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Azione_14

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MONDO MIGROS Pagina 2 Ritorna l’appuntamento con Walking Mendrisiotto

SOCIETÀ Pagina 3

Il giurista Jordi Nieva-Fenoll spiega perché vogliamo che vinca il più giusto e non il più forte

Affitti alle stelle in Svizzera: un tema elettorale forte ma non si vedono soluzioni all’orizzonte

ATTUALITÀ Pagina 15

Haiti e l’odore della magia

CULTURA Pagina 21

La dolce normalità dell’esistenza nelle opere dello svizzero Schnyder, in mostra al LAC di Lugano

Markus e Amira Blum hanno fatto di una promessa, una spedizione reale: 558 km lungo la Groenlandia

TEMPO LIBERO Pagina 33

La bontà è debolezza?

Alcuni giganteschi squali geopolitici hanno suddiviso i Paesi tra predatori (loro), prede (vedete voi, c’è ampia scelta) e vassalli (noi). In questo scenario di «tracotanza e dismisura» (vedi l’articolo di Lina Bertola a pag. 13) pare non ci sia spazio per il rispetto umano. I diritti sembrano consolazioni facoltative per deboli, la gentilezza ipocrisia, l’altruismo idiozia. Da quando cercare giustizia e fare il bene sono diventati un difetto? Una mia lontana parente soleva lamentarsi con un’espressione grammaticalmente scorretta, ma molto genuina: «A me, la fede mi ha sempre fregato». Cresciuta tra sermoni e catechismi, era stata educata a fare il bene anche quando non richiesto, a sacrificarsi per gli altri, a spendersi per cause perse e per individui spesso immeritevoli e ingrati. Lo stesso potrebbero dire molte persone educate all’altruismo nel contesto di altre «fedi»: che l’ispirazione venga da credenze religiose, bontà d’animo o opzioni politiche, l’esito soggettivo è analogo; negli ambienti solidali si fa il bene «perché è giusto» ma ci si sente un po’ fessi.

Percezione ingigantita dal diffondersi di un termine terribile: «buonismo», da intendersi come attitudine che spinge a mostrarsi troppo indulgenti o comprensivi. Ma che corrisponde a un verdetto di stupidità nei confronti di chiunque si mostri empatico o generoso coi gruppi sociali esterni a quello dominante (stranieri, diversi, minoranze in genere). Dicono «buonista», ma in realtà pensano «stupido», ritengono che la bontà effettiva sia una scelta autolesionistica perché impedisce di tenere la torta tutta per sé e spinge a condividerne almeno le briciole con gli altri. È il gergo degli arraffoni.

In un’intervista apparsa qualche tempo fa su Azione, Rosalba Morese, esperta in psicologia e neuroscienze, sosteneva che il cervello umano non si è evoluto soltanto per percepire il mondo o risolvere problemi, ma per vivere insieme. Insieme, non contro. Dev’essere (va’ a sapere) che gli squali geopolitici di cui sopra son fatti di gomma, o che il loro cervello si è fermato ad uno stadio evolutivo ancestrale. E proprio sul vivere

insieme, a pag. 3 Stefania Prandi ci ricorda che cercare giustizia significa non solo puntare alla verità corrispondente ai fatti, ma anche alla felicità degli altri, perché non si può stare bene in un mondo di persone che soffrono; una sorta di empatia egoista, in cui cercando il bene altrui si ritrova il proprio.

Un’avvertenza, però, è necessaria. Un certo discorso pubblico – penso alle tesi di libri come Contro l’empatia di Paul Bloom – invita a considerare criticamente l’empatia emotiva: appaga come le bibite dolci e gassate, ma è poco salutare e spesso fuorviante, perché può condurre a giudizi sbagliati e a scelte ingiuste. Lo aveva intuito anche Voltaire: nel Candide la bontà ingenua è continuamente raggirata; l’altruismo impulsivo, privo di giudizio, diventa vulnerabilità. Che fare, allora, quando si proviene da un mondo antico i cui valori vengono derisi dalla retorica politica dominante?

Non si tratta di scegliere tra la ferocia dei predatori e l’ingenuità dei bonaccioni. Serve un reali-

smo solidale: una bontà che vede, soppesa, discrimina e agisce. Una compassione lucida che misura costi, priorità ed effetti; non il «buonismo» come posa, ma la prudenza che orienta il bene dove serve davvero. Se i T Rex della scena globale (nomignolo attribuito a Trump dal governatore democratico della California Gavin Newsom) impongono la brutalità del Giurassico, la risposta non è diventare più crudeli, ma puntare ancor più convintamente su regole, solidarietà con e tra potenziali vittime, istituzioni capaci di proteggere i vulnerabili e non i furbi, di premiare la cooperazione, non il servilismo, di dire no quando è no e sì quando il sì produce giustizia. La bontà cieca è una debolezza strategica. La bontà esigente - rigorosa nei criteri, ferma nei confini, generosa nelle finalità - non è ingenuità: è la più alta forma di intelligenza politica. L’unica che può trasformare la paura in convivenza e l’impotenza in azione condivisa. Non per sentirci migliori, ma perché senza di essa bye bye futuro!

Vittoria Groh Pagina 35
Vittoria Groh

Perché Migros congela la carne?

Info Migros ◆ Un importante contributo contro lo spreco alimentare: alla Migros alcuni prodotti di carne vengono ora congelati poco prima della data di scadenza e venduti a metà prezzo

D’ora in poi, in tutte le filiali Migros la carne sarà congelata poco prima della data di scadenza. Successivamente, sarà messa in vendita con una riduzione del 50%.

Quando congela la carne la Migros?

D’ora in poi, la carne viene surgelata quando raggiunge la data di scadenza ma è ancora perfettamente commestibile. In questo modo si prolunga la durata di conservazione, mantenendo garantita la qualità e la sicurezza del prodotto. Con questa misura la Migros ottiene un duplice vantaggio: può salvare alimenti e i clienti possono acquistare i prodotti a un prezzo interessante.

Come viene garantita la sicurezza alimentare della carne congelata? Il congelamento rallenta fortemente i processi biologici che possono portare al deterioramento della merce. La durata di conservazione viene quindi prolungata senza compromettere la qualità del prodotto. I prodotti congelati vengono contrassegnati con un’etichetta verde ben visibile. Questa informa le consumatrici e i consumatori sulla data esatta di congelamento e sul nuovo termine minimo di conservazione, che indica per quanto tempo il prodotto può essere conservato nel congelatore di casa. Inoltre, contiene un’indicazione sulla corretta gestione dopo lo scongelamento.

Dove posso trovare la carne congelata?

Meno sprechi

Abbiamo parlato con Carlo Mondada, responsabile del Fresco per Migros Ticino, per capire meglio questo progetto.

Perché questo progetto?

40 anni in Migros Ticino

Anniversari ◆ Michele Regusci ripara i veicoli aziendali dal 12 febbraio 1986

Di quanto viene ridotto il prezzo della carne?

I prezzi vengono ridotti del 50%.

Un’etichetta arancione indica i prodotti a prezzo ridotto.

A cosa devo fare attenzione durante lo scongelamento?

I prodotti di carne congelati si trovano nel reparto dei surgelati, nel congelatore dedicato alle azioni. Lì, viene apposto un cartello che segnala ulteriormente i prodotti. La merce stessa è contrassegnata con la già citata etichetta verde. A partire da marzo, l’offerta verrà introdotta progressivamente in tutta la Svizzera.

La carne deve essere scongelata in frigorifero, preferibilmente duran-

te la notte, poiché richiede un po’ più di tempo a causa della temperatura bassa. Dopo lo scongelamento, la carne deve essere utilizzata immediatamente e non deve più essere ricongelata.

Ci sono tipi di carne che non possono essere congelati?

Sì, ad esempio la carne con ossa o le frattaglie, il pesce, i frutti di mare e gli articoli di salumeria come gli affettati o la carne secca non possono essere congelati. Alcuni di questi prodotti vengono inseriti la sera stessa in un pacchetto sorpresa di Too Good To Go oppure venduti a prezzo fortemente ridotto ai collaboratori. Ciò che non si riesce a distribuire viene trasformato in biogas.

Per evitare il più possibile gli sprechi alimentari. Entro il 2030 si desidera ridurre gli sprechi allo 0,8%, percentuale che, in un secondo momento, dovrà scendere allo 0,5%.

Migros è impegnata su più fronti contro lo spreco alimentare, pensiamo a Save Food… Migros ha meno spreco alimentare rispetto alla concorrenza, grazie a una gestione della merce attenta e a una serie di processi che ci permettono di migliorare costantemente.

Quindi tranquillità per il cliente: la carne congelata è di qualità… Sì, poiché viene congelata l’ultimo giorno di consumo, e non può restare nel freezer per più di 90 giorni.

Una giornata in movimento a Mendrisio

Sponsoring ◆ BancaStato Walking Mendrisiotto torna domenica 26 aprile 2026

Domenica 26 aprile 2026 torna l’appuntamento con BancaStato Walking Mendrisiotto, in programma presso il Centro Manifestazioni Mercato Coperto di Mendrisio. Una grande giornata all’insegna del movimento all’aria aperta, della compagnia e del divertimento con la proposta di tre splendidi percorsi walking e nordic walking di diverse distanze e difficoltà che si snodano tra vigneti, boschi, campagne e borghi. Inoltre, categoria Walk&Dog per gli amici a 4 zampe e i loro padroni, ricco pacco gara e pranzo offerto a tutti gli iscritti. Informazioni e iscrizioni su www.walkingmendrisio.ch

BancaStato Walking Mendrisiotto è sostenuto dallo sponsor principale BancaStato, dal co-sponsor Migros Ticino e con il supporto dalla Città

Concorso

«Azione» mette in palio 10x iscrizioni gratuite per BancaStato Walking Mendrisiotto. Per partecipare inviate una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Walking 2026) indicando il vostri dati: Nome e cognome / Via, Cap e città / Email / Data di nascita / Percorso (3.6 km / 9.2 km / 12.1 km) / Categoria (walking / Nordic walking). Termine invio: lunedì 6 aprile 2026. Buona fortuna!

di Mendrisio. L’evento e tutte le partenze sono previste presso il Centro Manifestazioni Mercato Coperto di Mendrisio, a pochi minuti a piedi dalla stazione FFS.

Percorsi per ogni esigenza… anche per gli amici a quattro zampe

L’evento proporrà tracciati di diverse distanze e difficoltà: Famiglia (3.6 km): un percorso facile, pianeggiante e accessibile a tutti (anche a chi si sposta con carrozzine e passeggini), Castello (9.2 km): qui la difficoltà è media e il tragitto si snoda tra campagne e vigneti dei comuni di Castello S.

Pietro e Salorino, Salorino (12.1 km): questa sfida è pensata per i più allenati (calcolare 484 m di salita) e comunque offre uno splendido percorso dal punto di vista panoramico (passa da Corteglia, Castel S. Pietro, Obino, Salorino e Somazzo). Per gli amici a quattro zampe e i propri accompagnatori è infine prevista l’apposita categoria «Walk&Dog » (valida su tutti i percorsi) che prevede oltre al pacco gara classico il pettorale con nome del padrone e del cane e la ciotola-ricordo.

Pranzo offerto a tutti i partecipanti

L’iscrizione include un ricco pacco

gara con: t-shirt in tessuto tecnico, buono pasto per la zona ristorazione dell’evento, pettorale con nome, carta giornaliera Arcobaleno (2a classe, tutte le zone Ticino e Moesano, valida il giorno dell’evento, codice inviato via email), rifornimenti e servizio sanitario lungo il percorso.

Come iscriversi

Le iscrizioni sono possibili online su www.walkingmendrisio.ch oppure www.biglietteria.ch. Per le famiglie e i gruppi sono previste quote speciali: 50% di sconto per le famiglie e 12,5% di sconto per i gruppi a partire da 8 partecipanti (offerte valide fino al 2 aprile, annuncio tramite gli appositi formulari scaricabili da www. walkingmendrisio.ch). Per chi desidera invece aspettare l’ultimo minuto è possibile annunciarsi sul posto il 25 o 26 aprile pagando un supplemento.

Informazioni www.walkingmendrisio.ch

Su queste pagine di solito festeggiamo chi, da venticinque anni, si impegna per Migros Ticino. Venticinque anni sono un tempo lunghissimo e rappresentano già un quarto di secolo, ma, in azienda, vi è anche chi resta per ben quarant’anni e oltre. È il caso di Michele Regusci, impiegato nel garage della Centrale di Sant’Antonino, dove si occupa di riparare gli autoveicoli di Migros Ticino, e non solo. A Michele Regusci giungano le congratulazioni di Migros Ticino e della redazione di «Azione», nonché un grande ringraziamento per l’impegno di questi… decenni.

Michele Regusci, quale è il suo ruolo all’interno di Migros Ticino?

Il mio ruolo in azienda è quello di meccanico. Lavoro nell’officina di Migros Ticino.

Ha voglia di raccontarci una sua giornata tipo?

Nel mio lavoro non vi è una «giornata tipo». Ogni giorno, infatti, si presenta diverso, poiché dipende dai lavori che ci sono in programma. In questo garage ci si occupa di molti aspetti della meccanica: dai collaudi ai servizi, passando per le riparazioni e molto altro.

Cosa sono stati questi 40 anni di lavoro per lei?

Un lungo periodo durante il quale ho imparato molte cose: in fondo, di imparare non si finisce mai.

E Migros, per lei cosa rappresenta?

Posso affermare che Migros è come una «seconda casa».

Oltre a Migros, ha un hobby o un’attività particolare di cui ci vuole parlare?

Finito il lavoro, quando mi è possibile (solitamente da tarda primavera fino a tardo autunno), amo andare sui monti, come ad esempio il Monte Laura. In inverno, invece, mi piace andare con mia figlia a vedere le partite di disco su ghiaccio, o hockey, alla Gottardo Arena. È una cosa che ho sempre amato, infatti un tempo andavo anche alla vecchia Valascia.

Migros si impegna per evitare gli sprechi alimentari.
Foto Garbani
Michele Regusci lavora per Migros Ticino dal 12 febbraio 1986
Carlo Mondada Product Group Manager (PGM) per Migros Ticino

SOCIETÀ

Artico, il clima cambia e affama le renne Reportage dal Sápmi, l’antica terra dei Sami tra Svezia, Norvegia e Finlandia, dove la famiglia Kalliainen non riconosce più le stagioni

La povertà in Ticino Marco Silvani, presidente della Fondazione Francesco, ci aiuta a capire come evolve la geografia del bisogno nel nostro Cantone

Perché vogliamo che vinca il più giusto

Intervista ◆ Secondo il giurista Jordi Nieva-Fenoll il desiderio di bene comune, contro la sopraffazione dei prepotenti, è un retaggio che appartiene alla nostra storia biologica e sociale

La giustizia è un’esigenza umana: non vogliamo che prevalga il più forte, ma il più giusto. Jordi Nieva-Fenoll, professore ordinario di Diritto processuale all’Università di Barcella, ha dedicato un libro, da poco pubblicato in italiano, al modo in cui, nel corso dei secoli, si è formata l’idea di giustizia. Le dinamiche dei tribunali, analizzate nelle pagine del saggio, diventano la metafora di un senso di equità più ampio. Procedendo nella lettura ed entrando nei dettagli della giurisprudenza, si riesce a recuperare un senso di fiducia generale, nonostante le derive autoritarie e antidemocratiche verso cui sembra andare l’umanità. Jordi Nieva-Fenoll, con il volume Le origini della giustizia (Il Mulino), ci rassicura: il nostro desiderio verso il bene comune, contro la sopraffazione dei prepotenti, è ben radicato. Infatti, non ha radici soltanto culturali o etiche, ma è un retaggio che appartiene alla nostra storia biologica e sociale come specie.

«Maat in egiziano antico significava verità ed era anche il nome dato alla dea della giustizia. Dunque per gli antichi egizi giustizia e verità erano la stessa cosa»

Jordi Nieva-Fenoll, perché desideriamo che vinca il più giusto e non il più forte?

Alla base di questa consapevolezza c’è un’evoluzione storica del pensiero. Nelle diverse società, durante i litigi, le controversie e successivamente nei processi dei tribunali, si è visto che lasciare vincere il più forte significava consentirgli di conquistare il potere. E dato che si è osservato che il più forte non ha sempre come interesse il resto della società, si è ritenuto di procedere favorendo chi si considerava più giusto. Sembra che questo salto evolutivo sia stato compiuto all’epoca dell’antico Egitto con la dea Maat. Maat in egiziano antico significava verità ed era anche il nome dato alla dea della giustizia. Dunque per gli antichi egizi giustizia e verità erano la stessa cosa.

Nel suo libro lei analizza i comportamenti di altre specie come gli scimpanzè. Che cosa ha scoperto?

Alcuni comportamenti che pensiamo essere soltanto umani si ritrovano anche in altre specie. È interessante osservare i primati perché con loro abbiamo dei tratti in comune e, in particolare, loro usano dei mezzi di pacificazione che ci ricordano i nostri. Quando due scimpanzè hanno un conflitto, un terzo anima-

le cerca di mediare e lo fa distraendo i due che litigano. Intervenendo tra i due, di fatto, media. E anche se tutto accade in maniera molto veloce, il risultato è che si evita un conflitto. Credo che questo sia un comportamento che ci fa capire che il bisogno di giustizia è più ampio di quanto possiamo credere e che la mediazione precede addirittura le forme umane.

Come si è sviluppato il concetto di giustizia negli esseri umani? Sappiamo che tra i Sumeri esisteva il codice di Urukagina, che sfortunatamente non è mai stato ritrovato, ma che sembra facesse riferimento alla giustizia sociale. E possiamo affermare senza esitazione che la cultura del giudice unico è tipica della civiltà del Tigri e dell’Eufrate – la sumera – ma anche, nella stessa epoca, della civiltà egizia. Non si sa chi abbia adottato questo modello per primo, anche se c’è un fatto che potrebbe far pendere l’ago della bilancia ed è quello al quale ho accennato prima,

parlando della dea Maat. Si ritiene, inoltre, che il faraone fosse il custode dell’ordine di Maat, cioè di ciò che i romani successivamente – e noi stessi per loro influenza – chiamarono «giustizia».

Lei analizza anche i processi nelle varie civiltà. Quali sono le caratteristiche che li accomunano e l’eredità che ci hanno lasciato?

Una delle pratiche comuni ai diversi popoli che ho considerato è quella delle ordalie. Con questo termine si intende il ricorso alle prove fisiche, di resistenza, al dolore soprattutto, per decidere chi aveva ragione. Una delle ordalie più diffuse al mondo era quella per cui i contendenti dovevano toccare o, meno frequentemente, mettere in bocca, il fuoco o qualcosa di incandescente. Era l’ordalia più utilizzata tra gli antichi popoli europei, in particolare le tribù germaniche, ma se ne trova riscontro anche in Africa, in particolare in Sierra Leone e Angola, per esempio presso i Wolof o le etnie del Benin,

o tra i Wanika, in Africa orientale, che fanno arroventare una pietra in un calderone di rame sul fuoco. Se il soggetto è in grado di prendere la pietra senza bruciarsi, è considerato innocente.

Un’altra pratica che ricorre è quella della mediazione, un mezzo di risoluzione dei conflitti oggi non particolarmente in voga, ma in realtà molto antico e assai frequente tra i popoli del mondo. Tra i !Kung (una suddivisione della popolazione San, che vive nel deserto del Kalahari, fra Namibia, Botswana e Angola) solitamente sono chiamati a svolgere questo compito due anziani. Qualcosa di simile alla mediazione si è osservato, decenni fa, tra i beduini, che dopo un assassinio per vendetta, trascorso un tempo ragionevole, favoreggiavano un incontro amichevole tra i gruppi in contrasto perché si convincessero dell’inopportunità di protrarre il conflitto. Durante quest’incontro si condivideva un buon pasto e dopo si pregava insieme, evitando così nuovi omicidi.

Che cosa cerchiamo davvero quando domandiamo giustizia? A questa domanda hanno cercato di rispondere tutti i filosofi che si sono occupati del concetto di giustizia. Sono state elaborate una trentina di teorie diverse. Alcuni hanno messo l’attenzione sull’equità, altri sull’equilibro e qualcuno sull’utilitarismo. Secondo me si può rispondere in due modi a questo interrogativo. Da un punto di vista tecnico, la giustizia è la dichiarazione della verità dei fatti e l’applicazione delle leggi attraverso un processo celebrato con rispetto ai diritti fondamentali. Da un punto di vista più filosofico, quello che si cerca con la giustizia è la verità corrispondente ai fatti, ma anche la felicità degli altri, della comunità a cui si appartiene. Perché non si può essere felici se le persone attorno a noi non lo sono. Infatti, è difficile stare bene in un mondo di persone che soffrono. Si può parlare di empatia egoista, in questo senso: cercando la felicità degli altri, possiamo trovare la nostra.

L’imponente Palazzo di Giustizia a Nimes. (Pixabay.com)
Stefania Prandi
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Gusto e creatività artigianale

Attualità ◆ Due nuove originali colombe a firma Buletti sono disponibili per il periodo pasquale nei maggiori supermercati Migros

Preparate con ingredienti semplici, ma sopraffini, le colombe della pasticceria Buletti di Airolo conquistano i buongustai grazie al loro sapore autentico e una lavorazione artigianale profondamente legata alla tradizione regionale.

Quest’anno, oltre alle colombe classiche già presenti nell’assortimento Migros da diversi anni e particolarmente apprezzate dalla clientela, sono arrivate due irresistibili e originali novità per un’esperienza di gusto unica e indimenticabile: la colomba albicocca-caramello e la colomba albicocca-cioccolato. Entrambe sono accomunate dalla presenza di polpa del frutto del cacao e albicocca, una poesia di sapori che regala freschezza e intensità aromatica al prodotto finito. La prima è arricchita con una nota di caramello per esaltarne la morbidezza; mentre la seconda contiene un croccante al cioccolato per un irresistibile e piacevole effetto crunch. La superficie di entrambe è composta da una glassa croccante a base di mandorla e granella di zucchero. Insomma, autentici capolavori di bontà per una Pasqua davvero golosa.

L’arte della pasticceria dal 1992

Da oltre trent’anni la pasticceria Buletti è sinonimo di qualità e innovazione nel rispetto della tradizione artigianale, grazie alla passione incondizionata del titolare Bruno Buletti. Gli ingredienti utilizzati per i suoi

prodotti sono di origine naturale e non vengono impiegati conservanti o emulsionanti. Tra questi si distinguono il lievito madre prodotto e curato in casa, il burro di montagna e le uo-

va da allevamento al suolo. Come per il panettone, anche la lavorazione della colomba Buletti necessita di molta pazienza ed esperienza, così da offrire ai consumatori un prodotto soffice e

Pesce per il Venerdì Santo?

ricco di sapore, capace di celebrare la Pasqua nel segno della tradizione più genuina. Basti pensare che per realizzare una colomba possono essere necessarie fino a 48 ore di lavorazione.

Attualità ◆ Gli amanti del pesce alla Migros trovano una vasta scelta di specialità fresche in grado di soddisfare tutte le esigenze Inoltre, nelle filiali con il banco, i nostri esperti sono a tua disposizione per consigliarti al meglio sulle tipologie e le preparazioni adeguate

La ricetta

Orata in crosta di sale con salsa al limone

Piatto principale per 4 persone

• 4 orate intere di ca. 300 g

• 2 mazzetti d’erbe fresche, ad es. prezzemolo, aneto

• 8 0 g di lemongrass

• 2 limoni

• 4 kg di sale marino

• 1,5 l d’albumi

• 1 scalogno

• 1 cucchiaio di burro

• 1 cucchiaino di farina

• 1,5 dl di panna

• 1 dl di brodo di verdura

Preparazione

Inoltre, è bene ricordare che tutto l’assortimento ittico proviene da fonti so-

Per molti buongustai che seguono la tradizione, il Venerdì Santo è il giorno del pesce per antonomasia. Preparare piatti di pesce squisiti e versatili diventa particolarmente facile rivolgendosi alla Migros, dato che offre una varietà di prodotti freschi per tutti i gusti. Dal pesce intero pregiato ai filetti di pesce pronti per la padella, passando per i frutti di mare fino alle proposte stagionali, nei nostri reparti dedicati ognuno troverà la specialità ideale per realizzare ricette deliziose e sorprendenti capaci di allettare ogni commensale.

stenibili e la gran parte è certificato. Tra le opzioni più in voga durante le occasioni speciali, possiamo per esempio citare il salmone, il branzino, la trota, il merluzzo, il polpo, i gamberi, le cozze... e, naturalmente, l’orata, un pesce molto apprezzato in virtù della sua carne gustosa, tenera e povera di lische.

• 2 cucchiai di crème fraîche

• sale

• pepe

• curcuma

Scaldate il forno ad aria calda a 180 °C. Sciacquate i pesci sotto l’acqua fredda e asciugateli. Tritate le erbe. Tagliate il lemongrass ad anelli sottili. Mescolate entrambi e sistemateli nelle cavità ventrali dei pesci. Tagliate la metà dei limoni a fette. Mescolate bene il sale con gli albumi e versatelo in una teglia formando uno strato alto ca. 1 cm, della grandezza dei pesci. Accomodate le orate sul sale. Distribuite le fette di limone sui pesci e ricoprite il tutto di sale. I pesci devono essere sigillati in una crosta di sale. Cuocete al centro del forno per ca. 25 minuti. Per la salsa, grattugiate la scorza del limone rimasto e spremete il succo. Tritate lo scalogno e fatelo appassire nel burro. Aggiungete la farina e mescolate bene. Incorporate la scorza e il succo di limone, la panna, il brodo e la crème fraîche. Fate sobbollire la salsa per alcuni minuti a fuoco basso. Regolate di sale, pepe e curcuma. Rompete la crosta di sale. Liberate i pesci dal sale e serviteli con la salsa. Accompagnate con pasta alle verdure.

Colomba al caramello e albicocca Buletti
500 g Fr. 24.–
Colomba crunch cioccolato e albicocca Buletti
500 g Fr. 24.–
Oleg Magni

Caccia alle uova di Pasqua

Attualità ◆ Dall’8 all’11 aprile 2026 i tre centri commerciali Migros di S. Antonino, Agno e Locarno ospitano una divertente attività dedicata a tutti i bambini con simpatici premi in palio

Tempo di Pasqua, tempo di uova. Un’antica tradizione folcloristica particolarmente diffusa in molti Paesi durante questa importante festività è la caccia alle uova, dove bambini e non solo si divertono a cercare uova colorate nascoste in giardino, in casa o nel bosco, trasformando il gioco in uno spensierato momento di condivisione per tutta la famiglia. Per allietare le vacanze pasquali, anche il Centro S. Antonino, il Centro Agno e il City Center Lago Locarno hanno organizzato una divertente caccia alle uova dedicata ai visitatori più piccoli. Da mercoledì 8 a sabato 11 aprile 2026, dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.00, tutti i bambini dai 5 ai 12 anni potranno partecipare a questo simpatico gioco, cercando degli adesivi raffiguranti delle uova colorate nascosti all’interno del centro commerciale. Più uova saranno scovate, più grande sarà la ricompensa!

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duuuurata Freschezza

Ricola Ricola menta fresca o lampione e melissa,

La fame delle renne nell’Artico che cambia

Ambiente ◆ Reportage dal Sápmi, l’antica terra dei Sami tra Svezia, Norvegia e Finlandia, dove le stagioni da 8 sono diventate 3 Valentina Musmeci, testo e foto

Nel nord della Norvegia, poco oltre il circolo polare, la famiglia Kalliainen si riunisce ogni domenica su un lago ghiacciato per nutrire le proprie renne. Il branco si muove lento sulla neve compatta. Il ghiaccio sotto gli scarponi non suona più come una volta. La preoccupazione si legge nitida sui volti dei genitori, ormai nonni, e su figli e figlie che partecipano al picnic invernale per nutrire il branco. «Quando ero giovane», racconta Inge Randa, «a fine marzo avevamo sempre meno venti gradi. Sempre. Oggi siamo attorno allo zero. E a gennaio può piovere».

La pioggia invernale è diventata il segnale più evidente del cambiamento. L’acqua penetra nella neve e poi gela. Si forma uno strato duro tra la superficie nevosa, spessa anche mezzo metro o più, e il terreno sopra al lichene, il cibo naturale delle renne d’inverno. Il lichene rimane così intrappolato e le renne non hanno di che mangiare. «È come se il loro cibo fosse chiuso sotto una porta sigillata», dice Randa.

La madre, Siv Mona, prende un blocco di neve e lo taglia con un coltello Sami, mostrandomelo. La sezione rivela strati distinti, croste di ghiaccio alternate a neve umida. «Prima era leggera, polverosa. Ora è pesante, stratificata, intervallata da strati ghiacciati. Non la riconosciamo più. Come fa il naso di una renna, che è come una piccola proboscide o una mano umana, a rompere il ghiaccio? Siamo di fronte ad una piccola estinzione o all’accompagnamento di un processo che già i nostri progenitori Sami avevano intuito».

Un cambiamento misurato dalla scienza, nel quale le loro osservazioni trovano riscontro, in particolare nei dati della ricerca scientifica degli ultimi anni. Una recente review pubblicata su «Global and Planetary Change», Nordic boreo-arctic lands under rapid climatic change, descrive come l’intera regione artico-boreale – inclusi i territori Sami di Norvegia, Svezia e Finlandia – stia sperimentando un riscaldamento più rapido della media globale, con aumento degli eventi estremi e stagioni sempre meno stabili. Non è solo una stagione anticipata, è uno stravolgimento di alti e bassi di temperatura che creano situazioni mai viste.

Per la famiglia Kalliainen, però, il cambiamento non è un grafico. È il numero di balle di fieno da trasportare ogni inverno. È la quantità di Salicornia (Salicornia europaea), nota anche come asparago di mare, erba da raccogliere e poi distribuire in inverno. O il calo della riproduttività dei capi, con una quantità di cuccioli di renna in decrescita ogni anno, se non vengono nutriti con mangimi adatti alle renne, mai somministrati prima. Il punto però è semplice, e pesa sulle spalle degli allevatori: è il numero di capi da nutrire che prima si nutriva da sé. «Prima le renne trovavano tutto da sole», racconta Randa. «Ora dobbiamo integrare sempre più spesso con un processo di raccolta e distribuzione che pesa tutto sulle nostre spalle».

È un costo economico notevole, ma anche simbolico. Le renne sono semi-selvatiche: tradizionalmente seguono i cicli naturali, non dipendono in modo costante dall’uomo.

«Noi le seguiamo», dice Siv Mona. «Non le possediamo come si possiede un animale domestico. La nostra forma di allevamento dipende dall’animale: è il branco che decide quando mettersi in movimento in primavera, diretto verso i mari del nord. La loro rotta punta verso i pascoli estivi, ricchi di erbe e di alghe salate che brucano sulle paludi attorno ai fiordi. Decido-

no loro quando tornare indietro in autunno, sulle colline del nord del Sami, dove si nutriranno del pascolo invernale, composto da licheni sul terreno e sulle piante. Ma quando il clima diventa imprevedibile, dipendono di più da noi. E questo cambia tutto».

La famiglia appartiene a una siida, una cooperativa tradizionale di allevatori formata da diverse famiglie che condividono responsabilità e territorio. È un sistema antico, fondato su conoscenze accumulate per generazioni e che oggi vengono tutelate dal Parlamento Sami, forma di rappre-

Le renne sono semi-selvatiche, ma con i cambiamenti climatici in atto vanno sempre più foraggiate; sotto, la famiglia Kalliainen si riunisce ogni domenica su un lago ghiacciato per nutrire le proprie renne; in basso, il piccolo Mathias distribuisce il fieno.

sentazione dei nativi Sami rispettata anche dai parlamenti svedesi, norvegesi e finlandesi. Ma oggi quelle conoscenze si confrontano con condizioni mai viste prima.

La tundra cambia volto

Non è solo la neve. Studi recenti mostrano che la linea della vegetazione si sta spostando verso nord. Specie tipiche della foresta boreale stanno colonizzando aree di tundra. Questo processo, spesso definito «borealizzazione», non significa che la fascia boreale sia scomparsa. Significa che i confini ecologici si stanno ridefinendo. In parallelo, nuove analisi indicano che una parte significativa della regione artico-boreale sta passando da «pozzo» di CO₂ a fonte netta di emissioni. Un segnale che i cicli biologici millenari del pianeta stanno cambiando.

Per i Kalliainen, tutto questo si traduce in un dato semplice: «Le stagioni non sono più otto come le conoscevamo. Si confondono, tutto si assottiglia». È noto che un tempo i nomi delle stagioni per i Sami erano otto, definizioni precise in cui ogni stagione riflette le variazioni climatiche e le migrazioni delle renne, essenziali per il loro stile di vita. Nel sapere Sápmi esistono decine di parole per descrivere la neve, perché ogni consistenza racconta qualcosa: se le renne possono scavare, se il vento cambierà, se è tempo di spostarsi. Ora compaiono condizioni che non hanno nome e le stagioni si riducono a tre, forse quattro per ciclo annuale.

Un laboratorio climatico ignorato

L’Artico si sta riscaldando più rapidamente del resto del pianeta. È un fatto scientificamente consolidato. Eppure, queste trasformazioni rara-

mente occupano le prime pagine. I disastri ambientali suscitano interesse, ma la ricerca consolidata e i dati di fatto creano una sensazione di preoccupazione che non fa vendere i giornali e che i giornalisti spesso, ottimisticamente, ignorano. Non c’è un singolo evento catastrofico che segni la svolta. Il cambiamento avanza silenzioso: strato dopo strato, come la neve che si ricongela. La scienza lo misura con precisione. I pastori lo osservano nei loro animali. «La cosa che mi preoccupa di più», dice Randa, «è la rapidità dei cambiamenti. Noi sappiamo adattarci, lo abbiamo sempre fatto nella nostra cultura. Ma non a questa velocità. A volte abbiamo l’impressione che il nostro destino sia davvero collegato a quello delle altre popolazioni del mondo. Se una comunità lontana dalle nostre terre non regola le proprie nascite con responsabilità, come possiamo pensare che il peso sull’intero pianeta, e sul nostro fragile mondo di ghiaccio e tundra, non diventi insostenibile? Non possiamo più nasconderci dietro l’ignoranza, fingendo che queste cose non ci riguardino».

Il futuro dell’Artico

«Se il riscaldamento continuerà al ritmo attuale, gli inverni si faranno sempre più imprevedibili. La neve si trasforma in ghiaccio e pioggia, i pascoli delle renne diventano scivolosi e poveri di nutrimento, e noi dobbiamo camminare più lontano, giorno dopo giorno, cercando cibo supplementare per gli animali. La terra del ghiaccio e del vento, che ci ha sempre sostenuti, ci mostra ora la sua fragilità». Non da ultimo si sta osservando in modo sempre più evidente, considerate le specie invasive che hanno distrutto una parte delle steppe artiche di betulle, con insetti parassiti mai visti prima, uno spostamento della vegetazione e trasformazione dei pascoli e dei territori meno stabili a causa del degrado del permafrost.

Uno studio apparso su «Nature Communications», Svalbard winter warming is reaching melting point, mostra che gli inverni artici stanno diventando sempre più miti e instabili, con frequenti episodi di scioglimento e ricongelamento della neve. È esattamente il fenomeno che i pastori descrivono: pioggia su neve, ghiaccio sotto la superficie, difficoltà di accesso al pascolo. Per la famiglia Kalliainen, il cambiamento climatico non è un concetto astratto. È la differenza tra un inverno sostenibile e uno che mette a rischio il branco.

Nel piccolo Mathias, tre anni, che distribuisce il fieno con una pala troppo grande per lui, convivono due tempi: quello antico della tradizione e quello nuovo dell’incertezza.

Le renne continuano a brucare sulla neve umida. Il vento si alza leggero. Nel silenzio del Nord, il futuro climatico del pianeta è già iniziato.

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La nuova geografia

del bisogno in Ticino

Incontri ◆ Marco Silvani, presidente della Fondazione Francesco, ci aiuta a capire come evolve la povertà nel nostro Cantone

Carlo Silini

Il mondo è in fiamme e, rispetto a scenari neppure troppo lontani da noi, la Svizzera è un Paradiso di pace e prosperità. Ma non per tutti. Lo attesta un osservatorio privilegiato delle fragilità sociali in Ticino, la Fondazione Francesco, attiva nell’aiuto ai bisognosi in due centri, uno a Lugano (la Masseria) e uno a Locarno (Casa Martini). È col suo presidente Marco Silvani che cerchiamo di capire lo stato della povertà nel nostro Cantone. «Negli ultimi anni – ci spiega – la Fondazione ha registrato un forte aumento delle richieste, con un picco nei pasti distribuiti (quasi +50% dal 2022) e un cambio di composizione dell’utenza: se anni fa 6 persone su 10 non erano svizzere, oggi gli stranieri sono solo 3 su 10. È un segnale che la fragilità sta colpendo in misura crescente anche la popolazione residente». La sua impressione è suffragata dai numeri: diverse analisi recenti ricordano che quasi una persona su quattro è a rischio povertà, con un divario marcato rispetto alla Svizzera tedesca. Dietro il dato, un mix di fattori: salari relativamente più bassi, premi di cassa malati più alti della media, rincari diffusi sul carovita.

Due centri, bisogni diversi

«A Lugano (Centro Bethlehem, Masseria della Solidarietà) il flusso è ampio e variegato – spiega Silvani –con una mensa che oggi serve nell’ordine di 80-90 pasti al giorno e servizi “invisibili” ma essenziali: docce, lavanderia, cambio abiti, accesso a internet, orientamento sociale per pratiche amministrative, sanitarie e di ricerca lavoro. Servizi che non hanno prezzo, ma hanno un costo, perché implicano tempo e professionalità degli operatori sociali».

E a Locarno (Casa Martini)? Qui i numeri sono più contenuti per i pasti (40-50 al giorno), «ma abbiamo una forte crescita dei pernottamenti d’urgenza: l’aumento di persone collocate dai servizi sociali – tra cui richiedenti asilo e nuclei familiari in transito – richiede vegliatori notturni e turnazioni professionali, con relativi costi del lavoro. Anche laddove è previsto un contributo pubblico legato al convenzionamento per i posti letto, la sostenibilità resta una sfida».

Cosa serve davvero

La scommessa quotidiana per chi si occupa di queste emergenze, è l’equilibrio tra sostenibilità economica e ampiezza dell’assistenza. La Fondazione, per scelta, non sollecita sussidi pubblici generali (se non per progetti specifici) e si regge su donazioni, lasciti e una costellazione di micro-entrate: dalle bancarelle ai piccoli eventi, fino al «pasto sospeso» (5 franchi a fine conto nei ristoranti aderenti), che nel 2025 ha portato più di 40’000 franchi e si sta estendendo anche a Locarno. «Ma i costi – dagli stipendi al rincaro dei contributi sociali e dei consumi – corrono più dei ricavi» osserva Silvani. «In cifre, il “fatturato” (ovvero il totale costi annuale) si avvicina a 1,5 milioni di franchi: ogni rivolo conta, anche la marmellata

venduta alla bancarella, perché genera passaparola e allarga la base sociale di chi sostiene i centri. Ma è chiaro che oggi servono donatori stabili, lasciti programmati, partner privati e club di servizio che prendano in carico progetti dedicati – per esempio un fondo per affitti e premi di cassa malati, o la copertura di turni notturni a Casa Martini».

La socialità come bene primario

Di cosa hanno maggiormente bisogno gli utenti delle strutture della Fondazione? «Quando si chiede agli ospiti che cosa manca di più, la risposta ci spiazza: la socialità. Non (solo) il pasto o il guardaroba, ma uno spazio in cui ritrovarsi, giocare a scacchi, ascoltare musica, scambiare esperienze e consigli di sopravvivenza. La Masseria – con la locanda e le iniziative comuni come la castagnata – ha creato un’osmosi virtuosa con la città, accorciando le distanze tra chi aiuta e chi chiede aiuto».

La questione di Chiasso

La Fondazione ha bisogno di aiuto, ma recentemente è stata sfiorata da un caso che ha fatto discutere. Fra Martino Dotta è il direttore della Fondazione Francesco ma anche, secondo il Registro di commercio, socio e gerente della Reab Sagl, società attiva nella gestione di appartamenti a pigione moderata per persone in difficoltà. Tra fine estate e autunno 2025, a Chiasso sono stati eseguiti otto sfratti in stabili amministrati da terzi ma con pigioni intermediate dalla Reab: alla base, affitti non versati per oltre 100’000 franchi. La cronaca ha documentato situazioni

Mangiare bene spendendo poco

Incontro di informazione e sensibilizzazione ad un’alimentazione equilibrata.

di particolare fragilità tra gli inquilini e l’attivazione di soluzioni d’emergenza con il supporto dei servizi sociali.

«Facciamo chiarezza su questo punto – spiega Marco Silvani – Reab Sagl è un soggetto giuridico distinto e fuori dal perimetro della Fondazione: le decisioni prese da Reab non coinvolgono la governance della Fondazione. Negli anni 2021-2023 la Fondazione ha concesso tre prestiti a Reab, parzialmente rimborsati: oggi la posta è a bilancio e potrà generare una sopravvenienza passiva se non rimborsata. Il Consiglio ha inoltre posto un argine: niente nuovi prestiti per ripianare eventuali disavanzi di Reab. È, per la Fondazione, un confine netto, ribadito dopo i fatti di Chiasso».

Il doppio ruolo di fra Martino –direttore della Fondazione, socio e gerente di Reab – non deve far dimenticare la separazione sostanziale oltre che formale tra le due entità, per salvaguardare ciò che conta: la continuità dei servizi a favore dei più fragili. Per il momento, in ogni caso, la questione chiassese è ancora aperta.

Un appello pragmatico

Ciò detto, servono risorse (economiche e umane) per mantenere aperte e professionali due strutture che offrono pasti, igiene, orientamento e alloggio d’urgenza tutti i giorni dell’anno. Chi vuole sostenere il Centro Bethlehem e Casa Martini può farlo con donazioni, lasciti, iniziative di raccolta (anche micro), o aderendo a progetti come il pasto sospeso che hanno già mostrato concreta efficacia. Sono le piccole fedeltà a fare la differenza, quando i bisogni crescono e i margini si assottigliano.

Nell’ambito di «Comuni promotori dell’ invecchiamento in salute» proponiamo un incontro gratuito grazie al sostegno dell’Ufficio del Medico Cantonale e di Promozione Salute Svizzera.

Il prossimo appuntamento

Contra Sala comunale

Martedì 21 aprile 2026

Dalle 14.30 alle 16.00

Relatrice: Senayda Laloli, dietista diplomata

Al termine merenda offerta

Annunciarsi a: Gabriele Brughelli gabriele.brughelli@sunrise.ch

In collaborazione con l’Ufficio del Medico Cantonale nell’ambito del Programma d’azione cantonale «Promozione della salute» 2025-2028, con il sostegno di Promozione Salute Svizzera

Una veduta della Masseria di Lugano e, sotto, Casa Martini a Locarno (dal profilo Facebook di Casa Martini)

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Le parole dei figli

Rage bait

«Non rage baitarmi!», risponde stavolta la mia diciassettenne Clotilde a una delle solite domande con cui provo a capire cosa le passa per la testa e che lei, invece, liquida come stupide. I rage bait sono contenuti online progettati deliberatamente sui social per suscitare rabbia o indignazione, con l’obiettivo di aumentare il successo di un post o di un reel. Il neurone comincia a frullarmi in testa: cosa vuole dirmi l’adolescente? Non senza sforzo, e con qualche richiesta di aiuto, arrivo a capire che mi sta accusando di dire apposta cose per farla innervosire. Ne Le parole dei figli il meccanismo in cui mi sono imbattuta mille volte per lavoro diventa così una situazione tragicomica: io sarei l’artefice di provocazioni costruite al solo scopo di farla irritare. Ammetto: ogni tanto potrei farlo con mio marito Riccardo, come quando gli ho detto che avrebbe

Terre Rare

dovuto mettersi una crema contro la pelle secca mentre il tennista Federer si giocava il match point a Wimbledon. Ma con un’adolescente, che va già presa normalmente con le pinze, no: il rage bait non lo farei mai. Rage bait è un composto delle parole inglesi rage, che significa «violento scoppio d’ira», e bait, un «boccone di cibo invitante». In sintesi, possiamo considerare come traduzione letterale: «esca di rabbia». Lo scorso primo dicembre l’Oxford University Press, l’ente che pubblica l’Oxford English Dictionary, l’ha scelta come parola del 2025. «Il termine rage bait è stato utilizzato per la prima volta online in un post su Usenet nel 2002 per indicare la reazione di un automobilista abbagliato da un altro che voleva sorpassarlo, mettendolo in stato di agitazione – scrive l’Oxford University Press –. Il termine è poi diventato sinonimo di contenuti progettati

Paradossi digitali

La rassegna stampa con le notizie legate all’invasione dell’«alieno IA» non si ferma mai. La nuova tecnologia è uno spunto di sorprese e disappunti ormai inarrestabile. In questi giorni si registrano varie segnalazioni il cui tono è ormai quasi prevalentemente allarmistico. Riportiamo qui ad esempio quella relativa all’iniziativa di un gruppo di scrittori anglosassoni che hanno pubblicato un «libro bianco» di protesta contro la cannibalizzazione del loro lavoro da parte delle aziende che «nutrono» l’IA. Queste userebbero i loro libri per i voraci circuiti di memoria, senza curarsi della questione dei diritti d’autore. Il volumetto si intitola Don’t steal this book (Non rubate questo libro) e nel suo stesso titolo indica la richiesta precisa rivolta ai gestori IA. I quali, ad ogni modo, saranno impediti nell’esercizio illegale dal fatto che le pagine sono completa-

mente bianche. Contengono soltanto i nomi degli autori associati all’impresa, tra cui il premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro. (La trovata ci ricorda, fatte le debite proporzioni, e lo segnaliamo qui per puro affetto, la bizzarra iniziativa del nostro stimato collaboratore Ennio Peres, che aveva scritto un divertente Manuale per vincere sicuramente al Lotto. Il libro era composto da pagine bianche, visto che l’operazione è del tutto impossibile). Fuori dallo scherzo, l’iniziativa editoriale ci segnala un problema la cui risoluzione in realtà è complicatissima eppure fondamentale. Ci meraviglia che non sia quella principale, cardinale, su cui dovrebbero appuntarsi le attenzioni degli apparati giuridici internazionali. Come è possibile che un simile saccheggio di informazioni (che continua imperterrito giorno dopo giorno, e che molto probabil-

Approdi e derive

Il

per suscitare rabbia attraverso la loro natura frustrante, offensiva o deliberatamente divisiva ed è oggi di uso comune nelle redazioni e tra i creatori di contenuti. È anche una tattica collaudata per stimolare l’engagement (ossia il successo di un post o di un reel misurabile in visualizzazioni, like e condivisioni)». E la rabbia, ormai l’abbiamo capito, è il sentimento più facile per alzare l’engagement sui social.

La mia convinzione, però, è che i Gen Z per lo più non siano leoni da tastiera spargi-odio, ma piuttosto vittime di questi meccanismi. E lo penso principalmente per tre ragioni. Uno: il rage bait nella loro quotidianità onlife lo vedo perlopiù usato in modo ironico; se ne escono, cioè, con frasi talmente stupide da essere consapevoli, nel dirle, che innervosiranno l’interlocutore (come quando una ragazza, che vuole prendere

in giro l’amico super sportivo, gli domanda: «Ma se tu fossi atletico, che sport faresti?»). Due: come mi spiega la mia amica Valeria Massarelli, a capo della comunicazione di DeRev specializzata in strategie social, i Gen Z sono in larga parte consumatori passivi dei social (pochi scrivono, tutti gli altri scrollano). Tre: a dare man forte alla mia idea c’è un sondaggio del 21 marzo 2025 di Amnesty International: i Gen Z indicano come promotori di narrazioni divisive online i personaggi pubblici e gli influencer. Secondo il sondaggio, il 50% dei maschi intervistati considera il divo della manosphere Andrew Tate una delle principali fonti di misoginia online; tra le femmine Donald Trump viene segnalato dal 58% come uno dei maggiori responsabili della polarizzazione. Il 61% degli intervistati ritiene che la retorica e le azioni dei leader politici stiano ali-

mentando la tossicità online, mentre il 47% attribuisce un peggioramento del problema alle dichiarazioni e alle scelte dei leader delle piattaforme tecnologiche. Insomma, i giovani vedono come responsabili dell’imbarbarimento della rete principalmente gli adulti di potere. A questo proposito Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, ci consegna una riflessione: «L’indignazione genera coinvolgimento, gli algoritmi la amplificano e l’esposizione costante lascia mentalmente esausti». Qui ritornano Le parole dei figli che abbiamo già analizzato: il doom scrolling (scorrimento compulsivo e passivo dei contenuti) e il brain rot (sensazione di intorpidimento mentale da eccesso di contenuti online). E tutto questo ci porta a capire che la cosiddetta Generazione Ansia non nasce da sola: la stiamo crescendo noi adulti.

mente si nutre anche delle righe che trovate in questo stesso giornale, dei contenuti che postate ogni giorno sul vostro profilo Facebook, sui messaggi che scrivete tramite il vostro indirizzo di Gmail, e, temiamo, anche sul vostro Whatsapp personale, nelle interazioni con la chat IA Llama) sia stato reso accettabile, normale, dopo che per anni le istanze di controllo hanno criminalizzato e sanzionato gli usi di scambio di files e di software tramite programmi peer-to-peer? Per non parlare delle campagne colpevolizzanti di cui siamo stati oggetto ogni volta che ci sedevamo in una poltrona del cinema, oppure all’inizio di un DVD legalmente acquistato («La pirateria è un crimine! Non renderti colpevole! Scaricare è un reato!»). All’improvviso sembra che tutti i fornitori di servizi IA si siano dimenticati di quanto desse fastidio, di quanto fosse nociva

cammino di hybris, dal mito ai disastri

Hybris, ovvero tracotanza e dismisura, appaiono oggi protagoniste indiscusse di uno scenario politico sempre più inquietante. C’è da chiedersi se non si stia consumando la definitiva sconfitta del valore del limite, di quel nulla di troppo che ha alimentato la riflessione etica dalla saggezza antica fino al pensiero moderno.

Con questa domanda in testa ho ripensato ad alcuni racconti contenuti nelle

Metamorfosi di Ovidio, scritte tra il 2 e l’8 d. C. Questo denso poema in 15 libri racconta figure eterne dell’umano che hanno profondamente influenzato la cultura occidentale: Dante, Petrarca, Ariosto, Shakespeare, per citare solo alcuni grandi nomi, ne hanno ripreso e rielaborato temi che interrogano, in forme diverse, la complessità dell’umana condizione e il difficile equilibrio con cui l’uomo si pone tra la natura e il divino. Temi eterni di cui la potenza delle narrazioni mitologiche conserva quell’eccedenza del senso che la ra-

zionalità occidentale ha via via rimosso. Nel caos attale di guerre terribili e di orribili genocidi, ho ripensato in particolare alle metamorfosi di Aracne e di Niobe, figure esemplari della hybris che ben rappresentano i deliri di onnipotenza con cui siamo sempre più confrontati. «Dai retta a me, ambisci pure ad essere la più grande tessitrice tra i mortali ma non competere con la dea». Così Pallade, travestita da vecchia, si rivolge inutilmente ad Aracne, per cercare di contenere quella smisurata sfrontatezza con cui l’aveva sfidata. Rivelata la sua identità, la figlia di Giove accetta la sfida, mentre la vergine «corre per insensata bramosia di gloria verso la sua rovina».

Ovidio intreccia la violenza del dialogare con una descrizione poetica della filatura e dei colori che danzano sul telaio con cui ciascuna di loro sviluppa un’antica storia. Un racconto straordinario, contenuto nel libro VI, che si conclude con la distruzione, da par-

te della dea, dell’opera della vergine e con la sua spaventosa metamorfosi in ragno. Niobe aveva conosciuto Aracne ma la punizione della sua conterranea non bastò a persuaderla a non competere con gli dei del cielo. Anche lei si sente divina, pretende di essere venerata e incita il popolo alla disubbidienza nei confronti della dea Latona. Una storia cruenta in cui verranno uccisi tutti i suoi figli e lei, impietrita dal dolore, trasformata in una montagna. In queste metamorfosi il castigo degli dei diventa simbolo del bisogno di tenere sotto controllo il caos, eterna minaccia per la vita del cosmo. In un linguaggio profondamente diverso da quello dei filosofi, anche in questi racconti si esprime, seppur sottotraccia, il valore della misura e del limite Alla vittoria degli dei sulla tracotanza umana non sembra però sia corrisposta, nel pensiero filosofico, una altrettanto sicura e stabile vittoria del valore

all’industria digitale la libera distribuzione di contenuti.

La situazione è decisamente paradossale ma d’altro canto quando una tecnologia diventa un settore trainante dell’economia, le carte in tavola cambiano. La realtà delle cose è che, al punto in cui siamo, nessuno ha più il coraggio di tirarsi indietro: le aziende, che hanno bisogno di continui investimenti per finanziare il proprio business (il quale peraltro non è ancora del tutto redditizio), gli investitori che chiedono di vedere finalmente un ritorno di dividendi dalle azioni che hanno acquistato, finiscono per condizionare una dinamica dalle dimensioni incalcolabilmente assurde.

L’altra notizia che colpisce, infatti, è quella dell’azienda InvestCloud Italy di Venezia, attiva nel settore informatico, i cui responsabili hanno deciso di licenziare in massa i propri 39 dipen-

denti e puntare totalmente sulle capacità di programmazione dell’Intelligenza artificiale. Uno scenario che si paventava da tempo ma che era ritenuto abbastanza improbabile («Ci sarà sempre bisogno di qualcuno che controlla il lavoro dell’IA, quindi non c’è pericolo» si diceva) si dimostra una realtà dolorosa. Chi temeva che i giornalisti fossero i primi sulla lista di proscrizione a causa dell’IA (in realtà si possono riciclare magari come «Social manager»…) si accorge che oggi sono proprio gli informatici ad essere in via d’estinzione. Grande paradosso della tecnologia… A tutti gli «IA scettici» bisognosi di conforto consigliamo la lettura del bel libro di Bruno Giussani La mente sotto assedio (Casagrande Editore). Abbiamo bisogno di idee chiare e costruttive, di questi tempi. Lì dentro ce ne sono molte. Per fortuna.

del limite come condizione di una piena espressione della nostra umanità. Limite e misura hanno dovuto infatti sempre confrontarsi con quella hybris che, a partire dalla potenza degli eroi omerici, permane come un volto mai sopito della natura umana.

La polis di Socrate e di Platone è il luogo inaugurale del confronto con queste potenti rappresentazioni culturali di cui si fanno interpreti i sofisti. «La giustizia è l’utile del più forte» afferma Trasimaco nella Repubblica di Platone: una bella sfida etica ancora di grande attualità. Il conflitto tra i valori di una vita misurata e il desiderio invincibile di dismisura emerge anche da queste pungenti parole, raccontate dallo storico Senofonte, con cui un sofista si rivolge a Socrate: «Vivi in modo che neppure uno schiavo sottoposto al regime del padrone sopporterebbe, indossi un mantello modesto, lo stesso d’estate e d’inverno, giri scalzo senza tunica, non ti appropri di ricchez-

ze… sei un maestro di infelicità…». A partire da questi momenti inaugurali, la riflessione etica è stata sempre attraversata, con sfumature diverse, da un continuo richiamo al valore della misura come radice della nostra comune appartenenza all’umanità. Eppure l’ homo homini lupus di hobbesiana memoria continua, oggi sempre ancora, ad essere una spina nel fianco e a minacciare la fiducia in questo valore che dall’antichità arriva a illuminare le famose e impegnative parole di Kant: «Agisci in modo da trattare l’umanità sempre come un fine». Rispetto a questo impegno etico oggi siamo messi molto male: l’insensata bramosia di gloria, di cui parla Ovidio, non sembra proprio portare alla rovina i potenti come accadde ad Aracne. Mentre rimane di preoccupante attualità anche il rimprovero rivolto dai sofisti a Socrate, considerato con disprezzo maestro di infelicità per il suo rifiuto ad appropriarsi di ricchezze.

di Lina Bertola
di Simona Ravizza
di Alessandro Zanoli

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ATTUALITÀ

Tornando al «caso Epstein»

Come può un sistema tanto orribile esistere e perdurare? Parla la sociologa Barbara Poggio

Pagina 16

Nell’era post-americana

Dall’invasione russa dell’Ucraina a una nuova stagione di conflitti, in un mondo senza alternative

Pagina 17

Focus sulla Spagna

Tra burrasche interne e aperture al mondo: il doppio fronte di Pedro Sánchez, schierato contro Trump

Pagina 18

La Chiesa e l’orrore bellico

Le difficoltà del Papa e delle comunità cattoliche del Medio Oriente alla vigilia della Pasqua

Pagina 19

Affitti alle stelle: la nuova emergenza abitativa

Svizzera ◆ Il mercato dell’alloggio diventa tema di campagne elettorali, ma nessuna soluzione si delinea all’orizzonte

Sembra proprio che le abbia provate tutte, il presidente della Confederazione Guy Parmenlin. Lo scorso 18 marzo, davanti al Consiglio Nazionale, il ministro dell’economia ha ricordato gli sforzi compiuti in questi ultimi anni dal suo Dipartimento per affrontare l’esplosione sempre più diffusa dei prezzi degli alloggi. «Abbiamo aperto una serie di discussioni sul diritto di locazione. Ho invitato tutte le parti interessate a partecipare a incontri e tavole, non solo rotonde, ma anche quadrate e rettangolari. Abbiamo provato di tutto, ma i problemi non sono stati risolti». E i problemi in questione sono quelli del mercato dell’alloggio svizzero, in un Paese in cui il 60% delle persone vive in affitto e in cui si fatica sempre più a trovare un tetto a prezzi abbordabili. E questo non soltanto nelle grandi città ma anche in diverse altre regioni della Svizzera, a cominciare da quelle a vocazione turistica. Basti dire che nel corso del 2025 il tasso di appartamenti vuoti su scala nazionale si è aggirato attorno all’1%, una cifra molto bassa che è sinonimo, secondo gli esperti del settore, di «emergenza abitativa».

A Zurigo si vedono file di persone incolonnate lungo i marciapiedi, in attesa di poter visitare un appartamento

Parmelin era intervenuto durante una cosiddetta «sessione straordinaria» voluta dal Consiglio nazionale per affrontare proprio questo argomento che, con la sanità, rappresenta una delle più grandi preoccupazioni dei cittadini svizzeri, come emerge regolarmente dalle ricerche demoscopiche sui principali grattacapi della nostra popolazione. La «sessione straordinaria» in questione ha fatto emergere, ancora una volta, l’assenza di una soluzione di compromesso sulle misure da adottare per cercare di calmierare questo mercato. A sinistra si punta il dito contro i proprietari e contro i grandi gruppi – banche, assicurazioni e casse pensioni – che in questi ultimi anni hanno intensificato i loro investimenti nel settore immobiliare, con lo scopo, si dice a sinistra, di massimizzare il più possibile i loro profitti, alzando a dismisura il livello delle pigioni. Non per nulla il fronte progressista fa spesso riferimento ad uno studio del 2022 realizzato dall’istituto di ricerca Bass, con sede a Berna. Un’analisi che è giunta a questa conclusione: ogni anno in Svizzera vengono pagate pigioni in sovrapprezzo per un totale di dieci miliardi di franchi. E questo perché manca un vero e proprio sistema di controllo pubblico sul livello degli affitti e sui loro aumenti. Per i partiti

borghesi – PLR, Centro e Verdi liberali – il problema sta invece soprattutto nell’eccessiva regolamentazione del mercato delle costruzioni. L’edilizia si trova troppo spesso imbrigliata in norme, permessi e burocrazia, per questo motivo non riesce ad accrescere l’offerta di spazi abitativi, così da poter soddisfare una domanda ormai galoppante. Da qui la penuria sempre più diffusa di spazi liberi, basti ricordare che a Zurigo si sono viste, anche di recente, file di persone incolonnate lungo i marciapiedi, in attesa di poter visitare un appartamento da affittare o da acquistare. I dati dicono che, sempre a Zurigo, solo sette alloggi su diecimila sono liberi, tasso tra i più bassi al mondo. Un quadro estremamente preoccupante, in cui i prezzi delle abitazioni non possono che gonfiarsi a dismisura, anche se si registrano comunque delle differenze regionali, il Ticino ad esempio non si trova in una fase di emergenza così acuta.

Tornando al recente dibattito parlamentare va ricordata anche la posizione dell’UDC. Per il primo partito svizzero la colpa di questa crescente tensione immobiliare è soprattutto

dell’immigrazione, per questo i democentristi hanno utilizzato il recente dibattito sul mercato dell’alloggio per lanciare, già dal Parlamento, la loro iniziativa detta «per la sostenibilità». Un’iniziativa su cui voteremo il prossimo 14 giugno e che chiede di introdurre un tetto massimo della popolazione nel nostro Paese, fissato attorno ai 10 milioni di persone. Per rispettare questa soglia, a detta dell’UDC, occorrerà anche denunciare l’accordo sulla libera circolazione delle persone sottoscritto con l’Unione europea, sempre che non sia «possibile invocare una clausola di eccezione».

Un’iniziativa propone un meccanismo «automatico e periodico» per controllare il livello degli affitti e contrastare gli abusi

Il mercato dell’alloggio sarà dunque al centro della campagna che porterà a questa votazione popolare, su cui l’UDC gioca molte delle sue carte per sabotare gli accordi bilaterali con l’Ue, quelli oggi in vigore e anche

quelli che sono stati negoziati in questi ultimi anni per stabilizzare e sviluppare le nostre relazioni con Bruxelles. Un pacchetto su cui voteremo probabilmente nel 2028. Ma al capitolo «alloggio» c’è anche un’altra iniziativa che si affaccia sullo scacchiere politico svizzero, quella che chiede di proteggere questo mercato dalle «pigioni abusive». L’iniziativa è stata lanciata dall’Associazione svizzera degli inquilini ed è sostenuta da un’alleanza di cui fanno parte i partiti della sinistra, i principali sindacati e Caritas svizzera. La raccolta delle firme è tuttora in corso, per una modifica costituzionale che chiede l’istituzione di un chiaro meccanismo «automatico e periodico» per controllare il livello degli affitti e per lottare contro gli abusi. In altri termini si tratta di andare al di là dell’obiettivo, definito in termini generici, già iscritto nella Costituzione svizzera, che all’articolo 41 recita: «La Confederazione e i Cantoni si adoperano affinché (…) ognuno possa trovare, per sé stesso e per la sua famiglia, un’abitazione adeguata e a condizioni sopportabili». Va detto che su questo fronte si è mosso di recente anche il Consiglio federale. Lo

scorso 26 febbraio ha aperto una procedura di consultazione per una riforma di un’ordinanza proprio sul tema del controllo degli affitti. Nel farlo il Governo si basa sulla prassi del Tribunale federale e sul Codice delle obbligazioni, che vieta «le pigioni abusive con le quali è ottenuto un reddito della cosa locata».

Il nodo principale da sciogliere sembra proprio quello della regolamentazione e dell’intervento dello Stato in questo mercato. A livello politico non si delineano compromessi possibili, tra chi chiede a gran voce che lo Stato si assuma almeno parzialmente questo incarico e chi invece ritiene che l’autorità pubblica non debba intromettersi in una questione fondamentalmente privata. E qui, in conclusione, val la pena di tornare alle parole di Parmelin in Parlamento. Rimproverato da un deputato di essere troppo passivo su questo fronte, il ministro dell’economia ha sottolineato come in questi anni non si sia mai riusciti a trovare un compromesso su questo aspetto. «A l’impossible nul n’est tenu», ha concluso – forse in modo troppo pilatesco – il presidente della Confederazione.

Roberto Porta
Per molti trovare un appartamento a prezzi abbordabili è ormai un’impresa. (Freepik)

Sistema Epstein, come ci si è arrivati?

L’intervista ◆ La sociologa Barbara Poggio analizza le forme attuali della violenza di genere e propone strumenti per contrastarla

Quando l’attenzione pubblica sul «sistema Epstein» sembra affievolirsi, complice il frastuono delle guerre che monopolizzano le prime pagine, vale la pena tornare sulla vicenda. Ciò che inquieta davvero – ripensandoci – non è solo l’orrore dei fatti in sé, ma la facilità con cui un’immensa rete di potere, denaro, abusi sessuali e violenze ai danni di ragazze, spesso minorenni, ha potuto prosperare nell’impunità più totale per lungo tempo. Sono in molti ad essersi voltati dall’altra parte: un silenzio che, di fatto, è diventato complicità. Come possono meccanismi così distruttivi trovare spazio nelle società che definiamo «avanzate»?

Lo abbiamo chiesto a Barbara Poggio, sociologa e docente all’Università di Trento, specializzata in studi di genere, lavoro e disuguaglianze. «L’intreccio tra genere, potere e vulnerabilità nelle società occidentali restituisce un quadro profondamente ambivalente», osserva. «Da un lato si assiste a un ampliamento dei diritti e della libertà individuale, mentre il tema della parità acquista visibilità; dall’altro lato persistono gerarchie profonde che, pur essendo meno visibili di un tempo, continuano a tradursi in differenze concrete nelle esperienze di vita tra uomini e donne, nelle opportunità effettivamente accessibili». Queste differenze non sono dovute a una fragilità «naturale» delle donne – continua Poggio – ma al fatto che spesso queste si trovano in posizioni meno riconosciute e sono più esposte a pressioni, ricatti o forme di sfruttamento. «Quando il potere sconfina nella prevaricazione si riattivano rapporti sociali che legittimano alcuni a occupare più spazio, decidere, oltrepassare confini e imporre la propria volontà».

La rappresentazione del potere continua a rifarsi a modelli di autorevolezza e aggressività storicamente associati al maschile

La dinamica descritta non cancella però un dato importante: più donne riescono ad emergere anche in campi considerati tradizionalmente territorio maschile. Basti pensare a figure come Christine Lagarde, oggi alla guida della BCE, o Kristalina Georgieva, che dirige il FMI. Ciò non toglie che devono superare ostacoli di non poco conto. «I meccanismi che riproducono la distribuzione asimmetrica del potere tra i generi sono molteplici e operano su diversi livelli», osserva la nostra interlocutrice. «Si parte dalla socializzazione: dal modo peculiare in cui vengono cresciuti/e bambini e bambine, dalle diverse aspettative che le famiglie hanno nei loro confronti, dai percorsi scolastici che talvolta contribuiscono a consolidare le disparità». Un ruolo decisivo, sottolinea in se-

guito Poggio, è svolto dai media: tradizionali, come televisione e radio, ma soprattutto dai social che hanno una natura profondamente ambivalente (possono ampliare lo spazio pubblico e la libertà di espressione ma anche distorcerli e manipolarli) e polarizzante (non si limitano a ospitare opinioni diverse, spesso le amplificano e le estremizzano). «I social non solo riproducono modelli tradizionali ma talvolta generano vere e proprie dinamiche di violenza. Pensiamo all’ hate speech (linguaggio pieno d’odio): molte ricerche mostrano che è rivolto soprattutto alle donne, in particolare a quelle che prendono parola nello spazio pubblico».

Anche nel mondo del lavoro bias e stereotipi sono duri a morire. Ad esempio le donne vengono conside-

rate meno adatte ai ruoli tecnici o di leadership, e questo le penalizza nel reclutamento e nelle promozioni. La maternità viene vista come un limite, così molte vengono escluse da incarichi di responsabilità «perché potrebbero avere meno tempo» o «avere la testa altrove».

Un’altra questione – afferma la sociologa – riguarda la rappresentazione del potere, ancora fortemente legata a modelli di autorevolezza, decisionismo, ambizione e aggressività associati dalla notte dei tempi al maschile. Pensiamo ai tavoli dove si assumono decisioni sulle guerre… A questo punto una precisazione va fatta: non tutti gli uomini condividono visioni retrograde e non tutte le donne sono attente a questi temi: alcune, pur arrivando in posizioni di potere co-

Dall’ondata di documenti alla guardia carceraria

Jeffrey Epstein (nella foto in alto) è stato un finanziere e criminale statunitense legato a figure di alto profilo, tra cui Donald Trump, Bill Clinton e Bill Gates, al centro di una mostruosa rete di potere, denaro e sfruttamento sessuale di giovanissime ragazze, spesso minorenni, che è perdurata per anni. Accusato anche di traffico di minori, è morto in carcere nel 2019 in circostanze controverse. Negli ultimi mesi è stata resa pubblica una vasta raccolta di documenti relativa alle sue attività e ai suoi contatti, nota come «Epstein Files», ma molte pagine e allegati risultano oscurati o scomparsi, secondo fon -

ti che monitorano gli archivi digitali. Intanto, settimana scorsa, a Parigi è stata perquisita la banca Edmond de Rothschild nell’inchiesta finanziaria collegata al caso: nel mirino l’ex dipendente e diplomatico Fabrice Aidan. Fra i reati che si configurano troviamo quello di «corruzione passiva di un agente pubblico straniero». Aidan, citato più volte nei dossier Epstein, è stato di recente licenziato dal gigante dell’energia Engie. Sono proseguiti anche gli accertamenti sul ruolo della guardia carceraria che ha visto Epstein nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan la sera prima della sua morte.

me espressione di una volontà politica di cambiamento, finiscono per riprodurre gli stessi modelli, diventandone paradossalmente una legittimazione. «Più che contrapporre donne e uomini in astratto, bisognerebbe interrogare i modelli di maschilità e femminilità che una società incoraggia, legittima o premia», specifica Poggio. «Altri meccanismi che perpetuano le disparità sono le reti informali, le reti di cooptazione. Il caso Epstein evidenzia come il potere possa circolare attraverso reti maschili che intrecciano dinamiche di dominio e dimensioni sessuali, eludono le regole fondamentali e si tutelano dall’interno». Perché comportamenti così gravi possano realizzarsi e persistere, devono esserci complicità, convenienze, silenzi, opacità. Serve un sistema di soggetti ricattabili o che traggano vantaggi tali da permettere a quel modello di funzionare nel tempo. Si tratta di un fallimento istituzionale, sottolinea Poggio: le istituzioni proteggono più le reputazioni che le persone. Ed è anche un fallimento culturale: si fatica a credere alle vittime, soprattutto se giovani e poco note, mentre si attribuisce ai potenti una sorta di intoccabilità. «A tutto questo si aggiunge la dimensione economica: la dipendenza materiale. Epstein garantiva alle sue vittime benefit concreti, che le rendevano più vulnerabili. C’è poi la dipendenza simbolica: l’accesso a risorse e ambienti privilegiati, un capitale di relazioni che rendeva ancora più difficile denunciare». Un gran buco nero insomma. Ma i fenomeni preoccupanti sottolineati dall’intervistata non si esauriscono nel circuito di potere e violen-

za emerso nel caso Epstein. Poggio richiama infatti un’altra dinamica sempre più visibile negli ultimi anni: «Quando le cose iniziano a cambiare, quando le persone denunciano e dicono no alla violenza, emerge una reazione di contrattacco. È una reazione aggressiva, che nega l’esistenza stessa del problema. Le reti della manosfera (comunità online maschili che amplificano contenuti antifemministi e misogini) si inseriscono proprio in questo tentativo di riportare indietro le lancette, alimentato anche dalle tensioni del periodo storico: pandemia, guerre, frustrazione diffusa». È ciò che viene definito backlash: la spinta a ristabilire l’ordine precedente proprio quando l’uguaglianza avanza. Esempio di questo clima di rivalsa e negazione estrema: i gruppi social che si richiamano a Filippo Turetta, il ragazzo che ha ammazzato la sua ex fidanzata Giulia Cecchettin nel 2023. Uno dei tanti femminicidi che si consumano in Italia – oltre un centinaio ogni anno – e che non risparmiano la Svizzera. I dati relativi alla criminalità 2025, pubblicati dall’Ufficio federale di statistica settimana scorsa, parlano di 19 femminicidi all’interno di relazioni di coppia o tra ex partner, e di altri 30 tentati.

Quando le cose iniziano a cambiare, quando le persone denunciano e dicono no, emerge una reazione di contrattacco

Ma quali sono gli strumenti che possono aiutarci a smantellare questi circoli viziosi? Come educare ragazze e ragazzi a un rapporto più equilibrato con il potere? «Le strade possibili, se ci fosse la volontà politica, sono molte», dice Poggio. «Non bisogna intervenire solo quando la vicenda arriva alle cronache, ma occorre prevenire: lavorare sull’educazione, sul rispetto dei confini, sul valore della diversità e della reciprocità. Serve mettere in discussione i modelli di maschilità fondati su controllo, invulnerabilità e impunità, e allo stesso tempo rimettere in discussione i modelli tradizionali di femminilità legati alla subalternità, al non prendere voce, al restare un passo indietro. Bisogna insegnare a ragazzi e ragazze a riconoscere le asimmetrie, i modelli problematici veicolati dai media. E non mancano segnali incoraggianti: esiste un linguaggio per nominare dinamiche prima invisibili, c’è una maggiore attenzione pubblica e le giovani generazioni mostrano, generalmente, una sensibilità più forte al tema. Il percorso verso la parità però non è lineare, procede tra avanzamenti e arretramenti. Ma almeno il silenzio è stato rotto. E i social, pur con molte criticità, possono anche diventare strumenti per informarsi, confrontarsi e segnalare abusi: usiamoli con criterio».

alleAccanto terme Leukerbaddi
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Il tramonto dell’ordine americano

Stati Uniti ◆ Dall’invasione russa dell’Ucraina a una nuova stagione di rivalità e conflitti, in un mondo ancora senza alternative Lucio Caracciolo

Gli storici amano ritagliare la storia in trance. Per questo cercano date spartiacque, ad esempio il 12 ottobre 1492. Per questo secolo, il perno attorno al quale tutto sta girando, non sappiamo verso dove, è il 24 febbraio 2022. Quel giorno, all’alba di Mosca, Vladimir Putin annunciava l’«Operazione militare speciale», ovvero l’invasione dell’Ucraina per stabilirvi un regime filorusso. Operazione che sarebbe dovuto chiudersi in un paio di settimane con la parata militare russa a Kiev. Nel loro bagaglio, i soldati del corpo di spedizione mobilitato dal Cremlino avevano le divise da festa. Resteranno nei loro sacchi. L’Operazione speciale si chiama ancora così, ma da oltre quattro anni si è tramutata in sanguinosissima guerra senza apparente sbocco. Ma ciò che fa di quel 24 febbraio un marchio destinato a dividere il passato dal presente/futuro non è l’azione militare. È il fatto che forse inconsciamente la Russia ha aperto una nuova fase della storia universale: l’era post-americana. Messaggio: si possono sfidare gli Stati Uniti senza rischiare la vita.

Tutto quello che sta accadendo, e che oggi culmina nella guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, deriva dalla consapevolezza che l’America non è in grado di difendere la sua egemonia globale. Gli altri soggetti che disegnano la traiettoria delle relazioni internazionali ne hanno preso nota e si comportano di conseguenza. Le regole del gioco sono saltate perché erano americane anche se si volevano globali. Come tali erano trattate dal resto del pianeta, compresi i numero-

si nemici latenti o espliciti dell’impero a stelle e strisce. Non abbiamo idea di quale tipo di egemonia o di ordine più o meno globale possa emergere fra qualche tempo, in sostituzione del defunto. Sappiamo invece che noi europei siamo fuori fase, ancora sconvolti dalla perdita del riferimento supremo, incapaci di individuare qualsiasi alternativa.

Lo sbandamento riguarda tutti i Paesi ancora formalmente parte della ex famiglia euroatlantica. Lo sconcerto deriva dall’evidenza che senza l’alleato americano siamo tutti gattini ciechi. E soprattutto ci riscopriamo divisi. Il rischio è che l’ottantennio di relativa pace, tranquillità e benessere av-

viato dalla catastrofe europea nelle due guerre mondiali, produca il ritorno alle inimicizie, alle diffidenze e – Dio non voglia – alle guerre fra europei. Ci siamo raccontati, spesso credendoci, che l’Europa (alias Unione europea) ha garantito la pace sul Continente eponimo. Falso: la pace europea è stata assicurata dalla scelta americana di restare nel Vecchio Continente dopo la vittoria del 1945 per contrastarvi la penetrazione sovietica e comunista. La crisi della strategia americana, di conseguenza degli approcci europei da essa derivati, sta nel non poter più spiegare a sé stessa perché resta qui dopo il suicidio dell’Urss e la riduzione del comunismo a un’ideologia fra le tan-

te assimilate e respinte dalla storia. Ricordiamo una sequenza temporale a sostegno di questa tesi: 1945, vittoria angloamericana sul nazismo e penetrazione dell’Urss fino a Berlino, con relativa risposta di Washington, indisponibile a lasciare il campo a Stalin una volta distrutto il nazismo; 1947, Piano Marshall per risollevare le economie e le società europee, schermandole dal bacillo bolscevico; 1949, battesimo della Nato, struttura militare dell’impero europeo degli Usa; 1957 Comunità europee, braccio economico europeo inscritto nel sistema americano, evoluto nel 1993 in Unione europea. Lo conferma il fatto che ormai la lista dei soci dell’Unione eu-

Lo shock energetico fa svanire lo spettro dei tassi negativi in Svizzera

ropea e della Nato coincidano quasi perfettamente.

Da allora, solo aggiustamenti e allargamenti euroatlantici, nel contesto di un vuoto strategico. Finché Putin ha sfidato l’ordine a stelle e strisce. Senza grande successo, anzi finendo per convincere gli americani che gli europei possono e debbono difendersi con i loro mezzi. L’articolo 5 della Nato, contrariamente a quanto spesso si afferma, non garantisce un bel niente. Sia nella forma, volutamente ambigua, sia soprattutto perché gli Stati Uniti lo intendono come un suggerimento, non un impegno a battersi in caso di attacco nemico a qualsiasi membro atlantico.

Le guerre in Medio Oriente e l’inasprimento della competizione con la Cina derivano dalla crisi della globalizzazione americana e dall’assenza di alternative. Urgente per gli europei adattarsi a questa realtà concertando, per quanto possibile, un nuovo assetto del Continente basato sulla svolta in atto e non sulla nostalgia di un passato irripetibile. L’Unione europea e la Nato di fatto non esistono più. Non potranno reinventarsi con gli stessi soci secondo gli schemi trascorsi. Viviamo l’alba di una fase pericolosa della storia europea e mondiale. Ciascuno per sé, nessuno per tutti. Quel che ne nascerà, sarà al meglio un arcipelago di allineamenti informali, come già si intravvede nel formato dei «volenterosi» e improvvisazioni analoghe. È ora di guardare le cose per come sono e non per come vorremmo fossero. Oppure lasciarci trasportare dalla corrente. Ma verso dove?

La consulenza della Banca Migros ◆ L’aumento dei prezzi dell’energia spinge leggermente il rincaro ma la forza del franco contribuisce a spegnere possibili fiammate inflazionistiche

In un contesto estremamente incerto a causa della guerra in Iran, le principali banche centrali hanno preso le decisioni sulla loro politica monetaria attuale. Il comune denominatore delle decisioni è stata la volontà di non modificare i tassi direttori poiché al momento non è ancora possibile quantificare l’impatto dell’aumento dei prezzi energetici dovuti al blocco dello Stretto di Hormuz sull’inflazione.

Come previsto, la Banca nazionale svizzera (BNS) ha lasciato invariato il tasso direttore allo 0% e ha ribadito come i tassi negativi siano una

misura estrema da reintrodurre solamente a determinate condizioni. Esse non sono attualmente soddisfatte, dato che l’inflazione è sì bassa, ma non stabilmente al di sotto dello 0%. Per i prossimi 12 mesi ci attendiamo una sostanziale stabilità: l’aumento dei prezzi energetici farà salire leggermente il rincaro, ma la forza del franco contribuisce a spegnere possibili fiammate inflazionistiche. Non sembra dunque necessario modificare il tasso direttore. Riguardo alla forza del franco, la BNS ha comunicato esplicitamente la sua intenzione di intervenire sui mercati valutari, comprando valuta estera in momenti di rapido apprezzamento per frenarne il rafforzamento. Questo deve essere stato il caso a metà marzo, quanto l’euro è sceso temporaneamente sotto i 90 centesimi di franco per poi venir rimbalzato al di sopra.

Malgrado l’assenza di cambiamenti del livello dei tassi, da inizio marzo si sono registrati degli aumenti dei rendimenti obbligazionari come pure dei tassi ipotecari in crescita. Ciò è dovuto ai cambiamenti delle aspettative dei mercati, che scontano un’inflazione più elevata e aprono dunque alla possibilità di un rialzo del tasso direttore. L’impatto è più visibile nelle lun-

ghe scadenze: i tassi swap a 10 anni, a quali aggiungendo il margine specifico della banca si ottiene il tasso ipotecario, sono aumentati in breve tempo di 0,2 punti percentuali. In ogni caso, il livello dei tassi ipotecari fissi resta attrattivo per investitori alla ricerca della sicurezza di pianificazione. Nessun cambiamento invece è stato registrato per i tassi ipotecari SARON. In questo caso le aspettative non giocano nessun ruolo, poiché il solo crite-

rio decisivo è l’andamento del tasso del mercato monetario SARON, che è influenzato dal livello del tasso direttore. Anche la Federal Reserve (Fed) ha mandato il tasso guida in una forchetta tra il 3,5% e il 3,75%, in linea con le attese del mercato. La situazione è complessa e porta la banca centrale a dover scegliere in un difficile equilibrio tra i suoi obiettivi. Da una parte l’inflazione resta superiore all’obiettivo della Fed e non permette dei ta-

gli. D’altro canto, il mercato del lavoro mostra segni di debolezza e le aziende necessiterebbero di una politica monetaria più espansiva. Oltre a ciò, vi è il presidente Trump che pretende tagli rapidi. Al momento la Fed non si fa influenzare dalle ingerenze politiche e da inizio anno non ha più tagliato i tassi. Nella seduta di marzo ha pure rivisto le proprie previsioni segnalando un solo taglio nell’anno in corso. Tuttavia, molto potrebbe cambiare a causa di due fattori: la durata e l’ampiezza delle perturbazioni dei rifornimenti petroliferi con il loro riflesso sull’inflazione, e l’attitudine del successore di Powell Kevin Warsh rispetto alle pressioni della Casa Bianca.

Guida della Banca Migros Qui trovate le nostre analisi e consigli su temi finanziari

Danilo Tundo
Danilo Tundo, consulente clienti privati e specialista in investimenti della Banca Migros Lugano.
Svizzera Eurozona
Fonti: Bloomberg, Banca Migros
Nessun tasso negativo in Svizzera Tassi guida e previsioni, in percentuale

La Spagna controvento

Il

personaggio ◆

Pedro Sánchez, tra tempeste interne e slancio internazionale

C’è un caso Spagna in Europa. Un presidente del consiglio socialista –il 54enne Pedro Sánchez (nella foto) dato infinite volte per politicamente spacciato e a capo di un Governo di minoranza sotto costante rischio di essere affossato in Parlamento – è diventato il leader anti-Trump in un Continente balbettante di fronte alla protervia della Casa Bianca. Un partito xenofobo che si rifà apertamente al franchismo, ovvero Vox, lanciato alla conquista dell’elettorato di destra, non ha sfondato come previsto nelle ultime elezioni in Castiglia e León, dove pure è cresciuto ma meno delle attese (al primo rango resta il Partito popolare). Rimane infatti dietro a un partito socialista che, nonostante gli scandali mediatici e le accuse di corruzione rivolte ad alcuni suoi dirigenti, inclusa la moglie del premier, continua a mostrare capacità di rigenerarsi (anche se la destra cresce nei voti).

C’è vitalità politica a Madrid. Mentre Donald Trump tratta l’Ice come un suo esercito privato ordinando retate di immigrati, Sánchez firma una sanatoria per mezzo milione di persone, offrendo ai migranti privi di documenti un modo per ottenere la residenza. Mentre il presidente americano usa le piattaforme delle aziende della Silicon Valley per potenziare la capacità di localizzare le persone da deportare, Sánchez cerca di porre un limite ai prodotti di quelle stes-

se aziende, regolando per legge il loro utilizzo. E proprio mentre i raid israelo-americani bombardavano senza tregua l’Iran, Sánchez ha rifiutato che gli aerei da guerra statunitensi utilizzassero la Spagna come piattaforma di lancio per gli attacchi. Mentre tutta Europa tentennava di fronte alla ostentata indifferenza dell’amministrazione Trump al diritto internazionale, Sánchez ha condannato con decisione la guerra contro l’Iran. E settimana scorsa ha annunciato un piano da 5 miliardi di euro per mitigare gli effetti economici del conflitto, con misure su energia, carburanti e affitti. Il premier ha rivendicato la solidità della Spagna grazie alle rinnovabili e ha definito il conflitto un «disastro assoluto».

Settimana scorsa Sánchez ha annunciato un piano da 5 miliardi di euro per mitigare gli effetti del conflitto iraniano

Sánchez aveva già definito «ingiusti e ingiustificati» i dazi imposti da Trump, denunciato come «immorali» i piani di Trump di cacciare i palestinesi da Gaza e descritto la condotta di Israele con la parola «genocidio». La Spagna è l’unico Paese tra i membri della Nato che ha respinto la richiesta statunitense di spendere il 5% del

suo budget per la difesa, Sánchez ha definito l’idea «incompatibile con il nostro stato sociale e la nostra visione del mondo».

Di recente il volto del premier spagnolo è apparso sulle pagine del «New York Times», accanto a un suo intervento in cui spiegava la scelta del Governo di regolarizzare i migranti presenti sul territorio spagnolo. Scrive Sánchez: «Non sarà facile. (...) La migrazione porta con sé opportunità, ma anche enormi sfide che dobbiamo riconoscere e affrontare. Ma è importante rendersi conto che la maggior parte di queste sfide non hanno nulla a che fare con l’origine etnica, la razza, la religione o la lingua dei migranti. Piuttosto, sono spinti dalle stesse forze che colpiscono il resto della cittadinanza: povertà, disuguaglianza, mercati non regolamentati, barriere all’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Dovremmo concentrare i nostri sforzi sull’affrontare questi problemi, perché sono questi, e non altri, le vere minacce al nostro modo di vivere. (…) I leader dello stile del movimento Maga potrebbero dire che il nostro Paese non ha la capacità di accogliere così tanti migranti, che si tratta di una misura suicida, l’atto disperato di un Paese che affonda. Ma non lasciatevi ingannare. La Spagna è in piena espansione. Per tre anni consecutivi, la nostra economia ha guidato la crescita tra i Paesi più grandi d’Eu-

ropa. Abbiamo creato quasi un nuovo posto di lavoro su tre in tutta l’Ue e il nostro tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10% per la prima volta in quasi due decenni. Anche il potere d’acquisto dei nostri lavoratori è cresciuto e i livelli di povertà e disuguaglianza sono scesi al livello più basso dal 2008». Sánchez ha poi definito il rapimento Usa del presidente venezuelano Nicolás Maduro un «precedente molto pericoloso» che promuove la «legge del più forte».

Molti analisti politici sostengono che il premier socialista abbia puntato sulla politica estera per recuperare consenso interno e superare sia gli scandali di corruzione, sia le difficoltà di governare senza una maggioranza solida. Ma va riconosciuto al premier spagnolo il coraggio di opporsi apertamente a Trump e Netanyahu, un «no» pronunciato con l’obiettivo di restituire all’Europa autonomia e autostima.

È vero che la sinistra spagnola ha avuto a lungo un rapporto ambiguo

con gli Usa e che nel 1986 si oppose alla permanenza della Spagna nella Nato. È vero anche che nel 2004 José Luis Rodríguez Zapatero divenne un simbolo della sinistra internazionale ritirando le truppe dall’Iraq. Oggi Sánchez, con la sua posizione contro la guerra e contro la prepotenza dell’amministrazione Trump, cerca di evitare l’erosione dei consensi a sinistra e allo stesso tempo di sfidare la destra in ascesa sul terreno dell’onore nazionale.

In politica comunque il valore delle parole chiare è decisivo, e questo tratto emerge anche nelle vicende interne del suo partito. Nel 2016, due anni dopo essere diventato segretario del Psoe, presentò una rischiosissima mozione di sfiducia contro il primo ministro conservatore Mariano Rajoy, riuscendo così a diventare capo del Governo pur non avendo vinto le elezioni. Seppe poi scegliere il momento giusto per andare alle elezioni anticipate del 2019, in cui i socialisti tornarono a essere il primo partito di Spagna.

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Una Chiesa disarmata di fronte alla brutalità

Religione ◆ Le difficoltà di Leone XIV e le sfide che affrontano le comunità cattoliche del Medio Oriente alla vigilia della Pasqua

Giorgio Bernardelli

È di nuovo Pasqua in piazza San Pietro. È passato un anno da quando –nel giorno più importante per i cristiani – proprio da lì papa Francesco impartì la sua ultima benedizione al mondo, poche ora prima di morire. Ma sono passati anche undici mesi dalla sera di poche settimane dopo, quando da quella stessa loggia il nuovo pontefice – il primo Papa americano della storia – si presentò al mondo invocando una pace «disarmata e disarmante» sul mondo.

Quell’auspicio di Leone XIV appare in questa Pasqua 2026 più lontano che mai. E non bastano certo le flebili speranze riposte in un negoziato tra Washington e Teheran che si cerca di riaprire nonostante le bombe, ad avvicinare questo orizzonte.

L’appello di Pio XII non evitò la Seconda guerra mondiale, Paolo VI visse come una spina nel fianco il conflitto in Vietnam

Il Papa non si è stancato di lanciare i suoi appelli: non c’è discorso in cui Prevost non ribadisca il suo invito a un cessate-il-fuoco immediato sui tanti fronti di quella che dopo l’inizio dei raid di Israele e Stati Uniti sull’Iran il 28 febbraio forse non ha più nemmeno senso definire «una guerra mondiale a pezzi», come faceva Bergoglio. Ma dai campi di battaglia alle conseguenze sulle economie di tutto il mondo, il conflitto globale oggi ormai è un dato di fatto. Come la frustrazione che si respira sempre più chiaramente nella Chiesa cattolica di fronte alla corsa a risolvere con le prove di forza questioni ben più complesse delle etichette sui regimi.

Il Papa nato a Chicago e cresciuto facendo il missionario in Perù, incarna il tipo umano opposto rispetto a Donald Trump, il presidente che in nome di un’America «di nuovo grande» ha riportato gli Stati Uniti in una grande guerra. Il tycoon newyorkese che da sempre spacca il mondo a metà da

una parte; il pontefice eletto per tenere unita la Chiesa, che ascolta cercando di mettere d’accordo tutti, dall’altra. Proprio per questo suo tratto umano, però, Prevost non ha la stessa forza di Bergoglio nell’accendere i riflettori su di sé. È il volto di una Chiesa che sceglie con cura le parole in ogni pronunciamento, utilizza i canali classici della diplomazia vaticana. Nelle nomine episcopali negli Stati Uniti non sembra affatto incline alle simpatie per il vice-presidente (cattolico) J. D. Vance o per il mondo MAGA. Ma in una fase politica imbottita di steroidi, in un tempo in cui da Oriente a Occidente è la potenza militare a prevalere sul diritto internazionale, è inevitabile che la sua Chiesa finisca tra i «looser», tra i perdenti, per dirla con Donald Trump. Lo si vede in maniera molto chiara nella situazione drammatica in cui le comunità cattoliche del Medio Oriente si trovano a vivere questa Pasqua. Da settimane a Gerusalemme la basilica del Santo Sepolcro – la grande chiesa che una tradizione antichissima ricollega alla crocifissione e alla tomba vuota di Gesù – resta chiusa ai pellegrini per via dei missili e droni iraniani (come del resto tutti gli altri santuari di ogni religione in Terra Santa). I religiosi delle diverse confessioni possono celebrare solo chiusi all’interno degli edifici i loro riti. Il patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, è stato costretto ad annullare persino la processione della domenica delle Palme che ogni anno dal monte degli Ulivi scendeva nella Città Vecchia, ripercorrendo il festoso ingresso di Gesù a Gerusalemme narrato dai Vangeli. I missili e le chiusure forzate, però, non sono l’unico problema oggi per le Chiese del Medio Oriente: in Cisgiordania – da Betlemme a Taybeh – anche le comunità cristiane devono fare i conti con le intimidazioni e le violenze dei coloni israeliani che, approfittando della situazione creata dalla guerra, cercano di espandere ulteriormente i loro insediamenti senza nemmeno più preoccuparsi di nascondere l’auspicio di veder «svuotate» le città palesti-

nesi. A tutto questo si è poi aggiunta la sofferenza delle comunità cristiane del Sud del Libano, strette tra l’incudine di Hezbollah e il martello delle operazioni di terra dell’esercito israeliano, che postulando la «necessità» di una «zona di sicurezza» fino al fiume Litani di fatto sta espellendo verso Beirut anche le locali comunità maronite. Senza dimenticare i cristiani della Siria, Paese dove i jihadisti di ieri sono diventati i nuovi governanti di oggi, con tanti punti di domanda sul futuro. O le comunità dei Paesi del Golfo, dove oggi vivono centinaia di migliaia di migranti cristiani provenienti dalle Filippine, dal Kerala o da altri Paesi dell’Asia, ma che rischiano di trovarsi a pagare il prezzo più alto dei colpi assestati da Teheran ai magnati di Dubai e Abu Dhabi e ai fondi sovrani che amministrano le esportazioni di petrolio e gas naturale che fino a ieri transitavano dallo stretto di Hormuz. Contro queste e tutte le altre tragedie legate alla guerra, Leone XIV par-

la. Ma la sua voce oggi non si sente. Non sposta i rapporti di forza. Del resto non è la prima volta che succede alla Chiesa cattolica: l’appello di Pio XII nel 1939 non fermò affatto lo scoppio della Seconda guerra mondiale; Paolo VI visse come una spina nel fianco la guerra del Vietnam; e nemmeno i gesti dirompenti di papa Francesco sono riusciti a fermare i conflitti in Ucraina, a Gaza o in Myanmar. La Pasqua 2026 si profila dunque come quella di una Chiesa cattolica aggrappata al suo messaggio di pace, ma consapevole delle difficoltà nel tradurlo in azioni concrete che fermino la corsa del mondo verso il baratro.

In questo contesto forse il gesto più significativo è rappresentato dal nuovo viaggio che Leone XIV si appresta a compiere tra pochi giorni: il 13 aprile partirà per l’Africa, dove diventerà il primo Papa a visitare l’Algeria, per poi proseguire il suo itinerario toccando il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale. Sarà un viaggio che subito do-

po Algeri porterà Prevost ad Annaba, l’antica Ippona, la città di sant’Agostino, grande punto di riferimento spirituale e culturale dell’attuale pontefice. Il filosofo dal pensiero fecondo anche in un tempo estremamente difficile, come fu la stagione del tramonto dell’impero romano d’Occidente. L’Algeria è anche il Paese musulmano che negli anni Novanta del XX secolo ha vissuto per primo la drammatica stagione del terrorismo fondamentalista islamico, con le stragi del GIA che hanno mietuto migliaia di vittime. Un radicalismo sconfitto militarmente da Algeri, ma non senza lasciare dietro di sé ferite profonde. «Disarmali, disarmaci» era la preghiera che in quel contesto ha lasciato Christian de Chergé, uno dei monaci trappisti uccisi a Tibhirine nel 1996. Invocazione che Prevost conosce molto bene: ama citarla spesso. Per provare a indicare una risposta radicale rispetto alla guerra; alla sua America e al mondo intero.

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Leone XIV parla ma la sua voce non si sente, non sposta i rapporti di forza. Del resto non è la prima volta che succede alla Chiesa cattolica. (Keystone)

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Pagine 22-23

Una Passione per Pasqua

Raphäel Pichon firma una coinvolgente Johannes-Passion di Bach, offrendoci un prezioso spazio di meditazione

Pagina 25

Addio a una Mecca dei lettori

La chiusura della storica libreria Hoepli di Milano segna la fine di un’epoca e riflette il declino dei negozi culturali

Pagina 27

Jean-Frédéric Schnyder e il mestiere della pittura

Mostre ◆ L’esposizione al MASI a Lugano si focalizza sulla produzione più recente dell’artista svizzero

Alessia Brughera

È il 1969 quando Jean-Frédéric Schnyder viene invitato da Harald Szeemann a partecipare alla rassegna allestita negli spazi della Kunsthalle di Berna dal titolo When Attitudes Become Form, mostra che sarà universalmente considerata una pietra miliare nell’ambito dell’arte contemporanea. Insieme a nomi quali Joseph Beuys, Jannis Kounellis, Sol LeWitt, Mario Merz e Walter De Maria, solo per citarne alcuni, Schnyder entra così a far parte di quel novero di figure riconosciuto dal rivoluzionario curatore svizzero come rappresentativo dei più interessanti esiti artistici in un momento di grande fermento culturale e sociale. Indubbiamente questa esperienza dà una forte spinta alla ricerca del giovane Schnyder, che, all’epoca appena ventiquattrenne, incomincia ad acquisire piena consapevolezza della propria arte e a svilupparla con impegno e metodo.

Il carattere discreto di Schnyder non gli ha impedito di inserirsi nel circuito dell’arte, partecipando ad alcune delle più prestigiose manifestazioni

Nato a Basilea nel 1945, Schnyder si forma da autodidatta, dedicandosi dapprima alla fotografia e poi ad altre discipline, tra cui la pittura, a cui riserva sin da subito un posto di rilievo all’interno della sua indagine. Una scelta controcorrente se si pensa che in questo periodo dipingere risulta una pratica desueta e superata, un linguaggio tradizionale che ha ormai esaurito le sue potenzialità e che va accantonato a favore di nuove forme espressive capaci di liberare l’arte dagli angusti confini della tela.

Eppure Schnyder è pienamente convinto che questa sia per lui la strada giusta. Già negli anni Settanta, accanto a opere realizzate con materiali artigianali, l’artista si cimenta nella pittura riprendendone i generi convenzionali del nudo, del paesaggio e della natura morta. È poi negli anni Ottanta e Novanta che incomincia a creare dipinti in cui esplora la normalità dell’esistenza, cercando di far emergere la bellezza racchiusa nella vita reale: una bellezza semplice, talvolta addirittura banale, ma al contempo emozionante per chi sa cogliere il manifestarsi del mondo in tutte le sue sorprendenti sfumature. Emblematici in questo senso sono i cicli di lavori che hanno per soggetto le sale d’attesa delle stazioni ferroviarie elvetiche, la centrale nucleare di Gösgen, l’autostrada N1 che attraversa la Svizzera da est e ovest o, ancora, i tramonti sul lago di Zugo. Siano essi paesaggi urbani che svelano la perva-

siva presenza umana o paesaggi naturali che incarnano il fascino del creato, a questi luoghi molto differenti tra loro l’artista serba il medesimo sguardo acuto e indagatore. Uno sguardo in grado di restituire sulla tela una visione fedele della realtà che trova proprio nell’adesione all’ordinarietà delle cose la sua intensità espressiva.

A dispetto del suo carattere schivo e discreto, Schnyder in oltre sessant’anni di attività si è sempre inserito con disinvoltura nel circuito dell’arte. La dimostrazione di ciò è la sua partecipazione ad alcune delle più prestigiose manifestazioni internazionali d’arte contemporanea, quali «documenta» di Kassel e la Biennale di Venezia. D’altra parte, l’approccio alla creazione di Schnyder, fondato sulla pluralità dei linguaggi e sull’eterogeneità stilistica, ha interessato sin dall’inizio pubblico e critica, soprat-

tutto perché dietro a questa scelta non c’è solo una spiccata attitudine alla sperimentazione, ma anche la ferma convinzione che l’arte sia una pratica assidua e rigorosa, un esercizio ininterrotto in cui disciplina e libertà si mescolano e si alimentano a vicenda. È così che la ricerca dell’artista basilese, pur toccando in primis la pittura, attraversa altresì ambiti quali la scultura e la performance e, pur nell’estrema scrupolosità metodologica, si avvale della coesistenza di cifre stilistiche anche molto lontane tra loro facendone il suo punto di forza. Realismo, simbolismo, astrazione, maniera naïf, richiami pop e suggestioni kitsch convivono con naturalezza nel segno di una concezione del fare arte come vero e proprio mestiere quotidiano, guidato da una profonda vicinanza a tutto ciò che ogni giorno si dispiega davanti ai nostri occhi.

Questa peculiarità dell’arte di Schnyder si coglie chiaramente nella mostra a lui dedicata negli spazi del Museo d’arte della Svizzera italiana a Lugano, una rassegna che, attraverso più di cento lavori inediti realizzati negli ultimi due anni, testimonia come il modus operandi dell’artista sia rimasto immutato nel corso dei decenni, implacabilmente sorretto da diligenza e scrupolosità.

Per Schnyder, infatti, la preparazione all’esecuzione dei dipinti diventa una sorta di rituale in cui ogni cosa deve essere svolta con meticolosità: dalla sua abitazione a Zugo parte alla volta dei luoghi che desidera immortalare sulla tela solo dopo aver organizzato ogni dettaglio del suo viaggio, dalla consultazione delle cartine topografiche alla predisposizione di tutto il materiale per dipingere. Nulla viene lasciato al caso.

I lavori in mostra raccontano questo accostarsi all’arte attento e rispettoso attraverso cui Schnyder non cerca virtuosismi forzati o risultati stupefacenti, ma ci offre la sua prospettiva autentica sulla vita e ci coinvolge nella sua considerazione della pittura come prezioso strumento per comprendere l’esistenza umana, senza fronzoli o sovrastrutture.

I lavori dello svizzero Jean-Frédéric Schnyder sono il frutto dell’osservazione spontanea e penetrante di ogni frangente della realtà

La serie Billige Bilder (Quadri economici, 2000-2019) presentata a inizio esposizione, condensa bene la concezione della pittura di Schnyder come attività costante che si manifesta nella sua dimensione schietta e materiale. Queste opere sono state difatti create con gli stracci con cui per vent’anni il pittore ha pulito i suoi pennelli, a celebrare il lavoro dell’artista come frutto di un’esperienza che, senza clamori, arricchisce l’uomo giorno dopo giorno. Ecco poi i dipinti a olio che Schnyder, quasi ottantenne, realizza tra il 2024 e il 2025. Quelli nati in atelier mostrano l’interesse dell’artista per i temi più disparati e gli stili più diversi, mentre quelli eseguiti en plein air hanno come soggetto principale la natura svizzera, non senza richiami alla lunga tradizione della pittura di paesaggio elvetica. In queste opere, sempre accompagnate da didascalie recanti data e luogo di esecuzione, la presenza dell’uomo è totalmente bandita: nemmeno una flebile traccia umana mina la bellezza incontrastata degli scorci naturalistici che Schnyder si impone di effigiare nell’arco di una sola giornata. A fare da contraltare ai piccoli dipinti appena citati è la monumentale Stilleben del 1970, presentata al termine del percorso espositivo: volutamente semplice, quasi ai limiti dell’ingenuità compositiva, eppure enigmatica e potente, è un’ulteriore testimonianza di come i lavori di Schnyder siano il frutto dell’osservazione spontanea e penetrante di ogni frangente della realtà.

Dove e quando Jean-Frédéric Schnyder. La pittura 2024/25 Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano – sede LAC. Fino al 9 agosto 2026. Orari: martedì-mercoledì-venerdì 11-18; giovedì 11-20; sabato-domenica-festivi 10-18. www.masilugano.ch

Jean-Frédéric Schnyder, EOS 2025.

Viaggio nella Music City del Tennessee

Reportage ◆ Una passeggiata lungo la Broadway Street di Nashville, con speroni e cappello da cowboy, per seguire le orme dei padri della

Appena partono le prime note di Jolene, le birre Hap & Harry’s si sollevano a mezz’aria e un applauso entusiasta esplode nel minuscolo bar. Sul palco c’è Betty Rose, voce che graffia e consola. Una cascata di onde rosse le incornicia il viso. Accanto a lei il chitarrista texano Justin Bouldin, con il cappello da cowboy calato sugli occhi, e i musicisti del Last Train Out. Stanotte le luci del Layla’s appartengono a loro.

Al Layla’s, uno dei pochi honky-tonk rimasti sulla Broadway Street, la musica dal vivo resiste alla turistificazione

Affacciato su Broadway Street, questo locale è un baluardo della Nashville più autentica, quella che combatte il turismo selvaggio e la commercializzazione a ogni costo. Le pareti sono tappezzate di targhe d’epoca di ognuno dei cinquanta Stati. A vegliare sugli avventori c’è un surreale cartonato a grandezza naturale di George Strait – «King of Country» e santo protettore di tutti i cowboy – che benedice musicisti e clienti.

«Adoro questo posto» ci confida Betty Rose mentre sorseggiamo un drink insieme dopo lo spettacolo. «Qui mi sento davvero a casa, circondata da persone che condividono

la mia stessa passione per la musica». Originaria di una piccola comunità rurale nella Carolina del Nord, dopo una parentesi a New York, è ar-

rivata a Nashville, dove ha trovato la sua famiglia artistica nei membri della band che oggi la accompagnano sul palco. Layla’s è diventato

per lei il luogo del cuore, dove tutto trova senso.

Gran parte di questa autenticità è merito di Layla Vartanian, la pro-

prietaria. Ex musicista, nel 1997 ha deciso di diventare imprenditrice e da allora è stata per anni l’unica donna a gestire da sola un honky-tonk –

Le star che hanno aperto il loro bar a Nashville

A Nashville, le stelle della musica country non si accontentano di brillare sul palco: sempre più spesso firmano la vita notturna della città, aprendo bar che rispecchiano il loro stile e la loro personalità. Negli ultimi anni, questi locali di proprietà delle celebrità hanno finito per dominare la collezione di honky-tonk lungo Broadway Street.

C’è il Chief’s di Eric Church, con la sua atmosfera da saloon rustico; l’Ole Red di Blake Shelton, un tempio della musica dal vivo dove, con un po’ di fortuna, si può assistere a un duetto improvvisato tra il proprietario e sua moglie, Gwen Stefani. Jason Aldean ha firmato il suo Kitchen + Rooftop Bar, mentre Luke Bryan ha creato il mastodontico Luke’s 32 Bridge, un complesso su sei piani con quattro palchi e due ristoranti che propongono un menu sterminato.

Non manca Kid Rock, l’artista chiacchierato per le sue posizioni politiche

– è noto come amico e sostenitore del presidente Donald Trump – che ha un

locale su cinque piani capace di accogliere quasi duemila persone. Più discreto l’approccio di Alan Jackson, che ha scelto un bar in stile retrò su tre livelli, dove regna la musica country tradizionale e le serate si accendono con il karaoke. A rappresentare la nuova generazione c’è Morgan Wallen, l’artista che ha dominato ogni classifica di Billboard, con il suo This Bar. L’ultimo a entrare in scena è stato Jon Bon Jovi, che con il JBJ’s porta una ventata di rock in una città storicamente votata al country. I locali delle celebrità, tra luci sfavillanti e cocktail firmati, sono ormai un’attrazione irresistibile per i turisti, un concentrato di glamour e spettacolo. Ma suscitano anche qualche malumore tra i puristi del genere, che li vedono come vetrine patinate, troppo costruite e didascaliche. Eppure, proprio questa contraddizione racconta l’anima di Nashville: una città che si apre al mondo senza rinunciare a quel suono ruvido e a quella spontaneità che l’hanno resa unica.

Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni, testo e foto
La scultura Music City Heroes, installata su Lower Broadway a Nashville, omaggia i numerosi musicisti che ogni giorno animano questa strada con la loro musica.
Betty Rose e Justin Bouldin sono i leader e musicisti principali della band Last Train Out.

Tennessee profondo

della musica country americana e la sua evoluzione

così qui definiscono i locali un po’ grezzi dove si intrecciano country, blues e bluegrass – proprio sulla celebre «strip» di Broadway. In un contesto spesso dominato da mode passeggere, Layla ha mantenuto saldo il legame con le radici, difendendo con passione l’anima autentica della città. Ogni sera, mentre i musicisti accordano violini e steel guitar, il sogno si rinnova.

Il viaggio nella Music City del Tennessee inizia inevitabilmente qui, lungo questo viale dove ogni porta aperta è l’anticamera di una festa. Dai bar ai club, ai teatri storici, a strutture nuove di pacca, la musica dal vivo esplode già dalle dieci

atro trasmette ancora il programma radiofonico più longevo degli Stati Uniti, in onda ininterrottamente dal 1925. Il Ryman Auditorium, la sua prima storica casa, continua invece a incantare il pubblico con concerti dal vivo tutto l’anno.

Proseguendo la scoperta della città, vale la pena visitare i musei che celebrano i padri della musica country. Il Johnny Cash Museum, ad esempio, offre un tributo intimo e curato a una delle voci più iconiche d’America, attraverso registrazioni originali, manoscritti, oggetti e fotografie.

A pochi minuti di distanza, la Country Music Hall of Fame and Museum racconta l’evoluzione del country americano attraverso oggetti, immagini e installazioni multimediali. Il museo ospita anche memorabilia legate a leggende come la divina Dolly Parton con una collezione dei suoi più strabilianti abiti di scena, la Cadillac «Solid Gold» del 1960 di Elvis Presley. E soprattutto decine di strumenti appartenuti ai più grandi della musica statunitense.

Una delle sezioni più visitate della Country Music Hall of Fame è dedicata a Taylor Swift. Una mostra permanente ne ripercorre l’evoluzione artistica, dai primi successi country fino alla consacrazione come icona pop globale. Ma il legame tra Swift e Nashville va ben oltre una semplice esposizione: la cantante ha contribuito a finanziare il centro educativo del museo, pensato per formare le nuove generazioni di musicisti. Del resto, è proprio da qui che tutto è cominciato. Il 4 novembre 2004, a soli 14 anni, Taylor si esibì per la prima volta al

cerca di uno stile di vita più accessibile ma stimolante. Lo skyline cambia a vista d’occhio. Grattacieli, hotel boutique e locali di tendenza stanno trasformando il profilo urbano a un ritmo talmente rapido da mettere alla prova anche la memoria degli abitanti di sempre.

Non sorprende che Nashville stia attirando sempre più celebrità e investitori. Justin Timberlake ha investito nella ristorazione e possiede una casa nei dintorni; Nicole Kidman e Keith Urban hanno una villa da sogno nelle campagne appena fuori il centro abitato. Reese Witherspoon, nata in Tennessee, ha aperto il flagship store di Draper James, il suo marchio di moda

La Strip di Broadway con la sua infilata di honky tonk è il cuore pulsante della musica dal vivo di Nashville.
Chitarre esposte lungo Music Row, il quartiere simbolo dell’industria musicale di Nashville.
La facciata del Country Music Hall of Fame, il museo che custodisce la storia e i cimeli della musica country americana.
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Choco flakes

Dessert

Ingredienti per ca. 8 pezzi

100 g di cioccolato al latte, ad es. di coniglio di Pasqua 35 g di corn flakes ½ bustina di zucchero vanigliato

10 g di decorazioni di zucchero

1. Fodera una teglia o una placca da forno con carta da forno.

2. Spezzetta il cioccolato, mettilo in una scodella e fallo fondere lentamente a bagnomaria.

3. Aggiungi lo zucchero vanigliato e i corn flakes.

4. Con l’ausilio di due cucchiai forma dei piccoli mucchietti e accomodali sulla teglia. Cospargili di decorazioni di zucchero e lasciali indurire in un luogo fresco, ma non in frigorifero.

5. Conserva i choco flakes in una scatola. In un luogo fresco i dolcetti si conservano per ca. 1 settimana.

Qui puoi scaricare l’app Migusto

Cioccolato

Coniglietti tutti da fondere

Cosa fare quando, dopo Pasqua, ci si ritrova con una montagna di ovetti di cioccolato e coniglietti sgranocchiati? Ecco alcune idee su come utilizzare gli avanzi di Pasqua in modo semplice e veloce

Claudia Schmidt

Barrette di müesli al cioccolato

Un energetico snack da sgranocchiare! Ma non per il coniglio di cioccolato che servirà per ricoprire le barrette di

Resti di cioccolato?

Cosa fare dei coniglietti

In fin dei conti, uova e coniglietti di cioccolato non sono altro che... cioccolato! Ed è proprio a questo che dobbiamo pensare per fare in modo che non ci restino in giro dolcetti pasquali fino all’anno prossimo.

Fonderli

Fondiamo coniglietti e uova di cioccolato come fossero gioielli d’oro. In questo modo possiamo trasformarli in raffinate mousse, formine di cioccolato e cioccolata calda. Questo si può fare anche con il cioccolato bianco. Una temperatura a bagnomaria di 40-45 gradi è ideale per il cioccolato bianco e al latte, mentre il cioccolato fondente si scioglie meglio a circa 50 gradi.

Ridurli in scaglie I coniglietti di cioccolato possono essere facilmente sminuzzati con un pelaverdure nei punti di rottura delle orecchie o del corpo. Le scaglie di cioccolato impreziosiscono la panna montata su una coppa di gelato o i dessert alla crema – e persino le torte. Vanno conservati in un contenitore ermetico e consumati rapidamente.

Tagliarli a pezzetti Schiacciati grossolanamente, i coniglietti di Pasqua diventano fantastici pezzi di cioccolato per torte, biscotti o brownies. Basta mettere i coniglietti e gli ovetti in un sacchetto di plastica e posizionarli su un tagliere. Con un secondo tagliere schiacciare delicatamente il cioccolato. Se i pezzi sono troppo grossolani, possono essere tagliati più finemente con un coltello.

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Torta di cioccolato

Che fare con i conigli di Pasqua rimasti? Perché non preparare ad esempio un’originale torta di cioccolato decorata con un coniglietto sciolto a metà?

Pelaverdure Victorinox
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Pensando alla resurrezione

Musica ◆ Coinvolgente Johannes-Passion di Bach

Nel tempo sospeso dell’attesa pasquale, l’esperienza dell’ascolto musicale è un possibile spazio di meditazione, in cui la dimensione sonora trascende la fruizione estetica per farsi itinerario spirituale. L’immersione in una Passione di Johann Sebastian Bach offre l’occasione privilegiata di contemplazione, capace quindi di coinvolgere intelletto, sensibilità e fede.

A dispetto delle ricorrenti proclamazioni di «morte del cd», la recente pubblicazione di Harmonia Mundi riafferma la vitalità del medium grazie un cofanetto articolato nei due segmenti che costituiscono la Johannes-Passion. Tale composizione, testimonia un processo di continua riflessione e rielaborazione da parte del Kantor di Lipsia , come attestano le fonti autografe che lasciano intravedere quattro redazioni distinte, esito di un’evoluzione stilistica e teologico-espressiva, in cui si affina l’equilibrio tra parola, affetto e architettura musicale.

L’interpretazione proposta dall’ensemble Pygmalion, diretto da Pichon, si situa in una linea di intensità e consapevolezza stilistica straordinaria

L’interpretazione proposta dall’ensemble Pygmalion, sotto la direzione del suo fondatore Raphaël Pichon, si colloca in una linea esegetica di straordinaria intensità e consapevolezza stilistica. Il direttore francese, già misuratosi con capisaldi bachiani quali la Messa in Si minore e la Matthäus-Passion, affronta qui la Passione giovannea con una concezione interpretativa che privilegia la dimensione drammatica senza mai perdere di vista la coerenza strutturale dell’opera, restituendone con chiarezza la complessa stratificazione retorica e affettiva.

Il cast solistico contribuisce in maniera determinante alla resa complessiva: il tenore Julien Prégardien incarna un Evangelista di raffinata eloquenza narrativa, sorretta da una

La Regionale , arte in Ticino

Mostre ◆ Al Casorella di Locarno, venti artisti della Svizzera italiana

Cristian Ferretti

Qual è lo stato dell’arte nella Svizzera italiana? Un modo per scoprirlo è sicuramente quello di andare a vedere La Regionale, esposizione collettiva che si tiene ogni due anni e che per questa edizione farà tappa al Museo Casorella di Locarno: «Una sorta di istantanea della scena artistica locale» la definisce Sibilla Panzeri, curatrice e storica dell’arte attiva tra il Ticino e la Svizzera interna, membro del collettivo ACXSI (Associazione Arte Contemporanea per la Svizzera italiana) che ha avuto l’idea di portare alle nostre latitudini questo format espositivo già presente nel resto della Svizzera. Le artiste e gli artisti esposti sono venti, ma le candidature per questa terza edizione sono state ben 153, segno della vivacità del contesto artistico nella Svizzera italiana. Ma come funziona concretamente la selezione? «Il processo avviene tramite bando, dopodiché le varie proposte vengono elaborate da una giuria indipendente, formata quest’anno da Matteo Pomati, Noah Stolz e Una Szeemann. Sono persone che hanno sia un legame con la Svizzera italiana, quindi che conoscono la scena, le qualità e le problematiche locali, ma anche attive e attivi nel resto della Svizzera o a livello internazionale».

Grigioni italiani». L’obiettivo è quello di integrare l’identità dello spazio espositivo con chi partecipa alla mostra, un modo per «creare un dialogo storico-artistico anche con le varie collezioni».

dizione esemplare e da una linea di canto di grande naturalezza, mentre il Cristo del basso Huw Montague Rendall si distingue per autorevolezza timbrica e intensità espressiva. Attorno a queste figure gravitano il Pilato del basso Christian Immler, il Pietro di Étienne Bazola, l’Ancella del soprano Ying Fang e il Servo cui presta voce il tenore Laurence Kilsby, tutti partecipi di una resa drammaturgica incisiva e coerente.

La lettura di Pichon si distingue per una tensione espressiva costantemente sostenuta, talora spinta a un punto che potrebbe apparire eccedente, ma che si rivela invece pienamente funzionale alla restituzione di un dramma di portata universale. La versione adottata è quella degli ultimi mesi della vita di Bach, 1749, a un quarto di secolo dalla prima esecuzione avvenuta nel 1724 presso la Nikolaikirche di Lipsia. Di Pichon, ogni scelta agogica e dinamica appare orientata a esaltare il carattere narrativo e drammaturgico dell’opera, senza indulgere in compiacimenti esteriori.

Fondamentale è il ruolo del testo, non soltanto nella sua derivazione evangelica, ma anche nelle interpolazioni poetiche che ampliano la dimensione contemplativa attraverso una scrittura di forte pregnanza simbolica

Di particolare rilievo risultano le sezioni corali, in cui l’ensemble vocale, sostenuto da un organico strumentale volutamente privo di ottoni e percussioni, persegue una solennità austera, coerente con la prassi luterana vespertina del Venerdì Santo. Tale scelta contribuisce a esaltare la dimensione glorificante dell’opera, culminando nell’epilogo affidato a un corale di apparente nudità formale. In questa architettura l’ascoltatore contemporaneo può cogliere – in sintonia con la visione di Pichon e del suo Pygmalion – il luogo della misericordia, in cui la «semplicità» del dettato bachiano si fa veicolo di una trascendenza luminosa: celebrazione della morte redentrice e, insieme, anticipazione della resurrezione.

Da quest’anno poi, c’è una novità: «La Regionale è diventata un progetto itinerante, ogni edizione si svolgerà in un museo diverso del Ticino e dei

Ad esempio, spiega la curatrice, nella presentazione delle opere di due artisti «con grandi affinità formali quali le ceramiche di ispirazione folclorica di Davide Barberi e i rilievi in diversi materiali di oggetti quasi totemici di Maude Léonard-Contant, che saranno esposte in mezzo alla collezione permanente. O il lavoro di Davide Cascio che sarà esposto nel cortile: una scultura monumentale a moduli da esplorare, un’opera pensata per lo spazio pubblico. Infine, la scritta di Karim Forlin, che troverete nel vano scale… insomma, ci saranno un po’ di sorprese!».

Dalla pittura al video, dalle sculture alle installazioni, La Regionale è come un prisma che permette di apprezzare tutte le sfaccettature di quello che è, qui e oggi, il panorama dell’arte. «La realtà locale è molto integrata nel discorso contemporaneo, con temi attuali e rilevanti non solo per la nostra regione. Si tratta di una mostra inclusiva che offre una panoramica sulla produzione artistica regionale, ma che volge sempre uno sguardo anche al di fuori della Svizzera italiana».

Dove e quando La Regionale, esposizione collettiva d’arte contemporanea, Locarno, Museo Casorella. Fino al 30 maggio 2026. Orari ma-do e festivi, 10.00–16.30 (lu chiuso). www.museocasorella.ch; www.laregionale.ch

Giovanni Conti
La copertina dell’intenso lavoro dell’ensemble Pygmalion.
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Valentina Pini, Arco Voltaico, 2025. Video 4K, 15’24’’, loop, suono a due canali. Suono: Micha Seidenberg. Camera e montaggio: Loris Ciresa. Colore: Gianfranco Bastianelli.

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Battibecchi

La signora con la testa piena di riccioli

Sono in treno, ho un viaggio di un paio d’ore. Sono seduto dalla parte del finestrino; accanto a me, dalla parte del corridoio, è seduta una signora sulla cinquantina. Ha una testa piena di riccioli e un profumo un po’ piccante, ma leggero leggero, non fastidioso. Quando si è alzata per farmi raggiungere il mio posto mi ha fatto un bel sorriso.

Ho con me un libro di Charles Péguy, un poeta francese nato nel 1873 e morto quarantunenne nella Grande guerra. Il libro – un volume della collana «La Pléiade» di Gallimard, un po’ malmesso: l’ho comperato di seconda mano per pochi euro –, raccoglie tutte le sue poesie.

La signora accanto a me legge un romanzo che, dal formato e dal tipo di stampa – non ho visto la copertina –ha l’aria di essere un romanzo di intrattenimento o di consumo. «Mi scusi», dice a un tratto la signora.

Pop Cult

«Prego», dico. «Non vorrei essere invadente», dice la signora, «ma… Quello che sta leggendo è un libro antico?».

«È stato pubblicato nel 1948», dico.

«Poco meno di ottant’anni fa. Non è un libro antico. Al massimo è un libro vecchio».

«Vecchio suona male», dice la signora.

«Sembra spregiativo».

«Sono i criteri delle librerie antiquarie», dico. Peraltro non sempre coerenti. Alcune considerano antichi i libri stampati più di cento anni fa. Altre quelli stampati prima del 1830».

«Perché il 1830?», dice la signora.

«Perché più o meno in quell’anno si affermano i sistemi di stampa industriali», dico. «Prima si stampavano i fogli a uno a uno, con il torchio. Diciamo che un libro di prima del 1830 è un libro tutto fatto a mano; dopo, no». «Lei è uno studioso?», dice la signora. «No, no», dico, «per carità. Sono una

persona che legge molto, sì, ma non sono uno studioso».

«Però è una persona colta, si vede», dice la signora. «Legge libri che sono quasi antichi. E poi è in francese, no?».

«Sì», dico.

«Ecco», dice la signora. «Adesso tutti hanno la mania dell’inglese, delle cose americane. Anche i miei figli». Sorride. «Ma il francese è molto più chic».

«Lei che cosa sta leggendo?», dico. «Ah», dice la signora. «Niente di serio».

«Ma io sono curioso», dico.

«È solo un romanzetto», dice la signora. «Una cosa per passare il tempo in treno. Niente a che vedere con la sua poesia francese».

«Però vedo che lei è una vera lettrice», dico.

«Cosa intende?», dice la signora. «Uno. È un’ora che viaggiamo, e lei è

Anatomia di una deriva culturale

Negli ultimi giorni, una notizia apparentemente «minore», ma non per questo meno ferale, ha colpito al cuore l’ancor nutrito popolo dei bibliofili italofoni; si tratta nientemeno che della liquidazione della storica libreria Hoepli di Milano, secondo un’operazione che coinvolge anche l’omonima casa editrice e che comporterà la chiusura permanente di un luogo pressoché leggendario – il quale, grazie alla sua prossimità al nostro territorio, è stato per decenni una vera e propria mecca anche per i lettori ticinesi, nonché un forte simbolo della comunità svizzera a Milano in quanto lascito del turgoviese illuminato Ulrico Hoepli. Purtroppo, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, questo evento non testimonia soltanto la tragica parabola discendente a cui ambiti come quello della letteratura (e della cultura più in generale) sono da tempo soggetti, ma è anche specchio di un fenomeno ben più ampio. Basti pensare

Xenia

all’incredibile numero di attività –principalmente imprese commerciali improntate alla diffusione di prodotti culturali – che negli ultimi anni hanno chiuso i battenti: su tutti, naturalmente, le librerie, ma anche i negozi di dischi e perfino di fumetti, per non parlare delle ormai defunte videoteche, per chi ancora le rammenta. Nella maggioranza dei casi, si tratta di negozi storici, che erano stati in grado di resistere per lunghi anni, superando le mille prove imposte dal cambiamento di gusti e mode; per citare solo due

Assia, la fidanzata d’Italia

La fidanzata d’Italia, Assia Noris, era bionda, fine, con grandi occhi chiari: carina, più che bella. Al cinema, recitava la parte della ragazza onesta e ingenua di umile origine che, insidiata da rivali altolocate, dopo varie peripezie corona il suo sogno d’amore. I suoi film furono strepitosi successi popolari negli anni dei «telefoni bianchi»: commedie leggere, brillanti, talvolta leziose, sempre ben fatte. Morale convenzionale piccolo borghese, messaggio consolatorio, ma nelle trame, negli squarci di verità sui personaggi e sul paese che raccontavano, quelle commedie erano meno evasive di quanto la retorica dominante avrebbe voluto. Fra il 1935 e il 1937, e ancora nel 1939, risultò l’attrice più amata dal pubblico italiano. L’anno successivo vinse il referendum indetto dalla rivista «Cinema» come miglior attrice

(per l’interpretazione in Dora Nelson di Mario Soldati, in cui si sdoppiava nella parte di una principessa russa e dell’operaia sua sosia, e della cenerentola disillusa in Una romantica avventura). Nel 1942 interpretò anche un dramma (Una storia d’amore) e il calligrafico Un colpo di pistola di Renato Castellani, da Puškin, e nel 1944 si fece apprezzare perfino in teatro (nella commedia L’ora della fantasia di Anna Bonacci, da cui Billy Wilder trasse poi Baciami, stupido): prova notevole per un’attrice che, recitando in una lingua non sua, aveva mantenuto un residuo di accento straniero. Convinceva nel ruolo di cameriera, commessa dei grandi magazzini, campagnola. Pure, Assia non era né modesta né timida né ingenua. Era determinata, capricciosa, ironica, moderna. «Russa, russa, russa», la dipinse scherzosamente Ma-

stata sul suo libro senza mai staccare, senza distrarsi, senza tirare fuori il telefono, senza mangiucchiare biscotti. Due. Ha visto me leggere, si è incuriosita, mi ha rivolto la parola. Lei legge molto?». «Sono rimasta incinta a vent’anni», dice la signora. «E mi sono sposata col pancione. Avrei voluto fare tante cose nella vita. Ho fatto tre figli. Non voglio più bene a mio marito da anni – non fraintenda, è un brav’uomo e non lo cambierei con nessuno, ma non c’è più quella cosa lì. A volte mi sembra che non ci sia mai stata. Adesso i ragazzi sono grandi, e io ogni tanto prendo il treno e vado a farmi un giro, a Venezia, a Milano, a Bergamo, così, per svagarmi. E leggo romanzetti per passare il tempo. Mio marito quando torna dal lavoro guarda le partite e si addormenta».

«Mi pare che un po’ di svago le spetti», dico.

«Eh, ma avrei voluto…», dice la signora. «Avrei voluto, ma come facevo? Lei invece…».

«Io sono un maschio», dico. «E non ho figli». «Ecco», dice la signora. «E sa, mi commuovono queste storie di donne, che leggo nei romanzi, che hanno avuto le stesse difficoltà mie, e anche di più, eppure ce l’hanno fatta. Hanno avuto una vita loro. Lo so che sono storie inventate, e, a dirla tutta, anche semplicistiche. Ma mi commuovono». Viene annunciata la stazione di Vicenza. La signora si alza in fretta, ficca il libro nella borsa, tira giù il cappotto, se lo posa sul braccio senza indossarlo. «Sono arrivata. La ringrazio. Mi scusi. La ringrazio. Arrivederci, anche se non ci vedremo mai più». «Arrivederci», le dico. Lei si allontana nel corridoio.

esempi, gli stimati Mandrake Jazz & Comix di Lugano e Buscemi Dischi di Milano, costretti a chiudere i battenti rispettivamente nel 2017 e 2023: oasi privilegiate all’interno di quello che viene sempre più percepito come un deserto intellettuale, eppure destinate a soccombere una dopo l’altra di fronte alla dura realtà economica e al cambiamento tecnologico e, soprattutto, sociale dell’epoca moderna. E pensare che chi scrive appartiene a una generazione per la quale recarsi in libreria o fumetteria, così come in videoteca o in un negozio di dischi, era un gesto che esulava dal semplice shopping per divenire piuttosto l’opportunità per un pomeriggio ricco di gratificazioni: significava infatti uscire con gli amici e passare ore a rovistare tra gli scaffali, discutendo di quanto si riusciva a «portare alla luce» – per poi discorrere a lungo con commessi e gestori, invariabilmente veri appassionati e conoscitori, in grado di

fornire molto più che semplici consigli o suggerimenti. Oggigiorno, tutto ciò fa parte di un passato che probabilmente non tornerà mai più, dal momento che simili acquisti vengono condotti quasi esclusivamente online: una scelta obbligata, poiché la graduale ma ineluttabile sparizione dei cosiddetti supporti fisici, ormai considerati obsoleti e rimpiazzati dai vari servizi di streaming, ha finito per rendere pressoché inconcepibile l’dea di comprare CD o DVD – ormai divenuti rarità prodotte soprattutto per il mercato dei collezionisti. Così, ecco che l’acquisto online sembra non far altro che aumentare in maniera esponenziale l’isolamento di cui la nostra società soffre in modo quasi patologico, visto che proprio il comfort da esso offerto – il medesimo elemento che evita al cliente di dover metter piede fuori casa – finisce per eliminare dall’equazione un aspetto fondamentale. A mancare so-

no, infine, proprio il contatto umano e lo scambio che esso garantisce – e, di conseguenza, un senso più ampio e condiviso del lavoro artistico, sia questo una canzone o un racconto. Certo, al giorno d’oggi noi utenti abbiamo guadagnato una libertà di fruizione un tempo a dir poco impensabile, al punto da avere accesso, spesso gratuitamente, a milioni di opere, il tutto grazie al web e ai social network; eppure, qualcosa sembra essere andata persa, forse per sempre, nell’arco di questa transizione epocale. Tuttavia, forse si può ancora sperare che, in barba alla consueta percezione della tecnologia come «disumanizzante», la fine di un’era possa portare con sé anche nuove opportunità di aggregazione e condivisione in nome dell’arte – da sempre, in fondo, una delle rare costanti nel nostro anelito alla bellezza, nonché, come in ogni epoca, ancora autentico catalizzatore delle umane speranze.

rio Soldati, citato da Nico Orengo nel suo memoir Hotel Angleterre Si chiamava Anastasia von Herzfeld (o Gerzfeld) ed era nata a Pietroburgo nel 1912. Il padre un ufficiale tedesco di origine svedese, la madre ucraina. Ma era ancora bambina quando i suoi lasciarono la Russia dopo la Rivoluzione d’Ottobre e –come milioni di altri connazionali –si rifugiarono in Francia, ingrossando la legione degli «emigrés ». Anni dopo, lei raccontò che suo padre «era un uomo meraviglioso che ha dedicato la vita agli esiliati russi e alla beneficienza». Non so se i von Herzfeld avessero scelto subito il Midi: nel gennaio del 1929 erano a Nizza, dove, a nemmeno 17 anni, Assia arrivò seconda a un concorso di fotogenia, guadagnando un contratto nel cinema (e la prima foto su una rivista). In Italia arrivò per caso, quan-

do coi genitori fu invitata a Napoli da una famiglia di esuli russi già loro ospiti a Cannes l’estate precedente. Erano ancora in vacanza a Roma quando nel foyer del teatro Argentina – dove lei e la madre si erano rifugiate a bere tè perché non capivano una parola dello spettacolo – fu notata da Peppino Amato, il mitico produttore della Caesar Film. Avvicinò la madre e le disse che cercava una ragazzina per la commedia Tre uomini in frak (che sarebbe stata girata in doppia versione, francese e italiana: in questa, con Tito Schipa e i fratelli De Filippo). La madre si lasciò convincere dallo charme leggendario di Amato. Tuttavia il padre non le diede il permesso di dare il suo cognome «ai saltimbanchi del circo», e Amato gliene inventò un altro – un bisillabo breve ed efficace, che nulla svelava delle sue origini: Noris.

Nella piccola parte della ragazza americana che vuol farsi comprare il tenore Schipa per averlo sempre con sé, Assia Noris era graziosa, bellina e spigliata, nulla più. Nel 1933 Amato la scritturò anche per La signorina dell’autobus e la famiglia finì per trasferirsi a Roma. Assia imparò l’italiano. Manteneva il riserbo sulla sua persona e cercò di accreditarsi presso gli scettici cinematografari romani come principessa russa: raccontava alla troupe di Giallo, il suo primo film diretto da Mario Camerini, di essere in attesa dei suoi bauli, colmi di abiti stupendi, ma alla fine la segretaria di produzione sgamò la bugia patetica e glieli fece comprare. Fu Camerini, che la volle protagonista accanto a Vittorio De Sica in Darò un milione (1935), a fare di quella giovane straniera una diva italiana. (Continua...)

di Giulio Mozzi
di Benedicta Froelich
di Melania Mazzucco

Fogli di carta compostabili 1

GUSTO

Menu di Pasqua

Un brunch che conquista

Corona di coniglietti di Pasqua

Dolce al forno, per circa 6 pezzi

700 g di farina bianca

20 g di lievito

3 cucchiai di zucchero ca. 1,3 dl di acqua tiepida

1 grande mela rossa da 180 g

1 cucchiaino di sale

1 vasetto di panna acidula semigrassa

6 chicchi di uva sultanina

1 tuorlo da spennellare

1. Versa la farina in una scodella e forma un incavo al centro. Dividi il lievito a pezzettini e versali nell’incavo. Copri con lo zucchero e l’acqua, poi lascia riposare per 10 minuti finché si formano delle bollicine.

2. Nel frattempo, grattugia finemente la mela. Aggiungila alla farina con il sale e la panna acidula semigrassa. Impasta tra di loro tutti gli ingredienti, finché ottieni una massa liscia e morbida. Accomodala in una scodella e copri con un panno umido. Riponi in un luogo caldo non ventilato e lascia lievitare al doppio del volume per ca. 2 ore.

3. Dividi l’impasto in 10 porzioni. Con 6 porzioni forma dei filoni lunghi 35 cm. Arrotolali formando girelle per i 6 corpi dei coniglietti. Con 2 porzioni dell’impasto modella 6 teste rotonde. Con le 2 porzioni rimanenti forma 6 paia d’orecchie e 6 code. Intaglia le orecchie con una forbice.

4. Accomoda i coniglietti in cerchio su una teglia girata dall’altro lato e foderata con carta da forno. Premi 1 chicco d’uva sultanina come occhio sulla testa di ogni coniglietto.

5. Spennella i coniglietti con acqua e lasciali lievitare per ca. 20 minuti.

6. Scalda il forno statico a 200 °C (calore superiore e inferiore). Diluisci il tuorlo con poca acqua e usalo per spennellare i coniglietti. Cuoci nella metà inferiore del forno per 30-35 minuti.

Testo: Dinah Leuenberger Foto: Claudia Linsi

Torretta di ravanelli

Costruita fetta per fetta attorno a una saporita crema di formaggio fresco, la torretta di ravanelli raggiunge altezze culinarie e visive.

Twisted toast

Come se le fette di pane ballassero! Conditi con uova e prosciutto, pesto e formaggio o brie e mirtilli rossi, i twisted toast sono una festa per gli occhi e per il palato.

Torta di carote

Quello che i coniglietti amano sgranocchiare, piace anche a noi: le carote! Soprattutto quando vengono trasformate in una deliziosa torta decorata con amore.

Con un coniglietto al centro

Tagliere pasquale di formaggi

Aperitivo per 4 persone

2 camembert suisse (mezzaluna)

1 tomme à la crème da 100 g

1 mini tomme à la crème da 30 g

2 caprice des dieux da 50 g l’uno ca. 150 g d’antipasti, ad es. olive marinate, peperoncini corno del diavolo ripieni, hummus al naturale, guacamole ca. 100 g di noci, ad es. cashew al curry

2 uova sode ca. 100 g di formaggio, ad es. Appenzeller ca. 300 g di verdure miste, ad es. ravanelli, mini cetrioli, mini carote, pomodori cherry, mini peperoni ca. 150 g d’affettato, ad es. piatto grigionese misto, carne secca dei Grigioni, bastoncini di salame ca. 200 g di bacche miste, ad es. fragole e mirtilli ca. 200 g di pane e cracker, ad es. mini panini precotti, cracker, mini blévita alla paprica

1. Per il coniglio, disponi sul tagliere i camembert come corpo, il tomme più grande come testa, quello piccolo come codino e i mini caprice des dieux come orecchie.

2. Riempi delle ciotoline con gli antipasti e le noci. Sguscia e dimezza le uova. Affetta il formaggio e, a seconda della grandezza, dimezza o dividi in quarti le verdure.

3. Accomoda tutto compresi gli ingredienti restanti attorno al coniglio di formaggio, finché il tagliere è ben completato.

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TEMPO LIBERO

Tuffo nel principale santuario haitiano Durante la Pasqua, a Souvenance, il vudù haitiano si manifesta come pratica concreta e quotidiana con sacrifici e relazioni con gli spiriti

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Dietetico e della cucina mediterranea I filetti dorsali di merluzzo sono una meraviglia soprattutto se gustati con un’aromatica salsa alla panna insaporita da finocchi e salsiccia

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Quando perdere diventa strategia Taccuini, giochi e racconti di pesca, per un ragionamento su attenzione e casualità, dove l’errore e la sconfitta sono strumenti utili

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La traversata artica in ventisei giorni

Adrenalina ◆ La promessa fatta da Markus Blum alla figlia tredicenne diventa una spedizione estrema lungo poco meno di 600 chilometri di ghiaccio groenlandese

Storia di una promessa mantenuta. Se da piccoli, a spingerci verso le braccia di Morfeo sono le fiabe della buona notte che ci vengono raccontate dai genitori, quando si è già un po’ più grandicelli a cullarci prima di addormentarci sono altri racconti, magari più avventurosi. Come quello di papà Markus – svizzero originario di Davos - che, di ritorno dalla sua spedizione in Groenlandia, racconta la sua avventura all’estremo nord alla figlioletta Amira, allora tredicenne. La ragazza ne subisce l’incanto tanto che, prima di prendere sonno, gli occhi luccicanti, strappa una promessa al padre: «Se mai ci tornerai, in Groenlandia, devi portarmi con te». Detto e fatto: Markus è stato di parola, e tre anni più tardi, la scorsa primavera, i due si sono lanciati assieme nella straordinaria avventura, portando a termine la traversata artica in 26 giorni. Cosa che fa della sedicenne Amira Blum la più giovane europea a completare l’attraversamento della Groenlandia a piedi nonché la più giovane in assoluto ad averla realizzata in coppia. Solo l’australiana Jade Hameister è stata più precoce di lei, ma ad accompagnarla nella sua avventura, completata il giorno del suo sedicesimo compleanno, c’era un team di altre cinque persone, una guida e dei cameraman professionisti. Loro, Markus e Amira, invece, l’hanno fatto a piedi e con gli sci, trascinando loro stessi il materiale necessario, caricato a bordo di tre slitte. E a un anno da quell’avventura ora ce la raccontano sognando la prossima.

All’undicesimo giorno, Amira e Markus oltrepassano la stazione americana Dye2, ormai inghiottita dal ghiaccio

«Il fatto di esserci già stato una volta ha agevolato un po’ la spedizione» spiega il papà Markus. «La prima volta è stata tutta una scoperta. Ci sono stato con un mio collega, e assieme abbiamo viaggiato quasi verso l’ignoto: non sapevamo esattamente cosa aspettarci. Per questo mi sono preparato facendo tesoro dei consigli di Thomas Ulrich, tra le più esperte guide artiche al mondo nonché mio grande amico».

I momenti delicati, tuttavia, non sono mancati in questa «replica» con Amira. «Un primo momento impegnativo lo abbiamo vissuto già alla partenza. Dovevamo prima di tutto risalire il ghiacciaio per raggiungere l’altopiano, dove l’orizzonte si apre, attraversando però anche torrenti d’acqua formati dall’acqua scongelata. È una sorta di labirinto, in forte

pendenza, che devi oltretutto affrontare con slitte che, essendo all’inizio del viaggio, sono ancora belle pesanti… Per questo i primi passi procedono molto lentamente. Al punto che dopo due giorni hai magari percorso solo 20 km, quando per completare la traversata ne sono necessari poco meno di 600! Non è facile: in simili spedizioni l’aspetto mentale non va sottovalutato, anche perché capitano giornate in cui ti trovi di fronte unicamente una vasta distesa bianca, senza punti di riferimento, in cui tu cerci di progredire, con una media di una decina di ore al giorno. E se il tempo è brutto è ancora peggio, per-

ché fatichi pure a vedere in distanza». Un bianco gelido che sembra inghiottirsi tutto: all’undicesimo giorno (dopo 190 km), i due hanno raggiunto la stazione americana Dye2, che un tempo fungeva da postazione di allerta avanzata. «Abbandonata negli anni Ottanta, la stazione sta lentamente sprofondando nel ghiaccio, ma è ancora perfettamente conservata». Oltrepassati tecnofossili e ostacoli, arrivano fino alla meta: «Quando abbiamo raggiunto la costa orientale, abbiamo dovuto scendere e attraversare il ghiaccio marino per raggiungere il mare aperto. All’inizio c’erano dei blocchi di ghiaccio, quindi, pas-

sando da una placca all’altra, abbiamo dovuto cercare quelli più sicuri per poterci passare con slitte e sci». Ed è in fondo questo il paesaggio più suggestivo dei viaggi nel freddo estremo che continua ad attrarre Markus Blum: «L’Artico ha un fascino tutto particolare, come un immenso deserto bianco. E poi c’è il suo clima rigido, un ambiente ostile all’essere umano, in cui non potrebbe sopravvivere per molto tempo. Là fuori non c’è niente, salvo un’enorme distesa arida. Mi piace questo contrasto con la nostra vita di tutti i giorni, dove si è sovrastimolati».

Quella compiuta con Amira non è stata un’avventura padre-figlia, ma una spedizione portata a termine da un team composto da due persone dello stesso livello. Malgrado la sua giovane età, Amira fin da subito ha infatti saputo rivelarsi un membro della spedizione a pieno titolo. «Amira ha dimostrato di sapere il fatto suo in tutti i campi, mostrandosi a suo agio su una superficie a volte anche impegnativa, attraversando crepacci o torrenti d’acqua gelida, dando una mano a montare la tenda per la notte, a preparare i pasti e a pianificare gli spostamenti e anche a prendere saltuariamente la testa della spedizione». Iniziata il 18 maggio a Kangerlussuaq, sulla costa occidentale, la traversata della Groenlandia a piedi (e do-

ve possibile con gli sci), di Markus e Amira Blum, con una sola slitta al seguito, si è conclusa il 12 giugno a Isotorq, un isolotto sulla costa orientale, raggiungibile attraverso il ghiaccio del fiordo, per complessivi 558 km. Poco dopo la boa di metà traversata (attorno al km 320), padre e figlia hanno raggiunto il «tetto» della spedizione, a quota 2500 metri.

E adesso? Markus Blum non ha intenzione di fermarsi: «Mi stuzzica l’idea di compiere la traversata passando però per un’altra via, inedita. Cullo però anche il sogno di una spedizione al Polo Nord o al Polo Sud… Insomma, di progetti per il futuro ce ne sono diversi, e tutti molto stimolanti. Uno alla volta, cercherò di realizzarli». C’è dell’altro: «Oltre ad Amira, ho anche un’altra figlia, di tre anni più giovane. E come la sorella maggiore, anche lei a tredici anni mi ha fatto promettere di portarla con me in uno dei miei prossimi viaggi!». Mantenuta una promessa, anche la seconda andrà onorata: «Ancora non so quale sarà la destinazione del viaggio che faremo assieme, ma lo faremo. Nel futuro più prossimo, a ogni buon conto, c’è però ancora la traversata classica della Groenlandia, che la prossima primavera farò ma con un gruppo che si sta formando a poco a poco e per il quale ci sono ancora posti disponibili… Partiremo a maggio!».

Markus Blum
Moreno Invernizzi
Amira e Markus Blum al punto d’arrivo. (Markus Blum)

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Il concreto odore della magia

Reportage ◆ Mentre il Paese è in crisi, a Souvenance, nel cuore di Haiti, la Pasqua si celebra con riti vudù

Vittoria Groh, testo e foto

«La magia ha un buon odore», mi dice una donna mentre si spruzza addosso un profumo dolciastro, quasi nauseante. L’aria è satura. Non profuma di terra bagnata, né di incenso antico. Profuma di plastica e zucchero, di modernità che non chiede permesso. Per un attimo mi sembra un paradosso: avevo immaginato il vudù (voodoo, in forma inglese) come qualcosa di selvatico, primordiale, legato alla foresta e al fumo delle candele. Invece l’odore che inspiro è urbano, artificiale. Souvenance è un luogo di pellegrinaggio nella pianura dell’Artibonite, uno dei santuari vudù più importanti di Haiti, dove ogni anno centinaia di persone si radunano per onorare gli spiriti (lwa) con canti, danze, trance, sacrifici e bagni rituali. Una tradizione che attraversa generazioni e che continua anche oggi, nonostante l’emergenza politica e umanitaria stiano soffocando il Paese.

Da marzo 2023, metà della popolazione vive in aree con gravi e prolungate crisi alimentari e deve campare dentro un Paese dominato dalle gang criminali: secondo l’ONU dal 2022 più di 16mila persone sono state uccise dai delinquenti e più di un milione di persone ha dovuto lasciare le proprie case. Non stupisce che gli haitiani cerchino conforto nella loro antica magia. A Souvenance, per esempio, dove durante le celebrazioni pasquali, la spiritualità non si presenta come un altare immacolato, ma come la vita: sudore, profumi a buon mercato, corpi stretti l’uno all’altro. Il vudù haitiano è vissuto come una spiritualità pragmatica. Si chiede uno spirito perché «funziona». Si chiede ciò di cui si ha bisogno: una macchina, una donna, protezione, salute, fortuna. «Se non hai niente da chiedere, chiedi per noi», mi dice un uomo, con voce divertita. «Noi abbiamo sempre bisogno». I colori e i gesti sono materia: le vesti di cotone bianco, l’acqua torbida in cui i corpi si immergono in cerca di purificazione, il sangue. Non si cerca l’illusione di un aldilà lontano: si tratta con gli spiriti qui e ora, perché la dimensione terrena e quella invisibile sono intrecciate.

Dietro a un albero un ragazzo si ripara da una donna che lo minaccia a colpi di scopa. «Incarna Ezili Freda, spirito dell’amore e del desiderio», mi spiega. «Mi accusa di averla tradita. Sono simbolicamente sposato con lei, ma non ho rispettato il periodo di castità. Le mie pulsioni sessuali hanno preso il sopravvento». Nel vudù haitiano non esistono categorie fisse di «bene» e «male» come si intendono nelle tradizioni occidentali. Gli spiriti non sono giudici morali supremi, ma presenze potenti, ambivalenti, che si onorano e si trattano con rispetto. Se fai qualcosa di proibito, non è perché sia

«male» in assoluto, ma perché disturba l’ordine della comunità e rompe un equilibrio fragile. Ciò che conta è come vivi insieme agli altri. Fuori, nell’acqua fangosa, i corpi girano, cantano, invocano senza cercare un ritmo uniforme. Mi chiedono di suonare il tamburo e cerco di accordarmi con chi mi siede a fianco. «Perché cerchi di seguirmi?», mi chiede lui. «Sii dissonante. Tu sei guidata dal tuo spirito, io dal mio». Nel vudù tutto deve deragliare, farsi incidente. «È nello shock che si crea la vita», mi dicono. Gli spiriti non appaiono nell’armonia contemplativa: si presentano nell’inaspettato, nelle fratture.

Eppure gli lwa non amano che si parli troppo di loro. Non vogliono essere descritti, spiegati, ridotti a sistema. È come la spiritualità della terra: ha bisogno di ombra e di silenzio per crescere. Come il seme che germoglia sotto la superficie. Qui il razionale è quasi un tabù. Il vudù si muove nelle forze vitali e nel momento in cui le si analizza troppo, si svuotano. Appena le spieghi, perdono magia. Ogni spirito è una relazione personale e unica. Non esiste una dottrina universale da apprendere nei libri o a scuola. Chi siamo non si impara scrivendo. Se provi a trasformarlo in teoria, diventa falso. Una capra esanime viene portata sul-

le spalle, tra la folla che danza e i riti di manje-lwa, il nutrimento per gli spiriti. Non è uno spettacolo macabro. Il sangue rappresenta la forza, è materia che connette, che lega chi offre a chi ascolta. Il vudù non separa il corpo dal sacro. Accanto a me un uomo brandisce una spada di legno. Dopo aver girato attorno a un albero come a tracciare un confine invisibile, spiega che «in questo modo la rabbia trova forma invece di esplodere». Mentre parla, si aggrappa a una bottiglia di rum come a un sostegno. Dice che il suo spirito, gros homme, chiede nutrimento, e per lui l’alcol è quel nutrimento. Fuma si-

garette al contrario per offrirle a gros homme, indossa gli occhiali sull’altro lato della testa per mostrare la realtà al suo spirito. Nel vudù, gli spiriti sono anche lente sulla propria vita: un modo di guardare le proprie pulsioni, i traumi subiti, e di ripercorrerli con l’aiuto di un energia che non condanna, né colpevolizza. Questa spiritualità è legata alla storia di Haiti: nata nella resistenza alla schiavitù e al colonialismo, è una forma di resilienza incarnata, radicata nella convinzione che gli spiriti aiutino a superare le ferite della memoria collettiva e individuale. «La relazione con gli lwa è una non-salute che trova un’altra forma di salute», mi racconta il prete prima di iniziare l’ultimo sacrificio della giornata. Non guarisce nel senso clinico del termine. Non elimina il dolore, non promette salvezza eterea, ma produce una forza morale, una gioia di vivere che sfugge alla nostra visione materialista della salute come semplice efficienza del corpo. Qui la forza è capacità di restare in piedi. «Sarà per questo che gli haitiani sopportano tanto», dice sorridendo. Forse è questo il vero odore della magia: la capacità di restare interi in un mondo che continuamente spezza. Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.

Ricetta della settimana - Merluzzo ai finocchi

Ingredienti

Piatto principale

Ingredienti per 4 persone

1 luganiga o salsiccia da circa 150 g

2 scalogni

1 finocchio con il ciuffo da circa 300 g olio per rosolare sale

pepe

2 dl di vino bianco

3 dl di panna

½ mazzetto d’origano

4 filetti dorsali di merluzzo da circa 120 g

Preparazione

1. Intagliate la pelle della salsiccia, premete per far fuoriuscire la carne e spezzettatela grossolanamente.

2. Tritate gli scalogni.

3. Tenete da parte il ciuffo verde del finocchio, poi dimezzatelo eliminando la parte legnosa alla base. Tagliate il finocchio a dadini di 1 cm.

4. Scaldate l’olio in una padella. Unite la luganiga, gli scalogni e il finocchio, poi rosolate per circa 5 minuti. Condite con sale e pepe.

5. Spegne con il vino e lasciate sobbollire per circa 3 minuti.

6. Aggiungete la panna e lasciate sobbollire per altri 2 minuti. Staccate dai rametti le foglie d’origano, tritatele e unitele alla salsa. Condite con sale e pepe.

7. Riducete il calore e aggiungete il pesce alla salsa. Mettete il coperchio e lasciate riposare per circa 5 minuti a fuoco basso.

8. Distribuite nei piatti e guarnite con il ciuffo di finocchio tenuto da parte.

Consigli utili

Durante la preparazione può essere utile preparare la salsa in anticipo. Poco prima di servire, scaldatela di nuovo ed eventualmente diluitela con poca d’acqua. Aggiungete il pesce e lasciatelo riposare. Accompagnate con patate, ad esempio patate con erba cipollina.

Preparazione: circa 30 minuti.

Per persona: circa 31 g di proteine, 36 g di grassi, 8 g di carboidrati, 520 kcal

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Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch

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Viaggio nella Music City del Tenn

Reportage Una passeggiata lungo la Broadway Street di Nashville, con speroni e cappello da cowboy, per seguire le orme dei padri

Appena partono le prime note di lene vano a mezz’aria e un applauso entu

alla turistificazione

Affacciato su Broadway Street, questo locale è un baluardo della Nashville più autentica, quella che combatte il turismo selvaggio e la commercializ zazione a ogni costo. Le pareti sono tappezzate di targhe d’epoca di ognu no dei cinquanta Stati. A vegliare su gli avventori c’è un surreale cartonato a grandezza naturale di George Strait

– «King of Country» e santo protet tore di tutti i cowboy – che benedice musicisti e clienti.

da Betty Rose mentre sorseggiamo un drink insieme dopo lo spettaco lo. «Qui mi sento davvero a casa, cir condata da persone che condividono

rivata a Nashville, dove ha trovato per lei il luogo del cuore, dove tutto trova senso.

Gran parte di questa autenticità è merito di Layla Vartanian, la pro

Le

prietaria. Ex musicista, nel 1997 ha deciso di diventare imprenditrice e da allora è stata per anni l’unica don–

star che hanno aperto il loro bar a Nashville

A Nashville, le stelle della musica country non si accontentano di bril lare sul palco: sempre più spesso firmano la vita notturna della città, aprendo bar che rispecchiano il loro stile e la loro personalità. Negli ulti mi anni, questi locali di proprietà del le celebrità hanno finito per dominare

C’è il Chief’s di Eric Church, con la sua atmosfera da saloon rustico; l’Ole Red di Blake Shelton, un tempio del la musica dal vivo dove, con un po’ di fortuna, si può assistere a un duetto improvvisato tra il proprietario e sua moglie, Gwen Stefani. Jason Aldean ha firmato il suo Kitchen + Rooftop Bar, mentre Luke Bryan ha creato il mastodontico Luke’s 32 Bridge, un complesso su sei piani con quattro palchi e due ristoranti che propongono un menu sterminato. Non manca Kid Rock, l’artista chiacchierato per le sue posizioni politiche – è noto come amico e sostenitore del presidente Donald Trump – che ha un

trazione irresistibile per i turisti, un concentrato di glamour e spettacolo. Ma suscitano anche qualche

Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni, testo e foto
La scultura Music City Heroes, installata su Lower Broadway a Nashville, omaggia i numerosi musicisti che ogni giorno animano questa strada con la loro musica.

L’arte di pescare seduti intorno a un tavolo

Colpo critico ◆ Tre giochi in cui carte, dadi e taccuini funzionano come dispositivi narrativi capaci di trasformare la perdita in esperienza

Per andare a pesca di parole, lo strumento essenziale è il taccuino.

Qualcuno potrebbe obiettare che ormai è stato risucchiato tra le funzioni del telefono. Ma il problema è che il telefono s’impiccia: chiamate, notifiche, messaggi. Il taccuino, lui, per fortuna resta silenzioso.

La metafora della pesca è adatta alle parole: non sappiamo mai che cosa apparirà dal profondo. L’autore americano John Gierach, nel suo The view from Rat Lake (Simon & Schuster, 1989), racconta che dopo un’uscita a pesca qualcuno gli chiese: «Allora, che cosa scriverai su Rat Lake? Io risposi che non ne avevo nessuna idea – prosegue – ma che avrei trovato qualcosa, e mi venne in mente che si possa guardare alla scrittura e alla pesca come a due attività simili in almeno tre aspetti: entrambe esigono un certo grado di perseveranza, entrambe possono finire in maniera diversa da come avevate previsto, ed entrambe meritano che vi dedichiate a esse per il solo piacere di farlo, anche se non si ottiene ciò che si cerca – per esempio pesci o denaro».

La gratuità della pesca è fondamentale anche se la trasponiamo nell’ambito ludico. Anche in questo caso qualcuno potrebbe obiettare che si gioca per vincere. Ma non è vero. O almeno non del tutto. Se la vittoria –

così come i pesci o un testo di senso compiuto – è la motivazione iniziale, presto ci si accorge che non basta. Alla fine si perdono più partite di quanto non se ne vincano, ma tutto sta nel come ci si arriva. Perciò amo i giochi di due tipi: quelli che restituiscono con cura un’ambientazione e quelli, anche astratti, che consentono un percorso ricco di colpi di scena. Alla seconda categoria appartiene Fishing, creato da Friedemann Friese nel 2024 per 2F-Spiele (in italiano: Giochi Uniti, 2025). Dura un quarto d’ora e accoglie da 3 a 5 partecipanti. L’ambientazione sembra restituire il mondo della pesca di cui stiamo parlando, ma si tratta in sostanza di un derivato dalla classica briscola. Con una novità: ogni mano si gioca usando le carte prese in quella precedenza (e messe nel proprio «peschereccio»). Chi non ne ha prese abbastanza, pesca nuove carte da un mazzetto (chiamato «Oceano»), e queste carte sono sempre più forti di quelle già in circolazione. Questo è geniale, perché implica che, se si vince sempre, non si avranno più delle carte potenti. Per essere i vincitori alla fine occorre dunque pianificare di perdere alcune mani durante la partita, al momento giusto.

L’ambientazione di Fishing è molto lieve, ma c’è comunque un aspet-

Giochi e passatempi

Cruciverba

Vi auguriamo che questa Pasqua… Termina la frase leggendo, a soluzione ultimata, le lettere evidenziate. (Frase: 5, 7, 2, 4, 11, 2, 3)

Il suo opposto è pre

Celibi

Arte Parigina

Fiume svizzero

Cattiva a Boston

Le iniziali dell’attore Accorsi

Oliver Hardy

Nome femminile 16. Preposizione 18. Andata per Virgilio 19. Di latte... sulla pizza 20. Un genere letterario 22. Un Bravo... fiume 24. Primo cardinale inglese

25. Depressione della superficie terrestre

27. Un vero oltraggio

29. Verso... in poesia

30. I parenti di una volta

32. Un Bruce attore

33. Sconfisse il Minotauro

34. Buono nei prefissi

35. È impegnativo leggerlo...

37. Suo in inglese

38. Breve... interno

39. Inetti, incapaci

40. Valutazioni di merito

VERTICALI

1. Passato in inglese

2. Parlare in pubblico

3. Seguono la «R»

4. Si può fare di qualità

5. L’ultimo della covata

6. Le coperte meno corte

7. Un tipo di gallina

8. Separa la laguna dall’alto mare

9. Gaio, lieto

to simulativo nell’incertezza su che cosa arriverà dal mazzo «Oceano». L’aspetto più interessante riguarda comunque la bilancia fra vittorie e sconfitte. Tale meccanismo consente inoltre a chi non prende niente, a chi si ritrova con un pugno di mosche (o con un vecchio scarpone in fondo alla lenza), di rientrare in gara in maniera spettacolare.

Se Fishing è un piccolo, ingegnoso gioco astratto, altri titoli mettono l’accento sulla simulazione. Segna-

lo fra gli altri Freshwater Fly di Brian Suhre (Bellwether Games, 2019). Qui si tratta di escogitare una strategia a partire dal lancio di un certo numero di dadi, fra i quali i partecipanti (da 1 a 4) devono sceglierne uno, lasciando i restanti agli avversari. A seconda della cifra sul dado, si potranno svolgere una serie di azioni diverse: lanciare la propria esca, riavvolgere la lenza, migliorare la propria abilità.

Ancora più strutturato è Swordfish, creato da Pierluigi Frumusa e Da-

vide Rizzi (Ghenos Games, 2012). È un gestionale nel quale bisogna gestire una barca e il suo equipaggio. I giocatori, da 2 a 6, si avventurano in diverse zone di mare, pianificando gli spostamenti e l’uso del carburante, per poi tornare in porto e cercare di vendere ciò che si è preso. Naturalmente, bisogna essere pronti a fare fronte alle tempeste… e a considerare il rischio del naufragio.

L’inseguimento al pescespada è una figura narrativa potente fin dai tempi di Ernest Hemingway. Come dimenticare il vecchio Santiago?

L’incipit è indimenticabile: «Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce» (Il vecchio e il mare, 1951; Mondadori, 2021).

La lotta contro il «grande pesce» è epica, così come è memorabile lo stile asciutto dell’autore. Hemingway sapeva che, quando si parla di pesca, si parla sempre di altro. A un certo punto il ragazzino dice al vecchio che è il pescatore più bravo di tutti. E lui: «No. Ne conosco di migliori». L’importante però non è vincere o perdere, essere i migliori; è cercare di essere diversi: «“Qué va ” disse il ragazzo. “Ci sono molti pescatori bravi e alcuni grandi. Ma come te ci sei soltanto tu.”».

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

11. Nome femminile

17. Un raggio nei poligoni regolari

19. Si può averlo di voce

21. Desinenza di diminutivo femminile

22. Raro in Francia

23. Più di quanti bastino

25. Gli abiti sacerdotali

26. Avvenimento in Inghilterra

28. Un gas nobile

29. Velo in inglese

31. Antico popolo germanico

36. Fiume russo

38. Satellite di Giove

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il lunedì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera. ORIZZONTALI

Soluzione della settimana precedente BRRRR CHE FREDDO! – In Antartide a causa delle temperature glaciali: … NON CI SONO RETTILI

Copertina di Swordfish, creato da Pierluigi Frumusa e Davide Rizzi. (Ghenos Games, 2012)

Tutto l'assortimento Sélection per es. granola, 400 g, 4.64 invece di 5.80, (100 g = 1.16) 20%

2.95

Lombatina d'agnello Migros per 100 g, in self-service 20%

invece di 3.70

a partire da 2 pezzi 41%

Caffè in chicchi Chicco D'Oro Tradition 1 kg, 11.74 invece di 19.90, (100 g = 1.17)

7.80

invece di 11.20

Mirtilli/Lamponi Migros Bio Spagna, vaschette, 2 x 250 g, (100 g = 1.56)

12.95

invece di 22.25

Filetto di salmone senza pelle M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 500 g, in self-service, (100 g = 2.59) 41%

Bontàparadisiaca

Fragole

Italia/Spagna/Grecia, vaschetta da 500 g, 2.96 invece di 4.–, (100 g = 0.59) a partire da 2 pezzi 26%

2.95 invece di 3.60 Mini filetti di pollo Optigal Svizzera, per 100 g, in self-service 18%

3.95

Insalata di primavera Migros Bio 200 g, (100 g = 1.98)

3.45 invece di 4.10

Migros Ticino

È tempo di rispolverare il GRILL

DELIZIEper la Pasqua

9.95

12.95

4.95 invece di 6.20

Piatto grigionese Spécialité Suisse prosciutto crudo, carne secca, pancetta cruda e Grisoni, Svizzera, per 100 g, in self-service

Viva il formaggio

Tutto il formaggio Appenzeller in self-service per es. leggermente piccante, circa 250 g, per 100 g, 1.40 invece di 1.75 20%

2.40

invece di 3.–Canaria per 100 g, prodotto confezionato 20%

6.95 invece di 8.85

Le Gruyère grattugiato AOP 3 x 130 g, (100 g = 1.78) conf. da 3 21%

1.65

invece di 2.10

Le Gruyère piccante AOP circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 21%

4.10 invece di 5.15

Asiago pressato DOP 250g, prodotto confezionato, (100 g = 1.64) 20%

21%

Fol Epi a fette Classic o Légère, in conf. speciale, per es. Classic, 462 g, 8.50 invece di 10.78, (100 g = 1.84)

Prodotti freschi e pronti

Quando hai poco tempo

Ravioli Anna's Best, refrigerati (confezioni multiple escluse), ricotta e spinaci, alla carne di manzo d'Hérens del Vallese oppure mozzarella e pomodoro, per es. ricotta e spinaci, 250 g, 3.18 invece di 4.75, (100 g = 1.27)

Tutti i wrap, i sandwich e gli onigiri, in stile asiatico, refrigerati per es. Sushi Wrap Smoked Salmon, 240 g, 6.– invece di 7.50, (100 g = 2.50) 20%

33% PREZZO BASSO

Fettine di verdure e patate o nuggets plant-based, Migros Bio per es. fettine, 2 x 180 g, 6.30 invece di 7.90, (100 g = 1.75)

Composte e succhi freschi a partire da 750 ml, Andros, refrigerati disponibili in diverse varietà, per es. succo d'arancia, 1 litro, 4.06 invece di 5.80, (100 ml = 0.41) a partire da 2 pezzi 30%

1.65 Bretzel di Sils con burro Anna's Best 70 g, (100 g = 2.36)

2.20

Carne macinata con cornetti Migros

350 g, (100 g = 0.63)

Bevanda al tè verde con perle dolci e commestibili

20x CUMULUS NOVITÀ

4.20 Bubble Tea Virgin Blue Paradise 450 ml, (100 ml = 0.93)

2.80 Spaghetti Bolognese Migros

400 g, (100 g = 0.70)

a partire da 3 pezzi

TroppoBUONI

2.85

invece di 3.60

500 g, prodotto confezionato, (100 g = 0.57) 20%

Treccia al burro, IP-SUISSE

2.95

Mini muffin Salted Caramel o Chocolate, Petit Bonheur

240 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.23)

5.–

Tranci al limone

5 pezzi, 250 g, prodotto confezionato, (100 g = 2.00)

Fagottini alle pere Petit Bonheur e fagottini di spelta alle pere Migros Bio per es. Petit Bonheur, 3 pezzi, 225 g, 2.72 invece di 3.40, prodotto confezionato, (100 g = 1.21) 20%

Tutti i cake Petit Bonheur per es. cake al cioccolato, 420 g, 4.16 invece di 5.20, prodotto confezionato, (100 g = 0.99) 20%

Fai scorta e RISPARMIA

conf. da 10 30%

12.60

invece di 18.–Zucchero fino Cristal M-Classic, IP-SUISSE 10 x 1 kg, (100 g = 0.13)

a partire da 2 pezzi –.50 DI RIDUZIONE

Tutta la frutta secca e a guscio, Migros Bio (prodotti Alnatura e Demeter esclusi), per es. fichi secchi, 400 g, 7.– invece di 7.50, (100 g = 1.75)

25%

Tutti gli infusi bio per es. infuso alla menta piperita Migros Bio, 20 bustine, –.71 invece di –.95, (100 g = 2.54)

20%

Salatini da aperitivo Gran Pavesi Cracker Salato, Sfoglie Classiche o Sfoglie Mais, in confezioni speciali o multiple, per es. Cracker Salato, 560 g, 3.90 invece di 4.93, (100 g = 0.70)

a partire da 2 pezzi 30%

Tutte le confetture Extra e Fit & Well, Belle Journée per es. Extra alle fragole, 500 g, 1.89 invece di 2.70, (100 g = 0.38)

conf. da 3 33%

8.40 invece di 12.60 Chips Zweifel alla paprica o al naturale, 3 x 175 g, (100 g = 1.60)

a partire da 2 pezzi

a partire da 2 pezzi 30%

Tutte le salse Salsa all'Italiana per es. Napoli, 250 ml, 1.09 invece di 1.55, (100 ml = 0.44)

a partire da 3 pezzi 33%

Tutte le olive in sacchetto M-Classic (articoli Demeter e Alnatura esclusi), per es. olive spagnole Hojiblanca, snocciolate, annerite, 150 g, 1.81 invece di 2.70, (100 g = 1.21)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i tipi di ketchup, maionese e salse BBQ, Heinz nonché le salse per grigliate Bull's Eye per es. ketchup Heinz, 500 ml, 2.64 invece di 3.30, (100 ml = 0.53)

conf. da 2 30%

3.90 invece di 5.60

Rigatoni o spaghetti, Garofalo 2 x 500 g, (100 g = 0.39)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento Knorr per es. brodo di verdura 100% ingredienti naturali, barattolo da 228 g, 7.04 invece di 8.80, (100 g = 3.09)

Sofficini M-Classic prodotti surgelati, al formaggio, agli spinaci o ai funghi, 2 x 8 pezzi, 960 g, 8.45 invece di 10.60, (100 g = 0.88)

Pizze Toscana o Margherita, M-Classic prodotti surgelati, in conf. speciali, per es. Toscana, 3 pezzi, 1080 g, 8.85 invece di 11.85, (100 g = 0.82) 25%

20x CUMULUS NOVITÀ

3.95

Pizzette Mozzarella Buitoni prodotto surgelato, 195 g, (100 g = 3.05)

3.95

Pizzette Burger style Buitoni prodotto surgelato, 195 g, (100 g = 2.03) 20x CUMULUS NOVITÀ

Pizze Buitoni Piccolinis Burger Style prodotto surgelato, 270 g, (100 g = 1.83) 20x CUMULUS NOVITÀ

Resta in forma

Orangina

Original, Rouge o Zero, 6 x 500 ml o 6 x 1,5 litri, per es. Original, 6 x 1,5 litri, 8.28 invece di 13.80, (100 ml = 0.09)

Tutte le bevande bio Biotta, non refrigerate 500 ml, per es. mirtillo rosso Plus, vegano, 4.24 invece di 5.30, (100 ml = 0.85)

1.80

Capri Sun Blackberry-Raspberry o Mango-Peach con elettroliti, 330 ml, (100 ml = 0.55)

20x CUMULUS NOVITÀ

2.10 Focuswater Mind fragola e anguria 500 ml, (100 ml = 0.42)

3.25

Prezzi giù,BUONUMORE su

20%

Risoletto Frey disponibile in confezioni speciali o multiple, per es. minis al latte, 840 g, 15.– invece di 18.80, (100 g = 1.79)

Gelati su stecco mini assortiti o mini Almond, MegaStar prodotto surgelato, in conf. speciale, 12 pezzi, 780 ml, 10.80 invece di 14.40, (100 ml = 1.38) 25%

Branches Frey Milk o Dark e Branches Eimalzin in conf. speciale, per es. Milk, 50 x 27 g, 12.75 invece di 25.50, (100 g = 0.94) 50%

8.55 invece di 11.90

Ice Cream Snickers prodotto surgelato, in conf. speciale, 12 x 50 ml, (100 ml = 1.43) 28%

20x CUMULUS NOVITÀ

6.95

Gelato Sandwich Lotus prodotto surgelato, 4 x 80 ml, (100 ml = 2.17)

20x CUMULUS NOVITÀ

4.50

Fragole Latte Oswald prodotto surgelato, 130 g, (100 g = 3.05)

7.95

Vermetti aciduli Trolli in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.80) HIT

Schofrulade

conf. da 3 33%

7.90

invece di 11.85

conf. da 3 23%

Cialde M-Classic

Classico al latte o fondente, 3 x 190 g, (100 g = 1.39)

Biscotti Ovomaltine

Crunchy o Petit Beurre al latte, per es. Crunchy, 3 x 250 g, 9.95 invece di 13.05, (100 g = 1.33)

a partire da 2 pezzi 30%

Tutte le pastiglie per la gola Fisherman's Friend per es. menta, 2 x 25 g, 2.31 invece di 3.30, (100 g = 4.62)

Zampe d'orso o schiumini al cioccolato, M-Classic in confezioni speciali, per es. zampe d'orso, 760 g, 5.60 invece di 7.–, (100 g = 0.74) 20%

20x CUMULUS NOVITÀ LO SAPEVI?

3.25 Barretta proteica White Chocolate Pistachio Esn 45 g, (100 g = 7.22)

20x CUMULUS NOVITÀ

Caramelle Fresh Mint e lampone-melissa, Ricola 50 g o 100 g, per es. Fresh Mint, 100 g, 4.20

La prima ricetta Blévita entrava sul mercato svizzero nel 1969. Oggi si producono circa 40 varietà diverse. Il nuovo Blévita mini pomodoro e basilico è composto per il 55% da farina di spelta e per il 33% da fiocchi di spelta ed è fonte di fibre.

20x CUMULUS NOVITÀ

3.35

alla salvia A.Vogel 75 g, (100 g = 4.47)

20x CUMULUS NOVITÀ

3.– Blévita Mini pomodoro e basilico

130 g, (100 g = 2.31)

Caramelle

Dolci per il cestino

9.30

Coniglietto Frey Rochelino Noir

g, (100 g = 4.65)

3.95

Mahony al latte Frey

4.95 Gallina pasquale per bambini

138 g, (100 g = 3.59)

6.95

Ovetti di cioccolato Ovomaltine

(100 g = 4.79)

4.65

9.50

Ovetti Freylini Frey specials

g, (100 g = 2.38)

g, (100 g = 6.20)

13.70

Coniglietto
Coniglietto con uovo sorpresa
Uovo maxi Kinder Sorpresa
g, (100 g = 9.13)

Auguri di Pasqua colorati

Rose nobili Fairtrade disponibili
colori, mazzo da

Conceditiuna coccola

LO SAPEVI?

M-Plast offre un'ampia gamma di prodotti di primo soccorso. Sia per il trattamento di abrasioni e tagli che per altre lesioni minori: i prodotti hanno la stessa qualità che trovi nei negozi specializzati e un eccellente rapporto qualità-prezzo.

Tutto l'assortimento M-Plast (confezioni da viaggio escluse), per es. cerotti in strip Comfort, 24 pezzi, 1.95 invece di 2.60, (1 pz. = 0.08)

Creme per le mani Neutrogena o Le Petit Marseillais per es. Neutrogena ad assorbimento rapido, 2 x 75 ml, 7.20 invece di 9.60, (100 ml = 4.80)

Tutte le creme per le mani (prodotti Garnier, Mixa, confezioni multiple e confezioni da viaggio escluse), per es. balsamo per mani e unghie I am, 100 ml, 2.21 invece di 2.95, (10 ml = 0.22) a partire da 2 pezzi

Creme per le mani I am o Nivea per es. balsamo per mani e unghie I am, 2 x 100 ml, 4.40 invece di 5.90, (100 ml = 2.20) conf. da 2

a partire da 2 pezzi

a partire da 2 pezzi 20%

Tutto l'assortimento Zoé per es. crema notte rassodante Q10 Revital, 50 ml, 11.60 invece di 14.50, (10 ml = 2.32)

a partire da 2 pezzi 25%

Prodotti per la cura dei capelli e per lo styling Taft, Syoss, Got2b e Gliss (confezioni da viaggio escluse), per es. Shampoo Total Repair Gliss, 250 ml, 3.23 invece di 4.30, (100 ml = 1.29)

a partire da 2 pezzi 25%

Prodotti per la doccia e lozioni per il corpo, Kneipp (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. balsamo doccia delicato ai fiori di mandorlo Hautzart, 200 ml, 3.71 invece di 4.95, (100 ml = 1.86)

Crema viso e corpo e trattamento Labbra, Neutrogena Intense Repair per es. crema Cica viso e corpo, 200 ml, 9.95, (100 ml = 4.98) 20x CUMULUS NOVITÀ

a partire da 2 pezzi

Tutto l'assortimento Lavera (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. dentifricio Complete Care senza fluoro, 75 ml, 3.71 invece di 4.95, (100 ml = 4.95)

CUMULUS NOVITÀ

Gel doccia e deodorante spray, Nivea Men Active per es. gel doccia Pure, Limited Edition, 250 ml, 3.50, (100 ml = 1.40)

Per la casa e il gatto

a partire da 2 pezzi

Tutti i detersivi Elan (confezioni multiple e speciali escluse), per es. Spring Time, in conf. di ricarica, 2 litri, 6.48 invece di 12.95, (1 l = 3.24)

Cestelli o detergenti per WC, Hygo in confezioni multiple, per es. Ocean Clean, 2 x 750 ml, 5.60 invece di 7.–, (100 g = 0.37)

Detergente Durgol per es. per il bagno, 2 x 600 ml, 9.90 invece di 13.–, (100 ml = 0.83)

a partire da 2 pezzi

Detersivo per la cura di lana, seta e tutti i tessuti delicati

Tutti i detersivi per capi delicati Yvette (confezioni multiple e speciali escluse), per es. Wool & Silk in conf. di ricarica, 2 litri, 7.17 invece di 11.95, (1 l = 4.19)

Decalcificante Durgol

30%

3.75 invece di 5.40

Fettine di manzo à la minute IP-SUISSE per 100 g, in self-service, offerta valida dal 2.4 al 5.4.2026

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Tutte le capsule Delizio, 48 pezzi offerta valida dal 2.4 al 5.4.2026

a partire da 3 pezzi 40%

Tutti i pannolini Pampers (confezioni multiple escluse), offerta valida dal 2.4 al 5.4.2026

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