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Azione 15 dell'8 aprile 2026

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MONDO MIGROS Pagina 2

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SOCIETÀ Pagina 7

L’Alpe di Gorda ospiterà un nuovo osservatorio astronomico: intervista all’astrofisica Anna McLeod

Quando la diplomazia fallisce la società civile insiste: l’iniziativa delle donne israeliane e palestinesi

ATTUALITÀ Pagina 13

Non le battute, ma lo scarto: Jacques Tati trasforma un gesto sbagliato in comicità pura

CULTURA Pagina 21

Xhaka risveglia il Sunderland

Dal Pumptrack di Tesserete al velodromo di Sigirino, ecco la rete di spazi sicuri per i giovani ciclisti

TEMPO LIBERO Pagine 39

Come cani sul fronte di guerra

Scuoto la testa leggendo su «Le Monde» la lettera del corrispondente da Kiev che riferisce di uno studio pubblicato alla fine dell’anno scorso sulla rivista scientifica «Evolutionary Applications», Dogs of War: The Effect of War Inflicted Environmental Damage on Free-Ranging Domestic Dogs, firmato dalla zoologa ucraina Mariia Martsiv. Possibile, mi chiedo, che mentre piove fuoco sul suo Paese, una ricercatrice non trovi niente di meglio che monitorare la situazione dei cani randagi al fronte? Possibile, poi, che l’Occidente – distratto da nuove crisi maiuscole, e anestetizzato dai bollettini bellici – finisca col parlare di quel conflitto per via dei poveri cani e non dei poveri umani che ci vivono e muoiono da quattro anni? Per il mondo la crisi russo-ucraina è un noioso rumore di fondo dei tg, una tragedia esistenziale e un’urgenza morale dimenticate, ma guai lasciarsi sfuggire i guaiti dei branchi di meticci che sopravvivo-

no spostandosi a zig-zag tra le bombe di Mosca. Poi, però, ci ripenso e provo a dare un senso «superiore» alla ricerca della Martsiv che ha analizzato 763 cani randagi in nove regioni dell’Ucraina constatando che lungo il fronte è in atto una selezione naturale accelerata. Favoriti sono gli animali più piccoli, più scattanti, con pelliccia scura e comportamento più selvatico. È una constatazione sul campo, confermata da dati, fotografie e campioni prelevati nelle aree di conflitto. Mi rendo conto, per cominciare, che sulle linee del fronte, tra crateri, calcinacci e alberi fumanti, i cani randagi raccontano la guerra meglio dei comunicati stampa. Sono dettagli marginali tra le battaglie, ma anche spie di ciò che un ambiente estremizzato può infliggere agli esseri che lo abitano. Questi cani non stanno «cambiando» in senso generico, stanno adattandosi alla normalità della guerra. La riduzione della taglia, la maggior velocità, la maggiore

diffidenza sono risposte fisiologiche e comportamentali a un ambiente dove manca il cibo e se non sei leggero rischi di saltare in aria calpestando una mina.

La guerra deforma l’ambiente: si sopravvivere solo se ci si trasforma. Ripenso ai miti dell’antica Grecia, dove le metamorfosi erano un linguaggio per spiegare l’insopportabile. Gli uomini diventavano animali o alberi quando il dolore e la violenza erano troppo grandi per restare umani. Dafne si trasforma in alloro per sfuggire alle voglie di Apollo; Aracne, dopo aver sfidato la dea Atena in una gara di tessitura, viene trasformata in un ragno. La metamorfosi segna il punto di rottura tra l’umano e l’inumano. I cani del fronte ucraino sono le nuove figure della metamorfosi: mutano corpo e comportamento per sfuggire alla follia della guerra. Nel farlo ci ricordano che la guerra non modella soltanto la geopolitica, ma la biologia, l’ambiente e la natura delle cose.

Se i cani cambiano così in fretta, cosa accade agli umani che restano lungo la linea del fuoco? Anche loro diventano altro: più sospettosi, sfuggenti, taciturni. Imparano a muoversi al buio, a riconoscere il silenzio che precede l’esplosione, a farcela col minimo indispensabile. Non è metamorfosi fisica, è mutazione antropologica. Il lavoro dei ricercatori mostra che la guerra continua a produrre effetti anche quando non fa più rumore. La natura, alterata, impiegherà decenni per tornare all’equilibrio. I cani conserveranno per generazioni le caratteristiche acquisite sotto le bombe. Gli esseri umani, idem, portandosi dentro abitudini, paure e rancori che promettono un futuro selvaggio. Come se ne esce? Nelle Metamorfosi di Ovidio, in alcuni casi tutto può tornare umano solo quando finisce l’offesa che ha generato il mutamento. Ci vorrebbe la pace: se le armi non tacciono, il mondo apparterrà ai cani randagi.

Kian Ramezani Pagine 34-35
Christopher Owens
Carlo Silini
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slowUp, si torna ad andare piano

Sponsoring ◆ slowUp Ticino, evento gratuito e unico che prevede la chiusura al traffico motorizzato per 50 km tra Locarno e Bellinzona, avrà luogo il 19 aprile

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La novità ◆ Da qualche settimana potete seguirci anche sui social

Ritorna anche quest’anno l’amata giornata all’insegna del movimento e della compagnia dove sarà possibile spostarsi tranquillamente in bicicletta, coi pattini, a piedi o con altri mezzi senza motore su strade chiuse al traffico. Un’occasione imperdibile per trascorrere del tempo di valore con i propri famigliari o i propri amici, godendosi un percorso suggestivo. Il tracciato, simile a quello degli scorsi anni, attraverserà i comuni di Locarno, Muralto, Minusio, Tenero-Contra, Gordola, Cugnasco-Gerra, Cadenazzo. S. Antonino e Bellinzona e sarà interamente chiuso al traffico motorizzato dalle ore 10.00 fino alle 17.00 per permettere ai partecipanti di spostarsi tranquillamente in bicicletta, coi pattini, a piedi o altri mezzi senza motore. Lungo il percor-

Migros a slowUp

Anche Migros sarà protagonista di slowUp con diverse manifestazioni a Sant’Antonino.

• Ristorante: menù tradizionali, ma anche vegetariani e vegani.

• Infrastrutture e servizi: WC e WC disabili, posteggi, Samaritani.

• Attività: animazioni e giochi per bambini, postazione Activ Fitness, musica con DJ e guggen.

so saranno presenti 15 punti di animazione, di cui 13 con ristorazione. La maggior parte delle soste sono gestite da associazioni ricreative locali che proporranno intrattenimenti e animazioni per grandi e piccini. Non mancheranno inoltre le «soste agricole», ovvero aziende agricole presenti sul percorso che in occasione dell’e-

• Stand espositori: Migros e Strade sicure con Polizia Cantonale. La Polizia cantonale vi aspetta sul piazzale del Centro Commerciale Migros a Sant’Antonino con lo stand informativo del progetto di prevenzione Strade Sicure. I visitatori e le visitatrici avranno l’opportunità di mettere alla prova le proprie abilità sulle due ruote, partecipa -

vento apriranno le loro porte ai partecipanti e organizzeranno attività. Per l’edizione 2026 sono inoltre previste tre nuove soste: Gordola (organizzata dal Tennis Club Gordola), Gudo (organizzata dalla Scuderia Resinelli – Progero) e Giubiasco (organizzata dall’associazione Pro Carnevale Valle Morobbia).

re ad attività coinvolgenti, scoprire il Posto Comando Mobile della Polizia cantonale e prendere parte a un entusiasmante concorso a premi.

• Da non perdere: giochi, divertimento e foto ricordo attendono tutta la famiglia nella zona Famigros.

• Special Guest: il mitico Camion Migros.

Informazioni pratiche

• www.slowUp.ch > Ticino: sul sito web dell’evento sono ottenibili informazioni utili per coloro che intendono partecipare e consigli per i domiciliati lungo il percorso o per coloro che avessero necessità di spostarsi in automobile nella regione nel corso della giornata.

• Chiusura strade: il percorso slowUp è completamente chiuso al traffico motorizzato per l’intera durata della manifestazione (10.0017.00) ed è proibito l’accesso di qualsiasi veicolo; esclusi i servizi di pronto soccorso (ambulanza, pompieri e polizia). In caso di preventivato utilizzo dell’auto si consiglia di posteggiare al di fuori del tracciato la sera precedente l’evento.

• Muoversi sul percorso: sul percorso ci si può muovere liberamente e al proprio ritmo seguendo la direzione di marcia e l’apposita segnalazione. Si è liberi di entrare e uscire dal tracciato in qualsiasi punto, così come di percorrere l’intera distanza o solo parte di essa. Per ragioni di sicurezza i partecipanti sono invitati a mantenere una velocità adeguata, ai ciclisti si consiglia una velocità massima di 25 km/h e l’utilizzo del casco. Rispettate gli altri partecipanti, mantenete la destra della careggiata e superate a sinistra. Se vi arrestate sul percorso, fermatevi a bordo strada e non ostacolate chi vuole proseguire.

Così Beni Dürr rende migliori i broccoli

Info Migros ◆ Grazie al progetto «Ambasciatore dei Broccoli» di Migros si riducono i pesticidi

La Tesla è collegata all’energia solare. «Devo sfruttare al massimo questo sole», dice Beni Dürr strizzando gli occhi. Ci sono anche migliaia di piccole piantine sul grande piazzale antistante la sua azienda agricola di Haag (SG). Vengono piantate nei campi circostanti dall’inizio di marzo. I primi broccoli vengono raccolti alla fine di maggio. Dürr e i suoi fornitori piantano ogni anno quattro milioni di piantine, che poi lui trasforma in 1000 tonnellate di broccoli surgelati attraverso la sua azienda Verdunova. Fino a 30 anni fa, broccoli, cavolfiori e romanesco surgelati venivano importati dall’estero. Dürr è stato il primo a coltivare in Svizzera queste tre verdure a cimette e a trasformarle in ortaggi surgelati. Non è un uomo da mezze misure. A soli 23 anni, ha rilevato l’azienda zootecnica del padre con 20 mucche da latte. Nel 1991 ha costruito una stalla moderna a stabulazione libera. Cinque anni dopo, ha venduto tutte le sue mucche e nella vecchia stalla è stato costruito un impianto di lavorazione degli ortaggi. «Dal punto di vista imprenditoriale, ho visto un potenziale maggiore negli ortaggi», dice Dürr. Era anche affascinato dalla natura. Il seme di un cavolo bianco pesa un trecentesimo di grammo e diventa un milione di volte più pesante nell’arco di 100 giorni. «Di fronte a questo fenomeno ci si sente piccoli».

«Dal punto di vista imprenditoriale, ho visto un potenziale maggiore negli ortaggi», Beni Dürr, agricoltore e fondatore di Verdunova AG e Conorti AG. (Anna-Tina Eberhard)

Improvvisazione e spirito imprenditoriale

L’imprenditore della Valle del Reno è appassionato del Dixieland e suona il sassofono. Come nella musica jazz, gli è capitato di improvvisare anche negli affari. Aveva un business plan, ma ammette: «Sono stato un po’ ingenuo nel mio approccio». Non è riuscito a ottenere subito il suo primo ordine importante dalla Migros perché le condizioni igieniche del suo impianto di ortaggi autocostruito – proprio accanto a una stalla per cavalli – erano discutibili. Ma Dürr non si è arreso,

ha esternalizzato la produzione e ha continuato a ingegnarsi. Ha sviluppato un processo di congelamento in cui le verdure non vengono cotte in acqua e raffreddate con acqua ghiacciata, come avviene tradizionalmente, ma vengono riscaldate con vapore e raffreddate con aria. Il consumo di acqua è stato ridotto del 90% e le verdure conservano vitamine, colore e sapore.

Un piano per i broccoli

Cinque anni fa, la Migros, che presto è diventata il suo cliente principa-

Ottantotto anni or sono, nel 1938, nasceva «Azione», il Settimanale di Migros Ticino che, da allora, settimana dopo settimana, accompagna le e i ticinesi nella loro quotidianità, offrendo sempre informazioni di prima mano, spunti di riflessione e occasioni di approfondimento. Tutto ciò grazie alla penna di grandi firme nazionali e internazionali. E da qualche anno «Azione» si può leggere anche online, in ogni parte del mondo, senza doversi affidare alla carta stampata. Ora, finalmente, il settimanale è diventato anche social. Il settimanale ticinese, infatti, ora è su Instagram. Seguiteci perché giorno dopo giorno troverete stimoli, notizie e concorsi, nuove prospettive e news inedite. Seguici su Instagram

le, si è rivolta a Beni Dürr. L’obiettivo era quello di rendere la coltivazione dei broccoli ancora più sostenibile. Dürr è conosciuto come un promotore dell’agricoltura sostenibile. Già da ragazzo si impegnava per mantenere pulita la natura. «Pulire il ruscello» era un gioco grazie al quale pescava biciclette e molto altro, un giorno perfino un elmetto della Seconda guerra mondiale. In collaborazione con Migros, Dürr ha testato 30 diverse varietà di broccoli e ha studiato quali fossero in grado di affrontare al meglio il terreno sabbioso della Valle del Reno sangallese con pochi pesticidi. Il test ha mostrato che, scegliendo le varietà giuste, i trattamenti antifungini possono essere ridotti a meno del 30% senza perdite di resa. Dürr ha anche sviluppato una serie di trucchi per ridurre ulteriormente l’uso dei pesticidi. Con la cosiddetta irrorazione a bande, ad esempio, le piante vengono trattate direttamente al momento del trapianto solo lungo la loro fila, e non sull’intera superficie del campo – una riduzione del 70-80% dei prodotti per il controllo delle infestanti. Un altro trucco consiste nella concimazione delle piantine tramite la calce: in questo modo le radici diventano più robuste e hanno un vantaggio rispetto alle erbe infestanti. In conclusione: i broccoli surgelati

sono ora più rispettosi dell’ambiente e gli agricoltori risparmiano sui costi perché hanno bisogno di meno prodotti fitosanitari. Nel frattempo, Beni Dürr sta già studiando una nuova idea. Ha scoperto un fungo che potrebbe essere utilizzato come organismo utile nel terreno perché favorisce la crescita delle radici e rende più robuste le giovani piante di broccoli. Eppure Dürr, che ha 67 anni, in realtà sarebbe già in pensione. Ha ceduto la sua azienda Verdunova a Rosina, la penultima delle sue quattro figlie. Così ha più tempo da dedicare alla musica: in qualità di presidente del Festival del Castello di Werdenberg, sta organizzando un’opera di Verdi per il mese di agosto. «Come agricoltore, per 40 anni mi sono occupato del benessere fisico delle persone. Ora mi occupo del loro benessere spirituale».

Riduzione dei pesticidi

Il «Progetto Ambasciatore dei Broccoli» della Migros mira a ridurre l’uso di pesticidi chimici di sintesi nella coltivazione convenzionale dei broccoli. Con misure concrete, come la selezione delle varietà, la sarchiatura tra le file per combattere le erbe infestanti e l’irrorazione a bande, si possono ottenere riduzioni dei pesticidi del 70-80%.

Foto
Garbani

SOCIETÀ

Femminismo e potere

Gli articoli della giornalista

Rebecca Solnit pubblicati negli ultimi dieci anni raccolti nel libro

La madre di tutte le domande

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Le stelle viste da Gorda

In Valle di Blenio il progetto di un nuovo osservatorio astronomico

unisce scienza, educazione e turismo sostenibile

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Viaggi sensoriali per anziani

Le sale multisensoriali con approccio Snoezelen sono una realtà in centri diurni terapeutici e case per anziani

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Le cure giuste, al momento giusto

All’ascolto dei giovani

A Lugano è da poco aperto lo SportelloProssimità, un servizio di assistenza e supporto dedicato ad adolescenti e giovani adulti

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Salute ◆ Riflessioni sul confine tra terapia possibile e accanimento, tra valori del paziente e responsabilità condivisa

Il caso dello scorso mese di febbraio di un bambino ricoverato a Napoli dopo un trapianto di cuore, che non ha dato gli esiti sperati, ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema delicato e complesso: l’appropriatezza delle cure. A prescindere dagli eventuali errori che saranno valutati nelle sedi competenti, ci si interroga su quali criteri orientino le decisioni quando la medicina può agire ma le probabilità di successo sono molto basse.

Dove si colloca il confine tra tentare il possibile e sconfinare nell’accanimento terapeutico? Ne parliamo con lo specialista in medicina intensiva e d’urgenza, dottor Mattia Lepori, vice capo area medica EOC e membro della Commissione centrale di etica dell’Accademia svizzera delle scienze mediche, per comprendere quali principi orientano scelte tanto difficili, non solo in ambito pediatrico ma in tutta la pratica clinica contemporanea.

Secondo Lepori, il primo grande equivoco nasce dall’idea di un presunto «diritto alla salute»: «Spesso si parla di “diritto alla salute” che, in realtà, nessuno può garantire, perché non esiste un diritto assoluto a essere sani; esistono invece due diritti fondamentali: il diritto alla preservazione della salute e il diritto alle cure». Egli spiega che il primo si manifesta soprattutto nelle misure preventive, dall’ambiente di lavoro sicuro alla regolamentazione della qualità dell’aria e dell’acqua, mentre il secondo, sancito dalla Costituzione e regolato dalla LAMal a livello federale, riguarda le cure scientificamente fondate, efficaci e appropriate, erogate in modo equo secondo i principi della giustizia distributiva. L’appropriatezza è quindi già un concetto giuridico e scientifico: «Una cura è appropriata quando le evidenze disponibili ne supportano l’uso per una determinata diagnosi o condizione clinica». Ma, secondo lo specialista, ciò non basta: «Essa deve essere distinta dall’adeguatezza; bisogna cioè saper valutare quanto quella terapia, pur appropriata in generale, sia davvero indicata per quella persona in quel momento specifico. E qui entrano in gioco criteri etici e clinici insieme». Allora, quando un trattamento ha probabilità minime di successo, l’adeguatezza implica la proporzionalità tra benefici e rischi: «Se una terapia prolungasse la vita solo di poco o non ne migliorasse la qualità, comportando al contempo effetti collaterali significativi, si configurerebbe ciò che si definisce “futilità terapeutica”, noto anche come accanimento terapeutico». A questo punto, Lepori sottolinea che «l’adeguatezza non riguarda solo i dati clinici, perché il medico deve considerare anche i valori, le priorità e le convinzioni del paziente. Ciò

significa che una cura appropriata può non essere adeguata se la persona, per motivi religiosi, familiari o personali, decide di rifiutarla».

Risulta evidente quanto sia centrale la comunicazione: «Il medico ha il dovere di informare il paziente su benefici, rischi e possibili alternative, rispettando in ogni momento la sua autonomia». Considerando comunque che «in situazioni di urgenza, in cui un trattamento salvavita non può essere procrastinato, l’informazione e la raccomandazione diventano più insistenti, ma il principio resta lo stesso: la scelta deve essere condivisa e proporzionata». Il confine tra proporzionalità delle cure e accanimento terapeutico diventa ancora più delicato (in qualsiasi ambito medico) quando errori tecnici iniziali potrebbero umanamente creare una pressione emotiva a «fare tutto il possibile, così come sembrerebbe essere accaduto nell’esempio citato». A questo proposito, lo specialista sottolinea come la componente emotiva e mediatica non debba alterare i criteri etici: «La decisione deve basarsi su un’analisi razionale del rapporto tra probabilità di successo, rischi e sofferenza del paziente. È chiaro che la trasparenza, la comunicazione chiara e il supporto alle famiglie sono strumenti indispensabili per evitare dinamiche incontrollabili».

Il dottor Lepori evidenzia anche l’importanza della volontà del paziente e, quando necessario, della famiglia: «Il diritto all’autodeterminazione implica che un paziente possa rifiutare un trattamento, anche se appropriato, mentre la famiglia dovrebbe entrare nelle decisioni solo se il paziente lo autorizza o quando egli stesso non è più in grado di discernere». Emerge allora l’importanza di strumenti come le direttive anticipate che aiutano a rispettare i desideri del paziente, evitando conflitti tra giudizio clinico e volontà dei familiari.

Il caso del bambino ricoverato a Napoli dopo un trapianto di cuore andato male ha riportato al centro del dibattito il tema dell’appropriatezza delle cure

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda l’appropriatezza e l’adeguatezza delle cure in relazione alla giustizia distributiva, considerando che le risorse sanitarie (organi, posti in terapia intensiva e personale qualificato) sono oggi limitate. «È necessario riflettere sul fatto che l’appropriatezza non riguarda soltanto l’efficacia clinica, ma anche la sostenibilità

del sistema. Garantire a tutti un’equità di cure scientificamente fondate è una priorità, poiché il principio di equità è strettamente connesso al tema dell’accessibilità, che rappresenta ancora oggi una criticità significativa per alcune fasce della popolazione». La sostenibilità del sistema sanitario non è quindi solo finanziaria, ma anche organizzativa: «Campagne di sensibilizzazione come Smarter Medicine puntano a informare curanti e pazienti sull’appropriatezza delle prestazioni, ma l’allocazione delle risorse sanitarie dovrebbe essere guidata da esperti sanitari, economisti, sociologi e giuristi, mentre la politica dovrebbe assumere un ruolo di coordinamento». Lepori invita così a riflettere sul ripensare i modelli organizzativi, anziché cercare semplicemente di aumentare il personale, «cosa essenziale per garantire un sistema equo e funzionale».

Infine, gli errori (che non dovrebbero accadere ma possono purtroppo capitare) o le criticità organizzative non modificano i criteri etici; ciò che invece cambia è l’approccio: «Serve trasparenza, umiltà e comunicazione chiara. Quando ci si trova dinanzi a un errore, chiedere scusa non significa ammettere colpe, ma ristabilire fiducia e dialogo. Per contro, cercare di “fare tutto il possibile” senza valuta-

re proporzionalità e adeguatezza può generare danni aggiuntivi». Mai come in una situazione del genere, diventa essenziale l’approccio comunicativo dove «l’accompagnamento delle famiglie e l’uso di direttive anticipate rappresentano strumenti chiave per affrontare in maniera etica e consapevole queste scelte complesse». È la conclusione di Mattia Lepori che, con queste riflessioni, ci permette di comprendere quanto il tema dell’appropriatezza delle cure tocchi corde profonde: la speranza, il limite, la responsabilità.

Al di là del singolo caso di cronaca, riflettere su appropriatezza e adeguatezza delle cure, sull’importanza di una comunicazione chiara e trasparente tra tutte le parti coinvolte, sulla responsabilità condivisa e, per il rappresentante terapeutico, sulla questione fondamentale di cosa il paziente avrebbe scelto per sé se avesse potuto esprimersi, solleva interrogativi sull’intero sistema sanitario e sulla società. È infatti necessario trovare un equilibrio tra le possibilità offerte dalla tecnologia, il rispetto della persona e il senso del limite: «Comprendere i criteri che guidano queste decisioni rappresenta un passo cruciale per affrontare con consapevolezza le sfide della medicina contemporanea».

Il medico ha il dovere di informare il paziente su benefici, rischi e possibili alternative di una cura, rispettando in ogni momento la sua autonomia (Freepik.com)
Maria Grazia Buletti

Verdi o bianchi?

Attualità ◆ La primavera è anche sinonimo di asparagi. Indipendentemente dal loro colore, sono tutti deliziosi, versatili e benefici per la salute. Ecco le principali differenze tra i due ortaggi

Veri campioni di crescita, gli asparagi verdi crescono in piena terra e necessitano di molta luce e sole per svilupparsi al meglio. In presenza di condizioni ideali di soleggiamento, possono addirittura crescere fino a 7 cm al giorno. Crescendo all’aperto, sono più resistenti degli asparagi bianchi. Gli asparagi verdi più fini possono essere consumati interamente con la loro buccia, mentre quelli più spessi andrebbero pelati nella parte inferiore del turione. La stagione degli asparagi verdi coincide con quella dei cugini bianchi, che va da marzo a giugno. Inoltre, cuociono più velocemente di quelli bianchi e hanno un sapore più marcato. Gli ortaggi teneri possono essere consumati anche crudi, per esempio in insalata. Sono ottimi grigliati, bolliti, saltati in padella, oppure per arricchire piatti di pasta, risotti e pizza.

Coltivati sottoterra, gli asparagi bianchi non subiscono la fotosintesi e pertanto non si colorano di verde. Hanno un sapore leggermente amarognolo, ma sono considerati più delicati dei verdi. La buccia è generalmente dura e fibrosa, di conseguenza è consigliabile pelarli prima della cottura. Non sono particolarmente indicati per il consumo crudo. Per mantenere il loro colore bianco puro, aggiungere qualche goccia di succo di limone all’acqua di cottura. All’acquisto gli asparagi freschi devono avere le punte ben chiuse e scricchiolare l’uno contro l’altro. Si conservano meglio se avvolti in un panno umido e tenuti in frigorifero. Sono perfetti per piatti delicati e primaverili, lessati, al vapore, gratinati al forno oppure accompagnati da salsa olandese, un grande classico della cucina elegante.

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Un taglio che conquista

Attualità ◆ Una pietanza gustosa, succosa e variata per dare il via alla stagione delle grigliate: il collo di maiale

Il maiale possiede una carne gustosa, succosa e perfetta per una moltitudine di preparazioni. Sono molti coloro che ritengono che le grigliate più riuscite si ottengano con la carne di maiale. Un taglio molto apprezzato per la sua tenerezza è sicuramente il collo di maiale, caratterizzato dalle sue venature di grasso che, sciogliendosi durante la cottura, arricchiscono la carne con un aroma unico. È bene ricordare che la carne di maiale deve essere sempre ben cotta.

Buona parte della carne di maiale venduta alla Migros è di origine svizzera e proviene da allevamenti sostenibili che seguono le normative della produzione integrata IP-SUISSE. Ciò significa che nelle fattorie si tiene conto delle esigenze degli animali a vantaggio del loro benessere, per esempio garantendo loro spazio sufficiente e la possibilità di trascorrere del tempo all’aperto, mentre l’alimentazione è naturale, basata su cereali di produzione indigena. Migros garantisce rigorosi controlli di qualità lungo tutta la filiera.

Una ricetta alla portata di tutti a base di collo di maiale? Con una bistecca aromatizzata al burro e fiori alla griglia portare in tavola un piatto dal gusto irresistibile è dav-

vero

pepe e fiori Sélection, sale e, a piacere, 1 cuc-

Collo di

IP-SUISSE per 100 g, al banco Fr. 1.55 invece di 2.40 dal 9.4 al 15.4.2026

chiaino di petali essiccati, p. es. di fiori di calendula, fiordaliso, timo e rosmarino. Come procedere: montare la panna acida e il burro con lo sbattitore fino ad ottenere un com-

facile. Per 4 persone servono 4 bistecche di collo di maiale da ca. 200 g l’una, 50 g di panna acida semigrassa, 80 g di burro morbido, 1 cucchiaio di miscela di
posto spumoso. Aromatizzarlo con
la miscela di pepe e fiori. Scaldare il grill a 230 °C e salare la carne. Cuocerla a fuoco medio per ca. 5 minuti per lato e servirla subito accompagnata dal burro aromatizzato e cosparsa di petali.
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maiale

Storie di umiliazioni e aggressioni

Libri ◆ La condizione femminile declinata in dieci anni di articoli dalla giornalista statunitense Rebecca Solnit

Rebecca Solnit ha raggiunto la fama in Europa nel 2014 grazie al suo best seller Gli uomini mi spiegano le cose Adesso che la casa editrice milanese Ponte alle Grazie ha pubblicato una raccolta di suoi articoli e saggi, usciti negli Stati Uniti su diverse testate e blog negli ultimi dieci anni, non si fa fatica ad ammettere che è Rebecca Solnit a spiegarci le cose e che ci piace molto quando lo fa. In questa miscellanea di suoi testi intitolata La madre di tutte le domande, la giornalista statunitense affronta i temi più svariati correlando le sue riflessioni di una bibliografia ampia che va dalla letteratura all’antropologia, a una conoscenza precisa dell’attualità e della cronaca del suo Paese. In apertura troviamo il saggio che dà ragione al titolo della raccolta: Solnit racconta di come alla fine di una conferenza su Virginia Woolf un giornalista, ignorando il tema del suo intervento, le abbia chiesto come mai non avesse fatto figli. Ecco la madre di tutte le domande, a cui, dopo aver risposto che era stata una scelta consapevole, Solnit aggiunge anche un sacrosanto improperio.

Il focus che tiene insieme queste pagine è la condizione femminile, ma Solnit prende parola anche sulle discriminazioni subite dagli afroamericani e più in generale sulle dinamiche di perpetrazione di ingiustizie nel sistema occidentale, domandan-

dosi a tal proposito come sia avvenuto che nella nostra cultura sia diventata ormai da decenni preponderante la domanda: «sei felice?», quando dovremmo piuttosto cercare di capire se quello che facciamo ha un senso, quanto meno per noi stessi. La messa in discussione del mito della felicità che Solnit faceva ormai dieci anni fa è ora al centro di un dibattito più ampio e al cuore del saggio, per esempio, di Raffaele Ventura La conquista dell’infelicità (Einaudi, 2025), a riprova che in effetti la giornalista e blogger californiana è, come si usa dire, davvero un passo avanti.

Alla fine di una conferenza su Virginia Woolf un giornalista, ignorando il tema del suo intervento, ha chiesto alla Solnit come mai non avesse fatto figli: ecco la madre di tutte le domande

Molti degli argomenti di cui scrive Rebecca Solnit sono temi su cui si dibatte da tempo, ma gli aspetti su cui si sofferma permettono anche a chi è stufo di sentirne parlare di avere una prospettiva non solo inedita, ma più convincente. Per esempio, Solnit scrive nero su bianco che negli Stati Uniti «quasi una donna su cinque è vittima di stupro»: questo dato la conduce a

definire la violenza sessuale una vera e propria «epidemia». A partire da tale evidenza statistica, Solnit propone una riflessione non tanto sull’inutilità dell’hashtag #notallmen, visto che nessuno che abbia un po’ di sale in zucca crede che tutti gli uomini siano degli stupratori, quanto su come il sistema reagisca all’epidemia dello stupro. In particolare, attingendo a un suo ricordo personale, scrive che quando la madre andò alla polizia a denunciare suo padre perché lui la picchiava si sentì rispondere che forse tutto si sarebbe risolto se fosse tornata a casa a cucinare qualcosa di buono per cena.

Continuando nell’alternanza di dati e di considerazioni politiche, alla possibile obiezione per cui questo ricordo appartiene a un’epoca ormai finita, Solnit aggiunge che sono attualmente centinaia di migliaia i campioni biologici prelevati in occasione delle denunce per stupro che la polizia dei diversi stati nordamericani ha semplicemente ignorato. Poi, si sposta all’altro capo del mondo (quella dello stupro è a tutti gli effetti una pandemia) citando il primo ministro indiano Narendra Modi, famoso conservatore, che nel discorso per la festa dell’Indipendenza nel 2014 arriva a ricordare ai suoi cittadini che la

piaga dello stupro riguarda i loro figli maschi, che devono essere educati e indirizzati, come lo sono, fin troppo, le giovani figlie. In un altro brano della raccolta Solnit ricorda anche come le sparatorie che purtroppo avvengono regolarmente negli Stati Uniti, causando stragi, sono sempre agite da «uomini bianchi», anche quando vengono compiute per uccidere «gli uomini neri che violentano le nostre donne» come è accaduto, per esempio, a Jacksonville nel 2023.

Rebecca Solnit non scrive solo di violenza, seppur questo sia il tema che occupa indubbiamente più spazio nelle sue riflessioni, ma anche di censura: in particolare riesce ad affrontare con grande efficacia il problema del linguaggio di genere che negli ultimi anni è stato abbastanza penoso. A coloro che vorrebbero abolire l’utilizzo dei termini «uomini e donne», risponde: «maschio e femmina, è così che le persone organizzano gran parte del loro pensiero sociale da molto tempo», sottolineando poi la necessità che noi esseri umani abbiamo di comunicare, di parlare per provare a capirci e non per essere politicamente corretti.

Bibliografia

Rebecca Solnit, La madre di tutte le domande. Riflessioni sul femminismo e il potere, Ponte alle Grazie, 2025, pp. 248.

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Noi siamo davvero figli delle stelle

Territorio ◆ All’Alpe di Gorda in Valle di Blenio sta per nascere il più grande osservatorio astronomico del Cantone L’astrofisica Anna McLeod, presidente di Astrocalina, ci spiega il progetto che unisce scienza, educazione e turismo sostenibile

«E quindi uscimmo a riveder le stelle», è forse il verso più noto di Dante, l’ultimo dell’Inferno. E proprio la parola «stelle» conclude tutte e tre le Cantiche della Divina Commedia. Perché? Perché l’umanità si è da sempre interrogata (e orientata) guardando il cielo notturno e alle stelle l’uomo ha affidato una potente carica simbolica. Alzare gli occhi verso un cielo stellato non è mai un atto neutro né banale, lo sanno i poeti e lo sanno gli astronomi. È forse per questo motivo che gli osservatori astronomici sono luoghi che suscitano curiosità e affascinano anche chi di scienza capisce poco. In Ticino e precisamente all’Alpe di Gorda in Valle di Blenio questa curiosità sarà stimolata da Gionitus, un nuovo osservatorio astronomico aperto a tutti e fortemente voluto dall’associazione Astrocalina che fin dal 2012 si occupa di divulgazione astronomica attraverso attività educative e culturali. Ne abbiamo parlato con la presidente di Astrocalina, Anna McLeod, astrofisica nata a Locarno, professoressa e ricercatrice alla Durham University nel Regno Unito.

Professoressa McLeod, come è nato il progetto di un osservatorio all’Alpe di Gorda? Quali sono i tempi di realizzazione che prevedete? Il progetto nasce dall’incontro tra una passione che esiste in Ticino da molti anni e un’opportunità concreta legata al territorio. L’Associazione astronomica Astrocalina porta avanti attività osservative e di divulgazione da decenni, e nel tempo è maturata l’idea di creare una struttura più moderna e stabile che potesse diventare un vero punto di riferimento per l’astronomia nella regione. L’Alpe di Gorda si è rivelata un luogo ideale e la valle ha dimostrato grande apertura verso un progetto che unisce scienza, educazione e turismo sostenibile.

Negli ultimi anni il progetto ha preso forma grazie alla collaborazione tra l’associazione, le istituzioni locali, la comunità, e il Cantone, e dove diverse realtà stanno lavorando insieme per valorizzare il territorio in modo sostenibile. Il progetto dell’osservatorio si inserisce infatti nel quadro del Masterplan Valle di Blenio promosso dall’Ente Regionale per lo Sviluppo Bellinzonese e Valli, che mira a sviluppare iniziative legate alla natura, alla cultura e alla conoscenza del territorio.

Ora stiamo entrando nella fase concreta: parallelamente alla progettazione tecnica stiamo lavorando anche sulla raccolta fondi e sul coinvolgimento del territorio. Se tutto procede secondo i piani, l’obiettivo è iniziare la realizzazione quest’anno e aprire l’osservatorio al pubblico nel 2027.

Come è stato scelto il luogo?

Per l’astronomia il cielo buio è una

L’Alpe di Gorda è un luogo ideale per un osservatorio astronomico perché offre una buona quota e un cielo ancora molto buio. (©Ticino Turismo-Milo Zanecchia)

risorsa preziosa, sempre più rara in Europa. L’inquinamento luminoso rende invisibili molte stelle anche a poche decine di chilometri dalle città. La Val di Blenio è una delle zone dell’arco alpino dove il cielo notturno è ancora relativamente preservato. L’Alpe di Gorda offre inoltre una buona quota, un orizzonte ampio e una posizione facilmente raggiungibile senza compromettere l’ambiente naturale. Ma è stata anche una scelta di visione territoriale. L’osservatorio sorgerà vicino alla Capanna Gorda, una struttura molto amata da escursionisti e famiglie. Questo crea una sinergia naturale: chi arriva per la montagna o per la natura potrà anche scoprire il cielo, e viceversa. L’idea è proprio quella di integrare l’astronomia nel paesaggio e nelle attività della valle, creando un’esperienza che unisce montagna, natura e cielo notturno.

Quali saranno le caratteristiche dell’osservatorio? Di quale strumentazione sarà dotato?

L’osservatorio sarà centrato su una cupola principale che ospiterà un telescopio moderno di circa 80 cen-

timetri di diametro, uno strumento molto potente per una struttura di questo tipo. Accanto al telescopio principale ci saranno altri strumenti dedicati sia all’osservazione del cielo notturno sia a quella del Sole, oltre a spazi pensati per attività didattiche e divulgative.

L’obiettivo non è solo offrire osservazioni al telescopio, ma creare un luogo dove il cielo possa essere esplorato in molti modi diversi: osservazioni guidate, incontri scientifici, attività per scuole e famiglie e momenti di divulgazione.

In questo senso l’osservatorio sarà parte di una rete di esperienze nella valle che uniscono natura, conoscenza e turismo sostenibile.

Da chi e come sarà gestito l’osservatorio?

L’Osservatorio sarà in primis gestito all’Associazione astronomica Astrocalina, in collaborazione con partner locali e istituzionali. L’obiettivo è creare una struttura aperta e dinamica: un luogo dove possano collaborare astrofili, ricercatori, scuole e istituzioni. In questo senso l’osservatorio non sarà solo una struttura tec-

Un appuntamento per scoprire Gionitus

Per gli interessati a scoprire più da vicino il progetto dell’Osservatorio e più in generale le attività legate al mondo dell’astronomia, l’Associazione Astrocalina organizza sabato 18 aprile 2026, a partire dalle 14.00, presso il Centro POLI di Olivone, una giornata dedicata al mondo dell’osservazione del cielo, con attività astronomiche aperte a tutti, intrattenimento, momenti di divulgazione, attività di -

dattiche e osservazione del sole. Alle scuole elementari di Olivone sarà presente il Planetario dell’Ideatorio USI. Dalle 21.00 Star Party e osservazione di stelle, pianeti e galassie con vari telescopi ottici e raduno di astronomi amatoriali del Cantone.

Informazioni www.astrocalina.ch/ star-party-olivone-18-aprile-2026/

nica, ma una piattaforma di incontro tra scienza e società.

Perché questo tipo di osservatori sono importanti? Quanti ce ne sono in Ticino?

Il cielo buio è una risorsa naturale, proprio come un paesaggio o un bosco. Se lo perdiamo, perdiamo anche una parte della nostra relazione con l’universo. Osservatori di questo tipo sono importanti perché permettono alle persone di fare esperienza diretta del cielo, cosa che oggi è sempre più rara nelle città a causa dell’inquinamento luminoso. Guardare un pianeta o una galassia attraverso un telescopio cambia completamente la percezione dell’astronomia: non è più qualcosa di lontano nei libri o nelle immagini della NASA, ma un’esperienza reale.

In Ticino esiste già una tradizione molto ricca in questo campo. Nella Svizzera italiana ci sono quattro osservatori principali aperti anche al pubblico, oltre a diverse strutture private o associative. Tra questi ci sono la Specola Solare a Locarno-Monti e l’Istituto Ricerche Solari Locarno, che svolgono attività di ricerca sulla fisica del Sole; l’Osservatorio Calina di Carona (gestito dalla nostra associazione, Astrocalina), molto attivo nella divulgazione e nelle serate osservative; e l’Osservatorio del Monte Lema, situato a circa 1600 metri di quota e frequentato sia da appassionati sia da turisti.

Il progetto dell’osservatorio all’Alpe di Gorda si inserisce proprio in questa rete. L’idea non è duplicare ciò che esiste già, ma arricchire l’offerta con una struttura situata in una valle alpina con un cielo particolarmente buio e con una forte integrazione con il territorio.

In questo senso l’osservatorio non sa-

rebbe solo un nuovo telescopio, ma il più grande osservatorio del Cantone e un nuovo punto di accesso al cielo per il pubblico e per il territorio della Valle di Blenio.

In generale qual è il ruolo dell’astronomia «amatoriale»?

L’astronomia ha una lunga tradizione di collaborazione tra professionisti e appassionati. Molte osservazioni importanti – ad esempio la scoperta di comete, il monitoraggio di stelle variabili o di fenomeni transienti – sono state fatte da astronomi non professionisti. Oggi gli strumenti accessibili agli appassionati sono diventati molto sofisticati e in alcuni casi possono contribuire in modo reale alla ricerca scientifica. Ma forse il contributo più importante è culturale: gli astrofili tengono viva una relazione diretta con il cielo. In un’epoca in cui l’astronomia professionale utilizza telescopi giganteschi e dati digitali, questa dimensione osservativa resta fondamentale per trasmettere la passione per il cielo.

Lei insegna all’università in Inghilterra e fa ricerca a livello accademico, perché ha deciso di impegnarsi anche in un’associazione ticinese per appassionati come Astrocalina? Perché la curiosità per il cielo nasce quasi sempre molto prima della carriera accademica. La maggior parte degli astronomi ha iniziato guardando il cielo da qualche parte: con un piccolo telescopio, durante una serata osservativa o semplicemente sotto un cielo buio. Le associazioni come Astrocalina svolgono proprio questo ruolo: creano occasioni in cui le persone possono scoprire il cielo per la prima volta. Per me è anche un modo per restituire qualcosa al luogo in cui sono cresciuta. Oggi lavoro in un contesto internazionale, ma il rapporto con il cielo nasce spesso in luoghi molto concreti. Contribuire a creare un osservatorio in Ticino significa offrire a nuove generazioni quella stessa opportunità di scoperta.

In poche parole, per chi non ne sa nulla, perché avvicinarsi all’astronomia?

Perché cambia il modo in cui vediamo il nostro posto nell’universo. L’astronomia mostra che il cielo non è uno sfondo statico ma un universo dinamico fatto di galassie, stelle che nascono e muoiono, pianeti che si formano. E ci ricorda anche qualcosa di molto semplice: gli elementi chimici che compongono il nostro corpo sono stati prodotti nelle stelle. Guardare il cielo significa quindi fare un piccolo esercizio di prospettiva. Ci ricorda quanto siamo piccoli nell’universo, ma anche quanto profondamente ne facciamo parte. E un osservatorio come questo non è solo un telescopio: è un luogo dove le persone possono tornare ad avere un rapporto diretto con il cielo.

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I benefici di piccoli «viaggi» sensoriali

Anziani ◆ Le particolari sale allestiste seguendo l’approccio Snoezelen sono ora una realtà al Centro diurno terapeutico di Porza di Pro Senectute e alla casa per anziani Stella Maris

Entrare in una sala multisensioriale è in primo luogo un’esperienza che coinvolge più sensi con un effetto di stupore e accoglienza. L’allestimento, che segue i principi dell’approccio Snoezelen, e l’accompagnamento dell’operatrice specializzata favoriscono il benessere della persona. Queste camere appositamente create stanno diventando uno strumento sempre più utilizzato nell’ambito della cura delle persone anziane, in particolare di quelle colpite da un deterioramento cognitivo. Il Centro diurno terapeutico di Pro Senectute Ticino e Moesano a Porza ne ha in funzione una dallo scorso ottobre, ma pure diverse case per anziani ne sono dotate. Oltre a sperimentare la camera multisensoriale di Porza, abbiamo visitato le due sale Snoezelen della casa Stella Maris a Bedano, di cui una è aperta al pubblico.

L’approccio Snoezelen è infatti adatto a ogni fascia d’età, dai bambini agli adulti, a chi è più in là con gli anni. Il termine racchiude due verbi olandesi, snuffelen e doezelen, che si possono tradurre rispettivamente con esplorare e sonnecchiare. L’obiettivo dell’approccio è infatti quello di lavorare sui sensi, da sollecitare in alternanza con momenti di rilassamento per favorire il benessere globale della persona. Nato all’inizio degli anni Settanta in Olanda per iniziativa di due psicologi, l’approccio è stato utilizzato dapprima con minorenni disabili, ampliando in seguito l’applicazione ad altre casistiche; oggi i suoi benefici sono riconosciuti anche nella prevenzione del burnout

Quando si varca la soglia di una sala multisensoriale, gli effetti luminosi sono forse i più coinvolgenti grazie alla colonna a bolle, a fibre ottiche luminose e alle proiezioni sulle pareti. Profumi, suoni, superfici e cuscini morbidi contribuiscono pure a caratterizzare una camera Snoezelen così come il letto ad acqua vibroacustico riscaldato. Al Centro diurno terapeutico di Pro Senectute Ticino e Moesano ci accolgono Monica Bralla e Anna Rusconi, entrambe operatrici Snoezelen qualificate, che spiegano come questo approccio si avvalga di una moltitudine di oggetti sensoriali. Una schiuma che fra le mani produce un crepitio, un’altra che sembra una nuvola (sempre da tenere fra le mani) sono esempi del mondo nel quale permette di immergersi l’approccio Snoezelen. «Gli elementi di base della sala sono fissi, ma l’allestimento è modulabile», spiegano le due operatrici che la utilizzano in modo indipendente ma coordinato. Ognuna accompagna di volta in volta un piccolo gruppo di utenti composto in genere da tre persone. «Uno dei principi di questo approccio – proseguono – è quello di lasciare libera scelta alla persona che può accettare o meno di sperimentare determinate proposte sensoriali. L’operatrice gestisce la permanenza nella camera (in media 40-45 minuti ma dipende dall’utenza) alternando la stimolazione con le fasi di rilassamento». Nel nostro caso la sala multisensoriale è dedicata al tema dell’arancia. «Per questa attività abbiamo utilizzato luci dal tenue colore arancione, disposto fette di arancia nella camera e, durante l’esperienza, stimolato il tatto e persino il gusto, facendo assaggiare pezzetti del frutto», precisano Monica e Anna. La lavanda è invece il fulcro di un prossimo allestimento e allora il

mondo ovattato della camera Snoezelen si trasformerà permettendo agli anziani di compiere un altro «viaggio» sensoriale. Il tema del viaggio è evocato dalle due operatrici che indicano come si possa ricreare ad esempio un ambiente marino con le sensazioni che si provano quando si è al mare.

«Con il passare del tempo le persone che accedono con regolarità alla sala multisensoriale tendono ad aprirsi maggiormente».

La libera fantasia delle operatrici è comunque sempre rispettosa dei principi dell’approccio Snoezelen, visibili negli arredi e nell’oggettistica utilizzata. Principi ovviamente validi anche per la conduzione della seduta caratterizzata da un accompagnamento relazionale. Al Centro diurno terapeutico di Porza, che accoglie ogni giorno a rotazione una ventina di anziani affetti da declino cognitivo residenti al domicilio, gli utenti apprezzano l’esperienza della camera Snoezelen alla quale hanno accesso con regolarità. «Con il passare del tempo – affermano le nostre interlocutrici – le persone nella sala multisensoriale tendono ad aprirsi maggiormente. Notiamo inoltre l’attenuazione dei disturbi del comportamento talvolta presenti negli utenti».

L’esperienza della casa per anziani di Bedano

Esperienze regolari in una sala multisensoriale offrono benefici psico-fisici al singolo e di conseguenza anche al gruppo. Per chi risiede in una casa per anziani, la camera Snoezelen rappresenta pure un momento privilegiato per staccarsi dalla vita in comunità.

Héloïse Denti è operatrice Snoezelen qualificata alla casa per anziani Stel-

la Maris a Bedano dove ha dato avvio all’approccio di origine olandese tre anni fa. Spiega ad Azione: «La prima sala multisensoriale si trova nell’unità terapeutica protetta che ospita le persone con problemi di degrado cognitivo. Sono persone meno autonome rispetto a quelle che risiedono ancora al proprio domicilio, per cui l’accompagnamento nella sala Snoezelen è individuale e il più possibile personalizzato. Procedo sempre per gradi nel rispetto della libertà di scelta. Per chi non è in grado di venire nella sala ho predisposto un carrello multisensoriale con gli elementi principali dell’approccio Snoezelen da portare nelle camere da letto». Héloïse Denti è pure a disposizione degli altri residenti della casa, del personale e degli esterni interessati a effettuare questa esperienza attraverso i sensi. Da circa un anno è stata infatti realizzata una seconda sala multisensoriale di maggiori dimensioni che ha già accolto ad esempio coppie, fratelli e sorelle e appunto impiegati della casa per anziani. Héloïse Denti: «Davanti a questa ampia camera sensoriale abbiamo aggiunto una sala d’attesa multigenerazionale proprio nell’ottica di accogliere persone di ogni età favorendo, in caso di necessità, un percorso graduale di entrata nel mondo Snoezelen».

La sala multisensoriale aperta al pubblico si inserisce in una visione aperta e innovativa del ruolo degli Istituti Case Anziani Vedeggio (ICAV). Lo precisa il direttore Stevens Crameri, ricordando altre iniziative come la pubblicazione di un libro natalizio, la presenza di servizi e di un’assistente sociale per la popolazione locale. «Poniamo l’accento sulla qualità di vita dei residenti e sul valore della persona – afferma Stevens Crameri – operando quale polo sociosanitario e culturale integrato nel territorio e in grado di connettere le generazioni». ICAV comprende infatti la casa anziani medicalizzata Stella

I coinvolgenti effetti luminosi della sala multisensoriale del Centro diurno terapeutico di Pro Senectute Ticino e Moesano a Porza.

Un omaggio diffuso a Borromini

Eventi ◆ Fino al 19 maggio una serie di appuntamenti dedicati all’architetto nato a Bissone

Maris (per i Comuni Alto Malcantone, Bedano, Cadempino, Gravesano, Lamone, Manno e Torricella-Taverne) e la casa anziani Alto Vedeggio in fase di ristrutturazione e ampliamento a Mezzovico (per i comuni di Mezzovico-Vira, Monteceneri, Isone). «Dal prossimo mese di ottobre potremo ospitare 193 residenti nelle due sedi dove lavoreranno circa 250 collaboratori. Avremo anche nuovi servizi fra i quali figurano un asilo-nido e un ufficio postale». Già oggi la casa Stella Maris, aperta nel 1991 e con una nuova ala inaugurata nel 2020, è un punto di riferimento, ad esempio nell’ambito della formazione. Maurizio Moroni, responsabile dei servizi, ci mostra la sala multifunzionale dove si svolgono le lezioni teoriche. «Fra i prossimi corsi in calendario – precisa il responsabile – a metà aprile è previsto il modulo Base 1 della formazione Snoezelen con le formatrici Sofia Santori Bassi, docente qualificata ISNA/ MSE (International Snoezelen Association/Multi-sensory environment) e Héloïse Denti. Nella casa vengono inoltre preparati pasti per le scuole e per il Servizio a domicilio regionale di Pro Senectute Ticino e Moesano». Strutture e associazioni che operano a favore della popolazione anziana lavorano quindi in rete per rispondere ai suoi bisogni di cura, benessere e partecipazione alla vita sociale e culturale. Ciò permette di coinvolgere un’ampia gamma di partner inclusi diversi ordini di scuola, ciò che favorisce lo scambio intergenerazionale. A Bedano a questo proposito si sta affinando una collaborazione con il Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA) in modo da arricchire alcune parti della casa Stella Maris grazie alla creatività dei giovani studenti.

Informazioni www.prosenectute.org www.icav.ch www.isna-sme.org

Mostre, conferenze, musica e teatro. È un calendario ricco quello che sta proponendo in questi giorni e fino al 19 maggio la rassegna culturale «Borromini 2026» che si svolge tra Bissone, Lugano, Bellinzona e Mendrisio. Il progetto, ideato dallo storico dell’architettura Nicola Soldini, offre un percorso di approfondimento dedicato alla vita, all’opera e alla fortuna critica dell’architetto nato a Bissone nel 1599. «Il proposito – afferma Nicola Soldini – è quello di rivolgersi a un pubblico vasto, curioso ma non specializzato, riprendendo una forma di “cultura diffusa” già espressa in occasione delle celebrazioni ticinesi del 1967. In questo modo verranno riaffermate l’importanza e la centralità di uno dei massimi interpreti del barocco e della storia dell’architettura europea e, nel contempo, si porrà l’accento su aspetti meno consueti o più originali del grande architetto bissonese». La rassegna è frutto della collaborazione tra diverse istituzioni, tra cui il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS), il Comune di Bissone e l’Archivio del Moderno dell’USI, con il sostegno di Mendrisiotto Turismo. Attualmente è già in corso presso la Biblioteca cantonale di Lugano la mostra Borromini in stampa: origine, ricezione e letture dal barocco al ’900 I prossimi appuntamenti saranno due incontri con Joseph Connors della Columbia University che il 14 aprile terrà una conferenza all’Accademia di Architettura e il 15 aprile alle 18.00 sarà presente alla Chiesa di San Rocco a Bissone. Sempre a Bissone il 21 aprile Nicola Soldini parlerà del giovanissimo Borromini, il 23 aprile Richard Bösel terrà una conferenza su «L’arcano del San Carlino: plasmare con il compasso» e il 27 aprile ci sarà una conversazione con Marco Martinelli, drammaturgo e regista teatrale (Chiesa San Rocco alle 18.00). E proprio del regista Marco Martinelli è la pièce teatrale Lettere a Bernini che andrà in scena al Sociale di Bellinzona la sera del 28 aprile (20.30). Nel mese di maggio sono poi previsti tre appuntamenti alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano che vedranno come ospiti Marisa Tabarrini (5 maggio, 18.00), Martin Raspe (12 maggio) e Augusto Roca De Amicis (19 maggio). Per quanto riguarda la musica il concerto «Musica barocca al tempo del Borromini» si svolgerà nella Chiesa San Carpoforo di Bissone la sera del 30 aprile. / Red.

Uno spazio dove chiedere aiuto e proporre idee

Giovani ◆ A Lugano ha aperto da poco lo SportelloProssimità, un luogo di ascolto dedicato a chi ha tra i 12 e i 30 anni

Lugano ha compiuto un ulteriore passo nella direzione dei ragazzi e l’ha fatto con l’apertura di uno spazio di ascolto – gratuito, accessibile e riservato – voluto per offrire – appunto –ascolto, consulenza ed orientamento sui diversi ambiti che compongono la loro quotidianità.

Stiamo parlando dello SportelloProssimità, un servizio dedicato ad adolescenti, giovani e giovani adulti tra i 12 e i 30 anni che frequentano Lugano o ci vivono, e che qui, grazie alla gestione di un’educatrice del collaudato Servizio di prossimità cittadino, potranno essere aiutati, orientati ed accompagnati nella scoperta dei servizi e delle opportunità presenti sul territorio.

Il nuovo sportello, promosso dal Settore delle politiche giovanili della Divisione Socialità, si trova al piano terra di Villa Carmine, in via Trevano 55, ed è accessibile liberamente o su appuntamento, ad orari definiti. Esso è stato inaugurato ufficialmente il 4 febbraio, ed è quindi un po’ presto per trarre un primo bilancio. «Quello che possiamo dire è che da subito vi sono stati giovani e famiglie che si sono rivolti allo sportello per ricevere informazioni e orientamento. Questo è per noi un segnale incoraggiante, che conferma l’esistenza di un bisogno reale di uno spazio riconoscibile e accessibile», afferma Stefanie Monastero, responsabile delle politiche giovanili della Città di Lugano. Il nuovo spazio di ascolto si rivolge infatti anche alle persone che si occupano dei ragazzi, quindi genitori, familiari, professionisti ed altri adulti di riferimento, e che desiderano confrontarsi su temi legati al mondo giovanile. «Si tratta di un luogo pensato per ragazze e ragazzi che cercano informazioni su formazione, lavoro, tempo libero, volontariato e partecipazione sociale, ma anche per chi sta attraversando un momento di difficoltà relazionale o personale e non sa bene a chi rivolgersi – continua Stefanie Monastero – non immaginiamo un’unica tipologia di giovane: lo sportello nasce

Viale dei ciliegi

proprio per essere uno spazio trasversale, accessibile sia a chi vive una situazione complessa sia a chi ha semplicemente bisogno di orientamento. Spesso i giovani non conoscono i servizi a loro dedicati o faticano ad accedervi; il nostro compito è aiutarli a orientarsi e a individuare il servizio più adeguato alle loro esigenze». Il modo in cui il nuovo sportello è stato accolto fin dalla sua apertura porta a pensare che da parte degli esponenti della fascia di popolazione in questione vi sia, oltre ad un bisogno, pure una certa propensione a rivolgersi a servizi loro dedicati: «Per esperienza, possiamo dire che i giovani usufruiscono dei servizi quando questi sono percepiti come autentici, non giudicanti e facilmente accessibili. Il Servizio Prossimità lavora da 18 anni sul territorio costruendo relazioni di fiducia nei luoghi di vita dei ragazzi ed intercettando i bisogni emergenti ed ora il nuovo sportello non sostituisce questo lavoro, ma lo completa: la presenza ’fuori ufficio’ continuerà infatti a essere garantita, mentre lo spazio fisico da poco aperto offrirà un’ulteriore possibilità di contatto, più riservata e strutturata», commenta la responsabile delle politiche giovanili di Lugano. In qualche modo, è stato proprio questo importante traguardo raggiunto dal Servizio di prossimità a dare origine al nuovo progetto. «Diciotto anni rappresentano simbolicamente la ’maggiore età’, un momento in cui si fa un bilancio e si guarda avanti. Noi del Servizio Prossimità ci siamo quindi chiesti cosa fosse necessario rinnovare per continuare a essere davvero vicini ai giovani di oggi – spiega la nostra interlocutrice – in questi anni il lavoro sul territorio ha sicuramente dimostrato la sua efficacia, tuttavia è emersa con sempre maggiore chiarezza un’esigenza complementare, quella cioè di avere anche uno spazio fisso, riconoscibile e protetto, dove i giovani possano fermarsi, riflettere, fare domande e chiedere orientamento». Ed è così che è nato lo SportelloProssimità, che in realtà più che uno «sportello» è un’accoglien-

saletta con delle poltroncine e un divanetto, uno spazio di ascolto neutro e non giudicante pensato per far sentire a proprio agio i suoi fruitori, permettendogli di parlare liberamente di ciò che li preoccupa o li appassiona e trovando dall’altra parte un orientamento tra i numerosi servizi presenti sul territorio oppure un accompagnamento concreto verso opportunità formative, professionali, culturali e sociali. «In questo modo lo Sportello da un lato – come detto – completa e rafforza il Servizio Prossimità e dall’altro, indirizzando i ragazzi verso i servizi più adeguati, rappresenta un nodo di collegamento nella rete territoriale – commenta Stefanie Monastero – oltre a ciò, investendo in ascolto e prevenzione, questo spazio – al quale si può accedere anche in forma anonima – consente di intervenire prima che le difficoltà si trasformino in problemi più gravi».

Da quando è attivo il Servizio di prossimità infatti il contesto in cui vivono i ragazzi è profondamente cam-

● Christopher Paul Curtis I Watson vanno a Birmingham-1963

Terre di Mezzo (Da 11 anni)

«Come una semplice storia su un viaggio in auto è diventata un classico per bambini», titolava qualche anno fa il «Washington Post» un lungo articolo dedicato a questo libro, The Watson go to Birmingham-1963, che in effetti è diventato un classico della narrativa americana per ragazzi, scelto come lettura nelle scuole, inserito nella lista dei migliori libri dall’American Library Association, nonché insignito di vari riconoscimenti tra cui il Newbery Honor e il Coretta Scott King Honor. Il viaggio in auto della famiglia Watson parte da Flint, Michigan, per arrivare a Birmingham, Alabama, e che non sia un «semplice» viaggio in auto è chiaro sin dall’inizio, perché il motivo di esso è accompagnare Byron, il fratello maggiore di Kenny (l’io narrante), da nonna Sands, la nonna materna. E a sua volta il motivo di questo «accompagnamento» è dovuto alla necessità di allontanare per un po’ (per «l’estate e se le cose non andassero bene anche

il prossimo anno scolastico») Byron, a tutti gli effetti «un minore delinquente», come amaramente lo definisce il fratello, dai luoghi e dalle compagnie in cui sta dando il peggio di sé. Del resto, il viaggio della famiglia Watson (papà, mamma, Byron, Kenny e la sorellina Joetta) inizia oltre la metà del romanzo, perché tutta la prima parte narra la quotidianità familiare e scolastica di Kenny – timido, occhialuto, amante della lettura – sostenuto dall’allegria amorevole dei genitori ma anche minacciato dalle angherie che deve subire dai bulli che lo circondano. La decisione di partire è gestita con fermezza dagli

esasperati genitori (oltretutto il dinamico papà è contento di un’avventura al volante e la mamma non vede l’ora di fuggire per un po’dal freddo di Flint per tornare nella sua terra natale) e l’incontro tra Byron e l’autorevole nonna si rivelerà un toccasana per i problemi comportamentali del ragazzo. Ma sarà proprio a Birmingham che il romanzo, fin qui giocato sul filo di un umorismo sottile, prende una piega molto più drammatica, perché gli eventi privati della famiglia Watson si intrecciano con un tragico evento storico, la cosiddetta «strage di Birmingham», causata da un attentato ad opera di membri del Ku Klux Klan che fecero esplodere una bomba in una chiesa frequentata dalla comunità afroamericana. La bomba esplose durante la funzione religiosa causando la morte di quattro bambine. Christopher Paul Curtis, che dedica il suo romanzo alla memoria di quelle quattro bambine, immagina che anche la piccola Joetta fosse in quella chiesa, e ci mostra tutta l’angoscia della famiglia intenta a cercarla, dopo aver sentito il boato. Joetta si salva, ma questo finale ci fa rivedere, a posteriori, sotto la flui-

biato. «I giovani di oggi crescono in un ambiente caratterizzato da maggiore complessità e rapidità nei cambiamenti. Le pressioni scolastiche e professionali sono aumentate, il percorso verso l’autonomia si è fatto più incerto e le relazioni sono sempre più influenzate dalla dimensione digitale, il che può portare con sé, talvolta, un senso di solitudine; non sempre è facile chiedere aiuto, né sapere a chi rivolgersi», spiega la nostra interlocutrice.

Come abbiamo visto, il tipo di ascolto che mira ad offrire lo SportelloProssimità è ampio; a seconda delle esigenze, i ragazzi saranno accompagnati nella scelta del percorso formativo o nella ricerca di un lavoro, oppure saranno ascoltati se hanno voglia e bisogno di parlare di sé e delle loro relazioni. Oltre a ciò, il nuovo sportello permetterà di rimanere aggiornati sulle attività culturali, sociali, sportive e ricreative in programma, con l’obiettivo di favorire la crescita personale attraverso esperienze significative e

lo sviluppo di competenze trasversali. «Sebbene spesso si pensi che questo tipo di servizio sia riservato ai giovani in difficoltà, lo SportelloProssimità è pensato anche per i ragazzi propositivi che hanno dei sogni ma non sanno a chi proporli», aggiunge la responsabile delle politiche giovanili della Città di Lugano. Il Servizio di prossimità ci tiene infatti anche a sostenere l’imprenditorialità giovanile, promettendo di appoggiare chi si propone con idee intraprendenti. «Il messaggio che vogliamo trasmettere con questo nuovo servizio, è semplice ma forte: dove c’è una voce, c’è qualcuno che ascolta. Ed è proprio da questo ascolto che possono nascere relazioni di fiducia e percorsi di crescita», conclude Stefanie Monastero.

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da scorrevolezza del romanzo, anche la difficoltà di essere neri nell’America dei primi anni Sessanta, e tutto il razzismo che i Watson, afroamericani come il loro autore, devono subire. Nella postfazione, datata 2020, in occasione del venticinquesimo anniversario del romanzo, Curtis si dimostra ottimista sull’attuale spirito comunitario di lotta per i diritti civili in America e speriamo davvero che abbia ragione.

Lodovica Cima – Valeria Valenza serie «Naso e Becco» Pelledoca, collana «Piccole Piume» (Da 5 anni)

Pelledoca, casa editrice milanese specializzata in giallo, thriller, noir e mistero (le varie declinazioni del «brivido»), ha un bel catalogo rivolto ad adolescenti e preadolescenti, ma ha anche una collana dedicata ai più piccoli, dal nome «Piccole Piume», nella quale convergono storie semplici, scritte con caratteri ad alta leggibilità e ricche di illustrazioni, con una dose di «brivido» commisurata alla tenera età dei primi lettori, ma non prive di suspense e di azione. Come è il caso

della serie «Naso e Becco», dove due simpatici detective – Naso, un cane dal fiuto infallibile, e Becco, un uccellino che ovviamente può avere una visione panoramica dall’alto – uniscono le loro rispettive competenze per risolvere casi che inquietano gli animali del bosco. Ad esempio, chi ha rubato la famosa torta alle nocciole che mamma Scoiattolo ha preparato per il compleanno del suo scoiattolino? (Lo scoprirete leggendo La torta rubata, con tanto di ricetta finale). O chi scrive lettere minatorie alle povere rane che fanno il loro concerto nel bosco? (In Le lettere di mezzanotte troverete la soluzione).

di Letizia Bolzani
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Lo SportelloProssimità si trova al piano terra di Villa Carmine in via Trevano. (patrimonio. luganocultura. ch)

ATTUALITÀ

Reportage da una Libia spaccata

L’assassinio di Saif al-Islam, figlio di Gheddafi, riaccende tensioni e paure in un Paese ancora frammentato, mentre si attende l’arrivo di elezioni davvero libere

A 40 anni dal disastro di Cernobyl’ Il 26 aprile 1986 il più grave incidente nucleare della storia aprì una stagione di interrogativi e ricerche. Le sue conseguenze pesano ancora oggi, anche in Svizzera

In cammino per la pace a piedi nudi

L’iniziativa ◆ Donne israeliane e palestinesi, accomunate dal dolore e dalla volontà di fermare la violenza, trasformano Roma in un palcoscenico globale per chiedere l’inizio di un vero dialogo tra le parti e un ruolo attivo nei processi decisionali

Lo scorso 24 marzo si è tenuta a Roma la manifestazione Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace, una marcia simbolica che ha visto donne israeliane e palestinesi camminare insieme per la pace a piedi nudi. Il corteo, che ha attraversato il centro storico partendo alle 17 dall’Ara Pacis per approdare alla Terrazza del Pincio, ha consegnato alla città eterna un messaggio di vulnerabilità, umanità e rifiuto della violenza al termine del Ramadan e in prossimità della Pasqua ebraica e di quella cristiana.

Da parte palestinese il costo politico è più alto, ma anche la società israeliana punisce gli attivisti liquidandoli come «traditori»

L’iniziativa fa parte di una campagna globale lanciata dall’organizzazione Mothers’ Call, frutto della cooperazione tra l’associazione israeliana Women Wage Peace e quella palestinese Women of the Sun. Si tratta di movimenti femminili dal basso che vedono decine di migliaia di donne impegnate nel dialogo, nel rifiuto della violenza come prassi e nell’inclusione femminile nei processi di prevenzione, risoluzione dei conflitti e costruzione della pace. Accanto all’appello centrale sul tema della maternità e della difesa del futuro dei bambini che meritano «scelte migliori che uccidere o essere uccisi», negli incontri istituzionali è emersa l’importanza di esercitare pressione sui leader mondiali affinché venga potenziato il ruolo delle donne nei negoziati, in ottemperanza alla Risoluzione ONU 1325 che a sua volta ha dato inizio all’agenda globale «Donne, Pace e Sicurezza» (WPS).

Le due leader a capo della marcia, la palestinese Reem Al-Hajajreh e l’israeliana Yael Admi, candidate al Nobel per la pace, si presentano al mondo come madri che hanno deciso di costruire un linguaggio comune che ponga fine al ciclo di vendetta. Reem Al-Hajajreh, che proviene dal campo profughi di Dheisheh, vicino a Betlemme (Cisgiordania), incarna il classico caso di attivismo per necessità che si batte contro il patriarcato interno e a favore della protesta civile non armata. Yael Admi rappresenta invece il pacifismo israeliano organizzato e ideologico, al quale è approdata da giovane in risposta alla morte del fratello nel 1969 nella Guerra d’attrito tra Egitto e Israele. Sono proprio le evidenti asimmetrie strutturali tra le loro realtà, nonché gli ovvi privilegi di cui gode Yael che, a differenza di Reem, opera all’inter-

no di un sistema con libertà e accesso istituzionale, ad attirare su questo tipo di eventi le accuse di «normalizzazione». Nel dibattito critico della sinistra radicale che prende spunto dalle teorie postcoloniali si sostiene infatti che, essendo Israele una potenza statale e militare, mentre i palestinesi una popolazione sotto occupazione, creare spazi di dialogo paritari all’interno di una narrazione umanitaria oscura i rapporti di potere e responsabilità, depoliticizzando il conflitto e semplificandolo.

In tal senso, un evento dal forte impatto mediatico come la Barefoot Walk sortirebbe l’effetto di mobilitare l’empatia dell’opinione pubblica creando un immaginario universale di pace, incapace tuttavia di innescare una trasformazione che incida direttamente sulle strutture di potere dell’occupazione, finendo per privilegiare l’emozione sulla complessità.

Eppure, in un contesto in cui la

politica appare paralizzata all’ombra di una guerra che dura da oltre 900 giorni, resta aperto l’interrogativo se non siano proprio queste forme imperfette di dialogo e di resistenza a tenere viva l’idea di una convivenza possibile.

In un clima politico bloccato, queste iniziative di dialogo rappresentano forse l’unico modo per tenere viva l’idea di una convivenza possibile

Movimenti come Combatants for Peace o Standing Together dimostrano infatti che, proprio in assenza di negoziati politici reali, la società civile riempie il vuoto promuovendo un cambiamento pragmatico e un linguaggio inclusivo che parte dal riconoscimento dell’umanità dell’altro. Non si tratta di un’operazione neutra, bensì di

un attivismo che richiede coraggio da entrambe le parti, esponendole ad accuse di collaborazione e isolamento nelle rispettive società di provenienza. Da parte palestinese il costo politico è più alto, ma anche la società israeliana punisce gli attivisti liquidandoli come «traditori» per la rottura con il consenso interno. Inoltre se le critiche effettuate «a tavolino» negli ambienti accademici e dell’attivismo internazionale sono sostenute da un solido apparato teorico, è altrettanto vero che la stessa distanza geografica conferisce loro una rigidità ideologica e morale che rischia di perdere di vista la dimensione quotidiana, ignorare le contraddizioni reali e sottovalutare le relazioni umane e concrete che favoriscono il compromesso.

Sul campo invece, tra checkpoint, lutti e vite condivise a distanza ravvicinata, le identità si fanno più porose e le scelte più ambigue. È in questo spazio imperfetto che movimenti

come Mothers’ Call trovano senso – e insieme espongono tutti i loro limiti. Ignorare simili iniziative sarebbe quindi miope proprio perché nella loro incoerenza ed ingenuità esse hanno la capacità di parlare anche a persone non esperte, creando una porta d’ingresso al tema nei contesti occidentali lontani dal conflitto. Tuttavia, nel clima militarizzato, radicalizzato e polarizzato dell’escalation regionale in Medio Oriente, il discorso pubblico si riorganizza inevitabilmente intorno a logiche di deterrenza, sicurezza e prezzo del petrolio. In un simile contesto, introdurre un linguaggio opposto, fatto di vulnerabilità, maternità e dialogo, si impone come un gesto radicalmente tanto necessario, quanto più fragile e facilmente contestabile, ma Reem, Yael e le loro compagne di attivismo non si fanno intimidire dalle sfide e proseguono con ottimismo per il loro cammino «a piedi nudi».

Yael Admi (israeliana) e Reem Al-Hajajreh (palestinese) si tengono per mano a Roma. (Keystone)
Sarah Parenzo
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Galbani Burrata Mini alla Crema

Libia, un Paese incastrato tra il passato e la guerra

Reportage ◆ L’assassinio del figlio di Gheddafi riaccende tensioni e paure in una realtà ancora frammentata, in attesa di elezioni

«La Spada dell’Islam s’è spezzata», mi dice Jamal, laconico, quando gli chiedo al telefono un parere sull’assassinio di un altro degli otto figli di Muammar Gheddafi, perpetrato il 3 febbraio scorso. Saif al-Islam, spada dell’islam, appunto. L’ho conosciuto pochi mesi fa a Tripoli, Jamal. È venuto con me a dare un’occhiata in giro per il Paese, procurandomi permessi e lasciapassare ai tanti posti di blocco, affinché i soldati, da fermi e severi sotto i loro turbanti e dietro i mitra, si facessero gentili. Guardando Tripoli non si direbbe che ce ne sia bisogno: è vivace, con il suk pieno di mercanzie, e la gente, verso sera, è per le strade, ti saluta e t’invita a un caffè. Da Tripoli a Bengasi, però, ho dovuto prendere un volo: troppe incognite sulla strada costiera, troppi comandanti.

Saif al-Islam Gheddafi (54 anni) era il secondogenito del rais, l’uomo che ha retto la Libia dal colpo di Stato del 1969 (Rivoluzione di Al-Fatah), che destituì re Idris I, fino al suo linciaggio nell’ottobre 2011. Colto e cosmopolita – studi tra Tripoli e Londra, alla London School of Economics, e negoziati con l’estero – si diceva spesso che fosse destinato a succedergli, nonostante la sua propensione riformista. Nel 2009 il padre arrivò persino a far oscurare il canale televisivo Al-Lībiya, fondato dal figlio, perché propagandava teorie considerate sovversive.

Nel momento del bisogno, però, Saif al-Islam non ebbe dubbi: si schierò accanto al genitore a partire dalla Giornata della collera, il 17 febbraio 2011, quando Tripoli invase Piazza verde (oggi Piazza dei martiri) contro il Governo, dando inizio alla fine del regime.

Comunque, nel 2012 si tentarono elezioni democratiche, ma «democrazia», da queste parti, resta parola straniera

Mentre il padre e diversi fratelli muoiono nei mesi della guerra civile, lui riesce a scamparla ma, in quell’ottobre della caduta definitiva del padre e del regime (2011), è catturato durante un tentativo di fuga verso il Niger e rinchiuso in un carcere segreto a Zintan, sul Jebel Nafus, territorio della tribù che fu tra le prime a ribellarsi al rais.

Nel frattempo la Libia si spacca. Una rivolta nata sulla scia delle proteste tunisine ed egiziane si trasforma prima in rivoluzione e poi in guerra civile. Da fuori interviene il mondo: Onu e Nato, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e, non senza imbarazzo, anche l’Italia. Poi egiziani, sauditi, emiratini. È un tutti contro tutti. La fine di un’epoca. Sono avvenimenti che non possono non ricordare, nella loro sequenza, e anche nella retorica narrativa, i recenti fatti d’Iran: proteste contro il regime autoritario e la crisi economica, e pretesto perfetto per il conseguente intervento violento esterno, con il medesimo scopo (anche se forse non l’unico) di mettere le mani sui pozzi. Comunque, nel 2012 si tentano elezioni democratiche, ma «democrazia», da queste parti, resta parola straniera. A Tripoli si forma un effimero Congresso nazionale generale, mentre dalle persecuzioni del vecchio regime nascono partiti islamisti radicali. Si svelano i Fratelli musulmani. Poi, nel 2014, entrerà anche l’Isis con

la sua versione locale del Califfato. Il territorio è fuori controllo. Il flusso di emigranti sul Mediterraneo aumenta, insieme a sequestri e torture nei campi di raccolta gestiti da organizzazioni sempre più criminali, mentre quello del petrolio – per l’80% in Cirenaica – si riduce. Guerra, distruzione e povertà.

Ed ecco che la storica frammentazione regionale riemerge. La Libia,

sulle cartine che abbiamo studiato, è infatti un’invenzione coloniale degli anni Trenta, che Gheddafi era riuscito in qualche modo a tenere insieme. Tripolitania e Cirenaica hanno retroterra e tribù diverse: la prima legata a colonie puniche e cartaginesi come Sabratha e Leptis Magna; la seconda a insediamenti greci come Cirene e Berenice (oggi Bengasi). E poi c’è il Fezzan, l’immenso deserto del sud,

Il ruolo del petrolio dell’economia

• Il Paese è diviso tra due Governi rivali: a ovest, a Tripoli, il Governo di unità nazionale (Gun) guidato da Abdulhamid Dbeibah, sostenuto da Onu, Turchia e Qatar. A est, a Bengasi, il Governo di stabilità nazionale legato al Parlamento di Tobruk e appoggiato dal generale Khalifa Haftar, sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia.

• Il petrolio resta la principale fonte di entrate della Libia, come ricorda il Fondo monetario internazionale (Fmi), che definisce l’economia del Paese «fortemente dipendente

dagli idrocarburi e vulnerabile all’instabilità politica».

• «La produzione continua a essere soggetta a blocchi locali, tensioni politiche e rivalità tra milizie», secondo Reuters, che documenta regolarmente la chiusura improvvisa di terminali come Sharara, Ras Lanuf ed Es Sider a causa di proteste o gruppi armati.

• «La frammentazione istituzionale impedisce l’approvazione di un bilancio unificato», afferma ancora il Fmi, sottolineando che la divisione tra i due Governi ostacola investimenti

territorio di tuareg e tebu, con pozzi di petrolio e grandi falde acquifere che, grazie al Grande fiume artificiale voluto da Gheddafi, rifornivano il nord fino all’interruzione del 2020. Nel 2014 si tengono nuove elezioni. Si forma un Congresso nazionale generale (Parlamento) che però si sposta a Tobruk, nell’estremo oriente della Cirenaica: Est e Ovest hanno ormai due Governi, entrambi con una propria legittimità e sponsor diversi. Nello stesso anno il generale Khalifa Haftar, già compagno d’armi del rais nel 1969 e poi suo nemico, prende il controllo del conflitto. A capo dell’Esercito nazionale libico si afferma come uomo forte della Cirenaica e avvia una guerra contro le milizie jihadiste. Lo sostengono Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Francia e Regno Unito, poi anche la Russia. Haftar vince in gran parte della Cirenaica. Le città finiscono in macerie (lo sono ancora), ma nel 2019, il suo tentativo di conquistare Tripoli viene respinto: l’Onu, gli Usa e l’Ue appoggiano infatti il Governo di accordo nazionale guidato da Al-Sarraj. Nel frangente, si aggrega anche la Turchia.

Da allora i turchi, forti del passato

e manutenzione delle infrastrutture petrolifere.

• Il Crisis Group conferma che «il settore degli idrocarburi è esposto a interruzioni improvvise», spesso legate a gruppi locali che controllano terminali e oleodotti per ottenere concessioni politiche o economiche.

• Le frequenti interruzioni della produzione e le dispute sui proventi petroliferi continuano a generare una decisa volatilità nei mercati energetici, con effetti anche sull’Europa, ancora dipendente dall’offerta nordafricana. / Red.

ottomano, e in sintonia con la recente riscoperta dell’impero, hanno preso in mano il timone di Tripoli e del Governo di unità nazionale, eletto nel 2021 e guidato da Dbeibeh. Dall’altra parte, accanto a Haftar, hanno preso piede i russi, anche loro più per strategia che per economia, per garantirsi un ruolo nel Mediterraneo e uno scalo verso il Sahel.

Se davvero la «Spada dell’Islam» si è spezzata, forse ora si potranno indire le tanto attese libere elezioni

Forse è proprio nelle elezioni del 2021 la ragione dell’evento da cui sono partito: l’assassinio di Saif al-Islam. In quelle presidenziali in cui lui era uno dei favoriti. Pur ricercato dalla Corte penale internazionale e condannato nel 2015 in contumacia a Tripoli, la condanna non fu mai ratificata da Tobruk e dal 2016 era di fatto libero.

Forse proprio la sua candidatura ha fatto saltare quelle elezioni, mai più indette. Da anni i libici le aspettano. Nonostante le divisioni tribali e il diverso retaggio, oggi tripolitani, cirenaici e genti del deserto si considerano libici e vogliono tornare a esserlo. Vogliono stabilità, pace, dopo quasi quindici anni di guerra. E forse qualcuno temeva il ritorno di ciò che per molti è stato un incubo lungo quarant’anni. Ma se davvero la «Spada dell’Islam» si è spezzata, forse ora si potranno indire le tanto attese libere elezioni.

Intanto noi, dall’altra parte del mare, stiamo a guardare, per lo più ignari di quel che ci è successo e ci succede accanto. Fino a quando non ci dicono che la benzina aumenta come accade ora nell’ennesima guerra in Medio Oriente, incerta per strategia e risultato, ma di certo infausta nelle sue ripercussioni sul mercato energetico globale. Nonostante la Libia.

Il funerale di Saif al-Islam Gheddafi a Bani Walid, una nota roccaforte dei sostenitori dell'ex regime.
Sotto: non c’è pace per Tripoli. (Keystone)

BRICO, la bottega che guarda al futuro

Conversazione con Luciano e Linda Rusconi

Quando arrivo a Manno, Luciano Rusconi mi viene incontro con quel passo un po’ veloce di chi ha sempre qualcosa da fare, ma anche la disponibilità di fermarsi se qualcuno gli chiede un consiglio. È un tratto che a BRICO si nota subito: le persone non sono comparse, sono la spina dorsale dell’azienda. E per Luciano, che ne è il direttore, questo è un punto su cui non si transige. Seduti nel suo ufficio, cominciamo a parlare del passato, del presente e di un futuro che sta già passando di mano a una nuova generazione. Ma tutto, inevitabilmente, ruota attorno a un’idea semplice, quasi rivoluzionaria nella sua modestia: essere una bottega. «Io dico sempre che BRICO è una grande bottega», esordisce Luciano, «perché da noi uno può venire anche solo per comprare una vite. O un bullone. E questa cosa oggi non la fa quasi più nessuno». Lo dice senza enfasi, ma con quella convinzione che nasce dall’esperienza. In un mercato che corre a perdifiato verso l’automazione totale, lui rivendica l’importanza della relazione umana, del riconoscere un cliente, dell’accompagnarlo allo scaffale giusto. «Il valore aggiunto è la persona. Se perdiamo quello, perdiamo tutto».

La storia parte da lontano

La storia di BRICO comincia nel 1985, quando Romano Ferrecchi decide di portare in Ticino un concetto allora nuovo: il fai da te. Non come lo intendiamo oggi, ma come un prolungamento della ferramenta di paese, con i materiali per costruire, sistemare, rinnovare le case di un Cantone che stava cambiando pelle. Da lì l’a-

Grazie alla qualità dei prodotti di marca che propone, Brico è da sempe un riferimento per l’acquisto di materiali professionali per artigiani, imprese di costruzione, giardinieri, industria, ospedali, cliniche, case anziani, enti pubblici e di soccorso e garantisce un servizio accurato e personalizzato alle loro specifiche esigenze.

zienda cresce, acquista, si espande in regioni diverse, entra nel mondo agricolo e viticolo con l’acquisizione dei negozi storici dell’Agricola ticinese. Luciano ripercorre questi passaggi come se fossero tappe naturali di una camminata. Ogni spostamento, ogni apertura – da Lamone a Pregassona, da Biasca a Grono fino alla recentissima Balerna (vedi box in basso) – non è mai un colpo di testa, ma una risposta a una domanda reale del territorio. «Noi siamo un’azienda ticinese che vive nel territorio e del territorio. Non possiamo permetterci voli pindarici. Il passo va fatto secondo la gamba».

La bottega dei servizi

Tra le cose che distinguono BRICO non c’è solo la quantità di merce disponibile sugli scaffali. È anche ciò che avviene dopo la vendita. «Oggi molti vendono prodotti. Noi vogliamo vendere soluzioni». E infatti i servizi non sono un orpello, ma il cuore pulsante dell’identità aziendale: un’officina interna per la manutenzione di macchine da giardino ed elettriche; un servizio tecnico a domicilio in tutto il Cantone per i robot tagliaerba; un banco ferramenta dove si vende viteria sfusa, anche un solo

Date e numeri essenziali

1985: apertura del primo punto vendita a Lamone da parte di Romano Ferrecchi; 5–6 collaboratori all’inizio.

1988: il personale arriva a circa 15 unità; acquisizione dei negozi dell’Agricola Ticinese a Barbengo e Losone, ingresso nei settori agricolo e viticolo.

1990: apertura del punto vendita di Mendrisio.

1991: acquisizione della storica Lionello Ferrazzini SA nel Mendrisiotto; ulteriore ampliamento dell’offerta agricola.

1992: apertura del punto vendita di Biasca, rivolto anche all’alta valle e alla pastorizia.

2000: trasferimento della sede principale da Lamone a Manno, con un centro moderno e più ampio.

2003: apertura del punto vendita di Cadenazzo, riferimento per il Bellinzonese e il Piano di Magadino.

2006: apertura di Pregassona, primo avamposto BRICO nella città di Lugano.

2012: nuova sede di Biasca, più moderna e ampliata, sostituisce quella del ’92.

2021: trasferimento e ampliamento del punto vendita di Losone in una nuova sede più grande.

2024: (9 dicembre): apertura del

pezzo se serve; un reparto falegnameria per tagli, adattamenti e moduli su misura; un comparto laser a Mendrisio; consegne e montaggi a domicilio, comprese le casette Biohort. Luciano sorride quando gli chiedo del dopovendita, perché per lui è un’evidenza prima ancora che una strategia: «Se ti vendo una macchina e poi non ti aiuto a farla funzionare o a ripararla, che servizio è? La qualità non è solo un prodotto buono: è la sua vita dopo averlo acquistato». In un’epoca in cui l’usa e getta riempie di oggetti diventati rapidamente obsoleti gli ecocentri, rivendica un’etica quasi artigianale: «La fatica del clien-

negozio di Grono, primo fuori Cantone.

2025: (marzo): apertura del negozio di GranciaMontagnola che andava a sostituire la storica sede Agricola Ticinese di Barbengo di cui ho accennato l’acquisizione nel 1988.

2026: (5 marzo): apertura del punto vendita di Balerna, su una superficie precedentemente occupata da Migros.

Oggi: BRICO conta 10 strutture tra Ticino e Moesano e 90 collaboratori, quasi tutti a tempo pieno.

te ha un valore. E se compri qualità, lavori meglio e in sicurezza. Lo dimentichiamo troppo spesso».

La famiglia come metodo

Uno dei punti caratteristici di BRICO è il tipo di gestione. «Siamo un’azienda a conduzione familiare e questo significa che il lavoro te lo porti a casa, lo vivi tutti i giorni, sette su sette. Ma significa anche che ci metti la faccia. È una responsabilità verso i nostri collaboratori e verso le loro famiglie». Lui e la moglie Tiziana, oggi, condividono la direzione insieme alla figlia Linda, che rappresenta la nuova generazione. E quando parla dei collaboratori, gli occhi gli si illuminano. «BRICO è quello che è anche grazie a loro. Abbiamo persone che sono con noi da 20, 30, 38 anni. È una ricchezza enorme. Senza di loro non avremmo questa solidità».

La fiducia del cliente

Luciano racconta di clienti che arrivano in negozio con sacchetti pieni di prodotti comprati altrove, disperati perché manca «l’anello di congiunzione». «Li aiutiamo noi. E tornano. Non per forza per spendere di più, ma per la fiducia». La filosofia del negozio non lascia indietro nessuno. «Ci capita di dare una mano agli anziani a caricare i sacchi, alcuni si ostinano a lasciarci la mancia!»

Il

futuro

E poi c’è Linda, la figlia, formazione da architetto d’interni, esperienze all’estero, e un entusiasmo che rende la transizione generazionale naturale e promettente. Le chiedo cosa significhi per lei portare avanti questa storia. «Io sono cresciuta respirando questi lavori. Non li impari in tre anni: forse a quarant’anni dirò di sapere qualcosa. Ma so che voglio dare il mio contributo». Come nel periodo del Covid quando «siamo rimasti un punto di riferimento: riconosciuti dal Cantone come negozio di primaria necessità, abbiamo garantito forniture per case anziani, enti pubblici e ambulanze, producendo anche schermi in plexiglass. Con i negozi chiusi al pubblico e centinaia di richieste al giorno, spedivamo fino a duecento ordini quotidiani a clienti che si reinventavano tra orti, lavori domestici e nuove passioni». Linda punta all’innovazione, certo, ma senza snaturare le radici: «La gente oggi vuole qualcuno con cui parlare. Non un algoritmo. Vogliono il nome, la faccia. Questa è la nostra forza». E sul futuro di BRICO è chiara: «Vedo un’azienda che cresce, ma senza perdere la sua anima. La bottega rimane il nostro cuore. E vogliamo che sia così anche per le nuove generazioni». / Red.

ernobyl’: memoria di un disastro

Ricorrenza ◆ Quarant’anni fa il più grave incidente atomico della storia apriva una stagione di interrogativi e ricerche Le sue conseguenze segnano ancora pesantemente il presente, anche in Svizzera

A 40 anni dal disastro nucleare di Černobyl’, il più grave incidente atomico della storia, gli effetti della tragedia continuano a pesare sul nostro presente.

Da un lato, oggi si conoscono molto di più gli effetti a lungo termine della nube sprigionata il 26 aprile 1986 dal reattore 4 della centrale di Černobyl’, sia per quanto riguarda le zone direttamente colpite (Ucraina, Russia e Bielorussia), sia per quel che concerne le popolazioni, anche lontane come quelle del Nord Italia e della Svizzera, raggiunte dalle particelle radioattive trasportate dalle masse d’aria.

Nel 2005 l’Ufficio federale di Berna ha annunciato che l’incidente di C ˇ ernobyl’ avrebbe provocato centinaia di casi di cancro

Dall’altro lato, la guerra tra Russia e Ucraina fa temere che Putin possa dare ordini di colpire, non tanto l’impianto di Černobyl’ (il quale, sebbene non produca più energia atomica, è stato occupato all’inizio del conflitto dalle armate di Mosca), quanto altre centrali, obiettivi ultrasensibili come quella di Zaporizhzhia, che già nel 2022 ha subito attacchi militari russi con incendi e rischi di contaminazione.

L’emisfero nord, nel 1986, fu massicciamente bersaglio degli elementi radioattivi, principalmente lo Stronzio-90 e gli isotopi del Cesio, il 134 e il 137. È stato calcolato che il disastro fu equivalente, per quantità di sostanze tossiche, a oltre 200 bombe atomiche di Hiroshima. Secondo una stima dell’Onu, l’incidente provocò quattromila vittime e 116 mila sfollati dalla regione circostante. Ma ancora oggi

più di 5 milioni di persone vivono nelle aree contaminate, mangiano cibo e bevono acqua avvelenati da scorie ed elementi ionizzanti.

Černobyl’ ha minato la fiducia nella tecnologia nucleare, e lo si vide già nel 1987, quando gli italiani, chiamati ad esprimersi in un referendum, votarono per l’abbandono della produzione di questa energia e per la chiusura delle centrali allora esistenti. La ricaduta radioattiva è stata pesante anche in Svizzera, che pure è molto lontana da Černobyl’: morti di cancro, malattie e aumento della mortalità infantile sono le conseguenze.

Secondo l’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp), la dose totale di radiazioni ionizzanti assorbita dalla

popolazione elvetica in seguito all’incidente, principalmente attraverso il cibo, è di circa 3500 sievert (circa 0,5 millisievert per persona).

Parecchi effetti gravi sulla salute appaiono solo dopo molti anni. A differenza di altri incidenti, le vittime delle radiazioni non sono note individualmente, ma il loro numero può essere stimato con attenti studi epidemiologici. Per esempio, ricerche indipendenti condotte negli ultimi due decenni dimostrano che si devono ipotizzare diverse migliaia di decessi anche in Svizzera.

Già nel 2005 l’Ufficio federale di Berna aveva annunciato che l’incidente di Černobyl’ avrebbe provocato centinaia di casi di cancro. Sulla base

Una maschera antigas nella città fantasma di Pripyat, costruita per gli operai della centrale di Černobyl’ ed evacuata dopo l’esplosione del 1986. (Keystone)

delle conoscenze attuali, si deve presumere che almeno 400 persone, nella Confederazione, moriranno di tumore, e che lo stesso numero perirà di attacchi cardiaci e ictus come risultato dell’esposizione a lungo termine alle radiazioni. Altra conseguenza preoccupante è rappresentata dalla crescita della mortalità neonatale, aumentata di oltre il 10% dal 1987. Alcune ricerche mostrano che, dal 1986, più di 3200 gravidanze sono state interrotte, molto probabilmente come risultati di aborti indotti dall’esposizione alle sostanze inquinanti. Occorre fare di più per prevenire i danni provocati dalla contaminazione. Proprio in Svizzera, in Ticino, dove più alta fu la concentrazione di

radiazioni, il Laboratorio cantonale di Bellinzona è stato potenziato diventando uno dei Centri di competenza, a livello nazionale, per la misurazione della radioattività nelle derrate alimentari. Campioni di verdura, carne e altri cibi vengono prelevati, senza preavviso, nelle aziende agricole, nei punti di produzione e di vendita, per essere sottoposti a sofisticati test. Oggi la mostruosa sagoma della centrale di Černobyl’, situata cento chilometri a Nord di Kiev, si staglia ancora come un monito per le future generazioni. La monumentale struttura, dismessa come sito di produzione di energia atomica, tuttavia è ancora aperta. Il megaimpianto è sotto monitoraggio costante, con operazioni di contenimento che continuano, ma i reattori sono stati spenti (l’ultimo, nel 2000). La centrale è stata coperta da un «Nuovo confinamento sicuro», un sarcofago installato per impedire la fuga di emissioni contaminanti.

Dal 2011 è accessibile ai turisti con permessi e guide (un’espressione di quello che viene definito «dark tourism» ovvero una forma di turismo che porta le persone a visitare luoghi segnati da morte, tragedie o sofferenza), ma il sito rimane altamente radioattivo e in gran parte inabitabile, con la presenza di combustibile fuso (corium) che richiede decenni per essere gestito, anche se la situazione è sotto controllo e i percorsi per i visitatori seguono regole rigide e sono sottoposti a molte limitazioni.

Ci sono segnali di attività nucleare (processi di fissione in corso misurabili attraverso la crescita di neutroni) in zone non accessibili, sigillate e controllate, come la stanza 305/2. Le aree circostanti sono desertificate e la vicina città fantasma di Pripyat, la più colpita dal disastro, resterà inabitabile per migliaia di anni.

Come si fa a non avvicinarsi all’uomo che ami?

Il libro ◆ La premio Nobel Svetlana Aleksievič ci insegna che la storia è un intreccio di memorie, emozioni e destini personali

«Sono davvero in troppi ad ammalarsi, anche persone giovani. Tumori, ictus, problemi mentali. Bisognerebbe fare delle ricerche per capire se è solo una mia percezione… Mi sembra comunque emblematico». Questa confidenza, raccolta di recente da un’operatrice dei servizi di accoglienza in Ticino, riguarda i profughi in fuga dalla guerra in Ucraina, molti dei quali provenienti da aree ancora oggi segnate dal disastro di Černobyl’. È da questa suggestione che nasce il nostro ragionamento: è il conflitto presente e/o il passato nucleare a far ammalare la gente?

Secondo l’UNSCEAR, il Comitato scientifico dell’Onu sugli effetti delle radiazioni atomiche, fatta eccezione per il marcato aumento dei tumori alla tiroide nei bambini e negli adolescenti esposti nel 1986 e per alcuni effetti specifici sui «liquidatori» (le persone chiamate dall’Urss a «ripulire» il luogo della tragedia, spesso senza protezioni adeguate), non esistono prove di un incremento dell’incidenza di malattie fisiche attribuibile alle radiazioni tra la popolazione che vive oggi nelle zone contaminate.

L’organismo sottolinea però il peso duraturo delle conseguenze psicologiche e sociali dell’incidente. Černobyl’ resta un incubo mai davvero esaurito. Continua a interrogarci e a tormentarci, mentre molti preferiscono ignorare o dimenticare. E questo accade nonostante l’enorme mole di

materiali – studi, libri, inchieste, serie televisive – che hanno cercato di raccontarlo. «Černobyl’ è un enigma che dobbiamo ancora decifrare», scrive Svetlana Aleksievič in Preghiera per Černobyl’, opera pubblicata la prima volta nel 1997, che le è valsa il Nobel per la Letteratura nel 2015. Per tre anni la scrittrice e giornalista bielorussa ha raccolto testimonianze nel suo Paese, in Ucraina e Russia, ascoltando centinaia di persone che «hanno toccato con mano l’ignoto». «Černobyl’ è il principale contenuto del loro mondo. Ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro, e anche attorno, e non solo la terra e l’acqua. Tutto il loro tempo». Il suo libro presenta questa moltitudine di voci che diventano storia. Vicende dure, sconvolgenti, che mostrano ciò che Černobyl’ ha lasciato dietro di sé. Si parte da Ljudmila Ignatenko, giovane moglie del vigile del fuoco Vasilij, chiamato a spegnere l’incendio divampato nella centrale la notte del 26 aprile. Sindrome acuta da irradiazione: in 14 giorni si muore fra atroci sofferenze. «Non è più un uomo, è un reattore. Brucerete insie-

me!», le dicono. Lei gli resta accanto, lo accudisce, nascondendo di essere incinta (la bimba morirà poche ore dopo la nascita). «Ma come si fa a non avvicinarsi all’uomo che ami?». Un uomo e una neonata tra i tanti morti di Černobyl’, seppelliti in bare di zinco sigillate e sotto lastre di cemento – lontani dai propri cari – perché altamente radioattivi.

C’è anche la contadina che non vuole lasciare la sua terra, trascinata via a forza mentre piange come se le strappassero un figlio. Ci sono le parole dei residenti rimasti nella zona proibita, come Anna Petrovna Badaeva: «Il latte non lo si può più bere… Proibito raccogliere i fagioli… Lo stesso vale per funghi e bacche… Ci hanno ordinato di tenere a mollo la carne per tre ore prima di cucinarla. E di cambiare due volte l’acqua delle patate durante la cottura…». L’alito della morte e il senso di ingiustizia attraversano ogni testimonianza. Che dire del soldato incaricato di abbattere gli animali contaminati, addestrato a sparare ai nemici, non ai cani impauriti senza più dimora. E di quello che ricorda la scritta su una ca-

sa nella zona off limits: «Uomo gentile e caro, non cercare oggetti di valore, non ne abbiamo mai avuti. Utilizza tutto ciò che ti serve, ma non saccheggiarci la casa. Ritorneremo». C’è anche la maestra che non si arrende, mentre i più piccoli vomitano e cambiano colore. Ma «niente panico». «Nei disegni dei bambini c’è Černobyl’», racconta dal canto suo Nina Prochorovna. «Gli alberi crescono capovolti, con le radici all’aria. L’acqua dei fiumi è rossa o gialla. Fanno il disegno e cominciano a piangere». Un’altra immagine: la madre che partorisce una bimba gravemente malata – «niente fessurina, niente sederino, un solo rene» – e la stringe come fosse un miracolo: «Prendete la mia bambina, anche per degli esperimenti… Non voglio che muoia… Do il mio consenso a che la mia bambina faccia da cavia, come un ranocchio, un coniglio, purché possa sopravvivere». E queste sono solo alcune delle suggestioni rubate dal saggio di Aleksievič. Impressioni e sentimenti di un’umanità colta alla sprovvista, travolta da qualcosa che nessuno era pronto ad affrontare.

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Il Mercato e la Piazza

Trump e i dazi: un anno dopo i conti non tornano

Sono passati oramai dodici mesi dal famoso «Liberation day» il giorno in cui Donald Trump, quasi come un nuovo Mosé, presentò al pubblico la «tavola» dei dazi che intendeva imporre a tutte le Nazioni del mondo, che detenevano un bilancio positivo nella bilancia commerciale con gli Usa, per impedire che continuassero a saccheggiare l’economia del suo Paese. Quella tavola diventò rapidamente oggetto di negoziazioni accanite che ancora non sono terminate. Non mancarono giravolte e voltafaccia del presidente americano che sembra essere convinto di aver trovato nell’imposizione dei dazi la bacchetta magica per risolvere a suo favore tutti i problemi economici, politici e sociali che possono sorgere nelle relazioni bilaterali. Tanto che, in più di un caso, ci si può chiedere per perseguire quale finalità i dazi furono introdotti. Anche se ora dodici mesi sono passati

In&Outlet

non è facile trovare le risposte. Il periodo è però abbastanza lungo da consentire per lo meno di rispondere al quesito se i dazi di Trump sono una misura di politica economica oppure, nonostante gli argomenti con i quali il presidente ha cercato di venderli, unicamente una misura di politica fiscale con la quale cercare di arginare un deficit pubblico dalle proporzioni mostruose.

Per il momento i suoi dazi sono da considerare soprattutto come una misura di politica fiscale. Sul deficit della bilancia commerciale, infatti, non hanno avuto nessun impatto. Nel 2025 questo deficit ha raggiunto i 1241 miliardi, una cifra record. Persino in termini relativi, ossia paragonato al Prodotto interno lordo, il deficit della bilancia commerciale americana non ha praticamente segnato un miglioramento. Anche nel 2025, come lo fa da circa un decennio, è stagna-

to attorno a un tasso pari al 4% del Pil. Si può quindi affermare che, per adesso, l’imposizione dei dazi non ha avuto nessuna influenza, o quasi, sul deficit della bilancia commerciale. Per contro il fisco americano ha incassato miliardi di dollari in dazi. Gli stessi, in seguito all’aumento dei prezzi delle merci importate, sono stati però pagati quasi esclusivamente dai consumatori americani. La mancata diminuzione del deficit della bilancia commerciale viene attribuita dagli esperti a tre motivi. Dapprima al fatto che molti esportatori hanno anticipato l’introduzione dei dazi e hanno quindi cercato di realizzare i loro scambi prima del 2 aprile 2025, ossia prima del «Liberation day». È pure probabile, secondo motivo, che grandi esportatori, come la Cina, abbiano preso vie indirette per far giungere i loro prodotti sui mercati americani, esportando dapprima in un Paese terzo, me-

Giorgia Meloni deve cambiare passo

Giorgia Meloni ha commesso il suo primo vero errore politico. Tante sue cose non mi sono piaciute, ad esempio quando definì le tasse «pizzo di Stato», o quando si è rifiutata di dirsi antifascista (cose che al suo elettorato non dispiacciono). Il referendum sulla giustizia è stato un errore perché molti elettori di destra, anche estrema, hanno votato no. Meloni si è intestata una battaglia altrui. Si è fabbricata da sola la trappola in cui si è infilata. I Governi perdono i referendum. Lo perse il generale De Gaulle nel 1969, un anno dopo aver stravinto le legislative. Lo perse nel 1988 il generale Pinochet, che con l’opposizione non era tenero. Lo straperse com’è noto Renzi, ma già la riforma costituzionale di Berlusconi era stata bocciata. Il motivo è semplice: le grandi riforme non si fanno con piccole maggioranze. E nessun Governo ha il 51%. Si dirà: in Italia non si votava sul Governo, ma

Zig-Zag

su un quesito tecnico. All’evidenza, l’elettorato non l’ha interpretato così. Il referendum diventa un modo per sfogare, nella semplificazione del no, le frustrazioni e il malcontento, che sono sempre trasversali. Non a caso il no ha prevalso sia al Sud sia nelle ricche città del Centro-Nord. Non è vero che gli italiani siano sempre contrari a qualsiasi cambiamento della Costituzione. Sono contrari a quelli imposti da una maggioranza di Governo, provvisoria come ogni maggioranza. Una Costituzione che fu scritta insieme da acerrimi nemici può essere cambiata solo con un consenso ampio, in Parlamento e nel Paese. Pensare che adesso si possa e si debba andare avanti come prima, quindi a testa bassa con il premierato e con la nuova legge elettorale, significherebbe non aver compreso la lezione. Non a caso l’Italia è l’unica democrazia al mondo che cambia sistema elettorale a

seconda della convenienza della maggioranza del momento. Come non capire che solo un’intesa larga potrà salvare la legge alla tornata successiva? Finora la presidente del Consiglio ha goduto di un consenso ampio. Che uso ne ha fatto? Non ha commesso gravi errori in politica estera, anche se certo il legame con un tipo come Trump non la aiuta. Ha sterilizzato alcune spese insostenibili, dal 110 al reddito di cittadinanza generalizzato. Ma non sempre ha saputo circondarsi di una classe dirigente adeguata. Soprattutto, non ha impresso all’economia quel dinamismo e quella svolta meritocratica che aveva promesso. Ha dato l’impressione di voler piantare bandierine – compresi i centri in Albania – più che affrontare le grandi questioni del Paese. E il suo conservatorismo non ha parlato alla maggioranza delle giovani generazioni. Ma sarebbe sbagliato, per la magistra-

no colpito dai dazi, come il Vietnam, il Laos o la Thailandia. Si cita poi un terzo motivo: i dazi effettivamente applicati sono, in molti casi, inferiori a quelli che Trump ha strombazzato nelle sue interminabili giravolte sulle misure da adottare per ridurre il deficit della bilancia commerciale. Comunque sia, il risultato è che, nel 2025, il deficit della bilancia commerciale americana è aumentato in termini assoluti ed è rimasto sul 4% del Pil, in termini relativi. Non si può escludere, tuttavia, che quello che non è successo nel 2025 si presenti nel 2026 e negli anni che seguiranno, ossia che, nel lungo termine come desidera Trump, i dazi inducano le imprese che esportano negli Usa a spostare i loro centri di produzione in quel Paese. Molto dipenderà da un lato dal successo o dall’insuccesso delle trattative che diversi Paesi esportatori (tra questi anche la Svizzera) stanno condu-

cendo per concludere un trattato sugli scambi con gli Stati Uniti. È pure possibile che le decisioni sugli accordi bilaterali vengano influenzate dai risultati delle elezioni del prossimo novembre. Se il Partito repubblicano dovesse uscire sconfitto dalle stesse, Trump potrebbe scendere, in materia di commercio internazionale e di lotta all’inflazione, a più miti consigli. Se invece il Partito repubblicano dovesse vincere, la politica del presidente non cambierà e nel 2026 è possibile che la stessa riduca in modo più significativo il deficit della bilancia commerciale americana.

In attesa di questi possibili sviluppi, le decisioni sul trasferimento di unità di produzione negli USA sono sospese. Gli esportatori osservano prudentemente l’evolversi della situazione, anche perché più passa il tempo e più si avvicina la data in cui Trump dovrà lasciare la Casa Bianca.

tura e per l’opposizione, interpretare la vittoria del no come una propria vittoria, anziché come un’assunzione di responsabilità. Perché, anche se la riforma non avrebbe inciso sui reali problemi, resta vero che in Italia la giustizia non funziona. E resta vero che costruire una maggioranza «contro» è molto più facile che costruire una maggioranza «per». Non è affatto detto che il centrosinistra vinca le prossime politiche. Meloni però deve cambiare passo. Non basta far fuori il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, una dirigente del ministero come Giusi Bartolozzi, e la ministra del Turismo Santanché. Meloni dovrebbe evitare di lasciarsi schiacciare da Trump. E dovrebbe parlare a chi le ha votato contro: il Sud e i giovani. In Italia si fanno pochi figli; e i più istruiti vanno all’estero, anche perché gli stipendi in Italia sono troppo bassi. Chi saprà parla-

Con l’IA riusciremo a restare in cabina di comando?

Sulla prima pagina del giornale, in alto, vedo un numero: 747. La mente corre al Jumbo che tante volte mi ha portato in mondi lontani. Il numero però riguarda l’edizione del 22 marzo de «La lettura» del «Corriere della Sera», un altro jumbo che per l’incredibile cifra di 1 franco e 20 centesimi ti trasporta in mondi ancora più lontani ai confini dell’arte, della scienza, della letteratura. La copertina di Carlo Valsecchi, uno dei maggiori fotografi europei, avvia il motore. Ritrae il cuore della rotativa che stampa il quotidiano milanese e cattura il punto in cui la carta incontra il processo tecnologico tipografico e digitale che la trasformerà in mezzo di comunicazione, in opera letteraria e anche artistica prima ancora che in prodotto industriale e commerciale. Una foto di anniversario (150 anni di vita) che ha anche un nesso politico, visto che appare mentre in Italia, con

la vendita di due dei maggiori quotidiani e una miriade di testate regionali e cittadine, cessa l’impero mediatico degli Agnelli. Il mio 747 di carta è in pista. Decolla con una lunga intervista allo scrittore francese Houellebecq che introduce una serie di contributi dedicati all’Intelligenza artificiale (IA) e alle incessanti novità che si registrano in questo campo delle tecnologie elettronica e digitale. Cosa dice il più autorevole intellettuale francese su questo fenomeno? Facendo riferimento a una poesia scritta per un album musicale, Houellebecq ammette senza remore di far uso di ChatGPT, Claude e altri sistemi di IA: «Me ne servo un po’ per divertirmi, chiedo loro di scrivere delle cose, sono curioso di vedere il risultato… Credo che il cammino delle macchine sia inarrestabile». L’ammissione (o confessione, secondo alcuni critici francesi) conferma

quanto lo scrittore pensa a proposito del futuro dell’Intelligenza artificiale, e cioè che, oltre a essere inarrestabile, essa trova anche tutto il sistema capitalistico ormai schierato in favore dei vantaggi che questa applicazione nasconde. Un po’ ingenuamente, nel senso che trascura ogni riferimento ai potenziali danni e alle difficoltà nel guidare questa evoluzione tecnologica, giunge poi a questa conclusione: «Le macchine sono lavoratori docili, che non fanno sciopero e non aprono vertenze sindacali. Almeno per ora». Al posto dell’intervistatore avrei mosso una duplice obiezione a Houellebecq: per gli intellettuali la parola sciopero è priva di significato; inoltre le potenziali vertenze sono assai diverse e molto più pericolose di quelle sindacali degli operai o degli impiegati. Compreso nel modico prezzo, il mio jumbo di carta include anche un sor-

volo settimanale su idee, recensioni, suggestioni e proposte letterarie e artistiche. Rimango colpito da un articolo in cui Manuela Monti e Carlo Alberto Redi mi rivelano uno dei più inattesi dati del sequenzionamento del genoma umano: ognuno degli oltre otto miliardi di esseri umani che popolano il nostro pianeta porta dentro di se una quantità inimmaginabile di piccolissimi esseri (miliardi di virus, archaea, batteri, funghi, protozoi, vale a dire circa 1,5 – 2 chilogrammi di peso corporeo) che condividiamo e ci scambiamo (attraverso abbracci, baci, coabitazione), tanto che i ricercatori parlano di con-dividui e non più di individui. Cosa c’entra tutto questo con l’Intelligenza artificiale? C’entra, c’entra. Basta proiettare il messaggio politico più importante di questa scoperta scientifica e pensare che se un giorno l’IA riuscirà davvero a portare questi stra-

re ai giovani, alla loro voglia di futuro, vincerà le prossime elezioni. Potrebbe anche essere il centrosinistra a proporre questo patto; ma per ora sembra troppo concentrato a discutere su chi dovrebbe fare il leader. Discussione molto pericolosa. I 5 Stelle nascono contro il Pd, con il «Vaffa day» organizzato non a caso a Bologna. Nell’ultimo grande comizio della politica italiana, in piazza San Giovanni a Roma, Beppe Grillo indicò il vero avversario in Bersani, vessato poche settimane dopo in streaming da Crimi e da Roberta Lombardi. Il Pd era il «partito di Bibbiano». Poi i 5 Stelle con il Pd hanno fatto un Governo, per evitare le elezioni anticipate e i «pieni poteri» per Salvini. Ma tenere insieme i due elettorati non è facile. Se poi i due leader si scontrano per stabilire chi sarà il candidato premier, rimettere insieme i cocci sarà molto difficile.

bilianti e inconfutabili dati anche in menti tarate dal razzismo e segregazionismo, diventerà difficile la vita per chiunque sostenga e voglia predicare la prevalenza e il diritto di supremazia dei propri geni rispetto agli altri miliardi di con-dividui. Il mio jumbo di carta atterra lasciandomi nella mente la speranza che, come avvenuto con il nucleare, anche con la formidabile rivoluzione dell’IA gli esseri umani riescano a trovare indirizzi o perlomeno reti di protezione per la serie di problemi etici, morali e filosofici che ricerca e sviluppo stanno incontrando. Perché, come sostiene il filosofo Vito Mancuso, «il vero problema non è che le macchine diventano come gli uomini, ma che gli umani diventano come le macchine». Occorre evitare che, «dismessa l’illusione di essere macchinisti», ci si trovi condannati a essere (o a diventare) semplici macchinari.

di Angelo Rossi
di Ovidio Biffi
di Aldo Cazzullo

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CULTURA

Kid Yugi, morte di un eroe Il rap hardcore e molto crudo di Kid Yugi è ricco di citazioni letterarie e riferimenti culturali

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Yuri Catania e gli astronauti

L’artista di Rovio è presente a Melano con tre progetti, di cui uno all’interno di Migros

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Metafore tra le nuvole Il nuovo bando per il fumetto ticinese valorizza autori che svelano mondi interiori e quotidianità

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Il poeta che faceva inciampare la realtà

Lacrime sospese tra le cose Valduga esplora memoria, affetti e solitudini, costruendo un poema a stanze che si riprende e si dilata

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Vite da ridere (o quasi) ◆ Jacques Tati non amava le parole, non teorizzava nulla, eppure ha costruito uno dei linguaggi comici più sofisticati del Novecento

C’è una figura alta, dinoccolata, quasi fuori scala rispetto al mondo che la circonda: un impermeabile troppo largo, una pipa, un passo incerto fatto di falcate tanto ampie quanto scomposte che sembra sempre in ritardo rispetto alla realtà. Non è una smorfia a definire Jacques Tati, ma un movimento. Un piccolo scarto. Un gesto appena sbagliato che incrina l’ordine delle cose. Il pubblico ride, ma non per liberazione: ride per riconoscimento. Perché in quel corpo che fatica ad adattarsi alla modernità c’è qualcosa di profondamente umano. Non è la rabbia a generare comicità – come dall’altra parte della barricata cinematografica, accade con de Funès – ma lo spaesamento.

Jacques Tati non è stato semplicemente un comico, ma un osservatore sistematico del mondo contemporaneo. I suoi film – pochi, lentissimi da realizzare, costruiti con una meticolosità quasi ossessiva – non raccontano storie nel senso tradizionale, ma mettono in scena ambienti, comportamenti, relazioni. Sono dispositivi di osservazione. E in questo senso, la sua opera è radicale: rinuncia alla battuta, al dialogo, alla psicologia, per affidarsi al ritmo, allo spazio, al suono. Non a caso, il suo personaggio più celebre, Monsieur Hulot, è più una presenza che un protagonista, un vettore di disordine che attraversa un mondo già fragile.

Nato nel 1907 con il nome di Jacques Tatischeff, Tati cresce in un ambiente borghese, agiato e disciplinato, nella periferia elegante di Parigi. Le sue origini sono un intreccio europeo – francesi, italiani, olandesi e un’eco russa più mitica che reale – ma la sua identità è profondamente francese, nel senso più sociale che culturale del termine. La sua infanzia è segnata da una struttura familiare rigida, da un padre autoritario e da un ambiente dominato da convenzioni e controllo emotivo. Non è un caso che nei suoi film le emozioni siano sempre trattenute, filtrate, mai esplicite.

A scuola, Tati non brilla. Anzi: è considerato mediocre, distratto, incapace di adattarsi ai meccanismi dell’apprendimento tradizionale. Lascia presto gli studi e si trova a lavorare nell’azienda di famiglia, senza entusiasmo e senza prospettive. Ma è proprio in questa marginalità che si forma il suo sguardo. L’osservazione dei comportamenti quotidiani, dei piccoli rituali borghesi, delle rigidità sociali diventa il suo materiale creativo. Una delle sue prime «gag», raccontata come episodio fondativo, consiste nell’uscire da un’aula durante un esercizio scolastico, trasformando un gesto banale in un momento di sospensione comica. Non c’è ancora

una battuta, ma c’è già tutto: il tempo, l’attesa, lo scarto. Eppure, c’è un elemento che sorprende chiunque si avvicini a Jacques Tati aspettandosi un intellettuale nel senso più tradizionale del termine. Non lo era. Non amava le astrazioni, non aveva una formazione teorica solida, non era particolarmente a suo agio con le parole. Anzi, molti dei suoi collaboratori lo ricordano come un uomo quasi disarmante nella sua semplicità, poco incline all’analisi verbale e persino incerto di fronte a concetti elementari. Non era stupido, ovviamente, ma la sua intelligenza non passava dal linguaggio: era visiva, ritmica, corporea. Pensava in termini di spazio e movimento, non di idee da enunciare. È proprio qui che sta il paradosso. Mentre il cinema francese del suo tempo si riempiva di discorsi, manifesti, riflessioni teoriche, Tati costruiva una delle opere più rigorose e consapevoli del Novecento senza mai rivendicarne l’intellettualità. Non spiegava il mondo: lo metteva in scena. Prima del cinema, c’è il corpo. Tati è altissimo, impacciato, fuori misura rispetto agli standard dell’epoca.

Questo corpo diventa il suo strumento principale. Si forma come mimo, sviluppa numeri basati sull’imitazione sportiva, costruisce sketch a partire dal movimento. Uno dei primi, Il calcio visto da un portiere, nasce quasi per gioco su una spiaggia, ma contiene già il principio della sua poetica: osservare un gesto tecnico e trasformarlo in linguaggio comico. La comicità di Tati stava in una falcata troppo lunga che lo costringeva a recuperare l’equilibrio in un secondo tempo

Quando arriva al cinema, Tati non porta con sé una tradizione narrativa, ma una grammatica fisica. I suoi primi film lavorano ancora su una comicità più riconoscibile, ma è con la creazione di Monsieur Hulot che il suo universo si definisce compiutamente. Hulot non è un personaggio nel senso classico: è una funzione. Attraversa spazi – una spiaggia, un quartiere residenziale, un aeroporto – e ne rivela le contraddizioni. Non combatte il mondo moderno: lo attraversa senza

capirlo del tutto. Ed è proprio questa incomprensione a generare comicità. I film di Tati – da Giorno di festa a Le vacanze di Monsieur Hulot, fino a Mio zio e Playtime – raccontano la trasformazione della Francia del dopoguerra. Non lo fanno attraverso il conflitto o il dramma, ma attraverso il dettaglio. L’aumento delle automobili, la standardizzazione degli spazi, la perdita di identità dei luoghi: tutto è presente, ma sempre filtrato da uno sguardo ironico, mai aggressivo. La sua non è una satira, ma una forma di archeologia del presente. Il rapporto con la critica è complesso. Troppo poco verbale per essere considerato «intellettuale», troppo raffinato per essere ridotto a comico popolare. Tati sfugge alle categorie. Non appartiene né alla tradizione burlesque pura né alla Nouvelle Vague. È un autore isolato, che lavora fuori sistema, con tempi produttivi lunghissimi e un controllo quasi totale sui propri film. Questa indipendenza ha un costo: difficoltà economiche, produzioni travagliate, una carriera quantitativamente limitata. Ma è anche ciò che rende la sua opera così coerente.

Negli ultimi anni, il suo cinema diventa ancora più rarefatto, quasi astratto. Il mondo che racconta è sempre più dominato da oggetti, macchine, architetture impersonali. L’uomo – o meglio, il corpo comico – fatica sempre di più a trovare il proprio spazio. Eppure, non c’è mai nostalgia esplicita. Tati non rimpiange il passato: osserva il presente con una malinconia lucida, senza giudizio. Quando muore nel 1982, lascia un’opera breve ma densissima, composta da pochi film che continuano a essere studiati, proiettati, analizzati.

Monsieur Hulot resta una delle figure più riconoscibili del cinema mondiale, nonostante – o forse proprio grazie a – la sua natura sfuggente. Perché Jacques Tati non faceva ridere nel modo più immediato. Non cercava la risata, la costruiva. La faceva emergere dal tempo, dallo spazio, dall’errore. E nel farlo, metteva in scena una verità sottile ma persistente: il mondo moderno non è necessariamente ostile, ma è profondamente disallineato rispetto a noi. E ridere, in fondo, è solo un modo per prendere le misure di questo scarto.

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Jacques Tati, secondo Leonardo Rodriguez. (L.R.)
Carlo Amatetti

Un vero spettacolo per il palato.

Il loggione più cattivo del mondo

Pubblicazioni ◆ Al Regio di Parma fischi e critiche (argute) a cantanti, maestri e registi erano all’ordine del giorno

Sempre più spesso capita che prestazioni vocali o direttoriali per lo meno discutibili passino distrattamente, senza un rimbrotto, magari con il plauso di gazzettieri che ripetono formule incensatorie ammuffite. Chi, in genere, si becca fischi è il regista, sia per il fatto che è più facile emettere giudizi su una regia che comprendere i pregi o i difetti di un interprete. Senza saperlo, a legger certi articoli in fotocopia, penseremmo di vivere un’età dell’oro.

Gli appassionati parmigiani si preparavano all’opera con ascolti e ripassi e facevano ore di fila al freddo o sotto il sole

«Oggi non si odono che applausi dappertutto, in tutte le circostanze, per tutti i cantanti, per tutti i maestri, per tutte le stonazioni, per tutte le opere mal concepite e peggio partorite», riportava Carlo Dossi citando le parole dello scrittore e critico musicale Giuseppe Rovani, padre della generazione scapigliata milanese, nella sua antologia di detti, Rovaniana. Un quadro non lontano dalla situazione odierna dove il fischio è divenuto «una privativa», l’applauso generico è passato «in bancarotta».

Ben vengano allora le storie dei loggionisti del Regio di Parma, narrate da Mauro Balestrazzi in Mentre un grido vien dal cielo. Il Loggione di Parma si guadagnò la fama di «più cattivo del

mondo» da un tenore di prima fila che era di casa al Metropolitan, Giuseppe Giacomini, beccato impietosamente in una serata non brillante. Gli appassionati parmigiani si preparavano all’opera con ascolti e ripassi dello spartito, facevano ore di fila sotto i portici al gelo o nella canicola estiva, dividevano le ore d’attesa a pane e melodramma; per tutti i sacrifici fatti la ricompensa erano gli «acuti» e i divi dovevano essere sempre all’altezza della fama. Quando dovettero digerire un tenore di seconda fila che sostituiva la stella rossiniana Chris Merritt, poco prima maltrattato come inappropriato verdiano dal loggione scaligero, attesero il momento in cui Ernani: «dice Mille guerrier m’inseguono». Allora «si levò una voce: Speräma ch’it ciàpon (Speriamo che ti prendano), e la delusione fu stemperata in una risata consolatoria». Fra i cantanti che passavano a Parma si sapeva che al Regio bisognava dar fondo a tutte le munizioni vocali a disposizione per accontentare un loggione che voleva si tirasse fuori la voce, magari ance quando non era prescritto dall’autore. Perfino un figlio di quella terra come il tenore Carlo Bergonzi, nato a Vidalenzo, a pochi chilometri da Busseto, si beccò un celebre «Bravo, Tajoli» dal loggionista-fattorino della «Gazzetta di Parma», per aver cantato in Aida un si bemolle a suo dire come lo sdolcinato cantante di musica leggera Luciano Tajoli.

Dopo l’incidente, Bergonzi che era un tenore verdiano ammirato in tut-

to il mondo, volle incontrare i loggionisti parmigiani per fargli vedere che lo spartito indicava «con dolcezza» nel passo incriminato e in un altro punto in cui si era abituati a sentire gridare a tutta forza un trono vicino al sol, Verdi aveva indicato pianissimo. La risposta arrogante e folle fu: « Alòra, a s’vedda cha zbaljè Verdi» (Allora, si vede che ha sbagliato Verdi).

Bergonzi si prese la rivincita completa due giorni dopo facendo crolla-

Immagine dalla copertina del libro di Balestrazzi.

re il teatro nella Forza del destino, ma non volle mai più cantare nel teatro della sua terra. La spocchia di certi loggionisti che si sentivano depositari del canto verdiano aveva radici antiche; in un certo senso era come ritornare all’Ottocento, quando Rovani rimpiangeva l’età in cui perfino Rossini teneva preparata una carrozza fuori dalla Scala in caso la serata fosse volta al peggio: «In teatro si fischiava allegramente e sonoramente anche al

Kid Yugi e le nuove forme di eroismo

cospetto di reputazioni più o meno grandi, anche in presenza di cantanti semidive: fu fischiata la Malibran, fu fischiata la Pasta, Rubini stesso, una sera che gli andò male un falsetto, venne fischiato dal pubblico, che come un doganiere aveva l’abitudine di non guardare in faccia a nessuno». Pur non amando certe intemperanze che sconfinano nella maleducazione (ricordo la risata di scherno di tutto il loggione parmigiano a un «povero Ernesto» che se la faceva sotto nel Don Pasquale), e men che meno il culto dell’acuto per l’acuto, la nostalgia per la tensione e l’emozione di certe serate roventi di entusiasmi loggionistici è forte nei tempi civili (o distratti) in cui viviamo. Come non essere d’accordo con Rovani: il tramonto del fischio in teatro è chiaro sintomo di decadimento: «Come quando le mosche emigrano in massa quando l’aria è infetta (…) così il pubblico, annoiato anche di lamentarsi, batte le mani come chi ride delle disgrazie e sfida il pericolo con indifferenza gioviale».

Non rimane che consolarsi con le battute fulminanti di altri loggionisti parmigiani: a un direttore di braccio pesante dopo il primo Preludio della Traviata una la voce dalla piccionaia gridò: «Chilù l’à bel-e ciapè sinch minùd da Toscanèn» (Quello ha già preso cinque minuti da Toscanini!).

Bibliografia

Mauro Balestrazzi, Mentre un grido vien dal cielo, Lucca, Lim, 2025, pp. 250, € 20.

Musica ◆ Anche gli eroi muoiono del giovane rapper pugliese è già considerato fra i migliori lavori italiani dell’anno

Poco importa se Anche gli eroi muoiono, nuovo album del rapper italiano Kid Yugi, sia uscito solo lo scorso 30 gennaio e, quindi, mancano all’appello ancora molti progetti discografici dei prossimi mesi. Infatti, alcuni critici lo hanno già definito uno dei dischi italiani più importanti dell’anno. I risultati del progetto nelle classifiche dimostrano l’impatto travolgente che ha avuto nella discografia italiana. Per cinque settimane consecutive, il progetto si è imposto alla #1 della classifica dei dischi più venduti. E con oltre 100mila copie vendute in poco più di un mese è già stato certificato doppio disco di platino, il tutto battendo il record come disco con più copie vendute nella prima settimana di sempre nell’epoca dello streaming. Mica male…

La cosa più sorprendente del rap di Kid Yugi è la scrittura, ricca di citazioni letterarie e riferimenti culturali

Ma come ha fatto Kid Yugi (vero nome Francesco Stasi) ad arrivare a queste cifre? Tra le 16 canzoni che compongono il suo lavoro, il rapper ventiquattrenne nato e cresciuto a Massafra, in Puglia, ha inserito pezzi rap hardcore molto crudi. Ma ciò che emerge, fortissima, è la sua scrittura sorprendente, capace di abbracciare citazioni letterarie e riferimenti culturali che vanno da Guccini ai CCCP

(tanto che nell’album ha anche inserito la voce di Giovanni Lindo Ferretti). Si passa poi dal regista giapponese Shin’ya Tsukamoto a Fëdor Dostoevskij. Proprio dell’immenso romanziere e pensatore russo Kid Yugi ha detto di apprezzare «i suoi antieroi-umani». E per credergli, ci basta vedere la copertina che ha scelto per questo suo terzo disco in studio. Vediamo infatti Kid Yugi dentro una bara. «Ho deciso di morire come una persona comune, proprio per smitizzare la mia figura», ha spiegato il rapper.

In Anche gli eroi muoiono Kid Yugi riflette su eroi e anti-eroi. E lo fa elencando violenze, sostanze, esistenze senza regole né leggi. Basterebbe una lettura rapida dei suoi testi per accusarlo (sicuramente non utilizza un linguaggio adatto al suo pubblico, pieno di ragazzini) ma il suo rap è il perfetto rapporto tra volto e maschera, tra uomo e personaggio. Siamo sicuri che la violenza che canta sia presentata come un esempio positivo?

Nella sua nuova collaborazione con Shiva in La violenza necessaria, Kid Yugi campiona ad esempio una celebre battuta di Arancia Meccanica: «E d’un tratto capii che il pensare è roba da idioti». E nel pezzo canta di violenza, senza alcuna forma di censura: «Siamo pronti a fare tutta la violenza necessaria / Milano». Ma anche: «Sono pieno di ferro nascosto nel mio cappotto / Esatto». Con questo elenco pesante, Kid Yugi – lo ha raccontato a Newsic – ha riflettuto sul fatto che «la Storia ci dice che per arrivare alla creazione di una figura eroica, si passa anche attraverso la violenza. E viene impiegata anche da chi inizialmente la rifiuta». Ma nel disco ci sono anche poesie schiettissime che raccontano debolezze e dilemmi esistenziali. Co-

me testimonia Mostro con Tony Boy. Canta: «Di che cos’hai bisogno per non farti del male, per non danneggiare il prossimo? Serve paura o ti basta il rimorso? Ti serve tutto o toccare il fondo? Serve un profeta o vi basta un mostro?». E si chiede, turbato: «A che serve se non lascerò nien-

te di buono?». Confidando poi: «E quanta paura c’ho di morire da solo / La stessa paura che ho di vivere sobrio». E così la violenza è sia esaltata sia condannata. Lo ha spiegato lui stesso: «Ogni giorno una persona fa una scelta: quella di non arrendersi alla cattiveria del mondo così da non diventare un mostro». Lo fa anche nel brano Per il sangue versato che racconta di una generazione di ragazzi che – in assenza di esempi positivi – sembrano destinati a esistenze macchiate in guerre di quartiere, applaudite da adulti che non sono realmente tali. Con il brano finisce per «smitizzare» questi cattivi esempi della strada, andando contro emulazioni, vecchi paradigmi e cliché del rap.

Quindi chi è davvero un eroe, oggi? Presentando il disco alla stampa, l’iper-citazionista Kid Yugi ha azzardato. «Più vado avanti più faccio dischi disillusi. In questo album volevo minare l’idea di eroe, che oggi è una figura sfumata, non si capisce più chi lo sia davvero: forse nessuno può essere un idolo, forse l’unico che lo è davvero stato fu Gesù, che è morto per salvare gli altri».

Dove e quando

La tournée di Kid Yugi toccherà anche Bellinzona, dove l’artista si esibirà il prossimo 5 giugno nell’ambito del Nevermind MusicFest, Festival sostenuto dal Percento culturale Migros Ticino su cui torneremo le prossime settimane in queste pagine.

L’immagine di copertina del nuovo disco di Kid Yugi.

Sciroppo per

Qualcosa di azzeccato per ogni regione.

Dalla Migros alla Luna con Yuri Catania

Street art ◆ A colloquio con l’artista che a Melano presenta il suo progetto realizzato con un gruppo di volontarie

Nell’immaginario collettivo l’artista trascorre molto tempo all’interno del proprio atelier, dove il processo di pensiero spesso si fonde a quello di realizzazione dell’opera, in quella simbiosi che è frutto e origine di ogni impulso creativo. Lo street artist, per contro, quando non opera a identità nascosta e con il favore delle tenebre, impone le proprie opere a chi passa, anche per caso, e spesso lanciando messaggi politici la cui potenza è ampliata dalla superficie dell’opera o dalla posizione della stessa, basti pensare a Jorit o Banksy. Il lavoro di Yuri Catania è diverso, perché non nasce solo per la gente, ma anche con la gente. Le sue sono opere in cui le teste di misteriosi astronauti si intrecciano con moltitudini di fiori e farfalle, in quella che vuole essere

Le date di Migros To The Moon di Yuri Catania (durata interventi: due sett.)

19 Aprile: Migros Melano

5 Maggio: Migros Campagna Adorna, Mendrisio

18 Maggio: Migros Lugano centro

8 Giugno: Migros Tesserete

22 Giugno: Migros Taverne

6 Luglio: Migros Agno

20 Luglio: Migros Bellinzona centro

3 Agosto: Migros Locarno

26 Agosto: Migros Maggia

7 Settembre: Migros Bellinzona Nord

21 Settembre: Migros Faido

5 Ottobre: Migros S. Antonino

una fantasiosa polvere di stelle, sospesa tra terra e cielo. Il suo nuovo percorso artistico lo vedrà partire da Melano con tre progetti, tutti realizzati intorno e dentro la Casa comunale, situata in un edificio che ospita anche un supermercato Migros. Ad accogliere chi arriva vi è la monumentale opera Moon Flowers Generoso Mission raffigurante una grande Luna, che sarà completata da esplosioni di fiori eterei e leggeri. All’interno della Casa comunale, invece, a partire dal 19 aprile, sarà ospitata una personale dell’artista residente a Rovio. La grande luna è in realtà «la luna del Generoso», ci spiega Catania, ed è stata scelta perché, a differenza del sole, tutti la possono vedere, ma anche guardare: «La Luna è visibile da ogni parte del mondo ed è la stessa per ognuno di noi. È una cosa che ci accomuna tutti, indistintamente. Questo progetto è molto legato al territorio, mi piaceva anzitutto l’idea che dal Generoso si riuscisse a vedere Melano, dove siamo ora. Inoltre, i fiori che decoreranno la mia Luna sono le peonie del Generoso – che crescono solo qua e sono anche il simbolo di questo Comune – le dalie che coltiva mia moglie nel nostro giardino, e le Vanessa, farfalle migratrici che partono dall’Africa e, percorrendo più di mille chilometri, si riproducono qui, e quindi sono un simbolo di forza».

Yuri Catania, in un momento di pausa dall’applicazione del suo murales, non interagisce solamente con passanti e clienti del negozio, rispondendo alle loro curiosità, ma anche con un gruppo di volontarie impegnate a ritagliare, appunto, fiori e farfalle da fogli di grandi dimensioni. «Ognuna delle volontarie dà quello che può: in fondo, il tempo è la cosa più preziosa che

abbiamo. Nella mia vita sono stato anche educatore e soccorritore, dunque amo stare in mezzo alle persone, e per questo voglio che ogni mio progetto diventi in qualche modo un progetto di massa, cui possono partecipare tutti. Alla fine, mi trasformo in una specie di maestro d’orchestra, il cui compito è quello di mantenere la melodia dei fiori».

La carta stampata viene incollata alle pareti esterne della Casa comunale con della semplice colla vinilica, cosa che la rende per sua natura effimera, e in balia delle bizze del tempo: «Abbiamo sempre l’idea che l’opera d’arte debba durare per sempre e (r)esistere fisicamente. Ma quando andiamo a

vedere un concerto o uno spettacolo di danza, non ci nutriamo forse del qui e ora? La mia arte vuole creare comunione, ma anche un ricordo condiviso fra chi mi ha aiutato a realizzarla e chi la guarda». La novità del lavoro di Yuri Catania risiede però nel terzo progetto presente a Melano, Migros To The Moon, realizzato ad hoc per dodici filiali di Migros Ticino, e che lo vedrà portare l’arte direttamente all’interno dei supermercati: «Spesso si espone nei centri commerciali, ma è una rarità trovare una mostra all’interno di un supermercato». L’arte di Catania si muoverà nel negozio a bordo di alcuni carrelli della spesa, su cui saranno installati degli astronauti. «Grazie alla realtà aumentata i clienti saranno invitati a riflettere sulla facilità con cui facciamo alcune cose, come ad esempio la spesa. Per l’astronauta, goffo come è, non però né facile né scontato. Grazie a questo progetto porterò l’arte anche in luoghi periferici, come la Valle Maggia, creando vicinanza tra la gente». Eppure, Catania, quando si riferisce alla propria arte, non rinuncia al termine provocazione, seppur in un’accezione molto personale. «Solitamente la provocazione viene intesa come uno scossone, a me invece piace sollevare o porre delle domande in modo giocoso. Io provoco generando meraviglia. Credo che l’arte debba costruire dei ponti, oltre che cercare di salvare il mondo in maniera provocatoria e, perché no?, curativa. In questa società ci sono state tolte molte cose, e oggi al loro posto abbiamo preoccupazioni, ansia e stress. Ma l’arte è capace di portare a uno stato di fanciullezza, di irrazionalità, forse addirittura di spensieratezza. Sono però sempre consapevole del fatto che ogni segno sia anche un atto di responsabilità, poiché può cambiare il pensiero delle persone, quindi è importante che l’artista giochi nel rispetto del prossimo, evitando di superare quel limite per cui si invade lo spazio altrui, e che sia lui a coinvolgere il prossimo a entrare nel proprio, di spazio».

Rosita Celentano, lezioni di felicità

Uno degli astronauti che appariranno a partire dal 19 aprile alla Migros di Melano.

Dove e quando

Inaugurazione di Migros To The Moon (Supermercato Migros Melano), Moon Flowers Generoso Mission e Yuri in Wonderland (Facciata Casa comunale e Casa comunale Melano) domenica 19 aprile 2026, ore 11.00.

Incontri ◆ Una serie di interviste condotte da Rosita Celentano per indagare un sentimento più vicino di quel che crediamo

Ida Moresco

Forse proprio sulla scorta delle incertezze e delle paure che scaturiscono dal caos del mondo che ci circonda, oggi più che mai sentiamo il bisogno di un confronto umano e civile, dell’incontro con chi ha uno sguardo sì diverso dal nostro, ma proprio per questo capace di ispirarci e darci idee per vivere il presente. La ricerca di nuove prospettive, ma con un’ impronta fondamentalmente positiva, è anche il comun denominatore della serie di incontri in scena per tutta la stagione al Teatro Foce, voluti, ideati e condotti da Rosita Celentano. A entrare in dialogo con l’attrice e conduttrice da alcuni anni residente in Ticino, saranno una serie di personaggi noti al grande pubblico, come la ricercatrice Monia Caramma, la psicologa Daniela Lucangeli, il giornalista Luca Sommi o lo psicoterapeuta e giurista Mauro Scardovelli, nell’intento, attraverso un dialogo franco e una serie di riflessioni e suggerimenti, di individuare una via nel vivere quotidiano che possa renderlo in qualche modo più leggero.

Rosita Celentano, qual è il leitmotiv delle sue interviste dal vivo?

Sono nate dalla voglia di dare voce a chi mi ha ispirata a trovare una via verso la felicità. Avevo pensato anche a un format radiofonico, che

avrei chiamato La locanda della felicità, poiché sono convinta che non ci si debba accontentare di sprazzi di felicità ma si debba e si possa essere felici h24. Essere sempre felici non ci evita di soffrire, di avere paura o di essere preoccupati, ma riesce a dare a queste emozioni impegnative un senso nobile e di crescita. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con molti personaggi straordinari che mi hanno ispirata ad aprire una finestra su una parte di mondo che io tenevo chiusa – addirittura, nemmeno pensavo vi fosse una finestra da aprire –, e quando ho dovuto stilare una lista di nomi per questi incontri (che saranno registrati e diventeranno i miei Vodcast) mi sono resa conto che vorrei dare voce a tantissime persone. Il mio auspicio è che, ascoltando i miei Vodcast, le persone possano iniziare a vivere la propria quotidianità con una serenità maggiore e la consapevolezza che esistono persone buone e oneste.

Ma dunque, felicità o serenità? Tutti sono convinti che la felicità rappresenti uno stato mentale eccezionale, ma allora, visto che ne riconosciamo l’eccezionalità, la rarità e dunque la preziosità, perché non cerchiamo di viverla sempre? Perché la releghiamo a dei momenti isolati?

E come dovremmo fare?

È un po’ come per l’amore: anche la felicità va tradotta in azioni quotidiane: sono felice perché la mattina riapro gli occhi. La mia felicità personale va di pari passo alla gratitudine, e nel tempo ho imparato a ringraziare soprattutto per le situazioni più difficili. Credo che ogni caduta sia un’opportunità per capire dove spostare lo sguardo. Secondo i taoisti, ci succede ciò che ci serve: tutto quello che ci serve per una crescita interiore e personale. È fondamentale alimentare la nostra parte interiore, poiché la felicità non può poggiare su qualcosa di esterno a noi, ma deve nascere da uno sguardo all’interno di noi stessi.

Come si traducono queste intenzioni negli incontri al Teatro Foce?

L’impronta che dà il titolo al mio Vodcast e che porto al Teatro Foce è un dialogo con persone che mi hanno permesso questa presa di coscienza, che a sua volta rappresenta sia un punto di partenza sia diversi punti d’arrivo. Attraverso le conversazioni con gli ospiti, e l’invito all’introspezione, spero di riuscire ad aprire delle finestre anche in chi viene a sentire

L’impronta. Ho deciso di registrare le nuove puntate del mio Vodcast durante questi incontri pubblici, poiché avevo voglia di una dimensione intima che prevedesse però anche il coinvolgimento della gente.

Lei porta un cognome impegnativo, quanto ha pesato nella sua vita?

A volte le aspettative sono davvero alte, ed è come se dovessi sempre dimostrare qualcosa. D’altra parte, non basta un cognome per avere un riconoscimento. Io non mi sono mai messa in competizione con mio padre, da un lato perché è irraggiungibile, dall’altro perché un grado di popolarità come il suo finisce inevitabilmente per limitare la libertà personale. Io voglio sentirmi libera di andare alla posta e al supermercato, di fare la coda come gli altri. Ho vissuto in molti luoghi, Milano, Asiago, Brianza, Firenze, Roma, addirittura in carovana al circo… ma da qualche anno vivo qui in Ticino, e di questo luogo amo il silenzio, la calma, la gentilezza e il senso civile, addirittura cenare alle 18:30! Una vita circondata da una natura rispettata e a dimensione di uomo.

Dove e quando L’impronta, Interviste di Rosita Celentano. Lugano, Teatro

6 aprile:

www.foce.ch

Foce.
Daniela Lucangeli (18.00); Monia Caramma (20.30);
13 aprile: Mauro Scardovelli (18.00), Paola Neglia (20.30);
18 maggio: Alessandra Celentano (18.00), Luca Sommi (20.30).
Rosita Celentano intervisterà i suoi ospiti al Teatro Foce di Lugano.

Chiese di vedere i baffi di Dalí

In memoriam ◆ Devoto a Dante e innamorato di Tasso, Kemeny portava i

come esperienza fisica

Strano miscuglio, come disse Alda Merini, tra il folletto Puck e un capo indiano, fuggito ancora bambino dall’Ungheria nel 1948, Tomaso Kemeny – scomparso di recente – era uno di quei rarissimi esseri umani che, quasi fossero eletti dagli dei, nascono poeti. Come Mandel’štam, come Kavafis o Garcia Lorca, nei versi di Kemeny si percepisce la forza sovversiva della grande poesia. Milanese d’adozione ma viandante a Parigi e in mille altre città, diede da subito prova di eclettismo pubblicando poesie, traduzioni e saggi critici. Ma il libro che gli aprì le porte dell’insegnamento accademico fu nel 1976 un volume sull’unico poeta dionisiaco, sosteneva, insieme a D’Annunzio: La poesia di Dylan Thomas: enucleazione della dinamica compositiva

Kemeny frammentava le lezioni, sovrapponeva cinque lingue diverse e rovesciava la letteratura inglese in un teatro di voci

Lo conobbi quando già da vari anni aveva una cattedra di letteratura inglese all’università di Pavia e andai ad ascoltare le sue lezioni per l’insistenza di un’amica. Dire che insegnasse letteratura inglese è approssimativo,

perché le sue lezioni erano un affascinante fuoco d’artificio di aneddoti, commenti penetranti, humour anglosassone, dichiarazioni d’amore o d’odio per questo o quel poeta o critico, citazioni di versi in cinque o sei lingue, lazzi, commozioni… Insomma era la versione folle e geniale di ciò che normalmente si definisce un corso di letteratura comparata.

Le sue lezioni erano sempre affollate e gli studenti lo adoravano. Conoscendo la sua grande competenza nella letteratura italiana, molti gli chiedevano di tenere lezioni anche per gli italianisti. Spesso li accontentò. Nel 1988 tenne un corso sul fascinoso Byron (si deve a lui una stupenda versione italiana del Don Juan) e per una sorta di proiezione freudiana tutte le allieve si innamorarono di quello strano professore.

La sua eccentricità non era un vezzo o una maschera come hanno tanti, ma una condizione naturale. Bastava poco perché gli studenti si abituassero e amassero il rapporto non mediato, epidermico che Kemeny intratteneva con la poesia e i poeti. A lezione diceva che ogni volta che si parla di Dante bisognerebbe inginocchiarsi. E affermava che la superiorità del fiorentino sta anche nel fatto che con una sua terzina ci si fa una serata. Per lui la poesia doveva uscire dalle accademie

Nel corso della sua vita Kemeny conobbe varie figure leggendarie della poesia e dell’arte del Novecento, a cominciare da Dalì. (Thierry Ehrmann / Flickr CC BY 2.0)

e salire sulle barricate. Affermava che la bellezza è insurrezionale e che la poesia è l’unica rivoluzione non violenta («ognuno di noi ha dentro di sé una divinità addormentata, che solo la poesia può risvegliare»).

Creò la corrente del mitomodernismo, un tentativo di energizzare la poesia italiana al grido di «Fight for Beauty!». In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, con altri poeti occupò la collina dell’Infinito a Recanati per rivendicare il potere della poesia e per amore verso Leopardi. Grande traduttore, pubblicò splendide versio-

ni da Byron, Marlowe, Jòzsef, Schiller, Wordsworth, Dylan. Tuttavia si vantava soprattutto della sua traduzione di Alice in Wonderland Il suo amore più grande però fu per Torquato Tasso. Sosteneva che l’endecasillabo del Tasso, per la musica del ritmo, era inimitabile e addirittura superiore a Dante e che l’autore dell’Aminta nascondeva la sensualità dietro il sacro e l’eroico (i cui i versi del duello di Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme sono un esempio eloquente).

Nel corso della sua vita Kemeny

conobbe varie figure leggendarie della poesia e dell’arte del Novecento, a cominciare da Dalì. Un giorno bussò alla porta della sua casa parigina, si presentò e gli disse che voleva vedere da vicino i suoi magnifici baffi. Dalì si avvicinò, lo baciò sulla fronte e gli diede una specie di benedizione. Dopodiché lo mise alla porta. Di qualche anno successivo fu il commovente incontro con Pound. Come vendetta per il suo dissennato appoggio al regime fascista gli americani lo avevano rinchiuso per tredici anni in un manicomio criminale. Infine libero grazie alle proteste internazionali, l’autore dei Cantos non parlava più, tranne che per un’espressione tedesca che ripeteva come un mantra: «immer wieder, immer wieder » («sempre ancora»). Solo dopo parecchio tempo Kemeny capì cosa intendesse dire: «bisogna rimanere fedeli alla propria musa».

Quando Dylan Thomas intraprese un tour di conferenze in Italia, Kemeny andò a Firenze per conoscerlo. Nella camera dell’albergo, tuttavia, trovò solo la moglie, piuttosto imbarazzata. Senonché, da un armadio sentì dei mugolii. Lo aprì e dentro ci trovò nascosto il poeta, il quale gli confessò che era terrorizzato da tutti quei giovani italiani che volevano sempre parlargli di Marx e Freud.

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Tratti e tavole alla prova del talento

Graphic novel ◆ Il Cantone riapre il concorso per nuovi fumetti, con scadenza 30 aprile, e rilancia la collana «Le nuvole» dopo i tre titoli pubblicati nel 2025

Il Cantone cerca un fumetto ticinese da premiare e pubblicare, con un concorso aperto fino al 30 aprile per valorizzare questa forma d’arte. Ma non è la prima volta: già nel 2024 il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport aveva indetto il primo «Bando di concorso per progetti nel settore del fumetto». In quel caso le opere premiate furono tre, tutte pubblicate dall’Istituto Editoriale Ticinese nell’allora neonata collana «Le nuvole» (alla quale anche il concorso attuale aggiungerà un nuovo titolo).

Dallo zombi di Tell alle piante che parlano, fino alla solitudine che prende corpo, il fumetto locale si muove per metafore visive

Gli artisti del primo bando hanno vinto disegnando in stili diversissimi, tanto quanto i generi delle loro storie: un esempio della varietà fumettistica presente in Ticino. In una ventina di pagine i loro volumi raccontano, rispettivamente, Guglielmo Tell durante un’apocalisse zombi, i pregiudizi dei fiori contro una coppia multiculturale, e un dialogo con la solitudine. Si può tuttavia trovare un elemento comune a tutti: la metafora, grazie alla quale i concetti astratti diventano visibili e interagiscono direttamente con i protagonisti.

Joël Prétôt, in Torsoli, fa raccontare al figlioletto di Guglielmo Tell le sue avventure mentre viaggia con il padre, divenuto uno zombi misteriosamente docile, alla ricerca di una cura, affrontando non solo mostri ma anche nemici umani. I disegni sono realistici e utilizzano il bianco e nero, per lo più il nero, per rendere l’ambientazione tetra e orrorifica. Gualtierino Tell narra in prima persona soprattutto attraverso le didascalie, che dall’inizio introducono la storia in medias res, poi la guidano attraverso le analessi, ed esplicitano le riflessioni del personaggio di fronte agli eventi. Scompaiono quasi del tutto nelle scene chiave, per esempio quando la vita di Gualtierino è minacciata dal padre inconsapevole: la tensione culmina nel silenzio che avvolge l’attesa dell’azione fatidica.

I torsoli sono la metafora per gli zombi, in quello che è un confronto con quando erano umani ancora sani e «completi», un po’ come mele mature. Ma le mele hanno anche un ruolo centrale concreto nella storia: allo zombi Tell è rimasto l’automatismo di colpirle con la balestra non appena ne vede una, ed è un’abilità che il figlio impara a sfruttare come difesa contro i mostri, ma in cui anche un vec-

chio nemico politico vede l’occasione per vendicarsi.

Rosa e Amir, di Elena Maspoli, racconta una sequenza di momenti significativi per il binomio del titolo. Nel giro di tre scene diventa chiaro il problema che i due si trovano ad affrontare, e il modo in cui lo risolvono: in questo somigliano a tutte le coppie, ma nel loro caso ci sono differenze culturali, manifestate sia in sensibilità diverse –soprattutto per temi che riguardano la sessualità – sia nella paura del giudizio dell’altro.

In particolare scopriamo le insicurezze di Rosa, fiorista che si confida con le piante del suo negozio, che a loro volta danno voce a dubbi e insinuazioni che in realtà la donna vorrebbe mettere a tacere. I disegni sono molto stilizzati, simili a illustrazioni di libri per l’infanzia: acquarelli tenui, contorni fini, sfondi spesso suggeriti quanto basta da qualche elemento posizionato nel bianco della pagina. Semplicità e delicatezza che favoriscono la concentrazione sulle emozioni e relazioni dei personaggi.

Una curiosità: questo fumetto non contiene fumetti, intesi come nuvolette di dialogo: i testi dei discorsi sono sospesi nel vuoto, senza delimitazioni

né code che ne indichino la provenienza, ma solo posizionati vicino ai personaggi che li pronunciano. Theo d’Orato fin dal titolo – Giallo – dichiara quale nota cromatica prevalga nelle sue pagine, anche se sempre combinata con altre tonalità minoritarie, come azzurro, verde e arancione, per distinguere gli elementi in scena e i loro livelli di profondità e luminosità. Ne deriva una colorazione leggibile, armonica, ma anche irrealistica e soggettiva, come si addice agli eventi che si svolgono unicamente nell’interiorità del protagonista. In realtà, infatti, accade ben poco: a riempire le vignette sono soprattutto emozioni, atmosfere e ricordi evocati nel discorso tra due giovani uomini. I due sembrano una coppia di amanti che rievocano brevemente tre incontri passati: a ogni analessi, vediamo in particolare l’uno accettare la gentile presenza dell’altro proprio quando si distanzia per qualche momento dal resto del mondo. Di volta in volta i testi e le immagini seminano indizi sottili sulla stranezza del loro rapporto, fino alla spiegazione finale: uno dei due personaggi non è reale, ma la solitudine personificata nell’immaginazione del protagonista. I disegni hanno proporzioni realistiche e linee semplici e pulite: rappresentano molto chiaramente le espressioni dei personaggi, e il loro senso di solitudine quando non sono che puntini nei paesaggi sconfinati in cui sempre si ritrovano.

Bibliografia

Joël Prétôt, Torsoli, I.E.T., Bellinzona, 2025

Elena Maspoli, Rosa e Amir, I.E.T., Bellinzona, 2025 Theo d’Orato, Giallo I.E.T.e, Bellinzona, 2025

Una metamorfica Fracassi ridà vita alla Kristóf

Teatro ◆ Al Sociale di Bellinzona lo spettacolo L’analfabeta mostra la capacità dell’attrice italiana di incarnare più personaggi con precisione e misura

Una cortina trasparente e specchiante separa palco e spettatori, come a proteggere ma anche a rendere invalicabile il dolore dell’attrice-personaggio, nell’intensa, multi-sfaccettata messa in scena che ha avuto luogo al Sociale di Bellinzona mercoledì sera, una delle date della tournée che continua a portare in diversi parti di Italia (con tappa anche svizzera, a questo punto) L’analfabeta di Ágota Kristóf, spettacolo che la compagnia Fanny & Alexander ha tratto dall’omonimo libro, pubblicato per i tipi Casagrande – un passaggio quasi naturale dopo il notevole lavoro sulla Trilogia della città di K., capolavoro dell’autrice ungherese, che ha registrato un notevole successo nei teatri italiani ed è stato anche insignito del premio Ubu.

In scena appare subito una intensa, perfettamente calata nella parte Federica Fracassi, quasi irriconoscibile per la potenza del processo di incarnazione e scavo fatto sul personaggio. Ágota veste una tuta di colori tenui, in tessuto grezzo, a segnare le asprezze della sua vita, che emer-

gono anche dal primo piano delle mani, all’opera nella fabbrica di orologi dove era impegnata nella Svizzera francese (si potrebbe scrivere una storia del teatro, ma anche una storia dell’arte, focalizzandosi sulle mani).

La sua lingua è il riflesso di un antico e originario spaesamento, che è prima di tutto linguistico, tale per cui già durante l’infanzia il russo era percepito come lingua nemica. Stessa sorte al tedesco e al francese, la lingua inaccessibile della sua parabola adulta e difficile come immigrata, ma anche la lingua con la quale piano piano familiarizzerà e scriverà i testi che l’hanno portata al successo.

Il lavoro che Fracassi ha fatto sul personaggio è notevole e presenta una somiglianza con la lingua cruda, netta, tagliente che l’autrice ha utilizzato per esprimere i processi di identificazione, disidentificazione, straniamento che caratterizzano le vittime di violenza. È una lingua del trauma quella che troviamo fra le pagine di Kristóf, nei personaggi di Lucas e Klaus, e quella che vediamo in scena, grazie alla mediazione di Chiara La-

gani che ha curato il testo e di Luigi de Angelis che si è occupato della regia – perturbante e straniante – della scenografia e delle luci; una lingua che taglia i nessi logici, che fa passaggi veloci, bruschi, che dice in modo secco e torna al silenzio.

Federica Fracassi nello spettacolo teatrale L’analfabeta di Ágota Kristóf. (Fanny & Alexander ®MasiarPasquali)

L’impegno dell’attrice è stato quindi tutto in direzione della sottrazione e il risultato è che mimare l’accento straniero non sfocia nel macchiettistico – il rischio c’era eccome. Tutto questo sarebbe oltretutto potuto sfociare in una presa eccessivamente fredda, invece il risultato è vibrante. Fracassi non è solo Ágota, ma anche il maestro, la madre, il fratellino, e tutti gli altri personaggi che man mano appaiono sul libro e sullo schermo/tela posto sul lato sinistro del palco, in un dialogo ambiguo e costante sull’identità, sulla domanda «chi sono?» che sostanzia la ricerca di Kristóf e che viene rimessa in scena a teatro, in chiave (anche, non solo) meta-teatrale. La metamorfosi, o meglio, la capacità di andare a cercare dentro sé stessi tutti i personaggi, è bagaglio fondamentale per un attore e qui Fracassi si dimostra interprete davvero di solida esperienza e di grande talento. Si esce da questo spettacolo portandosi appresso frammenti e punti-luce, insieme al volto dell’attrice costantemente cangiante sulla tela su cui vengono proiettati i primi piani, una galleria di ritratti che si alternano e si sovrappongono. Uno specchio in cui cercare, forse trovare, le radici di chi siamo e non siamo, i mille personaggi che ci abitano, le proiezioni per cui l’altro/a è me, l’ambiguità fra gioia e dolore, il modo in cui il trauma elude continuamente (tornandoci sempre) la scena madre da cui è originato.

Le lacrime e le cose

Poesia ◆ Nel nuovo libro di Patrizia Valduga un poema compatto su amore, guerra, vecchiezza e perdita, attraversato da rimandi interni e accompagnato da appendice di note

Abbiamo davanti Lacrimae rerum Non abbiamo nemmeno scostato la copertina e questo libro si annuncia subito con l’inciampo virtuoso di un genitivo ambiguo, sospeso tra un carattere soggettivo e uno oggettivo. Lacrimae rerum è estratto da un noto passo del Libro I dell’Eneide, «Sunt hic etiam sua praemia laudi, sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt »; cioè, più o meno, «Anche qui trova il suo riconoscimento il valore, ci sono le lacrime delle cose, e le sorti mortali commuovono». La storia è facile, sta all’inizio del poema virgiliano: Enea approda a Cartagine, e si commuove di fronte agli affreschi del tempio di Giunone, che raccontano la sua stessa storia e la guerra di Troia, che tanto l’ha fatto soffrire.

In alcuni lettori (forse non in tutti ma in alcuni sì, in questo lettore sì), l’inciampo consiste nel valore grammaticale di quel rerum, «le lacrime delle cose», «le cose che lacrimano» oppure «le lacrime generate dalle cose», «le cose che ci commuovono»? Ecco, se Patrizia Valduga, nell’intitolare questa raccolta, abbia pensato o meno a questa debole esitazione non è dato di sapere e non glielo chiederemo; certa è però l’impressione che la poesia proceda anche per ramificazioni di senso di questa natura, oltretutto poste all’inizio, dichiarate in corpo adeguato sul portale di legno della copertina.

Più che una raccolta di poesie, Lacrimae rerum è un intero poema a stanze, liberissime: il drone di pagina 3 torna a pagina 4; smorteggiare («insisti a smorteggiare, con le tue angosce») è usato alla pagina 6 e commentato nella successiva: «Si dice morteggiare o smorteggiare? Adesso non mi va di controllare…»; «L’amore a settant’anni», annunciato alla 15 e ripreso alla 18, è ipotizzato come lo vorresti alla 19 e in quale contesto alla 21. E così via. Chi ami la compiutezza consapevole e coerente delle raccolte di poesia (non è sempre così, taluni libri sembrano fatti apposta per generare scarti e

disorientamenti a ogni pagina) ha di fronte una serie fatta e finita, dove in un confortevole andirivieni di pagine in avanti e indietro, si anticipa, si ritrova, si recupera tutto l’armamentario valdughiano, vecchio e nuovo: una specie di tu, una «spola tra me e me» cui chiedere conto di affetti e amori («E anche tu, sdoppiatura, adesso sciò! / Farò senza di te, mi arrangerò»); la guerra e i suoi criminali; le lacrime delle cose e per le cose; le città («Di Milano che finge d’esser viva / meglio Venezia morta per davvero»). E infine ora, da un po’, la vecchiezza e le scatole di legno della morte.

Commuove puntualmente, perché sappiamo che è vertigine ormai nota, la poesia con la poesia dentro, come in «Poesia, è ora, prendimi per mano, / tu, gioia e gioventù di un cuore umano». E dentro la poesia il poeta: «Qui dico, e valga per l’eternità: / lui che ha dato tutto alla sua città / dalla sua città non ha avuto niente / dimenticato ignominiosamente». Le lacrime sono appunto quelle delle cose e per le co-

se: «piangila l’ingiustizia, ogni ingiustizia!»; e poi per le cose, per le guerre e per sé: «E sto qui, in solitudine, a sparire», «E mi decrepito… e a che velocità!/ uno smantellamento… “È morta là”.», «Così, da sola, senza compagnia, / la vita… la mia vita… vola via…». Questo volumetto ha il corredo di una «Quasi appendice», una decina di pagine di sacrosante note ai testi. Qualcuno dovrebbe renderle obbligatorie, in ogni raccolta. Capita altrove che il lettore sia lasciato solo, smarrito, in cerca di appigli, a tentare di capire da che parte prendere quei testi, nella frustrazione e nella miseria, esposto al rischio continuo della cantonata. Qui e per fortuna ci sono rinvii, specificazioni («Giovanni: Giovanni Raboni»), veri e propri testi compiuti (ancora la Venezia dove muoiono i poeti, Wagner, Browning, Ezra Pound, Milano, Israele e Palestina, appunto Raboni), citazioni, considerazioni su lessico acquisito e ipotizzato, trascrizioni di poesie.

L’immagine favorita di questo lettore? Questa: «Se sono sobria ogni

Scrittura allo scoperto

Casa della letteratura ◆ A Lugano il 25 aprile

Non il testo, ma la sua messa in cantiere. Cantiere, per una volta, aperto, esposto, e attraversabile. Sabato 25 aprile, alle ore 16:30, alla Casa della Letteratura per la Svizzera italiana (Villa Saroli), va in scena Scritture in corso, un appuntamento che sottrae la pagina alla sua aura conclusa per restituirla alla sua condizione più esposta: quella del farsi. Ad animare l’incontro, sotto la direzione di Vincenzo Todisco, sono gli autori e le autrici selezionati nell’ambito del Premio Chrysalide, chiamati a condividere testi ancora in lavorazione davanti al pubblico. L’iniziativa si configura come un dispositivo di lavoro aperto, una pratica di confronto in cui le scritture vengono messe alla prova, discusse, talvolta riorientate. Il pubblico non assiste soltanto, ma entra in una zona intermedia, dove ogni frase resta provvisoria e ogni scelta può essere rimessa in discussione.

gioia è proibita, /ubriacata, la coscienza è svanita; / ma c’è un punto tra ebbrezza e sobrietà…». Un punto che è il punto di sella dei fisici e del poeta e matematico persiano medievale Omar Khayyâm: «Se sono sobrio ogni gioia è proibita, / ubriacato, la coscienza è svanita; ma c’è un punto tra ebbrezza e sobrietà; / lui mi possiede, lui solo è la vita».

C’è un’ampia nota-saggio di spiegazione, nella felice appendice di questo libro. Anche innamorarsi è incontrare un punto di sella, vedere la persona che amiamo e tutti i motivi che tanto ce la rendono cara; ma insieme fare i conti anche con i suoi limiti. E anelare la ricerca di una specie di sereno equilibrio, del punto dove, non prima non dopo, né in ragione né in sentimento, si sta al cospetto di una luminosa verità.

Insomma, Valduga!

Bibliografia

Patrizia Valduga, Lacrimae rerum, Torino, Einaudi, 2025.

Promossa dalla Casa della Letteratura per la Svizzera italiana, la serata si inserisce nella stagione culturale 2026 e ne esplicita una linea precisa: portare al centro non tanto l’opera compiuta quanto la sua Forma fuori (n)orma. In questo caso, il momento coincide anche con una tappa del Premio Chrysalide, dedicato alla promozione di nuove voci, ma senza cedere a formule celebrative.

A essere convocata non è la letteratura come oggetto stabile, bensì il suo movimento interno: esitazioni, riscritture, scarti, ritorni. Un territorio che raramente si lascia osservare e che qui diventa materia condivisa. Ne emerge un’esperienza inconsueta. Non perché sveli un segreto – la scrittura non ne custodisce – ma perché restituisce ciò che di solito resta ai margini: il tempo irregolare che separa l’intuizione dalla sua forma. Qui, semplicemente, non viene nascosto.

Per prenotazioni

www.casadellaletteratura.ch/ eventi/scritture-in-corso

Foto IA

GUSTO

Pizza

Proprio come nel Bel Paese

Impasta e farcisci con gli ingredienti migliori! Con le nostre ricette puoi creare l’impasto come un vero pizzaiolo, la perfetta pizza calabrese e le saporite bruschette di pinsa

Pasta per pizza

L’impasto per eccellenza della cucina italiana: l’impasto della pizza a base di farina bianca, lievito, acqua e olio d’oliva deve essere saporito e morbido –che buono!

puoi scaricare l’app Migusto

Pizza calabrese

Piatto principale per 4 persone

800 g di pasta per pizza

2 dl di salsa per pizza o passata di pomodoro

2 cucchiai di origano secco

3 mozzarelle da 150 g l’una

2 scatole di filetti d’acciuga sott’olio da 27 g l’una

4 cucchiai di capperi

4 rametti d’origano

1. Suddividi la pasta per pizza in porzioni da 200 g l’una. Forma delle pagnotte tonde. Copri e lascia lievitare per ca. 2 ore.

2. Scalda il forno statico a 250 °C (calore superiore e inferiore). Appiattisci le pagnotte di pasta su carta da forno leggermente infarinata, senza impastarle di nuovo. Spingi la pasta verso il bordo dapprima con il pugno e poi con la mano aperta. Gira e lavora allo stesso modo l’altro lato. Allarga di un poco la pizza tirando la pasta. Al centro dovrebbe diventare sottile, mentre attorno al bordo sarà spessa e si gonfierà durante la cottura. Adagia su una teglia assieme alla carta da forno.

3. Distribuisci la salsa per pizza sulla pasta in modo uniforme con un cucchiaio, lasciando libero il bordo (se usi la passata di pomodoro condiscila leggermente con sale e pepe). Cospargi con l’origano secco. Strappa le mozzarelle e distribuiscile. Estrai le acciughe dall’olio, spezzettale grossolanamente e distribuiscile sulle pizze assieme ai capperi.

4. Cuoci una pizza dopo l’altra nella metà inferiore del forno per ca. 12 minuti. Cospargi con le foglioline d’origano strappate e servi.

Bruschette di pinsa

Con questa ricetta puoi preparare in poco tempo delle deliziose bruschette da aperitivo con pomodori, mozzarella e prosciutto crudo utilizzando la pasta per pinsa.

Qui
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I segreti del pizzaiolo

Base croccante, condimento saporito: con i giusti accorgimenti, la pizza può essere preparata anche nel forno di casa. Un esperto ci offre i suoi consigli

Testo: Angela Obrist Foto: Julius Hatt e trucchi

Gioacchino Conigliaro lavora da sei anni come pizzaiolo presso la catena di ristoranti Molino, attualmente a Zurigo Altstetten. Ci dà consigli su come preparare una pizza davvero buona.

Gioacchino Conigliaro, come si fa un buon impasto per la pizza?

Se si prepara l’impasto da zero, bisogna utilizzare la farina per pizza. Il secondo punto importante è il tempo. Nei ristoranti Molino, lasciamo lievitare l’impasto della pizza per 48 ore. Se si prepara la pizza in casa consiglio almeno 8 ore, più tempo si lascia riposare l’impasto e meglio è.

Si deve aggiungere all’impasto anche la semola di grano duro oltre alla farina? No, ma vale la pena spargere un po’ di semola di grano duro sul piano di lavoro prima di stendere l’impasto. In questo modo si ottiene una crosta croccante.

Cosa c’è nella salsa di pomodoro?

Pomodori, basilico fresco, olio d’oliva, sale.

Come si procede per il condimento?

La cosa più importante sono gli ingredienti di prima qualità. L’impasto steso non deve superare un centimetro di spessore. Per prima cosa si mettono la salsa di pomodoro e la mozzarella, poi la carne, le verdure o le olive.

La mozzarella non va sopra a tutto il resto?

No, altrimenti diventa dura o croccante, deve invece restare bella cremosa.

Quanto bisogna farcire?

Non si deve utilizzare una quantità eccessiva di ingredienti altrimenti la base risulterà inzuppata. Io consiglio di non aggiungere più di tre o quattro ingredienti oltre alla salsa di pomodoro e alla mozzarella. Per una pizza standard di 30 cm di diametro, utilizzo circa quattro cucchiai di salsa di pomodoro e 70 grammi di mozzarella. Uso circa 40 grammi di ogni ingrediente aggiuntivo.

Come si prepara la pizza nel forno di casa?

Consiglio di cuocere la pizza in due fasi. Per prima cosa conviene preriscaldare il forno a 250 gradi. Distribuire solo la salsa di pomodoro sull’impasto e cuocere nella parte inferiore del forno con calore inferiore per 8-10 minuti. Togliere e completare con la mozzarella e gli altri ingredienti. Quindi cuocere la pizza per 5-6 mi-

«Gli ingredienti di prima qualità sono la cosa più importante»
Gioacchino Conigliaro

nuti nella parte superiore del forno a calore più alto. Tenere d’occhio la pizza, sollevarla con una spatola piatta e controllare se la pasta è già leggermente dorata sul fondo.

Quali pizze sono particolarmente apprezzate nel tuo ristorante?

La Margherita è un classico, ma anche la pizza diavola con salame piccante è tra le più amate. Molto apprezzate sono anche la Christa Rigozzi con mozzarella di bufala e carpaccio di manzo o la Miss Italia, che dopo la cottura in forno viene farcita con prosciutto crudo, rucola, pomodorini datterini e parmigiano.

Quali ingredienti dovrebbero provare i pizzaioli dilettanti?

Quando si prepara la pizza, si può giocare con i sapori. Consiglio di considerare la stagione e di aggiungere alla pizza una purea di melanzane al posto della salsa di pomodoro o di provare una combinazione di crema di zucca, salsiccia e peperoncini. Anche le consistenze diverse creano emozioni: si può dare un tocco raffinato alla margherita aggiungendo a freddo altri ingredienti, come fichi freschi, prosciutto crudo e miele.

Cosa ne pensi della controversa

pizza Hawaii?

Non è la mia pizza preferita, ma mi piace prepararla per gli ospiti che la gradiscono. La pizza Hawaii ha i suoi fan anche in Italia, un Paese con una tradizione culinaria più «classica». Tuttavia, queste persone di solito non la vedono come una pizza nel vero senso della parola, ma come un piatto a sé stante che per loro ha un buon sapore.

Qual è la tua pizza preferita?

Amo la semplicità: di solito scelgo una pizza Margherita o una pizza con salame piccante e rucola.

Quasi come fatto in casa
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Ogni mossa è perfetta: Gioacchino Conigliaro prepara una pizza con rucola e prosciutto crudo.
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Tortillas

Benvenuti alla fiesta delle tortillas

Uova alla messicana

Brunch/Colazione per 4 persone

Huevos ranchero

1 peperone rosso

1 cipolla piccola

1 peperoncino

½ cucchiaino

3 cucchiai

1 scatola tritati da 230 g sale

4 uova fresche

4 tortillas di mais piccole 40 g di spinaci per insalata

1. Priva il peperone dei semi e taglia lo a dadini. Trita la cipolla e il pepe roncino, a piacere elimina i semini così la pietanza risulterà meno pic cante. Pesta il cumino in un mortaio.

2. Scalda due terzi dell’olio. Soffrig gi la cipolla a fuoco medio, aggiungi il peperone e fallo soffriggere. Ag giungi i pomodori, il peperoncino, la metà del cumino e lascia ridurre la salsa per 15–20 minuti finché diven ta bella densa, poi aggiungi il sale.

3. Cuoci le uova al tegamino nell’olio restante e condiscile con sale. Scal da le tortillas in forno o in un tegame senza aggiungere grassi. Distribui sci le uova sulle tortillas e guarnisci con la salsa di pomodoro e gli spina ci. A piacere cospargi con il resto del cumino.

Le tortillas non sono tutte uguali Esistono le tortillas di grano e quelle di mais. Entrambe sono parte integrante della cucina messicana. Le tortillas di mais sono considerate un classico, perché il mais è un alimento base dell’America Centrale da migliaia di anni. Le tortillas di mais di Fiesta del Sol sono prodotte con farina di mais bianco al 100%. Le tortillas di mais puro sono prive di glutine, quelle di grano no.

Come si preparano? Riscaldare ogni singola tortilla in una padella calda (senza olio) per 10-30 secondi su ogni lato.

Versatili in cucina

Come tacos (ripieni di carne, verdure e salse), burritos (tortillas di grano ripiene e arrotolate), quesadillas (ripiene di formaggio e altri ingredienti e riscaldate) o enchiladas (ripiene e cotte

Tortillas farcite con carne macinata speziata

Tortillas di mais ripiene di carne macinata speziata, pomodori pelati, chicchi di mais, formaggio cheddar e coriandolo.

di peperoni, fagioli, mais e pomodoro e
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Un prato che sboccia ogni volta con colori diversi

Un collage riutilizzabile come banco di prova che permette ai bambini di allenare la motricità fine e scoprire effetti sempre nuovi attraverso gesti semplici e ripetibili

La nuova turbolenza del turismo

Nasce nei cieli congestionati del Medio Oriente, e ridisegna corridoi e costi senza spegnere la domanda globale, mentre il sistema conferma la propria elasticità

Quando Sunderland diventò Xhaka-Land

Reportage ◆ Presto Granit Xhaka guiderà la nazionale svizzera ai Mondiali. Attualmente è impegnato con il club calcistico della North East nella Premier League inglese: una ricognizione in una città martoriata

Kian Ramezani

Ci vuole un po’, prima di vedere Granit Xhaka. È domenica, e le strade di Sunderland sono ancora deserte, il tempo è freddo, il cielo grigio: il classico cliché di una mattina d’inverno nell’estremo nord dell’Inghilterra. Eppure, Andrew McCusker è già in piedi, perché oggi farà buoni affari. Su una bancarella in centro città vende articoli per i tifosi della squadra di calcio locale, l’AFC Sunderland. Ed eccolo, Granit Xhaka. Per ora solo stampato su una sciarpa, ma ben riconoscibile dal volto, dal nome e persino dalla croce svizzera. «Le sciarpe di Xhaka vanno a ruba, presto dovremo ordinarne di nuove», spiega McCusker. «Speriamo che non ci lasci troppo presto, altrimenti mi ritroverò con le sciarpe invendute», aggiunge ridendo. Se si dovesse dare credito ai tifosi, la paura è infondata. Allo stadio già intonano: «Cause we’ve got Granit Xhaka!» («Perché abbiamo Granit Xhaka»).

La partita comincerà tra poche ore: il neopromosso Sunderland ospiterà in casa il Leeds United. La High Street comincia a riempirsi di tifosi, per lo più vestiti in rosso, bianco e nero, i colori della squadra. Anche Alison Butler si è adeguata al vestiario, e allo stadio ci va con la madre Joyce e la figlia Georgia. Tre generazioni di tifose del Sunderland, che al solo sentire il nome Granit Xhaka si sciolgono: «Non abbiamo mai avuto un capitano così, è quasi come un allenatore in campo», dice Alison. «Un vero gentiluomo», aggiunge Georgia. «Lo rispettano tutti, e i tifosi avversari ce lo invidiano». Dopo un sentito «Cause we’ve got Granit Xhaka!» le tre proseguono alla volta dello stadio.

Navi, carbone e calcio

Se si vuole capire cosa abbia portato

qui il grande calciatore svizzero oggi 33enne, è necessario conoscere la movimentata storia della società e della città. All’inizio del XX secolo, Sun-

derland poggiava su tre pilastri: navi, carbone e calcio. È a Sunderland che avevano sede numerosi importanti cantieri navali, tano che, nei perio-

di di massimo splendore, un quarto delle navi di tutto il mondo proveniva dai suoi bacini. E solo qualche centinaio di metri più in là veniva estratto il combustibile per le navi: la miniera di carbone di Wearmouth un tempo era la più grande del mondo. La città brillava infine anche nel calcio: all’inizio del XX secolo, il Sunderland vinse cinque volte il campionato inglese. Di tanto splendore non è rimasto nulla. La deindustrializzazione avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale ha portato alla chiusura di un numero sempre più grande di cantieri navali e miniere in Gran Bretagna; l’ultima nave è stata varata a Sunderland nel 1988, mentre la miniera di Wearmouth ha chiuso nel 1993. Disoccupazione e mancanza di prospettive hanno così cambiato Sunderland, la cui identità era stata plasmata per secoli dall’industria pesante. Come se non bastasse, la crisi ha colpito anche il calcio.

Christopher Owens
Christopher Owens
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Dal 1958, l’AFC Sunderland è retrocesso otto volte dalla Premier League, l’ultima nel 2017. Una società di produzione cinematografica locale ha quindi proposto a Netflix di accompagnare la risalita del Sunderland realizzando un documentario: è così iniziata una storia incredibile, al termine della quale, con grande stupore del mondo del calcio, Granit Xhaka è passato dal Leverkusen, campione di Germania, a una squadra inglese neopromossa.

Fan di Xhaka dalla Svizzera orientale

Gruppi di tifosi provenienti da diversi quartieri della città si riuniscono in corteo, sono in molti a indossare la maglia di Xhaka con il numero 34. Il Sunderland gioca in casa allo «Stadium of Light», costruito sopra la miniera dismessa di Wearmouth, il cui nome vuole ricordare la luce delle lampade da minatore.

La Colliery Tavern (taverna della miniera), un popolare ritrovo per gli appassionati di calcio che si recano allo stadio, si trova pochi passi più in là. Per non rimanere a corto di argomenti di conversazione, basta citare Granit Xhaka. «È venuto qui per vincere, e noi dobbiamo ancora abituarci a questa idea» ride Malta Singh, abbonato da 50 anni. «Per me è già una leggenda».

Granit Xhaka, simbolo della rinascita di un club e di una città feriti dalla deindustrializzazione e da anni di declino calcistico

Fuori dalla Colliery Tavern si avvicina un giovane con un bambino sulle spalle. «Xhaka è il leader di cui avevamo bisogno», spiega il padre Michael. «Qui il calcio è importante, ma da molto tempo non era così bello essere tifosi del Sunderland». Per il figlio Myles, sei anni e raggiante, oggi sarà la prima partita del Sunderland grazie al biglietto ricevuto a Natale.

Davanti ai diversi ingressi dello stadio si formano lunghe code. Una coppia non riesce a trovare il gate giusto, ma neanche il collaboratore dello stadio sembra riuscire ad aiutarli. Dal marsupio di uno dei due spunta un documento d’identità con la croce svizzera. Connazionali? La domanda, posta in dialetto svizzero tedesco, chiarisce la situazione: Andi e Bigi Schröder vengono da Wattwil SG e sono tifosi sfegatati della squadra tedesca Borussia Mönchengladbach, dove Granit Xhaka ha giocato dal 2012 al 2016. «All’epoca Xhaka aveva 20 anni, per la prima volta in una squadra straniera, ed era felice quando incontrava degli svizzeri», ricorda Andi.

Da allora i tre sono diventati amici, e gli Schröder assistono spesso alle partite di Xhaka. «Andiamo, altrimenti perdiamo il fischio d’inizio», si scusano i due svizzeri. Sono in possesso di biglietti VIP provenienti dalla quota personale di Granit Xhaka.

Un miliardario svizzero per Sunderland

L’intento della serie Netflix Sunderland ’Til I Die (Sunderland fino alla morte, NdR) era di documentare la risalita del Sunderland. Ma invece, il club ha subito un’altra retrocessione,

finendo in terza divisione! La speranza e la sofferenza dei tifosi, i continui cambi di allenatori e proprietari e tutto ciò che circonda questo club ricco di tradizione, hanno contribuito a rendere la serie un successo planetario, aumentando la popolarità della squadra ben oltre i confini dell’Inghilterra.

Magari anche Kyril LouisDreyfus ha scoperto il club inglese grazie a Sunderland ’Til I Die. Il giovane miliardario svizzero, che nel tempo libero gioca nella quarta squadra dell’FC Seefeld (ZH), ha rilevato il club nel 2021, riuscendo a riportarlo in Premier League quattro anni dopo. Louis-Dreyfus avrebbe convinto personalmente Xhaka ad

accettare l’avventura al Sunderland. Lo Stadium of Light è quasi sold out. La partita viene trasmessa su maxischermo nell’edificio storico delle Sheepfolds Stables, in un’atmosfera fantastica. Se vincesse, il Sunderland salirebbe al quinto posto in classifica. Al 28esimo minuto, Xhaka serve un passaggio fantastico al compagno di squadra Simon Adingra, che infila la palla nell’angolo destro della porta. 1-0 per il Sunderland! La gioia non dura a lungo però: poco dopo l’intervallo il Leeds pareggia. Sono quasi le 16:00, qui a nord sarà buio presto. Fischio finale, 1:1. I tifosi sono soddisfatti, perché per questa stagione il Sunderland rimane

imbattuto in casa. Non si parla più di permanenza in campionato: chi è realista pensa a un posto nella top 10, chi è ottimista a una competizione europea. «Perché non la Champions League?», esclama uno dei più audaci: grazie a Granit Xhaka tutto sembra possibile.

Xhaka e Sunderland

Ma cosa vede il capitano svizzero in un club e in una città che hanno senza dubbio vissuto momenti migliori? Dopo il trasferimento, il 33enne ha dichiarato di essere stimolato dalla sfida di vivere «momenti di sofferenza» con una squadra neopromossa.

In un’intervista alla «Süddeutsche Zeitung» ha affermato di essere un giocatore con il «bisogno di riconoscimento». Qui se l’è guadagnato molto rapidamente. E ora lo riceve in misura mai vista prima. È anche vero che Granit Xhaka è cresciuto a Basilea St. Johann, tradizionale quartiere operaio dove un tempo sorgeva il primo porto fluviale della città sul Reno. Gli chiediamo se ha trovato dei punti di contatto con le sue origini. «La cultura, la gente e la mentalità di Sunderland sono come quelle del luogo in cui sono cresciuto io», afferma. E aggiunge una frase significativa: «Sono venuto a Sunderland per essere me stesso e per essere orgoglioso di me stesso».

Christopher Owens
Xhaka (Christopher Owens)
Christopher Owens
Christopher Owens

Per saziare i piccoli morsi della fame

Un giardino per piccoli pittori in erba

Crea con noi ◆ Carta da cucina, ovatta e qualche goccia per trasformare un prato plastificato in un laboratorio di colore

Questo semplice bricolage creativo invita i bambini a sperimentare con materiali e colori diversi in modo divertente e coinvolgente. Su una base plastificata che rappresenta un prato, potranno far sbocciare fiori speciali realizzati con carta da cucina, ovatta oppure fazzoletti.

Utilizzando acquarelli, pennarelli e strumenti come una pipetta o uno spruzzino, basteranno poche gocce d’acqua per vedere i colori diffondersi nella carta e creare ogni volta effetti sorprendenti e sempre diversi. È un’attività che stimola la motricità fine, incoraggia la creatività e alimenta la curiosità dei bambini attraverso la sperimentazione.

Procedimento

Su un cartoncino A4 azzurro, che fungerà da sfondo, incollate alcune colline ondulate ritagliate da cartoncini verdi e beige per creare il prato.

Aggiungete poi gli steli dei fiori, ritagliandoli dal cartoncino verde e disponendoli sul prato a diverse altezze, in modo da rendere la composizione più varia.

Aggiungete al vostro collage due lumachine e alcuni fiori che trovate sul cartamodello, oppure altri piccoli elementi decorativi che la fantasia vi suggerisce. Se necessario, completate il disegno tracciando con un pennarello i dettagli più fini, come gli occhi, le antenne o altri particolari.

Giochi e passatempi

Cruciverba

Vi auguriamo che questa Pasqua… Termina la frase leggendo, a soluzione ultimata, le lettere evidenziate. (Frase: 5, 7, 2, 4, 11, 2, 3)

Plastificate la vostra base utilizzando una plastificatrice oppure pellicola adesiva trasparente. Se scegliete la pellicola, ricordate di rivestire sia il fronte sia il retro del cartoncino e di lasciare un piccolo margine tutto intorno, in modo che l’acqua non riesca a penetrare all’interno.

Con la carta da cucina tagliata a strisce, formate delle piccole girelle. Prima attorcigliate la striscia nel senso della lunghezza fino a ottenere una specie di cordoncino poi arrotolatelo su sé stesso per creare una spirale e fissate la forma con una piccola punta di colla a caldo.

Posizionate le girelle sul disegno, appoggiandole sulla punta degli steli dei

fiori. Per tenerle ferme, fissatele con un piccolo pezzo di biadesivo trasparente, così resteranno in posizione ma potranno essere rimosse facilmente. Ora che avete preparato un primo fondale, il consiglio è quello di sperimentare mettendo a disposizione materiali e supporti diversi. Potete utilizzare, per esempio, dei dischetti di ovatta al posto della carta da cucina, oppure la stessa carta piegata in modi differenti e con più o meno strati.

Un’idea semplice è prendere dei dischetti di ovatta e tagliarli a spirale per ottenere delle piccole roselline da posizionare sugli steli dei fiori.

Come si gioca

Con la pipetta

Preparate dell’acqua con un po’ di colore (acquarello o colorante). Con la pipetta, fate cadere qualche goccia sui fiori.

Con i pennarelli

Disegnate linee o puntini sui fiori con i pennarelli o gli acquarelli. Con la pipetta aggiungete acqua trasparente.

Spruzzino spray

Spruzza un po’ d’acqua sui fiori per vedere il colore mescolarsi e sbocciare.

Idea in più

La base plastificata può essere utilizzata anche come superficie riscrivibile con i pennarelli, in tutte quelle

Materiale

• Carta colorata meglio se non troppo spessa (80-100 gr)

• Carta da cucina e dischetti d’ovatta.

• Forbici

• Acquarelli, pennarelli

• Spruzzino e pipetta

• Plastificatrice o pellicola adesiva trasparente

(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)

situazioni in cui non è possibile usare l’acqua. Una volta terminato il disegno, sarà sufficiente passare un panno umido per cancellare tutto e avere di nuovo la base pronta per continuare a giocare. Buon divertimento!

Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

ORIZZONTALI

1. Avviluppate

7. Niente a Parigi

8. Le iniziali dell’attore Scamarcio

9. A Roma valeva dieci

10. Noi in latino

11. Due di denari

12. Le stelle come il Sole

13. Cardini, fulcri

17. Possono degenerare

18. Una è di rigole

19. Un nome da cane

21. Gitani

22. Vescovi di Roma

23. Come finisce comincia...

24. Un codice identificativo

25. Un Reparto dell’Arma dei Carabinieri (sigla)

26. Bulbi commestibili

28. Quelli di Pulcinella li conoscono tutti

29. Pronome latino

VERTICALI 1 Infecondi

2. In luogo di...

3. Un esame del sangue (Sigla)

4. Contrapposto a off 5. Particolari sedili

6. Una consonante 10. Un anagramma di onta 12. Nome femminile 13. Parigi a Parigi 14. Famoso re di Galilea 15. Una fase del sonno 16. Ci... seguono in cucina 17. Labbro inglese

19. Veloce a Londra

20. Capo arabo

22. Devote 23. Fossetta anatomica 25. Iniziali del 40° presidente USA

27. Le iniziali del Vasari

Soluzione della settimana precedente BUONA PASQUA! – Il nostro augurio: Che questa Pasqua … Resto della frase: … POSSA PORTARE IL SOLE

IN VOI

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.

Viaggiatori d’Occidente

Spazi aerei ristretti e riprese veloci

Il turismo attraversa un momento di crisi? Sai che novità. Da quando lo frequento – ormai un quarto di secolo, e mi fa impressione scriverlo qui – non ricordo un anno veramente tranquillo. La spiegazione è semplice. Con quasi duecento Stati al mondo (non chiedetemi il numero esatto, è un rompicapo diplomatico) c’è sempre un’emergenza da qualche parte; e al tempo stesso però resta sempre qualche altro posto dove andare. Nel turismo dunque le tensioni internazionali orientano diversamente i flussi, piuttosto che cancellarli. La crisi vera, quella che ancora fa paura, è stata la pandemia, perché la sua natura universale ha sconfitto la multiforme geografia dei viaggi e del turismo, generando la tempesta perfetta: restrizioni ai confini senza precedenti (nel 2020 riguardò il 96% delle destinazioni), lunghissima durata, crollo simultaneo di domanda e offerta.

Fatta questa premessa, invece di inseguire l’attualità potremmo porci allora un paio di domande. La prima: cos’ha di specifico questa fase? In larga misura, per il momento, è una crisi del trasporto aereo. La guerra ha prodotto chiusure o forti restrizioni dello spazio aereo mediorientale; e gli aeroporti di quella regione sono tra i più frequentati, perché sono grandi snodi del traffico aereo tra Americhe, Europa, Africa e Asia. Nel 2025 Dubai ha registrato 95,2 milioni di passeggeri, Abu Dhabi 33 milioni, Doha 54,3 milioni. Prima della guerra circa 90mila passeggeri al giorno partivano dagli aeroporti degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar. Ora, per chi vuole volare dall’Europa all’Asia, restano pochi corridoi sovraccarichi, per esempio quello che passa attraverso Azerbaigian, Georgia e Turchia. In origine era largo appena 160 chilometri nel suo punto più stret-

Cammino per Milano

La

chiesa di vetro

Le ombre cinesi dei rami dei pioppi, proiettati sulla partitura interna dei vetri opalini un bel pomeriggio di marzo inoltrato alle 16:33, mi lasciano a bocca aperta. Flashforward doveroso per raccontare questa chiesa bomba del 1958, però andiamo con ordine, nel mio scoprire, passeggiando, l’opera di Mangiarotti e Morassutti con tocco basilare dell’ingegnere progettista Favini. Si coglie infatti da subito il segno in alto delle cinque teste a X delle travature in beton armato precompresso: materiale di cui è maestro Aldo Favini (1916-2013) di Varallo Pombia, insegnò al poli di Losanna e Zurigo. Prevale poi nello sguardo, sotto la sequenza cruciforme strutturale sopraffina al contempo tratto di cristogramma, l’opalescenza della chiesa parallelepipedo posta su un lieve piedistallo, come i templi greci. L’entrata non si capisce bene ed è molto insolita, si scende nella penombra

dove sorprende, proprio al limitare della chiesa, uno specchio d’acqua rettangolare con pesci rossi. Riecheggia Carlo Scarpa tipo i giardini veneziani della biennale del 1952 e la pace di antichi giardini zen giapponesi. Scorre verticale un filo d’acqua, lungo l’incavo sottile nel muro, i cui bordi sono tempestati di muschio: mi sembra un quadro di Barnett Newman. Bergenie lì accanto, fanno compagnia a un muretto di ciottoli di fiume che trattiene il prato dove correndoci con gli occhi, acchiapperete gli stessi ciottoli, incastonati nel muro di cinta a scarpa. Entro dunque nell’ombrosa cripta in beton a vista, salgo quattordici gradini, sbuco nella luce diafana dell’aula tetrastila alta nove metri, larga quattordici, lunga ventotto: è questa la chiesa di vetro. A Baranzate, giovane comune dell’hinterland milanese nordovest vicino all’autostrada dei laghi noto anche per essere il più mul-

Sport in Azione

Cronaca

to; dopo gli ultimi sviluppi si è dimezzato. E quello spazio aereo è già stato ridotto sul lato settentrionale, vicino al confine con la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 (dunque per effetto di un’altra guerra). Con spazi così angusti, i controllori di volo devono ingegnarsi per mantenere una distanza di sicurezza tra gli aerei, assegnando loro quote diverse; ma lo spazio è limitato e gli aerei che volano a quote più basse sono più esposti al maltempo e alla turbolenza. Senza contare che ogni cambiamento di rotta allunga i voli, aumenta il costo del carburante (già in crescita di suo), complica la programmazione, sino a quando alcune tratte semplicemente non sono più economicamente sostenibili.

Un altro aspetto specifico di questa crisi è che colpisce una delle aree del turismo globale più dinamiche degli ultimi anni: il Medio Oriente, che nel

2025 ha superato gli arrivi del 2019 di quasi il 40%. Esemplare il caso della Giordania. Dopo enormi investimenti promozionali, tra pubblicità e presenza massiccia nelle fiere internazionali, nel 2023 la sola Petra ha registrato oltre un milione di visitatori. Ma poi è venuta la guerra di Gaza, seguita dall’attacco all’Iran. La Giordania non è direttamente coinvolta in nessuno di questi conflitti (ma pesa l’assonanza con la vicina, travagliata Cisgiordania). Anche così le presenze turistiche sono in caduta libera: nel 2024 i visitatori si erano già più che dimezzati e come vada ora, con lo spazio aereo giordano a rischio di interruzioni e cancellazioni, potete immaginarlo (per inciso, sarebbe un momento perfetto per visitare Petra quasi da soli e a costi minimi, sostenendo anche gli operatori locali).

Come ne usciremo? Un esperto che stimo, Roberto Gentile, risponde de-

ciso: «La crisi in Medio Oriente? Tra un anno ce la saremo dimenticata». Il suo ragionamento è lineare. Dopo tutti i più recenti crolli, il mercato turistico si è sempre ripreso nel giro di un anno. Così è stato dopo la Guerra del Golfo (1991), SARS (2003), Tsunami (2004), vulcano Eyjafjallajökull (2010). Il turismo è fragile ma anche elastico e riparte rapidamente non appena le condizioni tornano normali. Naturalmente se la crisi è globale e scuote l’intero sistema (11 settembre 2001, Lehman 2008), servono invece due o tre anni per ricostruire fiducia e capacità di spesa. Quindi se la guerra in Iran resterà localizzata, si può pensare che tra un anno, ammesso che finisca in fretta, ce la saremo lasciata alle spalle. Gentile conclude provocatorio: «A marzo 2027 Emirates, Qatar, Etihad & C. faranno numeri record. Scommettiamo?».

tietnico d’Italia, la sua diafania mi ricorda la grazia delle porte scorrevoli delle case giapponesi che hanno come protagonista la carta di riso. Anche la partitura dei rettangoli di vetro è molto simile e rimanda moltissimo alle vetrate a Chicago del Minerals & Metals Research Building (1943) di Mies van der Rohe. Immenso architetto seminale tedesco conosciuto proprio a Chicago da Angelo Mangiarotti (1921-2012) dove l’architetto milanese – forse oggi più conosciuto come designer per via della lampada Lesbo, i tavolini in marmo Eros, il posacenere Barbados o cos’altro –lavora un paio di anni per poi aprire uno studio a Milano con Bruno Morassutti (1920-2018). Architetto padovano partito anche lui all’avventura in America accampandosi con una casa-tenda nella comunità-studio di un altro mostro sacro dell’architettura: Frank Lloyd Wright.

di una giornata su due ruote

Non sono ancora le nove di domenica mattina. Dalla terrazza di casa, vedo in lontananza delle formichine che danzano sulla pista di Pumptrack inaugurata ieri a Tesserete. Immagino la scena in alcune case. «Voglio andare al Pumptraaack!». «Finisci la colazione. Sono appena le otto e mezza. Voglio andareeee!». «È ancora chiuso. È domenica». «Ma non ci sono i cancelli. Dai, andiamo!».

Dubito che si tratti della fregola dei primi giorni. L’impianto, sorto grazie alla saggia collaborazione tra pubblico e privato, ha tutte le carte in regola per diventare un punto di incontro importante per i ragazzini della regione. Da lì, basta scendere di un centinaio di metri per raggiungere il piazzale dal quale partono i giovani biker del Velo Club Capriasca per avventurarsi sui sentieri del bosco di Redde. La regione a cavallo del Monte Ceneri si sta profilando come terreno di riscossa per la bicicletta. I tempi del

Ticino Terra di Ciclisti ci appaiono sgranati. Sbiaditi come i manifesti che magnificavano un’epoca oramai lontana. Andare in bici è pericoloso. Troppo traffico. Troppa maleducazione. Troppi pericoli. La resistenza era scattata già nel 1985 a Magadino, quando alcuni pionieri avevano creato quella che ancora oggi rimane l’unica pista di BMX del cantone. Pochi anni dopo, il Velo Club Monte Tamaro aveva cominciato ad affrontare la riconversione dalla strada ai boschi.

Le ragioni? Le stesse di sempre. Salute, sicurezza, divertimento. Di quelle intenzioni rimangono il ricordo di uno splendido Campionato del Mondo nel 2003. E di un miracoloso Campionato Europeo nel 2020, organizzato fra amici in piena pandemia. Ma rimangono anche delle allettanti prospettive. Dal 29 luglio al 2 agosto prossimi, i big della Mountain Bike torneranno a contendersi il titolo europeo sui sentieri che dividono in due il Cantone.

C’era un sacco di gente all’inaugurazione del Pumptrack, nonostante pochi chilometri a nord andasse in scena il Tamaro Trophy, una sorta di antipasto in vista degli Europei. C’è fame di bicicletta. La manifestano gli appassionati. La percepiscono gli imprenditori, come quelli che, a poca distanza da Tesserete, hanno voluto inserire un velodromo nel gigantesco e attraente centro polisportivo di Sigirino. Dallo scorso gennaio, i giovani ciclisti dei nostri velo club girano indisturbati sul parquet del nuovo anello. Con grande sollievo dei loro genitori. È innegabile, ci si deve proteggere. Si può cadere in pista. Così come in un bosco, affrontando male una radice che sporge dal terreno. Si può finire a gambe all’aria anche sul Pumptrack, se non si riesce a negoziare adeguadamente la concatenazione tra conche e dossi. Tuttavia, come ha sottolineato nel discorso inaugurale Matteo Besomi, Capo dicastero sport di Capriasca,

Mi metto al centro, in asse, per assaporare il contrasto tra le vetrate e il soffitto cassettonato in calcestruzzo precompresso dove si ritrova il motivo a X che forma delle losanghe –sembra quasi un drappeggio spiegazzato – sostenuto da quattro incredibili colonne rastremate sempre in cemento, martellinato. Alle spalle delle due ai lati del presbiterio, ora dallo stacco orizzontale in vetro classico, tra vetro opalino e soffitto, piove in diagonale un raggio di sole. Lo stacco di cielo, ritrovabile più flebile anche in basso, dona respiro a questa «costruzione semplice e straordinaria» come la riassume senza fronzoli Giulio Barazzetta nel testo Il ritorno al futuro di un capolavoro laconico. Pagina trenta di La chiesa di vetro (2015), libro curato da Barazzetta stesso, responsabile pure del restauro magistrale di undici anni fa. Mi aggiro leggero tra i banchi di legno chiaro lucido che mi

sembrano più di scuola ed ecco la parete sudovest diventare, in un istante, scenografia teatrale massima. I rami dei pioppi ancora addormentati, proiettano a tutto campo, gigantesche ombre cinesi sui vetri opalini scanditi in quarantanove rettangoli neri. Senza perderci nei dettagli tecnici, in origine, per questo effetto, c’era un foglio latteo di polistirolo espanso spesso cinque centimetri finito, negli anni duemila, in disfacimento. Sostituito, nella riscrittura lungimirante dell’opera, con vari strati di vetro speciali acidato. Una foto dell’epoca con i pioppi giovincelli appena piantati – a ridosso del muro folk a scarpa omaggio a quello wrightiano a Taliesin West e costruito tra l’altro anche, con le sue mani, nel deserto dell’Arizona, da Morassuti – testimonia che qualcuno ci pensò, a questo effetto futuro di arboree ombre cinesi.

da ogni caduta ci si rialza col sorriso. E soprattutto con l’accresciuta consapevolezza della propria destrezza nel condurre la bici.

Rientrato a casa, dopo essermi beato della vista di decine di formichine danzanti, mi sono sistemato sul divano per il consueto rito d’inizio primavera. La Milano-Sanremo. La corsa è una sfibrante caccia alle posizioni in vista delle salite, concentrate negli ultimi trenta chilometri. I tre Capi, la Cipressa, il Poggio. Tuttavia, a far salire l’adrenalina anzi tempo, ci ha pensato una spettacolare caduta durante la gara delle donne. Ogni volta che capita, il mio pensiero corre a quelle drammatiche che ho dovuto raccontare in diretta. Quando avrei voluto tacere, ma ero costretto a raccogliere informazioni e a riproporle al microfono a beneficio di chi, a casa, si ritrovava col sangue gelato tanto quanto il mio. Quest’anno, sul divano di casa, ho potuto sfogare la mia paura con un ur-

lo. Quando il cronista ha lasciato intendere che le ragazze cadute stavano tutto sommato bene, ho saputo digerire con sufficiente tranquillità anche il volo di Tadej Pogacar, che ha avuto energia mentale e fisica per conquistare la sua prima Sanremo con ogni muscolo, ogni nervo, ogni goccia di sangue. Oltre il dolore. Oltre la mala sorte. Quando lo Sloveno ha alzato al cielo il braccio della vittoria, ho pensato al Pumptrack, alla BMX, al velodromo. A tutte le alternative alla strada che consentono ai ragazzini di diventare padroni autorevoli del loro mezzo.

Se la passione continuerà a crescere, magari il progressivo travaso dall’auto alla bici, consentirà alle future generazioni di andare a scuola o al lavoro correndo meno rischi. Lo spero. Ma non mi illudo, poiché la destra parlamentare sta assediando la bicicletta con un pacchetto di proposte che ne minacciano l’espansione.

di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf

Un tocco di VERDE

8.95

Italia/Spagna/Ungheria, mazzo da 1 kg 25%

Asparagi bianchi

invece di 12.–

Melanzane Ticino, al kg, (100 g = 0.30) 15%

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Lattuga verde Migros Bio Ticino, al pezzo 20%

Spagna/Italia, mazzo da 500 g, (100 g = 1.59) 33% Tutte le erbe aromatiche in vaso Migros Bio Svizzera,

Migros Ticino

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Tutti i panini weggli in vendita sfusa per es. panini al burro IP-SUISSE, 60 g, –.46 invece di –.65, (100 g = 0.77)

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Mortadella

6.95 invece di 9.30

Mostbröckli dell'Appenzello

Piacevole brezza di MARE

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Filetto dorsale di salmone M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 400 g, in self-service, (100 g = 3.49)

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Pesce fresco Anna's Best in vaschetta per la cottura al forno filetto di salmone al limone e coriandolo ASC, filetto di merluzzo con pistacchi MSC e filetto di salmone selvatico con aneto MSC, per es. filetto di salmone ASC, d'allevamento, Norvegia, 400 g, 9.95 invece di 12.95, in self-service, (100 g = 2.49)

Pesca, Atlantico settentrionale

35%

10.40

invece di 16.–

Filetti di salmone Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 500 g, (100 g = 2.08)

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6.95

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20%

Filetti di platessa Migros, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 300 g, in self-service, (100 g = 2.32)

Filetti di limanda, filetti di pollack e filetti di pangasio in pastella, Anna's Best per es. filetti di limanda, pesca selvatica, Pacifico nordorientale e nord-occidentale, MSC, 200 g, 3.96 invece di 4.95, in self-service, (100 g = 1.98)

TantissimeGRANDI NOVITÀ

3.15

IL PREZZOSCENDE, l’umore sale

1.16

2.20

4.65

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Tutto il gusto del BELPAESE

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Piadina

600 g, (100 g = 0.58)

Burrata mini Galbani

180 g, (100 g = 3.31)

2.30 Pomodori datterini Migros Bio

Italia/Spagna, vaschetta da 300 g, (100 g = 0.77)

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Tutti i sughi per pasta Da Emilio per es. sugo alla napoletana, 290 g, 3.60 invece di 4.50, (100 g = 1.24) 20%

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Grana Padano Da Emilio

disponibile in diverse varietà, per es. formaggio grattugiato, 120 g, 2.51 invece di 2.95, (100 g = 2.09)

Superficie ruvida per far aderire meglio il sugo

7.95

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Salsiccia ticinese Rapelli Svizzera, 480 g, in self-service, (100 g = 1.66) 20%

conf. da 2 40%

6.95 invece di 11.60

Pizze Da Emilio, refrigerate Quattro stagioni o Margherita, per es. Quattro stagioni, 2 x 440 g, 11.95 invece di 17.90, (100 g = 1.36) conf. da 2 33%

Tutte le birre Moretti senz'alcol, in confezioni multiple, bottiglie singole e lattine singole, per es. 6 x 330 ml, 6.72 invece di 9.60, (100 ml = 0.34) a partire da 2 pezzi 30%

Tortelloni Anna's Best, refrigerati tricolore al basilico o ricotta & spinaci, 2 x 500 g, (100 g = 0.70)

16.50

invece di 22.–

Mini pizze Piccolinis Buitoni prodotto surgelato, in conf. speciale, al prosciutto o alla mozzarella, 40 pezzi, 1,2 kg, (100 g = 1.38) 25%

3.10

Abbracci Mulino Bianco 350 g, (100 g = 0.89)

A tutto RISPARMIO

conf. da 2 20%

Bevanda al cacao Caotina Original in polvere o Crème Chocolat, per es. polvere, 2 x 1 kg, 23.85 invece di 29.86, (100 g = 1.19)

Tutto l'assortimento CoffeeB per es. Lungo, 9 sfere, 3.15 invece di 4.20, (100 g = 6.18) a partire da 2 pezzi 25%

Sono disponibili anche polveri vegane

a partire da 2 pezzi 30%

Tutte le proteine in polvere per es. Chiefs Whey Protein Chocolate, 450 g, 20.65 invece di 29.50, (100 g = 4.59)

19.50 invece di 26.–Caffè Boncampo Classico in chicchi o macinato, 4 x 500 g, (100 g = 0.98) conf. da 4 25%

6.05

di 7.60 Farina bianca M-Classic, IP-SUISSE 4 x 1 kg, (100 g = 0.15) conf. da 4 20%

10.95 invece di 15.47

Crema nougat alle nocciole con cacao Nocciolata, bio 650 g, (100 g = 1.68) 29%

Tutto l'assortimento Rügenwalder Mühle per es. fettine di prosciutto vegano Schinken Spicker, 80 g, 1.88 invece di 2.80, (100 g = 2.35) a partire da 2 pezzi 33%

a partire da 2 confezioni 20%

Tutto l'assortimento Fiesta Del Sol per es. tortillas integrali, 8 pezzi, 320 g, 3.36 invece di 4.20, (100 g = 1.05)

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Ceci e fagioli bio Migros e Alnatura per es. ceci Alnatura, bio, 220 g, 1.43 invece di 1.90, (100 g = 0.65)

Miscele di spezie e miscele di erbe, M-Classic coperchi rossi e verdi, disponibili in diverse varietà, per es. erbe aromatiche italiane essiccate, 51 g, 2.56 invece di 3.20, (100 g = 5.02) 20%

5.70 invece di 8.17 Wedges Denny’s, Classic o Mexican prodotto surgelato, in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.57) 30%

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Tutta la quinoa, le lenticchie, i ceci e il couscous, Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. lenticchie rosse, 500 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 0.45)

Noodle Shin Ramyun o Veggie Ramyun, Nongshim per es. noodle Shin Ramyun Gourmet Spicy, 5 x 120 g, 7.60 invece di 9.50, (100 g = 1.27) conf. da 5 20%

8.90 Mini Springrolls Vegi Asia-Snacks 20 pezzi, 500 g, (100 g = 1.78) HIT

Croccanti, saporite e perfette per un aperitivo

9.95

Palline di formaggio Appenzeller Pao De Queijo prodotto surgelato, 340 g, (100 g = 2.93) 20x CUMULUS NOVITÀ

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Pepsi Regular, Zero, Cherry Zero e decaffeinata, 6 x 1,5 litri, 6 x 500 ml e 6 x 330 ml, per es. Regular, 6 x 1,5 litri, 7.50 invece di 12.50, (100 ml = 0.08)

In tante gustose varietà

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Rivella

rossa, blu o gialla, 6 x 1 litro, (100 ml = 0.14)

Spumante Non in lattina senz'alcol, bianco o rosato, 250 ml, (100 ml = 1.10)

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Lager Vita e Radler Peach, Calanda

in confezioni multiple e lattine singole, per es. Vita, 6 x 300 ml, 8.90, (100 ml = 0.45)

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birre Non in lattina senz'alcol, in confezioni singole o multiple, per es. Grapefruit, 330 ml, 1.40, (100 ml = 0.42)

Snack e aperitivi

CheCHEdelizia,BONTÀ

Kult Ice Tea Energy alla pesca e tropical, 330 ml, per es. alla pesca, –.95, (100 ml = 0.45)

Quöllfrisch e Bschorle, Appenzeller senz'alcol, 500 ml o 330 ml, per es. Quöllfrisch, 6 x 500 ml, 10.95, (100 ml = 0.37) 20x

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Sea Salted, Sea Salt & Cider Vinegar o Sweet Chilli & Red Pepper, 150

Noci di anacardi o gherigli di noci, Sun Queen per es. noci di anacardi, 3 x 200 g, 6.70 invece di 10.05, (100 g = 1.12)

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22.20 Tavolette di cioccolato assortite Lindt

Lindor, Cresta, Extra al latte o al latte e nocciole, 10 x 100 g, (100 g = 2.22)

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Tutti i moretti Kisss M-Classic per es. Big Milk, 4 x 32,5 g, 2.08 invece di 2.60, (100 g = 1.60)

conf.
conf. da 10

20x CUMULUS NOVITÀ

Cioccolato con chicchi di mais, caramello e sale marino

2.80 Frey Big Chunks

Popcorn Style

110 g, (100 g = 2.55)

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2.95 Coaties Pop-corn Frey

130 g, (100 g = 2.27)

In

confezione maxi XXL

20x CUMULUS NOVITÀ

6.30

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