Ottant’anni fa la Sisal lanciò la schedina del Totocalcio, una storia di successo anche un po’ svizzera
Mentre a Berna arriva il lobbista «urbano» cresce il divario anche politico tra città e campagna
ATTUALITÀ Pagina 13
Al m.a.x. Museo di Chiasso una retrospettiva per (ri)scoprire il poliedrico universo di Max Bill
CULTURA Pagina 19
Armatissima in nome della neutralità
A 14 anni Nathan Terraneo di Biasca accelera verso l’élite europea della Supermoto
TEMPO LIBERO Pagina 31
Buone notizie dall’inferno
Carlo Silini
C’è un po’ di bene nel male, dicono i taoisti. Partiamo dal bene. Nel pandemonio di notizie svilenti che ci roteano attorno, eccone una bellissima, ancorché figlia dei tempi grami che stiamo vivendo: per la prima volta in un secolo, la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili (34%) ha superato quella generata dal carbone (33%), che resta la fonte più inquinante. Inoltre, solo per la quinta volta dall’inizio del XXI secolo, la produzione elettrica complessiva da combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) ha registrato una lieve flessione (-0,2%). I dati emergono dalla settima edizione della Global Electricity Review pubblicata dal think tank londinese Ember, che analizza le produzioni di 91 Paesi rappresentativi del 93% della domanda globale di elettricità. L’espansione di solare ed eolico è bastata a coprire interamente l’aumento della domanda elettrica globale, nonostante la forte crescita dei consumi nel 2025. E, per una volta, a differenza di quanto accaduto durante precedenti crisi – quella economica
del 2009 o la pandemia nel 2020 – la riduzione delle fonti fossili non è stata causata da una recessione, ma dalla capacità delle rinnovabili di soddisfare i nuovi fabbisogni. È un ambito in cui la Svizzera rappresenta già un’eccezione positiva. Nel 2024 quasi l’80% dell’elettricità fornita nel nostro Paese proveniva da fonti rinnovabili. La spina dorsale resta l’idroelettrico (circa 66%), cui si affiancano fotovoltaico, eolico, biomassa e piccolo idroelettrico (circa 13% complessivi). Il nucleare copre ancora il 19%, mentre i combustibili fossili sono ormai marginali (circa 1%).
Un po’ di bene, sì. Ma il male resta sovrabbondante. Perché, a livello planetario, l’elettricità rappresenta ancora solo il 21% dei consumi energetici globali (dato 2024). Il restante 79% è coperto quasi interamente da combustibili fossili, responsabili delle emissioni di gas serra che alimentano il surriscaldamento globale. Il problema, però, non è solo ambientale. È anche –sempre di più – geopolitico. Se sommiamo que-
sti dati alle emergenze attuali, appare evidente che è tempo di superare un sistema che ci tirannizza da decenni – lo abbiamo visto con la crisi ucraina e lo stiamo rivedendo oggi – genera conflitti ricorrenti e brutali, produce tragedie pagate dalla gente comune e ci lascia in eredità un pianeta più sporco inserito in un clima sempre più torrido: il sistema petrolio. Non è solo una fonte energetica, è un sistema di potere. Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL) commercializzati via mare. Basta che questo passaggio diventi instabile perché i prezzi inizino a correre.
Anche il borsellino dei cittadini americani ne risente, ma in prospettiva per l’Europa la situazione è assai più critica. L’Europa importa la maggior parte del petrolio che consuma, la Svizzera il 100%. Gli Usa invece, sono il primo produttore mondiale di petrolio e di gas e dipendono molto meno dai colli di bottiglia di Hormuz o dalla chiusura dei rubinetti russi.
Continuare a puntare su queste fonti significa continuare a consegnarsi ai ricatti dei potenti e a finanziarne le trame.
Sganciarsi dal sistema petrolio porterebbe enormi vantaggi a Europa e Svizzera. Se non vogliamo farlo per idealismo climatico, facciamolo per interesse economico, sicurezza e stabilità. Siamo consapevoli di non essere ancora pronti al «grande balzo». Il petrolio resta «comodo»: ha un’altissima densità energetica, è facile da stoccare, funziona ovunque senza cambiare abitudini. Farne a meno comporta una dinamica politica ingrata: i costi (investimenti, cantieri, adattamenti) sarebbero immediati e visibili; i benefici (prezzi stabili, sicurezza, meno crisi) arriverebbero dopo anni. Ma questo sistema ci sta rovinando la vita. Se non iniziamo a preparare seriamente un mondo post petrolifero ora, mentre ne vediamo con chiarezza gli effetti perversi, rischiamo di non farlo più. E più tardi inizieremo, più ci costerà uscirne.
Orazio Martinetti Pagina 14
Museo
nazionale svizzero
Monte Generoso, tutti in carrozza!
Territorio ◆ È stata presentata la nuova stagione, che è ricca di novità per tutti i gusti a partire dall’inizio di maggio
Mancano pochi giorni all’inaugurazione della nuova stagione del Monte Generoso, la montagna di 1701 m s.l.m situata nel Mendrisiotto e che si raggiunge a piedi o a bordo di una cremagliera, acquistata da Gottlieb Duttweiler nel 1941, e così salvata dalla chiusura. Il Monte Generoso è un luogo sempre più amato, come dimostra il record registrato di recente. Come ha affermato Carolina Russbach, Head of Marketing, Communication & Digital della FMG nella presentazione delle novità: «L’ultima stagione invernale è stata la migliore dal 2017: con quasi 2800 visitatori solo a dicembre, abbiamo superato il record dell’anno d’inaugurazione del Fiore di pietra. Questo successo ci spinge a guardare al futuro con entusiasmo e determinazione». L’importante traguardo raggiunto dalla Ferrovia Monte Generoso è certamente da imputarsi alla decisione di estendere l’attività, in un’ottica di quella che viene definita «destagionalizzazione dell’offerta turistica».
Altra grande novità del 2025 è stata, a settembre, l’introduzione dell’abbonamento «Amici del Generoso», con le sue salite in vetta illimitate, di cui oggi, a pochi mesi di distanza, sono già tangibili i risultati positivi: gli abbonati sono infatti oltre 1250, di cui l’84% è composto da famiglie e il 90% è proveniente dalla regione del Mendrisiotto.
Weekend di apertura: un inizio tra consuetudine e sorprese
La stagione del Monte Generoso
L’uomo
Anniversari
si inaugura con il tradizionale Weekend di apertura dal 1. al 3 maggio, durante il quale i visitatori potranno approfittare di uno sconto del 50% sui biglietti del treno. Per festeggiare l’inaugurazione, saranno presenti per l’occasione gli immancabili Corni dal Generus, il Circo Tonino, mentre i momenti di festa saranno trasmessi in una diretta speciale da Radio Morcote International.
Tradizione e novità, dal brunch al Bellavista al foraging
In calendario per il 2026 vi è un mix di eventi di musica, sport, cultura ed enogastronomia in grado di soddisfare i gusti di tutti. Dagli appuntamenti ormai tradizionali come i brunch e le grigliate al Buffet Bellavista, le serate anni 90 con il dj Maxi B e le cene romantiche al Fiore di pietra, l’alba in vetta e il treno a vapore una volta al mese (già a partire da maggio), fino alla grande novità della stagione. Quest’anno sarà infatti possibile dedicarsi al foraging, un’antica pratica che prevede la raccolta di erbe spontanee, frutti, fiori, radici e funghi commestibili in ambienti naturali, con il gastronomo e botanico Milo Bissegger.
Per le famiglie è invece previsto un nuovo evento in collaborazione con la Grotta dell’Orso: si potrà infatti visitare l’interno della grotta assistiti da guide esperte che permetteranno di esplorare i segreti geologici e storici di un luogo dal fascino fuori del comune.
Grazie al progetto «Tesori delle Vette», le famiglie possono inoltre prendere parte a una caccia al tesoro interattiva che unisce le principali destinazioni montane del Ticino. Imperdibili anche gli appuntamenti per chi ama la musica open air: il gruppo tecno/tech house Salient da Sighignola si sposterà per una serata al Monte Generoso, mentre i coloratissimi Sgaffy presenteranno il loro spettacolo energico e sarcastico.
Esperienze uniche a portata di clic
Le proposte del Monte Generoso sono sempre più accessibili grazie anche alla nuova piattaforma digitale sviluppata in collaborazione con Mendrisiotto Turismo, che offre la vendita di pacchetti combinati (treno e pranzo, treno e merenda), semplificando la pianificazione e rafforzando la collaborazione regionale.
Cresce anche il successo del Camping Monte Generoso
La stagione del Camping Monte Generoso è iniziata con ottimi risultati, confermando il trend positivo degli ultimi anni. Il Camping, situato a Melano, può fregiarsi di una clientela proveniente da tutto il mondo. Anche quest’anno sono previsti numerosi eventi a bordo lago aperti anche a persone esterne al campeggio, tra cui gli aperitivi e lo street food.
che disegna la Migros
◆ Il poligrafo Michele Righettoni festeggia i 25 anni in azienda
Foto di Daria Bongiorni
Venticinque anni a «disegnare la Migros», ossia a dare forma e colore a loghi, imballaggi e pubblicità: questa settimana ci congratuliamo con Michele Righettoni per il traguardo raggiunto.
Quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino?
Dal 2001 lavoro come Poligrafo nel reparto Sales Promotions & Sponsoring del dipartimento commerciale, occupandomi di buona parte della grafica aziendale. Tra i miei principali compiti rientrano la creazione di loghi, come per esempio il logo aziendale di Migros Ticino, quello del Migros City Center Lago Locarno, ecc., la grafica degli imballaggi per la linea «Nostrani del Ticino» (dal 2005), e lo sviluppo di campagne pubblicitarie online e offline, inclusa la grafica per affissioni OOH.
Mi occupo inoltre della personalizzazione grafica di automobili e camion aziendali, della creazione di T-shirt e gadget, e della progettazione e impaginazione di materiali editoriali come volantini, riviste (ad esempio la rivista aziendale INSIDE), libretti, oltre a tutto il materiale d’ufficio. Verifico anche l’identità visiva aziendale, garantendo coerenza e qualità nella Corporate Identity.
Sono responsabile del processo relativo alle offerte regionali settimanali, che include la supervisione delle promozioni regionali presenti
nel flyer settimanale e in altri mezzi pubblicitari. Gestisco la programmazione settimanale delle inserzioni pubblicitarie su «Azione». Nel 2023 ho completato un CAS in Digital Marketing & E-Commerce Management presso SUPSI, ampliando le mie competenze nel settore digitale.
Cosa sono stati questi 25 anni di lavoro per lei?
Da 25 anni faccio parte di Migros Ticino, un viaggio professionale intenso e ricco di soddisfazioni che mi ha permesso di crescere, acquisire un know-how approfondito e sviluppare una solida esperienza nel mio settore. Questi anni mi hanno regalato sfide stimolanti, opportunità di crescita e la possibilità di contribuire con passione al successo dell’azienda, consolidando il mio ruolo e la mia competenza.
Sostenibilità e progetti culturali
La sostenibilità è centrale per la Ferrovia Monte Generoso. Grazie all’impegno quotidiano della FCM con i partner del territorio, le sarà dedicato un albero del progetto arboreo del roccolo di Pianspessa, guidato da Luca Cereghetti (presidente della Fondazione Pianspessa). Intento dell’iniziativa è il recupero di un’architettura verde di valore culturale e paesaggistico, oggi quasi del tutto
scomparsa in Svizzera. Ogni albero avrà una targhetta dedicata, simbolo della cura per il territorio e per la sua memoria storica.
A chi il Monte Generoso ancora non lo conosce e a chi non ci sale da un po’ non resta che consultare il ricco programma online, prenotare e… via! La stagione può cominciare.
Informazioni www.montegeneroso.ch
Scegli, ordina, ricevi
Info Migros ◆ Un nuovo accordo tra Just Eat e Migros
Ho avuto la preziosa opportunità di conoscere e collaborare con molte persone, instaurando con loro rapporti caratterizzati da stima reciproca e fiducia. Questi legami, sia sul piano professionale sia personale, hanno arricchito profondamente il mio percorso, rendendolo ancora più significativo e gratificante.
E Migros, cosa rappresenta? Dal 2001 lavoro presso Migros, un’azienda che ormai rappresenta una parte importante della mia vita. Ho vissuto numerose esperienze e affrontato diverse situazioni che mi hanno fatto crescere. Migros è diventata molto più di un semplice luogo di lavoro: è stata un prezioso compagno di viaggio.
Oltre a Migros, ha un hobby o un’attività particolare di cui ci vuole parlare?
Sono stato agonista di ciclismo e kickboxing, ho praticato Krav Maga e pugilato; oggi coltivo la mia passione per lo sport in altre forme: amo sciare, un’attività che condivido con tutta la famiglia (con mia moglie Cristina, che lavora anche lei in Migros, e i nostri due figli), correre per mantenermi in forma e fare escursioni in montagna e in bicicletta, sempre accompagnato dai miei cari. Da sempre sono un tifoso dell’Hockey Club Lugano, una passione che continuo a seguire con entusiasmo insieme ai miei amici di una vita.
Come annunciato lo scorso 18 febbraio, il Consiglio di amministrazione di Smood SA ha deciso di porre fine alle attività dell’azienda il 30 aprile 2026. Per garantire la continuità di un servizio di consegna a domicilio apprezzato dalla nostra clientela, nelle ultime settimane Migros Ginevra ha condotto trattative con un partner internazionale solido e riconosciuto. Siamo lieti di informarvi che, a partire dal 4 maggio, è stato concluso un accordo con il leader della consegna rapida Just Eat. Questo partner offrirà alle clienti e ai clienti delle Cooperative Migros Ticino, Migros Ginevra e Migros Vallese un assortimento di oltre 10’000 articoli Migros. Gli ordini saranno consegnati entro un’ora, a domicilio o in un luo-
go a scelta, ai consueti prezzi di Migros e con le stesse riduzioni proposte in negozio. Questa collaborazione si inserisce nella strategia complessiva di Migros e completa l’iniziativa di densificazione della rete di punti vendita. Migros intende rimanere vicina alla propria clientela e proporre soluzioni che rendano il più semplice possibile la vita di tutti i giorni.
Just Eat è un’azienda indipendente e finanziariamente solida, con una soluzione tecnologica propria, collaudata a livello internazionale, una grande esperienza nel settore dell’e-grocery e una propria flotta di fattorini. Questi ultimi sono impiegati con contratto fisso secondo il diritto del lavoro svizzero, sono assicurati e beneficiano di adeguate prestazioni sociali.
Un’immagine del suggestivo treno a vapore del Monte Generoso. (Federico Cattaneo)
Michele Righettoni lavora per Migros Ticino dal 1. aprile del 2001
SOCIETÀ
Indispensabili per la comunità Il 2026 è l’Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile, un’occasione per riflettere sul futuro del volontariato
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Largo ai giovani
La nuova Legge per i giovani e per le colonie è un atto di fiducia verso le nuove generazioni che hanno partecipato alla sua elaborazione
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Verso una società più coesa
Angela Zumbrunn, responsabile di progetto affari sociali per la Federazione Cooperative Migros, invita i ticinesi a scoprire i Mini Grants
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La schedina che venne dalla Svizzera
Storia ◆ Ottant’anni fa nasceva il primo concorso Sisal, che in Italia accese la febbre del Totocalcio: l’idea era nata in Ticino dall’incontro tra Massimo Della Pergola, Geo Molo e Fabio Jegher
Sisal, l’azienda che nel maggio 1946 lanciò in Italia la prima schedina con i pronostici calcistici, oggi è una multinazionale con 4500 dipendenti, appartenente al gruppo di origine anglo-irlandese Flutter Entertainment, leader mondiale del settore delle scommesse sportive e dell’iGaming. Il suo quartier generale milanese è un imponente palazzo tutto vetri appena cresciuto nel quartiere Isola, con affaccio sui grattacieli delle archistar di Porta Nuova.
Nella Milano dell’immediato dopoguerra, i primi uffici della Sport Italia Società A Responsabilità Limitata (SISAL) avevano trovato uno spazio di fortuna non lontano, all’ultimo piano di un palazzo bombardato in zona Castello Sforzesco. Ma la storia del progetto parte da più lontano, da un campo d’internamento svizzero, dove un giornalista sportivo triestino, ebreo, in fuga dalle leggi razziali, aveva trovato rifugio con moglie e figlioletto neonato dopo una fuga rocambolesca attraverso il Verbano e le montagne locarnesi il giorno di Natale del 1943. Massimo Della Pergola venne dapprima inviato al campo di lavoro vallesano di Pont de la Morge. In riva al Rodano, il giovane giornalista lavorava al consolidamento dell’argine e la sera sognava la rinascita dello sport italiano annientato dalla guerra, forse sfogliando i giornali elvetici che parlavano ancora di partite e di classifiche.
La Svizzera, infatti, graziata dagli eventi bellici, poteva permettersi di mantenere una certa normalità, anche nello sport. I campionati funzionavano, seppure interrotti dalla mobilitazione. E, malgrado si tirasse la cinghia, si riusciva persino a giocare allo Sport-Toto. Sì, perché gli svizzeri avevano iniziato a scommettere sulle partite di calcio e di hockey su ghiaccio prima che scoppiasse la guerra: nel 1938, sull’esempio del gioco già diffuso in Inghilterra e in Svezia, era stata fondata a Basilea la Società Sport-Toto. Lo scopo era quello di sostenere lo sport nazionale grazie agli utili delle scommesse a totalizzatore. Alla Società partecipavano i cantoni, Swiss Olympic e le federazioni di calcio e hockey.
Ma torniamo a Massimo Della Pergola, che, dopo qualche mese di manovalanza sull’argine del Rodano, era riuscito ad ottenere un ricongiungimento familiare, e con moglie e figlioletto aveva trovato alloggio a Tenero. Approdato in Ticino, non si sa se per una fortunata congiunzione astrale o per frequentazioni precedenti, la sua strada aveva incrociato quella di Geo Molo e di Fabio Jegher, entrambi giornalisti, entrambi appassionati di sport. Geo Molo era radio-
cronista di Radio Monteceneri. Fabio Jegher, dopo un passaggio alla redazione culturale di Radio Monteceneri, aveva assunto la direzione del settimanale «Sport Ticinese». Di famiglia triestina e cestista per diletto, Jegher aveva fondato nel 1942 la Federazione ticinese di pallacanestro e ne era il primo presidente.
Il 5 maggio 1946 gli italiani per la prima volta andarono allo stadio con in tasca la schedina: il Totocalcio fu subito un successo
Con i due colleghi svizzeri, Della Pergola aveva quindi potuto immergersi nel piccolo ma vivace mondo dello sport ticinese, affinando il suo progetto. In Ticino, infatti, lo Sport-Toto era già un affare: il cantone italofono si piazzava al secondo posto nella classifica nazionale dei partecipanti in rapporto al numero di abitanti e le ricevitorie erano ormai un centinaio, tra edicole, cartolerie, librerie, bar, pasticcerie, bazar, ristoranti, alberghi, grotti, tabaccherie e parrucchieri. E con tutti i dettagli di vincite, programmi e pronostici, il gioco della schedina da riempire con 1X2 occupava una paginata intera sui settimanali sportivi.
Così, a guerra terminata, il progetto di Sport-Toto rivisto e adattato alla realtà italiana, era pronto a sostenere la ricostruzione delle strutture e dell’organizzazione sportiva di un Pa-
ese che si stava risvegliando dall’incubo bellico.
Nell’estate del 1945, Massimo Della Pergola era già a Milano, assunto come caporedattore dalla «Gazzetta dello Sport». La città era a pezzi, ma tra le macerie si respirava l’aria effervescente di un futuro tutto da progettare.
Grazie anche ai capitali portati dai due soci svizzeri, la Società potè essere costituita a tempo di record, il 3 settembre 1945. L’avventura di Sisal era iniziata. Strappato faticosamente un contratto biennale di gestione allo Stato, nel gennaio 1946 partì lo sprint organizzativo: regolamenti, schedine, ricevitorie e strategie promozionali. Domenica 5 maggio 1946, sei giorni prima che Arturo Toscanini dirigesse il famoso concerto di riapertura del Teatro alla Scala, gli italiani andarono allo stadio con in tasca la schedina riempita: 1X2. Era il sogno di diventare milionari al prezzo di un aperitivo.
L’esito del primo concorso fece subito notizia. A caratteri cubitali, il settimanale «Sport Italia», organo ufficiale di Sisal, pubblicato dalla «Gazzetta dello Sport», annunciava che il pronostico lo aveva azzeccato un solo giocatore, aggiudicandosi l’allora strabiliante cifra di 463.846 lire: Emilio Biasetti, impiegato milanese, confessò di aver azzeccato la combinazione delle 12 partite in schedina buttando giù a casaccio quelle sei X.
Giocare alla Sisal divenne ben presto una diffusa e popolare abitudine settimanale. Nel 1947 le ricevitorie erano diecimila in tutta Italia. All’ini-
zio del campionato 1947-48 venne superata la soglia del milione di schedine giocate. Il 1. febbraio 1948 il signor Amelotti, falegname di Treviglio, vinse sessantaquattro milioni di lire. Intervistato alla radio da Nicolò Carosio, divenne una celebrità. Il successo era travolgente. Tanto che per il campionato 1948-49 la gallina dalle uova d’oro se la prese lo Stato, nazionalizzando il Totocalcio e dandolo in gestione direttamente al CONI. A Sisal rimase l’imponente macchina organizzativa, che i tre soci riconvertirono immediatamente nelle corse dei cavalli (la famiglia Jegher era proprietaria dell’ippodromo di Trieste!). Nacque quindi il Totip, che replicò con l’ippica il successo del calcio.
Massimo Della Pergola, indennizzato dallo Stato per la nazionalizzazione del suo progetto, si ritirò dalla società vendendo le sue quote ai due soci e dedicandosi unicamente al giornalismo sportivo. Nelle mani delle due famiglie svizzere, sull’onda del boom economico, la crescita di Sisal fu inarrestabile. Il Totip esplose con le campagne pubblicitarie televisive, le sponsorizzazioni di pugilato e rally, i testimonial. Negli anni 80, il marchio Totip si legò anche al Festival di Sanremo, con una schedina che avrebbe poi dato il via al televoto. Cavalcando l’innovazione tecnologica vennero poi i sistemi dai jackpot da capogiro. Le ricevitorie vennero progressivamente informatizzate, offrendo anche la possibilità di pagare le bollette. Gli elaboratori elettronici
sostituirono le generazioni di studenti, casalinghe e pensionati che si erano succeduti nello spoglio manuale delle schedine, guadagnando così la prima paghetta o arrotondando le entrate familiari.
Forte della sua avanzata gestione informatica, Sisal si aggiudicò infine anche l’Enalotto (subito trasformato in Superenalotto), ampliando il business dalle scommesse sportive alle lotterie. Finché Rodolfo Molo, ultimo discendente in azienda dei fondatori venuti da Lugano, traghettata la florida società nel nuovo millennio, decise di vendere le quote familiari di maggioranza a un fondo d’investimento. Era il 2005 e il mondo del gioco era in veloce trasformazione. Non era più tempo di aziende familiari.
In eredità alla nuova proprietà Rodolfo Molo ha lasciato un bene prezioso, impagabile per aziende alla ricerca di valore aggiunto nella strategia d’immagine: l’archivio. Un patrimonio di vecchie schedine, fotografie di ricevitorie affollate, gadget, pubblicità, lettori meccanici ed elettronici, e la raccolta di «Sport Italia», il settimanale che ha accompagnato le giocate degli italiani per quasi sessant’anni. È così che la Sisal di oggi, società internazionale di un gruppo globale, ha potuto festeggiare gli 80 anni permettendosi il lusso di raccontare (con un libro fotografico e un percorso immersivo nel museo virtuale) una storia aziendale che è anche storia sociale, dalla ricostruzione postbellica all’era di Internet.
Ricevitoria Sisal a Milano negli anni Settanta (per concessione dell’Archivio Storico Sisal – Sisal Italia S.p.A.)
Matilde Fontana
Fette di pura bontà
Attualità ◆ Il crudo San Pietro è considerato il re dei prosciutti della Rapelli. Una genuina specialità che profuma di una lunga tradizione
Prodotto esclusivamente con cosce selezionate di suini svizzeri allevati secondo elevati standard relativi al benessere animale, il prosciutto crudo San Pietro rispecchia pienamente la lunga tradizione ed esperienza del salumificio Rapelli di Stabio, azienda attiva fin dal lontano 1929 nella produzione di salumi di elevata qualità, buona parte dei quali disponibili nelle filiali Migros.
Il San Pietro si distingue per la sua carne di un bel color rosato e il suo sottile strato di grasso che contribuisce a donare al prodotto il suo tipico sapore dolce, perfettamente equilibrato. Le cosce vengono massaggiate con cura e maestria con solo sale marino, senza l’impiego di additivi artificiali, in modo da preservare il gusto naturale della carne e favorire una stagionatura uniforme, della durata minima di 12 mesi, ma che in taluni casi può arrivare anche a 18 mesi, ciò che avviene in ambienti costantemente controllati sia per quan-
to attiene alla temperatura sia per l’umidità. Il periodo di affinamento viene monitorato regolarmente dagli esperti salumieri Rapelli, per garan-
tire la massima qualità del prodotto finito. Il San Pietro è un ingrediente di rilievo in molti piatti. Diventa protagonista in ogni tagliere di affet-
Sfiziose e pronte al consumo
tati misti e formaggi locali, è eccellente con asparagi, melone e verdure grigliate, oppure, da solo, con l’aggiunta di qualche goccia di olio d’o-
liva e balsamico e accompagnato da qualche fetta di pane casereccio, diventa un piatto unico che conquista tutti.
Attualità ◆ I reparti gastronomia Migros propongono molteplici specialità pronte da gustare, perfette per chi desidera concedersi un buon piatto in poco tempo, ma senza rinunciare alla qualità
Visite inaspettate? Poca voglia o tempo per cucinare? Oppure semplicemente desiderio di qualcosa di sfizioso, preparato fresco con cura, pronto in tavola in pochi minuti, sia a casa, sia nel tempo libero, che sul posto di lavoro? In questo caso rivolgersi al reparto gastronomia Migros è una buona idea. Quest’ultimo propone infatti un’ampia scelta di specialità pronte al consumo, pratiche e confezionate con ingredienti di ottima qualità secondo le migliori ricette, apprezzate anche dai palati più esigenti. All’assortimento classico disponibile tutto l’anno – lasagne, gnocchi alla romana, insalata russa, pizzoccheri, verdure grigliate e al vapore, piatti vegetariani, ecc. –si aggiungono costantemente diverse pietanze di stagione, come quelle ideali per l’estate, composte p. es. da trota in carpione, insalata di patate, insalata di riso, couscous, insalata di farro, manzo in salsa verde, tacchino e vitello tonnato, carpaccio di manzo, roastbeef e tartare di manzo. Naturalmente, qui i buongustai trovano sempre anche le gettonatissime prelibatezze alla griglia, come il pollo intero, le alette e le cosce di pollo, le costine, la luganighetta e le polpettine. Le cose buone ti aspettano al reparto gastronomia Migros!
Un apparecchio funzionale
Attualità ◆ La friggitrice ad aria può essere un valido aiuto in cucina. Approfitta questa settimana della nostra offerta speciale sull’apparecchio Mio Star
Facile da usare e pulire, multifunzionale, subito pronta all’uso e ideale per friggere senza o con pochi grassi: la friggitrice ad aria calda rappresenta un apparecchio particolarmente utile che aiuta a preparare molte pietanze in modo semplice e veloce, senza però rinunciare al gusto e alla irresistibile croccantezza dei propri piatti preferiti. Inoltre, rispetto al forno tradizionale, il consumo di energia risulta sensibilmente inferiore. Vi sono degli alimenti che riescono particolarmente bene nella friggitrice ad aria, grazie alla cottura uniforme che assicura un sorprendente effetto crunch. Tra questi spiccano per esempio alette e petto di pollo, costi-
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ne, patatine fritte, filetti di pesce, alcune verdure che non rilasciano troppa acqua e prodotti da forno. Inoltre, è indicata per preparare piatti pronti e riscaldare molti avanzi in pochissimi minuti. Per un risultato ottimale, si consiglia di non riempire troppo il cestello dell’apparecchio, in modo che l’aria possa circolare liberamente. A proposito: questa settimana alla tua Migros ti aspetta un’interessante promozione sulla friggitrice ad aria Mio Star da 5,5 litri. Ideale per 3-4 persone, possiede un grande display a sensori touch con otto programmi automatici. Compatta, dal design accattivante e semplice da utilizzare, trova spazio in ogni cucina.
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Volontari, quel desiderio di fare la differenza
Socialità ◆ Per le Nazioni Unite il 2026 è l’Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile, un’occasione per riflettere sulle nuove modalità di partecipazione nella società contemporanea
Alessandra Ostini Sutto
Quello in corso è stato proclamato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite Anno internazionale dei Volontari per lo sviluppo sostenibile, un riconoscimento che celebra l’impegno di milioni di persone nel mondo e sottolinea l’importanza del volontariato come motore di cambiamento e coesione sociale. A venticinque anni di distanza dal primo Anno internazionale dei volontari, l’ONU richiama così l’attenzione sul contributo prezioso dei volontari nella costruzione di comunità inclusive, resilienti e solidali e sul loro ruolo fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.
Anche Volontariato Ticino (il portale della Conferenza del volontariato sociale, che riunisce le organizzazioni impegnate nelle varie forme di aiuto volontario nella Svizzera italiana) è parte di questa ricorrenza, riguardo alla quale così si esprime Erika Sutera Fogliani, collaboratrice dell’ufficio di informazione e coordinamento: «In una società in continuo movimento, nella quale ci troviamo confrontati con instabilità e incertezze a livello globale, trovo necessario ancorarsi a qualcosa che rappresenti un caposaldo della società: la solidarietà, l’attenzione verso l’altro e il senso di appartenenza».
Volontariato Ticino ha tra gli scopi principali del suo mandato proprio la sensibilizzazione sul tema dell’impegno sociale, oltre al sostegno alle più di 80 organizzazioni iscritte e la promozione della formazione continua di volontari e coordinatori. «In quest’ottica, già nel corso della prima metà del 2025, è stato creato un gruppo di lavoro per l’Anno internazionale dei volontari ed è stata implementata una sezione del nostro por-
tale dedicata ad una agenda dinamica dell’AIV – spiega Erika Sutera Fogliani – oltre a ciò, è nostra intenzione facilitare la presenza delle associazioni in occasione di eventi già previsti o da organizzarsi in collaborazione con Comuni ed enti, in modo che esse possano presentarsi al pubblico, coinvolgere nuovi volontari e tessere legami che rafforzino la vitalità del volontariato nel nostro Cantone».
In Ticino le possibilità per mettersi a disposizione del prossimo sono numerose, nonostante ciò per le associazioni l’inserimento di nuovi volontari rimane una sfida (Freepik.com)
Informare per coinvolgere
nali – spiega Erika Sutera Fogliani che è anche referente cantonale per l’Anno internazionale del volontariato – il che, nel nostro quotidiano, significa, ad esempio, ricercare nuove modalità di strutturazione delle attività, flessibilità nell’ingaggio e nell’impiego dei volontari, per poter rispondere in modo concreto e funzionale alle richieste di intervento e di sostegno». Tematiche, queste, che erano al centro pure del citato convegno tenutosi alla fine di marzo a Lugano, il cui sottotitolo era infatti Sfide e opportunità delle nuove forme di impegno. «Gli interventi hanno mostrato come il volontariato stia evolvendo, con una crescente diffusione di forme di impegno più flessibili, rapide ed episodiche, in particolare tra le nuove generazioni», aggiunge Erika Sutera Fogliani. Attualmente in Svizzera il 21% della popolazione è attivo nell’ambito del volontariato cosiddetto «formale» mentre il 26% è coinvolto nel «volontariato informale», in forme cioè di aiuto come il sostegno al vicinato o le reti sociali spontanee. «È stato anche sottolineato come queste due forme di volontariato convivano e si trasformino, rispondendo a nuove esigenze sociali. A riguardo, esperienze recenti hanno inoltre mostrato l’importanza di coordinare azioni spontanee e organizzate, valorizzando la partecipazione civica e la collaborazione sul territorio».
In Ticino
In generale, nel mettere a punto il ricco programma di eventi ed iniziative per celebrare l’anniversario, l’intento è fin da subito stato quello di coniugare momenti dedicati alla riflessione sulla situazione attuale (dunque per gli «addetti ai lavori»), allo scambio di idee e strumenti e altri dedicati all’informazione destinata a chi desidera avvicinarsi a questa forma di aiuto. «Un primo importante evento che abbiamo organizzato è stato il convegno Volontariato in movimento, che si è tenuto lo scorso 27 marzo al Palazzo dei Congressi di Lugano. Si è trattato di un momento di approfondimento e di condivisione delle testimonianze di alcuni volontari, il che ha permesso il passaggio a doppio senso fra gli aspetti teorici e pratici dell’agire del volontariato», racconta la collaboratrice dell’ufficio di informazione e coordinamento di Volontariato Ticino. L’evento si è rivelato essere un’interessante opportunità per riflettere sulle trasformazioni del volontariato e le nuove modalità di partecipazione nella società contemporanea. «Al momento abbiamo in agenda alcune serate informative rivolte invece a chi sta pensando di entrare nel mondo del volontariato e desidera ricevere alcuni suggerimenti o conoscere le diverse realtà attive sul territorio; per favorire la partecipazione degli interessati, le serate si svolgono nelle diverse regioni del Cantone – racconta la nostra interlocutrice – continueremo poi per il resto dell’anno a promuovere iniziative e sostenere eventi per valorizzare il lavoro delle associazioni, incoraggiare nuove adesioni e favorire il confronto sul futuro dell’impegno volontario».
Guardare al futuro
Nel corso della stesura del presente articolo è emerso più volte il tema del futuro del volontariato, dal momento che nemmeno la decisione di mettersi a disposizione di altre persone o della comunità è sconnessa dal contesto in cui viene presa. «A detta dell’Assemblea Generale dell’ONU, i rapidi cambiamenti delle società e delle economie ci pongono di fronte alla necessità, ma anche all’opportunità, di ricercare modalità innovative e al passo coi tempi per far sì che anche il volontariato sia una componente importante delle strategie di sviluppo nazionali e regio-
Nel nostro Cantone le possibilità per mettersi a disposizione del prossimo non mancano. Ciascuno, secondo le proprie aspirazioni e sensibilità e la propria disponibilità di tempo, può infatti trovare il tipo di impegno che più gli si addice, che sia in ambito sociale, artistico e culturale, della salute, della cooperazione internazionale, della protezione ambientale o ancora delle attività giovanili e sportive e a favore di bambini e ragazzi, anziani, persone disabili e malate, richiedenti l’asilo e rifugiati, e altro ancora. «Ciò nonostante, una delle maggiori sfide alle quali le associazioni si trovano confrontate è proprio la ricerca e l’inserimento di nuovi volontari - afferma Erika Sutera Fogliani - si nota come negli ultimi anni siano cambiati aspetti come il tempo a disposizione, gli ambiti di ingaggio e le motivazioni per cui ci si vuole rendere utili. Visti i ritmi frenetici dell’attuale quotidianità, si privilegiano impegni più a breve termine o con tempistiche più flessibili per quel che riguarda orari o giorni. È altresì vero che determinate attività continuano giocoforza ad aver bisogno di continuità e disponibilità a lungo termine. Di conseguenza, riflessioni in questo senso sono in corso e come Volontariato Ticino abbiamo in programma dei momenti di scambio, dove le organizzazioni potranno confrontarsi». Con la speranza – aggiungiamo – che la ricorrenza globale che celebra il 2026 come Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile possa rappresentare anche per il nostro Cantone un’opportunità per dare nuovo slancio ad un gesto così bello e umano.
Ticino ◆ La nuova Legge per i giovani e per le colonie è nata da un processo partecipativo e accresce le possibilità di agire dei Comuni a sostegno delle nuove generazioni
Stefania Hubmann
La realizzazione di ideali di bellezza e felicità non è un’illusione, bensì un valore ancorato nella Legge sulla promozione delle attività dell’infanzia e della gioventù, approvata nel 2025 e il cui regolamento è entrato in vigore lo scorso 1° marzo. L’innovativo testo legislativo cantonale, frutto di un processo partecipativo offre concrete possibilità alla gioventù di crescere sana e responsabile in una società che, si legge sempre nell’articolo 3 capoverso 3, incoraggia le pari opportunità, l’inclusione, la solidarietà e la sostenibilità. È un atto di fiducia nei giovani chiamati a partecipare, a sviluppare competenze e ad assumersi responsabilità nell’ambito di spazi e attività pensati con e per loro. A sostenerli ci sono i Comuni, gli enti e le associazioni che operano a loro favore sul territorio e il Cantone che offre attraverso questa Legge un supporto finanziario.
Nulla di astratto
Il concetto di legge può sembrare a prima vista astratto, soprattutto in giovane età, ma la Legge sulla promozione delle attività dell’infanzia e della gioventù dimostra che attraverso un percorso adeguato è possibile comprenderne i contenuti e la portata. «È una legge che pone le basi per offrire prospettive di sviluppo, per guardare al futuro», afferma Marco Galli, capo dell’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani del Dipartimento della sanità e della socialità. «La nuova Legge estende il campo d’azione in relazione all’età – ora compresa fra 4 e 30 anni – e ai contenuti. Questi ultimi comprendono ad esempio l’attribuzione di un ruolo consultivo e non solo propositivo al Consiglio cantonale dei giovani sui temi che li riguardano (aspetto esistente finora solo nel canton Vaud) e il sostegno a progetti basati su metodi sperimentati con successo negli ultimi anni da associazioni e fondazioni come l’educazione fra pari e l’accompagnamento educativo tramite le figure dei mentori». Un punto centrale della Legge è sicuramente il potenziamento dell’offerta di spazi aggregativi e dei centri di attività giovanili. Precisa Marco Gallli: «I giovani chiedono spazi in cui riunirsi, luoghi dove trovare stimoli senza essere obbligati a spendere denaro. Oggi esistono 13 centri giovanili sul territorio cantonale, un’offerta che speriamo venga potenziata grazie ai finanziamenti assicurati dalla nuova Legge. Si tratta di un supporto importante – il budget è stato aumentato della metà passando da due a tre milioni di franchi – destinato ai Comuni e agli enti cui spetta il compito di realizzare questi centri. Il nostro Ufficio resta inoltre a disposizione a livello di consulenza». L’esigenza di nuovi spazi è stata d’altronde ribadita anche dai presenti al processo partecipativo svolto per elaborare i contenuti della nuova Legge.
L’avvio
Questo processo ha preso avvio con l’evento #facciamolegge# organizzato dal Dipartimento nell’autunno 2022, seguito nella primavera del 2025 da #dimmicomedirtelo#, incontri che hanno coinvolto nel complesso un centinaio di ragazze e ragazzi di età diverse e provenienti da vari ambiti, oltre agli operatori e ai rappresen-
tanti degli enti. Tre i temi riassunti dal nostro interlocutore: «I giovani hanno manifestato l’esigenza di disporre di spazi di ritrovo, di essere accompagnati nei momenti di difficoltà e di essere ascoltati sulle questioni che li coinvolgono proprio come è avvenuto per l’elaborazione di questa Legge. Simili occasioni sono preziose quali esperienze di cittadinanza attiva e, nel caso specifico, come forma di dialogo fra lo Stato e la realtà giovanile». Grazie a una partecipazione allargata, all’impegno dell’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani nella persona di Guido De Angeli e a una visione condivisa a tutti i livelli, si è potuto giungere a un risultato all’avanguardia in tempi brevi. L’esigenza di un rilancio a favore della gioventù si era d’altronde manifestata in modo ancora più marcato dopo la pandemia e le relative restrizioni.
«Si tratta di una legge di prossimità – prosegue Marco Galli – che non comporta nuovi obblighi per i Comuni, ma li facilita nello sviluppare politiche dell’infanzia e della gioventù. Nel caso di un centro giovanile il sostegno finanziario cantonale può raggiungere la metà dei costi. La Legge punta pure alla formazione, per cui, sempre per i Comuni, è previsto un progetto in questo ambito in collaborazione con la SUPSI. Un’altra iniziativa riguarda la piattaforma delle politiche giovanili convocata dal nostro Ufficio e che riunisce una sessantina di rappresentanti del settore per favorire lo scambio, la presentazione di progetti e il passaggio di informazioni».
Le colonie
Abbreviata in Legge per i giovani e per le colonie (GIOCO), la nuova Legge unifica e rafforza quella sul sostegno e il coordinamento delle attività giovanili del 1996 e quella sul promovimento e il coordinamento delle colonie di vacanza del 1973. Quest’ultimo campo d’azione è di particolare importanza, come ha rilevato l’Associazione delle Colonie Estive di Vacanza (ACEV). «L’aspetto centrale dal punto di vista delle colonie – spiega Paolo Bernasconi, segretario di ACEV – riguarda l’introduzione dell’obbligatorietà del progetto pedagogico. Grazie a questo strumento la riflessione è incentrata sul come fare colonia piuttosto che su cosa fare. Si tratta di ragionare e informare sui principi e i valori alla base dell’azione educativa. Le attività da svolgere sono la conseguenza di queste scelte di fondo. Se un obiettivo è la responsabilizzazione dei partecipanti alla colonia, alcune attività legate ai servizi potranno essere affidate loro in quest’ottica». In tema di colonie il Ticino vanta una lunga tradizione con un ruolo rilevante proprio a livello educativo. Paolo Bernasconi ricorda, fra gli altri, l’esempio citato nel volume di Ilario Lodi (presidente di ACEV) Per nuovi sentieri, pubblicato in occasione dei 70 anni (1923-2023) delle colonie estive dei sindacati di Rodi di cui ritraccia appunto, oltre al profilo storico, il contenuto pedagogico. «Nel 1955 a Rodi – riferisce Bernasconi – si svolge il primo stage di formazione per gli animatori delle locali colonie organizzato dai CEMEA (Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva), evento che segna il passaggio dal concetto di colonia assistenziale a colonia educativa». Oggi le colonie resi-
denziali sono molteplici, affiancate da quelle diurne. L’ACEV riunisce 21 organizzazioni, fra cui alcune federazioni, corrispondenti pertanto a un numero ancora superiore di colonie. Secondo il segretario di ACEV la nuova Legge per i giovani e per le colonie ha anche il pregio di essere più aperta e flessibile a dipendenza dell’evoluzione dei bisogni della società. «Sono stati presi in considerazione i
centri estivi diurni e le colonie sono tali anche con un numero di giorni e di partecipanti inferiori a quelli inseriti nella Legge precedente. Negli anni le offerte sono infatti aumentate diversificandosi. Il vincolo del progetto pedagogico da parte sua permette a bambini e genitori di scegliere l’esperienza più adatta nella certezza di una presa a carico educativa di qualità e rispettosa dei partecipanti. Per garanti-
re questi aspetti, considerando anche l’ampliarsi delle figure di riferimento, sono necessarie competenze adeguate, per cui il finanziamento e il potenziamento della formazione è a nostro modo di vedere un elemento cardine della Legge». Non va inoltre dimenticato che fra i monitori delle colonie – in genere giovani volontari fra i 18 e i 25 anni – vi è un naturale ricambio, per cui la formazione è un ciclo da assicurare a lungo termine. Paolo Bernasconi si sofferma infine sull’aspetto finanziario: «La nuova Legge promette un aggiornamento degli aiuti economici alle colonie e il finanziamento dei centri estivi diurni, ciò che auspichiamo per garantire continuità alle esperienze».
Dagli spazi di aggregazione ai centri giovanili, dai servizi di prossimità alle nuove forme di educazione tra pari e di accompagnamento da parte di mentori, dalle colonie di vacanza ai centri estivi diurni, la nuova Legge per i giovani e per le colonie allarga le possibilità di agire a sostegno delle nuove generazioni. Non da ultimo valorizza i giovani come soggetti e portatori di competenze chiamati a giocare un ruolo attivo per realizzare i loro ideali.
Informazioni
www.ti.ch/infogiovani www.associazionecolonie.ch
Per un Paese più coeso, qui e ora
Impegno Migros ◆ Il programma «ici.insieme qui.» promuove associazioni e progetti a sostegno dell’integrazione
Simona Sala
La nostra società sta attraversando profondi mutamenti, ed è sempre più stratificata. Questo non è sempre facile, soprattutto quando ci si deve confrontare con il fatto che di base la Svizzera è una «Willensnation», e dunque già per definizione è il risultato di una sorta di progetto di appartenenza, costituito da regioni profondamente diverse e con idiomi diversi. «ici. insieme qui.» è un programma della Stiftung für Sprach- und Bildungsförderung in collaborazione con Impegno Migros, della Commissione federale della migrazione CFM, della Conferenza dei delegati cantonali all’integrazione CDI e della Conferenza svizzera dei servizi specializzati nell’integrazione CoSI. Ne abbiamo parlato con Angela Zumbrunn della Direzione Società e cultura della Federazione delle cooperative Migros, co-responsabile del progetto.
Angela Zumbrunn, potrebbe darci una breve ma esaustiva descrizione del progetto ICI? «ici. gemeinsam hier.» («ici. insieme qui.», Ndr) è un programma di sostegno per il rafforzamento dell’impegno volontario nell’ambito di progetti di integrazione sociale che permettono a persone con esperienze culturali diverse di entra-
re in contatto. È stato sviluppato in collaborazione con dei partner istituzionali statali ed è reso possibile dalla Fondazione Stiftung für Sprach- und Bildungsförderung SSuB (Fondazione per la promozione della lingua e della formazione). Noi di Migros-Engagement ci occupiamo dell’attuazione del programma di sostegno.
Perché è così importante che il maggior numero possibile di persone venga a conoscenza del progetto «ici. insieme qui.»?
Per diversi aspetti. Da una parte, affinché le persone attive in questo campo sappiano che possono richiedere dei contributi da parte nostra. Inoltre, disponiamo di opuscoli in tutte le lingue nazionali e di studi, al fine di ottenere il massimo impatto possibile sulla società. Attraverso il nostro contributo desideriamo essere di ispirazione e sostenere chi si impegna insieme ad altri per una società più aperta, variata e solidale.
In che modo la cittadina o il cittadino comune possono fare la differenza?
L’impegno personale sul posto, ad esempio nel vicinato, nel quartiere o nel comune, è fra le opportunità più efficaci per promuovere la varietà e la coesione. Chiunque può
Disponente –Resp. Team Autisti
(f/m/d)
Tasso occupazionale
80 / 100%
Data d’inizio Da convenire
Mansioni
pianificazione dei turni e risoluzione imprevisti del piano trasporti; utilizzo dei sistemi informatici specifici del settore; gestione di un gruppo di autisti; coordinamento dell’attività con i colleghi della logistica; stretta collaborazione e scambio con il team trasporti a Lucerna. guida di mezzi pesanti (compreso carico/scarico); trasmissione delle informazioni efficiente e puntuale; mantenimento dei contatti con clienti, filiali e partner commerciali; elaborazione statistiche e report con relativa presentazione dei risultati; collaborazione nella valutazione di nuovi veicoli.
Requisiti
formazione in ambito logistica/trasporti p. es. «Manager in logistica», «Specialista dei trasporti e della logistica» o superiore oppure attestato AFC con almeno 8 anni di esperienza professionale nel settore; esperienza comprovata nella gestione di team e nel coordinamento operativo; ottime conoscenze di italiano e tedesco (entrambe le lingue a livello madrelingua o almeno livello B2 provabile); dimestichezza con gli strumenti informatici e la suite Microsoft 365; patente SUVA per l’utilizzo di carrelli elevatori; disponibilità a trasferte tra Ticino e Lucerna; flessibilità negli orari di lavoro (dal lunedì al sabato); spiccate capacità comunicative, orientamento alla collaborazione e buona resistenza allo stress.
Costituiranno titolo preferenziale:
patente CE con Certificato di capacità valido (CQC); attestato di formatore apprendisti (corso 40 ore) e conducenti autocarri; conoscenza applicativo Cadis rappresenta titolo preferenziale.
Candidati ora! www.migrosticino.ch Ü «Lavora con noi» Ü «Posizioni disponibili».
offrire il proprio contributo grazie a piccole azioni locali e al contatto diretto con le persone intorno a sé. Ad esempio prestando il proprio tempo in una società sportiva o in un caffè narrativo.
Come ci si candida per un Mini-Grant e quali requisiti deve soddisfare l’associazione che si candida?
Il progetto dovrebbe riunire su un
piano paritario persone caratterizzate da diversità culturale e linguistica. Deve essere accessibile gratuitamente, implementato a livello locale e gestito da un’organizzazione senza scopo di lucro. Il team dovrebbe essere eterogeneo e composto prevalentemente da volontari. Tutti gli altri criteri sono consultabili su Mini-Grants (IT). In caso di dubbi offriamo regolarmente uno sportello per consulenze anche in italiano.
Für unser Logistikzentrum in S. Antonino suchen wir eine/n
Disponent/in –Teamleiter/in Chauffeure
(m/w/d)
Beschäftigungsgrad 80 / 100%
Eintrittsdatum nach Vereinbarung
Aufgaben
Planung der Toureneinsätze und Bewältigung von Unvorhergesehenem im Transportplan Bedienung der branchenspezifischen IT-Systeme Führung eines Chauffeurteams Koordination der Aktivitäten mit den Kolleginnen und Kollegen der Logistik Enge Zusammenarbeit und Austausch mit dem Transportteam in Luzern
Führen von Lastwagen (inkl. Be- und Entladen)
Effiziente und termingerechte Weitergabe von Informationen Pflege der Kontakte zu Kundschaft, Filialen und Geschäftspartnern
Erstellung von Statistiken und Reports sowie Präsentation der Ergebnisse
Mitarbeit bei der Beurteilung neuer Fahrzeuge
Anforderungen Ausbildung im Bereich Logistik/Transport, z. B. «Manager/in Logistik», «Spezialist/in Transport und Logistik» oder höhere Fachausbildung
oder EFZ-Abschluss mit mindestens 8 Jahren Berufserfahrung in der Branche nachweisbare Erfahrung in der Führung von Teams und in der operativen Koordination
sehr gute Italienisch- und Deutschkenntnisse (beide Sprachen auf Muttersprache-Niveau oder mindestens nachweisbares Niveau B2)
Versiert im Umgang mit Informatikanwendungen und der Microsoft-365-Suite SUVA-Ausweis für die Bedienung von Flurförderzeugen (Gabelstapler)
Bereitschaft zu Reisetätigkeit zwischen Tessin und Luzern
Flexibilität bezüglich Arbeitszeiten (Montag bis Samstag)
Ausgeprägte Kommunikationsfähigkeiten, teamorientierte Arbeitsweise und hohe Belastbarkeit.
Von Vorteil sind:
Führerausweis Kategorie CE mit gültigem Fähigkeitsausweis (CQC)
Ausbilderausweis für Lernende (40-Stunden-Kurs) sowie für Lastwagenfahrer/ innen
Kenntnisse der Anwendung Cadis sind von Vorteil
Bewirb dich jetzt! www.migrosticino.ch Ü «Lavora con noi» Ü «Posizioni disponibili».
Crede che in questo momento storico la coesione abbia un valore ancora più grande?
Grandi cambiamenti come quelli cui assistiamo in ambito geopolitico o della digitalizzazione generano un senso di insicurezza, mentre il divario sociale continua ad aumentare. Per questo motivo il focus è sulla promozione della coesione sociale. Migros si è sempre impegnata a favore dello sviluppo sociale. Per questo cerchiamo sempre nuove nicchie in cui inserirci con il nostro sostegno. Con «ici. gemeinsam hier.» completiamo l’offerta di stato e cantoni.
Il Ticino solitamente partecipa a questi progetti?
Con «ici.gemeinsam hier.» sosteniamo progetti da tutto il Paese, ma ci piacerebbe incrementare il nostro sostegno a progetti ticinesi. Per questo ci rivolgiamo alle associazioni più piccole e di recente costituzione, per informarle della nostra offerta di sostegno.
L’impegno a favore di persone con un passato migratorio ha una lunga storia in Ticino, dove vi sono molte associazioni consolidate. Da tempo sosteniamo soprattutto associazioni del Luganese e del Bellinzonese come ad esempio le Associazioni Amélie, DaRe, GeaMondo, Il Tragitto e la Cooperativa Baobab. Nel 2025 ad alcune di queste associazioni è stato conferito perfino un ici-Award. Ci piacerebbe sostenere altri progetti in Ticino; questi potrebbero risultare interessanti anche per iniziative nella Svizzera tedesca o in Romandia.
Perché è importante che partecipi anche il Ticino?
Il nostro programma di sostegno mira a promuovere la parità di opportunità e la partecipazione. Per questo è importante che il nostro sostegno sia accessibile a tutte le regioni di questo Paese. I criteri per ottenere dei Mini-Grants sono di facile accesso e pensati appositamente per le associazioni più piccole o ancora poco strutturate. Ora offriamo anche consulenze in italiano per rispondere alle domande di chi vuole candidarsi. Le candidature e i documenti possono naturalmente essere presentati in italiano.
Partecipa e ricevi un Mini Grant
Un Mini-Grant è un contributo di finanziamento pratico, semplice e veloce per le piccole organizzazioni con grandi idee e pochi soldi. «ici.insieme qui.» sostiene progetti che promuovono la coesistenza di culture diverse in Svizzera, con piccoli importi compresi tra 500 e 2500 CHF.
Un Mini-Grant può essere utilizzato per sperimentare un’idea, realizzare un piccolo progetto o coprire i costi di un progetto in corso.
Per maggiori informazioni e per partecipare:
Angela Zumbrunn, co-responsabile del progetto presso la Direzione Società e cultura della Federazione delle Cooperative Migros. (Christine Strub)
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Per il nostro centro logistico di S. Antonino, cerchiamo
Le parole dei figli
Six Seven
«Zia, prova a digitare su Google 67 e poi schiacciare ricerca», mi dice Agata, mia nipote dodicenne. È sabato pomeriggio e l’ho convocata alla mia scrivania per farmi aiutare a capire il significato di 67, scritto anche 6-7 o six-seven. È la prima Parola dei figli tipica della Generazione Alpha, i nati tra il 2010 e il 2024. Sono definiti anche screenagers, per l’importanza degli schermi di computer, tablet e cellulari nella loro crescita. La mia risposta è quasi seccata: «La zia non vuole leggere come Google spiega 67, ma sapere che cosa volete dire voi quando lo pronunciate». Su sua insistenza, comunque, mi arrendo e procedo. Che sorpresa! Lo schermo del cellulare comincia a muoversi: la pagina dei risultati si inclina e oscilla da un lato all’altro per qualche secondo. Il telefono è impazzito? Nient’affatto: è un effetto grafico inserito da Google in
Terre Rare
omaggio alla viralità del meme 67. I meme sono immagini, video o gesti che si diffondono online e che i giovanissimi copiano e ripetono. Il 67 è uno di questi. È entrato anche in Roblox, piattaforma dove gli utenti creano e giocano a videogiochi. Tra questi c’è Steal a Brainrot, in cui i giocatori acquistano e rubano brainrot, personaggi tratti dai meme. Il gioco è diventato un fenomeno: è l’unico titolo di Roblox ad aver superato i 25 milioni di utenti collegati contemporaneamente. In questo universo compare anche un personaggio chiamato 67, associato all’esclamazione «six-seven!».
A questo punto mi sembra di essermi infilata in un romanzo dell’assurdo, alla Ionesco. Ho capito: Google rende omaggio a un meme virale, ma perché lo fa facendo oscillare lo schermo? La risposta sta nel gesto che accompagna spesso la paro-
Benessere e igiene digitali
Tra i molti strumenti disponibili sui nostri smartphone, ce ne sono alcuni che possiamo utilizzare per monitorare il nostro comportamento digitale. Si tratta di veri e propri «misuratori» delle nostre attività, per certi versi anche specchi della nostra dipendenza dalla tecnologia. Vale la pena di conoscerli e anche di usarli sistematicamente, così come saliamo sulla bilancia per verificare il nostro peso o teniamo sotto controllo i nostri valori nella pressione arteriosa. I programmi variano, naturalmente, a seconda del tipo di apparecchio in nostro possesso. Chi possiede uno smartphone pilotato dal sistema operativo Android troverà la pagina di controllo cliccando l’iconetta «Impostazioni» e poi cercando «Benessere digitale e Controllo genitori». In prima battuta verrà visualizzato un grafico circolare che mostra al centro la cifra to-
tale del tempo d’uso, poi, in porzioni d’arco della circonferenza dal diverso colore, la percentuali di utilizzo delle principali App. Scorrendo la pagina sarà possibile trovare varie altre opzioni di controllo, attivabili singolarmente. La più interessante è certo quella relativa alle «Notifiche del tempo di utilizzo», che ci permette di visualizzare i dati di uso giornaliero per ogni singola App. Una volta attivato il servizio, saranno visibili nel dettaglio le operazioni compiute, i siti visitati, tutte le App con cui si è interagito. Per ognuna, è possibile inoltre attivare il pulsante «Usa promemoria», un’interessante indicatore che ci invia dei messaggi di attenzione quando l’App è stata utilizzata da molto (forse troppo) tempo. Cliccando sul cerchio principale, si aprirà un grafico a colonne con il rendiconto dell’attività nella settimana
Approdi e derive
Come offendere la bellezza
Ci sono tanti modi per offendere la bellezza, per sporcare la purezza della sua luce.
Basta guardarsi in giro per vedere paesaggi feriti, gesti volgari, comportamenti arroganti e aggressivi. Delle esibizioni spettacolari e grottesche di Donald Trump, dell’enfasi con cui racconta di meravigliose e grandiose gesta, si può anche sorridere, anche se di un sorriso triste e imbarazzato per quel disincanto, alla fine complice, che spesso riempie il nostro sguardo di fronte ai disastri del mondo. Ma le parole con cui ha plaudito all’impresa spaziale di Artemis sono andate oltre ogni limite. L’arrogante prosopopea da America First ha consegnato l’impresa (e tutto il suo valore umano e scientifico) ad un linguaggio competitivo in cui «scrivere la storia», ovvero al racconto di una grandiosa vittoria bellica: «oggi avete fatto la storia e avete reso l’America incredibilmente orgo-
la. Chi dice six-seven muove le mani con i palmi rivolti verso l’alto, sollevandole in modo alternato, come un giocoliere che fa passare palline invisibili da una mano all’altra. Google traduce quel movimento facendo oscillare la pagina dei risultati. Il gesto è arrivato perfino sui campi da basket: il giocatore NBA Miles Bridges, dei Charlotte Hornets, lo ha fatto dopo una tripla contro gli Indiana Pacers. E poi c’è il dettaglio numerico che aiuta a spiegare la fortuna dell’espressione. Il playmaker LaMelo Ball è alto 2,01 metri, cioè 6 piedi e 7 pollici: nel sistema di misura americano quell’altezza si scrive proprio 6-7.
Ma il luogo dove la parola vive davvero è la scuola. Nelle aule e nei corridoi di elementari e medie 67 viene ripetuto come una risposta universale. Gli insegnanti raccontano di sentirlo durante le lezioni di mate-
matica, come risposta scherzosa o commento improvviso. Se il professore scrive alla lavagna pagina 67, qualcuno lo dice ad alta voce. Se la batteria del telefono segna 67%, qualcuno lo fa notare ridendo. A casa nostra io l’ho sentito per la prima volta, pronunciato da Agata, durante la tombola di Natale. Il numero è spesso accompagnato dal gesto delle mani e diventa quasi un’esultanza, soprattutto in cortile, tra i ragazzini che giocano.
Ma che cosa significa davvero? In realtà niente. È un suono, un tormentone. L’espressione probabilmente viene da una canzone rap – Doot Doot (6 7) del rapper americano Skrilla – il cui testo recita: «So che sta morendo (oh mio Dio, oh mio Dio) 6-7, ho appena bippato sull’autostrada (Bip, bip)». Skrilla, il cui nome d’arte significa soldi nello slang americano, non ha mai spiegato che cosa
voglia dire quel numero. Secondo Wikipedia «il significato del numero è ambiguo: alcuni utenti di internet hanno speculato che possa far riferimento alla sessantasettesima strada di Filadelfia, città natale di Skrilla, o a quella di Chicago, nota per il crimine e la violenza armata. Il linguista Taylor Jones ha teorizzato che si possa riferire a “10-67”, codice radio della polizia statunitense per segnalare una vittima. Lo stesso Skrilla ha affermato che il numero non ha un significato fisso e che non intende dargliene uno». E forse è proprio questo il punto. Come ne La cantatrice calva di Ionesco, dove la Signora Smith esclama: «L’esperienza insegna che quando si sente suonare alla porta è segno che non c’è mai nessuno», così il 67 suona continuamente nelle vite dei nostri ragazzi, ma dietro non c’è nessun significato.
in corso. Cliccando sulla colonnina di ognuna delle giornate se ne avrà un esame particolareggiato. A voi di giudicare il modo in cui trascorrete la vostra vita digitale: di certo scommetteremmo che rimarrete sorpresi (come chi scrive) dalle durate cumulative. Da notare comunque che in quella sezione è possibile impostare un tempo limite d’uso per ognuna delle App presenti sul dispositivo. La funzione ha qualcosa di ridicolo (è sempre possibile disattivarla, quindi il suo carattere di limitazione è più che altro simbolico…) ma ci mostra come i programmatori siano coscienti di quanto questi oggetti siano in grado di legarci a loro più del necessario. Chi fa capo al mondo iPhone, invece, si sarà accorto da tempo di come Apple invii ogni lunedì un resoconto globale del proprio «Tempo di utilizzo» settimanale. L’iconetta per consultar-
lo direttamente si trova in «Impostazioni». Qui la visualizzazione si apre direttamente sulla statistica settimanale, ma poi subito sotto si trovano alcuni comandi che possono servire alla limitazione dell’accesso alle App. C’è persino un interruttore per attivare il controllo della distanza degli occhi dallo schermo e preservare eventuali danni alla vista: funziona bene, ma è un po’ fastidioso, perché alla fine siamo troppo spesso col naso nel display e troppo spesso il segnale di allarme interrompe l’attività. In «Tempo di utilizzo» per trovare le informazioni sull’uso delle varie App occorre cliccare su «Visualizza attività su app e siti web». Il dato più scioccante che ci viene immediatamente messo davanti agli occhi è quello della media giornaliera d’uso. Chi vi scrive viaggia attorno alle 4 ore… un dato spaventoso, mitigato poi però dall’analisi
di dettaglio. Si tratta di ore trascorse in gran parte su App di «Produttività e finanza» e «Informazione e lettura». Scorrendo la lista si comprende del resto che gli utenti Mac trovano in questa sezione anche dati raccolti nell’uso del proprio tablet e del proprio computer. Nel mondo Apple, infatti, tutte queste periferiche sono generalmente collegate in un unico ecosistema digitale.
In conclusione: fa piacere constatare che i produttori di smartphone siano interessati a tutelare la nostra salute digitale. D’altro canto questi servizi si fondano su una raccolta dati capillare dei nostri comportamenti, sicuramente utilizzata, in seconda battuta, a fini commerciali. Il gioco in cui siamo nello stesso momento utenti attivi e passivi oggetti di interesse è davvero molto complesso. Importante esserne consapevoli.
gliosa», aggiungendo che ultimamente molti sono stati i motivi per essere orgogliosi ma che questa impresa è stata qualcosa di straordinario. E con il cuore in mano ha ringraziato l’equipaggio che è riuscito a battere il record assoluto di distanza dalla terra!
L’amministratore della Nasa, in perfetta sintonia con l’entusiasmo presidenziale, ha aggiunto che questa impresa sarà ricordata come il momento in cui le persone hanno iniziato a credere che l’America possa, ancora una volta, compiere l’impossibile e cambiare il mondo. Non è la prima volta che un successo scientifico di grande rilevanza viene condito in salsa politica e privato del suo autentico sapore. La storia è piena di strumentalizzazioni politiche. Ma qui c’è di più, questi deliri di onnipotenza sono riusciti a sporcare la bellezza, la bellezza infinita del cielo. Nel racconto esaltato di meravi-
gliose gesta, nelle urla scomposte da vincitori, tace ammutolita l’esperienza della meraviglia e tace pure la voce delicata di quello stupore che ha sempre accompagnato il nostro rapporto con il cielo.
Gli astronauti di Artemis hanno navigato attraverso il lato oscuro della luna e hanno assistito al sorgere della Terra. Chissà se avranno potuto vivere anche loro quell’atto di meraviglia con cui Aristotele ha inaugurato il cammino della scienza? Chissà se avranno provato quello stupore, quella stessa emozione di Galileo nel vedere per la prima volta sorgere il sole sulla luna, così ben raccontate da Liliana Cavani in un suo bellissimo film. Si può ragionevolmente pensare e soprattutto sperare di sì, anche se, a quanto ufficialmente proclamato, non saranno le emozioni dell’equipaggio a fare la storia, non le possibili risonanze in arrivo dal cielo per ciascuno di noi, ma il record
di chilometri e tutti gli altri record dell’impresa, misurabili e calcolabili. Ecco allora Donald Trump ergersi a coraggioso condottiero in questo incredibile viaggio dell’America verso le stelle!
C’è di che sporcare la bellezza che da sempre ci attira e ci interpella: la bellezza che da sempre ci chiama nell’incontro con l’ampiezza vertiginosa del cielo stellato, a suscitare nostalgia di infinito e desiderio di trascendenza. Ma questa gratuità della bellezza, questa sua pura finalità non può competere con la logica del potere che distribuisce meriti e premi agli uomini e alle loro imprese solo in quanto strumenti utili alla sua affermazione. Il malessere del nostro tempo sta anche nel costringerci a pensare e a sentire dentro un immaginario aggressivo e competitivo che soffoca gli strati più profondi della nostra umanità e pretende di trattenerci sulla superficie del vivere, bloccati dentro le ragio-
ni senza respiro del fare quotidiano. Eppure la filosofia custodisce per noi da sempre immagini potenti della bellezza: dal dorso del cielo sopra il quale Platone descriveva il navigare di anime pure, fino all’ammirazione di Kant per il cielo stellato. Anche poesia e letteratura ce ne offrono continue risonanze. Calvino, ad esempio, consegna alle parole di Palomar tutta la nostalgia e l’inadeguatezza del nostro abitare la vita lontani dal cielo. «Se avessero potuto vederlo come ora lo vedo io, gli antichi avrebbero creduto di aver spinto lo sguardo nel cielo delle idee di Platone, o nello spazio immateriale dei postulati di Euclide; invece questa immagine arriva a me che temo che sia troppo bella per essere vera, troppo accetta al mio immaginario per appartenere al mondo reale. Ma forse è proprio questa diffidenza verso i nostri sensi che ci impedisce di sentirci a nostro agio nell’universo».
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di Alessandro Zanoli
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Una mostra al Museo nazionale svizzero racconta un rapporto complesso e ricco di sfaccettature
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Intervista a «Mister Prezzi»
Stefan Meierhans lotta da 18 anni contro i prezzi eccessivi e, nonostante le resistenze, resta motivato
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Le ferite etiche dei soldati
Dopo Gaza i militari israeliani mostrano segni di traumi dovuti alle violenze richieste sul campo
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Focus su Melania Trump Dagli interrogativi sul caso Epstein all’amore per le nuove tecnologie, un ritratto della first lady Usa
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Città e campagne, un fossato che cresce
Svizzera ◆ Sean Müller è stato nominato lobbista dei centri urbani a Berna proprio mentre il divario politico tra i poli principali, tendenzialmente progressisti, e le periferie più conservatrici continua ad ampliarsi
Prepariamoci con un po’ di anticipo, male non fa. Il 2027 sarà a tutti gli effetti un anno colmo di appuntamenti rilevanti per il destino politico di diversi Paesi europei visto che si andrà alle urne in Italia, Francia, Spagna, Grecia e Polonia. Cinque sfide di peso per gli equilibri del Vecchio continente, a cui vanno aggiunte anche quelle di casa nostra. Tra un anno, il 28 febbraio, si voterà nel Canton Vaud e il 4 aprile a Zurigo, due elezioni che data l’importanza demografica ed economica di questi Cantoni serviranno da cartina di tornasole per l’insieme del nostro Paese.
Il 2027 sarà a tutti gli effetti un anno colmo di appuntamenti rilevanti per il destino politico di diversi Paesi, Svizzera compresa
L’11 aprile del 2027, toccherà anche al Ticino, mentre il 24 ottobre sono in agenda le elezioni per il rinnovo del Parlamento federale a Berna, a cui seguiranno in dicembre quelle per la definizione del nuovo Consiglio federale. E qui si susseguono ormai da tempo le voci che danno per partenti almeno due ministri: Guy Parmelin, in carica da dieci anni, e Ignazio Cassis, eletto nel 2017. La sfida elettorale del 2027 si fa dunque già sentire nel nostro Paese, con queste speculazioni sul futuro di alcuni consiglieri federali – c’è chi non esclude neppure le dimissioni di Karin Keller Sutter – e con i partiti che sono ormai già da tempo ai cancelletti di partenza. E questo in un contesto politico ormai segnato da una campagna elettorale costante, anche perché la democrazia diretta svizzera ci chiama alle urne diverse volte all’anno, per decidere il destino di iniziative e referendum. Una corsa infinita, dunque, dove le rivalità tra i partiti non sono di certo le uniche a tener banco, tra associazioni, sindacati e lobby di tutti i tipi che tentano ad ogni piè sospinto di far sentire la propria voce.
E a questo proposito c’è da registrare un nuovo arrivo sotto la cupola di Palazzo federale, quello del lobbista dei principali centri urbani del nostro Paese. A nominarlo, come «delegato alle questioni federali», è stata l’Unione delle città svizzere, composta da 133 centri urbani con una popolazione minima di 5000 abitanti. Per questo ruolo di lobbista è stato scelto il politologo e professore universitario Sean Müller, uno specialista della politica elvetica e dei meccanismi del nostro federalismo. «I tre quarti della popolazione svizzera – scrive questa associazione – vivono oggi in una città, dove viene genera-
to l’84% del prodotto economico del nostro Paese». Sean Müller sarà dunque chiamato a «difendere gli interessi delle città e a rafforzare la visibilità della Svizzera urbana».
Originario del canton Glarona, ma domiciliato a Berna, Sean Müller andrà ad aggiungersi ad altri «ambasciatori istituzionali», quelli che a Berna rappresentano e difendono gli interessi dei Cantoni. Ormai quasi ogni Cantone ha arruolato almeno un proprio lobbista, chiamato a muoversi nei corridoi di Palazzo federale nel tentativo di promuovere al meglio gli interessi del proprio Cantone di provenienza. Un lavoro che va ad aggiungersi a quello della potente Conferenza dei Governi cantonali, che ormai da più di trent’anni raggruppa e difende gli interessi dei 26 Cantoni svizzeri. In altri termini i Cantoni hanno sicuramente la forza di farsi sentire a Berna. Anche per questo motivo le città hanno sentito la necessità di colmare questa lacuna. «La mia funzione non dovrebbe nemmeno esistere», ha fatto notare il neo-arrivato Sean Müller in un’in-
tervista al «Tages Anzeiger». «Questo perché i meccanismi istituzionali dovrebbero permettere a Confederazione, Cantoni e Comuni di lavorare in modo armonioso. I tre livelli istituzionali dovrebbero incontrarsi, discutere e negoziare, e riuscire in questo modo a trovare le soluzioni più adatte a difendere l’interesse dell’intero nostro Paese. Purtroppo la realtà è spesso ben diversa. Per questo c’è bisogno di una persona che faccia il mio lavoro».
Alcune volte le spinte innovatrici possono arrivare anche dalle regioni considerate più conservatrici
E così, a ben guardare negli equilibri regionali del nostro Paese, c’è un ambito che a Berna non ha ancora un proprio lobbista, quello delle campagne. È vero, ci sono associazioni che si muovono anche tenendo conto delle esigenze delle periferie, come ad esempio la Conferenza dei Governi
dei cantoni alpini, di cui fanno parte anche Ticino e Grigioni. Un ruolo in questo senso lo giocano anche varie associazioni che difendono gli interessi del settore agricolo. Sta di fatto però che un vero e proprio lobbista delle periferie a Berna ancora non c’è. Chissà, magari a qualcuno verrà anche l’idea di creare, e finanziare, un incarico di questo tipo. Sta di fatto che questo argomento ha anche una sua valenza politica e persino partitica.
In Svizzera, con l’eccezione di Lugano, le principali città svizzere sono guidate, anche saldamente, dalla sinistra. Le periferie invece votano sovente in modo conservatore e i Comuni che le compongono sono spesso gestiti dai partiti di centro-destra. Un fossato città-campagna che si accentua sempre di più, come ci dice ormai regolarmente lo studio su questo argomento che viene condotto ogni anno dall’Istituto Sotomo di Zurigo. Nelle conclusioni dell’edizione 2025 si legge che questo fossato sta diventando una sorta di «test di resistenza» per la tenuta del nostro Paese. Basta
un dato per capire la portata di questa sfida. Il Consiglio federale, le due Camere del Parlamento e i Governi cantonali, e le periferie, sono tutti guidati da una maggioranza di centro destra, salvo qualche rara eccezione, mentre nove delle dieci principali città sono a trazione rosso-verde. C’è chi elogia questa diversità, ritenuta una ricchezza, e chi invece la considera, appunto, un insidioso «test di resistenza».
A ben guardare ci sono comunque anche esempi che rompono questo schema. Il Canton Grigioni, regione periferica, ha concesso la settimana scorsa il diritto di voto a partire dai 16 anni di età, tema caro solitamente alla sinistra. E così aveva fatto, già nel 2007, la tradizionalissima Landsgemeinde di Glarona, primo Cantone in Svizzera a introdurre questo diritto. Insomma a volte le spinte innovatrici possono arrivare anche dalle regioni considerate più conservatrici. In ogni caso il rapporto città/campagna sarà una delle variabili di fondo delle prossime elezioni federali. La volata è di fatto già lanciata.
Le città adesso hanno il proprio lobbista a Berna ma le campagne no. (Keystone)
Roberto Porta
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Neutrali ma armati fino ai denti
Zurigo ◆ Una mostra al Museo nazionale svizzero racconta il nostro rapporto complesso con la guerra, dal Rinascimento a oggi
Orazio Martinetti
Fino al 2022, l’anno dell’aggressione della Federazione russa all’Ucraina, la guerra non era in cima ai pensieri dell’opinione pubblica occidentale, in particolare europea. Mai era scomparsa, per la verità, ma era lontana, o in Paesi poco conosciuti e da tempo instabili: un retaggio di infinite faide tribali, oppure di contese per il controllo delle materie prime. Poi tutto è cambiato. La guerra è nuovamente penetrata nel nostro spazio mentale per abitarlo come un tarlo insonne. Un improvviso ritorno che ha scatenato una reazione a raggiera, dalla diplomazia all’aiuto umanitario, dall’accoglienza dei profughi all’esportazione di materiale bellico. E poi la neutralità, tema di ricorrenti dibattiti e dissidi, per alcuni tuttora salva, per altri tradita. Sulla questione, com’è noto, il popolo dovrà prossimamente esprimersi. La neutralità, come principio, poggia su un largo consenso, dicono i sondaggi; il problema è come starci, con quale stato d’animo, con quali piani di intervento nelle aree di crisi. Di questo rovello si occupa anche la mostra che si è appena aperta al Museo nazionale svizzero, nella sua sede di Zurigo. Nelle varie stazioni del percorso, il tema della neutralità funge da filo conduttore. Soprattutto non cessa di interrogare il pubblico, di sollecitarlo ponendogli domande ragionate, che invitano a schierarsi, a non eludere le conseguenze di taluna o talaltra opzione.
La Costituzione del 1848 vietò i contratti con potenze estere e obbligò ogni svizzero a prestare servizio militare
L’esposizione, che porta il titolo «Noi e la guerra», prende avvio dall’epoca rinascimentale. Si apre con un grande arazzo ritraente la battaglia di Pavia del 1525, con i fanti confederati in precipitosa rotta, sospinti nelle acque del Ticino dalle truppe di Carlo V e qui affogati. Il disastro militare mise fine alle ambizioni nell’Italia settentrionale di Francesco I di Francia, proprio il re che qualche anno prima, nel 1515, aveva sbaragliato i contingenti svizzeri a Marignano.
Le sconfitte nelle guerre d’Italia furono rovinose, ma anche provvidenziali, perché schiusero un nuovo capitolo, ossia il mercenariato («fremde Dienste»). È qui che i montanari provenienti dai territori forestali intravidero una via per sfuggire ad un sicuro destino di stenti. Tuttavia a trarne i maggiori vantaggi, in termini di ricchezze e di prestigio sociale, furono le élites altolocate, le famiglie più blasonate. A tali affari collaborarono anche le donne, sia come reclutatrici, sia come econome nella distribuzione del soldo. Le monarchie europee, con in prima fila quella francese, erano ben felici di rivolgersi ai mercenari sviz-
zeri per condurre le loro campagne belliche, attraverso reggimenti ben inquadrati e comandati da ufficiali friburghesi o svittesi. L’attività andrà avanti per tutta l’età moderna, nella cornice della vecchia Confederazione, per poi gradualmente declinare con l’avvento dello Stato federale. La Costituzione del 1848 vietò espressamente (art. 11) le «capitolazioni militari», ovvero i contratti con potenze estere, e nel contempo obbligò ogni svizzero a prestare servizio militare (art. 18). Alla metà dell’Ottocento i Cantoni iniziarono a cedere una quota della loro sovranità alle autorità federali, un’operazione centripeta che riguardò in primo luogo la politica daziaria e l’organizzazione dell’esercito all’indomani del conflitto del Sonderbund.
La formazione di una coscienza nazionale elvetica esigeva però la costruzione di una tradizione eroica, che elevasse le disfatte militari a gesta gloriose e le battaglie tardomedievali contro gli Asburgo a momenti fondativi. Ad esaltare tali imprese soccorreva sempre la celebre definizione del Machiavelli, essere gli svizzeri «liberissimi e armatissimi», ovvero liberi perché armati. Le due carneficine mondiali del XX secolo e la successiva guerra fredda consentono all’esercito di acquisire un potere crescente, che impregna e mobilita l’intera società, nelle sue varie articolazioni economiche, politiche, civili, simboliche. Il settore degli armamenti lavora prevalentemente con l’estero, costringendo la Confe-
Clara Ragaz: una vita per la pace e la libertà
Considerata una delle più importanti pacifiste e femministe svizzere della prima metà del Novecento, Clara Ragaz (nata Nadig) rappresenta una figura chiave nella storia sociale e politica del Paese. Il «Dizionario storico della Svizzera» (DSS) la descrive come una donna che ha intrecciato spiritualità, impegno sociale e lotta per i diritti delle donne in un’unica visione coerente e radicale.
Nata a Coira il 30 marzo 1874 e morta a Zurigo il 7 ottobre 1957, proveniva da una famiglia riformata e istruita: suo padre era cancelliere del tribunale,
sua sorella insegnante. Dopo la scuola magistrale di Aarau – continua il DSS –lavorò come precettrice in Inghilterra, Francia ed Engadina, per poi diventare insegnante a Zurigo. Nel 1901 sposò il teologo Leonhard Ragaz, con cui condivise un percorso politico e spirituale. Entrambi aderirono al Partito socialista nel 1913, ma ne uscirono nel 1935 quando il partito sostenne la difesa nazionale. Pur pacifista, Clara Ragaz riteneva legittima la resistenza armata quando necessaria per difendere libertà e democrazia, come nel caso della guerra civile spagnola. / Red.
derazione a dotarsi di una sua industria, che tuttavia rimarrà sempre a rimorchio dei sistemi d’arma forniti prima dall’Inghilterra e poi da Francia, Stati Uniti, Germania federale, Israele. A Berna, nei due rami del Parlamento, la «classe» degli ufficiali è molto presente e influente; il cittadino-soldato conserva la sua arma a domicilio, il suo addestramento non si conclude con la scuola reclute ma prosegue con i corsi di ripetizione e il tiro obbligatorio. D’altro canto l’esercito – sempre più sproporzionato, con oltre mezzo milione di uomini in grigioverde – assume tratti salvifici, che trasmettono alla popolazione un profondo senso di gratitudine per averlo preservato dagli orrori delle guerre mondiali. C’è infine il «ridotto alpino», il simbolo della resistenza ad oltranza, il labirinto fortificato considerato inespugnabile scavato nelle Alpi centrali.
Ma la mostra dà conto anche della truppa come strumento di controllo e repressione dei moti sociali, come accadde nel 1918, nei giorni dello sciopero generale, o nel 1932, con l’uccisione a Ginevra di 13 dimostranti antifascisti. Discussioni accanite suscitarono negli anni Sessanta del secolo scorso la decisione di dotarsi della bomba atomica (avallata in votazione popolare) e lo scandalo legato all’acquisto di cento cacciabombardieri Mirage, che alla fine costrinse il responsabile del Dipartimento militare, il vodese Paul Chaudet, a rinunciare all’incarico.
La mostra espone parecchi mate-
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riali bellici, fucili e mitragliatrici, proiettili di vario calibro, camuffamenti che paiono installazioni artistiche e veicoli militari, compresi alcuni velivoli e droni mai realizzati o rimasti allo stato di prototipo. Ma parallelamente non dimentica la partecipazione alle missioni di pace nei territori lacerati da atavici contrasti etnici e religiosi. Con l’ingresso nell’Onu, nel 2002, anche la Svizzera inizia a dare il suo contributo alle operazioni di «peace keeping» in Kosovo tramite il contingente «Swisskoy».
C’è poi il rovescio della medaglia di un Paese che ama autorappresentarsi armato fino ai denti a difesa della sua neutralità. È il movimento pacifista, impegnato nel difendere le ragioni degli obiettori di coscienza che nei tribunali militari subivano umiliazioni e pesanti condanne. Questa tradizione – incarnata da attiviste come la grigionese Clara Ragaz – ha sempre potuto contare su una consistente e combattiva militanza femminile. Anche sull’onda di questa mobilitazione fu possibile, nel 1989, raccogliere il 35,6% di consensi attorno all’iniziativa «per una Svizzera senza esercito».
Dove e quando Noi e la guerra, esposizione al Museo nazionale svizzero, sede di Zurigo, fino al 17 gennaio 2027. Didascalie quadrilingue. Catalogo solo in tedesco. Le visite guidate per le scuole sono gratuite. Tutte le informazioni sul sito www.landesmuseum.ch
Nel 1914 migliaia di lavoratori italiani – che erano in Francia, Germania e Austria – hanno attraversato la Svizzera per tornare a casa. La Croce Rossa e l’esercito li hanno aiutati. (Museo nazionale svizzero)
alleAccanto terme Leukerbaddi
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«Ho il lavoro migliore del mondo»
Incontri ◆ Ferrovie, benzina, medicamenti: «Mister Prezzi» Stefan Meierhans lotta da 18 anni contro quelli eccessivi e, nonostante le resistenze, resta molto motivato
Katja Fischer De Santi, fotografie Beat Schweizer
Stefan Meierhans, per cosa spende troppo?
Per le tasse e le imposte. A parte questo, sono un classico caso da angolo delle occasioni. Il mio ultimo acquisto è stato un kit per la pulizia della catena della bicicletta. Secondo mia moglie non ne avevo affatto bisogno, ma io l’ho subito usato per pulire tutte le catene delle biciclette in garage.
Il suo lavoro è una lotta contro i mulini a vento: da anni sembra che tutto diventi sempre più caro. Lo scorso anno l’inflazione è stata pari a zero, quindi i prezzi sono rimasti mediamente stabili. Mentre nell’elettronica, a parità di prezzo, oggi è possibile ottenere molte più prestazioni rispetto a dieci anni fa. Anche per gli abbonamenti di telefonia mobile o per i trasporti pubblici, ad esempio con l’AG Night, i prezzi sono diminuiti.
Sembra però che questa fase sia finita: le FFS hanno annunciato un aumento delle tariffe e il rincaro della benzina è notevole.
Sì, da alcune settimane le segnalazioni dei cittadini sono di nuovo in aumento. La guerra in Iran minaccia di far lievitare i prezzi di molti prodotti. Sto osservando molto da vicino i margini di guadagno sui carburanti. Finora, per quanto riguarda i prezzi del petrolio, non abbiamo riscontrato irregolarità giuridicamente rilevanti. Posso intervenire solo se esiste una posizione di mercato dominante. Anche nel caso delle FFS osserveremo la situazione con grande attenzione e prenderemo posizione.
I prezzi di molti prodotti aumentano, mentre aziende come Lindt & Sprüngli realizzano buoni profitti. Si sta facendo profitto sulla crisi? L’aumento dei prezzi delle materie prime e costi più elevati lungo la catena di fornitura possono spiegare gli adeguamenti di prezzo. Tuttavia, non giustificano margini superiori alla media. Decisiva è la trasparenza: se gli utili crescono in modo si-
gnificativo rispetto ai costi, occorre verificare criticamente se gli aumenti di prezzo siano giustificati. Una concorrenza che funziona e consumatori informati sono due aspetti fondamentali per evitare prezzi eccessivi.
I produttori di articoli di marca come L’Oréal applicano prezzi nettamente più alti in Svizzera che all’estero. La Migros si sta attivando per contrastare questo fenomeno con dure trattative sui prezzi. Cosa fa lei contro questo «sovrapprezzo svizzero»?
Non è un segreto che in Svizzera i produttori di marca spesso chiedano supplementi che non sono giustificabili dal punto di vista dei costi. Contro questo mi batto da diverso tempo e trovo molto positivo che lo facciano anche altri.
Qual è il suo rapporto con la Migros come sorvegliante dei prezzi? «È complicato» è probabilmente la descrizione più adatta. Ma in passato è stato anche più difficile.
La Migros ha abbassato i prezzi di oltre 1000 prodotti, con un costo annuo di 500 milioni di franchi. Questo non può che farle piacere. Pochi grandi fornitori dominano il commercio al dettaglio svizzero e dispongono di un notevole potere di mercato. Le riduzioni di prezzo sono quindi anche il risultato di decisioni strategiche in un mercato altamente concentrato. Naturalmente, prezzi più favorevoli sono nell’interesse di tutti i consumatori e tutte le consumatrici.
Esiste anche un «troppo economico» per lei? Per esempio mezzo chilo di pane per meno di un franco? Io sono responsabile solo dei prezzi troppo alti. I prezzi troppo bassi so-
no di competenza della Commissione della concorrenza.
Una delle maggiori preoccupazioni della popolazione svizzera sono gli affitti in forte aumento. Può fare qualcosa?
Purtroppo non ho la base giuridica per farlo. Ci sono decine di migliaia di locatari e non esiste una chiara posizione dominante di un singolo attore su cui potrei intervenire. Esi-
stono però vie legali per opporsi agli affitti abusivi e agli aumenti illeciti, ma vengono sfruttate troppo poco.
Anche i costi delle casse malati aumentano da anni. Questo è il mio campo di battaglia da decenni! Uno dei tanti motivi è che in Svizzera paghiamo ogni anno centinaia di milioni di franchi in più del dovuto per i generici. Un medicamento che da noi costa 100 franchi, in Inghilterra si trova a 20 franchi. La regolazione statale dei prezzi è semplicemente impostata in modo errato.
Ha ancora speranza per il nostro sistema sanitario? È difficile, perché il sistema è profondamente malato, ad esempio nella pianificazione ospedaliera, dove i Cantoni spesso stabiliscono le tariffe per i propri ospedali. Lo scorso anno abbiamo risparmiato centinaia di milioni grazie a riduzioni di prezzo, ma in parte questi risparmi sono evaporati subito. La resistenza dei vari gruppi di interesse è enorme. A volte ci si sente un po’ soli.
Lei è in carica da quasi 18 anni. Da dove trae la sua motivazione? Ho il miglior lavoro che esista! Ogni giorno c’è una piccola soddisfazione. Per esempio quando una nonna mi scrive che, grazie ai biglietti risparmio delle FFS, può di nuovo permettersi di andare a trovare i nipoti. Oppure quando un contadino mi segnala che le tasse sull’acqua, che minacciavano il suo sostentamento, sono state ridotte. Agire nel piccolo è importante tanto quanto le grandi discussioni politiche.
Convegno delle consumatrici e dei consumatori 2026
Registrati ora e partecipa alla discussione «Il prezzo è caldo e il mercato potente?»: il sorvegliante dei prezzi della Migros Stefan Meierhans, il CEO della Migros Mario Irminger, Christine Badertscher, consigliera nazionale dei Verdi, e il produttore di carne Markus Bigler discutono di questo tema al 16esimo Convegno delle consumatrici e dei consumatori. Si invitano le parti interessate e gli esperti. Posti limitati, l’ingresso è gratuito. Quando: 13 maggio, ore 17-18.30. Dove: Istituto Gottlieb Duttweiler, Rüschlikon.
Requisiti formazione (CFP, AFC o superiore) o esperienza nel «commercio al dettaglio» (preferibilmente nel ramo alimentari); buone doti comunicative e relazionali, attitudine al lavoro in team; flessibilità nella gestione degli orari (previsto impiego domenicale e nei giorni festivi); spiccate capacità organizzative, dinamismo, creatività e spirito d’iniziativa; orientamento alla soddisfazione e alla fidelizzazione della nostra clientela. Abbiamo suscitato il tuo interesse o hai bisogno di ulteriori informazioni? Contattaci scrivendo alla mail voi@migrosticino.ch
Stefan Meierhans (57 anni) lavora come sorvegliante dei prezzi presso la Confederazione da 18 anni. Il giurista è responsabile del controllo dei prezzi ovunque il libero mercato non funzioni. Vive a Berna con la moglie e le due figlie.
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Prezzi sotto la lente
Tra il culto dell’eroe e le crepe dell’anima
Israele ◆ Il rientro da Gaza rivela un’ondata di traumi psicologici tra i militari mentre la
Sarah Parenzo
Dopo settimane di escalation regionale, una nuova fragile tregua annunciata dal presidente Trump ha temporaneamente rallentato il conflitto in Medio Oriente, anche se la situazione resta estremamente instabile. Nel clima sospeso, in attesa dell’esito incerto dei negoziati con l’Iran e il Libano, lo Stato ebraico ha attraversato le sue ricorrenze fondative: il Giorno della memoria della Shoà, quello del Ricordo, in cui si commemorano i caduti in guerra e negli attentati terroristici e infine la Festa dell’Indipendenza. Si tratta di una sequenza affatto casuale che fa troppo spesso leva sulla tragedia dello sterminio di 6 milioni di ebrei, attribuendovi l’ingrato compito di legittimare l’agenda politica e militare israeliana da oltre settant’anni. L’umiliazione subita in diaspora non si sarebbe mai più ripetuta grazie alla nuova patria e al suo apparato di difesa, noto per essere tra i più potenti del mondo, sofisticato, ma non infallibile, motivo per cui ogni anno il Paese si ferma due volte al suono delle sirene che onorano le vittime alimentando una narrazione acritica che contribuisce a perpetuare una spirale di morte senza fine.
L’uccisione di innocenti, le umiliazioni gratuite, le torture, le stragi, gli abusi sistematici non si dimenticano
Quest’anno, tuttavia, il proliferare di commemorazioni e celebrazioni alternative testimonia crepe, tensioni e conflitti latenti, segnali indicativi di una crescente frammentazione della società ebraica e del dissenso politico nei confronti della leadership governativa, anche in vista delle possibili elezioni del prossimo novembre. Il dibattito pubblico interno è concentrato sulle colpe del 7 ottobre per definire le quali si pretende l’istituzione di commissioni di inchiesta, ma resta molto flebile, per non dire inesistente, quando si tratta di interrogarsi su ciò che è accaduto dopo, sulle conseguenze. Anche nella retorica dei palchi ufficiosi, infatti, l’esercito si riconferma parte centrale dell’ethos collettivo, un dovere condiviso come parte integrante della costruzione della cittadinanza. Del resto in Israele il servizio militare è obbligatorio per entrambi i sessi e, fatto salvo per i palestinesi e gli ultraortodossi che godono dell’esenzione, gli obiettori di coscienza disposti ad affrontare la disapprovazione sociale e la prigione militare sono ancora una netta minoranza. Una società che si percepisce sotto costante minaccia rafforza il culto dell’eroe e il dovere di combattere, dimostrandosi impermeabile alla critica, soprattutto quando riguarda il militarismo. Il paradosso nasce quando sono gli stessi soldati, celebrati come vacche sacre, a vivere una frattura che imporrebbe alla collettività di dialogare con il tema della responsabilità, sistematicamente rimosso. Nonostante lo Stato li
Alcuni soldati israeliani si sentono traditi dalle istituzioni dopo aver eseguito ordini di cui solo a casa comprendono il peso morale. Sotto un’istantanea da Gaza distrutta che piange i suoi morti. (Keystone) (Credits)
abbandoni e il discorso pubblico cerchi di silenziarli e renderli invisibili, in seguito al cessate il fuoco dell’ottobre scorso si vanno moltiplicando le testimonianze di soldati e riservisti rientrati da Gaza «moralmente feriti». Le esperienze raccolte dal quotidiano «Haaretz» sono faticose anche solo alla lettura: dall’uccisione di innocenti, spesso usati come scudi umani oppure obiettivo dei cecchini, alle umiliazioni gratuite, dalle torture alle uccisioni di massa decise a tavolino tra un pranzo e l’altro, dagli abusi fino alla distruzione delle abitazioni o dei beni personali, come le fotografie, a puro scopo di vendetta. Il punto di rottura avviene generalmente dopo al-
cune settimane dal ritorno alla quotidianità, quando l’esperienza concreta della guerra rievocata a mente fredda entra in tensione con la credenza di un esercito vincolato da principi morali rigorosi. Si tratta di uno scarto particolarmente difficile da sostenere poiché, se sul campo alcune pratiche vengono normalizzate dalla necessità o dal contesto, nel ritorno alla vita civile si perde ogni giustificazione. Tra i sintomi riferiti dagli intervistati si annoverano sentimenti di vergogna, colpa, tradimento, perdita di fiducia e di identità, interruzione del senso di sé, difficoltà nel guardarsi allo specchio, una necessità continua di lavarsi e una persistente percezione di odore di
sangue. Talvolta il trauma si trasmette persino ai figli come testimoni secondari, altre volte sfocia nel suicidio. Alcuni raccontano di essere stati accolti come eroi, salvo percepirsi interiormente come mostri, persone irrimediabilmente cambiate a causa di ciò che hanno commesso direttamente, o a cui hanno assistito passivamente. Per comprendere questa dinamica, la letteratura scientifica ha coniato il concetto di «lesione morale» emerso principalmente dagli studi sui veterani di guerra condotti da Jonathan Shay e Brett Litz per descrivere il danno psicologico, comportamentale e spirituale derivante dall’aver compiuto, mancato di prevenire, testimoniato
o appreso atti che trasgrediscono valori e credenze morali profonde. Nel contesto israeliano, alcuni clinici, tra cui Yossi Levi-Belz dell’Università di Haifa, descrivono nei soldati rientrati da Gaza una dissonanza radicale tra gli atti che hanno commesso o a cui hanno assistito, e la scala di valori nei quali pensavano di identificarsi. Alcuni poi si sentono traditi dalle istituzioni e dalle autorità di riferimento dopo aver eseguito ordini impartiti dai superiori senza percepire immediatamente la portata morale del gesto che li perseguita una volta tornati a casa.
Cresce la frammentazione della società ebraica e il dissenso politico nei confronti della leadership governativa
Se esistono strumenti collaudati per affrontare il PTSD (Disturbo da stress post-traumatico), basati sull’esposizione graduale al trauma per modulare l’emozione, i protocolli per la cura delle ferite etiche sono ancora sperimentali anche perché la patologia deve ancora essere ufficialmente inclusa nel DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali utilizzato a livello mondiale per classificare e diagnosticare le patologie psichiatriche. Non si tratta soltanto di aiutare i pazienti ad elaborare un trauma, ma di renderne nuovamente abitabile l’identità fino a perdonarsi, all’interno di un percorso che include anche esperienze di volontariato. Soprattutto questa drammatica condizione resta largamente priva di riconoscimento pubblico nell’assenza di uno spazio politico e simbolico in cui possa essere nominata senza venire negata o strumentalizzata. A complicare ulteriormente il quadro, interviene la diffusa e spesso indistinta riprovazione internazionale verso gli israeliani prodotta dalla devastazione di Gaza. Questa reazione, comprensibile di fronte alla scala della violenza, rischia però di rendere più difficile ogni forma di empatia verso le fratture interne. Riconoscere le ferite morali dei soldati come una tragedia nella tragedia non significa giustificare, stabilire equivalenze né attenuare le responsabilità per ciò che accade sul campo. Si tratta piuttosto di ampliare lo sguardo, accettando che una società possa essere allo stesso tempo agente di violenza e luogo di sofferenza, gettando luce sui meccanismi attraverso cui un Paese entra in una spirale che produce danno anche al proprio interno.
Le ferite etiche dei soldati, catalogate dall’IDF come «identitarie», sono un indicatore dalla valenza politica e sociale che segnala il punto in cui la distanza tra valori dichiarati e pratiche reali diventa insostenibile. In un periodo in cui ricorda i propri morti e celebra la propria esistenza, Israele deve fornire delle risposte e una collocazione anche ai vivi che tornano dalla guerra incapaci di riconoscersi e di immaginare un futuro da vincitori.
La sfinge Melania
Stati Uniti ◆ Dagli interrogativi sul caso Epstein all’amore per la robotica: chi è davvero la first lady?
Cristina Marconi
Melania Trump, nella foto, è un mistero e sempre un po’ fuori tempo rispetto alla grande orchestra trumpiana in cui ha un ruolo di spicco. In fase molto bionda, più in forma che durante il primo mandato da first lady, ha fatto una conferenza stampa che non ha capito nessuno in cui ha superato ogni concetto di excusatio non petita: «Le bugie che mi legano al finanziere decaduto Jeffrey Epstein devono finire oggi», ha detto, con una determinazione nuova, più esplicita. Solo che del «finanziere pedofilo suicida» – etichetta riassuntiva che permette alla stampa di risparmiare spiegazioni sul personaggio – era un po’ che non si parlava per via della guerra in Iran, rievocarne il fantasma è stata una scelta curiosa. L’unica novità delle ultime settimane era rimasta un po’ in sordina e riguardava i post di una certa Amanda Ungaro, quarantunenne brasiliana ex modella ed ex moglie di tale Paolo Zampolli, l’uomo d’affari di origine italiana che sostiene di aver presentato Melania e Donald e che ora ha un ruolo di spicco accanto al presidente Usa. «Non ho paura di voi, siete voi a doverne avere di me. So chi siete e cosa avete fatto», ha scritto Ungaro. «Non rimane niente da perdere nella mia vita. Tirerò giù l’intero sistema. Stai attenta a me, bitch». Poi ha cancellato tutto.
La storia di Ungaro è sconcertante. Dopo essere stata rinchiusa senza tante cerimonie in un centro di detenzione a Miami per oltre 3 mesi, è stata deportata in Brasile dall’Ice, a cui l’ex marito avrebbe chiesto un favore per liberarsi di lei e ottenere la custodia del figlio adolescente, nato da una tumultuosa relazione durata 20 anni. Due decenni nei quali lei ha avuto contatti ad altissimo livello – era al tavolo dei Trump alla cerimonia della prima inaugurazione – ma non ha mai avuto né la cittadinanza né la green card. Lei e Melania erano vicine e da quanto si capisce Ungaro avrebbe gradito un intervento della ex amica in un momento difficilissimo, quando lo studio del suo secondo marito, un medico brasiliano, è stato chiuso e lei si è ritrovata in catene insieme a tutta la povera gente che viene deportata dall’Ice, ma anche ad assassini e criminali. In una lunga intervista a «El Pais», pubblicata il giorno dopo la conferenza stampa di Melania, ha parlato anche della sua storia passata, altrettanto sconcertante: gli abusi subiti da parte del marito, che al momento può fregiarsi del fumoso titolo di «Inviato speciale per le partnership globali» grazie alla sua vicinanza a Trump, e il viaggio sul famigerato Lolita Express di Epstein insieme al suo ex agente Jean-Luc Brunel, morto
anche lui in carcere nel 2022, e a tante ragazzine. Lei aveva 17 anni e in quel contesto sembrava quasi anziana. Che siano bastate le parole di una ex amica a scatenare la furia di Melania? Certo è che chiunque negli anni abbia cercato di risvegliare le ombre del suo passato se l’è vista bruttissima e Ungaro ha parlato di un «patto segreto» che lega la first lady a Zampolli. L’ira di Melania la conoscono bene anche il sito di informazione «The Daily Beast» e il giornalista Michael Wolff, che ha scritto dei legami tra la first lady ed Epstein e a cui lei ha fatto causa, chiedendo un risarcimento (lui ha risposto con una contro-causa). Rispetto al primo mandato di Trump, «la Sfinge slovena», come l’ha soprannominata Maureen Dowd del «New York Times», appare più sicura di sé e decisa a controllare la sua immagine, il suo brand, con buona pace degli intellettuali liberal e di chiunque – e sono in tanti – si chieda come sia possibile scrivere un libro legnoso come «Melania», in cui almeno si intravede un po’ della sua infanzia e si scopre che è pro-aborto, e cosa farsene di un documentario che sembra un brutto spot pubblicitario come quello prodotto da Amazon. Ma a lei non interessa: intanto ci ha fatto tanti soldi – 20 milioni secondo «Forbes», che aggiunge come an-
che da bitcoin e criptovalute guadagni molto – e poi tutto questo le dà un’aura di forza, qualcosa di simile a un’indipendenza. Più il marito è erratico, più lei vive in una sospensione irreale, priva di mutamenti.
Però al centro della scena resta lei, e sembrano lontani i tempi in cui copiava il discorso di Michelle Obama o doveva gestire l’ingombrante figura della first daughter Ivanka, figlia di quella Ivana la prima moglie così eccessiva, umana. Ora Melania fa conferenze stampa con androidi umanoidi molto più empatici di lei, con la scritta «Melania» sullo schermo-testa e bianchi come i tailleur che spesso sceglie per spiccare. Non ha paura di promuovere l’anti-umano, anche in un ambito delicato come quello dell’istruzione dei ragazzi, che vedrebbe bene in mano ai robot guidati dall’IA. La sua estetica è sempre meno auto-protettiva: restano i tacchi affilati, ma i cappelli repellenti e i look imbustati stanno facendo spa-
zio a qualcosa di più giovanile, quasi executive. Resta Epstein, le foto con Epstein, quando lei era una modella dalla carriera mediocre che girava in abiti succinti e capelli effetto bagnato per le feste di New York come quella del 1998, al Kit Kat Club, organizzata da Zampolli, in cui avrebbe conosciuto Donald. Dai files emergono scambi con Ghislaine Maxwell, che la chiama «dolcezza» e alla quale lei risponde con «Love, Melania». Epstein, per Melania come per tanta gente, è un problema che non va via. Melania ha una caratteristica: più parla, meno la capiamo. Per anni ci siamo divertiti a vederla come la prigioniera della Casa Bianca, la moglie bella tenuta a stento accanto a un uomo insopportabile. In ogni caso non si capisce se Trump sapesse o no, della conferenza stampa. Ai giornalisti che l’hanno chiamato per un commento l’ha difesa, dicendo poi: «L’avrei fatto in questo modo? Forse no, forse, non so».
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CULTURA
Il lavoro dell’arte secondo Genucchi
In un recente catalogo ragionato, realizzato dalla Fondazione Atelier Genucchi di Castro, la figura dello scultore bleniese
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La misura del lutto da Tel Aviv a Gaza La poesia di Mahmoud Darwish rifiuta eroismo e redenzione e costruisce un’etica della sottrazione
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Ispirazioni musicali orientali
La musica indiana è più presente in quella occidentale di quanto si possa pensare: dai Beatles agli Stones, passando per i Gorillaz
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Max Bill, la bellezza tra rigore e funzionalità
Mostre ◆ Il m.a.x. Museo di Chiasso dedica un’importante retrospettiva al poliedrico maestro svizzero (fu architetto, pittore, scultore, designer e teorico), figura cardine dell’arte del Novecento
Max Bill può essere a buon diritto considerato il paradigma dell’artista totale. Architetto, pittore, scultore, designer e teorico, ha attraversato il XX secolo operando in diversi ambiti della produzione artistica, sorretto dalla ferma convinzione dell’importanza di un approccio integrato all’atto creativo.
Questo eclettismo, accostato da alcuni critici all’«universalismo leonardesco», è maturato in lui durante il periodo di studi al Bauhaus di Dessau, dove, tra il 1927 e il 1928, sotto la guida di Josef Albers, Wassily Kandinsky e Paul Klee, plasma da una parte la sua visione fondata sul rigore formale, dall’altra la sua prospettiva interdisciplinare del fare arte.
Lungo e denso è il percorso di Bill: sessant’anni di assidua sperimentazione in cui pensiero, pratica artistica e insegnamento si sono intrecciati senza soluzione di continuità. Grazie a un’instancabile attività di ricerca, il maestro svizzero è diventato così una delle figure più rilevanti del Novecento, imprescindibile punto di riferimento per generazioni di artisti che hanno raccolto l’eredità della sua concezione progettuale.
Nei lavori di Max Bill la geometria genera bellezza scandendo i ritmi dei colori, del movimento e dei rapporti spaziali
La formazione come argentiere a Zurigo, la fondazione del gruppo d’avanguardia «Allianz», l’esperienza didattica presso la Hochschule für Gestaltung di Ulm, da lui istituita, e l’impegno profuso nel dibattito sul design per indicare una via alla progettazione che fosse insieme etica ed estetica sono solo alcune delle vicende salienti del cammino di Bill. Un cammino al centro del quale, come faro che tutto illumina, c’è l’interpretazione del processo creativo quale strumento per svelare le leggi dell’universo attraverso la perfezione formale.
È così che Bill individua nell’Arte Concreta il linguaggio più idoneo alla piena estrinsecazione dei propri proponimenti artistici: governati dai principi della matematica, i suoi lavori sono composizioni in cui la geometria genera bellezza scandendo gli equilibri e i ritmi dei colori, del movimento e dei rapporti spaziali. Partendo dalle premesse del Neoplasticismo olandese e del Bauhaus, questo tipo di arte punta alla manifestazione dello spirito umano senza avvalersi di riferimenti al mondo esterno, diventando «pura espressione di misura e di norma». Per Bill essa è in grado
di costruire nuove realtà, contribuendo a modellare una società armoniosa in cui forma e funzione coincidono nel segno di un’essenzialità estetica e pratica. Sebbene numerose mostre abbiano già ampiamente trattato molti aspetti della parabola artistica di Bill, la rassegna ospitata al m.a.x. museo di Chiasso risulta un tassello importante per la conoscenza del maestro svizzero, poiché si focalizza sulle sue relazioni con il Canton Ticino e con l’Italia, nonché sugli scambi culturali fra Zurigo e Milano, che, proprio grazie ai rapporti personali dell’artista, hanno permesso la diffusione dell’Arte Concreta in ambito europeo. Il Ticino, negli anni Trenta, è stato un luogo di ritrovo per intellettuali e fuoriusciti politici che qui sono entrati in contatto con un ambiente accogliente e stimolante. Così è stato anche per Bill, più volte ospi-
te, con la moglie Binia, della famiglia Rosenbaum a Comologno, presso la casa nota come «La Barca». In questo fervido clima di confronto libero Bill incontra, tra gli altri, Jean Arp, Sophie Tauber-Arp, Max Ernst, Meret Oppenheim e Ignazio Silone. Proprio per quest’ultimo, nel 1933 e nel 1934, disegna le copertine di due libri, tra cui la prima edizione del celebre romanzo Fontamara pubblicata in Svizzera in lingua tedesca da Oprecht & Helbling.
L’esperienza di Comologno è stata un capitolo fondamentale per la crescita culturale e umana di Bill, favorendo in modo rilevante lo sviluppo della sua visione artistica anche grazie al dialogo con la moglie di Wladimir Rosenbaum, la pianista e psicanalista Aline Valangin, con la quale egli disquisiva sulla connessione tra arte, matematica, musica e psicologia.
Altrettanto cruciale è stato poi per
Bill il rapporto con Milano, centro di dibattito internazionale e di diffusione del suo lavoro. A partire dal 1936, anno in cui disegna il Padiglione svizzero alla Triennale proponendo un innovativo spazio fondato su ritmo, colore e forma, l’artista instaura un profondo legame con il capoluogo lombardo, che si rafforza ulteriormente nel dopoguerra. Nel 1947, infatti, Bill è promotore della mostra arte astratta e concreta presso Palazzo ex-Reale, curata insieme a Lanfranco Bombelli Tiravanti con la grafica di Max Huber. Grazie a questa esposizione l’artista intesse una fitta trama di relazioni, in particolare con figure quali Gillo Dorfles, esponente dell’Arte Concreta in ambito italiano, con Ernesto Nathan Rogers e con Giuseppe Samonà, che contribuisce a costruire quel ponte culturale tra Zurigo e Milano alla base del rinnovamento dei linguaggi delle arti e del design.
I dipinti, le sculture, le grafiche e le opere di design presenti a Chiasso (tra cui alcuni pezzi che l’artista stesso considerava rappresentativi della propria produzione, tanto da non aver mai voluto venderli, prestati alla rassegna dal figlio Jakob) ci raccontano il percorso di Bill dal periodo iniziale della sua attività fino alla piena maturità della sua ricerca.
Max Bill, soprattutto negli anni Venti e Trenta, fu influenzato in modo importante dai maestri del Bauhaus
La ricca documentazione relativa ai soggiorni a Comologno che apre la mostra è attorniata da lavori degli anni Venti e Trenta in cui si coglie chiaramente l’influenza che i maestri del Bauhaus hanno avuto sull’artista. Interessante è poi la sezione che affronta lo sviluppo dell’Arte Concreta, i cui principi vengono per la prima volta messi in pratica in architettura da Bill proprio nella già citata sezione svizzera della Triennale del 1936, punto di partenza, in rassegna, per documentare le importanti relazioni con Milano. Significativa, in questa sala, è inoltre l’opera del 1938 dal titolo quinze variations sur un même thème (scritto con lettera minuscola, come da volere dell’artista, notoriamente avverso alle maiuscole), una cartella grafica in cui si coglie il passaggio da rigorose elaborazioni geometriche a strutture più libere, come la spirale, simbolo per Bill della proporzione perfetta e dell’espansione della vita attraverso la regolarità delle forme.
Nella nutrita parte finale della mostra troviamo una serie di dipinti dalla gamma cromatica brillante in cui vengono esplorate la variazione delle relazioni tra elementi geometrici, nonché alcune sculture emblematiche dell’indagine del maestro svizzero, come kontinuität, che coniugano armonia matematica e tensione verso l’infinito. Accanto a queste opere, oggetti di design senza tempo testimoniano la versatilità di Bill, artista universale capace di dimostrare come ogni cosa possa vivere della raffinata bellezza che scaturisce dalla precisione e dalla funzionalità.
Dove e quando max bill (1908 –1994): la grammatica della bellezza. m.a.x. museo, Chiasso. Fino al 12 luglio 2026. A cura di Karin Gimmi e Nicoletta Ossanna Cavadini. Orari: ma-ve 10.00-12.00/ 14.00-18.00, sa e do 10.30/18.00. Informazioni: www.centroculturalechiasso.ch
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Giovanni Genucchi e il suo fare arte
Pubblicazioni ◆ È uscito per i tipi di Casagrande il catalogo ragionato: è la lista più completa delle sue opere
Ada Cattaneo
«G. Genucchi. Scultore. Monumenti funebri, ritratti, sculture in bronzo e pietra. Bellinzona».
Sembra strano che anche gli artisti possano avere necessità di avere un biglietto da visita. Ma si potrebbe partire da qui per raccontare la vicenda di Giovanni Genucchi, alla luce della sua scelta di fare della scultura una professione all’insegna della normalità.
Artista ticinese fra i meno valorizzati, oggi il suo lavoro può essere meglio apprezzato grazie al catalogo ragionato pubblicato dalle Edizioni Casagrande e realizzato dalla Fondazione Atelier Genucchi di Castro. Cos’è esattamente un catalogo ragionato? Di fatto si tratta della lista più completa possibile delle opere note di un autore, accompagnata dalla loro storia, dalla loro fortuna critica e collezionistica, dalla biografia dell’autore e dalla bibliografia di riferimento. Stilare il catalogo ragionato di un artista significa fare il punto sulla sua produzione, definirne l’estensione nel tempo e avere in seguito un solco di riferimento entro cui inserire opere riscoperte successivamente. Tutto questo è – non da ultimo – essenziale per il lavoro critico su un autore, per poterlo collocare nella più ampia storia dell’arte e per poter stabilire i legami di reciproca influenza che questi ha instaurato con altri artisti.
Nel caso di Genucchi questo lavoro era necessario per leggere in maniera limpida il suo percorso creativo che, se non illustrato nella sua interezza, rischiava di venire sottovalutato e troppo affrettatamente dimenticato. Dopo la nascita della Fondazione Atelier Genucchi, nel 2012, è emersa subito la necessità di studiare l’opera dell’artista in maniera sistematica, anche perché questa non venisse dispersa. Oggi anima della fondazione è Michele Martinoni, che
ha partecipato in maniera consistente anche alla realizzazione del volume. Nel 2018 la storica dell’arte Misia Bernasconi, grazie a una borsa cantonale di ricerca, ha iniziato un approfondito percorso di studio e di riordino delle opere, che è poi confluito nel catalogo delle opere, terminato con la pubblicazione a fine 2025.
Genucchi viveva tra due necessità, quella impellente di fare arte, e quella, più prosaica, della sussistenza
Il prodotto finale è un volume che permette dapprima di comprendere molto bene la vicenda personale dell’artista, sempre caratterizzata dalla necessità di fare arte, ma anche da quella più prosaica della sussisten-
za, che lo rese «contadino per necessità». Ma, soprattutto, è possibile seguire la parabola creativa di questo scultore, poiché studiarlo in maniera completa significa restituirgli la dovuta dignità. Da segnalare che la sua inventiva emerge maggiormente nelle sculture di ambito profano, che saggiamente sono state messe per prime nel volume, prima della sezione sulle figure sacre, sugli ornamenti e sulle grafiche.
Un aspetto del catalogo che va senz’altro messo in luce è il grandissimo lavoro sui materiali che è stato svolto dagli studiosi coinvolti. I materiali che Genucchi ha di volta in volta impiegato nel corso della sua produzione sono stati affrontati da diversi esperti: Michele Martinoni (legno e bronzo), Flavio Paolucci (bronzo), Pierre Jaccard (gesso) e Andreas Küng (pietre). In particolare, il lavoro sulle pietre,
Genucchi al lavoro con un compasso curvo per il riporto delle proporzioni tra il modello e la copia, Castro, Anni Settanta.
(Archivio Fondazione Atelier)
ha permesso anche di fare emergere la scelta di diverse tipologie di materiale, che l’autore conduceva con sapienza. Così, Martinoni: «Giovanni Genucchi ha affrontato tutti i materiali della scultura classica. Ciò non è comune, soprattutto perché conosceva bene ciascuno di essi. Aveva delle conoscenze che vanno oltre la forma. Per noi si trattava di comprendere meglio il suo sapere sui materiali e come egli cercava ogni volta di valorizzarli con un linguaggio diverso». È stata anche l’occasione per comprovare che Genucchi ha effettivamente utilizzato il marmo di Peccia: finora, questa era rimasta solo un’ipotesi. Unico marmo bianco estratto in Svizzera, è caratterizzato da una particolare conformazione detta «a fiocco di neve» che lo rende molto fragile. Genucchi è stato tanto abile da lavorarlo senza danneggiarlo, mettendone in-
La terza età tra Madrid e Tangeri
vece in risalto tutta la sua lucentezza nell’opera Risveglio. (Qualcuno fra i lettori si ricorderà questa scultura che, a lungo esposta sul lungolago di Lugano, fu ritirata per la sua fragilità e dopo anni nei depositi è stata recentemente ricollocata dalla Divisione cultura della Città di Lugano nella casa anziani «Il Roccolo» di Canobbio.) Nella vicenda dell’uomo e dell’artista è toccante iI desiderio di trattare la materia in maniera rispettosa. Esistono quindi nel corpus della sua opera raggruppamenti di forme, molto ben individuati all’interno del catalogo e che appaiono al loro interno molto simili, ma in cui ogni materiale, ogni pietra, ogni legno offre all’artista un diverso indirizzo di lavoro. «La materia mi parla e mi ispira» spiegava l’artista, che Michele Martinoni definisce «artigiano nel sapere»: sa lavorare la pietra come uno scalpellino, modella il legno come un ebanista e tratta gesso e argilla con le abilità di un modellatore. È quanto di più lontano si potrebbe immaginare da quegli autori che forniscono il loro progetto a chi lo eseguirà concretamente, senza aver neppure posto mano sulla versione finale.
Oggi, nello splendido territorio di Castro in Valle di Blenio, si può ancora vedere come si presentava il laboratorio dell’artista dai piccoli spioncini che sono stati ricavati nelle pareti, proprio per dare la possibilità a chi è di passaggio di osservare l’ambiente di lavoro. Esso ha la rara fortuna di essersi conservato intatto, chiuso per oltre trent’anni dopo la morte di Genucchi, così che visitarlo e studiarlo oggi significa poter avere un legame diretto con questo autore e con i luoghi del suo fare arte.
Bibliografia
Giovanni Genucchi scultore, AAVV, Bellinzona, Casagrande, 2025
Cinema ◆ Esce Calle Málaga, tenero ritratto della vecchiaia ambientato in Marocco e incentrato sulla performance della grande attrice spagnola Carmen Maura
Max Borg
Maria Angeles ha 74 anni e vive da sempre nella stessa casa a Tangeri, nella via che dà il titolo al film, come numerosi spagnoli della sua generazione che sono rimasti affascinati dal non troppo lontano Marocco, rimasto per molto tempo un protettorato della Spagna. Ogni giorno Maria Angeles va a fare la spesa e conversa con i mercanti che hanno le bancarelle per strada, e li conosce tutti talmente bene che li chiama per nome, senza mai scivolare nel formale.
Maria Angeles sceglie dove e come invecchiare, opponendo alla logica famigliare la sua ostinata volontà di restare sé stessa
È una routine quotidiana che fa parte di un’esistenza molto ordinaria, fino al giorno in cui Maria riceve una visita inattesa della figlia Clara. Quest’ultima, segnata da un divorzio, ha disperatamente bisogno di soldi, e per questo motivo vuole vendere la casa, un diritto concessole dal padre quan-
do le ha lasciato il controllo amministrativo dell’abitazione prima di morire. Maria è tutt’altro che contenta, poiché quel quartiere è praticamente tutta la sua vita, e deve scegliere tra due opzioni: tornare in Spagna e vivere a Madrid con la famiglia di Clara, o rimanere in Marocco e trasferirsi in una casa di riposo per residenti di origine spagnola (dove la stanza sarebbe gratuita per via del numero di anni che lei ha vissuto a Tangeri). La donna, ormai rassegnata, opta per la seconda alternativa, sebbene non sia disposta a cedere alle aspettative legate alla sua situazione anagrafica. Ha ancora intenzione di vivere, se possibile con tutti gli oggetti accumulati nel corso degli anni.
Calle Málaga è il terzo lungometraggio di Maryam Touzani, uno dei nomi di punta del cinema marocchino contemporaneo insieme al marito Nabil Ayouch (che produce i film della consorte, e i due lavorano insieme ai copioni dell’uno e dell’altra). Sicuramente è quello più accessibile al grande pubblico, come dimostrano i premi assegnati dagli spettatori alla Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica (dove era in programma nella sezione Spotlight, il cui unico riconoscimento è votato da chi assiste alle proiezioni) e al Tromsø International Film Festival, ma non per questo meno sincero e personale: i titoli di coda iniziano con una dedica alla non-
na della cineasta, e si sente il legame profondo che Touzani ha con Maria, personaggio a tutto tondo che, come un’altra bella figura cinematografica di lingua spagnola (Gloria, protagonista dell’omonimo film cileno premiato alla Berlinale e presentato in Piazza Grande a Locarno nel 2013), sfida
i preconcetti su come dovrebbe comportarsi una persona quando ha raggiunto o superato l’età della pensione. Una filosofia verosimilmente condivisa dall’interprete del personaggio, la grandissima attrice spagnola Carmen Maura, di poco più anziana di Maria, ma altrettanto grintosa e attiva tra cinema e televisione (nel 2025, lo stesso anno in cui questo film debuttava nei festival, è stata anche protagonista di un horror iberico). Come lei, Calle Málaga è una pellicola vitale, vibrante, che affronta l’argomento della vecchiaia con gioia e a tratti irriverenza, con tanto di sottotrama a sfondo sessuale che è un’evoluzione di riflessioni simili già avanzate da Touzani nel precedente Il caftano blu, sul rapporto di coppia tra due coniugi che si vogliono bene nonostante lui sia segretamente omosessuale. E, come in quel film, anche qui, dopo due ore passate in compagnia di queste figure che popolano il microcosmo immaginato dalla regista, viene subito voglia di tornarci e stare nuovamente con loro, come se fosse la nostra vera famiglia.
Carmen Maura in Calle Màlaga (Les Films du Nouveau Monde / Strand Releasing)
Bschorle
PIENO DI GUSTO
La solitudine del cavallo e il limite della parola
Letteratura palestinese ◆ Dentro la poesia di Mahmoud Darwish una riflessione sul lutto, sulla precarietà delle vite e sulla lingua che non redime ma circoscrive
Sarah Parenzo
Nei lunghi mesi nei quali la guerra asimmetrica occupava ogni orizzonte, la riedizione di Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? del poeta palestinese Mahmoud Darwish è rimasto sulla mia scrivania. Recensire Darwish a Tel Aviv, mentre a Gaza era in corso una carneficina, oltre che un lusso, sembrava soprattutto un gesto improprio, l’ennesima forma di appropriazione, mentre a pochi chilometri la sopravvivenza prendeva il posto del pensiero. Ora l’imbarazzante «tregua» imposta da Trump – fragile, politica, reversibile e non meno asimmetrica del conflitto stesso – ha diradato il rumore delle bombe quel tanto da far di nuovo spazio alla letteratura, senza che leggere o scrivere poesia si traduca automaticamente in senso di colpa.
Leggere Darwish a Tel Aviv mentre a Gaza era in corso una carneficina obbliga a ripensare il ruolo stesso della letteratura
Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?, uscito in originale nel 1995, non è un libro sull’eroismo, né sulla redenzione, bensì un testo che lavora ostinatamente sulla perdita, sulla rinuncia e sul limite. Nell’immaginario classico, e anche nella tradizione poetica araba, il cavallo è potenza, guerra, conquista, compagno dell’eroe, ma Darwish sovverte radicalmente tale simbologia. Nei suoi versi il cavallo non combatte, non accompagna, non viene sacrificato per una causa, non viene salvato né mitizzato, nè diventa promessa di ritorno. Al contrario l’animale resta solo, lasciato indietro. Lo scrittore è consapevole del fatto che, quando viene negata, la perdita ritorna come violenza e si trasforma
in rivendicazione totale. Per questo la sua opera non costruisce un diritto assoluto a partire dal trauma, non trasforma la ferita in sovranità, non autorizza la violenza né l’identificazione militante. Lasciare il cavallo alla sua solitudine significa allora accettare che qualcosa resti fuori dal discorso del potere e che la poesia non serve a colmare, bensì a circoscrivere. La lingua di Darwish è consapevole di essere provvisoria e insufficiente, pur essendo l’unica vera casa nell’esilio essa non salva nè ripara, ridimensiona invece di amplificare, sottrae alla memoria invece di sacralizzare.
La proposta del poeta è quella di riconoscere la perdita accettando il limite e rispettando ciò che resta fuori dal proprio controllo. In questo modo egli apre uno spazio di parola che non coincide mai con la narrazione ufficiale. Ciò è reso possible anche dal fatto che l’identità palestinese nei suoi versi è mobile, fragile, spesso contraddittoria e il soggetto emerge come relazionale, storico, esposto all’altro. La sua è una resistenza che rompe le cornici discorsive anche quando il rapporto è profondamente asimmetrico: riesce a parlare di occupazione e violenza senza disumanizzare il nemico, anteponendo all’odio il riconoscimento della vulnerabilità reciproca.
Non a caso la studiosa Judith Butler legge Mahmoud Darwish soprattutto come il poeta che riesce a tenere insieme politica, lutto e universalità. Per Butler, Darwish non scrive solo del dolore palestinese, ma del lutto come esperienza umana universale e condivisibile. La perdita della terra, dell’esilio, dei morti non è presentata come un’eccezione incomprensibile agli altri, bensì come qualcosa che può essere riconosciuta anche da chi non è palestinese. Alcune vite, che da
tempo la filosofa definisce «precarie», sono rese «non piangibili» dal discorso politico dominante, e la poesia serve proprio a restituire dignità al lutto. In questa grammatica di esili e attraversamenti, l’arte di Darwish è generosa nella forma più radicale, disponibile alla fruizione persino di noi israeliani portatori del privilegio. Lungi dall’assolverci, il suo pensiero ci raggiunge per aggiustare la nostra fragile postura etica con autorevole pacatezza. Quella funzione inquieta e scomoda di «coscienza critica», che lo storico Enzo Traverso ha attribuito agli ebrei diasporici fino alla Seconda Guerra Mondiale, oggi è incarnata dagli intellettuali palestinesi. Soprattutto quando l’ideologia prende il sopravvento sul pensiero abbiamo bisogno delle loro voci come bussola.
Lo scrittore Edward Said ha insistito sulla figura dell’intellettuale come disturbatore del consenso, come soggetto in esilio permanente; Rashid Khalidi ha mostrato quanto sia cruciale leggere la politica palestinese senza ridurla a simbolo romantico o causa eroica. Darwish, con la sua poesia, realizza qualcosa di simile sul piano culturale: radica l’universale nel concreto e mostra l’etica che può derivare proprio dall’esposizione alla perdita.
L’universale, in Darwish, non nasce dall’astrazione, ma dalla fedeltà al concreto. La sua poesia rallenta lo sguardo, riduce, ridimensiona. Non universalizza cancellando il contesto, ma rende quest’ultimo così preciso da diventare condivisibile. In questo modo la Nakba, la catastrofe palestinese cominciata nella primavera del 1948, non si trasforma in epica mitizzata, bensì è fatta di dettagli minimi, di oggetti abbandonati, di gesti incompleti.
Perché hai lasciato il cavallo alla sua
Immagine di copertina della raccolta poetica di Mahmud Darwish, Perchè hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (Edizioni degli animali)
solitudine? è dunque anche una lezione per chi ama la Palestina da lontano, che grazie al poeta viene messo in condizione di attraversare Gaza senza trasformare la perdita in spettacolo morale. Costringendo a sentire prima di giudicare o cedere alla seduzione della totalità, la postura di Darwish non si colloca fuori dal sistema, bensì lo incrina dall’interno sostando nella contraddizione. E come la grandezza del poeta sta nella capacità di disorientare il lettore, anche il ruolo della componente palestinese è quello di mettere in discussione l’ordine precostituito che le fazioni ebraiche hanno a lungo dato per stabile. In queste settimane, nelle quali
La ricerca di una nuova creatura
Israele commemora le vittime della Shoah e i caduti di guerra e celebra la propria Giornata dell’Indipendenza, la lezione di Darwish colma il vuoto assordante della retorica ufficiale militaristica, autoreferenziale, impermeabile al dolore dell’altro. In attesa di tempi migliori, ricordiamoci del cavallo come orizzonte etico che impedisce tanto la rinuncia quanto l’assolutizzazione.
Bibliografia: Mahmud Darwish, Perchè hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?, cura e traduzione di Lucy Ladikoff Guasto, Edizioni degli animali, 2024
Teatro ◆ In Frankenstein, autoritratto d’autrice, Margherita Saltamacchia intreccia vita e letteratura, trasformando il romanzo di Mary Shelley in un viaggio scenico intimo
Giorgio Thoeni
L’adattamento del Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley da parte dell’attrice e regista Margherita Saltamacchia possiamo considerarlo come un vero e proprio viaggio. Già a partire da una prima versione in forma di studio presentata nel 2019, la lettura di alcune pagine del romanzo per il Festival PiazzaParola, fino ad arrivare, l’anno successivo, al debutto al Teatro Sociale di Bellinzona come spettacolo con il titolo Frankenstein, autoritratto d’autrice Un viaggio che è continuato tornando recentemente in scena sullo stesso palco che l’aveva prodotto, un’avventura creativa che non si è limitata a rielaborare la cucina drammaturgica di un testo che ha disegnato i contorni di un mito (dalla grande madre del romanticismo alle narrazioni gotiche, da I Misteri di Udolpho di Ann Radcliffe, fino al Dracula di Bram Stoker), ma ne ha ridisegnato un itinerario a cui si è aggiunto qualcosa di più, dove la storia dell’autrice inglese, attraverso le sue lettere e il suo diario, si è intrecciata ad av-
venimenti legati alla vita dell’attrice: dalla lunga parentesi della pandemia all’improvvisa morte del padre, alla nascita di un figlio. Segni e ingredienti che la Saltamacchia ha saputo far rispecchiare
nella travagliata biografia della Shelley, costellata da lutti, da sofferenze e infelicità come madre e sposa, da fragilità e solitudine. Un percorso di vita attraverso un’epoca che certo non accoglieva con entusiasmo il suo ca-
rattere indipendente e protofemminista – per certi versi trasgressivo – che ha alimentato la sua vena creativa e contraddistinto un’innata e coraggiosa curiosità intellettuale.
Ecco dunque questo Frankenstein, autoritratto d’autrice che si trasforma in un tracciato narrativo di due vite con tre personaggi che in scena si rispecchiano fra loro e risuonano in platea attraverso la plurivoce della Saltamacchia immersa in un’atmosfera dark in un sostrato significante, un arricchimento significativo, un’occasione per rimescolare, aggiungere e liberare i personaggi che compongono la struttura monologante dell’attrice sul palco, illuminata da luci di taglio che ne amplificano l’intensa oscurità che la circonda.
Margherita si appropria e restituisce alla platea i tre corpi principali del romanzo in un’unità composta: da Mary Shelley a Victor Frankenstein alla sua Creatura. La struttura dell’adattamento a intreccio dei testi
è efficace e lineare in un crescendo di tensione drammatica. Una caratteri-
stica della scrittura che l’adattamento dell’attrice e regista ha da tempo perfezionato e che questa rielaborazione di Frankenstein mette ulteriormente in luce grazie a un sapiente uso della voce e del microfono con i suoni campionati per distinguere le personalità in campo. I tre racconti si fondono così in un unico corpo narrativo e quella Nuova Creatura diventa il Golem della conoscenza nell’impossibile slancio verso l’immortalità. Uno stato del pensiero dove l’azione scientifica di Victor Frankenstein mostra l’intero suo limite nel dar vita a un corpo che urla tutta la sua solitudine e la sua rabbia nella ricerca di un doppio femminile per condividere la sofferenza di una fragile identità non richiesta. Bella e riuscita la rivisitazione di questo spettacolo. Dall’uso sapiente delle luci di Marzio Picchetti alle atmosfere elettroniche di Ali Salvioni sugli efficaci interventi della chitarra metal di Robin Bressani. Applausi convinti e soprattutto meritati.
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Dall’India per scoprire la bellezza del cambiamento
Musica ◆ La musica indiana è molto più presente in quella occidentale di quanto si possa immaginare: lo dimostra anche
The Mountain, recente album dei The Gorillaz, che raccoglie l’ultima incisione di Asha Bhosle
Secondo una tradizione induista, diffusa soprattutto nel sud dell’India, il dio Shiva è contemporaneamente creatore e distruttore. Nella sua veste di creatore è rappresentato come Nataraja, il signore della danza, e crea il mondo a partire da un suono primordiale scaturito da un tamburo. La musica in India è molto più di un intrattenimento, è preghiera, è meditazione, è una fonte di redenzione morale e spirituale. La musica indiana ha perso di recente una delle sue voci più celebri e importanti, quella di Asha Bhosle, scomparsa a Mumbai lo scorso 12 aprile all’età di 92 anni. Le sue canzoni hanno scandito per otto decenni la cultura popolare: quasi 12mila incisioni in gran parte utilizzate nelle colonne sonore dei film di Bollywood.
Dagli Stones a Kanye West, passando per Beatles e Doors: l’influenza indiana sulla musica occidentale è grande e sfaccettata
La sua morte ha commosso tutto il Paese e la folla ha accompagnato il corteo funebre intonando uno dei sui pezzi più famosi, Abhi na jao chhod kar («Non andartene ancora»), uno struggente brano del 1961, ispirato ai raga (modelli melodici) della tradizione induista. Ma Asha Bhosle è stata anche uno degli anelli di congiunzione tra il mondo musicale indiano e la musica pop occidentale. Nel 1991 collaborò con Boy George. Nel ’97 l’onnipresente hit dei Cornershop Brimful of Asha era dedicata a lei. Kanye West, i Black Eyed Peas,
Method Man hanno campionato la sua voce. Una delle sue ultime apparizioni è stata nel recentissimo album della band inglese Gorillaz guidata da Damon Albarn. Il disco, The Mountain, pubblicato a febbraio, è un ricco ed eclettico viaggio musicale-spirituale che vede nell’India il centro assoluto. La canzone Shadowy Light raccoglie l’ultima incisione di Asha Bosle. «L’ho incontrata a Mumbai – ha ricordato Albarn – e sono rimasto incantato dalla sua grazia e dalla sua eleganza. Il ricordo di me seduto a gambe incrociate a suonare l’armonium mentre lei canta rimarrà con me per sempre. Asha, avevi la voce di un angelo, ti vogliamo bene». Ma anche se spesso i nomi degli artisti indiani rimangono ignoti al pubblico occidentale, il legame e lo scambio tra i due universi musicali nell’era del pop contemporaneo è solido e radicato.
Nel 1951 fu la colonna sonora del film Il Fiume di Jean Renoir a offrire una delle prime raccolte antologiche di musica indiana destinate al pubblico occidentale. Nel 1956 fu accolto trionfalmente al Festival di Cannes Il lamento sul sentiero (Pather Panchali), capolavoro del neo-realismo indiano. La colonna sonora era composta dal virtuoso del sitar Ravi Shankar, destinato a diventare il principale testimonial delle melodie del subcontinente. Scritturato da una casa discografica britannica, la EMI, Shankar incise dischi per il pubblico internazionale, si esibì in giro per il mondo e ispirò diversi artisti jazz quali Bill Evans, Dave Brubeck e John Coltrane.
I Beatles, e in particolare George Harrison, scoprirono le sonorità orientali quasi per caso durante le riprese del film Help! nel 1965 Pochi mesi dopo incidevano Norwegian Wood, il primo pezzo rock a ospitare un sitar Nel 1966 i Fab Four fecero il loro primo viaggio in India, ma il loro soggiorno più famoso fu il ritiro spirituale a Rishikesh nell’ashram del guru Maharishi nel febbraio del ’68.
Che cosa resterà da scoprire?
Prime Video ◆ La serie Young Sherlock riscrive il detective nelle sue relazioni famigliari, penalizzando un po’ l’enigma e svelando molto del personaggio
Manuela Mazzi
In un negozio della Londra vittoriana di fine XIX secolo, il giovane Sherlock, diciottenne, vorrebbe comperare il suo iconico cappellino, ma l’amico Moriarty glielo toglie dalle mani, aggiungendo che se mai indosserà «un cappello così smetterò di essere tuo amico». Conta otto episodi la prima stagione della nuova serie Young Sherlock (in cima a molte classifiche) uscita in italiano su Prime Video nelle scorse settimane. E a noi è piaciuta, sì. E già questo dice qualcosa, perché Young Sherlock non è un’operazione ingenua: è pensata, costruita, perfino un po’ furba. Eppure funziona.
Non arriva dal nulla: l’idea di un Sherlock giovane esiste da tempo, così come il tentativo di dargli una formazione, una famiglia più presente di quanto fosse mai stata nei testi originari e un carattere ancora un po’ acerbo. Ne hanno scritto romanzi (ad esempio quelli di Andrew Lane da cui trae ispirazione la serie) e ne hanno già fatto anche dei film. Qui però ci si spinge un passo oltre, soprattutto nel rapporto con James Moriarty. Non ancora nemico giurato, ma presenza vicina, quasi speculare: l’amico del cuore. Un affronto non da poco per gli affezionati, ma anche la scelta più interessante, perché costruisce nei det-
tagli il conflitto impastato da stima e competizione che contraddistingue la loro relazione matura, e lo fa in modo brillante.
Per il resto, la direzione è chiara: meno enigma puro, meno meccanismo investigativo, più legami, più dinamiche famigliari, più costruzione emotiva. Questo Sherlock è ancora in formazione, quindi instabile, reattivo, a tratti persino eccessivo (quasi isterico). È evidente l’adattamento a una grammatica narrativa più moderna, quella di oggi. È facile immaginare che i puristi storcano il naso. Chi cerca la precisione del canone, la freddezza logica, po-
trebbe non ritrovarsi. Ma è altrettanto evidente che la serie intercetta un bisogno reale (nel senso del «più volte dimostrato»): non soltanto nuovi casi, ma una conoscenza più ampia, più intima, più continua del personaggio. In fondo non è così lontano da ciò che accadeva già ai tempi dei primi lettori, quando si ribellarono alla morte del personaggio costringendo Doyle a rifarlo comparire. Per non dire del culto del personaggio che ne è derivato. Oggi, però, non basta che ritorni: deve espandersi, riempire gli spazi rimasti vuoti, diventare una storia completa; lo conferma la curiosità dei lettori, quegli stessi che ad esempio ne seguono le tracce attraverso i tanti pellegrinaggi che portano migliaia di appassionati a visitare le cascate di Reichenbach o a sostare in Baker Street. I lettori vogliono, insomma, conoscere il loro personaggio preferito in tutte le sue sfaccettature, e questa serie li aiuta con mestiere, con ritmo, con una certa eleganza, intrecciando bene gli eventi personali alla trama. Resta però un dubbio. Se continuiamo a riempire ogni vuoto, a spiegare ogni passaggio, a illuminare ogni zona d’ombra di questo mito, quando arriveremo a sapere tutto di Sherlock Holmes, continuerà ancora davvero a interessarci?
Intanto, complice anche il movimento hippie e gli scritti della beat-generation, la cultura indiana era diventata una moda e una mania. Nacque lo stile raga-rock che vedeva forti contaminazioni tra i due universi musicali. Il sitar e le strutture melodiche orientali comparvero in Paint It Black dei Rolling Stones, in brani dei Byrds, dei Traffic e dei Grateful Dead, ma anche in The End dei Doors.
Jimi Hendrix diventava Vishnu sulla copertina di Axis: Bold As Love. Nel jazz il batterista Buddy Rich duettava con il percussionista indiano Alla Rakha e il chitarrista John McLaughlin fondava la Mahavishnu Orchestra e gli Shakti. Nel 1973 il progressive rock, sempre aperto alle contaminazioni, si immergeva nelle acque del Gange con gli Yes nell’album Tales From Topographic Oceans e con i Genesis in I Know What I Like. Nel ’74 i Led Zeppelin incidevano uno dei loro brani più famosi, intitolandolo Kashmir Negli anni Novanta il raga-rock è ricomparso con i londinesi Kula Shaker, ma anche in un brano degli Oasis, Who Feels Love? Il pop di oggi è sempre più globale e influenzato dai suoni che vengono dall’Asia. Mundian To Bach Ke di Panjabi MC nel 2002 è stato un tormentone globale. La canzone Jai Ho tratta dal film The Millionare di Danny Boyle ha vinto nel 2009 un Oscar e un Grammy. La band di New Delhi Bloodywood è diventata un nome riconosciuto nella scena metal internazionale. Anche il re Mida della musica da classifica del XXI secolo, lo svedese Max Martin, l’uomo dietro ai grandi successi pop dei nostri giorni, ha prodotto una collaborazione tra Ed Sheeran e Arijit Singh, la star hindi più ascoltata sulle piattaforme streaming. L’influenza indiana, nata forse come una fascinazione, oggi è parte del tessuto della musica occidentale e, proprio come la danza di Shiva-Nataraja, ispira a riconoscere la bellezza del cambiamento e l’inevitabilità della trasformazione.
Contratto
Indeterminato (80/100%)
Data d’inizio
Da concordare
Requisiti
Formazione professionale come meccanico o meccatronico, preferibilmente con specializzazione in mezzi pesanti, edili e agricoli; Auspicata esperienza pregressa nel settore di almeno 3 anni (compreso l’apprendistato); Patente di guida categoria B (il possesso della patente categoria C/E rappresenta titolo preferenziale); Competenze su sistemi idraulici e saldatura; Abilità nell’utilizzo di macchine utensili; Conoscenza base del pacchetto Office.
Mansioni
Diagnostica: identificazione guasti su motori, trasmissioni, impianto frenante, sospensioni e sistemi elettrici/pneumatici con strumenti di misurazione; Manutenzione Ordinaria/Straordinaria: tagliandi, sostituzione parti usurate, riparazioni di componenti meccanici; Riparazione Specializzata: Interventi su veicoli pesanti, auto aziendali e mezzi
Guido Mariani
The Mountain è il nuovo album dei britannici Gorillaz.
Presso il dipartimento logistica e costruzioni della sede di S. Antonino, cerchiamo
Dónal Finn, Moriarty ed Hero Fiennes Tiffin, il protagonista, in Young Sherlock. (Prime Video, 2026)
GUSTO
Bevande dolci
La storia dei soft drink
Dall’acqua con l’aceto alla Coca-Cola: come le bevande zuccherate hanno conquistato il mondo
Testo: Barbara Scherer
11’000 a.C.
Età
Le
300 a.C.
Antica Roma I legionari romani bevono la posca, una miscela di acqua e aceto
1958
Svizzera
La Migros lancia Mivella, la sua prima bibita analcolica, come marca propria alternativa a Rivella
L’acqua è essenziale per la vita, ma a volte può risultare un po’ monotona. Infatti, già all’età della pietra si cercava un modo per renderla più saporita, ad esempio aggiungendo frutta ed erbe. Sebbene manchino prove concrete, numerosi indizi supportano questa ipotesi. Nella grotta di Raqefet, in Israele, degli archeologi hanno trovato tracce che dimostrano che già 11’000 anni fa l’uomo produceva una prima forma di birra facendo fermentare i cereali selvatici. Si tratta di una prima prova del tentativo di creare bevande con degli aromi. In Europa, i ricercatori hanno ritrovato dei recipienti per bere risalenti al periodo neolitico, 5500 anni prima di Cristo, che indicano rituali sociali in cui le persone si trovavano per bere insieme, probabilmente scegliendo miscele speciali al posto della semplice acqua.
Nell’antica Roma viene creata una delle prime forme di limonata: la posca. Questa bevanda univa aceto e acqua, a cui venivano aggiunte varie spezie ed era la bevanda quotidiana dei soldati romani. La posca dissetava meglio dell’acqua pura e l’aceto eliminava i batteri presenti nell’acqua sporca. Questo rendeva la miscela una fonte sicura di liquidi in un periodo in cui l’acqua
1767
Inghilterra
L’inglese Joseph Priestley inventa l’acqua gassata e getta le basi per le moderne bevande analcoliche
1886
America
Il farmacista John S. Pemberton inventa la Coca-Cola ad Atlanta, negli
1905
Germania
Viene lanciata la bevanda Bilz-Brause, dal 1907 nota come Sinalco, che dal 1981 diventa svizzera
potabile era inquinata in molti luoghi. Poiché l’acqua potabile contaminata rimaneva un problema persistente, la gente continuò a bere la posca anche nel Medioevo.
Nell’antica Roma, la posca dissetava e, grazie all’aceto, venivano eliminati i batteri presenti nell’acqua.
La svolta all’insegna delle bollicine Nel XVII secolo, la classica limonata – a base di acqua naturale, succo di limone e zucchero o miele – fa finalmente la sua comparsa in Europa. Questa bevanda dissetante è molto popolare soprattutto a Parigi dove i venditori ambulanti, nel 1676, si sono uniti per formare l’associazione «Compagnie des Limonadiers». Solo chi è socio può
2026
Migros
Come novità viene lanciato l’ice tea con caffeina e una soda con fibre e colture batteriche per la digestione.
1952
Svizzera
Barth
1984
Migros
Dopo un viaggio negli Stati Uniti, l’allora responsabile dello sviluppo della Migros lancia sul mercato il mitico Ice Tea
vendere limonata. 100 anni dopo, l’inglese Joseph Priestley getta le basi delle moderne bevande analcoliche: nel 1767 sviluppa la prima acqua gassata. Il tedesco Jacob Schweppe approfitta di questa invenzione e, poco dopo, fonda il marchio Schweppes a Ginevra, nel 1783. L’acqua gassata in bottiglia prodotta industrialmente viene venduta sotto questo marchio.
Da qui, negli Stati Uniti, vengono poi create le bevande zuccherate che conosciamo ancora oggi: la Dr Pepper nel 1885 e solo un anno dopo la Coca-Cola. Inizialmente, entrambe le bevande erano considerate benefiche per la salute: infatti la Coca-Cola era a base di estratti di foglie di coca contenenti cocaina, ma nel 1904 questo ingrediente scompare dalla ricetta. Nel 1920, sia la Coca-Cola che la Dr Pepper erano diventate bevande analcoliche affermate. La Coca-Cola punta su un marketing aggressivo con campagne pubblicitarie su larga scala fin dall’inizio. I soft drink conquistano così il mercato globale delle bevande. Quando all’inizio degli anni 80 scoppia il boom del fitness, la Coca-Cola crea la Diet Coke, la prima bevanda light senza calorie di successo. Oggi in Svizzera si bevono oltre 60 litri di soft drink pro capite all’anno.
della pietra
persone danno sapore all’acqua con frutta ed erbe
Robert
crea la bevanda nazionale svizzera Rivella
Mitico Energy pesca
Battibecchi
In fondo, la signorina Lindström vorebbe conoscere l’idraulico
Sto dormendo. Nel sonno, mi pare di sentire una vocina.
«Mozzi. Ehi, Mozzi!». «…».
«MOZZI!».
«Eh! Sì! Che c’è? Chi c’è?». «Mozzi, dobbiamo parlare». «Mmmh…».
«Mozzi, sveglia! Sono l’inconscio». «Ah… Allora no che non mi sveglio. Questo è un sogno». «Neanche per sogno». «Cosa dovrei, ridere?».
«Mozzi, DOBBIAMO parlare. Si dia una mossa».
«Ma sono le tre di mattina!». «E allora?».
«Signor inconscio, lei deve parlarmi proprio alle tre di mattina?».
«Mozzi, lei ha letto Jung?». «No, ma ho visto il film».
«Dovrei ridere?».
«Non pretendo tanto».
«Non mi sforzerò. Allora, Mozzi, se lei avesse letto Jung, saprebbe qualcosa dell’inconscio collettivo».
«Ne ho sentito parlare».
Pop Cult
«Ha presente quanti umani ci sono al mondo?».
«Qualche miliardo».
«Otto miliardi e rotti».
«E allora?».
«E allora, io sono l’inconscio col-letti-vo. Devo occuparmi di otto miliardi e rotti di persone. Mi faccio vivo quando posso».
«Cioè, lei è da solo per tutta questa gente qui?».
«Eh, una volta eravamo un team, ma poi, con i tagli di spese, le riduzioni del personale…».
«Lei è rimasto da solo».
«Sì».
«Con otto miliardi e rotti di umani sul groppone».
«Sì».
«E come fa?».
«Be’, abbiamo l’IA».
«Quindi io sto parlando con un chatbot?».
«Con un LLM, prego».
«Scusi. Spero di non aver offeso il suo orgoglio professionale».
«Si figuri».
«E dunque, signor inconscio collettivo-LLM, che cosa è che lei DEVE dirmi?».
«Lei ha fatto un sogno, ieri notte». «Non ricordo».
«Importa poco. Il problema è che quel sogno non era destinato a lei». «Come sarebbe?».
«UC-17. Dream Routing Failure. Sogno consegnato al destinatario errato».
«Cioè, quel sogno non dovevo sognarlo io?».
«Esatto. Doveva sognarlo un idraulico di Malmö».
«Ah».
«Il problema è questo: l’idraulico ieri mattina si è svegliato convinto di aver sognato di dover cambiare un rubinetto a casa della signorina Lindström».
«E quindi?».
«Poi, mentre faceva colazione, ha rimuginato sul suo sogno e ha deciso che deve trovare un pretesto per andare a trovare la signorina Lindström».
«E perché mai?».
«Mozzi, lei ci delude. Qualunque LLM avrebbe già capito».
«Ci sono arrivato. E, invece, che cosa avrebbe dovuto sognare, quest’uomo?».
«Di scrivere un grande romanzo scandinavo. Avrebbe dovuto mettersi a scriverlo stamattina stessa».
«Però. Complimenti. E io invece avrei dovuto sognare la signorina Lindström? Manco so chi è».
«No. La signorina Lindström avrebbe dovuto sognarla il signor Svensson».
«Che anche lui, suppongo, nei confronti della signorina Lindström…».
«No, Svensson è un impiegato sessualmente represso».
«Vabbè. Mi pare insomma che ci sia stato più di un UC-17, ieri notte».
«Non mi dica, un vero casino. Ora stiamo cercando di rimettere le cose a posto». «Bene, buon lavoro. Posso tornare a dormire?».
«Mozzi, abbiamo bisogno della sua collaborazione».
«E che cosa dovrei fare?».
«Restituire il sogno».
«Mi pare una roba facile». «Ha visto il film Ricomincio da capo?».
L’insensatezza della crudeltà: il caso della gattina Rosy
«La compassione nei riguardi degli animali è intimamente collegata alla bontà di carattere, e si potrebbe affermare con sicurezza che chiunque sia crudele verso le altre creature non può essere un uomo buono».
Questa frase, pronunciata nientemeno che da Arthur Schopenhauer, nelle scorse settimane è risuonata più e più volte nella mente di chi scrive, man mano che la storia di Rosy –la gatta seviziata il mese scorso nella borgata romana di Tor Tre Teste – si faceva strada sul web e sui maggiori social network, fino a diventare un vero e proprio caso di cronaca.
Sì, perché quella di Rosy – ferita da uno sconosciuto e abbandonata agonizzante nel cortile in cui la sua colonia felina abitualmente sostava – è una vicenda a dir poco scioccante; e l’indignazione da essa suscitata non si deve soltanto al fatto che prima di og-
Xenia
gi ben pochi tra noi potevano concepire l’idea di un’inerme gattina molestata in modo tanto grave da un essere umano. Nella mente di molti, infatti, tale atrocità ha, in un certo senso, rappresentato un vero e proprio spartiacque, il segnale di come la misura sia ormai colma, e la tolleranza nei confronti dei maltrattamenti sugli animali non rappresenti più un’opzione. Certo, sebbene recenti studi sociologici portino a pensare che chi non ama gli animali finisca spesso per mostrare scarsa empatia anche nei riguardi dei propri simili, è comunque chiaro a noi tutti come nessuno possa in alcun modo essere forzato a provare sentimenti che non gli appartengono – siano essi verso altri esseri umani o, come in questo caso, quadrupedi e affini. Tuttavia, l’implicito rispetto nei riguardi della vita che noi, in quanto esseri senzienti, siamo tenuti
a esercitare in ogni circostanza, non dovrebbe mai e poi mai essere messo in discussione; essendoci da tempo immemore appropriati del pianeta, affermando la nostra superiorità sulle altre forme di vita, abbiamo infatti un sacro dovere nei confronti degli esseri più deboli e indifesi – dovere che, soprattutto per quanto concerne le fasce più giovani della popolazione, ultimamente sembra venire a mancare, almeno stando ai tristi fatti riportati dalla cronaca, italiana e non solo: basti pensare ai tanti, troppi casi recenti, come quello della gattina Elettra, morta dopo otto mesi di sofferenza in seguito alle lesioni cerebrali riportate dopo essere stata usata come pallone da un gruppo di minorenni. Fortunatamente, la storia di Rosy è andata diversamente, e il suo epilogo ha rappresentato un raggio di speranza non solo per gli animalisti, ma
Assia, diva del Ventennio fascista
[…segue] Mario Camerini, colto, intellettuale, geniale e pacato, praticava un cinema comico-sentimentale e anti-retorico, e osava raccontare storie di povera gente, girando fuori dagli studi. Inoltre era noto per la sua capacità di dirigere gli attori (avrebbe saputo far recitare anche un broccolo, si diceva). Assia Noris e il regista divennero compagni pure nella vita (e fra il 1940 e il 1943 anche uniti in matrimonio), ma nella seconda metà degli anni Trenta sullo schermo Assia Noris faceva coppia con Vittorio De Sica: la chimica fra loro funzionava a meraviglia. Anche in Ma non è una cosa seria (1936), Il signor Max (1937) e I grandi Magazzini (1939), il moro e la biondina, il farfallone scanzonato e la fanciulla timida formavano la coppia ideale: gli spettatori e le spettatrici li adoravano.
Ormai stella internazionale (fu diretta anche da Litvak, Dréville, Max Neufeld e Abel Gance), ma soprattutto diva del Ventennio fascista, Assia era inevitabilmente adorata anche da ministri e gerarchi, e piacque pure a Goebbels, quando nel 1940 accompagnò Farinacci in una missione in Germania, e a Hitler, che l’avrebbe voluta all’UFA (Universum Film AG). Ma Noris non volle compromettersi e quando i fascisti ricostituirono a Salò la Repubblica Sociale e trasferirono Cinecittà a Venezia, prelevando attori, registi, e artigiani, si sottrasse e si fece ricoverare in una clinica fingendosi malata di appendicite. Per prepararla al finto intervento le iniettarono una siringa di morfina. Era pur sempre un’attrice. Nel 1945 preferì unirsi a una compagnia di rivista, che recitava nella
Firenze distrutta e affamata da poco liberata dall’occupazione tedesca, e poi si prestò a cantare per le truppe americane.
Nel dopoguerra, però, il suo volto era il simbolo di ciò che gli italiani volevano dimenticare o lasciarsi alle spalle: il cinema neorealista e il pubblico la rifiutarono (nel 1949 il cupo melodramma egiziano Amina – La peccatrice bianca di Goffredo Alessandrini fu un fiasco). Ma intanto a Tripoli di Siria aveva sposato un ricchissimo uomo d’affari (o petroliere) arabo col quale, dopo un soggiorno in Egitto, tornò in Italia, stabilendosi a Sanremo. Nel 1965 mise su un film tratto dalla commedia di Rojas, La celestina P…R…, che affidò alla regia di Carlo Lizzani: interveniva su tutto – luci, montaggio, sceneggiatura – perché intendeva diventare pro-
«No, ma ho letto il romanzo». «Comunque, la storia la sa. Un personaggio rivive un numero indefinito di volte sempre la stessa giornata». «Ma poi, grazie all’amore, riesce a interrompere il loop».
«Appunto. Lei, Mozzi, lei dovrebbe rivivere la notte scorsa». «Non saprei come fare a farlo. Né come interrompere il loop». «Ci occupiamo noi di tutto». «E allora, io che cosa devo fare?». «Ci serve una liberatoria». «Lei scherza?».
«In questo momento, nel suo studio la sua stampante si è accesa».
«La sento».
«Sta stampando il modulo. Lei deve solo prendere una penna, e firmare».
«E poi come ve lo trasmetto?».
«Tenga il foglio davanti a sé e lo guardi per cinque secondi. Lo scannerizziamo noi attraverso i suoi occhi».
«Ho capito. Ma a una condizione».
«Uffa! Ci dica».
«Voglio sognare anch’io la signorina Lindström».
per chiunque abbia mai avuto davvero a cuore il cosiddetto «benessere animale» – e facendo della gattina di Tor Tre Teste una vera e propria eroina, simbolo di una lotta legittima contro ogni insensata violenza di questo tipo. Quando ormai si trovava in condizioni critiche, Rosy è infatti stata soccorsa da una famiglia che abita proprio in uno dei palazzi affacciati sul cortile in cui la poverina vagava; da quel momento, la micia è diventata un autentico fenomeno mediatico, la cui degenza nel Centro Veterinario Specialistico di Roma è stata seguita da migliaia di persone in tempo reale grazie agli aggiornamenti quotidiani forniti tramite i maggiori social network. Qualche giorno dopo il suo ricovero, quando Rosy cominciava infine a dare segni di ripresa, ha avuto luogo perfino una manifestazione di piazza a lei dedicata, in cui la gattina
ha assunto il ruolo di araldo dei tanti, troppi esseri senza voce che ogni giorno incontrano una fine nefasta, quasi sempre senza alcun motivo apparente, nel silenzio delle nostre società apparentemente civili.
Ecco quindi che, in tal senso, dall’orrore di quanto subito da Rosy sembra poter scaturire una nuova consapevolezza, destinata a trasformarsi in concreta possibilità di riscatto per tutte le creature che condividono il mondo con la «specie dominante»; sì, proprio noi, troppo spesso insensibili o indifferenti davanti alle loro sofferenze. Noi che forse, infine, siamo così oppressi dalle brutture del mondo, dai nostri mille problemi e dall’altrui noncuranza da aver dimenticato quanto forte sia il legame che ci unisce agli altri esseri viventi – almeno finché non arriva una gattina straziata a ricordarcelo.
duttrice. Ne aveva i mezzi, grazie al marito, ma non riuscì a farsi prendere sul serio nell’ambiente, poco disposto a dar credito alle capacità imprenditoriali di un’attrice. La sua carriera era finita. «Pensionata», si raccontava volentieri a giornalisti e storici del cinema, negando di essere mai stata una vamp, nonostante avesse in effetti collezionato mariti, dei quali parlava con nostalgia e divertimento – da «romanaccia» quale ormai si considerava. Si attribuiva un matrimonio lampo nella chiesa ortodossa di Nizza con il giovane Roberto Rossellini (mai confermato da costui), e annullato dopo quarantott’ore per l’intervento del padre di lei, che andò a riprenderla in un albergo di Sanremo; un secondo matrimonio di poco più duraturo (due mesi), col figlio di un giu-
dice, Nino Gaetani; il terzo, con Mario Camerini, durò tre anni (sebbene vivessero insieme già da tempo); il quarto, con Jack Pelster, un ufficiale inglese incontrato a Firenze nel 1945, solo due: distrutto dai traumi della guerra, l’inglese tentò invano di curarsi un grave esaurimento nervoso, e si suicidò nel 1947. Erano già separati e lei progettava di tentare la fortuna a Hollywood, come Alida Valli. In qualche momento di questo turbine sentimentale, artistico, politico, bellico, talvolta tragico, Assia perse un figlio – vagheggiando di dedicarsi da allora in poi ai bambini. Non esistono foto della Noris anziana. Quando è morta, nel 1998, per gli italiani era ancora la romantica fidanzatina d’Italia – innocente come loro, negli anni Trenta, si erano illusi di essere.
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Il metodo
Il modo più efficace è pianificare i pasti una volta alla settimana e scrivere tutto ciò che serve in una lista della spesa. In questo modo non si finisce per vagare per il supermercato senza un piano. Se ti risulta difficile pianificare, puoi programmare giornate a tema, come il «lunedì della pasta», il «martedì della zuppa» o il «mercoledì della teglia svuota-frigo».
Lista della spesa
Facendo una lista della spesa, non dimenticherai nulla di ciò che ti serve. Il modo più efficiente per fare la spesa è quello di organizzare i prodotti sulla lista in modo da non dover correre avanti e indietro nel supermercato. Quindi raggruppa verdura e frutta, bevande e altri prodotti in base alla loro posizione nel negozio. Suggerimento: la lista della spesa dell’app Migros esegue questa operazione automaticamente, indipendentemente dall’ordine di inserimento degli articoli. Ed è molto pratica, infatti, nell’app Migros è possibile creare diverse liste della spesa, ad esempio per i compleanni o altre occasioni ricorrenti.
Controllare le scorte
Le scorte devono essere controllate regolarmente: ci sono riso, pasta, legumi, pelati e cioccolato a sufficienza? Tutto ciò che sta per finire va aggiunto alla lista della spesa. I prodotti che non sono necessari nell’immediato andrebbero acquistati quando sono in azione. Conviene soprattutto per prodotti che si acquistano in grandi quantità, come la carta igienica. Lo stesso vale per i prodotti a lunga conservazione come le conserve.
Uno sguardo al frigorifero
Vale la pena controllare il frigorifero prima di fare la spesa. Così non si acquistano alimenti che si hanno già e che devono essere consumati rapidamente. È utile anche fare una
Fare gli acquisti
Pianificazione intelligente
Se prepari bene la lista della spesa, eviterai di fare acquisti sbagliati, sprecherai meno cibo e potrai anche risparmiare
Claudia Schmidt
foto del frigo aperto, in modo da avere una visione completa di tutto e non acquistare articoli in doppio.
Accogliere le richieste
Chiedi ai membri della tua famiglia quali prodotti desiderano assolutamente. Così nessuno ci resta male quando cerca il suo spuntino preferito. In alternativa, tutti i componenti della famiglia possono inserire i loro prodotti preferiti nella lista. Con la lista della spesa dell’app Migros è un gioco da ragazzi.
Condividere la lista della spesa
La lista della spesa nell’app Migros può anche essere condivisa con altri. In questo modo, tutti partecipano alla spesa: chi acquista un articolo lo cancella immediatamente dalla lista e se qualcuno va a fare la spesa, anche gli altri possono aggiungere prodotti con poco preavviso. Così non sarà una sola persona della famiglia o dell’appartamento condiviso a doversi assumere l’intera responsabilità della spesa. Un altro aspetto pratico è la possibilità di aggiungere delle note a ogni voce della lista, comprese le istruzioni per gli acquisti.
Qui trovi la lista della spesa nella app Migros
Donne vs. uomini: chi ha più difficoltà a dimagrire?
Perdere peso spesso è più complicato per le donne che per gli uomini. La combinazione di differenze di natura ormonale e metabolica rende infatti il dimagrimento più difficile per le prime.
Un riepilogo dei motivi principali:
1. Differenze metaboliche
Le donne hanno più grasso corporeo e meno massa muscolare, il che riduce il loro metabolismo basale. Il loro consumo energetico è in media del 5–10% inferiore a quello degli uomini. Anche facendo la stessa attività, come il jogging, gli uomini bruciano più calorie.
2. Problemi ormonali
Malattie come l’ipotiroidismo o la PCOS (sindrome dell’ovaio policistico) rendono difficile la perdita di peso. A ciò si aggiungono cambiamenti naturali come la menopausa, la gravidanza o l’allattamento, che influiscono sull’equilibrio ormonale e sul metabolismo e spesso portano a un aumento di peso.
3. Appetito e attacchi di fame più frequenti
Le donne reagiscono di più agli stimoli alimentari nel cervello, soprattutto nelle aree che controllano fame, gratificazione e attacchi di fame. In caso di stress o tensione emotiva, è più facile che le donne trovino risposta nel cibo. In queste situazioni gli uomini ricorrono invece spesso ad altre strategie.
Quali ormoni influenzano il nostro peso?
Cosa è consigliato per perdere peso?
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TEMPO LIBERO
Shenzhen, il futuro in tempo reale
Nella megalopoli cinese marchiata da QR code e controllata a vista dai droni, la vita scorre veloce come un treno a 350 all’ora e il progresso ha il volto di un algoritmo
Come resistere alle bistecche?
Soprattutto quelle di collo di maiale alla griglia, servite con un mix di erbe, scorza di limone e olio, e magari accompagnate da patate country…
Ginocchia per l’asfalto, piede per lo sterrato
Adrenalina ◆ Nathan Terraneo, giovane pilota di Biasca, corre tra Supermoto e ambizioni europee: un 2025 da podio e vittorie che lo avvicinano alla griglia dei grandi
Un quattordicenne a tutto gas. Lui è Nathan Terraneo, «figlio d’arte» nonché una delle giovanissime promesse nostrane (è di Biasca) delle Supermoto, reduce da un 2025 che gli ha regalato il podio nel Campionato europeo S2 e il successo nella categoria Junior 85 cc del prestigioso Superbiker Mettet, competizione che ogni anno sul circuito belga Jules Tacheny richiama quasi mezzo migliaio di atleti e mobilita qualcosa come ventimila spettatori.
In quell’occasione, ad accompagnare il ticinese sul podio sono stati il francese Joshua Chirot, secondo, e Jean Rondeaux, francese pure lui ma talento incorporato nell’Accademia motociclistica belga, che dunque l’asfalto (e lo sterrato) di Mettet lo conosce come le sue tasche. Proprio alla luce di questo, il risultato di Nathan Terraneo (nelle foto) acquista ancora maggior prestigio: «È un altro passo in direzione di quello che rappresenta il grande traguardo a medio termine» sottolinea papà Paolo, che ne segue la crescita anche sportiva. «L’obiettivo che ci siamo fissati è quello di portare Nathan a schierarsi sulla griglia di partenza accanto ai big del Campionato mondiale (S1Gp). Un passo alla volta e senza bruciare i tempi: secondo la nostra scaletta già il 2027 potrebbe schiudergli la porta di questa ribalta, che Nathan ha tutte le carte in regola per calcare con giustificate ambizioni: quest’anno lavoreremo in funzione di questo obiettivo, partecipando agli appuntamenti del Campionato europeo nella neonata categoria S2 e a quelli del Campionato svizzero nella categoria massima, la S1, creando le premesse per il grande salto».
Se Nathan è a tutti gli effetti una grande promessa di questa disciplina, relativamente giovane, gran parte del merito è proprio di papà Paolo, a sua volta pilota di Supermoto affermato internazionalmente. «Dal 1994, e per una trentina d’anni ho partecipato a gare del circuito europeo, di Campionato italiano e svizzero». Ed è proprio in quest’ultimo contesto che, un giorno di una decina d’anni fa, padre e figlio si ritrovano a competere entrambi, ovviamente nelle rispettive categorie. «Quella volta si correva a Frauenfeld, e Nathan aveva appena quattro anni e mezzo, ma si vedeva che aveva voglia di seguire le orme del padre. In quegli anni io gareggiavo ancora tra i Senior, dove bene o male, grazie all’esperienza maturata in tutti gli anni di militanza nei vari contesti, mi toglievo parecchie soddisfazioni. E lo stesso feci pure a Frauenfeld, dove anche Nathan si era ben distinto. Tanto che da quella moto, poi, non ci è praticamente più sceso.
Con il tempo, per garantirgli tutto il sostegno possibile nel suo percorso di crescita sportiva, abbiamo poi creato un team a gestione familiare, il Machia Racing Team, che gli ha permesso di girare in pista facendosi un nome. Al Campionato europeo 2025 nella categoria S2, che comprende i giovani piloti dai 14 ai 23 anni, Nathan si presentava portando in dote il titolo vinto l’anno prima fra gli Juniores, e dunque con buone premesse
per vivere un’altra annata da protagonista. A conti fatti, il terzo posto finale, è sinonimo di missione compiuta». Anche se…
«Anche se c’è il rammarico per quella prima gara che, non avendo ancora compiuto i 14 anni, Nathan ha dovuto disputare in sella a una moto di cilindrata 125, anziché la classica 250 abitualmente usata nella categoria S2. Ciò ha logicamente influenzato il risultato della gara e, di riflesso, anche quello complessivo del Campionato europeo». L’esperienza acquisita gli tornerà comunque utile quest’anno, in cui Nathan gareggia ancora nelle S2, ma stavolta con altre premesse e pure altre risorse: su di lui ha infatti messo gli occhi la StingRacing, il team svizzero ufficiale della Yamaha (dell’importatore Hostettler)». E se il buon giorno si vede dal mattino, il 2026 potrebbe essere davvero l’anno buono per il grande salto, visto che alla sua prima uscita nel Campionato europeo Supermoto, dopo aver ottenuto la pole-position nelle qualificazioni, ha centrato il successo in gara 2.
Essendo uno sport di nicchia, almeno alle nostre latitudini (in Ticino quelli che partecipano alle competizioni di Supermoto – fra cui Nathan
che è di gran lunga il più giovane di tutti – si contano a malapena su massimo due mani), vediamo di conoscerlo un po’ più da vicino: dove si svolgono le gare? Su che tipo di sfondo?
Il 9 e 10 maggio, il Campionato svizzero farà tappa ad Ambrì, dove Nathan cercherà il riscatto: un anno fa aveva chiuso la gara appena fuori dal podio
«I circuiti sono un misto di asfalto e sterrato» ci spiega Paolo Terraneo. «Generalmente con una proporzione del 70% per la prima e del 30% per la seconda superficie. Di norma, i circuiti non sono permanenti, per cui di anno in anno le tappe possono cambiare. Il 9 e 10 maggio, poi, il Campionato svizzero farà tappa ad Ambrì, dove Nathan cercherà il riscatto in una gara che un anno fa l’aveva visto chiudere appena fuori dal podio». Asfalto e sterrato, superfici che promettono brividi diversi: «Entrare a velocità sostenuta su un tratto sterrato, la cui superficie è tutt’altro che liscia e regolare, con gli slick anziché le gomme tassellate come le moto da motocross, ti tiene sul chi vive. Per-
ciò devi essere abile a capire e leggere ogni imperfezione del tracciato. Allo stesso tempo, occorre prestare molta attenzione pure a quando si passa dallo sterrato all’asfalto, perché spesso le gomme sono ancora sporche di terra e dunque possono anche comportarsi in modo diverso da quanto sarebbe lecito aspettarsi. Ecco perché i piloti della generazione di Nathan, che per la gran parte si trovano a loro agio sia con la guida “a piede” che con quella “a ginocchio” (che indica come i vari piloti cercano di mantenersi in equilibrio quando affrontano una curva, ndr) partono sicuramente avvantaggiati, in quanto sono molto più flessibili e possono reagire in maniera più appropriata agli imprevisti. Io, ad esempio, arrivando dal motocross, guidavo praticamente esclusivamente “a piede”. Allo stesso tempo, chi proviene dal mondo delle gare in pista, generalmente è più portato per la guida “a ginocchio”, che è poi quella tecnica che vediamo nella MotoGp, per fare un esempio. Con l’evoluzione che c’è stata in questi anni nella Supermoto, fattasi più tecnologica e veloce, i “puristi” sono però sempre meno, oltre che svantaggiati rispetto a chi padroneggia entrambe le tecniche».
Davide Messora
Moreno Invernizzi
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Davide
Messora
Da
I bastioni del tecnofuturo di Shenzhen
Reportage ◆ Robot, droni e riconoscimento facciale nella megalopoli tecnologica della Cina
Danilo Erba, testo e foto
Un codice QR sul cellulare. Bip. Pagato. Il braccio robotico comincia a lavorare, silenzioso. Quando porge il caffè, mi dico che la giornata comincia bene, con un aroma che sa di casa. Sarà però l’unica cosa che mi ricorderà il Vecchio continente in questa megacittà proiettata sugli schermi del futuro come un mondo virtuale.
Sono sceso da un treno che ha percorso 1200 chilometri in meno di quattro ore: velocità media 350 all’ora. Appena uscito dalla stazione, dopo aver aperto il tornello con la scansione del viso, un robot poliziotto mi ha scrutato attentamente prima di lasciarmi passare. Più in là, un altro robot – uno spazzino – nettava la piazza. In metropolitana, dopo i controlli col metal detector, ho generato il biglietto con il cellulare, un altro codice QR, e per più di un’ora mi sono mosso tra gallerie commerciali sotterranee, stazioni climatizzate alte come cattedrali e treni che filano silenziosi senza sosta. Quando sono riemerso, nel distretto di Futian, grattacieli da mezzo chilometro d’altezza rifrangevano il cielo come prismi giganti, mentre il traffico sui boulevard a cinque corsie emetteva solo un lieve ronzio di auto e moto elettriche.
La megalopoli del fiume Yue è un altro pianeta in Terra. Con un’estensione pari all’intera Svizzera più buona parte della Lombardia e una popolazione di quasi 90 milioni di persone, è l’agglomerato urbano più grande al mondo, l’area più dinamica della Cina e centro della produzione tecnologica della Tigre asiatica. Una distesa infinita di strade, ferrovie, palazzi, ponti, viadotti, porti e aeroporti che va da Hong Kong a Macao, passando per metropoli che molti di noi non hanno mai sentito nominare: Guanzhou, Foshan, Zhongshan. E Shenzhen, dove mi trovo ora.
Meno di quarant’anni fa, questo era un villaggio di pescatori a ridosso di Hong Kong. Al Partito però non andava giù lo strapotere economico della colonia britannica. Pechino decise così di creare una zona di libero scambio che attirò qui soldi e forza lavoro. Oggi Shenzhen conta più di 18 milioni di abitanti ed è la sede di alcune delle industrie tecnologiche più avanzate del mondo. Quasi tutti i dispositivi che maneggiamo ogni giorno arrivano da qui. Compresi gli iPhone. Compreso il mio telefono, senza il quale non potrei fare nulla, nemmeno parlare con Yawlin. Lei però non è qui per la tecnologia. È venuta a comprare vestiti. Perché anche i marchi della moda occidentale producono nella megacittà. Abbigliamento, borse, occhiali. Yawlin li compra all’ingrosso per i suoi due negozi di Kunming, a 1500 chilometri da qui. «Li rivendo almeno a tre volte il prezzo che mi fanno nelle fabbriche, che poi è sempre un decimo di quello che costano da voi in Occidente», traduce ad alta voce il cellulare, mentre suo marito scorre col pollice i grani del japa mala, il rosario buddista. Il particolare mi incuriosisce. «La fede non è vietata, ma deve essere una cosa privata, discreta». Chiedo cosa vuol dire. Il cellulare traduce. «Vedi, per esempio, c’è una chiesa cattolica, la lasciano fare. Un giorno costruiscono una grossa statua di Cristo lì davanti. E quello non va bene, così le autorità la tirano giù dalla sera alla mattina. Che bisogno c’è di una statua gigante quando il mio rosario sta in una mano?».
Lo stesso principio però non si applica ai templi del consumo, giga cen-
tri commerciali dove puoi comprare auto a guida autonoma e tablet che si ripiegano più volte per stare in una tasca. E non si applica nemmeno al controllo sociale pervasivo, con telecamere ai semafori che grazie a software di riconoscimento facciale scansionano e pubblicano sui monitor i volti dei sospetti criminali. Lì, la sfera privata deve essere di dominio pubblico. Contraddizioni – forse apparenti? – che ritrovo ovunque mentre mi muovo lungo la Fuhua Road, l’asse principale del distretto di Futian.
Mentre passo davanti al centro commerciale Excellence, da un lato ammiccano i marchi occidentali del lusso, dall’altro un grappolo di telecamere appese a un palo punta in ogni direzione. Mi fermo a fotografarlo e mi accorgo che una mi punta e segue i miei movimenti. La megacity è l’incubo orwelliano diventato realtà, mascherato da una colorata patina di turboconsumismo.
Un paio di isolati – e qualche centinaio di telecamere – più in là, il Pin
An, con in suoi 115 piani e 600 me-
tri di altezza, è il grattacielo più alto della città. È il quinto al mondo, in un agglomerato che vanta la più densa concentrazione di grattacieli sopra i 200 metri di tutto il globo. All’ora di pranzo, la city è invasa da nugoli di rider che portano i pasti ordinati sulle app nelle migliaia di uffici che animano questi bastioni del tecnofuturo.
A cui il food delivery si è già adeguato: arrivo nel parco Lianhuashan, è una giornata calda ma mite, non di quelle soffocanti, perfetta per un picnic. Scelgo dei ravioli sull’app, consegna con drone. Pago e aspetto vicino alla stazione di consegna. Intanto, mi accorgo che la batteria del mio cellulare è quasi a terra, ed è solo mezzogiorno. È il risvolto di questa ipertecnologia che demanda ogni cosa allo smartphone. Ma qui hanno pensato anche a questo. Cerco con gli occhi uno dei tanti armadietti gialli che sono letteralmente a ogni angolo di strada. Di nuovo, scansiono il codice QR, sblocco un powerbank a noleggio, lo attacco al cellulare e sono pronto ad affrontare il resto della giornata con i miei ravioli appena atterrati sulla postazione di consegna del drone. Una ragazza riprende la scena col cellulare. È Paola, italiana, anche lei affascinata da questa bizzarria futuristica. «Non sono qui solo per ripren-
derli, i droni. Ma per comprarli», dice mentre andiamo verso una caffetteria di una catena molto popolare tra i giovani. E mi racconta che ha lasciato il suo lavoro in una società di consulenza per lanciarsi nel business degli show dei droni. Il futuro degli spettacoli pirotecnici, qui già molto comuni. «Li hanno inventati loro, proprio come i fuochi d’artificio mille anni fa. Loro hanno la tecnologia migliore. E anche la più economica». Centinaia, a volte migliaia di droni sincronizzati e guidati da un computer, capaci di creare coreografie tridimensionali e colorate nel cielo durante grandi eventi, concerti, match. «Le fabbriche dei droni sono tutte qui», dice Paola trattenendo a malapena il suo entusiasmo mentre cerchiamo di ordinare due caffè. Ma non si può. Il barista dietro il bancone non può accettare ordini a voce né pagamenti: il sistema è pensato solo per ordinare dall’app, che noi non abbiamo sul telefono. E comunque è tutta in cinese. E serve avere un account per pagare. Inebriati da tanta tecnologia, ma senza l’aiuto della caffeina, lasciamo il locale. Il futuro ci aspetta.
Informazioni
Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.
Bistecca di maiale con erbe aromatiche e limone
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Ingredienti
Piatto principale
Ingredienti per 4 persone
2 mazzetti d’erbe aromatiche miste, ad esempio timo, origano
1 limone
2 c d’olio d’oliva fleur de sel
4 bistecche di collo di maiale marinate di circa 180 g ciascuna
Preparazione
1. Staccate le foglie dai rametti delle erbe aromatiche.
2. Grattugiate finemente la scorza del limone e mescolatela con l’olio. Condite con fleur de sel.
3. Scaldate il grill a 200 °C.
4. Grigliate bene le bistecche da entrambi i lati a fuoco medio per circa 8 minuti.
5. Servite con la miscela d’erbe aromatiche. Ottime con patate country.
Consiglio utile
A piacere, grigliate brevemente anche del rosmarino e distribuitelo sulla carne al momento di servire.
Il calore alto (220-280 °C) è adatto alla cottura diretta: gli alimenti vengono messi sulla griglia direttamente sulla fonte di calore (brace). A calore medio (180–220 °C) si griglia o si arrostisce a fuoco indiretto; gli alimenti non devono essere posti direttamente sulla brace e il coperchio del grill è abbassato.
Preparazione: circa 20 minuti
Per porzione: circa 33 g di proteine, 32 g di grassi, 2 g di carboidrati, 430 kcal
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Piccola guida ai misteri della grande pianura
Colpo critico ◆ Un racconto di migrazione ottocentesca attraversa la bassa padana come spazio narrativo, tra Celati, Guareschi e nuove forme di immaginazione collettiva
Andrea Fazioli
Verso la fine del XIX secolo il mio bisnonno Benvenuto Fazioli partì da Cremona e andò in Svizzera. Prima lavorò a Zurigo, poi nel Canton Ticino. Per anni non diede più sue notizie a casa. Poi conobbe una donna ticinese e tornò a Cremona a prendere i documenti necessari per il matrimonio. Appena scese dal treno, sulla piazza della stazione, un uomo si avvicinò, e cominciò a sbirciarlo, poi a osservarlo sempre più da vicino. Infine osò rivolgergli la parola. «Ma tu… ma sei Benvenuto?» Il mio bisnonno fece segno di sì, e l’altro esclamò: «Sono tuo zio!». Questo piccolo aneddoto di emigrazione pare finto, come tutte le storie della Bassa, ma è vero. Da sempre sono affascinato dalla pianura padana, nonostante sia cresciuto in mezzo alle montagne… o forse proprio per questo, perché i paesaggi estremi sono propizi alla narrazione. Sentivo una risonanza da ragazzo leggendo le vicende del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi e, più tardi, i racconti riuniti da Gianni Celati in Narratori delle pianure
La Bassa è luogo popolato di fantasmi. Essi appaiono all’improvviso, magari in una strada che «non è asfaltata, tranne per un tratto iniziale», come racconta Celati in Fantasmi a Borgoforte (Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1985). «Intorno ci sono molte vecchie case coloniche in ro-
vina, altre ancora intatte ma non più abitate, e passando di lì dopo il tramonto è piuttosto difficile incontrare qualcuno, soprattutto nei mesi invernali quando quel viottolo sassoso lungo il fiume è avvolto da banchi di nebbia». In un luogo del genere, come non aspettarsi l’inaspettato?
Hanno approfondito questa atmosfera anche gli autori del podcast C’è vita nel grande nulla agricolo?, disponibile su johnnyfaina.com e su varie piattaforme. Nicolò Valandro e Gianluca Dario Rota mettono in scena un’immaginaria (e perciò vera) provincia romagnola. Nel villaggio fittizio (quindi autentico) di Villamara avvengono fenomeni al limite, con un tocco alla Stephen King, fra case infestate e siluri antropofagi, in mezzo all’onnipresente nebbia. Il progetto ha vinto il premio di miglior podcast italiano agli Italian Podcast Awards del 2023.
Dal podcast gli autori hanno tratto un gioco di ruolo, pubblicato nel 2024 da Grumpy Bear. Johnny Faina (il nome d’arte di Nicolò Valandro) ha adattato l’atmosfera di Villamara, con le illustrazioni ironiche e vivaci di Feduzzi (pseudonimo di Federica Carioli), in un bel manuale compatto: Guida ai misteri del Grande Nulla Agricolo. Il libro contiene le regole del gioco, varie tabelle per suscitare e gestire gli imprevisti, diciotto personaggi, molti
Giochi e passatempi
Cruciverba
Tra amici: «Paolo hai visto mio figlio? È identico a me!»
Trova la risposta dell’amico risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere nelle caselle evidenziate.
(Frase: 2, 6, 1, 10, 1, 3, 3, 4)
ORIZZONTALI
1. Si cura con gli analgesici
7. Pianta simile al fagiolo
11. Fasi terminali
12. Più luci ha e più è lungo
13. Avverbio di luogo
14. Le iniziali di un’attrice Moore
15. Pia a Roma
16. Antico nome di Tokyo
18. Nega ogni forma di autorità e governo
21. Dicesi di ragazze singolari
23. Lecci
24. Le iniziali dell’attore Hopkins
25. Un quinto di tonnellata
26. La fattoria del lord
28. Morbida borraccia
30. Nazione europea
32. Un nipote di Topolino
33. Valichi montuosi
34. Le iniziali della Arcuri
36. Le iniziali di Papaleo
37. Simulazione
38. Panettieri
40. Promessa solenne
41. Lo studia l’entomologo VERTICALI
1 Piccole insenature costiere
2. Nome maschile
3. Dario tra i premi Nobel
4. Congiunzione inglese
5. La capitale del Perù
6. Coppia in rete
7. È ghiotto di cacio
8. Un vero oltraggio
9. Andata in poesia
10. Iniziali di un noto fisico tedesco
12. Maiale francese
15. Sono larghi una spanna
17. Un grido dell’acrobata
luoghi da esplorare, parecchie Oscure Minacce e tre moduli narrativi pronti all’uso. In Consegna finale i giocatori (4 o 5, di cui uno farà da Guida) interpretano un gruppo di Fattorini delle pizze alle prese con un’apocalisse zombie; in Metal & Misteri entra in scena il GIP (Gruppo di Indagine Paranormale di Villamara); in Bonifica et im-
pera invece bisogna salvare il Triangolo delle Bermude padano da un’oscura minaccia (basti dire che a un certo punto entrerà in scena l’inquietante «Polzilla, il re dei polli»). Il metodo di gioco è snello, gestito con una serie di dadi da sei e costruito secondo archi narrativi che conducono a un crescendo comico-dramma-
tico (un’«escalation»). Il tono è umoristico, il ritmo sempre alto (grazie anche al sistema dei Dadi Rischio, che introducono Conseguenze sempre più spettacolari e rovinose…). Il bello di un gioco come Guida ai misteri del Grande Nulla Agricolo è quello di stimolare le capacità affabulatorie (anche nascoste) dei partecipanti. In questo mi fa pensare, in un contesto ludico assai differente, a un gioco di Henrik Havighorst e Mathias Spaan: Der Abenteuer Club (Piatnik, 2022; non è dipendente dalla lingua). È un cooperativo: i partecipanti (da 2 a 5) devono escogitare dei mezzi per uscire da situazioni intricate, trovandosi magari su un’isola deserta, alle prese con un branco di scimmie urlatrici, muniti solo di una tromba, di un ombrello e di una saponetta profumata… Grazie a un mazzo di carte raffiguranti varie immagini, le storie nascono in maniera fluida, quasi da sole, proprio come se fossimo a un crocevia nella Bassa. Come scriveva Guareschi: «Il fiume scorre placido e indifferente nella pianura, e tra il fiume e i paesi, c’è l’argine; perciò le case non si specchiano nell’acqua, ma le storie d’ogni paese scavalcano l’argine, e il fiume tutte le convoglia: storie buffe e malinconiche, e se le porta via verso il gran mare della storia del mondo» (Le storie del fiume in Noi del Boscaccio, Rizzoli, 1983).
19. Scudisci di fibre animali
20. Sorta di falco
22. Dio greco del fuoco
24. Monte dove si posò l’arca di Noè
27. Un anagramma di Sara
29. Scrisse «Gerusalemme liberata» (iniz.)
30. Precede Andrea sul calendario
31. Un libro della Bibbia
33. Il XII fu l’ultimo
35. Custodite dalle Vestali
37. Cambiano le parole in favole
38. Le iniziali di una Francesca
39. Le iniziali del filosofo Tommaseo
Soluzione della settimana precedente
e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a Redazione «Azione», Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano
importanti,
si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso.
Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
altri motivi
«Azione»
Immagine di copertina del gioco Guida ai misteri del Grande Nulla Agricolo (Federica Carioli / Grumpy Bear)
2.95 invece di 4.30 Spiedini Migros Svizzera, 2 pezzi, per 100 g, in self-service 31%
Ali di pollo Optigal al naturale e speziate, Svizzera, al kg, in self-service 30%
8.40 invece di 12.–
13.20 invece di 26.40 Coca-Cola Classic o Zero, 24 x 330 ml, (100 ml = 0.16) conf. da 24 50%
3.90 invece di 6.57
Chips Migros XXL alla paprica o al naturale, in conf. speciale, 400 g, (100 g = 0.98) 40%
Gelato su stecco Almond, Caramel o Cappuccino, MegaStar prodotto surgelato, in conf. speciale, per es. Almond, 12 x 120 ml, 9.70 invece di 19.40, (100 ml = 0.67) conf. da 12 50%
Zucchine Migros Bio Spagna/Italia, mazzo da 500 g, (100 g = 0.20) 1.–
Lattuga verde Migros Fresca Svizzera, il pezzo, prodotto confezionato 1.–
Migros Ticino
Tanta leggerezza daGUSTARE
Champignon Migros Bio marroni e bianchi, Svizzera, per es. marroni, vaschetta da 250 g, 3.15 invece di 3.95, (100 g = 1.26)
7.65 invece di 9.–
Asparagi bianchi Spagna/Italia/Ungheria, mazzo da 1 kg
Fragole Italia/Spagna, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.60)
invece di 3.–
Pere Kaiser Alexander Migros Sudafrica, al kg, (100 g = 0.26) 15%
4.75 invece di 5.95
Lamponi Extra Spagna/Marocco/Portogallo, vaschetta da 250 g, (100 g = 1.90)
Migros Ticino
3.45 invece di 4.95 Filetto di tonno pinna gialla Migros per 100 g, in self-service
12.95 invece di 18.–Orata reale M-Classic, ASC d'allevamento, Grecia, in conf. speciale, 3 pezzi, 1 kg, (100 g = 1.30)
Tutto per ilGRILL
Ideale con Con marinata al miele e alla senape
2.45
Bistecche di lonza di maiale marinate IP-SUISSE per 100 g, in self-service 30%
invece di 3.55
8.90
3.50
Filetto di coda di salmone con marinata al miele e alla senape, ASC, Grill mi d'allevamento, Norvegia, per 100 g, in self-service
Asparagi verdi Migros Bio Spagna/Italia, mazzo da 750 g, (100 g = 1.19) 40%
invece di 14.90
conf. da 2 20%
5.25 invece di 6.60
Tartare erbe e aglio o al naturale con fleur de sel, 2 x 150 g, (100 g = 1.75)
3.15 invece di 3.70
20x CUMULUS
2.95
Lombata di agnello Migros per 100 g, in self-service Consiglio: servire con ajvar e pane alla
Flank steak di manzo marinata Migros
Svizzera, per 100 g, in self-service
20x CUMULUS
6.95 Cevapcici di manzo Migros Svizzera, 7 pezzi, 245 g, in self-service, (100 g = 2.84)
20x CUMULUS NOVITÀ
3.95 invece di 5.–
Entrecôte di manzo Black Angus Migros Uruguay, 2 pezzi, per 100 g, in self-service
Costine carré di maiale Svizzera, per 100 g, in self-service 15%
Svizzera, 2 pezzi, 240 g, in self-service, (100 g = 2.48)
7.50 invece di 9.53
Svizzera, 4 pezzi, 500 g, in self-service, (100 g = 1.50) 21%
Bratwurst di maiale Tradition
1.70 Cervelas M-Classic Svizzera, 2 pezzi, 200 g, in self-service, (100 g = 0.85) 7.95 Steak Paprika Planted. 2 pezzi, 160 g, (100 g = 4.97)
Tagli prelibati per piatti da chef
6.95
3.95
3.70
5.85
Migros Ticino
2.35
4.95
2.95
3.90
4.95
1.45
Voglia di sgranocchiare?
20%
3.15
invece di 3.95
Pane croccante dal forno di pietra Migros Bio
400 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.79)
a partire da 2 confezioni 20%
Cornetti al burro precotti M-Classic, IP-SUISSE
5 pezzi, 200 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 1.18)
Berliner alla crema in conf. speciale, 4 pezzi, 400 g, (100 g = 1.25) 28%
5.–invece di 7.–
Panini soffici e morbidi con una nota di bretzel
3.– Pan brioche di Sils per hamburger Harry pretagliati, 4 pezzi, 300 g, (100 g = 1.00)
20x CUMULUS NOVITÀ
2.95 Bun di pan brioche Migros pretagliati, 4 pezzi, 200 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.48)
33%
12.90
invece di 19.50
a partire da 2 pezzi 20%
Leckerli finissimi in conf. speciale, 1,5 kg, (100 g = 0.86)
Tutti i panini appuntiti, rustici e Vital in vendita sfusa per es. panino appuntito scuro, IP-SUISSE, 75 g, –.92 invece di 1.15, (100 g = 1.23)
conf. da 6
25%
6.95 invece di 9.30
Biberli dell'Appenzello 6 x 75 g, (100 g = 1.54)
Tutti i dessert in coppetta refrigerati (prodotti Daily esclusi), per es. coppetta svedese, 100 g, 2.36 invece di 2.95 20%
Prodotti freschi e pronti
Per una cucinaVELOCE
Pasta Migros Bio, refrigerata
fiori ricotta e spinaci o agnolotti all'arrabbiata, per es. fiori, 3 x 250 g, 9.90 invece di 14.85, (100 g = 1.32) conf. da 3 33%
5.95 Cuoricini con pomodori e burrata 250 g, (100 g = 2.38)
Olive Anna's Best refrigerate Provençales, Diabolo e con formaggio a pasta molle, 150 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 1.57) a partire da 2 pezzi 20%
Focaccia all'alsaziana refrigerata La Flam'fine chorizo o raclette, 2 pezzi, 360 g, (100 g = 1.64)
13.90 Banana Shaped Shrimps Asia Snacks, ASC in conf. speciale, 440 g, (100 g = 3.16)
Succhi freschi Migros Bio da 1 litro, refrigerati per es. succo d'arancia, 3.80 invece di 4.75, (100 ml = 0.38) a partire da 2 pezzi 20%
3.80 Crispies western style Rügenwalder Mühle 180 g, (100 g = 2.11) 20x CUMULUS NOVITÀ
Cosa fa per te?
a partire da 2 pezzi 20%
Tutti gli snack al latte refrigerati Kinder (articoli singoli esclusi), per es. fetta al latte, 5 pezzi, 140 g, 1.36 invece di 1.70, (100 g = 0.97)
20%
5.85 invece di 7.35
20x CUMULUS NOVITÀ
Chilled Coffees Starbucks Caramel Macchiato, Cappuccino o Caffè Latte no added sugar, 3 x 220 ml, (100 ml = 0.89)
2.55 Matcha Latte Emmi 230 ml, (100 ml = 1.11)
Ticino Con latte senza lattosio
a partire da 2 pezzi 12%
Tutti gli yogurt Migros Bio, 150 g e 180 g per es. cioccolato, Fairtrade, 180 g, –.70 invece di –.80, (100 g = 0.39)
conf. da 6 –.50 DI RIDUZIONE
3.40 invece di 3.90 Flan M-Classic vaniglia, cioccolato o caramello, 6 x 125 g, (100 g = 0.45)
El Noè per 100 g 15%
1.95 invece di 2.30
conf. da 3
Feta originale dalla Grecia e Parmigiano Reggiano, Sélection per es. Feta originale, 170 g, 3.96 invece di 4.95, (100 g = 2.33) 20%
Tutti i Tilsiter in self-service per es. dolce, circa 230 g, per 100 g, 1.12 invece di 1.40 20%
2.05
Fontal italiano per 100 g, prodotto confezionato 21%
invece di 2.60
Emmentaler dolce circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 22%
1.20 invece di 1.55
2.10
invece di 2.50
Sbrinz AOP
2.35 invece di 2.95
Le Gruyère piccante Migros Bio, AOP circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 20%
Ticino
Freschezza da mixare
Le bevande analcoliche hanno spesso un sapore «delicato» perché manca l'alcol che funge da vettore del sapore. Un mocktail professionale ha bisogno di un equilibrio tra dolcezza, acidità, amarezza e aroma.
Ricetta del gin tonic analcolico:
x 10 cl di acqua tonica
x 4 cl di gin analcolico
x 2 cl di succo di lime fresco
x 1 cl di sciroppo di zucchero
x un po’ di rosmarino e bacche di ginepro
Agitare il tutto con ghiaccio, filtrare in un bicchiere e guarnire con cetriolo o pompelmo.
Rimuss
3.25
Graneo o Snacketti, Zweifel disponibile in diverse varietà, per
2.60
Kombucha Prager's Original, Rooibos o Matcha, 330 ml, (100 ml = 0.79)
20x CUMULUS NOVITÀ
3.95
20x CUMULUS NOVITÀ
2.20
Approfittane subito e RISPARMIA!
Tutti i tipi di confetture e di miele, Migros Bio per es. confettura extra di fragole, 350 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 0.90) a partire da 2 pezzi 20%
Ampia scelta di riso di qualità
a partire da 2 pezzi 20%
Tutta la frutta secca e a guscio, Migros Bio (prodotti Alnatura e Demeter esclusi), per es. fichi secchi, 400 g, 6.– invece di 7.50, (100 g = 0.50)
a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento Mister Rice per es. basmati, 1 kg, 3.60 invece di 4.50, (100 g = 0.36)
a partire da 2 pezzi 2.–DI RIDUZIONE
a partire da 2 pezzi 33% 17.80 invece di 19.80
Tutti gli Instant Noodles Nissin per es. Soba Wok-Style Classic, 109 g, 1.24 invece di 1.85, (100 g = 1.14)
Tutte le capsule Delizio, 48 pezzi per es. Lungo Crema, (100 g = 6.18)
da 2 33%
Pizze Buitoni surgelate, Caprese, Prosciutto e funghi o Diavola, per es. Caprese, 7.35 invece di 11.–, (100 g = 1.05)
La Trattoria alla bolognese o alle verdure prodotto surgelato, per es. alla bolognese, 2 x 600 g, 6.90 invece di 9.90, (100 g = 0.58) conf. da 2
Un dolce pensiero per la MAMMA
20%
Tutte le truffes Frey (confezioni multiple escluse), per es. assortite, 230 g, 7.16 invece di 8.95, (100 g = 3.11)
conf. da 2 20%
Pralinés Lindt
disponibili in diverse varietà, per es. Mini Pralinés assortiti, 2 x 180 g, 26.95 invece di 33.90, (100 g = 7.49)
50%
7 deliziose varietà di pralinés
9.95 invece di 19.95
13.90 Torta cioccolato e lamponi 520 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.67)
3.90 Tartelette al lampone
2 pezzi, 125 g, prodotto confezionato, (100 g = 3.12)
Pralinés du Confiseur Frey, Édition d'amour
452 g, (100 g = 2.20)
5.60
Macarons a cuore
6 pezzi, 90 g, prodotto confezionato, (100 g = 6.22)
14.95 invece di 19.95
4.95
l'assortimento Haribo per es. orsetti gommosi, 340 g, 1.58 invece di 2.25, (100 g = 0.46) a partire da 2 pezzi
Irrinunciabili al miglior prezzo
Tutte le spugne Clean per es. spugne sintetiche Strong, 3 pezzi, 1.56 invece di 1.95
5.95 Contenitori per congelatore con coperchio Rotho 4 x 1 litro, (1 pz. = 1.49)
Eccellentiantiaderentiproprietà
Padelle Pro Kitchen & Co. disponibili in grigio e blu e in diverse misure, per es. a bordo basso, Ø 24 cm, 34.95 invece di 49.95
Almeno il 70% di grassi in meno rispetto alle friggitrici convenzionali
pezzi
Tantaprotezione per te!
da 3 20%
Fazzoletti o salviettine cosmetiche, Linsoft, FSC® per es. scatola cubica, 3 x 90 pezzi, 5.50 invece di 6.90
4.35 Fazzoletti Classic Linsoft, FSC® in conf. speciale, 42 x 10 pezzi
Tutti i rasoi usa e getta da donna e da uomo Bic (confezioni multiple escluse), per es. Twin Lady, 10 pezzi, 1.63 invece di 3.25 50%
Salviettine cosmetiche o fazzoletti, Kleenex, FSC® in confezioni multiple, per es. scatola quadrata Collection, 3 x 48 pezzi, 5.85 invece di 7.35
Prodotti pH Balance per es. gel doccia pH 5,5, 2 x 250 ml, 5.60 invece di 7.–, (100 ml = 1.12)
Tutto l'assortimento Ceylor, Cosano e Feelgood (confezioni da viaggio escluse), per es. Cosano Regular, 10 pezzi, 3.71 invece di 4.95
CUMULUS NOVITÀ 6.95 Lozione corpo I am lozione corpo Repair & Care o crema multiuso, per es. lozione corpo Repair & Care, 300 ml, (100 ml = 2.32) 20x CUMULUS NOVITÀ
5.95 Gel doccia sport Nivea Men 500 ml, (100 ml = 1.19)
Spazzolini da denti Meridol delicati, medi o extra delicati, per es. delicati, 6.45 invece di 8.60, (1 pz. = 3.23)
conf. da 2 25%
Dentifricio Meridol
conf. da 2 25%
conf. da 2 25% 10.40 invece di 13.90
protezione gengive o protezione gengive e sbiancante delicato, per es. protezione gengive, 2 x 75 ml, 7.70 invece di 10.30, (100 ml = 5.13)
Collutorio Meridol 2 x 400 ml, (100 ml = 1.30)
conf. da 2 25%
Spazzolini da denti Elmex per es. protezione carie Inter X Medium, 6.80 invece di 9.10, (1 pz. = 3.40)
da 3 25%
Tutto l'assortimento Tetesept per es. Vitamina C+ e zinco, 17 compresse effervescenti, 5.21 invece di 6.95 a partire da 2 pezzi 25%
Per
Lettiera per gatti Fatto Forest o Signal, per es. Forest, 10 litri, 7.84 invece di 9.80, (100 ml = 0.08) 20%
da 5
Tutto l'assortimento di biancheria da uomo da giorno e da notte (articoli Hit esclusi), per es. boxer Essentials medium, in cotone biologico, grigio, il pezzo, 7.77 invece di 12.95 40% 16.95 Boxer per bambini tg. 98/104–134/140
a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento di alimenti per bebè Nestlé (latte Pre, latte di tipo 1, latte Comfort e confezioni multiple esclusi), per es. Beba Optipro Junior 18+, 800 g, 17.56 invece di 21.95, (100 g = 2.20)
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per bebè n. 10/14–23/26
21.95 Tutina per bebè tg. 50/56–98/104 conf. da 3
Per la giusta cura
conf. da 2
30%
4.90
invece di 7.–
Cipollata IP-SUISSE
2 x 8 pezzi, 2 x 200 g, (100 g = 1.22), offerta valida dal 30.4 al 3.5.2026
30%
30%
1.35 invece di 1.95
Patate Patatli Migros Fresca
Egitto, vaschetta da 600 g, (100 g = 0.23), offerta valida dal 30.4 al 3.5.2026
Tutti i tipi di toast American Favorites, IP-SUISSE offerta valida dal 30.4 al 3.5.2026