Skip to main content

Azione 17 del 22 aprile 2026

Page 1


www.azione.ch

Seguici su Migliorare il proprio entourage con Spazio progetti

MONDO MIGROS Pagina 2

SOCIETÀ Pagina 3

Cibi, pensieri e abitudini nutrono il nostro cervello: dodici consigli per coltivare una mente radiosa

Prima rapper, poi premier nepalese: la parabola di Balendra Shah in un Paese in crisi profonda

ATTUALITÀ Pagina 16

Capitale culturale, che vinca il Ticino!

Comunque vada, che vinca il Ticino. E non lo diciamo tanto per par condicio, ma quanto più per un desiderio che, se realizzato, equivarrebbe a una sorta di consacrazione per un Cantone come il nostro, non sempre in vetta alle classifiche nazionali di qualsivoglia tipo, da quelle della migliore qualità di vita a quelle del reddito pro capite. Con progetti distinti, infatti, due comitati ticinesi si sono candidati per diventare Capitale culturale svizzera (CCS) nel 2030. In lizza con loro, le città svizzero tedesche di Aarau e Thun.

La prima edizione – perciò reputata pilota – di questa iniziativa vedrà protagonista La Chaux-de-Fonds nel 2027, in un progetto sostenuto anche dal Percento culturale Migros, da sempre vicino per mandato allo sviluppo di nuove e innovative realtà culturali. Fra gli intenti di chi ha fortemente voluto il progetto (in primis Daniel Rossellat, sindaco di Nyon dal 2008, che nel 2013 ha fondato l’Associazione Capitale Culturale Svizzera), oltre al rafforzamento della coesione nazionale, vi è anche quello di favorire la creazione di nuove infrastrutture, sostenere progetti a lungo termine e permettere una partecipazione culturale ad ampio raggio. Per il Ticino si sono candidate, da una parte la città di Bellinzona, dall’altra, in una sorta di «cordata trasversale», le città di Lugano, Locarno e Mendrisio. La battaglia sarà serrata, là dove la Turrita corre con ben tre castelli, patrimonio dell’Unesco dal 2000, con quei gioielli che sono Villa dei Cedri e il Teatro Sociale, ma anche con la sua città vecchia e, non da ultimo, un carnevale che attira ogni anno decine di migliaia di persone. L’altra candidatura, invece partendo da sud, metterà in evidenza i pregi di Mendrisio, con il suo centro storico, il Museo d’Arte, l’Accademia e le processioni; Lugano con il LAC, il Teatro Foce, ma anche quello delle Radici, le realtà di USI e SUPSI; e infine Locarno con il Film Festival e una storia come quella del Monte Verità.

La straordinarietà di questo elenco (peraltro arbitrario) risiede tutta nel fatto che stiamo parlando di realtà disseminate in uno spazio relativamente esiguo, e al servizio di una popolazione che non arriva ai 400’000 abitanti.

Che si tratti delle realtà diffuse di una delle due candidature, o della solidità

storico-istituzionale dell’altra, il Ticino, partecipando alle selezioni per la Capitale culturale svizzera, lo fa a pieno titolo. Il nostro Cantone, infatti, negli ultimi decenni ha saputo (a livello istituzionale e indipendente, attraverso volontari e figure professionali) con rigore, serietà e costanza, ma anche grazie a un coraggio e a una visione straordinari, inventarsi mostre, interi musei, festival, percorsi enogastronomici, stagioni teatrali, musicali e cinematografiche, sentieri culturali e conferenze.

Chiunque si interessi alla cultura lo sa: certi giorni l’agenda ticinese ha in programma una tale mole di appuntamenti culturali da creare l’imbarazzo della scelta. Quella stessa cultura grazie alla quale secondo un ministro non si mangiava, si sta gradualmente ma a passo deciso rivelando un motore d’attrazione la cui portata non si era fino a qualche anno fa creduta possibile. Il nostro Cantone, dal resto della Svizzera, è stato a lungo apprezzato soprattutto per le bellezze paesaggistiche, per il clima e forse anche per una certa aria di libertà che vi si respirava.

Da qualche tempo – e molti attori culturali presenti sul territorio lo confermano – svizzeri tedeschi e romandi cominciano a scoprire anche altri aspetti del Ticino, come la cura con cui vengono organizzate le stagioni teatrali e musicali, la qualità delle mostre in programma nei numerosi musei (più di ottanta), e lo sviluppo di sempre nuove rassegne. Il nostro Cantone, insomma, come promotore culturale che ha saputo inventarsi molto spesso con le sole proprie forze, che sappiamo inferiori di quelle di altre realtà elvetiche, eppure, eccolo oggi in corsa con una doppia candidatura per la prima edizione ufficiale di Capitale culturale svizzera. Se la scelta dovesse ricadere su una delle due candidature ticinesi (fatto giustamente auspicabile, anche se sarebbe stato ancora più bello vederne una unica, di candidatura), ciò si riverbererebbe su tutto il territorio, attraverso eventi, momenti di valorizzazione e aggregativi, oltre che un indiscutibile indotto economico. Un’opportunità grande e necessaria per dimostrare a tutto il Paese quanto questo Cantone sia cresciuto e per convincerci quanto ogni sua forma di cultura, istituzionale e indipendente (in un connubio più naturale di quello che si crede) vada sostenuta e protetta.

CULTURA Pagina 19

La nuova serie Detective Hole e in generale il Nordic Noir intrecciano indagini e tensioni sociali

La boxe come microcosmo dove disciplina, rispetto e lavoro duro arginano le derive della strada

TEMPO LIBERO Pagina 31

Sosteniamo l’energia dei volontari in Svizzera

REVOCA DELLE ELEZIONI

Gentili cooperatrici, egregi cooperatori, in riferimento all’appello apparso nel n. 11 di AZIONE dell’11 marzo 2026 concernente le elezioni di rinnovo del mandato dei suoi organi statutari:

• i membri del Consiglio di amministrazione, fra cui il presidente (dal 1° luglio 2026 al 30 giugno 2028);

• l ’Ufficio di revisione (esercizi 2026 e 2027);

vi informiamo che non sono state presentate proposte elettorali entro i termini previsti.

Conformemente all’articolo 38 dello Statuto,

l’elezione ha dunque avuto luogo tacitamente e lo scrutinio annunciato è stato revocato.

Rinunciando a presentare proposte elettorali, i soci di Migros Ticino hanno lasciato al Consiglio di cooperativa e al Consiglio di amministrazione il compito di selezionare i candidati. Ringraziamo per questa testimonianza di fiducia.

L’esito della procedura elettorale sarà pubblicato nel numero 25 di Azione del 17 giugno 2024.

Sant’Antonino, 22 aprile 2026

Cooperativa Migros Ticino Il Consiglio di amministrazione

Flavia
Leuenberger
Nina Huber, Pierre Wuthrich – Pagina 2

Cosa spinge le persone a svolgere lavori di volontariato

Percento culturale ◆ Reto, Anne-Françoise, Hannes e Ueli sono quattro dei quasi sei milioni di volontari in Svizzera; il Percento culturale invita a un concorso per… dire grazie!

Nina Huber, Pierre Wuthrich, Simona Sala

Angela Pollicelli e Ueli Wyrsch

Se da una parte Angela Pollicelli (43) ha realizzato un sogno, dall’altra è ben consapevole del fatto che il suo progetto sia complesso, e a volte abbia bisogno del sostegno altrui. La grigionese stanziata a Santa Maria in Val Calanca, infatti, si occupa di un allevamento di 40 capre, 4 cavalli, e della fienagione di circa 15 ettari di prato da sfalcio: «Quando si disbosca per creare dei pascoli, questi devono poi essere mantenuti e curati. Purtroppo, in Calanca abbiamo la ginestra, che è molto invasiva, e deve essere eliminata».

È qui che si capisce il valore di persone come Ueli Wyrsch (67): il bernese, una doppia formazione come giardiniere paesaggista ed educatore, una volta in pensione aveva ancora tanta voglia di mettersi in gioco, per cui ha deciso di offrire il proprio tempo. Navigando in internet è incappato nel sito di Volontari montagna, attraverso il quale ha conosciuto Angela Pollicelli, e ha potuto darle una mano nell’eliminazione delle piante invasive insieme ai civilisti. «Un’esperienza bellissima, che mi ha permesso di conoscere un altro modo di vivere. Occorre essere aperti da entrambe le parti: Angela ha dovuto accogliere quello che era uno sconosciuto, e io ho dovuto imparare una realtà nuova». Una realtà nuova ma speciale, tant’è vero che, come afferma Ueli: «È molto dura andarsene al termine del periodo di lavoro. Per un po’ si sente la mancanza del silenzio, del colore dei fiori, dell’ampiezza dell’orizzonte e, di notte, del magnifico cielo stellato». Informazioni: bergversetzer.ch/it

Reto Schmitz e Lyss Oeschger

È stato un inverno molto nebbioso quello di Lucerna, dove vive la settantasettenne Lyss Oeschger, parzialmente paralizzata dopo un ictus subito 21 anni or sono. Durante una delle abituali visite del volontario Reto, Lyss gli ha confidato che le sarebbe piaciuto vedere il sole. Senza ulteriori indugi, Reto ha caricato la sedia a rotelle in macchina e ha portato l’amica sul Rooterberg fino alla Michaelskreuz. A pochi metri dall’arrivo, ecco finalmente un meraviglioso cielo blu. «Quando ho visto la gioia sul viso di Lyss, ho capito che ne era valsa la

pena», racconta Reto. Ex dipendente del Centro per paraplegici di Nottwil, Reto, 65 anni, è andato in pensione quattro anni fa. Ha conosciuto Lyss grazie all’associazione di beneficenza di quartiere Zeitgut Luzern e da allora due volte al mese la porta in gita. «Un’escursione come quella alla Michaelskreuz ha un effetto positivo che dura giorni», spiega Lyss. Reto è colpito dalla positività con cui Lyss affronta la vita nonostante il suo problema. Sebbene si conoscano solo da tre mesi, tra loro si percepisce una certa familiarità. Per Reto aiutare Lyss non è solo fare del bene: da quando è andato in pensione, anche i contatti sociali sono importanti per la sua qualità di vita. «I momenti belli e condivisi mi fanno sentire vivo, utile e connesso», dice. Poi aiuta Lyss a infilarsi il cappotto. Ora è il momento di uscire sotto il sole della primavera. Informazioni: zeitgut-luzern.ch o nachbarschaftshilfeschweiz.ch

Uno spazio per crescere insieme

Info Migros ◆ Il 5 maggio appuntamento a Tesserete

modo più individuale: «Fifi ci accompagna senza giudicare», afferma. Negli ultimi otto anni tra le due donne si è creato un bel legame, che ha reso possibili nuove attività, come escursioni più lunghe: «Fifi è sempre con noi. È impagabile avere al mio fianco una persona adulta su cui potere contare», spiega Marie Negri. E i bambini? Amano la loro «Fifi», e lo testimoniano i numerosi gesti di calore, come l’abbraccio da parte Finja Riedwyl, 7 anni, della sua volontaria preferita. Informazioni: aj.prosenectute.ch/win3

Hannes Neuhaus e Santos Morray

Anne-Françoise Droz e Marie Negri

All’età di 68 anni, Anne-Françoise Droz è tornata a scuola una volta alla settimana. Ma Anne non è né un’insegnante in pensione né un’eterna studente: è una volontaria. «Aiuto Marie Negri presso la scuola elementare di Saint-Imier. A volte leggo in classe, altre aiuto i bambini individualmente con la matematica o il francese», spiega Fifi, come la chiamano tutti affettuosamente. Anne-Françoise Droz fa parte di Win3, un programma gestito da Pro Senectute ArcJurassien che riunisce anziani e alunni. «Essere qui è un vero dono. Mi sento utile e valorizzata», racconta Anne, che dal 2018 è presente in classe ogni giovedì. Responsabile della classe è la maestra delle elementari Marie Negri (30 anni), che però, grazie all’aiuto di «Fifi», riesce a seguire i bambini in

foto a sinistra: Reto Schmitz e Lyss Oeschger. Nella foto a destra: Hannes Neuhaus e Santos Morray.

Hanno entrambi 27 anni, amano stare all’aperto e hanno una passione per la cucina. Eppure le loro circostanze non potrebbero essere più diverse. Hannes Neuhaus vive in un appartamento vicino a Winterthur e lavora nel settore del turismo, mentre Santos Morray due anni fa è fuggito in Svizzera dalla Sierra Leone insieme al figlio. La sua richiesta di asilo è stata respinta, a Santos non è permesso di lavorare e vive in un alloggio di emergenza nel Canton Zurigo. Lì si è imbattuto nel progetto Kombi gestito dall’associazione Solinetz, che organizza incontri mensili per un periodo di sei mesi. Gli incontri non offrono solo informazioni sul sistema di asilo svizzero, ma danno anche accesso a corsi di lingua e ad altri servizi di supporto. Inoltre, facilitano il dialogo tra rifugiati e volontari come Hannes. «Le persone respinte spesso vivono isolate e vengono rapidamente dimenticate», spiega Hannes. Durante il progetto, per una o due volte al mese, Hannes si è incontrato con Santos e suo figlio. Insieme hanno visitato lo zoo di Winterthur, hanno fatto passeggiate o hanno giocato a ping-pong, tutte attività che sono piaciute anche al figlio di otto anni. Una delle esperienze più belle è stata la grigliata organizzata dalla madre di Hannes. «Non avevo mai mangiato così tante verdure in una volta sola», racconta Santos. Ha provato le zucchine per la prima volta e le ha subito adorate. Anche dopo la fine del progetto, Hannes e Santos continuano a incontrarsi regolarmente: il legame è diventato un’amicizia. Informazioni: projektkombi.ch

Un grande grazie

Due terzi della popolazione fanno attività di volontariato offrendo ogni anno ca. 590 milioni di ore di lavoro, a beneficio della società. Ora li si può ringraziare con il Percento culturale Migros e l’azione partecipativa «Grazie, volontari». Invia un biglietto di ringraziamento a una persona impegnata che conosci: il Percento culturale si occuperà di stampa, francobollo e spedizione. Il tuo biglietto parteciperà automaticamente all’e strazione di 1000 buoni Migros del valore di 50 franchi l ’uno. Maggiori informazioni: engagement.migros.ch/grazie-volontari.

Martedì 5 maggio 2026 dalle 18.00 appuntamento presso la scuola elementare di Tesserete, sede Meleto (ex caserma) per lo Spazio progetti intercomunale. L’evento è destinato in particolare alle associazioni del territorio, ma aperto a tutte le persone interessate ed è promosso dal Percento culturale Migros in collaborazione con i Comuni di Capriasca, Comano, Origlio e Ponte Capriasca. Lo Spazio progetti è l’occasione ideale per chi vorrebbe cambiare qualcosa nel proprio Comune o quartiere per migliorare la convivenza e la coesione sociale.

Un importante momento di scambio per gruppi e associazioni che hanno voglia di crescere

Nell’ambito dell’evento verranno presentati alcuni progetti di gruppi e associazioni. Attraverso dei workshop partecipativi si cercherà di portare questi progetti a compiere il «passo in avanti» di cui hanno bisogno. L’evento sarà un’occasione di scambio e di messa in rete e offrirà la possibilità di instaurare nuove collaborazioni. Sono benvenute persone di tutte le età, con esperienze e prospettive diverse e con un’apertura verso altri punti di vista.

L’evento è gratuito, e durante l’incontro sarà offerto uno spuntino alle persone partecipanti.

Per motivi organizzativi, chiediamo gentilmente di annunciare la propria presenza completando il formulario di iscrizione al link: https://engagement.migros.ch/it/ percento-culturale/affari-sociali spazio-progetti/spazio-progetticapriasca

Dove e quando Spazio progetti, martedì 5 maggio 2026, dalle 18.00 alle 21.00, Tesserete, sede Meleto – ex Caserma, Via Contessa Grassa 2; informazioni e contatti: Tel. 091 825 38 85 –eventi@consultati.ch

Idea dell’incontro è di mettere in rete realtà associative e aggregative diverse. (Percento culturale Migros)
Nella
In alto: Angela Pollicelli e Ueli Wyrsch; sopra: Anne-Françoise Droz e Marie Negri.
Flavia
Leuenberger
Gaby Vogel
Gaby Vogel
Gaby Vogel

SOCIETÀ

Trasporti pubblici, siamo all’avanguardia Un libro di Peter Füglistaler descrive il sistema dei trasporti pubblici svizzero percorrendo la sua evoluzione negli ultimi 30 anni

Lo sport, la salute e gli infortuni

In Svizzera la pratica sportiva è in costante crescita ma aumentano anche gli incidenti: parliamo di prevenzione, diagnosi e recupero

Coltivare una mente radiosa

Obiettivo: riportare a casa Fido Il grande impegno dei volontari dell’associazione Acchiappa Levrieri Ticino per ritrovare i cani che sfuggono ai proprietari

Il caffè dei genitori ◆ La giornalista Eliana Liotta e la neuroscienziata Michela Matteoli spiegano come «nutrire» il cervello

Chi di noi non ci sta facendo i conti? Nella frenesia della vita quotidiana spesso finiamo per rassegnarci a come stiamo: nervosi, esausti, smemorati. Ci ritroviamo di cattivo umore, con difficoltà di concentrazione, una stanchezza persistente e disturbi del sonno. Questo accade perché preferiamo ignorare che una notte di sonno pessimo compromette la memoria del giorno dopo; stress, stanchezza e mancanza di energia hanno a che fare anche con ciò che mangiamo e con il movimento che non facciamo; parliamo facilmente di proteine per i bicipiti o di betacarotene per l’abbronzatura, ma molto meno dell’alimentazione che sostiene i pensieri lucidi.

Insomma, troppo spesso trascuriamo la salute del cervello. È la stessa inerzia che – come abbiamo visto nelle pagine de Le parole dei figli – ci fa finire dentro i meccanismi dei social media, progettati per catturare l’attenzione. Non riguarda solo gli adolescenti: riguarda tutti noi. È proprio per questo che abbiamo deciso di invitare a Il caffè dei genitori Eliana Liotta e Michela Matteoli. La prima è giornalista scientifica e autrice di bestseller dedicati alla salute; la seconda è neuroscienziata, già direttrice dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr e oggi all’Humanitas, il grande ospedale di ricerca di Milano. Insieme firmano il libro La mente radiosa. I cibi e i pensieri che nutrono il cervello e rischiarano la vita (collana Scienze per la vita, Sonzogno, marzo 2026). Per capire come funziona la mente può essere utile una similitudine. Immaginiamo il cervello come una casa in costruzione. Se il cantiere dispone di tutti i materiali necessari – mattoni, legno, tubature – il lavoro procede e la casa diventa solida e abitabile. Se invece mancano i materiali, alcune stanze restano incomplete. Nel cervello quei mattoni sono vitamine, minerali e altre sostanze indispensabili per costruire e far funzionare le cellule nervose. Tra questi elementi ci sono anche i neurotrasmettitori, le molecole che permettono ai neuroni di comunicare tra loro. I neuroni infatti non si toccano: tra una cellula e l’altra c’è uno spazio minuscolo chiamato sinapsi. È proprio lì che i neurotrasmettitori vengono rilasciati e trasmettono il segnale da una cellula all’altra. Grazie a questo passaggio continuo di messaggi nascono pensieri, emozioni, decisioni e ricordi. Tra i messaggeri chimici più importanti per l’equilibrio quotidiano ci sono la serotonina, legata al buonumore; la dopamina, che alimenta motivazione ed energia mentale; e la melatonina, l’ormone che regola il ritmo sonno-veglia.

Accanto ai nutrienti biologici esistono però anche altri nutrimenti,

meno visibili ma altrettanto importanti. È su questo doppio binario –corpo e vita quotidiana – che Liotta e Matteoli costruiscono la loro idea di mente radiosa. Da qui nasce l’elenco dei dodici nutrimenti essenziali per il cervello.

1. Stare con gli altri Il cervello non è pensiero freddo: è sempre attraversato dalle emozioni. I suoi circuiti funzionano con un consumo energetico paragonabile a quello di una lampadina; per questo non è solo una metafora dire che figli, partner, amici e colleghi illuminano le nostre giornate. Siamo il risultato di ogni cena condivisa, di ogni risata, di ogni amore. È anche lo spirito con cui nasce Il caffè dei genitori: uno spazio dove incontrarsi e sostenersi.

2. Apprendere Imparare, a qualsiasi età, significa costruire un cervello più connesso e più rapido. L’apprendimento rafforza la plasticità cerebrale, cioè la capacità dei neuroni di creare nuove connessioni.

3. Rilassarsi Lo stress cronico può diventare un circuito che si autoalimenta. Il corpo segnala tensione – muscoli contratti, respiro corto – e il cervello attiva i centri di comando dell’organismo, ipotalamo e ipofisi, mantenendo lo

stato di allerta. Più il corpo segnala tensione, più la mente resta sotto pressione. Per questo può essere utile intervenire sul corpo: respirare profondamente, camminare a passo svelto, ballare.

4. Fare attività fisica L’esercizio fisico è uno dei fattori più efficaci per mantenere giovane il cervello, oltre che cuore, muscoli e polmoni. Come ricordava Giovenale, mens sana in corpore sano. Anche un gesto quotidiano come usare le scale può fare la differenza: studi su larga scala mostrano che salire circa cinquanta gradini al giorno è associato a una riduzione del 20 per cento del rischio di ictus, infarto e scompenso cardiaco.

5. Seguire la dieta mediterranea Riconosciuta nel 2010 patrimonio culturale immateriale dell’umanità, la dieta mediterranea privilegia alimenti di origine vegetale – frutta, verdura, legumi e cereali integrali – con l’aggiunta di alcune proteine animali e dell’olio extravergine d’oliva.

6. Stare alla luce del sole La vitamina D viene prodotta dalla pelle grazie ai raggi ultravioletti di tipo B. Numerosi studi mostrano che una sua carenza può compromettere attenzione, memoria e apprendimento, mentre livelli adeguati

contribuiscono a prevenire il declino cognitivo.

7. Dormire il giusto In Cent’anni di solitudine Gabriel García Márquez racconta la peste dell’insonnia che colpisce il villaggio di Macondo. All’inizio gli abitanti sembrano quasi contenti: hanno più tempo. Ma presto iniziano a dimenticare tutto – i nomi delle cose, la funzione degli oggetti, la propria storia. È una metafora potente. Il sonno è il momento in cui il cervello decide cosa conservare e cosa lasciare andare.

8. Provare piacere Il piacere non è un lusso ma una necessità biologica. Come ricordavano gli epicurei, «il piacere è il principio e il fine della vita felice».

9. Abbracciare la spiritualità

Già nel 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto che la dimensione spirituale non può essere esclusa quando si parla di salute.

10. Meravigliarsi

Lo psicologo Dacher Keltner, docente all’Università della California a Berkeley e consulente scientifico del film Pixar Inside Out, ha dedicato a questo tema il libro Wow! e arriva a una conclusione precisa: se vogliamo essere felici, dobbiamo cercare lo stupore.

11. Leggere

La lettura permette di vivere molte vite diverse. Ogni libro crea nuove connessioni nel cervello e amplia il nostro paesaggio mentale.

12. Coltivare la pace Gli studi mostrano che astio e rancore aumentano lo stress, mentre gratitudine e compassione favoriscono equilibrio emotivo e serenità.

Insomma, la cura della mente coincide anche con la cura dell’anima. Secondo le autrici, i legami profondi – grandi amori e grandi amicizie –possono influire sulla longevità persino più della ricchezza, dell’intelligenza o dei geni ereditati. Il libro si apre con un promemoria di Gianni Rodari: «Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare, preparare la tavola a mezzogiorno. Ci sono cose da fare di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere sogni da sognare. Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra». Coltivare una mente radiosa significa prendersi cura, ogni giorno, dei suoi nutrienti visibili e invisibili – quelli che arrivano dal cibo e quelli che nascono dalle relazioni, dalla curiosità, dalla lettura, dalla meraviglia. In una parola, dalla vita vissuta nella sua interezza.

Simona Ravizza
Pagina 7
Pagina 8
Pagina 6

Fuoco e gusto

Attualità ◆ La Salumi del Pin di Mendrisio rifornisce Migros Ticino di diverse deliziose specialità tradizionali, tra cui le luganighe ideali per la griglia

Lo sapevi che Migros Ticino propone un’ampia scelta di eccellente salumeria tradizionale della nostra regione? Nei nostri reparti carne, infatti, è disponibile tutto quello che i buongustai possono desiderare per allestire un autentico banchetto di sapori locali, per arricchire la tavola di gusto e qualità: dalle luganighe alla luganighetta, dalla mortadella di fegato al salame, dai salametti al prosciutto crudo, passando per la coppa e la pancetta fino al prosciutto cotto. Non va inoltre dimenticato che buona parte di queste specialità a base di carne suina sono proposte sotto il marchio dei Nostra-

ni del Ticino, vale a dire realizzate con materie prime esclusivamente ticinesi. A farla da padrone sono i prodotti della Salumi del Pin di Mendrisio, che regolarmente per l’inizio della stagione delle grigliate lancia un prodotto molto apprezzato dalla clientela Migros, le luganighe per grill. Realizzate con ingredienti di origine svizzera, contengono meno grassi rispetto al prodotto convenzionale, ciò che le rende meglio digeribili. Inoltre, permettono di evitare che troppi liquidi colino sulla brace, causando fumo e sgradevoli odori di bruciato. Vogliamo ricordare alcune buone re-

gole per meglio gustare questa delizia tradizionale. Togliere le luganighe dal frigo almeno mezz’ora prima di cuocerle, estraendole dal loro imballaggio di plastica. In questo modo il prodotto riacquista tutto il suo aroma. La cottura al grill deve avvenire a fuoco moderato, per una durata di ca. 15 minuti. La scelta se cuocerle intere oppure tagliate a metà per il lungo dipende dai gusti di ognuno. Nel primo caso le luganighe risulteranno più succose, in quanto i succhi rimangono all’interno, mentre se tagliate diventano più croccanti e i tempi di cottura si riducono sensibilmente.

Dolci nuove dalla pasticceria artigianale

Novità ◆ La pasticceria fresca di Migros Ticino si amplia con due irresistibili creazioni tutte da provare

Le trovi presso i banchi pasticceria, Take Away e Ristoranti Migros

Impossibile resistere alle specialità della pasticceria artigianale di Migros Ticino. Ingredienti di qualità attentamente selezionati, lavorati con passione e maestria dai nostri esperti pasticceri sono il segreto per offrirti ogni giorno momenti di puro piacere. La scelta include una vasta gamma di dolci capaci di conquistare golosi di ogni età, dai più classici della tradizione svizzera e ticinese fino alle creazioni più innovative, senza dimenticare le proposte pensate per la clientela più sensibile alle intolleranze alimentari e ai vegani. Con l’arrivo della primavera, il nostro laboratorio lancia due invitanti novità, perfette per celebrare la nuova stagione.

Grande classico dell’alta pasticceria, la foresta nera Migros non può mancare quando si tratta di sottolineare le ricorrenze più importanti. Accanto alla variante tradizionale, ora viene lanciata anche la versione dedicata alle persone intolleranti al lattosio, ma che non vogliono certo rinunciare al gusto e alla qualità del prodotto originale. Realizzata con ingredienti freschi e genuini nel nostro laboratorio, si distingue per il suo sapore raffinato e la delicatezza dell’impasto, che si scioglie letteralmente in bocca. Soffice Pan di Spagna, panna fresca senza lattosio, sciroppo di zucchero e una decorazione di panna montata senza lattosio e scaglie di cioccolato fondente: con questa torta puoi essere certo di fare felici tutti i tuoi ospiti. Disponibile solo su ordinazione, direttamente presso la tua Migros di fiducia, oppure scansionando il codice QR sottostante.

Questo raffinato pasticcino a forma di margherita unisce alla perfezione la freschezza degli ingredienti naturali alla delicatezza del suo sapore. Composto da panna cotta, biscotto di frolla e topping al mango, regala un gusto equilibrato che conquista fin dal primo cucchiaio. Attenzione: il dolce sarà disponibile solo per un periodo limitato; pertanto, vale la pena di affrettarsi a provarlo!

LATTOSIO
SENZA

I must have dell’estate

Attualità ◆ Deborah Milano presenta una nuova collezione in edizione limitata e nuove colorazioni per gli apprezzati smalti Gel Effect

Puntuale con l’arrivo della primavera, il celebre marchio italiano di prodotti di bellezza lancia alcune novità che non mancheranno di suscitare l’entusiasmo di molte donne. La prima è rappresentata dalla collezione in

edizione limitata Girls Just Wanna Have Tan, una linea sviluppata appositamente per la prossima estate in grado di regalare alla pelle un tocco esclusivo in più. Pensata per il viso e per il corpo, è composta da prodotti facili da usare, innovativi e perfetti per il tuo extra glow. Le gocce illuminanti Bronzing Drops nelle tona-

lità light e dark sono il segreto per un’abbronzatura immediata e radiosa. Da usare da sole o con il fondotinta o una crema, lasciano la pelle luminosa, uniforme e naturalmente sun-kissed. Base illuminante dalla nuance universale arricchita con perle dorate per un glow intenso e uniforme, l’All Over Highlighter con vitamina C lascia una pelle morbida, ben nutrita e confortevole senza nessun effetto appiccicoso. Si adatta a tutti i look, per un risultato fresco ed elegante garantito. Il terzo prodotto della collezione è costituito dalla Baked Bronzing Powder, una terra abbronzante cotta ultra-fine, leggera ad alta pigmentazione, disponibile nelle tonalità light e dark. Facile da sfumare, crea un contouring delicato e naturale dall’effetto raffinato. Tra gli ultimi arrivi a firma Deborah Milano segnaliamo ancora alcune nuove ultra-trendy tonalità degli apprezzati smalti Gel Effect Brillantezza estrema, colore pieno e sorprendente effetto plumping senza lampada UV sono i punti forti di questi smalti iconici. La loro texture fluida e performante, arricchita con polveri di rubino e ametista, offre un finish perfetto già dalla prima passata. Il film flessibile protegge le unghie da urti e imperfezioni, prolungandone la tenuta. Facili e pratici da usare grazie allo speciale maxi-pennello.

Baked Bronzing Powder Light e Dark Fr. 11.50
Smalti
Face Bronzing Drops Light e Dark Fr. 16.90
All over Highlighter base illuminante Fr. 13.90
Annuncio pubblicitario

I trasporti pubblici in Svizzera sono all’avanguardia

Istantanee sui trasporti ◆ In un libro da poco pubblicato, Peter Füglistaler ha analizzato e descritto il sistema dei trasporti pubblici elvetico con precisione e sobrietà, percorrendone in modo efficace l’evoluzione nell’ultimo trentennio

La Svizzera dispone di uno dei migliori sistemi di trasporto pubblico, che negli ultimi 30 anni è nato dall’interazione tra gli strumenti statali e aziende di trasporto pubblico efficienti. È ciò che traspare dal volume pubblicato lo scorso mese di marzo dall’editore NZZ Libro con il titolo Die Schweiz fährt vor. Das System des öffentlichen Verkehrs, che potremmo tradurre in La Svizzera all’avanguardia. Il sistema dei trasporti pubblici. L’autore, Peter Füglistaler, è un profondo conoscitore della politica federale dei trasporti. Ha ricoperto funzioni importanti presso la Divisione Infrastruttura delle FFS, poi presso il Dipartimento federale delle finanze e infine, nel 2010, ha assunto la direzione dell’Ufficio federale dei trasporti fino al raggiungimento della pensione nel 2024. Peter Füglistaler ha contribuito a configurare le numerose riforme che, a tappe, hanno radicalmente trasformato il settore dagli inizi degli anni Novanta del secolo scorso ad oggi. Senza poter essere esauriente mi piace rilevare qui di seguito alcuni aspetti fondamentali e forse poco conosciuti dai non addetti ai lavori.

vità del traffico merci, stasi del numero di passeggeri trasportati, disavanzi d’esercizio in rapida progressione. La conseguente mancanza di mezzi per

frequenze, nella conversione dal servizio ferroviario a quello su gomma, nelle fusioni aziendali.

All’inizio degli anni Novanta av

L’immagine di copertina del libro di Peter Füglistaler, che è stato direttore dell’Ufficio federale dei trasporti fino al 2024.

dove imperava il principio della copertura dei disavanzi d’esercizio delle imprese da parte dell’ente pubblico. Con l’introduzione del principio dell’ordinazione delle prestazioni si è concretizzato un approccio più trasparente e motivante. Da allora le imprese di trasporto sottoscrivono un mandato con lo Stato (Confederazione, Cantoni e Comuni a dipendenza del tipo di servizio). I committenti pubblici devono dunque esplicitare in anticipo le prestazioni d’interesse generale reputate necessarie mentre le imprese sono poi tenute a realizzarle alle condizioni pattuite, assumendo pure la responsabilità del risultato finanziario finale.

Il finanziamento delle infrastrutture ferroviarie

Sessanta in corrispondenza al programma di realizzazione della rete delle strade nazionali. La Confederazione, attraverso un processo pianificatorio che coinvolge i Cantoni, le imprese di trasporto e gli operatori privati del traffico merci, stabilisce gli indirizzi di sviluppo e i progetti da attuare in sintonia con gli obiettivi della politica territoriale, ambientale ed energetica.

La riforma delle ferrovie

Un terzo aspetto rilevante dell’ultimo trentennio è stata la cosiddetta «Riforma delle ferrovie» avviata nel 1999 e perfezionata in seguito. Ha interessato in particolare le FFS, che da regia federale è divenuta una società anonima di diritto speciale. Ha così assunto in toto l’autonomia e la responsabilità nella gestione del traffico viaggiatori a lunga percorrenza e del traffico merci, del settore immobiliare e dell’approvvigionamento energetico. Ciò ha portato, tra l’altro, all’apertura del mercato nel settore merci (open access) e a rilevanti cambiamenti organizzativi interni alle stesse FFS (ricordiamo il passaggio da una direzione aziendale basata su tre circondari regionali a una direzione funzionale attraverso le divisioni infrastruttura, traffico viaggiatori, traffico merci, energia e immobili) così come alla costituzione di imprese specializzate (FFS Cargo nel 1999 e FFS Cargo Internatuional nel 2010).

Una seconda riforma fondamentale è stata compiuta per il finanziamento delle infrastrutture ferroviarie, fino al 1957 essenzialmente a carico delle imprese concessionarie e fino al 1996 delle FFS. La Confederazione ne ha progressivamente assunto la titolarità parallelamente alla regia dell’ampliamento delle reti di trasporto. In precedenza le imprese erano di regola tenute a stabilire i propri programmi di investimento e a procacciarsi i mezzi necessari attraverso risorse proprie e crediti remunerati da rimborsare.

A partire dal secondo dopoguerra questo modo di procedere, a fronte della concorrenza stradale che progressivamente riduceva i margini, aveva portato le imprese ad un indebitamento ormai insopportabile e dunque all’impossibilità di affrontare sia i bisogni di manutenzione necessari per garantire la funzionalità degli impianti sia quelli per gli ampliamenti. Attraverso un percorso politico a tappe è stato così attivato dal 2016 un fondo di finanziamento alimentato da risorse vincolate che consente di assicurare a lungo termine i mezzi per realizzare interventi che notoriamente comportano risorse molto elevate e tempi lunghi (Ferrovia 2000 negli anni Novanta del secolo scorso, Nuove linnee ferroviarie attraverso le Alpi nel primo ventennio degli anni Duemila, Programma di sviluppo strategico 2025 e 2035 attualmente in corso).

Si tratta fondamentalmente dell’analogo modello adottato per le infrastrutture stradali sin dagli anni

Tariffe, concorrenza, pianificazione e punti deboli Il volume pubblicato tratta pure una serie di altri rilevanti cambiamenti (il sistema tariffale, il trasferimento dalla strada alla rotaia, la concorrenza, la pianificazione delle infrastrutture, gli Accordi settoriali con l’Unione europea) che hanno concorso a fare dei trasporti pubblici elvetici un sistema molto apprezzato dalla popolazione, tanto da porlo in testa alla graduatoria europea per intensità di utilizzazione. Peter Füglistaler accenna anche ai punti deboli e alle minacce incombenti: ad esempio le difficoltà del traffico merci che in alcuni ambiti operativi non riesce ancora coprire i costi, la stasi nel trasferimento dalla strada alla rotaia del traffico in transito, oppure le pecche del sistema tariffale vigente così come la tendenza a programmi di investimento sovradimensionati e molto costosi.

La pubblicazione potrà trovare buona accoglienza tra chi è interessato a meglio comprendere la politica della mobilità nel nostro Paese. Sarà utile anche per la formazione o l’aggiornamento dei professionisti addetti ai lavori. Costituisce pure una base di riferimento utile per qualche membro dei Consigli di amministrazione delle società concessionarie, magari improvvisamente catapultato in compiti poco conosciuti, e per qualche politico che ancora non distingue a sufficienza i ruoli dei diversi attori che concorrono a definire la politica dei trasporti, trovandosi così talvolta in offside (senza accorgersi?).

Bibliografia

Peter Füglistaler, Die Schweiz fährt vor. Das System des öffentlichen Verkehrs, NZZ Libro, 2026.

Quando lo sport si ferma per infortunio

Salute ◆ Negli ultimi anni la pratica sportiva in Svizzera è cresciuta significativamente, ma con essa anche il numero di incidenti Un ortopedico dello sport e una fisioterapista ci parlano di prevenzione, diagnosi e recupero

«Andare in bicicletta per me era soprattutto libertà. Pedalavo diverse volte a settimana, tra allenamento e uscite nel tempo libero. Poi, durante una discesa su una strada che conoscevo bene, una perdita di controllo improvvisa mi ha fatto cadere violentemente sull’asfalto. Il dolore alla spalla e al ginocchio è stato immediato e ho capito subito che non si trattava di una semplice botta. Dopo gli accertamenti mi è stata diagnosticata una lesione che ha richiesto un periodo di stop e riabilitazione. La parte più difficile non è stata solo il dolore fisico, ma accettare di fermarmi. Con il tempo, però, ho capito quanto siano importanti la prevenzione, l’allenamento corretto e il recupero guidato dagli specialisti. Oggi sto tornando gradualmente in sella, con più consapevolezza e attenzione al mio corpo».

Questa è la storia di Mario, un ciclista amatoriale che ha trasformato un incidente in un’occasione per imparare ad ascoltarsi e ripartire più forte. Abbiamo raccolto la sua testimonianza per ricordare, in occasione della Giornata Mondiale dell’Attività Fisica promossa dall’OMS il 6 aprile, che è importante praticare sport in modo sicuro e consapevole, dando la giusta attenzione alla prevenzione degli infortuni.

Anche la componente psicologica è importante, perché paura e insicurezza possono influenzare negativamente il ritorno all’attività, aumentando il rischio di nuovi infortuni

Negli ultimi anni la pratica sportiva in Svizzera è cresciuta significativamente, ma con essa anche il numero di incidenti: secondo l’Ufficio prevenzione infortuni (UPI/bfu), circa 430’000 persone si infortunano ogni anno durante attività sportive, rendendo lo sport una delle principali cause di incidenti nel tempo libero nel Paese. Le statistiche evidenziano inoltre che l’aumento della frequentazione della montagna, unito alla sopravvalutazione delle proprie capacità, all’uso di equipaggiamento non adeguato e alla variabilità delle condizioni ambientali, contribuisce ad accrescere il rischio di incidenti durante salite ed escursioni. Un ortopedico dello sport e una fisioterapista ci aiuteranno a capire meglio prevenzione, infortuni e recupero. È importante innanzitutto evidenziare il ruolo centrale del medico di famiglia nella valutazione dell’attività sportiva. Il suo compito principale è quello di sensibilizzare i pazienti alla prevenzione, mettendo in risalto quanto sia fondamentale iniziare o riprendere l’esercizio fisico in maniera progressiva e sicura.

Infatti, conoscendo i pazienti e i loro eventuali problemi cronici o cardiovascolari, il medico di famiglia valuta i rischi individuali e, se necessario, li indirizza a fisioterapisti o ortopedici, consigliando attività fisiche adatte per garantire movimento, sicurezza e benessere. Dal canto suo, il dottor Marco Marano, specialista in Chirurgia ortopedica e Traumatologia dell’apparato locomotore, e Direttore Medico Centro Swiss Olympic – Ars Medica Centro dello Sport, sottolinea innanzitutto co-

me sia fondamentale partire da un presupposto chiaro: «Praticare sport è estremamente benefico per la salute generale e va quindi sempre incoraggiato, sia tra le persone sedentarie sia tra chi è già attivo». Tuttavia, egli evidenzia anche come l’attività sportiva comporti inevitabilmente un aumento del rischio di infortuni, «fino a quattro volte superiore rispetto a chi non pratica alcun esercizio fisico». Tra i fattori di rischio principali rientrano gli sport da contatto, nei quali l’interazione fisica con l’avversario rappresenta una delle cause più frequenti di trauma: «Il calcio, ad esempio, è indicato come una delle discipline con il più alto numero di infortuni».

Accanto a questi fattori esterni, emerge con forza il ruolo della preparazione individuale: «Molti infortuni si verificano infatti in soggetti non adeguatamente allenati, come nel caso tipico di chi pratica sport

L’APPUNTAMENTO

solo occasionalmente senza una base fisica adeguata». A questo proposito, viene evidenziato come esistano protocolli di prevenzione efficaci, tra cui programmi di esercizi specifici che, se eseguiti con regolarità durante il riscaldamento, possono ridurre in modo significativo il rischio di lesioni, anche gravi come la rottura del legamento crociato anteriore. Lo specialista mette in primo piano la prevenzione che, spiega, si fonda su tre pilastri fondamentali: forza, equilibrio e flessibilità: «L’allenamento della forza, da svolgere almeno due volte a settimana con esercizi mirati e sovraccarichi, permette di migliorare la capacità muscolare; gli esercizi di equilibrio e propriocettività aiutano a controllare meglio il corpo nello spazio; infine, lo stretching favorisce una buona mobilità articolare, riducendo le limitazioni funzionali».

Per quanto riguarda il riconosci-

mento di un possibile infortunio, viene chiarita la distinzione tra dolore fisiologico e dolore patologico: «I dolori muscolari che compaiono alcune ore dopo l’attività fisica e persistono nei giorni successivi sono generalmente legati all’adattamento del muscolo allo sforzo e possono essere gestiti senza particolari preoccupazioni, mantenendo comunque un’attività leggera per favorirne il recupero. Al contrario, un dolore che insorge durante l’attività sportiva rappresenta un segnale d’allarme e richiede una valutazione medica».

In merito alla ripresa dell’attività dopo un lungo periodo di inattività, Marano insiste sull’importanza della gradualità: «Spesso, infatti, chi ricomincia tende a porsi obiettivi troppo ambiziosi in tempi brevi, aumentando così il rischio di infortuni. È invece necessario procedere per step, adattando progressivamente carichi e

Pubbliredazionale

Prevenire e ridurre il rischio di infortuni nello Sport

Il Ciclo di conferenze gratuite di Rete Sant’Anna in Ticino promuove prevenzione, diagnosi precoce e stili di vita sani. Gli incontri si tengono di martedì alle 18.30 in diverse sedi e, al termine, gli specialisti rispondono a domande e curiosità.

L’appuntamento di martedì 28 aprile 2026 alle 18.30 sarà presso GoAcademy (alla fine di via Ponte Vecchio, 6 982 Agno)

In Svizzera la pratica sportiva è in costante crescita, ma con essa aumentano anche gli infortuni: ogni anno circa 430’000 persone si fanno male durante attività sportive. Come continuare a muoversi in sicurezza, ridu -

cendo i rischi senza rinunciare ai benefici dello sport?

Durante la conferenza si parlerà di prevenzione, fattori di rischio e strategie efficaci per evitare traumi. Con uno sguardo integrato che mette al centro la collaborazione tra medico di famiglia e specialista, verranno approfonditi la valutazione individuale, la preparazione fisica (forza, equilibrio e flessibilità) e i segnali da non sottovalutare. Spazio anche alla ripresa dopo uno stop e alla riabilitazione, fisica e psicologica, per un recupero completo e consapevole. Relatori e Relatrice della serata saranno il Dr. med. Marco Toderi Brancaleone, Specialista in Medicina Generale presso la Clinica Sant’Anna di Sorengo; il Dr. med. Marco Marano

Specialista in Chirurgia ortopedica e Traumatologia dell’apparato locomotore, e Direttore Medico Centro Swiss Olympic – Ars Medica Centro dello Sport e la fisioterapista Danja Santini responsabile del servizio di fisioterapia sportiva all’Ars Medica di Manno. Segue un rinfresco. Ingresso libero previa registrazione.

Informazioni Tel. +41 79 513 26 79

I medici sottolineano l’importanza della prevenzione perché spesso l’infortunio capita a persone non adeguatamente allenate, come nel caso tipico di chi pratica sport solo occasionalmente. (Freepik.com)

intensità in base alle risposte del proprio corpo, privilegiando un approccio paziente e costante». Infine, viene ribadito il ruolo cruciale della riabilitazione post-infortunio, «che deve mirare al recupero completo delle capacità fisiche di base (forza, equilibrio e flessibilità) compromesse durante il periodo di stop».

Non meno importante è la componente psicologica: «Paura e insicurezza possono infatti influenzare negativamente il ritorno all’attività, aumentando il rischio di nuovi infortuni. Per questo motivo, il recupero deve essere considerato a 360 gradi, includendo sia gli aspetti fisici sia quelli mentali, al fine di garantire una ripresa sicura ed efficace».

A questo punto, entra in gioco la figura della fisioterapista e Danja Santini, responsabile del servizio di fisioterapia sportiva all’Ars Medica di Manno, che spiega come il suo intervento arrivi spesso dopo un trauma, ma con il chiaro obiettivo di ridurre il rischio di recidive. Quindi, tiene a sottolineare un concetto che dice debba essere ben chiaro: «Non esistono esercizi validi per tutti: la riabilitazione è necessariamente personalizzata e costruita sui bisogni, le abitudini e lo stile di vita della persona. Più che il singolo esercizio, conta la costanza e la capacità di integrare una routine sostenibile nel quotidiano». In tal modo, la fisioterapista evidenzia che il paziente deve essere parte attiva del percorso, non passiva. «Fondamentale è anche ciò che accade fuori dalla seduta: sonno, alimentazione, idratazione e gestione dello stress influenzano in modo decisivo il recupero». La relazione che si instaura fra paziente e terapista durante la riabilitazione trasforma il ruolo stesso del fisioterapista: «Ruolo che diventa anche educativo e aiuta la persona a sviluppare consapevolezza e autonomia nel lungo periodo».

I volontari che riportano a casa Fido

Incontri ◆ L’associazione Acchiappa Levrieri Ticino fondata da Debora Fiora si occupa di ritrovare i cani che scappano dai proprietari

Le emozioni, dopo l’ happy end, si possono leggere nei commenti ai video postati sui social e con l’eco di migliaia di visualizzazioni: «Risolto. Il cane è tornato a casa, dopo l’avvistamento a Comano». «Valcolla-Tesserete. Ritrovato». «In tanti avete seguito con il fiato sospeso la storia di Eddy. Il suo ritorno a casa, la bontà della gente, sono un grande esempio di speranza. Queste notizie riscaldano il cuore!».

A rispondere alle crescenti chiamate di soccorso per l’inaspettata quanto repentina fuga di cani dal controllo dei loro proprietari c’è Debora Fiora, 49 anni, e la sua associazione Acchiappa Levrieri Ticino – nome spavaldo, ironico, quasi da cartone animato – e tuttavia i protagonisti che si rivolgono a lei non si annunciano certo con il cuore leggero, al contrario sono attraversati da sconforto, talora panico. E così ripongono le loro speranze nella professionalità del sodalizio e dei suoi volontari, attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con persino appostamenti notturni «quando tutto è più calmo e non è inconsueto avvertire l’abbaio degli animali dispersi nell’area di ricerca», là dove il più delle volte ha inizio il lieto fine.

«Il drone termico è spesso il primo strumento che utilizziamo. Ci permette di scandagliare il territorio velocemente e ad ampio raggio, specie nei punti pericolosi»

Romina Corti di Mendrisio, proprietaria della cagnolina Vita (nel nome, il destino, è proprio il caso di dire) – per ben due volte nell’arco di pochi mesi s’è rivolta all’associazione «che non smetterò mai di ringraziare per l’efficienza» ottenendo l’aiuto più prezioso: il ritorno a casa del suo amato animale. «Vita arriva dalla Calabria, dove ha vissuto per 8 anni in un canile. Non conosceva nulla del nostro territorio – io abito nel nucleo storico

Viale dei ciliegi

Timothée de Fombelle

Tobia. La vita sospesa – Tobia. L’ombra delle cime

Terre di Mezzo (Da 11 anni)

Tobia è alto un millimetro e mezzo e appartiene al popolo dell’albero, dove tutti sono alti come lui. Per il resto è un ragazzo come tutti, con gli entusiasmi, le indignazioni, le amicizie, l’amore. Ma Tobia è anche un eroe: quando il mondo sembra crollargli addosso, lasciandolo solo, in fuga e braccato dai nemici, riesce a tirare fuori un coraggio e una determinazione che gli permetteranno di resistere al male, rappresentato da un potere avido e corrotto. Il crudele Jo Mitch ha imprigionato i suoi genitori e ha sguinzagliato i suoi uomini per catturare anche lui. La posta in gioco è un’intuizione segreta del padre di Tobia, saggio studioso, che ha scoperto l’energia vitale – la linfa – che scorre nel grande albero, rifiutando di svelarla ai potenti perché teme lo sfruttamento di questa linfa, che porterebbe alla morte dell’albero. È evidente l’attualità di questa saga in due volumi a vent’anni dalla sua prima uscita: questo, che fu l’esordio nella

– e mi è scappata fuori dalla finestra della camera da letto. La prima volta è successo in estate, si è allontanata per 9 giorni. Poi a novembre è fuggita di nuovo per 5 giorni. È stato importante svolgere dapprima un volantinaggio a tappeto, da Mendrisio al Generoso, con tutti i dati di Vita. Abbiamo avuto tante segnalazioni, si è formata un’impensabile catena della solidarietà». Dove è stata ritrovata? «Ha raggiunto entrambe le volte l’Alpe Caviano, ha camminato per oltre 20 chilometri. È stata catturata con le foto-trappole e la gabbia perché era impensabile avvicinarla altrimenti. Ha perso tanto peso, ma poi si è ripresa». Quali emozioni ha provato al suo ritorno? «Una grande gioia. Ma ho avuto tanti sensi di colpa. Mi ripetevo continuamente, “l’ho portata fuori da un canile per farle fare una fine così…”, ma l’associazione mi ha sostenuta in ogni momento. Adesso Vita è cambiata, è una cagnolina bravissima, circondata da tanto affetto».

Chiediamo ora a Debora Fiora la genesi della sua attività. Come è nata Acchiappa Levrieri Ticino? «Diciamo che l’iniziativa sorge dall’unione di più persone che hanno messo a disposizione la propria passione per i cani, in particolare per i levrieri. Abbiamo visto che c’erano parecchie fughe, anche in situazioni vicine a noi, magari scappava il cane di un amico o di un parente, e abbiamo riscontrato questo reale bisogno di una figura esterna alla situazione di emergenza. Serve qualcuno che possa prendere in mano la gestione in maniera precisa e senza troppe implicazioni emotive. È veramente difficile riuscire a fare le cose pratiche quando si sta cercando disperatamente il proprio cane. Personalmente avevo già maturato un’esperienza pluriennale in Italia con le ricerche e tre anni fa ho deciso di creare un’associazione anche qui. Inizialmente le ricerche erano saltuarie, poi sono diventate più frequenti. Questo passo è stato fondamentale per muoverci con professionalità verso le istituzioni, per chiedere le autorizzazioni

per i voli dei droni o per posizionare le gabbie trappola. Io vivo proprio sulla frontiera, vicino a Porto Ceresio, quindi opero costantemente su entrambi i fronti».

Ma quali sono i motivi che inducono i cani a fuggire dai loro proprietari? «I temporali, i tuoni o il vento forte sono episodi imprevisti che possono scatenare reazioni improvvise di paura nell’animale, cogliendo di sorpresa il proprietario. Tantissime fughe sono poi legate alle adozioni fresche. I cani appena adottati non conoscono ancora la famiglia né il territorio; spesso trovano una via di fuga nel giardino, o riescono a sfilarsi le pettorine e partono. C’è poi il fattore predatorio, specialmente in montagna: sentono un animale o seguono una pista, perdendo il riferimento con il proprietario. Lì, rischiano di mettersi nei guai, magari scivolando su rocce o punti pericolosi. Per i cani appena adottati – quasi tutti arrivano da canili o rifugi – il passaggio in una casa all’inizio li destabilizza molto. Non conoscono la vita a contatto con le persone o l’ambiente domestico: questa novità crea un’agi-

●

narrativa per ragazzi dell’autore francese Timothée de Fombelle, ottenne subito un grandissimo successo di pubblico e di critica, vincendo prestigiosi premi e venendo tradotto in numerosissimi paesi, primo tra tutti l’Italia, dove uscì, nel 2007, grazie alla lungimiranza dell’editore San Paolo. Le avventure di Tobia appassionarono immediatamente i giovani lettori, che ne apprezzarono il susseguirsi di colpi di scena ma anche il fatto che esse raccontano una società che, dimensioni a parte, è come la nostra, e come la nostra contiene il bene e il male, la corruzione e il coraggio. E la distribu-

zione iniqua di risorse, poiché il grande Albero è una perfetta metafora del nostro pianeta, dove nei Rami Bassi si sta molto peggio che nei Rami Alti. Questa saga, che ha conquistato oltre un milione di lettori in tutto il mondo, viene ora ripubblicata da Terre di Mezzo, sempre con le illustrazioni di François Place e la traduzione di Maria Bastanzetti, ma con un restyling grafico e la copertina di Maria Chiara Di Giorgio. E con una profonda riflessione, in quarta di copertina, del filosofo specializzato in biologia evoluzionistica Telmo Pievani: «In questo capolavoro di narrativa avventurosa microscopica, Timothée de Fombelle ci fa immergere in quel pluriverso brulicante di biodiversità che è un albero. Per scoprire che ciascuno di noi è un ecosistema e che una sola medesima linfa tiene insieme le nostre vite».

Bodour Al Qasimi

La casa della saggezza

illustrato da Majid Zakeri

Il Castoro (Da 5 anni)

Ha vinto lo scorso anno il Bologna Ragazzi Award, ed è stato ora tradotto in italiano, questo albo il-

Le ricerche avvengono anche posizionando gabbie trappola previa autorizzazione del guardia caccia.

tazione tale da spingerli a cercare di tornare a ciò che conoscevano come familiare».

Quando e come entrate in azione dopo l’allarme? «Il contatto può arrivare direttamente dal proprietario, dall’associazione che ha affidato il cane o da altri volontari. Noi partiamo subito con un primo avviso sui social. Viene creato un post il più dettagliato possibile perché è fondamentale spiegare alla gente sia cosa fare, sia soprattutto cosa non fare. In buona fede, molti rincorrono il cane per metterlo in sicurezza, ma con certi cani è la cosa peggiore: si allontanano e si allarmano ancora di più. Facciamo un profilo del cane e della situazione che ha scatenato la fuga, chiedendo le posizioni precise e le direzioni prese per individuare sulle cartine l’area operativa. L’appello viene diffuso sulla nostra pagina, sui gruppi locali, sul sito Centrale svizzera animali smarriti (STMZ) e tramite i media. Questa diffusione può essere risolutiva già nelle prime fasi. Segnaliamo inoltre lo smarrimento agli organi competenti sul territorio: Protezione Animali,

Polizia e Guardia Caccia. È fondamentale allertare tutti i referenti per garantire la sicurezza del cane e degli altri, lasciando i nostri contatti costanti per ogni avvistamento». Con quali strumenti intervenite? «Il drone termico è spesso il primo strumento che utilizziamo. Ci permette di scandagliare il territorio velocemente e ad ampio raggio, specie in quei punti pericolosi, scoscesi o difficili da raggiungere dove l’animale è in grado di infilarsi, ma l’uomo meno. In base al comportamento del cane, pianifichiamo il recupero. Se lo individuiamo in un punto brutto, forniamo le coordinate precise ai soccorritori e facciamo da supporto tecnico per guidarli, monitorando che l’animale non faccia movimenti azzardati. Utilizziamo anche gabbie di cattura, previa autorizzazione del guardia caccia. Io dico sempre che bisogna immergersi nella ricerca lungo il percorso, cercando impronte o tracce. In quel momento divento quasi un animale anch’io, mi affido all’istinto per capire dove si muoverebbe. A volte la tecnica migliore è il silenzio: accucciarsi a terra con del cibo e aspettare che l’animale si fidi».

E vi fate carico anche delle ansie dei proprietari. «Il proprietario è solitamente in una confusione totale. Noi cerchiamo di dare un senso a questo caos prendendo in mano la gestione pratica: dividiamo i compiti, dal volantinaggio al monitoraggio dei sentieri. Spesso affrontiamo fasi di stallo dove per giorni non ci sono segnalazioni; lì il proprietario crolla, ma per noi quella è la normalità delle ricerche complesse. Siamo le braccia, le gambe e la “testa lucida” a disposizione, accogliamo il dolore per trasformarlo in azione. I nostri volontari devono avere sangue freddo, empatia, pazienza infinita e disponibilità. Non ci sono feste o compleanni. Io stessa arrivo a dormire in auto per non perdere un minuto. La notte poi è il momento migliore: tutto si calma e l’animale tende a muoversi con più tranquillità per cercare cibo».

lustrato che racconta la storia della biblioteca di Baghdad. Essa venne costruita nel settimo secolo d.C. dal califfo Harun Al Rashid, e ampliata nel secolo successivo da suo figlio Al Mamun, che la fece diventare un’Accademia, uno straordinario centro di studio interculturale, «un luogo dove traduttori, scienziati, ricercatori, autori e scribi potevano soggiornare e lavorare, dedicandosi in particolare alla medicina, all’ingegneria e all’astronomia». Da qui il nome di Bayt al-Hikma («la Casa della Saggezza», appunto): una saggezza straordinaria, giacché in questo luogo fiorivano lo scambio e la condivisione dei saperi. La Casa della Saggezza «accoglieva studenti di ogni provenienza e religione, tanto uomini quanto donne», e si parlavano e si traducevano innumerevoli lingue, tra cui l’arabo, il farsi, l’aramaico, l’ebraico, il siriaco, il greco e il latino. Un esempio di vera saggezza che alla luce delle divisioni di oggi appare ancora più notevole, un tesoro prezioso che purtroppo, proprio come accade oggi, venne distrutto dalla guerra: in particolare la devastante irruzione, nel 1258, dei Mongoli di Hule-

gu con la presa di Baghdad. L’autrice è un’imprenditrice culturale impegnata nella promozione della lettura, tra le altre cariche ricopre il ruolo di Chairperson della Sharjah Book Authority ed è rettrice dell’Università Americana di Sharjah. Un ruolo fondamentale nel valorizzare questo libro è svolto dall’illustratore, l’artista iraniano Majid Zakeri, che crea un apparato iconografico interessantissimo, che richiama e reinterpreta la tradizione della miniatura islamica. Un volume che ci richiama al valore della cultura per creare ponti di pace tra le persone.

di Letizia
Bolzani

7900 kg di pasta in una ciotola sola 40 chef hanno preparato la pasta con il sugo alla bolognese in un’unica ciotola in 19 ore. Questa gigantesca quantità è stata distribuita agli spettatori della mezza maratona 2015 di Cracovia, in Polonia.

Chi ha inventato la pasta?

I cinesi producevano pasta già 5000 anni fa. Probabilmente era fatta di miglio, proprio come i resti di tagliatelle di 4000 anni fa ritrovati in Cina. In Italia, il grano duro è stato utilizzato per la pasta molto più tardi. La prima testimonianza scritta risale al 1154.

GUSTO

Pasta la vista, baby!

Al mondo esistono oltre 600 tipi di pasta, di cui oltre 300 solo in Italia. Ti mostriamo i più popolari. Con le ricette classiche della cucina italiana per preparare la pasta al meglio.

Testo: Claudia Schmidt

I più grandi mangiatori di pasta

Secondo l’Organizzazione Internazionale della pasta, nel 2021 in Italia sono stati consumati quasi 23,5 kg di pasta a persona. L’Italia è seguita da Tunisia, Venezuela, Grecia e Perù. In Svizzera si mangiano circa 10 chilogrammi di pasta all’anno e questa cifra è rimasta pressoché invariata da 25 anni.

Il più lungo

Lo spaghetto cotto più lungo di sempre misurava 188,8 metri. È stato cucinato da Tomislav Babic in Svizzera nel 1994.

Pasta

«La pasta come in Italia –facilissimo!»

Claudio del Principe è uno dei più noti autori svizzeri di libri di cucina. I suoi consigli per un piatto di pasta ben riuscito

1. Quali sono gli errori più comuni che si commettono quando si cucina la pasta?

L’errore n. 1 è quello di sciacquare la pasta cotta sotto l’acqua fredda. In questo modo si raffredda e la salsa non aderisce più bene. Seguito a ruota dall’errore n. 2, ovvero non finire la cottura nel sugo. Per ottenere una combinazione perfetta di pasta e sugo, aggiungo la pasta appena scolata al sugo e faccio saltare il tutto finché non si sono combinati perfettamente.

2. Quale pasta fatta in casa è adatta ai principianti?

La pasta composta solo da farina di grano duro e acqua è un buon punto di partenza. Impastare due parti di farina con una parte di acqua per formare un impasto: finito! Il mio modo preferito di fare i cavatelli è quello di arrotolare piccoli pezzi di pasta sul tavo-

lo usando un coltello e una leggera pressione. O gli gnocchetti sardi, che vengono arrotolati con il pollice su un tagliere scanalato.

3. Quale piatto di pasta prepari quando vai di fretta?

Un sugo che accompagno a della pasta comprata in negozio. Mentre la pasta cuoce, posso preparare una di queste meravigliose salse: cacio e pepe, carbonara, al limone, al pesto, aglio e olio, pomodorini freschi, acciughe e burro o fare un accompagnamento con verdure come asparagi verdi; il tutto preparato in dieci minuti.

Campionessa del mondo di pesto

Lo scorso marzo, a Genova, l’ottantacinquenne Carla Pensa è stata incoronata campionessa mondiale nella tradizionale preparazione del pesto al mortaio. Per lei è importante schiacciare prima l’aglio e i pinoli con un po’ di sale. Solo a questo punto si aggiungono olio d’oliva, foglie di basilico e parmigiano.

Pappardelle al ragù

Lo spezzatino di manzo e maiale tagliato a dadini e cotto nel vino con verdure da minestra e pelati dà vita a un delizioso ragù, perfetto con le pappardelle.

Per tutti i gusti

I tipi di pasta più apprezzati alla Migros e come si preparano

Penne rigate

Taglio diagonale, superficie rigata, interno cavo: le penne sono particolarmente adatte ad assorbire sughi forti e cremosi. Il loro superpotere: mantengono perfettamente la forma anche quando vengono riscaldate. Sono adatte anche per i gratin.

Penne rigate Agnesi n.19

500 g Fr. 2.50

Spaghetti Lunghi e sottili, hanno conquistato tutto il mondo a partire dall’Italia... e da Lilli e il vagabondo in poi, anche Hollywood. Spesso vengono serviti con salsa di pomodoro, aglio e olio, pesto o vongole oppure alla carbonara, ma qualsiasi salsa va bene.

Spaghetti Garofalo

500 g Fr. 2.80

Cornetti

Se c’è un piatto di pasta tipico della Svizzera, esso ha un nome: i cornetti con la carne macinata, o hörnli in Svizzera tedesca. Alla scuola sci, in capanna alpina, in mensa: è un grande classico che trasmette un senso di casa. I cornetti venivano prodotti già nel 1920 e quindi si è sempre trattato di un tipo di pasta con un prezzo interessante. Questo l’ha resa presto una delle varietà di pasta preferite in Svizzera.

Fusilli

Grazie alla loro forma attorcigliata, i fusilli trattengono tutto ciò che non si attacca ad altri tipi di pasta: pesto, salsa di pomodoro o ragù. I fusilli sono particolarmente apprezzati perché sono facili da prendere con la forchetta. Non scivolano con la stessa facilità della pasta lunga e liscia.

Sfoglie per lasagne

Le sfoglie assorbono alla perfezione strato dopo strato i sughi, le verdure o il ragù. L’unica domanda che sorge spontanea è: vanno precotte o no? Se si desidera avere lasagne più morbide, croccanti solo nella parte superiore, cuocerle per 3-5 minuti. In questo caso si possono preparare una bolognese e una besciamella belle dense. Se invece preferisci un po’ di croccantezza e hai preparato sughi piuttosto liquidi, puoi usare le sfoglie crude.

Fusilli La Molisana
500 g Fr. 2.50
Lasagne Migros 500 g Fr. 1.50
Cornetti Migros 500 g Fr. 1.75

La consulenza della Banca Migros

In futuro le coppie sposate saranno tassate individualmente, con effetti sulla previdenza per la vecchiaia e non solo

Pagina 14

Focus sull’Africa occidentale

In Nigeria, Niger, Burkina Faso e Mali tensioni etniche, jihadismo e instabilità politica si alimentano a vicenda

15

Il nuovo premier nepalese

Balendra Shah, un rapper salito al potere, deve affrontare sfide enormi in un Paese profondamente in crisi

Pagina 16

Donald Trump e l’instabilità al potere

Usa ◆ Il prezzo politico e geopolitico di una leadership imprevedibile, tra tensioni internazionali e progressiva erosione della fiducia

A sperimentarla per primo fu Richard Nixon, negli anni più neri della guerra in Vietnam. All’epoca la «madman theory», la teoria del pazzo, consisteva nel disorientare il nemico persuadendolo di trovarsi di fronte a un leader imprevedibile, capace di tutto. La follia come strumento di deterrenza. Oggi Donald Trump (nella foto) rivendica quella dottrina spingendola oltre ogni limite. Non è più tattica negoziale, ma cifra della sua presidenza. Nel secondo mandato ancor più teatralmente che nel primo. Il tycoon veste con naturalezza i panni dell’autocrate pronto a far saltare il banco in qualsiasi momento. Il repertorio delle sue uscite più sconcertanti si allunga di giorno in giorno. Basti pensare alla minaccia di cancellare l’Iran dalla carta geografica, bombardandolo fino a distruggerne la civiltà; oppure, ancora, agli attacchi frontali contro Papa Leone XIV, bollato come «debole sul crimine» e «terribile in politica estera». Dalle invettive apocalittiche alle girandole della guerra dei dazi, dallo spauracchio di una scissione dalla Nato fino all’ipotesi di annettere la Groenlandia, lo stile è sempre lo stesso. Il punto, adesso, è individuare la linea di demarcazione tra iperbole e reale instabilità.

Più di 85 democratici tra Camera e Senato hanno chiesto l’impeachment o l’attivazione del 25esimo emendamento

Sulla lucidità del presidente, per la verità, ci si interroga da un decennio, fin dalla discesa in campo. Nel 2017, poi, la questione della salute mentale era finita in una pubblicazione scientifica. La psichiatra Bandy X. Lee con il bestseller The Dangerous Case of Donald Trump raccolse in un volume le analisi di ventisette specialisti. Le conclusioni mettevano in dubbio l’idoneità del commander-in-chief, gli esperti si interrogavano sui rischi politici e istituzionali che i suoi comportamenti potevano causare.

Non è del resto la prima volta che la tenuta di un presidente finisce sotto il microscopio. Peter Baker, sul «New York Times», richiama una serie di precedenti illustri. Abraham Lincoln, che convisse per tutta la vita con una severa forma di depressione; Woodrow Wilson, colpito nel 1919 da un grave ictus che lo lasciò paralizzato e debilitato anche sul piano cognitivo; Ronald Reagan, accompagnato da interrogativi sempre più insistenti su un possibile declino, per certi versi confermati dalla diagnosi di Alzheimer resa pubblica nel 1994, cinque anni dopo la fine del mandato. E, ovviamente, il caso di Joe Biden, il cui de-

terioramento fisico e cognitivo ha tenuto banco per mesi. Portavoce e collaboratori di The Donald respingono con forza ogni accusa, liquidandola come l’ennesimo tentativo di delegittimazione da parte di opposizione e media progressisti. La linea di Pennsylvania Avenue è netta: sono tutte fake news. Trump sarebbe affidabilissimo.

In realtà, qualche domanda gli americani se la stanno ponendo, eccome. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos il 61% ritiene che il settantanovenne (il presidente più anziano che si sia mai insediato), sia diventato più «instabile» con l’età. In aggiunta solo il 45% lo considera «mentalmente lucido».

Nella galassia mediatica che per anni ha alimentato il trumpismo, iniziano a emergere giudizi sempre più inclementi. La podcaster complottista Candace Owens, ad esempio, lo ha etichettato come «lunatico»; Alex Jones, fondatore della piattaforma di estrema destra «Infowars», ha dichiarato che il cervello del presidente «non funziona tanto bene». Non solo, a scuotere la testa ci sono anche gli ex mezzibusti di «Fox» e oggi giornalisti indipendenti Megyn Kelly e Tucker Carlson. Quest’ultimo è arrivato a definire «vile su tutti i piani» la retorica di Trump. Un lessico che, fino a pochi mesi fa, sarebbe stato inimmaginabile.

Chi non sembra nutrire alcun dubbio, nonostante tutto, è il nocciolo duro del mondo Maga, che continua a idolatrarlo senza tentennamenti. «Quello del presidente è un seguito quasi da setta», ci spiega Charlie Cook, decano degli analisti politici americani e fondatore del seguitissimo «Cook Political Report». Da oltre quarant’anni è una delle voci bipartisan più autorevoli di Washington su elezioni, sondaggi e dinamiche del Congresso. «Se i suoi sono convinti di una cosa e Trump imbocca la direzione opposta, o si riallineano immediatamente alla nuova linea, oppure ignorano il cambio di rotta, fingendo che non abbia detto nulla».

Una motivazione, sottolinea Cook, va trovata nella profonda spaccatura che caratterizza l’America contemporanea. «Nel nostro clima di iperpolarizzazione, anche quando una parte dell’elettorato può sentirsi delusa o non apprezzare alcune mosse del proprio schieramento, prevale comunque la logica partigiana: si arriva a detestare il partito avversario persino più di quanto si sostenga il proprio. Ed è proprio questo livello di ostilità a tenere insieme il consenso».

Nel 2016 il futuro presidente disse che avrebbe potuto sparare a qualcuno a New York senza perdere un solo voto

D’altra parte, Trump aveva già afferrato questa grande verità nel 2016, quando in piena campagna elettorale, in un comizio in Iowa nello sbigottimento generale, si lanciò in una delle sparate più celebri della sua carriera politica. Il futuro presidente disse che avrebbe potuto persino sparare a qualcuno in pieno centro, nel cuore della Fifth Avenue a New York, senza perdere un solo voto. Una frase rozza e provocatoria che però è innegabilmente la sintesi più efficace del legame indissolubile con la sua base. «Che cosa si potrebbe dire oggi a qualcuno per fargli cambiare idea, in meglio o in peggio, su Donald Trump? Le opinioni, a questo punto, si sono ormai formate e c’è pochissimo spazio per modificarle», conferma Cook. «Potrebbe raddoppiare il prezzo della benzina e ci sarebbe comunque chi continuerebbe a supportarlo con forza; potrebbe regalarla e ci sarebbe comunque chi resterebbe contrario».

A Capitol Hill, però, lo scontro è aperto. Più di 85 democratici tra Camera e Senato hanno chiesto, in varie forme, l’impeachment o l’attivazione del venticinquesimo emendamento, la clausola costituzionale che consente di dichiarare il presidente incapace di esercitare le proprie funzioni e di trasferire temporaneamente i poteri al vice. Un’ipotesi che, allo stato attuale, resta ovviamente pura elucubrazione. È però il segno più evidente di come il dibattito sulla sua tenuta non appartenga più soltanto alla polemica in favore di camera o al cicaleccio social, ma sia ormai entrato in Congresso, nel cuore della battaglia istituzionale americana. E così, mentre il Paese torna ancora una volta a interrogarsi sulla lucidità del «leader del mondo libero», riaffiora quella definizione che Trump diede di sé anni fa: «un genio molto stabile». Ripescata in mezzo alla tempesta, non può che strappare un sorriso amaro.

Pagina

Imposizione individuale: le mosse più opportune per le coppie

La consulenza della Banca Migros ◆ In un prossimo futuro le coppie sposate non saranno più tassate congiuntamente bensì separatamente, il che si ripercuote anche sulla previdenza per la vecchiaia

Jörg Marquardt

Addio alla «penalizzazione del matrimonio», che dall’8 marzo ha i giorni contati. L’elettorato svizzero ha deciso che in futuro la tassazione delle persone sposate non sarà più congiunta, bensì separata. In tal modo le coppie sposate saranno equiparate fiscalmente a quelle non sposate. Finora, a seconda delle circostanze, le coppie coniugate hanno versato più imposte.

Cosa cambia concretamente

Ciascun coniuge – spiega l’esperto Olivier Serex – compila la propria dichiarazione d’imposta: in parole povere il reddito, il patrimonio e le deduzioni fiscali si applicano alla singola persona e non più alla coppia. Di conseguenza cambia anche la progressione fiscale.

Esempio: due persone sposate guadagnano 80’000 franchi all’anno ciascuna.

Finora il rispettivo reddito veniva cumulato fiscalmente: 160’000 franchi all’anno. Poiché il reddito complessivo è più alto di quello singolo, la coppia rientra automaticamente in una fascia fiscale più elevata. In futuro, invece, l’imposizione sarà individuale e l’onere fiscale diminuirà, dal momento che i due redditi, essendo più bassi, sono soggetti a un’aliquota fiscale inferiore.

Le imposte interessate dall’imposizione individuale

La modifica legislativa riguarda l’imposta federale diretta e le imposte statali e comunali. I Cantoni sono tenuti ad adeguare di conseguenza le loro leggi fiscali e ad attuare l’imposizione individuale.

Gli effetti della riforma sulle famiglie

Se una coppia ha figli, le deduzioni

rilevanti per questi ultimi (deduzione per i figli, deduzione per l’assicurazione, deduzione per la custodia di terzi) saranno suddivise in parti uguali tra i genitori per l’imposta federale diretta. Per sgravare le famiglie, la deduzione per figli aumenterà dagli attuali 6800 franchi a 12’000 franchi. Le economie domestiche con un solo reddito sono svantaggiate, perché la deduzione per i figli

deve essere ripartita, questo vuol dire che il/la partner senza un proprio reddito non può far valere la sua parte di deduzione.

Entrata in vigore della riforma

Al più tardi il 1° gennaio 2032. Il lungo lasso di tempo è necessario affin-

Consigli sulla previdenza per la vecchiaia

L’imposizione individuale richiede un intervento soprattutto nella previdenza. Olivier Serex, responsabile Pianificazione finanziaria della Banca Migros, consiglia alle coppie di considerare i seguenti aspetti: Riscatti facoltativi nella cassa pensioni: attualmente le coppie coniugate beneficiano del riscatto nella c assa pensioni, poiché con il reddito cumulato il risparmio fiscale che ne deriva è maggiore. In tali casi può valere la pena anticipare i riscatti nella CP. CP e riscossione della rendita: l’imposizione individuale ha un impatto sulla suddivisione ottimale della ren -

dita e del capitale tra i coniugi. Ad esempio, potrebbe essere opportuno effettuare un riscatto nella cassa pensioni per il/la partner la cui rendita sarà in seguito più bassa. Versamenti nel 3° pilastro: attualmente è possibile dedurre dal reddito imponibile congiunto i versamenti di entrambi i coniugi. Per usufruire di questo vantaggio fiscale si consiglia di sfruttare maggiormente i versamenti annuali e di valutare l’opportunità di versare retroattivamente nel 3 ° pilastro. Il vantaggio fiscale continuerà a sussistere anche con l’imposizione individuale, ma potrebbe essere inferiore.

ché la Confederazione e i Cantoni possano procedere agli adeguamenti tecnici e amministrativi, ad esempio nei loro sistemi informatici. In alcuni Cantoni l’introduzione dovrebbe avvenire più tardi rispetto all’attuazione a livello federale, nel periodo transitorio potrebbe quindi accadere che le coppie siano tassate separatamente a livello federale, ma congiuntamente a livello cantonale.

Vincitori e perdenti

Con l’imposizione individuale, il reddito di ciascuna persona è considerato e tassato separatamente. A seconda della ripartizione dei redditi tra i coniugi, la progressione fiscale ha effetti diversi.

Chi è avvantaggiato – Le coppie con doppio reddito e redditi simili, poiché la progressione per persona è di solito inferiore.

– Le coppie di pensionati, perché le rendite AVS distribuiscono i redditi in modo più uniforme tra i coniugi rispetto alle coppie più giovani.

– Le persone non coniugate senza figli il cui reddito imponibile non supera 100’000 franchi circa, dal momento che, rispetto al passato,

la nuova tariffa fiscale grava maggiormente sui redditi più elevati.

Chi è svantaggiato

– Le coppie monoreddito o con forti disparità di reddito: il reddito più elevato rientra nella progressione elevata, senza alcuna compensazione da parte del/della partner.

– Le coppie non coniugate con figli e reddito medio-alto: se i figli sono due, sono svantaggiate le coppie non sposate a partire da un reddito di circa 115’000.

– Le famiglie monoparentali o i divorziati con obblighi di mantenimento e reddito medio-alto.

Fissare un appuntamento per la Pianificazione finanziaria Informazioni sulla consulenza individuale e personalizzata della Banca Migros: Pubblicità di un servizio finanziario secondo la LSerFi.

Olivier Serex, responsabile
Pianificazione finanziaria della Banca Migros.

Tra le crepe dell’Africa occidentale

L’analisi ◆ Nigeria, Niger, Burkina Faso e Mali: un’area segnata da minaccia jihadista, tensioni etniche e fragilità politica

L’ultima domenica di marzo è stata una giornata di sangue nella Nigeria centro-settentrionale, segnata da due gravi attentati contro la popolazione, nei due Stati confinanti di Kaduna e Plateau. Il primo ha preso di mira a tarda sera una festa di nozze nel villaggio di Kahir, quando una numerosa banda armata ha aperto il fuoco sulla gente che stava festeggiando. I banditi hanno imperversato indisturbati per un’ora, sparando all’impazzata e saccheggiando negozi. Infine si sono allontanati lasciandosi dietro 13 morti e portando via un numero imprecisato di ostaggi. I giornali locali spiegano che Kahir si trova lungo la strada tra la capitale Abuja e il capoluogo dello Stato. Considerata anche la fitta vegetazione che lo circonda, il luogo è ideale per colpire a piacimento e poi dileguarsi nel nulla. «Attacchi come questo», afferma il «Premium Times» di Abuja, «sono comuni nel Kaduna meridionale e in altre parti dello Stato».

Nelle stesse ore un secondo episodio di sangue ha sconvolto una cittadina nel confinante stato del Plateau, noto per essere uno dei più insicuri della Nigeria. Qualcuno ha aperto il fuoco in un bar all’aperto di Jos, dando il via a una sparatoria tra opposte fazioni e causando diffuse scene di panico. Il numero dei morti non è chiaro ma le autorità hanno giudicato la situazione abbastanza grave da proclamare un coprifuoco di due giorni e organizzare una presenza militare tanto massiccia quanto tardiva. Hanno subito usato la parola «terrorismo», annunciando al contempo l’apertura di un’inchiesta per accertare la dinamica dei fatti. Nelle settimane successive la violenza in Nigeria è proseguita, con nuovi attacchi e scontri armati che hanno continuato a colpire la popolazione civile. Né i media, né i responsabili politici appaiono in grado di fornire una spiegazione tra-

sparente e univoca della crescente insicurezza che mina la convivenza nel Paese, colosso africano da tempo afflitto da questo problema. La presidenza federale del settantaquattrenne Bola Tinubu non aiuta, perché appare debole e a sua volta minata da lotte intestine in vista delle elezioni presidenziali previste nel gennaio 2027. Le cause della diffusa violenza sono numerose e disparate, spiegano dal canto loro molti analisti. Negli Stati centrali della federazione nigeriana, l’origine della tensione viene fatta risalire alla contesa per l’uso delle terre irrigue tra la popolazione sedentaria dei coltivatori e gli allevatori seminomadi. È un conflitto che da sempre caratterizza le società tradizionali africane, ma che il cambiamento climatico rende di anno in anno più acuto. E poiché allevatori e coltivatori appartengono a etnie diverse, ecco che la rivalità assume l’aspetto di uno scontro etnico, identitario. E infine anche religioso, poiché in Nigeria

convivono in gran numero cristiani e musulmani.

Il terrorismo di matrice islamica aggiunge il suo peso micidiale a tanta complessità, anche se le formazioni armate jihadiste sono attive soprattutto nel nord nigeriano, dove questo grande Paese, che a sud affaccia sull’Oceano atlantico, confina invece con il Sahel, cioè la sponda del grande deserto africano. Qui la Nigeria ha una lunghissima frontiera in comune con il Niger, e questo a sua volta confina con Mali e Burkina Faso, dando luogo a quella che potremmo chiamare una macro-regione dell’insicurezza che oggi è la più ferocemente colpita dal terrorismo al mondo.

Anche questa emergenza non è nuova. Già un anno fa, nel gennaio 2025, il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunì per discutere della minaccia jihadista in Africa occidentale, definita «l’epicentro del terrorismo globale». Da allora la situazione non

è migliorata. Per il terzo anno consecutivo il Sahel conta quasi la metà del totale delle vittime attribuite al terrorismo in tutto il mondo. È un conteggio tenuto da un centro studi australiano, l’Institute for Economics and Peace. Parliamo di oltre 2500 morti. Con la quantità e la gravità dei conflitti in corso nel mondo, questo dato è tendenzialmente ignorato, quanto meno dalle opinioni pubbliche europee, forse anche perché riguarda un Continente generalmente trascurato come l’Africa.

La storia recente di Mali, Burkina Faso e Niger è diversa da quella della Nigeria. Da tempo tutti e tre i Paesi sono teatro di una crescente minaccia jihadista ed è stato proprio a causa dello stato di allerta che ciascuno di essi ha subito in anni successivi un colpo di Stato, generalmente bene accolto dalla popolazione, quanto meno in un primo momento. Le Forze armate hanno denunciato l’incapacità dei rispettivi Governi di far

Facciamo l’amore, non la guerra

fronte agli attacchi delle formazioni armate islamiste contro villaggi e campagne e hanno preso il potere. Oggi le tre Nazioni sono comandate da un colonnello (Mali), un capitano (Burkina Faso) e un generale (Niger). Costoro hanno stretto tra di loro un’alleanza, rompendo i legami di cooperazione militare e diplomatica che li legavano all’ex potenza coloniale, la Francia, e fuoriuscendo anche dall’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale. Ma si sono dimostrati incapaci, finora, di arginare la minaccia terroristica. Gli attacchi delle varie formazioni jihadiste continuano con micidiale successo, tanto contro i villaggi che contro le isolate guarnigioni governative. In compenso le giunte militari reprimono duramente la crescente insoddisfazione popolare. Nell’ultimo biennio, stima l’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch, le Forze armate del Burkina Faso hanno ucciso oltre il doppio di civili rispetto ai militanti jihadisti. Dei quattro Paesi che guidano la tragica classifica delle vittime del terrorismo, gli osservatori sono più ottimisti sulla capacità della Nigeria di far fronte nel medio periodo alla minaccia. Il motivo è che le sue Forze armate sono più numerose e meglio inquadrate, addestrate ed equipaggiate rispetto ai tre Stati saheliani. Inoltre il Governo federale di Abuja ha stretto accordi di cooperazione militare con Francia e Stati Uniti, laddove Mali, Burkina Faso e Niger hanno ridotto o in qualche caso azzerato le loro relazioni con le due potenze euro-americane, prediligendo invece la collaborazione con la Russia. L’Europa comunitaria sta a guardare preoccupata, consapevole che un collasso della sicurezza in Africa occidentale porterebbe inevitabilmente con sé un aumento incontrollato della pressione migratoria.

Sguardi ◆ Dal viaggio di Papa Leone XIV alle commedie di Aristofane, un messaggio di strenua difesa della pace

Romina Borla

Restiamo in Africa, dove è volato anche Papa Leone XIV per il suo primo viaggio apostolico nel Continente che si conclude domani, giovedì 23 aprile. Un viaggio articolato in quattro Paesi – Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – dal forte valore simbolico. «L’Africa non è più una periferia missionaria, ma uno spazio centrale nella ridefinizione del cattolicesimo globale (…) con circa 281 milioni di fedeli, pari a quasi il 20% dei cattolici nel mondo», ha scritto François Mabille, professore di scienze politiche, su «Le Monde» Tra i temi che il primo pontefice americano ha voluto sottolineare, naturalmente, c’è quello della pace. «Una pace autentica – ha affermato in Camerun – nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte». Ma oggi il mondo «è devastato da una manciata di tiranni». Ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale. O forse no. Dal canto suo Donald Trump ha continuato ad attaccare Prevost, un Papa moderato nello stile – più di France-

sco – ma comunque fermo nei contenuti, che non ha fatto altro che ribadire ciò che la Chiesa dice da tempo: la pace come orizzonte irrinunciabile. Pace: una parola invocata non solo dai vescovi di Roma, ma regolarmente ignorata. Da millenni. Proviamo allora a fare astrazione. A sospendere per un attimo l’urgenza del presente. Cerchiamo altrove, nel tempo, sguardi capaci di illuminare il nostro. Torniamo alle radici della cultura occidentale, al teatro. Più precisamente alla commedia greca: ad Aristofane, che in alcuni suoi testi ha difeso con forza l’idea di pace, mettendo in scena la guerra come ciò che è davvero – distruttiva, assurda, ridicola nella sua pretesa di essere necessaria. Partiamo da La Pace, messa in scena per la prima volta nel 421 a.C., durante la Guerra del Peloponneso, il conflitto che oppone Atene e Sparta con i rispettivi alleati dal 431 al 404 a.C. Il protagonista è Trigeo, un contadino che vola sull’Olimpo a cavallo di uno scarabeo stercorario per liberare la dea Pace, imprigionata da Polemos, il dio della guerra. Ma non lo fa da solo: chiama a raccolta «con-

tadini, mercanti, falegnami, operai, meteci, stranieri, isolani, venite qui, popolo, tutti!», perché solo attraverso uno sforzo collettivo una tregua può essere raggiunta. Aristofane, nell’opera citata, attacca duramente anche i mercanti di armi che prosperano, mentre la gente è condannata alla rovina. E sottolinea che – con la pace – tornano i raccolti, le feste, la gio-

ia, la vita civile. Passiamo poi a Lisistrata, dal nome della donna ateniese che guida la rivolta contro lo scempio della guerra, presentata al pubblico nel 411 a.C. Stesso contesto: la Guerra del Peloponneso. Questa volta sono le donne di tutta la Grecia – di solito relegate tra le mura domestiche, il loro unico regno possibile – a coalizzarsi. Le ateniesi occupano addirittura

l’Acropoli (cuore del potere maschile, dov’è custodito il tesoro pubblico e i soldi destinati ad armare l’esercito) e proclamano l’astinenza sessuale finché gli uomini non la smetteranno di ammazzarsi a vicenda. Lasciamo parlare Lisistrata (non si tratta di una traduzione letterale): «Noi donne, durante la guerra e anche prima, abbiamo sopportato – con grande compostezza – voi uomini per tutto ciò che facevate, mentre voi non ci permettevate di proferire parola. Vi sentivamo però discutere e decidere male su questioni importanti. E quando chiedevamo conto delle tregue, della vita e della morte, la risposta era sempre la stessa: “Perché ti immischi? Perché non stai zitta? Torna a filare la lana, la guerra è affare degli uomini”. E noi tacevamo, per paura delle conseguenze». Le violenze domestiche non erano considerate tali, allora. «Ma se non c’era nessun uomo capace di salvare davvero la Grecia, non era forse giusto che le donne si unissero? Se ora ci ascolterete e starete zitti a vostra volta, allora sì che potremo rimettere le cose a posto». E così la pace arriva davvero, almeno in teatro

Dolore senza fine dopo l’attacco a Jos. (Keystone)

Nepal, un rapper al potere

Il personaggio ◆ Le sfide che attendono il nuovo premier Balendra Shah

«Voglio vedere il Nepal sorridere, voglio vedere i cuori dei nepalesi danzare. Voglio vedere il Nepal sorridere, voglio vedere i nepalesi vivere felici». In principio erano i versi di una canzone che risuonava nelle cuffie di telefoni e computer, che risuonava dalle radioline nei vicoli, che riempiva le notti insonni di una generazione stanca di aspettare. La generazione Z, cresciuta tra promesse mancate e orizzonti rimandati, che a un certo punto ha smesso di aspettare e ha cominciato a scendere in strada. Le proteste del 2025, nate online e poi esplose nelle città, sono state il suo momento di gloria: una rivolta diffusa, disordinata, spesso repressa nel sangue, ma capace infine di incrinare definitivamente la fiducia in un sistema percepito come immobile. È lì che quel ritornello ha cambiato natura. Da sfogo a parola d’ordine, da canzone a linguaggio comune. È diventato la voce di un sogno, poi una rivendicazione, poi uno slogan, infine una promessa elettorale. Una promessa che ha portato al potere la canzone e, soprattutto, il suo autore: Balendra Shah, che ha giurato come nuovo premier del Nepal alla fine dello scorso marzo.

Balendra, solo Balen per milioni di persone, non è arrivato nei palazzi del potere seguendo i percorsi consueti: nessuna scalata ai ranghi di partito, nessuna eredità dinastica, nessuna formazione dentro strutture ideologi-

che. La sua ascesa è stata improvvisa come il cambio di ritmo in uno dei suoi pezzi. Prima rapper, poi sindaco, ora capo del Governo a 35 anni. In una Nazione dove in genere la classe politica è immobile, ieratica e in media ottuagenaria.

Le elezioni dello scorso 5 marzo, seguite alle proteste, sono state l’equivalente di un terremoto di proporzioni epiche. Non hanno semplicemente decretato un vincitore ma hanno smontato un sistema politico. Il Rastriya Swatantra Party (RSP), nato appena 4 anni fa, ha spazzato via i partiti che avevano definito il Nepal per anni. La vecchia guardia (il Congresso nepalese, il CPN-UML, i Maoisti) non ha solo perso: è crollata sotto il peso di anni di risentimento. Corruzione, nepotismo, stagnazione: parole rimaste a lungo sussurri sono state gridate e sono poi diventate un verdetto alle urne. Al centro di questo ciclone c’era Balen. Più che un candidato, un catalizzatore. Che invece di tenere comizi o pubblicare manifesti, ha pubblicato una nuova canzone che in poche ore ha superato i due milioni di visualizzazioni. «Nepalesi uniti, questa volta facciamo la storia» rappava Balen, mentre gli altri ricorrevano a parole vecchie di secoli o memorie di rivoluzioni presto ammuffite. E i nepalesi hanno scelto il cambiamento, la rottura col passato, l’uomo che faceva da colonna sonora alla voglia di fare piazza

pulita. Nato a Kathmandu, ultimo figlio di un medico ayurvedico e di una casalinga, Balen ha studiato ingegneria ma è diventato qualcosa di diverso da ciò che il suo percorso lasciava immaginare. Prima ancora della politica, delle istituzioni, è stato una voce che ha imparato a farsi ascoltare. Già nel 2013, vincendo una rap battle molto seguita, aveva dato forma a una frustrazione diffusa. Aveva detto ad alta voce ciò che molti non riuscivano a dire. In «Balidan» denunciava un Paese costretto a esportare la propria forza lavoro mentre pochi accumulavano ricchezza senza controllo. Milioni di visualizzazioni, milioni di ascolti, milioni di riconoscimenti.

Tra luci e ombre

L’estetica (gli occhiali neri, il blazer, l’immagine costruita) contribuiva a renderlo riconoscibile. Nel 2022 si è candidato come indipendente a sindaco di Kathmandu. E ha vinto nettamente. Da sindaco ha governato come scriveva: diretto, rapido, spesso duro. Ha ripulito alcune aree della città, ha sfidato la lentezza burocratica, ha cercato di difendere il patrimonio culturale. Ma ha anche demolito costruzioni abusive, sgomberato venditori ambulanti, attirandosi accuse di eccesso di forza. Per i sostenitori, finalmente qualcuno che agi-

Balendra Shah, in primo piano a destra, ha giurato come primo ministro alla fine dello scorso marzo. (Keystone)

va. Per i critici, qualcuno che aggirava le regole. Questa ambivalenza non lo ha mai lasciato. È rimasta sotto traccia, pronta a riemergere. Le proteste del 2025 hanno segnato il punto di rottura. Giovani mobilitati attraverso i social, un divieto come scintilla, ma sotto una rabbia più profonda: disoccupazione, corruzione, una sensazione diffusa di soffocamento. Molti morti. Le strade piene, poi vuote, poi di nuovo piene. E in mezzo, costante, la sua voce. «Nepal Haseko» diventava la colonna sonora di quei giorni. La sua campagna elettorale ha seguito lo stesso schema della sua ascesa: fuori dagli schemi. Poche interviste, niente dibattiti, presenza controllata. Ha parlato agli elettori attraverso i social, saltando i mediatori tradizionali. Ha promesso molto: lotta radicale alla corruzione, riforma della giustizia, milioni di posti di lavoro. E ha funzionato. L’RSP ha travolto gli avversari, arrivando perfino a battere l’ex premier KP Sharma Oli nella sua roccaforte. Ma adesso Balen si trova da-

vanti a qualcosa di molto più complesso di una campagna elettorale o di un municipio. Un sistema articolato, una camera alta senza rappresentanza del suo partito, apparati burocratici radicati, istituzioni di sicurezza autonome. La rapidità che lo ha reso popolare deve confrontarsi con la lentezza strutturale dello Stato. E anche con le ombre: le accuse di metodi duri contro i venditori ambulanti. Una retorica spesso aggressiva, contro potenze straniere e avversari politici, che ora deve tradursi in diplomazia e governo. E soprattutto deve fare i conti con le aspettative enormi dei nepalesi. Per molti non è solo un leader: è una specie di messia. Ma le sfide sono concrete e da far tremare i polsi. Un’economia fragile, una disoccupazione cronica, milioni di nepalesi costretti a lavorare all’estero. Perché c’è differenza tra denunciare la corruzione in un testo e smantellarla dentro le istituzioni. Tra dare voce alla rabbia e trasformarla in politica pubblica. Tra vincere e governare.

VALAIS

Conf. da 6

30%

4.48 invece di 6.40 Gamma completa Valais (escluse bottiglie di vetro), ad esempio 6x1.5 litri 4.48 invece di 6.40

Annuncio pubblicitario

Il Mercato e la Piazza

Turismo ticinese tra incognite stagionali e sovraffollamento

La Pasqua segna in Ticino l’inizio della stagione turistica. Quest’anno con una frequenza record. Valutando come è andato il periodo pasquale, gli operatori cercano ora di trarre auspici per il resto della stagione. Sono tre le incognite che possono decidere del successo della stagione turistica. Come sempre la prima è il tempo che farà. Si tratta di un’incognita che non ha cessato di crescere d’importanza con la continua riduzione della durata media del soggiorno. Per i turisti alla giornata, che sono la componente in crescita del turismo ticinese, questo fattore è essenziale. Dalle aree metropolitane di Oltre San Gottardo orde di pensionati e pensionate scendono giornalmente in Ticino, da Pasqua a Ognissanti. Ma solo se fa bello! Il secondo fattore di rischio è economico. Si tratta dell’evoluzione dei prezzi. La congiuntura internazionale è messa male e il valo-

Affari Esteri

re del franco svizzero anche quest’anno è destinato ad aumentare. Per gli stranieri la destinazione Ticino rischia così di diventare notevolmente più cara che quelle dei laghi prealpini italiani. La terza incognita è rappresentata dalla situazione politica internazionale. I venti di guerra che tirano attualmente stanno pregiudicando le vacanze nelle destinazioni turistiche degli Emirati, del Mar Nero e dell’Egeo, mentre potrebbero favorire, come già fu il caso per il periodo del Covid, una tendenza alle vacanze in patria, non da ultimo perché i prezzi dei voli in aereo continueranno ad aumentare. Con il bel tempo, quindi, si può anticipare che quest’anno in Ticino cresceranno i flussi di turisti svizzeri e ristagneranno invece quelli di turisti stranieri. Più difficile è scontare gli effetti della trasformazione strutturale per la quale sta passando il turismo del nostro Cantone.

Da quando, prima con i voli charter e poi con l’arrivo delle compagnie low cost, le destinazioni balneari in Europa, Asia, Stati Uniti e Antille sono diventate accessibili anche alle famiglie del ceto medio, il turismo ticinese ha visto ridursi progressivamente la durata dei soggiorni. Nonostante il numero degli arrivi sia oscillato tra il 1970 e oggi attorno al milione per anno, il numero dei pernottamenti annuali in albergo è, nel medesimo periodo, diminuito dai 3,7 ai 2,2-2,4 milioni di unità. L’offerta di letti in albergo è di conseguenza calata in modo drastico: da circa 28’000 all’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo ai 18’000 di oggi (diminuzione del 35%). In controtendenza, invece, l’evoluzione dell’effettivo dei letti in case e appartamenti di vacanza (compresi quelli del settore Airbnb), nei campeggi, negli ostelli e nelle altre strutture pa-

In Ungheria si respira aria di libertà

Il voto in Ungheria è finito con una festa, dopo una mobilitazione enorme, code ai seggi, la determinazione a mostrare che la democrazia può funzionare, dopo oltre un decennio di distorsioni, ammaccamenti, soffocamenti: il premier Viktor Orban, al potere da 16 anni, ha perso. A guidare il Paese ora sarà Péter Magyar, leader del partito Tisza, che ha fatto pressione sul sistema orbaniano nel suo punto di rottura: la corruzione. E il sistema si è rotto. Per comprendere l’impresa straordinaria di Magyar e degli ungheresi bisogna guardarlo da vicino, questo sistema. Come ha spiegato l’analista Stefano Bottoni sul «New York Times», negli ultimi 16 anni Orban ha costruito «un complesso meccanismo di trappole istituzionali progettate per blindare il suo potere e paralizzare ogni eventuale successore». Al centro c’è la legge fondamentale del 2011, che ha sostituito la Costituzione e può es-

sere modificata solo con una maggioranza di due terzi in Parlamento, che è quella che ha conquistato Magyar: dei 199 seggi che aveva il partito di Governo, Fidesz, ne sono rimasti soltanto 55, mentre Tisza ora ne ha 138. La legge in vigore colpisce la magistratura, i media, il sistema elettorale, le finanze pubbliche, la politica familiare e lo status delle chiese. Le istituzioni chiave – tra cui la Corte costituzionale, l’ufficio del procuratore generale e molte altre – sono guidate da alleati fidati di Orban, tanto che nelle sue prime dichiarazioni Magyar ha chiesto le loro dimissioni. Ha anche chiesto le dimissioni del presidente Tamas Sulyok, scrivendo sui social: «Tamas Sulyok non merita di rappresentare l’unità della Nazione ungherese. Non è all’altezza del compito di guardiano della legalità. Non è all’altezza di fare da autorità morale o da modello di riferimento. Con la forma-

Il presente come storia

zione del nuovo Governo, Sulyok deve lasciare il suo incarico». Il sistema di Orbán non si è fermato alla riforma costituzionale. Lui e il suo partito si sono appropriati di ampi settori dell’economia, destinando risorse pubbliche, tra cui anche i fondi europei, ai propri sostenitori. Dal 2010 gli imprenditori con legami diretti con Orbán, tra cui suo genero, hanno accumulato decine di miliardi di euro in fondi di private equity, azioni, proprietà terriere e immobili. L’economia del Paese è in stagnazione dalla fine della pandemia e dal 2022, a causa della costante erosione delle regole dello stato di diritto, l’Ue ha congelato parte dei fondi destinati all’Ungheria, aggravando la situazione. Ma anche se queste erano le premesse, e anche se i sondaggi avevano individuato un vantaggio consistente di Magyar, la sua vittoria è stata comunque straordinaria. Non è stata una campagna elettorale come le altre,

Castelli nel cuore, fortezze di fatto

I castelli di Bellinzona sono di nuovo sotto assedio. Ma questa volta gli assedianti non sono i pugnaci «sguizari» armati di balestre, con gli urani in prima fila, ma gli stessi abitanti della capitale, o almeno una parte di essi. I pomi della discordia sono numerosi, anche di natura commerciale, come la proposta di riscuotere un tributo ai visitatori per accedere al complesso. Ma ciò che accende le discussioni in città è il cambio di nome che si sta facendo strada nel marketing e nella cartellonistica: «fortezza». Uno schieramento politico composito sta raccogliendo le firme per impedire questa ri-denominazione, che secondo i promotori finisce per banalizzare una struttura che, nella «vox populi», è sempre stata rubricata sotto la voce «castelli». Diciamo subito che «fortezza» rompe con buona parte della tradizione. Finora, nella pubblicistica e nelle schede promozionali, ha sempre prevalso

la nozione di «castelli». Definizione Unesco: «I castelli di Bellinzona: ieri chiusa delle Alpi, oggi patrimonio dell’umanità». E ancora: «tre castelli, murata e cinta muraria del borgo di Bellinzona. Il sito delle tre fortificazioni Castel Grande, Castello di Montebello e Castello di Sasso Corbaro» (da un opuscolo, sempre dell’Unesco, dedicato al «World Heritage in Switzerland»). E gli studiosi, i medievisti, come si sono posti di fronte alla questione? Nell’opuscolo redatto per le Guide dei monumenti svizzeri, Werner Meyer ricorre a un’ampia gamma di termini sinonimici per designare i numerosi interventi edilizi e i rimaneggiamenti che si sono succeduti lungo i secoli. La ricerca archeologica ha potuto accertare che l’area nasce come complesso difensivo, con una prima fase assai rudimentale che poi i signori di Milano perfezionano, estendono e consolida-

ra-alberghiere, che consentono l’alloggio a prezzi nettamente inferiori rispetto agli alberghi. Così, mentre negli anni Settanta dello scorso secolo quasi il 70% dei letti disponibili in Ticino erano letti di albergo, oggi la maggioranza dei letti (quasi il 60%) è messo a disposizione dalle strutture para-alberghiere. In altre parole: per mantenere il numero dei pernottamenti al livello di quello degli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo il turismo ticinese dovrebbe accettare un forte aumento del numero degli arrivi di ospiti in strutture ricettive para-alberghiere. I ricavi dall’afflusso di ospiti che frequentano strutture ricettive a buon mercato sono naturalmente inferiori a quelli che si potrebbero ottenere da un turismo concentrato sulle strutture alberghiere o, in alternativa, da un turismo con una durata media del soggiorno molto più lunga. Insom-

ma, le tendenze in materia di arrivi e pernottamenti sono tali da far aumentare, anno per anno, la pressione del turismo sul territorio. Inoltre, a far aumentare questa pressione, ci sono i flussi di turisti giornalieri, che da noi contribuiscono quasi solamente ad aumentare le immissioni. Non siamo ancora in situazioni da città-porto di mare in balia dei croceristi, ma è certo che anche da noi si cominciano a riscontrare episodi di overtourism o iperturismo nei quali la capacità di carico del territorio viene superata, con ricadute negative sull’equilibrio ecologico. Alla crescita dei flussi turistici si contrappongono quindi, in misura crescente, limiti di natura economica e vincoli di natura ambientale, che non possono più essere ignorati. In questo quadro, per il turismo ticinese non sarebbe un male se lo stretto di Hormuz restasse chiuso ancora un paio di mesi.

e se la visita del vicepresidente Usa J. D. Vance e il costante aiuto della Russia, online e nella vita reale, non hanno potuto nulla contro la determinazione democratica ungherese, Magyar si è ritrovato con il telefono hackerato da un software militare; con le pubblicità generate con l’AI lo hanno denigrato per mesi, dipingendolo non solo come un pupazzo dell’Europa, ma anche come un uomo violento; con il sistema di rilevazione interno a Tsiza, prezioso per capire l’andamento della campagna, manomesso e infiltrato; e con i sostenitori di Tisza minacciati (e quelli di Fidesz lusingati). Ma Magyar ha risposto a questi attacchi visitando in due anni – questa è l’età del suo partito – più di 300 cittadine, tenendo comizi ogni giorno, ripetendo sempre lo stesso messaggio: vi restituirò l’Ungheria che amate e che la corruzione di Orban ha deturpato. La notte della sua vittoria è stata indimenticabi-

le, con balli e canti infiniti, i mezzi di trasporto carichi e gioiosi, i cori – tra cui il più potente: «Russi, andatevene a casa», lo stesso della rivoluzione del 1956, lo stesso del 1989 – e la dimostrazione che una democrazia illiberale può tornare a essere «normale», con un leader che sì, è conservatore, ma è europeista, democratico e guarda a un futuro di convivenza in cui l’unità ha di nuovo senso.

A lungo bandito dalle emittenti controllate da Orban, che hanno mentito su di lui in modo incessante, Magyar si presentato nello studio della tv pubblica e ha detto: è bello essere qui dopo tanto tempo e dopo aver ascoltato per mesi le vostre bugie. Non ho nessun risentimento personale, ha aggiunto, ma sospenderemo subito queste «trasmissioni disoneste», metteremo fine a questo approccio nordcoreano all’informazione, e ricostruiremo un sistema pluralista e indipendente.

no per arrestare la calata degli svizzeri, sempre più intenzionati a impadronirsi di Bellinzona. Lo sbarramento nasce dunque principalmente come fortezza, piazzaforte, roccaforte, complesso fortificato, fortilizio. Non siamo di fronte a dimore residenziali, a una vita di corte e a tornei con la presenza di nobili, a manieri paragonabili ai castelli della Loira, ma a costruzioni austere simili a caserme, destinate ad accogliere guarnigioni armate. Sono, insomma, presidi militari: i Visconti e gli Sforza abitano altrove, a Milano, a Pavia e in altre cittadine del Ducato meno esposte alle scorribande dei loro nemici che, ciclicamente, scendono verso la florida pianura lombarda. Sotto il dominio svizzero, il baluardo con la cinta muraria perde rilevanza per lentamente decadere. E meglio non va dopo la fine dei baliaggi e la costituzione del Cantone nel 1803. Emilio Motta – padre, con Franscini, del-

la storiografia ticinese – così descrisse la capitale nel 1889: «Bellinzona – nei suoi castelli – è fieramente bella e ben sta quel suo bellicoso aspetto. È ben vero che l’edera copre le sue torri un dì temute, ora rovinate; che i monti circostanti più non ripercuotono il grido delle vigili sentinelle, mentre dal di sotto del castello di mezzo risponde il sibilo, prolungato e acuto, ma pacifico, della locomotiva; che la sua cinta di mura smantellate e malconce dal moderno genio civile, non è più formidabile schermo di potente nemico, eppure aggirandoti per le strette vie, ti sembra rivivere molti secoli addietro ed il pensiero non sa staccarsi da quei fortunosi tempi». Non c’è dubbio: nella memoria dei bellinzonesi (e possiamo ben dire, dei ticinesi tutti) c’è il castello, non la fortezza. Quest’ultima è da ricercarsi soprattutto nel massiccio del San Gottardo, con le sue testuggini, le sue

postazioni di artiglieria e la sua rete di cunicoli. Castello suona leggiadro e fiabesco; rimanda a un’era che risveglia un immaginario trasognante, gremito di re e regine, di nobili e cavalieri, di armi e amori, di cortesie e di audaci imprese, di cantastorie e giullari. Per contro fortezza evoca caverne dall’aria casermesca, portoni blindati, feritoie e casematte scavate nella roccia che spengono sul nascere ogni volo della fantasia.

Non è questione di chi abbia ragione o meno. Siamo su piani diversi, l’uno scientifico, l’altro emotivo. Gli storici sottolineano la funzione essenzialmente militare del complesso fortificato; gli abitanti della capitale guardano invece alle torri e ai merli ghibellini con l’occhio della simpatia e dell’affetto. Nella loro mente c’è posto solo per i castelli, non per la fortezza. Perché, come diceva Pascal, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

di Angelo Rossi
di Paola Peduzzi
di Orazio Martinetti

CULTURA

Da Napoli al mondo

Grazie a rapper come il napoletano Geolier, anche i regionalismi linguistici hanno il potenziale per diventare idioma del futuro

Pagina 21

Editoria ticinese: storie, versi e immagini

Scritture diverse per linguaggio e visione indagano memoria, crescita personale e inquietudini della contemporaneità

Pagine 22-23

Il fascino degli (anti)eroi nordici

Paura, sangue e tenerezza

Dal libro al palco: al LAC di Lugano il teatro abbatte i confini tra le arti con I miei stupidi intenti tratto dal romanzo di Zannoni

Pagina 25

TV ◆ La serie Netflix sul poliziotto Harry Hole è l’ennesimo esempio riuscito del filone letterario e audiovisivo del Nordic Noir

È forse il più brillante di tutti gli investigatori nella storia della polizia norvegese, al punto che nei primi due romanzi a lui dedicati viene mandato all’estero (Australia nel primo libro, Flaggermusmannen, 1997, in italiano Il pipistrello, Einaudi, 2014; Thailandia nel secondo, Kakerlakkene, 1998, in italiano Scarafaggi, Einaudi, 2015) per risolvere dei casi molto delicati. Ma è anche il più tormentato, tanto da rifugiarsi principalmente nell’alcolismo che in più di un’occasione mette a rischio la sua carriera e il rapporto con la compagna Rakel Fauke, con cui ha una relazione altalenante e intermittente a partire dal terzo romanzo (Rødstrupe, 2000, in italiano Il pettirosso, Piemme, 2006). Parliamo di Harry Hole, il personaggio ideato da Jo Nesbø, già interpretato al cinema da Michael Fassbender in L’uomo di neve del 2017, un film a dir poco sfortunato (il regista Tomas Alfredson lo ha disconosciuto perché una modifica del calendario di lavorazione dell’ultimo minuto portò a non girare una gran parte del copione) e da poco protagonista, con le fattezze di Tobias Santelmann, della serie Detective Hole su Netflix, questa volta girata in norvegese e con lo stesso Nesbø come supervisore creativo.

Di Harry Hole emerge progressivamente una dimensione personale segnata dall’alcolismo e da relazioni instabili

È uno dei tanti esempi di quello che nei paesi anglofoni chiamano Nordic Noir, termine coniato nel 2010 ma applicato retroattivamente a libri usciti a partire dalla metà degli anni Sessanta (nel 2025, al Cinema Ritrovato a Bologna, è stata presentata una serie di film «precursori» girati negli anni Quaranta e Cinquanta): è infatti del 1965 il primo dei dieci romanzi –scritti da Maj Sjöwall e Per Wahlöö – aventi come figura centrale Martin Beck, poliziotto attivo a Stoccolma e ancora oggi personaggio iconico dell’immaginario popolare nordico (grazie anche ai film – finora 51 – girati per la televisione svedese dal 1997 in poi, con l’attore Peter Haber nei panni di Beck). Lì, secondo gli esperti e altri autori di genere, si trovano i primi ingredienti del filone, caratterizzato dall’uso degli stilemi del giallo/thriller per affrontare tematiche sociali legate alla nazione e/o la città in cui si svolgono gli eventi.

I protagonisti sono anche spesso lontani anni luce dall’immagine classica dell’investigatore letterario o cinetelevisivo: Hole, come già detto, è attaccato alla bottiglia; Kurt Wallander, attivo nel sud della Svezia e creato da Henning Mankell, è reduce da

un brutto divorzio e ha rapporti instabili con la figlia e con il padre, affetto da Alzheimer (con l’avanzare dell’età, Kurt comincia anche a interrogarsi sul rischio di ereditare la malattia); Carl Mørck, che indaga su casi irrisolti nei romanzi della serie Department Q di Jussi Adler-Olsen, si è allontanato dal lavoro sul campo dopo essere stato coinvolto in una sparatoria che è quasi costata la vita a un collega; Mikael Blomkvist, giornalista al centro dei romanzi Millennium ideati da Stieg Larsson, è al verde dopo una causa per diffamazione e accetta di indagare sulla scomparsa di Harriet Vanger non per altruismo, ma perché in cambio gli vengono promesse prove in grado di sconfiggere l’uomo che lo ha distrutto in tribunale; la sua alleata Lisbeth Salander, dal canto suo, è ufficialmente incapace di intendere e volere, in realtà una copertura inventata dai servizi segreti svedesi per proteggere un agente che altri non è che il violento padre della giovane donna. Insomma, al confronto Sherlock Holmes, che era solito fare uso di cocaina –all’epoca considerato un medicinale –nei momenti di noia in assenza di casi, era una figura abbastanza esemplare.

Non sempre, tra l’altro, i protagonisti sono poliziotti (o, come nel caso del finlandese Jussi Vares, investigatori privati): Mikael e Lisbeth sono rispettivamente un giornalista (come lo era Larsson nella vita di tutti i giorni) e una hacker; e nella trilogia incentrata sui lati oscuri della capitale della Svezia – che lo scrittore Jens Lapidus ha esplicitamente chiamato Stockholm Noir – seguiamo soprattutto dei criminali, in particolare Johan Westlund detto JW che si finge benestante e vende cocaina per finanziare uno stile di vita del tutto posticcio. Naturalmente non poteva mancare anche in questo caso l’adattamento cinematografico, che ha segnato una svolta nella carriera dell’attore Joel Kinnaman, americano da parte di padre, che da una quindicina d’anni alterna ruoli hollywoodiani e scandinavi, incluso quello di Tom Waaler, poliziotto corrotto e antagonista della prima stagione di Detective Hole, ma anche Stephen Holder in The Killing, remake dell’omonima serie danese che è considerata un caposaldo del fenomeno Nordic Noir in ambito audiovisivo senza una matrice letteraria

preesistente. Remake, peraltro, che è insolito nel contesto dei rifacimenti dei thriller nordici perché il più delle volte viene conservata la location originale anche se i personaggi parlano inglese.

È grazie al successo internazionale che il così detto Nordic Noir è passato dalla letteratura svedese alla televisione globale

Rara eccezione, e anch’essa nel catalogo Netflix dalla scorsa estate, è l’adattamento seriale di Department Q (Dept Q – Sezione casi irrisolti), spostato da Copenaghen a Edimburgo (dove Mørck diventa Morck), forse per evitare la sovrapposizione con le trasposizioni cinematografiche girate in patria e in corso dal 2013 (con un cambio di cast e produttori a partire dal quinto film perché Adler-Olsen non era soddisfatto dei primi quattro siccome deviavano eccessivamente dai libri).

Per il resto, si tende a non toccare troppo l’originale, a volte per una questione di coerenza narrativa (la

condizione giuridica di Lisbeth Salander è unicamente svedese, pertanto il film americano basato su Uomini che odiano le donne non è ambientato negli Stati Uniti, anche se l’ipotesi fu presa in considerazione), ma soprattutto perché quelle città sono parte integrante delle storie raccontate, quasi dei veri e propri personaggi. È il motivo per cui Jo Nesbø ha scelto, per la versione seriale delle indagini di Hole, di partire dal quinto romanzo (Marekors, 2003, in italiano La stella del diavolo, Piemme, 2008), la spettacolare parte finale della trilogia che riportava Harry a Oslo dopo le sue avventure intercontinentali. Ed è anche quello per cui Kenneth Branagh, nei panni di Wallander, ha voluto girare in loco a Ystad, portando la stampa nazionale ad ammettere che, al netto della pronuncia dei nomi (si dice «Vallánder» e non «Uóllander»), quello prodotto dalla BBC è il migliore dei vari adattamenti dei libri di Mankell. Perché anche se parlano la lingua di Shakespeare, lo spirito rimane esplicitamente, disperatamente nordico. E noir. Come lo è la serie dedicata al detective Hole e la sua cara, a volte straziante, città.

Pia Tjelta nei panni di Rakel Faukee e Tobias Santelmann in quelli del protagonista nella serie Detective Hole su Netflix. (Netflix)
Max Borg

30.04–02.05

Ipromossisposi

ILegnanesi

Tornailtradizionaleappuntamentoconlacomicitàde

ILegnanesi,chepresentano illoronuovospettacolo:un omaggioallaprofondacapacità dianalisideisentimenti

diAlessandroManzoni,autore de Ipromessisposi

07.05

SwissOrchestra Lena-LisaWüstendörfer

OlgaScheps

DirettadaLena-LisaWüstendörfer eaccompagnatadalpianismo espressivodiOlgaScheps,laSwiss Orchestraproponeunprogrammaemozionantecheesplora ilclassicismoviennese,mettendo aconfrontoLudwigvanBeethoven edEdouardDuPuy.

09.05

FS:inviaggio PaoloFresu GiovanniSollima

IltrombettistaPaoloFresueilvioloncellistaGiovanniSollimasono iprotagonistidiunviaggiomusicalecheesplorailjazzeilbarocco, lamusicacontemporaneaequella tradizionale,inundialogotra geografieedepochediverse.

15.05

Lamemoriadeisuoni AndreaMolino Ensemble900 FrancescoBossaglia

FirmatadalcompositoreitalosvizzeroAndreaMolino, Lamemoriadeisuoni èun’operamultimedialechecelebralastoriasonora diunluogodestinatoauna profondatrasformazione:glistudi radiofonicidiBesso.

27–31.05

NotreDamedeParis RiccardoCocciante

Tornal’operapopolarecontemporaneapiùamatadisempre,con lemusicheeternediRiccardo Cocciante.Alcentrodellastoria, latragicavicendad’amoretra EsmeraldaeQuasimodo,ambientatanellasuggestivacornice dellacattedralediNotre-Dame diParigi.

Prevenditaecalendariocompleto www.laclugano.ch

Inclusoin LAC+

Geolier, il rapper che salvò il napoletano

Musica ◆ Oggi nessun genere come l’hip hop riesce a salvare i regionalismi proiettandoli nel futuro

Come era prevedibile, le canzoni del nuovo album di Geolier si sono fatte sentire. Lo scorso 16 gennaio, infatti, il rapper napoletano ha pubblicato per Atlantic Records Italy/Warner Music Italy Tutto è possibile, il suo quarto album. E non appena è uscito, tutte le sue tracce hanno occupato le prime 16 posizioni della Top 50 di Spotify. La centralità del progetto di Geolier (vero nome Emanuele Palumbo) si è imposta anche nelle classifiche ufficiali di vendita FIMI/Niq Italia. A una settimana dall’uscita Tutto è possibile ha conquistato il primo posto della classifica Album e della classifica Formati fisici. Il pubblico mainstream abituato ad ascoltare altri generi conosce il rapper classe 2000 grazie al suo chiacchierato secondo posto al Festival di Sanremo 2024 con I p’ me, tu p’ te. E, forse, tende a ridurlo a quello: a uno dei tanti rapper che oggi popolano le classifiche. La verità, però, è che oggi Geolier è uno dei più ascoltati dalla sua generazione. E con le sue canzoni, esaltazione delle sue radici partenopee, è un vero simbolo di Napoli nel mondo.

Molti considerano Tutto è possibile come il disco della sua consacrazione definitiva. Per certi versi è vero. Dopo il boom mainstream a Sanremo, ancora una volta il rapper ha dovuto fare i conti con le aspettative che sente, severe ed esigenti, sul proprio lavoro. E aveva usato tutto questo per crea-

re un disco, Dio lo sa, uscito a giugno 2024, con anche lo scopo di bissare il successo del precedente, Il coraggio dei bambini (album più venduto in assoluto nel 2023 in Italia).

Con Tutto è possibile, Geolier mantiene il racconto introspettivo, tra il fantasma del compromesso che non abbraccia mai e la voglia di lasciare il segno. Ma allo stesso tempo riesce ad alzare l’asticella.

Nell’album Tutto è possibile con i suoi featuring prestigiosi, il racconto di Geolier è al contempo introspettivo e universale

Lo fa grazie alla cura e alla varietà dei suoni, ma anche al suo presentarsi fragile seppur vincente. Rimane il racconto della fama, dei soldi, dei numeri. Ma c’è anche il suo lato più cantautorale, capace di regalare ritratti di persone comuni. Anche in questo album, la sua Napoli continua a essere il centro di tutto. È la voce potente che si alterna, traccia dopo traccia. È il suono vivo, nascosto tra le parole. Ed è anche lo spazio di incontro per eccellenza che permette a Geolier di presentare un disco con collaborazioni molto diverse tra loro. La più emozionante è quella, postuma, con Pino Daniele, nata da un inedito vocale recupera-

Qui si danza tutti

Festa danzante ◆ Appuntamento dal 6 al 10 maggio in diversi luoghi del Ticino

La 21esima edizione di Festa Danzante celebra la primavera con un’esplosione di colori, che porteranno energia in quarantaquattro città di tutta la Svizzera. La danza sarà ovunque: nelle piazze, nei centri commerciali, nelle sale teatrali, nei musei… perfino sulle cime degli alberi. Fil rouge della manifestazione, il programma nazionale Dance on Tour, che propone una selezione di sorprendenti spettacoli di danza in tournée in tutto il Paese. Tredici le Compagnie selezionate, le cui performance sono presentate in anteprima online. Fiore all’occhiello della programmazione poschiavina e ticinese, una rosa di co-produzioni che coinvolgono istituzioni culturali e compagnie di danza attive sul territorio, con performance all’insegna dell’inclusività.

Nel 2025 i visitatori, da Ginevra a Poschiavo, sono stati ben 105’000. Anche quest’anno il programma si presenta ricco e variegato: corsi di danza e laboratori, performance e spettacoli, appuntamenti per bambini e famiglie, ma anche party scatenati. Festa danzante è un invito aperto a tutte e tutti, di ogni età e livello: professionisti, appassionati o semplici curiosi.

Da non perdere in Ticino

In occasione di una felice collaborazione tra Festa danzante Ticino, il Museo Hermann Hesse e la Compagnia Teatro Danzabile – nell’ambito della rassegna ORME – sabato 9 maggio (ore 17.45–19.00; partenza da Piazzale Stazione, Lugano) sarà proposto un

to dall’archivio del cantautore, grazie alla collaborazione del figlio di Pino, Alessandro (che presiede la Fondazione Pino Daniele). Oltre all’emozione nell’ascoltare la voce di Pino Daniele, questa traccia inevitabilmente ci parla dell’eredità artistica di Daniele, e del fatto che Geolier è uno dei nuovi nomi della scena napoletana che può partecipare a questo passaggio di testimone tra generazioni: un racconto di Napoli che continua, nonostante il passaggio degli anni, delle voci, delle vite di chi l’ha sempre amata. Se il titolo del loro featuring dà il nome al disco, questo messaggio di speranza – che tutto può veramente cambiare – lo si percepisce anche in altri brani. Non facciamo riferimento esplicito alle collaborazioni con i big italiani del genere (Sfera Ebbasta, Anna e Kid Yugi), ma al featuring più clamoroso del disco: quello con 50 Cent. Geolier duetta infatti con il suo idolo di sempre in Phantom. L’artista di Secondigliano era rimasto in contatto con 50 Cent dopo che, anni fa, era stato scelto dal suo team per aprire un suo concerto (poi mai avvenuto) a Napoli. E il fatto che 50 Cent abbia accettato questa collaborazione racconta bene il potere di Geolier nella scena rap non solo italiana. Una collaborazione «che non ho pagato», come ha svelato lo stesso Geolier in un’intervista a «GQ Italia», facendo riferimento agli accordi (anche economici) che spesso accompagnano

questi feat. con i grandi nomi USA. La verità è che in un momento in cui gran parte della musica (anche rap) rischia di perdere la propria essenza, per via del contatto con i compromessi di questo tempo (in primis i trend di TikTok, ma non solo), il rap di Geolier è verace e puro. Il merito è suo, ma anche di una scena, quella napoletana, che aiuta a non rinunciare alla propria identità. Così, ancora una volta, il rap cosiddetto «dialettale» è una buona garanzia di verità, al punto da convincere nomi enormi della storia dell’hip hop a un’inedita contaminazione. Il rap riesce a salvare i regionalismi. Ne accoglie la storia, li proietta nel futuro,

rinnovandone i linguaggi ma mantenendone il cuore. Il disco di Geolier è la prova che il rap con il cuore napoletano è cool. Non solo per i fan italiani che lo sostengono (e che si sono già accaparrati un posto nel suo prossimo tour negli stadi, che prevede anche tre date già sold-out allo Stadio Diego Armando Maradona di Napoli), ma anche per i rapper di tutto il mondo. Come il portoricano Anuel AA, stella della latin trap, con cui collabora in Arcobaleno (brano che nonostante la sua elettronica perfetta, è anche malinconico). E come 50 Cent, appunto. Che oggi, ne siamo sicuri, è un grande fan di Geolier e della sua Napoli.

insolito percorso in AutoPostale dalla Stazione di Lugano a Montagnola. Durante il tragitto, insieme alla coreografa e danzatrice Camilla Guarino, che da molti anni si occupa di audiodescrizione poetica e progetti per persone cieche e ipovedenti, si potrà ascoltare o leggere (attraverso gli auricolari o un testo) l’audiodescrizione poetica di una danza in cui tutt possiamo sentirci coinvolti. Quest’ultima verrà poi presentata dai performer nella piazza antistante il Museo Hesse.

Dove e quando Festa Danzante, Lugano, Ascona, Chiasso, Locarno, Mendrisio, Montagnola e Ligornetto, 6-10 maggio 2026. Per informazioni e programma completo: festadanzante.ch

Immagine di copertina di Tutto è possibile, album più recente di Geolier
Annuncio pubblicitario

Una lingua che insiste senza alzare

Poesia

◆

Escono per le Edizioni Casagrande un’antologia di Aurelio Buletti e la nuova raccolta poetica di Pietro De Marchi

«È una scelta molto probabilmente non abbastanza severa. Un saluto! Aurelio». Non saprei più dire a quale libretto andasse allegato questo breve messaggio, scritto a mano su una bella carta dai bordi zigrinati. Nel suo abituale understatement, avrebbe potuto andare bene con tutti i titoli della sua produzione letteraria. Né mi aiuta la data, 11 febbraio 2012, a un’altezza cronologica cui non corrisponde nessuna pubblicazione maggiore. Quello che è certo è che, da allora, questo messaggio bulettiano è diventato il mio segnalibro preferito ogni qual volta sento la necessità di tornare ad ascoltare la calma voce di Aurelio, scomparso in punta di piedi nel novembre del 2023, così come era vissuto.

Nell’imminenza del primo anniversario le Edizioni Casagrande fecero uscire un libro postumo, una Smilza raccolta di poesie sparse che nel tono e nei temi continuava sulla strada cui l’autore ci aveva abituato, costellata di piccole accensioni, retta da una contenuta ma significativa trama di affetti (con al centro l’amata Gio) e caratterizzata da una sostanziale fiducia nell’esistenza. Forse anche per fare ammenda per quella frettolosa pubblicazione, tipograficamente un po’ infelice, lo stesso editore propone oggi una ricca antologia curata da Fabio Pusterla che ha il merito di rimettere in circolazione, se non tutte, buona parte delle poesie di Buletti.

Iniziando dal sorprendente esordio costituito da Riva del sole, una minuscola raccolta uscita a Lugano nel 1973 presso le Edizioni Pantarei di Eros Bellinelli, nella collana Opera prima curata da Manfredo Patocchi. Era un simil-Scheiwiller color verde oliva di una trentina di pagine, con testi brevi e brevissimi che già davano la misura di quella che sarebbe stata la futura carriera del poeta. Vi si trovano

Claudio Losa Padre e figlio. D’istanti e di silenzi

Armando Dadò Editore

Non sempre ciò che resta sospeso tra due persone è esprimibile a parole chiare; Padre e figlio. D’istanti e di silenzi affronta proprio l’assenza di linguaggio con cui spesso si misura un rapporto profondo. Nel romanzo d’esordio di Claudio Losa, una semplice gita in montagna diventa occasione per sondare la distanza tra un genitore e suo figlio. La narrazione procede alternando pensieri e stati d’animo dei due protagonisti, mostrando come incomprensioni, fragilità e ricordi possano tessere una trama emotiva sottile ma intensa. Losa, cresciuto a Roveredo e residente a Coira, ha messo la sua esperienza di insegnante di italiano al servizio di una scrittura che privilegia l’essenzialità e l’attenzione alle pieghe interiori dei personaggi, senza ricorrere a eventi eclatanti. Il ritmo narrativo scorre su momenti quotidiani e dettagli minimi – una cena quasi in silenzio, la lettura di un libro, lo sforzo di scrivere – e li trasforma in una lente attraverso cui guardare le tensioni affettive che segnano una relazione padre-figlio. Il libro si distingue per una prosa calibrata e misurata, capace di rendere visibili le emozioni più pudiche e i non detti che spesso restano sullo sfondo delle relazioni umane.

infatti versi iconici, dal sapore metaletterario («Io cerco parole abitabili, / subito metto / in settenario bettola») o celebrativi delle piccole gioie del quotidiano («C’è anche una speranza senza fede. / Come nell’orto incolto / il vecchio trova / l’odorosa erba salvia»). Memorabile poi il testo eponimo: «Riva del sole traversa la strada: / su una panca del ciglio, un’altra volta, / il vecchio e il suo superstite compagno / negoziano / quanto rimanga a che il mare li prenda; / e se sarà domani pioggia, malanno o morte». Ad

Derek Fantoni Harion – Cronache degli Inkar – Vol. 1 Pubblicazione indipendente

Certe storie cominciano con una frattura. A Locarno, sulle rive del Lago Maggiore, la sedicenne Amanda vede la propria quotidianità incrinarsi quando presenze oscure la trascinano altrove. Da quel momento si apre l’accesso ad Alarno, città nascosta, e a un’identità inattesa: un potere latente che attende di essere riconosciuto. Con Harion – Cronache degli Inkar, Derek Fantoni (derekfantoni. com) – autore residente nelle Centovalli – firma il suo esordio narrativo che pare promettere di essere il primo volume di una saga. Si muove tra formazione e scontro, accademie segrete e reliquie antiche, creature d’ombra e leggi arcane, in un fantasy d’impianto classico che intreccia paesaggio ticinese e immaginario fantastico, dando vita a un universo parallelo che riflette paure e desideri dell’adolescenza.

Aurelio Buletti non servivano molti versi per richiamare sulla pagina questioni esistenziali di ampia portata, accolte con quella serietà e quella postura morale che gli erano garantite da un tono sempre dolcemente ironico, lieve ma non leggero.

Una seconda tappa fu, nel 1979, Né al primo né al più bello, titolo che nella congiunzione negativa (in)consapevolmente richiamava Né bianco né viola di Giorgio Orelli, datato 1944, e anticipava Né timo né maggiorana di Giovanni Orelli (1995). Sorprende che,

Patrick Acquadro Toc, toc Pubblicazione indipendente

Bussare, prima di entrare. È da questo gesto elementare che la raccolta poetica di Patrick Acquadro – autore ticinese nato a Lugano e oggi residente a Massagno – prende il titolo onomatopeico: Toc, toc. La silloge comprende cinquantadue testi posti a comporre un percorso che osserva con ironia vigile alcune tensioni del presente: il lavoro percepito come costrizione, l’accumulo digitale che scorre senza sosta, quella sensazione diffusa di rincorrere il tempo senza mai raggiungerlo davvero, il tutto –sovente – all’insegna del denaro. La scrittura procede per versi brevi e ritmo marcato, alternando leggerezza e insofferenza, sorriso e inquietudine. Non c’è compiacimento lirico, ma un’attenzione costante al quotidiano, alle abitudini che si sedimentano e alle domande che restano in sospeso. Il motivo del «bussare» ritorna come filo interno: interrogare sé stessi, mettere in discussione convinzioni, provare a uscire da una sorta di anticamera esistenziale. Acquadro, classe 1983, aveva esordito nel 2020 con una raccolta di racconti (LFA Publisher). Con questo libro, pubblicato in autonomia nel 2025, sceglie la forma della poesia per dare maggiore incisività all’osservazione.

per le vie misteriose che spesso sorreggono le vite dei poeti, la nuova raccolta uscì in Sardegna, a Sassari, per una piccola casa editrice locale (Iniziative culturali) divenendo presto un libro introvabile e prezioso, non per questo il più riuscito. Il curatore, direi a ragione, conserva infatti soltanto 20 testi di 39, ma non poteva tralasciare la versione bulettiana della Sacra Famiglia: «Bada a come la luce / digrada presto / e la novena suona ch’è già notte. / Bada che il tuo background / non ti esce con il fiato che si addensa / e (dunque)

Fabio De-Carli

Il mio nome, un numero Armando Dadò Editore

Fermarsi a guardare la terra che stringe tra le dita, e sentire il peso di storie che non si dissolvono mai davvero: questo senso di consistenza e di memoria attraversa Il mio nome, un numero, l’ultimo romanzo del locarnese Fabio De-Carli. Qui la parola «identità» non è un’etichetta astratta ma un filo che lega tre donne, tre generazioni segnate da una storia che si impone al cuore e alla coscienza. Al binario 16 della stazione di Firenze si apre il viaggio di Esther, costretta su un treno verso Auschwitz; attorno a lei si intrecciano le vite di Elisa e Lea in un percorso che non è solo geografico, ma morale e interiore. Con delicatezza e rigore narrativo, De-Carli ricompone frammenti di dolore e tenerezza, mostrando come l’amore e il legame familiare possano restituire forma e nome a ciò che sembrava perduto.

bada a lei / che ti darà un figlio, / che non caschi dall’asino / e forse i ricchi / saranno rimandati a mani vuote». Un Terzo esile libro di poesie molto simile ai precedenti – ma Buletti era così – uscì nel 1989, chiuse oramai le Edizioni Pantarei, presso la medesima Tipografia Mazzuconi di Lugano che già aveva stampato il primo, e fu in sostanza una pubblicazione autoprodotta, cosa che la rende oggi ancor più rara. Con quel titolo, pure volutamente defilato, terminava la prima parte della carriera di Buletti, che avrebbe cono-

Umberto De Martino Fiammifero

Hùrdega Edizioni

Basta un lampo, un attrito minimo, e il buio arretra di un passo. In quell’istante sospeso – fragile e definitivo – si accende l’universo di Fiammifero, raccolta di racconti del locarnese Umberto De Martino in cui l’ordinario si incrina e lascia filtrare domande scomode: quanto pesa una scelta, dove si annida la lealtà, quale prezzo ha il desiderio. Uscito per Hùrdega Edizioni (stamperia d’arte), il libro mette in campo sette storie brevi: frammenti morali, sì, ma senza prediche; sentimentali, certo, ma con il gusto del dettaglio che graffia. Tra musiche, cinema e fiabe rilette di traverso, i personaggi cercano un appiglio: non una verità da esibire, piuttosto uno specchio da reggere in mano e interrogare. La realtà si inclina appena, quanto basta per costringerti a guardare meglio. Chi firma queste pagine non è alla sua prima prova letteraria, pur essendo in primis un artista visivo con alle spalle diverse esposizioni delle sue opere, tanto da essere anche il cofondatore del collettivo artistico Niska. Dopo l’esordio narrativo con Stati Uniti (2023), Umberto De Martino è tornato però anche alla prosa breve con un libro che brucia piano, lasciando una traccia, più che un fuoco d’artificio.

Un’immagine IA ispirata dalla poesia Riva del sole.

la voce

sciuto un rinnovato slancio negli anni tardivi grazie all’ideale connubio con le edizioni Alla chiara fonte di Mauro e Chiara Valsangiacomo, dove Aurelio trovò – editorialmente parlando – una vera e propria casa, su misura per lui e per le sue poesie, divenendone l’autore più rappresentativo. Da Brevi (2001) a Segmenti di una lode più grande (2002), da Temi (2004) a Salmo incerto di minima fede (2004) fino a E la fragile vita sta nel crocchio (2005, in 4 volumi), per non dire che dei titoli principali, si dipanano i prodotti della sua poesia maggiore, caratterizzata da un’impaginazione rigorosamente a pianta centrale, da una metrica classica e al tempo stesso sobria, da coraggiose rime baciate e da una ricerca lessicale che dà il meglio di sé negli aggettivi («felicità non basta se aurorale», «sia pietoso il passante», «sentirsi poeta umanitario») e persino negli avverbi («Propriamente ti penso», «Indubitatamente hanno mete») più che nei sostantivi o nei predicati. Una poesia di lode e ringraziamento, solo a tratti e timidamente polemica, sempre molto accogliente nei confronti del mondo e dei lettori. Una poesia discreta e laterale, che dice senza dire, allude, sussurra, vibra con discrezione, fa parlare i silenzi e il bianco stesso della pagina.

Proprio nei giorni in cui operava Pusterla, condividendone l’impostazione di fondo ma dispiacendomi un po’ per l’assunto iniziale (con 200 pagine in più ci sarebbe stato tutto Buletti, e sarebbe stato un gran dono), mi chiedevo chi potesse raccoglierne l’eredità letteraria. Quand’ecco che il medesimo editore manda fuori la nuova raccolta poetica di Pietro De Marchi, la quarta presso Casagrande dopo Parabole smorzate (1999), Replica (2006) e La carta delle arance (2016). Intendiamoci, i nomi che in genere vengono fatti per Pietro De Marchi, e questo

Alla giusta stagione non fa eccezione, sono piuttosto quelli di Giorgio Orelli, Vittorio Sereni o Luciano Erba. E però con Buletti condivide l’attitudine poetica, la stessa, gioviale accoglienza nei confronti della vita, che entra sì nei versi assieme alla certezza che «ogni cosa» (come notava Kafka) «si ribella a diventare parola scritta», eppure non si riesce proprio a farne a meno. E così come Buletti è sempre stato un acuto osservatore della sua poesia, delle sue idiosincrasie e delle sue regole, allo stesso modo De Marchi dedica tutta la prima parte della nuova raccolta (la più significativa) a un approfondito esame della propria poetica: «l’allegria, la gioia di quando / la lingua pare aderisca alle cose / vere o immaginate / quando il suono e il senso / s’avvicinano fino a confondersi». Parole che, come insegnava Mallarmé a Giorgio Orelli, portano il poeta quasi dove vogliono: «Uno stile controllato? Ma certo, / non le mandiamo mica in giro / senza guinzaglio, le parole. / È che talvolta, come i cagnolini, / sono loro a tirarci di qua e di là, / e noi bisogna starci dietro». Sono molti gli echi richiamati dall’autore in questa poesia solo apparentemente prosaica e defilata, in realtà assai colta e consapevole, intrisa di tutta la più grande tradizione letteraria italiana, Leopardi incluso: «e così zoomando e speculando / arrivi in un nanosecondo al sistema solare, agli spazi / interstellari, alle galassie remotissime / a cospetto delle quali non siamo / che minuscola materia pensante» (Nei terrestri confini).

Bibliografia

Aurelio Buletti, Poesie scelte 1973-2023, a cura di Fabio Pusterla, Bellinzona, Casagrande, 2025; Pietro De Marchi, Alla giusta stagione, Bellinzona, Casagrande, 2026

Una balaustra blu

Albo illustrato ◆ Un po’ di fumetto, un po’ di tradizione, un po’ di dialetto della Leventina

Solo la vita

In Versi ◆ Interlinea editore pubblica la nuova raccolta poetica di Andrea

Bianchetti

Daniele Bernardi

I versi buoni sono quelli che ti rimangono in testa, per questo, credo, una poesia è qualcosa di riconoscibile. I migliori, poi, sono quelli fatti con le cose della vita: niente letterarietà, solo vita, con le sue carabattole, le sue liste della spesa, le cianfrusaglie che si ammucchiano a caso e ti ritrovi fra i piedi. La parola «vita» in Al figlio del pugile tremano le mani di Andrea Bianchetti (Interlinea, 2025) torna più volte, come un vecchio leitmotiv. Se di questa raccolta mi dovessi portare via un pugnetto di versi, probabilmente la conterrebbe, come, ad esempio, in questo caso: «A volte penso non ci sia niente / per certe persone. / Niente soddisfazioni, / nessuna vittoria. // Ma è forse questo il punto: / c’è solo la vita». Concepita come un diario di bordo composto da storie brevi e situazioni, l’ultima silloge dell’autore ticinese è uno spaccato dell’universo scolastico professionale del nostro territorio. Attraverso il suo incarico di docente di italiano, Bianchetti filtra l’esperienza di contatto con ragazze e ragazzi col setaccio della letteratura, cercando, umilmente, di portare un po’ di luce dove luce non c’è e di imparare lui stesso dai molti colpi bassi che, crescendo (e invecchiando), l’esistenza infligge.

Sono infatti giovani che hanno alle spalle situazioni difficili, i protagonisti di questi racconti in poesia, adolescenti che conoscono la violenza, la brutalità domestica, l’aridità che erode; giovani, spesso, che sono stati giudicati inidonei ai licei, che devono ripiegare su un apprendistato con addosso un sentimento di sconfitta. «A sedici, diciassette anni / hanno già smesso di credere», recita la poesia 20. «Loro non valgono niente. / Niente è niente. // Essere lì o da un’altra parte / è la stessa cosa per loro». Eppure in questo deserto in stile

Un’infanzia che profuma di neve, di lame affilate e di parole antiche. La balaustra blu (Edizioni d’Arte Dazzi) di Lisa Toniolo – «mamma di quattro figli maschi» come spiega la biografia – è un albo illustrato che attraversa le stagioni della crescita intrecciando sport, memoria e identità.

Le tavole di Edy Mottini, colorate e luminose, alternano scorci alpini, primi piani, interni domestici e scene di hockey. I piccoli eventi e i dettagli – dal furgoncino d’epoca alle lame da sistemare – restituiscono un mondo concreto, percorso da un blu ghiaccio che ricorre come filo conduttore: è colore del freddo e della profondità, ma anche della perseveranza. Così come

non è un vezzo folcloristico, ma vero e proprio strumento narrativo, la presenza del dialetto (tradotto a fianco in italiano) che si fa suono radicato nella tradizione.

Tra cadute, risate e fatica, alla fine il ragazzo impara soprattutto che ogni luogo conserva un’anima fatta di gesti, nomi, storie, grazie alla balaustra – soglia e confine – che incarna la voce della comunità, invita ad ascoltare ciò che resta quando il clamore passa. Pensato per lettrici e lettori dai sei ai dieci anni, il libro parla anche agli adulti: ricorda la responsabilità di trasmettere ciò che conta. Si può acquistare in alcune librerie oppure ordinandolo presso l’editore: info@dazzi.ch

Elephant (ve lo ricordate, il bel film di Gus Van Sant sulla strage della Colombine High School?) come sempre avviene – poiché, checché se ne dica, la sopraccitata vita è più forte e si fa strada comunque – spuntano fiori e il poeta è lì per indicarli, anche quando questi sono secchi e tutti spine. Poesia 3: «C’è un ragazzo che / crede di essere un delinquente. / Ha foruncoli in viso. / Le mani invase dalla psoriasi. / È nervoso, il pugno facile. / Ma quando arriva alla pista di pattinaggio / non ci pensa più. / Vola sui pattini. / Torna a essere bambino». Ad accompagnare questa galleria di visi immortalati nella fragilità dell’età verde c’è poi il privato dell’autore, alle prese coi propri ricordi di giovinezza e la stagione dei quarant’anni, dove si affrontano altre difficoltà ed esperienze rispetto a quelle dell’adolescenza. Ecco quindi componimenti dedicati al padre, al fratello – lui pure, a suo tempo, allievo nelle scuole professionali: «Alla Commercio passavo / le giornate sdraiato al bar / sotto un tavolo da biliardo / mezzo

ubriaco», recita il brano in apertura all’intera raccolta – assieme a quelli in cui troviamo più volte l’universo affettivo legato alla figlia e alla ex compagna. Sono testi scritti come gli altri, con mano ferma e grande capacità di cogliere il dettaglio inaspettato e avrebbero, forse, goduto di uno spazio più circoscritto nell’insieme del lavoro, che in ogni caso risulta forte, estremamente curato e denso. Viviamo un tempo di profonde inquietudini, nel quale chi è giovane si mostra smarrito in un mondo sempre più assurdamente autoannientante, abitato da adulti smarriti a loro volta. Cercare con la pratica della poesia di seminare qualche promessa di speranza – di «paradiso portatile», come racconta il libro – è cosa fondamentale: d’altra parte siamo i soli esseri parlanti, su questa terra. Qualcosa vorrà pur dire.

Bigliografia

Andrea Bianchetti, Al figlio del pugile tremano le mani, Interlinea, 2025, 128 pp.

La forma dell’Universo

Prosa ◆ Nel nuovo romanzo di Sergej Roić, l’infinito leopardiano diventa ipotesi cosmologica

È la storia di un uomo che prova a capire se suo fratello ha davvero scoperto il segreto dell’universo, e per farlo deve ripercorrere il passato della propria famiglia e riflettere su cosa significhi «infinito». Ma detta così è molto semplificata rispetto al nuovo romanzo di Sergej Roić, ambizioso sin dal titolo: Dura madre – L’infinito di Leopardi. Romanzo che non è stato scritto per essere «facile» e non prova nemmeno a esserlo. Tant’è che mescola cosmologia, filosofia del linguaggio, memoria familiare, finzione speculativa, prendendo le mosse, appunto, da un’intuizione che non si lascia archiviare come fantasia privata. Mario Nazor si fa dunque narratore e prova a ricostruire il percorso cognitivo del fratello Neven, davanti agli occhi di Matt Kowalski, direttore del progetto sulla memoria; è lui la razionalità istituzionale, o se vogliamo dirla con Leopardi: la siepe. Il romanzo – filosofico, con elementi di fantascienza metafisica, narrazione genealogica e venature metaletterarie – procede per strati. Racconto dentro il racconto, testimonianza che

diventa indagine, e intanto il tempo si dilata. All’avvio del racconto, in cima alla Torre futuristica (detta Razzo), durante un pranzo quasi proustiano, seguono pagine più intime; alla visione cosmica si intreccia la storia familiare, che ha radici in Valnazia. L’ipotesi è ardita: l’universo come configurazione che si riassesta per cicli immensi; ogni minimo riposizionamento richiede un’era intera. L’infinito non come parola poetica, ma chiave strutturale. Ed è qui che entra in scena Leopardi. Non come ornamento, ma come colui che avrebbe già intravisto – in forma lirica – la sagoma del tutto. L’idea che

il pensiero preceda la materia, o almeno la prefiguri, attraversa il libro come una corrente sotterranea. La celebre esperienza dell’oltre diventa modello cognitivo: immaginare è già costruire. E Roić sa farlo, alternando registri con decisione: dialogo, riflessione teorica, sequenze visionarie, frammenti quasi saggistici. La lingua è compatta, talvolta insistita, incline alla variazione sul medesimo concetto. Non cerca la leggerezza; preferisce l’accumulo, il ritorno, l’avvicinamento progressivo a un nucleo difficile da fissare. Ne nasce una prosa esigente, che può spiazzare ma mantiene una coerenza interna rigorosa, arricchita da belle illustrazioni di Renzo Ferrari.

Dura madre non offre soluzioni comode, piuttosto rilancia domande, insistendo su una: se l’infinito è già stato pensato, che cosa resta da reinventare?

La presentazione del libro si terrà domenica 26 aprile, alle 16.00, nella sala Refettorio del Lac di Lugano.

Bibliografia

Sergej Roi ’ c, Dura madre – L’infinito di Leopardi, Mimesis, 2026

Immagine di copertina della silloge Al figlio del pugile tremano le mani di Andrea Bianchetti. (Interlinea, 2025)
Una tavola di Edy Mottini. (Edizioni d’Arte Dazzi)

Fare delle pause: una perdita di tempo o una scelta strategica? Il nostro cervello non è concepito per lavorare senza interruzione. Abbiamo bisogno di pause per elaborare e immagazzinare i contenuti che recepiamo. «Il nostro cervello funziona meglio quando gli permettiamo di riposare e di fare delle pause di tanto in tanto», afferma Andrea Werlin, psicologa e coach per la gestione dello stress a Winterthur.

Che effetto hanno le pause sul corpo?

Ci danno la possibilità di recuperare e rilassarsi. Gli occhi e i muscoli oculari hanno bisogno di una pausa di tanto in tanto per rilassarsi. Questo vale anche per i muscoli della schiena e del collo quando si trascorre molto tempo seduti e si lavora ad esempio al computer. Anche chi sta molto in piedi o svolge un lavoro fisico ha bisogno di riposarsi.

A cosa serve la pausa caffè?

«È scientificamente provato che il caffè ha un effetto stimolante e di miglioramento delle prestazioni», afferma Werlin. Un caffè al mattino o durante la pausa delle 9 è una buona idea per darsi la carica. Il caffè nel pomeriggio, invece, per alcune persone porta a un sonno più scarso durante la notte.

Quanto è lunga la pausa ideale?

«L’ideale è fare da tre a cinque micro-pause al giorno, della durata di circa due o tre minuti», spiega Andrea Werlin. Ciò significa per esempio fare brevi pause prima di una riunione o dopo aver terminato un compito.

Qual è il modo migliore per organizzare le pause?

Le pause brevi possono essere molto semplici: basta guardare fuori dalla finestra e cercare con lo sguardo il verde. Ciò permette di riorganizzare i pensieri e di immagazzinare meglio le informazioni. Anche preparare un caffè o un tè è utile. Godersi il piacere di stare in piedi o seduti, mettere via il cellulare e abbandonarsi a un ozio deliberato.

LIFESTYLE

La pausa caffè è più di un rituale

Prendere insieme un caffè favorisce i rapporti sociali e rafforza lo spirito di squadra. Ecco perché vale la pena concedersi una pausa di tanto in tanto

Perché è così difficile prendersi delle pause?

L’improduttività non è ben vista nella nostra società.

E se ho la sensazione di non avere tempo per le pause?

«Allora è bene chiedersi, la sera, come ci sentiamo: dopo il lavoro ci sentiamo esauriti o abbiamo ancora abbastanza energia? Se ci sentiamo eccessivamente stanchi, dovremmo imparare a gestire meglio le energie e a fare abbastanza pause», dice lo psicologo.

Testo: Silvia Schütz
Per una ricarica di energia
Café Royal Lungo, 10 capsule Fr. 3.15 invece di Fr. 4.50
Azione: 30% su tutte le capsule Café Royal, da 3 pezzi, dal 23.4 al 29.4.2026
Café Royal Espresso, 10 capsule Fr. 3.15 invece di Fr. 4.50

Una favola nera che diventa tragedia

Teatro ◆ Al LAC di Lugano lo spettacolo tratto dal romanzo di Zannoni conferma la vitalità del passaggio dalla narrativa contemporanea alla scena, mettendo in relazione linguaggio, violenza e potere

In Italia e nello spazio italofono tout court esiste il vizio dello steccato (o dell’orticello). Ognuno si occupa del suo mondo, credendo forse o illudendosi che esso rispecchi la totalità del campo, e non percependo sempre con lucidità che quella che appare come un’area esaustiva sia in realtà, vista da fuori, solo una porzione. Una porzione di contenuti e immagini del mondo che si mettono in atto quando ci si occupa di cultura, di arte, di letteratura, eccetera. E così, chi si occupa di libri non sempre va alle mostre o a teatro; chi lavora nella scena ignora o non segue assiduamente le novità in libreria, comprese quelle più solide e stratificate. E via discorrendo. Una tendenza attuale, messa in atto da compagnie teatrali coraggiose, cerca di invertire la direzione e porta in scena la parola delle autrici e degli autori contemporanei o recenti. Non è un caso che due di questi allestimenti abbiano vinto lo scorso anno pari merito l’Ubu, il più prestigioso premio teatrale della Penisola. Si tratta di Trilogia della città di K – dal celebre ed enigmatico romanzo della scrittrice ungherese Ágota Kristóf – di Federica Fracassi e Fanny & Alexander, che ha vinto il premio come miglior spettacolo di teatro insieme a La ferocia, tratto dal romanzo del pugliese Nicola Lagioia, ideato e portato in scena dalla compagnia VicoQuartoMazzini. Due lavori solidi, cui va sicuramente affiancata la messa in scena realizzata da Daria Deflorian sulla Vegetariana del premio Nobel Han Kang.

L’alto livello di questi spettacoli e il riconoscimento che hanno registrato da pubblico e critica dimostra che il lavoro su testi narrativi recentissimi si può fare, senza che la tra-

Giuseppe Cederna, attore protagonista de I miei stupidi intenti adattamento del romanzo d’esordio di Bernardo Zannoni, vincitore del Premio Campiello nel 2022. (VicoQuartoMazzini)

duzione dalla pagina alla scena acquisti un sapore meccanico o, peggio, posticcio. Il lavoro di avvicinamento fra i due mondi – foriero, forse, anche di una rinascita della drammaturgia contemporanea, per cui l’Italia risente ancora di un ritardo rispetto ad altri Paesi – continua. Lo abbiamo visto due settimane fa, al Sociale di Bellinzona, dove Federica Fracassi ha portato in scena una perturbante Ágota Kristóf, partendo da un altro testo dell’autrice, il meno conosciuto L’analfabeta (edizioni Casagrande), di cui abbiamo già parlato su «Azione» dell’8 aprile. E ne abbiamo avuto la riprova settimana scorsa, quando il LAC ha proposto nelle due serate di martedì e mercoledì un lavoro che ha prodotto insieme ad altri partner (fra cui il Piccolo di Milano), basato sul

Portare in scena un testo del genere rappresentava sicuramente una scommessa. Il romanzo affronta con una linea straniante e fiabesca – ma con il passo e le atmosfere della favola nera – il tema del linguaggio negli animali; ma, per scansare ogni equivoco, non in direzione della ricerca di una Eva Meijer. Il plot è, in breve, questo: una faina, Archy, nasce in una famiglia povera, dove manca la figura paterna e per fame la madre è costretta a cederla a una volpe, che vive di commerci e di loschi affari, al confine con l’usura e con lo sfruttamento. Volpe però custodisce un segreto, che subito alletta Faina. Sa leggere, sa scrivere, conosce le parole e tramanderà questo sapere al suo allievo.

In scena la compagine narrativa è risolta per il tramite di uno sdoppiamento, che è una trovata funzionale e interessante, ma forse all’inizio confonde i piani e rende non immediata e subitanea la messa a fuoco: da una parte abbiamo la faina giovane, le sue sofferenze, i suoi drammi, dall’altra la faina anziana nei panni del narratore in prima persona, in un gioco continuo di flashback. L’accostamento di tempi non è svolto in maniera didascalica, ma tramite sovrapposizioni, mescolanze, voci che si intercalano, si intrecciano.

Il tema della scrittura (e della cultura) è affrontato con un cenno alla doppiezza che conosce chi si sia interrogato a fondo su queste questioni: se da una parte essa servirà a ingentilire Volpe, che a inizio spettacolo

sfrutta senza pietà la faina tenendola al guinzaglio (l’occhio più attento avrà certamente colto Beckett, e nello specifico la dinamica servo-padrone entro i personaggi di Pozzo e Lucky, in Aspettando Godot, con Hegel sullo sfondo), per poi diventare il maestro, colui che passa il sapere, dall’altra la scrittura è legata ai commerci e le lettere dell’alfabeto sono scritte con il sangue, lo stesso che a Volpe serve per marchiare le merci. La scrittura, che porta l’uomo a lasciare memoria di sé, a costruire un reticolato di contenuti che si tramandano per esprimere il dolore di fronte all’agnizione stupefatta della morte, non solo non riesce ad agire sulla violenza dei rapporti, ma anzi ne diventa il tramite. È intrisa di sangue. È sangue. Sangue e proprietà privata. In questo senso lo spettacolo portato in scena dai registi e autori teatrali Michele Altamura e Gabriele Paolocà ha in alcuni punti il passo di un classico. Segno che anche nella scrittura contemporanea si possono trovare i puntelli per elaborare le questioni e le domande attorno alle quali il teatro si interroga da secoli: le stesse, sempre le stesse e sempre misteriosamente nuove. La morte, la violenza, il potere, il bisogno di amarsi e di accudimento.

E poi, la paura di fronte alla morte, che è quella che fa urlare Volpe in braccio a Faina, un primo epilogo da tragedia shakespeariana, un passaggio che non teme la vertigine (complimenti ai due attori, Cederna e Capuano). Che è la paura di tutti, anche dei potenti, i quali di fronte all’abisso della morte invocano la mamma e l’ingiustizia. Un testo crudo, a tinte fosche, ma con aperture di tenerezza e alcune punte liriche e commoventi.

Fantasia e umorismo negli scatti di Rodney Smith

Fotografia ◆ Attraverso composizioni rigorose e interventi minimi, l’artista americano spingeva il quotidiano verso l’imprevedibile

Giovanni Medolago

Apprezzata e amata negli USA, l’opera di Rodney Smith in Europa è rimasta nell’ombra dei suoi maestri / mentori per molto tempo. Il ricco catalogo della prima Retrospettiva a lui dedicata in Italia (Palazzo Roverella di Rovigo, già ahinoi chiusa in febbraio) ci permette però di apprezzare i suoi giochi con ombre e luci di specchi e vetrate, veri o solo immaginati dallo spettatore.

È in effetti davvero curioso il destino toccato a Rodney Smith: di solito sono la mamma o il babbo a regalare al futuro fotografo – ancora adolescente – la prima apparecchiatura. Nel suo caso, invece, è il cognato a fargli dono di una Leica per festeggiare i suoi 22 anni. Rodney però non perde altro tempo e si mette sotto a studiare fotografia, soprattutto i lavori di Walker Evans, W. Eugene Smith e Diane Arbus. Da questi suoi mentori impara molto, mettendo a buon frutto le loro rispettive lezioni per poi costruirsi uno stile tutto suo. Fresco e ironico, a tratti dissacrante e che riesce a declinare il genere documentaristico con un’accurata mise en scène

Le sue sono narrazioni visive nate dall’intreccio di realtà e finzione. Immagini che seducono con grazia,

fanno sorridere, aprono uno spazio di meraviglia; spesso in bilico tra reale e surreale ci invitano a cambiare angolazione, a rallentare e a cogliere, da una nuova prospettiva e pure nei det-

tagli più semplici, un frammento di bellezza che troppo spesso ci sfugge. Solida cultura umanistica sul groppone, testimoniata da due lauree in filosofia e teologia, Rodney è un osser-

vatore inquieto che cerca un modo per «riconciliare il quotidiano con l’ideale» e lo trova nella fotografia. Senza bluffare con le diavolerie moderne: photoshop&dintorni. Le sue immagini mai ritoccate e illuminate solo dalla luce naturale (come miracolosamente seppe fare Stanley Kubrick, però in un film di oltre tre ore, Barry Lyndon!) si muovono tra la nostalgia del bianco e nero e la scoperta dei cromatismi, restituendoci una visione intima che sfocia infine quanto felicemente nell’universale.

Rodney non dimentica tuttavia qualche monito parafilosofico: «Per tutti voi che vi affannate a scattare fotografie, sappiate che il talento sta nel trovare il modo: la vostra vita non può essere solo un insieme di immagini, è ciò che avete dentro che fa di voi davvero dei fotografi».

Immergersi nell’universo di Rodney Smith significa entrare in un mondo dove il tempo si ferma e la leggerezza diventa forma, annotano i critici. Per definire la sua opera, Graydon Carker (nella prefazione del libro fotografico Rodney Smith: a Leap of Faith di Paul Martineau) propone una curiosa equazione: Wes Anderson + Réné Magritte + Federico Fellini +

Irving Penn = Rodney Smith! La soluzione è articolata: «Le sue fotografie evocano mondi sospesi tra realtà e sogno, in cui i riferimenti alla pittura di Magritte, al cinema di Hitchcock e Wes Anderson arricchiscono una singolare poetica visiva, che molto deve alla felice fusione di armonia formale con una narrazione simbolica, raffinata combinazione di eleganza, rigore compositivo e humour surreale». Altri storici della fotografia aggiungono che sa trarre ispirazione da molteplici luoghi ed epoche storiche. A tratti attinge alla letteratura, alla poesia , alla filosofia; attraversa la storia della pittura in lungo e in largo. Non solo; confesserà in un’intervista del marzo 2010: «Sono diventato fotografo perché mi piace avventurarmi nel mondo, respirare la sua infamia e il suo umorismo e per cercare uno scopo, per aprirmi a nuove conoscàenze. Poi il sole tramonta e l’oscurità comincia a sopraffare la mia lotta».

Bibliografia

Rodney Smith, Fotografia tra reale e surreale, a cura di Anne Morin, testi di Susan Bright, Anne Morin, Leslie Smolan, Silvana Editoriale, 2025, pp. 168, 140 illustrazioni

romanzo I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni (edizioni Sellerio).
Skyline, Hudson River, New York, 1995. (© Rodney Smith)

Gusto regale a prezzo Migros

Da questa offerta sono esclusi gli articoli già ridotti. Offerta valida dal 23.4 al 29.4.2026, fino a esaurimento dello stock.

Via Lattea

Raramente è il protagonista di un piatto, ma di solito è responsabile del suo carattere. Un’ode al latte con ricette dolci e salate

Testo: Dinah Leuenberger

Budino di latte e miele

Brunch/Colazione

Ingredienti per 6 persone

6 fogli di gelatina

4 dl di latte

2,5 dl di panna semigrassa

60 g di miele, ad es. miele di pino

60 g di cereali, ad es. Color loops o corn flakes

1. Fai ammorbidire la gelatina in abbondante acqua fredda. Porta a ebollizione il latte con la panna. Aggiungi la metà del miele e mescola bene. Togli la pentola dal fuoco. Estrai la gelatina dall’acqua e strizzala bene poi falla sciogliere nel latte bollente. Lascia intiepidire il latte, poi versalo negli stampi e copri. Metti in fresco per ca. 3 ore.

2. Prima di servire, immergi gli stampi in acqua calda e capovolgi i budini su un piatto. Guarnisci con il resto del miele e i cereali e servi.

Mac and Cheese con verdure

Mac sta per maccheroni e cheese per formaggio. Ecco un piatto classico della cucina americana, qui arricchito e colorato con carote, broccoli e porro.

Latte drink Valflora

1,5% di grassi, UHT

12 x 1 l Fr. 12.15 invece di 17.40

Azione: 30% sul latte Valflora M-Drink UHT, 12 x 1 l, dal 23 al 29 aprile

Gratin di mele

Il gratin di mele, da preparare con treccia o pane raffermo, cranberry, noci, zucchero, cannella, latte e uovo, è ideale per il brunch o come merenda.

Frappè alla vaniglia

Il frappè non è soltanto una bevanda al sapore di gelato alla vaniglia. Il baccello di vaniglia e i suoi semini ne accentuano ancora di più il gusto.

Qui puoi scaricare l’app Migusto

TEMPO LIBERO

Una primavera da ricomporre come centrotavola

A colorare il tinello potranno essere dei bei narcisi o altri piccoli vasi di fiori diversi che rinnoveranno di volta in volta la composizione, adattandola alle stagioni

Un sociologo sul ring

L’America e le nuove geografie del desiderio

Da un lato cittadine con radici italiane riattivano il legame di sangue per lasciare il Paese, dall’altro madri russe e cinesi vi procreano per «passaporti più spendibili»

Filosofia del sudore ◆ Talvolta anche uno sport duro e impegnativo come la boxe può diventare una porta d’ingresso per comprendere un’intera comunità

Dall’infanzia alla vecchiaia, le pratiche sportive e l’esercizio fisico accompagnano le persone lungo le varie età della vita offrendo benefici tanto a coloro che vi si avvicinano in modo regolare, quanto a chi li pratica in modo saltuario. Molti genitori e insegnanti, per esempio, ne snocciolano i numerosi vantaggi: relazionarsi con i propri coetanei, farsi degli amici, integrarsi in un gruppo. Quando c’è un allenatore che ti segue in modo serio, lo sport sviluppa lo spirito di collaborazione, rafforza le buone regole di convivenza, e ti insegna che non si può vincere sempre: perché, nel campo come fuori, a volte anche le sconfitte servono. Lo sport è, inoltre, un modo per conoscersi meglio, per esplorare i propri limiti. E poi fa bene alla salute, aiuta la crescita psico-fisica dei giovani, e negli adulti riduce lo stress, mantiene la tonicità muscolare e la freschezza mentale, aiuta a sentirsi bene con sé stessi e in pace con il mondo.

Regole, limiti e senso della sconfitta trasformano lo sport in una palestra di convivenza prima ancora che di prestazione

Da quello praticato a quello vissuto a bordocampo, da quello seguito dal divano a quello minuziosamente sezionato del giorno dopo, dai campetti agli stadi, fino alle manifestazioni internazionali come olimpiadi o campionati del mondo, l’esperienza sportiva può prendere molte forme, alcune dirette e altre semplicemente vicarie. Sia esso organizzato, ufficiale, o semplicemente improvvisato (le famose partitelle), rimane il fatto che lo sport è tanto un catalizzatore economico, simbolico e culturale, quanto un importante vettore di coesione per gli individui, anche in quelle situazioni quotidiane in apparenza più fruste e banali. Quando vivevo a Londra, un mio conoscente mi raccontava come, a volte, le persone che emigrano dal sud-est asiatico imparano i nomi delle squadre e dei giocatori della Premier League (la Serie A inglese, tanto per capirci) per avere argomenti di conversazione con i loro colleghi di lavoro.

Qualcosa di simile è successo anche al sociologo francese Loïc Wacquant, classe 1960, quando, poco prima di compiere i trent’anni, varca per la prima volta la soglia di una palestra di boxe in un quartiere disagiato di Chicago: «Nell’agosto 1988 – racconta Wacquant in Anima e corpo. La fabbrica dei pugili nel ghetto nero americano (DeriveApprodi, 2002) –, per una serie di circostanze, mi sono iscritto a un circolo di boxe di un quartiere del

ghetto nero di Chicago. Fino a quel momento non avevo mai praticato questo sport, e nemmeno pensato di farlo. Eccetto le nozioni superificiali e le immagini stereotipate che ognuno può formarsene attraverso i media, il cinema o la letteratura, non avevo avuto nessun contatto col mondo pugilistico. Mi trovavo dunque nella situazione del perfetto novizio». Amettendo lui stesso di essere un novizio di quello sport, ci si chiede cosa abbia motivato Wacquant a intraprendere uno sport così impegnativo. Il ricordo recente di un film della saga di Rocky? Un incontro visto alla televisione? La volontà di far colpo su una ragazza? O magari un consiglio di un amico? In realtà è proprio un amico a consigliarlo. Ma non è il desiderio di emulare le gesta di Rocky, e nemmeno il tentativo di mettersi in mostra, a spingere il giovane verso quel luogo e verso quello sport.

Wacquant all’epoca non è ancora il professore di sociologia dell’Università di Berkeley che conosciamo oggi. Non è neppure quello che, a partire dagli anni Novanta, si fa conoscere come uno fra gli allievi e collaboratori più talentuosi del grande sociologo Pierre Bourdieu. Quello, per intenderci, che nel 1999 pubblica

Les prisons de la misère (Parola d’ordine: tolleranza zero, Feltrinelli, 2000), un saggio che denuncia senza mezzi termini l’intransigenza della campagna dell’allora sindaco di New York Rudolph Giuliani: una politica di sicurezza basata sulla repressione sistematica di ogni infrazione che, di fatto, trasforma lo Stato sociale in uno Stato penale.

Spesso gli emigrati memorizzano squadre e giocatori per entrare nei discorsi di tutti i giorni e ridurre la distanza

Alla fine degli anni Ottanta Wacquant è iscritto all’università di Chicago, dove svolge il suo dottorato sulla situazione dei ghetti afroamericani di Chicago. La sua ricerca però non decolla, e il giovane sociologo ha la netta sensazione che invece di contribuire a dare forma a una conoscenza accurata del suo oggetto di studio, rimane invischiato nella rete di «falsi concetti» spesso utilizzati da ricercatori troppo superficiali che, secondo una logica etnocentrica, riducono la realtà metropolitana dei ghetti americani a «un universo disorganizzato, caratte-

rizzato dalla mancanza, la carenza e l’assenza». Onde evitare di riprodurre il bias ideologico che confina la realtà dei ghetti a una marginalità senza storia e a una dipendenza al modello dominante del benessere capitalistico, Wacquant intuisce la necessità di restituire la dignità e l’autonomia di una minoranza che, in mezzo a difficoltà e ristrettezze, cerca di industriarsi per vivere al meglio. Ecco che allora, dal momento che varca il confine della palestra di boxe, scopre un altro mondo dove la dignità, il rispetto per sé stessi e per gli altri, lo spirito di gruppo e, soprattutto, lavoro duro e disciplina costituiscono gli elementi di una cultura e di un ethos che tengono assieme una comunità e la proteggono dai pericoli e dalle facili tentazioni della strada.

L’apprendistato pugilistico di Wacquant non è per nulla semplice, perché la boxe è sport ruvido ed esigente e, se praticato in modo serio, prevede allenamenti estenuanti. Ma la dedizione del giovane Loïc a lungo andare lo ripaga. Il pugile-sociologo, o il sociologo-pugile, si integra così al meglio nel suo nuovo ambiente, e la sua nuova quotidianità fatta di guantoni, allenamenti, sudore e rigore, gli regala momenti arricchenti

anche fuori dalla palestra: «L’amicizia e la fiducia che mi hanno accordato i frequentatori abituali di Woodland – afferma Wacquant – hanno fatto sì che potessi confondermi con loro all’interno della palestra, ma anche accompagnarli nelle loro peregrinazioni all’esterno, in cerca di un impiego o di un alloggio, a caccia di affari nei traffici del ghetto, nelle loro grane con le mogli, all’ufficio di assistenza sociale o alla polizia, così come a zonzo con i loro homies (amici) delle temibili città vicine. I miei colleghi sul ring mi hanno fatto così condividere le loro gioie e i loro dolori, i sogni e le delusioni, i pic-nic, le serate danzanti e le uscite famigliari». E pensare che, dopo tre anni di allenamenti assidui, quando affronta i primi incontri ufficiali, «nell’ebrezza dell’immersione» Wacquant è addirittura tentato dalla carriera di pugile professionista. Ma alla fine, come sappiamo, percorrerà l’altra strada, quella che lo porterà a diventare professore di sociologia presso la prestigiosa università di Berkeley.

Bibliografia

Loïc Wacquant,

Sebastiano Caroni
Pagina 35
Pagina 33

Una lingua che insiste senza alza

Poesia ◆ Escono per le Edizioni Casagrande un’antologia di Aurelio Buletti e la nuova raccolta poetica di Pietro De Marchi

«È una scelta molto probabilmente non abbastanza severa. Un saluto! Aurelio». Non saprei più dire a quale libretto andasse allegato questo breve messaggio, scritto a mano su una bella carta dai bordi zigrinati. Nel suo abituale understatement, avrebbe potuto andare bene con tutti i titoli della sua produzione letteraria. Né mi aiuta la data, 11 febbraio 2012, a un’altezza cronologica cui non corrisponde nessuna pubblicazione maggiore. Quello che è certo è che, da allora, questo messaggio bulettiano è diventato il mio segnalibro preferito ogni qual volta sento la necessità di tornare ad ascoltare la calma voce di Aurelio, scomparso in punta di piedi nel novembre del 2023, così come era vissuto.

senza lattosio

meno zucchero *

Nell’imminenza del primo anniversario le Edizioni Casagrande fecero uscire un libro postumo, una Smilza raccolta di poesie sparse che nel tono e nei temi continuava sulla strada cui l’autore ci aveva abituato, costellata di piccole accensioni, retta da una contenuta ma significativa trama di affetti (con al centro l’amata Gio) e caratterizzata da una sostanziale fiducia nell’esistenza. Forse anche per fare ammenda per quella frettolosa pubblicazione, tipograficamente un po’ infelice, lo stesso editore propone oggi una ricca antologia curata da Fabio Pusterla che ha il merito di rimettere in circolazione, se non tutte, buona parte delle poesie di Buletti.

meno grassi *

Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli già ridotti.

Offerte valide solo dal 23.4 al 6.5.2026, fino a esaurimento dello stock.

Iniziando dal sorprendente esordio costituito da Riva del sole, una minuscola raccolta uscita a Lugano nel 1973 presso le Edizioni Pantarei di Eros Bellinelli, nella collana Opera prima curata da Manfredo Patocchi. Era un simil-Scheiwiller color verde oliva di una trentina di pagine, con testi brevi e brevissimi che già davano la misura di quella che sarebbe stata la futura carriera del poeta. Vi si trovano

Claudio Losa

Padre e figlio.

D’istanti e di silenzi

Armando Dadò Editore

infatti versi iconici, dal sapore metaletterario («Io cerco parole abitabili, / subito metto / in settenario bettola») o celebrativi delle piccole gioie del quotidiano («C’è anche una speranza senza fede. / Come nell’orto incolto / il vecchio trova / l’odorosa erba salvia»). Memorabile poi il testo eponimo: «Riva del sole traversa la strada: / su una panca del ciglio, un’altra volta, / il vecchio e il suo superstite compagno / negoziano / quanto rimanga a che il mare li prenda; / e se sarà domani pioggia, malanno o morte». Ad

Derek Fantoni Harion – Cronache degli Inkar – Vol. 1 Pubblicazione indipendente

Non sempre ciò che resta sospeso tra due persone è esprimibile a parole chiare; Padre e figlio. D’istanti e di silenzi affronta proprio l’assenza di linguaggio con cui spesso si misura un rapporto profondo. Nel romanzo d’esordio di Claudio Losa, una semplice gita in montagna diventa occasione per sondare la distanza tra un genitore e suo figlio. La narrazione procede alternando pensieri e stati d’animo dei due protagonisti, mostrando come incomprensioni, fragilità e ricordi possano tessere una trama emotiva sottile ma intensa. Losa, cresciuto a Roveredo e residente a Coira, ha messo la sua esperienza di insegnante di italiano al servizio di una scrittura che privilegia l’essenzialità e l’attenzione alle pieghe interiori dei personaggi, senza ricorrere a eventi eclatanti. Il ritmo narrativo scorre su momenti quotidiani e dettagli minimi – una cena quasi in silenzio, la lettura di un libro, lo sforzo di scrivere – e li trasforma in una lente attraverso cui guardare le tensioni affettive che segnano una relazione padre-figlio. Il libro si distingue per una prosa calibrata e misurata, capace di rendere visibili le emozioni più pudiche e i non detti che spesso restano sullo sfondo delle relazioni umane.

Aurelio Buletti non servivano molti versi per richiamare sulla pagina questioni esistenziali di ampia portata, accolte con quella serietà e quella postura morale che gli erano garantite da un tono sempre dolcemente ironico, lieve ma non leggero.

Una seconda tappa fu, nel 1979, Né al primo né al più bello, titolo che nella congiunzione negativa (in)consapevolmente richiamava Né bianco né viola di Giorgio Orelli, datato 1944, e anticipava Né timo né maggiorana di Giovanni Orelli (1995). Sorprende che,

Patrick Acquadro

Toc, toc

Pubblicazione indipendente

per le vie misteriose che spesso sorreggono le vite dei poeti, la nuova raccolta uscì in Sardegna, a Sassari, per una piccola casa editrice locale (Iniziative culturali) divenendo presto un libro introvabile e prezioso, non per questo il più riuscito. Il curatore, direi a ragione, conserva infatti soltanto 20 testi di 39, ma non poteva tralasciare la versione bulettiana della Sacra Famiglia: «Bada a come la luce / digrada presto / e la novena suona ch’è già notte. / Bada che il tuo background / non ti esce con il fiato che si addensa / e (dunque)

Fabio De-Carli Il mio nome, un numero Armando Dadò Editore

bada a lei / che ti darà un figlio, / che non caschi dall’asino / e forse i ricchi / saranno rimandati a mani vuote». Un Terzo esile libro di poesie molto simile ai precedenti – ma Buletti era così – uscì nel 1989, chiuse oramai le Edizioni Pantarei, presso la medesima Tipografia Mazzuconi di Lugano che già aveva stampato il primo, e fu in sostanza una pubblicazione autoprodotta, cosa che la rende oggi ancor più rara. Con quel titolo, pure volutamente defilato, terminava la prima parte della carriera di Buletti, che avrebbe

Umberto De Martino Fiammifero Hùrdega Edizioni

Certe storie cominciano con una frattura. A Locarno, sulle rive del Lago Maggiore, la sedicenne Amanda vede la propria quotidianità incrinarsi quando presenze oscure la trascinano altrove. Da quel momento si apre l’accesso ad Alarno, città nascosta, e a un’identità inattesa: un potere latente che attende di essere riconosciuto. Con Harion – Cronache degli Inkar, Derek Fantoni (derekfantoni. com) – autore residente nelle Centovalli – firma il suo esordio narrativo che pare promettere di essere il primo volume di una saga. Si muove tra formazione e scontro, accademie segrete e reliquie antiche, creature d’ombra e leggi arcane, in un fantasy d’impianto classico che intreccia paesaggio ticinese e immaginario fantastico, dando vita a un universo parallelo che riflette paure e desideri dell’adolescenza.

Bussare, prima di entrare. È da questo gesto elementare che la raccolta poetica di Patrick Acquadro – autore ticinese nato a Lugano e oggi residente a Massagno – prende il titolo onomatopeico: Toc, toc. La silloge comprende cinquantadue testi posti a comporre un percorso che osserva con ironia vigile alcune tensioni del presente: il lavoro percepito come costrizione, l’accumulo digitale che scorre senza sosta, quella sensazione diffusa di rincorrere il tempo senza mai raggiungerlo davvero, il tutto –sovente – all’insegna del denaro. La scrittura procede per versi brevi e ritmo marcato, alternando leggerezza e insofferenza, sorriso e inquietudine. Non c’è compiacimento lirico, ma un’attenzione costante al quotidiano, alle abitudini che si sedimentano e alle domande che restano in sospeso. Il motivo del «bussare» ritorna come filo interno: interrogare sé stessi, mettere in discussione convinzioni, provare a uscire da una sorta di anticamera esistenziale. Acquadro, classe 1983, aveva esordito nel 2020 con una raccolta di racconti (LFA Publisher). Con questo libro, pubblicato in autonomia nel 2025, sceglie la forma della poesia per dare maggiore incisività all’osservazione.

Fermarsi a guardare la terra che stringe tra le dita, e sentire il peso di storie che non si dissolvono mai davvero: questo senso di consistenza e di memoria attraversa Il mio nome, un numero, l’ultimo romanzo del locarnese Fabio De-Carli. Qui la parola «identità» non è un’etichetta astratta ma un filo che lega tre donne, tre generazioni segnate da una storia che si impone al cuore e alla coscienza. Al binario 16 della stazione di Firenze si apre il viaggio di Esther, costretta su un treno verso Auschwitz; attorno a lei si intrecciano le vite di Elisa e Lea in un percorso che non è solo geografico, ma morale e interiore. Con delicatezza e rigore narrativo, De-Carli ricompone frammenti di dolore e tenerezza, mostrando come l’amore e il legame familiare possano restituire forma e nome a ciò che sembrava perduto.

Basta un lampo, un attrito minimo, e il buio arretra di un passo. In quell’istante sospeso – fragile e definitivo – si accende l’universo di Fiammifero, raccolta di racconti del locarnese Umberto De Martino in cui l’ordinario si incrina e lascia filtrare domande scomode: quanto pesa una scelta, dove si annida la lealtà, quale prezzo ha il desiderio. Uscito per Hùrdega Edizioni (stamperia d’arte), il libro mette in campo sette storie brevi: frammenti morali, sì, ma senza prediche; sentimentali, certo, ma con il gusto del dettaglio che graffia. Tra musiche, cinema e fiabe rilette di traverso, i personaggi cercano un appiglio: non una verità da esibire, piuttosto uno specchio da reggere in mano e interrogare. La realtà si inclina appena, quanto basta per costringerti a guardare meglio. Chi firma queste pagine non è alla sua prima prova letteraria, pur essendo in primis un artista visivo con alle spalle diverse esposizioni delle sue opere, tanto da essere anche il cofondatore del collettivo artistico Niska. Dopo l’esordio narrativo con Stati Uniti (2023), Umberto De Martino è tornato però anche alla prosa breve con un libro che brucia piano, lasciando una traccia, più che un fuoco d ’artificio.

Pietro Montorfani
cono-
Un’immagine IA ispirata dalla poesia Riva del sole.

Centrotavola naturale con canne di bambù

Crea con noi ◆ Una composizione primaverile essenziale, che può evolvere con il tempo tempo nei colori e nella forma

Se amate le decorazioni semplici ma d’effetto, questo centrotavola è perfetto per portare un tocco naturale e primaverile nella vostra casa. Realizzato con canne di bambù reperibili durante una passeggiata in natura, è ideale per decorare la tavola o un angolo della casa. Il risultato è fresco, originale e completamente fai da te. Se non trovate il bambù, potete sostituirlo facilmente con piccoli rami o legnetti, ottenendo comunque un effetto armonioso.

Procedimento

Scegliete la base del vostro centrotavola. Se utilizzate una scatola di legno, assicuratevi che sia stabile e pulita. Se invece optate per il tetrapak, dovete utilizzarlo posizionato orizzontalmente e rimuovendo con forbice o taglierino uno dei lati lunghi per creare lo spazio dove inserire i vasi.

Raccogliete canne di bambù di diverse dimensioni, assicurandovi che la circonferenza non superi i 15 mm.

Giochi e passatempi

Cruciverba

Lo sapevi che il film «Il paziente inglese…» Trova il resto della frase leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere nelle caselle evidenziate.

Con il seghetto, tagliatele in pezzi di altezze variabili tra gli 8 e i 14 cm (da valutare anche in base alla scatola che vorrete rivestire). La canna più bassa dovrà avere l’altezza della scatola, in modo da non lasciare parti scoperte.

Utilizzando la colla a caldo, incollate le canne lungo i due lati lunghi del contenitore. Posizionatele una accanto all’altra, alternando le altezze per ottenere una composizione dinamica. Fate attenzione a tenerle ben dritte rispetto alla base. Una volta fissate tutte le canne, applicate uno o più nastri decorativi attorno alla struttura, coprendo la base delle canne. Questo darà un aspetto rifinito al progetto permettendovi di abbinare il colore del nastro agli altri elementi presenti in casa o sulla tavola.

All’interno del contenitore, posizionate due o tre piccoli vasi con i fiori scelti (i narcisi sono perfetti per un effetto primaverile). Non piantare direttamente i bulbi nella scatola di terra vi lascia maggior flessibilità e vi permette di cambiare i fiori senza rischiare ogni volta di sporcare la vostra decorazione e i nastri presenti. Il vostro centrotavola è pronto. Un complemento decorativo semplice ma d’impatto. Le canne di bambù appena tagliate si presentano di colore verde intenso, con il tempo tenderanno a seccarsi e ad assumere

(Frase: 2, 5, 4, 5) Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

Il concorso dell’edizione n.15 è stato annullato per un errore nel numero di caselle e per l’impossibilità di giungere ad una risposta. Ci scusiamo nuovamente coi lettori.

ORIZZONTALI

1. Sporge dalla carena

7. L’ha chi regge i fili

8. Parte dell’intestino

9. Le iniziali della Autieri

10. Sclerosi laterale amiotrofica

11. Cina senza fine

12. Il bis di Totò

13. Via tutt’altro che lineare

17. Gesù ne passò tre nella tomba

18. Velocità di sedimentazione dei globuli rossi (Sigla)

19. Permettono l’accesso

Materiale

• Scatola in legno di recupero (ad esempio scatole del vino)

In alternativa: un contenitore in cartone tipo tetrapak con un lato aperto

• Canne di bambù, seghetto

• Colla a caldo

• Nastri decorativi

• Forbici

• 2-3 vasi decorativi con fiori

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

tonalità più chiare e calde, donando al centrotavola un aspetto ancora più naturale. Buon divertimento.

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

20. Utopia, illusione

21. Danno frutti fuori stagione 22. Preposizione articolata

23. Frotte di gente armata

24. Genere letterario

VERTICALI

1. Un singolare... Salvatore

2. Un saluto a Londra

3. Dea greca della salute

4. Ponti, famoso architetto

5. Nota musicale

6. Anteriorità nello spazio 9. Golfo libico 11. Ubriacature da innamorati 13. Di controllo negli aeroporti 14. Un anagramma di Livio 15. Terzogenito di Adamo 16. Apertura... che serve a chiudere

17. Un Capo norvegese

19. Produce prodotti vari... 20. Parola

Soluzione della settimana precedente Frase di Albert Camus: «Non essere amati è semplice sfortuna»… Resto della frase: …LA VERA DISGRAZIA È NON AMARE

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. «In caso di errori tecnici relativi al gioco o di altre circostanze che impediscano la corretta partecipazione o lo svolgimento del concorso, o qualora sussistano altri motivi importanti, Azione si riserva in qualsiasi momento il diritto di annullare il concorso, terminarlo anticipatamente o apportare modifiche alla modalità del concorso».

Passaporti in fuga e turismo procreativo

È una nuova epidemia. Da qualche tempo sembra che nessuno voglia restare nel Paese dove il destino o il caso (o più banalmente i suoi genitori) l’hanno fatto nascere. Ovviamente non parliamo dei migranti, spinti a partire dalla povertà; si tratta invece quasi sempre di persone con una certa disponibilità economica, alla ricerca di nuovi orizzonti. Per esempio, come scrive il «New Yorker», dopo la rielezione di Trump, un avvocato specializzato nelle pratiche per ottenere la cittadinanza italiana per discendenza raccontava di ricevere una richiesta da potenziali clienti statunitensi ogni tre minuti. L’interesse si concentrava sull’Italia perché sin qui la cittadinanza era concessa abbastanza facilmente ai discendenti degli emigranti italiani, sulla base della sola affinità di sangue documentata. E quando, da marzo 2025, gli aspiranti italiani si sono

confrontati coi primi rifiuti e con un inasprimento dei requisiti, hanno rivolto la loro attenzione anche ad altri Paesi europei. Va detto che non tutti pensano a un trasferimento immediato, quanto piuttosto si preoccupano di avere un’alternativa se la situazione dovesse davvero peggiorare. Intanto raccolgono documenti e soldi, perché la pratica è piuttosto lunga e costosa, ma promette l’accesso all’intero mercato del lavoro europeo, a sistemi sanitari pubblici e a una mobilità senza restrizioni.

Ad avere fiducia nel passaporto americano, un tempo simbolo di diritti politici, protezione internazionale e opportunità economiche, sembrano essere rimasti quasi solo… i russi e i cinesi. Infatti molte donne di quei Paesi entrano negli Stati Uniti nelle ultime settimane di gravidanza con un visto turistico e si trattengono sino al

Cammino per Milano

parto, perché in questo modo il neonato ottiene la cittadinanza americana per ius soli. Già lo scorso anno Trump è intervenuto con un ordine esecutivo per porre limiti a queste forme di cittadinanza per diritto di nascita, anche se per il momento è stato ostacolato dai tribunali. Le motivazioni delle future madri sono diverse, considerato anche che i genitori non acquisiscono lo stesso diritto del figlio e dunque di solito tornano in patria insieme a lui. Per i cinesi sembra essere una strategia di lungo periodo, per esempio preparando il terreno per quando il figlio vorrà studiare negli USA. Per i russi conta di più la prospettiva di un passaporto efficace, considerato che il loro è spesso sottoposto a limitazioni. Il turismo procreativo al fondo è una forma di geoarbitraggio, ovvero l’arte di sfruttare a proprio vantaggio le differenze in materia di fisco, dirit-

San Francesco al Fopponino (Gio Ponti III)

Dal disorientate piazzale Aquilea, dove sfociano di traverso due viali, curva il tram, giardinetti improbabili ti guardano, si affaccia il carcere di San Vittore, imbocco via Paolo Giovio. Rintontito da questo urbanismo bislacco, intuisco almeno di passare sull’altra sponda della strada. Ci vuole margine, per inquadrare al meglio, camminando, l’audace facciata-quinta teatrale di Gio Ponti (1891-1979).

Già incontrato in giro a Milano per il marmo tempesta della Montecatini e il grattacielo diamantesco-buzzatiano, un mattino piovigginoso verso le dieci a metà aprile catturo, dal marciapiede opposto, l’esile palcoscenico architetturale di San Francesco al Fopponino.

Finita nel 1964, questa chiesa a cui è rimasto legato il toponimo di un cimitero pestilenziale sparito, colpisce innanzitutto per le sei finestre a vento a forma di diamante: figura feticcio di

Gio Ponti al punto da esserne la pianta del Pirellone. L’occhio del passeggiatore serio però al contempo corre alle superbe bifore a vento del romanico-gotico lodigiano. Se guardate le due bifore a cielo aperto nel cotto rosato di San Francesco a Lodi risalente a fine duecento, le corrispondenze sono fortissime. La riscrittura pontiana di queste aperture sfonda una porta aperta per gli amanti, come me, degli spazi vuoti. Qui, inoltre, la loro leggerezza si intreccia con la lievità degli origami. La facciata fine, infatti, è piegata come foglio ai due lati che proseguono nello stesso stile lungo i due edifici, parrocchiali credo. Dispiegata come scenografia sacrale, l’intera facciata tripartita è ricoperta di piastrelle a punta di diamante in ceramica grigio-argento. Queste piastrelle speciali, come ho letto stanotte nel suo celebre Amate l’architettura (1957), «giocano con la luce sul giro

Sport in Azione

La penisola infelice

Servono consapevolezza, responsabilità e umiltà per una lucida analisi di tutto quanto non ha funzionato nell’ultimo decennio, durante il quale la conquista dell’Europeo del 2021 è stata l’unica sorprendente luce. Il calcio italiano lo deve alle migliaia di appassionati che fanno sacrifici e rinunce pur di partecipare al rito della dea Eupalla. Lo deve soprattutto alle migliaia di Enrico, Laura, Anna e Diego, nati dopo l’agosto del 2014, che ancora attendono di vedere la Nazionale azzurra scendere in campo a un Mondiale.

Non so se le più che giustificate dimissioni in serie saranno sufficienti per creare un’inversione di tendenza in un ambiente malato. Nell’immediato dopopartita, il CT Gennaro Gattuso, tra lo sconforto e la comprensibile tristezza, ha dichiarato che loro (la Bosnia) «ci hanno fatto solletico con i loro cross, mentre noi non abbiamo sfruttato almeno quattro o cinque oc-

ti, sanità, istruzione, costo e qualità dei servizi. In questo caso la famiglia approfitta del fatto che nascere negli Stati Uniti attribuisca la cittadinanza americana al bambino, mentre quel medesimo risultato non si avrebbe nascendo altrove.

La scelta di un altro Paese non è tuttavia solo calcolo. A volte, attraverso la lettura, la visione di un film o nel corso di un viaggio, avvertiamo una misteriosa e sotterranea sintonia con un luogo mai visto prima, come se lo avessimo conosciuto e abitato in un’altra vita. Io la chiamo la seconda patria, la terra dei desideri e delle possibilità. Sentiamo che in quella terra potremmo essere davvero noi stessi, potremmo vivere un’esistenza diversa, più giusta, libera, intensa, liberandoci da ruoli, aspettative e gerarchie. In fondo, chi si sente attratto da un altro Stato spesso sta cercando contempo-

raneamente tre elementi diversi: una vita migliore, un’identità più respirabile e un immaginario in cui riconoscersi. Naturalmente il Paese ammirato può rivelarsi anche una nostra proiezione troppo ottimistica e allora sarà la vita quotidiana a rimettere tutto in discussione.

Questa strana categoria di viaggiatori ha i suoi santi protettori. Per restare solo al mondo americano, dal quale siamo partiti, a inizio anno ero a Tangeri, dove lo scrittore Paul Bowles si stabilì nel 1947, trovando in quella città di frontiera la sua fonte di ispirazione più potente. O ancora Joséphine Baker, che si trasferì in Francia negli anni Venti sperimentando una libertà ancora negata negli Stati Uniti alle persone di colore, tanto che dopo dieci anni volle prendere la cittadinanza francese, cantando: «J’ai deux amours / Mon pays et Paris».

del sole». La capacità di riflettere e rifrangere i raggi solari delle piastrelle prodotte dalla manifattura estinta Joo, purtroppo, oggi, non la posso assaporare tanto. Un ultimo sguardo, dal marciapiede, ai diamanti-finestre a vento – la cui apoteosi quasi delirante è la vela forata similgeometrie islamiche della concattedrale di Taranto – che incorniciano cielo grigio, il verdino di un albero. E visto la posizione leggermente di sbieco rispetto alla strada: pure il bruno ceramico del rivestimento del corpo della chiesa. M’incammino verso l’entrata. La punta in mezzo del protiro combacia con la punta del diamantone-vetrata al centro della facciata le cui piastrelle diamantate ora, da vicino, non sono male anche senza sole. Se osservate bene, troverete mimetizzate, in quattro zone con piastrelle lisce, quattro croci taumate. Salgo i nove gradoni in pietra della scalinata a

punta in corrispondenza con la punta del protiro, sotto il quale riluce l’oro a mosaico stile bizantino che sovrasta il rovere delle porte. Altre punte di diamante, formate dai dodici rombi in ferro batturo nero e vetro incastonati dentro le porta in mezzo. A lato si entra spingendo una curiosa porta da saloon transatlantico o cineclub berlinese anni quaranta: pelle martellata color caffè e due ennesimi rombi-vetro. Poi ancora una magistrale porta in rovere come quella fuori in mezzo ma a spinta, con due maniglioni verticali in ferro battuto nero. L’ombrosità da cattedrale di cui è riproposta anche l’ariosità, mi rasserena. Dieci meravigliosi lampadari in ottone per navata, appesi con dei catenoni lunghi metri, rischiarano il giusto. La curva degli elementi in ottone ricorda molto i lampadari disegnati a fine anni cinquanta per Villa Nemazee a Teheran. A Caracas mi porta invece la mani-

glia Cono inventata nel 1953 per l’incredibile Villa Planchart. Le panche, sempre in rovere, sono super francescane. «Il corpo di Cristo, il corpo di Cristo, il corpo di Cristo» sento, cadenzato, al momento dell’ostia, in una navatella a sinistra. Le finestre a feritoia nell’intonaco frattazzato mi fanno venire in mente la Ronchamp di Le Corbusier.

Percorro il pavimento a spina di pesce in grès bruno fiammato in tre gradi di cottura. Dalle parti dell’altare m’immagino le vasche di pesci irrealizzate che aveva in mente Gio Ponti. «Piove, piove, piove» sbotta uno uscito a lato, reinterpretando, con una punta di lamento nel tono e velocizzandone il ritmo da messa, la litania appena sentita. Voltandomi, sopra l’uscita, si erge – follia pura – un protiro fuori misura a punta di diamante, ricoperto ancora di piastrelle diamante grigio-argento e forato a diamante.

casioni da gol». Dov’eri Rino? Che partita hai visto? L’episodio di Zenica è stato solo l’ultimo di una lunga serie di indizi che provano la pochezza attuale del calcio italiano, incapace di esportare i suoi eventuali talenti, come ad esempio fa la Svizzera. Capace per contro di importare centinaia di stranieri mediocri. I fuoriclasse Modric e De Bruyne sono delle eccezioni, ma sono approdati nell’oramai ex più bel campionato del mondo quando avevano rispettivamente 40 e 35 anni. Che dire poi della dichiarazione rilasciata dal presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina: «Il calcio è uno sport professionistico. Gli altri sono dilettanti». Qual era, nelle sue intenzioni, il senso di una baggianata così colossale e imbarazzante? Caro Gravina, se i suoi ragazzi sono ambasciatori di uno sport professionistico, come è potuto accadere che non siano riusciti a conquistare uno dei 48 posti a disposzione nella fase finale del-

la Coppa del Mondo accanto a Iran, Iraq, Giordania, Panama, Capo Verde e Curaçao?

Lasciamo a chi subentrerà il compito di smaltire le macerie e di ricostruire dalle fondamenta. Un ruolo importantissimo in questa operazione lo avranno anche i media, che, a mio modo di vedere, sono corresponsabili del tracollo. Quelli specialistici, vedi «Gazzetta dello Sport» e testate simili, così come le rubriche disseminate nei palisnesti delle tv pubbliche e private, vivono di calcio, con il calcio, per il calcio. Il resto emerge solo quando il risultato è così eclatante da non poter essere ignorato. Uno slam di Sinner, le medaglie della Brignone, i titoli delle Nazionali femminile e maschile di pallavolo, eccetera. Quando in piena estate, senza che si giochi uno straccio di partita amichevole si riempiono, quotidianamente, più di trenta pagine con notizie (poche) e speculazioni di calciomercato (moltissime), parlare di malattia cronica è più che giustificato. Mancano la consapevolezza, la coscienza critica, il senso della misura. Mancano le domande scomode. In un contesto simile anche i mediocri possono sentirsi dei supereroi. Il sistema-calcio andrebbe rifondato partendo anche dalla relazione tra media, eventi, personaggi, risultati. Il modello svizzero, salvo rarissimi scivoloni, mi convince molto di più.

I nostri media non costruiscono Divinità dello sport. Le celebrano, quel tanto che basta, quando ottengono risultati importanti. Cercano di capirne le difficoltà, quando non ci riescono. Li ripongono temporaneamente in un cassetto della memoria quando la loro stagione agonistica si conclude. Per la stragrande maggioranza dei 365 giorni dell’anno, Odermatt, Ponti, le sorelle Kambundji, Lara Gut Behrami, Xhaka e tutti gli altri big possono vivere serenamente la loro esistenza pri-

vata di comune cittadino. Tonali, Barella, Bastoni e colleghi sono invece costantemente sul chi vive. Spesso in prima pagina. Spesso per delle piccolezze. Sempre sottoposti a una pressione che non è certo portatrice di serenità quando scendono in campo. Sono pagati per quello, qualcuno obietterà. Vero. Infatti, l’aspetto più deleterio della copertura mediatica delle vicende calcistiche della Penisola infelice è piuttosto il messaggio diseducativo che viene veicolato. L’essere travolti dallo star system comporta per il lettore-spettatore la progressiva diminuzione delle capacità critiche. Una vittoria sarà quindi sempre la giusta ricompensa. La sconfitta, come quella che ha ostruito agli Azzurri l’accesso alla Coppa del Mondo, sarà vissuta come un’ingiustizia. Ci sarà sempre un colpevole esterno contro il quale puntare il dito. Con queste premesse non sarà facile ritrovare la retta via.

di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf

12.15

2.95 invece di 4.95 Fragole Migros Bio Spagna/Italia, vaschetta da 400 g, (100 g = 0.74)

Freschezza, stagionalità... e tanto gusto!

4.75 invece di 6.50 Punte di asparagi verdi Spagna/Italia, vaschetta da 300 g, (100 g = 1.58)

Tutti i funghi pregiati Migros Bio per es. Pleurotus eryngii, Svizzera, vaschetta da 150 g, 3.56 invece di 4.45, (100 g = 2.37) 20%

1.80 Melagrana Perù, il pezzo

Asparagi bianchi Extra Germania, mazzo da 1 kg 25%

14.95 invece di 19.95

2.95 invece di 4.10 Kiwi verdi Migros Bio Italia, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.59)

3.95 invece di 5.–

Mirtilli Migros Bio Spagna, 250 g, confezionati, (100 g = 1.58)

Tutti i prodotti a base di frutta, bacche e castagne nonché gli smoothie (prodotti Alnatura esclusi), surgelati, per es. bacche miste M-Classic, 450 g, 3.47 invece di 4.95, (100 g = 0.77)

2.75

invece di 3.95

Cipollotti rossi di Tropea IGP Italia, al mazzo 30%

41%

1.–invece di 1.70

Patate a pasta farinosa Svizzera, sacchetto da 1 kg

2.50 Iceberg Migros Bio Ticino, al pezzo HIT

2.95

Lattuga XL 350 g, (100 g = 0.84)

Tutti i panini di Sils in vendita sfusa (cornetti esclusi), per es. panino del calciatore, 65 g, –.80 invece di 1.–, (100 g = 1.23) a partire da 2 pezzi 20%

Michette o panini al burro, precotti, M-Classic, IP-SUISSE per es. Michette, 1 kg, 5.10 invece di 6.38, (100 g = 0.51) 20%

Cornetti alla crema in conf. speciale, 4 pezzi, 280 g, (100 g = 2.14) 14%

6.–

invece di 7.–

conf. da 2 20%

conf. da 4 25%

Mini tortine disponibili in diverse varietà, per es. tortina di Linz Petit Bonheur, 4 x 75 g, 4.20 invece di 5.60, (100 g = 1.40)

5.60 invece di 7.–

Fagottini di spelta alle pere Migros Bio 2 x 225 g, (100 g = 1.24)

Ideale con il formaggio

2.20

1.55

La salsiccia la fa da padrona

1.75

Luganighe da grigliare prodotte in Ticino, per 100 g, in self-service 31%

invece di 2.55

conf. da 3 30%

4.50

invece di 6.45

Party Sticks Malbuner Svizzera, 3 x 40 g, (100 g = 3.75)

conf. da 5 18%

6.95

invece di 8.50

Cervelas M-Classic Svizzera, 5 x 2 pezzi, 5 x 200 g, (100 g = 0.70)

5.95

Carne secca Spécialité Suisse Svizzera, 120 g, in self-service, (100 g = 4.96) 23%

invece di 7.80

conf. da 2 20%

7.90

invece di 9.90

Prosciutto contadino Tradition Svizzera, 2 x 150 g, (100 g = 2.63)

Migros Ticino

Quando la pesca è buona

3.60

invece di 4.50

Filetto di pesce persico con pelle M-Classic d'allevamento, Estonia, per 100 g, in self-service 20%

di 20.25

Gamberetti Black Tiger Migros Bio, tail-off, cotti d'allevamento, Indonesia, 450 g, in self-service, (100 g = 3.32)

Cozze Royal Vin Blanc e Provençale, d'allevamento, Spagna, 500 g, in self-service, (100 g = 0.99)

10.95

di 15.90

Bastoncini di merluzzo Pelican, MSC prodotto surgelato, 2 x 720 g, (100 g = 0.76)

conf. da 2 20%

Pops o Vegetable Burger, V-Love per es. Pops, 2 x 160 g, 7.90 invece di 9.90, (100 g = 2.47)

conf. da 2 25%

Pizze dal forno a legna Anna's Best, refrigerate Prosciutto & mascarpone o Prosciutto mini, in confezioni multiple, per es. Prosciutto & mascarpone, 2 x 420 g, 10.40 invece di 13.90, (100 g = 1.24)

Sminuzzato di pollo con tagliatelle e salsa alla panna e ai funghi Daily da riscaldare oppure hot to go, 400 g, (100 g = 2.49)

Per chi ama le PROTEINE

1.40

Appenzeller dolce e aromatico in conf. speciale, per 100 g 20%

invece di 1.75

Leerdammer a fette

Original o Lightlife, in conf. speciale, per es. Original, 350 g, 5.45 invece di 6.83, (100 g = 1.56) 20%

conf. da 3 21%

6.95

invece di 8.85

Formaggio grattugiato Emmentaler e Gruyère 3 x 130 g, (100 g = 1.78)

conf. da 2 20%

9.40 invece di 11.76

Le Gruyère piccante AOP 2 x 280 g, (100 g = 1.68)

Chavroux

Pyramide, tendre bûche e salade, per es. Pyramide, 150 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 2.11) 20%

a partire da 2 pezzi 20%

Halloumi e formaggio da grigliare, Taverna

per es. halloumi, 250 g, 3.92 invece di 4.90, (100 g = 1.57)

a

15%

Burro speciale o burro da cucina, Migros Bio per es. burro speciale, 200 g, 3.91 invece di 4.60, (100 g = 1.96)

La Vache qui rit Original e Pik & Croq per es. Original, 32 porzioni, 512 g, 6.95 invece di 8.73, (100 g = 1.36) 20%

20x CUMULUS NOVITÀ

1.80

20x CUMULUS NOVITÀ

Skyr You stracciatella, moca o mirtillo, 170 g, (100 g = 1.06)

2.90

Skyr You al naturale 450 g, (100 g = 0.64)

conf. da 6 –.30

DI RIDUZIONE

Yogurt Saison e M-Classic disponibile in diverse varietà, per es. Saison ribes/limetta/rabarbaro, 6 x 200 g, 3.90 invece di 4.20, (100 g = 0.33)

Mezza panna e panna acida Valflora per es. mezza panna acidula, 200 ml, 1.32 invece di 1.65, (100 ml = 0.66) a partire da 2 pezzi 20%

Yogurt da bere Aktifit Emmi fragola, pesca oppure Globi, 6 x 65 ml, 3.80 invece di 4.75, (100 ml = 0.97) a partire da 2 pezzi

20x CUMULUS NOVITÀ

Yogurt Kefir alla fragola da 150 g e al naturale da 450 g, Emmi per es. alla fragola, 150 g, 1.10, (100 g = 0.73)

2.75 Drink al kefir Emmi fragola e mango 330 ml, (100 ml = 0.83)

Sostituti del latte bio Alnatura, 1 litro vegani, disponibili in diverse varietà, per es. bevanda all'avena Nature, senza zuccheri aggiunti, 1.40 invece di 1.75

Emmi good day Milk Drink senza lattosio, 1 litro 20x CUMULUS NOVITÀ

partire da 2 pezzi

Un piattod’ITALIA

conf. da 2 20%

a partire da 2 pezzi 20%

Pesto alla Genovese Alnatura 120 g, 1.76 invece di 2.20, (100 g = 1.47)

invece di 7.90 Salame Extrafino Rapelli Svizzera, 2 x 100 g, (100 g = 3.15)

Ideale con 6.30

da 5 40%

Spaghetti o penne rigate, Agnesi per es. spaghetti, 5 x 500 g, 7.50 invece di 12.50, (100 g = 0.30)

conf.

Tutti i pomodori Migros Bio e Demeter per es. pomodorini datterini Migros Bio, Spagna/Italia, vaschetta da 300 g, 1.84 invece di 2.30, (100 g = 0.61) 20%

10.80 invece di 18.–

Pomodori pelati triturati Longobardi 12 x 400 g, (100 g = 0.23) conf. da 12 40%

a partire da 2

35%

Assortimento di pasta fresca Garofalo, refrigerata (confezioni multiple escluse), per es. tortellini al prosciutto crudo, 250 g, 4.23 invece di 6.50, (100 g = 1.69)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento di passata, sughi e pesti, Alnatura bio per es. passata, 690 g, 1.– invece di 1.25, (100 g = 0.14)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i tipi di olio Alnatura, bio per es. olio extra vergine di oliva, 500 ml, 6.80 invece di 8.50, (100 ml = 1.36)

4.95 Grana Padano grattugiato Da Emilio 250 g, (100 g = 1.98)

pezzi

Serviti a 360 gradi

partire da 2 pezzi 20%

Tutti i cereali bio Alnatura per es. croccante all'avena e ai frutti di bosco, 375 g, 2.56 invece di 3.20, (100 g = 0.68)

Tutte le gallette bio di riso, di lenticchie e di mais, Alnatura per es. gallette di mais, 110 g, –.76 invece di –.95, (100 g = 0.69) a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i tè e le tisane Messmer per es. melagrana egiziana, 20 bustine, 2.56 invece di 3.20, (100 g = 5.12) a partire da 2 pezzi 20%

partire da 2 pezzi

Tutto il caffè Caruso in chicchi e macinato, per es. Crema Oro in chicchi, 500 g, 6.65 invece di 9.50, (100 g = 1.33)

Con fegato di pollo svizzero

d'avena integrali fini M-Classic 1 kg, (100 g = 0.14) Miscela di noci o mandorle, Sun Queen in conf. speciale, per es. miscela di noci tostate, 400 g, 9.60 invece di 12.–, (100 g = 2.40)

da 2

per sandwich 2 x 200 g, (100 g = 1.35)

invece di 6.80

a

a partire da 2 pezzi

20%

Purea di patate Mifloc M-Classic disponibile in diverse varietà, per es. 4 x 95 g, 4.16 invece di 5.20, (100 g = 1.09)

conf. da 8 25%

12.60

invece di 16.80

a partire da 2 pezzi 20%

Tutte le salse Bon Chef per es. salsa al curry, 19 g, 1.32 invece di 1.65, (100 g = 6.95)

a partire da 2 pezzi

2.–DI RIDUZIONE

Tutti i brodi Knorr in barattolo per es. estratto di verdure a basso contenuto di grassi, 250 g, 6.80 invece di 8.80, (100 g = 2.72)

conf. da 2 39%

4.–invece di 6.60

Pringles

Sour Cream & Onion, Classic Paprika, Original o Spicy, 2 x 185 g, (100 g = 1.08)

conf. da 6 30%

Focus Water disponibile in diverse varietà, 8 x 500 ml, (100 ml = 0.32)

Succo d'arancia e multivitaminico Sun Queen, Fairtrade 6 x 1 litro, per es. multivitaminico, 12.57 invece di 17.95, (100 ml = 0.21)

conf. da 6 40%

Schweppes

disponibili in diverse varietà e in confezioni multiple, per es. Bitter lemon, 6 x 500 ml, 7.14 invece di 11.90, (100 ml = 0.24)

conf. da 2 20%

Pommes Duchesse o Pommes Noisettes, Delicious, M-Classic prodotto surgelato, 2 x 600 g, per es. Pommes Duchesse, 6.85 invece di 8.60, (100 g = 0.57)

Pom-Bär Original 2 x 200 g, (100 g = 1.74) conf. da 2 34%

conf. da 6 30%

6.95

invece di 10.60

Acqua minerale Valais (bottiglie di vetro escluse), in diverse varietà e confezioni multiple, per es. senza anidride carbonica, 6 x 1,5 litri, 4.48 invece di 6.40, (100 ml = 0.05)

Tanto gusto e altrettanto risparmio

Tutto l'assortimento di cioccolato Frey (prodotti Sélection e confezioni multiple esclusi), per es. Latte finissimo, 100 g, 1.84 invece di 2.30

Tutti i biscotti bio Alnatura per es. cialde con l'8% di miele, 175 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 1.28) a partire da 2 pezzi

invece di 8.60

Bastoncini alle nocciole M-Classic in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.70)

Tutti i biscotti Tradition per es. Petit Gâteau limone, 150 g, 3.08 invece di 4.40, (100 g = 2.05) a partire

7.35

invece di 9.20

Coppette di gelato M-Classic prodotto surgelato, Ice Coffee, Vacherin o Bananasplit, per es. Ice Coffee, 4 x 165 ml, (100 ml = 1.11)

g, (100 g = 1.79)

Minis, Sour Strawbies und Sour Bizzl Mix, Trolli per es. Kiss Minis, 175 g, 2.30, (100 g = 1.31)

Pianificare la spesa in anticipo, condividere la lista con la famiglia e non lasciarsi sfuggire nessuna offerta. Per una spesa rilassata, veloce e conveniente.

Lista della spesa digitale

In ordine, dalla testa ai piedi

In offerta anche i gel doccia da uomo

LO SAPEVI?

Anche uno spazzolamento accurato dei denti non rimuove tutti i batteri presenti nella bocca. Un collutorio come Listerine, usato due volte al giorno, completa la cura e riduce fino al 97% dei batteri presenti nella bocca. Questo contribuisce in modo determinante alla salute di denti e gengive.

Collutori Listerine per es. Fresh Mint, 2 x 500 ml, 8.– invece di 10.70, (100 ml = 0.80) conf. da 2 25%

Collutori Listerine (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. protezione gengive Total Care, 500 ml, 4.95 invece di 6.60, (100 ml = 0.99) a

Prodotti per la doccia Nivea o Nivea Men per es. Creme Soft, 3 x 250 ml, 7.– invece di 10.50, (100 ml = 0.93) conf. da 3 33%

Tutto l'assortimento Secure e Tena (confezioni multiple e sacchetti igienici esclusi), per es. Secure Ultra Light, FSC®, 28 pezzi, 3.53 invece di 4.70 a partire da 2 pezzi

Piccoli prezzi,grande gioia!

33%

Additivi per il bucato Total in confezioni multiple o speciali, per es. Oxi Booster Color, 1,5 kg, 13.95 invece di 20.93, (1 kg = 9.30)

a partire da 2 pezzi 50%

Tutti i detersivi

Total (confezioni multiple e speciali escluse), per es. 1 for all in conf. di ricarica, 2 litri, 7.98 invece di 15.95, (1 l = 3.99)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento Handymatic Classic (sale rigeneratore escluso), per es. Classic All in 1, 50 pastiglie, 11.60 invece di 14.50

a partire da 3 pezzi

30%

Tutto l'assortimento di alimenti per gatti Vital Balance per es. Sensitive con pollo e carote, 4 x 85 g, 3.22 invece di 4.60, (100 g = 0.95)

Tutto l'assortimento di alimenti per bebè Alnatura Bio (latte Pre e latte di tipo 1 esclusi), per es. gallette di riso con mela e mango, 35 g, 1.36 invece di 1.70, (10 g = 0.39) 20%

a partire da 3 pezzi 33%

Tutto l'assortimento di pellicole e sacchetti, Kitchen & Co. per es. foglio d'alluminio N° 42, il pezzo, 1.74 invece di 2.60

Carta igienica o salviettine umide, Tempo in confezioni multiple o speciali, per es. Classic, 24 rotoli, 14.85 invece di 24.80 40%

Una FESTA di fiori e foglie

2.75 invece di 3.95

30%

2.45 invece di 3.55

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook