Come si svolge il lungo percorso di rieducazione dei cani «difficili» delle razze soggette a restrizioni
Non si somigliano affatto: un confronto tra il Papa americano e il presidente Usa
ATTUALITÀ Pagina 11
In equilibrio tra apollineo e dionisiaco: a Palazzo Reale gli scatti di Mapplethorpe
CULTURA Pagina 17
La Svizzera bollente che verrà
Sul Super-G dell’Olympia delle Tofane, Pascal Christen ci racconta la sua voglia di vincere in monosci
TEMPO LIBERO Pagina 27
Sempre a un minuto dall’Apocalisse
Carlo Silini
Il mondo flirta con l’Apocalisse. Un giorno potrebbe scoppiare in Ucraina, con un patapam atomico sfuggito di mano a un generale russo più zarista dello zar. Il giorno dopo in Iran, che l’Apocalisse l’ha già sfiorata una volta: quella notte in cui la fine della civiltà persiana fu annunciata a muso duro e poi magnanimamente sospesa da Trump, novanta minuti prima dell’esplosione. In assenza di pathos, e per non rigirarsi i pollici, Netanyahu ha allora pensato di trasferirla in Libano, bombardando non solo altre terre, ma ogni lontana idea di tregua. Domani chissà.
La catastrofe definitiva, del resto, aleggia da tempo. Esiste un apocalittismo secolarizzato che nasce con Hiroshima, quando l’umanità capì di poter provocare da sé la fine dei tempi, anche senza l’intervento divino. Prosegue oggi con l’ecoansia planetaria legata al riscaldamento globale e alle sue conseguenze potenzialmente micidiali. L’orologio della storia fa tic tac, e la
scienza sa che un giorno, quando il Sole si spegnerà, anche la Terra smetterà d’esistere. Sempre che non la spengano molti miliardi di anni prima i nuovi cavalieri dell'Apocalisse, ovvero le quattro figure simboliche di cui parla il libro biblico (Ap 6,1-8), mandate da Dio quando l’Agnello apre i primi quattro sigilli del giudizio finale. Non si dice chi siano, ma se dovessi identificarli con personaggi reali di oggi, troverei almeno tre nomi spendibili. Così, i nostri tempi segnano il ritorno in grande stile degli apocalittici religiosi. Secondo il Pew Research Center, il 39% degli americani crede che stiamo vivendo «gli ultimi tempi». Non a caso: sono loro lo zoccolo duro dell’elettorato di Trump, che li corteggia con continui messaggi in codice. Nell’ultima campagna elettorale ha descritto un’eventuale vittoria di Kamala Harris come un «Armageddon» economico. In un comizio del 2024 ha promesso ai «bei amici cristiani» che, se fossero andati a votare «questa
volta», quattro anni dopo non sarebbe più servito, perché «avremo sistemato tutto». Allusione al ritorno imminente di Gesù, che renderebbe superflua la vita politica, o piuttosto a una visione di potere così totale da chiudere il circuito democratico? Più prosaicamente, la seconda ipotesi appare più plausibile, anche alla luce di decisioni prese contro il Congresso e contro il diritto internazionale.
Anche il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele nel 2017 e l’incoraggiamento all’annessione delle colonie in Cisgiordania parlavano direttamente a quanti credono che il ritorno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Tempio siano precondizioni del «grande combattimento finale».
Potremmo sorriderne o indignarci, ma per molti credenti Trump incarna il cavaliere biondo dell’Apocalisse anche se non è esattamente un chierichetto. Ha attraversato una trentina di procedimenti tra penali e civili, di cui almeno
tre ancora pendenti. Per non parlare della morale privata o dei sospetti legati al caso Epstein, lontanissimi dall’etica puritana di certo evangelismo che lo sostiene a spada tratta. Perché? Perché Dio, nella lettura biblica dei suoi fan, si serve di strumenti imperfetti per un disegno perfetto. Trump diventa così un «nuovo re Davide» o un «nuovo Ciro»: sovrani moralmente ambigui ma funzionali al ristabilimento dell’ordine sacro. Non cercano un pastore, ma un re: discutibile quanto si vuole, purché il progetto sia «giusto». Così, dopo il fallito attentato di Butler, in Pennsylvania, nel luglio 2024, Trump spiegò che Dio lo aveva salvato «per un motivo»: rendere di nuovo grande l’America. Un piano divino affidato a un uomo altamente imperfetto che, per non farsi mancare nulla, ha ascoltato compunto la sua consulente spirituale Paula White paragonarlo addirittura a Gesù Cristo. Forse ce la meritiamo davvero, l’Apocalisse.
Barbara Manzoni Pagina 3
Lingue, sport e… amicizia
Sponsoring ◆ Sono aperte le iscrizioni ai corsi: sport, diverse materie, lingue, ma anche tante novità
Le vacanze di Pasqua – e chi frequenta la scuola lo sa bene – sono l’ultima pausa prima del lungo periodo estivo di libertà cui da sempre agognano ragazze e ragazzi. Difficile però riempire ognuna delle dieci settimane libere in programma nella pausa estiva. È qui che entra in gioco (nel vero senso della parola) Lingue e Sport, programma nato nel 1980 da un partenariato tra l’allora Dipartimento della pubblica educazione e i quattro Rotary Club ticinesi, e che da allora ha visto passare sui propri banchi decine di migliaia di giovani.
All’inizio i corsi erano rivolti solamente alle scuole medie, poi, a fronte di nuove esigenze, l’offerta si è costantemente allargata e, da qualche anno, grazie al progetto Italiando, si rivolge anche ai connazionali svizzero tedeschi e romandi.
Abbiamo incontrato Joël Rossetti, impiegato all’Ufficio cantonale dello sport del DECS e nella direzione della Fondazione Lingue e Sport, poiché è ormai tempo di pensare all’estate: da marzo è infatti possibile iscriversi ai corsi di Lingue e Sport.
Joël Rossetti, a chi sono rivolti i corsi di Lingue e Sport e come si svolgono?
La nostra offerta comprende tre tipologie diverse di corsi: per le scuole dell’infanzia, per le elementari e per le medie. I corsi per le scuole dell’infanzia – in costante aumento – pre-
vedono attività ludiche, attività sportive e gite.
Nei corsi rivolti alle scuole elementari, la mattina si affrontano le materie trattate durante l’anno scolastico e si approfondisce il francese. In pomeriggio, dopo il pranzo al sacco, si fanno attività sportive come arrampicata, maxi tramp, tiro con l’arco o gite sul territorio. Ogni sede propone una giornata chiamata «alla scoperta del territorio», organizzata in collaborazione con Alleanza Patriziale ticinese. Per quanto riguarda le scuole medie, abbiamo offerte con o senza pernottamento. Il mattino i ragazzi vanno a scuola, affrontando un’unica materia per favorire un recupero più approfondito, mentre in pomeriggio sono previste attività sportive.
Come è distribuito Lingue e Sport nel Cantone?
In tutto abbiamo ventun sedi distribuite un po’ in tutto il Cantone; quest’anno abbiamo delle nuove sedi a Novaggio e a Grono – offriremo quindi anche un corso al di fuori del Ticino. Per quanto riguarda i corsi rivolti a bambine e bambini della scuola dell’infanzia, abbiamo aumentato le sedi, aggiungendo Giubiasco, Grono e Losone.
Quanto durano i corsi di Lingue e Sport?
Per molti corsi la frequenza e la durata sono a discrezione dei parteci-
panti. I bambini della scuola dell’infanzia possono frequentare 3, 4 o 5 giorni settimanali. I ragazzi delle elementari e delle medie possono scegliere di partecipare una o più settimane. Ci si può iscrivere nel luogo che si preferisce.
Quali sono le novità per quest’estate?
La novità per i corsi di Bellinzona rivolti alle scuole medie, è rappre-
sentata da una nuova materia: lingua dei segni in italiano. La proposta nasce dalla collaborazione con l’associazione frequenzeLIS e le lezioni saranno gestite da una persona sorda affiancata da un interprete. A Tenero abbiamo i corsi «Atelier sport», rivolti a bambini e ragazzi delle elementari e delle medie. Questi corsi, durante i quali i ragazzi soggiornano al Centro nazionale gioventù di Tenero, pernottando
M-Charge, per la vita di ogni giorno
in tenda, non prevedono una vera e propria materia, bensì la scoperta intensiva delle varie attività offerte dal Centro e lo svolgimento di atelier su diverse tematiche quali ad esempio l’ambiente, la tecnologia, l’arte e la società.
Per informazioni e iscrizioni www.linguesport.ch
Info Migros ◆ Valentin Peter, responsabile dei servizi di mobilità elettronica di Migrol, racconta il futuro di questo servizio
Migrol osserva da anni l’evoluzione del mercato e le esigenze che ne derivano, come dimostra anche la sua strategia volta a promuovere la mobilità elettrica in Svizzera. Abbiamo incontrato Valentin Peter, responsabile dei servizi di elettronica di Migrol, per farci spiegare le novità di Migros e Migrol con M-Charge. Migrol vuole raggiungere duemila punti di ricarica distribuiti in tutta la Svizzera entro i prossimi cinque anni
Valentin Peter, qual è la filosofia di Migros nella promozione di M-Charge? A livello nazionale qual è l’ideologia di fondo?
La filosofia di Migros e Migrol con M-Charge è quella di integrare la ricarica dei veicoli elettrici nella vita quotidiana, in particolare combinandola con gli acquisti. L’obiettivo è rendere la ricarica naturale e facile come le altre attività quotidiane. Insieme, Migros e Migrol sostengono la transizione verso la mobilità elettrica con un’infrastruttura di ricarica intuitiva ed efficiente, che offre
comodità e risparmio di tempo. In questo modo, la mobilità elettrica diventerà parte integrante della vita quotidiana.
Come funziona e come si struttura la collaborazione con il Ticino?
Ad oggi, in collaborazione con la Cooperativa Migros Ticino, abbiamo realizzato con successo sei sedi di M-Charge. Per l’anno in corso sono già in programma altre tre sedi. Migrol è ansiosa di rafforzare
ulteriormente la collaborazione e di lavorare insieme per promuovere in modo sostenibile l’espansione delle sedi M-Charge in Ticino.
Quali saranno gli sviluppi a breve, medio e lungo termine di M-Charge, sia a livello nazionale, sia a livello cantonale?
Con M-Charge, Migrol persegue una chiara strategia di promozione della mobilità elettrica in Svizzera – compreso il Ticino – e allo stesso
tempo soddisfa le esigenze dei suoi clienti. Ciò comporta una pianificazione e un’implementazione mirata sia a livello nazionale sia regionale: a breve e medio termine, l’attenzione si concentra sull’espansione della rete di ricarica. Oggi sono già disponibili oltre 900 punti di ricarica e tra pochi mesi si supererà la soglia dei 1000 punti. L’attenzione è rivolta in particolare alle ubicazioni presso le filiali Migros e in prossimità delle autostrade, per garanti-
re un’accessibilità ottimale. Entro i prossimi cinque anni, Migrol punta a raggiungere un totale di 2000 punti di ricarica in tutta la Svizzera. Puntiamo su opzioni di pagamento semplici e intuitive, per offrire a chi non dispone di una propria infrastruttura di ricarica domestica una soluzione senza complicazioni. Inoltre, la rete viene ampliata lungo i principali assi di trasporto con stazioni di ricarica rapida ad alte prestazioni.
Le mascotte di Lingue e Sport.
Fare il pieno di energia elettrica sarà sempre più facile grazie a Migrol. (Bruederli)
SOCIETÀ
La manualità creativa ora è in vetrina
In Ticino si sono moltiplicati atelier e corsi di ceramica in zone urbane, ne abbiamo visitati alcuni, sono piccole oasi dove riscoprire la lentezza del lavoro manuale
Il percorso di rieducazione dei cani «difficili»
Che cosa capita dopo che un cane di una razza soggetta a restrizione viene sequestrato? Emanuele Besomi ci spiega il lavoro per restituire equilibrio e fiducia a questi animali
Il caldo di domani in Svizzera
Ambiente ◆ Lo studio Clima CH2025 indica un aumento futuro delle temperature superiore rispetto a quanto stimato 7 anni fa
I cambiamenti climatici stanno accelerando e la Svizzera ne risente particolarmente. Come saranno le nostre estati in futuro? Nevicherà ancora d’inverno? Quanto soffriremo di siccità e come cambieranno le piogge? Prevedere i cambiamenti, agire per contrastarli e mettere in atto misure di adattamento è una sfida per tutti i Paesi e la si può affrontare solo se si dispone di dati affidabili e attuali. Proprio a questi temi sarà dedicata la settima edizione del Simposio sui rapporti tra Cantone e Comuni prevista il 23 aprile presso la Scuola cantonale di Commercio di Bellinzona. Durante il Simposio, organizzato dalla Sezione degli enti locali e dall’Ufficio del clima e della decarbonizzazione in collaborazione con l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera, saranno presentati i nuovi scenari climatici nazionali Clima CH2025. Ne abbiamo parlato con Marco Gaia, responsabile del settore previsioni e consulenze di MeteoSvizzera.
Marco Gaia, che cosa sono gli scenari climatici Clima CH2025? Per affrontare i cambiamenti climatici il Consiglio federale ha dato mandato a MeteoSvizzera, in collaborazione con università e politecnici svizzeri, di elaborare regolarmente delle proiezioni su come cambierà il nostro clima da qui alla fine del secolo. Questo perché è necessario prendere delle decisioni che avranno un impatto sulla nostra società per i prossimi 40 o 50 anni, ad esempio bisogna decidere dove e come costruire in futuro, oppure come valutare le zone di pericolo, se costruire nuove dighe o investire nel solare, quali dimensioni avranno le nostre future canalizzazioni, eccetera. Tutte decisioni che non sono solo tecniche, ma hanno anche una componente politica. Il Consiglio federale vuole che queste decisioni poggino su basi scientificamente robuste e disponibili per tutti. Per questo motivo MeteoSvizzera calcola e pubblica regolarmente, ogni 6-7 anni, gli scenari climatici nazionali.
Quanto sono affidabili i vostri scenari?
Gli scenari climatici sono calcolati sulla base delle conoscenze scientifiche più attuali. Quanto saranno affidabili lo giudicheranno i nostri figli fra cinquant’anni. Possiamo però dire che i primi scenari elaborati nel 2000 finora si sono dimostrati sostanzialmente corretti.
Che cosa è cambiato dai precedenti scenari del 2018 a quelli del 2025?
La prima cosa da sottolineare è che grosso modo, nonostante l’utilizzo di metodi più raffinati e un po’ diversi, il quadro generale è confermato.
E questa è dal punto di vista scientifico un’informazione importante. La direzione verso la quale siamo incamminati è confermata. Il secondo aspetto è che nel 2018 siamo stati un po’ troppo «ottimisti». Sulla base del riscaldamento misurato i nuovi scenari indicano un aumento futuro delle temperature in Svizzera del 10-15% superiore rispetto a quello quanto stimato 6 o 7 anni fa. I nuovi scenari climatici offrono, inoltre, informazioni che nel 2018 non erano presenti, per esempio informazioni più specifiche sul riscaldamento delle zone urbane o sull’intensità e la frequenza delle precipitazioni su brevi periodi (fino al 2018 avevamo analizzato le precipitazioni su scala giornaliera adesso ci siamo spinti fino alla scala oraria).
Dalla vostra pubblicazione si legge che la Svizzera è più esposta al cambiamento climatico rispetto ad altri Paesi, per quale motivo? Il motivo è dato dalla combinazione di alcuni fattori. Il primo fattore è che siamo abbastanza lontani dagli oceani e quindi non beneficiamo dell’effetto termoregolatore dato dall’acqua del mare, questo spiega perché rispetto alle zone costiere ci riscaldiamo un po’ di più. Poi siamo a metà strada circa fra l’Equatore e il Polo Nord e sappiamo che più si va verso nord più il
riscaldamento globale è accelerato. Il terzo fattore è la diminuzione dell’estensione della neve e dei ghiacciai in Svizzera. Il bianco sul terreno ha un effetto riflettente dell’energia che arriva dal Sole, se diminuisce la superficie bianca c’è più terreno «scuro» che assorbe maggiore energia solare e questo favorisce un aumento delle temperature. Mettendo assieme questi tre fattori si spiega una buona parte del perché la Svizzera rispetto ad altre regioni si scalda più velocemente.
Quali sono gli sviluppi futuri previsti da questi scenari per il nostro Paese?
Gli sviluppi futuri si possono riassumere in quattro messaggi chiave principali. Il primo è che il riscaldamento continuerà e quindi dovremo confrontarci con temperature che aumenteranno in tutte le stagioni, in particolare durante l’estate. Il secondo è che le precipitazioni tenderanno ad essere concentrate in periodi più brevi ma con intensità e frequenza maggiore rispetto ad adesso. Inoltre, durante il periodo estivo, in particolare sul versante sudalpino, ci dobbiamo aspettare globalmente sui tre mesi estivi meno precipitazioni e maggiori situazioni di siccità. Infine, in generale, proprio in seguito all’aumento delle temperature, la neve, che è un
elemento importante anche del nostro paesaggio tenderà, a media e bassa quota, ad essere sempre più rara.
Nella vostra pubblicazione qual è lo scenario peggiore e qual è lo scenario «migliore» che prevedete?
Noi sappiamo che i gas a effetto serra una volta che entrano nell’atmosfera ci rimangono per centinaia d’anni e sappiamo che dovremo convivere anche in futuro con delle temperature che continueranno ad aumentare. Di quanto esattamente di per sé non lo sappiamo perché non conosciamo come evolverà la nostra società, non sappiamo dire se saremo in grado di abbandonare rapidamente l’uso dei combustibili fossili oppure no. Per questo motivo abbiamo lavorato su differenti possibili evoluzioni della nostra società. Abbiamo ipotizzato che il mondo si scalderà di 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale oppure di 2 °C oppure, scenario peggiore, di 3 °C e abbiamo analizzato cosa capiterà di conseguenza in Svizzera. Con le azioni di protezione del clima messe in pratica fino ad oggi stiamo muovendoci verso un mondo a +3 °C. Rimanere al di sotto dei +2 °C rispetto all’epoca preindustriale è ancora possibile ma dovremmo accelerare le nostre politiche di protezione climatica. L’ipotesi di un mondo a +3
°C prevede una Svizzera a +4,5 °C, proprio perché il nostro Paese risente maggiormente del riscaldamento globale. Siamo noi come singoli cittadini tutti assieme che con le nostre attuali azioni concrete decidiamo verso quale scenario evolveremo.
Perché presentate i vostri studi all’interno di un simposio come quello organizzato dal Cantone?
Per affrontare le sfide dei cambiamenti climatici dobbiamo metterci tutti assieme scienziati, politici, imprenditori, cittadini. Solo unendo le nostre conoscenze e capacità arriveremo a un risultato positivo. Per noi, come MeteoSvizzera, è fondamentale cercare di raggiungere e informare tutti i decisori, a ogni livello istituzionale. Quest’anno grazie all’ottima collaborazione con il Cantone lo facciamo rivolgendoci in particolare ai rappresentanti dei Comuni. La manifestazione del 23 aprile punta a raggiungere chi opera nei comuni, mostrando non solo la teoria degli studi di MeteoSvizzera ma anche la pratica di singole misure o provvedimenti. Ci tengo a sottolineare che si fa già tanto, si è fatto tanto, ma bisogna fare ancora di più perché il ritmo con il quale stiamo adottando i provvedimenti di lotta al cambiamento climatico è troppo blando. Dobbiamo accelerare.
Barbara Manzoni
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A casa come al grotto?
Attualità ◆ Piatto tipico della gastronomia ticinese, i formaggini di capra sono particolarmente apprezzati quando le temperature sono più miti. I büscion caprini dei Nostrani del Ticino ci regalano il gusto autentico del territorio
Azione 15%
Büscion di capra
Il Ticino dispone di un’ampia varietà di formaggi freschi e stagionati, a base di latte vaccino, caprino e ovino, in grado di accontentare ogni giorno anche i buongustai più esigenti. Una di queste è rappresentata dai büscion di capra, una specialità fresca di lunga tradizione, disponibile alla Migros sotto il marchio dei Nostrani del Ticino.
200 g Fr. 7.20 invece di 8.50 dal 16.4 al 22.4.2026
I büscion di capra nostrani sono prodotti dalla Fattoria del Faggio di Sonvico, azienda agricola nata nel 1994 e tuttora gestita dalla famiglia Rezzonico. L’azienda alleva un centinaio di capre di razza svizzera Saanen, il cui pregiato latte viene trasformato con passione e maestria in diverse genuine specialità. Oltre ai büscion caprini, dell’azienda luganese Migros offre anche i büscion di vacca e pecora, il caprino maturo, la formaggella di capra, il formaggio di pecora e la ricotta vaccina e ovina. Tutti i prodotti sono certificati con il marchio «regio.garantie», che garantisce territorialità e tracciabilità delle materie prime. La lavorazione e il confezionamento dei büscion sono affidati alla competenza della Cetra Alimentari di Mezzovico.
Incontro con lo scrittore
Grazie alle sue riconosciute proprietà nutrizionali, il latte di capra si presta particolarmente bene alla produzione di formaggi freschi. Dal gusto delicato, facile da digerire e ricco di proteine altamente assimilabili, risulta inoltre indicato come valida alternativa per chi è più sensibile al latte vaccino ma non vuole certo rinunciare al piacere di gustare dei derivati di qualità.
I büscion di capra si distinguono per il loro sapore gradevole, leggermente acidulo, perfetto sia per piatti dolci sia salati. Freschi, leggeri e facilmente spalmabili, si gustano volentieri da soli, accompagnati da pane croccante o insalata, con solo l’aggiunta di un filo d’olio, sale e pepe. Si prestano bene anche come farcitura per verdure grigliate, prosciutto, fiori di zucca… per degli antipasti semplici ma raffinati. Si possono anche arricchire con un mix di erbette aromatiche fresche, come timo, rosmarino o basilico, per quel tocco di gusto in più. Aggiunti a paste e risotti, donano un’inconfondibile nota di cremosità e freschezza.
Attualità ◆ Sabato 18 aprile 2026, dalle 13.00 alle 17.00, l’autore e fotografo locarnese d’adozione Alessio Pizzicannella sarà ospite del reparto libri del Centro S. Antonino, dove presenterà il suo appassionante romanzo corale E lui sarà Levon Lo abbiamo intervistato
Chi è Alessio Pizzicannella?
Nasco come fotografo per poi avvicinarmi al cinema, dove la scrittura diventa progressivamente centrale: prima quella cinematografica, poi anche quella letteraria. Ormai mi ritrovo a passare da un linguaggio all’altro senza neanche farci più caso; alla fine penso di proporre un mio sguardo sulle cose, a prescindere dai mezzi che utilizzo.
In
dello spettacolo, dove ho potuto osservare da vicino la distanza tra persona e immagine, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta nascosto. Mi interessava osservare come immagine, narrazione e potere si intrecciassero fino a diventare indistinguibili, e come spesso deleghiamo ad altri – leader, figure carismatiche, sistemi – la nostra ricerca di senso. E lui sarà Levon è un romanzo corale ambientato a Los Angeles, sullo sfondo di incendi, tensioni sociali, dipendenze diffuse e mondo dello spettacolo. Le storie di più personaggi si incrociano tra fede, bisogno di appartenenza e tentativi di sopravvivenza in un contesto instabile, dove tutto – dalla spiritualità alla politica fino all’identità personale – rischia di diventare qualcosa da costruire, mettere in scena e vendere.
Ha pubblicato altri libri? Sì, nel 2021 ho pubblicato Rito di passaggio con Baldini+Castoldi.
Qual è il suo legame con il Ticino e cosa apprezza del nostro Paese?
Vivo e lavoro in Svizzera dal 2012. Il Ticino è il luogo in cui porto avanti gran parte del mio lavoro. Quello che apprezzo è la possibilità concreta di sviluppare progetti in modo strutturato, con interlocutori solidi, mantenendo allo stesso tempo una forte libertà autoriale.
Ha altri progetti in cantiere?
Sto lavorando al montaggio di CCABBÀSC , un documentario girato a Napoli. Parallelamente sto sviluppando il lungometraggio tratto dal mio primo romanzo e portando avanti progetti editoriali e cinematografici che sono in fasi più embrionali. Nel frattempo, sto cercando di capire come sviluppare e proporre questi progetti in modo più aderente al presente, senza restare troppo legato a modelli ormai superati.
Cosa l’ha ispirata a scrivere E lui
sarà Levon e di cosa parla?
parte nasce dalla mia esperienza diretta dietro le quinte del mondo
Alessio Pizzicannella
La benefica lentezza dell’argilla
Tendenze ◆ Si moltiplicano atelier e corsi di ceramica, piccole palestre urbane per allenare la manualità creativa
Matilde Fontana
L’ultimo ad aprire una vetrina sul mondo della ceramica in Ticino è un trentenne giramondo di Bilbao. Approdato a Lugano col suo bagaglio professionale nel settore della ristorazione, Gabriel si è guardato attorno e ha deciso che in città c’era spazio per il suo progetto: trasformare la passione per la ceramica, coltivata per oltre dieci anni, in micro-impresa. Così, da un paio di mesi lo si vede modellare l’argilla attraverso le ampie vetrine che guardano su via Frasca, a pochi passi dal Palazzo dei Congressi. Quella della bottega-atelier-aula di formazione è una formula diffusa nelle grandi città e che recentemente è approdata anche in Ticino: Lurra a Lugano, Mackea a Bellinzona, Momento a Locarno (e Loreto), terre&fiamme a Gordola. Un’oasi urbana votata alla lentezza del lavoro manuale.
Oggi in Ticino, dopo il restauro, rivivono anche le Fornaci di Riva San Vitale con un ricco programma di corsi aperti a tutti dai 6 anni in su
Lurra significa terra in lingua basca, spiega Gabriel seduto al tornio, alle prese con il divenire di un vaso alto e sottile. Lui produce su commissione. E sfruttando l’esperienza nel mondo della ristorazione lo fa principalmente per locali o alberghi alla ricerca di servizi artigianali, pezzi unici distintivi. Ma si dedica anche alla sperimentazione di nuove forme e nuovi materiali, al momento di piccoli oggetti funzionali o di grandi vasi con sottovaso integrato, che propone in vetrina come modelli. E poi apre il suo atelier a chi vuol mettere le mani nell’argilla: curiosi, principianti, appassionati di ogni età alla ricerca di uno spazio di lavoro difficilmente ricavabile nel proprio appartamento. La particolarità è quella dell’abbonamento. Come in palestra. I «corsi» si articolano in un percorso creativo personalizzato, senza livelli né durata prestabilita. Gabriel è il coach, che accompagna l’attività di chi vuole apprendere. Due ore la mattina o la sera per gli adulti. Un’ora e mezza il pomeriggio per i ragazzi dagli 8 anni. Gli abbonamenti sono mensili, per una o due sessioni settimanali. L’inizio è promettente: gli iscritti sono quasi una quarantina.
A Gordola, con vetrina su strada di grande transito, Valentina ha aperto la sua bottega Artigianato Creativo da un anno e mezzo, puntando sulla condivisione. Lei si dedica alla ceramica, ma il suo spazio è aperto a una rete di creative e creativi che vogliono proporre propri pezzi unici o corsi: macramé, ricamo, calligrafia, aromaterapia. I suoi corsi sono prevalentemente di breve durata, un pomeriggio, un paio di serate, con l’obiettivo di realizzare un piatto da portata, una tazza, un oggetto modellato con le proprie mani. L’ultima proposta abbina l’argilla alla meditazione, in collaborazione con Claudia, esperta di mindfulness. Perché il motto di terre&fiamme è «ceramica che fa star bene». Valentina, quarantenne, lo racconta anche sul suo sito che la ceramica è stata ed è una vera e propria cura, una manualità terapeutica scoperta quando la fibromialgia le ha cambiato la vita. Ridotta la sua attività professionale di disegnatrice edile, ha trovato nella lentezza del movimento manuale con l’argilla il beneficio mentale e fisico che le permette di scaricare la tensione della malattia: un’attività part-time in proprio che, oltre a darle grande soddisfazione, le permette di gestire con la massima flessibilità il pomeriggio,
Tessa, invece, si occupa di ceramica a tempo pieno e organizza corsi, workshop ed esperienze in location speciali. Momento, il suo studio, guarda sulla centrale via Vallemaggia a Locarno dal 2021. Per lei, trentenne, formazione all’ECAL di Losanna come designer in comunicazione visiva, esperienza pluriennale nella pubblicità, è essenziale abbinare la visibilità della vetrina «fisica» a quella virtuale dei social. Così dal 2024 ha aperto un atelier anche a Lugano, a Loreto in particolare, con affaccio sulla trafficatissima via Clemente Maraini.
Nella lavorazione della ceramica
Tessa si è formata a Parigi, abbinando la pratica alla teoria, corsi di pedagogia compresi. Cercando di intercettare la domanda di manualità e di socialità di un pubblico il più vasto possibile, la ceramista-comunicatrice propone ad adulti e bambini un’ampia varietà di formule per avvicinare il mondo della ceramica, sia in atelier che fuori. Negli studi di Locarno e Lugano si svolgono i corsi settimanali e le lezioni singole di modellaggio e di tornio per ogni livello, anche per famiglie, gruppi di amici e team aziendali. Fuori, la ceramica diventa occasione di incontro conviviale, abbinato a yoga, brun-
ch o degustazione di vini: in fattoria, alberghi o cantine. A Bellinzona, Clea, trentenne poligrafa di formazione, ha aperto da poco più di un anno nella centralissima via Camminata l’atelier-punto vendita Mackea, dove trova spazio anche il suo studio grafico. Un punto strategico in città, dove mostrare i pezzi unici artigianali e proporre due format di avvicinamento alla ceramica: i PerCorsi d’argilla (esercizi di intuito manuale che si articolano in 4 tipologie
modulari ed esplorano le tecniche del pinch, del colombino e del tornio) e i Riti d’argilla, esperienze che uniscono la lavorazione ceramica a momenti di introspezione e pratiche guidate in collaborazione con accompagnatori del settore olistico. Sfruttando la sua esperienza grafica, inoltre, combina sensibilità visiva e ricerca materica per sperimentazioni di texture e progettazione e incisione di pattern. Valentina@Bennipottery, nel suo atelier di Viganello (urbano sì, ma senza vetrine!), propone corsi flash per assaggiare il piacere della manualità e della creatività. Finora il gradimento maggiore lo ha incontrato con i corsi «d’occasione»: compleanni, addii al nubilato-celibato, san Valentino con le mani nell’argilla.
Diplomata in design ceramico, 10 anni di esperienza industriale, Valentina, quarantenne, produce su commissione ma non disdegna mercatini e mostre artigianali. Sempre alla ricerca di nuove espressioni, nuove forme, nuovi colori, è reduce da una formazione, a Firenze, per la realizzazione di gioielli. Quella dei corsi, in realtà, è un’attività che si è aggiunta solo in un secondo tempo e che non aveva neppure preso in considerazione, quando, una decina d’anni fa, aveva attrezzato lo spazio condiviso sotto casa con una collega ceramista. Poi, poco a poco, si è lasciata prendere dall’entusiasmo di trasmettere la sua passione per argille e smalti. Oggi è una delle ceramiste chiamate a far vivere le Fornaci di Riva San Vitale, riaperte al termine di un accurato restauro conservativo lo scorso autunno. Dopo aver esposto alla mostra inaugurale, Valentina partecipa al team che ha organizzato la prima stagione di corsi offerti dal nuovo «centro di competenza» per la ceramica, spazio privilegiato per l’incontro di professionisti, appassionati e curiosi.
Il programma didattico delle Fornaci è ricco e vario. Spazia dalla scoperta della ceramica per bambini dai 6 agli 11 anni fino allo specialistico seminario internazionale di introduzione al Kintsugi, un’antica tecnica giapponese di restauro della ceramica. A Riva San Vitale Valentina ha portato i suoi collaudati corsi flash per tutti. E ha aggiunto un incontro mirato specificamente alla terza età, utilizzando l’argilla per un esercizio manuale dolce e lento, orientato al benessere e alla serenità.
mentre la mattina continua a lavorare in ufficio.
Tessa con alcune allieve nel suo studio Momento affacciato su via Vallemaggia a Locarno; sotto, lezione di tornio. (Alan Di Bella)
La rinascita dei cani «difficili»
Mondoanimale ◆ Percorsi e professionisti al lavoro per restituire equilibrio e fiducia agli animali sequestrati
Maria Grazia Buletti
Dal 2009 in Ticino è in vigore la Legge sui cani, che stabilisce regole precise per la detenzione di alcune razze considerate a potenziale offensivo elevato, imponendo obblighi come autorizzazioni, corsi di formazione e requisiti per i proprietari. Una normativa che continua a produrre conseguenze concrete. Ogni anno, infatti, diversi cani vengono sequestrati perché i proprietari non rispettano le condizioni previste.
A spiegare come funziona è Emanuele Besomi, presidente della Società Protezione Animali Bellinzona (SPAB), che chiarisce: «Il principio del sequestro scatta quando non vengono rispettati i requisiti di base: ad esempio, l’autorizzazione non è stata richiesta, il proprietario non può ottenerla (ad esempio per suoi precedenti con la legge), oppure il cane non ha seguito o superato il percorso formativo obbligatorio». Egli stima che in Ticino «si parla di circa 20-30 casi all’anno, ripartiti tra le principali società di protezione animali del Cantone. Solo la nostra struttura di Bellinzona ne gestisce mediamente una quindicina».
La decisione sul sequestro, e su eventuali margini di regolarizzazione, spetta all’Ufficio del veterinario cantonale e in rari casi, «quando le condizioni di base sono buone (assenza di problemi penali, struttura abitativa adeguata)», può essere concesso un termine per mettersi in regola con
i corsi. Si tratta però di eccezioni. «Più spesso - racconta Besomi - questi cani appartengono a persone con difficoltà sociali importanti, il che rende improbabile una restituzione». Il primo passo è dunque il sequestro, mentre in una fase successiva può arrivare la confisca: «In quel momento il proprietario perde definitivamente i diritti sull’animale e il veterinario cantonale ne diventa formalmente proprietario, affidandolo poi alla protezione animali». Cosa accade nell’immediato? «Se l’animale resta temporaneamente di proprietà del detentore, viene attivata una fase di osservazione e quarantena comportamentale. Le strutture adottano misure di sicurezza rigorose: box protetti, nessuna informazione divulgata sulla collocazione del cane, accesso limitato al personale qualificato, con l’obiettivo di tutelare operatori e animali, soprattutto nei casi in cui il proprietario possa rappresentare un rischio». Parallelamente inizia il lavoro sul cane con un approccio prudente e graduale: «Nei primi giorni si punta a creare stabilità attraverso routine precise, automatismi che aiutano l’animale a ritrovare equilibrio. Nel frattempo, si osservano le sue reazioni, le fonti di stress, la capacità di interazione con altri cani. Spesso, il cane in questione viene inizialmente tenuto separato, per evitare ulteriori tensioni». Quando invece si tratta di proprietari collaborativi e senza problematiche gravi, è
Il dogo argentino in Ticino è tra le razze considerate a elevato potenziale offensivo (pxhere.com)
possibile mantenere un contatto controllato: «Visite, incontri in spazi protetti, in attesa che la situazione amministrativa si risolva». Però Besomi ammette che «sono pochi i casi che si concludono così positivamente, e nella maggior parte delle situazioni si arriva alla confisca definitiva». A quel punto inizia la fase più delicata: «La riabilitazione e la preparazione a una nuova adozione». Secondo Besomi, questo lavoro di rieducazione e recupero consiste nel comprendere l’ imprinting ricevuto dal cane e compensare eventuali carenze educative. Il tasso di riuscita è buono, ma bisogna essere
consapevoli che restano quasi sempre fragilità che il futuro proprietario deve conoscere e saper gestire. Perciò le famiglie adottive vengono seguite da istruttori diplomati: «Perché il “buon cuore” non basta: servono competenze, tempo e risorse economiche. Spesso è necessario continuare con un accompagnamento professionale anche dopo l’adozione». I tempi sono lunghi. «Se un cane senza particolari problematiche può trovare casa in due o tre mesi, per le razze soggette a restrizioni si parla mediamente di almeno sei mesi, talvolta molto di più, occorre conoscere a fondo l’animale». In Ticino,
trovare adottanti per questi cani è difficile, per questo motivo la protezione animali di Bellinzona ha costruito una rete di contatti nella Svizzera interna, dove in diversi cantoni non esiste una lista restrittiva di razze. «Circa due terzi dei cani vengono affidati oltre Gottardo, con esiti generalmente positivi». Besomi riferisce del caso emblematico e recente di un Dogo argentino rimasto in struttura per un anno e mezzo: «Cane molto buono con le persone, ma totalmente inconsapevole della propria forza. Dopo mesi di lavoro, è stata individuata una coppia già esperta di molossoidi, disposta a seguire il percorso necessario. Ricordiamo sempre che l’adozione richiede comunque autorizzazioni, struttura adeguata e monitoraggio attento, soprattutto in presenza di altri cani». In tutto questo, un elemento spesso poco noto riguarda le risorse economiche: «Da quest’anno, parte delle tasse sui cani previste dalla legge viene destinata anche al sostegno delle società protezione animali e degli enti di soccorso. Un aiuto concreto per coprire i costi di gestione, riabilitazione e accompagnamento di questi animali complessi», afferma il nostro interlocutore. La legge, insomma, non si limita a vietare o sequestrare: crea anche un sistema di responsabilità e sostegno. Ma il percorso resta impegnativo.
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GUSTO Pane
Chi l’ha inventato?
Nel 2018, alcuni archeologi dell’Università di Copenaghen hanno scoperto in un focolare nel nord ovest della Giordania dei resti di pane. Età stimata: 14’400 anni.
Il pane più lungo
Il filone di pane più lungo ha raggiunto oltre 1,2 chilometri. È stato sfornato il 10 luglio 2005 a Vagos, in Portogallo. Per prepararlo sono stati utilizzati 5000 kg di farina di frumento, 3000 litri d’acqua e 120 kg di sale. Alla sua realizzazione hanno lavorato per due giorni e mezzo diverse centinaia di panettieri.
Il nostro pane quotidiano
Fatti croccanti: perché il lievito madre è così speciale e quali sono i pani più amati dagli svizzeri
Testo: Claudia Schmidt
Quanto ne mangiamo?
In Svizzera si consumano 18 chilogrammi di pane a persona all’anno. 15 anni fa circa, questa cifra ammontava a ben 25 kg.
Pane, una gomma per cancellare Fino agli anni 1770, la mollica di pane inumidita e impastata veniva usata come gomma per cancellare le scritte con la matita. Queste gomme erano economiche, ma soggette a muffa e decomposizione e si sbriciolavano facilmente.
1 Mini Hercules Bio, forno di pietra farina chiara, 400 g Fr. 3.80
girasole
L’acidità stuzzica
il palato!
Il pane a lievitazione naturale richiede tempo. Ed è proprio questo che lo rende così speciale. Il panettiere della Migros, Meinrad Marty, spiega perché la fermentazione naturale è la cosa migliore che possa accadere a un pane
Signor Marty, le nuove varietà di pane della Migros si distinguono per un lungo tempo di riposo dell’impasto. Che effetto ha questo sul pane?
Un lungo processo di lievitazione per il pane a lievitazione naturale, ad esempio durante la notte, garantisce una naturale morbidezza, sapori più intensi e una mollica umida.
Come nasce una mollica aperta come quella del pane Herkules, cioè quell’interno soffice e arioso?
Una mollica aperta è il risultato di molti fattori. Da un lato, un impasto morbido e ben idratato, cioè ricco di acqua. Dall’altro, contribuiscono una lunga e delicata maturazione dell’impasto, una manipolazione attenta senza troppa lavorazione, la cottura con vapore e l’utilizzo di farine di alta qualità. Tutti questi elementi favoriscono l’alveolatura del pane.
Cosa caratterizza il pane a lievitazione naturale?
Grazie alla fermentazione naturale, il pane risulta più digeribile rispetto al pane con lievito. Rimane fresco più a lungo, ha un gusto naturale e leggermente acidulo e non richiede ulteriori additivi. Inoltre, l’acidità protegge dalla formazione di muffa e rende il pane più sostenibile, perché si spreca meno cibo.
Perché il pane a lievitazione naturale si conserva più a lungo rispetto a quello di pasta lievitata con lievito?
Gli acidi trattengono l’umidità, stabilizzano l’amido e impediscono un rapido essiccamento. Il pane con pasta lievitata al lievito, invece, è meno acido, si secca più velocemente e si deteriora più facilmente.
Perché proprio il pane con farina di segale viene spesso preparato con lievito madre?
Perché il pane di segale, grazie al lievito madre, ottiene una struttura stabile e si raggiunge così una qualità eccellente.
Il lievito madre più antico La Boudain Bakery di San Francisco sostiene di utilizzare il lievito madre più antico al mondo: è in uso dal 1849.
Tre pani per metro quadro
Per un pane di frumento da 500 grammi servono circa 5500 chicchi di grano, come calcolato dall’Istituto tedesco per il pane. Su un metro quadrato di campo crescono circa 16’000 chicchi, il che significa: per produrre tre pani da 500 grammi è necessario un metro quadrato di superficie agricola. In Svizzera si coltivano cereali da pane su 82’000 ettari, cioè su 820’000’000 metri quadrati.
Classici dal forno
Questi sono i cinque pani più amati dalla clientela Migros
Pane ticinese
Con la sua crosta croccante e l’interno morbido e arioso, il pane ticinese è un classico: si abbina perfettamente ai piatti mediterranei, alle salse e accompagna alla perfezione i formaggi. Grazie alla sua forma, può essere porzionato facilmente anche senza coltello.
Pane ticinese della panetteria della casa, farina chiara 400 g Fr. 2.–
Pane delle Alpi
Saporito nel gusto, rustico nell’anima. Il pane maltato di frumento e segale è un vero compagno di tutti i giorni. Si abbina ai salumi così come ai formaggi e non può mancare quando in tavola c’è una zuppa.
Pane delle Alpi, farina scura 380 g Fr. 2.80
Treccia al burro
La treccia al burro è il pane della domenica per eccellenza in Svizzera. Questo prodotto da forno intrecciato a mano, lievitato e ricco di burro, è soffice, fragrante e molto più di un semplice pane: sa di casa e rientra tra gli alimenti che gli emigrati svizzeri all’estero rimpiangono di più. Inarrivabile con burro e confettura o miele.
Treccia al burro
500 g Fr. 3.60
Corona di Sils
La corona di Sils ottiene il suo colore rosso bruno grazie alla soluzione di soda caustica con cui l’impasto viene spennellato prima della cottura. Questo non garantisce solo il colore, ma anche il leggero aroma maltato. Con il loro interno soffice, i piccoli panini che compongono la corona sono perfetti per preparare mini sandwich.
Corona di Sils della panetteria della casa
350 g Fr. 2.75
Pane di patate con noci
Il pane di patate è meravigliosamente umido grazie alle patate, che allo stesso tempo contribuiscono a mantenerlo fresco più a lungo. Le noci, la farina di segale e il malto d’orzo conferiscono inoltre un sapore sostanzioso ma anche leggermente dolce. Questo pane è perfetto sia per panini ricchi e sostanziosi sia per fette con la confettura. Il pane alle patate è particolarmente delizioso tostato.
Pane di patate con noci 350 g Fr. 2.90
Dispacci di Dendrosofia
In un Eden indimenticabile
Una dozzina di giri di lune orsono feci un lungo viaggio tra le sequoie della California. Non era il primo e spero nemmeno l’ultimo. Ora, in Italia e in Europa i grandi alberi e le foreste vetuste non mancano, le riserve locali quanto i parchi nazionali sono strutture ben definite e attive nonostante l’uomo abbia conquistato ogni spazio, coltivato per generazioni terreni, sfruttato i legnami e coltivato ulteriori boschi. Certe regioni vengono addirittura identificate con queste realtà dell’ultimo secolo, si pensi ad esempio all’Abruzzo, al Trentino e alla Valle d’Aosta. Nei giorni scorsi stavo sfogliando gli ultimi aggiornamenti dedicati agli alberi più alti e voluminosi del pianeta: in cima c’è sempre una sequoia. L’albero più alto del mondo svetta a 116,22 metri, è una sequoia costale (Sequoia sempervirens) che cresce nel Grove of the Titans nel nord della California. Con l’auto ci sono
La
passato a fianco, ma essendo territorio vietato al pubblico, per ragioni di sicurezza, mi sono accontentato di fiutarne la presenza. L’albero invece più grande del mondo, ossia con la massa legnosa più vasta, è il celebre General Sherman Tree, «the largest living thing» come recita un cartello ai suoi piedi, al Sequoia National Park, uno dei nove parchi nazionali dello Stato della California: quasi 1500 metri cubi di legno vivo e vitale. L’albero più alto d’Europa è un eucalipto che svetta a 73 metri vicino a Coimbra, in Portogallo, mentre un altro albero svetta nella Guyana francese, a 74 metri, ma è territorio ultraperiferico, ossia è anch’esso Europa anche se a due passi dal Brasile. In Svizzera si segnala l’abete bianco Le Sapin Président a Couvet, alto 58,10 metri mentre il campione italiano è una douglasia a Vallombrosa, alta 62 metri. Le nostre foreste alpine hanno altezze medie che variano
stanza del dialogo
L’ombra che rattrista le ragazze
Cara Silvia, sono mamma di una ragazza di 16 anni. Mia figlia Mirella è sempre stata tranquilla, affettuosa e allegra anche se di indole riflessiva e pacata. Molto sportiva, sembra trovarsi bene con le sue compagne di squadra e il passaggio alle scuole superiori dopo le medie è stato «indolore», i risultati sono buoni. Eppure ultimamente è molto chiusa in se stessa, sembra sempre triste, parla pochissimo, controlla molto il cibo che mangia. Ha anche diminuito le uscite con le amiche. Capisco che l’adolescenza sia un’età dolorosa, ma come mamma non riesco a non preoccuparmi. Mi ricordo che alla sua età non parlavo con mia mamma e non avrei gradito una sua intromissione ma ora mi chiedo: è meglio parlarle apertamente, incoraggiarla ad aprirsi o lascarle i suoi spazi di silenzio? E fin dove la tristezza è «normale»? Grazie per i consigli, Maria
Cara Maria, la tua lettera giunge quanto mai opportuna in quanto negli ultimi tempi
l’interesse di stampa e social si è concentrato sul malessere degli adolescenti maschi che manifestano il loro disagio con gesti eclatanti: aggressioni, minacce, pornografia. Le coetanee invece, molto più discrete tendono, come tua figlia, a chiudersi in se stesse, sulla propria identità, sul proprio corpo. L’isolamento favorisce stati d’animo crepuscolari, che, pur essendo dolorosi, sembrano non chiedere comprensione. Ma siamo esseri sociali e nessuno basta a se stesso. Come osservi il rischio per Mirella è di cedere alle lusinghe dell’anoressia che promette un corpo perfetto, idealizzato, posto sotto controllo: una «bolla di luce», come lo definisce un’anoressica in terapia. I primi sintomi sono l’interesse ossessivo rivolto all’alimentazione, al contenuto e alla dose del cibo. Ma, come sempre, il miglior rimedio è la prevenzione che inizia con la comprensione. Tua figlia sta affrontando il compito più difficile dell’adolescenza: deline-
Alimentazione
Gentile signora Laura, ho un figlio di 10 anni con ADHD. Ho letto tante cose online su zucchero, coloranti e integratori ecc. ma faccio fatica a capire cosa sia veramente utile. L’alimentazione può aiutare davvero la concentrazione e il comportamento? E se sì, da dove dovrei partire concretamente a casa?/ Diego
Egregio signor Diego, la ringrazio per la domanda. Per chi non sapesse di cosa si tratta l’ADHD è l’acronimo di Disturbo da deficit di attenzione/iperattività ed è un tipo di disturbo neurobiologico che influisce sulla capacità di attenzione e controllo comportamentale, spesso associato a fattori genetici ed ambientali. Non esiste una dieta valida per tutti ma alcune modifiche alimentari effettivamente possono contribuire a migliorare la concentrazione, l’attenzione
tra i 30 e i 40 metri, con alcuni nuclei che si innalzano di più, le faggete raramente superano i 30 metri medi di altezza. Inoltrarsi invece nelle foreste di sequoia costale ci proietta su altezze ben diverse, per non parlare dello sbalordimento che ci coglie quando visitiamo quelli che gli americani chiamano i grove, ossia concentrazioni di alberi dalle dimensioni ciclopiche, vecchi signori del tempo che riposano lì da secoli e talora da millenni. Quando si parla di sequoia vanno distinte due specie: la sequoia costale, già citata, e la sequoia di montagna o della Sierra (Sequioiadendron giganteum). Le sequoie giganti sono più rare, di fatti i 67 groves riconosciuti occupano uno spazio complessivo pari a circa 36mila acri (145 km 2), su un territorio che in linea d’aria non supera le 250 miglia. I più grandi esemplari appartengono a questa specie, come lo Sherman o il suo competitor, il General Grent
Tree, dichiarato dal 1926 albero di natale nazionale degli Stati Uniti; sono essere viventi alti oltre 80 metri e con piedi larghi 30 metri di circonferenza! A parte i ficus di Palermo e alcune sequoie secolari, in Italia gli alberi più panciuti raramente varcano la soglia dei 10 metri di circonferenza. Esiste una strada che unisce i due patriarchi californiani, la Generals Highway, frequentatissima dai turisti in estate, quando questi luoghi vengono presi letteralmente d’assalto, con centinaia di migliaia di visitatori che salgono fin quassù e ristorarsi l’anima tra giugno e settembre. Lo Sherman è il campione della Giant Forest, così chiamata dal John Muir, grande viaggiatore e conservazionista a cui si devono, tra le altre cose, il riconoscimento del parco nazionale di Yosemite e la fondazione del Sierra Club, il Grant Grove, parte del confinante King’s Canyon National Park. Attraversare la California in
cerca del grande albero è un viaggio che una volta nella vita andrebbe fatto da tutti coloro che trovano ispirazione, pace e godimento dalla vista di un millenario. Ci va un mesetto per riuscire a farne uno sufficientemente articolato, almeno toccando i diversi punti, tra grandi alberi di San Diego, Los Angeles e San Francisco, mete storiche come Big Sur, Carmel e la Redwood Coast su al nord, fino al confine con l’Oregon, attraversare la forestatissima contea di Humboldt, e poi tornare dentro nelle valli interne che portano ai grandi parchi, ai groves di sequoia e luoghi altrettanto impressionanti come Calaveras e Big Basin, per non dimenticare una visita quasi obbligatoria ai pini dai coni setolosi o Bristlecon pines che crescono sulle cime pietrose delle White Mountains, a circa 3000 metri di altitudine: tra queste conifere sopravvivono esemplari che hanno bucato i 5 mila anni di età!
are la propria identità e, sottraendosi alle proiezioni e alle attese dei genitori, divenire se stessa. Paradossalmente l’impresa è particolarmente difficile quando la madre è una figura positiva, attenta e amorevole. Per separarsi occorre infatti mobilitare energie aggressive che possono colpevolizzare chi le prova. Eppure per crescere è necessario tagliare il «cordone ombelicale psichico» che collega ogni figlio ai propri genitori. Per favorire questo processo, mi chiedi: «È meglio parlare a mia figlia apertamente o lasciarle i suoi spazi di silenzio?». Purtroppo non esistono ricette in merito. Il dialogo si può attendere ma non pretendere. Ciò che conta è comunicare a Mirella la tua disponibilità all’ascolto, anche creando momenti d’intimità come una gita, un acquisto particolare, uno spettacolo condiviso. È giusto e opportuno che tu ripensi alla tua giovinezza perché solo così si possono capire le difficoltà e le possibilità di crescere. Un tempo la
società aiutava ragazze e ragazzi a costruire la propria personalità con riti di passaggio. Alle sedicenni si permetteva per la prima volta di indossare calze velate, scarpe col tacchetto e uscire al cinema con le amiche. Ora, a parte le classi scolastiche, i riti di passaggio non esistono più e ognuna deve tracciare la strada e raggiungere la meta da sola. Non è facile in quanto spesso subentrano frustrazioni che acutizzano le normali crisi adolescenziali. Una delle più penose è la rottura del rapporto con l’amica del cuore o con il gruppo di amiche. L’esperienza fa soffrire in quanto induce uno stato d’animo di solitudine e di abbandono. Mentre i maschi rispondono alla domanda «chi sono io?» attraverso forme di competizione dotate di regole, le dinamiche dell’identità femminile sono pulsionali, profonde, oscure. Spesso non lasciano ferite visibili, ma lividi dell’anima. Solo con la maturità noi donne impariamo ad essere amiche solidali. Tor-
nando a Mirella, invece di spingerla ad affrontare il presente, prospettale le possibilità che la vita potrà offrirle. Mi dici che è brava a scuola, una condizione che promuove scelte lavorative, soprattutto se gli insegnanti forniscono motivazioni personalizzate. Cerca infine di non preoccuparti troppo: lo scopo di certi atteggiamenti catastrofici delle figlie è di riversare sulla madre le emozioni negative perché dimostri, con la sua disponibilità, che sono vivibili e condivisibili. Infine vedrai che, col procedere dell’età evolutiva, l’ombra che rattrista le ragazze in fiore svanisce da sola, come la nebbia al sole.
Informazioni Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)
e i problemi comportamentali associati all’ADHD: descriverò qui cosa consiglia la letteratura. È importante mantenere stabile la glicemia durante la giornata, evitando grandi oscillazioni perché le fasi di picco e calo, possono provocare, in alcuni bambini ma anche in adulti ed adolescenti, maggiore irritabilità, difficoltà di concentrazione e instabilità dell’energia. Questi cambiamenti si ottengono grazie a pasti equilibrati, che contengono quindi tutti i macronutrienti importanti: carboidrati, grassi e proteine. I carboidrati complessi, meglio se integrali come cereali, riso, pasta e patate con la buccia devono quindi essere presenti ad ogni pasto principale poiché contengono fibre, rilasciano energia lentamente e aiutano pure la digestione. Anche le proteine derivanti da carni bianche, pesce, uova, legumi, formaggi e tofu non devono mancare ai pasti
principali perché forniscono aminoacidi precursori dei neurotrasmettitori come dopamina e noradrenalina, che sono direttamente convolti nei meccanismi dell’attenzione e dell’autoregolazione. I grassi, in particolare gli omega – 3, sono fondamentali per la struttura e la funzione delle membrane neuronali e quindi un loro consumo adeguato può aiutare la funzione neuronale. Non dimentichiamoci di frutta e verdura che sono fonti di fibre, antiossidanti e micronutrienti che supportano il funzionamento del sistema nervoso e contribuiscono a mantenere la glicemia più stabili. Per quel che concerne lo zucchero, ovvero il carboidrato semplice presente in dolci, biscotti e bevande gassate, andrebbe effettivamente limitato poiché provoca rapide oscillazioni della glicemia, fornisce cioè energia a breve termine accompagnato poi da un calo
improvviso, quando la glicemia precipita, e questo ha potenziali ripercussioni sulla concentrazione e l’umore che porta a irritazione, perdita della concentrazione e instabilità dell’energia. Le evidenze suggeriscono che alcuni additivi, in particolare coloranti artificiali e conservanti come i benzoati, possono esacerbare i sintomi dell’ADHD in alcuni bambini più sensibili.
Per questo le linee guida consigliano di valutare individualmente e, se necessario, ridurre il consumo di alimenti ultraprocessati. Considerando pure che spesso questi cibi (bevande zuccherate, caramelle, merendine, snack preconfezionati) sono anche fonti di zuccheri semplici e grassi trans che non apportano nulla di utile al corpo.
Per gli integratori bisogna sempre valutare se esiste una carenza di qualcosa prima di assumerli se no è poco utile e direi anche potenzialmente contro-
producente. Nello specifico sono stati studiati gli omega-3, ma se si assume pesce azzurro 2 – 3 volte alla settimana e giornalmente frutta oleaginosa e semi si è coperti; lo zinco, presente in carni magre, noci, semi e cereali integrali; il ferro le cui fonti sono le carni rosse e bianca, il pesce, i legumi, le verdure verdi e i cereali integrali ed infine il magnesio che troviamo in frutta oleaginosa, semi, cereali integrali, cacao fondente e verdura a foglia verde. Per concludere, quindi, se segue un’alimentazione equilibrata e basata su alimenti poco processati potrà aiutare il bambino a stare meglio.
Informazioni
Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)
di Tiziano Fratus
di Silvia Vegetti Finzi
di Laura Botticelli
ATTUALITÀ
Tel Aviv
Come mai il Governo israeliano è dominato da una visione molto più religiosa che laica e che cos’è davvero la «Grande Israele»?
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Berna – 1
All’estero la Svizzera viene percepita come un Paese affidabile e noioso, con qualche crepa piuttosto preoccupante
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Berna – 2
Molte aziende utilizzano i simboli svizzeri per promuoversi, ma qualche volta violano le regole della «Svizzeritudine»
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Scontro aperto tra Papa Prevost e Donald Trump
Usa
Tra il primo papa americano della storia e l’attuale presidente degli Stati Uniti è ormai scontro aperto. Leone XIV ha compiuto negli ultimi mesi una scalata retorica sempre più esplicita contro il bellicismo di Trump, espresso con un linguaggio violento e inusitato. Fino alla minaccia di distruggere «in una notte» l’antica civiltà persiana. Nemmeno troppo implicito, dati i limiti di tempo dell’annientamento promesso (circa dodici le ore di buio), il riferimento all’arma atomica. «Inaccettabile» la risposta abbastanza curiale ma netta del Papa, fautore della pace «disarmante e disarmata». Per aggiungere che la minaccia di sterminare gli iraniani non è solo violazione del diritto internazionale ma della morale.
Già in precedenza Prevost aveva indirettamente replicato al ministro della Guerra Pete Hegseth, il falco dei falchi a stelle e strisce, che con tono sacerdotale aveva citato il Salmo 144 per estendere ai militari il suo voto di solidarietà divina: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra». Fra l’altro, il paradosso è che secondo gli interpreti più autorevoli del testo biblico questa benedizione è attribuita a Davide nel duello con Golia, non proprio il rapporto di forze fra Stati Uniti e Repubblica Islamica. Leone XIV, nell’omelia delle Palme, replica con Isaia: «Anche se moltiplicaste le preghiere io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue».
Nell’omelia della domenica delle Palme Leone XIV risponde a Hesgeth citando il profeta Isaia: le vostre mani grondano sangue
Nelle sue frequenti uscite a sensazione Trump non ha finora preso di petto il suo connazionale in Vaticano, citandolo per nome, anche perché l’elettorato cattolico americano gli aveva concesso il 59% dei suffragi alle elezioni presidenziali del novembre 2024. Inoltre, molti dei suoi ministri e principali consiglieri sono cattolici, a cominciare dal vicepresidente J.D. Vance – convertito nel 2019 – e dal segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale Marco Rubio. Per tacere della netta maggioranza cattolica nella Corte Suprema. La crescente quota di cattolici nelle élite americane, specie nella nuova destra Maga, peraltro in via di frantumazione, è un vincolo che Trump deve comunque considerare per non finire il suo mandato in anticipo. Magari dopo una sonora sconfitta alle elezioni di mezzo termine, in novembre, e l’eventuale impeachment del Congresso (Venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana). Oggi che l’avventurismo militare e la retorica eccitata di Trump e di
Hegseth seminano distinguo e persino condanne nel Partito repubblicano, la crisi fra Roma e Washington rischia di finire fuori controllo. È significativo che Leone XIV abbia rifiutato di visitare gli Stati Uniti in occasione della festa nazionale, il 4 luglio prossimo, come da invito fattogli personalmente da Vance. Di più, Prevost ha annunciato che quel giorno sarà a Lampedusa, sulle tracce di papa Francesco che nel 2013 si recò nell’isola italiana resa celebre dalle valanghe di migranti sfuggiti alla morte in mare che conti-
nuano a guadagnarla, specie d’estate. La politica migratoria, prima ancora della crisi sulla guerra in Iran, è stato infatti il primo terreno di polemica fra la Chiesa di Roma e l’amministrazione Usa.
La situazione si era già inasprita con la visita in marzo a Roma di Peter Thiel, capo di Palantir, azienda del Big Tech filo-trumpiano che ha messo le tende al Pentagono. Thiel ha snocciolato conferenze sull’Anticristo (il papa?), contro il quale ci proteggerebbe l’America di Trump. Conforto per gli
ipertradizionalisti (pochi) italiani. Irritazione per Santa Sede e Conferenza Episcopale Italiana. Nel frattempo, l’assai moderato ordinario militare in America, arcivescovo Timothy Broglio, affermava che i soldati americani chiamati ad eseguire un ordine ingiusto e illegale – per esempio, invadere la Groenlandia – avrebbero avuto dovuto disobbedire.
Non dimentichiamo la radice antipapista degli Stati Uniti, a maggioranza protestante, che ha portato questa e altre amministrazioni americane a limitare l’influenza vaticana fra i militari e perfino fra gli scout cattolici. Una rivelazione contenuta nell’articolo di Mattia Ferraresi, giornalista di Domani, pubblicato il 6 aprile da The Free Press chiarisce la profondità dello scontro. Dopo che il Papa aveva criticato, senza alzare la voce, il modo in cui gli Stati Uniti stavano minando l’ordine internazionale, l’allora nunzio apostolico a Washington, il cardinale Christophe Pierre, è stato convocato al Pentagono dal vice di Hegseth, il cattolico Elbridge Colby, supercolomba tra le poche colombe trumpiane. Nondimeno, il messo papale è stato investito dalle proteste di Colby e dei suoi
principali collaboratori, tra i quali uno ha evocato per Leone XIV la prospettiva di una nuova cattività avignonese (1309-1377), quando l’allora pontefice Clemente V e sei suoi successori furono messi sotto tutela dal re di Francia. Non si sa quale sarebbe per i trumpiani la location riservata all’illustre ospite, immaginiamo non prossima a Mar-a-Lago. Ricordiamo che papa Francesco non visitò mai l’Argentina. Non sappiamo che cosa deciderà Prevost, ma oggi appare da escludere una sua visita negli Stati Uniti, almeno finché lui sarà presidente.
La crisi è tanto più rilevante in quanto la scelta del conclave per Prevost fu favorita da un’intesa fra i cardinali americani. L’idea era che l’ex priore generale degli agostiniani fosse sufficientemente distante dal per loro inaffidabile papa argentino, che si vantava di non piacere agli yankee. Evidentemente il grado dell’estremismo trumpiano cambia le coordinate delle tendenze in seno all’alto clero romano,
sicché un moderato – in tutto, anche nelle parole – come Leone XIV può parere a Trump un pericoloso sovversivo.
Lucio Caracciolo
Il Papa americano ha contestato da subito Trump, così come il suo vice (cattolico) Vance, nella foto sotto. Dapprima sommessamente, sulla questione dei migranti, e negli ultimi tempi alzando i toni. (Wikimedia)
Farmer Nuts con cuore croccante.
Dove nasce il mito della Grande Israele
Medio Oriente ◆ Impressiona l’uso insistito della retorica devota del premier Netanyahu che fino a ieri si professava laico e oggi parla come gli alleati della destra nazionalista religiosa
Carlo Silini
Scatenando reazioni di sgomento in buona parte dei Paesi occidentali, lo scorso 30 marzo, la Knesset ha approvato in prima lettura un progetto di legge che prevede la pena di morte per i palestinesi autori di omicidio in contesti «terroristici». Un voto accompagnato da una retorica religiosa sempre più presente nella cosa pubblica israeliana. «Con l’aiuto di Dio applicheremo questa legge e uccideremo i nostri nemici», ha detto uno dei promotori. «È una legge tipicamente ebraica e morale», ha aggiunto la deputata Limor Son Har-Melech, del partito ultranazionalista Otzma Yehudit.
È l’ultimo episodio di una lunga deriva: una progressiva sacralizzazione della politica israeliana, guidata non da rabbini o teologi, ma da leader teoricamente laici, come Benjamin Netanyahu, che negli ultimi anni ha fatto un uso sempre più spregiudicato del linguaggio religioso, fino a evocare gli Amaleciti – nemici ancestrali del popolo ebraico – per giustificare le operazioni militari a Gaza. Nel novembre 2023, citando il libro biblico del Qohelet, proclamò: «C’è un tempo per la pace; questo è un tempo per la guerra». Una guerra elevata a «missione morale», a «battaglia del bene contro il male».
C’è un dettaglio che rende tutto questo paradossale: Netanyahu è un ebreo secolare, cresciuto in una famiglia laica, estraneo alle pratiche osservanti, legato all’identità ebraica soprattutto come fatto culturale e nazionale. Da cosa nasce allora la sua recente svolta «spirituale»?
L’alleanza salvifica
Il premier più longevo della storia israeliana – quasi vent’anni cumulati alla guida del Paese in tre diversi mandati come premier, l’ultimo dal 2022 – è in realtà un uomo assediato dalla giustizia. Tre procedimenti per corruzione (frode, abuso di fiducia, favori mediatici in cambio di interventi legislativi) e un mandato di arresto della Corte penale internazionale pendono su di lui. Come si è salvato, allora? Alleandosi coi partiti ultranazionalisti e teocratici che lo sostengono dal 2022: Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich e il movimento Noam. Non dimentichiamo che da gennaio a ottobre 2023, Israele era stato attraversato da grandi manifestazioni popolari contro la riforma giudiziaria voluta dal suo Governo che avrebbe ridotto i poteri della Corte Suprema e aumentato il controllo politico sulla magistratura. Poi ci sono state le carneficine di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’agenda politica del Paese è bruscamente cambiata, facendo in parte dimenticare la situazione precaria del capo del Governo di fronte alla Giustizia. Gli alleati di Netanyahu sono ideologicamente lontani dal secolarismo del Likud, ma garantiscono la sopravvivenza del Governo e ogni riforma che possa indebolire la magistratura. Ben-Gvir – che considera un eroe Baruch Goldstein, autore del massacro di Hebron del 1994 – e Smotrich – ideologo della superiorità ebraica e promotore di annessioni permanenti – sono gli alfieri del sionismo religioso che sogna un Israele diverso: più grande, più biblico, più omogeneo. Con loro è riemerso anche il mito della «Grande Israele». Ma di cosa stiamo parlando?
Cosa dice la Bibbia
Nella percezione contemporanea, «Grande Israele» evoca una mappa vastissima: dal fiume d’Egitto all’Eufrate, includendo Sinai, Giordania, Siria, Libano, persino parte dell’Iraq. Ma è un’immagine che non trova fondamento nella Bibbia, né nella tradizione rabbinica classica. L’espressione Eretz Israel Hashlema, «la Terra d’Israele nella sua completezza», non esiste nella Bibbia. Il testo sacro propone invece delimitazioni variabili e simboliche: da quelle minimaliste («da Dan a Beersheba») a quelle iperboliche usate nei trattati dell’antico Vicino Oriente («dal fiume d’Egitto al grande fiume, l’Eufrate», Genesi 15:18). La formula biblica è teologica, non geopolitica: indica l’ampiezza della promessa divina, non un confine preciso. È probabile che neppure Netanyahu punti a una versione massimalista di Grande Israele, «accontentandosi» di uno Stato che annetterebbe volentieri l’intera Giudea-Samaria (cioè la Cisgiordania), Gerusalemme (compresa la città antica), la Striscia di Gaza e il Golan siriano. Quanto ai suoi sodali ultranazionalisti religiosi, ogni sogno appare lecito. In un recente passato, il leader palestinese Yasser Arafat, aveva diffuso l’idea che le due strisce in blu nella parte superiore e inferiore della bandiera israeliana, con al centro
la stella di Davide, rappresentassero in realtà il Nilo e l’Eufrate. A lungo gli osservatori l’avevano considerata una leggenda metropolitana anti-israeliana, ma oggi c’è chi comincia a crederci. Storicamente, la lettura espansionista nasce secoli dopo la stesura dei testi biblici, nel Medioevo, con la mistica cabbalistica, e si è potentemente rafforzata dopo il 1967 – l’euforia della vittoria nella Guerra dei Sei Giorni –diventando infine dottrina politica in alcuni ambienti del sionismo religioso. È lì, non nella Bibbia, che si radica l’idea di un dovere di conquista permanente. Lo storico Joseph Algazy lo ha spiegato bene: fu la combinazione di trionfo militare, crisi del mondo arabo e crescita del nazionalismo religioso a trasformare un concetto teologico fluido in un programma territoriale concreto.
Le paure dei vicini
Non stupisce che ogni volta che un leader israeliano evoca il «Grande Israele», l’intero Medio Oriente reagi-
sca con un sussulto. Dopo l’intervista di Netanyahu a i24News nell’agosto 2025 – in cui confessò di sentirsi investito di una «missione storica e spirituale» – Egitto, Giordania, Iraq e Arabia Saudita chiesero immediati chiarimenti, denunciando un progetto destabilizzante e potenzialmente esplosivo.
I siti filo-israeliani, come https:// israelfaqs.com/, parlano di farneticazioni e timori infondati, visto che a loro avviso «la storia recente mostra che Israele ha saputo anche rinunciare a territori: il Sinai restituito all’Egitto nel 1979, il ritiro da Gaza nel 2005, la consegna di Betlemme all’Autorità Palestinese dopo Oslo». E sostenendo che «la maggior parte delle decisioni territoriali di Israele sono guidate da preoccupazioni di sicurezza, non da un’ideologia espansionistica e che le zone cuscinetto strategiche servono a difendersi da invasioni terrestri, attacchi missilistici a corto raggio e minacce provenienti dai tunnel sotterranei, non a perseguire conquiste o manipolazioni demografiche».
Si sorvola, però, sui sistematici
Citazioni utili, dalla Bibbia in avanti
«Io prometto di dare a te e ai tuoi discendenti questa terra che si estende dal fiume d’Egitto sino al grande fiume, l’Eufrate».
– Genesi 15:18
«Perché il popolo e il regno che non vorranno servirti saranno tutti sterminati… Il Signore sarà per te luce eterna».
– Isaia 60:12,20
«Questa terra è nostra perché Dio ce l’ha data».
– Iscrizione sul frontone della Yeshivat Merkaz HaRav, centro del sionismo religioso
«Nell’euforia della vittoria del 1967 si impose l’ideologia d’Eretz Israel Hashlema».
– Joseph Algazy, Storico
«La Bibbia dice che c’è un tempo per la pace; questo è un tempo per la guerra».
programmi di insediamento dei coloni in territori occupati dai palestinesi. Nel 2024 sono state avanzate 28.872 nuove unità abitative nei territori occupati, con 24.258 dunam dichiarati «terra di Stato», una delle più grandi acquisizioni fondiarie dagli anni di Oslo. Il 2025 ha superato ogni precedente: record di nuovi avamposti illegali, colonie legalizzate e infrastrutture pensate per consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania. Parallelamente, l’ONU registra 1.732 episodi di violenza dei coloni e lo sfollamento forzato di oltre 36.000 palestinesi nello stesso periodo. Dati confermati anche dagli israeliani. Smotrich ha definito le nuove infrastrutture stradali e l’espansione dei piani edilizi un modo per «imporre una sovranità di fatto» e per «seppellire l’idea di uno Stato palestinese», confermando apertamente la volontà politica di espandere le colonie.
Il Golan: laboratorio dell’espansione
Così, oggi, con un governo dominato dal sionismo religioso, il mito ritorna, spesso come giustificazione teologica per annessioni di fatto: in Cisgiordania, nella Valle del Giordano, sul Golan siriano. Le Alture del Golan sono forse il caso più evidente: occupate nel 1967, annesse unilateralmente nel 1981, mai riconosciute dall’ONU ma integrate con scuole, infrastrutture e insediamenti. I drusi locali continuano a considerarsi siriani, ma la politica israeliana punta da decenni a normalizzare il controllo sull’area. Negli ultimi anni, nuove leggi hanno reso l’annessione irreversibile, mentre la retorica umanitaria – «proteggiamo i drusi siriani» – maschera obiettivi strategici. Il Golan sembra oggi il banco di prova della dottrina del governo: normalizzare l’eccezione, rendere permanente il provvisorio, trasformare l’occupazione in geografia.
Una via d’uscita?
– Benjamin Netanyahu, novembre 2023
«Mi sento investito di una missione storica e spirituale e aderisco del tutto alla nozione di Grande Israele».
– Netanyahu a i24News, 12 agosto 2025
«Occorre includere anche la Transgiordania nella Terra d’Israele».
– Vladimir Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista (anni ’20 del Novecento)
«Le due bande blu della bandiera israeliana rappresentano il Nilo e l’Eufrate».
– Teoria attribuita a Yasser Arafat (intervista 1988), diffusa in ambienti palestinesi radicali
«Quello delle due bande blu è un mito paranoico antisionista».
– Meïr Waintrater, giornalista
Esiste una via d’uscita alla sacralizzazione della politica israeliana? Teoricamente sì, e a sorpresa potrebbe passare proprio dalla religione – una religione diversa, va da sé, da quella evocata nelle piazze e nei comizi. Il rabbino francese Philippe Haddad propone da anni un concetto semplice e rivoluzionario: sostituire l’idea di «Terra Santa» con quella di «Terra di santità». Non una terra resa sacra da Dio e quindi da possedere, ma una terra che gli esseri umani devono rendere santa con il loro stile di vita, con la giustizia, con il rispetto reciproco. Una terra condivisa, non conquistata.
«Dire che è la Terra Santa di tutti i culti», annota lo storico Henry Laurens, «potrebbe persino permettere un superamento dei conflitti tramite la religione». Anche se oggi, con quello che sta succedendo, la strada per arrivarci appare impraticabile. Il mito della Grande Israele non nasce nella Bibbia, ma nelle paure e nei sogni della modernità. Netanyahu lo evoca non per fede, ma per sopravvivenza politica. I suoi alleati lo brandiscono come una missione divina. I vicini lo temono come un progetto di espansione. E il Golan ne è già una realtà concreta.
Il leader nazional-religioso Ben Gvir, Ministro israeliano della Sicurezza nazionale. Sotto: la bandiera di Israele. (Wikimedia e Pixabay)
Come ci vedono davvero all’estero
Svizzera – 1 ◆ La nostra immagine nel mondo è in bianco e nero: restiamo una nazione rassicurante ma quasi noiosa e ci sono alcuni campanelli d’allarme che non possiamo ignorare
Pietro Bernaschina
A volte lo sguardo degli altri è rivelatore. Confrontarci con l’immagine che diamo di noi stessi ci obbliga ad affrontare aspetti che non conoscevamo o che non volevamo vedere. Lo stesso avviene anche per gli Stati. Per loro capire come sono visti all’estero è tanto più importante tanto più sono piccoli. L’edizione 2025 de «L’immagine della Svizzera all’estero» appena pubblicata da Presenza Svizzera (DFAE) lo afferma sin dal preambolo: «(…) per i Paesi di medie e piccole dimensioni che dispongono di strumenti di potere limitati, il soft power, basato su un’immagine positiva e stabile e inteso come la capacità di un Paese di esercitare influenza e di produrre effetti grazie all’attrattiva, alla fiducia e alla credibilità, mantiene (…) un’importanza cruciale. Proprio in un contesto in cui l’ordine basato sulle regole rischia di erodersi, un’immagine positiva può costituire un elemento stabilizzante, che aiuta per esempio ad attutire sviluppi dirompenti in ambito economico».
La Svizzera è un Paese ingenuo che ha confidato troppo a lungo in un trattamento speciale da parte degli USA e che si è infine visto imporre dazi al 39%?
Per capire quale immagine la Svizzera riverberi all’estero, il Dipartimento di Ignazio Cassis adopera due criteri: da un lato l’analisi di come i media hanno parlato di noi nel corso dell’anno, dall’altro il sondaggio Nation Brands Index effettuato su campione della popolazione di venti Paesi. I media hanno per loro natura tendenza a concentrarsi su ciò che fa discutere, che fa attualità e che spesso polarizza. Uno sguardo che solo in parte, dice l’analisi, influenza l’opinione che si ha della Svizzera nel mondo. E così gli autori della ricerca possono dire che nonostante i molti temi che hanno fatto discutere del nostro Paese, anche il 2025 è stato un anno «equilibrato»: nessuna narrazione positiva o negativa si è imposta e la Svizzera resta molto apprezzata. Per il resto del mondo continuiamo ad essere una nazione sicura, gestita bene e con una buona qualità di vita e di lavoro. Forse solo un po’ noiosa, considerati i cattivi punteggi che gli altri ci attribuiscono nell’ambito «cultura e sport».
Una conclusione indirettamente confermata dal trasferimento in Svizzera dell’erede dell’impero Agnelli, Lapo Elkann. Il suo arrivo a Lucerna è stata l’occasione per la NZZ di approfondire il tema e così si scopre che per molti super ricchi la Svizzera resta il buen retiro dove trovare pace, tranquillità e soprattutto sicurezza. La proprietaria di una ditta nel settore
della relocation confida al foglio zurighese: «persino le nostre rigide norme sullo smaltimento dei rifiuti infondono loro fiducia: ai loro occhi, un Paese che prende così sul serio il riciclo non può avere problemi di rilievo». E così nel settore del lusso in Svizzera non si troverebbero quasi più abitazioni.
C’è l’idillio e poi ci sono Blatten, i disordini a Losanna, i dazi americani… e ci sono i tragici eventi –non ancora integrati nell’analisi del DFAE – di questo inizio di 2026. Crans Montana, Kerzers, Engelberg. Segnali, campanelli d’allarme che non vanno ignorati con la pretesa che la cronaca impiega tempo a plasmare l’idea che ci si fa della Svizzera.
È rientrato in Svizzera nella serata del 6 aprile l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado, richiamato a Roma a fine gennaio dopo la tragedia di C apodanno a Crans Montana e ora di nuovo operativo a Berna. Il suo ritorno segna una fase nuova nei rapporti tra Italia e Svizzera, dopo settimane di tensione diplomatica e alla vigilia dell’avvio della cooperazione giudiziaria tra le due procure.
Il richiamo dell’ambasciatore era stato deciso dal ministro degli Esteri
A ntonio Tajani, d’intesa con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in seguito alla scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario del locale
Molto dipende infatti dalla quantità, dall’assiduità e dalla forza delle narrazioni. Ne è un esempio l’andamento degli Stati Uniti nel Nation Brands Index: le due elezioni di Donald Trump hanno fatto immediatamente precipitare l’immagine del Paese nel mondo. E scorrendo gli archivi delle principali testate occidentali è innegabile che il rogo al Constellation abbia avuto un’eco ampissima. E forse, proprio sulla scia della tragedia di Capodanno, all’estero si è guardato con un certo interesse anche all’incendio del bus a Kerzers e all’incidente alla cabinovia di Engelberg. Tanto che un paio di settimane fa l’agenzia stampa tedesca ha pubblicato un ap-
profondimento dal titolo inequivocabile: «Dopo gli incidenti mortali in Svizzera: crepe nell’immagine di qualità». All’agenzia il professore dell’istituto per il turismo e la mobilità dell’Alta Scuola di Lucerna Jürg Stettler, ha dichiarato: «La Svizzera deve porsi delle domande scomode, vive sulla sua immagine mentre la realtà è un’altra? La Svizzera farebbe bene a guardarsi allo specchio, a fare autocritica e a fare i compiti a casa». La domanda scomoda alla quale dobbiamo rispondere è se siamo davvero ancora quell’Heidi-Land che i sondaggi effettuati all’estero dipingono. Certo, non si deve drammatizzare lo stato delle cose nel nostro Paese,
ma porsi delle domande è legittimo. Partendo dalle riflessioni dei media stranieri, l’analisi sull’immagine della Svizzera ce ne fornisce diverse. La Svizzera è un Paese opportunista, che si nasconde dietro la sua neutralità per non apportare un reale contributo alla sicurezza del Continente? La Svizzera è un Paese un po’ ingenuo che ha confidato troppo a lungo in un trattamento speciale da parte degli USA e che si è infine visto imporre dazi al 39%? La Svizzera è un Paese dove il confine fra economia e politica è tanto labile da lasciare che siano degli imprenditori a negoziare dazi meno elevati, facendo regali costosi a Donald Trump? La Svizzera è ancora un Paese dove le tensioni sociali non sfociano in violenza (come è successo a Losanna dopo la morte di un giovane inseguito dalla polizia)? E visto che i fatti risalgono al 2026, un’altra domanda la poniamo anche noi: la Svizzera è ancora un Paese dove le regole si rispettano e si fanno rispettare, indipendentemente da chi sia a violarle, indipendentemente dai mancati profitti?
Le Constellation, teatro dell’incendio che ha causato 41 morti. Una decisione definita «politica» e assunta per esprimere l’insoddisfazione italiana e la vicinanza alle famiglie delle vittime. Il rientro a Berna è stato disposto il 2 aprile, dopo un incontro a Palazzo Chigi tra il governo e i familiari di vittime e feriti. In quella sede si è valutata «l’opportunità di far rientrare l’ambasciatore per verificare da vicino l’effettività della collaborazione avviata», sottolineando come le indagini elvetiche stessero proseguendo e il numero degli indagati fosse aumentato.
Ai microfoni del TG1, Cornado ha ri -
badito le priorità del suo mandato: lavorare con le autorità federali e cantonali svizzere, seguire passo dopo passo l’iter giudiziario e restare accanto alle famiglie, nel segno di «verità e giustizia». Il rientro dell’ambasciatore coincide con l’avvio operativo della cooperazione giudiziaria: a fine marzo gli inquirenti romani hanno consultato il fascicolo vallesano e ispezionato il luogo della tragedia, mentre sono in preparazione rogatorie incrociate per lo scambio di documenti e risultati investigativi. Un passaggio chiave che riporta la diplomazia sul terreno del lavoro istituzionale. RED.
Le risposte non possono essere nette, manichee, «o bianco o nero». La realtà è sempre più complessa e sfumata. E così neppure si deve generalizzare: molte cose in Svizzera continuano a funzionare bene e ci vengono riconosciute. Nel 2025, per esempio, ha suscitato ammirazione la gestione del disastro di Blatten, spazzato via dalla frana seguita al distacco di un ghiacciaio. Ammirazione è anche stata espressa per l’organizzazione dell’Eurosong e degli Europei di calcio femminile. Affrontare i quesiti elencati sopra non vuol dire mettere tutto in discussione, voler fare i guastafeste. Anzi, vuol dire aiutare il Paese ad affrontare i tempi complicati nei quali viviamo. Perché come si legge nelle conclusioni dell’analisi effettuata dal DFAE, lo scorso anno «la Svizzera è stata vista (dai media stranieri) da un lato come un Paese politicamente stabile e con un’elevata qualità di vita, ma dall’altro, anche come una nazione che risente fortemente degli sviluppi esterni e che sta cercando di trovare la propria strada e il proprio ruolo a livello internazionale in un contesto globale sempre più complesso». Sta a tutti noi decidere che Paese vogliamo e aiutare così la nostra politica ad avere idee più chiare su come affrontare i problemi, evitando di dover sempre ricorrere a quel «durchwursteln» (arrangiarsi, cavarsela) che per Ignazio Cassis è una «competenza fondamentale tipicamente svizzera: trovare il miglior modo di difendere i nostri interessi, passo a passo, con un sano pragmatismo» (Schweiz am Wochenende). Dal pragmatismo all’opportunismo però il passo è breve, soprattutto agli occhi di chi ci guarda da fuori.
Il resto del mondo ci considera un Paese politicamente stabile ma anche una nazione che sta cercando di trovare il proprio ruolo a livello internazionale. (foto Azione)
Crans Montana, cala la tensione con Roma
Chi può usare i simboli della «Svizzeritudine»?
Svizzera – 2 ◆ Molti prodotti utilizzano la bandiera elvetica o la balestra per farsi conoscere, ma c’è anche chi ne abusa
Roberto Porta
In questi tempi di alabarde, ne fa un grande sfoggio l’UDC nella sua lotta contro i nuovi accordi «bilaterali» con l’Unione europea, c’è un altro simbolo, anch’esso legato a filo doppio all’identità svizzera, che di tanto in tanto annaspa tra difficoltà e rimesse in discussione. Sì, stiamo parlando proprio di lei, della balestra, l’arma di Guglielmo Tell, «conosciuta in tutto il mondo», come scrive nel suo sito «Swisslabel», l’associazione che si prende cura dell’immagine dei prodotti «made in Switzerland». Un simbolo che è direttamente associato al concetto di «Swissness», in italiano «Svizzeritudine», un termine che riassume l’insieme di norme entrate in vigore una decina di anni fa per definire i criteri che permettono ad un prodotto di far uso della bandiera rossocrociata o anche della balestra di urana memoria.
Fa discutere la vicenda di «On» la ditta di scarpe che utilizza la croce svizzera ma le produce in Vietnam
La legge in questione stabilisce che per poter esibire questi simboli occorre rispettare due condizioni: il 60% dei costi di produzione deve essere legato ad una fabbrica che si trova nel nostro Paese oppure, in alternativa, svizzero deve essere almeno l’80% delle materie prime utilizzate. Legge, dati e condizioni che di recente sono stati rimessi in discussione da quello che ormai viene chiamato il «caso On», dal nome delle scarpe zurighesi in cui ha creduto, contribuendo a finanziarne gli investimenti, anche un certo Roger Federer. Ebbene On utilizza la croce svizzera pur producendo le sue scarpe principalmente in Vietnam. Una usurpazione di un simbolo svizzero, per poterne trarre un vantaggio commerciale, così almeno ha ritenuto «Swissenforcement», l’associazione che si occupa di vigilare sull’applicazione delle norme in materia. Il contenzioso con i proprietari zurighesi del marchio On si è protratto per anni. Un braccio di ferro a cui l’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI) ha posto un termine alla fine dello scorso mese di marzo. Per gli esperti dell’IPI va applicata alle scarpe On una soluzione di compromesso, classicamente molto svizzera. La via d’uscita trovata è questa: se la ricerca e lo sviluppo all’origine di un prodotto, poi realizzato all’estero, ven-
gono svolti nel nostro Paese è possibile utilizzare la croce svizzera, ma solo se viene affiancata da altre formule, come «Swiss Research» o «Swiss Engineering». Quanto deciso dall’Istituto federale della proprietà intellettuale è sicuramente una vittoria per le scarpe On, che ora potranno continuare ad avvalersi del marchio svizzero nel promuovere i loro prodotti. Altri settori della nostra economia non sono però per nulla d’accordo con quanto stabilito dall’IPI e sono ora pronti a dare battaglia. A loro dire si tratta di un allentamento delle normative e della prassi in materia, che rischia di danneggiare l’intero settore produttivo del nostro Paese e di portare persino ad una de-industralizzazione della
piazza economica svizzera. La Federazione dell’industria orologiera, tra le prime a reagire, ha fatto subito capire che il «caso On» deve essere interpretato come «un cattivo segnale per il settore industriale del nostro Paese», con il rischio concreto di compromettere migliaia di posti di lavoro. Visto che ora è possibile far uso dei simboli svizzeri anche per prodotti realizzati all’estero, si corre il rischio, così ritiene la Federazione degli orologiai, di assistere ad un aumento del numero di aziende che decide di delocalizzare, con conseguenze anche per il mercato del lavoro. Sul tema si è espressa anche l’Unione svizzera d’arti e mestieri, che rappresenta le piccole e medie industrie. Per il suo direttore Urs Furrer,
Il "Monumento di Tell" nella piazza del mercato di Altdorf, nel Canton Uri. (Wikimedia)
interpellato da diverse testate d’Oltralpe, quanto deciso a favore delle scarpe On «rappresenta un attacco al settore produttivo svizzero, che con fatica investe e produce in Svizzera». Va detto che non tutto il settore economico è partito lancia in resta contro la decisione in questione. Economiesuisse ad esempio si è detta sostanzialmente favorevole perché quanto stabilito dall’Istituto della proprietà intellettuale introduce degli elementi di flessibilità nell’utilizzo dei simboli svizzeri e questo permette alle aziende produttrici di definire con maggiore libertà le proprie priorità e di rafforzare il nostro Paese nel settore della ricerca e dello sviluppo. Molto scettiche invece le associazioni che si muovono in difesa
dei consumatori, a loro dire si rischia di confondere i potenziali clienti, che faticheranno a capire se hanno effettivamente a che fare con un prodotto davvero elvetico. Come era facilmente immaginabile, il «caso On» ha già avuto dei risvolti politici a Berna.
In questi giorni è scoppiato anche il caso Aromat, uno degli emblemi del nostro Paese che sta per passare in mani americane
Diversi deputati federali non hanno perso tempo e hanno già presentato degli atti parlamentari per chiedere chiarimenti o per frenare questo utilizzo facilitato degli emblemi rossocrociati. Su tutti spicca l’ex senatore sciaffusano Thomas Minder che definisce quanto capitato «uno scandalo», a suo dire d’ora in poi «chiunque potrà utilizzare la croce svizzera a proprio piacimento». Per questo motivo lo stesso Minder è pronto anche a lanciare un’iniziativa popolare per tener ben alta la bandiera elvetica. Non è comunque soltanto una questione di simboli e di identità. Uno studio dell’università di San Gallo ha stabilito che lo «Swissmade» permette di accrescere in media del 40% il prezzo di vendita di un prodotto. In gioco c’è anche e forse soprattutto questa variabile finanziaria.
Un altro brutto colpo
In questi giorni è scoppiato anche il «caso Aromat», condimento molto popolare soprattutto in Svizzera tedesca, che è negli anni diventato un emblema del nostro Paese e della nostra identità, perlomeno quella culinaria. Viene persino soprannominato «l’oro giallo della Svizzera». Aromat appartiene alla Knorr che sta per passare in mano statunitense, con il rischio anche di perdere il centro di produzione di Aromat in cui lavorano 180 persone e che si trova nel canton Sciaffusa. Per salvare questa miscela di spezie e la sua «Svizzeritudine» è stata lanciata una petizione. Un Aromat «made in USA» sarebbe davvero un brutto colpo, visto che qualche anno fa il nostro Paese aveva già perso i diritti d’autore sul Toblerone, passato anche lui in mani statunitensi. Eh sì, lo «Swiss made» ha sicuramente vissuto tempi migliori.
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Mapplethorpe e la liberazione del desiderio
Mostre ◆ A Milano Palazzo Reale ospita la seconda parte di una trilogia espositiva che comprende anche Venezia e Roma
La celebre distinzione nietzschiana tra dionisiaco e apollineo riaffiora quasi naturalmente alla memoria osservando le opere fotografiche di Robert Mapplethorpe esposte a Palazzo Reale a Milano in occasione del secondo episodio della trilogia espositiva promossa lo scorso anno da Marsilio Arte in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation. Se il primo capitolo di questa trilogia, presentato a Venezia alla Fondazione Giorgio Cini, si soffermava sul tema della classicità, mentre quello conclusivo, che andrà in scena il prossimo anno al museo dell’Ara Pacis a Roma, si concentrerà sulla bellezza, la mostra di Milano va diritta al cuore della poetica mapplethorpiana, mettendo in luce il detonatore principale da cui scaturisce l’arte del celebre fotografo americano, morto nel 1989, a soli 42 anni, dopo aver contratto l’AIDS. Un detonatore che ha a che fare con il desiderio e in particolare con la liberazione del desiderio da ogni repressione colpevolizzante, da ogni inibizione moraleggiante e da ogni normalizzazione conformistica. La scoperta e l’accettazione della propria omofilia da parte di Mapplethorpe, che veniva da una cattolicissima famiglia di origini irlandesi in anni in cui in America l’omosessualità comportava ancora un forte stigma sociale, è un processo lungo e doloroso che caratterizza il percorso dell’artista nei primi anni Sessanta. Un percorso che passa in primo luogo dal ripudio della cultura machista introiettata nei primi anni di università e contestualmente dalla decisione di intraprendere una formazione di tipo artistico.
Altero ego femminile, musa ispiratrice, ma anche e soprattutto amica e amante, la cantante e poetessa Patti Smith è in quegli anni una figura fondamentale per Mapplethorpe. È infatti lei che lo introduce al mondo della controcultura newyorkese, all’interno del quale, in seguito a una serie di incontri decisivi come quello con John McKendry, curatore del dipartimento di arti grafiche del Metropolitan, prende corpo la sua decisione di dedicarsi alla fotografia. Abbandonato il collage, tecnica prediletta dei suoi esordi che lo vedono muoversi tra Joseph Cornell e Marcel Duchamp, Mapplethorpe imbraccia dapprima una Polaroid e poi una Hasselblad 500c e si immerge nell’ambiente sadomaso del Mineshaft, leggendario sex club gay situato nel cuore del Meatpacking District, dove trova spazio ogni tipo di perversione BDSM. In queste prime immagini, che confluiranno nell’X Portfolio, il dionisiaco prorompe in tutta la sua orgiastica potenza e sfrenatezza. Il confine tra arte e pornografia viene continuamente sfiorato, tanto da provocare all’artista, in occasione di una
mostra alla Simon Lowinsky Gallery a San Francisco, i primi di una lunga serie di problemi con la censura che caratterizzeranno tutta la sua carriera. Ma ormai Mapplethorpe con l’invito a partecipare alla Documenta 6 a Kassel nel 1977 ha ottenuto la definitiva consacrazione del sistema artistico internazionale.
Nel punto più alto della sua carriera Mapplethorpe individuò un assoluto equilibrio tra apollineo e dionisiaco
Ben presto però nella fotografia di Mapplethorpe la disordinata passionalità dionisiaca dei soggetti si affianca al rigore apollineo e alla purezza delle forme in un raffinato equilibrio che diventa la cifra stilistica con cui l’artista americano è giustamente noto in tutto il mondo. A segnare questo emergere dell’apollineo sono le fotografie dell’Y Portfolio, in cui tulipani, calli e orchidee sono sospesi tra poesia e sensualità grazie alle delicate e morbide sfumature di un bianco e ne-
ro gestito con grande sapienza. Nello stesso tempo assistiamo al passaggio dalla bellezza androgina, fragile e smarrita, di Patti Smith (suo il ritratto della cantante sulla copertina dell’LP Horses del 1975) a quella muscolosa e tonica di Lisa Lyon. Le fotografie della bodybuilder americana che nel 1983 confluiranno in un celebre libro affiancate a un testo di Bruce Chatwin, sono immagini in cui la dicotomia tra la muscolarità maschile e la grazia femminile si fondono indissolubilmente, prendendo corpo in un canone di bellezza d’impronta neoclassica che caratterizzerà da quel momento tutta la produzione di nudi del fotografo americano. Questo neoclassicismo che si richiama in maniera evidente alla statuaria greca e alla scultura michelangiolesca, Mapplethorpe lo applica per la prima volta ai corpi bronzei di modelli maschili afroamericani, in un doppio processo di emancipazione, sessuale e razziale allo stesso tempo, da cui hanno origine immagini iconiche che lo trasformano rapidamente in una star. Non è quindi un caso se molte delle star di quegli anni, da Andy Warhol a Paloma Picasso, da
Glenn Close a Yoko Ono, da Robert Rauschenberg a Richard Gere scelgono di farsi ritrarre da lui.
La fama e il successo conquistati intorno alla metà degli anni Ottanta sono però offuscati dal clima cupo che si respira a New York dopo gli anni della grande emancipazione sessuale susseguenti ai moti di Stonewall del 1969, con i quali la comunità LGBT aveva rivendicato i propri diritti. Dai primi anni Ottanta si è andato infatti diffondendo un nuovo misterioso virus, l’HIV, che miete molte vittime, in primo luogo tra la comunità omosessuale, e che non risparmia nemmeno lo stesso Mapplethorpe. Ammalatosi nel 1986, nei tre anni successivi continuerà tuttavia a lavorare e portare avanti i propri progetti, tra i quali la fondazione che porta il suo nome. L’assoluto equilibrio tra apollineo e dionisiaco raggiunto nelle sue foto migliori appare però ormai superato. Come già era avvenuto nella tragedia greca, anche nella sua opera fotografica la prevalenza dell’apollineo porta al predominio dell’elemento razionale rispetto alla vitale pulsionalità primaria del dionisiaco. La maniaca-
le attenzione alla geometria compositiva, la strutturazione simmetrica, i morbidissimi e controllati passaggi di tono finiscono infatti per prevalere su tutto. Le sue immagini appaiono così sempre più raggelate e artificiose messe in scena di una corporeità di cui non si percepiscono più i nervosi guizzi sottopelle, ma che sembra avere piuttosto la staticità immobile e fredda del marmo.
Del resto la morte ormai incombe e Mapplethorpe ne è consapevole come dimostra in una delle sue ultime straordinarie invenzioni visive, l’autoritratto del 1988, in cui il suo volto leggermente fuori fuoco sembra sprofondare nel buio dello sfondo mentre in primo piano, quasi spinto verso di noi, campeggia il bastone con il pomello a forma di teschio a cui la sua mano si aggrappa con forza. Dove e quando Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio. Milano, Palazzo Reale. Fino al 17 maggio 2026. Orari: ma-do 10.00-19.30; gio 10.00-22.30. Lu chiuso. www.palazzorealemilano.it
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Non possiamo immaginare un’alternativa
Idee ◆ Dal realismo capitalista alla depressione, il pensiero del filosofo inglese Mark Fisher continua a circolare
We Are Making a Film About Mark Fisher è stato prodotto da Close and Remote. (@ markfisherfilm closeandremote. net)
Lucchini, il nonno e la Val Calanca
Film ◆ Il documentario Memorie di un medico di montagna ricostruisce la storia di Salman Luban, seguendo piste famigliari e sfogliando archivi
Nicola Falcinella
Come accadde che un giovane medico bielorusso arrivasse in Val Calanca nel 1918? E come avvenne che decise di stabilirvisi e diventare uno dei personaggi più in vista e benvoluti della valle? Sono alcune delle questioni cui risponde il documentario Memorie di un medico di montagna di Domenico Lucchini, che indaga la figura appassionante e complessa del nonno Salman Luban.
Il film, prodotto da Ventura Film con Fiumi Film e Rsi, è stato presentato alle Giornate di Soletta e avrà un debutto ticinese con un doppio appuntamento all’interno della storica rassegna Un po’ di cinema svizzero a cura dei Circoli del cinema ticinese (nel bel programma anche i lunghi di finzione Bagger Drama, À bras les corps ed Elisa).
Mark Fisher, professore, filosofo, critico musicale e blogger di culto noto anche con lo pseudonimo di k-punk, nasce nel 1968 nel Regno Unito e muore nel 2017, suicida, dopo anni di confronto con la depressione. La salute mentale diventerà, insieme alla catastrofe climatica, una delle chiavi centrali della sua riflessione sul contemporaneo.
All’inizio della sua carriera partecipa alla Cybernetic Culture Research Unit (CCRU), collettivo sperimentale dell’Università di Warwick che intreccia cibernetica, filosofia e cultura rave. Il suo saggio più noto è Capitalist Realism: Is There No Alternative?, pubblicato nel Regno Unito nel 2009 e tradotto in italiano nel 2018 da Nero Edizioni con il titolo Realismo capitalista. Il libro ha venduto decine di migliaia di copie, diventando un vero caso editoriale. Il filosofo Slavoj Žižek lo ha definito: «La miglior diagnosi della situazione in cui ci troviamo», e c’è chi è arrivato a considerarlo uno dei documenti più importanti prodotti dalla sinistra inglese nel XXI secolo.
Il nucleo teorico del saggio è riassunto nella celebre formula: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Con questa espressione Fisher descrive la sensazione diffusa che sia ormai impossibile concepire un’alternativa coerente al sistema vigente. Non solo le alternative sembrano non esistere: appare persino inutile tentare di immaginarle. Il capitalismo, infatti, possiede la capacità di assorbire e mercificare ogni forma di critica o protesta, neutralizzandone la carica sovversiva.
Un concetto che affonda le sue radici negli anni Ottanta, quando Margaret Thatcher, nel pieno delle privatizzazioni e della chiusura delle miniere di carbone, coniò lo slogan There Is No Alternative, sostenendo che il neoliberismo fosse l’unica via possibile. Un ul-
teriore colpo alla percezione di alternative è arrivato con la caduta del Muro di Berlino: per quanto lontana dall’ideale di partenza e poco desiderabile, l’esistenza del «socialismo reale» manteneva almeno l’illusione di un altro orizzonte possibile.
Secondo Fisher, il capitalismo non è più percepito soltanto come il sistema dominante, ma come l’unico orizzonte naturale e inevitabile. Ha permeato la cultura, il lavoro, l’educazione e perfino l’inconscio, trasformando gli individui in «imprenditori di sé stessi». Ci induce a credere che felicità, realizzazione e ricchezza siano sempre a portata di mano, purché ci si impegni abbastanza. In questo regime di autosfruttamento permanente, ansia e depressione proliferano, e il fallimento viene interiorizzato come colpa individuale.
Il film riapre la riflessione su precarietà e lavoro continuo mentre cresce il disagio psichico soprattutto tra i giovani
I dati ci dicono che anche in Svizzera, nell’ultimo anno, oltre un terzo della popolazione ha sofferto di problemi psichici, con un aumento importante tra i più giovani. Scrive Fisher: «La pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere capita adeguatamente, né curata, finché viene vista come un problema personale di cui soffrono singoli individui malati». Tra le sue proposte più radicali vi è, appunto, la necessità di «ripoliticizzare la malattia mentale».
Fra le pagine del volume spunta il riferimento al pensiero dell’economista ticinese Christian Marazzi per raccontare il passaggio decisivo dal fordismo al postfordismo, simbolicamente data-
Entrata ai bagni termali della “Leukerbad-Therme”
to al 6 ottobre 1979, quando l’impennata dei tassi d’interesse apre la strada alla riorganizzazione neoliberale dell’economia. La catena di montaggio si trasforma in un flusso di informazioni: è comunicando che la gente lavora. Alla rigidità fordista subentra la flessibilità, parola d’ordine che coincide con deregolamentazione, esternalizzazione e precarizzazione del lavoro. In un ambiente sempre più cibernetizzato, comunicazione e controllo si intrecciano, e il confine tra tempo di lavoro e vita privata tende a dissolversi. Fisher è diventato un autore di culto, al punto che recentemente è stato realizzato un film sperimentale dal titolo: We Are Making a Film About Mark Fisher, prodotto dal collettivo Close and Remote, guidato dagli artisti visuali Sophie Mellor e Simon Poulter. Il guerrilla-film, della durata di poco più di un’ora, assembla materiali eterogenei raccolti online attraverso un processo creativo pubblico, senza un vero budget produttivo e con mezzi limitati, componendo una riflessione plurale che mescola performance artistica, documentario e finzione e vuole esplorare il pensiero di Fisher affrontandolo da diverse prospettive.
Il film sta circolando in diversi Paesi europei ed è arrivato anche in Ticino. In occasione della proiezione, è stata presentata una «zine», un opuscolo autoprodotto curato da Giacomo Galletti e Riccardo Lombardo che raccoglie un testo scritto a più mani da autrici e autori della Svizzera italiana, fra gli altri: Chiara Fanetti, Francesca Rodesino, Francesco Giudici e Mara Travella. Per avvicinarsi al tema uno sguardo interessante lo offre la puntata del podcast di Nicola Lagioia La realtà esiste per essere cambiata: cosa ci ha lasciato Mark Fisher disponibile gratuitamente sulle principali piattaforme di streaming.
Luban scoprì una nuova patria grazie alla Croce Rossa: tra guerra e studi interrotti si spostò dalla Bielorussia ai Grigioni
Domenico Lucchini, già autore di pubblicazioni su cineasti svizzeri di punta (Alain Tanner, Villi Hermann e Silvio Soldini nel recente Magico realismo) ed ex direttore del Centro culturale svizzero di Milano, dell’Istituto culturale svizzero di Roma e del Cisa di Lugano / Locarno, si cimenta con una storia familiare mai approfondita fino in fondo. Di fatto Memorie di un medico di montagna è per prima cosa un’indagine: Lucchini con i cugini cerca di ricomporre l’albero genealogico e di condurre ricerche nei diversi archivi elvetici e in Bielorussia. Unisce così i tasselli di una vicenda umana unica. Luban, nato nel 1893 in un villaggio della Bielorussia orientale, figlio di piccoli proprietari terrieri, di origine ebraica ma di confessione ortodossa cui appartenne sempre, si recò a Lipsia per studiare medicina nel 1912. Allo scoppio della guerra, nel 1914, si trasferì a Berna per continuare gli studi, da qui la Croce Rossa lo inviò prima
nel Vallese e poi a Roveredo e in Calanca nel 1918. Nel frattempo A Berna aveva sposato Sofia Grinberg, ebrea russa nata a Rostov sul Don, in Svizzera per studiare pianoforte. Il documentario è un mosaico di tanti pezzi diversi, uniti dalla montatrice italiana Erika Manoni: le videochiamate tra parenti, il ritorno sui luoghi vissuti dal medico, le interviste con chi l’ha conosciuto e, magari in giovanissima età, ne è stato curato, un’intervista radiofonica a Luban risalente al 1951, tante fotografie familiari, filmati d’archivio, la lettura di alcuni brani del suo diario e un viaggio in Bielorussia per approfondire le tracce esistenti. Tanta carne al fuoco, tanti temi, forse troppi, e forse la parte bielorussa, certo non facile per la situazione politica del Paese, un po’ debole, sebbene riesca a mettere in luce le persecuzioni subite dalla locale popolazione ebraica fin dal tempo degli zar.
Lucchini, anche come voce narrante che conduce lo spettatore tra la biografia più classica e l’indagine personale, si sofferma sul ruolo ancora cruciale del medico di montagna, citando pure il critico e saggista John Berger. Ai cinefili saltano all’occhio i frammenti di due capolavori quali Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij e Va’ e vedi (1985) di Elem Klimov. Forse tra gli aspetti più interessanti e meritori del documentario è il legame con l’attualità che si svela nelle motivazioni che spinsero il medico e la moglie a restare in Val Calanca anziché tornare nella madrepatria dopo il Primo conflitto mondiale: Luban, animato da profondi sentimenti umanisti, possedeva un pensiero politico articolato e lungimirante.
Dove e quando Venerdì 17 aprile alle 20.30 al GranRex di Locarno e sabato 2 maggio alle 18 al Cinema Forum di Bellinzona, in entrambe le occasioni alla presenza del regista. www.cicibi.ch
Un’immagine tratta
Entrata ai bagni termali
dal documentario Memorie di un medico di montagna (Ventura Film)
Olmo Cerri
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Per 1 bicchiere da 2 dl
1 fetta d’arancia
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Taglia la fetta d’arancia in quarti. Versala in un bicchiere con dei cubetti di ghiaccio.
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Così rosso, così buono!
Molti aperitivi italiani hanno un colore rosso-arancio e un sapore piuttosto amaro. Prova le nostre tre fantastiche ricette
Testo: Dinah Leuenberger
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Nel ghiaccio restano in piedi i morti
Pubblicazioni ◆ Cavalli che impazziscono e sprofondano, corpi piantati come croci e soldati mandati a perdersi: Norek guarda alla Guerra d’inverno senza arretrare e costruisce un romanzo che avverte sul presente
Andrea Galli
Pedinare i propri personaggi conciandosi da far schifo nei campi che si disgelano in fanghiglia, puzzare di polvere da sparo, aver l’alito che sa di viina, «quell’orribile vino locale», perdere sensibilità alle mani, ai piedi, al naso, lacrimare agli occhi colare dal naso sentire i denti dolere per gli spifferi, avere le vesciche e poi sentire scoppiare le piaghe ai piedi dentro gli anfibi per le marce su su su nella Lapponia a meno cinquanta gradi. Anzi a meno «cinquantuno», ché Olivier Norek (pronuncia con l’accento sulla «e») resta uomo e autore da dettagli profondi, accurati, curati: com’era prima, ce lo racconta lui, «poliziotto operativo nella regione più criminale di Francia, investigatore, capitano per oltre quindici anni», ecco, tale è adesso, del resto «ho bisogno di andare sul posto, soltanto così trovo una certa verità».
Olivier Norek segue le tracce dei guerrieri finlandesi del 1939 vivendo il freddo, la fatica e la polvere da sparo
Norek, scrittore di anni 50, è andato in Finlandia e una certa verità l’ha trovata nella storia dei guerrieri d’inverno, il suo ultimo libro, in lingua italiana edito da Rizzoli, ovvero le donne e gli uomini della Finlandia che nel 1939 s’opposero, pochi e mal armati, al colosso sovietico, «un Paese grande come un continente che decide di invadere una nazione pacifica, un conflitto di 105 giorni dimenticato e cancellato dai manuali scolastici».
A un’unica domanda non risponde, Norek, nato in un paesino della regione dell’Occitania; gli chiediamo a quale punto del processo artigiana-
le egli sia in quanto si coglie in questo testo un lavoro di sottrazione, di asciuttezza ancor più marcato rispetto al passato, sorgono analogie con l’odierno Don Winslow, americano di New York, il campionissimo ritornato alla produzione letteraria dopo la campagna civile anti-Trump e impegnato in una ricerca del minimalismo stilistico, ma giustappunto Norek tace, con rispetto peccando d’eccesso d’umiltà, due milioni, in fondo, le copie vendute in carriera, «non sono del tutto un fan del parlare di me stesso», laddove però nei suoi noir lo sbirro duro e grintoso protagonista, insomma un po’ lo ricorda…
Inezie suvvia: ascolti, Norek, lei insegue la storia, quella diplomatica, militare, sociale e sociologica, e
quella degli anonimi della quotidianità, e lo fa permettendo l’emersione, finanche rivoluzionaria in questo periodo di facilitazioni artificiali, di pigrizia mentale e fisica, d’un metodo classico: camminare, vedere, annotare, vivaddio faticare, l’attesa, il sudore: «Ho riunito intorno a me un esercito di persone di buona volontà. Un professore di storia specializzato nella Guerra d’inverno (che ho perseguitato per due anni e mezzo), un cecchino della guardia civile finlandese che mi ha portato a sparare nei boschi con la stessa arma usata all’epoca, l’M28/30 Mosin Nagant, guide museali, il team degli archivi di Helsinki, conquistando la loro fiducia giorno dopo giorno… Bisogna aggiungere anche la base, dove dormono segreti e memo-
rie: le chiese, i cimiteri e i bar malfamati. Ho scoperto documenti inediti che nemmeno gli archivi possedevano! E come parlare di un tiratore scelto senza usare la sua arma e sentire il rinculo del colpo, l’urto contro la spalla, il rumore dell’esplosione?»
Quel tiratore scelto aveva il soprannome di «Morte Bianca», un prodigio di tecnica balistica e concentrazione sul quale ora nulla aggiungiamo, lasciandovi la bellezza dell’esplorazione.
Indugia, Norek, nell’osservare compassionevole i disgraziati, su di un fronte come un altro, infermieri e soldati agli ordini di questo o quel generale, persi, perduti, (m)andati alla rovina, a morte sicura, allo strazio degli arti amputati, delle budella sparse
Una malinconia incisa nei crinali
sulla neve. Inevitabile l’accostamento col contemporaneo: «Sì, è in sostanza un romanzo di guerra pacifico, perché ci racconta anche l’oggi, e ci mette in guardia. Parlo della Guerra d’inverno, ma tra le righe parlo anche dell’Ucraina. Certo, lo stesso nemico, la Russia. Certo, una guerra totalmente squilibrata per potenza, per soldati e per armamenti…».
S’affollano nelle pagine scenari da fine del mondo, corpi congelati piantati come croci di sé stessi, cavalli impazziti scalcianti nel vuoto che s’inabissano nel ghiaccio, russi che avanzano «per costrizione o patriottismo», assaltatori che battono in ritirata oppure divengono becchini dei propri compagni. Non è un ingenuo, Norek, giammai, basta l’analisi di una scena del crimine, da detective beninteso, non da lettore o spettatore notturno delle serie, per svegliarti e tenerti ancorato all’asfalto, anzi alle pozzanghere sudicie e livide; siamo tutti quanti nessuno escluso seduti su di un trono di sangue poiché il genere umano distrugge, ammonisce il maestro supremo Guillermo Arriaga, messicano e scrittore anche lui, e sceneggiatore, e regista; «se vuoi la pace, prepara la guerra» mi dice Norek, oggi «siamo equilibristi sopra un abisso, e ogni minuto di libertà deve essere assaporato come un dono prezioso. Dibattere con le parole prima di combattere con i pugni. Far prevalere l’intelligenza e la diplomazia sulla violenza, tentare l’impossibile per preservare la pace, ma sempre, sempre, rimanere pronti a difendere chi amiamo. Se vuoi la pace, prepara la guerra».
Bibliografia
Olivier Norek, I guerrieri d’inverno, Rizzoli, 2026, 395 pp.
Editoria ◆ Nel libro Crest il fotografo inglese Stephen Kelly attraversa la Valle Onsernone con quarantasei immagini in bianco e nero
Luca Fiore
Stephen Kelly è un fotografo nato nel 1983 a Whitehaven, piccola città portuale del nord dell’Inghilterra, che si affaccia sul mare d’Irlanda all’altezza dell’Isola di Man. Il lavoro del padre lo ha portato a vivere in Nigeria, Oman e Hong Kong. Poi ha conosciuto Medea, nata in Valle Orsernone, e ora, con lei e i loro figli, vive a Locarno. Tra il 2020 e il 2023 ha realizzato un lavoro proprio nei luoghi dell’infanzia della moglie, esposto nel 2024 al Museo Onsernonese a Loco. Ora quel lavoro è diventato un libro, Crest, pubblicato dall’editore portoghese XYZ Books. Si tratta di un volume di sole fotografie e le uniche parole che le accompagnano sono il titolo, che significa «cresta» o «crinale», un breve haiku del poeta giapponese Matsuo Bashō («Ma per un picchio / che picchia su un palo, nessun rumore / in casa») e una laconica frase finale che recita: «Fotografie realizzate in Valle Onsernone, Svizzera». Nient’altro. Nessuna didascalia, nessuna ulteriore indicazione geografica o descrizione di ciò che si vede nelle 46 immagini in bianco e nero.
Il volume si apre con una sequenza di quattro fotografie di montagna,
la linea del cielo è sottile o assente, il bianco della timida neve si fa spazio tra la texture di linee formate dalla vegetazione. Il fotografo ci introduce all’interno di una casa dove l’acqua caduta da un rubinetto ha creato una piccola stalagmite di ghiaccio.
Tra gli scatti, un uomo avanti con gli anni, ritratto solo in parte: i capelli bianchi, le rughe sulla fronte, gli occhi in ombra
La sensazione di freddo è attutita, nell’immagine successiva, nella quale vediamo una visione ristretta sul caldo manto lanoso di un gregge di pecore. Ancora freddo e ghiaccio. Un’abbondante nevicata vista dall’interno di una finestra, quindi un vecchio letto di ferro coperto da una sottile trapunta.
La prima persona che incontriamo è un uomo avanti con gli anni: un ritratto di tre quarti, i capelli bianchi, le rughe sulla fronte, gli occhi in ombra. Ecco una cucina economica, accanto a un camino, attrezzi e paioli di rame appesi, la legna pronta da
Stefen Kelly
ardere. Quindi il primo piano di una piccola zucca tagliata a metà, che riposa silenziosa sopra un vecchio tagliere di legno. Assistiamo non tanto a una narrazione, ma a un viaggio dello sguardo che alterna vedute ampie di esterni a visioni intime di particolari di una vita rurale che ci raggiunge dal passato. La casa di pietra esposta alle intemperie fa il paio con un alveare di cui vediamo diversi scatti che ne testimoniano l’erosione e la scomparsa. Nel corso della sequenza arrivano la primavera e l’estate, con vacche al pascolo e il fieno da raccogliere. Poi torna, di nuovo, inesorabile l’inverno. Si tratta di un libro che, per forza di
cose, parla della Valle Onsernone e del suo microcosmo, spesso fermo a una vita rurale di cui restano solo le vestigia. Eppure l’autore intende portarci fuori dalla dimensione di documentazione per condurci nel suo mondo interiore fatto di silenzi e malinconie. Non importa che il lettore conosca o meno i nomi delle cime, il suono del dialetto, il profumo della terra bagnata: l’itinerario proposto da Kelly, radicato nell’alfabeto visivo di quei luoghi precisi, trascende il registro locale e approda a un discorso universale. Questo lavoro ha preso forma negli anni della pandemia, in cui l’esperienza della solitudine, del silenzio e dell’isolamento aveva un significato preciso e contingente. Oggi i media non parlano più di curve dei contagi, numero di vittime, limitazioni e divieti, eppure queste immagini, nelle quali la pandemia non si vede, parlano di più e meglio di ciò che abbiamo vissuto allora e che, in fondo, continuiamo a vivere: non come emergenza, ma come condizione.
Bibliografia Stephen Kelly, Crest, XYZ Books Editore, 2025
Immagine di copertina del romanzo I guerrieri d’inverno di Olivier Norek. (Rizzoli)
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In fin della fiera
Fare la spesa e sognare
Archiviati i coniglietti di cioccolato, siamo nella Seconda settimana di Pasqua e parliamo ancora di cibo. Il designer Bruno Munari rifletteva sul fatto che il tema della cucina ha invaso ogni ambito dell’agire umano, monopolizza le conversazioni, dilaga ovunque. Scriveva: «La spesa quotidiana è un progetto, una torta è un progetto, una pizza è un progetto…». Per me, più che un progetto è un complesso e raffinato piano di battaglia con mosse e contromosse per confondere l’avversario.
In apparenza, il compito che mi viene affidato è di una semplicità quasi offensiva: «Devi comprare solo quello che trovi scritto sulla lista; è segnato tutto, la marca, il tipo, il formato, la quantità; qui c’è la pianta del supermercato, questi sono gli scaffali con la collocazione dei prodotti. “Non puoi sbagliare!”». Lo so, ma se io volessi sbagliare, sperimentare nuovi percorsi di conoscenza? La dottrina della
Voti d’aria
Chiesa ammette il libero arbitrio e la grande distribuzione no?
È risaputo: la civiltà avanza attraverso gli errori. Per fortuna, il sistema di controllo domestico presenta una falla, segnalata da una parola magica: «È in offerta!», così rispondo all’inquisizione: «Questa confezione di robiola di Roccaverano non era nella lista!». «Era in offerta! Sta per scadere!». Non è vero, naturalmente. Prima di entrare in cucina si sosta nello studio dove la data di scadenza diventa quella di domani. Con l’ulteriore vantaggio che il formaggio dobbiamo affrettarci a consumarlo subito.
Per la spesa al banco del mercato la strategia per giustificare un acquisto fuori lista cambia: «È un regalo, mi sono fatto servire dal marito, è un tifoso del Torino come me, io non volevo ma lui ha insistito». «Quando vado io a fare la spesa non mi regalano mai niente». «Voi donne non potete capire, è una forma di solidarietà tra tifosi
Ciò che non vogliamo
Ci sono varie tipologie di NO. Ci sono per esempio i NO che aiutano a crescere, quelli a cui la psicoterapeuta infantile Asha Phillips ha dedicato anni fa un fortunato libro (I no che aiutano a crescere, Feltrinelli 5+) in cui sosteneva la necessità di opporsi alle richieste dei figli al momento giusto, quando cioè i bambini rischiano di vampirizzare i genitori o quando gli adolescenti, incapaci di autocontrollo, superano ogni limite ragionevole. Ecco che allora dovrebbe intervenire il divieto, che sarà anche frustrante, ma favorisce la crescita. Facile a dirsi, in un mondo in cui il consumo, la ricchezza, il denaro sono la misura dell’esistenza: non puoi non avere tutto ciò che desideri. Se questo vale per gli adulti, non si capisce perché non debba valere per i bambini. È noto che, come insegnava Vittorio De Sica (6-), i bambini ci guardano. E cosa guardano? Guardano adulti impe-
gnati nella corsa al successo, guardano adulti che identificano la realizzazione di sé con la ricchezza, guardano trionfare i miliardari dal guadagno rapido e di rapina, guardano imporsi l’arroganza e la superficialità di chi intraprende guerre promettendo eden irrealizzabili. Da questo punto di vista Pasolini non aveva affatto torto, anzi è stato profetico. Denunciava come unico scopo della società neocapitalista la moltiplicazione di una massa informe di consumatori privi di valori e di storia. Consumare consumare consumare per soddisfare (e rimbambire) noi stessi e arricchire pochi (pochissimi) altri. C’è qualcuno che riesce a contraddire la profezia di Pasolini? Si faccia avanti (6+ a Pasolini e 7+ a chi riuscirà a smentirlo).
Imponi il tuo NO a tuo figlio, proibisci al tuo pargolo l’abuso dei social, limita la sua compulsività da smar-
A video spento
di una squadra sfigata». Finché un bel giorno la padrona di casa mette al forno due torte invece di una: «Questa la porto al tuo amico verduriere, con tutti i regali che ti fa è il minimo». I pensieri sul cibo monopolizzano le ore del giorno ma anche i sogni. Che per essere certificati come tali devono essere raccontati, anche se l’unica persona disposta ad ascoltare pretende di entrare a farne parte. Inizio: «È un pomeriggio d’estate, io sono al posto di guida di un’auto diversa dalla nostra: è una lunga spider bianca a due posti». Lei completa il quadro: «E io sono seduta accanto a te e ho in testa un grande foulard bianco». So di rischiare ma devo dire la verità: «A essere sincero in questo sogno tu non ci sei». Lei mette il broncio: «Se non faccio parte del cast, il tuo sogno non mi interessa». «Dai, ascoltami, così poi mi aiuti a interpretarlo». «Chi è quella che occupa il mio posto? Vediamo se hai il coraggio di confessar-
lo». «Il posto del passeggero è vuoto e sul sedile è appoggiato un grande vassoio di paste fresche». «Ecco, lo sapevo: vuoi più bene alle paste che a me. Di che tipo sono?». «Sono miste: cannoli, babà, funghetti, bignole, bignè con la crema chantilly». «Se c’ero io su quel sedile non mi avresti degnata di uno sguardo. Invece le paste le ricordi una per una. E dire che stai guidando». «Non sto guidando, sono fermo in mezzo ad altre auto su un prato dove c’è un raduno di gente. Il prato è in leggera salita. A un tratto l’auto inizia a scivolare all’indietro, sento gridare: “Frena! Frena!”. Schiaccio il pedale ma è guasto, tiro il freno a mano e pure quello non funziona. L’auto slitta verso quella parcheggiata dietro la mia. Qualcuno però si infila nello spazio fra il posteriore della mia e il muso dell’altra e, appoggiando le mani contro il lunotto posteriore evita l’urto. Uno dei salvatori mi rimprovera: poteva almeno tirare il freno a ma-
no! Gli mostro la leva tirata su inutilmente. Mi consolano: l’importante è che queste belle paste si siano salvate. Forse dovrei offrirle a quelli che hanno rischiato di farsi male per evitare l’urto. Ma poi non ce n’è più per me. Mica gliel’ho chiesto io di buttarsi in mezzo. E poi l’auto non è mia!». «Non dirmi che hai avuto il coraggio di mangiare sotto i loro occhi tutte quelle paste!». «Magari! Io vorrei solo tornare a casa, ma c’è una festa della Terza Età in un palazzo che si affaccia sul prato. Si spalanca il portone e un nugolo di donne avanza verso di me o meglio verso il mio vassoio. Vorrei metterlo in salvo, giro la chiavetta dell’accensione ma l’auto non parte. Sono in preda all’angoscia, ho i sudori freddi. Mi sveglio. Secondo te cosa significa questo sogno?». Non infierisce: «Al posto tuo io eviterei di farmi questa domanda, in fondo si tratta solo di un sogno». «Sì, ma che fine avranno fatto tutte quelle paste?».
tphone. Facile a dirsi. Carlo Verdelli ha scritto un libro impressionante sull’argomento (Il diavolo in tasca, Einaudi 5½), la cui tesi è riassumibile nella frase: «il cellulare inteso come smartphone è un carcere senza sbarre e noi ci siamo dentro». Abbiamo deciso di starci dentro e (ammesso che lo volessimo) non riusciamo più a uscirne. Verdelli racconta storie paradossali e angoscianti di autentica dipendenza digitale, dipendenza omicida o suicida. Storie come apologhi del nostro tempo. Il dodicenne che obbedendo a una sfida lanciata sui social finisce in coma etilico. Il bambino che obbedendo a TikTok si imbottisce di pastiglie di paracetamolo. L’incidente stradale con vari morti provocato da un autista di pullman che guidava con gli occhi sul cellulare. Anna Lembke, psichiatra dell’Università di Stanford, sostiene che lo smartphone è una sor-
Una trascendenza composta da algoritmi
L’immortalità digitale la garantisce un abbonamento: dieci dollari al mese. Tanto basta, oggi, per tornare a parlare con i morti. Non si tratta di evocare spiriti o di interrogare l’aldilà, ma di interagire con una simulazione: un doppio artificiale che imita voce, tic linguistici, ricordi, dopo aver saccheggiato ogni traccia lasciata online dal «caro estinto». E-mail, post, fotografie, messaggi vocali: frammenti di vita ricomposti in un avatar che risponde, consola, talvolta sorprende. È un settore in piena espansione, e ha già un nome che suona come un ossimoro industriale: «digital afterlife industry ». L’aspirazione a dialogare con l’oltretomba è un tratto ancestrale della nostra specie. Risiede nel rifiuto di recidere un legame affettivo e nella ricerca di un senso oltre il confine della mortalità. Dai riti arcaici alle pratiche esoteriche, mutano le forme ma non l’essenza.
Questa tensione abita anche la parola scritta: il percorso dantesco tra i regni dei morti è, di fatto, un lungo colloquio con le ombre. L’idea della letteratura come nekyia è centrale nel pensiero di Nuccio Ordine. Nelle sue opere, come L’utilità dell’inutile e Classici per la vita (editi da La nave di Teso) insiste sul valore dei classici e critica una visione del sapere ridotta a merce o a semplice utilità pratica. Per Ordine, leggere i grandi autori è un’esperienza profonda: significa entrare in contatto con le voci del passato, quasi evocarle. Il termine greco nekyia, infatti, indica proprio il rito con cui si richiamavano i morti o si scendeva nell’Ade. Applicata alla lettura, questa immagine diventa molto concreta: aprire un libro vuol dire mettersi in dialogo con chi ci ha preceduto. Le biblioteche diventano così luoghi vivi, dove i «morti» continuano a parlare e a offrire orientamento ai vivi. Leggere è quindi an-
che un viaggio nel tempo, che rende attuali idee e riflessioni del passato. In un’epoca dominata dalla fretta e dall’ossessione per l’utile, per Ordine la memoria letteraria rappresenta una forma di resistenza. I libri custodiscono ciò che siamo stati e ci aiutano a capire chi siamo. Oggi, tuttavia, la soglia è diversa. Non si scende negli inferi per incontrare i defunti: li si carica su un server. La trascendenza si è fatta algoritmo. Ma questa apparente consolazione ha un costo che non è soltanto economico. Psicologi e studiosi parlano di possibili «infestazioni digitali»: presenze che non si dissolvono, che continuano a notificare, a rispondere, a occupare lo spazio mentale dei vivi. Il lutto, che è anche un lento apprendistato dell’assenza, rischia di restare sospeso, inceppato in una conversazione infinita. Non mancano, inoltre, derive inquietanti: casi di truffe in cui intelligenze
ta di ago superficiale che inietta a una generazione iperconnessa dopamina digitale 24 ore su 24 (6 alla efficace metafora). Che fare? Basta proibire il cellulare in aula? Basta insegnare a utilizzare i social con criterio? Basta vietare i social ai minori di 15 anni come avviene in Francia? Quanta ipocrisia. Se in famiglia lo status symbol è esibire l’ultima generazione smartphone, se Steve Jobs è diventato l’icona perduta, se Elon Musk è il visionario miliardario del futuro, se le 40 auto di lusso di Ronaldo imperversano come trofei su internet, se mancano politiche sulla socialità giovanile, se la lettura viene derisa o comunque trascurata, se le nostre città sono pensate in funzione delle banche, dei quadrilateri della moda e dei centri commerciali, figurarsi se i NO sono decisivi alla crescita. Restano tuttavia dei NO che aiutano.
Non solo nella convivenza familiare, ma anche nella vita collettiva. Mutatis mutandis, forse anche il NO dell’ultimo referendum italiano può avere una sua utilità «educativa»: l’urgenza di dire basta ai politici che esagerano come ragazzini in preda a impulsi narcisistici fuori controllo, posseduti dalla più classica mania di potenza. L’ha capito anche l’Europa (4½) opponendosi alle richieste (infantili) di Trump a proposito dello Stretto di Hormuz: «No, basta così!». Il paradosso massimo è quando il NO arriva dai giovani. Vedi le manifestazioni No King (6-), ovvero il NO urlato dai giovani per porre un freno alle intemperanze dei vecchi. L’erba voglio della contestazione anni 70 è diventata l’erba non voglio. E chi l’avrebbe mai detto che Montale («ciò che non siamo, ciò che non vogliamo») potesse diventare il nuovo maestro (6) della resistenza?
artificiali addestrate su dati pubblici imitano la voce del defunto per estorcere denaro ai familiari. Qui la simulazione non consola, ma inganna; non custodisce la memoria, la mercifica. Insomma, siamo di fonte a un «lutto complicato»: il pericolo maggiore è l’interferenza con il naturale processo di guarigione. Il sostituto digitale può diventare una «droga» che impedisce di accettare la realtà della perdita. Invece di attraversare le fasi del lutto, l’utente rimane bloccato in una fase di negazione o di attaccamento a un’illusione.
E poi, un qualsiasi errore tecnico (quelle che si chiamano «allucinazione dell’IA») potrebbe far dire al defunto cose offensive o incoerenti, traumatizzando i familiari. Mentre per alcuni queste simulazioni possono essere un «ponte» temporaneo per dire addio, per la società rappresentano un terreno minato. Molti esperti chiedono re-
golamentazioni rigide, come limiti di età per l’uso e l’obbligo di etichettare chiaramente l’interazione come «artificiale» per evitare la confusione tra realtà e finzione.
Un’ultima domanda: chi ha il diritto di «riportare in vita» digitalmente qualcuno? Può capitare che il defunto non abbia mai autorizzato l’uso dei propri dati per creare un clone. C’è, in fondo, una differenza radicale tra far rivivere i morti attraverso i libri e farli parlare attraverso gli ologrammi. I classici tornano in vita per orientare i vivi: la parola scritta è distanza, è interpretazione, è silenzio che chiede di essere ascoltato. Gli ologrammi, invece, rischiano di colmare ogni vuoto, di abolire ogni separazione. Se la letteratura ci insegna a convivere con l’assenza, la replica digitale promette di cancellarla. Ma una vita senza assenza, senza limite, non è forse una forma più sottile di morte spirituale?
di Paolo Di Stefano
di Bruno Gambarotta
di Aldo Grasso
GUSTO
Parmigiano
Un italiano maturo
Questo iconico formaggio a pasta dura richiede molta pazienza e molta abilità per mantenerne l’eccezionale qualità.
Visita al caseificio dove si producono i prodotti Da Emilio Migros
Testo: Dinah Leuenberger Foto: Paolo Dutto
In realtà, dice Francesco Zampineti (30 anni), né lui né suo fratello Luca (34 anni) volevano lavorare nel caseificio del padre, la Latteria Centro Ghiardo. Suo fratello voleva diventare calciatore professionista, lui avvocato. Tuttavia, un infortunio al ginocchio per Luca e uno stage estivo nel caseificio per Francesco hanno portato a un’inversione di tendenza. Oggi, entrambi dedicano il loro cuore e la loro mente al Parmigiano Reggiano, il formaggio simbolo dell’Emilia-Romagna prodotto nella Latteria Centro Ghiardo vicino a Parma.
Francesco si occupa dei rapporti con i clienti e gli allevatori dei Caseifici Granterre Spa, un consorzio che comprende anche il loro caseificio di famiglia, mentre Luca si occupa della produzione facendo il casaro. Per garantire la qualità, ha scelto di vivere con la sua famiglia proprio sopra il caseificio.
«Non si tratta di un fatto insolito, ma di una delle tante regole severe per la produzione del Parmigiano Reggiano», spiega Francesco Zampineti. In questo modo se si verifica un incidente è immediatamente sul posto anche di notte.
«E
proprio a Bibbiano è stato prodotto il primo Parmigiano Reggiano, più di 800 anni fa»
Francesco Zampineti, Latteria Centro Ghiardo
Molte altre regole sono state pensate per garantire la qualità di prima classe del formaggio. Tutte le mucche che producono latte per il Parmigiano Reggiano, per esempio, devono essere nate nella regione. Intorno a Bibbiano, dove si trova il caseificio degli Zampineti, ci sono circa 300 altri caseifici dedicati al Parmigiano Reggiano.
«E proprio a Bibbiano è stato prodotto il primo Parmigiano Reggiano, più di 800 anni fa», afferma Francesco con orgoglio. Il fiume Po svolge un ruolo importante nella produzione italiana di parmigiano: il Grana Padano viene infatti prodotto sul suo lato settentrionale, mentre il Parmigiano Reggiano su quello meridionale.
Ma qual è la differenza tra i due formaggi, a parte le regole più severe per il Reggiano? Entrambi hanno una consistenza friabile e so-
Francesco Zampineti verifica la qualità del formaggio.
Un collaboratore utilizza lo spino per tagliare la cagliata leggermente soda in pezzi uniformi.
Due collaboratori sollevano la cagliata dalla vasca in modo che possa scolare e perdere il siero.
Le forme di formaggio riposano per alcune ore prima di essere immerse nella salamoia.
no anche simili nel sapore. Mentre racconta, Francesco Zampineti ci guida attraverso il caseificio.
La differenza sta nel latte È mattina presto e un camion sta scaricando il latte, che confluisce in grandi serbatoi da quasi 1200 litri. Tuttavia, i casari li riempiono per metà con latte fresco intero. Al latte intero viene poi aggiunto latte scremato. Il latte intero è arrivato al caseificio la sera prima e ha riposato tutta la notte in grandi tini. In questo modo si è formato uno strato di panna in superficie, che i casari al mattino hanno scremato.
«Il Grana Padano contiene solo latte magro, quindi i casari scremano la panna. Il Parmigiano Reggiano, invece, è composto per metà da latte scremato e per metà da latte intero», spiega Francesco. Non appena i tini vengono riempiti, inizia una precisa interazione tra i casari, le macchine e il latte, che due ore dopo nei tini da 1200 litri dà vita a due forme di formaggio. Il loro peso si aggira attorno ai 35-40 chili. Dopo circa mezz’ora, durante la quale il latte viene leggermente riscaldato, segue il primo punto critico del processo: ogni vasca riceve circa 40 millilitri di caglio liquido, una miscela di enzimi provenienti dallo stomaco dei vitelli.
Questa piccola quantità è sufficiente per addensare il latte liquido. Dopo dieci minuti esatti, è arrivato il momento: i casari tagliano con cura la massa leggermente addensata con lo spino, uno strumento simile a un rastrello. Poco dopo, nel bollitore appaiono grani uniformi. Dopo questo primo passaggio a mano, una macchina taglia ulteriormente la massa.
Nel caseificio il lavoro manuale è necessario
Poco dopo arriva il momento critico: la massa nel bollitore ha ora l’aspetto di ricotta: si tratta della cagliata. I casari ne controllano la consistenza e la forma immergendo la mano nella vasca. «Una macchina non sarebbe in grado di percepire se la grana, delle dimensioni di chicchi di riso, ha la giusta consistenza», spiega Francesco Zampineti. La cagliata viene ora riscaldata lentamente in tre fasi. I casari controllano nuovamente la consistenza a mano e sanno esattamente quando è il momento di interrompere il processo di cottura. Il formaggio ora è solido e gommoso.
Dopo circa un’ora di riposo, due operai sollevano a mano il formaggio dalla vasca con l’aiuto di un panno e lo appendono su una vasca di sgrondo. Una prova di forza, visto che ancora pesa circa 100 chili. Il siero liquido rimane nella caldaia.
Una volta che il formaggio è sgocciolato, i casari lo tagliano a metà con un coltello. In seguito sollevano i due blocchi, ingombranti ma ancora morbidi, e li pongono in uno stampo di plastica rotondo, che dà al formaggio la sua forma finale.
Da questo momento in poi è necessaria soprattutto la pazienza: il formaggio, ancora morbido, trascorre dapprima alcune ore in questo stampo. Il giorno seguente viene inserito in un anello di metallo e poi messo in un bagno di salamoia, dove si insaporisce per tre settimane. Tutti gli elementi importanti per iniziare il processo di maturazione ci sono: latte, sale e caglio. La stagionatura è di almeno dodici mesi, requisito fondamentale per il Parmigiano
Parma
Reggio Emilia
Bibbiano
Emilia-Romagna Bologna
Reggiano. Per il Grana Padano sono invece necessari almeno nove mesi. Nella vicina cantina, che Francesco Zampineti ci mostra, ci sono forme che rimangono sugli scaffali anche per 24, 36 o addirittura 72 mesi. C’è spazio per 50’000 formaggi, di cui quasi 12’000 venduti nel 2025 alla Migros sotto la marca Da Emilio.
Il formaggio viene picchiettato Un ciclo di lavaggio ogni dieci giorni interrompe la silenziosa attesa nelle cantine. «Per evitare che sulla crosta si formi la muffa, la spazzoliamo», dice Francesco. Dopo dodici mesi, i rappresentanti dell’associazione del Parmigiano Reggiano visitano e controllano la qualità del formaggio, requisito indispensabile per ottenere il marchio di qualità Denominazione di Origine Protetta (DOP). La verifica avviene picchiettando il formaggio con uno strumento simile a un martello: per questo i controllori sono chiamati «battitori». «In questo modo sentono tutto. Se ci sono crepe verticali, orizzontali o buchi oppure se la consistenza è cambiata. Ci vuole molta esperienza», spiega Francesco. E dimostra come avviene il processo in prima persona. Immerso nel suo elemento, all’improvviso estrae dei coltelli affilati da una scatola di legno e li affonda in una forma di formaggio con l’etichetta «Ottobre 23, Parmigiano Reggiano DOP». Il formaggio ha una stagionatura di 29 mesi e presenta la massima qualità casearia.
Fabrizio ha molta pazienza con il suo formaggio. Ma ora è finita: «Adesso proviamolo!». Con precisione taglia il formaggio a metà. Prende un pezzetto centrale e lo assaggia.
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I Queen arrivano a Losone
Una serata tra cinema, musica e convivialità per celebrare Freddie, la leggenda del rock, a ottant’anni dalla sua nascita: domenica 19 aprile
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Un piatto dell’Italia settentrionale
Zucchine, salvia e parmigiano, o se si preferisce con una spolverata di pecorino, per una frittata gustosa e della perfetta consistenza
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Paesaggi curati, storia debole
Dalle città ai territori selvaggi, Crimson Desert moltiplica scenari e attività, ma la narrazione resta prevedibile e poco incisiva
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Diploma paralimpico per Pascal Christen
Altri campioni ◆ Lo sciatore svizzero nel monosci al termine del Super-G a Cortina racconta la sua passione per lo sport
Davide Bogiani
È considerata una pista completa, tecnica, veloce, fisica e tanto impegnativa da richiedere una grande capacità di adattamento. Ci riferiamo all’Olympia delle Tofane a Cortina d’Ampezzo, che oltre alle gare olimpiche femminili ha visto scendere, lo scorso mese di marzo, dal 6 al 15, anche gli sciatori paralimpici nelle diverse categorie e discipline. È la giornata riservata al Super-G. A lanciarsi sono dapprima le donne nelle diverse categorie: Visually impaired (non vedenti o ipovedenti con guida), Standing (in piedi con diverse disabilità fisiche) e Sitting (seduti, sul monosci). Tra gli uomini, lo svizzero Pascal Christen sarà uno degli ultimi al via, proprio perché gareggia nel monosci. Pur non essendo alla sua prima Paralimpiade – la precedente è stata a Pechino nel 2022, durante il periodo Covid – questi giorni, tra Discesa, Super-G e Gigante, rappresentano per lui un momento molto speciale. «Innanzitutto – ci racconta Christen – Cortina è ricca di cultura sciistica. In ogni angolo del villaggio si respira un’aria di sport invernali. Inoltre, c’è un grande numero di spettatori e, a differenza di Pechino, qui posso contare sul tifo della mia
famiglia, giunta in poche ore da casa per sostenermi».
Pascal Christen si prepara al suo turno. L’attesa prima della gara è lunga, e lo stress, anche per il professionista 33enne nidvaldese, cresce. «In questa fase pre-gara l’aspetto mentale è estremamente importante» spiega. «La gestione della tensione passa attraverso esercizi quali la ripetizione mentale del tracciato e la respirazione controllata e profonda per ridurre i momenti di ansia, così come la ricerca di momenti sbarazzini e di distrazione, magari attraverso alcune battute con compagni e allenatori: strategie che mi aiutano a rilassarmi e a mantenere il controllo di quello che andrò a fare da lì a pochi minuti lungo il tracciato».
Poi tocca a lui. Il momento più teso è quello al cancelletto di partenza. Cinque suoni a cavallo dell’apertura dell’asticella e poi la tensione sparisce. In gara Christen non pensa più a nulla. Pochi secondi e la velocità tocca gli ottanta chilometri orari. «In pista non puoi essere razionale. Vai di istinto e automatismi. Se inizi a pensare, commetti errori o, nella peggiore delle ipotesi, esci dal tracciato». È così che ricorda la caduta durante una
gara di Downhill in MTB in Canada che gli è costata l’uso delle gambe. Aveva perso, oltre alla concentrazione, anche quel fondamentale automatismo nel condurre la bicicletta. Ha iniziato a pensare mentre la sua MTB sfrecciava a velocità elevate, ed ecco l’incidente.
È per questo che Pascal Christen vuole essere preciso nel suo nuovo sport, il monosci, sia nella preparazione mentale, sia in quella fisica. Una dedizione completa e molto lavoro di preparazione quindi, che nel caso del monosci, è iniziato subito: cinque mesi dopo l’incidente. Attualmente, accanto alle molte ore sugli sci, lavora in modo specifico su forza e resistenza, praticando anche altri sport come il basket in carrozzina, l’handbike e il wakeboard. Non solo. Per facilitare la sua carriera sportiva, ha scelto di trasferirsi a Nottwil, sfruttando così al meglio i servizi dell’Associazione svizzera dei paraplegici.
Oggi Pascal Christen è molto veloce in pista. Non solo per la sua forza fisica e mentale, ma anche per la sua tecnica. «Da questo punto di vista – spiega il 33enne – non esiste un unico stile valido per tutti. Nel monosci esistono cinque diverse classi o
categorie, ognuna con caratteristiche specifiche, legate anche al livello della lesione midollare. Io ho cercato di ottimizzare la mia sciata in base alle capacità del mio corpo e alla mia lesione midollare. È un lavoro continuo, legato anche allo sviluppo dei materiali».
Parallelamente alla tecnica, infatti, anche l’attrezzatura è in costante evoluzione: aziende internazionali investono nello sviluppo tecnologico, introducendo sistemi digitali e test avanzati, come quelli in galleria del vento. Tuttavia, resta centrale il ruolo dell’atleta, chiamato a trovare soluzioni personalizzate per la corretta posizione e stile di guida. Nonostante i progressi, collaborazioni strutturate come quelle presenti nell’ambito soprattutto dei motori, restano limitate nello sci, soprattutto per motivi di risorse economiche.
In gara, Pascal Christen oggi segna ottimi tempi intermedi e chiude il Super-G in decima posizione, conquistando un diploma paralimpico. Il suo obiettivo è stato raggiunto. Nel parterre lo attende la famiglia: è il momento di assaporare la coda dell’adrenalina della discesa e lasciarsi andare all’abbraccio dei propri cari, con
cui esiste da sempre un forte legame anche attraverso gli sport invernali. Uno sport che Christen definisce affascinante: «Lo sci non è solo velocità, ma un insieme complesso di fattori. Il materiale deve essere perfettamente adattato, le condizioni della neve cambiano continuamente e il tempismo in ogni curva richiede concentrazione estrema. È proprio questa complessità a renderlo così speciale e a darmi un grande stimolo che pensavo di non poter più avere dopo il mio incidente».
La cerimonia di premiazione, suddivisa per categorie, si svolge nel parterre in un’atmosfera straordinaria: tante nazioni unite da uno spirito comune, capace di dare ulteriore motivazione a Christen. Dopo aver iniziato a gareggiare nel 2018, arrivando rapidamente alle competizioni internazionali e alla Coppa del Mondo, anche oggi guarda al futuro. Un Pascal Christen che, forte del diploma paralimpico, punta a una medaglia nelle discipline veloci ai prossimi Giochi paralimpici. Ma anche un 33enne che questa sera si godrà (n.d.r. così è stato) la serata nella Casa Svizzera, in una Cortina che rimarrà sempre nel cuore del giovane talento.
Pascal Christen durante il Super-G a Cortina d’Ampezzo. (Keystone-SDA Claudio Thoma / Comitato Paralimpico Svizzero, SPV, PLuSport)
Losone s’inchina a Freddie Mercury
Intervista ◆ Cinema, concerto e gastronomia per celebrare l’ottantesimo dalla nascita del frontman dei Queen, domenica, 19 aprile, sotto la guida del capodicastero Cultura Alfredo Soldati
Manuela Mazzi
Ottant’anni fa nasceva a Zanzibar Freddie Mercury, una delle voci più riconoscibili della storia del rock. A distanza di decenni, la sua eredità musicale continua a circolare ben oltre i luoghi in cui l’hanno vista nascere e affermarsi, arrivando anche qui, sotto forma di una serata che mette insieme cinema, musica e convivialità. Domenica 19 aprile, al Centro La Torre di Losone, grazie a Queenight si rende omaggio al leggendario gruppo inglese con un’iniziativa che sorprende proprio per l’assenza di legami diretti con il territorio, ma che rivendica una dimensione più ampia, culturale e popolare insieme. Ne abbiamo discusso con il capodicastero Cultura di Losone, Alfredo Soldati, municipale dal 2012 e da anni tra i principali promotori della politica culturale del comune locarnese.
Arriva sempre un pubblico eterogeneo: i giovanissimi magari meno ma puntiamo ad attirarli con la musica rock
La serata mescola cinema (con la proiezione di Bohemian Rhapsody), gastronomia e concerto: è una formula pensata per creare comunità, trasformando la cultura in un’esperienza condivisa?
Sì, è una formula che abbiamo creato già nel 2016. L’idea è nata grazie al collettivo Blu 2147, capitanato dal pianista Gabriele Pezzoli di Losone – musicista piuttosto conosciuto e attivo tra jazz, improvvisazione ed elettronica. All’epoca avevano tenuto un concerto a Besso, assieme a un gruppo estone. E, infatti, per la prima edizione degli eventi al Centro La Torre, nel 2016, erano stati invitati uno chef dall’Estonia e il gruppo Verbarium, che hanno poi dato forma a una serata combinata di gastronomia estone e musica. L’anno dopo abbiamo organizzato una serata irlandese e, l’anno dopo ancora, una di flamenco, sempre con la gastronomia legata al Paese rappresentato. Fino alla pandemia, che ha interrotto quella che stava diventando una tradizione. Quest’anno abbiamo però voluto riattivare il progetto: ci saranno fish and chips, all’inglese; prima la proiezione del film Bohemian Rhapsody, e poi il concerto della tribute band dei Queen, che rappresenta il momento conclusivo della serata.
Che tipo di pubblico vi aspettate? È solo intrattenimento o c’è anche la volontà di avvicinare nuove generazioni?
Arriva sempre un pubblico piuttosto eterogeneo. I giovani giovanissimi magari meno, perché la musica proposta è più tradizionale rispetto a quella che ascoltano oggi, ma non è da escludere che con il rock riusciremo ad attirarne di più. L’obiettivo è proprio quello di proporre un’offerta diversificata e di raggiungere tutte le fasce della popolazione. Arrivano anche persone da fuori Losone, dipende molto dalla promozione: quest’anno stiamo cercando di divulgare l’evento anche a livello cantonale, nella speranza di raggiungere un pubblico più ampio. Se arrivassimo a un centinaio di persone sarebbe già un buon risultato, perché non è un classico concerto di piazza, ma qualcosa di diverso.
Resta originale che un Comune celebri i Queen, pur non avendo mai avuto, Freddie Mercury, un legame diretto con il territorio… I Queen sono un’icona della musica rock, ma soprattutto non interessano solo a una tipologia di ascoltatori: anche chi ama una musica più melodica li ascolta con piacere. Le loro canzoni sono ancora oggi nelle orecchie di tutti.
Quanto è importante, per un Comune, uscire dai riferimenti locali e guardare a icone globali? Negli anni abbiamo organizzato anche altri concerti rock, spesso legati ai miei gusti personali, come il progrock: Genesis, Jethro Tull e altri gruppi di quell’ambito, sempre con cover band. Per noi è infatti molto importante soprattutto diversificare. Con il budget che abbiamo – che non è quello delle grandi città – cerchiamo di fare il meglio possibile offrendo proposte varie.
Losone, paese della musica tutta, vien da pensare: un impegno non da poco, nel panorama cantonale dove spesso i Festival principali mettono al centro soprattutto il Jazz o la classica… È così: tutti i nostri incontri danno
Queenight
respiro e continuità a un progetto più ampio; non per forza focalizzato su un evento unico, ma disteso durante l’intero anno: ad esempio, il prossimo 5 settembre, ad Arcegno, tornerà la tradizionale camminata musicale, che è sempre un grande successo: passeggiando nei boschi si incontrano quattro postazioni musicali con proposte diverse, dalla musica antica al punk, passando per strumenti particolari come il sitar o l’arpa celtica, da quella gregoriana a quella più moderna. È un’iniziativa molto apprezzata che permette di avvicinare pubblici diversi, famiglie comprese. Un appuntamento di cui andiamo orgogliosi, accanto al quale proponiamo comunque anche musica classica e jazz – attraverso ad esempio iniziative come il Six O’Clock, di cui pure in questo caso è promotore il collettivo Blu 2147; si tratta di una rassegna di aperitivi musicali organizzata alla Fabbrica (e da noi sostenuta), con concerti dal vivo che si tengono il primo mercoledì di ogni mese. Per non dire del concerto gospel che il Municipio organizza (in collaborazione con Bibo Verda) già dal lontano 2010 nella chiesa di San Lorenzo (sempre l’8 dicembre, Festa dell’Immacolata). Cerchiamo, insomma, di essere aperti a ogni genere, al di là
delle preferenze personali. Sono tutte iniziative che, nel nostro piccolo, contribuiscono a costruire una proposta culturale ampia e accessibile.
Tra Six O’Clock, concerti di generi diversi e la camminata musicale di Arcegno (il prossimo 5 settembre), Losone punta su un’offerta culturale diffusa e accessibile
Avete scelto di chiudere la serata con una tribute band; compito non facile, quello di interpretare un gruppo leggendario come i Queen. The Queen Tribute è un gruppo di musicisti italiani che abbiamo già ascoltato in un’altra occasione e ci sono sembrati molto bravi. Sono riconosciuti anche a livello internazionale. Ovviamente non possiamo avere l’originale, quindi ci si affida a una cover band. Chi vuole può vedere solo il film, o partecipare solo alla cena oppure può godersi l’intero programma; resta che il concerto è il culmine della serata.
Si dice che lei sia un grande appassionato di rock: se dovesse spiegare a un giovane di oggi perché ascol-
Pubbliredazionale
Un evento dedicato alla band inglese, domenica 19 aprile al Centro La Torre di Losone
In occasione degli 80 anni dalla nascita di Freddy Mercury (Zanzibar 1946 - Londra 1991), il Comune di Losone ha voluto rendere omaggio ai Queen e al suo mitico frontman.
Domenica 19 aprile dalle ore 17.00 alle ore 23.00 al Centro La Torre (via Migiome, 1 – Losone) si terrà l’evento Queenight, un appuntamento culturale e conviviale per celebrare non solo la musica, ma anche l’energia che la band è stata capace di trasmettere al grande pubblico.
Formatosi a Londra nel 1970, il gruppo britannico è stato una delle band più influenti della storia del rock; era composto dal cantante e pianista di origine parsi Freddie Mercury, dal chitarrista
Brian May, dal bassista Andrea Santaera e dal batterista Roger Taylor, a cui l’anno successivo si aggiunse il bassista John Deacon.
Tra le canzoni più famose ricordiamo Bohemian Rhapsody, che ha dato il titolo anche all’omonimo film biografico del 2018.
La serata sarà molto articolata e si aprirà alle ore 17.00 con la proiezione ad ingresso gratuito del film Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer, vincitore di quattro Premi Oscar, che ripercorre i primi quindici anni della band.
A seguire (ore 19.00) la cena in stile inglese a cura di Pugliamia (CHF 22.- a porzione con 1 bibita).
tare i Queen, cosa gli direbbe?
Credo che un giovane potrebbe ancora rimanere sorpreso dalla complessità della loro musica. È sempre stata una band molto particolare, capace di spaziare tra diversi generi e con forti influenze di musica classica – basti pensare a Bohemian Rhapsody o alla collaborazione di Freddie Mercury con Montserrat Caballé, con cui registrò l’album Barcelona
Negli anni Settanta e Ottanta si faceva una musica più ricca e articolata dal punto di vista armonico rispetto a oggi. È una ricchezza che vale per i Queen, ma anche per altri gruppi di quell’epoca.
Il rock è stato ribellione: oggi contro che cosa si esprime?
La ribellione è sempre stata una componente della gioventù. Valeva per i Beatles, per il rock degli anni Settanta e Ottanta, ma vale anche oggi per molti artisti, ad esempio nel rap. Cambia il modo, ma il filo conduttore resta: ogni generazione trova la propria forma di espressione e di rottura.
Ricorda la prima volta che ascoltò i Queen?
Ho iniziato ad ascoltare musica nel 1975, quando avevo 14 anni e compravo i primi dischi. Bohemian Rhapsody è il brano che ricordo meglio, anche perché è dello stesso periodo. È un capolavoro.
Dal vivo purtroppo non li ho mai visti, anche se ho assistito a molti concerti di altre band degli anni Settanta.
Freddie Mercury è stato molto più di un cantante: che cosa può rappresentare ancora oggi?
Freddie Mercury aveva una straordinaria capacità creativa ed era molto preparato musicalmente. Ha scritto gran parte del repertorio dei Queen e aveva una voce assolutamente unica. C’è poi tutta la sua storia personale, dalle origini a Zanzibar fino al successo internazionale. Era una figura anche trasgressiva sotto molti aspetti, e questo fa parte della sua immagine e del suo mito.
Quanti, secondo lei, torneranno a casa e riascolteranno i Queen?
È richiesta l’iscrizione alla cena che può essere effettuata per email scrivendo a: comunicazione@losone.ch.
Conclusione in grande stile (ore 20.30) con il concerto della band The Queen Tribute, che ha fatto della musica dei Queen la sua cifra stilistica (Biglietti CHF 15.–).
Oggi la musica è facilmente accessibile: basta una piattaforma digitale per ascoltare qualsiasi cosa. Però resta anche un aspetto più sentimentale, legato per esempio al vinile, che negli ultimi anni sta tornando e ha un suono decisamente migliore. Quando si propone un evento del genere si spera di avvicinare qualcuno in più a una musica che difficilmente tramonterà. Come la musica classica, anche quella dei Queen continua a essere ascoltata nel tempo, mentre altra musica viene consumata e poi dimenticata.
Concorso «Azione» mette in palio alcuni biglietti per la Queenight. Per partecipare al concorso, inviare una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Queenight) entro venerdì 17 aprile 2026, ore 12:00. Buona fortuna!
Dove e quando Queenight, al Centro La Torre di Losone (via Migiome 1), domenica 19 aprile dalle 17.00 alle 23.00.
Il frontman della The Queen Tribute.
Ricetta della settimana - Frittata di zucchine alla salvia
Ingredienti
Piccolo pasto
Ingredienti per 4 persone
400 g di zucchine olio d’oliva per rosolare sale
½ mazzetto di salvia
6 uova
60 g di parmigiano o di pecorino pepe
½ mazzetto di prezzemolo
Preparazione
1. Tagliate le zucchine a fette di circa 1 cm di spessore.
2. Scaldate l’olio in un tegame bello ampio resistente alla cottura in forno e rosolate le zucchine per circa 8 minuti. Salate e lasciate raffreddare in un piatto. Accendete il forno a 200 °C, solo calore superiore.
3. Nel frattempo, nella stessa padella, rosolate le foglie di salvia. Sbattete le uova, grattugiate la metà del parmigiano e incorporatelo, poi condite con sale e pepe.
4. Aggiungete le zucchine alle uova e mescolate.
5. Se necessario, aggiungete ancora un po’ d’olio in padella. Versate il composto sulla salvia. Coprite e fate rapprendere la frittata a fuoco basso per circa 6 minuti.
6. Infornate la frittata e terminate la cottura per 5-10 minuti.
7. Capovolgete la frittata sul piatto poi ricapovolgetela ancora per avere la parte più bella rivolta verso l’alto. Riducete a scaglie il parmigiano restante e distribuitelo sulla frittata. Tritate grossolanamente il prezzemolo e spargetelo sulla frittata.
Preparazione: circa 30 minuti.
Per bicchiere: circa 15 g di proteine, 14 g di grassi, 3 g di carboidrati, 210 kcal
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Si viaggia molto, si ricorda poco
Videogiochi ◆ Montagne, villaggi e pianure: Crimson Desert invita a esplorare ogni angolo di Pywell, mentre la trama procede senza farsi ricordare
Davide Canavesi
Il genere gioco di ruolo è uno dei meglio rappresentati su computer e console. Esistono in pratica dalla nascita di questa forma d’intrattenimento. Ma questo non significa che sia facile creare dei giochi di ruolo che siano in grado di coinvolgere completamente i giocatori. Che si tratti di sviluppatori europei, americani o giapponesi, gli esempi illustri sono davvero molteplici. Meno noti sono i giochi provenienti dalla Corea del Sud, nonostante si tratti di un Paese che si sta facendo sempre più notare con titoli di grande qualità. L’ultimo uscito è Crimson Desert, gioco sviluppato da Pearl Abyss, studio già molto famoso per giochi multiplayer come Black Desert Online. Ma un gioco di ruolo in solitaria è decisamente una nuova sfida per questo studio basato a Gwacheon, una sfida che non siamo sicuri sia stata vinta al cento percento. Crimson Desert è un gioco d’azione e di ruolo che può essere giocato sia in terza persona sia in prima, è uscito su PC, Xbox Series, PlayStation 5 e MacOS. La storia del gioco – solitamente il fulcro di un gioco di ruolo – è la parte meno entusiasmante. Nei panni di Kliff Macduff, leader in un gruppo di guerrieri che si fanno chiamare Mantogrigio, vedremo la nostra casa distrutta e i compagni sterminati da un attacco a sorpresa agito da un
gruppo rivale, gli Orsi Neri. A malapena sopravvissuti al massacro, dovremo viaggiare in lungo e in largo per il mondo di Pywell in cerca di vendetta. Kliff è il classico eroe di poche parole, un po’ alla Geralt di Rivia della serie The Witcher, ma dal buon cuore. Sempre pronto ad aiutare il prossimo, cosa che dovrà fare innumerevoli volte nelle oltre ottanta ore che servono a completare l’avventura. Sebbene la storia graviti principalmente attorno a Kliff e ai sopravvissuti del suo gruppo, Crimson Desert non esita a introdurre elementi magici e fantascientifici alla sua altrimenti classica ambientazione pseudo-medioevale. Ma nonostante tutti questi elementi, la storia è piuttosto piatta, con pochi momenti davvero emozionanti. Una scelta fatta con consapevolezza dal team di sviluppo, più avvezzo a giochi concentrati sul gameplay che non sulle storie epiche.
Se la storia è un po’ carente, di sicuro non lo è l’enorme mole di attività in cui potremo cimentarci. Dal combattimento all’arma bianca ai giochi di carte, sfide a braccio di ferro, rotte commerciali, cucina e persino un sistema di arredamento della casa. Beninteso queste attività non sono tutte obbligatorie, anzi la maggior parte sono facoltative. Sebbene ci sia un po’ di tutto per chiunque, quello che manca è la coesione che una sto-
Giochi e passatempi
Cruciverba
Albert Camus scrisse questa celebre frase: «Non essere amati è semplice sfortuna…»
Completa la frase leggendo, a cruciverba risolto, le lettere evidenziate.
(Frase: 2, 4, 9, 1, 3, 5)
Errata corrige
La scorsa settimana è stata pubblicata una versione sbagliata della domanda del cruciverba. Ce ne scusiamo con i lettori.
ORIZZONTALI
1. Non manca in bagno
6. Un gas
10. Colpisce il naso
11. Meritevoli
12. Un grasso animale
13. Quarto fiume europeo
14. Sana senza capo
15. Cifre tonde
16. L e iniziali del cantante Fossati
17. L e iniziali del pianista
Allevi
18. Lo è il punto che conta
19. Annoiato a Londra
20. Un cereale
22. L e avevano Mercurio e Pegaso
23. Le iniziali dell’attrice Ryan 24. Il rosso è grave
VERTICALI
1. Un primo piatto
2. Un’attrattiva di Verona
3. Moda del momento 4. Prende per la gola 5. L e iniziali del cantante Antonacci
ria forte avrebbe potuto dare al gioco. Soprattutto perché molte attività sono fini a sé stesse: si intasca al massimo qualche moneta, senza ottenere punti esperienza. Insomma, a parte il ritorno monetario, c’è poco altro che ci spinga a impegnarci davvero. Senza contare che, in molti casi, le spiegazioni di cosa effettivamente si debba fare sono piuttosto confuse. È molto interessante, invece, l’esplorazione del mondo di gioco, Pywell. Visivamente molto riuscito, sia su console sia su PC, è composto da varie zone con biomi tutti diversi. Zone enormi e piacevoli da esplorare ma forse meno zeppe di quelle soprese inattese che sono un po’ alla base di questo genere di giochi. La colonna sonora è azzeccatissima, con la giusta
epicità. Il doppiaggio purtroppo non è disponibile in italiano.
Per quanto riguarda invece il combattimento, Crimson Desert è, ancora una volta, un po’ altalenante. Se da un lato affrontare i nemici comuni è piuttosto semplice e divertente, il combattimento contro i boss è tutta un’altra storia. Senza quasi preavviso i combattimenti diventano più tattici e tecnici, cosa per la quale non siamo inizialmente preparati, vista la relativa semplicità degli scontri normali. Peccato che la difficoltà non sia dovuta solo al fatto che i boss sono forti, furbi o dotati di tecniche speciali, ma anche a qualche problema puramente tecnico.
Non ci sembra fuori luogo immaginare che Crimson Desert puntasse a
eguagliare titoli famosissimi come The Witcher 3, The Legend of Zelda: Tears of the Kingdom o anche Elden Ring Giochi diversi tra loro e dai quali Pearl Abyss sembra aver preso idee a piene mani. Troviamo un po’ di tutto, in un amalgama che funziona abbastanza bene ma non benissimo. Insomma, per essere un primo gioco di ruolo «classico» da parte di questo team, il risultato soddisfa ma non entusiasma. Sicuramente dalla sua ha una grande varietà, sia di attività sia di ambientazioni. Quello che manca è, in un certo senso, l’anima. Personaggi a cui affezionarsi, storie da ricordare. Quello che resta è comunque un mondo vastissimo in cui possiamo fare davvero molto. E per taluni, già questo è più che sufficiente.
9. Corteggiavano Narciso 11. Schernire
13. C ommutatore per aprire e chiudere circuiti
15. Cittadina della Croazia
Soluzione della settimana precedente IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE – Significato risultante:
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.
Pearl Abyss
6. Conciliano il sonno 7. L’alter che fa per me
Donare senza dare
8.95
Da tutte
Frutta e verdura
Fai il pienodi vitamine
a partire da 2
20%
Lamponi Spagna/Portogallo/Marocco, vaschetta da 250 g, 3.60 invece di 4.50, (100 g = 1.44)
Sapore intenso
5.95
Fragole Extra Francia, vaschetta da 500 g, (100 g = 1.19) 25%
invece di 7.95
a partire da 2 pezzi 25%
2.95 invece di 3.70
Limoni Migros Bio Spagna, rete da 1 kg 20%
3.80
Pere Abate Fetel Migros Italia/Sudafrica, al kg, (100 g = 0.50)
Tutta la verdura Migros Bio prodotti surgelati (Alnatura esclusi), per es. piselli, 500 g, 2.25 invece di 3.–, (100 g = 0.45)
Migros Ticino
pezzi
28%
Particolarmente teneri
4.95
invece di 6.95
24%
Punte di asparagi bianchi
Germania, vaschetta da 300 g, (100 g = 1.65)
1.90
invece di 2.50
Zucchine Migros Bio
Italia, 500 g, confezionate, (100 g = 0.38)
2.–
invece di 2.50
Spagna / Paesi Bassi, sacchetto da 500 g, (100 g = 0.40) 20%
Peperoni misti
1.50
Patate Patatli, Fairtrade
Egitto, vaschetta da 600 g, (100 g = 0.25) 23%
invece di 1.95
3.95
Insalata di primavera Migros Bio
200 g, (100 g = 1.98)
2.30
Fagioli
Marocco, sacchetto da 500 g, (100 g = 0.46)
Di cosa hai voglia oggi?
Filetto di maiale IP-SUISSE per 100 g, in self-service 33%
3.75 invece di 5.60
Quando la pesca è buona
Sì ai PREZZIinteressanti
1.85 invece di 2.20 Formaggella ticinese 1/2 grassa per 100 g
Formaggio fresco alla doppia panna Kiri o Dippi in confezioni speciali, per es. formaggio fresco doppia panna, 24 porzioni, 432 g, 7.40 invece di 9.30, (100 g = 1.71)
Tutti i tipi di Caffè Latte Emmi per es. macchiato, 230 ml, 1.72 invece di 2.15, (100 ml = 0.75)
Alpro, senza zucchero
Prodotti freschi e pronti
20%
Cornatur scaloppina al limone e pepe o scaloppina caprese, per es. scaloppina al limone e pepe, 2 x 220 g, 7.90 invece di 9.90, (100 g = 1.80)
20x CUMULUS NOVITÀ
4.50 Tofu affumicato bio con mandorle e sesamo Taifun prodotto vegano, 200 g, (100 g = 2.25)
9.95 Spicy Chicken Bowl Daily by Neni 280 g, (100 g = 3.55)
20x CUMULUS NOVITÀ 4.50
Tofu bio rosso Taifun prodotto vegano, 200 g, (100 g = 2.25)
3.95 Tofu BBQ Migros Bio 230 g, (100 g = 1.72)
20x CUMULUS NOVITÀ
8.50 Oriental Beef Wrap Daily by Neni 260 g, (100 g = 3.27)
20x CUMULUS NOVITÀ
4.50
Tofu affumicato bio Black Forest Taifun prodotto vegano, 200 g, (100 g = 2.25)
... e sei in Italia
20%
Grana Padano e Parmigiano Reggiano, Migros Bio trancio o grattugiato, per es. Parmigiano Reggiano grattugiato, 75 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 2.99)
a partire da 2 pezzi 30%
Salatini per l'aperitivo Da Emilio disponibili in diverse varietà, per es. tarallini, 300 g, 2.77 invece di 3.95, (100 g = 0.92)
3.85 invece di 4.85
Milano o Citterino, Italia, per 100 g, in self-service 20%
Salame Citterio al pezzo
24%
5.95
invece di 7.86
Prosciutto cotto Puccini Rapelli Svizzera, 200 g, in self-service, (100 g = 2.98)
Tutte le pizze e le pinse Da Emilio, refrigerate per es. pizza Quattro stagioni, 440 g, 7.16 invece di 8.95, (100 g = 1.63) 20%
Pasta Anna's Best, refrigerata fiori asparagi e ricotta o gnocchi al basilico, in conf. multiple, per es. fiori, 3 x 250 g, 11.75 invece di 14.85, (100 g = 1.57) conf. da 3 20%
Assortimento completo Antipasti e Fruits de Mer per es. insalata di frutti di mare Antipasti, 180 g, 5.33 invece di 7.95, (100 g = 2.96) a partire da 2 pezzi
2.95
invece di 3.95
Spagna/Svizzera, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.59) 25%
Pomodorini ciliegini misti
conf. da 3 33%
Lasagne Anna's Best, refrigerate alla bolognese o alla fiorentina, in confezioni multiple, per es. alla bolognese, 3 x 400 g, 7.90 invece di 11.85, (100 g = 0.66)
a partire da 2 pezzi 30%
Tutto l'assortimento Ponti e Giacobazzi per es. aceto balsamico di Modena Ponti, 500 ml, 3.36 invece di 4.80, (100 ml = 0.67)
conf. da 6 25%
17.–invece di 22.80
Ravioli alla napoletana con ripieno di carne M-Classic 6 x 870 g, (100 g = 0.33)
conf. da 10 27%
6.–
invece di 8.25
Sanbittèr San Pellegrino 10 x 100 ml, (100 ml = 0.60)
Dolci delizie,DOLCI PREZZI
Tutti i cornetti Fun prodotti surgelati (art. spacchettati esclusi), per es. alla fragola, 8 x 145 ml, 8.21 invece di 10.95, (100 ml = 0.71)
20x CUMULUS
7.20 Mini gelati Berry Dark MegaStar prodotto surgelato, 6 x 55 ml, (100 ml = 2.18)
Con pezzi di lampone nella copertura di cioccolato fondente Gelato biscotto con ripieno alla vaniglia e pezzetti di cookie
prodotto surgelato, 3 x 90 ml, (100 ml = 2.94) 20x CUMULUS
prodotto surgelato, 470 ml, (100 ml = 1.69)
Gelato su stecco Raffaello
Gelato Nutella
Petit Beurre M-Classic Chocolat au Lait o Chocolat Noir, 4 x 150 g, (100 g = 1.17) conf. da 4
invece di 11.80
Tavolette di cioccolato Excellence e Les Grandes, Lindt per es. Excellence Orange Intense, 3 x 100 g, 9.60 invece di 14.40, (100 g = 3.20)
Mini Noir o Lait, Villars 9 x 10 g, (100 g = 5.50)
Noci e miscele di noci, Party in confezioni speciali, per es. arachidi, 750 g, 2.70 invece di 3.60, (100 g = 0.36)
invece di 9.30 Ragusa Classique, Blond Caramélisé o Noir 60% cacao, 3 x 100 g, (100 g = 2.47)
invece di 14.84 Branches Frey Midi Milk in conf. speciale, 650 g, (100 g = 1.59)
di 5.70
Fai scortadi convenienza
Involtini primavera J. Bank's prodotto surgelato, con pollo o verdure, per es. pollo, 2 x 6 pezzi, 740 g, 9.80 invece di 14.–, (100 g = 1.32)
partire da 3 pezzi
Tutto l'assortimento Tiger Kitchen per es. olio di sesamo Asian Style, 190 ml, 2.85 invece di 3.80, (100 ml = 1.50)
1.40 Fiocchi d'avena integrali fini M-Classic 1 kg, (100 g = 0.14) 1.25 Macedonia di frutta
Nescafé Gold de Luxe o Finesse in vasetto, 100 g e 200 g, per es. Gold de Luxe, 100 g, 5.82 invece di 8.95, (100 g = 5.82) a partire da 2 pezzi
da 2
Tutto l'assortimento Kellogg's per es. Tresor Choco Nut, 620 g, 5.56 invece di 6.95, (100 g = 0.90)
invece di 8.80
al
di 12.60
a partire da 2 pezzi 25%
Tutto l'assortimento di sottaceti e di antipasti, Condy per es. cetriolini, 290 g, 2.21 invece di 2.95, (100 g = 0.76)
conf. da 6 25%
Tonno Migros, MSC in olio e in salamoia, 6 x 155 g, per es. in olio, 7.40 invece di 9.90, (100 g = 0.80)
Più DRINK al miglior prezzo
8.25 invece di 13.80 Elmer Citro 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.09) 40%
da 8 25%
9.30 invece di 12.40 Coca Cola Classic, Zero oppure Zero zuccheri e Zero caffeina, 8 x 500 ml, (100 ml = 0.22)
Maionese, Thomynaise, senape dolce o concentrato di pomodoro, Thomy per es. maionese à la française, 2 x 265 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 0.89) conf. da 2 20% Acqua minerale Evian in confezioni multiple, per es. 6 x 1,5 litri, 4.42 invece di 6.60, (100 ml = 0.05)
3.30 Maionese svizzera Hugo Reitzel 180 g, (100 g = 1.83) 20x
i succhi e gli
2.45
invece di 4.95 Capri Sun Multivitamin, Multivitamin Zero, Mystic Dragon o Monster Alarm, 10 x 200 ml, (100 ml = 0.12)
PrenditiCURA di te
Tutto l'assortimento di prodotti solari (prodotti Garnier Ambre Solaire, M-Classic, confezioni multiple e confezioni da viaggio esclusi), per es. Sun Milk Protect IP 50 Sun Look, 200 ml, 7.60 invece di 9.50, (100 ml = 3.80)
Tutto l'assortimento Le Petit Marseillais (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. docciacrema ai fiori d'arancio, bio, 250 ml, 2.35 invece di 3.50, (100 ml = 0.94)
a partire da 3 pezzi 33% 7.90 invece di 11.85
conf. da 3 33%
Salviettine cosmetiche o fazzoletti, Kleenex, FSC® in confezioni multiple o speciali, per es. Balsam, 48 x 9 pezzi, 8.30 invece di 12.40 33%
Shampoo Nivea o Nivea Men per es. Classic Care Mild, 3 x 250 ml, (100 ml = 6.90)
conf. da 2 25%
Balsami trattanti o prodotti per lo styling dei capelli, Nivea per es. spray per capelli Diamond Volume, 2 x 250 ml, 7.40 invece di 9.90, (100 ml = 1.48)
e
in confezioni multiple o speciali, per es. fazzoletti FSC®, 56 x 10 pezzi, 4.85 invece di 7.28
Fazzoletti di carta
salviettine cosmetiche Linsoft
a partire da 2 pezzi
Tutto l'assortimento per la depilazione chimica Veet e I am incl. prodotti Men (prodotti per la rasatura e confezioni multiple escluse), per es. crema depilatoria Sensitive, 150 ml, 6.80 invece di 8.50, (100 ml = 4.53)
LO SAPEVI?
Per gambe lisce, viso o zona bikini: la marca propria «I am» offre anche creme depilatorie e strisce di cera a freddo per una depilazione veloce. I prodotti offrono una sensazione di pelle liscia e curata a lungo e sono disponibili con un ottimo rapporto qualità-prezzo.
conf. da 2 15%
Salvaslip Molfina, FSC® per es. Bodyform Air, 2 x 46 pezzi, 2.95 invece di 3.50
Assorbenti Ultra Molfina, FSC® per es. Normal, 3 x 16 pezzi conf. da 3
invece di 5.10
Veet (prodotti Men esclusi), per es. crema depilatoria gambe, 2 x 180 ml, 16.80 invece di 21.–, (100 ml = 4.67)
conf. da 2
a partire da 2 pezzi
Pratico e conveniente
Rendono il bucato ultra morbido e proteggono dalle cariche elettrostatiche
Rimuove molto calcare in poco tempo
15% Tutti gli ammorbidenti Exelia per es. Florence, in conf. di ricarica, 1,5 litri, 3.57 invece di 5.95, (1 l = 2.38)
Detergenti Potz o M-Classic per es. detergente per vetri Potz con confezione di ricarica, 2 x 750 ml, 7.55 invece di 9.45, (100 ml = 0.50)
In azione anche i detergenti M-Classic in conf. da 2
da
per piatti Handy Original, Lemon o Orange, per es. Original, 3 x 750 ml, 4.55 invece di 5.40, (100 ml = 0.20)
per la cucina o decalcificante, Potz per es. detergente per la cucina, 2 x 750 ml, (100 ml = 0.56)
In azione anche i bicchieri
Tutto l'assortimento di stoviglie Kitchen & Co. in porcellana e in vetro (prodotti Hit, bicchieri e bicchieri da tè esclusi), per es. tazza, 485 ml, verde, il pezzo, 3.47 invece di 4.95
Carta per uso domestico Twist Classic, Deluxe o Recycling 1/2 strappo, in confezioni speciali, per es. Classic FSC®, 12 rotoli, 10.90 invece di 15.60 30% 19.95 Pile Energizer Max AA o AAA in conf. speciale, 20 pezzi, (1 pz. = 1.00)
Tutti i tessili per il bagno Home per es. telo da bagno 100 x 150 cm, verde, il pezzo, 19.96 invece di 24.95 20%
Tutti gli aspirapolvere per es. aspirapolvere a traino Mio Star V-Cleaner VAC8Power, il pezzo, 127.20 invece di 159.–20%
Mini deodoranti o sfere profumate Migros Fresh disponibili in diverse profumazioni, per es. Lime Splash, 5.90 invece di 8.85, (1 pz. = 1.97)
a partire da 2 pezzi
Per i più piccolini. A prezzi mini.
Con ingredienti bio rigorosamente controllati
12.95
da 4 25%
Pantofole Essentials disponibili in nero o rosa e in diversi numeri, il paio
Salviettine umide per bebè Milette, FSC® per es. Sensitive con Aloe Vera, 4 x 72 pezzi, 9.75 invece di 13.–
a partire da 3 pezzi 33%
Tutte le bustine morbide bio Hipp per es. fragola-banana-mela, 100 g, 1.46 invece di 1.95, (10 g = 0.15) a partire da 4 pezzi 25% 4.75
Tutti i pannolini Rascals (confezioni multiple escluse), per es. Newborn 1, 22 pezzi, 5.33 invece di 7.95, (1 pz. = 0.24)
Scatola di salviettine umide per bebè 195 x 145 cm x 65 mm, disponibile in beige o azzurro, il pezzo
Per concludere in bellezza
Minirose Fairtrade disponibili in diversi colori, mazzo da 20, lunghezza dello stelo 40 cm, il mazzo
5.45
invece di 7.90
Entrecôte di manzo al pezzo IP-SUISSE per 100 g, in self-service, offerta valida dal 16.4 al 19.4.2026 31%
Perù/Spagna, il pezzo, 1.37 invece di 1.95, offerta valida dal 16.4 al 19.4.2026 a partire da 2 pezzi 30%
15.70
invece di 23.45
Sminuzzato di pollo Optigal Svizzera, 2 x 350 g, (100 g = 2.24), offerta valida dal 16.4 al 19.4.2026