c’è, non è diretto né sempre visibile). E chiunque annusi l’aria a New York, San Francisco o nel Midwest percepisce la malattia dell’America, dove i concittadini stentano a riconoscersi reciprocamente tali e i matrimoni fra blu e rossi – democratici e repubblicani –sono meno di quelli fra bianchi e neri. Non intendo fissarmi sulle statistiche – talvolta aggiustate, quelle cinesi poi allegramente truccate – perché in genere trascurano i fattori emotivi e sentimentali, più rilevanti del nudo dato economico, quantitativo, nel descrivere lo stato di una comunità. Ci portiamo dietro i guasti della rational choice, delle econometrie apparentemente anodine che tutto riducono a modelli costruiti per dar ragione a chi li istruisce, mentre omettono per principio il fattore umano, trascurano i diversi contesti, ignorano culture e mentalità incomprimibili in equazioni. Secondo. Specie i più giovani sono esposti alla sapiente manipolazione dei social d’impronta cinese. Sotto questo profilo, l’inventore di TikTok può vantarsi di aver prodotto l’arma di rimbabimento di massa più potente della storia.

Terzo. I veteroeuropei, che si sono goduti per ottant’anni il loro posto al sole sotto l’ombrellone dell’impero americano, oggi possono dare sfogo alla sottile o grossolana insofferenza nei confronti degli yankee, snobbati dalle sofisticate élite veterocontinentali – non solo francesi. E voi, dei cinesi vi fidate?

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L’inventore di TikTok – prodotto cinese diventato globale – può vantarsi di aver prodotto l’arma di rimbabimento di massa più potente della storia. (Keystone)

La fede come oppio nell’America di Trump

Trump che legge un passo biblico severo nello Studio Ovale – modalità streaming ovviamente – mentre prende parte, sorriso beffardo, alla maratona «America reads the Bible». Poi momenti di preghiera collettiva: pastori evangelici che impongono le mani sul presidente, lo benedicono. Senza contare le immagini generate dall’AI che ritraggono «The Donald» come Salvatore o abbracciato da Gesù. Insomma, una sequenza di gesti che intreccia politica e religione in modo sempre più esplicito. Come si può interpretare questa dinamica? Ne parliamo con Raffaella Di Marzio, psicologa della religione e direttrice del Centro studi sulla libertà di religione, credo e coscienza, attesa all’USI di Lugano il 7 maggio prossimo. La studiosa osserva che benedizioni e altri riferimenti alla fede non sono una novità introdotta da Trump. Ronald Reagan, ad esempio, ha designato il 1983 come «l’Anno della Bibbia», sottolineando l’influenza delle Scritture sulla storia e l’identità degli Stati Uniti. «Anche George W. Bush ricorreva a un linguaggio religioso marcato, interpretando ad esempio la guerra contro l’Islam in chiave sacrale. Dove sta allora la differenza? Trump ha caratteristiche personali che rendono questi gesti più problematici e, soprattutto, oggi esiste un sistema comunicativo che amplifica i messaggi in modo esponenziale: pensiamo ai social network e all’AI».

Reagan ha istituito «l’Anno della Bibbia», il 1983, e Bush interpretava la guerra contro l’Islam in chiave sacrale

Gli Usa – continua Di Marzio – sono una Nazione plasmata da migranti europei appartenenti a diversi gruppi cristiani. «La dimensione religiosa è sempre stata centrale: un elemento considerato fondamentale per la crescita, lo sviluppo e la coesione del Paese». L’Europa, invece, dopo i secoli segnati dalle guerre di religione, ha conosciuto l’Illuminismo e ha progressivamente consolidato il principio di separazione tra Stato e Chiesa, in alcuni casi con fatica, come in Italia. Così – se la crisi delle appartenenze religiose attraversa tutto l’Occidente –in Europa ha prodotto una religiosità più silenziosa e privata, mentre negli Stati Uniti ne ha alimentato una sempre più intrecciata all’azione politica. Tornando a Trump, egli non rappresenta certo un modello di virtù, tuttavia una parte consistente dei cristiani americani lo sostiene. L’intervistata precisa che si tratta soprattutto di bianchi del mondo evangelico e pentecostale. Persone che sembrano non cogliere un aspetto decisivo. «Il presidente americano è un uomo di potere che usa la religione per scopi personali e finge di difendere valori

etici legati alla tradizione, come l’opposizione all’aborto o ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Chi vive autenticamente la fede non attacca il prossimo e Gesù ama anche i suoi nemici». Trump – prosegue Di Marzio – vive la religione in modo teatrale, come una messa in scena evidente a chiunque disponga di un minimo di spirito critico, credente o no. Eppure riesce a convincere molti di essere un difensore della fede, grazie a tratti tipici della personalità manipolatrice, efficaci soprattutto su chi è alla ricerca di una guida. «Viviamo in

un mondo dominato dalla manipolazione, a partire dal settore dell’informazione. Un comunicatore abile usa messaggi semplici, emotivi, anche sciocchi e aggressivi. C’è chi si stupisce e abbocca». Per diffondere questo tipo di messaggi, Trump si avvale anche di figure come Paula White, telepredicatrice evangelica pentecostale (convinta sostenitrice di Israele tra l’altro) da lui scelta per guidare il White House Faith Office, l’ufficio della Casa Bianca dedicato alle iniziative religiose, istituito nel 2025. «Lei e altri predicatori

hanno a loro volta trovato nell’attuale amministrazione Usa un appoggio diretto alla loro attività comunicativa», spiega la studiosa. E la possibilità di riunire grandi platee si traduce in vantaggi economici (donazioni alle chiese) e sostegni politici, anche da parte di autorità locali che vengono accolte e benedette pubblicamente. Un meccanismo che alimenta un circolo vizioso tra religione, visibilità, proselitismo e consenso elettorale. «Ho partecipato a qualche raduno di questi predicatori, a Londra», ricorda Di Marzio. «Sala piena, musi-

di massa della storia

Un bicchiere di veleno di Frank Westerman è un saggio appena pubblicato che torna sul massacro di Jonestown: nel 1978, in Guyana, oltre 900 persone della comune guidata dal predicatore statunitense Jim Jones si tolsero la vita bevendo un cocktail al cianuro (e chi non lo fece, bambini compresi, fu ammazzato dai più convinti). Un caso di affidamento totale a un leader problematico che finisce in tragedia.

«Jones iniziò come pastore in una denominazione cristiana innocua, ma era una persona profondamente disturbata», dice Raffaella Di Marzio. «Costruì il suo potere reclutando gli emarginati

della società americana – poveri, neri, disoccupati, donne – offrendo loro casa, lavoro, dignità. E, quando cominciarono a circolare voci su abusi e violenze da lui perpetrati, li portò in Sud America. Quelle persone avevano motivazioni personali forti per seguirlo. In quella comunità avevano trovato delle risposte ai loro bisogni, avevano trovato appartenenza, senso. Jones era la loro droga in fondo… Alcuni rimasero fino alla fine per convinzione, altri per paura, altri ancora furono uccisi nel tentativo di scappare». Jonestown è una tragedia a sè, ma l’attesa di un presunto beneficio, spiega la studiosa, permane nei riguardi

di molte autorità politiche e/o religiose contemporanee. Per alcuni è più facile affidarsi a chi promette soluzioni semplici («la loro droga») che mantenere attivo il senso critico e interrogarsi sulla loro reale fattibilità. Oggi questo atteggiamento è favorito dai nuovi media e da quella che viene definita «guerra cognitiva», in cui distinguere il vero dal falso diventa sempre più difficile. «In questo scenario figure come Trump o i predicatori più radicali hanno gioco facile: promettono vantaggi immediati e usano un linguaggio emotivo che aggira la razionalità, trasformando il contagio emotivo in un potente strumento di consenso».

ca intensa, parole sull’amore di Gesù. Il contagio emotivo di massa mi ha coinvolto, nonostante cercassi di rimanere distaccata. Quando il predicatore invocava lo Spirito Santo la musica diventava più potente: una donna è svenuta, molti piangevano, e veniva da piangere anche a me. Un’esperienza fortissima, da cui si esce cambiati. Chi la vive attribuisce al predicatore la capacità di “chiamare” lo Spirito. E non tutto è una truffa: per alcune persone questi momenti funzionano davvero come un antidolorifico o un antidepressivo. Proprio perché funzionano, però, la razionalità viene messa da parte, ed è lì che nascono i problemi…».

Il nazionalismo cristiano è come quello islamico o ebraico: non si tratta di religione ma di uso politico della religione

È dentro questo meccanismo di affidamento emotivo che va letto il Christian Nationalism negli Stati Uniti. «Non è diverso dal nazionalismo islamico, ebraico oppure ortodosso: non si tratta di religione, ma di uso politico della religione», spiega la nostra interlocutrice. La fede viene strumentalizzata per fini identitari e di potere, secondo un meccanismo antico che funziona come un vero e proprio «oppio dei popoli», per dirla con Marx: offre risposte semplici a chi sceglie di delegare piuttosto che pensare. «Questo, è bene ricordarlo, non rappresenta tutto il mondo cristiano. Molti credenti non si riconoscono affatto in Trump. Chiese protestanti ed evangeliche, anche fuori dagli Stati Uniti, così come una parte rilevante del mondo cattolico, hanno preso posizione contro l’uso politico della religione e contro politiche di guerra, esclusione e persecuzione dei più deboli. Il problema, dunque, non è la fede, ma la sua trasformazione in ideologia emotiva, che anestetizza il senso critico e rende la religione uno strumento di mobilitazione politica». Il vero seme di speranza – conclude l’esperta – resta nelle nuove generazioni: scuole e comunità religiose (insieme alle famiglie, quando restano degli spazi di dialogo) dovrebbero insegnare fin dall’infanzia a chiedersi se una cosa è vera, chi la afferma e perché. Solo così bambine e bambini possono crescere liberi e capaci di pensare, prima ancora di aderire a idee e religioni.

Il convegno «Nuovi settarismi e comunità dogmatiche globali», 7 maggio, ore 15.30-18.30, USI di Lugano, interverranno Raffaella Di Marzio, Antonio Angelucci, Laura Cianciarelli, Enrico Pozzi, Roberto Fusco. Informazioni www.usi.ch/it/feeds/34567

Leader evangelici benedivano Trump già nel 2020. Accanto a lui spicca Paula White. (Keystone)
Jonestown 1978, il più grande «suicidio»

Il grande teatro della mediazione pakistana

Guerra tra Stati Uniti e Iran ◆ Scenografie

Il colonnello Douglas McGregor, ex consigliere del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, l’aveva detto: «Affidarsi al Pakistan come mediatore è come chiedere a un borseggiatore di tenerti il portafoglio mentre ti allacci le scarpe». E difatti da tutta l’ubriacatura mediatica degli «Islamabad Talks» alla fine è uscito un solo vero vincitore. Il Pakistan. Che ha messo in scena il più grande spettacolo del mondo, occultando attraverso uno schermo di banchetti sontuosi e caffè gratis serviti a frastornati giornalisti stranieri la nuda verità: che l’essenziale ruolo dei mediatori pakistani, nei cosiddetti colloqui tra Iran e Stati Uniti, è stato semplicemente quello di portare messaggi da una stanza all’altra e che in realtà le due delegazioni non si sono mai guardate nemmeno in faccia.

Dopo anni di esitazioni, Islamabad ha finalmente consentito alle banche di operare con fornitori di servizi cripto

Che non sarebbe nemmeno tanto grave, dicono gli esperti, non fosse che quasi sicuramente, risultati alla mano, i mediatori presentavano alle delegazioni bozze di accordo diverse. E che, sempre secondo esperti locali, Asim Munir (auto-proclamatosi Feldmaresciallo e a capo dell’esercito) giocava al raddoppio adoperando la stessa strategia dei famigerati accordi di Doha che hanno riportato al potere i talebani: agire come intermediari per gli Stati Uniti consigliando al tempo stesso la parte opposta di tenere duro e non cedere. È sfuggito a tanti, ma in realtà gli «Islamabad talks» hanno prodotto un solo risultato concreto: dopo anni di esitazioni, Islamabad ha finalmente consentito alle banche di operare con fornitori di servizi cripto.

Al centro di questo sviluppo c’è World Liberty Financial, una società di cui la famiglia Trump detiene circa il 60% del capitale e la cui stable-

coin è destinata a essere utilizzata per miliardi di dollari nelle transazioni pakistane. Lo scorso gennaio Zach Witkoff, amministratore delegato di World Liberty, visitava Islamabad incontrando i vertici politici e militari del Paese. Pochi mesi dopo, suo padre Steve Witkoff partecipava agli «Islamabad Talks». Dai negoziati usciva con un nulla di fatto diplomatico ma, in compenso, il Pakistan legalizzava finalmente le criptovalute. Non solo: nelle stesse ore il Pakistan inviava aerei e truppe in Arabia Saudita per onorare finalmente il «patto di mutua difesa» firmato lo scorso settembre: ricevendo in cambio otto miliardi dollari. E non è finita qui. Perché mentre il sipario calava sul fallimento diplomatico, nel silenzio quasi totale dei media internazionali, il Pakistan apriva sei corridoi terrestri verso l’Iran, attivando una rete logistica che attraversa l’intero Belucistan e collega nodi strategici come Gwadar, Quetta

e Taftan. Secondo i media iraniani, oltre 3000 container sarebbero già in transito. In pratica, consentendo all’Iran di aggirare il blocco navale imposto da Trump. Cioè, mentre si proponeva come mediatore tra Washington e Teheran, il Pakistan lavorava attivamente per svuotare di contenuto lo strumento principale di pressione negoziale degli Stati Uniti. Non è una contraddizione. È una strategia vecchia almeno quanto la «terra dei puri», e una strategia che gli americani dovrebbero conoscere bene. Eppure ci cascano sempre. Uno Stato che ha contribuito, direttamente e indirettamente, alla costruzione delle capacità nucleari iraniane attraverso la rete di Abdul Qadeer Khan oggi si propone come facilitatore nei negoziati su quello stesso programma. Non è solo ironia politica: è una distorsione dell’idea stessa di mediazione, ma nessuno sembra farci caso. E mentre questa

rappresentazione prendeva forma sotto gli occhi del mondo, cadeva quasi in contemporanea un anniversario che rende il quadro ancora più difficile e complesso: quello dell’attacco dello scorso anno a Pahalgam, nel Kashmir indiano, che è costato la vita a ventisei civili uccisi a sangue freddo su base religiosa.

La mediazione richiede, se non neutralità, almeno una forma minima di coerenza. Coerenza che manca a Islamabad

Un evento che, al di là delle narrazioni ufficiali, resta uno dei simboli più evidenti dell’intreccio tra militanza jihadista e apparati statali pakistani. Proprio nei giorni in cui Islamabad cercava di accreditarsi come mediatore globale, circolavano fotografie che mostravano membri dell’establi-

shment politico e militare pakistano in compagnia di noti esponenti di organizzazioni terroristiche, inclusi coloro che hanno progettato l’attacco di Pahalgam. È qui che la narrazione degli «Islamabad talks» smette definitivamente di reggere. Perché la questione non è più solo quella di una mediazione inefficace o opportunistica, ma quella di una credibilità strutturalmente compromessa. Un Paese che, mentre offre i propri buoni uffici per facilitare un negoziato internazionale, non riesce o non vuole prendere le distanze da attori non statali coinvolti in operazioni terroristiche, non è un mediatore imperfetto: è un attore che opera su più livelli contemporaneamente, mantenendo aperti canali che altrove verrebbero considerati incompatibili.

Questo doppio livello non è un’anomalia. È una costante. E spiega perché, al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle scenografie diplomatiche, gli «Islamabad talks» non potessero produrre nulla di sostanziale. La mediazione richiede, se non neutralità, almeno una forma minima di coerenza. E la coerenza è esattamente ciò che il Pakistan, per ragioni strutturali, non può permettersi. Alla fine, ciò che resta è un quadro sorprendentemente lineare nella sua complessità. Da un lato, un Paese che si propone come snodo indispensabile tra potenze in conflitto. Dall’altro, lo stesso Paese che continua a coltivare relazioni opache con attori che contribuiscono a generare quel conflitto. In mezzo, una comunità internazionale che, per mancanza di alternative o per eccesso di pragmatismo, continua a fare finta che queste due dimensioni possano coesistere senza conseguenze. Gli «Islamabad talks» non hanno fallito nonostante queste contraddizioni. Hanno fallito a causa di esse. E il fatto che, nonostante tutto, il Pakistan riesca a uscirne rafforzato sul piano dell’immagine dice molto meno su Islamabad di quanto dica sul sistema internazionale che continua a premiarne il comportamento.

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Keystone

Il private credit negli Stati Uniti sotto pressione

La consulenza della Banca Migros ◆ Cresciuto nell’ombra del sistema bancario tradizionale, il mercato dei prestiti privati mostra oggi i suoi punti di fragilità, tra illiquidità e limiti ai rimborsi

Recentemente sono aumentate le preoccupazioni in merito alle possibili conseguenze per la stabilità del sistema finanziario americano e persino mondiale in seguito ai recenti sviluppi nel settore del private credit. Con questo concetto si intende una classe di investimento originariamente destinata a investitori qualificati e istituzionale con grande liquidità a disposizione, nella quale delle entità senza licenza bancaria come dei fondi raccolgono il capitale degli investitori e lo prestano a delle società. Tutto ciò avviene al di fuori dei classici schemi regolatori ai quali le banche sono sottoposte e che impediscono l’ero-

gazione di crediti in casi specifici. Per le aziende in ricerca di finanziamenti si tratta di un canale di finanziamento su misura diretto ed efficiente, che garantisce allo stesso tempo rapidità e riservatezza, mentre per gli investitori vi è l’opportunità di ottenere rendimenti corretti per il rischio interessanti e diversificati grazie all’esposizione a un portfolio di aziende selezionali del fondo per la loro qualità.

Il settore nell’ultimo decennio ha conosciuto una forte crescita concentrata soprattutto sul mercato americano. Essendo per natura decentralizzato, mancano stime ufficiali sulla dimensione effettiva del settore: nel 2024 il Fondo Monetario Internazionale ne attestava un valore di oltre 2000 miliardi di USD. La crescita è sostenuta da una forte domanda con l’industria che ha gradualmente permesso anche agli investitori retail di partecipare ai finanziamenti con capitali più limitati attratti dai rendimenti medi superiori di quelli offerti dal mercato azionario americano. Il rendimento maggiore rispetto ad altre classi d’investimento ha un rovescio della medaglia. Il sistema è basato su un equilibrio fragile: si tratta di asset illiquidi con possibilità d’uscita periodiche. Finché il tasso di fallimento delle aziende finanziate dal fondo resta basso tutto va bene. Quando però

dei prestiti e la loro qualità. I fondi che hanno dovuto limitare i prelievi hanno finanziato in ampia misura aziende del settore software, il quale potrebbe subire negativamente l’adozione dell’intelligenza artificiale, rendendone i prodotti obsoleti. Revisioni al ribasso delle aspettative dei ricavi futuri e corsi azionario in calo non hanno lasciato indifferenti i creditori. A causa della poca trasparenza del settore, non è chiaro se si tratta di un fuoco di paglia, oppure di una bomba ad orologeria con conseguenze in espansione al settore bancario. La Federal Reserve in merito si è espressa chiaramente, indicando che anche in caso di una recessione severa non ritiene ci sia il potenziale per un rischio sistemico per il settore bancario.

il numero di aziende finanziate in difficoltà aumenta, o anche la prospettiva di un peggioramento congiunturale fa temere un aumento, gli investitori accorrono in massa dai gestori del fondo per chiedere un riscatto del proprio capitale. Ciò però può mettere in difficoltà sia il gestore del fondo che peggiorare la situazione delle aziende finanziate se obbligate a rimborsa-

re i prestiti ricevuti, incentivando una spirale negativa. Per evitare ciò grossi fondi come Apollo Global Management, Blackstone e Blue Owl Capital negli scorsi mesi hanno limitato la possibilità di prelievo, lasciando alcuni investitori a mani vuote. Questo ha contribuito ad alimentare i dubbi. Decisivi per la sostenibilità sono la diversificazione settoriale

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Davide Nava
Davide Nava, Consulente Clienti Privati e specialista in investimenti, Banca Migros Lugano.
Fondi private credit in crisi di fiducia sul mercato azionario Rendimento azionario da inizio anno
Fonti: Bloomberg, Banca Migros

Il Mercato e la Piazza

Quando l’auto smette di trainare l’economia

Quando una cinquantina di anni fa, per motivi di lavoro, frequentavo Laxenburg, un ex-castello di caccia degli Absburgo, vicino a Vienna, nel quale si trovava il centro di ricerca internazionale per l’analisi applicata dei sistemi, ero rimasto colpito soprattutto da due progetti. Il primo, portato avanti da un ricercatore americano, si concentrava sull’evoluzione della piramide delle età e cercava di prevedere come si sarebbe esteso nei decenni a venire l’invecchiamento della popolazione nel mondo. Il secondo, di un ricercatore italiano, cercava invece di anticipare come si sarebbe sviluppata la domanda di automobili in Europa nel lungo termine.

Oggi conosciamo l’evoluzione di entrambi i fenomeni. Ma alla fine degli anni Settanta del secolo scorso l’invecchiamento della popolazione era appena oggetto delle prime riflessioni e quasi nessuno – fatta eccezione,

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forse, per il ricercatore citato poco sopra – immaginava che la domanda di automobili nelle economie avanzate avrebbe raggiunto un livello di saturazione nel secondo decennio del ventunesimo secolo. Un fenomeno che oggi è sotto gli occhi di tutti. Nei Paesi avanzati la domanda in questione si è sviluppata seguendo una curva dall’andamento sinusoidale (ossia a forma di S). In Europa la stessa ha oltrepassato il suo punto massimo una decina di anni fa.

Negli Stati Uniti, altro grande mercato automobilistico, la stessa ristagna. Di conseguenza, chi vuole vendere automobili oggi deve guardare alla Cina che, si può dire, è l’unico mercato nel quale la domanda continua a crescere in modo sostenuto. La saturazione del mercato delle automobili è uno dei fattori determinanti della tendenza alla decelerazione della crescita economica che, nel nostro Conti-

nente, si sta manifestando da qualche decennio. Da un paio d’anni, inoltre, essa è all’origine della recessione che ha colpito l’economia tedesca. Sotto la pressione della concorrenza, si discute ormai apertamente di una ristrutturazione della capacità produttiva dell’industria automobilistica. I piani di ridimensionamento non sono più ipotesi astratte, ma scenari concreti. Per esempio Volkswagen, che è il maggior venditore di auto in Europa, sta pensando di chiudere due terzi delle sue fabbriche in Germania, licenziare 50’000 collaboratori e spostare ancora di più la sua produzione verso la Cina. È vero che la domanda di macchine elettriche continua ad aumentare (sebbene più lentamente di quanto si poteva prevedere). Ma questo aumento non basta a compensare la diminuzione della domanda di modelli a trazione tradizionale. Ovviamente la crisi non tocca solo la pro-

La scelta tra la barbarie e la civiltà

Quand’ero ragazzo, nell’Italia degli anni Settanta-Ottanta del Novecento, il 25 aprile era solo una vacanza. Cantavamo «Bella Ciao», e non eravamo neppure sfiorati dall’idea che stavamo facendo qualcosa di sinistra. Ad Alba, il mio paese, la Democrazia cristiana, di centrodestra, aveva oltre il 50% dei voti. Ma anche la DC festeggiava il 25 aprile. E i missini (da MSI, Movimento sociale italiano di estrema destra) tacevano. La prima volta in cui il 25 aprile aprì una polemica fu nel 1994, quando Berlusconi i missini li portò al governo. Il leader leghista Umberto Bossi venne al corteo, e fu fischiato dalla sinistra. Da allora, ogni 25 aprile si riapre la discussione. A maggior ragione ora che il partito di maggioranza relativa è Fratelli d’Italia, che dal MSI nasce e che il 25 aprile non lo festeggia. I cortei del 25 aprile più sono ampi, meno sono divisivi, meglio riescono.

Zig-Zag

Quello di Milano di quest’anno non è riuscito bene, nonostante segnali preziosi come la presenza dei giovani di Forza Italia. Sedicenti antifascisti hanno cacciato dal corteo la Brigata ebraica, che combatté contro i nazifascisti, e hanno inalberato la bandiera della Palestina, all’evidenza senza ricordare che il Gran Muftì di Gerusalemme, zio di Arafat, voleva sterminare gli ebrei avvelenando l’acquedotto. A rendere perfetto e surreale il rovesciamento della storia, un militante ebreo a volto coperto ha sparato con un’arma a pallini a due partigiani dell’Anpi con il fazzoletto tricolore al collo, che rappresentavano idealmente i partigiani che combattevano contro quelli che portavano gli ebrei italiani nei campi di sterminio. Con l’autorevolezza morale di una superstite di Auschwitz, Edith Bruck ha detto che non è opportuno portare a un cor-

teo sul 25 aprile la bandiera di Israele, per tacere dei cartelli inneggianti a Trump e Netanyahu. Analogamente si può dire che non sia opportuno portare la bandiera palestinese. Non perché non si possa manifestare contro Hamas, che ha commesso crimini contro gli ebrei e ha reso un pessimo servigio al suo popolo; o contro Netanyahu, il cui esercito ha commesso crimini contro i palestinesi e ha reso un pessimo servigio alla causa dell’ebraismo. Ma il 25 aprile non è il momento giusto. La verità è che a chi inneggia a Netanyahu o a chi insulta gli ebrei del 25 aprile non importa nulla: scende in piazza per andare contro altri, non in nome dell’unità antifascista di repubblicani e monarchici, comunisti e liberali, cattolici ed ebrei. Solo in Italia è passata l’idea per cui se sei antifascista sei comunista, o comunque di sinistra. Non è così. Il nazifascismo fu sconfitto da uomini di

Le persone contano più dei numeri

Leggo nell’ultimo libro di Giuliano Da Empoli: «Il caos era l’arma dei ribelli, ora è il sigillo dei potenti» e subito collego il giudizio con quanto ci circonda: dal crollo socio-economico che le guerre stanno accelerando sino alle sceneggiate che l’Amministrazione del nostro più potente alleato sforna. Ed è proprio la sensazione di dover affrontare un caos sempre più formicolante a suggerire di soffermarmi su cose lontane da queste tristissime realtà. Così mi oriento – un po’ a caso, lo ammetto – verso una serie di numeri, reperiti in una sequela di notizie snocciolata a fine aprile dalle nostre pubbliche amministrazioni.

Inizio dal consuntivo consolidato dello scorso anno della Confederazione, chiuso con un’eccedenza di 9,5 miliardi di franchi, di poco inferiore a quella di 11,3 miliardi dell’anno precedente. Il Consiglio federale ha

infiocchettato l’annuncio con il solito «calma e gesso», vale a dire sottolineando che il risultato positivo «non influisce in nessun modo sulle sfide finanziarie che la Confederazione dovrà affrontare negli anni a venire». Una motivazione sventolata ricordando che il consuntivo consolidato è in pratica il canestro in cui troviamo anche il consuntivo dei conti della Confederazione. Ma è dura mettere a fuoco certi alibi bernesi. Tra le mani ho la lettera dell’amministrazione dell’AVS che mi comunica che se tutto va bene (dopo gli ottanta si tocca di tutto…) a fine anno si riuscirà a versare anche una tredicesima. Ora dal «consolidamento» esce che lo scorso anno a consuntivo le assicurazioni sociali hanno potuto mettere un surplus di 4,3 miliardi, vale a dire (quando si dice il caso) più o meno la stessa sconvolgente cifra che da mesi tutti cercano di reperire

duzione di automobili ma tutti i rami che dipendono, a monte o a valle, dalla stessa. E dalla Germania si estende ai Paesi nei quali sono localizzati le aziende di questi rami come, per fare un solo esempio, la Svizzera. Per dare un’idea di quanto contano, per le esportazioni del nostro Paese, regioni di produzione automobilistica come i Länder del Sud della Germania basterà ricordare che le esportazioni della Svizzera verso il Baden-Württemberg – la patria della Mercedes – sono, in miliardi di franchi, altrettanto importanti quanto quelle verso la Cina. Ma poi per l’economia della Svizzera sono fondamentali anche il commercio dell’automobile, il fatturato che nasce dalle sue riparazioni come pure dalla vendita della benzina e del diesel. La crisi dell’automobile tedesca, che si aggiunge a quelle preesistenti delle altre industrie automobilistiche europee,

minaccia centinaia di aziende e migliaia di posti di lavoro anche da noi. Anche per l’economia svizzera, la saturazione del mercato dell’automobile rappresenta, la fine di un’epoca. Per il momento all’orizzonte non si vede quale prodotto di grande smercio potrebbe riprendere il ruolo di motore dello sviluppo industriale e dei servizi che, sino a ieri, ha giocato l’automobile. In termini di crescita della domanda oggi è purtroppo l’industria dell’armamento a guidare le classifiche. Si calcola che, nel corso dell’ultimo decennio, le spese militari dei Paesi europei – Svizzera compresa –siano più che raddoppiate e per il momento continuino a crescere. Missili e droni stanno prendendo il posto dell’automobile come propulsori della crescita. Con una grossa differenza: gli investimenti nell’armamento non li finanziano i privati ma il debito pubblico.

destra. Un conservatore inglese come Winston Churchill. Un nazionalista francese come Charles de Gaulle. I nazisti, prima ancora di eliminare gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, cominciarono a eliminare i bambini Down. Il programma di eliminazione dei «minorati mentali» fu interrotto grazie all’intervento di un oppositore del regime. Non era un bolscevico; era un vescovo, di famiglia aristocratica. Si chiamava Clemens August Joseph Pius Emanuel Antonius von Galen. Dal pulpito della cattedrale di Münster disse: «Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti…Nessuno è più sicuro della propria vita». Martin Bormann, il segretario di Hitler, propose: «Impicchiamolo». Fu Joseph Goebbels, che conosceva l’arte della propaganda, a obiettare che impicca-

re un vescovo non era una buona idea. La donna che Charles de Gaulle amò di più nella sua vita era la figlia Anne, affetta dalla sindrome di Down, che spirò a vent’anni tra le sua braccia. Così il Generale e sua moglie, la cattolicissima Yvonne, aprirono un istituto per accogliere e salvare i bambini come quelli che il Führer sopprimeva con il gas.

La scelta tra il nazifascismo e i suoi oppositori non è la scelta tra la destra e la sinistra. È la scelta tra la barbarie e la civiltà. Eppure questa conclusione in Italia è contestata. Di solito si dice: il problema è che in Italia manca la memoria condivisa. Confesso che alla memoria condivisa non credo. Di memoria ognuno ha la sua, e non la può cambiare. Non la memoria, ma i valori dovrebbero essere condivisi. Invece il valore dell’antifascismo è considerato oggi un valore di parte. Una cosa solo di sinistra. Nulla di più sbagliato.

per la tredicesima dell’AVS. Meglio non rovistare troppo e passare ai gironi inferiori dove la musica decisamente non cambia. Difatti a Bellinzona cambiano i numeri ma non la sostanza: prima preventivi con piagnistei e unghiate fra destra e sinistra a dire che «È ora di finirla!»; poi un anno dopo ci si ritrova al grotto con polenta e qualcosa, visto che in fondo a consuntivo nel 2025 c’è sì di un disavanzo d’esercizio, ma trattasi di «soli 32,5 milioni di franchi con un miglioramento di 64,1 milioni di franchi rispetto al preventivo, che indicava un disavanzo d’esercizio di 96,6 milioni». Magari qualche corso di aggiustamenti per chi stila queste previsioni sarebbe opportuno, se non altro per distanziarci da certe magie bernesi che sembrano sempre più a «rintontimenti» per i contribuenti. Terzo girone, quello dei Comuni.

Qui, altro che grotto! Roba talmente stellare da scatenare fughe di notizie (in stile un po’ «trumpiano») prima della conferma: a fronte di un preventivo 2025 da 23,9 milioni di franchi, i conti dello scorso anno della città di Lugano hanno registrato un avanzo d’esercizio di 23,7 milioni. Elementare Watson: il meno è diventato un più con benedizione anche da Moody’s e scontato richiamo a un debito pubblico che sfarfalla attorno al miliardo di franchi. Ci sarebbe poi il caso di Massagno che scopre di avere addosso sopravvenienze passive milionarie, ma preferisco chiamarmi fuori. Anche perché voglio riportare le dichiarazioni di un bravo collega amico, Bruno Giussani, chiamato sulle pagine del Weekend del «Corriere del Ticino» a pronunciarsi sulla situazione «cantonticinese». Lo schizzo del leventinese, che ha girato il mondo inse-

guendo e padroneggiando le nuove tecnologie mediatiche, è da antologia: «Pensiamo all’annoso e discusso problema dei frontalieri (…) un terzo della forza lavoro attiva nell’economia ticinese, che a fine giornata “evapora”, scompare dal punto di vista sociale. Decine di migliaia di persone attive nell’economia ma che non esistono per partecipare alla vita associativa, mettere i loro figli nelle scuole locali, uscire a cena in famiglia, candidarsi al consiglio comunale, fare i pompieri volontari. L’arbitraggio sui costi del lavoro, quando è eccessivo, non crea un’economia forte, e nel contempo indebolisce la società». Giussani non propone cifre, ma un implicito invito a ricordare che alla fine, più dei numeri, contano le persone. Forse dovrebbero tenerne conto anche coloro che stilano preventivi che evaporano con i consuntivi.

di Ovidio Biffi
di Aldo Cazzullo

CULTURA

Al museo come a casa

A Villa dei Cedri di Bellinzona il lavoro di Zilla Leutenegger sul concetto di abitare e di casa

Pagina 23

Poesia sull’arte di perdere

Il nuovo libro di Alberto Bertoni si muove attraverso microstorie quotidiane e figure evanescenti

Pagina 25

L’ex frate guerrigliero

Un podcast ripercorre le vicende di Silvano Girotto, assurto agli onori della cronaca come Frate Mitra

Pagina 26

Un’icona del rap USA

La graphic novel su Shakur parla della vita del controverso artista, segnata da violenza e creatività

Pagina 27

Blanco, quella vita mangiata a morsi

Musica ◆ Il terzo album dell’artista italiano Riccardo Fabbriconi, in arte Blanco, è dedicato a sua madre

Giovanni Ferrari

Blanco ci ha sempre fatto un grande regalo, offrendoci la sua verità. E senza censure. Con il suo album di debutto Blu celeste del 2021 ci ha gridato in faccia tutta la sua rabbia, la sua voglia di vivere senza regole e di essere ribelle, di correre in mutande nei boschi della sua Calvagese della Riviera, vicino a Brescia. E di spaccare tutto, come è successo quando – ospite della prima serata del Festival di Sanremo 2023 –ha preso a calci le numerose rose sul palco durante un’esibizione a causa di alcuni presunti problemi tecnici, provocando fischi in sala e critiche feroci sui social (e non solo).

Ma chi conosce la discografia e l’attività live di Riccardo Fabbriconi – questo il suo vero nome – non si è scandalizzato quella sera, visto che in molti suoi concerti egli distrugge sedie e oggetti di scena, in un momento preciso di uno show pensato e costruito ad hoc per raccontare proprio questa sua rabbia, per darle spazio in un contesto artistico. A quanto pare, anche lo scioccante gesto sul palco di Sanremo (che l’aveva visto trionfare solo un anno prima in coppia con Mahmood con Brividi) era parzialmente previsto;

Blanco si è però lasciato andare, superando il sottile confine tra performance e distruzione gratuita. E questo ha portato all’artista parecchi guai. Blanco, insomma, ci ha abituato alla sua verità – gridata e ribelle – ma anche alla sua rabbia. Prendendosi le responsabilità dell’espressione della sua emotività.

Ancora una volta, a spiccare nel lavoro di Blanco, è l’autenticità feroce, che tocca testi e musica, passando per una voce graffiante

È così che ci ha reso familiari anche le sue sporcature vocali, l’autenticità feroce, la schiettezza nei testi, l’urgenza comunicativa. Non c’è finzione, in Blanco. Non c’è nessuna costruzione di un personaggio che possa rispecchiare canoni corteggiati dalla discografia. Ne abbiamo avuto una nuova conferma con il secondo album, Innamorato del 2023, che conteneva anche un sorprendente duetto con Mina: perfino la Tigre di Cremona è rimasta colpita dal suo modo di cantare,

da quel mix così personale tra canzone d’autore, melodia, piglio rock, codici del rap.

Ma il percorso non è finito qui. Dallo scorso 3 aprile è infatti disponibile per EMI Records Italy (Universal Music Italy) il terzo progetto di inediti di Blanco, intitolato MA’. Un disco intimo, forse il più personale, che segna un punto di arrivo importante per l’artista classe 2003. A confermarlo sono le canzoni, non per forza bandiere per rivoluzioni, ma anche spazi di riflessione. Anche la copertina del disco conferma questo: vediamo Blanco, da piccolo, insieme alla madre. Un’immagine tenera che è una dichiarazione d’intenti potente: nessuna retorica.

Ed ecco che le canzoni sono uno specchio della maturità di Blanco. A partire dalla title-track, il brano dedicato proprio alla madre, in cui canta: «Ma io non mi voglio bene come me ne vuoi tu, come me ne vuoi tu, come me ne vuoi tu. Perché è così complicato amarmi… Mi sento così fragile, a volte quasi inutile, mentre levi i piatti dalla tavola, sono sensibile stasera, che non ho voglia di parlare, ma se tornassi indietro darei l’anima per

poterti abbracciare. Va bene così, se domani non mi sveglio, io ti aspetterò lì». Blanco si fa piccolo piccolo, ma allo stesso tempo non ha paura a pronunciare frasi e parole difficili, soprattutto se rivolte alla propria madre. Lo ha spiegato a RTL 102.5: «Questo disco si chiama MA’ perché mia madre è l’unica donna della mia vita. L’album è vario, c’è un po’ di tutto: spero che possa piacere e aiutare qualcuno. Non seguo molto i generi, faccio ciò che sento nel momento». E ancora: «Il disco l’ho scritto pensando a me, ma in ogni brano ho cercato di inserire un messaggio, quindi le canzoni sono interpretabili. In ognuna c’è, in qualche modo, speranza. Non è un disco triste, voglio dire che anche nei momenti peggiori c’è sempre la speranza».

In effetti, tutto il disco – contenente 15 brani comprese le collaborazioni con Elisa (Ricordi) e Gianluca Grignani (Peggio del diavolo) – è un vero e proprio percorso di redenzione. A livello sonoro Blanco è ancora una volta affiancato dal main producer Michelangelo e ora anche dai produttori Federico Nardelli, PARISI, Simonetta, Zazu.

E i testi? Se l’urgenza comunicativa di Blanco è la stessa degli inizi, la sua riflessione si fa più consapevole, meno «gridata», nonostante i richiami al passato (come quel «Non mi va di fare scelte giuste alla mia età» in Fuori dai denti); le canzoni sono il racconto della fuga consapevole dall’autodistruzione, e la tristezza che canta Blanco è solo funzionale al suo opposto. Poco importa se la positività sia realmente vissuta o solo ricercata: le canzoni di Blanco sono capaci di diventare cori, grazie ai quali sentire di appartenere a un’intera generazione, che probabilmente vive simili sensazioni, drammi, dolori. L’introspezione di Blanco è preziosa perché permette di focalizzare il bene, rintracciabile negli affetti più solidi (come la madre o gli amici, celebrati nella traccia che apre il disco Ti voglio bene, uomo) o in quel sentimento primordiale di volersi mangiare la vita a morsi, anche quando vivere richiede fatica.

Discografia Blanco, Ma’, 2026 EMI Records Italy (Universal Music Italy)

Dopo Blu celeste e Innamorato, di Blanco è ora uscito Ma’. (Ilaria Ieie)

Leutenegger e Hanimann: lo spazio tra percezione e memoria

Mostre ◆ A Villa dei Cedri si indagano lo spazio domestico e quello naturale

Emanuela Burgazzoli

Ci sono antiche residenze di collezionisti trasformate in musei, case d’artista che si trasformano in opere d’arte. E poi ci sono musei che per il tempo di una mostra si mutano come per incanto in una casa immaginaria, accogliente e perturbante al tempo stesso. È ciò che accade in questi mesi al pianterreno di Villa dei Cedri, trasformata dagli interventi di Zilla Leutenegger, l’artista nata a Zurigo, ma di origine grigionese, famosa per l’ironia con cui interpreta e rielabora il rapporto che intratteniamo con gli spazi domestici, ridefinendo la relazione tra l’esporre e l’abitare. Riprendendo alcuni degli elementi già inseriti in una recente mostra al museo d’arte di Coira, Zilla riarreda le stanze del museo, dopo averne studiato la storia, avvalendosi dei suoi strumenti preferiti: il disegno, la luce, i suoni. Cambia le funzioni originarie delle stanze di questa villa ottocentesca e, così facendo, Zilla sovverte anche i valori e i codici sociali sui quali si basava la vita della famiglia patriarcale di Arrigo Stoffel, banchiere e antico proprietario di Villa dei Cedri. Nel progetto Casa mia il possessivo segna un ideale passaggio di proprietà; ormai la nuova padrona di casa è l’alter ego dell’artista, presenza femminile che si riappropria della casa e che ci accoglie, dietro la porta del bagno, con lo scroscio dell’acqua del getto di una doccia: un gesto intimo che azzera subito le distanze tra spettatore e artista e ci fa sentire «a casa».

Questa sensazione di intimità e di condivisione ci accompagna per tutta la visita, che si trasforma in un viaggio nel tempo, ma anche nei propri ricordi personali: dal bagno si passa all’intimità della camera da letto, che contiene la camera da letto di un’altra villa-museo, Villa Garbald, disegnata su un paravento che intreccia le storie delle due dimore storiche. Con Telecomondo Zilla proietta la luna che brilla di una luce fredda, in contrasto il calore della lampada che illumina una piccola toeletta di «Vanity»: la luna trascina lo sguardo oltre i muri della stanza, in un misterioso mondo onirico.

Le stanze di Zilla sono simili alle nuove pagine di un libro illustrato su cui sono disegnati spazi che lasciano immaginare un nuovo modo di abitare: la formalità della Herrenzimmer lascia spazio all’informalità di una stanza dedicata alla lettura, con una poltrona occupata da un gatto sonnecchiante e con un Iceland bar a specchio che riflette l’immagine dei visitatori-ospiti. La presenza dell’artista è discreta e persistente, gli spazi sono volutamente lasciati vuoti: un vuoto che risuona come un invito alla libertà. Così al salone non si accede più facendo anticamera, ma già immergendosi nella danza liberatoria di un moonwalk, la camminata resa celebre da Michael Jackson. La silhouette di Zilla con il suo gesto libera le donne dai ruoli secondari. Le donne

qui sono protagoniste, come suggerisce il divano-letto scelto per il salone, progettato negli anni cinquanta da un designer giapponese, a cui dà il nome della moglie. Sulle pareti le monotipie di bicchieri di champagne amplificano l’aria di festa di un ricevimento in corso e il paravento disegnato moltiplica le prospettive come una quinta scenica, proiettandoci sul palco di immaginarie rappresentazioni.

Ma una casa non è casa senza la cucina: qui i colori e il tratto del disegno ci invitano a un viaggio nei ricordi d’infanzia, qui il tempo si ferma, come dovrebbe accadere ogni volta che varchiamo la soglia di un museo, sottraendoci al flusso della quotidianità. L’incantesimo è compiuto: il museo è anche casa nostra, lo spazio dove più di tutti ci sentiamo noi stessi.

Al piano di sopra si entra nelle stanze fotografiche di Alex Hanimann, che per comporre le sue mostre attinge al proprio personale archivio si scatti, perché «è a partire dalle immagini che si accende il pensiero; e questi pensieri, a loro volta, conducono a nuove immagini». Nel progetto Human Nature il filo conduttore è la natura non addomesticata e le sue molteplici interazioni con lo spazio urbano. Né foto di viaggio né reportage, le immagini dell’artista sangallese ci appaiono come evocazioni di paesaggi incantati e immaginari, ricomposti a partire da fotografie di paesaggi reali

Daniele Buzzi a Locarno

Mostre ◆ Manifesti e pittura a Casa Rusca

e inospitali. Ma sono anche istantanee di un viaggio personale, scattate da un’auto in corsa o da un treno, a volte sfocate e non centrate. Ma per Hanimann sono proprio i difetti a rendere questi scatti accurate rielaborazioni compositive che ci invitano a riflettere sulla percezione della realtà: lo sguardo dell’artista include, infatti, nell’inquadratura quelli che considera elementi grafici, come la cornice di un finestrino o il pilone di un cavalcavia. A volte i suoi boschi idilliaci racchiusi da reti e recinzioni raccontano storie misteriose, di cui sono stati teatro. La fotografia di Hanimann oscilla così continuamente tra caso e calcolo, tra tensione e distensione, tra realtà e memoria. Summa poetica a fine percorso ci appare il maestoso dittico della serie Wilderness, opera quasi iperrealistica per la nitidezza dei dettagli, frutto dell’accostamento di più immagini stampate su tela; un richiamo alla classica pittura di paesaggio, ma anche il tributo contemporaneo alla densità caotica e al potere di imporsi della natura selvaggia in questo ipertecnologico XXI secolo.

Dove e quando

Zilla Leutenegger, Casa Mia Alex Hanimann, Human Nature; Bellinzona, Villa dei Cedri. Fino al 2 agosto 2026. Orari: me-gio 14.00-18.00; ve-sado 10.00-18.00; lu e ma chiuso. www.museovilladeicedri.ch

Non c’è locarnese (scusateci l’iperbole) che non abbia visto almeno una volta un’opera di Daniele Buzzi: basti pensare al manifesto rosseggiante con la Madonna del sasso sullo sfondo, e le foglie di due palme in ombra infilate sul lato destro del dipinto (v. foto). Indubbio il suo approccio postimpressionista: ritenuto il fondatore della cartellonistica d’arte ticinese, nelle sue opere, di fatto, il paesaggio si condensa in forme leggibili e immediate, mentre nella pittura si spinge ancora un po’ più in là, usando linee ancora più semplificate, colori smorzati, non vibranti. Parliamo di grafica svizzera del primo Novecento, per la quale Buzzi determinò in modo decisivo la definizione di un immaginario visivo legato al nostro territorio. Ebbene, a Locarno, negli spazi di Casa Rusca, una nuova esposizione (Daniele Buzzi. Dipinti e manifesti) ripercorre la figura di questo artista nato a Locarno nel 1890 e scomparso nel 1974. La mostra riunisce un insieme ampio di lavori, tra cui anche materiali raramente visibili. Il percorso affronta i diversi ambiti della sua attività: non solo la produzione grafica, per cui è noto a livello nazionale, ma per l’appunto anche i dipinti, le incisioni e i lavori su carta che ospitano paesaggi, figure e nature morte. Nel mentre è stato pubblicato anche il catalogo (Dadò Editore). Il libro amplia i contenuti dell’esposizione con nuovi contributi critici e a una ricognizione documentaria aggiornata. Oltre ai saggi dei curatori, include interventi di studiosi e specialisti, tra cui Bettina Richter e Bastien Cheseaux, e presenta un repertorio delle opere organizzato per nuclei tematici, utile a seguire l’evoluzione dell’artista.

Dove e quando Daniele Buzzi. Dipinti e manifesti. Museo Casa Rusca, Locarno (Piazza Sant’Antonio) Fino al 28 giugno 2026. Orari: ma-do 10:00-16:30, lu chiuso. museocasarusca.ch

Zilla Leutenegger (*1968, Zurigo) Prima cucina, 2017; olio su carta di cotone (monotipo), montato su tela. (© Courtesy of the artist & Galerie Peter Kilchmann, Zurigo / Parigi)

Come viene prodotto il latte senza lattosio?

Esistono due procedimenti per la produzione del latte senza lattosio. Nel primo, al latte viene aggiunta la lattasi. Si tratta dell’enzima digestivo che manca alle persone intolleranti al lattosio, motivo per cui non tollerano bene il latte. La lattasi scinde lo zucchero del latte, chiamato lattosio, in due zuccheri semplici. Le persone con intolleranza al lattosio riescono a digerire meglio questi zuccheri semplici. Questo procedimento è utilizzato dal Gruppo Elsa, che produce per la Migros. Nel secondo procedimento, il lattosio viene rimosso direttamente dal latte.

Chi l’ha inventato?

La scienziata alimentare statunitense Virginia Holsinger. Nel 1974 descrisse il procedimento che prevede l’aggiunta di lattasi. Successivamente, Alan Kligerman, allevatore e imprenditore del settore lattiero originario della città statunitense di Atlantic City, si rivolse a Holsinger chiedendole di ricercare un’alternativa al latte per le persone intolleranti al lattosio. I suoi studi furono determinanti per l’introduzione sul mercato dei prodotti senza lattosio a partire dagli anni Ottanta. La Migros li propone nel proprio assortimento da circa 15 anni.

Il latte senza lattosio ha un sapore diverso?

Il gusto può effettivamente differire da quello del latte con lattosio. A causa del processo di lavorazione, il latte senza lattosio può essere percepito come leggermente più dolce. «Quando il lattosio viene scisso in glucosio e galattosio, questi due zuccheri semplici hanno un potere dolcificante maggiore rispetto al lattosio stesso», afferma Maxime Chuard, product manager del Gruppo Elsa di Estavayer le Lac (FR).

GUSTO

Come nasce il latte senza lattosio?

Chi soffre di intolleranza al lattosio predilige prodotti lattiero caseari particolari. Diamo uno sguardo al loro processo di produzione e scopriamo chi li ha inventati

È possibile trasformare ulteriormente il latte senza lattosio?

«Sì, con il latte senza lattosio si possono produrre quasi tutti i comuni prodotti lattiero caseari», spiega l’esperto Maxime Chuard. Le caratteristiche fondamentali del latte rimangono le stesse anche in assenza di lattosio, il che consente la trasformazione in yogurt, panna, formaggi freschi e altri derivati del latte.

Quante persone soffrono di intolleranza al lattosio?

In Svizzera ne è colpita circa una persona su cinque. In Cina e Giappone la percentuale raggiunge il 90%. I sintomi tipici dell’intolleranza sono gonfiore, dolori addominali o diarrea dopo il consumo di latte e prodotti lattiero caseari contenenti lattosio.

Testo: Edita Dizdar
La scelta giusta in caso di intolleranza al lattosio
Latte drink senza lattosio aha!
1.95

Un ventaglio di immagini eterogenee

Poesia ◆ In Semplici abbandoni, Alberto Bertoni esplora il dissolversi delle relazioni, la fragilità del ricordo e il senso instabile dell’esistere

L’ultimo viaggio di Nils Vik

Romanzi ◆ Ricordi di fantasmi e di incontri traghettati nei fiordi norvegesi nel libro di Frode Grytten, vincitore del Brage Prize

Angelo Ferracuti

Il giorno in cui Nils Vik morì (Carbonio, 2025) inizia in «un tranquillo e piovoso giorno di novembre» in un isolotto della Norvegia, quando l’omonimo protagonista, barcaiolo-traghettatore per tutta l’esistenza nei fiordi, sta vivendo il «suo ultimo giorno». Malinconico, già molto in là con l’età, parla a voce alta con il fantasma della moglie Marta, morta per un ictus ormai da tempo, e scrive un biglietto alle due figlie: «Ho lasciato questa casa e non vi farò più ritorno. Prendetevi cura l’una dell’altra. Papà», prima di salire sulla sua barca insieme al cane parlante Luna, morto anche lui, che però lo accompagna in questo ultimo viaggio. Nel battello conserva gelosamente un diario di bordo nel quale ha annotato nel tempo la vita del villaggio, le lunghe nevicate, ma anche le esistenze di quelli che salivano per essere trasportati, un memoriale che mette insieme i vivi e i morti in una sorta di Spoon River scandinava.

ti nell’iperrealismo dei giorni, nelle segrete del quotidiano, e dentro l’incantevole e fiabesco paesaggio nordico che entra in sintonia con i fatti narrati.

L’ultima raccolta poetica di Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, edita nella bianca di Einaudi, è già dal titolo molto indicativa di un modo di intendere, quasi sentire il mondo da parte dell’autore; una riflessione non solo sull’uomo e su quel suo rapporto sempre problematico col vivente, ma anche sulla precarietà della memoria individuale e collettiva. Un libro, questo, che a sfogliarlo, sembra un ventaglio di immagini eterogenee, che mai però si imbalsamano nella rigidità di un passato più o meno remoto; no, esse hanno, nella pagina, quella leggerezza capace di liberarsi dalle incrostazioni del tempo e riproporsi col loro carico di evidenze sull’ hic et nunc, quasi sorprendente. Insomma, ecco venire nel verso, luoghi, visioni, relazioni, capaci di comunicarci un senso dell’esistere più ampio ma sempre partendo dal particolare: «// Lo so, / lo so che in questo modo / vivo senz’altro poco / ma se mai mi fingessi di ortaggi devoto / e d’insalate e di altri / pastrocchi vegetali / cosa guadagnerei al più grande / tempo che tutti accoglie / nel gorgo di una polvere? // […]». E i semplici abbandoni per il poeta sono tali, proprio perché avvengono senza che nessuno, proprio nessuno, possa impedirli; e difatti la consunzione degli oggetti, delle cose, molte volte richiamate nella pagina, porta a un inesorabile abbandono, così come la loro dimenticanza.

Già, la dimenticanza, cos’è se non quella capacità cognitiva al suo declino, generante a sua volta per chi ne è toccato, l’abbandono del mondo ma ancor più di se stessi. In qualche modo è un ritornare nella pagina, con parole nuove e nuove rielaborazioni, su quel rapporto peraltro sempre indagato, tra ricordanza quasi leopardiana e suo oblio inteso come fine della memoria, e quindi dell’esserci. E allora, Alberto Bertoni, nelle sue micro storie quotidiane, non sembra proporci la chiarità di una relazione, il punto fermo di un’idea ma esattamente il suo contrario, cioè a dire il momento in cui le relazioni, le

idee, tendono ad annebbiarsi; di conseguenza chi è più l’altro? Che senso può avere la nettezza di un pensiero?

In definitiva, vi è nel giustapporsi di immagini remote, che si fissano alle recenti, un senso di tremore della visione, suo fatidico scollamento memoriale; in una parola aleggia una precarietà esistenziale: «[…] / l’Oltre che intuivo ogni tanto, / quel sovrappiù di senso, / era solo un riflesso d’erba / o il serpeggiare immotivato di una nuvola / subito girato l’angolo / Lanciato per sbaglio lo sguardo / fino all’aereo in alto».

«E quale lingua, mai, avrai parlato / nelle circostanze del trapasso / [...] / in quel tuo ragionare su Dante / sillabando l’idioma più caro»

Il poeta riflette profondamente su quella memoria oramai offuscata quasi del tutto, che si impossessa talvolta anche dei più vitali, rendendoli non più individui ma oggetti alla mercé di altri. E così compare la sagoma sbiadita del grande pugile degli anni Cinquanta del Novecento, Tiberio Mitri: «[…] / l’ex pugile e attore… / prima di prendere l’ostia / […] / accennava la mossa / del pugile in guardia / senza dire se poi scattava / di Tiberio anche il gancio sinistro / col quale ogni giorno mandava / al tappeto se stesso, / risucchiato alla fine da un treno / fra Civitavecchia e Roma / un’alba d’inverno al principio / del nuovo secolo // […]». Ecco poi nell’ultima parte materializzarsi la morte, la sua forma, alla quale il poeta dedica pagine grevi ma toccanti.

La nera signora che caccia nell’abbandono democraticamente chi tocca, anche quindi i grandi narratori, poeti, o saggisti fraternamente qui richiamati, come tra gli altri, Marco Santagata: «[…] // E quale lingua, mai, avrai parlato / nelle circostanze del trapasso / che ho sperato protratto / chissà per quanto / nel musicale

gorgheggio, / pappo e dindi dell’infante / o, in vista del vero finale, / in quel tuo ragionare su Dante / sillabando l’idioma più caro / e più abituale? // […]».

E così il mondo vita di Bertoni per converso, è proprio quello dell’attimo e del suo fulgore, non il tempo dissolto del fu degli anni, dei secoli; in Semplici abbandoni vi è la riemersione dello spazio essenziale del momento, e quindi di ogni momento. E il libro appare come libro delle domande, mai delle risposte, tanto che nel suo giro rabdomantico per le vie delle città, la bacchetta del poeta tocca i tanti punti delle storie collettive e li incrocia con quelli delle private, che sono pure loro domande. Cos’è la povertà? Il comunismo, il ventennio fascista, il nuovo fascismo, gli amori accennati e mai realizzati, le passioni per i cavalli, l’Inter. Tutti fantasmi, la cosa privata, quella pubblica, tutti transfughi e convergenti da uno stesso girone, sembrano ancora interrogarci con i loro sguardi sospesi.

L’autore ci restituisce una poesia, che esplorando la dimensione della precarietà, diviene essa stessa precarietà, scarto di senso: «Il mio idolo Luisito Suarez / in una delle ultime foto prima di morire / al ristorante Botinero di Milano / […] / ad anni 87 aveva messo su un faccino / senza baffi ma un po’ troppo appuntito / e grigio, / la mascherina molle attorno al collo, / gli occhi incapaci di decidere / da che parte guardare / se altrove o l’obiettivo, / […]».

Parole che si torcono, si alzano, ricadono giù, come se si reggessero su fonemi invisibili, rinforzando nel lettore la consapevolezza che ogni legame, sorriso, non può che durare che il tempo di un attimo. L’uomo che balli, ci suggerisce Alberto Bertoni, il suo ballo incantato ma sempre e solo dentro l’arco stretto del momento.

Bibliografia Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, Einaudi, 2025, 144 pp.

Con Il giorno in cui Nils Vik morì, Frode Grytten costruisce una Spoon River nordica fatta di presenze che sfumano nel paesaggio tra insenature e baie

Mentre Nils viaggia, ricorda e ripercorre l’intera esistenza che incrocia quella degli altri: ha accompagnato molte coppie al matrimonio; un giovane chitarrista ribelle finito con l’automobile tra le acque del mare; la donna disperata strafatta di alcol che prima di scendere gli ha chiesto di strangolarla; è stato il confidente di Jens Hauge, un uomo solo che cercava in una città vicina la compagna della vita; ha trasportato l’eccentrica Miss Norvegia 1966, così come l’attore Edward g. Robinson di cui aveva visto al cinema Song of Norway Attraverso lo sguardo attento e partecipato del protagonista quella che sembrava una storia privata diventa un romanzo corale a cornice, o meglio ancora un romanzo di racconti sospesi tra la vita e la morte, i destini incrociati di donne e uomini col-

Frode Grytten, con delicatezza e pudore, ci fa scoprire un mondo in bilico tra desiderio e rassegnazione, movimenti interiori di personaggi toccati dal daimon dell’esistenza, con i toni e la liricità della narrativa poetica. In questo libro struggente, di grande intensità, vincitore del premio norvegese Brage Prize nel 2023, molte delle persone trasportate sono ormai i fantasmi dei morti, come la signorina Alstadsaeter, l’insegnante che «sedeva nella cabina con pile di compiti da correggere», la quale gli confessa tutta la sua infelicità. Nils ricordava tutti i bambini che erano nati, le madri che aveva accompagnato a partorire, quello con il piede torto che da grande diventò un grande campione di basket, e la levatrice Kari Aga, che quando aiutava qualcuno a venire al mondo subito dopo beveva un bicchierino di cognac. Il protagonista, come si pensa accada prima di morire, rivede in poche ore tutta la sua vita: «In quell’ultimo giorno avrebbe disteso un filo attraverso il tempo, avrebbe seguito il tempo a ritroso, avrebbe osservato dove il tempo lo avrebbe portato». Adesso navigava in mare aperto e andava incontro alla sua fine : «Io sono Nils Vik, sono un uomo con una barca. Ho attraversato il fiordo con una barca piena di volti» […] «Il mio volto è esistito, e presto non esisterà più. Perdo velocità, cammino nell’aria senza meta, divento acqua, questa grande percentuale di me che è acqua, il mio volto che tornerà a essere acqua». Poi grida al fantasma di sua moglie Marta, come un naufrago felice: «Ti aspetto, amore mio». Di lei aveva scritto sul diario di bordo: «Sei necessaria come la terra, ho bisogno di te come il pane del mattino, come il sonno della sera».

Bibliografia

Frode Grytten, Il giorno in cui Nils Vik morì, Carbonio Editore, 2025

Guido Monti
«[…] / l’Oltre che intuivo ogni tanto, / quel sovrappiù di senso, / era solo un riflesso d’erba / o il serpeggiare immotivato di una nuvola / subito girato l’angolo / Lanciato per sbaglio lo sguardo / fino all’aereo in alto» da Semplici abbandoni di Alberto Bertoni. (freepik/IA)
Immagine di copertina del romanzo Il giorno in cui Nils Vik morì di Frode Grytten. (Carbonio Editore)

Frate Mitra e il suo doppio

Podcast ◆

Lorenzo Baravalle

propone il racconto della vita avventurosa di Silvano Girotto per OnePodcast

Cosa non convince in Frate Mitra, l’uomo che si infiltrò nelle Brigate Rosse, podcast in sei episodi di Lorenzo Baravalle, autore già noto per altri lavori a sfondo storico? Al di là di alcune mancanze tecniche e di qualche imprecisione che sarebbe stato meglio evitare – la non sempre accurata resa del suono dei materiali raccolti (testimonianze e interviste), una colonna sonora onnipresente, la strage di Piazza Fontana datata il 16 invece che il 12 dicembre del ’69 (il 16 – o meglio, nella notte fra il 15 e il 16 – morì Pinelli, «suicidato» per mano ignota dalla finestra della questura) – ciò che lascia davvero perplessi è il taglio con cui è affrontata la storia.

Frate Mitra racconta di Silvano Girotto (Caselle Torinese, 1939 – Torino, 2022), figura chiave – chiave e ambigua, come disse Sergio Zavoli in La notte della Repubblica (RAI, 1989 – 1990) – nell’avversare la più importante organizzazione di lotta armata dell’Italia degli Anni di piombo. Nel riportarne la vicenda Baravalle, salvo che per un non approfondito accenno, sembra oggi voler sorvolare sulle troppe coincidenze che ne costellano l’epopea, prendendo a riferimento specialmente la testimonianza che l’interessato affidò alla sua autobiografia (Mi chiamavano Frate Mitra, Paoline Editoriale Libri, 2002).

Girotto prestò servizio ai carabinieri del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa nel 1974, rendendo possibile, al termine della propria esperienza latinoamericana, l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini. La sua persona sembrava fatta apposta a fare da esca ai vertici delle BR e alla loro ingenuità (in verità Franceschini allora non era fra gli obiettivi, ma sorvoliamo): Girotto alias Frate Mitra, come veniva chiamato dai giornali, era figlio di un carabiniere – corrispondenza per lo meno curiosa – e dopo un’adolescenza turbolenta, che lo aveva visto senza documenti assoldarsi nella Legione

straniera, aveva avuto una vocazione cattolico-cristiana in virtù della quale aveva preso i voti, acquisito la fama di «prete rosso» accanto ai movimenti di protesta ed era partito come missionario per la Bolivia. Lì aveva abbandonato la tonaca per i guerriglieri del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria), entrando in contatto anche coi Tupamaros uruguayani, che, nuova singolare coincidenza, erano proprio quegli stessi rivoluzionari a cui strutturalmente si ispiravano i brigatisti. Quando nel 1971 la Bolivia fu scossa dal colpo di stato del colonnello Hugo Suaréz, Silvano Girotto riparò in Cile, dove in seguito a un altro al golpe –quello di Pinochet – si rifugiò presso l’ambasciata italiana in attesa del rimpatrio. Tornato a casa e grandemente mediatizzata la sua storia («era stato lanciato dal settimanale “Il Borghese” come un gran guerrigliero», racconta Mario Moretti in una lunga intervista pubblicata nel 1994), gli fu quindi offerto di collaborare nientemeno che col massimo organismo di contrasto ai movimenti eversivi dell’epoca. Cosa a cui presto acconsentì, per-

ché, disse, conscio della differenza di ambito rispetto all’America Latina e del pericolo in cui incorreva la democrazia italiana.

Ora, chi qui scrive non è uno storico e potrà forse sbagliarsi, ma, nel narrare il caso Girotto, dribblare quell’ambiguità a cui accennava Zavoli appare fallace. E questo al di là della vicenda del singolo, delle sue affermazioni –che comunque qui spesso risultano vaghe, pittoresche – e di ciò che divenne in seguito: operaio e sindacalista è praticamente scomparso dalle cronache, salvo per aver testimoniato al processo contro le BR del ’78 ed essere stato ascoltato, nel 2000, dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. La non piena chiarezza degli avvenimenti e il loro permanente lato ombra sembrano essere l’emanazione di una doppiezza molto più grande, appartenente a un contesto in cui, da parte di forze ramificate nello Stato, il depistaggio è pratica corrente (Piazza Fontana, Pinelli, la strage di Bologna), i colpevoli non hanno nome – e se ce l’hanno è incerto, oppure è tardi perché rispondano dei propri atti – e i processi non trovano vera fine.

Debole Lisistrata

Teatro ◆ La rilettura di Serena Sinigaglia del testo di Aristofane diverte ma resta superficiale

Laura Di Corcia

Ha esordito a Siracusa, con un impianto molto più ampio, la Lisistrata di Aristofane rivisitata da Serena Sinigaglia, un lavoro frutto dell’adattamento di Emanuele Aldrovandi che si fregia della presenza in scena di una talentuosissima Lella Costa nei panni della protagonista.

Lo spettacolo, che vedeva in scena oltre quindici interpreti e che doveva risultare nella soluzione iniziale alquanto possente, è stato adattato e ridotto, per compiere una tournée teatrale che ha toccato diverse tappe fino a raggiungere, lunedì e martedì scorso, anche il LAC di Lugano, dove in occasione della prima serata lo spettacolo ha quasi riempito la sala.

Sei attori in scena, oltre alla magnetica Lella Costa apparsa con una tunica color arancione, tre uomini e tre donne. Dal soffitto pendono dei fili rossi, a indicare il lavoro delle donne e il colore della passione, che formano, nei loro nodi, un interessante e intrigante dispositivo scenografico.

Lo spettacolo parte bene: Lisistrata, donna ateniese, chiede a un gruppo di donne di negarsi ai loro mariti, e in generale ai loro partner, per un perio-

do di tempo abbastanza lungo da convincerli a porre fine alla guerra, quella che da anni sfianca Atene e Sparta. All’inizio le donne sono restie, ma infine, rendendosi conto dell’importanza della causa, accettano.

Da lì diventa tutto un po’ confuso e ingarbugliato; a rimanere ben saldo, invece, è il registro goliardico, sul cui pedale si calca un po’ troppo. Anche i continui rimandi all’atto sessuale, evocato a ogni piè sospinto, risultano alla lunga triti; certamente il testo di Aristofane non è esente da allusioni e sconcezze, non è certo volto alla pruderie, ma l’attualizzazione, accantonate le altezze e le raffinatezze della lingua di partenza, che sapientemente mescolava alto e basso, e trasformando l’intera compagine nella medietas della lingua oggidiana, ha come effetto la piattezza, la ridondanza.

Dopo l’ennesimo riferimento all’atto sessuale, ha senso mettere in scena un personaggio con un enorme fallo dorato, per esempio? Quello che in prima battuta suscita risate e coinvolgimento, alla lunga stanca, e questo è il primo punto critico del testo. Un altro aspetto però indebolisce la messa in scena e la rende traballante e meno pungente di quanto avrebbe potuto essere, e ha sempre a che fare con l’attualizzazione.

La Lisistrata rivisitata da Sinigaglia appare come un’eroina femminista, ma c’è un eccesso di retorica nello spiegare le ragioni del femminile verso il maschile. Ragioni che hanno a che fare con la tessitura, certo, e la scenografia, di per sé molto eloquente, lo spiega già da sola, senza bisogno di didascalie e postille, le quali invece abbondano. Insomma nemmeno la perizia e la presenza scenica di Lella Costa riescono a salvare uno spettacolo che risulta a tutti gli effetti un po’ debole, un po’ troppo a tesi. Si esce pensando che questo lavoro non rimarrà impresso a lungo, perché non ha saputo toccare corde profonde né eccellere in nessun modo.

Cover del podcast dedicato a Silvano Girotto, noto anche con il nome di Frate Mitra.
Al centro della scena, Lella Costa nel ruolo della protagonista Lisistrata (©2025 Serena Serrani)

Il rapper martire per eccellenza

Graphic novel biografiche ◆ Un’opera dal respiro internazionale ripercorre la controversa vicenda umana e artistica di Tupac Shakur

Chiunque abbia seguito da vicino una stagione magica – eppure, allo stesso tempo, intrisa di grande tensione – come quella offerta dalla scena rap afroamericana di metà anni Novanta, può senz’altro confermare come si sia trattato di un periodo irripetibile, animato da incredibili sperimentazioni e coraggiose opere prime, ma, allo stesso tempo, anche da drammi e tragedie concretizzatesi in molteplici aggressioni e atti violenti, in molti casi sfociati nella morte di alcune delle figure più coraggiose e rappresentative.

Su tutte, forse nessuna ha colpito l’immaginario collettivo quanto Tupac Shakur (1971-1996), divenuto negli anni un vero e proprio martire a causa della sua morte, avvenuta a soli 25 anni a opera di un sicario mai identificato. L’eredità artistica e morale lasciata dal musicista e attore, che in appena pochi anni di attività ha letteralmente trasformato il mondo del rap, è tale da aver fatto sì che dopo la morte, Tupac riuscisse rapidamente a superare e trascendere i confini del mero universo hip hop per divenire un’immortale e universale icona della cultura popolare di matrice afroamericana.

L’appeal a dir poco universale della sua musica (nonché l’innegabile fascino tuttora esercitato dalla sua figura) è riuscito infatti a far passare in secondo piano anche aspetti meno edificanti della propria persona, come le accuse secondo le quali il suo passaggio dalla musica di matrice politica al cosiddetto gangsta rap sarebbe stato la causa principale del violento inasprimento delle ostilità tra quegli artisti che, come lui, di fatto frequentavano gang e malavita organizzata.

Oggi, la dimostrazione più lampante di come questa figura tanto controversa, e per molti versi incredibilmente affascinante, sia assurta a uno status che ben pochi rapper possono vantare – in fondo, quello di «leggenda del ghetto» – sta nel fatto che, negli ultimi anni, Shakur è stato oggetto di più di una graphic novel; su tutte, però, spicca una produzione intera-

mente made in Italy, anche questa volta edita dai tipi di BeccoGiallo, nome che ormai rappresenta una vera e propria garanzia di qualità nel panorama fumettistico italiano. Si tratta di Tupac

Shakur: Solo Dio può giudicarmi, volume firmato nel 2016 da Antonio Solinas ai testi e Paolo Gallina ai disegni, e che oggi, in occasione del trentennale della morte del rapper, è oggetto di una nuova, attesissima ristampa. Del resto, un simile riscontro di pubblico è del tutto giustificato: basta considerare la suggestiva parabola esistenziale di Tupac per rendersi subito conto di come qualsiasi narratore si imbarchi nell’impresa di raccontarne la breve vita sia giocoforza condannato a muoversi sul filo del rasoio, in bilico tra l’idea che molti hanno di Shakur come di un criminale – colui che avrebbe dato vita a un letale scontro fra gang, tramutando le faide artistiche tra i rapper delle East e West Coast in una guerriglia urbana combattuta a suon di proiettili – e l’immagine di eroe immolatosi sull’altare dello stile di vita quantomeno rischioso che aveva scelto (o che, secondo altri, gli era stato imposto dalle circostanze della vita). Eppure, si tratta anche della stessa persona che ha fatto della denuncia delle ingiustizie sociali il leitmotiv della prima parte della propria carriera, e che forse ha finito per pagare con la vita una coerenza artistica mantenuta fin quasi all’ultimo.

E qui sta il vero punto di forza di questa graphic novel, il cui scopo appare essere proprio quello di esprimere al meglio la dualità del personaggio –rappresentata appieno dalla perfetta e invidiabile combinazione tra l’aspetto squisitamente grafico della narrazione per come gestito dalle matite di Gallina, e lo sguardo sulla vicenda proposto dalla sceneggiatura di Solinas; la fusione tra i due elementi è infatti perfetta, a cominciare dai disegni al tratto crudi ed essenziali, inseriti all’interno di una cosiddetta gabbia (la struttura della pagina considerata in base alla suddivisione in vignette) modellata su uno

stile di matrice fortemente americana, con chiari riferimenti al leggendario Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller. Ecco, quindi, che le sequenze narrative più importanti ed emotivamente forti diventano davvero un «pugno nello stomaco», caratterizzate come sono da vignette dal taglio dinamico e una scansione solo apparentemente ripetitiva, in cui il linguaggio cinematografico diventa riferimento principale ai fini di un coinvolgimento emotivo pressoché totale da parte del lettore. Difatti, la scommessa funziona benissimo, grazie anche alla sintesi del disegno, il quale, seppur basato su pochi tratti distintivi, risulta estrema-

mente espressivo, in linea con l’essenzialità da cui è pervasa l’intera opera; in tal senso, anche la grande quantità di testo spesso presente nelle tavole diventa una ricchezza, tanto che, anziché appesantire il colpo d’occhio, ne valorizza ancor più la narrazione.

L’imprevedibilità della gabbia, i toni sgargianti della colorazione a computer, l’agilità grafica delle pagine e la scorrevolezza della linea narrativa divengono così fattori fondamentali nel fare di questo Solo Dio può giudicarmi un lavoro che risponde in tutto e per tutto alle più alte aspettative dei fan di Tupac: un volume profondamente radicato nella cultura statunitense,

tanto da poter passare per un fumetto d’oltreoceano.

Del resto, quella di Shakur è una storia che non avrebbe potuto aver luogo in nessun altro contesto che quello della «black America»: la sua breve quanto pienissima vita suona come una tragedia shakespeariana in stile gangsta, al punto da non richiedere nessun particolare filtro narrativo per poter divenire un’epopea a fumetti. E forse, al di là delle mille controversie, teorie contrastanti e mitizzazioni varie che a tutt’oggi circondano il personaggio Tupac, ciò che rende questa graphic novel tanto efficace e significativa è proprio la sotterranea natura sfuggente del protagonista: quel suo essere perennemente sospeso tra bene e male, tra ciò che può essere definito «giusto» e «sbagliato» rende pressoché impossibile esprimere un giudizio definitivo su di lui – cosa di cui il diretto interessato era ben consapevole, come del resto indicato dalla citazione che dà titolo al volume. E che rappresenta, in fondo, la vera ragion d’essere di quest’opera, facendone una testimonianza finalmente vera e viva della vicenda umana e professionale di Tupac Shakur.

Bibliografia

Antonio Solinas, testi, e Paolo Gallina, disegni, Tupac Shakur: Solo Dio può giudicarmi, Becco Giallo, 2016 (oggi in ristampa)

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Daniel Spoerri e il Giardino dell’arte condivisa

Incontri ◆ Susanne Neumann racconta l’eredità dell’artista svizzero, dal Nouveau Réalisme al museo a cielo aperto

Protagonista della scena artistica internazionale nella seconda metà del Novecento, l’artista svizzero Daniel Spoerri scompare all’età di 94 anni, il 6 novembre 2024, lasciando un’importante eredità «materiale» collettiva, il museo a cielo aperto che porta il suo nome. A Seggiano, tra le colline della Toscana (in provincia di Grosseto), si erge un parco di sedici ettari in cui sono esposte 115 sculture. In una sorta di meditazione camminata, lungo un percorso che si snoda tra viali alberati, campi e piante di olivo, si passeggia godendo dell’estetica di questo paesaggio collinare che si apre a una magnifica vista sui borghi circostanti, arredato delle maestose e originali installazioni di incredibile bellezza firmate dai 55 artisti, appartenenti alla cerchia di amici di Spoerri. Incontriamo la presidente della Fondazione del Giardino, «Hic Terminus Haeret», Susanne Neumann, che è stata anche assistente dell’artista dal 2000 al 2015.

Dal riuso degli oggetti all’idea radicale che anche mangiare possa diventare arte, Spoerri trasformò il gesto quotidiano in opera

Susanne Neumann, come si inserisce l’artista nel panorama artistico? Nel 1960, Spoerri firmò il manifesto di fondazione del Nuovo Realismo, che voleva contrapporsi all’arte astratta, insieme a un gruppo di artisti (Jean Tinguely, César, Yves Klein…). L’industrializzazione cominciava a generare il superfluo e loro intuirono che si sarebbe instaurata la logica dell’usa e getta. Cominciarono quindi, in modo rivoluzionario, a riutilizzare gli oggetti di uso quotidiano per farne arte. Sulla scia di Marcel Duchamp, il quale invertiva la dinamica stabilendo che sta all’artista decidere quale oggetto diventa opera d’arte, Daniel andò oltre, asserendo che anche il rito del mangiare è un atto artistico. Inventò il concetto della Eat Art e sviluppò l’idea del tableau piège, in cui «l’artista si ritira» e le persone che mangiano diventano artisti. È il caso che decide: un concetto molto importante e bello. Spoerri è diventato famoso inizialmente soprattutto all’interno della cerchia di artisti, per le idee e i concetti che

Il Visitatore (Der Besucher) di Esther Seidel, e il Sentiero Murato Labirintiforme (1996/1998) di Spoerri. (Foto Susanne Neumann)

ha sviluppato… tra questi anche il concetto del Multiple (per riprodurre opere d’arte per più persone con pochi soldi).

Arte e cibo. Ricordo i panini farciti con spazzatura, chiodi e vetri rotti, a simulare lo spreco alimentare (mostra Grocery Store, Copenaghen, 1961) o le frittate di formiche nei menu…

Quando tornò dalla Grecia, decise di aprire un ristorante a Düsseldorf, divenuto ormai leggenda-

Biografia dell’artista

Daniel (Isaac Feinstein) Spoerri, nasce a Galati (Romania); nel 1942, dopo l’uccisione del padre e in seguito alle persecuzioni antisemite, la famiglia restante si rifugia in Svizzera, dove Daniel vive dallo zio. Tutta la famiglia prende il nome della madre svizzera Lydia Spoerri. Daniel si dedica inizialmente alla danza (primo ballerino allo Stadttheater di Berna e assistente di regia al Landestheater di

rio. Nella galleria annessa esposero anche Joseph Beuys, Dieter Roth o Robert Filliou e tutti gli artisti importanti di quel periodo. Spoerri aveva uno spirito attento, spiritoso, ironico e anche imprenditoriale e queste proposte erano delle idee per promuovere il ristorante… una volta morì un elefante nello zoo e mise nel menu delle bistecche della sua proboscide! Quasi nessuno ordinava questo genere di piatti, ma la gente era incuriosita e, per un attimo, all’idea di poterli mangiare provava

Darmstadt), successivamente all’arte visiva. Si dedica poi anche alla scrittura e all’editoria. Artista poliedrico e istrionico, firma nel 1960 con Jean Tinguely, Yves Klein, Arman e altri il manifesto dei Nouveaux Réalistes Dal 1978 al 1989 insegna in Austria e Germania. Conosciuto per la sua Eat Art, nel 1997 dà vita alla Fondazione Hic Terminus Haeret a Seggiano (Toscana). Muore a Vienna nel 2024.

un brivido. Gli avventori, dopo aver mangiato una bistecca classica di vitellone e non di elefante, potevano comprare la propria cena come quadro: un tableau piège, 70 x 70 cm, con sfondo blu, una sorta di foto tridimensionale di un momento particolare della loro vita, di quando si sono ritrovati a mangiare con degli amici: proprio su quel tavolo, in quello specifico momento, con quella atmosfera; magari hanno litigato e hanno fumato mille sigarette… e tutto questo entrava nell’opera, tutto veniva fermato nel tableau piège!

Come nacque l’idea del Giardino? Nel 1989, Daniel decide di lasciare la cattedra di Monaco e di vivere e restaurare la Fattoria Il Giardino. Comincia a installare i bronzi che aveva appena iniziato a fondere e a sperimentare come la sua arte e le sue sculture interagiscano con la natura. Dal 1990 al 1997 installa le sue prime tredici opere e successivamente comincia ad accogliere quelle degli amici artisti – in primis di Eva Aeppli, Jean Tinguely e Pavel Schmidt. Prende così forma il parco artistico e nel 1997 viene inaugurata

la Fondazione Hic Terminus Haeret – Il Giardino di Daniel Spoerri, per garantirne una continuità. Fino alla sua morte (2024), ogni primavera, il lunedì di Pasquetta, abbiamo festeggiato e inaugurato la nuova stagione con una o più sculture nuove. Gli artisti invitati a esporre facevano tutti strettamente parte della vita di Spoerri, erano suoi amici: per lui veniva prima l’amicizia, e poi l’arte.

Come continua il progetto?

Quest’ultimo anno abbiamo iniziato a dedicarci alla realizzazione dei progetti che Daniel aveva iniziato e il 6 aprile abbiamo come di consueto inaugurato la nuova stagione, annunciando alcuni cambiamenti strutturali. In primo luogo l’intenzione di accogliere, da ora in poi, solo oeuvres éphémères, non più opere fisse, salvo tutti i progetti che Daniel Spoerri aveva iniziato e non ancora concluso. In seconda istanza, stiamo proponendo un calendario (programma online) di attività ed eventi: una mostra, un corso di cucina, un trekking, un art talk, eccetera.

Può raccontarci qualche aneddoto di Spoerri?

Spoerri guardava sempre avanti, al futuro. Mai indietro, ma sempre a quello che si può fare, ai progetti, alle idee, a come realizzarle: era instancabile e per questo è riuscito a fare un’opera incredibile. Lui non collezionava solo oggetti, ma anche le persone, e diceva sempre: «sono un catalizzatore»… Infatti, attorno a sé aveva una varietà di amici estremamente diversi: artisti, ma non solo; persone dalle mille professioni che provenivano dal mondo intero e parlavano in tutte le lingue! Aveva il pregio di vedere le qualità delle persone e di sapergliele tirare fuori ancor prima che loro stessi ne fossero consapevoli.

Dove e quando Il giardino di Daniel Spoerri, Strada Provinciale Pescina, Seggiano. Aperto dal 1. aprile al 3 novembre: tutti i giorni dalle 10 alle 20 (per la visita sono consigliate un paio d’ore). Novembre-marzo, aperto su richiesta. Aperto i festivi di Natale e di Capodanno. Email: info@danielspoerri.org Web: www.danielspoerri.org

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GUSTO

Una star in verde

Il basilico è il protagonista nascosto della cucina italiana. Sulla pizza, come pesto o in un’insalata caprese: questa delicata erba aromatica dà sempre il meglio di sé

Testo: Claudia Schmidt

Flan di basilico alla crudaiola

Antipasto per 4 persone per 4 formine per timballo di ca. 1 dl

1½ mazzetti di basilico

1 spicchi d’aglio

250 g di tofu seta

2,5 dl di bevanda alla soia o latte vaccino

1 bustina d’agar-agar da 8 g sale pepe

Crudaiola

250 g di pomodori cherry

½ mazzetto di basilico

1 cipolla rossa piccola

2 cucchiai di succo di limone

3 cucchiai d’olio d’oliva sale pepe rosa

1. Sciacquate gli stampi sotto l’acqua fredda. Strappate dai gambi le foglie di basilico, versatele in acqua bollente e portatele brevemente a bollore, finché si afflosciano. Estraetele con una schiumarola e passatele sotto l’acqua fredda. Lasciate sgocciolare. Strizzate bene il basilico tra le mani e tritatelo grossolanamente.

2. Trasferite il basilico in un recipiente alto. Schiacciate l’aglio direttamente sul basilico. Scolate il tofu e aggiungetelo a pezzetti. Portate a bollore la bevanda di soia e l’agar-agar e fate sobbollire per ca. 2 minuti. Unite la bevanda di soia calda al tofu. Riducete in purea il tutto con il frullatore a immersione. Condite con sale e pepe. Versate negli stampi e mettete in frigorifero per almeno 4 ore.

3. Per la crudaiola, tagliate in due o in quattro i pomodori. Tenete da parte alcune foglie di basilico. Tritate separatamente la cipolla e il basilico restante. Mescolate il tutto con il succo di limone e l’olio. Condite con sale e pepe.

4. Capovolgete gli stampi e servite i flan di basilico con la crudaiola e le foglie di basilico tenute da parte.

Ricetta
Qui puoi scaricare l’app Migusto

Filetto di maiale in manto di pancetta e basilico

In questa ricetta, il filetto di maiale grigliato viene farcito con il pesto, avvolto nella pancetta e servito con pomodori datterini.

Focaccia

al basilico con insalata

Inconfondibilmente

italiana: focaccia fatta in casa spennellata con olio al basilico condita con rucola, zucchine, pomodori e parmigiano. Che bontà!

Penne al pesto con zucchine

Piatto principale per 4 persone

400 g di penne sale

2 cucchiai di pinoli

1 mazzetto di basilico

8 cucchiai d’olio d’oliva

1 cipolla

1 zucchina da ca. 250 g

4 mini burrate da 50 g l’una pepe

1. Lessa le penne al dente in abbondante acqua salata e scolale.

2. Nel frattempo, tosta leggermente i pinoli da tutti i lati in una padella antiaderente.

3. Metti da parte alcune foglie di basilico. Riduci in purea il basilico restante con i pinoli, la metà dell’olio e l’aglio. Condisci con sale e pepe.

4. Dimezza la cipolla, tagliala a striscioline e falla appassire nell’olio. Aggiungi la zucchina grattugiata con la grattugia per rösti e soffriggi brevemente. Unisci le penne e il pesto, poi mescola.

Piccata di funghi con risotto al basilico

Piccata vegetariana: i funghi (shiitake e cardoncelli) impanati con uova e formaggio vengono rosolati e serviti su risotto al basilico.

Mai tritarlo

È preferibile spezzettare le foglie solo con le dita e non tritarle con il coltello. Le foglie di basilico infatti ossidano rapidamente e diventano poco attraenti. Le foglie spezzettate a mano mantengono più a lungo il colore e l’aroma.

Evitare il calore Gli aromi pepati del basilico si volatilizzano

letteralmente non appena vengono riscaldati. Per questo motivo le foglie vengono solitamente utilizzate solo al momento dell’impiattamento oppure aggiunte nelle fasi finali della preparazione.

Erba del re Il nome basilico deriva dal greco e significa «re» oppure «pianta medicinale regale».

Ricetta
Pesto di basilico Anna’s Best 125 ml Fr. 2.95
Basilico Bio 13 cm 1 pezzo Fr. 4.95
Buono a sapersi

Per la Festa della mamma fate invidia ai papà.

Il cioccolato senza fronzoli.

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Quando è stato inventato il gelato?

Quando e dove sia stato gustato il primo gelato non è del tutto chiaro. Potrebbe essere avvenuto intorno al 3000 a.C. in Cina. Si racconta che i sovrani dell’epoca facessero allestire depositi di neve e ghiaccio, raccolti in precedenza dalle regioni montane. Per dare sapore si usavano miele, vino, frutta o spezie. Anche gli antichi Greci e Romani gustavano la loro neve ghiacciata aromatizzata in modo simile.

2Qual è la differenza tra sorbetto e gelato?

Il sorbetto e il gelato si distinguono principalmente per gli ingredienti e la consistenza. Il sorbetto è composto essenzialmente da purea di frutta, acqua e zucchero. Non contiene latticini ed è quindi più leggero nel sapore. Il gelato, invece, contiene latte, panna o alternative al latte, che gli conferiscono una consistenza più cremosa.

3

Chi ebbe l’idea del gelato su stecco?

La leggenda narra che nel 1905 l’americano Frank Epperson inventò per caso il gelato a stecco. Quando aveva 11 anni, durante l’inverno lasciò involontariamente all’aperto un bicchiere di limonata con un cucchiaio dentro. La mattina seguente scoprì che la limonata congelata si era staccata dal bicchiere e poteva essere mangiata come un gelato su stecco. Nel 1923 brevettò la sua scoperta con il nome «Popsicle».

4

Perché l’Italia è considerata una nazione di gelati?

Perché in nessun altro Paese ci sono così tante gelaterie. E perché i gelati vengono per lo più prodotti direttamente nei negozi. Il gelato ebbe probabilmente origine nel XVI secolo. La famiglia Medici, una dinastia fiorentina molto ricca, avrebbe già allora servito questo dessert freddo. L’architetto e inventore Bernardo Buontalenti perfezionò una ricetta a base di latte, zucchero e aromi naturali. Questo gelato, rispetto ad altri tipi di gelato al latte, contiene meno grassi e meno aria, il che lo rende particolarmente cremoso e intenso nel sapore.

5

Cosa fare con il gelato mangiato a metà?

Finché il gelato è solo leggermente scongelato e all’interno è ancora solido, puoi rimetterlo nel congelatore. È meglio confezionarlo in modo ermetico, ad esempio con pellicola trasparente oppure in un contenitore con coperchio. In questo modo eviti che il gelato assorba odori estranei o che si formino grossi cristalli di ghiaccio.

GUSTO

Evviva, è l’ora del gelato!

Come un undicenne inventò quello su stecco, perché l’Italia è diventata una potenza in materia e che cosa si nasconde dietro il «mal di testa da gelato»: 10 curiosità su questa fresca golosità

Testo: Edita Dizdar

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Serve una macchina per la preparazione?

Una macchina per il gelato non è indispensabile, ma facilita la preparazione. Al suo interno la miscela viene raffreddata e mescolata contemporaneamente, permettendo di ottenere una consistenza cremosa senza la formazione di cristalli di ghiaccio. Nella preparazione senza macchina lo sforzo è maggiore: durante il congelamento il gelato deve essere rimescolato regolarmente a mano. 7

Il gelato si è sciolto, e adesso? Il gelato sciolto non deve essere ricongelato, perché potrebbero formarsi batteri. Non è però necessario buttarlo via, a patto di usarlo subito in un’altra preparazione. Può essere utilizzato, ad esempio, come base per frullati al latte oppure come salsa dolce per dessert, da servire con cialde, pancake o frutta. Il gelato sciolto può anche essere impiegato in ricette di torte o muffin come sostituto del latte, sciolto nel caffè freddo oppure usato come ripieno per le crêpes.

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Come si ottengono delle belle palline di gelato?

Per ottenere palline di gelato ben sagomate è meglio usare un porzionatore per gelato. Scaldalo brevemente, ad esempio sciacquandolo con acqua calda, asciugalo e poi immergilo nel gelato leggermente ammorbidito.

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Perché fa male la testa quando si mangia il gelato?

Questo fenomeno si chiama brain freeze, noto anche come mal di testa da freddo. Si tratta di un dolore acuto e di breve durata che si manifesta dopo aver consumato rapidamente cibi o bevande molto freddi. Nasce a causa di un improvviso raffreddamento del palato. «Questo rapido cambiamento invia segnali di dolore attraverso il nervo trigemino fino alla fronte», scrive Wojtek Mydlarz, medico specialista della Johns Hopkins University, in un articolo online. Premere la lingua contro il palato per alcuni secondi può aiutare ad attenuare il dolore.

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Come trasportare il gelato dal negozio a casa in modo sicuro? È preferibile usare una borsa termica isolata oppure una cooler box con elementi refrigeranti. In estate può essere utile anche avvolgere il gelato in un asciugamano, per ridurre la circolazione dell’aria e mantenere il freddo più a lungo. Prendi il gelato dal congelatore solo alla fine della spesa, così resterà il meno possibile esposto all’aria calda.

Novità in assortimento
Fun Cornet Exotic 6 × 145 ml Fr. 8.95
Gelato Fior di latte Nocciolata Crème d’Or 500 ml Fr. 6.30

Un regalo fatto a mano per la mamma

Dalla porcellana fredda a una piccola composizione da appendere, un progetto accessibile che unisce manualità e affetto in un unico oggetto

Milioni di storie familiari

Con il proprio archivio globale, FamilySearch spinge sempre più persone a intraprendere viaggi anche

Oltreoceano per riscoprire i propri luoghi d’origine

Alle radici andine di papa Leone XIV

Reportage ◆ Devozioni popolari e sincretismi religiosi del Perù di Chiclayo hanno formato lo sguardo di Robert Francis Prevost, chiamato a guidare a Chiesa l’8 maggio 2025

Enrico Martino, testo e foto

«San Judas Tadeo? Bisogna pregarlo per nove giorni, nove volte al giorno, e dopo nove giormi la grazia richiesta arriva, sempre». Probabilmente anche Leone XIV, quando era ancora Robert Francis Prevost vescovo di Chiclayo – da un anno papa di Roma (è stato eletto l’8 maggio 2025) – se lo sarà sentito ripetere molte volte da qualche fedele inginocchiato davanti al patrono delle cause impossibili, il più gettonato in tutta l’America Latina, almeno a giudicare dalle candele. D’altronde a chi altro ci si potrebbe rivolgere in quella pianura desertica spazzata dal vento e dalla polvere, un non luogo lungo le coste settentrionali del Perù dove nei mercati frutta e verdura convivono senza problemi con immagini religiose, amuleti contro il malocchio e piramidi di sanpedritos, i cactus allucinogeni usati dai curanderos per guarire anime e corpi. Un travolgente sincretismo commerciale e religioso con cui avrà dovuto fare i conti «el padre Bob» come tutti chiamavano da queste parti il

nuovo papa, nato e cresciuto negli Stati Uniti ma anche cittadino peruviano di una «segunda patria» dove ha vissuto per molti anni, un amore ricambiato dall’entusiasmo con cui i peruviani hanno accolto la sua elezione.

Molti commentatori hanno enfatizzato questa esperienza nel tentativo di decifrare le possibili linee guida del suo pontificato, trascurando però spesso un elemento probabilmente fondamentale, l’esperienza di un incontro ravvicinato con le fulminanti rivelazioni e le ruvide contraddizioni di un sincretismo religioso nato dall’incontro-scontro tra il cattolicesimo imposto cinque secoli fa dai conquistadores spagnoli e la profonda spiritualità dei popoli andini.

Tra Cristi e Madonne

Oggi i tre quarti della popolazione peruviana sono ufficialmente cattolici e la religione rimane una componente essenziale della cultura nazionale. Le immagini di Cristo e della Madonna sono onnipresenti in tutti gli uffici pubblici, un’apparente unanimità religiosa che nasconde un intrigante puzzle in cui convivono il trionfalismo di un cattolicesimo a dir poco conservatore e la radicalità della Teologia della Liberazione, legata alla giustizia socia-

le e nata proprio in Perù. Cattolicesimo e una travolgente crescita di nuove religioni, soprattutto evangelici, si mescolano al sincretismo andino delle feste di pueblitos sperduti, impregnate di culti preispanici legati alla Pachamama, la Madre Terra protettrice della natura e dei raccolti, e al dio del sole Inti.

Un gioco di specchi che bisogna vivere e respirare nella sua quotidianità per riuscire a comprendere le linee di faglia religiose che ricalcano le divisioni socioculturali peruviane, a partire dal trionfalismo di un cattolicesimo che rivendica la sua centralità ogni ottobre con una delle più imponenti processioni cattoliche del mondo, quando il Señor de los Milagros, il Cristo Viola protettore di Lima, omaggiato da milioni di persone, si materializza nel cuore della capitale ondeggiando ritmicamente tra i fumi azzurrini di nuvole d’incenso sollevate da centinaia di turiboli.

Un’immagine da quadro del Settecento affollato di pie donne che emergono da un mare di pizzi sullo sfondo di palazzi coloniali e di confratelli della Hermandad, una Fraternità che trasuda orgoglio e tradizione arrancando sotto il peso del palanchino, mentre vecchine dalla forza sovrumana provano a travolgere i cordoni di poliziotti nel tentativo di baciare la statua.

Valle Sacra. Chiesa coloniale vicino a Maras, sullo sfondo la Valle Sacra con il ghiacciaio Nevado de la Veronica (7550 m). Sotto: Francisco, sciamano del villaggio di Santo Tomàs. Nella pagina accanto in senso orario: Jalca Grande, la prima capitale fondata dai conquistadores a Chachapoyas; Lima, «Señor de los Milagros» (Signore dei Miracoli): molte donne indossano il viola per tutto il mese; «La benedizione della strada» in un quartiere popolare; Lima, «Señor de los Milagros» è la processione più solenne del Perù.
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Nel frattempo, protestanti, evangelici, testimoni di Geova, mormoni e avventisti costruiscono nuovi edifici religiosi, soprattutto nei quartieri più poveri dove l’emigrazione dalle campagne ha spazzato via ogni radice culturale. Una sfida anche per le nuove generazioni di cattolici impegnati a ribaltare un lungo passato di vescovi latifondisti e ambigue collusioni con il potere, soprattutto dopo la pubblicazione nel 1973 di Teologia della Liberazione del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez.

Un libro e un manifesto che hanno messo al centro del messaggio cristiano l’opzione per i poveri e che, nonostante lo strisciante ostracismo di papi e gerarchie, hanno spinto molti fedeli a creare nuove forme di religiosità e solidarietà comunitarie dal basso, riaccendendo la fede in molti pueblos jovenes. Cinturoni di baraccopoli che circondano Lima, grigi come il deserto di aride colline a cui sono appesi grappoli di casupole pronte a franare a ogni pioggia. Qua e là solo qualche improbabile parete azzurra o rosa sembra un grido di speranza per un’improbabile vita migliore, come i comedores populares, i «ristoranti popolari» che molte madri organizzano nelle parrocchie per i bambini che frequentano le scuole, e spesso non hanno da mangiare neanche a casa.

Gli immigrati quechua

Tra le strade polverose di Villa Salvador, una comunità di immigrati quechua sta festeggiando il santo patrono del suo paese natale perso tra le Ande davanti a un precario altare all’aperto in un tripudio di ceri e inquietanti facce di bambole che spuntano dai ponchos di ballerini dai volti nascosti. Lampi di una religiosità «altra» sideralmente lontana dagli ori delle grandi cattedrali coloniali e dalle grandi pale d’altare da cui si sporgono Cristi sanguinanti e santi che oscillano tra un’estenuata grazia barocca e un’attrazione fatale per il macabro che culmina nelle ossessive geometrie di ossa dimenticate per secoli nelle cripte del convento di San Francisco a Lima.

Un monastero di nobili rampolle

Un altro monastero, Santa Catalina ad Arequipa, un tempo accoglieva le seconde figlie delle grandi famiglie, quelle che non avevano diritto a un matrimonio all’altezza del loro rango. È il più grande del mondo cattolico e il più famoso dell’America Latina, oltre ventimila metri quadrati di

chiostri e giardini che per secoli sono stati una sorta di club esclusivo nascosto da mura imponenti nel cuore di Arequipa per giovani rampolle della nobiltà coloniale che rinunciavano ai piaceri del mondo. Fino a un certo punto, perché le monache, al riparo da sguardi indiscreti e servite da centinaia di schiave, vivevano come nei loro palazzi tra scandali e feste di cui si sparla ancora dopo secoli. Nel 1871 dovette addirittura intervenire il Vaticano, costretto a dare una regolata a questo quadrilatero di pietra dove oggi solo la fugace apparizione di qualche saio rivela l’esistenza delle ultime suore.

Ancora più invisibile, il coro delle carmelitane del convento di Santa Clara di Ayacucho scivola nell’aria rarefatta di un mattino andino. «Un tempo, neanche troppo lontano, le indias non potevano neanche sedersi in chiesa» ricordano i vecchi seduti in Plaza de Armas, «se ci provavano una suora le faceva subito sloggiare, perché “le panche sono per i bambini e la gente perbene”, e se non bastava il parroco interrompeva la predica per farle alzare».

L’abisso tra indios e haciendados

Bisogna venire ad Ayacucho per capire l’abisso palpabile tra indios e discendenti di spagnoli che esiste dai tempi di Pizarro in questa capitale della canna da zucchero dove gli haciendados, i grandi latifondisti, regnavano come signori assoluti e dove non a caso è nato Sendero luminoso, il movimento guerrigliero più feroce dell’America Latina.

Oggi però i campanili delle trentatré chiese, «tante come gli anni del Signore», svettano di nuovo tranquilli verso il cielo e le studentesse dei collegi cattolici sfilano davanti alle autorità inalberando cartelli che inneggiano a «Dio, patria e studio». Anche a Trujillo, «la città più pia di tutto il Perù», un bus che mostra tutti i suoi anni affida il suo precario futuro a un «Jesus en ti confio» che troneggia sulla fiancata mentre arranca davanti a chiese coloniali che sembrano torte da matrimonio in cui il pasticcere si è lasciato scappare la mano con i colori. All’interno svolazzanti angioletti, provocanti sirene e madonne patriotticamente avvolte nella bandiera peruviana celebrano un esuberante cattolicesimo creolo che affiora anche nelle eleganti casonas coloniali tra frammenti di storia e di fede fermi nel tempo, inginocchiatoi disseminati in ogni stanza e la tunica di un figlio sacerdote sul tavolo del salotto buono.

Nel regno degli Apu

Basta però raggiungere le muraglie verticali delle Ande per incontrare un mondo radicalmente altro, impastato di silenzi e di vette ghiacciate dove regnerebbero gli Apu, gli spiriti delle montagne. Se ci vivano ancora o no forse lo sanno solo gli ultimi sciamani, perché tra queste vallate spesso avvolte da nebbie che risalgono dall’Amazzonia ovattando uomini e cose la verità è sempre ambigua. Come la luce delle candele che Francisco, uno di loro, usa per interpretare il mondo accoccolato tra croci sbrecciate e ceste piene di erbe che ha raccolto nei luoghi giusti, perché «quelli infestati da spiriti maligni è meglio evitarli», almeno così racconta lui con la sua voce cantilenante.

Forse credono più a lui che al parroco le contadine che scendono dai villaggi della puna, il deserto d’altura spaz-

zato dal vento dei quattromila metri, per stendere con infinita pazienza le loro povere merci ai piedi dello sbilenco campanile di Jalca Grande, sperduto villaggio dove tutti stanno aspettando la festa patronale, anche l’intirizzito segretario comunale che sta registrando le casse di birra da vendere, «perché anche il municipio deve pure fare qualche affare».

Una delle tante feste in cui il cattolicesimo si fonde con riti legati alle antiche celebrazioni del raccolto che hanno resistito alla Conquista spagnola e a secoli di inquisizioni, frutto secondo molti ricercatori di un sincretismo pianificato da spagnoli e mis-

sionari per convertire i popoli autoctoni sostituendo le divinità locali con i santi cristiani e utilizzando le sacre rappresentazioni con l’inserimento di elementi delle antiche religioni. Una strategia che però non ha fatto i conti con la capacità del mondo andino di utilizzare a sua volta le stesse tecniche, mimetizzando la propria cosmogonia sotto un’apparente ortodossia cristiana.

Foglie di coca, candele e chicha

Un processo forse non troppo dissimile dalla recente riscoperta da par-

te di molte comunità dei culti della Pachamama come risposta al drammatico degrado del fragile ecosistema andino in tutta l’area del Tawantinsuyu, l’antico impero Inca esteso dall’Ecuador, al Perù, alla Bolivia e al Cile. Feste e celebrazioni in cui sacerdoti tradizionali e partecipanti la onorano con offerte di incenso, foglie di coca, candele e chicha, la bevanda andina per eccellenza a base di mais fermentato. Una rinascita che ha generato anche una Pachamama in versione New Age che coinvolge un numero crescente di peruviani di estrazione urbana, e persino una versione turistica con improbabili sciamani che spargono al vento foglie di coca davanti a Machu Picchu, dove non mancano gruppi che marciano in religioso silenzio con una piuma di condor che spunta da ogni zaino.

Potrebbe sembrare l’ultima inaspettata deriva di questa lunga storia di profonde, e spesso dolorose, stratificazioni culturali e religiose tra mondi apparentemente inconciliabili, ma forse è anche il segno della loro capacità di generare anche sincretismi inclusivi, ostinatamente capaci di adattarsi e sopravvivere in ogni contesto. Informazioni

Un libro e un manifesto
Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli già ridotti. Offerte valide solo dal 7.5 al 13.5.2026, fino a esaurimento dello stock.
Da questa offerta sono esclusi gli articoli già ridotti. Offerta valida dal 7.5 al 13.5.2026, fino a esaurimento dello stock.

Primi esperimenti con il colore

Crea con noi ◆ Un portafiori in porcellana fredda semplice e raffinato per dire «grazie mamma»

Un regalo fatto a mano ha sempre un valore speciale, soprattutto quando è pensato per la mamma. Con questo semplice progetto potete realizzare una decorazione delicata da appendere in porcellana fredda. Perfetta per accogliere piccoli fiori freschi o una talea, trasformando così un oggetto semplice in qualcosa di unico e pieno d’amore. Perché più di chiunque altro, una mamma sa apprezzare il tempo, la cura e il pensiero che abbiamo dedicato a creare qualcosa con le nostre mani.

Procedimento

Procedimento per la porcellana fredda con colla vinilica 1. Versate tutti gli ingredienti in un pentolino antiaderente.

2. Mescolate bene a freddo finché è tutto omogeneo.

3. Mettete sul fuoco medio/basso girando continuamente.

4. Dopo qualche minuto il composto si staccherà dalle pareti formando una palla.

5. Togliete dal fuoco e lasciate intiepidire.

6. Impastate con le mani fino a ottenere una pasta liscia ed elastica. Stendete la porcellana fredda con il mattarello su un foglio di carta da forno, fino a raggiungere uno spessore di circa 3-5 mm. Aiutandovi con una squadra, ritagliate un rettangolo e realizzate due piccoli fori nella parte superiore utilizzando uno spiedino in legno. Imprimete la texture desiderata.

Giochi e passatempi

Cruciverba

Come si chiama questo animale e dove vive?

Lo scoprirai risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate.

(Frase: 8 – 3, 5, 8)

25. Due vocali

ORIZZONTALI

1. Metà a Ginevra

5. Robusto sostegno

10. Piccola apertura interna

12. Nome femminile

13. Le iniziali dell’attrice Ferilli

15. Un anagramma di mari

17. Arresto senza manette

18. Preposizione articolata

20. Sviluppo incompleto di un organo

22. Lo era quello di Getsemani

23. Istituto Europeo del Turismo

24. Le iniziali del giornalista Signorini

26. Le iniziali del conduttore Timperi

28. Si prende con un occhio chiuso

30. Può essere artificiale o d’utenza

32. Lasso di tempo

VERTICALI

1. C ’è quello orario

2. Le iniziali dell’attore Giallini

3. Istituto Opere Religiose

4. Profeta biblico

6. Fanno rima con ma...

7. Anatra in latino

Potete usare un mattarello decorativo, timbri, pizzi o centrini. Allo stesso modo preparate una striscia di pasta alta qualche centimetro in meno rispetto al vostro tubetto. Posizionate la striscia sul rettangolo principale inserendo il tubetto per ottenere la giusta forma e tagliate l’eventuale eccedenza ai lati. Inumidite leggermente la superficie per far aderire bene le due parti. Con un pennello appena inumidito lisciate con cura tutti i bordi. Lasciate asciugare per qualche ora. Quando la decorazione sarà parzialmente indurita, appoggiatela su due piccoli supporti (come dei legnetti) in modo che l’aria possa circolare anche sotto e permettere un’asciugatura uniforme.

Nel frattempo, prendete il tubetto di riciclo e rivestitelo con carta e colla. Potete usare, ad esempio, una pagina di libro oppure una carta del colore che preferite. Stendete uno strato di colla anche sopra la carta per impermeabilizzarla. In questo modo, eventuali gocce d’acqua non rovineranno la decorazione. Una volta completamente asciutta (circa 24-48 ore, a seconda dello spessore e dell’umidità), potete dipingere la vostra decorazione, con colori acrilici e arricchirla con qualche dettaglio. Applicate tutto con la colla vinilica.

Fate passare un unico pezzo di spago attraverso i fori e fissatelo a un legnetto, che fungerà da supporto per appendere la decorazione.

Inserite un fiore o una piccola talea, il vostro regalo è pronto per essere consegnato. Pasta modellabile alternativa (edibile):

se preferite utilizzare solo ingredienti edibili potete utilizzare questa ricetta per la pasta al bicarbonato. È meno resistente ma è più facile da gestire se lavorate con dei bambini e resta più bianca quindi non necessita di essere pitturata.

1 tazza di bicarbonato

½ tazza di amido di mais ¾ tazza di acqua Il procedimento è il medesimo.

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

2

Materiale

Per la porcellana fredda con colla vinilica

• 1 bicchiere colla vinilica

• 1 bicchiere di maizena

• 1 cucchiaio olio di cocco

• qualche goccia di limone (facoltativa)

• essenza preferita (facoltativa)

Per la lavorazione

• Mattarello

• Mattarello con texture (in alternativa potete imprimere pizzi o centrini)

• Tubetto in plastica delle vitamine

• C arta da forno

• Passamaneria in cotone

• Coltello o taglierino

• Nastro o spago per appendere

• Legnetto levigato

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

Soluzione della settimana precedente Tra amici: «Hai visto mio figlio? È identico a me!» Risposta dell’amico: «FA NIENTE, L’IMPORTANTE È CHE SIA SANO!» Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

9. Stato mistico di rapimento

11. Spaziosa

14. Per a Londra

16. Si usa per incoraggiare ed esortare

19. Le iniziali del filosofo Tommaseo

21. I piani più luminosi

25. Quarto

27. Un anagramma di irto 28. Si agita anche il Morto

8. Nome femminile
Vinci una delle
carte regalo

Viaggiatori d’Occidente

Intrecci di storia familiare nell’era globale

Cristian ha fisico asciutto, capelli bruni, pelle scura. Mi fa pensare a un siciliano e in effetti lo è. Ma ha studiato in Francia, dove ha conosciuto una ragazza cinese. Da una decina d’anni vive con lei e i loro tre figli in Germania. Sono gli intrecci della storia familiare nell’era globale. Forse proprio per questo sempre più individui fanno ricerche genealogiche. La curiosità sorge di solito nella terza età, quando il desiderio di lasciare una traccia del nostro passaggio diventa più forte e spinge verso una forma d’immortalità nella stirpe, in quella catena di sangue, ricordi e affetti che lega generazioni diverse. Si comincia in rete, spiega Cristian, e sa di cosa parla. Infatti è un manager di FamilySearch, una straordinaria piattaforma gratuita che permette di ricostruire l’albero genealogico e la storia familiare. Il primo nucleo di FamilySearch fu fondato nel 1894 dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi

degli Ultimi Giorni. I primi volontari copiavano a mano registri e atti, dal 1938 si usano i microfilm, nel 1999 lo sbarco sul Web con familysearch.org. Ora l’intelligenza artificiale promette di accelerare enormemente l’acquisizione di nuovi dati, leggendo direttamente fonti scritte a mano: negli ultimi quattro anni l’IA ha indicizzato due miliardi di documenti ed è possibile ricercare la nostra storia personale tra 17 miliardi di nomi. La quantità diventa qualità. Queste nuove informazioni rivelano diramazioni familiari sin qui sconosciute, estendono a dismisura nel tempo e nello spazio il numero dei parenti. Al tempo stesso rivelano una verità semplice e profonda: su questo pianeta azzurro siamo tutti collegati, siamo quasi letteralmente un’unica grande famiglia: l’albero genealogico globale di FamilySearch conta già 1,86 miliardi di persone e cresce ogni giorno.

Cammino per Milano

La chiesa-piramide alla Barona

Famagosta: scendo a una delle ultime fermate della verde. Toponimo cipriota del metrò legato a qualche battaglia che mi ricorda un mio monologo teatrale sepolto. Nella struttura drammaturgica della via crucis, trasposta nelle stazioni della linea metropolitana verde per dar voce a un ex attore divenuto barbone, c’era proprio Famagosta. Da viale Famagosta, superata l’Esselunga, svolto in via San Vigilio. In una spirale di dipendenza per scoprire chiese nuove strambe meritevoli, nel tragitto vengo sorpreso prima. Riconosco uno scorcio architettonico degno di nota incontrato tra le pagine di un libro che ora mi sfugge ma tra un attimo mi torna in mente: Marco Zanuso e Milano (2018). Lo zigzag di mattoni sabbiati dell’Istituto italoafricano risalente ai primi anni settanta porta, per un attimo, in Inghilterra o Scozia ma siamo alla Barona: quartiere sud-ovest di

Milano. Dove dall’altra parte della strada, tra platani e pioppi, accarezzo la carrellata dei palazzoni popolari con piega da serpentoni, pure rivestiti di mattoni rossi. Elogiati tra l’altro da Gio Ponti, li disegna lo stesso architetto della chiesa cercata non ancora all’orizzonte. E tra una bufera di polline, l’ultima domenica di aprile di buonora eccola, con davanti una vasca-fontana scenografica in asse, la chiesa-piramide spuntata nel 1968. Opera di Arrigo Arrighetti (19221988), architetto-urbanista impiegato del Comune il cui nome allitterante da fumetti non è conosciutissimo, tranne dai tifosi di architettura mesmerizzati dal suo modernissimo innesto – post-bombardamenti – della biblioteca Sormani, ha un che di guerriero.

La facciata a triangolo isoscele in beton bucherellato da feritoie stile fortezza, innesca una consonanza con le

Sport in Azione

Dalla ricerca genealogica si passa con naturalezza al viaggio (ecco perché ve ne parlo qui). Per cominciare alcune fonti, per esempio orali, non sono digitalizzate e quindi vanno consultate sul posto. C’è poi un più largo desiderio di vedere di persona questi luoghi, immergersi nella luce, negli odori, nei rumori. Lo chiamano «Turismo delle radici», mi spiega Sonia, professoressa di marketing all’Università della Calabria, ovvero «il turismo generato dai migranti e dai loro discendenti che desiderano visitare e riscoprire la propria terra d’origine». La platea dei potenziali interessati è amplissima. Gli svizzeri residenti all’estero sono circa 840mila, ma nel censimento del 1990 negli Stati Uniti oltre un milione di persone dichiararono antenati svizzeri, anche se non avevano la cittadinanza del nostro Paese. Oltre sei milioni di italiani vivono all’estero, ma diventano ottan-

ta se includiamo gli emigranti e i loro discendenti. Ascoltando la descrizione di Sonia, mi si disegna dinanzi agli occhi quella forma ideale di viaggio che ho sempre cercato e mai trovato. Infatti i turisti delle radici stabiliscono molto facilmente un legame affettivo col luogo visitato, così colmo di memorie familiari, e ne diventano i migliori ambasciatori; sono più sostenibili, perché visitano mete poco conosciute, restano più a lungo, anche fuori stagione, e tornano spesso; consumano prodotti locali, soprattutto cibo, olio e vino, anche dopo il ritorno a casa, sostenendo l’economia locale; in alcuni casi comprano e restaurano vecchie case di famiglia.

L’interesse per il villaggio d’origine resta forte anche nelle seconde o terze generazioni, che magari vivono ora in grandi città. Di solito il viaggio di ritorno è organizzato in forme semi-in-

dipendenti ma altri, con più denaro e meno tempo, si fanno aiutare da genealogisti, associazioni di emigrati, guide locali, strutture ricettive. Alcuni operatori specializzati non si limitano a organizzare l’itinerario, ma accompagnano il viaggiatore, integrando ricerca genealogica, visite agli archivi, incontri con la comunità locale e produzione di ricordi, come album, diari o documentari video. Il viaggio diventa così non solo esperienza turistica, ma racconto da conservare e trasmettere alle generazioni successive. È anche la storia raccontata da Jonathan Safran Foer nel toccante romanzo Ogni cosa è illuminata: con una vecchia fotografia in mano, un giovane studente ebreo americano intraprende un viaggio in Ucraina alla ricerca della donna che (forse) ha salvato suo nonno dai nazisti; lo accompagna il coetaneo ucraino Alex, della locale agenzia «Viaggi Tradizione»…

case ancestrali nella roccia in Cappadocia. Al contempo, il tempio grezzo-ascetico sprigiona qualcosa di fantascientifico-pseudospaziale tipico degli spomenik disseminati nella ex Jugoslavia. Questa chiesa brutalista dedicata a San Giovanni Bono –vescovo di Milano dal 641 al 651 nato, dicono, a Camogli – appare dopo quattordici secondi nel videoclip Trap phone (2018) di Guè Pequeno. Prende subito la scena anche grazie alla fontana-vasca davanti. Ai fianchi di questa vasca a forma di diamante (omaggio a Gio Ponti ?) con tanto di getti d’acqua, i cui bordi hanno tutta l’aria essere granito rosa di Baveno levigato, sfrecciano quattro amici in scooter e alla fine uno entra in mutande a farsi il bagno. E sullo sfondo, la parete piramidale traforata, orienta lo sguardo in un altrove alla fine del mondo. Cammino così, senza nessunissima fretta e con noncuranza estrema,

Patrick Fischer: quasi un intrigo internazionale

Per avere un quadro sereno della vicenda che ha travolto l’ex CT della Nazionale svizzera di hockey su ghiaccio, si dovrà attendere che in ognuno di noi si sia abbassato il cursore dell’emotività, a vantaggio di quello della razionalità. Anzitutto, mi sento di dover dire che la questione Patrick Fischer non può essere ridotta a una lotta tra no vax e pro vax. In primo luogo perché la stragrande maggioranza di chi sta alimentando il dibattito non è né virologo, né immunologo. Neppure la comunità scientifica è unanimemente schierata da una parte o dall’altra. Come potremmo esserlo noi profani? Credo che si tratti piuttosto di una questione etica. Fischer aveva il sacrosanto diritto di rifiutare il vaccino contro il coronavirus. Mi chiedo però se potesse permettersi di infrangere delle regole chiare – giuste o sbagliate che fossero – che avrebbero potuto mettere in serio imbarazzo l’immagine dello sport svizzero e di

tutto il nostro Paese, qualora ai Giochi Olimpici di Pechino del 2022 fosse emerso il falso certificato di vaccinazione. L’aggravante sta nel fatto che a compiere l’infrazione è stato un uomo che rivestiva un ruolo ufficiale. Dura lex sed lex! (La legge è dura ma è legge!).

Ritieni inutile e persino controproducente sottoporti a un vaccino? Bene, dichiaralo apertamente e assumiti le conseguenze della tua decisione, come fece Novak Djokovic in occasione degli Australian Open dello stesso anno. Sono convinto che né il CIO, né la Cina avrebbero fatto sconti a Fischer. In compenso, lui ne sarebbe uscito a testa alta. Magari persino supportato da un movimento popolare, dato che non era certo l’unico a essere scettico sulla questione vaccini. Purtroppo non è andata così.

La questione è esplosa, in modo soft, un anno più tardi. La Swiss Ice Hockey Federation non è stata impeccabile.

Al punto che oggi il CIO chiede spiegazioni ai nostri dirigenti. Il sospetto che ci sia stata quantomeno leggerezza aleggia e getta ombre sul suo operato. Emergeranno pure omertà, connivenza? Mi auguro di no. Sarebbe una botta tremenda per l’immagine a pochi giorni dall’inizio del Mondiale casalingo. Il licenziamento in tronco, scelta tardiva, era inevitabile, nonostante Patrick Fischer, in undici anni avesse portato la nostra Nazionale dove mai nessuno era riuscito. Tre titoli di Vicecampioni del Mondo (2018-2024-2025) mai ce li saremmo sognati il giorno in cui gli fu assegnato l’incarico. Il coach ha saputo vincere lo scetticismo iniziale e ha costruito una Nazionale forte e coraggiosa, capace di veleggiare costantemente tra le prime al mondo.

E l’uomo Patrick Fischer andrebbe assolto? Immagino che nel 2022 abbia lottato con la sua coscienza, e che la sua trasgressione sia stata alimentata

verso la chiesa-piramide alla Barona. «Ba-Ba-Barona» come risuona cadenzata in un singolo del 2005 di Marracash che cita spesso questo quartiere di periferia, al confine con l’agreste, dove è nato, nei suoi testi. Un baretto scrauso vigila, con trio mattiniero di disagiati modello, accanto alla chiesa che da vicino, svela, a lato, il suo aspetto non più tanto da piramide ma da tenda. Dentro è spoglia, francescana, facciavista il beton mostra gradevoli striature. Lo sguardo si arrampica lungo i trentacinque metri della parete centrale tempestata dalla partitura multicolore di feritoie: blu, rosse, gialle, arancio. In fondo alla strombatura, questo sciame di vetrate-rettangolini sembra ascensionale e mi fa venire in mente gli spari del videogame Space invaders. «Sashimi di medusa» però è l’associazione-idea fissa per questi pezzetti di vetri colorati che ormai –per via della canzone di Guè Pequeno

citata prima – non mi levo dalla testa. Nessuna messa a quest’ora, l’aria è viziata, su in alto molta polvere. Va detto, la cura dei dettagli come panche, confessionali, porte d’entrata, pavimento, non è certo giopontiana. Esco perché mi piace molto più da fuori questo «imponente tempio cuspidato» come si trova scritto tra le pagine di Le nuove chiese della diocesi di Milano (1994) a cura di Cecilia De Carli. Del resto brutalismo e primavera vanno a braccetto. Vado al baretto di fianco a raccogliere voci sul campo e ne dicono di tutti i colori, al punto che non posso ripetervele. Ritrovo il punto di osservazione in asse con la punta più lontana della fontana-vasca dove noto, all’ombra degli ippocastani, un cartello con su scritto: piazza Arrigo Arrighetti. Non credo ai miei occhi quando su in cima, al vertice della piramide-chiesa, al posto della croce, c’è un fugace corvaccio.

anche dal desiderio di non abbandonare i suoi ragazzi in occasione di un appuntamento importante come i Giochi Olimpici. Ritengo per contro che, come detto in apertura, il dirigente Patrick Fischer non potesse essere graziato. Le varie carte etiche dello sport, su tutte quella olimpica, a giusta ragione predicano il rispetto delle regole. Un’infrazione come quella commessa dall’ex CT doveva per forza essere sanzionata. Quantomeno per mantenere la credibilità dell’ambiente.

La Vox Populi non ci sta. In pochi giorni sono state raccolte 250mila firme per riportare Fischer sulla panchina rossocrociata. Anche alcuni suoi Senatori sono insorti. Dagli USA, Roman Josi e Kevin Fiala hanno inviato alla Federazione una vibrante richiesta per riavere il condottiero che li aveva portati così in alto. Hischier, Niederreiter, Meier e Suter non si sono per contro schierati accanto al capitano rossocrociato. Du-

bito che ci sarà un dietrofront. Sarebbe un’ammissione di debolezza. Suonerebbe pure come mancanza di rispetto nei confronti della persona chiamata a dare continuità al corso argentato della nostra Nazionale e, perché no, magari ad ammantarlo di oro sul ghiaccio di casa.

Jan Cadieux è approdato alla corte di Fischer con un atout che a suo tempo neppure lo stesso Fischer aveva potuto mettere sul tavolo delle trattative: il titolo svizzero conquistato nel 2023 alla guida del Ginevra Servette. Merita fiducia. Sono certo che anche capitan Josi se ne farà una ragione. D’altro canto, Patrick Fischer, che sta pagando il prezzo della colpa, merita di avere delle occasioni di riscatto. Il solo pensiero che possa essere ipotizzata una radiazione a vita, mi fa ribollire il sangue. Tra il suo caso e, ad esempio, quello di Lance Armstrong, ci sono di mezzo tutti i mari e tutti gli oceani del pianeta.

di Claudio Visentin
di Oliver Scharpf
di Giancarlo Dionisio

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