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Azione 12 del 18 marzo 2026

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Anno LXXXIX 18 marzo 2026

edizione

Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura

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MIGROS MONDO

nza L’importa za ez della sicur sul lavoro s per Migro Pagina 2

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SOCIETÀ

ATTUALITÀ

CULTURA

TEMPO LIBERO

Il rapporto tra uomo e animale è profondamente cambiato e rende complesso il lavoro dei veterinari

In Svizzera è necessario ripensare alla difesa, intanto ci si avvicina all’Ue per colmare le lacune militari

L’opera dell’artista ticinese Petra Weiss in una monografica allo Spazio Officina di Chiasso

Nel silenzio polveroso di Loreto sopravvive la capitale dimenticata delle Californie colonizzate

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Danziamo la vita

Simona Sala

Stefano Scanferla

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La guerra mondiale a pezzi Carlo Silini

Sono i bambini a rivelarci che il re è nudo. Bambini come quelli che, giorni fa, qui in Ticino, un po’ giocando e un po’ ripetendo ciò che avranno sentito dai grandi, cinguettavano che si stavano preparando alla Terza guerra mondiale (leggete, in proposito, l’intervista di Romina Borla a Ilario Lodi a pag. 13). Su X, Instagram e TikTok proliferano meme e domande tipo: «È iniziata la WW3?» (World War Three, Terza guerra mondiale, appunto). Una sensazione giustificata? Papa Francesco, già anni fa, parlava di una «terza guerra mondiale a pezzi»: una costellazione di conflitti regionali che, messi insieme, disegnano la mappa frammentata di una crisi globale. In Iran, con l’intensificarsi di attacchi, ritorsioni e controffensive che coinvolgono non solo attori locali, ma anche potenze militari come Stati Uniti e Israele, questo paradigma appare evidente. Non siamo tecnicamente dentro una guerra mondiale, ma ci muoviamo su un terreno che potrebbe trasformarsi in qualcosa di simile.

La guerra, per ora, si sviluppa su un piano regionale, in Medio Oriente: la geografia del conflitto comprende Iran, Israele, Libano, Siria, Iraq, le monarchie del Golfo (e per un momento anche Cipro). Tuttavia, alla dimensione locale si sovrappone una sistemica: il coinvolgimento diretto o indiretto delle grandi potenze globali. Le tensioni tra Stati Uniti, Russia e Cina attraversano come correnti subacquee i mari in tempesta di questo conflitto. Non c’è (ancora) uno scontro frontale tra colossi che definirebbe una guerra mondiale, ma ci sono tutte le condizioni che potrebbero generarlo: alleanze contrapposte, interessi energetici vitali, infrastrutture critiche esposte, rischio di incidenti o errori di calcolo. E non vorremmo che lo spettro di uno degli eventi maggiori che hanno posto fine alla Seconda guerra mondiale, la bomba atomica, innescasse la Terza. L’Europa osserva, ma già ne paga le conseguenze: basti pensare al prezzo della benzina. E con-

tinuerà a farlo a lungo, tra il probabile flusso di migranti in fuga e gli altrettanto prevedibili attentati terroristici. Se il conflitto mediorientale dovesse allargarsi, l’Europa sarebbe coinvolta non per scelta, ma per architettura: fa parte della NATO, è legata agli Stati Uniti e dipende dalle rotte energetiche che attraversano il Golfo Persico e il Mar Rosso. E la Svizzera? Pur incastonata nel continente, ma estranea ai suoi sistemi militari, la Confederazione deve riflettere su come mantenere la neutralità in un mondo che non è più neutrale (cfr. Roberto Porta a pag. 11). Credere di trovare rifugio chiudendosi a riccio è illusorio: non possiamo difenderci da soli in un pianeta in fiamme. Anche nel migliore dei casi, la neutralità non ci proteggerebbe da cyberattacchi, disinformazione, guerra ibrida e sabotaggi. Inoltre, dipendiamo dalla stabilità di Ue e NATO, che si aspettano contributi svizzeri alla sicurezza europea. Una «neutralità assoluta» oggi significherebbe

scontrarsi con i partner che garantiscono la nostra difesa indiretta. Sarebbe percepita come «il buco del formaggio» delle sanzioni europee, con gravi danni reputazionali ed economici. In questo scenario, l’idea della «guerra mondiale a pezzi» non è una profezia, ma una diagnosi. I pezzi non sono ancora incastrati tra loro, ma si muovono nella stessa direzione. L’Iran è uno di questi frammenti incandescenti: un conflitto regionale che riflette l’instabilità sistemica del nostro tempo. Un altro è l’Ucraina. Non sappiamo se questi pezzi finiranno per ricomporsi in un’unica, terrificante immagine. Ma sappiamo che il compito storico dell’Europa – e della Svizzera dentro l’Europa, anche da neutrale – è impedire che ciò accada. Con lucidità e, sarebbe auspicabile, con diplomazia. La pace è fragile non perché è impossibile da realizzare, ma perché richiede coraggio, visione e responsabilità. Merce rarissima, oggi. A proposito: quanto ci manca Papa Francesco?


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azione – Cooperativa Migros Ticino

MONDO MIGROS

L’importanza di essere sicuri

Info Migros ◆ A colloquio con Silvio Vassalli, responsabile della sicurezza sul lavoro per Migros Ticino Il 2026 sotto alcuni aspetti è iniziato nel peggiore dei modi. L’immane tragedia di Crans Montana ha messo in luce diverse fragilità o criticità nell’ambito della sicurezza generale e delle misure per la prevenzione degli incendi. Ne abbiamo parlato con l’ingegnere elettrotecnico Silvio Vassalli, responsabile per Migros Ticino di sicurezza sul lavoro, antincendio, energia e sostenibilità. Silvio Vassalli, nelle ultime settimane si è parlato molto di sicurezza. A che punto è Migros Ticino? Gli ambiti di intervento nel campo della sicurezza sono due, la sicurezza antincendio e la sicurezza sul lavoro e la salute (da non confondersi però con la GSA, gestione della salute in azienda). Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro e la salute, aderiamo alla soluzione aziendale adottata dal Gruppo Migros: essendo la nostra una grossa azienda, ci muoviamo come le Poste e le FFS, ossia con una soluzione ad hoc. In Ticino gli ambiti di intervento sono la Centrale di Sant’Antonino, le filiali dei supermercati e le nostre società, come ad esempio Activ Fitness Ticino. Si spazia dalla sicurezza fisica come può essere quella di un parapetto fino all’analisi degli infortuni, che ci permette di implementare una serie di misure. L’analisi dei rischi ci aiuta ad esempio a tutelare le donne in gravidanza. All’interno della soluzione Migros

Silvio Vassalli Responsabile per Migros Ticino di sicurezza sul lavoro

sono omologate anche le singole categorie professionali? Certo, la nostra soluzione è certificata ogni cinque anni dalla CFSL (Commissione federale della sicurezza sul lavoro). La soluzione adottata prevede dei controlli annuali. Si tratta dei dieci punti previsti dalla MSSL (Medici e specialisti sulla sicurezza del lavoro): 1) Principi guida e obiettivi in materia di sicurezza; 2) Organizzazione della sicurezza; 3) Formazione, istruzione e informazione; 4) Regole di sicurezza; 5) Individuazione dei pericoli e valutazione dei rischi; 6) Pianificazione e realizzazione delle misure; 7) Organizzazione in caso di emergenza; 8) Partecipazione; 9) Tutela della salute; 10) Audit e controlli. E a livello pratico, come si svolge il suo lavoro? L’ambito della sicurezza antincendio è quello più strutturato. È prevista una prova di evacuazione annuale in tutte le filiali con il personale ma

senza clienti, e una in centrale, oltre a una serie di audit. È fondamentale istruire il personale facendogli acquisire degli automatismi in grado di permettergli di sapere come muoversi e mantenere la calma in caso di un evento. Il 1. gennaio del 2024 nel Canton Ticino sono entrati in vigore la Legge sulla protezione antincendio (LPA del 14.12.2022) e il relativo Regolamento (RPA del 6.12.2023). I controlli obbligatori devono essere eseguiti, su incarico del proprietario, da Tecnici Riconosciuti, i quali sono tenuti a redigere un rapporto e a segnalare al Municipio gli eventuali difetti gravi che comportano un rischio di incendio non accettabile. Un’azienda come Migros Ticino deve aggiornarsi costantemente, soprattutto in caso di nuove costruzioni o modifiche; gli impianti vanno messi a norma e in questo Migros è a buon punto. Nell’ambito dell’antincendio, anche in seguito alla nuova legge stiamo attualmente lavorando a livello informatico per i cosiddetti «asservimenti»; in altre parole, gli impianti devono sapere «comunicare» tra di loro e svolgere determinati compiti. Le ditte che si occupano dei controlli sono specializzate in ambiti precisi: vi è chi si occupa dell’ascensore, chi dell’impianto del fuoco, chi dell’illuminazione o della ventilazione, ma è fondamentale controllare che questi impianti comunichino bene tra di loro in caso di incendio o di blackout elettrico. La FCM (Federazione cooperative Migros) ha sviluppato un tool informatico per

Un cosiddetto «posto fisso di spegnimento».

poter catalogare tutti gli impianti e poi generare un test di verifica da effettuare nella rispettiva filiale (o stabile). Dunque, nell’ambito della sicurezza la sensibilità è cresciuta? Senza dubbio. Vediamo ad esempio come in queste settimane diversi comuni si stiano attivando con le aziende presenti sul loro territorio per chiedere copia dei controlli periodici, e ciò vale anche per le filiali di Migros Ticino. I Municipi sono tenuti a vigilare che la legge cantonale sia rispettata e che non vi siano nel loro territorio stabili con rischi non accettabili. Quest’anno, sempre nel campo della sicurezza antincen-

dio, stiamo organizzando una formazione sull’utilizzo degli estintori. In programma vi è anche una formazione sull’utilizzo delle apparecchiature collegate alle bombole a gas per la conservazione sottovuoto degli alimenti. Grazie al nostro reparto IT, abbiamo anche sviluppato un applicativo interno che permette di gestire sia le evacuazioni sia gli audit, garantendo un processo ben definito in cui non va perso niente. In altre parole, si tratta di una banca dati in cui i gerenti di filiale possono inserire i propri dati corredandoli da fotografie. È un tool molto utile, poiché ha affinato i processi e ci permette di lavorare con maggiore efficienza.

Una cena per ringraziare chi c’è per il prossimo Ogni anno in Svizzera decine di volontarie e volontari prestano servizio negli ambiti più disparati. Vi è chi si impegna in progetti che favoriscono la coesione, ad esempio insegnando lingue agli stranieri, o chi a bordo campo segue le giovani leve di una squadra di calcio, dopo averle preparate a livello tecnico, allenamento dopo allenamento. Ma vi è anche chi si reca nelle case di riposo per tenere compagnia o intrattenere le persone anziane, o chi si impegna per preservare o migliorare l’ambiente in cui viviamo, pulendo i boschi o sensibilizzando la popolazione. Comune denominatore delle attività appena descritte, è il fatto che a renderle possibili siano volontarie e volontari. Due terzi della popolazione svizzera sono attivi nel volontariato e, secondo i dati attuali, ogni anno vengono dedicate circa 590 milioni di ore al bene comune. Il 41% della popolazione è attivo in modo formale in gruppi, associazioni e organizzazioni. L’importanza del volontariato istituzionalizzato si riflette anche nell’elevata densità di associazioni. Si stima che in Svizzera ci siano tra 80’000 e 100’000 associazioni. Il volontariato unisce le persone, favorisce lo scambio e la comprensione reciproca. È il collante della nostra società e merita un riconoscimento particolare. Senza volontari, molte associazioni e organizzazioni non potrebbero funzionare – sia nello sport, nel sociale, nella cultura o nella protezione della natura.

Johanna Unternäher Fotografie

Iniziativa partecipativa ◆ Il Percento culturale Migros propone un invito a cena per chi si impegna nel volontariato

Spesso, però, il volontariato rimane in secondo piano, senza grandi riconoscimenti. Per questo motivo il Percento culturale Migros vuole dire grazie, e mette in palio 100 cene di ringraziamento nei ristoranti Migros e 100 buoni Migros per associazioni e organizzazioni in tutta la Svizzera. Le cene di ringraziamento fanno parte dell’iniziativa partecipativa che, nel 2026, si concentra sul tema del volontariato.

Destinatari: chi può candidarsi? Possono candidarsi a questa iniziativa le associazioni e le organizzazioni (di seguito denominate «associazioni») che desiderano organizzare una cena di

ringraziamento per le loro volontarie e i loro volontari (inclusi partner e figli).

Sostegno: come funziona? Possono candidarsi per un sostegno A) Associazioni che organizzano una cena di ringraziamento per meno di 40 persone Il Percento culturale Migros mette in palio 100 buoni Migros tra tutte le associazioni partecipanti, da utilizzare per finanziare una cena di ringraziamento organizzata dall’associazione stessa. I buoni possono essere utilizzati per la spesa necessaria alla cena o direttamente in un ristorante Migros. Il valore del buono è di CHF 50.– per persona partecipante. Requi-

sito per la partecipazione: essere almeno in cinque. B) Associazioni che organizzano una cena di ringraziamento per 40 persone o più Il Percento culturale Migros mette in palio 100 cene di ringraziamento in un ristorante Migros a vostra scelta. Possono partecipare massimo 150 persone, inclusi partner e figli. La serata sarà organizzata e gestita dalla Migros Gastronomia. Le associazioni possono anche candidarsi insieme a un’associazione partner per raggiungere il numero minimo di 40 persone.

Requisiti: chi è ammesso alle cene di ringraziamento? Come gruppo di volontari, avete svolto attività di volontariato nella vostra associazione negli ultimi 12 mesi. Il volontariato deve servire uno scopo di utilità pubblica, essere apolitico e svolgersi senza compenso. Tutti i dettagli sono disponibili nei termini di partecipazione. È ammessa una sola candidatura per associazione o organizzazione. Importante: le sezioni o federazioni regionali o cantonali possono inviare ciascuna una candidatura.

Candidatura: quando, dove e come? Le candidature per la partecipazio-

ne a una cena di ringraziamento sono aperte dal 16 marzo 2026 al 10 maggio 2026. Le associazioni possono candidarsi per una delle due opzioni durante questo periodo.

Procedura: come funzionano i sorteggi e quando hanno luogo? • 16 marzo-10 maggio 2026: Le associazioni possono candidarsi a livello nazionale. • Maggio 2026: Il Percento culturale Migros effettua il sorteggio e informa le associazioni selezionate. • Giugno-dicembre 2026: Realizzazione delle cene di ringraziamento e invio dei buoni Migros. Ulteriori informazioni su engagement.migros.ch/ cene-di-ringraziamento Hai domande o bisogno di supporto per partecipare? Contattaci a: mitmach-initiative@mgb.ch


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SOCIETÀ ●

Locarno, la Rotonda diventa un giardino La trasformazione di Piazza Castello è uno dei grandi progetti che coinvolgono i nostri centri, ne parliamo con la pianificatrice Cristina Bocchi

Continua la lotta alle neofite invasive La palma, simbolo da cartolina del Ticino, oggi è troppo diffusa e la sua espansione va controllata: l’esempio di Locarno

Motori, la tecnologia Plug-in evolve Con la nuova Q5 Audi fa un salto tecnologico e propone una soluzione innovativa particolarmente versatile

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Veterinari: un mestiere sempre più complesso

Tempi moderni ◆ Il rapporto tra uomo e animale è cambiato moltissimo negli ultimi decenni e carica i veterinari di grandi responsabilità e aspettative a volte irrealistiche Sara Rossi Guidicelli

Maria ha il cane malato e si dispera: «Io sto in piedi grazie a lui; senza cane non esco più di casa, non ho nessun altro che mi voglia bene né un’altra ragione di vita». Ottavio porta il suo gatto dal veterinario che sta male e si raccomanda: «Curamelo bene, perché per noi è come un figlio. Se muore glielo dici tu a mia moglie…». Norma è diventata vedova recentemente e non appena vede che il suo animale da compagnia ha un primo piccolo acciacco ha paura di rivivere la lunga agonia del marito: chiede dunque di sopprimere l’animale. Ancora una situazione: Romina ha lasciato il suo cagnolino troppo a lungo in macchina ed è morto. La veterinaria la riceve in studio, la consola, va con lei a prenderlo nell’automobile, si occupa del corpo. Questi sono solo quattro degli infiniti casi ai quali vengono confrontati ormai quotidianamente i veterinari e le veterinarie. Un mestiere che, infatti, da qualche anno ha il tasso più alto di burnout e di suicidi in Svizzera. Eppure, è un mestiere che si fa con passione e che si sceglie per passione. «La giornata tipo di un veterinario è molto pesante», spiega Roberto Mossi, presidente della Società delle veterinarie e dei veterinari svizzeri. «Sveglia prestissimo (magari dopo una notte in cui sei stato di picchetto!), visite ad animali, che siano da reddito o da affezione. Hai un’agenda con gli appuntamenti, ma se c’è un’emergenza devi rivedere tutto: non ci sono servizi di pronto soccorso per gli animali, vengono da te. Poi c’è la burocrazia, che ti toglie tanto tempo, la formazione continua, che è fondamentale… ma soprattutto è la complessità e la quantità di mansioni che ci sfianca».

I veterinari in Svizzera rivendicano migliori condizioni professionali, come regole chiare sui picchetti e diminuzione della burocrazia La questione più urgente riguarda la categoria di veterinari che lavora in ambito clinico, in uno studio o nella pratica rurale (altri veterinari sono attivi nella sicurezza alimentare, nella tutela degli animali che fanno da cavia nel settore farmaceutico e altro). «Il rapporto tra uomo e animale è cambiato moltissimo negli ultimi decenni», racconta Martina Casella, veterinaria. «Forse la solitudine, forse lo sfilacciamento dei rapporti sociali, o l’aumento del valore della vita, fatto sta che ormai sempre più spesso la bestiolina che tieni in casa diventa uno di famiglia, che ami e tratti quasi come un parente. Sviluppi un rapporto

molto stretto con il tuo animale, che diventa benefico per molte persone: si riallacciano al loro lato più emotivo, si occupano di qualcuno, ricevono in cambio un amore incondizionato e senza giudizio. Questo è positivo, da un lato, ma ci carica, noi veterinari, di responsabilità immense. Curare un animale significa oggi avere un approccio sistemico, cioè ci occupiamo tanto di lui quanto del suo proprietario. Ascoltiamo le persone coinvolte, prendiamo decisioni insieme a loro, portando sempre il benessere dell’animale al primo posto, ma tenendo conto di chi abbiamo davanti, del suo dolore, delle sue paure, dei suoi dubbi. Ci sono molta etica e molta psicologia richieste nel nostro mestiere, oltre che sensi di colpa da gestire. Facciamo le diagnosi, la comunicazione con il proprietario, ci occupiamo della cura. Siamo dentisti, ginecologi, chirurghi e levatrici per gli animali. C’è l’adrenalina dell’urgenza, il tempo da prendersi per gli aspetti relazionali e un equilibrio da trovare tra empatia e razionalità. Non dobbiamo stare troppo male per ogni paziente, ma i proprietari si aspettano da noi una condivisione emotiva». I veterinari sono stanchi e spesso non si sentono capiti. Ricevono minacce quando devono eseguire eutanasie. E a volte hanno paura delle reazioni violente dei proprietari di animali, che sono pronti a tutto pur di fare «giustizia» al loro compagno domestico. C’è un altro cambiamento nella società che rende tutto più difficile: internet. L’illusione di sapere tutto, di trovare risposte veritiere e precise sul web, anche le diagnosi. «Spesso i clienti arrivano con la soluzione e non ti raccontano più i sintomi dell’animale», racconta Roberto Mossi. La gente è più stressata, ha aspettative più alte per una diagnosi e una cura veloci. Disinformazione, aggressività, stress. Le condizioni di lavoro in uno studio veterinario possono essere veramente difficili. Inoltre, fino a pochi anni fa erano previste fino a 50 ore di lavoro alla settimana, che sono scese recentemente a 44; ora la Società dei veterinari chiede una riduzione progressiva con un tetto massimo di 42. «Oltre a questa, abbiamo altre rivendicazioni puntuali, come categoria», mi illustra Mossi. «Migliori condizioni professionali, come per esempio un tariffario; regole chiare sui picchetti; aumento dei posti nelle università possibilmente senza numerus clausus, perché adesso disponiamo di troppo poco personale e dobbiamo importarlo; incentivi per garantire la copertura di cure mediche; diminuzione della burocrazia, ecc… ma la cosa più importante credo sia la formazio-

Il veterinario è un lavoro che si sceglie per passione eppure in Svizzera tra i professionisti oggi si registra un elevato tasso di burnout. (Freepik.com)

ne – sottolinea – in altri Paesi c’è un riconoscimento maggiore delle nostre mansioni sociali e gli studi mettono moltissimo l’accento sulle questioni di etica, comunicazione, relazione con il proprietario dell’animale e sulla gestione delle situazioni critiche». Il picchetto di notte è poi una questione fondamentale, perché se sei proprietario del tuo studio non sottostai al contratto di lavoro per cui hai diritto a un riposo di otto ore di fila. «E quante persone pensano invece che possono chiamare a qualsiasi ora anche se non è un’emergenza… A volte non sono neanche gentili e ci prendono a male parole se facciamo qualche domanda in più prima di attivare lo stato di urgenza!», aggiunge Martina Casella. Dormire poco significa essere ancora più sotto pressione e porta a un circolo vizioso da cui può essere difficile uscire. Ci sarebbe anche bisogno di un servizio, come esiste in altri luoghi, di

supporto psicologico per chi lavora in questo ambito. «A noi capita di fare eutanasie o di dover accompagnare alla morte; in ogni caso non è semplice e dobbiamo prenderci carico anche del dolore dei proprietari. Possono essere momenti di condivisione meravigliosa e arricchente, pur nella tristezza; ma possono anche essere momenti di negatività che da qualche parte anche noi abbiamo bisogno di sfogare», sottolinea Martina, che fa anche cromoterapia e floriterapia per animali. Il fatto di dare tanta importanza agli animali domestici dovrebbe portare a un cambio di paradigma anche a livello di società: bisogna istruire i proprietari sui limiti da porre all’umanizzazione di un gatto o di un cane, adeguare la formazione e i contratti dei veterinari e anche ripensare a qualche legge: per esempio, suggerisce Mossi, si potrebbe dare alle persone alcune ore di permesso dal lavoro all’anno per portare dal veterinario

il proprio animale malato (come succede con i figli) o avere un congedo almeno di una giornata per il lutto che le colpisce quando un animale da compagnia muore. Perché, ne è convinto, «senza animali domestici ormai il nostro sistema sanitario collasserebbe. Gli animali da affezione svolgono un compito sociale fondamentale». Conclude Martina Casella: «Non riuscirei a smettere il mio lavoro, mi piace troppo. Mi piace quella complicità che si crea, la fiducia in questa squadra speciale composta da animale, proprietario e veterinaria. La complessità dei rapporti aumenta e può essere stupendo: mi sembra di accompagnare un’amicizia profonda, e questo va molto oltre la somministrazione dei medicamenti. Mi pare di aiutare le persone, attraverso i loro animali da compagnia. E attraverso le persone, con grande rispetto e cura per loro, di difendere sempre il benessere dei loro piccoli amici a quattro zampe».


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MONDO MIGROS

Dolci tentazioni dalla nostra regione

Attualità ◆ Le colombe ticinesi sono sinonimo di sapori autentici e qualità elevata per rendere speciale la festività della Pasqua. Prodotti d’eccellenza, realizzati da tre laboratori di pasticceria del territorio e disponibili nel tuo supermercato Migros. Un’ottima scelta per valorizzare i nostri produttori che lavorano in modo responsabile e sostenibile

Colomba Poncini 500 g Fr. 24.50 Colomba al burro Buletti 1 kg Fr. 37.–

Colomba Gianduia Dolce Monaco 500 g Fr. 22.–

Colomba al cioccolato Buletti 500 g Fr. 24.–

Flavia Leuenberger

Colomba senza lattosio Buletti 500 g Fr. 22.–

Luca Poncini

Bruno Buletti

Marzio Monaco

Nata nel 1904 grazie all’iniziativa del panettiere Augusto Poncini, il quale dal Piano di Peccia si spostò a Maggia per avviare una propria attività, la Pasticceria Poncini negli anni si è sviluppata di generazione in generazione con Plinio, fino al 1969; e successivamente con Sandro, fino al 2000, per poi passare a Luca Poncini, l’attuale titolare, il quale si è sempre più specializzato nella produzione di grandi lievitati, come i panettoni e le colombe legati alle festività più importanti dell’anno. Grazie a numerosi corsi di formazione e allo sviluppo continuo di ricette genuine, la Pasticceria Poncini è arrivata oggi a distinguersi per la creazione di una ventina di specialità diverse, alcune delle quali disponibili sull’arco di tutto l’anno. L’impiego di pregiato lievito madre e la costante ricerca delle migliori materie prime presenti sul mercato, sono gli elementi chiave dei lievitati del laboratorio Valmaggese. Per garantire ai consumatori un prodotto sano e genuino, non vengono utilizzati né coloranti né conservanti. Sugli scaffali di Migros Ticino è disponibile la colomba tradizionale da mezzo chilo della Pasticceria Poncini.

Le specialità pasquali della Pasticceria Buletti di Airolo presenti nelle filiali Migros Ticino accontenteranno gli amanti dei prodotti genuini e artigianali del nostro territorio. Per i fratelli Buletti la Pasqua inizia molto prima con la cura quotidiana e attenta del lievito madre, perché un grande lievitato non si forza, ma si accompagna. Bisogna seguire i ritmi naturali dell’impasto, la lievitazione richiede pazienza ed esperienza. Gli altri ingredienti, selezionati con cura, come il burro d’alta montagna, permettono di esprimere al meglio gusto ed equilibrio, dando vita a un prodotto finale frutto di un processo artigianale rigoroso, dove tecnica e passione procedono a braccetto. Accanto alla variante classica della colomba disponibile nei formati da un chilo e mezzo chilo, Buletti propone anche una versione al cioccolato bean-to-bar dove l’effetto crunch è garantito; come anche la sempre più apprezzata variante senza lattosio, realizzata con burro e ingredienti dedicati e con processi rigorosamente separati al fine di garantire la massima sicurezza alimentare alla clientela più sensibile, ma senza compromettere gusto e consistenza.

«La colomba fatta con il cuore» è il motto della Pasticceria Dolce Monaco di Losone, che si propone a Migros Ticino con la sua colomba artigianale al gianduia, una specialità che trasforma il dolce tradizionale in un prodotto dal carattere deciso e innovativo, grazie alla farcitura con il tipico cioccolato alla nocciola piemontese. Da oltre venticinque anni i due coniugi titolari Marzio e Gianna Monaco trasformano passione e maestria in squisiti dolci, dove qualità e tradizione si incontrano armoniosamente. La loro colomba si distingue per la lavorazione lenta e la copertura, detta «ghiaccia», che dona una croccantezza inconfondibile. L’alta qualità del prodotto è il risultato di un’attenta cura durante ogni fase di lavorazione e della scelta delle migliori materie prime. Tra gli ingredienti chiave utilizzati, segnaliamo il lievito madre curato in casa da Ivo, padre di Marzio, e il burro svizzero e ticinese, elementi in grado di regalare al prodotto finale una fragranza, un aroma e una morbidezza inconfondibili. Secondo Marzio, per avere successo bisogna reinventarsi continuamente, perché il percorso richiede molto impegno; tuttavia, vedere che le sue creazioni rendono felice il cliente, è gratificante.


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SOCIETÀ

La Rotonda diventa un giardino

Progetti ◆ La trasformazione di Piazza Castello a Locarno ha visto coinvolta anche la popolazione che ha potuto esprimere le proprie esigenze e preferenze: spazi verdi, aree di svago e di socializzazione Stefania Hubmann

Un grande giardino pubblico pensato per e con i cittadini di Locarno. È questo il senso e pure uno dei punti di forza del progetto che ha vinto l’estate scorsa il concorso per la trasformazione di Piazza Castello caratterizzata dalla rotonda veicolare in superficie e dalla vasta area libera sottostante. «Un giardino per la città» – titolo del progetto elaborato dallo studio di architettura locarnese Bartke Pedrazzini Architetti in collaborazione con gli architetti paesaggisti De Molfetta Strode – sostituirà la famosa Rotonda che attende da oltre un ventennio contenuti adeguati. Adeguati e concepiti affinché un enorme spazio pubblico favorisca in primis la vita quotidiana degli abitanti. Grazie al processo partecipativo che ha preceduto la pubblicazione del bando di concorso, la popolazione ha potuto esprimere le proprie esigenze: spazi verdi, aree di svago e di socializzazione.

Il futuro «giardino urbano» prevede una piazza centrale predisposta per diversi usi e attorniata da ampie zone verdi «Un giardino per la città», entrato nella fase progettuale e la cui realizzazione è prevista nel 2027, risponde a queste aspettative in un’ottica di sostenibilità ambientale e di adeguamento al cambiamento climatico. Gli architetti Marina Pedrazzini e Lukas Bartke spiegano la loro visione di giovani professionisti attenti alla qualità della costruzione, ai bisogni della società e al rispetto dell’intervento preesistente. Nella relazione tecnica del progetto precisano infatti come il concetto di un giardino pubblico formulato dall’architetto Aurelio Galfetti (che realizzò la Rotonda negli anni Novanta con Marco Krähenbühl e Luigi Pellegrini) sia più che mai attuale. Oggi si propone un giardino urbano permeabile con una piazza centrale. Precisano gli architetti: «Alla richiesta del bando di concorso di garantire almeno mille degli oltre 8mila metri quadrati quale superficie libera e attrezzabile abbiamo risposto con una piazza centrale predisposta per usi mutevoli nel tempo, da mercati a spettacoli, da manifestazioni ad attività sportive. Affacciato sullo spazio centrale è previsto un chiosco che lo attiva in ogni stagione, garantendo sicurezza civile. Questo genere di strutture, incluso un palco, è accompagnato da tensostrutture leggere che conferiscono uniformità nell’ambito di eventi diversificati». La piazza è quindi uno spazio vitale attorniato da un giardino le cui proporzioni permettono di ricavare zone con finalità diverse. Proseguono i progettisti: «Le zone verdi, caratterizzate da una varietà di alberi e prati fioriti che favoriscono la biodiversità, si alternano a spazi ludici e relazionali quali l’area giochi per bambini, il campo da basket a cane-

Un’immagine del progetto «Un giardino per la città» elaborato dallo studio locarnese Bartke Pedrazzini Architetti in collaborazione con gli architetti paesaggisti De Molfetta Strode (@bartkepedrazziniarchitetti)

stro singolo e l’area picnic. Vi sono poi spazi più adatti al relax o a esperienze sensoriali. Una caratteristica essenziale è la presenza dell’acqua. Oltre a uno specchio d’acqua e a diversi punti di accesso all’acqua potabile, è prevista una fontana con getti e spruzzi che accoglie le persone provenienti da Piazza Grande, mentre sul lato opposto un nebulizzatore proietta nell’aria una nuvola evanescente che rinfresca e disegna». Questi aspetti legati alla fruizione del nuovo spazio pubblico riflettono un approccio sostenibile che integra

i principi della «città spugna» caratterizzata in primo luogo da un drenaggio naturale dell’acqua. Ecco perché gli architetti Bartke e Pedrazzini hanno previsto «la pavimentazione della piazza e dei percorsi in calcestre (materiale naturale composto da minerali frantumati) e un sistema di drenaggio per convogliare le acque verso i rain gardens piantumati con essenze resilienti che favoriscono la percolazione verso la falda». Nel suo insieme l’intervento proposto rappresenta uno spazio a bassa manutenzione e ad alta porosità.

Il progetto assicura ampio spazio al verde con elementi inseriti dall’uomo per stimolare un’attivazione della vita sociale. La riflessione dei progettisti, in particolare della locarnese Marina Pedrazzini, si spinge oltre: «A Locarno come in altri centri negli ultimi decenni si è investito poco nella qualità degli spazi urbani, favorendo piuttosto lo sviluppo di città aggressive, dove nelle zone residenziali prevalgono edifici a blocco e strade asfaltate a scapito di alberi, aree verdi e spazi per attività rivolte al pubblico. Gli abitanti vivono la città tutto l’anno e necessi-

tano di poter sviluppare relazioni sociali, potenzialità creative a misura del contesto, come pure la possibilità di rilassarsi e rigenerarsi nel verde. In questo senso “Un giardino per la città” ha quale obiettivo di avvicinare la Rotonda alla città, trasformandola da parte marginale a parte integrante del continuum urbano, uno spazio nel quale i cittadini si riconoscono e di cui si prendono cura». Nell’ambito del concorso, al quale sono stati invitati cinque studi di giovani architetti, il gruppo interdisciplinare guidato dallo studio Bartke Pedrazzini ha proposto anche una serie di interventi puntuali in un’area allargata rispetto alla Rotonda fra i quali si distingue una torre alta 35 metri, leggera e slanciata che «evoca in chiave contemporanea e astratta la presenza dell’antica torre medievale del castello» e di cui al momento non è però prevista la realizzazione. I giovani architetti locarnesi – Lukas Bartke d’adozione – hanno maturato esperienze formative in Svizzera e all’estero prima di aprire nel 2018 il loro studio nella Città Vecchia di Locarno. Nei loro progetti integrano esigenze del presente, visione del futuro senza dimenticare i valori del passato recente e lontano. Con la partecipazione della popolazione, coinvolta dall’autorità comunale, e l’approccio di nuove generazioni di professionisti stanno prendendo forma progetti come quello di Locarno, più vicini ai residenti in città e a favore di tutte le generazioni.

Non solo Locarno, lo sguardo della pianificatrice Cristina Bocchi Locarno non è l’unica città ticinese interessata da grandi trasformazioni del suo territorio. Seppur di natura diversa, sono in divenire progetti importanti anche a Bellinzona, con il nuovo quartiere Officine, e a Lugano dove si lavora al polo sportivo, a quello congressuale e al collegamento con il tram treno. Per una visione globale di questi interventi a livello pianificatorio abbiamo rivolto alcune domande alla pianificatrice Cristina Bocchi, presidente della sezione Ticino della Federazione svizzera degli urbanisti (FSU). Cristina Bocchi, partendo da Locarno, come valuta l’impatto del progetto della Rotonda sulla Città? Oltre al valore del progetto, trovo interessante il metodo che ha portato alla sua elaborazione. La qualità è anche il frutto della condivisione, rappresentata dal processo partecipativo che ha coinvolto i cittadini. È stato così possibile elaborare un bando di concorso con precise richieste a garanzia dell’interesse pubblico. Il metodo utilizzato per questo progetto può essere applicato in più contesti e costituisce un valore aggiunto, per-

ché permette di aprirsi alle istanze del territorio interessato da un cambiamento rilevante. Garantire un simile passaggio democratico nella fase iniziale significa pure accelerare le tappe successive dell’iter procedurale.

modo coordinato esistono e garantiscono la necessaria flessibilità per rispondere alle esigenze dell’interesse pubblico che però, come è avvenuto nel caso di Locarno, va considerato a monte del progetto.

In un’ottica cantonale quali effetti potranno avere i grandi progetti che interessano gli altri centri? Sono progetti di natura diversa ma con l’accento posto sulla riqualificazione. Li accomuna il concetto di sviluppo centripeto di qualità volto a promuovere la densificazione delle zone già edificate, riducendo il consumo di suolo e, se possibile, favorendo la protezione del paesaggio, che però ogni progetto ha declinato differentemente in funzione degli obiettivi e interessi in gioco. Le modifiche legislative a livello federale in questo senso hanno portato a un adeguamento a livello cantonale e comunale, favorendo la riflessione su spazio pubblico, sostenibilità e mitigazione degli impatti. Integrate in una visione complessiva, queste chiavi di lettura del territorio possono determinare ricadute positive sulle sue trasformazioni. Gli strumenti per operare in

I Comuni delle zone periferiche possono svolgere un ruolo attivo in sinergia con quanto promosso nei poli? I Comuni della cintura allargata hanno sovente buoni margini per muoversi nell’intento di rafforzare i collegamenti con l’agglomerato centrale attraverso gli spazi pubblici. Anche la riqualificazione di uno spazio pubblico al loro interno è comunque importante, poiché rafforza il senso di appartenenza e l’immagine esterna del luogo. Ci sono esempi interessanti come il processo partecipativo a Castel San Pietro per la frazione di Monte. Negli ultimi anni gli strumenti pianificatori sono stati rafforzati anche con indirizzi a favore dei Comuni (come il PAC, Programma d’azione comunale), ciò che porta a una maggiore presa di coscienza generale, come dimostrano anche le reazioni della popolazione. Adesso

l’attenzione su questi temi dovrebbe esistere a tutti i livelli. Come valuta i recenti progetti urbanistici ticinesi rispetto a quanto avviene nel resto della Svizzera? La linea pianificatoria principale è tracciata a livello federale, quindi esiste questa visione comune con un ruolo attivo della Confederazione nel sostenere diverse forme di intervento a favore dello spazio pubblico. Vi sono poi realtà urbane più grandi, come Zurigo e Ginevra, che hanno investito e investono tuttora molte risorse in interventi di ampia portata. A Zurigo si può prendere spunto dalla riqualificazione di interi quartieri e dalla valorizzazione degli spazi verdi con ricadute d’immagine a livello internazionale. Ginevra vanta da parte sua una tradizione ancora più lunga di politche con al centro l’interesse pubblico. In diversi casi si è sfruttata la collaborazione fra settore pubblico e settore privato, una scelta che rende necessaria una ponderazione corretta degli interessi, lasciando spazio alla voce dei cittadini in modo da garantire un equilibrio fra i rispettivi interessi.

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La palma è troppo invasiva, la diffusione va controllata

Lo strano caso della rana freccia

Nicola Mazzi

Maria Grazia Buletti

Territorio ◆ A Locarno la lotta alle neofite prevede un programma di intervento decennale che coinvolge anche Caritas Ticino

La palma, per decenni simbolo da cartolina del Locarnese, oggi è una delle principali protagoniste di una sfida ambientale che la Città di Locarno ha deciso di affrontare con un impegno finanziario e operativo importante. Con un credito di 3 milioni e 10 mila franchi spalmato sull’arco di dieci anni e votato nel 2023, il Municipio ha avviato un programma di lotta e contenimento di varie neofite a carattere invasivo che negli ultimi decenni hanno conosciuto un incremento incontrollato sul territorio comunale. I numeri inseriti nel messaggio municipale fotografano una situazione significativa: circa 41 ettari di superficie comunale - l’equivalente di una sessantina di campi da calcio - risultano occupati da neofite invasive. In totale sono state censite circa 800 superfici contaminate, di dimensione e densità variabili. A dominare sono soprattutto due specie: il Poligono del Giappone (51% delle superfici interessate) e la palma di Fortune (43%). Ed è proprio su questa seconda che vogliamo concentrarci. Ma come è nato l’approccio strutturato che ha portato a questa presa di coscienza? Le linee d’azione sono definite da una radiografia della situazione all’interno del comprensorio comunale. Sulla scorta di quanto emerso e di un serrato programma di intervento è stato allestito un messaggio municipale, che è stato accolto all’unanimità del legislativo. In un secondo tempo gli strumenti d’azione sono poi stati rafforzati grazie all’adozione di un articolo all’interno del regolamento comunale che pone chiare basi per un’azione coordinata contro la diffusione di neofite a carattere invasivo. Infine, proprio per contrastare la palma di Fortune, il Comune di Locarno si è dotato di un’ordinanza che sancisce l’obbligo di una regolare gestione annua. Se, come accennato all’inizio, la palma era storicamente apprezzata per il suo carattere esotico, negli ultimi anni il suo status è cambiato. «Con buona probabilità - sottolinea l’ingegnere forestale Giovanni Monotti - l’innalzamento delle temperature medie ha favorito la sua diffusione e, da una normale convivenza con le altre specie, la palma ha assunto un chiaro carattere invasivo, tant’è che oggi, specialmente nel Locarnese, la situazione è sfuggita al controllo. Ecco perché bisogna contrastarne la diffusione: se non si riesce a gestire la fioritura e la formazione di semi, allora l’abbattimento diventa l’unica misura per preservare gli ambienti naturali ancora integri e meritevoli di protezione». La diffusione delle palme è un processo spesso invisibile agli occhi dei più. «Durante il periodo vegetativo le giovani palme non si notano, sono na-

La palma si espande molto velocemente approfittando anche del clima favorevole della nostra regione.

scoste nel sottobosco sotto la copertura degli arbusti», spiega Monotti. «Le si percepiscono invece in inverno, quando è tra i pochi vegetali verdi». Ma come si propaga? «Sfrutta soprattutto uccelli e roditori per diffondere i suoi semi. In questo modo si espande molto velocemente e in maniera incontrollata, approfittando anche del clima favorevole della nostra regione». Il credito di 3,01 milioni di franchi in parte coperto da contributi cantonali - rappresenta un investimento medio di circa 126 mila franchi l’anno a carico della Città. Oggi la strategia prevede priorità chiare: prima occorre agire nelle aree naturalistiche sensibili come la foce della Maggia, poi la lotta passerà alle superfici aperte del delta e infine alle zone urbane e ai margini boschivi. Sul terreno, il lavoro è già visibile. Negli scorsi anni si è intervenuti in modo incisivo iniziando appunto dagli argini della Maggia. «Solo lungo quel tratto sono stati eradicati a mano più di 137 quintali di palme», racconta Monotti. L’estirpazione manuale resta uno degli strumenti più incisivi, accanto ad abbattimenti mirati, sfalci intensivi e monitoraggio costante. Ma il concetto stesso di lotta si è evoluto. «Per alcune specie in espansione si può ancora parlare di intervento mirato per cercare di eliminare la pianta invasiva, mentre per altre, come la palma o il Poligono del Giappone, il concetto va derubricato: non annientamento completo, ma contenimento della sua diffusione». Non si tratta dunque di una crociata contro la palma in quanto tale. «Non la si vuole eliminare dal Locarnese», precisa Monotti. «Se un privato cittadino desidera curare la sua palma lo può tranquillamente fare. Però deve controllare che non si riproduca e generi altre palme». In tutto ciò un ruolo operativo importante è svolto anche da realtà attive sul territorio come Caritas Ticino, impegnata con proprie squadre nella rimozione manuale delle piantine. Ce lo

spiega Giuseppe Crosta (responsabile dell’Azienda Agricola biologica CATIBIO di Caritas), il quale ricorda che il progetto è nato dopo alcuni anni di collaborazione sul Poligono del Giappone. L’intervento si è poi esteso alle palme, con azioni mirate sia sui terreni pubblici sia su quelli privati. «Si è deciso di intervenire con i privati cittadini, per sensibilizzarli a una gestione sana e intelligente della fruttificazione della palma», spiega Crosta. Mentre nelle zone pubbliche Caritas entra in azione dopo il lavoro delle aziende forestali, con la pulizia e l’estirpazione manuale delle giovani piantine. Come aggiunge lo stesso Crosta le squadre, composte da cinque persone (perlopiù in assistenza), sono inserite in programmi occupazionali gestiti da Caritas. «È un lavoro vero e proprio, per questo bisogna organizzarlo pensando anche al percorso individuale della persona». L’obiettivo, infatti, è duplice: l’intervento sul territorio e il sostegno alle persone coinvolte. Il lavoro diventa uno strumento per accompagnarle in un percorso di ripresa delle proprie capacità operative e produttive. Per questa ragione l’attività viene modulata con gradualità: «L’organizzazione delle mansioni tiene conto della fatica fisica: gli operatori si alternano nei compiti più pesanti, così da permettere a tutti di non sovraccaricare il fisico e mantenere al centro il benessere della persona». Il progetto decennale non promette quindi l’eradicazione totale delle neofite, obiettivo ormai irrealistico per alcune specie, ma punta a limitarne l’espansione e a proteggere gli ecosistemi più fragili. La continuità degli interventi sarà decisiva e infatti la Commissione invitava, già tre anni fa, ad andare oltre i 10 anni previsti dal credito per evitare una nuova espansione. La palma continuerà, con ogni probabilità, a far parte del paesaggio urbano locarnese, ma con un ruolo diverso: non più icona incontrollata, bensì presenza gestita.

Mondoanimale ◆ Chi è il piccolo anfibio che racconta il sottile confine tra natura e potere

Pochi anni fa il mondo è tornato a discutere di veleni dopo le accuse rivolte al presidente russo Vladimir Putin in relazione all’avvelenamento dell’oppositore Alexei Navalny. Le analisi condotte da laboratori europei indicarono la presenza di un agente nervino del gruppo Novichok. Oggi se ne torna a parlare perché il caso ha assunto un forte valore simbolico e politico e perché ora si ipotizza l’uso di tossine derivanti dalla rana freccia. Al di là delle responsabilità politiche, l’episodio ha riportato l’attenzione su una realtà antica quanto la vita stessa: il veleno è uno strumento potente, capace di agire in quantità infinitesimali. Se in ambito geopolitico il veleno evoca scenari oscuri, in natura esso rappresenta soprattutto una strategia di difesa. E tra gli esempi più straordinari troviamo proprio le rane freccia, piccoli anfibi tropicali che custodiscono nella pelle alcune delle sostanze più tossiche mai studiate. Si tratta di rane della famiglia delle Dendrobatidae che vivono nelle foreste umide dell’America Centrale e Meridionale. I loro colori sgargianti rispecchiano un fenomeno noto come aposematismo. Quindi, il loro blu elettrico, giallo intenso e rosso brillante non sono decorativi, ma costituiscono un segnale di avvertimento per i predatori. La specie più celebre è la Phyllobates terribilis, descritta dettagliatamente da Myers, Daly e Malkin nel 1978 nel «Bulletin of the American Museum of Natural History», nel quale gli autori la definirono «pericolosamente tossica», documentandone l’uso presso popolazioni indigene della Colombia. Già negli anni sessanta, il chimico John W. Daly e i suoi collaboratori ne isolarono e studiarono la batracotossina, un alcaloide steroide, principale composto responsabile della tossicità. In seguito, alcune ricerche scientifiche pubblicate su «Science» dimostrarono che: «la molecola agisce sui canali del sodio voltaggio-dipendenti delle cellule nervose e muscolari». In termini semplici, ciò significa che la tossina «blocca l’interruttore» che regola il passaggio degli impulsi elettrici nelle cellule, causando paralisi e gravi arit-

mie. Studi di sintesi e revisione sui canali del sodio, come quello di Catterall (2012, Journal of Physiology), hanno poi chiarito nel dettaglio il meccanismo molecolare. Ad ogni modo, e per prudenza scientifica, è corretto parlare di quantità «potenzialmente letali». Un aspetto sorprendente emerso dagli studi di Daly, Garraffo e Spande è che le rane non producono autonomamente tutti gli alcaloidi, ma li accumulano attraverso la dieta, nutrendosi di formiche e acari contenenti queste sostanze. Interessante il fatto che in cattività l’alimentazione è diversa e per questo molte specie perdono progressivamente la loro tossicità. Ecco quindi un esempio affascinante di come ecologia e chimica siano strettamente intrecciate. Le ricerche etnozoologiche riportate nel 1978 da Myers e colleghi documentano come alcune comunità indigene colombiane utilizzassero il veleno per intingere le punte delle frecce da caccia, in quanto la tossina garantiva un abbattimento rapido della preda. E questo è un chiaro esempio di come l’uomo abbia saputo sfruttare risorse naturali potenti molto prima di comprenderne i meccanismi molecolari. Oggi le rane freccia sono oggetto di interesse per la ricerca biomedica. Gli alcaloidi cutanei hanno contribuito in modo significativo alla comprensione dei recettori neuronali e dei canali ionici, offrendo modelli utili per lo sviluppo di nuovi analgesici e farmaci neuroattivi. Nonostante la loro potenza chimica, molte specie sono vulnerabili alla distruzione dell’habitat e, secondo le valutazioni della Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, diverse rane della famiglia Dendrobatidae risultano minacciate a causa della deforestazione e del commercio illegale. Dalle cronache internazionali alle profondità della foresta amazzonica, il veleno continua quindi a esercitare un’ambivalenza profonda: può essere arma, difesa, strumento di potere o oggetto di conoscenza. Le rane freccia ne incarnano il volto più antico e naturale: un capolavoro evolutivo affinato in milioni di anni. Esemplare di Phyllobates terribilis «orange blackfoot» (Wikimedia)

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Plug-in, Audi fa un salto tecnologico

Motori ◆ La nuova Q5 ibrida plug-in propone una soluzione innovativa ed è come avere due auto in una Mario Alberto Cucchi

La paura in generale è qualcosa di difficilmente gestibile. A volte irrazionale, a volte immotivata, ma altre basata su fatti. Allora cerchiamo di capire perché oggi gli automobilisti hanno «paura» di acquistare una vettura a zero emissioni. Autonomia ridotta e tempi di ricarica lunghi. Molti automobilisti temono di restare «a piedi» con la batteria scarica, soprattutto nei viaggi lunghi o in assenza di colonnine facilmente accessibili. C’è poi l’ansia legata al degrado della batteria nel tempo e ai costi di sostituzione. Non mancano dubbi sul valore dell’usato, sull’affidabilità in inverno e sull’effettivo risparmio economico rispetto a un’auto tradizionale. A frenare è anche il cambiamento delle abitudini: pianificare le soste e modificare il proprio stile di guida non è per tutti immediato. L’auto elettrica è per tutti? Sì, no, forse… Il problema più grande è se si tratta dell’unica auto di famiglia. Insomma, convivere con una sola vettura elettrica non è certo semplicissimo. Ecco allora che in questo periodo di transizione alcuni hanno scelto auto ibride plug-in ovvero con la possibilità di viaggiare sia in modalità totalmente elettrica che in modo tradizionale alimentate a benzina. Mezzi la cui batteria si ricarica tramite le colonnine o le spine elettriche di casa. Ma anche qui ci sono alcuni limiti da considerare. Il costo d’acquisto è generalmente

più elevato rispetto alle versioni benzina o diesel equivalenti. Il doppio sistema di propulsione aumenta peso e complessità tecnica, con possibili maggiori costi di manutenzione nel lungo periodo.

La nuova Audi Q5 ibrida plug-in ha migliorato l’integrazione tra motore elettrico e termico.

Questo modello dimostra che la transizione elettrica può convivere con comfort, prestazioni e versatilità da auto totale Quando la batteria è scarica, i consumi possono crescere sensibilmente proprio a causa del peso extra. Inoltre, lo spazio per bagagli può ridursi e, senza una ricarica frequente, si perdono gran parte dei vantaggi ambientali ed economici. A tutto questo si aggiunge il fatto che sino a poco tempo fa l’autonomia in modalità elettrica era di poche decine di chilometri, tendenzialmente meno di 40. E una volta arrivata a zero era praticamente impossibile ricaricarla se non ricollegandosi a una colonnina per qualche ora. Ecco allora che per molti svaniva la possibilità di utilizzarla realmente a zero emissioni durante l’uso quotidiano. Facile quindi che chi ha provato le ibride plug-in delle prime generazioni non ne parli benissimo. Oggi, però, siamo testimoni di un salto tecnologico delle automobili ibride plug-in. A farlo è Audi con

la nuova Q5 ibrida plug-in che ha nel suo DNA una missione: dimostrare che la transizione elettrica può convivere con comfort, prestazioni e versatilità da auto totale. L’abbiamo provata su strada alternando strade di città, statali e autostrade e possiamo dire a ragion veduta che effettivamente il risultato è stato centrato. Come? Due motorizzazioni. Una termica e una elettrica. Con una batteria ricaricabile alla spina. Ma questo non è una novità. Allora cosa cambia rispetto al passato? Intanto abbiamo a che fare con una ibrida plug-in che è in grado di percorrere in modalità elettrica tra

gli 80 e 100 km grazie a una batteria di oltre 20 kW. Poi abbiamo un motore termico che è in grado di funzionare anche come generatore per ricaricare la batteria. La carica ottenuta in questo modo può essere gestita dall’elettronica per mantenere livelli desiderati con le funzioni Battery Hold o Battery Charge. Ecco allora che gli ingegneri di Audi hanno calcolato che in media ogni 2,3 km percorsi si ricarica l’1% della batteria. I conti sono presto fatti: percorrendo 23 km utilizzando esclusivamente il motore alimentato a benzina si ricarica circa il 10% della batteria. In un

viaggio di 230 si arriva a ricaricare il 100%. Il proprietario di un’Audi Q5 ibrida plugin ha la possibilità di caricare alle colonnine, dove bastano 2,5 ore per una carica completa, ma potrebbe anche non farlo mai e ricaricare la batteria esclusivamente utilizzando l’auto. Si tratta davvero di due auto in una. Il cuore della Q5 e-hybrid è un sistema composto da un 2.0 TFSI benzina abbinato a un motore elettrico integrato nel cambio automatico S tronic. La potenza complessiva supera i 290 cavalli nella versione base, con una coppia generosa che garantisce riprese pronte e lineari. Premendo sull’acceleratore la risposta è immediata: lo 0-100 km/h si copre un poco più di sei secondi. In modalità ibrida su un percorso extraurbano si registra una media attorno ai 6-7 litri per cento chilometri. Non male considerando il peso dell’auto. Audi con questa Q5 ha fatto un passo avanti concreto: più autonomia elettrica, migliore integrazione tra motore termico ed elettrico, abitacolo digitale e comfort di alto livello. Per ora rimane una scelta per pochi, il listino parte, infatti, da 71.600 franchi svizzeri per la versione SUV. Ma la tecnologia nel mondo dell’automotive sta progredendo a passo spedito, veloce come non mai e siamo certi che insieme ad Audi sempre più costruttori percorreranno questa strada. Annuncio pubblicitario

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Dispacci di Dendrosofia

di Tiziano Fratus

In cammino tra nature distinte ma sorelle ◆

Ad un certo punto iniziai a mettermi in cammino. Ero un giovane uomo, spinto alla conoscenza del mondo quanto di me stesso. Indagare la natura dei luoghi quanto delle persone, delle opere del passato come delle nuove invenzioni rientrava in un unico atto d’immediata perlustrazione, si trattava comunque di fare esperienza, di cercare di conoscere e capire, di sentire, intuire, carpire, provare. Tra le strade di Singapore, abbellite dai caratteristici «alberi della pioggia» (Samanea saman), così come vengono chiamati, alberi invero di origine centro e sud-americana adottati per l’arredo urbano a partire dall’inizio del Novecento, e dunque per nulla autoctoni, e le foreste mature di sequoia della California, che visitai poco dopo, iniziò a fiorire nella mia immaginazione l’idea dell’Homo Radix, ovvero una forma di identità che

mi avrebbe disciplinato per i vent’anni e qualcosina in più, a seguire. Che cosa può essere e chi è un Uomo Radice? Al tempo cercavo di capirmi, anzitutto, d’inventarmi come credo accada a moltissime persone tra i venti e i trent’anni. C’è chi si comprende e chi si realizza mettendo al mondo dei

figli e costruendo una famiglia, c’è chi lo fa impratichendosi in un mestiere o iniziando una professione. Per me che avevo scelto – forse, chissà, vedremo – la «poesia» come metro di passo quotidiano, tutto poteva essere un’enorme emozione o una vasta e profonda, irrimediabile, delusione. E contro ogni previsione furono da una parte la scrittura e dall’altra la natura a indicarmi il sentiero lungo il quale orientarmi. Dopo un quarto di secolo di viaggi, lavori e progetti è bene ricordarlo, e ricordarmelo: talora gli obiettivi successivi spostano l’attenzione e modificano le priorità, ci fanno dimenticare da che cosa siamo partiti e perché. Iniziai a costruire una mia geografia sensibile, fatta di grandi alberi vetusti, di città e riserve, di montagne e isole, di distanze da accorciare e di opere, anzitutto librarie, da setacciare. Tutto per me è stato poesia, in quel

mondo, in quegli anni: non solo la poesia scritta andando a capo, come si dice maldestramente, ma anche gli appunti in prosa, le fotografie, le persone incontrate, i luoghi ai quali ho avuto accesso e i luoghi che mi sono stati negati, quanti oltremodo! Impratichirsi della vita e del mondo, piccolo o grande, remoto o prossimo che sia, mi ha consentito di prendere coscienza di questa dimensione da Homo Radix, seminando ogni tanto qualche manciata di semi. Così sono nati molti dei miei libri, da Homo Radix che fu l’antesignano, pubblicato da un piccolissimo editore torinese, e gli altri che sono seguiti, tra i quali Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli), Giona delle sequoie (Bompiani), su su fino all’ultimo Il passero buddhista (Ubiliber). Ma anche qualche divertente libro per bambini e giovani lettori. Mostre fotografiche, passeggiate

nei parchi nazionali, negli orti botanici o nei giardini urbani, qualche conferenza, qualche convegno, qualche seminario. Appunto: un quarto di secolo di esperienze. Il tutto è nato, derivato, rizzomato, per così dire, da una semplice percezione: sono parte del mondo, mi sento in armonia con le cose e gli abitanti altri del pianeta, anzitutto gli annosi alberi secolari o millenari; e da un’idea minuscola: l’Homo Radix. Nasce così anche la Dendrosofia, neologismo di mio conio: dal greco (sophìa), (déndron), «albero» e «sapienza, conoscenza, amore». Un campo di ricerca, conoscenza, esplorazione che unisce tutto quel di cui ho accennato, dalla scienza e dalla botanica alla poesia degli antichi eremiti cinesi, dall’arte di lavorare il legno alla fotografia, dallo scrivere poesie in un bosco alla meditazione.

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La stanza del dialogo

di Silvia Vegetti Finzi

Quando il bambino perfetto diventa adolescente ◆

Cara Silvia, sono nonna di un ragazzo di 14 anni, Edoardo, un bambino particolarmente atteso e amato. A scuola non ha mai avuto problemi: è stato sempre il più bravo della classe e gli insegnanti non avevano che elogi per lui. Dato che i genitori lavorano e sono fuori tutti i giorni, sino alla fine delle Medie me ne sono occupata io. Lo seguivo nei compiti, andavamo insieme in libreria, non mancavamo un film per la sua età e gli ho fatto conoscere tutti i monumenti della nostra città. Era curioso di tutto e faceva mille domande. Ora è al liceo e, giustamente, mi sono fatta da parte. Ma è da quando se ne occupano i genitori che sono sorti problemi. Mia figlia è sempre stata impegnata nella carriera e, nel tempo libero, se ne occupava il padre, un uomo simpatico, allegro, giocherellone. Faceva il cavalluccio mettendosi il figlio sulla schiena, saltavano sul letto, giocavano a nascondino, mangiavano gelati e biscotti a volontà. Era un rapporto tenero e spensierato che

a tutti noi faceva sorridere. Ora Edoardo non accetta più le premure del padre. È distaccato, irritabile, maleducato. Qualche giorno fa lo ha spinto via in malo modo, poco ci mancava che lo picchiasse! Siamo disperati: che cosa è accaduto? Possibile che in così poco tempo sia cambiato tanto? / Giovanna Cara Giovanna, è accaduto che Edoardo è cresciuto e rifiuta il ruolo di bambino perfetto che gli avete cucito addosso. In età evolutiva quello che andava bene ieri non va bene domani. L’adolescenza è una stagione di trasformazioni rapide e profonde: il corpo cambia, i pensieri si fanno più complessi, il bisogno di autonomia diventa urgente. Il ragazzo comincia a interrogarsi su chi è e su chi vuole diventare, e per farlo deve anche prendere le distanze dalle immagini che gli adulti avevano costruito per lui. Non è tanto Edoardo, ma il padre e, di conseguenza, la famiglia che deve cambiare.

Alimentazione

In adolescenza i figli non hanno bisogno di un padre amicone (gli amici se li scelgono da soli), ma di un padre responsabile, che li comprenda e li aiuti a diventare adulti, anche accettando qualche incomprensione o qualche momento di distanza. Probabilmente ci siete passati anche lei e suo marito, per cui è molto utile rievocare la vostra esperienza, rivivere gli stati d’animo che avete provato allora. Questo coinvolgimento rende i rapporti con i figli meno doverosi e più autentici, meno formali e più comprensivi. Ho sentito tanti padri affermare con orgoglio: «Sono il miglior amico di mio figlio», ma non ho mai sentito un adolescente dire: «Sono il miglior amico di mio padre». Questo perché tra genitori e figli non serve una falsa uguaglianza, ma una relazione chiara, in cui ciascuno riconosca il proprio ruolo. Occorre che entrambi riconoscano la reciprocità dei ruoli nella differenza. Ciò non impedisce che padre e figlio

facciano delle cose insieme. Mentre la relazione tra donne si basa tipicamente sul dire, sul dialogo, quella tra gli uomini si basa molto di più sul fare: fare le cose assieme e condividere ciò che ne deriva. Può essere uno sport, un lavoro manuale, una passeggiata, una passione comune. Sono momenti in cui si costruisce complicità senza bisogno di troppe parole. Ma è importante che vi sia sempre un rispetto della verticalità delle posizioni. Edoardo, forse senza neanche poterlo ammettere a se stesso, si attende dal padre una guida che gli indichi come affrontare le scelte che la vita gli pone. Sono qui essenziali un’attenzione non invadente e, soprattutto, l’esempio quotidiano: il modo di parlare, di rispettare gli altri, di affrontare le difficoltà. I ragazzi osservano molto più di quanto ascoltino. In questo difficile cambiamento la madre non può restare a guardare. Occorre un gioco di squadra tra i genitori, una collaborazione che renda il

clima familiare più stabile e rassicurante. E neppure tu, cara nonna, devi sentirti esclusa: il tuo affetto e la tua discreta presenza possono continuare a essere un punto di riferimento prezioso, purché rispettino la nuova autonomia del ragazzo. A indicare la rotta da seguire sin dall’infanzia dei figli vi suggerisco un libro corredato da racconti autobiografici e da suggerimenti concreti, un libro gradevole da leggere e da condividere: Il papà peluche non serve a nulla (BUR). Lo scrive Daniele Novara, tra i pedagogisti più noti, un educatore che unisce una vasta esperienza a una profonda competenza. Auguri a tutti. Informazioni Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a info@azione.ch (oggetto «La stanza del dialogo»)

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di Laura Botticelli

Gli orari dei pasti sono importanti ◆

Buongiorno signora Botticelli, mi sono sempre chiesto se, oltre alla qualità del cibo, sia importante anche la tempistica di assunzione del cibo. Per lavoro mi sono abituato a non mangiare fino al pomeriggio, e concentro tutto dalle 15.00 alle 23.00… col passare degli anni mi accorgo che sto aumentando sempre di qualche chilo e mi è venuto il dubbio. È vero che non ho un’alimentazione sempre equilibrata e che mi concedo alcolici e dolci quando ne ho voglia e il movimento non è costante, però mi sembra di ingrassare più velocemente di altri miei amici che mangiano a orari normali…è solo la mia impressione o devo cambiare questa abitudine? La ringrazio, Stefano Buongiorno Stefano, ebbene sì, studi recenti sottolineano che il tempismo dei pasti gioca un ruolo cruciale nel determinare la sa-

lute metabolica. Il nostro organismo infatti segue un ritmo circadiano, una sorta di orologio biologico interno che regola ormoni, sonno, temperatura corporea e metabolismo su un ciclo di 24h. Cercherò di spiegare i complessi meccanismi in maniera super semplificata. È come se avessimo un orologio centrale, presente nell’ipotalamo, e tanti orologi periferici ad esempio nel fegato, muscolo scheletrico, tessuto adiposo, pancreas ecc. Il primo sincronizza gli altri che regolano indipendentemente le attività ritmiche specifiche dei propri tessuti. Quando, al mattino, tramite l’occhio, entra la luce nell’orologio centrale, lui sincronizza gli orologi periferici con messaggi neurali e ormonali comunicando che «è giorno, al lavoro». L’orologio principale organizza le fluttuazioni quotidiane nella secrezione di ormoni chiave della fame e della

sazietà, in particolare grelina e leptina, rispettivamente. La grelina, principalmente secreta dallo stomaco, mostra un aumento prima del pasto, segnalando la fame e favorendo l’assunzione di cibo. Al contrario, la leptina, prevalentemente prodotta dagli adipociti, raggiunge il picco durante il periodo notturno per sopprimere l’appetito e promuovere l’accumulo di energia. Anche l’energia che il corpo utilizza per digerire, assorbire e immagazzinare i nutrienti dal cibo segue questo modello: ha, infatti, una maggiore risposta ai pasti del mattino rispetto ai pasti serali. È stato dimostrato che interrompere questo allineamento, per via del lavoro a turni o all’abitudine di alimentarsi a tarda notte, può compromettere questi ritmi ormonali e può anche ridurre la sensibilità all’insulina e promuovere l’adiposità.

In merito sono stati eseguiti diversi studi, sia sull’uomo che sugli animali. Questi ultimi hanno dimostrato che quando gli animali mangiano nel «momento sbagliato» diventano obesi. Detto ciò, per rispondere alla sua domanda basandomi su quanto riportato sopra, posso dirle che sì, l’orario dei pasti, è importante sia per il metabolismo sia per la salute; non sostituisce una dieta equilibrata, ma può potenziarne gli effetti. Le consiglio, se possibile, di cambiare piano piano le sue abitudini, cercando di consumare pasti più grandi all’inizio della giornata piuttosto che alla sera. Se non può in prima mattinata almeno di anticipare il primo pasto nel primo pomeriggio e di renderlo quello più importante e poi di cercare di cenare non alle 23.00 ma prima, se possibile alle 19.00, durante il lavoro e poi di consumare uno spuntino leggero alla fine, perché può

dare vantaggi metabolici migliorando il dispendio energetico. Non so quanto frequenti siano le sue voglie di dolci o alcolici: se sono mangiati quotidianamente e magari consumati a tarda ora, si ricordi che sta aggiungendo zuccheri e grassi extra al suo apporto energetico che non aiutano e che in quell’orario non sono neppure metabolizzati come dovrebbero. Non si dimentichi anche del movimento, che andrebbe incrementato e reso quotidiano per aiutare a bruciare energie e per preservare la massa muscolare che, col passare dell’età va a diminuire naturalmente. Informazioni Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a info@azione.ch (oggetto «Alimentazione»)


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ATTUALITÀ ●

A Mosca non funziona niente Tra blackout digitali, servizi paralizzati e nuove censure: la Russia nell’era del «Gulag digitale»

La paura della guerra Come spiegare l’attualità ai bambini? I consigli di Ilario Lodi di Pro Juventute Svizzera italiana

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La fuga dei ricchi da Dubai La Lombardia si sta imponendo come meta per chi cerca opportunità e vantaggi fiscali

I rapporti tra Cina e Iran Gli interessi nel Golfo pesano più dell’alleanza con Teheran: Pechino non si espone sulla guerra in corso

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Svizzera, difesa da ripensare

Prospettive ◆ Le intese con Bruxelles puntano a colmare le lacune militari ma rilanciano il confronto politico sulla neutralità Roberto Porta

Se una minaccia dovesse arrivare dal cielo la Svizzera si ritroverebbe del tutto sguarnita, quindi guarda sempre più oltrefrontiera Come ci si poteva facilmente attendere, nessuno tra gli altri sei Consiglieri federali ha voluto lasciare il proprio Dipartimento, anche per i numerosi cantieri aperti, con relative patate bollenti, lasciati in eredità da Viola Amherd. E così Pfister si è dovuto ben presto confrontare con i tanti grattacapi che assediano il suo Dipartimento. A cominciare dal costo degli F-35, i nuovi aerei da combattimento che la Svizzera ha voluto acquistare per sostituire la flotta degli FA/18, ormai vicini al loro pensionamento. La prima amara sorpresa per Pfister è stata proprio quella del prezzo di questi nuovi caccia, che Amherd aveva sempre considerato un prezzo fisso. E invece non è così, all’inizio della scorsa estate le autorità statunitensi hanno fatto chiaramente capire al nostro ministro della difesa, e al Consiglio federale, che la fattura era da considerarsi flessibile e che per i 36 velivoli previsti ci sarebbe stato un rincaro di oltre un miliardo di franchi. Un bel rompicapo: accettare il nuovo prezzo, rompere il contratto o ridurre il numero di aerei da acquistare? Queste in sostanza le tre opzioni che Pfister si era ritrovato sulla scrivania, con una risposta giunta non proprio celermen-

Keystone

È ormai trascorso un anno da quando Martin Pfister è stato eletto in Consiglio federale. Era il 12 marzo del 2025, e allora quel nome diceva poco o nulla alla maggior parte dei cittadini svizzeri. Lanciata dal partito del Centro, a cui spettava il seggio rimasto libero in Governo, la campagna per la successione della ministra della difesa Viola Amherd si era svolta con modalità a dir poco inedite. Tutti i principali «papabili» si erano man mano fatti da parte, persino l’allora presidente del Centro, Gerhard Pfister, considerato un anno fa il candidato numero uno, aveva deciso di non presentarsi ai cancelletti di partenza. E così questa sfida si era ridotta a soli due nomi, gli unici che avevano deciso di farsi avanti: lo stesso Martin Pfister, allora consigliere di Stato nel canton Zugo, e il presidente dell’Unione svizzera dei contadini, Markus Ritter, in Parlamento a Berna dal 2011. Una lunga esperienza politica che però non gli è servita per riuscire a vincere questa corsa. A sorpresa il Parlamento gli ha preferito lo sfidante Pfister. Molto meno sorprendente era stata poi l’assegnazione del dipartimento rimasto libero, quello della difesa, che è andato dritto dritto nelle mani del neo-eletto Pfister.

te. Per conoscerla si è dovuto attendere una decina di mesi, fino allo scorso 6 marzo, giorno in cui il Governo ha comunicato di volersi accontentare di 30 jet da combattimento, un numero che permette di rimanere nella cifra pattuita di 6 miliardi, sempre che nei prossimi anni dagli USA non arrivino altri brutti aggiornamenti di questa fattura. Il contesto di guerra diffusa che caratterizza questi nostri tempi ha fatto lievitare la concorrenza tra Paesi per potersi accaparrare le armi necessarie alla loro rispettiva sicurezza, e questo rende la situazione oltre mo-

do delicata per un piccolo Paese come il nostro che in questi ultimi anni si è accorto di avere scarse riserve nei propri arsenali. Un esempio su tutti riguarda il sistema di difesa anti-aerea. Il Consiglio federale prevedeva di acquistare i Patriot, uno scudo controaereo di fabbricazione statunitense, ma si vede costretto a fare i conti con 4 o 5 anni di ritardo nella consegna e con relativi costi aggiuntivi. Per questo a Berna si sta ora soppesando la possibilità di acquistare un «ulteriore sistema di difesa terra-aria a lunga gittata, prodotto di preferenza in Europa. Que-

L’aumento delle spese è inevitabile? La Svizzera ha aumentato significativamente la spesa militare negli ultimi anni, portando il limite per il periodo 2025–2028 a 29,8 miliardi di franchi, dopo che il Parlamento ha alzato le cifre iniziali del Consiglio federale (si parlava di 25,8 miliardi). L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha accelerato questa tendenza. Secondo il Dipartimento federale della difesa, un Paese neutrale deve poter garantire da solo la propria sicurezza, soprattutto in un contesto sempre più instabile. L’esercito è da molti considerato essenziale non solo per la difesa territo-

riale, ma anche per la protezione delle infrastrutture critiche e il supporto alla popolazione in caso di crisi. Le critiche però non mancano. La Svizzera non affronta minacce dirette e molti ritengono sproporzionato un aumento delle spese militari così marcato, temendo che si stia seguendo la corsa agli armamenti europea più che rispondendo a esigenze reali. Altri sostengono che la guerra moderna richieda investimenti soprattutto in tecnologia, intelligence e resilienza digitale (cybersicurezza), più che in sistemi d’arma tradizionali. / Red.

sto ridurrà la dipendenza da una singola catena di approvvigionamento o da un singolo Stato e, dall’altro, garantirà una maggiore disponibilità». La difesa terra-aria è al momento un vero e proprio tallone d’Achille per il nostro Paese, come del resto ha dovuto laconicamente ammettere il capo dell’esercito Benedikt Roos: «Per questo tipo di minacce non abbiamo nulla al momento, cerchiamo di avere qualcosa il più rapidamente possibile». In altri termini, se una minaccia dovesse arrivare dal cielo, la Svizzera ad oggi si ritroverebbe del tutto sguarnita. Per questo motivo Martin Pfister punta molto sulla cooperazione con la Nato e con l’Ue, come del resto aveva fatto prima di lui anche Viola Amherd. Ed è in questo senso che va letta la recente sottoscrizione proprio con l’Unione europea di due nuovi accordi: il primo «sul rafforzamento della cooperazione in materia di politica estera e di sicurezza» mentre il secondo riguarda la partecipazione della Svizzera alle missioni di pace dell’Ue. I due nuovi trattati sono stati firmati a inizio marzo dai nostri ministri Ignazio Cassis e Martin Pfister e da Kaja Kallas, l’alta rappresentante per gli affari esteri dell’Unione. Questi accordi – in linea con la neutralità svizzera, come il Governo si è affrettato a sottolineare – hanno l’obiettivo di «analizzare tempestivamente gli sviluppi internazionali, identificare gli inte-

ressi comuni e intensificare in modo mirato la cooperazione sulle principali questioni della sicurezza in Europa». Contestate dall’UDC, che vi vede invece un’ulteriore minaccia alla nostra neutralità, queste nuove intese vanno viste come un ulteriore tentativo del nostro Paese di rafforzare la propria sicurezza, questo perché, come ha affermato il ministro degli esteri Ignazio Cassis «al giorno d’oggi nessun conflitto rimane regionale». Ma al di là del posizionamento del nostro Paese, e della sua neutralità, in un contesto geopolitico sempre più teso e imprevedibile, rimane da risolvere la questione dei mezzi finanziari da mettere a disposizione della difesa militare. Una fattura che Martin Pfister ha stimato attorno ai 31 miliardi di franchi nel corso dei prossimi anni. Il ministro del Centro intende trovare questi fondi attraverso un aumento dell’IVA pari allo 0,8%, a partire dal 2028 e per una durata di dieci anni. Su questo incremento è stata aperta una procedura di consultazione, fino al prossimo mese di maggio. Il problema, per Pfister, è che al momento nessuno sembra volerlo seguire tranne il suo partito. Dopo un anno in Governo il ministro della difesa si ritrova così in un labirinto di cantieri aperti e con i conti che piangono. Non è un caso che, un anno fa, quasi nessuno si era voluto lanciare nella corsa alla sua scomoda poltrona.


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ATTUALITÀ

Come si vive a Mosca, dove «si è rotto tutto»

Il punto ◆ Tra blackout digitali, servizi totalmente paralizzati e nuove censure: la Russia è entrata nell’era del «Gulag digitale» Anna Zafesova

Olga, una moscovita trentenne, sta cercando di pagare la spesa al supermercato, ma la carta di credito non passa. Suo marito Sergey tira fuori i contanti ma gli alimenti per i bambini, segnati con il «bollino dell’onestà» che ne certifica la qualità, vanno comunque autorizzati online, e internet non funziona. Lasciata metà della spesa in cassa, la coppia non riesce a portarla a casa: lo smartphone non prende la connessione, quindi non può chiamare un taxi né attivare un car sharing, e nemmeno pagare. Intorno, nel pieno centro di Mosca, sembra di vivere in un film distopico: auto che si fermano perché non va più il navigatore, ristoranti con i tavoli vuoti perché i clienti non riescono a prenotare, corrieri delle società di delivery che parcheggiano le bici piene di pizze e sushi perché non sanno dove portarle, coppie che non riescono a ritrovarsi perché i messaggini non partono.

I cellulari diventano accessori inutili: la rete dati sparisce e spesso manca anche la connessione via cavo. (Keystone)

Disservizi e propaganda «Si è rotto tutto», commenta Olga, armeggiando con l’ormai inutile telefono. Mosca, il paradiso digitale i cui abitanti raccontavano fieramente i prodigi, dove a qualunque ora si poteva fare qualunque cosa online, i droni portavano i pacchi e i documenti del Comune o della banca si potevano ordinare con un click, è tornata all’improvviso all’età pre-digitale, e il gigante digitale Yandex – che offre qualunque servizio, dal motore di ricerca all’e-commerce – ha introdotto per i suoi taxi un «servizio speciale»: si possono prenotare componendo un numero di telefono fisso e pagando in contanti, come negli anni Settanta del Novecento. I cellulari diventano accessori inutili: la rete dati sparisce e spesso manca anche la connessione via cavo. Banche, uffici e negozi registrano, secondo le stime del Comune di Mosca, l’equivalente di almeno 9 milioni di franchi di perdite al giorno. Ma non si tratta di un incidente tem-

poraneo: l’oscuramento di internet «per motivi di sicurezza» continuerà «senza limiti, fino a che sarà necessario», promette il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. I black out della Rete l’anno scorso hanno colpito 62 regioni russe, procurando un danno complessivo stimato dal «Moscow Times» in 9 miliardi di franchi. Il motivo ufficiale sono gli attacchi dei droni ucraini, ormai quasi quotidiani in alcune regioni, ma la vera ragione sembrerebbe essere una cortina di ferro digitale che il Cremlino sta calando sulla Russia. All’inizio di marzo questo provvedimento è toccato anche a Mosca, suscitando il panico. Teoricamente esiste una «lista bianca» di siti che devono rimanere comunque accessibili – ospedali, trasporti, banche – ma che vengono comunque bloccati. «Internet non sarà più come lo conosciamo», dice Mikhail, un imprenditore in campo

digitale che per ovvi motivi non comunica il suo cognome. Lavora con il Ministero dell’istruzione e non sembra scherzare quando dice che i piani del Governo di Vladimir Putin prevedono un «Gulag digitale», di cui la messa al bando di WhatsApp e Telegram sarebbe solo l’inizio. Le notizie ufficiali sembrano dargli ragione: i telegiornali trasmettono l’incontro del ministro dell’istruzione Sergey Kravtsov che comunica a Putin che tutti gli allievi delle scuole russe sono stati costretti a passare all’app di messaggistica Max, che «protegge dai contenuti distruttivi» ma soprattutto – come hanno già denunciato tra gli altri numerosi analisti – spia ogni mossa degli utenti. La regione di Sverdlovsk, negli Urali, è andata oltre, e la vicegovernatrice Tatyana Savinova ha annunciato che 4,6 milioni di profili social di teenager vengono ora sottoposti a un

«monitoraggio continuo» da parte delle autorità, in cerca di «contenuti vietati o distruttivi». È la seconda regione russa a introdurre il «Grande fratello» per i ragazzi, dopo il Tatarstan, e Savinova dice che si tratta di un progetto pilota da estendere a tutto il Paese. I metodi tradizionali della propaganda non bastano più, e al quinto anno di invasione dell’Ucraina il documentario di Pavel Talankin Mr Nobody vs. Putin candidato all’Oscar – una minuziosa cronaca di una scuola della provincia russa che dopo l’inizio della guerra sprofonda nella propaganda e nella militarizzazione – appare già quasi superato. Marciare a scuola gridando slogan e raccontare in privato la paura della guerra e il dolore per i fratelli maggiori uccisi in guerra – come fanno i ragazzi nel film – non sarà più possibile, almeno non nella Russia che il responsabi-

le dell’ideologia del Cremlino Sergey Kirienko vuole costruire. Il Cremlino ha bisogno di soldati, e il sito dell’università di Tomsk invita gli studenti ad arruolarsi come piloti di droni, promettendo stipendi elevati e congedo dopo un anno, senza precisare che i contratti con l’esercito in tempo di «operazione militare speciale» non hanno scadenza, e che una volta indossata l’uniforme si può venire mandati ovunque, anche nelle trincee del Donbass dove gli ucraini stanno lanciando una controffensiva che minaccia di rendere inutili le perdite da record subite dalle truppe russe nei mesi scorsi. La guerra che doveva durare pochi giorni è entrata nel quinto anno, e la popolarità di Putin è scesa al minimo dal 2022: appena il 32%, praticamente lo stesso livello che aveva alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, che l’aveva portato al picco del 49%. I dati sono stati rivelati dal centro demoscopico governativo VtsIOM, e mostrano quanto il Cremlino abbia la necessità di controllare lo scontento, che ora sembra diffondersi perfino tra i governatori: dopo il primo cittadino di Belgorod, anche quello di Bryansk Aleksandr Bogomaz ha chiesto pubblicamente di interrompere i bombardamenti del territorio ucraino per evitare rappresaglie di Kiev, che ha distrutto una fabbrica di armi locale. Gli abitanti di Bryansk nei social si sono lamentati dell’assenza della contraerea e di rifugi dove nascondersi. «Pensano solo a difendere la dacia del fuhrer sul Valday», ha scritto una utente che per ora può nascondersi sotto un pseudonimo. Anche perché frasi del genere possono venire qualificate come «discredito delle forze armate» e costare qualche anno di carcere. Se dalle parole si passa alle azioni le pene diventano pesantissime: di recente una donna di Khabarovsk, nell’Estremo Oriente, è stata condannata a 17 anni di carcere per aver strappato alcuni volantini che invitavano ad arruolarsi nell’esercito. Annuncio pubblicitario

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ATTUALITÀ

«Papà, ci bombardano! Ho paura»

L’intervista ◆ Quando l’attualità e la guerra entrano nelle conversazioni di famiglia gli adulti devono trovare le parole giuste e anche la scuola è chiamata a fare la sua parte. Il parere di Ilario Lodi, direttore di Pro Juventute Svizzera italiana

«Papà, scoppia la terza guerra mondiale. Non possiamo andare in Italia: ci sono le basi americane, ci bombardano!». Queste le parole di una bambina di otto anni, sul treno Lugano-Chiasso. Il genitore la guarda con gli occhi sgranati di chi deve replicare, ma non sa bene come. E come lui molti adulti, spiazzati da un clima che fatica a trovare parole rassicuranti. In un mondo che sembra scivolare verso un delirio bellico senza fine – un delirio che lambisce anche la «sicura» Europa – abbiamo chiesto aiuto a Ilario Lodi, direttore di Pro Juventute Svizzera italiana, fondazione impegnata nel supporto di bambini, giovani e famiglie sul territorio. Come rispondere alle domande «scomode» dei più piccoli? Come spiegare loro cosa sta succedendo senza spaventarli? «La guerra è un mistero, non solo per i bambini ma anche per gli adulti», osserva il nostro interlocutore. «È un contesto in cui emergono dinamiche legate all’istinto di conservazione e a quello di aggressività, e in cui si intrecciano forze profonde come eros e thanatos, amore e morte, come ci hanno insegnato gli antichi. Fa parte della natura umana difendere i propri interessi anche a scapito degli altri, ma oggi – sempre più spesso – sembra che il ricorso alle armi sia il risultato di una rinuncia collettiva alla ragione. È come se avessimo dimenticato l’Illuminismo e l’idea di un progresso dell’umanità».

Oggi – sempre più spesso – sembra che il ricorso alle armi sia il risultato di una rinuncia collettiva alla ragione. Abbiamo dimenticato l’Illuminismo Lodi prosegue spiegando che è difficile raccontare la guerra ai più piccoli perché siamo noi adulti per primi a non comprenderla davvero; ci limitiamo ad osservare le sue conseguenze più drammatiche. Tuttavia, secondo l’esperto, è importante cogliere le occasioni che l’attualità ci offre per approfondire alcuni aspetti che l’esperienza bellica porta con sé. «Parlare di ciò che accade nel mondo diventa così un modo per avvicinarsi a bambini e ragazzi, stimolandoli a sviluppare un pensiero critico. In particolare, se ci impegniamo a “scomporre” un fenomeno complesso come la guerra, possiamo trovare punti di appoggio – semplici e concreti – utili per dialogare con i più piccoli, per aiutarli ad orientarsi nella complessità e sviluppare maggiore consapevolezza emotiva». Lodi suggerisce di partire dal tema della paura, perché è un’emozione che tutte le persone conoscono (torniamo al «Ci bombardano!»). Si può cominciare chiedendo semplicemente: «Hai paura?» e da lì si incoraggia il bambino, la bambina a ricordare quando,

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Romina Borla

nella sua esperienza, ha provato timore e come l’ha superato. Lui o lei ripenserà ai suoi modi spontanei di proteggersi: rifugiarsi in camera, spegnere la televisione, cercare la mamma o il papà… Strategie che mostrano come la paura, pur essendo un’emozione forte, possa essere riconosciuta, gestita e attraversata. Partire da queste esperienze personali aiuta a capire che anche i timori e le ansie legati alla guerra possono essere affrontati. Ci sono altre tematiche fondamentali che si possono approfondire con le nuove generazioni, dice l’intervistato. «Ad esempio il rapporto con ciò che è sconosciuto e con chi la pensa diversamente, perché il conflitto mette in evidenza la difficoltà di convivere con l’alterità. Si possono poi considerare gli aspetti pratici della vita quotidiana – il cibo, il sonno, la casa – che in tempo di pace si danno per scontati, ma che la guerra rende improvvisamente fragili e preziosi». Il tema della fame è facilmente comprensibile per i più piccoli, i quali intuiscono che il cibo non «arriva dal nulla», che non va sprecato e che forse non andrebbe consumato tutto e subito… «Questo semplice spunto – spiega il direttore di Pro Juventute – apre la riflessione sulla dimensione del tempo e della pianificazione, concetti oggi difficili da afferrare per molti giovani. La maggioranza di loro fatica infatti a proiettarsi nel futuro, anche a causa degli stimoli continui a cui è esposta, soprattutto con l’avvento delle nuove tecnologie, che richiedono e incoraggiano risposte immediate».

Partire da un tema concreto come la fame permette quindi di costruire con bambini e ragazzi un ragionamento che va oltre l’appetito: li aiuta a pensare al futuro, a organizzare la giornata, a capire che anche nelle difficoltà esistono strategie e scelte possibili. Passiamo al sonno: Lodi spiega che, in un contesto di pericolo, dormire è possibile solo in un luogo protetto o percepito come tale, e questo introduce naturalmente il tema della sicurezza e dei bisogni primari. Emergono poi le dimensioni dell’affetto, dell’amore e della cura, fondamentali per sentirsi protetti e per riuscire a gestire le emozioni difficili… Insomma, tutti mondi e modi da scoprire insieme.

Non insisterei oltre sui contenuti, pur fondamentali, delle materie scolastiche ma cercherei di valorizzare l’esperienza di vita Un altro tema centrale – quando si parla di guerra – è quello della verità: ciò che ascoltiamo in televisione o vediamo sui social è affidabile? Come si riconoscono le fonti attendibili? E come ci sentiamo quando qualcuno ci dice una bugia? Parlare di questi aspetti aiuta i bambini a sviluppare un primo senso di valutazione critica delle informazioni e delle emozioni che ne derivano. Lodi sottolinea a questo punto un aspetto fondamentale: «Davanti a tv, internet ecc. serve una mediazione consapevole ed equilibrata da par-

te degli adulti di riferimento. I bambini apprendono tutto ciò che vivono, nel bene e nel male. Ritengo che un accesso completamente libero alle informazioni non sia per niente salutare. Allo stesso modo, se i più piccoli sono esposti solo a persone che enfatizzano il lato drammatico della guerra e della vita, finiranno per costruirsi un’immagine esclusivamente drammatica di queste, senza avere gli strumenti per comprenderle. Il rischio? L’esplosione di ansie e paure». Il nostro interlocutore insiste sul ruolo dell’adulto: «Non possiamo chiamarci fuori dalla responsabilità di filtrare – non negare, ma filtrare – le esperienze informative a cui bambini e ragazzi sono esposti. E non dobbiamo esimerci dal chiedere loro: cosa è successo? Cosa hai sentito? Cosa ti ha fatto pensare? Dobbiamo metterli nelle condizioni di trovare parole per ciò che hanno vissuto e per ciò che provano». Se non lo facciamo noi – afferma – lo faranno gli altri, e lo faranno con logiche che non sono educative. I social, ad esempio, sono imprese commerciali: hanno bisogno che le persone passino tempo a scorrere post e storie, di continuo. Che cosa ci sia nei post o nelle storie non interessa minimamente… Il «marciume cerebrale» delle nuove generazioni, diciamo noi, il cosiddetto brain rot, non è un loro problema. Infine due parole sul ruolo della scuola davanti al caos dell’attualità. Quale ruolo deve assumersi, si chiede Lodi. «Se scoppia un’emergenza, se arrivano domande scomode, cosa de-

ve fare? Lasciare i piccoli in balia dei più grandi che – cellulare alla mano – prendono quello che percepiscono e ne fanno ciò che vogliono? Oppure affrontare la questione in termini educativi, tematizzandola?». Nella realtà – per esempio della scuola elementare – molto è lasciato alla sensibilità dei singoli maestri e delle singole maestre. Ma, secondo l’esperto, non è sufficiente: «Questa è un’occasione unica per rifondare la scuola. Bambini/e e ragazzi/e sono curiosi/e e molto avanti… Si tratta di persone capacissime di apprendere. Non ci si dovrebbe concentrare solo sulla trasmissione di competenze finalizzate al mercato del lavoro, ma insegnare loro a rispondere a domande come: cosa significa oggi vivere?» Lodi prosegue: «Questo passa anche da ciò di cui stiamo parlando ora. Insomma, non insisterei oltre sui contenuti – pur fondamentali – delle materie scolastiche, ma cercherei di valorizzare l’esperienza di vita. Parlare, ad esempio, della guerra significa offrire ai bambini un’occasione di crescita che, se ben elaborata, permette di guardare a una tragedia del genere con maggiore maturità. Perché sviluppa empatia, attenzione, ascolto, capacità di relazione. Se queste competenze non si sperimentano davanti a situazioni così forti, si rischia di non apprenderle più o solo in parte. Puoi saper fare di conto, parlare quattro lingue, programmare… ma se non sai perché lo fai, manca qualcosa. Ed è questa, credo, la sfida più importante che la scuola deve affrontare oggi» Annuncio pubblicitario

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Dove vanno i ricconi che scappano da Dubai?

Italia ◆ Oltre a Svizzera e Monaco, anche la Lombardia si sta imponendo come meta per chi cerca opportunità e vantaggi fiscali Cristina Marconi

Mentre Dubai assume i contorni del miraggio, tra i fumi dei razzi e dell’incertezza sul futuro immediato, c’è tutta una facoltosa comunità internazionale che, oltre a mettersi in salvo, dovrà capire cosa fare, dove vivere. Perché anche se le cose dovessero tornare a una relativa normalità, il messaggio che gli Emirati Arabi hanno cercato di trasmettere negli ultimi anni – stabilità e sicurezza in una regione turbolenta – è stato smentito dai fatti: gli equilibri in Medio Oriente non saranno mai più gli stessi. E non basta la massiccia operazione di comunicazione fatta dal Governo attraverso influencer che, al grido di «so chi mi protegge», hanno postato immagini dello sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, enfatizzando i problemi di criminalità e i rischi delle città occidentali. Le persone stanno andando via, le banche internazionali hanno chiuso le loro sedi, gli aeroporti sono presi d’assalto e la cronaca dell’esodo di questa élite internazionale devota alla tassazione zero sul reddito e ai servizi resi economicissimi da personale sottopagato ai limiti della schiavitù sta occupando le pagine dei giornali. Ora scappano, ma poi dove andranno? Quando c’è da accogliere soldi e desideri, ci sono luoghi pronti a rispondere: oltre alla Svizzera e a Monaco, due mete tradizionali in cui però i requisiti sono alti e anche i vincoli, Milano si sta stagliando sempre di più come un

buon posto dove vivere, lavorare e approfittare di un sistema fiscale molto favorevole ai grandi capitali, almeno per un po’. Nelle ultime settimane gli studi legali e i commercialisti raccontano di telefonate e frenetiche richieste di informazioni da parte di chi è stato costretto a cercare in fretta e furia una soluzione dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. È presto per avere dati, ma tutti raccontano di una certa effervescenza e curiosità nell’aria, sulla scia di quanto sta già avvenendo da un po’ di tempo a questa parte. Un «megatrend», lo chiamano. Da quando Londra ha deciso di abolire i privilegi dei «non dom», imponendo delle tasse di successione che hanno suscitato ripensamenti anche nei più affezionati cultori dello stile di vita britannico, la Lombardia ha subito raccolto la sfida, con un’idea di dolce vita che non è solo limitata a Milano ma coinvolge anche Como e città un tempo trascurate come Lecco. Le Olimpiadi invernali hanno dato ulteriore lustro al capoluogo lombardo, che ha ottenuto e gestito bene l’attenzione internazionale. Ma non basta. Paesaggi e cibo, scuole internazionali e un mercato immobiliare vivace sono senz’altro importanti, ma è la tassazione a fare la differenza. Più di altre città italiane, Milano continua a trarre beneficio dalle agevolazioni fiscali destinate ai ricchissimi: dal 2016 esiste una flat tax sulle entrate e gli asset comples-

La Dubai Creek Harbour Tower colpita da un attacco iraniano. (Keystone)

sivi di chiunque si trasferisce in Italia per almeno 6 mesi all’anno per almeno 15 anni. Prima era di 100mila euro, dal 2024 è di 200mila, ma da allora si sono aggiunti numerosi fattori. Il primo è una relativa stabilità politica del Paese con il Governo di centrodestra di Giorgia Meloni e il secondo è il cambiamento di condizioni nel resto del mondo: Londra ha avuto la Brexit, la fine dei «non dom» e più primi ministri che nell’Italia degli anni Ottanta. Monaco si è rivelata troppo piccola per viverci sempre, Parigi ha un’imposizione elevata ed è percepita come insicura. Svizzera a parte, solida come sempre, Milano è apparsa come un’ot-

tima soluzione, anche perché è facile lavorare, fare impresa. Senz’altro più che a Roma o a Firenze. Ad aprile era già la terza destinazione preferita al mondo per i milionari, dopo gli Emirati e la Svizzera. Però difficilmente il sogno milanese potrà essere applicato ai pesci più piccoli, a tutti gli influencer e imprenditori digitali che sono riusciti a vivere una vita da sogno a portata di tutti, sentendosi come se avessero avuto i superpoteri: le tasse in Italia sono alte per le persone normali, e alcuni di loro hanno avuto la curiosa idea di far presente nelle ultime settimane che sarebbero meglio le bombe dell’imposizione

al 50%. Però è un posto in cui si lavora bene, in cui i servizi funzionano e la qualità della vita è alta, che di questi tempi non è da trascurare, tanto che anche la Grecia sta emergendo come una meta desiderabile. Ma Dubai non è solo un magnete per le ambizioni di tanti, ambizioni effimere, il più delle volte, rafforzate dalle immagini delle feste durante la pandemia. Con il suo 90% di residenti stranieri e la sua allure da aeroporto di lusso, incarna qualcosa a cui l’umanità difficilmente può rinunciare, un melting pot un po’ kitsch che continuerà ad attirare sogni. Nel breve termine, Donald Trump ha però danneggiato pesantemente anche la fiorente industria del turismo. Secondo il World Travel & Tourism Council, la guerra sta costando 600 milioni di dollari al giorno alle economie del Golfo. Per quest’anno si prevedevano 207 miliardi di dollari di spesa dei visitatori internazionali in Medio Oriente, ma ora sono state già cancellate 80 mila prenotazioni di affitti a breve termine a Dubai, mentre i grandi alberghi di lusso hanno subito dei danni fisici. I missili di Teheran hanno preso di mira più gli Stati del Golfo che Israele, e quale che sia l’esito della guerra, per loro sarà importante trovare un modello futuro sostenibile: che prevalga Israele o l’Iran, Dubai dovrà ripensarsi. Nel frattempo, Milano potrebbe approfittare ancora un po’ del suo vento in poppa. Annuncio pubblicitario

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ATTUALITÀ

La guerra dell’Iran non è la guerra della Cina

L’analisi ◆ Gli interessi nel Golfo pesano più dell’alleanza con Teheran: sul conflitto con Usa e Israele Pechino resta defilata Giulia Pompili

L’ultimo viaggio all’estero reso noto al pubblico di Ali Khamenei – la Guida suprema della Repubblica islamica uccisa il 28 febbraio scorso nel primo strike contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele – risale al maggio del 1989, quando si recò in Cina e in Corea del Nord. All’epoca Khamenei era al suo secondo mandato da presidente del Paese mediorientale: dieci anni prima Ruhollah Khomeini, prima Guida suprema dell’Iran, aveva guidato la rivoluzione, e Khamenei avrebbe preso il suo posto appena un mese dopo quella visita di Stato. Per una coincidenza che oggi molti dissidenti cinesi ricordano con amarezza, quel viaggio avvenne proprio mentre a Pechino iniziavano le proteste di Piazza Tienanmen, culminate nel massacro del 3 e 4 giugno 1989. Le manifestazioni contro il regime iraniano, iniziate nel gennaio 2026, hanno avuto un destino simile: sono state soffocate nel sangue, nella violenza e nelle intimidazioni contro i giovani che chiedevano libertà. Dopo il primo attacco americano-israeliano che ha ucciso Khamenei, molti iraniani hanno festeggiato, sollevati. Nel corso delle ultime settimane molti analisti di questioni iraniane hanno detto che Khamenei potrebbe aver trovato ispirazione nel massacro di Tienanmen per reprimere le proteste in Iran, forse perfino chiedendo suggerimenti di ordine pubblico. Non sarebbe l’unico aiuto che la Repubblica popolare cinese negli ultimi anni ha offerto al regime di Teheran. Nel gennaio del 2016 il leader cinese Xi Jinping ha incontrato Ali Khamenei durante la sua visita di Stato proprio a Teheran, la prima di un leader cinese in Iran da quattordici anni e avvenuta pochi giorni dopo la revoca delle sanzioni internazionali legate al programma nucleare iraniano. In quell’occasione Khamenei sottolineò la volontà dell’Iran di rafforzare i rapporti con Pechino e accusò gli Stati Uniti e in generale il mondo occidentale di «non essere partner affidabili», affermando che Teheran «non ha mai avuto fiducia nell’Occidente» e che preferisce sviluppare relazioni con «Paesi indipendenti e affidabili come la Cina».

Nel gennaio del 2016 il leader cinese Xi Jinping ha incontrato Ali Khamenei durante la sua visita di Stato proprio a Teheran Xi parlò dell’apertura di un «nuovo capitolo» nelle relazioni bilaterali e i due Paesi firmarono 17 accordi di cooperazione in settori come energia, infrastrutture, trasporti e tecnologia, oltre a discutere l’avvio di una partnership strategica di 25 anni. Da quel momento, le relazioni bilaterali fra Cina e Iran si sono enormemente intensificate, su diversi settori. Primo fra tutti, quello repressivo. Da più di un decennio colossi cinesi come ZTE, Huawei, Tiandy e Hikvision hanno continuato a operare in Iran, spesso tramite intermediari, fornendo tecnologie di sorveglianza e monitoraggio che hanno rafforzato la capacità del regime di controllare dissenso, comunicazioni e spazio pubblico. Non si tratta solo di commercio ma di un’infrastruttura di potere molto sofisticata: anche il blocco totale di internet avvenuto sin dall’inizio delle proteste in Iran si ispira – e probabilmente è stato fornito – al sistema del

potrebbe aver bisogno dei suoi alleati nel Golfo: è per questo che il vero incubo della leadership di Xi Jinping è che l’Iran, lanciando missili su Arabia Saudita ed Emirati, renda instabile l’intero ecosistema energetico del Golfo, da cui dipende non solo per il greggio ma anche per una quota cruciale di gas naturale liquefatto.

«L’Iran non è centrale nella grande strategia cinese. Se quel pezzo sulla scacchiera si rompe, Pechino lo sostituirà»

Pechino si starebbe preparando da anni alla crisi dello Stretto di Hormuz, che si vede nella foto. Sullo sfondo: petroliere e navi cargo. (Keystone)

Great Firewall (censura digitale) cinese, dove solo pochi fidati funzionari di Governo accedono alla rete globale, mentre il resto del Paese è confinato in una rete intranet nella quale circolano solo alcune notizie. La cooperazione è aumentata anche nel settore della difesa: il 2019 è l’anno in cui l’interoperabilità delle forze navali di Cina, Iran e Russia è diventata strutturata, con l’avvio delle esercitazioni annuali “Maritime Security Belt” e di altri addestramenti anche di fronte al Golfo dell’Oman. In quell’area, negli anni successivi, sono stati testati sistemi poi riprodotti in scenari operativi durante la guerra, come il disturbo dei segnali di navigazione. Nonostante questo profondo legame costruito nel tempo, da settimane gli osservatori e gli analisti di questioni cinesi discutono su quale sia davvero la posizione della Repubblica popolare nei riguardi della guerra. E si domandano se la leadership di Xi Jinping sia pronta a farsi coinvolgere contro America e Israele in difesa del regime, oppure se Pechino non sia affatto disposta a farsi trascinare in una guerra lontana e poco vantaggiosa. Le dichiarazioni dei funzionari cinesi, soprattutto nelle prime fasi di fine febbraio, sono state piuttosto fredde, come lo erano state durante la guerra dei dodici giorni con Israele. Il ruolo dei Paesi del Golfo, da questo punto di vista, è cruciale. Fino a poco prima dell’ultimo conflitto, la Cina era il vero polmone del greggio iraniano: secondo Reuters, nel 2025 ha assorbito oltre l’80 per cento del petrolio esportato via mare da Teheran, per una media di 1,38 milioni di barili al giorno, pari a circa il 13,4 per cento delle importazioni cinesi via mare. A comprare sono soprattutto le raffinerie indipendenti della regione dello Shandong, le cosiddette teapot, che da sole rappresentano circa un quarto della capacità di raffinazione cinese e inseguono il greggio iraniano perché arriva con sconti di 8-10 dollari al barile rispetto al greggio non sanzionato come quello dell’Oman. Ma proprio qui sta il punto: la Cina, cioè la maggiore importatrice di petrolio al mondo, ci guadagna molto dall’aggiramento delle sanzioni iraniane. Ma non è una dipendenza essenziale per il fabbiso-

gno energetico cinese: la leadership di Pechino si prepara «alla crisi dello Stretto di Hormuz» da anni, ha scritto il «Wall Street Journal», riducendo la dipendenza dalle importazioni, aumentando la produzione interna,

diversificando i fornitori – soprattutto con la Russia – e soprattutto accumulando grandi riserve di petrolio (oltre 1,2 miliardi di barili). Se la crisi della navigazione attraverso Hormuz andasse per le lunghe, però, Pechino

È per questo che in un lungo articolo su «National Review», il noto dissidente cinese Jianli Yang, ricercatore alla Harvard Kennedy School e fondatore dell’organizzazione Citizen Power Initiatives, mette in guardia da un errore strategico che Washington ha già commesso in passato: pensare che una guerra in Medio Oriente indebolisca automaticamente la Cina. «L’Iran non è centrale nella grande strategia cinese», scrive. «Se quel pezzo sulla scacchiera si rompe, Pechino lo sostituirà». Anzi: «Le lunghe guerre in Iraq e Afghanistan hanno assorbito l’attenzione americana per vent’anni. In quegli stessi vent’anni la Cina ha ampliato silenziosamente le proprie capacità economiche, tecnologiche e militari». Annuncio pubblicitario

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CULTURA ●

L’elogio dell’inutile All’apertura degli Eventi letterari Monte Verità, giovedì 26 marzo, lo scrittore Emanuele Trevi presenta Mia nonna e il Conte

Danzare l’età Il Festival di danza STEPS porterà in scena a Bellinzona il potente Dances Like a Bomb delle irlandesi Megan e Jessica Kennedy

Universi coreani Il grande regista coreano Park Chan-wook ritorna al cinema con No Other Choice, commedia dal sapore fortemente noir

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La forza del pensiero che plasma la materia

Mostre ◆ Lo Spazio Officina di Chiasso ospita una monografica dedicata alla ceramista e scultrice ticinese Petra Weiss Alessia Brughera

Terra, acqua, aria e fuoco. Quattro elementi che fin dall’antichità vengono considerati i costituenti eterni e immutabili di tutta la materia, le radici della struttura del cosmo. Dalla loro unione nasce la ceramica. Argilla e fluido cristallino per l’impasto, vento per la lenta essiccazione, fiamma per la stabilizzazione. Plasticità, purificazione, trasparenza e trasformazione. È ai più abili ceramisti che appartiene la capacità di stringere con la natura una vera e propria alleanza: modellarne le sostanze e affidarsi ai suoi ritmi significa comprenderla ed emularla, poiché la sua incessante evoluzione è disciplinata dalle medesime leggi che regolano la metamorfosi della terra in un manufatto compiuto.

Il rapporto di Weiss con la natura è sorretto da un sentimento di riconoscenza nato dall’umiltà di chi sa ascoltare con saggezza Questa predisposizione caratterizza senza alcun dubbio l’attività di Petra Weiss, artista il cui rapporto con la natura è sorretto da un forte sentimento di riconoscenza nato dall’umiltà di chi sa ascoltare con saggezza e profondità emotiva ciò che l’universo ha da raccontare. Proprio nel contatto viscerale con la materia viva dell’ambiente che la circonda, la ceramista e scultrice ticinese racchiude la fecondità di un’intesa che celebra il creato e tutte le sue infinite potenzialità. La ceramica, arte millenaria che affonda le sue radici nelle prime civiltà umane, diventa così per Weiss il linguaggio più idoneo a interpretare la sua visione dell’arte come connubio tra sapiente manualità e processo intellettuale. Sin dai suoi esordi alla fine degli anni Sessanta, merito della Weiss è stato quello di porsi come figura di riferimento nell’affrancare la ceramica dai vincoli della mera funzionalità pratica per traghettarla a tutti gli effetti nel filone della creatività contemporanea. In Ticino e a sud delle Alpi, il suo lavoro ha dato difatti un impulso importante allo sviluppo di questa forma espressiva da tecnica artigianale a efficace mezzo di sperimentazione artistica, riuscendo da una parte a mantenere il fascino della sua aura primordiale, dall’altra a rafforzarne la valenza estetica per proiettarla nella temperie odierna. Se nel lungo percorso di Weiss dovessimo identificare le esperienze che più hanno forgiato la sua arte, bisognerebbe sicuramente citare quelle legate a due luoghi. Il villaggio di Tremona, innanzitutto, località amena e pregna di storia dove l’artista trascorre la propria infanzia circondata dagli amici del padre scultore, Max Weiss,

Petra Weiss, Meteora, 2015 Ø 22 cm, grès. (Collezione privata; Fotografia di Carlo Pedroli)

e della madre giornalista e scrittrice, Emilia Iten (o Mix Weiss), in un’atmosfera carica di stimoli che le permette di accrescere la sua sensibilità creativa. Alle fertili frequentazioni di questi anni si aggiungono le ispirazioni fornite da quel «giardino infinito», come da definizione della stessa artista, che è la natura circostante il paese, un ambiente carico di sollecitazioni visive e mentali che dona a Weiss un bagaglio di immagini e suggestioni preziose. Come un’eco fisica e intellettuale del periodo della fanciullezza, Tremona torna a essere fondamentale per l’artista nel 1970, anno in cui decide di aprirvi il proprio atelier facendolo divenire in breve tempo uno spazio di condivisione e incontro per esponenti del mondo dell’arte. Il secondo luogo è Faenza, meta imprescindibile per chi vuole dedicarsi alla ceramica. Weiss vi giunge nel 1966 per lavorare nello studio dello scultore Carlo Zauli, del quale diviene collaboratrice. Qui l’artista ticinese vive in presa diretta uno dei momenti fondamentali dell’evoluzione della ceramica, quello in cui si libera da retaggi oggettuali e decorativi per incarnarsi in pezzi unici dall’indiscusso valore estetico: da pratica con-

finata nel settore delle arti minori essa raggiunge così lo status di medium espressivo in grado di sfidare le convenzioni tradizionali. Forte di questi vissuti, Weiss porta avanti la sua indagine con tenacia e coerenza d’intenti, muovendosi con solida consapevolezza tra la fascinazione per una gestualità radicale che trasfigura lo spazio e la ricerca di un ideale classico di forma compiuta, di un’eleganza e un’armonia che sanno domare anche le dissoluzioni più concitate degli elementi. Tale sospensione tra tensione materica e nitidezza compositiva si coglie molto bene nelle opere presentate alla monografica dell’artista allestita allo Spazio Officina di Chiasso: centocinquanta lavori in ceramica, grès, vetro, marmo e bronzo che, dai piccoli vasi appartenenti alla produzione iniziale fino ad arrivare alle grandi stele verticali di recente realizzazione, testimoniano la vocazione di Weiss per un’inesausta sperimentazione volta alla conquista della piena sintesi di forma e concetto. Una sperimentazione che in sessant’anni passa dal saggiare materiali diversi, molti dei quali legati al territorio, come il marmo di Arzo o l’argilla di Riva San Vitale, all’esplo-

rare le potenzialità dei colori, in particolare quelli che attivano un richiamo più sofisticato alla natura, come il corallo, spingendo in direzione di una nuova concezione dello spazio e di un’essenzialità capace di elevare l’opera a una ieraticità senza tempo. Quanto la ricerca di Weiss sia sempre stata coerente viene documentato dai lavori su carta degli anni Novanta, collocati a inizio rassegna, in cui già si trovano le iconografie e le soluzioni formali che l’artista svilupperà durante il suo intero cammino. A rivelare invece l’approccio innovativo alla ceramica che l’artista ticinese ha sin dalle prime prove è il vaso con cui nel 1967, a soli venti anni, si aggiudica il primo premio al Concorso Internazionale di Faenza. Da qui, al centro dello spazio espositivo, si sviluppa un percorso focalizzato sul tema dell’alfabeto, una scrittura peculiare costituita da ideogrammi concepita da Weiss a partire dai primi anni del Duemila. Disposta dapprima secondo un orientamento orizzontale, a simboleggiare la connessione con la terra, e verticalizzata in seguito nelle sculture degli ultimi anni, a rappresentare lo slancio verso il cielo, questa serie di caratteri miste-

riosi in cui ogni segno diventa concetto si carica del portato di esperienze e di riflessioni dell’artista. Attorno all’alfabeto sono poi radunati nuclei di opere che affrontano altri soggetti cari a Weiss e che comprovano le sue incessanti sperimentazioni materiche. È così che alla ceramica vascolare dalle eleganti forme insolite, testimonianza della perizia tecnica dell’artista, fanno da contraltare le opere in cui l’argilla vive di una lavorazione grezza che genera volumi geometrici evocativi di primigenie entità. E poi ci sono le iconiche Onde, opere in ceramica che bloccano nella scultura il movimento perpetuo dei flutti. Le oscillazioni dell’acqua diventano le vibrazioni dell’anima, in quella risonanza perfetta tra natura e uomo che è il fondamento dell’arte di Petra Weiss. Dove e quando Petra Weiss. La bellezza esiste. Spazio Officina, Chiasso. Fino al 19 aprile 2026. Orari: martedì-venerdì 14.00-18.00; sabato, domenica e festivi 10.00-12.00/14.00-18.00. www.centroculturalechiasso.ch


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Steps: Hammer GöteborgsOperans Danskompani

Di cosa vive l’uomo? Le canzoni di Kurt Weill e Bertolt Brecht CostanzaAlegiani PeppeServillo

I miei stupidi intenti Bernardo Zannoni VicoQuartoMazzini Giuseppe Cederna

Il Piccolo Principe Antoine de Saint-Exupéry

Lisistrata Aristofane Serena Sinigaglia Lella Costa

Il cantante e attore Peppe Servillo e Costanza Alegiani, tra le voci più originali del jazz italiano contemporaneo, accompagnati dalla Monday Orchestra, sono protagonisti di un imperdibile viaggio nel teatro musicale del Novecento. Un tributo a Kurt Weill e alla sua storica collaborazione con Bertolt Brecht.

Debutta la nuova produzione del LAC, tratta dall’omonimo romanzo di Bernardo Zannoni e firmata dalla compagnia VicoQuartoMazzini, con protagonista Giuseppe Cederna. In scena prende vita un mondo popolato da animali che cercano Dio e poi lo rifiutano, che si sognano uomini e infine preferiscono restare bestie.

Ad oltre 80 anni dalla sua pubblicazione, Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry arriva al LAC in una nuova, spettacolare versione per tutta la famiglia: uno show che unisce prosa, musical, arte circense e installazione.

Può lo sciopero del sesso proclamato dalle donne diventare un’arma per fermare la guerra? Il capolavoro di Aristofane rivive nell’adattamento di Emanuele Aldrovandi, con la regia di Serena Sinigaglia e un cast d’eccezione guidato da Lella Costa.

• Produzione LAC

Il Piccolo Principe © Roar Studio

Tra le compagnie di danza contemporanea più innovative d’Europa, la GöteborgsOperans Danskompani arriva per la prima volta al LAC con Hammer, creazione firmata dal pluripremiato coreografo svedese Alexander Ekman. Un viaggio visionario, un invito a scegliere la vita vera, al posto dei riflessi distorti dei “like”.

“L’essenziale è invisibile agli occhi.” Ad aprile, lasciati guidare dalle stelle.

LAC Lugano Arte e Cultura

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CULTURA

Una primavera fuori tempo massimo

Intervista ◆ Gratuità e amore senza possesso nell’ultimo libro di Emanuele Trevi che inaugurerà gli Eventi letterari Monte Verità Manuela Mazzi

Dance Me to the End of Love, recita Leonard Cohen nella canzone che dà il titolo alla quattordicesima edizione degli Eventi letterari Monte Verità (in programma dal 26 al 29 marzo 2026): una danza che non promette salvezza, ma presenza fino alla fine. È da questo orizzonte – dove amore e morte, eros e perdita non si risolvono, ma restano in movimento – che prende avvio l’incontro con Emanuele Trevi, chiamato giovedì 26 marzo al PalaCinema di Locarno a inaugurare il festival parlando di Mia nonna e il Conte (Solferino, 2025), la sua ultima pubblicazione. Un libro che, come la canzone di Cohen, sembra rinunciare a ogni finalità per esplorare ciò che accade quando il tempo rallenta e le storie smettono di «servire»: «Sarebbe difficile concepire una storia più spoglia di eventi», scrive a un certo punto nel romanzo, eppure le scene sono densissime se non di fatti, di stagioni che si susseguono in una primavera di avvicinamento, un’estate sotto la magnolia, un autunno nel salotto. Emanuele Trevi, era sua intenzione far procedere il racconto per stagioni, come fossero passi di una danza più che per azioni? È un racconto sul tempo che passa inesorabile: le stagioni sono un po’ una smentita perché ritornano. Volevo tenere assieme queste due verità che ritroviamo nella nostra vita: siamo immersi in un tempo calendariale in cui ogni giorno è l’ultimo e non torna più, però nello stesso tempo, diciamo «è tornato il freddo», «stanno tornando le giornate lunghe», quindi in realtà viviamo in queste due dimensioni; più le facciamo convivere più otteniamo uno spazio letterario, uno spazio contraddittorio non logico.

«Quella razza di uomini che, a torto o ragione, ritiene che ogni singolo giorno della vita vada speso in occupazioni utili e ragionevoli». La nonna era scandalizzata dalla gente del Nord, ma non del Conte, di origine svizzera, che dedicò la vita a cause perdute come la storia dei Borboni: che valore ha il sapere? Il tipo di omaggio che faccio al Conte – che è una persona che ho conosciuto, frequentato e apprezzato – è proprio il riconoscere che il suo era un sapere del tutto gratuito, che non aveva nessun rapporto con l’utile. Nell’insieme sembra quasi, però, che si spinga fino ad affermare che non serva nemmeno leggere… Infatti, io sono convinto che non serva a nulla. Ne sono profondamente convinto.

«Loro sapevano ben poco l’uno dell’altra, e forse anche, per colmo di saggezza, di loro stessi». Nel libro torna spesso un movimento di annullamento: la bellezza che non diventa eros, l’amore che non diventa relazione necessaria… Prendiamo il punto di vista dell’amore. Il narratore è un ragazzo di vent’anni, tutti vorrebbero riavere vent’anni, certo, però lui è angosciato dall’amore perché è una cosa potente, ti senti inadeguato, eccetera; nel racconto invece ci sta una «cosa» che è fondata sulla gratuità, sul non possedere, sul fatto che quella generazione (ndr. della nonna e del Conte) aveva

Emanuele Trevi. (©Dino Ignani)

scritto libri di fiction, perché la mia aspirazione è stata sempre quella di rendere omaggio a chi mi ha fatto dire «ma guarda che persona!», mi incuriosiscono quelli che vivono la propria vita in una maniera interessante per me, che mi insegna delle cose.

«Noi crediamo di avere un destino, invece non abbiamo che un aspetto, un odore».

un riserbo che a me piace rispetto al modello delle relazioni di oggi, in cui mi sono trovato a vivere e crescere, e in cui è prevista una conoscenza diciamo totale dell’altro. Più che la relazione direi che l’amore, in quel senso che io dipingo, è estraneo al possesso, cioè all’idea che una persona sia tua. Dunque: una relazione che si muove come nella canzone di Cohen. Quanto le preme raccontare questo tipo di gratuità nelle relazioni umane? È l’unica cosa che mi interessa, tanto è vero che io scrivo libri di amicizia, perché l’amicizia è, nella vita, il sentimento più gratuito che esista. Da una parte c’è l’utile – sulla rubrica del telefono abbiamo l’idraulico, l’amministratore del condominio, e via dicendo – e poi magari abbiamo anche dei numeri o un numero della persona che si ama, ma anche lì non è gratuito perché l’amore in quel senso è espressione di bisogni profondissimi. E invece l’amico è quello che chiami per chiedergli che cosa hai mangiato? Che fai? E glielo chiedi perché il contenuto dell’amicizia è privo di finalità.

Beh, ma essere innamorati è peggio che chiamare l’idraulico… anche se soddisfano entrambi dei bisogni, e i bisogni stanno all’interno di un’economia di scambio.

«Forse il paradiso è proprio questo, un luogo di incontri casuali e provvisori, una vita simile a quella delle particelle subatomiche».

Cioè, la sua poetica è una dichiarazione di anti-impegno? In che senso?

Provo diversamente: in un mondo perfetto…? In un mondo perfetto non esisterebbero i bisogni, non esisterebbero le famiglie, eccetera: ma chi ha realizzato il mondo perfetto? …forse ogni tanto è capitato che qualcuno ci provasse: che ne so, in certe comunità hippie, anche lo stesso Monte Verità era abitato da persone che intessevano rapporti paritetici promiscui. Ecco, questo è il mio ideale umano, anche se poi mi sono adattato al fatto che il mondo è più romantico. Se potessi dire francamente dove vorrei vivere, preferirei vivere in un film porno che non in Cime tempestose perché è più adeguato alla mia sensibilità: cortesia reciproca, vago interesse ironico per l’altro e niente di questi odiosi abissi in cui ci si cala con tutte le proprie nevrosi. Tuttavia, ho preso atto che il mondo va da un’altra parte.

Indisponibilità all’impegno: se chiamo l’idraulico, poi mi impegno a pagarlo, se sono innamorata, l’amore chiede reciprocità…

…ovvero, sempre più distante anche rispetto al mondo in cui viveva sua nonna? A noi le cose ci piacciono o non ci

piacciono, abbiamo una soglia molto più alta della felicità; mia nonna, come tutte le signore dei suoi tempi, aveva invece anche la rara arte di farsele piacere, è per questo che è vissuta felice.

«Sembravano godersi una specie di primavera fuori tempo massimo». In Mia nonna e il Conte la vecchiaia e la morte non sono decadenza, ma una stagione inattesa, così come in Dance me to the end of love di Cohen, si tende verso una fine senza chiedere salvezza o consolazione, ma solo di arrivarci accompagnati. È così? Guardi, su YouTube c’è un video di questa canzone – io adoro Leonard Cohen – in cui hanno addirittura ripreso un vecchio film – Ogni giorno, del regista Francesco Felli – dove Carlo Delle Piane va a portare i fiori a Stefania Sandrelli, in quello che è un amore senile: questa canzone, sì, devo dire che potrebbe essere in realtà la colonna sonora del mio libro. Se la sua scrittura fosse un gesto? Su due piedi direi un applauso, ma mi sembra troppo chiassoso, preferisco scegliere una specie di inchino, come fosse un esercizio di ammirazione: mi inchino alla grandezza del singolo essere umano. Sebbene uno potrebbe anche avere l’idea di parlare di persone che non gli piacciono, e sarebbe ugualmente legittimo, a me interessa che siano reali. Non ho mai

SABATO 28 MARZO Fondazione Eranos, Ascona • 11.00 | Allan Guggenbühl Mitodramma a Eranos

VENERDÌ 27 MARZO Monte Verità, Ascona • 14.00 | Judith Kuckart Poetica e politica della danza • 15.30 | Martin Meyer La condizione umana secondo Tintin e Milù • 17.00 | Chiara Barzini Amore e morte a Los Angeles • 18.30 | Terézia Mora L’altra metà dell’amore • 20.30 | Sarah Brahim, Omí Tra grazia e gravitazione • 22.00 | Madame Nielsen C’è amore dopo il grande incendio?

Monte Verità, Ascona • 14.00 | Navid Kermani Estate 24 • 15.30 | Barbara Nüsse Boris Vian: La schiuma dei giorni • 17.00 | Eva Illouz Estasi della modernità • 18.30 | Deborah Levy Il costo della libertà • 20.30 | Antonella Lattanzi Nel cuore del buio • 22.00 | Fabio Cherstich A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene

Concorso «Azione» mette in palio alcuni biglietti per l’inaugurazione con Trevi. Per partecipare al concorso, inviare una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Trevi) entro lunedì 23 marzo 2026, ore 23.59. Buona fortuna! Dove e quando Emanuele Trevi inaugurerà gli Eventi letterari Monte Verità, giovedì 26 marzo 2026 alle ore 19.00 presso il PalaCinema di Locarno. Trevi presenterà il suo ultimo romanzo, Mia nonna e il Conte (Solferino, 2025), aprendo la rassegna intitolata Dance Me to the End of Love. Pubbliredaztionale

Programma Eventi letterari Monte Verità GIOVEDÌ 26 MARZO PalaCinema, Locarno 19.00 | Emanuele Trevi La danza dell’amore e del tempo

Foss’anche solo un insegnamento minimo, quasi incidentale? Ricordo quello che lei ha raccontato altrove, cioè che persino il morire avviene spesso in modo «gratuito», come capitò a Elpenore… Sì. Lui, il compagno di Ulisse nell’Odissea di Omero, si addormenta sul tetto di un palazzo, poi al mattino sente i compagni che chiamano Ulisse per partire, si sveglia di soprassalto, e – è quasi ironico – cade dal tetto perché si dimentica dove si trova; quindi, si spezza il collo e muore, non in guerra, non da eroe, ma… per caso. Noi siamo convinti che a guidarci nella vita sarebbero la nostra volontà, la nostra sensibilità e altri vari elementi di predeterminazione, in realtà – ed è anche un po’ umiliante – gli eventi decisivi avvengono per caso e cambiano tutto: un incidente può cambiare il senso di una vita, ma anche la felicità è così. Il «progetto» gratifica il nostro narcisismo e vorremmo che la nostra vita fosse la conseguenza del nostro carattere, in realtà siamo costretti a coltivare il nostro carattere perché comunque la vita è anche progetto, ma alla fine dobbiamo ammettere che le cose importanti non dipendono da noi, ma dal caso.

DOMENICA 29 MARZO Casa Monte Tabor, Porto Ronco • 10.00 | Walter Feilchenfeldt Alla scoperta della Villa Tabor di Remarque Monte Verità, Ascona • 14.00 | Lukas Bärfuss Regina della notte • 15.30 | Patrycia Ziolkowska, Stefan Zweifel, Vincent Glanzmann Nietzsche & Nijinsky: un pas de deux • 18.00 | Michel Houellebecq Un dolce requiem per l’umanità EVENTI PER BAMBINI Monte Verità, Ascona • Sabato 28.3 | 10.00 | Sala Balint Gionata Bernasconi racconta: Quell’asino di mio nonno

• Sabato 28.3 | 15.30 | Casa Gioia Eros e Thanatos: i simboli della vita Atelier a cura di Antoine Déprez • Domenica 29.3 | 10.00 | Sala Balint Leggere con il Cuore di Leone Lettura animata a cura di Mara Manzolini • Domenica 29.3 | 14.00 | Casa Gioia Laboratorio del sole | Atelier di cianotipia a cura della Scuola d’Arte Mimesi

Maggiori informazioni https://www.eventiletterari. ch/it/program


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Anno LXXXIX 18 marzo 2026

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CULTURA

Una vita che ancora danza

Danza ◆ A colloquio con le sorelle Megan e Jessica Kennedy, autrici dello spettacolo Dances Like a Bomb, in scena al Teatro Sociale di Bellinzona il 21 marzo 2026 nell’ambito di Steps, Festival di danza del Percento culturale Migros Simona Sala

Il tempo. Una parola sola per raggruppare tre concetti che per gli antichi greci erano separati e distinti: Kronos da una parte, Kairos dall’altra, e poi ancora Aiòn; il primo traducibile con «tempo quantificabile», in quella suddivisione in ore, minuti e secondi che risponde all’umano e ricorrente bisogno di dare una struttura là dove altrimenti prevarrebbe il caos. Il secondo, il tempo giusto, qualitativo e opportuno; l’ultimo, il tempo eterno, quello dei cicli. E proprio la sovrapposizione, o unione di questi tre concetti, ci porta al cuore della pièce Dances Like A Bomb, che andrà in scena nell’ambito di Steps, il Festival di danza del Percento culturale Migros il 21 marzo 2026 al Teatro Sociale di Bellinzona. Pas de deux al cospetto (o alla faccia) della morte (discretamente presente sul palco come impalpabile presenza vegetale), Dances Like A Bomb si confronta su un piano artistico con temi intrinsecamente legati alla vita stessa, a partire dalla vecchiaia, cui sono subordinate una serie di conseguenze spesso fonte di riflessioni di natura etica, ma anche estetica, morale, biografica. Finola Cronin e Luc Dunberry danzano e recitano il processo di invecchiamento, toccano i propri corpi in mutande, si tirano a vicenda la pelle cascante, fanno le prove della propria potenziale morte, si confrontano sui rimorsi e i rimpianti di una vita ma, sopra ogni cosa, vivono. Rotolandosi per terra, rialzandosi, cadendo, danzando e fingendosi morti, i due interpreti irlandesi riproducono fedelmente la vita, che finché ce n’è anche solo un barlume o un residuo di ciò che era stata, pur sempre vita rimane. Lo spettacolo, della durata di un’ora, è stato creato e diretto dalle sorelle Jessica e Megan Kennedy, operative a Dublino, fondatrici della compagnia Junk Ensemble, con cui abbiamo parlato a pochi giorni dal debutto bellinzonese. Jessica e Megan, siete due donne giovani: dove nasce il bisogno di confrontarsi con la vecchiaia e il corpo che invecchia? Jessica: Anche se nella danza contemporanea si può lavorare più a lungo rispetto al balletto classico, verso

i quarant’anni la carriera può avviarsi alla fine. Noi però volevamo vedere in scena corpi di una certa età e sapere cosa quelle persone pensassero del proprio corpo. Lo spettacolo nasce dalla volontà di conoscere la prospettiva dei due protagonisti riguardo ai cambiamenti del proprio corpo e i riverberi che questi hanno prodotto su diversi aspetti della loro vita. Finola Cronin è stata una danzatrice sotto l’egida di Pina Bausch, mentre Luc Dunberry ha danzato con Sascha Waltz & Guests per 25 anni. Eravamo curiose di vederli lavorare insieme, ma prima di cominciare con le prove, li abbiamo sottoposti a una serie di esercizi di scrittura e a dei questionari per capire come si sentissero riguardo al proprio corpo, chiedendo loro se ne percepivano il declino, se lo amassero anche da vecchio, ecc. E cosa avete scoperto? Le loro opinioni sono risultate molto diverse. Finola invecchia con grazia ed è capace di riconoscere ciò che può e non può più fare, e cerca di lavorarci. Luc invece è arrabbiato per tutto quello che non riesce più a fare. Credete vi siano differenze tra uomini e donne nell’accettazione del processo di invecchiamento? Megan: La nostra esperienza è insufficiente per generalizzare. Qualcuno nel pubblico ha commentato, «questa è una tipica risposta maschile», invece un altro «questa è una tipica risposta femminile», ma poi Finola e Luc si scambiano gli abiti e perfino le voci, e così è difficile capire chi dica cosa. Abbiamo giocato un po’ con gli stereotipi di genere. La pressione sul corpo femminile è maggiore di quella sul corpo maschile? Jessica: C’è senza dubbio pressione ad avere un certo aspetto e a lottare contro l’età. Negli ultimi quindici anni l’aspetto di molte donne è in qualche modo cambiato e sono nati nuovi standard di bellezza molto omologati tra di loro. Megan: Ciò deriva da una mancata accettazione dei cambiamenti del proprio corpo. Finola e Luc sono ancora belli e sani, nonostante abbiano rughe in faccia e la loro pelle sia cambiata.

Finola Cronin e Luc Dunberry, protagonisti di Dances Like A Bomb. (Stefano Scanferla)

Jessica: Per questo per noi era importante che all’inizio si presentassero in biancheria intima, affinché si vedessero la pelle cascante e le rughe. I nostri corpi non sono perfetti, ma anche nell’imperfezione si trova la bellezza, ed è quello che vogliamo dimostrare. Megan: Nella nostra ricerca preliminare ci siamo confrontate con il saggio Rehearsing Age (Fare le prove dell’età, ndr), dove la critica americana Elinor Fuchs racconta la cura della propria madre, sempre più anziana e debilitata. Una mattina, dopo essersi svegliata, si guarda allo specchio e comincia a fare finta di essersi ingobbita, di avere una serie di malanni, rendendosi conto che, a livello inconscio, sta facendo delle «prove di età». È questa l’idea che abbiamo voluto inserire nel nostro spettacolo, quella di fare delle prove d’età, di studiare il copione previsto dalla propria età. E come si svolgono queste «prove d’età»? Jessica: La pièce si compone di quattro sezioni di movimento, cui abbiamo dato dei titoli. La prima è Skin (Pelle, ndr), una specie di dimostrazione di tutto ciò che cambia

nel corpo. La seconda è Resistance to care (Resistenza alla cura, ndr) e si confronta con l’idea della necessità di cure e la resistenza alle stesse. La terza è Co-Dependency (Codipendenza, ndr) che riguarda lo sforzo fisico di restare connessi. La sezione finale è Unhinged (Scardinato/Scatenato, ndr), un momento di ringiovanimento in cui i due performer danzano separatamente al ritmo della musica elettronica, celebrando la vita. Ognuno è partito per il proprio viaggio, e ciò è incredibilmente liberatorio. Megan: Alle loro spalle incombe un mostro che abbiamo chiamato Toto. È fatto di pietra e vegetazione, e a volte ha un’aria amichevole, altre è minaccioso. Sebbene sia rigoglioso e di un verde acceso, è anche il simbolo di un potenziale passaggio a un’altra dimensione. La morte è alle spalle dei due performer, perché la morte è sempre presente: è il silenzioso elefante nella stanza. Sebbene si intervenga sempre più presto sul proprio corpo con trattamenti e operazioni, ci sono donne che sembrano essere scese a patti con l’età, pensiamo a Helen Mirren o a Charlotte Rampling…

Megan: Sì, ma credo che influenzino solamente le donne delle generazioni più grandi. È buffo che abbia citato Hellen Mirren: quando abbiamo chiesto a Finola e Luc di immaginare i sostituti che vorrebbero il giorno in cui non dovessero più riuscire a interpretare la pièce, lui ha indicato Willem Defoe, e lei proprio Helen Mirren! Hellen Mirren è una donna bellissima, senza vanità, che non sembra avere paura di nulla. Il nostro desiderio è di riuscire a trasmettere alle generazioni più giovani l’idea di età e bellezza come sinonimo. In fondo diventeremo tutti così un giorno, quindi, forse, più che lottare contro il tempo che passa, vale la pena di cercare una vita più profonda, e avere rispetto del proprio corpo e di quello altrui. A un certo punto dello spettacolo, Finola e Luc si siedono e si fanno delle domande: se le sono fatte veramente, e le loro risposte sono incredibilmente sincere. State portando lo spettacolo Dances Like A Bomb in tutto il mondo: come sono le reazioni? Jessica: Ai giovani piace molto l’ultima parte, con la musica elettronica. Ma nella pièce vedono anche i propri genitori e nonni. Megan: I giovani vedono anche come le persone di una certa età siano ancora degli individui vibranti e vivaci. Dunque, invece di evitare la vecchiaia, varrebbe la pena di celebrare la vita, morte compresa, poiché fanno parte dello stesso ciclo. Dove e quando Junk Ensemble, Dances Like a Bomb, Bellinzona, Teatro Sociale, 21 marzo 2026, ore 20.45 Il Festival di danza STEPS 2026, dopo avere toccato i palcoscenici di numerosi teatri in tutta la Svizzera, si concluderà domenica 29 marzo 2026 (ore 17.00) al LAC di Lugano con la GöteborgsOperans Danskompani (SWE) in Hammer, coreografato da Alexander Ekman. www.steps.ch www.teatrosociale.ch www.lac.ch

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CULTURA

Franco Battiato, la cura musicale

Biopic ◆ Il lungo viaggio artistico, spirituale e umano del cantante siciliano scomparso cinque anni or sono Giovanni Ferrari

Chi conosce gli incroci coraggiosi, le scelte audaci e le incursioni musicali inedite contenute nella traiettoria artistica di Franco Battiato sa bene quanto sia impossibile riassumere in un unico film tutto il suo mondo. Ma il biopic Franco Battiato – Il lungo viaggio è una bellissima occasione per sentirci di nuovo abbracciati dalle sue parole. E per ricordarlo con il giusto rispetto, ora che sono passati quasi cinque anni dalla sua scomparsa (avvenuta il 18 maggio 2021, a Milo). È infatti uscito prima nei cinema e poi su Rai 1 il film diretto da Renato De Maria, con protagonista – nei panni dell’artista – un immenso Dario Aita.

L’intensità espressiva e la prova vocale di Dario Aita sono forse gli elementi più sorprendenti dell’intero film L’intensità espressiva e la prova vocale dell’attore sono forse gli elementi più sorprendenti dell’intero film. Infatti, Aita canta per davvero tutte le canzoni di Battiato inserite nella pellicola (ora disponibile su RaiPlay), e lo fa con una delicatezza riservata che ricorda molto quella del cantautore che ha segnato la storia della musica italiana. Non a caso, anche l’amata nipote del cantautore, Grazia Cristina Battiato – ora a capo della Fondazione Franco Battiato ETS – ne è stata rapita: il modo con cui Dario Aita muoveva le mani durante le riprese le ha ricordato suo zio. Insomma: ha rivisto in lui qualcosa di famigliare.

Dario Aita (già visto in Parthenope di Sorrentino) interpreta Franco Battiato in modo magistrale. (Wikipedia)

A proposito di famiglia, il filo conduttore dell’intera pellicola è senza dubbio il rapporto di Franco Battiato con la madre Grazia, interpretata da una profonda Simona Malato. Assistiamo alla loro naturale complicità quando il cantautore era bambino e le confessava il desiderio di andarsene da casa, per poter lavorare nella musica, lontano dai divieti severi del padre. Vediamo poi come il loro rapporto si consolida, col passare del tempo, quando lei lo raggiunge negli anni Settanta a Milano, dove lui si trasferisce e dove diventa celebre. È in quel momento che inizia a fare i conti con alcuni fastidi della popolarità, tra veri e propri «inseguimenti» da parte dei fan (meraviglioso il cameo, da

questo punto di vista, della cantautrice Joan Thiele, al suo debutto come attrice, nei panni di Noa, una ragazza ammaliata dal suo talento) e le prime pubblicità – per nulla amate da Battiato – sui grandi cartelloni della città. Siamo presenti, infine, negli ultimi momenti di vita della donna, in Sicilia, nei quali ricordiamo il significato del termine «cura», centrale per tutta la discografia di Battiato, ma anche la sua storia di uomo, attento e profondo, concreto e spirituale. Il film – coproduzione Rai Fiction e Casta Diva Pictures – si basa proprio su questo legame di sangue e punta così sull’emotività del racconto. Incentrandosi esclusivamente sugli anni giovanili del grande cantautore,

non vuole essere un racconto esaustivo delle numerose fasi artistiche che ha attraversato Battiato. E non vuole nemmeno riassumere il ventaglio di personaggi che hanno contribuito a renderlo uno degli artisti più importanti della musica italiana. La scrittura di Monica Rametta (che ha all’attivo altri biopic musicali dedicati alla TV come Io sono Mia su Mia Martini e La bambina che non voleva cantare su Nada) ha bene in mente la grande platea televisiva a cui si rivolge e quindi, oltre a valorizzare l’evoluzione artistica del «personaggio Franco Battiato», si sente quasi costretta a regalarci anche alcuni momenti della sua vita privata, tra riflessioni solitarie e incontri sorprendenti. Poco

importa se alcuni di questi momenti non siano documentati: quando si è di fronte a un biopic e non a un documentario, l’inserimento di dinamiche fiction che non sono per forza esistite è quasi un passaggio obbligato. Ma il colorare qua e là la vicenda non toglie la veridicità della narrazione di questa parte della storia di Franco Battiato. A proposito di questo, sono interessanti i suoi dialoghi e i suoi confronti con Giuni Russo (Nicole Petrelli), Juri Camisasca (Ermes Frattini) e Giusto Pio (Giulio Forges Davanzati). Così come le partite a poker (che avvenivano realmente) con Fleur Jaeggy (Elena Radonicich), nelle quali si usavano i libri Adelphi al posto delle fiches. Sono riportati, poi, momenti importanti della sua vita professionale, come la sua esibizione a marzo 1989 in Sala Nervi davanti a Papa Giovanni Paolo II sulle note di E ti vengo a cercare. Un’esibizione che molti ricordano perché Battiato non concluse il brano. Infatti, durante l’esibizione si emozionò al punto da non riuscire ad andare avanti. Quando gli chiesero cosa fosse successo, l’artista rispose che era rimasto letteralmente fulminato dalla presenza del Santo Padre. La pellicola (che ricostruisce anche alcuni videoclip dell’artista) funziona perché, tramite il racconto di alcuni snodi importanti del suo percorso nei primi anni di carriera, vuole restituirci un suo modo di vedere il mondo e la sua vocazione. Un approccio alla musica e alla sua industria che è stato alla base del suo percorso e del suo successo.

Dalla Corea, fiori di sangue

Cinema ◆ Park Chan-wook ritorna con No Other Choice, amara commedia dall’anima noir sul vivere odierno Ida Moresco

Pare complessa, la società della Corea del Sud, ma forse, a ben guardare, non lo è più della nostra. Ciò che si esige, è di essere performanti, competitivi, «in control», efficaci, e, se possibile, con un sorriso stampato in volto. Un po’ come il bel Man-soo (Lee Byunghun), da venticinque anni impiegato nell’azienda cartaria Solar Paper, grazie alla quale ha tutto quello che ha, ma soprattutto, tutto quello che vuole avere. Una moglie splendida e gentile, due figli (apparentemente) modello, due cani meravigliosi, una serra in cui può vivere la sua passione per i bonsai, tanti piccoli grandi confort, e soprattutto quell’enorme casa, circondata da piante, foglie e fiori, così diversa sia dalle costruzioni a schiera prive di fantasia tutt’intorno a lui, sia dagli appartamenti di città, che ricordano arnie, più che abitazioni. Man-soo fa parte di quella stirpe – ormai in estinzione – per cui la produzione della carta è molto più di un’operazione industriale, ma assurge a impostazione filosofica: la carta come pelle, capace di suscitare emozioni. Ma la carta (e non solo quella), come ovunque nel mondo, è in crisi anche in Corea del Sud, per cui a perdere il lavoro ci vuole un attimo. E di solito, a braccetto con l’occupazione, se ne va quel sistema piramidale di benefit, lussi e vantaggi in cui anche noi possiamo facilmente riconoscerci, fatto com’è di macchine in leasing, schiaccianti ipoteche e lezioni di violoncellodanzaten-

nis. Il tutto destinato a venire giù al primo inciampo come un misero castello di carte in balia dell’uragano. Cosa resta da fare, dunque, a Mansoo, quando viene licenziato, per non perdere la faccia davanti a famiglia, società, parenti e, non da ultimo, sé stesso? Sembrerebbe restare solo quell’ultima ratio che fa di Park Chan-wook Park Chan-wook, e che si realizza quando, più o meno delicatamente, si scivola nell’illegalità. Per il regista coreano, conosciuto soprattutto (ma non solo) per l’inquietante capolavoro estetico Oldboy, osannato globalmente da pubblico e critica (in primis da Quentin Tarantino, che gli assegnò il Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes nel 2004, affermando: «quel film avrei voluto farlo io») è da sempre difficile resistere al thriller e allo splatter, accompagnati però da una sottile e radicata ironia che finisce per permeare fatti e volti, rendendo più sopportabile e godibile anche ciò che per sua natura non lo sarebbe. Nella viscerale (spesso in senso letterale) Trilogia della vendetta, considerata suo massimo capolavoro, perdita, dolore e sangue sono resi più intensi – o sopportabili – dalle note di Aram Khachaturian o da soavi musiche barocche. Con No Other Choice – Non c’è altra scelta (che è stato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia) il regista non sciocca più come un tempo, e segue una linearità che non gli è sem-

La locandina del nuovo film di Park Chan-wook, che è tratto dal romanzo The Ax di Donald Westlake.

pre appartenuta, ma non rinuncia a disseminare la pellicola di indizi che da una parte lo rendono inconfondibile, e dall’altra rimandano a suoi lavori più vecchi. Come quando l’obiettivo indugia sui volti dei protagonisti, catturandone anche la smorfia più microscopica, o come quando il protagonista si autoestrae un dente cariato (per gli

amanti di Oldboy, un ricordo sbloccato) o quando soavi slanci musicali, affidati agli strumenti ad arco, accompagnano le curve di una strada immersa in un bosco dai colori esagerati, quasi fosforescenti, ricreando quel senso vagamente grottesco che fa parte della cifra di gran parte del cinema coreano. Non ci sono personaggi del tut-

to buoni, né del tutto cattivi, in Park Chan-wook, ma questo lo sappiamo sin dal primo film, emblema delle zone grigie, quel Joint Security Area, fra i più grandi successi della storia del cinema coreano, in cui si narrava l’inespugnabile e innaturale odio fra i fratelli coreani del Nord e quelli del Sud nella zona demilitarizzata (DMZ), in un armistizio ancora oggi monitorato da cinque ufficiali svizzeri. Anche Man-soo alla fine è solo un killer materiale, stritolato dai dettami di una società impietosa e attorniato di schiere di conniventi spesso inconsapevoli, che con i loro silenzi e il non agire permettono di tenere in piedi anche i sistemi più beceri, dalla moglie Mi-ri (Son Ye-jin) agli spietati dirigenti aziendali. Park Chan-wook ha, ormai, la tecnica dei grandi maestri: il suo è un film senza sbavature, dai colori e dalle inquadrature imponenti, che propone una critica alla società coreana che potrebbe essere estesa a qualsiasi società occidentale, la nostra compresa. Lo fa, qui, senza clamori, choc, o spargimenti di sangue alla Squid Game, e attutendo l’effetto sorpresa che ci aveva fatto amare il magistrale Parasite di Bong Joon-ho. Quelli che ci vengono messi davanti sono i valori delle nostre vite, ma soprattutto quelli del nostro tempo, specie se pensiamo alle sconsolanti immagini finali, al buio e al silenzio cui un eccessivo affidamento alla tecnologia potrà condurci.


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CULTURA / RUBRICHE

In fin della fiera

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di Bruno Gambarotta

Polli in libertà

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Siamo alla vigilia della primavera, e splende il sole. Un gruppo di famiglie ha invaso una valletta sprofondata nel verde sotto un tratto dell’autostrada. Il paese è vicino. La campana della chiesa batte dodici colpi. È il segnale atteso, ogni famiglia stende una tovaglia a terra. Dai bauli delle auto poste lungo la strada campestre mariti e padri estraggono cibarie di ogni tipo. Il traffico si sta rarefacendo e non produce più quel rombo continuo. Tutti tacciono nei primi magici momenti dell’assalto al picnic. Questa fase di operoso raccoglimento, di preghiera laica, dura poco, troppo poco. È interrotta di colpo da uno sbattere di ferraglia. Il rumore arriva dalla sovrastante autostrada. Tutti gli officianti il picnic alzano gli occhi al cielo. E vedono planare, dopo aver divelto un tratto del guardrail, un camion carico di gabbie di polli. Vivi. Le mamme afferrano i bambini e schizzano con loro ai bordi della radura, gli

uomini si attardano a mettere in salvo i bottiglioni di vino. Ritardo che potrebbe essere fatale se il camion non avesse il buon senso di andare a morire su un pezzo di prato sgombro. Per una volta nella loro breve vita tacciono anche i polli. Un padre di famiglia mentre abbraccia il bottiglione della grappa (fatta in casa), è il primo a parlare: «Tiriamo fuori l’autista!». Sotto lo sforzo coordinato dei maschi adulti, il camion inizia a oscillare, scricchiolando. È qui che i pennuti riprendono a schiamazzare nella loro lingua: «Chi ti ha dato la patente? Basta! Vogliamo tornare a casa! Se sapevo che finiva così io non venivo!». Magari qualcuno desse retta ai polli. Gli uomini raddoppiano gli sforzi e riescono a coricare il camion sul lato sinistro. Un grido li distrae dal dovere di occuparsi dell’autista estratto sano dalla cabina: «Guardate! I polli!». Perdendo piume e districandosi a fatica fra i legni fracassati delle gab-

bie, gli sventurati risalgono alla luce. Stretti gli uni agli altri, si affollano sul fianco del cassone, rimanendo impietriti: non hanno mai visto, prima di allora, l’erba. Come recita l’etichetta che legata a una zampa li accompagna, sono animali «allevati a terra», ovvero su uno strato di segatura. Alla vista dell’erba sono colti da un delirio, una vertigine mai provata prima; la mancanza di confini certi procura loro un acuto senso di panico, una nausea che li costringe all’immobilità, le zampe piantate sul cassone. Vorrebbero tornare dentro, rintanarsi nelle gabbie o, meglio ancora, essere riportati negli stabbi dove sono nati e hanno trascorso la loro troppo breve esistenza. Ma altri polli spingono per uscire mentre i primi cercano di restare fermi, immobili, gli occhi chiusi, trattenendo il respiro. Fin quanto, grati ai gitanti che accorrono, si sentono afferrati e tenuti ben stretti: finalmente qualcuno torna a occuparsi

di loro. Una calda beatitudine scende a calmare i loro petti ansiosi. Continuando a tenere gli occhi chiusi, dalle tenere mani dei bambini passano a quelle più calde e robuste dei padri e delle madri. Mani che li accarezzano lungo il petto e le ali e poi si divaricano: una scende alle zampe e l’altra scorre in alto fino a inanellare il collo. Ah… L’onda lunga del piacere! E poi: track! Uno strappo repentino e l’ultimo grido stroncato in gola prima di finire gettati sul fondo del baule delle auto. Come tutti i cittadini che, quando si trovano in campagna lontani dagli occhi dei padroni, arraffano tutto quello che capita a tiro, dai funghi alle fragole, ai mirtilli, alle castagne, alle patate, alle zucche, i gitanti sono in preda a un’eccitazione frenetica. Ai loro occhi, tirare il collo a dei polli d’allevamento, e perciò ignari dei pericoli del mondo, riscatta l’inanità di una domenica trascorsa nei prati, è un segno, il pegno di

una futura felicità. Lavorano in coppia, alternandosi nell’impresa, mentre uno agisce, l’altro scatta i selfie o meglio ancora riprende la scena con il cellulare, da inviare agli amici per farsi invidiare. Dopo un’ora, i gitanti sono esausti: non ne possono più di arraffare polli e tirar loro il collo; sembra che sia già arrivato il lunedì, sembra di essere ritornati alla catena di montaggio di un tempo, quando non c’erano i robot. Sì, ma come si può lasciar perdere tutto questo ben di Dio? Il senso del dovere li obbliga ad ammucchiare cadaveri: è più forte di loro. Perciò sono contenti quando un piccolo gruppo di polli riesce a scappare andandosi a nascondere, poveri illusi, nel bosco che circonda il prato. Un padre di famiglia, sbuffante e sudato, esprime ad alta voce il pensiero di tutti: «Finiamo il picnic, tanto non andranno lontano, faremo in tempo ad acchiapparli dopo».

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Voti d’aria

di Paolo Di Stefano

Preventivamente ◆

Vorrei, preventivamente, muovere guerra a un mio nemico giurato. Abita a due isolati da casa mia, porta un cappello di lana anche d’estate, ha un’andatura che non mi piace e sembra che parli da solo. Ha l’aspetto dello straniero, dal colore della pelle potrebbe essere un marocchino o un tunisino o un iraniano o un venezuelano o un calabrese. Uno di quei tipi indecifrabili, che picchiano la moglie e i figli, un potenziale femminicida, per di più non si sa bene che lingua parli e che religione professi. Ogni volta che mi incrocia digrigna i denti e strizza gli occhi, sono certo che mi odia e sospetto che tenga in tasca un coltello pronto a sventrarmi. Nel dubbio, gli farò saltare il cervello alla prima occasione e tutto il quartiere me ne sarà grato (auto voto preventivo: 6+). Passando ad argomenti meno tristi. Pare che il mare della Sicilia con-

tinui a spingere sulle spiagge salme di naufraghi in decomposizione. È inaccettabile che, in un modo o nell’altro, questi migranti riescano a raggiungere i nostri Paesi. Qualcuno (il solito politicamente corretto) dirà: ma sono cadaveri! D’accordo, ma a chi tocca pagare le spese di recupero, di seppellimento o di spedizione al Paese d’origine? A pagare è sempre Pantalone, dicevano i nostri vecchi. Senza togliere il fatto che tutto questo bizzarro affiorare di salme rischia gravemente di scoraggiare il turismo. Nelle ultime due settimane sei cadaveri a Pantelleria, due a Custonaci, uno a Trapani, uno a Marsala, un altro a Petrosino, un altro a San Vito Lo Capo, e non dimentichiamo i quattro in Calabria. Chi li ha autorizzati a spingersi fino alle nostre coste europee? Non vorrei sembrarvi cinico, non è nel mio stile (auto voto 6+), ma c’è da augurarsi che si tratti

A video spento

di un fenomeno stagionale e che con l’estate tutti questi morti annegati (1 alla memoria) si diano una calmata, altrimenti in luglio e in agosto i poveri bagnanti tedeschi e svizzeri e francesi (6-) rischieranno di fare brutti incontri. Pare che a Rogoredo, un quartiere di Milano, un poliziotto abbia sparato a freddo contro un tossicodipendente e spacciatore marocchino (non sono razzista, ma faccio solo notare che ci sono di mezzo sempre stranieri, in queste brutte storie…). In un primo momento (preventivamente), la ricostruzione dei fatti era diversa: il povero poliziotto siciliano aveva fatto credere di aver sparato (preventivamente) per legittima difesa. Era un’ipotesi credibile (5½), molto più credibile della ricostruzione posticcia (2), ma pazienza (4 – alla pazienza). Anche se fosse vera la ricostruzione posticcia (ma vedrete che ne salterà

fuori una terza e poi una quarta…), il poliziotto ha tutta la mia solidarietà. Perché? Facile, perché anche i poliziotti possono sbagliare. Del resto, persino Pasolini stava con i poliziotti, proletari e figli del popolo. Ora, chi ci può assicurare che questo spacciatore marocchino non abbia un bel conto in banca proprio grazie allo spaccio nel nostro Paese? Dunque, l’assassinio, per quanto deprecabile, si può considerare un gesto preventivo di legittima difesa, un’iniziativa a fin di bene, e come tale potrebbe godere di un’attenuante anche da parte di una magistratura politicizzata (1) come quella italiana. Per fortuna, tra questa (triste) immensità, a salvarci ci sono le parole alate della canzone che ha vinto Sanremo. Ascoltiamole in religioso silenzio: «È cominciato tutto quanto dal principio / io che per te ero solo un uomo sconosciuto / poi di-

ventato un re dal cuore innamorato, / tu una regina ora vestita in bianco sposa / abbiamo sognato figli in una grande casa / e superato tutte le difficoltà». Da urlo. Proprio così: «È cominciato tutto quanto dal principio» è una di quelle verità (preventive) che ti lasciano preventivamente stordito. Se, come scrisse Platone, «l’inizio è la parte più importante del lavoro», siamo di fronte a un capolavoro (6+). E anzi, si potrebbe addirittura azzardare preventivamente che se è cominciato tutto dall’inizio, ci sono buone probabilità che finisca tutto alla fine. O no? Bisogna chiederlo al poeta vincitore Sal Da Vinci (5++), erede diretto di Leonardo (5-). Quello dell’Ultima cena, la cena dove alla fine per quel tipo che sta al centro della tavola stava tutto per finire. Avrebbero potuto farlo fuori, preventivamente, qualche giorno prima. Alla penultima cena.

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di Aldo Grasso

Un’antologia di conseguenze non previste ◆

Non sempre le cose vanno come vorremmo. Spesso compiamo un’azione per raggiungere determinati scopi e otteniamo invece l’opposto: «L’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente è morto». Questo fenomeno si chiama eterogenesi dei fini. Il concetto può essere ricondotto al principio filosofico formulato da Wilhelm Wundt (Heterogonie der Zwecke), secondo cui le azioni intenzionali degli esseri umani producono quasi sempre conseguenze non intenzionali, che conducono al raggiungimento di fini diversi – talvolta opposti – rispetto a quelli perseguiti in origine. Ne derivano risultati inattesi, spesso di portata storica, sociale o economica ben superiore all’intento iniziale. In altre parole, le azioni volontarie generano effetti imprevisti. Meglio ancora: l’eterogenesi dei fini spiega come storia e società siano

il prodotto di una complessità di intenzioni che si intrecciano, generando un ordine e risultati che vanno ben oltre la semplice somma delle volontà individuali, trasformando talvolta i mezzi in fini e gli obiettivi iniziali in qualcos’altro. Credo che ognuno di noi possa contare su una discreta antologia di conseguenze non previste: alcune cose sono andate peggio del previsto, altre meglio, talvolta molto meglio. Il privato, però, è bene che resti tale. La storia è costellata di esempi; uno politico potrebbe essere il voto disgiunto alle elezioni presidenziali statunitensi del 2024. Molti elettori moderati hanno praticato il voto disgiunto (scegliendo Kamala Harris per la presidenza e candidati repubblicani per il Congresso) con l’intento di «bilanciare» il potere e contenere un’eventuale agenda democratica ra-

dicale. Il risultato finale, influenzato da dinamiche collettive, è stato invece un trionfo repubblicano, che ha consegnato a Donald Trump un potere quasi assoluto. Un meccanismo analogo riguarda l’atteggiamento di molti Paesi nei confronti della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Le massicce sanzioni economiche imposte con l’obiettivo di isolarla e indebolirla tecnologicamente hanno, secondo diversi osservatori, accelerato processi di riorganizzazione interna: la costruzione di un’economia più autarchica, lo sviluppo di sistemi di pagamento indipendenti e una saldatura geopolitica senza precedenti con la Cina. Ma l’eterogenesi dei fini è anche quel paradosso affascinante per cui un’azione orientata a uno scopo produce effetti diversi – talvolta molto migliori – rispetto alle intenzioni iniziali. L’e-

sempio più citato è la scoperta della penicillina: Alexander Fleming stava studiando alcuni batteri in laboratorio quando, per puro caso, notò che una muffa li uccideva. Era nato il primo antibiotico. Quando alcuni scienziati americani lavoravano su tecnologie radar, si accorsero che le onde elettromagnetiche facevano sciogliere il cibo. Nacque così il primo forno a microonde: da strumento militare a oggetto d’uso quotidiano che ha cambiato il modo di cucinare. Per non parlare del Viagra: si cercava un farmaco per trattare problemi cardiaci, ma l’effetto collaterale, del tutto inatteso, si rivelò molto più rilevante del beneficio previsto. Il caso più clamoroso resta Internet: inizialmente pensato per creare una rete di comunicazione militare robusta, è diventato rapidamente uno strumento globale di conoscenza, sociali-

tà e innovazione, forse la più grande rivoluzione della comunicazione nella storia dell’umanità. L’eterogenesi dei fini ha radici profonde. Tracce se ne trovano negli scritti di grandi pensatori: Giambattista Vico sosteneva che le passioni e i fini egoistici degli uomini vengono utilizzati per realizzare un disegno superiore (la Provvidenza); G. W. F. Hegel introduce il concetto di «astuzia della ragione», secondo cui le azioni passionali degli individui (come Napoleone Bonaparte) servono allo sviluppo storico; Adam Smith teorizza la «mano invisibile», per cui la ricerca dell’interesse personale può produrre benessere collettivo. In definitiva, l’eterogenesi dei fini mostra come storia e società siano il risultato di una trama complessa di intenzioni intrecciate, e non la semplice somma delle volontà individuali.


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GUSTO

Coniglietti di cioccolato

I creatori di coniglietti Un coniglietto di cioccolato su due in Svizzera proviene dalla Migros. Ma chi li produce davvero? Te lo mostriamo prendendo a esempio il nuovo Rochelino Blond Testo: Dinah Leuenberger Foto: Nik Hunger

Seguire il proprio naso Prima di poterlo fare, però, è necessario chiarire esattamente il sapore del nuovo coniglietto. A Buchs la Delica produce i primi campioni proprio a questo scopo. L’azienda fa parte dell’industria Migros e produce prodotti Chocolat Frey dal 1887. I primi campioni a volte hanno già l’aspetto di conigli con tanto di occhi di marzapane, a volte sono invece solo barrette con il nuovo gusto. Nella primavera del 2025, la Delica invia a Zurigo due varianti per un test di degustazione con l’esperta sensoriale Yvonne Denoth: un Rochelino di cioc-

«Un nuovo prodotto deve incontrare i gusti della Svizzera, ma anche integrarsi con il resto dell’assortimento». Lavoro manuale: al Rochelino vengono applicati gli occhietti.

Prima che un nuovo coniglietto di cioccolato arrivi sugli scaffali Migros, i produttori di coniglietti ci lavorano per 16 mesi. È il tempo necessario perché un’idea diventi un coniglietto finito. In questo periodo saranno coinvolte persone con diversi profili professionali. Per esempio, Catia Pérez, brand manager del marchio Frey. Ladina Köhli, category manager Migros e responsabile dell’assortimento di cioccolato. Lina Windlin, product manager presso la Delica di Buchs (AG) e responsabile della produzione di cioccolato. Yvonne Denoth, tecnica sensoriale presso Migros Supermercati SA, che verifica il sapore di ogni prodotto. E i collaboratori delle filiali, come Leoni Hedinger, che ripongono i coniglietti sugli scaffali. Abbiamo dato un’occhiata al lavoro di questi creatori di coniglietti. Brainstorming veloce Quando Lina Windlin, Catia Pérez e Ladina Köhli si ritirano in una sala riunioni in autunno, può significare solo una cosa: stanno preparando nuove

idee di cioccolato per la Pasqua che vedranno la luce solo un anno e mezzo dopo. Con sé le tre collaboratrici hanno un mucchio di post-it colorati, i dati di vendita dell’ultima stagione dei coniglietti e una raccolta delle tendenze di gusto nel settore del cioccolato. Vanno per esempio forte i popcorn, i cacao nibs – semi di cacao sbucciati e schiacciati – o il cioccolato biondo con caramello. Con queste informazioni organizzano una sessione di brainstorBrainstorming creativo: Lina Windlin, Catia Pérez e Ladina Köhli (da sinistra) raccolgono nuove idee per i prodotti al cioccolato.

ming veloce. «Raccogliamo il maggior numero possibile di idee in un breve lasso di tempo. Da esse filtriamo ciò che ci appare particolarmente valido», spiega Köhli. E Pérez aggiunge: «Un nuovo prodotto deve incontrare i gusti della Svizzera, ma anche integrarsi con il resto dell’assortimento». È così che è nata l’idea del coniglietto Rochelino Blond che ora, per la Pasqua 2026, si trova sugli scaffali insieme ai fratelli marroni.

Catia Pérez, brand manager Chocolat Frey

colato bianco e uno di cioccolato biondo. Oltre a cioccolato bianco, quest’ultimo contiene anche caramello, che gli conferisce un colore più scuro e una nota caramellata. Ladina Köhli, Lina Windlin e altre due colleghe del team responsabile sono presenti sul posto per la prova di assaggio. Insieme formano la giuria che valuta i coniglietti Rochelino. Yvonne Denoth mette il coniglio da testare su un vassoio. Con movimenti sicuri, lo taglia grossolanamente con un coltello, per poi spezzarlo ulteriormente a mano. C’è un grande silenzio nella stanza. Per la degustazione è infatti necessario concentrarsi. «Prestiamo attenzione all’aspetto, ma anche all’odore, al sapore e al suono che fa quando lo si spacca», spiega Denoth. Ogni partecipante scrive le proprie impressioni, poi le si discute in gruppo. Alla fine viene scelta all’unanimità la versione bionda. Lina Windlin può mettersi al lavoro con il team Delica. La giusta presentazione Che aspetto deve avere la confezione? La brand manager Catia Pérez si pone questa domanda per ogni nuovo prodotto lanciato con il marchio Frey. Ciò vale anche per il nuovo Rochelino. «Dato che esistono già prodotti di questa gamma, alcuni elementi sono già predeterminati per il packaging», spiega Pérez. Molto importante per i coniglietti di Pasqua: il prodotto dev’essere ben visibile. Per questo motivo la confezione non deve distrarre o contenere troppi elementi. «In primo luogo mi assicuro che i colori della confezione corrispondano alla giusta varietà di cioccolato». Il testo dev’essere leggibile e il logo ben visibile. Pérez crea un briefing preciso e lo invia all’agenzia di


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MONDO MIGROS

Degustazione sensoriale del cioccolato: Yvonne Denoth, Ladina Köhli e Nina Vonmont (da sinistra).

Seducenti: alla fine i coniglietti vengono decorati con scaglie di mandorle.

Per ogni coniglietto un sacchetto diverso: Susan Aliji e Barbara Brighina della Delica imballano le dolci tentazioni.

packaging. «Poi ricevo le prime varianti e, non appena ne ho scelta una, do il via libera alla produzione». Doccia di cioccolato Qualche mese dopo, poco prima di Natale 2025, la produzione di Buchs procede a pieno ritmo. Il nuovo Rochelino biondo è uno degli oltre 50 coniglietti che vengono creati. Poiché contiene uno strato di mandorle, non è stato possibile utilizzare tutte le macchine; molti passaggi, come l’applicazione degli occhi, vengono eseguiti a mano. Lina Windlin e il team di produzione hanno controllato le macchine in anticipo e hanno preso una decisione: il Rochelino va creato sulla linea di produzione delle praline. Attualmente vengono prodotte 4500 unità al giorno. A tal fine, ogni prodotto grezzo di cioccolato viene collocato su un nastro di reticolato. Ha già la forma di coniglietto, ma non ha ancora la «pelliccia» di mandorle. Dopo una prima pioggia di cioccolato, passa sotto un ventilatore, per poi essere immediatamente inondato da un altro strato di cioccolato ancora. Pochi metri più avanti, il nastro di reticolato si agita vigorosamente. Questo aiuta le scaglie di mandorle che ora piovono sui coniglietti a distribuirsi meglio. Due addetti puliscono poi a mano la zona degli occhi: non devono esserci scagliette di mandorle, altrimenti in seguito gli occhi non aderiranno. L’aspetto più impegnativo della produzione dei coniglietti Rochelino è il peso: è composto da diversi strati di cioccolato e mandorle. È una sfida garantire che ogni coniglio pesi esattamente 180 grammi. Qualche metro più

Bionda tentazione

«Facciamo attenzione all’aspetto, all’odore, al gusto oppure a come scrocchia il cioccolato». Yvonne Denoth, tecnica sensoriale Migros Supermarkt SA

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Passo dopo passo il Rochelino prende forma presso la Delica di Buchs.

avanti arriva il tocco finale: un ultimo strato di cioccolato ricopre il coniglietto e una collaboratrice posiziona con cura due grandi occhi di marzapane. Il nastro di reticolato percorre alcuni metri attraverso un frigorifero e, alla fine del lungo tragitto di produzione, si arriva al confezionamento dei coniglietti. Ogni coniglio di solito viene confezionato automaticamente e si interviene solo se qualcosa va storto.

Scaffali riempiti come da copione: Leoni Hedinger sa esattamente dove sistemare ogni coniglietto.

La parata dei coniglietti I coniglietti confezionati arrivano nei negozi nel febbraio 2026. Alla Migros di Limmatplatz a Zurigo la collaboratrice Leoni Hedinger e i suoi colleghi sistemano il cioccolato di Pasqua sugli scaffali. Questo è possibile solo in team: una persona da sola non sarebbe in grado di gestire il grande assortimento. «Tutti sono un po’ stressati. Perché l’assortimento va allestito in un giorno. Ma è anche una bella sensazione perché la Pasqua è sempre associata alla primavera», dice Hedinger. Dal momento che esiste una planimetria con foto per ogni scaffale, il team sa esattamente come posizionare i coniglietti. Presto anche lo scaffale dei coniglietti Rochelino è completo. Al centro c’è il nuovo Rochelino Blond, che saluta i clienti con i suoi grandi occhietti.


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Spinaci al gratin con cuore cremoso Le uova alla fiorentina sono un classico dal sapore unico a base di uova in camicia e salsa olandese su pane tostato

ARC Raiders e la febbre dell’estrazione Sei veterani dei grandi blockbuster videoludici lasciano la sicurezza dell’industria tripla A e firmano uno dei successi più inattesi dell’anno

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Bahia Concepciòn vicino a Mulegè. I camper dei nordamericani che vivono qui d’inverno, ultimi colonizzatori di una lunga serie. Sotto: Antica missione di San Javier sulle montagne vicino a Loreto. A lato: Loreto, lo Zocalo (Piazza Principale) e il Municipio, «Storica capitale delle Californie»; Loreto, tassidermista sulla via principale; e un contadino vicino La Paz. In basso: Bahia Concepciòn, l’unico posto al mondo con cactus del deserto sulla costa.

L’origine dimenticata della California

Reportage ◆ All’ombra della Sierra de la Giganta, la genesi di un mondo oggi associato a Hollywood, all’oro e alla Silicon Valley cominciò con una barca, sei soldati e un missionario milanese Enrico Martino, testo e foto

A guardare la facciata giallo-ocra del piccolo municipio di Loreto, Baja California, si fa fatica a crederci. «Capital historica de Las Californias» recita la scritta sulla testa di un poliziotto che sembra dormire in piedi sul balcone. Di Californie ce ne sono tante a nord e a sud della Linea, il confine tra Messico e Stati Uniti: dall’eclettica San Francisco a Los Angeles che trasuda dollari e cinema, a Tijuana dove si incrociano quasi senza vedersi migranti in cerca del sogno americano e gringos a caccia di tequila, sexo y marijuana come cantava alla fine degli anni Novanta Manu Chao. Eppure, la corsa all’oro della California, Hollywood e la Silicon Valley hanno le loro origini all’ombra del vecchio campanile spagnolo che sembra ancora proteggere Loreto, incastonata tra i giganteschi denti di pietra color ruggine della Sierra de la Giganta e il blu accecante di un mare che ha scavato labirinti di isole e promontori. Una storia quasi sconosciuta dalle nostre parti con due protagonisti sopra le righe, i gesuiti italiani Juan

Maria Salvatierra nato a Milano nel 1648 e il leggendario padre Kino che in realtà si chiamava Eusebio Chini, nato nel 1645 a Segno in Trentino. Sono stati loro, mangiando polvere e avventure lungo improbabili piste indiane, a creare i primi insediamenti negli spazi sconfinati di quelli che

sarebbero diventati la California e il South-West degli Stati Uniti. E lo hanno fatto a partire proprio da Loreto, fino al 1776 capitale dell’intera California, quella messicana e quella che gli Stati Uniti si sono presi nel 1848. Luoghi, da allora, noti per essere parte di un sonnolento angolo di mondo

dove la vita scorre lenta tra turisti che raccontano mirabolanti storie di pesca al marlin e locali che favoleggiano di un boom turistico prossimo venturo «da far invidia a Cancun». Sono quarant’anni che ci provano ma finora non sono riusciti a distruggere l’encanto sottile di un luogo dove l’unico colpo di vita è l’arrivo di una nave da crociera.

Chevrolet e pellicani impagliati Il primo segnale all’arrivo è l’apparizione sul molo della scalcinata Chevrolet verde pisello di Felix che schiera una sfilza di pellicani, coyotes e aquile impagliati da rifilare a qualche crocierista in bermuda a fiori di ordinanza. Poi arrivano il camion dei pompieri e compitissimi poliziotti che a ogni incrocio, rigorosamente deserto, danno la precedenza ai pedoni, solo gringos naturalmente, e provvedono a trascinare dietro una palma un ubriaco stupito, perché non schia-

mazzi in pubblico. Va avanti così fino al pomeriggio, quando una bacchetta magica impacchetta di nuovo tutti sulle lance e li rispedisce a bordo della nave mentre una secolare trance catalettica torna a regnare sovrana.

Tanto oro e bellissime donne D’altronde qui, anche storicamente, l’unico evento degno di nota è stato l’arrivo dei primi conquistadores spagnoli attratti da leggende che favoleggiavano sulle coste della misteriosa California l’esistenza di sterminate ricchezze e seducenti amazzoni. Ingredienti perfetti per attrarre avventurieri capaci di credere a qualunque cosa dopo avere scoperto i tesori del Messico e del Perù, per giunta rafforzati dalla fama di un popolare romanzo cavalleresco pubblicato a Siviglia, Sergas de Esplandiàn, le Avventure di Esplandiàn, di Garci Rodríguez de Montalvo, che parlava di un’isola popolata da bellissime donne guerriere dove l’oro era l’unico metallo. Ce n’e-


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ra abbastanza per convincere persino il conquistatore del Messico, Hernán Cortés inguaribilmente innamorato di storie e miti, possibilmente strabordanti di tesori. Le prime navi salparono nel 1532 ma tra tempeste, ammutinamenti, naufragi e attacchi dei nativi solo pochi superstiti tornarono magnificando sterminate quantità di perle, e nel 1535 Cortés finanziò e guidò una spedizione che fondò un piccolo insediamento in quella che ribattezzò Isola delle Perle nei pressi dell’attuale La Paz. Dopo undici anni di tentativi, e decine di navi perse, persino Cortés dovette accettare la dura realtà: l’oro non c’era, le amazzoni neppure, e le perle bisognava conquistarsele nel clima infernale di una calida fornax (fornace ardente), da cui deriva il nome California.

Juan Maria Salvatierra A Hernán restò solo la magra soddisfazione di dare il suo nome a quello che più propriamente avrebbe potuto chiamarsi Mar del Desencanto – mentre per un po’ ciò che oggi è noto come Golfo di California fu chiamato Mar de Cortés. A dare il via invece alla colonizzazione di quella che allora si credeva un’isola, forse perfino il passaggio a Nordovest verso il favoloso Oriente, fu invece il gesuita Juan Maria Salvatierra. Folgorato da un libro sull’evangelizzazione degli indios del Nuovo Mondo, mentre studiava al collegio gesuita di Parma – ne fu così impressionato da farne lo scopo della sua vita – si fece missionario a dispetto dei genitori che sognavano per lui un matrimonio altolocato con qualche nobildonna disponibile.

Gesuiti italiani come Juan Maria Salvatierra e Eusebio Kino aprirono piste, missioni e insediamenti nell’America spagnola Nel 1675 salpò da Genova per la Nueva España, l’attuale Messico, e dopo qualche anno di insegnamento a Puebla si avventurò tra i vertiginosi strapiombi della Barranca del Cobre, il gigantesco «Canyon del Rame» nel cuore della Sierra Madre dove vivevano solo rari gambusinos, i minatori spinti da un’inesauribile sete d’oro e d’argento, e i Raramuri, più conosciuti come Tarahumara, il più importante popolo indigeno a nord di Città del Messico. Tra loro, padre Salvatierra rimase per una decina d’anni evangelizzando interi clan, pur mantenendo vivo il sogno della remota California.

Nel cuore della Sierra de la Giganta L’autorizzazione reale finalmente arrivò nel 1697, accompagnata dalla postilla che i costi dell’operazione sarebbero stati a carico dei gesuiti, e Salvatierra raggiunse Bahia Concepciòn il 15 ottobre con un piccolo battello e sei soldati fondando la missione di Loreto Concho, «testa e madre di tutte le missioni delle Californie». Prete, capitano, e se necessario anche cuoco, «l’apostolo della California» aveva ottenuto i pieni poteri per governare i nuovi insediamenti e si occupava di tutto. In pochi anni fondò sei missioni e realizzò importanti esplorazioni, anche se nel frattempo gli autoctoni che voleva evangelizzare si erano rapidamente estinti, stroncati da epidemie e denutrizione.

Ci voleva altro però per costringere i gesuiti a rinunciare alla costruzione della loro città ideale e, nei settantuno anni in cui controllarono la California, prima di venire espulsi dalle Americhe, esercitarono un ferreo controllo sui nuovi migranti selezionando infaticabili lavoratori devoti all’ideale cristiano, e soprattutto gesuita. Due anni dopo la fondazione di Loreto un altro italiano, padre Piccolo, fondò una seconda missione, San Francisco Javier de Viggé-Biaundò nel cuore della Sierra de la Giganta. Per raggiungerla ancora oggi bisogna seguire l’antico Camino Real misionero, un mantra di tornanti che risalgono serpeggiando a fatica tra canyon foderati da spine di cactus, fino a raggiungere una capsula del tempo segnalata da un campanile spagnolo che emerge da un ciuffo di palme. All’interno di una chiesa spoglia sembrano ancora risuonare i passi metallici dei conquistadores, che forse una preghiera preferivano farla, prima di risalire sempre più a nord attraverso deserti e catene di montagne punteggiati da un rosario di chiese, ventitré solo nella Baja California. Un’opera gigantesca continuata da domenicani e francescani dopo la cacciata dei gesuiti, fino a Sonoma, più a nord di Los Angeles e San Francisco.

Padre Kino Nel frattempo, padre Kino realizzava una sua personale epopea esplorando, costruendo e amministrando una catena di missioni sgranate lungo gli spazi sconfinati all’estremo nord dell’América Española, dal nord del Messico a quella che oggi è l’Arizona. Ventiquattro anni e quaranta viaggi, alcuni con Salvatierra, scoprendo per primo nel 1698 che la California era in realtà una penisola. «Piccolo e magro, vestito poveramente e perennemente disordinato, mite con i più e crudele con sé stesso per le penitenze che si autoinfliggeva, come se non gli bastasse il tempo per vivere», così lo descrissero i suoi contemporanei. Appena affidata una nuova comunità a un confratello, Kino ripartiva per fondarne un’altra, mentre portava a una terza granaglie, alberi da frutto e animali che aveva selezionato personalmente. A San Xavier del Bac, la «Cappella Sistina d’America» nei pressi di Tucson in Arizona, parlano ancora di lui i volti ascetici dei santi spagnoli addolciti dalla manodopera indigena. Più spesso però delle sue missioni sono sopravvissuti solo pochi muri di adobe (terra cruda impastata con pa-

glia) calcinati dal sole di povere chiese, ma molte delle sue comunità sono diventate fiorenti cittadine, un contributo così importante alle origini degli Stati Uniti da meritarsi una statua nel Memorial Hall di Washington, unico italiano tra i Padri Fondatori e i pionieri.

Le piste dei gesuiti Oggi il filo rosso delle piste dei gesuiti riaffiora solo tra le ombre dei canyon più profondi ma lo spirito delle loro missioni si può respirare ancora nello spazio infinito della Baja California. I campanili di Mulegé e San Ignacio emergono da sterminate distese di palme da dattero piantate dai gesuiti, che hanno trasformato il Desierto Vizcaino in oasi sahariane. Non molto lontano una vecchia locomotiva circondata dagli squillanti colori caraibici delle case di Santa Rosalia sembra un’allucinazione ma svela una surreale epopea mineraria testimoniata persino da una chiesetta in ferro progettata da Eiffel, proprio quello della celebre torre. Qui c’era una montagna di rame e nel 1885 il dittatore Porfirio Diaz invitò una compagnia mineraria francese ad aiutarlo: loro dovevano costruire una città e un porto mentre Don Porfirio metteva la manodopera, praticamente gratis visto che si trattava di indios Yaquis deportati. Dopo una sessantina d’anni il rame finì e i francesi se ne andarono lasciando la chiesetta, le locomotive e il profumo di improbabili baguettes che sono il vanto della panetteria locale. Il cuore più segreto della Baja California si materializza con le sue distese infinite di cactus dalle forme extraterrestri, su cui scaldano le ali al primo sole del mattino imperturbabili e funerei zopilotes, gli avvoltoi in paziente attesa di un colpo di sonno di qualche autista di uno dei giganteschi camion argentati che arrancano lungo la leggendaria Carretera Nacional Mexico 1.

Un’immensità che travolge chiunque ma non chi affida certezze assolute proprio al tempo dei gesuiti, «le nostre donne hanno la pelle chiara come le spagnole. Io sono povero, tutti noi siamo poveri, però sono sempre un Villavicencios» spiega con l’orgoglio di chi sa chi è e da dove viene Martin, pastore e discendente di un soldato spagnolo che secondo lui tre secoli fa avrebbe popolato da solo il centro della penisola «figliando come un cane». Perché per i gesuiti fondare una missione significava non solo tirar su le mura di una chiesa, ma soprattutto creare un insediamento umano permanente trasformando profondamente il territorio.

Dopo i primi insediamenti Con loro arrivarono l’allevamento di capre, maiali, pecore e sistemi di irrigazione per sperimentare nuove coltivazioni, grano, datteri, melograni, aranci, fragole, fichi, olive, noci di cocco, mango delle Filippine e uva delle Canarie. In poco più di quarant’anni le missioni di Comondú, Purísima, San Ignacio e San Javier produssero oltre quindicimila litri di vino capace di competere con quello europeo. La loro uva misionera cresce ancora negli orti che avevano fondato, sopravvissuti agli insediamenti scomparsi e al sogno di trasformare la Baja in un Regno dei Cieli sulla terra, isolato sia dalla colonia sia dalla corona spagnola e popolato di convertiti governati solo da Dio. I loro discendenti sono ancora lì, all’ombra di vecchie chiese che al calar della sera si trasformano in sagome scure contro cieli infiammati. Anime testarde ferocemente aggrappate a quella che sarà anche una penisola ma assomiglia ancora a un’isola, almeno nella testa di chi ci vive. Informazioni Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica


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TEMPO LIBERO

Ricetta della settimana - Uova alla fiorentina ●

Ingredienti

Preparazione

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Brunch Ingredienti per 4 persone

1. Sciacquate accuratamente gli spinaci. Tritate finemente lo scalogno e fatelo appassire nell’olio caldo. 2. Trasferite in padella gli spinaci grondanti d’acqua e soffriggeteli, finché si afflosciano. Condite con sale, pepe e noce moscata, poi coprite gli spinaci per tenerli in caldo. 3. Per la salsa olandese, fate fondere lentamente il burro. 4. In una scodella d’acciaio al cromo mescolate i tuorli con il succo di limone, il tabasco e il sale. Sbattete a spuma a bagnomaria e aggiungete a filo il burro fuso, mescolando finché la salsa diventa densa. 5. Togliete la padella dal fuoco e tenete la salsa in caldo a bagnomaria, mescolandola di tanto in tanto. 6. Dimezzate in senso orizzontale i bagel e tostateli. 7. Per le uova in camicia, portate a ebollizione l’acqua con l’aceto. Rompete ogni uovo in una tazza o ciotolina separata. Abbassate la fiamma, l’acqua deve fremere appena. Fate scivolare con cautela nell’acqua le uova, uno dopo l’altro, e con un cucchiaio avvolgete l’albume attorno al tuorlo. Cuocete le uova per 3-4 minuti. Estraetele con una schiumarola e fatele sgocciolare. 8. Distribuite gli spinaci sui bagel dimezzati, accomodateci le uova e irroratele con la salsa olandese. Guarnitele con i germogli o microgreen e servite subito.

Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch

200 g spinaci 1 scalogno piccolo 1 c d’olio d’oliva sale pepe noce moscata macinata 2 bagel 1 l d’acqua 3 c d’aceto di frutta 4 uova fresche germogli o microgreen per guarnire Salsa olandese 120 g di burro 2 tuorli freschi 2 c di succo di limone 1 spruzzo di tabasco sale

Consiglio utile Versare a filo significa aggiungere un ingrediente liquido, ad esempio burro fuso od olio, formando un filo sottile e ininterrotto, e mescolando continuamente. Preparazione: circa 40 minuti. Per pezzo: circa 14 g di proteine, 38 g di grassi, 25 g di carboidrati, 510 kcal Annuncio pubblicitario

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Un post-apocalittico alla conquista del mondo Videogiochi ◆ Sei ex sviluppatori di DICE fondano Embark Studios e lanciano ARC Raiders Kevin Smeraldi

Che cosa succede se sei collaboratori di DICE (Digital Illusions Creative Entertainment), impegnati negli ultimi anni su importanti progetti di fascia tripla A (ndr. alto livello produttivo) come: Battlefield, Star Wars Battlefront e Mirror’s Edge, non sono contenti del loro posto di lavoro? Si licenziano e fondano Embark Studios! Nasce proprio così lo studio di sviluppo di videogiochi indipendente fondato nel 2018 a Stoccolma, composto dai sei proprietari e pochi altri collaboratori, molti dei quali provenienti anch’essi da DICE. Il 30 ottobre dell’anno scorso è uscito il loro primo gioco sul mercato per Playstation 5, Windows e Xbox Series X/S: nel giro di poco tempo ha raggiunto un successo inaspettato, arrivando a toccare addirittura un picco di 960mila giocatori simultanei nel mese di gennaio di quest’anno. Finora Arc Raiders ha raggiunto 14 milioni di copie vendute e numerose candidature ai The Game Awards, quali: gioco dell’anno, gameplay più innovativo, miglior comparto audio e miglior gioco multigiocatore, vincendone il premio per quest’ultima categoria. Niente male per un piccolo studio fondato da poche persone. Ma parliamo più in dettaglio di questo titolo ora: ARC Raiders è ambientato in un mondo post-apocalittico, dove le macchine dominano la superficie. Gli umani si sono rifugia-

ti nella città sotterranea chiamata letteralmente, «Speranza»! Per poter sopravvivere, i predatori sono chiamati a tornare in superficie per rovistare in cerca di provvigioni e per aiutare la loro comunità con attività specifiche. La storia è davvero marginale in questo titolo, infatti viene raccontata superficialmente giusto per dare al videogiocatore un’idea di quello che si sta facendo; ma va bene così, quello che conta è la carne che questo titolo mette sul fuoco in termini di gameplay. Dal punto di vista videoludico, ARC Raiders è uno sparatutto a estrazione in terza persona con un gameplay PvPvE (giocatore contro giocatore contro ambiente / CPU) e può essere giocato da soli o in squadre fino a tre persone. Quale è il senso di uno sparatutto a estrazione? Semplice: si deve arraffare quante più risorse si riesce sulle varie mappe prima che scada il tempo. Nel mentre, bisognerà stare attenti alle creature robotiche super aggressive chiamate «ARC», ma anche agli altri giocatori: con loro si può scegliere se fare squadra per sopravvivere insieme o se combatterli per portarsi a casa tutto il bottino. In quest’ultimo caso, però, se si viene eliminati, addio a tutto quello che è stato trovato; resteranno solo gli oggetti infilati negli «slot sicuri». L’unico modo per salvare il malloppo è chiamare un’estrazione nelle

stazioni apposite, prendere l’ascensore o infilarsi in aree speciali che si aprono solo con una chiave. Occhio a non perdere tutto sul più bello, infatti molti infami aspettano proprio il momento dell’estrazione per uccidere l’avversario e rubargli tutto! Quando si torna alla base sottoterra, inizia il crafting: si può vendere tutto quello che se è riusciti a portare via, migliorare le abilità del personaggio, comprare merce nuova o addirittura costruire armi, gadget e armature fresche per diventare ancora più forti nelle prossime spedizioni. Ci sono pure delle missioni che vengono affidate dai mercanti, completate

Giochi e passatempi Cruciverba Nel 2011 la zecca australiana ha coniato la moneta d’oro più grande del mondo, misura… Completa la frase leggendo, a cruciverba risolto, le lettere evidenziate. (Frase: 7, 10, 2, 8)

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le quali si viene ricompensati con oggetti super utili per semplificare le future spedizioni: possono chiedere di recuperare pezzi rari, sistemare apparecchi rotti o esplorare zone precise della mappa. A parole non si riesce a descrivere cosa realmente questo titolo trasmette, ma possiamo garantire che una volta capito il meccanismo, si viene letteralmente rapiti da questo gioco tanto da arrivare quasi alla dipendenza: ogni «run» è una missione a sé, e che duri 5 o 20 minuti poco importa, perché appena si trova quello che serve la sola cosa che conta è uscire vivi! Estrarre diventa l’unica osses-

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku

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ORIZZONTALI 1. Capovolto non cambia 4. Un dio egizio 6. Termine da tennista 7. Sigla di un esame a raggi X 8. Preposizione francese 9. Tempo inglese 10. Uno sportivo con la tavola 13. Ha un letto ridotto 14. Osso del braccio 18. Non si deve nutrire 20. Un aglio a Parigi 21. Le iniziali dell’attrice Morante 22. Satellite di Saturno 23. L’avverbio dei rimpianti 25. Le iniziali dell’attore Abatantuono

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sione. Soprattutto perché non si sa mai quello che ci aspetta! Ogni «run» è una nuova avventura dove cambia «tutto»: il punto in cui si sale, le macchine che ti danno la caccia, il meteo e persino se è giorno o notte. E soprattutto non è mai possibile sapere che gamer si incontrerà, perché sono tutti lì per lo stesso bottino… E qui viene il bello: cosa si fa quando si incontrano altri che cercano lo stesso bottino? C’è chi parte subito all’attacco per prendersi tutto, chi invece preferisce collaborare per spartirsi il loot e rendere più facile l’estrazione, e chi semplicemente si fa gli affari suoi, sperando di trovare quello che cerca al prossimo giro. Ora, basta immaginare tutto questo mentre giganteschi robot cattivissimi hanno come unico scopo quello di farvi fuori! Vien da sé che spesso conviene unire le forze e sopravvivere insieme piuttosto che rischiare tutto per un bottino che potrà essere trovato successivamente. Noi ci siamo divertiti davvero un mondo a giocare ad Arc Raiders. È un titolo diverso, originale e incredibilmente inaspettato. Visto il costo ridotto rispetto alla maggior parte dei titoli «tripla A» sul mercato ne raccomandiamo l’acquisto a chiunque voglia provare un’esperienza diversa, giocare qualcosa di nuovo, e conoscere questo «nuovo mondo di sparatutto a estrazione». Voto 9/10.

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Soluzione della settimana precedente 26. Albero d’alto fusto 27. Il giorno dei tedeschi 29. Si intrecciano con le trame 30. Una fila di attendenti VERTICALI 1. P rimo cardinale inglese 2. Stimolatore utilizzato nella terapia del dolore (Sigla) 3. L e iniziali del conduttore Timperi 4. Un metallo 5. Il nemico che non dà tregua 7. Malattia infettiva

9. Un anagramma di rito 11. Biblico marito di Betsabea ucciso dal re Davide 12. Un uccello 15. Letta al contrario non cambia 16. Rendono gentile la gente 17. Una lettera greca 19. Caro in Inghilterra 20. Possono essere bianche 23. Affluente del Danubio 24. Suffisso per sale 26. I limiti degli oratori 28. Le iniziali del Duca della Vittoria

PICCOLE CURIOSITÀ – …È LA CHIESA CATTOLICA PIÚ GRANDE DEL MONDO

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


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