Sofia Sadiki ci parla della cultura Rom e della comunità in Ticino, tra pregiudizi e integrazione
Il successo di KPop Demon Hunters conferma la potenza del soft power coreano
ATTUALITÀ Pagina 15
Nervi tesi per l’«oro nero»
CULTURA Pagina 19
La modernità e il grande valore dei Macchiaioli in una mostra a Palazzo Reale a Milano
In palestra con Platone il legame tra corpo e pensiero lungo la storia dell’umanità
TEMPO LIBERO Pagina 31
Il giornalismo alla prova di Habermas
Carlo Silini
«Alla base dei diritti e dei doveri dei giornalisti non stanno la grazia del principe, le leggi del mercato o un’arbitraria presa di potere da parte della corporazione, bensì una delega alla società civile». Parto da una citazione del sempreverde saggio di Enrico Morresi, L’onore della cronaca (Casagrande 2008), per ricordare la figura di un pensatore morto pochi giorni fa a 96 anni, a cui il giornalismo contemporaneo, ergo l’intera società, deve moltissimo: Jürgen Habermas. Gli deve molto perché, come spiega lo stesso Morresi, il filosofo tedesco ha chiarito che ai giornalisti è stato assegnato un «ruolo fiduciario» che tendiamo a dimenticare. Tocca a noi media garantire che la democrazia, anzi l’Öffentlichkeit (la sfera pubblica), rimanga aperta, pluralista, accessibile e non venga manipolata. I giornalisti, dice Habermas, non parlano al posto dei cittadini, ma rendono possibile quello che oggi appare un vero miracolo: che tutti possano parlare con cognizione di causa. Invece, soprattutto sui social, molti si sentono esperti onni-
scenti e depositari della verità, indipendentemente dalle loro reali conoscenze. Purtroppo, anche alcuni giornalisti che pontificano senza sufficiente cognizione di causa o, peggio ancora, in malafede, ossia per conto di qualche potere. Se la sfera pubblica si sfalda, si sfalda la democrazia. E se chi dovrebbe tutelare il discorso pubblico lo deforma in polarizzazione, emozioni tossiche o manipolazioni strategiche, il comune cittadino perde la bussola. L’allarme di Habermas sulle «distorsioni sistemiche» – la colonizzazione del discorso pubblico da parte della logica del mercato e del potere – era già evidente negli anni Sessanta. Ma oggi vive una nuova e se possibile ancor più grave stagione. Le distorsioni sistemiche si producono quando le logiche non comunicative sopra menzionate (denaro, potere, strategia) invadono ambiti che dovrebbero essere regolati dalla comprensione, dal dialogo, dall’argomentazione. Lascio al lettore la valutazione sulla reale presenza di questi strumenti nella discussione pubblica contemporanea.
Da decenni Habermas ci mette in guardia sulla proliferazione nei media di propaganda politica, manipolazione dei fatti (disinformazione e fake news), marketing camuffato da notizia e informazione strategicamente orientata. Denuncia, insomma, la trasformazione dello spazio pubblico in una pseudo-sfera pubblica che appare pluralista, ma in realtà è gestita da logiche e interessi di parte. Un ambiente informativo, anzi disinformativo, in cui i cittadini non partecipano realmente al discorso pubblico, ma lo subiscono perché l’opinione pubblica è manipolata, non formata. Il quadro è aggravato da un fattore relativamente nuovo e potentissimo: la presenza capillare del digitale nelle nostre vite. Guardate i social (ma anche certi talk show in tv): gli algoritmi premiano il conflitto e la scazzottata virtuale, non la forza e men che meno la pacatezza degli argomenti.
L’eredità lasciata da Habermas ai professionisti dell’informazione conferma e approfondisce
molti aspetti dei tre pilastri del buon giornalismo, che nel suo piccolo anche «Azione» cerca di onorare: ricerca della verità, indipendenza di giudizio e rispetto delle persone. Non so se fosse ottimista o pessimista di fronte alle derive della democrazia e dell’informazione a cui stiamo assistendo. Ma siamo convinti che seguendo la sua lezione non tutto è perduto. Il giornalismo può ancora essere un motore di fiducia: scegliendo di trasformarsi nel luogo della forza del migliore argomento, non del più chiassoso. Può diventare la palestra della deliberazione democratica, dove le posizioni non vengono solo contrapposte ma spiegate, contestualizzate, comprese. Può «ripulire l’aria» della discussione pubblica sempre troppo avvelenata, offrendo condizioni di chiarezza e di rigore che nessun algoritmo garantirà mai. Può perfino contrastare la polarizzazione mostrando le ragioni dietro i conflitti e non le caricature delle ragioni. Non è per nulla facile, ma è sempre più necessario.
Edoardo Beretta Pagina 13
Il 2025 di Migros in cifre
Info Migros ◆ Il Gruppo Migros esce rafforzato dalla sua trasformazione. L’attività dei supermercati si è sviluppata in modo solido, mentre il segmento Non Food ha registrato una forte crescita
Jörg Marquardt
3292
Sono gli apprendisti in oltre 55 professioni impiegati dal Gruppo Migros, che in tutto conta 91’689 collaboratori. Migros è il principale datore di lavoro privato e l’azienda formatrice più grande della Svizzera. Attualmente sono disponibili oltre 1000 posti vacanti.
31,9 miliardi di franchi È il fatturato raggiunto dal Gruppo, che, tuttavia, include ancora le quote delle società vendute. Decisivo per la comparabilità con l’anno precedente, è il fatturato conseguito negli altri settori di attività, salito a 29,4 miliardi di franchi (+1,1%).
50’000
Sono i nuovi clienti acquisiti dalla Banca Migros. L’utile annuale si è attestato a 276,2 milioni di franchi, registrando una leggera diminuzione (-2,1%), soprattutto a causa del calo dei tassi di interesse di riferimento.
1,7 miliardi di franchi
è il fatturato realizzato dai servizi legati alla salute di Migros. Si tratta di un aumento del 4,7%.
8500
Sono i chilometri percorsi dal Merci-Bus durante il suo tour attraverso la Svizzera (nella foto sul Passo della Furka). Lo storico camion vendita è stata una delle iniziative più apprezzate in occasione del centenario della Migros.
1,5 miliardi
di franchi è la cifra investita da Migros nella piazza economica svizzera, tra cui, a livello di filiali, nella logistica di Digitec Galaxus e Denner e nella produzione di Migros Industrie.
13,6 %
È la percentuale di crescita del fatturato nel settore Non Food Retail, si sono così raggiunti i 3,5 miliardi di franchi. Il principale motore di questa crescita è stato il rivenditore onli-
ne Digitec Galaxus, che ha consolidato la propria posizione di leader di mercato in Svizzera.
18,5 miliardi di franchi È l’ammontare del capitale proprio dell’attività commerciale e industriale di Migros alla fine del 2025, pari all’80,6% del totale di bilancio (esercizio precedente: 78,7%). La Migros è pertanto un’azienda finanziariamente solida.
138 sono i milioni di franchi stanziati da Migros per il sostegno a progetti nei settori della cultura, della società, della formazione, del tempo libero e dell’economia. 1133 milioni di franchi È la cifra cui ammonta l’utile del Gruppo, un importo nettamente superiore a quello dell’anno precedente (419 milioni di franchi). Tale cifra include anche effetti straordinari derivanti dalle cessioni aziendali.
«L’ingente ristrutturazione si è conclusa con successo»
Mario Irminger, presidente della Direzione generale della FCM, commenta i dati di Migros
Mario Irminger
Guardando all’esercizio 2025: di cosa è particolarmente soddisfatto?
Nel settore dei supermercati stiamo andando bene. Nonostante le notevoli riduzioni dei prezzi per la nostra clientela, il fatturato è rimasto molto solido. Grazie alle numerose nuove filiali, ora siamo ancora più vicini alla gente. La forte crescita di Digitec Galaxus e Medbase è un elemento particolarmente positivo.
In quali ambiti deve migliorare ancora Migros ?
La nostra nuova visione indica la direzione da seguire. Si intitola «Una Svizzera dove tutti possano vivere bene» e si basa su tre punti fondamentali: prestazioni eccellenti in ogni settore di attività, un forte impegno sociale e la partecipazione della Comunità Migros al successo economico. I nostri quasi 100’000 collaboratori si impegnano giorno dopo giorno per raggiungere questi obiettivi.
A che punto è la Migros con la ritrutturazione?
L’ingente ristrutturazione è stata completata con successo. Oggi fanno parte del Gruppo Migros aziende che sono in linea con la nostra strategia e che conseguono ottimi risultati. Questo ci permette di sfruttare in modo mirato i nostri punti di forza e di offrire alla popolazione svizzera un vero valore aggiunto in tutti gli ambiti della vita.
Appuntamento al Giro Media Blenio 2026
Un anno di trasformazione in un
contesto regionale molto sfidante
Mattia Keller, direttore della Cooperativa Migros Ticino, commenta i dati di Migros
Il 2025 è stato un anno di profondi cambiamenti per la nostra Migros e per Migros Ticino. La cessione e la chiusura delle filiali dei mercati specializzati hanno inevitabilmente ridimensionato la cifra d’affari, ma hanno anche consentito di rafforzare il focus sui supermercati, il nostro core business. L’introduzione di oltre 1000 articoli a PREZZO BASSO ha reso la spesa presso Migros sensibilmente più conveniente, generando un aumento significativo dei volumi di acquisto e consolidando la competitività della nostra offerta. Sono proseguiti gli importanti investimenti nel rinnovamento delle filiali, come Locarno e Serfontana, e nell’ampliamento della rete di vendita, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza di acquisto, rafforzare la sostenibilità e contribuire in modo concreto allo sviluppo del territorio ticinese.
Il crescente turismo della spesa in Italia rappresenta tuttavia una sfida rilevante, con effetti negativi sul consumo locale. In questo contesto, il sostegno dei nostri soci diventa determinante. Vi invitiamo a farvi ambasciatori della Cooperativa, promuovendo i valori di Migros e scegliendo di fare la spesa in Ticino. Con il contributo di tutti, Migros può rafforzare il tessuto economico locale e continuare a essere un attore centrale per il benessere del territorio e della comunità.
Sponsoring ◆ Il prossimo 6 aprile, lunedì di Pasqua, grandi momenti sportivi per tutti gli amanti della corsa
Scarpe allacciate, pettorali appuntati e l’energia di una Valle pronta a fare il tifo. Il prossimo 6 aprile Dongio tornerà ad animarsi con il Giro Media Blenio, che quest’anno taglia il traguardo della sua 42esima edizione. Una manifestazione che nel corso degli anni è diventata un appuntamento fisso per gli
Concorso
«Azione» mette in palio cinque iscrizioni gratuite alla gara di Media Blenio del 6 aprile 2026. Per partecipare al concorso inviate una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Media Blenio) indicando nome, cognome, indirizzo completo, data di nascita, e-mail, numero di telefono, la gara scelta (10 o 5 km) e la taglia del pantaloncino entro domenica 29 marzo 2026. Buona fortuna!
appassionati di corsa e per chi desidera vivere una giornata di sport e convivialità nel cuore della Valle di Blenio. Il programma della giornata prevede quattro competizioni pensate per coinvolgere corridori di ogni età e livello. La gara principale resta la classica sui 10 Km (partenza ore 10:45), un percorso molto apprezzato che attraversa alcuni degli scorci più suggestivi della media Valle di Blenio, toccando Dongio, Corzoneso Piano, Ludiano e Motto.
Accanto alla distanza regina è prevista anche la corsa sui 5 Km (partenza ore 10:40), ideale per chi desidera cimentarsi in una sfida più breve ma comunque ricca di emozioni e di spirito competitivo.
Inoltre, i partecipanti alla 10 km e alla 5 km hanno compreso nella tassa d’iscrizione un massaggio pre – o post gara effettuato dagli allievi massaggiatori medicali del Centro Professionale Sociosanitario.
Il pomeriggio sarà dedicato ai giovani corridori con il MiniGiro, il tradizionale appuntamento che permette a bambini e ragazzi di vivere insieme l’atmosfera della gara in un conte-
sto festoso e famigliare. A chiudere il programma, come da tradizione, sarà il Grand Prix, la gara professionistica che porterà a Dongio atleti di alto livello pronti a sfidarsi in una cor-
sa spettacolare fino all’ultimo metro. L’edizione 2026 porterà con sé anche alcune novità. Tra queste l’installazione di una parete d’arrampicata, che offrirà a grandi e piccoli la possibilità di cimentarsi in questa disciplina e di vivere un momento di divertimento. Per i corridori ci sarà inoltre una novità speciale: per la prima volta i partecipanti potranno scegliere, al momento dell’iscrizione, di ricevere una medaglia ricordo, simbolo della loro partecipazione alla manifestazione.
Infine, e come ormai da piacevole tradizione, anche quest’anno i lettori di «Azione» potranno approfittare di un’opportunità speciale: sono infatti messe in palio cinque iscrizioni gratuite alla gara.
Informazioni www.mediablenio.com
Tutti a Dongio in Valle di Blenio il prossimo 6 aprile.
Mattia Keller
SOCIETÀ
Il fascino di parlare via radio
Con Fulvio Galli scopriamo la passione che anima i radioamatori, antenne insostituibili durante catastrofi ed emergenze
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Chiedere aiuto all’IA
Sempre più giovani si rivolgono a chatbot per un supporto emotivo: l’opinione dello psicoterapeuta Pierre Kahn
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La Valle Calanca guarda al futuro
Uno studio fotografa la popolazione della Calanca con un’attenzione particolare agli anziani e alle potenzialità intergenerazionali
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«Ci unisce il forte senso della famiglia»
Integrazione ◆ Incontro con Sofia Sadiki che ha fondato l’Associazione Rom in Ticino e ha dedicato la sua tesi di bachelor alle donne di origine Rom stabilitesi nel nostro cantone
Hanno fatto feste, spettacoli teatrali, doposcuola; stanno collaborando con il Decs per creare materiale audiovisivo didattico da usare nelle classi di elementari e medie; raccontano chi sono, la storia del popolo Rom e la loro storia personale, dell’arrivo in Ticino, della lingua e delle usanze; si presentano, offrono da mangiare, e dicono agli altri Rom: «Non abbiate paura di esporvi. Qui siete al sicuro». Ma è così davvero?
Lo chiedo a Sofia Sadiki, 29 anni, assistente sociale, educatrice, impiegata alla Supsi e studente di Master alla Bicocca di Milano in antropologia. Sofia è la fondatrice dell’Associazione Rom in Ticino, composta da alcuni membri della comunità. «I Rom del Ticino sono spesso nascosti; si pensa che ce ne siano circa 4000, ma molti di loro preferiscono non parlare di questa cultura. Spesso sono Rom che arrivano dalla Serbia, dall’Albania, dal Kosovo e già non è facile essere di origine straniera… ma la cultura Rom è la più intrisa di pregiudizi che io conosca. Perciò, dopo anni in cui con l’Associazione mettevamo al primo posto l’obiettivo ’Non aver paura di dire chi sei’, adesso abbiamo cambiato rotta. Pensiamo che, se qualcuno non se la sente, non dobbiamo insistere. Ci sono nonni o genitori che non hanno mai detto ai loro figli di essere di origine Rom, e far saltare fuori un segreto del genere dopo anni o decenni può essere un trauma. Ognuno deve decidere per se stesso». Sofia mi spiega che lei, la sua famiglia e altri membri dell’Associazione, possono considerarsi dei privilegiati: «Mia nonna è arrivata dalla Serbia
Settimana contro il razzismo
È in corso in questi giorni la Settimana contro il razzismo che si concluderà il 29 marzo. L’edizione 2026 è dedicata alla prevenzione delle discriminazioni in ambito lavorativo. Gli appuntamenti che la animano sono numerosi: dalle conferenze agli incontri letterari, dai momenti di ascolto agli spettacoli teatrali. Una settimana che vuole essere, come scrivono gli organizzatori, «un invito ad accrescere la consapevolezza di un fenomeno spesso invisibile e strutturale, e a valorizzare la diversità per costruire ambienti di lavoro equi, inclusivi e rispettosi».
con cinque figli, negli anni Ottanta. Si è sposata qui e mio padre e i miei zii hanno tutti potuto studiare. I miei genitori sono parte del tessuto sociale ticinese e hanno cresciuto noi figli come cittadini svizzeri e come membri della comunità Rom; una parte della comunità molto vivace, allegra e in qualche modo impegnata. Viviamo le nostre origini con interesse e senso di partecipazione, ma siamo assolutamente integrati nel tessuto sociale dove viviamo». Per molti altri invece non è così, mi dice.
«I Rom del Ticino sono spesso nascosti, si pensa che ce ne siano circa 4000, ma molti di loro preferiscono non parlare di questa cultura»
L’Associazione è nata perché Sofia vedeva bambini che frequentavano casa sua e che però non sapevano come gestire la propria doppia identità; ha dunque istituito un doposcuola a Biasca, dove è cresciuta, per vivere in modo più pieno e consapevole le proprie origini Rom. Questo doposcuola ha finito per essere un grande laboratorio interculturale, perché piano piano hanno cominciato a iscriversi anche bambini non Rom: ognuno parlava di sé, e ci si scambiavano vocaboli, merende, musiche. Io li ho conosciuti proprio quando hanno presentato, a fine anno, uno spettacolo teatrale in cui si raccontava la storia del popolo Rom. Si sfatava prima di tutto quel pregiudizio colorato di romanticismo o di biasimo, per cui i Rom sono nomadi, amano il viaggio, non vivono senza vento nei capelli e così via. No. Sofia spiega che «I Rom sono un popolo in fuga, non in viaggio per indole o per piacere. Sono dovuti scappare dall’India molti secoli fa e da allora, ogni volta che arrivano in un altro Paese, vengono cacciati, e dunque ripartono. Secoli di spostamenti ti portano a organizzarti in quel modo, ma appena c’è una buona opportunità di vivere in un posto e di chiamarlo casa, di sentire che si è accolti in modo stabile e non bisognerà riprendere la strada a breve, allora siamo come tutti: ci stabiliamo e contribuiamo alla collettività».
Sofia Sadiki ha poi eseguito una approfondita ricerca sulle donne di origine Rom stabilitesi in Ticino: è la sua tesi di bachelor in Lavoro sociale al Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della Supsi. «Ho studiato due ondate migratorie diverse, in due momenti storici distinti, concentrandomi sulla parte femminile. La prima migrazione riguarda gli anni Novanta, durante il con-
flitto in Ex Jugoslavia. Sono arrivate famiglie, anche di Rom, e le ragazze che sono andate a scuola qui adesso hanno una parte attiva nella società. Parlano italiano molto bene, dicono di essere state accolte, sia dallo Stato sia dalla Chiesa sia dalla popolazione, hanno studiato e si sono trovate un lavoro. La seconda ondata si svolge tra il 2010 e il 2013 e riguarda giovani arrivate per sposare ragazzi che già vivevano in Ticino, quindi per ricongiungimento familiare. Per loro l’integrazione è estremamente più difficoltosa: sono ragazze che arrivano per sposarsi, non sono intercettate dalle istituzioni, non fanno corsi di lingua, arrivano e vengono chiuse in casa, spesso insieme ai suoceri, fanno subito figli ed escono poco. Stanno molto tra di loro e non conoscono la realtà locale almeno finché i figli non vanno a scuola».
Ora che l’associazione non mette più come suo obiettivo primario l’uscire allo scoperto e dichiarare apertamente le proprie origini senza pau-
ra dei pregiudizi, chiedo a Sofia quale sia dunque oggi il loro scopo primario. «Lavorare sui problemi concreti di ogni giorno, a mano a mano che arrivano. Una dichiarazione razzista, la questione delle donne, la voglia dei bambini di sentirsi sia svizzeri sia Rom, il bisogno di stare anche fra di noi e mantenere viva la nostra lingua (che poi è composta da una trentina di dialetti!), invitare la popolazione ticinese a conoscerci. La prima cosa che vorrei fare per aiutare le giovani madri che sono chiuse in casa, sarebbe un corso di italiano con possibilità di portare i bambini piccoli. Bisognerà trovare le risorse, sia finanziarie sia umane».
Le chiedo ancora quale sia il nocciolo della cultura Rom: cosa li unisce? Musica, tradizioni, lingua, gastronomia? Lei ride, poi ci pensa su. «In effetti siamo un popolo variegato; io ho sposato un Rom del Kosovo, cresciuto in Italia, mentre la mia famiglia viene dalla Serbia e io sono cresciuta in Svizzera. Parliamo dia-
letti diversi, abbiamo tradizioni famigliari diverse. Tra l’altro ho sempre pensato di dimostrare la mia visione che i matrimoni misti sono possibili e funzionano benissimo… ma l’amore è sordo e non ha voluto ascoltarmi…» Mi racconta che è stata in Polonia, una volta, a visitare i campi di concentramento di Auschwitz, e ha incontrato alcune sue coetanee di origini Rom cresciute in Lapponia venute anch’esse per commemorare il genocidio del popolo Rom: «Ecco, lì abbiamo provato a capire che cosa ci unisce, al di là degli stereotipi che la gente vuole affibbiarci, e credo che abbiamo trovato la risposta. Ci unisce il forte senso della famiglia. I genitori, gli zii, i prozii, i nonni, i cugini, i fratelli… ci sono, ma ognuno ha casa sua e persino la propria religione: nessuno si permette mai di dirti cosa fare; i parenti ti sostengono qualsiasi cosa tu abbia deciso di diventare. Questo è il modo di concepire la famiglia, da noi. Se c’è una gioia, la si moltiplica; se c’è un dolore, lo si divide».
Ad Auschwitz, davanti al Monumento che commemora le centinaia di migliaia di morti Rom per mano nazista.
Sara Rossi Guidicelli
I sapori della tradizione
Attualità ◆ Una delle specialità legate alla Pasqua molto in voga anche dalle nostre parti è sicuramente il capretto al forno, un piatto della tradizione che arricchisce la tavola festiva di gusto e convivialità. Sarà disponibile da domani in offerta speciale nelle filiali Migros con banco carne
Come le altre festività dell’anno, anche la Pasqua ha sue specialità, senza le quali molti buongustai rimarrebbero delusi se non le trovassero sulla tavola della ricorrenza. Una di queste è rappresentata dal capretto al forno, una tra le pietanze tipiche servite nella nostra regione. La carne del capretto si caratterizza per la sua tenerezza e succosità, con un sapore intenso e aromatico, ma al tempo stesso delicato. Affinché il risultato finale sia all’altezza delle aspettative, è consigliabile prima rosolare bene la car-
ne in padella, in modo che si formi una crosticina in superficie e i preziosi succhi rimangano all’interno. Durante la cottura, è meglio evitare di pungere i pezzi di capretto con una forchetta, piuttosto utilizzate una pinza, in modo da preservare la morbidezza della carne. Non eccedere con gli aromi, per non alterare il sapore naturale del piatto. Tuttavia, alcune erbe aromatiche classiche, usate in modo parsimonioso, permettono di esaltare in maniera equilibrata il gusto della carne, ma senza coprirlo.
La Pasqua secondo Sélection
Attualità ◆ Il marchio premium della Migros propone un ampio assortimento di specialità esclusive e autentiche, realizzate con ingredienti di elevata qualità e perfette per celebrare le occasioni speciali, come la Pasqua. Alcune idee per una festa all’insegna del gusto e della raffinatezza
La ricetta Capretto al forno
Ingredienti per 4 persone
• 1,5 - 2 kg di capretto tagliato a pezzi
• 2 cucchiai d’olio d’oliva extravergine
• 4 rametti di rosmarino
• 2 foglie di salvia
• 4 spicchi d’aglio
• 100 g di burro
• ½ litro vino bianco secco
• sale e pepe q.b.
Preparazione
Preriscaldare il forno a 170-180 °C.
In una padella, rosolare per bene il capretto nell’olio d’oliva fino a quando si forma una bella crosticina in superficie. Trasferire la carne in una teglia da forno. Dimezzare l’aglio, privarlo del germoglio verde e tagliarlo a fettine. Staccare gli aghi dai rametti di rosmarino e unirli al capretto, assieme all’aglio. Salare la carne. Unire il burro a tocchetti e mescolare il tutto. Cuocere il capretto nel forno per ca. 90 minuti. Bagnare con il vino e continuare la cottura per ulteriori 20-30 minuti. Regolare di sale e pepe e servire subito.
Azione
Questo salume dal sapore incomparabile è lavorato a mano utilizzando il taglio migliore della coscia del maiale. Marinato e raffinato con una delicata miscela di spezie, viene fatto stagionare per almeno 10 mesi.
Una delizia per gli amanti del tartufo. Per le chips Sélection vengono selezionati solo i migliori tuberi, fritti in olio di girasole e infine insaporiti con del delicato tartufo. Un vero aperitivo di classe!
Aperitivo analcolico dall’aroma fiorito e fruttato, prodotto con uva bianca della varietà Moscato da un’azienda italiana a conduzione familiare. Piacevolmente frizzante, è un’ottima alternativa alle bevande alcoliche.
Il piatto forte perfetto per tutti gli amanti della carne. Questo aromatico filetto proviene da pregiate razze bovine allevate in Irlanda, dove gli animali vengono allevati all’aperto e nutriti con un’alimentazione naturale.
Che si tratti del brunch o dell’antipasto, il salmone affumicato conquista i palati di tutti. Il salmone dell’Atlantico faroese proviene da pesce allevato in modo sostenibile e lavorato secondo antiche tradizioni.
Con questi ravioloni il successo è garantito. La freschezza dell’impasto si sposa meravigliosamente con un ripieno a base di aromatico tartufo estivo e vellutata ricotta, per indimenticabili momenti di alta gastronomia.
Considerato uno dei migliori tipi di pepe nero grazie al suo aroma intenso e complesso, questo prodotto esclusivo viene coltivato sulla costa indiana di Malabar. Ideale per carni di manzo e pesce.
Per chiudere bene ogni banchetto, nulla è più irresistibile di un cremoso tiramisù. Questa specialità premium è realizzata con il 10% di mascarpone, savoiardi, aromatizzata con caffè e marsala e infine spolverata di finissimo cacao.
Flavia Leuenberger
La dolcezza della Pasqua
Attualità ◆ Le colombe sfornate a S. Antonino dal panificio della Migros conquistano tutta la Svizzera grazie alla loro qualità, che unisce tradizione e innovazione, il tutto a un prezzo particolarmente concorrenziale
Il panificio del gruppo Migros Fresh Food & Beverage Group (ex Jowa) di S. Antonino è il fiore all’occhiello della produzione di specialità legate alle festività. È interessante notare che sia il panettone che la colomba vengono prodotti esclusivamente in Ticino e distribuiti nei supermercati Migros di tutte le regioni della Svizzera.
La produzione della colomba Migros, come quella del panettone, si basa su una lenta lievitazione naturale che dura fino a 48 ore, utilizzando del pregiato lievito madre curato e nutrito in azienda e seguendo metodi tradizionali che permettono di ottenere un prodotto fragrante e leggero.
L’impasto arricchito con lievito madre non solo permette di ottenere un prodotto finale di elevata qualità, ma conferisce alla colomba anche un aroma e profumo caratteristici, nonché una migliore conservabilità nel tempo. Questo grazie alla particolare microflora contenuta nel lievito.
A S. Antonino, presso il panificio della Migros, la colomba viene prodotta dal lontano 1976. Oggi come allora i genuini ingredienti utilizzati per l’impasto sono farina di frumento, burro, zucchero, uova e frutta candita, oltre naturalmente al lievito madre. Per rendere ancora più particolare il dolce si utilizzano anche miele, burro di cacao e mandorle intere, che servono a formare la crosta croccante tipica della specialità.
Le colombe Migros sono disponibili in diverse pezzature, dalla colombella da 120 g ideale per la colazione e la merenda, passando per le varianti da 300 g e 500 g, fino a quella da 1 kg ideale per i momenti di condivisione a tavola. Non manca nemmeno la colomba artigianale della linea premium Sélection, quest’ultima ulteriormente arricchita con albicocche, noci e fichi secchi.
La colomba si gusta soffice e andrebbe riposta in un locale a temperatura ambiente qualche ora prima del consumo, in modo che possa sviluppare tutte le sue caratteristiche aromatiche e gustative. La colomba rimasta va tenuta nel suo imballaggio originale.
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Colomba
Colomba
Radioamatori: la comunicazione che resiste al tempo e alle catastrofi
Incontri ◆ Una passione che nasce dall’interesse per la tecnologia e che sfida le emergenze perché permette di mantenere un flusso informativo tra zone isolate, centri di coordinamento e squadre di soccorso
Marco Della Bruna
Un terremoto, uno tsunami, un evento climatico estremo. Le linee elettriche, quelle del telefono e di internet facilmente non funzionano più. Non c’è quindi modo di comunicare, di chiedere aiuto. Ma non è così. Il mondo è coperto da una rete di comunicazioni radio che in queste situazioni possono diventare un punto di riferimento per i soccorsi. Questa rete globale è fatta di persone con competenze tecniche solide e sempre attive, ma anche di antenne sui tetti e di apparati elettronici, talvolta all’avanguardia, talvolta semplicemente autocostruiti. Sono i radioamatori: appassionati delle comunicazioni via radio, una scelta nata forse dalla semplice passione scientifica, ma che nel tempo ha assunto un ruolo concreto e riconosciuto anche dalle istituzioni.
Molti forse immaginano i radioamatori come figure un po’ nostalgiche, persone chiuse in una stanza piena di apparecchiature, antenne sul tetto e voci lontane che arrivano da chissà dove. La realtà però è ben diversa. Il mondo dei radioamatori è molto più vivo e moderno di quanto si pensi, e rappresenta ancora oggi un importante punto d’incontro tra tecnologia, passione e servizio alla comunità.
In Ticino sono qualche centinaio i radioamatori attivi, a livello svizzero si stimano tra gli 8000 e i 10’000, ogni anno si registrano richieste per nuove licenze
L’attività di radiantismo, detta anche radioamatorismo, consiste nell’uso delle radiocomunicazioni da parte di operatori non professionisti, autorizzati da una licenza statale. Queste persone comunicano tra loro con l’obiettivo di mantenere viva la conoscenza delle tecnologie radio, studiando e sperimentando la tecnologia della trasmissione radio. Le frequenze utilizzate sono assegnate a livello internazionale dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), per garantire un quadro normativo condiviso su scala globale. In Svizzera le regole sono imposte dall’Ufficio federale delle comunicazioni (UFCOM). Accanto alla fonia tradizionale, la semplice comunicazione via voce con microfono, da sempre convive la telegrafia Morse, quel sistema sonoro «tratto punto» (anche se i puristi usano un termine diverso) che forma le parole da inviare nell’etere. Negli anni più recenti si è inoltre aggiunto un sistema di trasmissioni digitale, ma anche collegamenti via satellite.
Se vogliamo, tutto nasce dallo spirito di sperimentazione che caratte-
rizzò Guglielmo Marconi, inventore della radiocomunicazione. Più che nella figura storica, il radioamatore si riconosce in quell’atteggiamento fatto di curiosità, tentativi e miglioramenti successivi, che ha accompagnato la radio fin dai suoi esordi. Ancora oggi molti radioamatori legano la propria esperienza alla progettazione e realizzazione di radio e antenne, mettendo in pratica le competenze tecniche acquisite e contribuendo a mantenere viva una tradizione di sperimentazione che continua ad avere un ruolo attuale.
Le radici storiche del movimento risalgono ai primi anni del Novecento, ma è dopo la Seconda guerra mondiale, con la diffusione di apparati sempre più performanti e l’introduzione di normative più strutturate, che si arriva ad una crescita significativa del numero di operatori. In Ticino si parla di qualche centinaio di radioamatori attivi, mentre a livello svizzero si stimano tra 8’000 e 10’000 radioamatori. Ogni anno nel nostro cantone si registra la richiesta di 3 o 4 nuove licenze.
È però nelle situazioni di emergenza che questa attività mostra il suo valore più concreto. In scenari
Fulvio
come le catastrofi naturali per esempio i radioamatori sono spesso in grado di garantire collegamenti alternativi, autonomi dalle infrastrutture esistenti e alimentati anche senza re-
te elettrica. La possibilità di allestire rapidamente reti radio locali o a lunga distanza permette di mantenere un flusso informativo essenziale tra zone isolate, centri di coordinamento e
squadre di soccorso. Per questo motivo, in molti Paesi la rete dei radioamatori è formalmente integrata nei sistemi di protezione civile. In Svizzera esistono alcune forme di collaborazione, accordi operativi, tra autorità locali, come la Polizia o servizi di Protezione civile, per esempio, e associazioni di radioamatori, spesso però solo a livello regionale o cantonale. In Italia, associazioni come l’ARI collaborano con enti pubblici e amministrazioni locali, fornendo supporto alle comunicazioni di emergenza e partecipando a esercitazioni e piani di intervento.
Oggi il radiantismo non è soltanto memoria storica o risposta alle catastrofi. È anche laboratorio di sperimentazione tecnologica che può andare dallo sviluppo di protocolli specifici, fino alle attività educative rivolte a scuole e università. In un contesto generale che appare sempre più dipendente da reti centralizzate, il radioamatore rappresenta un modello di comunicazione distribuita, autonoma e basata sulle competenze individuali. Un mondo poco visibile probabilmente (antenne a parte), ma che continua a essere operativo e molto utile quando serve davvero.
Galli: «Da ragazzi gli altri telefonavano noi parlavamo via radio»
Tra i numerosi radioamatori presenti in Ticino, nei giorni scorsi abbiamo incontrato Fulvio Galli di Origlio. Già presidente del HB90K Radio Club, uno dei più vecchi e attivi club ticinesi, Galli oggi è presidente del HB9ON Radio Club. Appassionato di alfabeto Morse, è membro dell’High Speed Telegraphy (HST) e ha spesso rappresentato la Svizzera in gare internazionali dedicate proprio al codice morse ad alta velocità.
Cosa vuol dire essere radioamatore oggi? Il radioamatore è un appassionato di trasmissioni, elettronica e tecnologia. Oggi è spesso anche un appassionato di informatica. Con la radio si può comunicare con tutto il mondo, superando i propri confini. Per diventare radioamatore bisogna superare un esame federale. In Svizzera esistono diversi livelli. Il primo è l’HB3, un esame semplificato che riguarda soprattutto le prescrizioni, le regole di utilizzo e gli aspetti di base. Poi c’è il livello successivo, l’HB9. Non è un esame «facile», ma è pensato per far capire davvero cosa si sta facendo, la parte tecnica è più approfondita, con elettronica, circuiti, principi di funzionamento delle radio. In passato era obbligatorio superare anche l’esame di codice Morse, ma oggi non è più così.
Perché si diventa radioamatori? Da ragazzo usavo già i walkie-talkie e le bande cittadine (CB, Citizen Band). Mentre altri telefonavano, noi comunicavamo via radio. Era una sensazione di libertà totale. Un giorno vidi un’auto con un’antenna sul tetto e un nominativo HB9: era una persona che sarebbe poi diventata non solo un caro amico, ma un mentore che ha sfornato tantissimi radioamatori in Ticino e che ora cura la parte tecnica di HB9ON. Da lì è iniziato tutto: un corso previsto di un anno, poi concentrato in 6 mesi, tanta elettronica, tante regole da studiare, un esame lungo e impegnativo. In Ticino si parla di qualche centinaio di appassionati attivi, riuniti in diversi club nel Luganese, nel Locarnese e nel Mendrisiotto, aderenti all’associazione nazionale USKA. Chi si avvicina spesso lo fa perché ha un genitore radioamatore o perché entra in contatto diretto con questo mondo.
In che lingua si comunica?
A livello internazionale la lingua naturalmente è l’inglese, ma nulla vieta di usare altre lingue. Esistono anche codici standard: ad esempio QTH indica il luogo di trasmissione, QTC un messaggio. Sono codici semplici, condivisi da radioamatori di tutto il mondo. Si può comunica-
re anche in codice Morse. In questo caso aumenta il «fascino», ma è anche più difficile.
La morfologia del territorio influisce sulle comunicazioni radio?
Conta moltissimo. Per esempio le montagne e le condizioni meteo possono essere un limite, perché le onde radio si riflettono o vengono assorbite dal territorio e da certe condizioni atmosferiche. Alcune volte si può parlare con il Brasile come fosse una telefonata, altre è quasi impossibile ricevere o trasmettere. Anche possedere una buona antenna è fondamentale, dato che spesso può essere più importante della radio stessa.
Le antenne sono pericolose? No, le antenne dei radioamatori sono sicure, molto più di un telefono cellulare vicino all’orecchio.
Poi, anche chi è molto attivo trasmette in pratica solo poche settimane all’anno. Le stazioni inoltre sono sottoposte a regolamentazioni precise su potenza, distanze e sicurezza.
Che tipo di apparecchiature si usano oggi?
La tecnologia è cambiata enormemente. Un tempo c’erano radio analogiche, tutto era manuale. Oggi le
radio sono veri e propri computer, collegati al PC di casa e possono sintonizzarsi automaticamente. Una buona radio per iniziare può costare tra i 500 e i 600 franchi, a cui vanno aggiunti i costi di alimentatore, cavi e antenna.
Perché i radioamatori sono importanti in caso di emergenze? Spesso sono gli unici a poter comunicare senza elettricità, Internet o rete telefonica. Una batteria d’auto e un pezzo di filo possono bastare per creare un collegamento. Esistono poi frequenze dedicate alle emergenze e sistemi di coordinamento che possono essere attivati rapidamente. Un radioamatore può essere indipendente e può contare su una rete di appassionati in ogni angolo del mondo per aiutare a coordinare soccorsi e aiuti tempestivi.
Qual è il futuro del mondo dei radioamatori?
È un futuro forse incerto, la tecnologia digitale sta cambiando tutto. Il fascino «romantico» è ormai parte del passato, oggi c’è più automatizzazione. Il codice Morse resterà una nicchia, ma una nicchia importante. Il futuro dipenderà da noi radioamatori e dalla capacità di far conoscere questo mondo, trasmettendone il valore tecnico e umano.
Oggi le radio sono veri e propri computer e possono sintonizzarsi automaticamente.
Giovani e IA: conforto digitale o illusione?
Salute mentale ◆ Sempre più adolescenti cercano supporto emotivo dai chatbot, ma la relazione umana resta insostituibile
Maria Grazia Buletti
Il ricorso all’Intelligenza artificiale come interlocutore emotivo è un fenomeno in crescita e sempre più discusso. In un articolo apparso su «Azione» il 25 febbraio scorso, Fabio Meliciani ricorda che, secondo OpenAI, oltre un milione di persone ogni settimana discute di suicidio con ChatGPT. Con l’ammonimento: «Attenti a sostituire il dottor Freud con l’algoritmo», lo psichiatra Vittorio Lingiardi sottolinea un punto chiave: l’Intelligenza artificiale non può replicare l’ascolto, l’empatia e la presenza reale alla base della psicoterapia. Negli ultimi anni, però, sempre più giovani si rivolgono a strumenti di IA per un supporto emotivo. Negli Stati Uniti, il 13,1% dei ragazzi tra 12 e 21 anni e il 22% dei giovani adulti tra 18 e 21 anni ha usato chatbot per consigli emotivi, con oltre due terzi di questi utenti che li impiegano almeno una volta al mese e giudicano il servizio utile. Se in Italia il 41,8% degli adolescenti tra 15 e 19 anni dichiara di aver cercato aiuto dall’IA in momenti di tristezza, ansia o solitudine, da noi in Svizzera non ci sono dati precisi sull’uso dell’IA per la salute mentale, ma la tecnologia è molto diffusa: il 71% dei giovani l’ha già usata e il 34% la utilizza almeno una volta alla settimana. Sul fronte emotivo, tuttavia, resta diffidente: il 58% non si sentirebbe a proprio agio a condividere informazioni personali con un chatbot. Negli ultimi anni, dunque, l’IA si è affermata anche come strumento di supporto emotivo per adolescenti e giovani adulti. Chatbot e app offrono consigli, suggerimenti e interazioni immediate, a volte percepite come una «prima linea» per chi cerca ascolto o conforto. Come spiega Pierre Kahn, psicologo dell’età evolutiva e psicoterapeuta FSP: «I chatbot offrono un primo ascolto immediato, ma non sostituiscono la relazione umana con un professionista, fondamentale per interpretare emozioni, segnali non verbali e contesto personale». Insomma, l’IA non può sostituire la psicoterapia che, infatti «è innanzitutto un in-
Viale dei ciliegi
Laura Orvieto
Storie della storia del mondo, e Storie di bambini molto antichi Mondadori (Da 8 anni)
I miti sono molto raccontati ai ragazzi, nella letteratura a loro dedicata e anche in altri media, basti pensare al successo delle trasposizioni filmiche da grandi saghe. Del resto, mythos significa proprio «racconto», ed è come se i miti fossero le forme narrative primordiali da cui ogni altra storia discende. Anche gli eroi dei grandi poemi omerici sono protagonisti di varie riscritture nell’editoria per l’infanzia, come quelle di Roberto Piumini, o di Mino Milani, o di Nicola Cinquetti, tanto per fare tre nomi. Ma prima, molto prima, di tutti loro, ci fu una donna, e fu lei la pioniera, in Italia, delle riscritture mitologiche ed epiche per ragazzi. Non solo: i suoi libri, a distanza di tanti anni, sono apprezzati anche dai ragazzi di oggi. Come se non fossero passati tutti questi anni. Per l’esattezza 115 anni da quel suo Storie della storia del mondo, che merita di essere annoverato tra i grandi classici. E sono passati 150 anni dalla nascita della sua autrice: Laura Orvieto, nata Cantoni, a Mila-
contro in presenza tra persone, caratterizzato da fiducia, ascolto empatico e comprensione della storia personale del paziente; un elemento cruciale che distingue l’incontro umano è la possibilità di valutare se stessi e l’altro con senso critico, misurando il grado di comfort nell’aprirsi a un professionista». Kahn afferma quindi che «l’IA, al contrario, non percepisce le sfumature delle emozioni o del linguaggio non verbale, che in psicoterapia forniscono segnali fondamentali. Nel suo libro La pragmatica della comunicazione umana (1967), lo psicologo austriaco Paul Watzlawick spiega che la comunicazione non verbale ha un livello logico superiore rispetto a quella verbale. Questo significa che postura, sguardo, movimenti, cambi di posizione e altre espressioni corporee forniscono una cornice essenziale per interpretare il contenuto verbale e rilevare eventuali discrepanze. In psicoterapia, questi segnali aiutano il terapeuta a comprendere la coerenza emotiva e relazionale del paziente, informazioni che un algoritmo non
è in grado di cogliere pienamente». Va comunque considerato che per alcuni giovani l’accesso diretto alla psicoterapia può risultare difficile: «Pensiamo ai minori che devono spesso passare attraverso i genitori per prendere contatto con uno psicoterapeuta o un servizio specializzato, e ciò può rappresentare un ostacolo se il disagio riguarda proprio la famiglia o se i giovani temono giudizi, incomprensioni o ritorsioni. Inoltre, lo stigma verso la psicoterapia, pur in diminuzione, può ancora influenzare l’atteggiamento di alcune famiglie». In questo contesto «l’IA è vista come una risorsa “non giudicante” e immediatamente accessibile, che consente di esprimere dubbi ed emozioni senza timore di conseguenze». Ma la scelta di rivolgersi a un chatbot non sempre nasce da superficialità. «Spesso i giovani vivono una sofferenza silenziosa, non avvertono una rete sociale capace di ascoltarli, e cercano strumenti che diano almeno un feedback immediato». Pur offrendo un eventuale primo aiuto, l’interazione con l’IA rimane
no, e poi fiorentina d’adozione, al seguito del marito, il giornalista e poeta Angiolo Orvieto, fondatore del periodico culturale «Il Marzocco», sulle cui pagine Laura mosse i primi passi come giornalista, aprendosi alla cultura internazionale e animando il dibattito con altre collaboratrici di fama, quali Sibilla Aleramo o Amelia Pincherle Rosselli. È del 1909 il suo primo libro per l’infanzia, Leo e Lia, a cui seguirono le celeberrime Storie della storia del mondo, del 1911, forse il suo capolavoro, in cui Laura mette in scena una mamma che racconta le grandi storie della mitologia antica ai suoi bambini,
mentre loro partecipano attivamente alla narrazione, ponendo domande (come farebbero i bambini di oggi), esprimendo entusiasmo o perplessità, e proponendo addirittura esiti narrativi alternativi. Questa struttura testuale dialogica, dinamica, ben ritmata, rende il libro davvero «un classico che non ha ancora finito di dire quel che ha da dire», per usare la famosa definizione di Calvino. L’altro volume di Laura Orvieto che possiamo definire un classico in questo senso è Storie di bambini molto antichi, che ebbe una difficile storia editoriale: Arnoldo Mondadori lo pubblicò nel 1937 ma, essendo Laura ebrea, ne bloccò la diffusione al subentrare delle leggi razziali l’anno successivo, e solo dopo la guerra il libro poté essere letto e apprezzato come meritava, e come merita ancora. Questo anniversario, i centocinquant’anni dalla nascita dell’autrice, può essere una bella occasione di riscoperta.
Mireille Messier-Charlotte Parent
Il Berretto Magico
Il Castoro (Da 3 anni)
Una dinamica di fruizione tipica dell’umorismo nell’albo illustrato per
La relazione umana con uno psicoterapeuta rimane fondamentale per interpretare emozioni, segnali non verbali e contesto personale. (Freepik.com)
comunque limitata: «I consigli sono generici, non personalizzati sulla storia individuale del ragazzo, e non sostituiscono la relazione terapeutica». Particolare attenzione è rivolta alla sofferenza adolescenziale che spesso passa inosservata: «Quando i giovani non hanno interlocutori di fiducia, il rischio è che a volte si rivolgano a strategie potenzialmente dannose, come alcol, droghe o altri comportamenti autolesivi». Lo psicologo evidenzia che, seppur limitata, l’IA può evitare l’isolamento e fornire un primo canale di ascolto. Essa non va dunque stigmatizzata, ma deve essere integrata con l’intervento umano. «Lasciata come unica risorsa, può creare illusioni di supporto adeguato e, in casi estremi, incrementare i rischi legati alla sofferenza emotiva, come evidenziato da alcuni studi internazionali sugli adolescenti». Anche eventuali tempi di attesa per accedere alle cure non devono scoraggiare dal rivolgersi a un professionista: «Nonostante la rete di servizi per la salute mentale sia migliorata negli ulti-
mi dieci anni, con tempi di attesa più brevi e una maggiore disponibilità di professionisti, l’accesso a una psicoterapia completa può non essere immediato. In certe situazioni, i giovani devono attendere settimane prima di poter incontrare uno specialista, soprattutto se si tratta di figure con competenze specifiche. In questi casi, l’IA potrebbe essere vissuta come una sorta di “ponte”, un’opzione temporanea per gestire emozioni e problematiche mentre si attende un percorso professionale reale». Il ruolo dei genitori rimane sempre fondamentale. «È essenziale creare canali di comunicazione aperti fin dall’infanzia, per permettere ai figli di esprimere disagi, paure o difficoltà emotive. Essere ascoltati e compresi è una protezione potente contro l’isolamento e la sofferenza silenziosa». Secondo Kahn, «i genitori possono anche svolgere un ruolo di osservatori attenti, rilevando cambiamenti comportamentali, segnali di stress o turbamenti legati alla crescita e all’adolescenza». In questi casi, consultare un professionista, anche solo per un consiglio su come gestire la situazione, diventa una risorsa preziosa. È inoltre importante sottolineare che, in presenza di un figlio refrattario alla psicoterapia, il genitore può comunque beneficiare del supporto professionale: «Ciò permette di capire come intervenire, creare strategie per favorire il dialogo e riconoscere segnali di disagio, anche senza la partecipazione diretta del ragazzo. In questo senso, l’IA può essere un aiuto secondario, ma non sostituisce mai la rete di protezione umana, familiare e professionale».
In sintesi, l’IA può offrire un primo aiuto, ridurre la solitudine e favorire l’apertura, ma deve sempre essere accompagnata da un intervento umano qualificato. Genitori, educatori e professionisti devono collaborare per integrare strumenti tecnologici e relazioni autentiche, proteggendo i giovani e promuovendo percorsi di cura sicuri e completi.
la prima infanzia è quando la piccola lettrice o il piccolo lettore «ne sanno di più» dei protagonisti, e possono sorridere, incrementare l’attenzione, il godimento o la trepidazione quando i protagonisti non vedono, o non sanno, o non capiscono, quello che loro invece sanno, vedono, e capiscono benissimo. Per un bimbo alle prese con la fatica di capire il mondo, sentirsi più «capace» di un protagonista di una storia, è molto rassicurante e divertente. C’è anche questo aspetto nel bell’albo Il Berretto Magico, che le due autrici canadesi Messier e Parent ci raccontano suggestivamente con le
parole e con le immagini. I due bimbi protagonisti si inoltrano nel bosco a cercare gli gnomi, per chiedere loro di curare un piccolo riccio, a cui vogliono bene, che si è ammalato. Cercano di attirare qualche gnomo con piccole offerte di cibo, ma il cibo lo mangiano regolarmente gli animali del bosco, e degli gnomi nessuna traccia. Nessuna traccia? Sembra di sentire la voce dei piccoli lettori, in questa che è un perfetto esempio di lettura da condividere dialogicamente con gli adulti di riferimento: oh oh! Ma guarda un po’… cosa c’è qui? Cappellini minuscoli di gnomo sbucano quà e là tra i cespugli, come piccoli triangolini rossi sulle pagine, ma i due bimbi non li vedono. Ma sono qui! Sembra di sentire la voce dei piccoli lettori, e di vedere il loro ditino sulla pagina. La magia esiste, anche se non la vediamo, sembra dirci questa storia calda e confortante come un abbraccio, che pare una fiaba (con un Fratellino e una Sorellina, infatti, come protagonisti) e che ci condurrà al lieto fine della guarigione del piccolo riccio. Una guarigione dovuta al potere curativo della fantasia, ma anche all’amore e all’accudimento fiducioso.
di Letizia
Bolzani ●
La Valle Calanca vede un futuro intergenerazionale
Territorio ◆ Da uno studio condotto lo scorso anno dal Laboratorio di Ingegneria dello Sviluppo Schürch (LISS) emergono diverse potenzialità della valle che andrebbero a beneficio delle persone della terza e quarta età come pure delle generazioni più giovani
Stefania Hubmann
Cosa significa oggi vivere da anziani in una valle periferica come la Calanca? Quali sono le prospettive per questa fascia della popolazione e in realtà per il futuro dell’intera valle? Da uno studio condotto lo scorso anno dal Laboratorio di Ingegneria dello Sviluppo Schürch (LISS) emergono diverse potenzialità che finora non sono però riuscite a operare in sinergia per produrre risultati a beneficio delle persone della terza e quarta età come pure delle generazioni più giovani che, attratte dal patrimonio naturalistico della valle, hanno deciso di stabilirsi in Calanca svolgendo attività produttive legate a questa risorsa. Lo studio condotto da LISS – fondato e diretto da Dieter Schürch, psicologo e ricercatore – offre un’analisi della situazione attuale dalla quale i Comuni intendono partire per costruire nuove dinamiche sociali già sperimentate dal Laboratorio in altre regioni periferiche.
La Val Calanca è composta da cinque Comuni: Calanca (frutto di un’aggregazione guidata da Arvigo), Buseno, Castaneda, Rossa e Santa Maria in Calanca per un totale di circa 850 abitanti. Lo studio, al quale hanno aderito tutti i Comuni, è partito con una serie di interviste a oltre 120 persone di cui 77 anziane (45 donne, 22 uomini) che vivono sole nella misura del 41%. I loro racconti testimoniano di un presente che tutto sommato li soddisfa, mentre sono preoccupate per il futuro. Raccontano di sentirsi bene e utili, potendo contare su relazioni solide, oltre a manifestare un forte legame con il territorio. «Le relazioni sociali sono un aspetto essenziale del benessere della persona anziana – precisa il direttore di LISS – come afferma anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella sua definizione di benessere nell’anzianità. Il modello integrativo che abbiamo elaborato e mostrato ad autorità e popolazione vede la persona anziana al centro di un cerchio che ha sulla sua circonferenza elementi costitutivi dell’integrazione del singolo nella società. Questi elementi sono i luoghi simbolici e d’incontro sociale, la scuola, i negozi multifunzionali, le testimonianze storiche, gli spazi per la formazione, le zone contemplative, i punti per incontri ludici e i servizi di assistenza».
Da rilevare, a proposito di quest’ultimo ambito, il ruolo di Spitex ACAM Moesa (Associazione per la cura e l’assistenza a domicilio nel Moesano), che ha sostenuto lo studio, così come hanno fatto il Cantone dei Grigioni e l’Ente Turistico Regionale del Moesano. Tutti questi attori vedono l’interesse nel promuovere, attraverso le raccomandazioni formulate nel Rapporto intermedio di LISS dello scorso dicembre, una serie di misure e collaborazioni volte a evitare l’isolamento degli anziani e a garantire in generale una continuità alla vita della valle. Ciò in particolare a fronte di segnali che, come in altre zone decentrate, sono precursori di un progressivo abbandono delle attività dell’uomo. L’indagine, che ha preso in considerazione anche tutti gli enti e i servizi presenti, ha constatato la chiusura di ristoranti e negozi, le difficoltà legate al trasporto con collegamenti complicati, le sfide delle giovani famiglie desiderose di innovare e il problema dei letti freddi. La Val Calanca può però contare su alcuni punti di forza. Li presenta il ricercatore: «A livello individua-
le abbiamo incontrato molti giovani anziani che hanno manifestato disponibilità per offrire un aiuto a chi è in difficoltà. Al momento vi sono soluzioni in questo senso ma non sono strutturate. Fra le nostre dieci raccomandazioni figura la costituzione, in collaborazione con Spitex, di un gruppo di facilitatori della comunicazione intergenerazionale. Si tratta di volontari (anche anziani) appositamente formati per operare nei vari centri della valle quali punti di riferimento e di ascolto. La proposta si basa su quanto realizzato in Ticino, in particolare nel progetto di Monte (frazione di Castel San Pietro), con i tutor di comunità». Fra le altre risorse di cui dispone la Val Calanca figura il patrimonio paesaggistico preservato con il Parco Val Calanca quale mezzo per valorizzare e rendere attrattiva la zona anche sul piano turistico. In questo caso si punta a un turismo di qualità, rispettoso dell’ambiente, che necessita comunque di un territorio vivo. Da quest’ultimo provengono prodotti che non hanno problemi di smercio fuori dal contesto locale e quindi da considerare interessanti dal punto di vista economico. In un’ottica sociale attira l’attenzione il successo degli eventi organizzati in diverse località, il cui richiamo supera i confini regionali con la presenza di persone di tutte le età.
Lo studio propone una decina di raccomandazioni, tra queste la formazione di volontari che fungano da punto di riferimento e di ascolto
Va inoltre menzionata, quale caratteristica della popolazione della Val Calanca, la marcata presenza di persone di origine svizzero tedesca. Spiega Dieter Schürch: «Sono persone giunte per lo più negli anni Sessanta come componenti di giovani famiglie alla ricerca di una vita in sintonia con la natura. Negli anni hanno promosso il recupero di testimonianze e tradizioni. Ora, diventate anziane, faticano a immaginare un futuro sereno in special modo nella quotidianità». A questi abitanti e a un’intera valle si può ridare speranza per il futuro unendo le forze e con un accompagnamento specialistico quale è quello di LISS. Un primo passo in questa direzione è stato compiuto lo scorso 6 marzo durante un incontro fra gli autori dello studio e i rappresentanti dei cinque Comuni, incontro che –riferisce il nostro interlocutore – «ha dato avvio a un processo di consolidamento della volontà politica in favore della realizzazione del progetto sulla base del Rapporto intermedio. Per informare la popolazione si è deciso di inviare a tutti i fuochi la presa di posizione sul Rapporto dello Spitex ACAM Moesa, un’iniziativa che sta contribuendo in modo significativo al processo di cambiamento anche perché il servizio è molto apprezzato dalla popolazione». Nel concreto, il Laboratorio di Ingengeria dello Sviluppo Schürch propone una decina di raccomandazioni. Fra le principali, oltre alla già citata formazione di volontari per fungere da punto di riferimento, figura la concezione di luoghi d’incontro multifunzionali da accompagnare nel loro sviluppo. I microprogetti innovativi esistenti, in grado di favorire la
presenza e la partecipazione di nuove famiglie, vanno pure sostenuti facendoli conoscere all’interno ma anche all’esterno della valle per fungere da stimolo. Avendo constatato situazioni di fragilità poco visibili, il Laboratorio consiglia di prolungare i colloqui esplorativi alla base dello studio per meglio circoscrivere queste problematiche, mentre di fronte alla rapida evoluzione tecnologica, si suggerisce di prevedere momenti di incontro per
favorire l’accesso al mondo digitale. Un ulteriore aspetto che aiuterebbe in particolare la popolazione anziana è il coordinamento delle attività offerte dalle diverse associazioni. Riguardo al patrimonio naturalistico si avanza l’idea di consolidare il ponte fra l’attività del Parco Calanca e la locale realtà socio-culturale, come pure di valorizzare l’immagine di Braggio quale ambiente rigenerativo. In sintesi queste raccomandazioni
tendono a una maggiore comunicazione e a un miglior coordinamento fra i diversi enti operanti nella valle. L’obiettivo è di valorizzare tutte le risorse, abitanti compresi, per migliorare l’ambiente di vita della popolazione con un’attenzione particolare per quella anziana. Le proposte hanno il vantaggio di basarsi su interventi di proporzioni contenute facilmente attuabili e di partire dal basso, dall’ascolto dei diretti interessati.
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Petrolio: risorsa essenziale ma fonte di incertezza
L’analisi ◆ La guerra che coinvolge l’Iran rischia di produrre effetti sull’economia globale difficili da calcolare
Sin dai primi utilizzi dei giacimenti di petrolio superficiali nell’antichità – ma ancor più con l’avvento dell’industria petrolifera moderna dagli anni Cinquanta del XIX secolo, grazie alla scoperta del motore a combustione interna – l’«oro nero» è una delle principali materie prime a livello globale. Oltre all’impiego nella produzione di carburanti e combustibili, il petrolio è anche alla base di diverse materie plastiche presenti in beni di utilizzo quotidiano quale fertilizzanti, prodotti chimici e materiali edili. Nel contempo, proprio tale strategicità lo ha reso storicamente un «volano» di crisi economiche globali. Poco conta se si tratti del Brent o WTI, cioè rispettivamente del greggio di riferimento europeo o statunitense che hanno un ruolo di particolare rilievo negli scambi internazionali: dalla dinamica del suo prezzo dipendono frequentemente i tassi di crescita del Pil di un’economia così come la stabilità, o meno, dei prezzi al consumo. Ne sono esempi le celebri crisi petrolifere degli anni Settanta (1973-1974, 1979) e – sebbene prematuro per affermarlo – potenzialmente anche l’incertezza nel Medio Oriente di questi tempi, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran e dal cui «collo di bottiglia» transitano il 20% del petrolio e gas naturale liquido globale.
Dalla dinamica del suo prezzo dipendono i tassi di crescita del Pil di un’economia e la stabilità dei prezzi al consumo
Se ogni crisi energetica ha i suoi fattori scatenanti, i «minimi comuni denominatori» non mutano. Da un lato la dipendenza strutturale dal petrolio pur in epoche di tentativi di diversificazione energetica verso fonti rinnovabili; dall’altro la configurazione di cartello economico dei 12 Paesi OPEC (Algeria, Arabia Saudita, Congo, Emirati Arabi Uniti, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela) e 10 Paesi OPEC+ (Azerbaigian, Bahrein, Brunei, Kazakistan, Malesia, Messico, Oman, Russia, Sudan del Sud e Sudan) che stabiliscono l’offerta di greggio grazie al loro potere di mercato. In altre parole: è il principio secondo cui «l’unione fa la forza» ad essere alla base di tali accordi fra Paesi in quanto – stando alle rilevazioni della U.S. Energy Information Administration – il principale produttore (individuale) di petrolio a livello mondiale nel 2023 erano gli Usa (22%). A tali due fattori d’instabilità economica se ne aggiunge un terzo di carattere geopolitico legato
alla provenienza e/o al transito di tali materie prime.
A fronte della strategicità del bene «petrolio», delle forti posizioni di mercato dei Paesi produttori e dell’instabilità geopolitica che caratterizza molte aree OPEC e OPEC+, il prezzo del petrolio non può essere altro che soggetto a volatilità – perlopiù al rialzo – in tempi di crisi. Solo per dare un riferimento: dalla fine dell’Ottocento fino a dopo il 1945 il suo prezzo si è mantenuto intorno a un dollaro al barile, mentre nelle fasi più critiche del suo andamento ha superato anche i 400 dollari.
A ciò si aggiunge che i maggiori consumatori spesso non coincidono con le Nazioni produttrici. Ad esempio, la Cina consuma il 15% di petrolio globale (2022) ma ne produce soltanto il 5% (2023): sono gli Usa che – pur consumando il 20% del greggio globale (2022) – ne producono il 22% (2023). Non è quindi un caso (complice anche una quota inferiore di tasse sul carburante) che la benzina 95 ottani costasse mediamente in Svizzera 1,785 CHF/l ma l’equivalente di «soli» 0,844 CHF/l negli USA e di «ben» 0,935 CHF/l in Cina stando ai dati di
GlobalPetrolPrices (16 marzo 2026). È altrettanto intuitivo – pur senza facili allarmismi – che i Paesi maggiormente colpiti da una crisi energetica prolungata e su larga scala potrebbero essere proprio quelli europei o comunque fortemente dipendenti dall’approvvigionamento di greggio. Tutto dipenderà non soltanto dalla durata della guerra in Iran, ma anche dall’eventuale nuovo «ordine economico» post-bellico nella regione. In altre parole: gli scambi e i transiti commerciali saranno durevolmente ripristinati? E – se sì – con quanta immediatezza genereranno un effetto di distensione sull’economia globale? Prendendo i prezzi al consumo (su cui l’input «petrolio» influisce notevolmente), è risaputo che questi tendano ad aumentare con maggiore facilità ma non altrettanto a diminuire. Tale dinamica è imputabile alla «collosità» dei prezzi al ribasso, cioè alla scarsa elasticità con cui il prezzo finale (composto da una quota di costi e una di profitti) si adatta alle situazioni. In altre parole, una riduzione del prezzo del greggio implica il contenimento o dei costi di produzione lungo la fi-
liera o dei margini di guadagno delle aziende petrolifere. L’incertezza geopolitica fatta anche di attacchi militari all’infrastruttura estrattiva «giustifica» – in base all’approccio economico di cui sopra – rialzi delle quotazioni del greggio. Prendendo l’esempio del carburante, Tax Foundation evidenzia come il prezzo finale del diesel in Svizzera sia composto per il 52% da accise (media OCSE 46,4%) mentre quello della benzina senza piombo per il 54,5% (media OCSE 53,2%), fatto che rende il prezzo del carburante strutturalmente «colloso» al ribasso.
Il principale produttore individuale di petrolio a livello mondiale nel 2023 erano gli Stati Uniti, con il 22 per cento del totale
Anche il rilascio di riserve petrolifere strategiche da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia con i suoi 32 Paesi membri al fine di aumentare l’offerta di barili, e quindi cercare di ridurre il prezzo dell’«oro nero» (o comunque di far fronte al fabbi-
sogno corrente), potrà difficilmente essere altro se non un palliativo laddove l’incertezza perdurasse. Di certo, il petrolio nel suo ruolo di combustibile fossile non rinnovabile sta dimostrando (ancora una volta e in barba alla cosiddetta «Rivoluzione verde») di essere strategico e di potere tenere l’economia globale con il fiato sospeso, temendone i suoi possibili effetti «a cascata». Ad esempio, un rialzo dell’inflazione potrebbe – se sufficientemente durevole – comportare l’inasprimento delle politiche monetarie e una riduzione dei consumi. Sebbene l’evidenza degli ultimi anni ci ricordi come le crisi siano spesso ingenerate anche da fattori esterni al sistema economico – ne sono esempi la pandemia da Covid-19, che nel 2020 ha comportato una contrazione del Pil globale del 2,9%, ma anche l’instabilità geopolitica sempre più diffusa – l’attuale impennata del prezzo del petrolio sa di déjà vu. Il monito è chiaro: le epoche possono essere diverse ma molti fattori di crisi sono gli stessi. Urge quanto mai cautela in uno scacchiere internazionale sempre più articolato e di difficile gestione.
Keystone
Edoardo Beretta
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India: un motore globale di innovazione
Economia ◆ In due decenni il Paese è passato dall’agricoltura al digitale, grazie a capitale umano qualificato, poli tecnologici in espansione e investimenti che stanno trasformando il suo ruolo sul piano mondiale
Francesca Marino
C’era una volta il mito della «Silicon Valley indiana» che per anni ha fatto da padrone sulle pubblicazioni occidentali. Una specie di miracolo tecnologico, un oasi di cavi, cemento e metallo fiorita come dal nulla tra vacche sacre e rituali millenari. C’era una volta, appunto. Perché adesso «Bangalore è dove si mettono in scena tutti gli spettacoli tecnologici per gli stranieri. Ma sembra che sia invece Hyderabad il posto in cui accadono i veri cambiamenti tecnologici». Abhijit Iyer-Mitra non usa mezzi termini. Analista all’Institute for Peace and Conflict e voce ben nota nel dibattito pubblico indiano, racconta una trasformazione che non è solo geografica, ma quasi simbolica: il passaggio da un’immagine in qualche modo cristallizzata a una realtà in rapido mutamento.
Per anni Bangalore è stata la «Silicon Valley indiana». E lo è ancora, almeno sulla carta. La sua ascesa affonda le radici negli anni Settanta, quando il Governo iniziò a investire nel settore informatico, attirando aziende come Texas Instruments e IBM. Negli anni Ottanta una combinazione di fattori – manodopera qualificata, politiche favorevoli e posizione strategica – ha trasformato la città in un hub tecnologico globale. Oggi Bangalore ospita giganti come Infosys, Wipro e TCS, oltre a più di 10’000 startup. Il settore IT ha ormai superato i 240 miliardi di dollari e continua a crescere, con proiezioni che lo portano verso i 350 miliardi entro la fine del decennio. E però il traffico è diventato proverbiale, gli affitti proibitivi, gli spostamenti quotidiani un’impresa. Più che per i suoi giardini e il clima temperato, Bangalore è oggi sinonimo di congestione. Una sovraesposizione che, secondo Iyer-Mitra, ha finito per eroderne il primato. Hyderabad, invece, si muove in
direzione opposta. La Hyderabad Information Technology and Engineering Consultancy City – Hitec City – è di fatto una città dentro la città. Un ecosistema pianificato, nato nel 1997, che oggi prende anche il nome di Cyberabad. Qui hanno sede colossi come Hyundai, Bank of America, IBM, Wells Fargo, General Electric, Accenture e Microsoft. Facebook ha aperto il suo quarto ufficio globale proprio qui nel 2010. Amazon, nel 2019, ha inaugurato il suo più grande campus al mondo: 9,5 acri, oltre 15’000 dipendenti. Negli ultimi cinque anni la trasformazione della città è stata sorprendente. L’economia è diversificata: manifattura, farmaceutica, informatica. E intorno cresce un ecosistema che include difesa, aerospazio, missili e droni – settori che richiedono infrastrutture, stabilità e visione a lungo termine. A poca distanza, a Sriharikota, il Satish Dhawan Space Centre – il principale spazioporto dell’India, operativo dagli anni Settanta — ha ospitato nell’agosto 2023 il lancio della missione Chandrayaan-3. Non solo un successo tecnico, con l’atterraggio con-
trollato nei pressi del polo sud lunare, ma anche un passaggio simbolico: la conferma che l’India non si muove più soltanto nel perimetro dell’economia digitale, ma sta progressivamente ridefinendo il proprio ruolo anche nei settori più avanzati della tecnologia, dallo spazio alla difesa.
Per anni Bangalore è stata la «Silicon Valley indiana». Poi Hyderabad ha allungato il passo, ottenendo spazio e forza
Questa evoluzione si inserisce in un quadro più ampio. Negli ultimi due decenni l’India ha attraversato una trasformazione tecnologica tra le più significative a livello globale. Da economia prevalentemente agricola, si è progressivamente affermata come hub digitale capace di attrarre investimenti e generare innovazione. Il motore principale resta il capitale umano. Una popolazione giovane, ampia, sempre più istruita, con una forte presenza di laureati STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matema-
tica). Gli Indian Institutes of Technology hanno formato generazioni di ingegneri che, dopo aver contribuito alla crescita delle grandi aziende occidentali, stanno riportando competenze nel Paese. A questo si aggiunge il costo competitivo della manodopera qualificata, che fin dagli anni Novanta ha reso l’India una destinazione privilegiata per l’outsourcing tecnologico. Le multinazionali hanno delocalizzato sviluppo software, supporto tecnico, servizi IT. È così che città come Bangalore, Hyderabad e Pune sono diventate poli globali. Ma oggi l’India non è più solo un centro servizi. È un motore di innovazione. Startup, incubatori, venture capital. Un ecosistema che ha prodotto un numero crescente di unicorni – quelle startup ancora private che superano il miliardo di dollari di valutazione, un tempo rare come creature mitologiche – soprattutto nei settori fintech, e-commerce, intelligenza artificiale ed EdTech, cioè piattaforme e servizi digitali per l’istruzione e la formazione. Soluzioni pensate per il mercato interno, in cui è necessario raggiungere milioni di studenti in un Paese
vastissimo, spesso superando i limiti fisici delle infrastrutture scolastiche, ma con ambizioni globali. Le politiche pubbliche hanno fatto la loro parte. Il programma «Digital India», lanciato nel 2015, ha spinto la digitalizzazione dei servizi, migliorato la connettività e promosso l’inclusione digitale. Un’iniziativa pensata per trasformare il Paese in una «società digitalmente abilitata», intervenendo su tre livelli: infrastrutture (accesso a internet e identità digitale), servizi pubblici online e diffusione delle competenze digitali. Nel frattempo, la diffusione degli smartphone e il crollo dei costi dei dati mobili hanno portato centinaia di milioni di persone online. Un’espansione che ha aperto opportunità enormi per aziende locali e internazionali. Così l’India è oggi il primo esportatore mondiale di servizi IT, il terzo nel settore farmaceutico e nell’outsourcing dei processi aziendali. I numeri raccontano la scala del fenomeno: le esportazioni di servizi IT e BPO si attestano oggi oltre i 220 miliardi di dollari, con il solo export di servizi software che ha raggiunto circa 204,7 miliardi nel 2024-25. E continuano a crescere.
Non solo: l’industria IT si sta decentralizzando. Nuovi poli emergono in città come Chandigarh, Ahmedabad, Nagpur e Kanpur. Offrono costi operativi più bassi, maggiore accesso alle risorse umane e un minor tasso di abbandono dei dipendenti, oltre a incentivi statali e infrastrutture in miglioramento. Aziende come Infosys, Wipro, HCLTech e WNS hanno già iniziato a espandersi in queste aree. In questo contesto, la rivalità tra Bangalore e Hyderabad appare superata quasi quanto la «Silicon Valley indiana». Non perché non esista più: ma perché la Silicon Valley, nell’India divenuta la quarta economia mondiale, è già una categoria del passato.
La consulenza della Banca Migros ◆ La paura del rischio frena molti risparmiatori ma rinunciare alle azioni può rivelarsi un errore. Tre motivi per investire anche quando i mercati oscillano
Le turbolenze fanno parte della quotidianità in borsa. All’inizio di marzo, a causa della guerra con l’Iran, lo Swiss Market Index (SMI) è crollato nettamente, fino a -3% in un solo giorno. Nei giorni successivi l’indice si è ripreso, ma resta sotto pressione. Oscillazioni del genere non dovrebbero scoraggiare nessuno dall’investire in azioni. Ecco tre motivi per cui vale comunque la pena di iniziare a investire.
1. Rendimenti più elevati a lungo termine
Ciò che conta è investire il denaro a lungo termine. Chi investe su un periodo di almeno dieci anni concede al proprio capitale tempo sufficiente per superare le battute d’arresto e partecipare alle fasi di crescita. Inoltre le opportunità di rendimento aumentano, poiché i proventi conseguiti vengono reinvestiti nel corso degli anni e gene-
un
investimento di 50 franchi al mese, in dieci anni sarebbe stato possibile accumulare 9046 franchi, con un incremento di valore di 3046 franchi. In un conto di risparmio con tasso d’interesse medio dello 0,12%, lo stesso investimento avrebbe ottenuto una crescita di valore di soli 36 franchi.
2. Al di sopra dell’inflazione
Molti svizzeri parcheggiano il proprio denaro sul conto di risparmio nella convinzione di metterlo al sicuro. In verità il loro patrimonio perde sempre più potere d’acquisto, poiché l’inflazione erode oltremodo i tassi d’interesse. Chi invece investe a lungo termine in azioni può non soltanto mantenere il potere d’acquisto del proprio patrimonio ma addirittura aumentarlo. Per ridurre al minimo i rischi di perdita, il denaro dovrebbe essere distribuito su diverse classi di asset come azioni, ob-
bligazioni, immobili o metalli preziosi. I fondi sono ideali per iniziare, poiché riducono i rischi di concentrazione e sono ampiamente diversificati. Gli investitori prudenti preferiscono un fondo conservativo con una bassa quota azionaria, pari ad esempio al 25%.
3. E il momento giusto qual è? Proprio adesso!
Alcune persone rimandano l’acquisto di azioni perché aspettano il momento migliore, ovvero quando le azioni hanno raggiunto il livello minimo e sono più convenienti. Ma questo è difficile da prevedere. Sarebbe invece meglio investire sempre lo stesso importo su un periodo più lungo, ad esempio tramite un piano di risparmio in fondi, nel quale si acquista maggiormente quando le quotazioni sono basse e di meno quando queste sono elevate. In questo mo-
do si appiattisce il prezzo d’acquisto. Questo effetto è conosciuto come effetto del costo medio: riduce il rischio di un cattivo tempismo e abbatte gli ostacoli psicologici, favorendo una costituzione costante del patrimonio su un lungo periodo di tempo.
Investire in un piano di risparmio in fondi Maggiori informazioni sul piano di risparmio in fondi della Banca Migros e il calcolatore di previsione sono disponibili qui:
Tereza Kaurinovic, consulente alla clientela presso la Banca Migros ed esperta in investimenti.
Il quartiere di Hitec a Hyderabad. (Wikipedia)
Dai cartoon alle armi: il soft power coreano
Il fenomeno ◆ Il successo di KPop Demon Hunters rivela la forza creativa di Seul, capace di influenzare ben oltre l’intrattenimento
Giulia Pompili
Quando al gala di pattinaggio artistico dei recenti Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina la pattinatrice sudcoreana Lee Hae-in ha iniziato a danzare sulle note di Your Idol dei Saja Boys, parte della colonna sonora del lungometraggio di fama mondiale KPop Demon Hunters, il pubblico si è alzato in piedi, tra urla e ovazioni. Perché tutti conoscono quelle note, anche in Europa, e non solo chi ha un figlio o un nipote adolescente. Oltre a una dichiarazione d’amore per il pop, la scelta di Lee certificava anche un fatto: il film KPop Demon Hunters non è più soltanto un prodotto di successo dell’industria K-pop, legata alla cultura coreana, ma è entrato ufficialmente nell’immaginario mainstream globale. E il Governo sudcoreano ha capito alla perfezione come sfruttare «l’onda» per far diventare il Paese un player globale dell’export, non solo d’intrattenimento.
Il lungometraggio unisce produzione hollywoodiana e immaginario coreano, fondendo risorse globali e talenti locali
Da quando è stato distribuito su Netflix, nel giugno 2025, KPop Demon Hunters ha superato diversi primati finora attribuiti ad altri prodotti coreani come il film Parasite o la serie tv Squid Game. È il film d’animazione più visto e uno dei titoli più popolari in assoluto nella storia della piattaforma, con oltre 236 milioni di visualizzazioni. La sua colonna sonora è la prima ad aver piazzato contemporaneamente quattro brani nella top 10 della classifica americana Billboard. Nel frattempo la pellicola ha macinato candidature e premi: due Golden Globe, un Grammy come miglior colonna sonora originale e due Oscar (come miglior
film d’animazione e miglior canzone originale, Golden).
KPop Demon Hunters però non è solo un prodotto di successo: rappresenta anche la trasformazione dell’industria culturale coreana e, più in generale, di quella asiatica. È dagli anni Novanta che alcune politiche di Governo cercano prodotti culturali per migliorare la posizione globale della Corea del Sud, fino ad allora esplosa solo settorialmente con l’export dei grandi chaebol, grandi conglomerati familiari – gruppi industriali come Samsung, Hyundai, LG e SK. All’epoca l’idea era quella di esportare intrattenimento come il Giappone per costruire la propria immagine all’estero. Tutti i recenti presidenti sudcoreani, a prescindere dal colore politico, hanno usato per esempio la band Bts, forse la più conosciuta al mondo, per lanciare messaggi globali sull’importanza della Corea del sud nel mondo. I Bts hanno parlato all’Onu, hanno cantato ai concerti ufficiali organizzati in occasioni di visite diplomatiche, sono diventati gli ambasciatori de facto della Corea contribuendo, fra concerti, indotto turistico e popolarità, allo 0,3 per cento del Pil sudcoreano. Poi sono arrivate le serie tv: Squid Game ha sancito la cosiddetta «corsa all’oro» dei prodotti coreani che ha contagiato anche altri settori come il beauty, l’alimentare. Secondo alcune stime del Governo di Seul, nel 2023 l’export legato ai prodotti e ai contenuti Hallyu, cioè di questa «onda coreana», valeva circa 14 miliardi di dollari.
Demon Hunters, da questo punto di vista, è molto meno incasellabile (e controllabile dal Governo sudcoreano). Il film è infatti per la prima volta una coproduzione – la regia è di Maggie Kang, di origini sudcoreane e canadesi, e di Chris Appelhans, regista e illustratore americano, mentre la produzione è di Sony Pictures Anima-
tion. Un ibrido insomma, con capitale e infrastruttura produttiva hollywoodiana, immaginario e talenti radicati nella cultura coreana. A dimostrazione del fatto che quei temi che hanno avuto così successo nell’ondata di prodotti culturali sudcoreani ora sono inglobati nelle produzioni più internazionali. Kevin Power ha scritto sulla «New York Review of Books» che anche nella sceneggiatura si avverte un effetto che ha definito da «gazza ladra», perché KPop Demon Hunters saccheggia riferimenti pop, fruibili da tutti – e non solo dai coreani – e li ripropone come frammenti di storie spesso decontestualizzate, con poco senso apparente, cioè nel sistema tipico di utilizzo di social network come TikTok.
In ogni caso il pubblico ha premiato l’operazione, ma l’indotto specifico resta limitato al mercato americano e canadese, dove il film ha incassato circa 19,2 milioni di dollari negli Stati Uniti
e in Canada, per un totale globale di circa 24,7 milioni. Alla Corea del Sud non resta che l’immagine, i riferimenti folcloristici, e soprattutto l’indotto turistico: a Seul, dove qualche anno fa si vedevano cartelloni e vetrine dedicate a Squid Game, oggi non si vede altro che KPop Demon Hunters. Non è un caso che sia lo stesso Netflix a promuovere il film anche come una sorta di guida turistica, elencando i luoghi reali della capitale sudcoreana legati al suo immaginario – il villaggio tradizionale di Bukchon, il ponte Cheongdam sul fiume Han, la piazza Coex nel mitico quartiere di Gangnam – e online si trovano decine di tour guidati per vivere l’esperienza del film.
Sebbene non sia un’arma di successo completamente made in Corea, anche KPop Demon Hunters ha contribuito a migliorare il fenomeno globale coreano, che contagia diversi settori, tra cui quello della tecnologia, dell’auto, e perfino della difesa. Nel 2025 il
Palantir, lo strapotere che inquieta
colosso coreano Samsung ha guidato le spedizioni globali di smartphone con circa il 20 per cento di quota di mercato, e Hyundai e Kia insieme sono oggi il terzo gruppo automobilistico al mondo per vendite. La cosiddetta K-Defense, la difesa coreana, è esplosa all’improvviso e il Governo, dal decimo posto in cui si trova ora, vuole diventare il quarto esportatore mondiale di armamenti. Attualmente, secondo le stime della «Casa Blu», il palazzo della presidenza sudcoreana, il valore complessivo dei progetti di acquisizione militare in discussione solo con Paesi europei ammonta a circa 56,2 miliardi di dollari. Ma Seul è molto attiva diplomaticamente anche in Medio Oriente, dove le esportazioni di armamenti dalla Corea del Sud sono triplicate negli ultimi cinque anni. Il K-pop e i suoi cacciatori di demoni sono soltanto un pezzo del soft power coreano che ora è fatto anche di armi.
Stati Uniti ◆ Mentre uno dei fondatori del gigante dei dati interviene a Roma, in Europa crescono i dubbi sulle sue tecnologie
Romina Borla
I Palantir – ne Il Signore degli anelli –sono «pietre veggenti» che permettono di comunicare a distanza e di vedere luoghi lontani, oltre a mostrare eventi del presente e del passato. Si tratta di antichi manufatti elfici che – se finiscono nelle mani sbagliate, come quelle di Sauron – diventano strumenti estremamente pericolosi. Stessa cosa di può dire per Palantir Technologies, solo che nella realtà è molto più difficile capire quali siano le mani giuste… Palantir Technologies, per chi non lo sapesse, è un gigante dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale, specializzato nello sviluppo di software ad alta complessità. Collabora con l’esercito americano e con varie agenzie governative, tra cui l’ICE (quella che gestisce controlli sull’immigrazione e deportazioni, al centro delle cronache recenti per uccisioni, violenze e abusi in operazioni sul campo), ma anche con Governi, forze armate e aziende di altri Paesi, tra i quali Regno Unito, Israele e Germania. Serve – e ha servito – molti settori: dalla farmaceutica (Pfizer, Merck ecc.) alla finanza (Credit Suisse, UBS), passando per le big tech, l’energia, il retail e potremmo continuare. Come ha detto
al «New York Times» Shyam Sankar, direttore tecnologico dell’azienda, Palantir nasce per «dare un senso» ai dati esistenti. Persone e organizzazioni lasciano infatti continuamente tracce e informazioni sul proprio operato, ma senza strumenti come quelli sviluppati dalla società americana questi flussi rimarrebbero dispersi e difficili da interpretare. È su questa capacità di trasformare il caos informativo in azione che Palantir costruisce la sua ambizione: sviluppare strumenti così avanzati da consentire di «vincere le battaglie prima che comincino».
L’azienda «si è definita patriottica fin dal principio», osserva Cecilia Sala nel podcast Stories di Chora Media («Che cosa pensa Palantir?»). È stata creata nel 2003, nel clima successivo agli attentati dell’11 settembre 2001, con l’obiettivo di aiutare l’America a scovare i terroristi, oltre naturalmente a quello di generare enormi profitti.
Uno dei suoi fondatori, Peter Thiel, era in Italia settimana scorsa. Fonti giornalistiche raccontano che ha tenuto a Roma delle conferenze – a porte chiuse e riservate – in cui si sarebbe parlato del tema dell’Anticristo inteso, nella lettura degli organizzatori, come
l’insieme delle forze culturali e politiche che ostacolano il progresso e la tecnologia. Thiel è un imprenditore-investitore americano (e tedesco di nascita), tra le figure più influenti e controverse della Silicon Valley. È noto soprattutto per aver cofondato PayPal alla fine degli anni Novanta ed essere stato il primo grande investitore di Facebook. Oggi è alla guida di Founders Fund, fondo che sostiene aziende come Stripe e SpaceX. Thiel abbraccia le visioni dell’area conservatrice statunitense; è un convinto sostenitore di Trump e Vance, di cui è stato uno dei principali finanziatori: un vero e proprio guru
A Roma Peter Thiel avrebbe associato l’Anticristo alle forze che ostacolano progresso e tecnologia. (Keystone)
della «tecnodestra» insomma. Nel suo personale «scontro di civiltà», manco a dirlo, la sua bussola geopolitica punta sempre nella stessa direzione: la difesa dell’Occidente. Tornando a Palantir, si tratta dunque di uno strumento potentissimo e molto redditizio. Quotata in borsa dal 2020, l’azienda registra utili miliardari ed è considerata uno dei principali fornitori al mondo di intelligence predittiva, usata anche per l’elaborazione di scenari energetici, sanitari e infrastrutturali. Ma non pochi osservatori ne sottolineano la criticità: cosa succede quando un potere del ge-
nere finisce nelle mani sbagliate (J. R. R. Tolkien insegna)? Intanto qualcuno l’ha ribattezzata il «Grande Fratello americano»…
E la Svizzera in tutto questo? Si oppone, a quanto pare. Secondo un’indagine del portale giornalistico-investigativo zurighese «Republik», citata tra gli altri anche dal «Financial Times», le autorità elvetiche hanno ripetutamente opposto resistenza all’adozione delle tecnologie del colosso statunitense, soprattutto per timori legati alla sovranità e alla gestione dei dati sensibili. Dopo l’uscita dell’inchiesta, nel dicembre 2025, Palantir ha accusato «Republik» di aver travisato un rapporto dell’Esercito svizzero e ha chiesto la pubblicazione di una replica. Di fronte al rifiuto del media online, a fine gennaio 2026 ha avviato un’azione legale, ora al vaglio del Tribunale commerciale di Zurigo.
Anche in altri Paesi europei crescono lo scetticismo e i dibattiti sui rischi legati a Palantir – soprattutto in Germania, dove vari Stati federali hanno frenato in materia. L’Italia, al contrario, continua a mostrarsi tra le realtà più disponibili alla collaborazione con il gigante americano.
Istantanea da un’area a tema «cacciatrici di demoni» nel parco divertimenti Everland, a Yongin, nella provincia di Gyeonggi, in Corea del Sud. (Keystone)
Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli già ridotti. Offerte valide solo dal 26.3. al 1.4.2026, fino a esaurimento dello stock.
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Il Mercato e la Piazza
In Ticino il futuro del lavoro è donna, la leadership no
Una delle trasformazioni di rilievo conosciute dalla struttura dell’economia ticinese nel corso degli ultimi cinquant’anni è rappresentata dal significativo aumento del tasso di attività femminile. Il tasso di attività misura il rapporto tra la popolazione che lavora e il totale della popolazione residente che sarebbe potenzialmente in grado di lavorare (persone tra i 15 e i 65 anni). Il tasso di attività può naturalmente essere misurato per l’intera popolazione, come per la popolazione di uomini e donne. L’aumento del tasso di attività di queste ultime, che da più parti è stato celebrato come un’ulteriore prova dell’avanzare dell’emancipazione femminile, è probabilmente dovuto sia alle caratteristiche che ha preso il processo di terziarizzazione della struttura di produzione nel Cantone (con il prevalere, nell’espansione dell’occupazione nei rami
Affari Esteri
del terziario, dei servizi alla popolazione sui servizi alle aziende), sia alle trasformazioni che ha conosciuto il rapporto di impiego (flessibilizzazione o precarizzazione del mercato del lavoro, chiamatele come volete), sia infine alla conseguenza dell’irrigidimento della politica di immigrazione negli ultimi tre decenni del ventesimo secolo.
Non scordiamoci poi che il tasso di attività femminile in Ticino era già elevato nel passato, in particolare nella seconda metà dell’Ottocento. Questo perché, a causa della larga emigrazione definitiva e stagionale degli uomini, nell’economia ticinese, dominata dal settore agricolo, a lavorare erano soprattutto le donne. Per la verità alle donne dovremmo aggiungere anche i bambini in età scolastica. Solo che questa parte della manodopera è sempre sfuggita ai censimenti del tempo.
Orbán trasforma
Budapest è zeppa di cartelloni con il volto del presidente ucraino Zelensky. Il premier ungherese, Viktor Orbán, che al voto del 12 aprile potrebbe perdere il potere dopo 16 anni, ha deciso di giocare la sua campagna elettorale sull’Ucraina, sulla guerra, quella vera, di Putin che rischia di sconfinare, e su una guerra finta, che Orbán si è inventato, quella di Zelensky contro gli ungheresi. Per questo il presidente ucraino è su tutti i muri, spesso assieme ai leader europei, o con il rivale del premier, il leader del partito Tsiza, Péter Magyar, che è avanti nei sondaggi. Orbán ripete nei suoi comizi – che sono quasi solo incontri a invito – che lui la vincerà, questa guerra con Kiev, la vincerà con la forza, senza compromessi e senza patti: costringerà gli ucraini a interrompere il blocco energetico che hanno imposto all’Ungheria.
Il 27 gennaio scorso un attacco rus-
Per consentire ai lettori di farsi un’idea più precisa aggiungiamo che in quel periodo la situazione in merito al lavoro femminile era da noi più o meno uguale a quella che si riscontra oggi in Paesi come il Laos o la Cambogia. Nelle piccole e piccolissime aziende agricole che formano la spina dorsale di quelle economie a lavorare sono infatti le donne (e i bambini). Gli uomini emigrano in cerca di lavoro nei centri urbani del Paese o in Paesi vicini con economie più sviluppate come il Vietnam o la Thailandia.
Ma torniamo da noi. Nonostante il declino dell’agricoltura, nei tre decenni che hanno seguito il secondo conflitto mondiale il tasso di attività femminile è restato più o meno costante in Ticino, per poi cominciare a salire alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo per le cause che abbiamo già ricordato più sopra. Siccome
la guerra in arma politica
so contro l’Ucraina, nella regione di Leopoli, vicino a uno snodo energetico, ha danneggiato l’oleodotto «Druzhba» (amicizia in russo) che trasporta il greggio russo verso l’Ungheria e la Slovacchia passando appunto per il territorio ucraino. Da quel momento il greggio che alimenta gran parte del sistema di raffinerie ungheresi non arriva più. Orbán accusa Kiev di non voler riparare l’oleodotto per danneggiarlo in campagna elettorale; l’Ucraina risponde che un serbatoio da 75 milioni di litri è stato colpito dai russi e che, per evitare un disastro ambientale, il petrolio è stato pompato nell’oleodotto, rendendo impossibile ripristinare subito le forniture. Serviranno almeno sei settimane per le riparazioni. Soprattutto gli ucraini insistono sulla causa di questa interruzione, cioè le bombe russe in una regione che non è vicina al fronte. Assieme alla Slovacchia, l’Ungheria è
Il presente come storia
Il
modello italiano è più lontano
Il Ticino politico ha sempre assorbito come una spugna le ideologie, i movimenti, gli umori che di volta in volta eccitavano gli animi nella vicina penisola. Non c’è partito politico che, tra Otto e Novecento, non abbia incorporato, in tutto o in parte, gli orientamenti che provenivano dallo stivale: destra e sinistra storica, fascismo, repubblicanesimo. Nei bagagli degli esuli e dei ricercati giunsero alla frontiera di Chiasso ideali e programmi destinati ad innervare la vita politica del Cantone, la cui condizione spirituale appariva anemica e introflessa, a lungo priva di istituti superiori. È a tutti nota l’influenza che sulle élites locali liberali esercitò Carlo Cattaneo, fautore di lungimiranti riforme nel campo dell’istruzione, della bonifica del piano di Magadino, della costruzione della linea ferroviaria del San Gottardo. Oppositori e giornalisti in fuga dal Regno d’Italia portarono con sé uno stile di lavoro inconsueto dalle nostre
parti, nonché una vivacità intellettuale maturata nel fuoco delle battaglie politiche italiane. Si pensi a figure come l’avvocato Angelo Oliviero Olivetti, come il filosofo Giuseppe Rensi, come i sindacalisti Giulio Barni e Domenico Visani. Il socialismo locale, che come sappiamo iniziò a muovere i suoi primi passi all’alba del ventesimo secolo, risentì largamente dell’influenza degli attivisti italiani che all’indomani dei moti milanesi del 1898 avevano cercato riparo in Ticino. Nelle redazioni dei giornali trovarono non soltanto un’occupazione per potersi in qualche modo sostenere, ma anche una tribuna per diffondere nel Cantone le loro idee e i loro progetti di riforma sociale. Anche l’ascesa del fascismo, negli anni del primo dopoguerra, provvide ad infervorare il mondo politico e giornalistico, generando ondate contrastanti di simpatie/antipatie che misero in subbuglio sia i partiti storici, sia le testate giornalistiche. Le scosse ge-
nello stesso periodo di tempo il tasso di attività degli uomini è diminuito, lo scarto tra i due tassi di attività (quello maschile e quello femminile) si è così ridotto di molto. Questo non significa però che le differenze nelle condizioni di lavoro si siano appianate. Mentre i posti di lavoro a tempo pieno sono in preponderanza appannaggio degli uomini, quelli del lavoro a tempo parziale sono occupati soprattutto da donne. Lo scarto salariale tra i due sessi continua lentamente a ridursi ma è sempre superiore al 15%. Quasi il 90% delle donne attive lavora nel settore terziario. Per gli uomini la quota corrispondente supera di poco il 70%. Siccome, ad eccezione delle attività del settore finanziario, la produttività nei rami del terziario è inferiore a quella del secondario (salari medi più bassi), la diversa distribuzione tra i settori secondario e terziario dei la-
voratori, rispetto alle lavoratrici, è forse il fattore che spiega buona parte delle differenze nel salario medio tra i due sessi. Le donne infine sono poco presenti nei posti di direzione delle aziende. Nonostante queste differenze, il futuro dell’occupazione sul mercato del lavoro ticinese sarà femminile e questo non solo perché l’occupazione cresce più rapidamente nel settore terziario che nel secondario, ma anche perché all’interno del settore terziario i rami nei quali l’occupazione aumenta più velocemente sono quelli della salute e del sociale occupati ancora in prevalenza da donne. Visto come vanno le cose è probabile che tra qualche anno, in Ticino, il tasso di attività femminile tenda addirittura a superare quello maschile. In futuro dunque, in uno dei Cantoni più patriarcali della Svizzera, saranno ancora le donne a reggere l’economia ma non a guidarla.
l’unico Paese dell’Ue ad aver conservato una dipendenza energetica dalla Russia dopo il 2022. In realtà il Governo di Bratislava ha cercato di contenerla, questa dipendenza, ma Budapest no, l’ha incrementata: nel 2021, il 61% del petrolio ungherese veniva dalla Russia, oggi questa percentuale è del 92%. Negli ultimi quattro anni – quindi durante la guerra di Putin all’Ucraina – la raffinazione del greggio russo in Ungheria e la rivendita sul mercato hanno garantito a Mosca parecchi soldi che vengono usati per alimentare la macchina da guerra e anche per sostenere il sistema di potere orbaniano che controlla questo approvvigionamento.
Per questo Orban non chiede a Putin di smettere di bombardare gli ucraini, anzi, si mette di traverso nelle decisioni dell’Ue e della Nato, continuando però a beneficiare della sua appartenenza all’Ue, decisiva per i conti un-
gheresi, approfittando di grandi esenzioni, visto che non deve partecipare finanziariamente a nessun piano di aiuto per Kiev. Il ricatto di Orbán è ancora più evidente: Bruxelles non ha trovato più metodi per aggirare le pretese ungheresi e così ha deciso che saranno gli europei a pagare la riparazione dell’oleodotto dell’amicizia. È l’unico modo per superare l’ultimo veto di Budapest (e di Bratislava) che blocca il prestito da 90 miliardi di euro promesso a Kiev a dicembre e indispensabile per la sua difesa. Nel frattempo, la campagna elettorale voluta da Orbán si è fatta ancora più aggressiva. Uno spot di Fidesz, generato con l’AI, mostra una bambina che piange chiedendo quando tornerà il padre, seguito da un plotone d’esecuzione che lo uccide: il messaggio è che questo sarebbe il destino degli ungheresi se votassero Tisza, il partito di Péter Magyar. Nonostante le polemiche, i
social non hanno rimosso il video e i media filogovernativi lo hanno rilanciato più volte. Per aumentare la tensione, il Governo ha schierato l’esercito nei principali impianti energetici, sostenendo di voler proteggere il Paese da sabotaggi ucraini e «operazioni ibride». In realtà, l’unica operazione ibrida documentata è quella orchestrata dallo stesso Orban con l’aiuto russo. È infatti entrata in gioco la Social Design Agency, una società legata al Cremlino e già sanzionata da Stati Uniti, Regno Unito e vari Paesi europei per ingerenze elettorali e disinformazione. In Ungheria ha contattato influencer e personaggi popolari, fornendo loro messaggi pro-Orban. La Social Design Agency non ha legami ufficiali con il Governo, ma un’inchiesta giornalistica ha rivelato la presenza di almeno tre agenti dell’intelligence militare russa all’interno dell’ambasciata di Mosca a Budapest.
nerate dal diverso modo di giudicare Mussolini e il regime che si stava imponendo produssero scissioni sia tra i liberali-radicali, sia tra i cattolici conservatori, con don Leber e don Alberti schierati su fronti opposti (mentre a sinistra, con Canevascini e «Libera Stampa», la condanna fu inequivoca fin dall’inizio). Sul fianco destro sorse la Federazione fascista, che poteva contare su figure non certo sprovvedute, come l’avvocato Alberto Rossi e l’ingegnere Nino Rezzonico. Una seconda stimolante stagione si ebbe dopo il 1943, con l’arrivo in Svizzera di rifugiati di elevata caratura culturale e morale come Luigi Einaudi, Stefano Jacini, Pietro Malvestiti, Gianfranco Contini, tra i protagonisti dell’Italia nuova, libera e repubblicana. Le influenze proseguirono naturalmente anche nel secondo dopoguerra, e queste si riversarono sugli schieramenti di ogni colore. L’eco delle agitazioni italiane fu immediato, dando
luogo a divergenze interne e a scissioni. Il confronto fu aspro soprattutto tra i cattolici conservatori e tra i socialisti. Nel 1969 nasce il Partito socialista autonomo, in aperto dissidio con il socialismo storico, ritenuto malato di immobilismo; qualche decennio dopo, nel 1991, vede la luce la Lega dei Ticinesi, formazione che si vuole di rottura rispetto alle logiche spartitorie in uso nelle segreterie dei partiti dominanti. Entrambe le formazioni sono debitrici di linguaggi, slogan, schemi ideologici esterni. Nel primo caso, il riferimento è dato dalla nuova sinistra e dalla contestazione giovanile; nel secondo caso, dalla Lega lombarda di Umberto Bossi, che considera la Roma capitale un verminaio di politici ladroni e corrotti. Con la celebre «discesa in campo» nel 1994 di Silvio Berlusconi l’attenzione si attenua, probabilmente perché il personaggio risulta un po’ troppo esuberante e imprevedibile agli occhi dei ticinesi moderati. Ma non è questo il
dato che provoca il distacco e la virata. La svolta interviene sull’onda del successo conseguito dalla destra nazionalista capeggiata da Blocher contro l’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo. È stato questo spartiacque del 6 dicembre del 1992 a ri-orientare la politica verso i centri di potere d’oltralpe. Né gli ultimi «Governi dei tecnici» (Mario Monti, Mario Draghi), né l’attuale premier, Giorgia Meloni, hanno raccolto particolari simpatie o incoraggiato moti di emulazione. Negli ultimi anni le seduzioni italiche sono ulteriormente calate. Intendiamo gli scambi ideali, culturali, programmatici, complici il declino dei grandi partiti popolari e l’eclisse delle ideologie che riempivano le piazze e alimentavano il dibattito pubblico. La cultura politica della vicina Italia, pur rimanendo vivace e ricca di inventive, pare non più condizionare come un tempo le scelte del nostro mondo politico.
di Angelo Rossi
di Paola Peduzzi
di Orazio Martinetti
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Iced
CULTURA
Non solo Paul Klee
I dieci anni della Fondazione Braglia di Lugano festeggiati con una mostra sull’Espressionismo tedesco e una serie di eventi collaterali
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Un sentire che spazia nel tempo
Lo Spazio d’Arte ai Frati propone l’indagine di Simonetta Martini, che l’ha portata a sondare epoche e culture differenti
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Il re di tutti i dandy
Becco Giallo propone una graphic novel sull’insuperabile padre di ogni dandismo, l’irlandese Oscar Wilde
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Macchiaioli, un senso di modernità
Mostre ◆ A Milano i capolavori del movimento artistico che diede il via al rinnovamento dell’arte italiana a metà ’800
Solo chi mastichi con una certa consapevolezza la lingua di Dante e le sue sfumature regionali può cogliere ancora oggi nel termine «macchiaioli» il tono caustico e irridente con il quale il critico della «Gazzetta del Popolo», probabilmente di origine toscane, aveva inteso liquidare nel 1862 il gruppo di pittori che esponeva i propri quadri alla Promotrice Fiorentina.
A distanza di più di un secolo, i Macchiaioli sono invece diventati, per la maggior parte delle persone, i membri di un movimento artistico che ha avuto il merito fondamentale di dare il via al rinnovamento dell’arte italiana intorno alla metà dell’Ottocento. Un movimento al quale la Città di Milano ha deciso di dedicare in questi mesi, nell’ambito del programma culturale promosso in occasione delle Olimpiadi invernali, una grande mostra a Palazzo Reale. Del resto Milano ha avuto un ruolo centrale, fin dagli anni Venti e Trenta del Novecento, nella rivalutazione di un gruppo di artisti, in gran parte toscani, che inizialmente avevano faticato non poco a essere riconosciuti dal pubblico e dalla critica e che invece oggi molti affiancano ai loro ben più quotati colleghi impressionisti.
I loro nomi sono in gran parte noti, quando non notissimi, e sono quelli di Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Cristiano Banti, Odoardo Borrani, Vincenzo Cabianca, Adriano Cecioni, Vito D’Ancona, Serafino De Tivoli e Raffaello Sernesi. Al loro fianco, come critico e mecenate, Diego Martelli, che li ospitava nella sua tenuta di Castiglioncello, le cui spiagge e scogliere, prima di diventare uno dei luoghi preferiti dal jet set cinematografico italiano degli anni Sessanta (da Sordi a Mastroianni, da Visconti a Fellini), costituirono i fondali dei primi esperimenti di pittura en plein air in Italia. Anche il loro luogo di ritrovo è ormai mitico: il Caffè Michelangelo in via Cavour 21 a Firenze. Ed è proprio nelle fumose salette del primo caffè letterario italiano, frequentato anche da visitatori stranieri di primo piano, quali Degas e Manet, che prese corpo, intorno alla metà dell’Ottocento, la rivoluzione della «macchia». Reduci dai Moti del 1848, e ferventi sostenitori della lotta per l’indipendenza e l’unità d’Italia, la maggior parte degli artisti che avevano preso l’abitudine di incontrarsi al Caffè Michelangelo si opponevano in primo luogo all’arte accademica, al suo formalismo stantio e alle sue regole ingessate. L’esigenza del rinnovamento artistico, l’aspirazione a una pittura che fosse improntata al vero, trovava un indubbio riferimento nella Scuola di Barbizon e in artisti quali Corot, Rousseau, Dupré, Daubigny e Millet. Partendo dall’esperienza di questi
pittori francesi, al pari degli Impressionisti e forse con un certo anticipo rispetto a loro, i Macchiaioli italiani seppero portare avanti un rinnovamento del linguaggio pittorico che, liberandosi da ogni residuo romantico, apriva la strada al naturalismo della seconda metà del secolo a partire da un nuovo modo di interpretare e tradurre sulla tela la relazione tra luce e ombra e i rapporti cromatici.
Le maggiori innovazioni dei Macchiaioli si possono riconoscere soprattutto nel campo della pittura di paesaggio
Al di là della ritrattistica e della pittura di storia, che in considerazione del forte spirito risorgimentale da cui erano animati, continuarono ad avere un ruolo centrale nella loro poetica, è soprattutto nel campo della pittura di paesaggio che si possono misurare le maggiori innovazioni dei Macchiaioli. Ancor oggi osservando le loro opere, e la mostra di Milano è un’occasione straordinaria per vedere riuniti in
un unico luogo un gran numero di capolavori, si è colpiti dall’impressione di modernità che promana dalle loro vedute delle zone rurali e costiere della Maremma toscana. Questo senso di modernità, oltre che dalla particolare modalità pittorica, caratterizzata dall’accostamento di piccole «macchie» di colore puro, è dovuta anche a una serie di accorgimenti tecnici che spesso non vengono sufficientemente presi in considerazione. I paesaggi dei Macchiaioli hanno infatti ai nostri occhi un indubbio carattere «fotografico», ed è probabilmente anche questo legame con l’allora nascente nuova tecnica di riproduzione delle immagini, che ricerche recenti hanno messo in luce, a far sì che le loro opere non venissero inizialmente apprezzate. Rispetto alla sapiente arte della composizione, le cui regole erano tramandate dalla tradizione pittorica, i tagli fotografici avevano indubbiamente agli occhi dei contemporanei qualcosa di arbitrario e casuale.
Questo carattere fotografico era rafforzato dalla scelta del formato panoramico, quindi molto allungato,
che costituisce un tratto specifico e singolare del vedutismo macchiaiolo. Verrebbe da dire, anche se si tratta ovviamente di un anacronismo, che la loro è una sorta di «pittura in cinemascope». Al carattere fotografico dei loro paesaggi contribuiva poi l’utilizzo da parte di molti di loro di uno specchio nero, il cosiddetto «specchio Claude».
Già nel Settecento si erano diffusi dei piccoli specchi neri leggermente convessi che artisti e viaggiatori portavano con sé e che utilizzavano per guardare o riprodurre i paesaggi alle loro spalle, come si fa oggi quando si fanno dei selfie. Questi specchi, oltre ad aiutare a ridurre su un piano bidimensionale paesaggi ampi, conferivano all’immagine un tono pittoresco simile a quello dei quadri di Claude Lorrain, da cui il loro nome. Lo specchio nero contribuiva infatti ad ammorbidire i contrasti, conferendo all’immagine un’armonizzazione tonale unitaria, un po’ come fanno gli occhiali da sole o i filtri di Instagram.
A differenza del passato, i Macchiaioli non usavano però lo specchio nero per accentuare il tratto romanti-
co e pittoresco del paesaggio ma, al contrario, per aumentare il realismo delle scene riprodotte. Diversamente dagli Impressionisti, per loro infatti era fondamentale il contrasto chiaroscurale che costituisce l’essenza stessa della fotografia in bianco e nero. Nel confronto con il movimento impressionista, con il quale condivide strette analogie, l’arte dei Macchiaioli, è sempre uscita ridimensionata, venendo ricondotta a una declinazione regionalistica o al più nazionale di un rinnovamento pittorico che aveva origine nella Scuola di Barbizon, ma che i pittori francesi hanno saputo portare molto più avanti nel cammino verso la modernità. Eppure oggi guardando le loro opere si ha l’impressione che il divario tra questi pittori non fosse in realtà così ampio, sicuramente lo è molto meno di quello che i loro valori economici farebbero supporre.
Dove e quando
I Macchiaioli, Milano, Palazzo Reale. Fino al 14 giugno 2026. Orari: ma-do 10.00-19.30; gio chiusura 22:30; lunedì chiuso. www.palazzorealemilano.it
Odoardo Borrani, Le primizie, 1868, olio su tela, 110 x 130 cm. (Firenze, Collezione privata)
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Paul Klee, astratto e libero
Mostre ◆ La Fondazione Braglia di Lugano, nell’ambito della mostra sull’Espressionismo tedesco, espone anche un nucleo importante di opere dell’artista svizzero
Simona Sala
Dalla Svizzera, un Paese che, sull’onda della passione per cliché e luoghi comuni, tendiamo sempre ad associare a una realtà ipercontrollata e, perché no?, ordinata al punto da diventare grigia, a volte si diramano verso il mondo guizzi creativi di grande peso, capaci di scrivere la storia. Se ci rifacciamo al Novecento, basti pensare a due mostri della letteratura come Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt, o, in campo artistico, ad Alberto Giacometti o Sophie Taeuber-Arp.
Anche Paul Klee, nato nel 1879 a Münchenbuchsee, nel Canton Berna, grazie a una libertà di spirito che fondava su una solida formazione in ambito culturale – il padre, tedesco, era professore di musica, la madre, cantante – combinata a un talento straordinario, è riuscito a ritagliarsi un posto di spicco nell’olimpo artistico europeo del Novecento.
L’eclettica figura dell’artista svizzero è stata ripercorsa sabato 14 marzo alla Fondazione Gabriele e Anna Braglia di Lugano, dove due giorni prima si era inaugurato il secondo tempo dell’esposizione Kandinsky, Jawlensky, Werefkin e i Maestri dell’Espressionismo (v. «Azione» La via gioiosa all’Espressionismo di Carlo Silini, 13 ottobre 2025) aperta al pubblico fino al 18 luglio.
Al fine di approfondire il discorso intorno alle opere esposte, infatti, dalla Fondazione sono stati programmati una serie di eventi collaterali (per il programma completo vedi box) inauguratisi con l’incontro e la visita guidata di Elena Pontiggia, professoressa all’Accademia di Brera e Politecnico di Milano ed esperta di Klee.
Partiti da un’opera del 1913 di Klee, i coniugi Braglia hanno dato vita a una collezione di grandi Espressionisti tedeschi
Il nucleo principale della mostra luganese è rappresentato da opere realizzate da Paul Klee tra il 1912 e il 1929. Un’ammirazione, quella in casa Braglia per l’artista elvetico, che non nasce solamente dal riconoscimento di un talento straordinario, ma anche dalla stessa biografia di Gabriele e Anna, che li vide iniziare il proprio percorso di collezionisti dell’Espressionismo tedesco con un’opera di Klee. E che oggi, a distanza di molti anni dall’infatuazione per quell’Erinnerung an Romanshorn del 1913, li ha portati ad assemblare una collezione che, oltre alle opere di Klee, vede rappresentati numerosi esponenti chiave dell’Espressionismo tedesco, come Ernst Ludwig Kirchner, Otto Müller, Emil Nolde, e i protagonisti del gruppo Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro) Wassily Kandinsky, Franz Marc, August Macke, Gabriele Münter, Alexej von Jawlensky, Marianne von Werefkin e Lyonel Feininger.
Come ha sottolineato Elena Pontiggia, sarebbe però sbagliato e assai limitante «rinchiudere Paul Klee nella gabbia di una tendenza artistica, e questo nonostante sia stato vicino al Cavaliere Azzurro e sia stato uno dei maestri dell’astrattismo». In quella che era una continua ricerca espressiva che rifuggiva le categorie, pur restando sempre nell’ambito della pittura concettuale, se si volesse definire l’artista, non resterebbe dunque
che appoggiarsi a lui stesso, riprendendo una sua affermazione: «Io sono un astratto con qualche ricordo». E i ricordi sono quelle concessioni all’elemento biografico, a un passato che non ritorna, riconoscibili nelle singole opere attraverso un segno, un accenno, come ha fatto notare Elena Pontiggia, nonostante l’aderenza del pittore al rigore astrattivo e, non dimentichiamolo, alle leggi della grafica – disciplina che Klee tanto amava.
Pur provenendo da una città come Berna, di dimensioni modeste, e per molti versi tradizionale, Klee dovette respirare aria di internazionalità sin dai primi anni di esistenza, una disposizione alla vita che lo portò a non avere paura di un mondo che allora era davvero grande, e sconosciuto. E così, se la formazione dell’artista avvenne in Germania, dove Klee espose alla mostra internazionale della Secessione di Monaco e a quella di Berlino, egli viaggiò anche in Italia, e a Parigi, dove conobbe Robert Delaunay. Quasi in concomitanza con l’inizio della Prima guerra mondiale, insieme ad August Macke e a Louis Moilliet (artista anch’egli bernese) fece un soggiorno in Tunisia che, sen-
za dubbio, visto e considerato anche il contesto storico, in qualche modo dovette rappresentare un’importante esperienza esistenzial-artistica per Klee, risale a quel periodo la sua affermazione «io e il colore siamo una cosa sola».
Come ha ricordato Elena Pontiggia, la guerra allora come oggi rappresenta una catastrofe anche per il mondo dell’arte, e se Klee ebbe la fortuna di non essere inviato ad alcun fronte, e tantomeno in trincea (si vide infatti assegnato un ruolo di scritturale dal 1916 al 1918, a 36 anni), diversa fu la sorte di alcuni suoi colleghi artisti, che persero la vita nel corso del primo conflitto mondiale, come i tedeschi August Macke e Franz Marc, ma anche gli italiani Umberto Boccioni e Antonio Sant’Elia.
Al termine della guerra, Klee espone oltre trecento opere alla Galerie Hans Goltz di Monaco, in quella che una decina di anni prima era stata la Galleria del Cavaliere Azzurro, e ora, all’inizio degli Anni Venti, è protagonista della nuova oggettività tedesca. Il fermento di Klee, aggiunto alla sua verve e a quell’instancabile perpetuo moto di ricerca, porte-
Una Fondazione che è anche luogo di incontri
Per celebrare i dieci anni dalla nascita della Fondazione Braglia sono stati organizzati degli incontri pubblici e delle visite guidate (gratuite, su prenotazione) volte ad approfondire il contesto storico ed artistico delle opere, inaugurati, appunto, il 14 marzo con l’intervento e la visita guidata di Elena Pontiggia, esperta dell’artista svizzero Paul Klee.
• 28 marzo ore 11.00: E.L. Kirchner e gli artisti della Brücke visita guidata in italiano.
• 18 aprile ore 11.00: Kandinsky, Blaue Reiter, Espressionismo con Manuela Kahn-Rossi, storica dell’arte, già direttrice del Museo Cantonale d’Arte a Lugano.
L’eredità di Bertolt Brecht e Kurt Weill
Concerti ◆ Peppe Servillo e Costanza Alegiani al LAC
• 9 maggio ore 11.00: Marianne Werefkin con Mara Folini, direttrice dei Musei Comunali d’Arte Moderna di Ascona.
• 17 maggio: Giornata internazionale dei musei (attività di mediazione culturale). L’entrata all’esposizione è gratuita.
Per informazioni e prenotazioni: Tel. 091 980 08 88 e info@fondazionebraglia.ch
ranno Walter Gropius a invitarlo a insegnare al prestigioso Bauhaus di Weimar; un’esperienza che se da una parte sottrarrà Klee all’incertezza legata a ogni condizione d’artista che si rispetti, dall’altra gli occuperà molto tempo – sebbene non abbastanza per distoglierlo del tutto dalla riflessione, oltre che dalla creazione. Per l’artista l’arte resta mistero ed enigma, e la realtà è ciò che li alimenta. È di quegli anni la celebre frase «L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è», sorta di estensione del pensiero socratico secondo cui «L’unica cosa che sappiamo è che non sappiamo», consapevolezza che, d’altronde, come ha sottolineato Pontiggia, attraversa ogni avanguardia che possa ritenersi tale.
Pur appartenendo alla pittura concettuale, Paul Klee amava definirsi così: «Io sono un astratto con qualche ricordo»
I nuovi venti di guerra che ricominciarono a soffiare sull’Europa a partire dagli anni Trenta non lasciarono indifferente Paul Klee: alla stessa stregua di Max Ernst e Salvador Dalì, anche l’artista svizzero percepiva l’imminenza di una nuova catastrofe, sensazione che si riverbera sulle opere del periodo, che esprimono una rara tensione. Una specie di lutto preventivo che sostituisce la serenità e la gioia che erano state cifra di gran parte della produzione artistica di uno svizzero fuori dagli schemi, che morì nel 1940 (risparmiandosi la presa di coscienza della tragica portata della Seconda guerra mondiale), ma di cui si parla ancora oggi.
Dove e quando Kandinsky, Jawlensky, Werefkin e i Maestri dell’Espressionismo Lugano, Fondazione Braglia (Riva Antonio Caccia 6a). Fino al 18 luglio 2026. Orari: gio-ve-sa 10.00-12.45; 13.45-18.00. www.fondazionebraglia.ch
Il nome Kurt Weill forse, ai più, non dice molto. Nemmeno quando viene associato a uno dei padri del teatro del Novecento come lo è stato Bertolt Brecht, a lungo suo partner artistico, mentore, ispiratore e ispirato. Il compositore Kurt Weill, nato a Dessau nel 1900, ha però attraversato la storia della musica disseminandola di tracce, di qua e di là dall’Atlantico. Dapprima, negli anni europei tra le due guerre, concedendo le proprie attenzioni all’Espressionismo e alla Nuova Oggettività tedeschi (v. articolo a sinistra), affiancato dalla carismatica moglie Lotte Lenya (sposata addirittura due volte). Poi, negli Stati Uniti, in fuga dalla furia nazista, dove lavorò per Broadway e Hollywood. Morì nel 1950, ma ancora oggi lo troviamo in alcuni standard del repertorio jazzistico come September Song (ad esempio nella versione di Ute Lemper), in The Alabama Song (da Mahagonny) nelle interpretazioni di David Bowie o dei Doors, così come in Surabaya Johnny nelle voci di Marianne Faithfull o Nina Hagen. Ma lo riconosciamo anche in Mackie Messer (Opera da tre soldi), cantato da Domenico Modugno o Milva (Giorgio Strehler giocò un ruolo chiave nella traduzione e nella diffusione dell’opera di Weill in italiano). Oltre Oceano, Mackie Messer diventò Mack The Knife, grazie anche all’inconfondibile interpretazione di Louis Armstrong.
Nel corso del recital che vedrà protagonisti il prossimo primo aprile Peppe Servillo e Costanza Alegiani al LAC di Lugano, è proprio a celebrare il teatro di Brecht e il genio di Weill, che sarà invitato il pubblico. Di cosa vive l’uomo è infatti un viaggio nel grande teatro musicale del Novecento, in cui la big band jazz italiana Monday Orchestra – nata a Milano nel 2006 su iniziativa del trombettista e arrangiatore Luca Missiti – accompagnerà il carisma della jazzista contemporanea Costanza Alegiani e di Peppe Servillo degli Avion Travel. Un appuntamento imperdibile per chi ama le storie, la Storia, il jazz, in un’immersione nostalgica e di riflessione. / S.
Info e prenotazioni www.luganolac.ch
Concorso «Azione» mette in palio 2x2 biglietti per lo spettacolo Di cosa vive l’uomo? Le canzoni di Kurt Weill e Bertolt Brecht, che andrà in scena al LAC di Lugano mercoledì 1. aprile 2026 (ore 20.00). Per partecipare al concorso inviare una mail a giochi@ azione.ch (oggetto: Weill) entro lunedì 30 marzo 2026. Buona fortuna!
Paul Klee, Park am See (mit Häusern), 1920, acquerello su carta su cartone, 15,2 x 22,2 cm, Fondazione Gabriele e Anna Braglia (Ph. Christoph Münstermann).
IL COLORE DEI CAPELLI
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La forza evocativa della pittura
Mostre ◆ Allo Spazio d’Arte ai Frati le opere più recenti di Simonetta Martini; nel Porticato della Biblioteca, Renzo Ferrari Alessia Brughera
Artista colta e curiosa, Simonetta Martini ha portato avanti la sua ricerca con grande coerenza a partire dagli anni Ottanta, sviluppando una pittura narrativa intrisa di rimandi a epoche e culture differenti. Avvalendosi della forza espressiva della figurazione, nelle sue tele ha racchiuso le suggestioni provenienti dai linguaggi del passato e della contemporaneità che ha trovato più affini al proprio sentire, rielaborandoli in maniera personale e distintiva. Le opere di questa lunga stagione richiamano mondi arcaici e misteriosi in cui si ritrovano la ieraticità dello stile bizantino, la solidità della pittura medievale, la preziosità dell’arte etnica, l’atmosfera sospesa della Metafisica e, ancora, tanti riferimenti a singoli maestri che hanno influenzato in maniera importante l’artista ticinese, come Giotto, Masaccio, Friedrich, Matisse, Gauguin, Carrà e Hopper. Affidandosi a un tessuto cromatico ora estremamente delicato, ora dai contrasti più accesi, Martini ha dato vita a un universo denso e stratificato in cui tutto pare immerso in una dimensione atemporale. Un universo enigmatico popolato da figure umane dalla marcata presenza plastica che, con movenze quasi solenni, interagiscono con una natura mitica e rassicurante.
Nel segno della continua sperimentazione e del corroborante superamento dei risultati conquistati che
caratterizzano l’indagine di ogni valido artista, Martini ha dato negli ultimi anni una svolta significativa alla propria ricerca, intraprendendo un cammino che ha cambiato profondamente la sua cifra stilistica. Complici di questo mutamento sono stati la preparazione di una grande opera per una «porta» dei Trasparenti processionali di Mendrisio nel 2018 e l’isolamento pandemico della primavera del 2020, esperienza molto forte, quest’ultima, che ha permesso all’artista di instaurare un legame intenso, quasi simbiotico, con la natura circostante la sua abitazione di Curio. A pochi passi dalla sua dimora, Martini ha scoperto così un mondo fatto di sentieri, alberi, rocce e sorgenti di cui si è sentita parte integrante e di cui ha restituito la potenza silenziosa e il dinamismo nascosto in una serie di disegni di grande spontaneità.
A questi due episodi fondamentali si aggiunge l’avvicinamento di Martini alla pittura orientale antica, stimolato dalla lettura dei testi dell’artista e poeta cinese Shitao. Per lei, da sempre spinta dal desiderio di nutrire la propria arte di letteratura, l’incontro con le teorie sulla genesi di tutte le forme pittoriche da un unico tratto di pennello e sulla spontaneità del gesto del dipingere (il «metodo senza metodo») è fonte di inedite riflessioni che la conducono ad affrancarsi dai condizionamenti dell’atto creativo e ad ab-
bracciare una visione del fare pittura sorretta dall’istintività.
Non è un caso, dunque, che il titolo della mostra dedicata a Martini, allestita nello Spazio d’Arte ai Frati di Lugano e curata da Simone Soldini, abbia come titolo una citazione dal Libro dei Mutamenti: «Propizio è attraversare la grande acqua», un invito a coltivare tempra e attesa lasciandosi guidare dallo spirito della vita mediante l’essenza della natura.
I racconti pittorici dei decenni passati lasciano ora il posto a immagini dall’aspetto instabile che diventano tracce primordiali cariche di significati profondi. Queste opere dell’artista, il cui tema principale è l’acqua, sono composizioni che prendono vita nel fluire del colore dal pennello intriso di liquido alla superficie della tela.
Simonetta Martini, Canto d’amore per un fiume, 2024 pigmenti e cenere su tela, cm 110x150.
Lo scorrere spontaneo del pigmento diluito sino al limite crea così nuove spazialità e schemi decorativi liberi da ogni restrizione figurativa. Frutto di una gestazione lenta che procede per sottrazione al fine di eliminare il superfluo, questi dipinti trovano da sé la loro fisionomia sotto lo sguardo dell’artista, decretando la propria conclusione solo quando ogni riferimento alla realtà diviene unicamente intuibile. Nessuna lettura imposta, nessuna narrazione, solo segni mutevoli che evocano un principio e una fine attraverso la trasformazione.
Nel porticato della Biblioteca Salita dei Frati, i lavori del pittore Renzo Ferrari ci catapultano invece nell’inquietudine di una contemporaneità segnata da vicende sempre più drammatiche. Per l’artista di Cadro il con-
fronto con il presente è fondamentale: egli osserva, documenta, critica e testimonia con tenacia gli accadimenti che scandiscono la nostra quotidianità, portandoci a riflettere su quanto ci troviamo ormai pericolosamente vicini al «momento critico». Le opere esposte, acquarelli e piccoli oli su tavola realizzati tra il 2024 e il 2025, raccontano senza filtri il dissennato procedere umano tra conflitti bellici, lotte di potere e soprusi al pianeta. Nei lavori di Ferrari, il caos del mondo che ci circonda si incarna in immagini visionarie dalla tavolozza cromatica accesa in cui si muovono figure angosciate e angoscianti, vittime e carnefici. Figure che ci guardano dritto negli occhi e che, nella loro definizione approssimativa ma al contempo vigorosa, trasmettono l’urgenza del risveglio delle nostre coscienze.
Dove e quando
Simonetta Martini. Propizio è attraversare la grande acqua. Spazio d’Arte ai Frati (Chiesa della SS. Trinità), Lugano. Fino al 12 aprile 2026. Orari: ve-sa-do 14-18. Renzo Ferrari. Crunch moment. Porticato della Biblioteca Salita dei Frati. Fino al 28 aprile 2026. Orari: me 14-18, gio-ve 9-18, sa 9-12.
Informazioni: www.bibliotecafratilugano.ch
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Il genio vissuto come scandalo
Graphic novel biografiche ◆ Frammenti di vita di Oscar Wilde nella scorrevole narrazione di Vitiello e Cascione: operazione interessante, anche se non restituisce davvero la complessità dello scrittore irlandese
Benedicta Froelich
«La vera tragedia, per me, sta nel fatto che tutto il mio genio l’ho messo nella mia vita, mentre nella mia opera ho messo solo il talento».
Questa frase, pronunciata da Oscar Wilde nel pieno della sua tumultuosa esistenza, costituisce forse il modo più appropriato e arguto di descrivere l’incredibile parabola personale e artistica di colui che resta tuttora uno degli scrittori più noti e amati al mondo. Soprattutto, ciò che colpisce nell’avvicinarsi alla figura di Wilde, acutissimo quanto caustico critico e commentatore della società britannica di fine Ottocento, è proprio il fatto che il narratore e drammaturgo irlandese rappresenta uno degli esempi più fulgidi di come una figura letteraria possa trasformarsi, con il passare degli anni, in vera e propria icona della cultura popolare – qualcuno le cui battaglie private e sfortunata storia personale hanno finito per diventare perfino più importanti dell’opera letteraria.
Del resto, non c’è da stupirsene: la condanna a due anni di lavori forzati per omosessualità, che l’avrebbe portato a cadere in disgrazia agli occhi dell’opinione pubblica per poi condurlo a una morte prematura in esilio, hanno fatto di Wilde un simbolo dell’anticonformismo nella sua accezione più sana e orgogliosa – nonché, secondo molti, il primo martire dell’emancipazione omosessuale, a tutt’oggi ispiratore di molte figure del mondo culturale.
Per tutti questi motivi, poteva quindi apparire quantomeno anacronistico il fatto che l’editoria di lingua italiana, ormai sempre più aperta al mercato di nicchia delle graphic novel
di stampo biografico, non avesse ancora dedicato un volume alla vita del grande scrittore; una mancanza a cui hanno posto rimedio due giovani, ma già affermati fumettisti – Tommaso Vitiello, sceneggiatore (già autore del webcomic I Gallagher, 2019, e del fumetto biografico di Sarò quello che sono. Rodolfo Valentino da Castellaneta al mito, 2017, struggente opera dedicata a Rodolfo Valentino) e Licia Cascione, disegnatrice impostasi all’attenzione del pubblico nel 2023 con il suggestivo Fantasmi di famiglia
Insieme firmano per BeccoGiallo L’importanza di chiamarsi Oscar Wilde, attento e coinvolgente racconto della tragica quanto breve esistenza di un uomo che ha influenzato, e continua a influenzare, la letteratura mondiale, e non solo.
Uno status di cui gli autori si mostrano ben consapevoli, dato che, dal punto di vista dello sguardo narrativo, la graphic novel compie una scelta interessante e anticonvenzionale; perché se l’intenzione sembra essere quella di raccontare per sommi capi la pienissima vita di Wilde nell’unico modo possibile – ovvero, tramite una serie di «istantanee» di momenti a modo loro simbolici o significativi – allo stesso tempo la selezione risulta personale e fuori dagli schemi, permettendo così a chi legge di sperimentare lati della storia di Oscar spesso sottovalutati o dimenticati, i quali vengono poi «legati» tra loro tramite lunghe didascalie narrative, che ampliano e infine chiudono il racconto. Parallelamente, i disegni della Cascione, leggeri quanto freschi e disinvolti, sostengono l’ossatura della vicenda con discrezione, senza mai
Straniero alla vita
imporsi sulla narrazione, né rischiare di distogliere l’attenzione dagli eventi narrati.
Purtroppo, ciò non basta a eliminare un certo, percepibile distacco tra il personaggio principale della graphic novel e il lettore, il cui coinvolgimento emotivo verso Wilde in quanto fulcro dell’intera vicenda si rivela a tratti piuttosto limitato, principalmente a causa del fatto che gli stessi autori non sembrano essere troppo «innamorati» del loro soggetto. In effetti, benché una storia come quella di Oscar contenga in sé tutte le potenzialità per colpire profondamente l’immaginario di chi legge, la versione del personaggio presentata da Vitiello non risulta poi così accattivante, e qualche licenza poetica di troppo ne danneggia il coefficiente di simpatia: ad esempio, il suo rapporto salvifico con Robbie Ross, figura ammantata di una fedeltà e abnegazione pressoché assolute, appare qui come privo della tenerezza a cui le più autorevoli biografie di Wilde ci hanno abituati. Allo stesso modo, la struggente e
Cinema ◆ Ozon firma un nuovo adattamento del capolavoro di Camus
Secondo un sondaggio pubblicato nel 1999 da «Le Monde», Lo straniero (L’Étranger) di Albert Camus guida la classifica dei cento migliori libri del Novecento. Al di là delle inevitabili variazioni tra graduatorie, questo dato testimonia il peso e l’eredità del romanzo, uscito nel 1942. Il 2 aprile arriva nelle nostre sale il secondo adattamento cinematografico dell’opera, diretto da François Ozon (8 donne e un mistero, Giovane e bella, Frantz), dopo quello – non del tutto riuscito – firmato da Luchino Visconti nel 1967. Una nuova trasposizione che si rivela densa e convincente.
Siamo ad Algeri nel 1938. Meursault, impiegato trentenne, apprende della morte della madre e si prende alcuni giorni di congedo dal lavoro. Dopo un funerale vissuto senza emozioni, torna alla sua routine: il mare, l’incontro con Marie, l’inizio di una relazione. Poco tempo dopo, durante una giornata afosa in spiaggia, organizzata dal vicino Raymond, una tensione latente sfocia nello scontro con alcuni arabi. Rimasto solo, con una pistola in tasca, Meursault uccide uno di loro. Seguiranno l’arresto e il processo.
L’apatia del protagonista emerge con forza, sostenuta dall’interpreta-
zione misurata del giovane Benjamin Voisin. Le sue risposte elusive, spesso ridotte a un semplice «non so», restituiscono un personaggio impermeabile. A rafforzare questa sensazione contribuisce anche la fotografia in un bianco e nero fortemente contrastato: la luce accecante delle scene al mare e le ombre profonde della prigione costruiscono una società divisa che non riesce a includere Meursault; lui resta una figura intermedia e sospesa in un grigio esistenziale. La sua condizione asociale si manifesta non solo nelle parole, ma so-
prattutto nei silenzi e negli sguardi fissi, quasi assenti, rivolti a un mondo che scorre senza mai davvero coinvolgerlo. Una distanza che attraversa l’intero film, amplificata da una colonna sonora elettronica, straniante, capace di smorzare ogni tentazione di enfasi drammatica, anche di fronte alla violenza. Un sentimento che attraversa il racconto: dall’omicidio alle percosse inflitte da Raymond alla compagna, fino al maltrattamento di un cane da parte di un anziano vicino. Episodi osservati da Meursault con la stessa indifferenza con cui affronta la morte della madre.
Se da un lato il film riprende fedelmente il tema dell’alienazione sociale – l’essere «straniero» – centrale nel romanzo di Camus, dall’altro sfrutta le specificità del linguaggio cinematografico per muoversi su un piano ulteriore, quello della materia visiva. Il regista insiste nel filmare corpi: che nuotano, si sfiorano, si espongono al sole, si consumano nel caldo e, infine, muoiono. Una fisicità su cui, del resto, si concentra l’intera filmografia dell’autore.
In sintesi, Ozon firma un adattamento molto incisivo, capace di restituire l’estraneità di Meursault senza spiegarla, ma lasciandola risuonare nello sguardo dello spettatore.
Un ritaglio dell’immagine di copertina dell’Importanza di chiamarsi Oscar Wilde (BeccoGiallo)
amara parte finale della vita di Oscar viene liquidata abbastanza in fretta, tramite l’asettica voce narrante di cui sopra – il che in parte «deruba» il lettore della compassione e solidarietà che avrebbe potuto provare nei confronti dell’infelice e sfortunato protagonista di questo dramma. Soprattutto, a sembrare poco valorizzata è, infine, l’essenza più intima dell’uomo Oscar Wilde, che andava ben oltre il suo contributo di artista – quell’intrinseca bontà, ammantata di una vaga, insopprimibile ingenuità, che ancor oggi ne fa una figura toccante e modernissima; la stessa bontà che lo portò a immolarsi sull’altare dell’egoismo del suo amante, Lord Alfred Douglas, quando questi gli chiese di fare causa al di lui padre, il Marchese di Queensberry, e che ne avrebbe infine causato la caduta. E sebbene questo elemento fondamentale della personalità dello scrittore si estenda anche alla sua caratura intellettuale, al punto da costituire parte integrante del lascito di Wil de, la narrazione non sembra riuscire
a trasmetterlo del tutto al lettore, al quale di Oscar resta soprattutto l’impressione di un individuo vagamente megalomane e incosciente, seppur dotato di grande ironia e intelligenza. Tuttavia, nonostante questi chiari limiti, L’importanza di chiamarsi Oscar Wilde riesce nell’impresa di mantenere alta l’attenzione di chi legge lungo l’intera narrazione, principalmente grazie alla fluidità e al ritmo impeccabile della sceneggiatura di Vitiello, a sua volta sostenuta dai disegni della Cascione, che, ben eseguiti e dinamici, esplorano soprattutto la mimica facciale di Wilde – il quale viene così mostrato in molteplici sfaccettature della sua personalità. Ciò rende la lettura estremamente piacevole, permettendo un’esplorazione comunque gratificante, e per certi versi sorprendente, del personaggio.
Del resto, il compito che si erano prefissi gli autori – ovvero, quello di offrire un ritratto il più possibile esauriente e completo di Oscar come uomo e artista, il tutto nello spazio di un unico volume a fumetti – si può definire come quantomeno utopico; al punto che questo più che lodevole compromesso risulta comunque un trionfo non da poco, rivelandosi una valida introduzione al personaggio, nonché un modo coinvolgente per avvicinarsi alla figura del grande intellettuale – magari in attesa di affrontare biografie accademiche come quella di Richard Ellmann.
Formazione professionale come meccanico o meccatronico, preferibilmente con specializzazione in mezzi pesanti, edili e agricoli; Auspicata esperienza pregressa nel settore di almeno 3 anni (compreso l’apprendistato); Patente di guida categoria B (il possesso della patente categoria C/E rappresenta titolo preferenziale); Competenze su sistemi idraulici e saldatura; Abilità nell’utilizzo di macchine utensili; Conoscenza base del pacchetto Office.
Mansioni Diagnostica: identificazione guasti su motori, trasmissioni, impianto frenante, sospensioni e sistemi elettrici/pneumatici con strumenti di misurazione; Manutenzione Ordinaria/Straordinaria: tagliandi, sostituzione parti usurate, riparazioni di componenti meccanici; Riparazione Specializzata: Interventi su veicoli pesanti, auto aziendali e mezzi speciali.
Candidatura
Candidature da inoltrare in forma elettronica, entro il 12.4.2026, collegandosi al sito www.migrosticino.ch, sezione «Posizioni disponibili».
Presso il dipartimento logistica e costruzioni della sede di S. Antonino, cerchiamo,
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Nicola Mazzi
Benjamin Voisin in uno still dal film Lo straniero. (Carole Bethuel)
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GUSTO
Menu di Pasqua
Un festival di sapori
Con la primavera arrivano anche i sapori freschi, che danno al nostro menù di Pasqua quel qualcosa in più
Testo: Claudia Schmidt
Insalata di asparagi con fragole
Antipasto per 4 persone
Insalata
600 g di asparagi verdi
2 cucchiai d’olio d’oliva
½ cucchiaino di sale
30 g di mandorle a bastoncino
250 g di fragole
½ cipolla rossa
45 g di parmigiano o sbrinz
Vinaigrette
6 cucchiai di olio d’oliva
4 cucchiai di aceto balsamico
2 cucchiaini di miele liquido o sciroppo d’agave sale, pepe
1. Se occorre pela il terzo inferiore del gambo degli asparagi, poi spunta le estremità. Dimezza per il lungo i gambi grossi. Taglia gli asparagi a pezzetti di ca. 6 cm.
2. Rosola gli asparagi nell’olio in una padella per ca. 10 minuti a fuoco medio, finché si ammorbidiscono ma sono ancora al dente. Condisci con il sale e lascia raffreddare leggermente.
3. Nel frattempo, tosta le mandorle a bastoncino in padella senza grassi a fuoco medio, finché si dorano leggermente.
4. Taglia in quattro le fragole. Taglia la cipolla a fettine sottili. Taglia il formaggio a fettine sottili con un coltello o con l’affettaverdure.
5. Per la vinaigrette, mescola l’olio con l’aceto balsamico e il miele. Condisci con sale e pepe.
6. Mescola gli asparagi con le fragole, le mandorle a bastoncino, la cipolla e le scaglie di parmigiano. Irrora con la vinaigrette.
Tartare di trota all’erba cipollina
Trota affumicata, scalogno, erba cipollina, maionese, crème fraîche e rafano: una lista degli ingredienti che parla da sé. Comunque vada, sarà un successo!
Cardoncelli alle erbe impanati
Gli aromatici cardoncelli alle
Carré d’agnello in crosta di erbe aromatiche
Sotto una crosta aromatica a base di prezzemolo, timo, rosmarino, curry e pangrattato, i carré d’agnello marinati si trasformano in un piatto strepitoso.
di sambuco su composta di rabarbaro cotta con succo d’arancia: un dessert primaverile ed estivo che conquista!
Qui puoi scaricare l’app Migusto
GUSTO
Menu di Pasqua
Il mio primo carré d’agnello Missione possibile
I pezzi di carne con l’osso? Finora un tabù per la nostra autrice. A Pasqua osa per la prima volta preparare un carré d’agnello – con un successo sorprendente
Testo: Dinah Leuenberger
Foto: Paolo Dutto
Cucinare della carne con le ossa è sempre stata una sfida per me. Pur mangiando carne, ho sempre avuto qualche remora a cucinare dei pezzi che includano ossa. Ma ogni tanto bisogna mettersi alla prova, e così ho deciso che, a 36 anni, era finalmente arrivato il momento di cucinare e mangiare un carré d’agnello per la prima volta. Scelgo una ricetta Migusto, una con crosta alle erbe aromatiche, perché mi ha sempre affascinata. Mi accorgo subito che la ricetta non è affatto complicata. Ho già preparato soufflé, filetto Wellington o girelle alla cannella; quindi dovrei cavarmela benissimo anche con il carré d’agnello. Tempo di preparazione: 30 minuti, al resto pensa il forno.
Una spesa da adulta
Durante la spesa mi sento più adulta del solito quando afferro il carré d’agnello. Disfare la confezione mi provoca una leggera stretta allo stomaco, ma sono in missione. Marinare la carne con senape in grani, condire e rosolare brevemente da tutti i lati. L’odore: deciso, con note di senape e una lieve piccantezza. Poi via in forno, 40 minuti o finché la temperatura interna della carne non raggiunge i 50-55 °C. Niente termometro per carne? Bene, allora mi affido al tempo.
Il colore perfetto: rosa scuro
Mentre la carne cuoce lentamente nel forno, rosolo aglio e porro e li aggiungo al tutto. Preparo la crosta alle erbe aromatiche – salata, aromatica, perfetta. Quando la applico, però, continua a scivolare. Forse un secondo uovo avrebbe aiutato. La funzione grill regala punte croccanti e dorate. Poi il grande momento: il coltello scivola nella carne: rosa scuro, succosa, perfetta. E il sapore? Erbaceo, salato, un vero spettacolo di umami. E a ogni boccone mi sento un po’ più adulta.
La crosta alle erbe aromatiche continua a scivolare, ma il risultato è comunque delizioso.
Tadaa! Il carré d’agnello con crosta alle erbe è riuscito,e la cuoca è felicissima.
Condire la carne, marinarla con senape in grani, e poi via in forno
TEMPO LIBERO
Un giardino sensoriale per i più piccoli
Realizziamo un’attività di gioco sensoriale divertente e capace di sviluppare motricità fine, capacità di concentrazione e coordinazione occhio-mano
In palestra con Platone
Cammino per Milano
Visitiamo con Oliver Scharpf la Chiesa della Madonna dei Poveri, «opera estrema» degli architetti Luigi Figini e Gino Pollini
Filosofia del sudore ◆ Il legame tra corpo e pensiero attraversa la storia di un tempo libero vissuto con impegno e applicazione
«Se la formula “vado in palestra” suona oggi quanto più distante ci possa essere da “vado a studiare filosofia” è perché siamo troppo legati all’immagine accademica e poco prestante del filosofo di professione che parla ex cathedra e dimentichiamo che in origine il filosofo va in palestra e pensa nell’orizzonte della palestra». A dirlo è Simone Regazzoni – filosofo e appassionato di arti marziali– nel saggio La palestra di Platone (Ponte alle Grazie, 2020).
A prima vista, Regazzoni sembrerebbe far parte di quella schiera di filosofi in vena di provocazioni. Quelli che non assecondano le abitudini consolidate, ma vogliono scardinare le certezze condivise e mettere sottosopra il senso comune. Eppure, dietro l’apparente provocazione, il senso della riflessione di Regazzoni appare molto chiaramente dopo che vengono avanzate alcune constatazioni.
Accademia, ring, campo da baseball, spogliatoio sono spazi di sport e pensiero che condividono la stessa funzione simbolica
Come il fatto che i luoghi in cui Platone praticava la filosofia, la famosa Accademia platonica, coincidevano, almeno in parte, con un ginnasio: una palestra, appunto, dove si mescolavano allegramente, all’insegna dell’Agon ellenico, filosofi e lottatori, lottatori e filosofi. Del resto, come ricordava già lo storico basilese Jacob Burckhardt e come ribadisce, in tempi più recenti, il filosofo francese Pierre Hadot ne La filosofia come modo di vivere (Einaudi, 2007), «la civiltà greca non era affatto nemica del corpo, era la civiltà dei giochi olimpici, della ginnastica, delle terme, tutti si occupavano del corpo con particolare cura».
Siamo noi, quindi, o meglio, è la nostra società a essere in condizione di disallineamento rispetto alla sana alleanza fra corpo e intelletto che era così centrale agli albori della filosofia occidentale. Se tale condizione, celebrata dal detto latino mens sana in corpore sano, viene forse un po’ ingiustamente trascurata da un’epoca, quella attuale, che sembra aver smarrito parte di quella saggezza sintetica per cui gli antichi vengono celebrati, la solidarietà fra esercizio fisico e attività intellettuali o affettive rimane un punto saldo del nostro immaginario.
Lo testimonia per esempio l’eccezionale forza espressiva con cui le attività sportive e gli esercizi fisici possono diventare metafore della vita. Negli States, per esempio, la scoperta dell’affettività e i primi palpeggiamenti degli adolescenti vengono
spesso paragonati alla progressione di un giocatore di baseball che, con determinazione, conquista le basi sul campo da gioco. L’idea del campo da gioco come metafora si ritrova anche ne Il mestiere dello scrittore (Einaudi, 2017) di Murakami Haruki, quando il romanziere nipponico afferma che «la narrativa è come un ring di lotta libera sul quale può salire chiunque lo desideri» ma che, a conti fatti, «se salire sul ring non rappresenta particolari problemi, restarci a lungo è una faticaccia».
Dal canto suo, lo scrittore latino Marco Aurelio, nei Pensieri (Mondadori, 2024) afferma che «vivere è un’arte che assomiglia più alla lotta che alla danza, perché bisogna sempre tenersi pronti e saldi contro i colpi che arrivano imprevisti».
Tutti questi esempi rinviano, come detto, alla possibilità che le discipline sportive, l’attività fisica e, più in generale, il gioco, veicolino immagini, azioni e situazioni che mettono in moto aspetti e significati che illuminano il senso profondo dell’esistenza.
Lo sport è un ambito attraverso cui la società esprime i suoi valori, e i luoghi destinati alle più svariate discipline, come il campo da baseball, da
calcio, o da tennis, ma anche il ring di lotta libera e la palestra di Platone su cui insiste Simone Regazzoni, forniscono quegli spazi, concreti e metaforici, a partire dai quali riflettere sulla vita e sulla società.
C’è anche un altro spazio che definisce la pratica sportiva, specie quella che riguarda gli sport di squadra, e che rinvia a momenti importanti del vivere collettivo: è lo spogliatoio, vero e proprio spazio liminale che, come le quinte di un teatro, regola e delimita l’inizio e la fine degli allenamenti o di vere e proprie gare o partite. Come fa notare Giovanni Boniolo, autore dell’interessante Le regole e il sudore. Divagazioni su sport e filosofia (Raffaello Cortina, 2013), «nello spogliatoio […] ognuno si mostra per quello che è, senza alcuna sciocca vergogna. È il luogo in cui si festeggia una vittoria e in cui ci si dispera dopo una sconfitta». Cosa hanno dunque in comune tutti questi luoghi, oltre a essere teatro di attività fisiche e discipline sportive? Potrà sembrare banale, ma si potrebbe dire che in questi luoghi sudare è lecito. Osservazione tanto più interessante se si pensa che in molte situazioni sociali sudorazione,
rossori e altre manifestazioni corporee più o meno involontarie sono considerate fonte di possibile imbarazzo e quindi apertamente scoraggiate. Ma per cogliere appieno il valore positivo che il sudore assume nelle pratiche sportive bisogna scardinare certi stereotipi che vogliono che il tempo libero sia solo sinonimo di rilassamento, di riposo, di svago spensierato e di vacanze tropicali in spiagge da sogno.
La palestra come spazio liminale del vivere collettivo, dove il corpo non si nasconde e il sudore non imbarazza
Di solito, i luoghi comuni del linguaggio tendono a valorizzare il sudore associandolo al lavoro ed escludendo, forse troppo frettolosamente, le pratiche del tempo libero. Ma le cose non stanno proprio così: se «sudare sette camicie», «guadagnarsi il pane col sudore della fronte» rinviano in effetti all’esperienza del lavoro e della fatica, e alla possibilità di ottenere una ricompensa per gli sforzi profusi, ci sono altresì contesti e situazioni do-
ve il sudore si configura, più genericamente, come un segno concreto dello svolgimento di un’attività secondo le modalità auspicate. Ed è qui che si inseriscono di diritto le attività sportive: da quelle che si praticano in palestra a quelle che si svolgono all’aria aperta, dagli sport individuali a quelli di squadra.
Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che il sudore rappresenta la parte seria del tempo libero. Se dunque Regazzoni rivendica, a ragione, la palestra quale spazio per praticare esercizi filosofici, oltreché sportivi, allo stesso modo ci pare giusto rivendicare il sudore quale componente vivificante e rigenerante del tempo libero. Ne sanno qualcosa gli adepti dello Hot Yoga, disciplina molto in voga praticata in stanze riscaldate a 35-42°C con il 40% di umidità. Come suggerisce un internauta in una discussione dedicata al tema: «Se sudo, lo vedo come un segno che sto lavorando sodo!». E allora, se la palestra e l’aula universitaria in fondo non sono poi così inconciliabili, che ci piaccia o meno dobbiamo riconoscere che lavoro, fatica, e tempo libero a volte vanno pure a braccetto.
Immagine IA
Sebastiano Caroni
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Il giardino dei travasi
Crea con noi ◆ Realizziamo una stimolante attività di gioco sensoriale dedicata ai bambini più piccoli
Giovanna Grimaldi Leoni
Questo bricolage è pensato per realizzare un’attività di gioco sensoriale dedicata ai bambini più piccoli. Favorisce lo sviluppo della motricità fine, della coordinazione occhio-mano e della capacità di concentrazione. Utilizzando materiali di recupero e lasciandosi ispirare dalla primavera, si crea un piccolo giardino tridimensionale con un albero e fiori colorati, all’interno del quale i bambini possono esplorare, raccogliere e travasare del riso colorato.
Procedimento
Preparate la base. Prendete una scatola di recupero e tagliatela in modo da mantenere il fondo e delle pareti alte 8-10 cm. Inserite all’interno un fondo di cartone spesso, ritagliato su
misura e fissatelo lungo tutto il perimetro con del nastro adesivo di carta in modo che non ci siano spazi in cui si possa infilare il riso. Rinforzare il fondo e renderlo più spesso è importante per infilzare gli steli dei fiori in modo stabile.
Mettete in due sacchetti trasparenti distinti, il riso e la pastina a forma di fiorellino. Aggiungete al riso qualche goccia colorante alimentare verde e alla pastina di quello rosso. Chiudete il sacchetto e con le mani scuotete e mescolate bene. Stendeteli su una teglia coperta con carta da forno e lasciate asciugare completamente. Ritagliate le parti centrali dei cartoni per le uova. Formate su ogni lato un petalo in modo da trasformarli in piccoli fiori.
Giochi e passatempi
Cruciverba
In Antartide a causa delle temperature glaciali… Trova il resto della frase leggendo a soluzione ultimata, le lettere evidenziate. (Frase: 3, 2, 4, 7)
ORIZZONTALI
1. Nome femminile
6. Attaccato al raspo
11. Ha una gemella... in faccia
13. L’eccesso nei prefissi
14. Pianta aromatica
16. Una sigla da bilanci statali
17. La domenica su Rai 1
19. Le valicò Annibale
21. Cavità superiore del cuore
23. Il doppio di penta
25. Iniziali del regista Argento
27. La tabula che a volte si fa
29. Più versa più guadagna
31. Esso... a Liverpool
32. Mormorano tra i campi
33. Ordine perentorio
34. Il dittongo di Diana
35. Prodi
VERTICALI
1 Trepidazione
2. Simbolo chimico del sodio
3. Fa eccedere
4. Pitturati
5. Sigla per bibite vitaminiche
7. 101 romani
8. Uno sport
Dipingeteli con tempera o acrilico nelle tonalità che preferite. Dipingete di verde gli stuzzichini, dopo averli tagliati in diverse misure, e lasciateli asciugare. Inserite poi gli steli all’interno dei fiori e fissateli con la colla a caldo. Il fondo dei fiori applicati agli stuzzichini va leggermente tagliato, così da ottenere una forma
a imbuto che permetta di utilizzarli anche come strumenti per il travaso. Preparate infine alcuni fiori aggiuntivi, senza stelo, da posare sul «prato» e da usare per raccogliere il riso o la pastina durante il gioco. Rivestite con il cartoncino marrone un tubo di cartone piuttosto grosso, come quello delle patatine. Nella parte frontale, in basso, ritagliate una porta o un’apertura. Dal cartoncino verde ricavate una fronda e praticate due intagli distanti tra loro quanto la larghezza del tubo, così da poterla incastrare facilmente nella parte superiore. Posizionate l’albero sulla base e, se necessario, fissatelo al fondo con un po’ di colla per renderlo più stabile. Inserite poi tutti i fiori, infilzandoli bene nel cartone; anche in questo caso, se serve, potete rinforzarli ulteriormente con la colla per garantire una maggiore stabilità. Decorate a piacere il vostro giardino sensoriale.
Come si gioca Il giardino sensoriale può essere proposto ai bambini come attività di gioco libero dai 2 anni in su. Trattandosi di un’esperienza pensata per bambini piccoli, è importante che venga sempre svolta sotto la supervisione di un adulto.
• 1 tubo di cartone grande (es. tubo delle patatine)
• Stuzzichini in legno
• Cartoncino verde e marrone
• Matita, righello, forbici
• Tempere o colori acrilici rosso, bianco, verde e pennelli
• Colla a caldo
• Materiale sensoriale
• Riso
• Pastina a forma di fiorellini
• Coloranti alimentari verde e rosso
• Sacchetti trasparenti per alimenti
• Legnetti naturali raccolti e puliti
(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
9. Preposizione
10. Un ripiego... marginale
12. Il Beta di Disney
15. Vecchio in inglese
18. Le iniziali del filosofo Tommaseo
20. Ottime con il formaggio
22. Se sono buoni vengono... rifiutati
24. Accoglie bimbi
26. La Minore è in Turchia
28. Si risponde dei propri
30. Una consonante
33. Diede i natali al Petrarca (Sigla)
Soluzione della settimana precedente MONETA DA RECORD – La moneta più grande del mondo, coniata in Australia, misura: … OTTANTA CENTIMETRI
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano. Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
Viaggiatori d’Occidente
Il turismo è un affare di famiglia
Se l’algoritmo sa tutto di noi e decide cosa dovremmo fare, allora, per quanto riguarda i viaggi, la famiglia è il nostro primo algoritmo: trasmette da una generazione all’altra cosa consideriamo normale, sicuro, comodo e desiderabile quando siamo lontano da casa. Oggi questa dinamica viene spesso riassunta con un nuovo termine, inheritourism, cioè l’idea che preferenze e abitudini di viaggio si tramandano e si ereditano. Per esempio, in uscita dall’inverno, alcune famiglie cercano una pausa dal freddo nei mari caldi: relax e riposo assoluto. Per altre la settimana bianca e lo sci sono irrinunciabili, in una prospettiva più dinamica e sportiva. E si continua così, generazione dopo generazione. In un sondaggio legato alle tendenze del 2026, commissionato dalla grande catena di alberghi Hilton e realizzato intervistando quattordicimila adulti
in quattrodici Paesi, il 73% dei viaggiatori ritiene che i genitori abbiano influenzato il loro stile di viaggio, il 66% la scelta degli alloggi e circa il 60% la familiarità con programmi fedeltà o con certi brand. L’influenza familiare agisce su piani diversi. Si interiorizza un repertorio («come si è sempre fatto»), insieme a un’idea di comfort che spesso diventa lo standard di riferimento. Ma si «eredita» anche un modo di pagare e pianificare: risparmiare a lungo per il viaggio importante, oppure destreggiarsi tra punti, miglia e carte. Durante l’infanzia e l’adolescenza molti genitori portano i propri figli a visitare i luoghi più conosciuti, soprattutto in Europa: le grandi capitali, i leggendari musei, i parchi naturali e così via. È una parte importante della formazione della nuova generazione, che oltretutto si integra per-
Cammino per Milano
fettamente con i programmi scolastici; giunti alla maggiore età, i giovani possono esplorare, da soli o con gli amici, mete fuori rotta e stili di viaggio alternativi. Naturalmente questo vale soprattutto, anche se non esclusivamente, per il ceto medio; chi cresce in famiglie con minori risorse economiche o con una minore consuetudine ai viaggi culturali dovrà spesso colmare più tardi questo divario di esperienze.
In alcuni passaggi cruciali della storia però i figli si contrappongono ai genitori, invece di seguirne le orme, e questo è avvenuto anche nel campo dei viaggi. Per esempio negli anni Sessanta del secolo scorso, proprio quando il benessere del boom economico promuoveva il turismo di massa, molti giovani hippie presero la via dell’Oriente, intraprendendo viaggi lunghi, con un budget ridotto, poco
La Madonna dei Poveri di Figini e Pollini
Lo scrosciare di una vedovella, così vengono chiamate a Milano certe fontane verdi in ghisa per via del loro continuo pianto, rallegra subito il mio spaesato riemergere da Bisceglie. Capolinea della rossa dove inizia il mio mini viaggio a piedi di dieci minuti circa la cui cronaca cerco di farla breve. Marciapiedi sinceri una fine mattina di metà marzo con quasi bel tempo dopo una notte di burrasca, gelosie in cotto a croce di un fienile scampato per miracolo tra palazzoni, prati di periferia ovest con denti di leone e margheritine, «rateizzazioni» dice uno ad altri due in via Creta e il mio pensiero immediato è meglio allora le derattizzazioni, dettaglio di una bomba reggirecinto in ferro di un monumento ai caduti, esplosione di magnolie, il tiburio avvistato sopra un pino marittimo.
La facciata principale sembra un garage o sembra giocare sulla simula-
zione di un garage. Tranne la striscia di mattoni in cotto che richiama le chiesuole lombarde. In mezzo, l’assenza di alcuni mattoni, forma una feritoia a croce. Ma è dentro tutta la forza di questa chiesa finita nel 1956, opera estrema di Figini e Pollini. Duo di architetti coetanei composto da Luigi Figini (1903-1984) e Gino Pollini (1906-1991), autori qui a Milano negli anni Trenta dell’inarrivabile bar Craja estinto, la corbuseriana casa al Villaggio dei Giornalisti, diversi edifici in centro noti dagli intenditori per le loro particolari facciate scozzesi, la libreria e gloriosa casa editrice Hoepli finita negli ultimi giorni sull’orlo del baratro, l’ampliamento della Olivetti a Ivrea dove trovo straordinario un loro asilo. Eppure, purtroppo, appena entrato, non percepisco proprio subito Il primitivismo mistico di Figini e Pollini come titola un pezzo di Bruno Zevi
Sport in Azione
– apparso sul «L’Espresso» e raccolto poi in Cronache di architettura (1971) – che la perlustra nel novembre 1955 quando non era ancora finita del tutto ed era epuratissima come mostra la foto dell’epoca a tutta pagina mangiata con gli occhi per più giorni. Il dramma è l’aggiunta scriteriata di luci qui e là, locandine, la riverniciatura indecente in rosa salsa rosa delle pareti esagonali aperte attoro all’altare: una figura-recinto sacro che spezza l’ortogonalità di tutto quanto e definita da Zevi «polemica» nel senso buono. Poi mi muovo un po’, supero il presente accettando per forza questa quotidianità della chiesa dedicata alla Madonna apparsa otto volte, tra gennaio e marzo 1933, all’undicenne Mariette Beco in un villaggio belga. Frequentata molto da una comunità di giovani filippini, come adesso, dribblo il suo utilizzo, alzando lo sguardo per catturare la meravigliosa
La sfibrante pressione dello sport
Negli scorsi giorni, quando ho letto che Nadine Fähndrich avrebbe concluso la carriera il mese prossimo a soli 30 anni e mezzo, mi sono preoccupato. L’avevo conosciuta come ragazza solida, serena, ma, si sa, lo sport può giocare brutti scherzi. Mi sono informato. Ho potuto appurare che la fondista lucernese è felicissima, e che l’uscita di scena era stata programmata da tempo, previo il raggiungimento di tre obiettivi. Costanza di risultati negli sprint di Coppa del Mondo, ne ha vinti sette e per ventisette volte è salita sul podio. Conquista di una medaglia ai Mondiali, operazione riuscita tre volte. Una pure ai Giochi Olimpici, missione compiuta poche settimane fa sull’ostico tracciato di Lago di Tesero. Quindi, buona quiescenza, cara Nadine, e soprattutto ogni bene alla vostra futura famiglia, che hai dichiarato essere il prossimo importantissimo traguardo. L’Happy end di colei che in questi
ultimi cinque anni ha retto il peso dell’eredità di Dario Cologna, non mi ha fatto perdere di vista il problema. Lo sport può e sa essere subdolo. In oltre trent’anni di frequentazione dell’ambiente, di storie tristi ne ho viste, ascoltate, toccate con mano. Penso alla doppia carriera di Simone Biles. La ginnasta statunitense, nel 2013, quando ha solo 16 anni, conquista ai Mondiali i primi due ori di una ricchissima collezione di ventitré. Alla sua prima partecipazione ai Giochi Olimpici, nel 2016 a Rio de Janeiro, sale sul gradino più alto nella gara a squadre, nel completo individuale, nel volteggio e nel corpo libero. È la regina dei giochi. Prosegue il suo dominio fino al 2019. Poi, stop. Ai Giochi di Tokyo del 2021 la testa non c’è più. Gli impulsi al corpo non passano. Rinuncia ad alcune finali e si porta a casa «solo» l’argento con il Team. Comprensibile, in una disciplina fra le più esigenti e più massacranti. Ma
programmati e in netta rottura con i modelli familiari. Una generazione dopo, dal 1972, il viaggio con Interrail dopo l’esame di maturità aveva motivazioni simili.
Poi, però, qualcosa è nuovamente cambiato. Oggi molti giovani – per esempio i miei studenti all’università – non hanno problemi a viaggiare con la propria famiglia d’origine. Anzi, una delle tendenze più visibili è proprio il turismo di famiglia multigenerazionale: viaggi che coinvolgono nonni, genitori e figli (e talvolta zii o cugini). Subito dopo la pandemia erano viaggi dettati dalla volontà di ritrovarsi e stare di nuovo assieme.
Poi l’abitudine è rimasta per i vantaggi pratici – minori costi, facilità organizzativa – e al tempo stesso per motivazioni più elevate: tempo di qualità condiviso, costruire insieme memorie familiari, trasmettere il proprio stile
di viaggio ai più piccoli. La famiglia allargata condivide alcune esperienze al completo – cene, escursioni, musei – mentre si divide per altre: spa per adulti, mini-club per bambini ecc. Interessante anche la componente decisionale: i nonni sono spesso sponsor, i genitori organizzatori, e i figli, secondo ricerche recenti, hanno un peso sorprendente nella scelta della destinazione (la cosiddetta kidfluence). I viaggi sono una parte importante della nostra vita ed è importante costruire un percorso di crescita sano, consapevole, dove ereditiamo abitudini, gusti e paure dalla famiglia d’origine, ma possiamo anche rielaborarli, correggerli, superarli. Siamo la nostra famiglia d’origine e al tempo stesso siamo qualcosa di unico, originale, irripetibile. Nello spazio tra queste due dimensioni si gioca il nostro destino; e non solo nel viaggio.
trama bucata dei matronei. La cui luce originaria, dosata dagli spazi vuoti tra i conci distribuiti irregolarmente, è persa. Mi aggrappo al beton facciavista delle due coraggiose travature bucate esagonalmente, risalgo ancora su con lo sguardo, a caccia di spazi indenni di quella mistica protocristiana ricercata dal duo razionalista milanese. Poi rompo gli indugi e mi avventuro su una scala stretta in beton che sale a fianco del presbiterio e già il corrimano grezzo in ferro pieno color ruggine naturale, con le saldature visibili, mi dona la gioia primaria dell’elementarità sacrale. In alto ecco la struttura, da vicino, dei conci di pietra posti creando aperture varie: mi godo così la scansione originaria della luce filtrata. Niente male il contrasto tra il lavoro decorativo maniacale a mano dei picasass e la sprezzatura dei lastroni in calcestruzzo con
sbavature volute. Sfocio in una balconata brutalissima sotto il lucernaio del tiburio che sovrasta e rischiara il presbiterio. Quarantanove riquadri, coperti da vetro temperato, fanno piovere la luce zenitale. Basilare, per questa bellezza assoluta, la loro strombatura.
E così, dietro le quinte di questa chiesa in bilico tra primitivismo mistico e brutalismo neorealista, continuando il mio giretto architetturale, scopro nella parte absidale, delle finestre che inquadrano un campetto di calcio sintetico. La partitella ufficiale domenicale dei bocia è seguita, noto, soltanto da quattro famigliari con pacchetto maxi di patatine. Qui, sotto, ci dovrebbero essere, come ho visto in un fotoreportaggio di Gabriele Basilico nel librone Luigi Figini, Gino Pollini: Opera completa (1996), le stesse gelosie in cotto a croce del fienile notato prima camminando.
inatteso e sorprendente da parte di una ragazzina che sembrava avere un approccio mentale d’acciaio. Ma Simone non è una ginnasta usa e getta. Da un’adeguata e felice terapia psicologica si porta a casa un insegnamento che l’aiuterà a risorgere: imparare a porsi dei limiti e a dire dei no. In una sola parola, vivere. Nel 2023 torna in palestra. L’anno successivo, ai Giochi di Parigi, veste di nuovo le insegne della regina. Ha già 27 anni. Per una ginnasta che compete in tutte le discipline è un’età da pensione. Ma lei è Simone Biles. Nel suo scrigno finiscono altre 3 medaglie d’oro, fra cui quella dell’individuale, unica ginnasta nella storia a ottenerla in due edizioni non consecutive dei Giochi. Lo sport è disseminato di comeback riusciti dopo una fase depressiva. Ma anche di atleti che non ce l’hanno fatta a risalire la china. Come il ciclista Marcel Kittel, grande rivale e potenziale erede di Mark Cavendish
negli sprint, che si fa da parte a soli 31 anni. «Negli ultimi due mesi ho avuto la sensazione di essere esausto. In questo momento non sono in grado di allenarmi e correre al più alto livello». Si pensa a una crisi transitoria. Ma due mesi più tardi, Marcel annuncia il suo ritiro definitivo. Un atto che immagino sia stato liberatorio, nonostante i pesantissimi sacrifici finanziari.
Le storie di Simone Biles, Marcel Kittel, Naomi Osaka, Tom Dumoulin sono solo la punta di un gigantesco iceberg sommerso. Un magma in cui si dibattono migliaia di giovani sportivi costretti a convivere anche con la frustrazione di non essere arrivati là dove desideravano. Sono vittime di carichi di lavoro spropositati, di una selezione precoce spietata, di stimoli e sostegni da parte di allenatori, dirigenti, federazioni, sponsor, media, genitori convinti di agire nel migliore dei modi. Per questi giova-
ni è facile smettere. Semplicemente, non ce la fanno più. Molto più difficile elaborare il lutto per il fallimento. Non è un caso che, negli ultimi anni, le figure del mental coach e dello psicologo siano diventate centrali nel processo di formazione di un atleta e di un potenziale campione. Ciò nonostante, la percentuale dei crolli non tende a diminuire. Che fare? Se proprio non si riesce a frenare la corsa, che perlomeno la si osservi. Guardando negli occhi un atleta durante e dopo l’allenamento. Soppesandone con attenzione il comportamento quando arriva a casa. Mettendo sulla bilancia sorrisi e mugugni per vedere da che parte pende. Chi è forte come il granito andrà comunque avanti. Chi invece è piuttosto friabile, ritroverebbe a casa, in palestra, in piscina, sul campo, qualcuno che lo aiuterà a capire che si può essere felici anche se non si è riusciti a vincere la gara del quartiere.
di Claudio Visentin
di Oliver Scharpf
di Giancarlo Dionisio
Fai il pieno di VITAMINE
Tutti i frutti esotici Extra per es. kiwi verde, Italia, il pezzo, –.88 invece di 1.10 20%
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Macinata o in PEZZI?
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Sminuzzato di petto di pollo M-Classic prodotto surgelato, 2 x 500 g, (100 g = 1.10) conf. da 2 50%
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1.55
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Cordon bleu di pollo Migros Brasile, per 100 g, in self-service 31%
2.25
Costine di maiale Svizzera, per 100 g, in self-service 16%
invece di 2.70
3.70
3.40
2.75
11.95
invece di 20.26
Togliere dal frigorifero la lombata di agnello circa 30 minuti prima di cucinarla. Rosolarla poi in olio caldo per un minuto su ogni lato. Continuare ad arrostirla a fuoco medio per circa 3 minuti. Per verificare la cottura, unire il pollice e l'anulare e premere alla base del pollice: se la carne ha la stessa consistenza, è cotta al punto giusto. Insaporire con sale e pepe.
2.95
Migros
Capretto intero Francia,
Delizie di CARNE
1.95 invece di 2.90 Luganighetta nostrana Ticino, per 100 g, in self-service 32%
5.95 invece di 7.90 Ripieno per toast IP-SUISSE 2 x 150 g, (100 g = 1.98)
1.95
invece di 2.35 Pancetta affumicata da cuocere, al pezzo, IP-SUISSE in conf. speciale, per 100 g
Arrosto imperiale in vaschetta di alluminio Migros Svizzera, 600 g, in self-service, (100 g = 2.00)
invece di 16.90
Cervelas M-Classic Svizzera, 2 pezzi, 200 g, 1.36 invece di 1.70, in self-service, (100 g = 0.68) a partire da 2 confezioni 20%
Ticino 7.95 invece di 11.93 Prosciutto crudo dei Grigioni Surchoix Svizzera, 150 g, in self-service, (100 g = 5.30)
5.50 invece di 7.20 Bratwurst dell'Olma di San Gallo IGP Svizzera, 2 x 2 pezzi, 2 x 320 g, (100 g = 0.86)
Voglia di sapore di MARE?
41%
13.95
invece di 23.80
Filetto dorsale di salmone M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 400 g, in self-service, (100 g = 3.49)
20x CUMULUS NOVITÀ
2.95
Salmone affumicato Sockeye Migros, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 50 g, in self-service, (100 g = 5.90)
20x CUMULUS NOVITÀ
3.50
Salmone affumicato islandese Migros d'allevamento, Islanda, 50 g, in self-service, (100 g = 7.00)
Tutte le salse per insalate
Mini Salatsossä per es. Francese, 500 ml, 4.13 invece di 5.90, (100 ml = 0.83) 30%
conf. da 3 20%
Pasta Anna's Best, refrigerata ravioli di manzo d'Hérens del Vallese, spätzli alle verdure o gnocchi capresi, in confezioni multiple, per es. ravioli, 3 x 250 g, 11.75 invece di 14.85, (100 g = 1.57)
12.95 invece di 18.–Orata reale M-Classic, ASC d'allevamento, Grecia, in conf. speciale, 3 pezzi, 1 kg 28%
20x CUMULUS NOVITÀ
100% filetto di merluzzo
5.90
Filetto gourmet à la Bordelaise Alnatura prodotto surgelato, 320 g, (100 g = 1.84)
conf. da 2 20%
Cornatur nuggets o scaloppine mozzarella e pesto, per es. nuggets vegane, 2 x 225 g, 6.– invece di 7.50, (100 g = 1.33)
13.90 Banana Shaped Shrimps Asia-Snacks, ASC in conf. speciale, 440 g, (100 g = 3.16) HIT
Il gusto dei prezziBUONI
1.45
Le Gruyère dolce AOP circa 250 g, per 100 g, prodotto confezionato 21%
invece di 1.85
7.35 invece di 9.20
Rosette di formaggio Tête de Moine, AOP 2 x 120 g, (100 g = 3.06)
2.25 invece di 2.70
Caseificio Leventina per 100 g, prodotto confezionato 16%
3.95
Con il 100% di latte di capra
Formaggio per insalata greca Chavroux 150 g, (100 g = 2.63) 20x
Tutte le mozzarelle Alfredo per es. sfera, 150 g, 1.16 invece di 1.45, (100 g = 0.77)
21%
6.95 invece di 8.85
Formaggio fuso a fette Gruyère AOP o Emmentaler, in confezioni speciali, 30 fette, 600 g, (100 g = 1.16)
Brunch fino all’arrivo del coniglietto
a partire da 2 pezzi 15%
Mezza panna e panna intera UHT Valflora, IP-SUISSE
per es. panna intera, 500 ml, 2.89 invece di 3.40, (100 ml = 0.58)
6.40 invece di 8.–
Fragole Spagna, cassetta da 1 kg 20%
Ideale con Il tradizionale dolce di Pasqua italiano
La Colomba Classica San Antonio
300 g e 120 g, per es. 300 g, 4.56 invece di 5.70, prodotto confezionato, (100 g = 1.52) 20%
Tutti gli spumanti e i vini analcolici per es. Perldor Classic, 750 ml, 3.47 invece di 4.95, (100 ml = 0.46) 30%
Succo d'arancia o multivitaminico Sun Queen, Fairtrade 6 x 1 litro, per es. succo d'arancia, 11.97 invece di 19.95, (100 ml = 0.20)
4.40 Fiore di primavera 400 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.10)
Caprice des Dieux in conf. speciale, 330 g, (100 g = 1.58) 20%
Yogurt al naturale Migros Bio (aha! e yogurt alla greca esclusi), 500 g, 180 g e 1 kg, per es. 500 g, 1.04 invece di 1.30, (100 g = 0.21) 20%
4.85 invece di 5.76
Uova d'importazione da allevamento al suolo in conf. speciale, 18 x 53 g+ 15%
Tortine pasquali in confezione da 2 e torta pasquale da 475 g per es. tortine pasquali Petit Bonheur con uva sultanina, 2 pezzi, 150 g, 2.32 invece di 2.90, prodotto confezionato, (100 g = 1.55) 20%
9.95 invece di 12.60
Torta di carote e tranci di torta di carote per es. tranci di torta di carote, 2 pezzi, 140 g, 2.80 invece di 3.50, prodotto confezionato, (100 g = 2.00) 20% 5.20 invece di 6.55
Salmone selvatico Sockeye M-Classic, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 280 g, in self-service, (100 g = 3.55) 20%
da 6 40% 9.95 invece di 13.40 Salame Milano Citterio Italia, 2 x 130 g, (100 g = 3.83) conf. da 2 25%
Tanta freschezza dalla panetteria
a partire da 2 pezzi 20%
Tutti i donut in vendita sfusi per es. cacao, 68 g, –.88 invece di 1.10, (100 g = 1.29)
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Pain Sarment M-Classic, IP-SUISSE chiaro o rustico, per es. chiaro, 2 pezzi, 300 g, 2.52 invece di 3.15, (100 g = 0.84)
a partire da 3 pezzi 30%
Tutti i panini weggli, i coniglietti di pasta e i panini di Sils, in vendita sfusa (cornetti esclusi), per es. panini al burro IP-SUISSE, 60 g, –.46 invece di –.65, (100 g = 0.77)
Pane Toast & Sandwich M-Classic, IP-SUISSE 2 x 620 g, (100 g = 0.32)
Dai alla Pasqua la FORMA che vuoi
4.95
Tagliabiscotti a forma di coniglietto Kitchen & Co.
3 pezzi
4.50 Decorazioni pasquali da spargere commestibili, il pezzo, (1 g = 0.45)
4.95
20%
Tutto l'assortimento Pâtissier
per es. zucchero vanigliato, 4 x 10 g, 2.96 invece di 3.70, (100 g = 7.40)
Mattarello in silicone Kitchen & Co.
22,5 cm, azzurro a quadretti, il pezzo
Dolcezza per il nido e non solo
13.85 invece di 19.80
ancheDisponibile conigliettocome da 200 g
Miscela pasquale Frey assortita, 1 kg, (100 g = 1.39)
La nostra marca Crème d'Or è sinonimo di creazioni particolarmente cremose a base di gelato. Le ricette sono realizzate con ingredienti 100% naturali e con latte e panna provenienti dalla Svizzera. L'assortimento comprende molti classici, ma sorprende anche con creazioni sempre nuove e innovative.
Tutti i gelati Crème d'Or in vaschetta da 500 ml e 1000 ml (articoli spacchettati esclusi), prodotti surgelati, per es. Vaniglia Bourbon, 1000 ml, 6.57 invece di 10.95, (100 ml = 0.66) a partire da 2 pezzi
Tutti i biscotti Créa d'Or per es. pizzelle, 100 g, 2.17 invece di 3.10 a partire da 3 pezzi
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Biscotti prussiani Petit Bonheur in conf. speciale, 516 g, (100 g = 0.79)
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Little Moons al pistacchio o al matcha prodotto surgelato, 6 x 32 g, (100 g = 3.10)
Tutto l'assortimento Blévita (confezioni singole escluse), per es. Gruyère AOP, 6 x 38 g, 2.65 invece di 3.95, (100 g = 1.16)
Di TUTTOun po’
a partire da 2
20% Oli d'oliva Don Pablo 1 litro o 500 ml, per es. 1 litro, 7.96 invece di 9.95, (100 ml = 0.80) 20%
Tutto l'assortimento di caffè Migros Bio in chicchi, macinato e istantaneo, per es. Crema macinato, Fairtrade, 500 g, 7.36 invece di 9.20, (100 g = 1.47)
Piselli e carote, piselli o purea di mele, M-Classic per es. piselli e carote, fini, 4 x 260 g, 5.10 invece di 6.80, (100 g = 0.49)
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Pizze La Trattoria Mozzarella, Prosciutto o Tonno, per es. Mozzarella, 3 x 330 g, 4.20 invece di 5.30, (100 g = 0.42)
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Tutto l'assortimento di verdura Farmer's Best prodotto surgelato, per es. spinaci alla panna conditi, IP-SUISSE, 800 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 0.40) a partire da 2 pezzi
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Crocchette di rösti o pommes noisettes, M-Classic per es. crocchette di rösti, 2 x 600 g, 7.65 invece di 9.60, (100 g = 0.64)
pezzi
Pizza
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