Gli algoritmi dei social e i ragazzi: l’analisi di Riccardo Luna nel saggio Qualcosa è andato storto
Nuova ondata di epidemie in Africa, un fenomeno collegato a clima, guerre e tagli agli aiuti
ATTUALITÀ Pagina 13
Dopo Venezuela e Iran chi sarà il prossimo?
Carlo Silini
Seguendo il filo invisibile delle iniziative bellicose promosse dall’aspirante premio Nobel per la pace, ci chiediamo quale sarà, dopo il Venezuela e l’Iran, il prossimo Paese a godere delle attenzioni missilistiche degli Stati Uniti: la Groenlandia? Il Canada? Il Messico? O, perché no, la Svizzera?
Scriviamo queste parole sperando che restino una provocazione paradossale. Ma non ne siamo del tutto certi. La logica che sembra guidare la Casa Bianca appare al tempo stesso ferrea ed elementare: non solo chi rappresenta una minaccia «fisica» per gli Stati Uniti, ma anche chi ha il torto di opporsi alla loro agenda militare o affaristica – ad esempio la Spagna – è suscettibile di ritorsioni inedite.
Potremmo cercare di credere che gli interventi dei Marines servano la nobile causa della libertà dei popoli di Gaza, del Venezuela o dell’Iran. Potremmo raccontarci che il pur bizzoso Donald Trump abbia avuto il merito di porre fine a regimi dittatoriali, antidemocratici e liberticidi, come quelli di Hamas o degli ayatollah, per molti assimilabili al terrorismo; affermazioni in parte corrette. Ma siamo sicuri che la decapitazione di autocrazie allucinanti per mano americana e israeliana rappresenti davvero la fine di una minaccia per l’Occidente – e non invece l’inizio di una lunga stagione di rancorose ritorsioni e di caos globalizzato? Questi rovesciamenti di regime non sono mossi da alte motivazioni ideali, come una maggiore sicurezza del pianeta, bensì da precisi interessi economico-strategici di parte (ne parla anche Aldo Cazzullo a pag. 15). Per Israele l’eliminazione di un acerrimo nemico e dei suoi proxy, per gli Usa l’indebolimento della Cina e il controllo delle risorse energetiche, gas e petrolio in primis.
Che altri possano beneficiare delle «grandi pulizie» israelo-americane resta un mero effetto collaterale, che poco ha a che vedere con i veri obiettivi delle guerre. Resta inoltre da dimostrare che gazawi, venezuelani e ora iraniani trarranno davvero beneficio dall’«aiuto» calato dal
cielo, e che non si ritroveranno presto – e per molti anni – nelle stesse condizioni già vissute da altri popoli «liberati»: iracheni, libici o afghani, precipitati dalla padella nella brace dopo la cacciata dei loro leader.
Ciò su cui non dobbiamo distogliere l’attenzione, infine, è la procedura che ha portato alle operazioni Usa in Venezuela e Iran. Gli attacchi sono partiti in totale assenza di minacce imminenti. I bombardamenti all’Iran sono una guerra preventiva «condotta contro una potenza talmente malridotta che, alla vigilia dell’attacco, aveva di fatto accettato di rinunciare all’atomica» (Lucio Caracciolo), come rivelato dal ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore tra Washington e Teheran. Ancora una volta è stata lanciata una guerra in violazione del diritto internazionale (senza alcun avallo ONU) e perfino delle norme statunitensi (il presidente deve sottoporre qualunque iniziativa bellica al via libera del Congresso). Non solo non c’era urgenza di bombardare l’ex impero persiano, ma a Ginevra si stava individuando una via concordata per risolvere la questione pacificamente. Perciò, America e Israele (su cui riflette Sarah Parenzo a pag. 11) non puntano alla pace. I negoziati internazionali «svizzeri», tanto per l’Iran quanto per l’Ucraina (ne scrive Pietro Bernaschina a pag. 12), sembrano muna cortina fumogena per farci credere che si stia cercando una soluzione diplomatica, mentre le decisioni reali – e opposte – vengono prese altrove, magari in una stanza dorata di Mar-a-Lago. Presto vedremo se questo modus operandi, contrario alle leggi e al diritto, salirà ulteriormente di livello arrivando a colpire anche Paesi pacifici che indispettiscono Trump. Come la Groenlandia – ci siamo andati vicino – o, chissà?, la Svizzera, con quella consigliera federale così presuntuosa da sottrarsi al rito della genuflessione automatica ai dazi doganali punitivi, comminati con sovrana indifferenza agli «sleali» sudditi elvetici, rei – secondo Trump – di beneficiare di un surplus commerciale insopportabilmente lesivo della sua maestà.
CULTURA Pagina 17
Minelli ha trasformato i quartieri più marginali di Buenos Aires in ritratti di presenza e memoria
Dopo due anni, Sergio, Simone e Mihai tornano sulle creste vallesane per la Patrouille des Glaciers
TEMPO LIBERO Pagina 27
Il ruolo della Svizzera nel mondo in subbuglio
APPELLO AI SOCI DELLA COOPERATIVA MIGROS TICINO
Gentili cooperatrici, egregi cooperatori, nel corso della dodicesima settimana che segue questo avviso, la vostra Cooperativa procederà alle elezioni di rinnovo del suo Consiglio di amministrazione e dell’Ufficio di revisione.
Sono da eleggere per un mandato di due anni:
• 5 membri del Consiglio di amministrazione, fra cui il presidente (dal 1° luglio 2026 al 30 giugno 2028);
• l’Ufficio di revisione (esercizi 2026 e 2027).
Il Consiglio di cooperativa e il Consiglio di amministrazione della Cooperativa Migros Ticino, così come il Consiglio di amministrazione della Federazione delle
c ooperative Migros, propongono l’elezione delle seguenti persone: membri del Consiglio di amministrazione:
• Dr. Gianni Roberto Rossi, Gentilino, presidente
• Sharon Guggiari Salari, Lugano, membro
• Luigi Pedrocchi, Grossdietwil (LU), membro
• Renato Soldati, Minusio, membro eletto dal personale (nuovo)
• Daniela Willi-Piezzi, Arbedo, membro
Ufficio di revisione: Ernst & Young, Lugano
I soci della Cooperativa possono presentare proposte elettorali, conformemente alle disposizioni previste dallo Statuto (art. 35) e
del Regolamento per votazioni, elezioni e iniziative (art. 27), che possono essere consultati in tutte le nostre filiali nonché presso la sede della Cooperativa a Sant’Antonino, presentando la quota sociale o la tessera di socio.
Le proposte elettorali devono essere inoltrate entro il 28 marzo 2026 all’Ufficio elettorale della Cooperativa, che è così composto: • avv. Filippo Gianoni, Bellinzona, presidente
• Myrto Fedeli, Cadenazzo, vicepresidente
• Edy Barri, S. Antonino, membro
• Roberto Bozzini, Giubiasco, membro
• Pasquale Branca, Giubiasco, membro
Sant’Antonino, 11 marzo 2026
Il Consiglio di amministrazione
Cooperativa Migros Ticino
Pietro Bernaschina – Pagina 12
Una visita ai nostri partner
Info Migros ◆ Da Zurigo a Nuova Delhi: in viaggio in India con Mario Irminger, CEO di Migros, alla scoperta delle persone e delle aziende che stanno dietro ai prodotti Migros
Christian Dorer, fotografie e testo
Quando Gottlieb Duttweiler fondò la Migros nel 1925, puntò su un’idea rivoluzionaria: acquistare direttamente dai produttori, senza intermediari, per offrire ai suoi clienti prezzi equi. Migros lavora ancora oggi secondo questo principio. In India, un team di 25 collaboratori Migros acquista direttamente da produttori accuratamente selezionati i prodotti che poi vanno a finire sugli scaffali di Migros, Denner e Digitec Galaxus. Per conoscere le persone che stanno dietro ai nostri prodotti, il CEO della Migros Mario Irminger ha visitato l’ufficio in India. Ha fatto il giro del Paese con un tuktuk, un’auto elettrica e un aereo di linea per gettare un’occhiata dietro le quinte. Nelle fabbriche tessili, nei vigneti, nelle produzioni sostenibili e in una scuola nata da questa importante collaborazione.
1a tappa
Dove vengono realizzati i nostri pigiami
Tiruppur, una vivace città dell’India meridionale, è considerata il cuore dell’industria tessile. Nei corridoi di Hero Fashion, le persone si muovono avanti e indietro tra macchine da cucire, balle di tessuto e cartoni, cucendo i capi che presto approderanno sugli scaffali svizzeri.
Quando fondò la sua azienda nel 1989, Sundar Murthy iniziò con sette macchine da cucire. Oggi l’azienda conta 850 dipendenti che si occupano dei vari processi, dalla coltivazione del cotone alla trasformazione dello stesso in pigiami o biancheria intima, compresi – da 30 anni – quelli con l’etichetta «Migros».
«Noi e la Migros condividiamo gli stessi valori», afferma Murthy, «Invece della massimizzazione dei profitti preferiamo occuparci del benessere delle persone e del pianeta».
I suoi abiti soddisfano il rigoroso standard internazionale GOTS per le fibre naturali coltivate biologicamente e l’elettricità utilizzata proviene quasi interamente dall’energia solare ed eolica. Le condizioni di lavoro e gli standard ambientali sono monitorati regolarmente, anche da ispettori del laboratorio Migros SQTS, che effettuano controlli senza preavviso. Ma la discussione resta aperta: se noi oc-
cidentali possiamo permetterci tanti vestiti, relativamente economici, è solo perché le sarte qui in India lavorano otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, per poche centinaia di franchi al mese.
2 a tappa
Una scuola con 1185 «Migros Kids»
A mezz’ora d’auto dalla fabbrica tessile troviamo un muro di pietra blu con la scritta «MIGROS K.I.D.S SCHOOL». Alunni e insegnanti si sono radunati in cortile, pronti per la visita dalla Svizzera. Bambine e bambini indossano uniformi scolastiche colorate con la scritta «MIGROS KIDS» sulla schiena. Sono 1185, di età compresa tra i 6 e i 16 anni. La scuola Migros, situata nel cuore dell’India, fu fondata nel 1988, quando nella regione non c’erano praticamente opportunità di istruzione e molti bambini lavoravano nelle fabbriche tessili. Migros elaborò un progetto scolastico di concerto con gli imprenditori locali. I genitori non ne furono tutti subito convinti: se i bambini avessero smesso di lavorare per andare a scuola, ciò avrebbe pesato sul bilancio familiare.
Oggi, tutte le aziende tessili che producono per la Migros forniscono un contributo alla scuola per ogni capo di abbigliamento prodotto. Dalla fondazione della scuola, più di 30’000 bambini hanno ricevuto un’istruzione; molti hanno poi proseguito gli studi e trovato un lavoro qualificato. Tre degli attuali insegnanti sono stati loro stessi alunni della scuola.
3 a tappa
Foglie di palma e artigianato
Nel padiglione fa caldo e si respira il dolce profumo di foglie di palma essiccate. L’azienda Magnus, situata in una regione rurale dell’India, produce piatti monouso a base vegetale, un’alternativa sostenibile alle stoviglie di plastica. In Svizzera, probabilmente li conoscono tutti, ma quasi nessuno sa quanto lavoro stia dietro a ogni piatto prima che arrivi sui buffet delle nostre feste. Gli agricoltori locali forniscono le foglie di palma, dopodiché più di un centinaio di collaboratori pressa ogni singola foglia grazie a macchinari e al calore, realizzando dei piatti. Questi saranno poi lasciati asciugare e lucidati accuratamente a mano. L’azienda fu fondata venticinque anni or sono come start-up da due fratelli, e
oggi fornisce ben diciannove prodotti a Migros, tra cui piatti, insalatiere e vassoi – ciò corrisponde circa al dieci per cento del fatturato aziendale.
4 a tappa
Nel vigneto
L’aereo a elica di una compagnia aerea indiana low-cost porta la delegazione Migros a nord, nel distretto di Nashik. L’azienda ospitante Mahindra non è attiva solo nel settore agricolo, ma produce anche auto elettriche per il mercato indiano: per questo per la campagna si parte grazie all’energia elettrica. Sebbene Migros rappresenti solo l’1% circa della produzione totale di questo produttore, l’accoglienza è straordinariamente calorosa, con corone di fiori, rituali di candele e foto di gruppo.
5 a tappa
Un pezzo di Svizzera a Delhi
Nel cuore di Delhi è possibile ammirare il centro storico di Zurigo, raffigurato su una parete della sala relax dell’ufficio acquisti, dove venticinque indiani lavorano con grande passione per Migros, Denner e Digitec Gala-
Per una logistica moderna ed efficiente
Info Migros ◆ Il Gruppo Migros sta riorganizzando l’organizzazione delle importazioni di frutta e verdura: dal 2028 la Buonvicini AG gestirà questo settore per conto dell’azienda
Nell’ambito dell’importante riorganizzazione iniziata dal Gruppo Migros, l’obiettivo è quello di creare una logistica d’importazione mirata con due snodi principali: l’attuale sede sud di Stabio e una nuova sede nord.
I due snodi principali della logistica d’importazione del Gruppo Migros saranno a Stabio e a Münchenstein (BL)
Dopo un’intensa valutazione, il centro logistico della Cooperativa Mi-
gros Basilea a Münchenstein (BL) si è rivelato il luogo ideale. I fattori decisivi sono stati la posizione nel triangolo di confine, gli eccellenti collegamenti di trasporto e la possibilità di utilizzare in modo efficiente le infrastrutture esistenti. Inoltre, questa location garantisce collegamenti adeguati per tutti i collaboratori coinvolti.
Al fine di creare lo spazio necessario per la Buonvicini AG a Münchenstein, il Gruppo Migros sta progettando di trasferire l’intera attività logistica della Cooperativa Migros
Basilea a Schönbühl (BE) presso la
xus. La sala riunioni è decorata con le immagini di uno dei primi camion Migros e, naturalmente, ovunque ci sono prodotti che il team ha acquistato per la Svizzera in India: dal latte di cocco M-Budget ai gamberetti e ai guanti in lattice. «Siamo orgogliosi di acquistare per la Migros e siamo sempre felici quando arriva un altro ordine», afferma la responsabile dell’ufficio Gargi Kumar.
6 a
tappa
La notte degli Oscar per i produttori Migros Migros ha invitato i suoi cinquanta fornitori indiani a Nuova Delhi per incontrarli finalmente di persona. Grazie a Bollywood, tutti conoscono la Svizzera poiché alcune scene dei film indiani sono ambientate a Interlaken o Lucerna. Sebbene gli indiani e le indiane – a fronte di una popolazione complessiva di 1,4 miliardi di persone – siano abituati a cifre e dimensioni completamente diverse, sono comunque impressionati dal fatto che la Migros sia il più grande datore di lavoro privato in Svizzera e che impieghi quasi 100’000 persone. Nel suo discorso il CEO Mario Irminger ha dichiarato nel suo discorso: «L’India è un mercato di approvvigionamento strategicamente molto importante per noi. La vostra competenza, la vostra affidabilità e il vostro spirito imprenditoriale sono indispensabili per noi».
In seguito, la sala si trasforma in una sorta di notte degli Oscar indiana: si tengono discorsi elogiativi e si assegnano trofei: per l’innovazione, la sostenibilità e le partnership a lungo termine. Migliaia di chilometri separano la Svizzera da Tiruppur, Nashik e Nuova Delhi. Ma ogni pigiama, ogni piatto, ogni grappolo d’uva raccontano la stessa storia: quella di persone che mettono molta cura, impegno e responsabilità nei prodotti che consumiamo in Svizzera. Per la Migros, la visita in India non riguarda solo l’acquisto di prodotti sostenibili e di alta qualità. È piuttosto sinonimo di partnership, equità e opportunità.
«Noi e la Migros condividiamo gli stessi valori: invece di massimizzare i profitti, ci preoccupiamo di più del benessere delle persone e del pianeta».
Cooperativa Migros Aare, dove potrà essere utilizzata la piattaforma logistica esistente. Le trattative per questo progetto sono state avviate e la firma del contratto è prevista per l’estate del 2026. L’implementazione completa del progetto è pianificata entro il 2030.
Con questa riorganizzazione, il Gruppo Migros pone le basi per una logistica moderna ed efficiente che garantisca la massima freschezza alla clientela e rafforzi in modo sostenibile il core business del Gruppo Migros.
Il CEO Migros Mario Irminger mentre incontra alunne e alunni della Migros Kids School.
SOCIETÀ
Le persone con disabilità in Parlamento Il prossimo 15 giugno nell’aula del Gran Consiglio è prevista la seconda Sessione cantonale delle persone con disabilità
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Diabete, tra prevenzione e cura
Un sano stile di vita può aiutare a prevenire e gestire meglio questa patologia che è una delle malattie croniche più diffuse al mondo
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Il cinema per un futuro sostenibile Il Festival du Film Vert torna in Ticino dal 14 marzo, un’occasione per informarsi e riflettere su ecologia e questioni ambientali
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Cellulari e social, chi li conosce li vieta
ai figli
Il caffè dei genitori ◆ Sempre più Paesi introducono il divieto di usare i social per i giovanissimi, ma com’è stato possibile che gli algoritmi abbiano agito indisturbati fin’ora? La risposta la fornisce Riccardo Luna nel suo ultimo saggio Qualcosa è andato storto
Nell’estenuante battaglia quotidiana condotta al motto di «spegni quel cellulare», molti di noi genitori probabilmente guardano con invidia all’Australia che ha introdotto il divieto dei social sotto i 16 anni e alla Francia che si prepara a fissarlo a 15. La Commissione europea ha invitato gli Stati membri a valutare il divieto sotto i 16 anni con sanzioni per le piattaforme che non attivano sistemi efficaci di verifica dell’età. In Svizzera l’età minima per aprire un account resta 13 anni, come previsto dalle condizioni d’uso delle piattaforme. Ma anche qui il dibattito è aperto: il Consiglio federale ha incaricato l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas), responsabile anche della piattaforma «Giovani e media», di elaborare un rapporto dettagliato sulla regolamentazione dell’accesso dei minori ai social. Il documento è atteso per il 2027. In questo contesto si inserisce, in Canton Ticino, l’iniziativa popolare «Smartphone: a scuola no», promossa dal Centro e sostenuta da deputati di PLR, UDC, PS, Lega e Avanti con T&L. Il comitato ha raccolto oltre 11 mila firme, consegnate alla Cancelleria dello Stato.
A Il caffè dei genitori, indipendentemente da come ciascuno di noi la pensi sui divieti, siamo tutti d’accordo su un punto: ci preoccupiamo troppo di quanto tempo i nostri figli passano davanti allo schermo, quando il vero problema è che ciò che guardano su quello schermo è studiato apposta per farli restare incollati il più a lungo possibile. Come spiega Riccardo Luna, uno dei più autorevoli giornalisti italiani in materia di tecnologia: «L’algoritmo impara continuamente dai nostri comportamenti quali contenuti ci generano una piccola scarica di dopamina, e quindi fa in modo di farceli trovare rinnovati ogni volta che apriamo una certa app. Il punto dunque non è il tempo che i nostri figli trascorrono online, ma che cosa l’algoritmo decide che guardino per farli restare».
Ci domandiamo, allora, com’è stato possibile che gli algoritmi dei social – studiati per attirare sulle piattaforme i giovanissimi, farli stare il più a lungo possibile e incassare in pubblicità – abbiano agito indisturbati. Senza darci alternativa (o quasi) ai divieti. Cosa è successo davvero dietro le quinte? La risposta la fornisce proprio Riccardo Luna nel suo ultimo saggio Qualcosa è andato storto (ed. Solferino, ottobre 2025). E la conclusione che ci consegna è la stessa a cui sono arrivati già anni fa coloro che la tecnologia l’hanno creata e, conoscendola al meglio, hanno deciso di vietarla ai figli. Il primo a lanciare l’allarme è il fondatore di Apple, Steve Jobs, che
nel 2011, poco prima di morire, dice al «New York Times»: «Noi non consentiamo ai nostri figli di usare l’iPad a casa, pensiamo che sia troppo pericoloso per loro». Un concetto espresso in maniera più brutale da Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook assunto nel 2007 per curare la «crescita degli utenti». Nel 2017, dopo aver lasciato l’azienda, Palihapitiya dice di sentirsi «terribilmente in colpa» per ciò che ha contribuito a creare e di aver vietato ai suoi figli di usare «quella merda». That shit, letterale. Nel 2018 è Tim Cook, amministratore delegato di Apple, a spiazzare tutti durante un evento nelle scuole in Gran Bretagna: «Non ho figli, ma ho un nipote e gli ho imposto regole precise. C’è una cosa che non consentirei mai ai ragazzini: usare i social network».
«Il punto non è il tempo che i nostri figli trascorrono online, ma che cosa l’algoritmo decide che guardino per farli restare»
La lista è lunga. Nel giugno 2022 il mio collega Francesco Tortora, raccoglie le scelte di altri capi del Web. Bill Gates, co-fondatore di Microsoft: «Non abbiamo dato il cellulare ai nostri figli finché non hanno compiuto 14 anni». Evan Spiegel, fondatore di Snapchat, permette ai figli solo un’ora e mezza di schermo a set-
timana. Chris Anderson, ex editore di «Wired», bandisce gli schermi dalla camera da letto e impone limiti di tempo e controlli su ogni dispositivo. Susan Wojcicki, ceo di YouTube, concede il cellulare ai suoi cinque figli solo quando hanno iniziato a muoversi da soli e lo sequestra durante le vacanze per aiutarli a «concentrarsi sul presente».
Il motivo di queste scelte Luna adesso lo spiega senza lasciare ombra di dubbio: «Chi queste cose le capiva davvero non aveva bisogno di prove». Le prove, in ogni caso, con il tempo sono arrivate. E sono sconvolgenti. Luna ricostruisce così la vicenda: «Il giorno esatto in cui abbiamo scoperto ufficialmente che Instagram aveva un impatto negativo su adolescenti e bambini, e che Mark Zuckerberg lo sapeva ma è andato avanti per la sua strada, è il 14 settembre 2021. Quel giorno il Wall Street Journal inizia a pubblicare i documenti interni forniti dall’ex dipendente Frances Haugen. Si asserisce che Instagram fa stare male tre adolescenti su dieci, mentre più di una ragazzina su dieci ammette che contribuisce ai suoi disturbi alimentari o peggiora i suoi istinti suicidi. A Menlo Park ci sono state cinque ricerche in diciotto mesi con le stesse conclusioni: il meccanismo della social comparison, il confronto estetico continuo, sta facendo danni. “Aumenta ansia e depressione”, dicono gli adolescenti intervistati, consapevoli
del problema ma incapaci di spegnere tutto. Perché, lo sappiamo, it is not a fair game. È una partita impossibile da vincere. E Zuckerberg? Che ha detto, che ha fatto?». Nulla. La scelta, documentata, è di mettere il profitto davanti alla salute mentale dei nostri giovani. «Quando le aziende della Silicon Valley hanno fatto delle indagini per capire cosa stesse accadendo – spiega Luna –, i risultati dicevano: “Guardate che questa cosa fa male ai ragazzi”. E loro hanno risposto: “Andiamo avanti lo stesso perché ci facciamo i soldi”. Il problema non è fare soldi, non abbiamo ancora trovato un’alternativa migliore all’economia capitalista. Ma se dobbiamo fare soldi anche a costo della salute dei nostri ragazzi, allora sì, qualcosa è andato storto». Anche i ricercatori di TikTok – continua Luna – hanno spiegato ai loro capi che l’uso eccessivo della piattaforma interferisce con alcune «funzioni essenziali della persona tipo dormire, gestire gli impegni scolastici, connettersi con i propri affetti». Anche in questo caso, ci diciamo a Il caffè dei genitori, qualcosa è andato storto. E per capirlo basta mettere a confronto la app occidentale con quella cinese: «Il punto è proprio la differenza fra TikTok e Douyin, che pure teoricamente dovrebbero essere identici –scrive Luna –. Apparentemente lo sono, anche nella grafica, nei colori: ma l’algoritmo è settato in modo opposto.
“TikTok da noi è completamente fuori controllo” ha spiegato una leggenda di Internet, il professor Lawrence Lessig che della rete conosce ogni meccanismo: “TikTok funziona sempre, senza sosta e offre i contenuti peggiori possibili, soprattutto ai giovani, per spingerli a interagire. Mentre la versione cinese è bloccata in determinati orari e limita il tempo totale che puoi trascorrere su di essa. Ma c’è di più. Il suo obiettivo è educativo, è far sognare le persone di poter diventare astronauti. Risultato: se chiedi ai bambini cinesi qual è il loro sogno rispondono: essere un astronauta. Se lo chiedi ai nostri figli la risposta è: essere un influencer. Nessuno in Occidente vorrebbe un sistema cinese. Ci teniamo stretta la nostra libertà. Ma se i cinesi tramite una app convincono i giovani occidentali che il miglior futuro possibile per ciascuno di loro è fare tanti soldi facili diventando influencer, abbiamo un problema. E non è la sicurezza nazionale. È, appunto, il futuro che vogliamo. A che serve studiare, a che serve la scuola se poi i giovani vogliono diventare influencer?”».
Siamo stati fregati. I nostri figli lo sono stati. Qualcosa è, decisamente, andato storto. Almeno rendiamocene conto. A Il caffè dei genitori non abbiamo la certezza che i divieti possano servire. Ma siamo certi dell’utilità di parlare di questi argomenti con i nostri figli. Per renderli, sempre di più, consapevoli.
Simona Ravizza
Pagina
La magia dei tulipani
Attualità ◆ Simbolo di rinascita e bellezza, non possono mancare nelle nostre case con l’arrivo della primavera. Nei reparti fiori Migros sono disponibili in mazzi di diversi colori. Qualche curiosità e consiglio di cura per godere a lungo del loro splendore
Tulipani diversi colori, mazzo da 24, il mazzo Fr. 9.95
Sinonimo di primavera, i tulipani, disponibili in diverse tinte, come rosso, giallo, rosa, bianco, arancione e viola, nonché in versioni multicolore, portano gioia e voglia di rinascita nelle nostre vite. Originari delle regioni montuose dell’Asia Centrale, dove venivano coltivati già nel X secolo, il nome deriva dal persiano «tulban», che vuol dire turbante, forse proprio per la loro somiglianza con il copricapo indossato dalle popolazioni orientali. Le prime notizie di un tulipano coltivato in Europa risalgono alla metà del 1500, in
un giardino di un fiorista dilettante di Augsburg, in Germania. I tulipani vennero quindi introdotti in Francia, Austria e Inghilterra, ma fu soprattutto in Olanda che conobbero un successo e un’accoglienza senza precedenti, per cui ancora oggi il Paese è rimasto fedele a questo fiore diventandone il maggiore produttore a livello globale. È nella regione tra Leida e Haarlem che si concentra il cuore pulsante dei tulipani, dove vengono coltivati principalmente in terra aperta grazie a innovative tecniche agricole.
Prelibatezza in tavola
Per verificare la freschezza dei tulipani all’acquisto, le foglie e gli steli devono scricchiolare leggermente tra le mani. Una volta giunti a casa, trasferire il mazzo di fiori in un vaso alto e riempirlo di acqua fino a metà, aggiungendo il nutrimento fornito all’acquisto. Tagliare i gambi in diagonale per permettere ai tulipani di assorbire meglio l’acqua. L’acqua va cambiata regolarmente, almeno ogni due giorni. Posizionare i fiori in un luogo fresco e luminoso, ma non a diretto contatto del sole e correnti d’aria. Tenerli lontano anche dalla frutta.
Attualità ◆ Gli amanti della buona carne, da domani alla Migros trovano il filetto di manzo australiano in offerta speciale Impossibile resistere alla tentazione!
Il filetto è una massa muscolare a forma piramidale che si ottiene dalla zona lombare dell’animale, nella parte inferiore della schiena. Siccome questo muscolo è poco utilizzato durante i movimenti, risulta morbido e senza fibre dure. Ogni manzo possiede due filetti, del peso complessivo di circa 5 kg, che si riducono sensibilmente una volta che la carne viene rifilata, ossia liberata dal grasso e dai nervi in eccesso.
Il filetto di manzo è una delle parti più ricercate, grazie alla sua tenerezza e al sapore delicato che conquista ogni buongustaio. Inoltre, rispetto ad altri tagli come, per esempio, l’entrecôte e la costata, risulta essere più magro; pertanto, è compatibile con una dieta bilanciata.
Indicato per preparazioni raffinate e gustose, il filetto di manzo è adatto a cotture brevi in padella o alla griglia, sotto forma di bistecche, medaglioni, oppure, se intero, dà un buon roastbeef. È inoltre un’ottima scelta per una tartare al coltello, in ragione del suo sapore autentico. Si consiglia di non condire troppo la carne per non comprometterne l’aroma; basta anche solo qualche fiocco di sale e un pizzico di pepe. La cottura ideale del filetto è al sangue, che corrisponde al massimo a 55°C al cuore. Prima di servirla, lasciare riposare la carne cotta qualche minuto, in modo che i succhi di distribuiscano uniformemente.
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Novità ◆ I porcini arricchiscono molte ricette grazie al loro sapore inconfondibile. I nostri nuovi funghi porcini surgelati interi sono il tuo alleato in cucina per dare quel tocco in più a ogni ricetta
Raccolti e lavorati a mano, già puliti e pronti per essere solo cucinati: i funghi porcini interi surgelati Asiago Food ti aiutano a portare in tavola facilmente e in poco tempo tutto il profumo del bosco. Ingredienti gourmet di molte pietanze, sono perfetti per accompagnare paste, risotti, polenta, pizza e piatti a base di carne e pesce. Non occorre scongelarli troppo prima di cuocerli, ma quel tanto che basta per poterli affettare con facilità. Oltre a utilizzarli per arricchire le tue ricette più variegate, li puoi anche servire da soli, semplicemente rosolandoli per una decina di minuti con un filo d’olio d’oliva, aglio e prezzemolo tritato a piacere.
La ricetta Pappardelle ai funghi porcini
Ingredienti per 4 persone
• 5 00 g di porcini
• 2 spicchi d´aglio
• 4 cucchiai d’olio d´oliva
• sale • pepe di Caienna
• 5 00 g di pappardelle
• ½ mazzetto di menta
• 5 0 g di parmigiano
Preparazione
Mondate i funghi e tagliateli a fette di ca. 5 mm. Tagliate a fettine anche l’aglio. Scaldate la metà dell’olio in una padella antiaderente. Rosolatevi l’aglio e i funghi da entrambi i lati per ca. 5 minuti a fuoco medio. Condite con sale e peperoncino di Caienna. Lessate le pappardelle al dente in abbondante acqua salata, scolatele recuperando ca. 0,5 dl di acqua di cottura. Fate sgocciolare le pappardelle. Tagliate la menta a striscioline, mescolatela con l’olio rimasto e l’acqua di cottura e mescolate con la pasta. Distribuitela nei piatti. Servite i funghi sulla pasta e guarnite con scaglie di parmigiano.
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Un Parlamento che vive la disabilità
Ticino ◆ Il prossimo 15 giugno nell’aula del Gran Consiglio è prevista la seconda Sessione cantonale delle persone con disabilità
Guido Grilli
Sono una trentina. Formano un Parlamento, ma lontano dalle logiche partitiche, uniti da una condizione comune – la disabilità – e dalla volontà di contribuire con le istituzioni a trovare soluzioni concrete per migliorare la quotidianità delle loro vite e di chi è costretto a confrontarsi con uno svantaggio fisico, psichico o cognitivo. Dopo la prima Sessione parlamentare cantonale delle persone con disabilità inaugurata nel 2024, ecco la seconda, due anni dopo, pronta a prendere il via il prossimo 15 giugno fra i banchi del Palazzo delle Orsoline a Bellinzona.
«Queste persone troppo spesso e a torto considerate unicamente come destinatarie di politiche sociali, diventano protagoniste del dibattito»
Danilo Forini, vanta un duplice sguardo sulla tematica: quello di direttore della Regione Sud di Pro Infirmis e di deputato in Gran Consiglio. «L’iniziativa – dichiara – nasce tre anni fa, da una prima sessione parlamentare federale, sostenuta anche da una campagna promozionale di Pro Infirmis, con l’obiettivo di stimolare la partecipazione delle persone con disabilità alla vita pubblica in generale, sia politica che associativa. Abbiamo organizzato a tal fine anche dei corsi di formazione dedicati, alla presenza di politologi ed esperti della comunicazione. Questo per offrire alle persone con disabilità –che rappresentano il 22% della popolazione in Svizzera – strumenti mirati per affrontare ad esempio una campagna elettorale. È partendo da questa iniziativa che l’allora presidente del Gran Consiglio ticinese, Nadia Ghisolfi, si è fatta promotrice di inaugurare la prima sessione parlamentare cantonale per persone con disabilità, la cui organizzazione pertiene proprio all’Ufficio presidenziale. E la seconda puntata in calen-
Viale dei ciliegi
Bridget Marzo
Il primo migliore amico.
Una storia dell’età della pietra Il Castor (Da 5 anni)
Questo albo illustrato ha tanti pregi: prima di tutto è una bella storia, molto ben illustrata. Poi è ambientata nella preistoria, e – pur evitando, intelligentemente, pesantezze didattiche – ci dice cose interessanti su di essa, e lo fa con cognizione e documentazione. Poi è perfetta per la lettura ad alta voce, perché la narrazione, e la rappresentazione dell’ambiente preistorico, procedono anche attraverso i suoni e i rumori in cui la storia è immersa. «Tap tap clink!» fanno i genitori della piccola Mo, scheggiando la selce; «tump tump!», fa la nonna, sbattendo la polvere dalle pellicce invernali, e così via, con una suggestiva colonna sonora di gente al lavoro, di esclamazioni di bimbi, di versi di animali. Un altro pregio è che l’autrice crea una protagonista con cui molte piccole lettrici potranno identificarsi, non importa se lontane cronologicamente da lei migliaia di anni, anzi, questo saper rendere universali le emozioni è una qualità dei migliori autori. Mo è una
dario il 15 giugno è stata promossa dall’attuale presidente Fabio Schnellmann e dall’attuale vice Daria Lepori che ad aprile assumerà la carica di presidente. Il progetto ha ottenuto il benestare dell’Ufficio Presidenziale, dei Servizi del Gran Consiglio, del Dipartimento della sanità e della socialità, del Fondo Swisslos gestito dal Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport e dell’Amministrazione cantonale in generale. Come Pro Infirmis, abbiamo quindi ricevuto il mandato di coordinare l’organizzazione della seconda seduta che riprenderà i temi affrontati nella prima».
Disabilità e inclusione, adesso! è stata la risoluzione scaturita dai lavori del 2024, discussa e accolta all’unanimità dai 29 deputati presenti, che richiede interventi in materia di inclusione, accessibilità, lavoro e sensibilizzazione. Sui risultati concreti Danilo Fiorini spiega che «da quella risoluzione sono sfociate tre petizioni che sollevano più sensibilità legate ai diversi aspetti della disabilità, perché abbiamo una pluralità di persone non vedenti, audiolese, con problemi motori o con deficit cognitivo. Sono dunque stati identificati bisogni concreti che vanno migliorati. Le tre petizioni sono state inoltrate, una al Governo, una al Gran Consiglio e una ai Comuni. Se Governo e Parlamento hanno nel frattempo già risposto agli atti parlamentari, non si può dire altrettanto per i Comuni, dei quali solo sette hanno dato reale seguito. Il 15 giugno i lavori proseguiranno, visto che in ogni caso non tutti i punti contenuti nelle petizioni sono stati evasi». Ma com’è la rispondenza da parte delle persone con disabilità sul fatto di poter prendere parte attiva a un loro Parlamento? Danilo Fiorini: «Una certa disaffezione alla cosa pubblica che vediamo nella società in generale è percepibile. Abbiamo anche nei nostri Comuni ticinesi partiti storici che non riescono a raccogliere un numero sufficiente di candidati. Vie-
ne meno l’abitudine di esprimere la propria opinione. Questa iniziativa si propone dunque di rilanciare la partecipazione alla vita politica. Per rispondere alla domanda, il problema si pone sia per le persone con, sia per le persone senza disabilità, in eguale misura. Come Pro Infirmis ci adoperiamo affinché le persone con disabilità possano entrare in politica. Questa Sessione del 15 giugno può rappresentare una prima esperienza per poi entrare in Parlamento. D’altronde esempi non mancano, basti pensare all’esperienza politica dell’ex Consigliere di Stato Manuele Bertoli. Il mio auspicio per le persone con disabilità, visto che ci avviciamo al biennio 2027-2028, quando avrà luogo la prossima tornata elettorale, è che si facciano avanti nei vari partiti e si candidino ai vari livelli: cantonale, federale e comunale».
La sfida è anche logistica, la sala del Gran Consiglio è predisposta ad accogliere la seconda sessione dei de-
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bambina dell’età della pietra, ma è anche una «sorella maggiore», che a volte sente il peso di un fratellino da preservare dal pericolo (quando si avvicina troppo a una fiamma) o da arginare nel suo tentativo di impadronirsi del mondo (quando gli vieta di agguantare un uccellino caduto dal nido), che a volte si sente un po’ sola, e allora –come potrebbe fare anche una bimba di oggi, se volesse scrollarsi di dosso il ruolo troppo stretto di sorella maggiore – va nel suo rifugio segreto, «ad ascoltare il mondo». Qui avverrà un incontro, che darà la svolta alla storia, e che ne costituirà il focus. In un cespuglio trova un cagnolino ferito, «una
bestia selvaggia» nella prospettiva di Mo (attraverso cui è raccontata la vicenda), la quale non ha mai visto un cane. Ma basterà poco perché la «bestia selvaggia», «piccola e tutta sola, proprio come Mo», entri in relazione giocosa e fiduciosa con la bambina, la quale saprà trovare tutta la sua autorevolezza per convincere la comunità che il cane «non è una bestia selvaggia! È il mio nuovo amico». Un nuovo amico che diventerà pure un piccolo eroe, perché salverà il fratellino di Mo da una lince affamata. Qui potremmo sottolineare anche il tema del pregiudizio nei confronti del diverso, e dell’importanza dell’accoglienza, che è certo un altro pregio del libro; ma mi interessa sottolineare il fatto che Mo, nel coraggio di opporsi al pregiudizio della sua comunità, si faccia «più grande che può», e venga anche disegnata grande sulla pagina, più grande degli adulti, così che la forza simbolica conferita all’immagine rende la storia anche un piccolo racconto di crescita. Un racconto che, come si accennava, per l’ambientazione si basa su fonti serie e citate nella prima pagina; mentre le ultime pagine sono dedicate alle tecniche di sopravvivenza
putati con disabilità? «Per organizzare la prima sessione – spiega Fiorini – abbiamo dovuto lavorare con i servizi della logistica e con l’amministrazione cantonale per rendere più accessibile la sala del Gran Consiglio, che lo era solo parzialmente. Ora, in vista della seconda seduta, il lavoro sarà più facile. L’aspetto importante non sarà certo il colore partitico dei deputati, quanto piuttosto che i parlamentari siano rappresentativi dei vari tipi di disabilità, perché evidentemente le problematiche di una persona non vedente sono molto differenti da quelle di chi è in carrozzella. I deputati con deficit cognitivo parteciperanno alla sessione con degli accompagnatori e saranno aiutati con strumenti ausiliari: tutta la seduta sarà tradotta in “lingua facile”, così pure i diversi documenti. Sarà inoltre in uso la lingua dei segni, vi saranno apparecchi specifici per le persone audiolese che ne amplificano la voce. Tutta questa tecno-
logia potrà essere disponibile anche in vista dell’arrivo in Gran Consiglio di persone con disabilità nel prossimo quadriennio 2027-2031. Fra l’altro, Pro Infirmis sta collaborando anche all’organizzazione della seconda Sessione parlamentare federale per persone con disabilità, in programma il 21 ottobre a Palazzo federale, su invito del presidente della Camera bassa Pierre-André Page. E in questo caso una vera e propria campagna elettorale è in atto, dal momento che per accedervi occorre essere eletti. Si tratta di un’ulteriore possibilità, nel segno del rafforzamento dell’inclusione. Tengo ad evidenziare che tutti i contenuti delle sessioni sono decisi, trattati e approfonditi solo ed esclusivamente dalle persone con disabilità, in assoluta indipendenza. Il nostro ruolo si limita all’accompagnamento, non interveniamo nella definizione dei testi». All’organizzazione della seconda Sessione cantonale delle persone invalide è coinvolto anche l’Ufficio degli invalidi del DSS. Evidenzia il responsabile, Christian Grassi: «Questa iniziativa rappresenta un momento di straordinaria importanza civile, politica e culturale per l’intero Cantone. In un contesto in cui il tema dell’inclusione è spesso centrale nel dibattito pubblico, questa iniziativa offre alle persone con disabilità la possibilità concreta di partecipare attivamente alla vita democratica, prendendo la parola all’interno di uno spazio simbolico e istituzionale importante come la sede del Gran Consiglio. Le persone con disabilità, troppo spesso e a torto considerate unicamente come destinatarie di politiche sociali, diventano protagoniste del dibattito, portando proposte concrete, esperienze dirette e vissute, così come riflessioni maturate nella quotidianità. Le proposte che emergeranno durante la seconda sessione potranno avere ricadute tangibili sul dibattito pubblico e politico e a livello cantonale nonché comunale».
dell’età della pietra, e soprattutto alla scoperta che ha dato l’ispirazione all’autrice, ossia il fatto che nella grotta di Chauvet, in Francia, siano state ritrovate le impronte di un bambino e di un cane che camminano fianco a fianco, impronte risalenti a 26’000 anni fa. Queste impronte sono peraltro raffigurate nei risguardi del volume, conferendo ad esso un ulteriore plus di raffinatezza e di compiutezza.
Collana Il mondo in tasca Terre di Mezzo (Per tutti)
Sono piccole, sono fatte a cartoncini tenuti insieme con un anello (che ti puoi agganciare allo zaino, o alla cintura), sono agili, belle e precise. E ti invitano a uscire all’aria aperta, e a prenderti il tempo di osservare. Ad esempio, gli alberi, gli insetti, gli uccelli, o anche le nuvole. Ad ognuno di questi temi è dedicata una piccola guida della collana «Il mondo in tasca», un progetto spagnolo che l’editore Terre di Mezzo propone ora ai lettori di lingua italiana: ogni cartoncino di cui è composta la guida è una scheda che ha sul fronte l’illustrazione
(dell’albero, dell’insetto, della nuvola o dell’uccello in questione) e sul retro un breve testo di spiegazione scientifica. Le illustrazioni sono affidate ad Anna Sanjuan, esperta di pittura paesaggistica, botanica e animale; i testi ad esperti del tema in questione. In un’epoca in cui la guida tascabile è prevalentemente il cellulare, con le sue varie app o intelligenze artificiali, queste piccole guide naturalistiche fatte di schede a cartoncino sono una scelta coraggiosa e intelligente. E anche rilassante, perché ci inducono a rallentare per vedere le piccole meraviglie che ci stanno accanto, anche sul più quotidiano dei nostri cammini.
di Letizia
Bolzani
Diabete: una malattia in crescita
Salute ◆ Un sano stile di vita può aiutare a prevenire e gestire meglio questa patologia che è una delle malattie croniche più diffuse al mondo: in Svizzera ne soffre il 5,3% degli adulti
Maria Grazia Buletti
Il diabete è una delle malattie croniche più diffuse nel mondo. Secondo l’International Diabetes Federation, nel 2024 circa l’11,1% degli adulti (1 su 9, tra i 20 e i 79 anni) convive con il diabete, pari a circa 589 milioni di persone. Entro il 2050 si prevede che il numero salga fino a circa 850 milioni di adulti. Inoltre, oltre 4 persone su 10 con diabete non sanno di esserne affette, con un maggiore rischio di complicanze non diagnosticate. In Svizzera la diffusione è più bassa della media globale, ma comunque significativa: nel 2024 circa 5,3% degli adulti tra 20 e 79 anni ha il diabete, corrispondente a oltre 430’000 persone adulte.
«Si tratta di una malattia metabolica caratterizzata da un’alterazione della glicemia, che si manifesta quando l’organismo non riesce a regolare correttamente i livelli di zucchero nel sangue a causa di una produzione insufficiente di insulina o di una sua ridotta efficacia. Oggi se ne parla spesso perché lo stile di vita moderno (fatto di alimentazione ricca di zuccheri, sedentarietà e aumento di peso) ne favorisce lo sviluppo, soprattutto del diabete di tipo 2». Così esordisce la dottoressa Susanna Hacker, specialista in Endocrinologia e Diabetologia che inizialmente chiarisce: «Si presenta principalmente in due forme, molto diverse tra loro: il diabete di tipo 1 spesso compare durante l’infanzia o l’adolescenza ed è causato da un malfunzionamento del sistema immunitario che distrugge le cellule del pancreas responsabili della produzione di insulina. Chi ne è affetto ha bisogno di terapia insulinica fin dall’inizio, ma con una corretta educazione allo stile di vita può condurre una vita normale. Il diabete di tipo 2, invece, è più comune negli adulti e si sviluppa quando l’insulina prodotta dal pancreas non funziona più correttamente, situazione nota come insulino-resistenza».
I diabete è una malattia metabolica caratterizzata da un’alterazione della glicemia, che si manifesta quando l’organismo non riesce a regolare correttamente i livelli di zucchero nel sangue
A favorire questa seconda forma contribuiscono «fattori genetici, sovrappeso e abitudini alimentari poco salutari e, anche in questo caso, adottare uno stile di vita sano può prevenire l’insorgenza della malattia o rallentarne la progressione». In ogni caso, il diabete di tipo 2 non è dovuto esclusivamente allo stile di vita della persona: «Esistono pure predisposizioni genetiche importanti, che aumentano il rischio di sviluppare la malattia. Tuttavia, dobbiamo ribadire la strategia più efficace per prevenire o ritardare l’insorgenza della malattia rimane lo stile di vita sano». D’altronde, Hacker sottolinea che la prevenzione è fondamentale e non riguarda solo il diabete: «Vivere secondo regole igieniche salutari, fare movimento e alimentarsi correttamente migliora anche la salute metabolica, cardiovascolare e ossea».
Riconoscere il diabete per tempo può fare davvero la differenza: «Tra i segnali a cui prestare attenzione ci sono una stanchezza insolita, anche
senza motivi apparenti, una sete intensa accompagnata da frequente bisogno di urinare, un appetito costante con voglia di dolci anche dopo i pasti e un aumento di peso, soprattutto nella zona addominale». La specialista sottolinea allora che rivolgersi rapidamente al proprio medico di famiglia è fondamentale: «Permette di controllare la salute, confermare la diagnosi e iniziare subito un percorso di gestione della malattia, riducendo il rischio di complicanze».
La buona notizia è dunque che il diabete di tipo 2 si può in gran parte prevenire: «Il che non significa vivere di divieti o rinunce estreme, ma imparare a gestire le proprie abitudini quotidiane». La dottoressa Hacker ripassa in rassegna le poche regole concrete che una persona responsabile può attuare senza grandi fatiche, come stile di vita, aggiungendo che «pure l’attività fisica regolare è fondamentale, perché migliora la sensibilità all’insulina e sostiene il benes-
L’APPUNTAMENTO
Conferenza pubblica
sere generale. E infine, il supporto motivazionale, attraverso educazione alimentare e strategie per gestire i comportamenti legati al cibo, può fare davvero la differenza». L’obiettivo è quello di creare abitudini sostenibili nel tempo, evitando di affidarsi a diete lampo o restrizioni temporanee: «Così si riduce il rischio di complicanze e si mantiene uno stile di vita sano senza ricorrere eccessivamente ai farmaci».
Quando si parla di cura del diabete, non esiste una soluzione valida per tutti, poiché la terapia dipende dal tipo di diabete e dalle esigenze di ogni paziente: «Nel diabete di tipo 2, il farmaco di prima scelta è spesso la metformina, generalmente ben tollerata». La chiave del successo è una cura personalizzata, che tenga conto delle condizioni, delle abitudini e delle motivazioni del paziente: «Un approccio integrato, che combini farmaci, alimentazione equilibrata, attività fisica regolare e supporto psicologico,
permette di ottenere i migliori risultati; mentre per garantire una gestione completa e sicura della malattia nei casi più complessi, ad esempio in presenza di obesità severa o disturbi del comportamento alimentare, diventa fondamentale il lavoro di un team multidisciplinare (che comprenda figure come psicoterapeuta, nutrizionista o altri)».
È oramai noto che negli ultimi anni sono disponibili anche nuovi farmaci, come gli inibitori del GLP-1 (tra cui il semaglutide), che possono essere un valido supporto nel controllo della glicemia e del peso ma, tiene subito a sottolineare la nostra interlocutrice, «essi non rappresentano una soluzione miracolosa». Occorre quindi fare chiarezza su quella che potrebbe sembrare «una scorciatoia» all’approccio del problema. «È innegabile che tra i nuovi farmaci, il semaglutide può essere un valido aiuto per controllare il peso e la glicemia, ma i risultati migliori si ottengono
Diabete: prevenzione e cura in un approccio integrato
Il Ciclo di conferenze gratuite di Rete Sant’Anna in Ticino promuove prevenzione, diagnosi precoce e stili di vita sani. Gli incontri si tengono di martedì alle 18:30 in diverse sedi e, al termine, gli specialisti rispondono a domande e curiosità.
L’appuntamento di martedì 24 marzo 2026 alle 18.30 sarà presso la Sala Conferenze della Clinica Sant'Anna, in Via Sant’Anna 7 a Sorengo (Stabile Villa Anna 2).
Il diabete è una delle malattie croniche più diffuse, ma oggi può essere
prevenuto e gestito efficacemente grazie a diagnosi precoce, stile di vita sano e terapie personalizzate. Durante la conferenza parleremo di prevenzione, alimentazione, attività fisica e nuovi farmaci, con uno sguardo integrato che mette al centro la collaborazione tra medico di famiglia e specialista. Un incontro informativo aperto a tutti per capire come vivere meglio e con maggiore consapevolezza.
Relatrici della serata saranno la Dr.ssa med. Susanna Hacker specialista in Endocrinologia e Diabetologia e
Pubbliredazionale
solo se accompagnato da un cambiamento dello stile di vita. L’esperienza clinica mostra che chi si affida esclusivamente al farmaco, senza modificare abitudini alimentari e attività fisica, ottiene benefici limitati». Per questo motivo, avverte la dottoressa, «è fondamentale lavorare su motivazione e consapevolezza, imparando a comprendere il proprio rapporto con il cibo, affrontare eventuali difficoltà comportamentali e costruire un percorso di cambiamento realistico e duraturo».
Sul semaglutide, nonostante la comunicazione mediatica possa generare false aspettative, il messaggio corretto è chiaro: «Il farmaco è uno strumento di supporto al percorso e alla responsabilizzazione del paziente, non una soluzione definitiva». Ad ogni modo, vivere bene con il diabete è possibile: «Nel diabete di tipo 1, un’educazione precoce e una gestione attenta dell’insulina permettono a bambini e adolescenti di diventare adulti con una piena qualità della vita. Nel diabete di tipo 2, intervenire sullo stile di vita e sul peso corporeo può rallentare l’evoluzione della malattia e ridurre il rischio di complicanze come ipertensione, problemi cardiovascolari o alterazioni dei grassi nel sangue».
la Dr.ssa med. Rosita Dell'Orto, specialista in Medicina interna generale. Segue un rinfresco. Ingresso libero previa registrazione allo +41 79 513 26 79 o scansionando il QR-code
La dottoressa Hacker conclude sottolineando l’importanza di un approccio multidisciplinare, insieme a un attento ascolto del paziente: «L’ascolto permette di comprendere a fondo le difficoltà che hanno portato la persona alla sua condizione e di individuare le figure più adatte da coinvolgere nel percorso di cura, dal diabetologo al nutrizionista, fino allo psicologo e ad altri specialisti quando necessario». L’obiettivo resta chiaro: «Non vivere per la
vive-
a con-
motivazione e supporto professionale».
malattia, ma
re bene con la malattia, grazie
sapevolezza,
Chi soffre di diabete deve tenere sempre sotto controllo il livello della glicemia (Freepik.com)
GUSTO
Aglio orsino
Hummus all’aglio orsino
Aperitivo
Per 4 persone
250 g di ceci in scatola
50 g d’aglio orsino ½ limone
1 cucchiaio di tahina (pasta di sesamo)
3 cucchiai d’olio d’oliva sale un poco di pepe dal macinapepe
1. Scolate i ceci, sciacquateli e fateli sgocciolare.
2. Lavate le foglie di aglio orsino e asciugatele bene tamponandole. Mettetele in un tritatutto con i ceci, aggiungete la scorza di limone grattugiata finemente, ca. 2 cucchiai di succo di limone, la tahina e l’olio d’oliva. Condite con sale e pepe e frullate tutto fino a ottenere un hummus bello cremoso.
3. Regolate di sale, pepe e insaporite con qualche goccia di succo di limone. Ideale da accompagnare con verdure, pane arabo o baguette.
Aria di primavera
La nuova stagione entra in cucina con l’aglio orsino. Questa erba aromatica aggiunge sapore e gusto al piatto. Le nostre ricette preferite
Claudia Schmidt
Aglio Orsino alla Migros
Aglio orsino per 100 g Fr. 3.50
Qui
Raccogliere aglio orsino come un professionista
Per non incappare in piante simili velenose, bisogna essere molto cauti. Qualche consiglio.
Rischio di confusione
Il mughetto e il colchico d’autunno sono simili all’aglio orsino, ma sono velenosi. Le foglie dell’aglio orsino si trovano singolarmente su un gambo allungato e il loro lato inferiore è opaco. Le foglie del mughetto crescono di solito a coppie su un gambo corto e presentano venature chiare e forti. Il colchico d’autunno forma una rosetta a fascio senza stelo con diverse foglie lucide sia sul lato superiore sia su quello inferiore.
Lavare le foglie
Dove cresce l’aglio orsino, di solito vi-
vono anche le volpi. Attraverso le loro feci diffondono la pericolosa tenia della volpe sulle piante. Per questo motivo è necessario lavare sempre molto bene le foglie di aglio orsino.
Lo sapevi?
Il nome botanico dell’aglio orsino (Allium ursinum) è composto da Allium (aglio) e ursus (orso). Secondo la tradizione popolare, si pensava che gli orsi mangiassero questa pianta come primo alimento fortificante dopo il letargo.
Per questo motivo, presso i Germani si credeva che consumare aglio orsino donasse la forza degli orsi.
Omelette all’aglio orsino con briciole di pancetta
L’aglio orsino conferisce gusto a queste omelette arrotolate come le tamagoyaki giapponesi. Una delizia per il brunch con pancetta rosolata e salsa olandese.
Ramen all’aglio orsino
L’aglio orsino dà un tocco speciale a questa zuppa di noodle giapponese. Oltre a ramen e brodo, il piatto principale include shiitake, broccolini e uova.
Feta croccante all’aglio orsino su insalata primaverile
Piatto principale
Per 4 persone
400 g di feta
20 g d’aglio orsino
200 g di panko (pangrattato giapponese)
4 cucchiai di farina
2 uova
4 cucchiai di burro per arrostire
4 cucchiai d’olio di girasole
3 cucchiai d’aceto alle erbe
1 cucchiaio di senape granulosa
1 cucchiaino di miele liquido sale pepe
400 g d’insalata da taglio mista
1. Taglia la feta a bastoncini di ca. 1,5 cm di spessore.
2. Sciacqua le foglie di aglio orsino e asciugale tamponandole. Tritale finemente e mescola il trito con il panko in un piatto fondo.
3. Versa la farina e le uova in piatti fondi separati. Sbatti le uova.
4. Passa i bastoncini di feta dapprima nella farina, poi nelle uova sbattute e infine nel panko, premendo la panatura per farla aderire bene alla feta.
5. Dora i bastoncini nel burro caldo, pochi alla volta, per ca. 2 minuti, finché la panatura diventa croccante.
6. In una scodella mescola bene l’olio con l’aceto, la senape e il miele. Condisci la salsa con sale e pepe. Aggiungi le foglie d’insalata e mescola con cura.
7. Servi nei piatti l’insalata con i bastoncini di feta.
Il cinema che racconta un futuro sostenibile
Festival du Film Vert ◆ Torna anche in Ticino la rassegna cinematografica dedicata all’ecologia e alle questioni ambientali
Barbara Manzoni
Sensibilizzare e informare la popolazione sulle questioni ambientali e sullo sviluppo sostenibile, è questo lo scopo principale del Festival du Film Vert che si svolgerà dal 7 marzo al 12 aprile prossimi. Ma la rassegna, nata nel 2006 a Orbe nel Canton Vaud dall’idea del suo fondatore e attuale direttore Nicolas Guignard, vuole anche essere un momento di scambio e condivisione tra persone che hanno a cuore la protezione del nostro pianeta.
In questi venti anni di attività il Festival du Film Vert ha avuto una crescita costante di pubblico, la sua programmazione si è ampliata, le sedi si sono moltiplicate. Tra le peculiarità che ne hanno segnato il successo c’è sicuramente la struttura stessa della rassegna: è un festival diffuso su un ampio territorio, cioè non ha un epicentro in una sola città, ma si svolge in tante località tra la Svizzera romanda, la Francia e il Ticino. Multisito, internazionale e bilingue il Festival vive e si sviluppa grazie al volontariato di tanti piccoli gruppi locali. Nel 2025 ha toccato 116 località differenti e ha raggiunto 24’400 spettatori. A coordinare il tutto vi è una sede centrale che si occupa soprattutto della parte amministrativa e sostiene i costi maggiori a livello organizzativo, centralizza la comunicazione e insieme ai gruppi locali ricerca e seleziona i film. Il Festival transfrontaliero coinvolge dunque un’ampia zona geografica (a nord è arrivato fino in Normandia a sud fino in Ticino) e raccoglie così diverse sensibilità dimostrando che le questioni ambientali sono universali e travalicano frontieri fisiche e linguistiche. Nel corso degli anni il Festival du film Vert ha poi coltivato diverse relazioni, collabora con il festival Film für die Erde di Winterthur, partecipa alle rete Green Film Network, assegna dei premi durante la serata di inaugurazione, il più importante è il Prix Tournesol.
Il Festival che pensa globale e agisce localmente si svolgerà per l’ottava volta anche in Ticino con proiezioni previste il 14, 21 e 28 marzo (vedi box). Ne abbiamo parlato con Jennifer Schwarz, coordinatrice del gruppo di volontari che si occupano dell’organizzazione nel nostro cantone.
Jennifer Schwarz, come è nata l’idea di portare il Festival du Film Vert in Ticino?
Il Festival du Film Vert è arrivato nel nostro cantone grazie ai volontari di Greenpeace Ticino, di cui io sono la coordinatrice, invitati dalla sede centrale di Greenpeace e sull’esempio di altri gruppi attivi nella Svizzera romanda che già organizzavano il festival in diverse località. Non avevamo mai avuto esperienze di attività del genere e ci siamo presi il tempo di seguire il festival da vicino per un anno, poi abbiamo deciso di lanciarci e nel 2019 abbiamo organizzato la nostra prima giornata al cinema Lux di Massagno.
Come si è sviluppato il festival nel nostro cantone?
Per la prima edizione nel 2019 abbiamo proposto solo una domenica pomeriggio che è andata molto bene. Siamo rimasti positivamente sorpresi dall’interesse dimostrato dal pubblico. Così di anno in anno abbiamo aumentato il numero di
Il manifesto dell’edizione 2026 del Festival du Film Vert che si terrà dal 7 marzo al 12 aprile. (CARO / graphisme: vosimages.ch, blancarmina.ch)
film e di proiezioni organizzando anche incontri con esperti o registi. Il periodo più difficile è stato ovviamente quello segnato dalle restrizioni del Covid ma ce l’abbiamo fatta e non ci siamo mai fermati. Anche le sedi si sono moltiplicate, il festival è da sempre presente al Cinema Lux di Lugano-Massagno e da tre anni grazie alla preziosa collaborazione dei volontari di Basta Poco siamo presenti anche a Locarno. L’anno scorso abbiamo collaborato con Airolo in Transizione e abbiamo organizzato delle proiezioni in Leventina, quest’anno invece siamo ospiti del Museo della pesca di Caslano dove proponiamo la proiezione di un bellissimo documentario che racconta la vita di una piccola seppia nel mare della Bretagna.
Perché è importante proporre un festival di soli film e documentari dedicati all’ecologia e all’ambiente
Sabato 14 marzo 2026, Museo della Pesca, Caslano
• 17.00
Astral
Cortometraggio animato. Sepia, l’odyssée d’une seiche (v.o. fra)
Lungo le coste bretoni, seguiamo l’avventura di una giovane seppia. Documentario che celebra la bellezza degli oceani ed esorta a proteggerli.
Vincitore dell’European Wildlife Film Awards 2026. Sarà introdotto dalla biologa marina Cristiana Barzaghi.
• Al termine, rinfresco preparato da La bottega di Sorengo.
Sabato 21 marzo 2026,
Cinema Lux, Massagno
• 14.30
Éclaireurs – Pionieri (v.o. fra, sottot. ita)
Le conseguenze della crisi ecologica sul mondo del lavoro sono poco indagate, eppure ci sono lavoratori che ne sono coscienti e che si impegnano per rendere resiliente e sostenibile il loro mestiere.
Nominato per il Prix Albert Schweitzer.
e a quale pubblico vi rivolgete? Riteniamo molto importante continuare ad impegnarci nell’organizzazione del Festival du Film Vert perché, soprattutto negli ultimi anni, nei media e nel dibattito pubblico si parla sempre meno di ambiente, ecologia e crisi climatica. Il problema, però, rimane presente ed è sempre più urgente. È, dunque, importante mantenere alta l’attenzione, contribuire all’informazione e alla sensibilizzazione della popolazione senza per forza spaventare ma proponendo anche testimonianze di chi alcune soluzioni le sta già mettendo in pratica, insomma suggerendo che «insieme possiamo farcela». Per questo motivo vogliamo coinvolgere più persone possibile, diversifichiamo i film e cerchiamo di proporre anche pellicole che danno speranza, che mostrano persone attive e creative nel settore della sostenibilità ambientale, storie
di persone impegnate nel migliorare la società e l’ambiente in cui vivono. Non mancano poi nel nostro calendario anche film-documentari più di denuncia.
Come scegliete i film da proporre in Ticino?
È un iter ormai collaudato. Da metà luglio è aperta l’iscrizione al Festival a registi e produttori, tutto è gestito dalla centrale ma noi ci impegnamo a informare e stimolare chi è attivo nel settore in Ticino e in Italia. Da inizio agosto iniziamo a ricevere delle liste di film da visionare, ce ne sono sempre tanti, tra lungo e cortometraggi. All’inizio di novembre si tiene una runione tra tutti i gruppi organizzatori e la centrale per discutere dei film e decidere quali accettare, inoltre si votano quelli che saranno i candidati dei premi che il festival assegna ogni anno. Resta così una lista definitiva di film tra
i quali possiamo scegliere quali includere nel nostro programma. Come gruppo ticinese facciamo molta attenzione alle proposte in lingua italiana, scegliamo poi i film in base alla tematica che ci interessa e che vogliamo approfondire e che magari è anche in relazione col nostro territorio. Un anno ad esempio abbiamo scelto un film italiano che parlava dei cambiamenti dei boschi in Valle d’Aosta, era proprio il periodo della grande siccità che ha colpito i nostri boschi perciò è stato interessante portare il confronto tra la realtà della Valle d’Aosta e il Ticino.
Nel programma di quest’anno qual è il film da non perdere, e perché?
Domanda difficile perché tutti i film che abbiamo scelto mi piacciono.… sicuramente mi sento di consigliare Il ricercatore di Paolo Casalis che racconta la storia di Gianluca Grimalda, il primo dipendente che è stato licenziato perché si è rifiutato di prendere un aereo. È una vicenda di cui hanno parlato anche i media. Ci è piaciuto perché è un film che potrebbe sembrare più leggero di altri proposti dal Festival ma ha un bel messaggio da trasmettere e interroga lo spettatore su cosa sia veramente disposto a mettere in gioco per qualcosa in cui crede, in questo senso è un film molto personale.
In futuro volete ampliare l’offerta del festival in Ticino?
Per ora la formula così com’è funziona, ma ovviamente vorremmo aumentare ancora di più il nostro pubblico. Piano piano stiamo diventando un punto di riferimento per il cinema a tema ambientale, perché tutti i film nel catalogo del Festival possono essere proiettati in qualsiasi momento. Per esempio siamo stati varie volte alle giornate autogestite dei licei, e lo scorso autunno siamo stati invitati al Festival della Permacultura e un nostro documentario era nel programma nel Festival Dei Diritti Umani a Lugano. Siamo aperti a valutare collaborazioni e richieste.
• 16.00
Toxic bodies (v.o. fra, sottot. ita)
La contaminazione da PFAS riguarda tutti. Presenti in moltissimi prodotti, questi «inquinanti eterni» si accumulano nell’ambiente e nel corpo. Il documentario svela gli interessi in gioco e sottolinea l’urgenza della loro messa al bando. Al termine, Ninetto Martucci presenterà i risultati delle indagini condotte da Greenpeace in Italia.
• 18.00
The creator Cortometraggio animato.
Il prezzo che paghiamo (v.o. ita)
Le testimonianze delle vittime di eventi climatici estremi in Italia e le analisi degli esperti. Chi paga davvero il prezzo della crisi climatica? Di chi sono le responsabilità? Com’è possibile ottenere giustizia? Seguirà una discussione con Abraham Dali e Ninetto Martucci (Greenpeace Svizzera e Italia).
• Al termine, rinfresco preparato da Teste di Rapa e MeloGusto.
• 20.45
For your own good (v.o. ita) Cortometraggio di Emma Cavadini, giovane regista ticinese.
Il ricercatore (v.o. ita)
La storia del ricercatore climatico Gianluca Grimalda, licenziato per essersi rifiutato di prendere l’aereo. Cosa siamo disposti a sacrificare per salvare il pianeta? Al termine incontro con il regista Paolo Casalis.
Sabato 28 marzo 2026, Cinema Rialto, Locarno
• 16.00 Ikea, le seigneur des forêts (v.o. fra, sottot. ita)
Documentario che affronta il tema delle deforestazioni illegali che coinvolgono Ikea, la cui produzione di mobili a basso prezzo richiede l’abbattimento di un albero ogni due secondi.
• 18.00
Come se non ci fosse un domani (v.o. ita)
In collaborazione con FDDUL.
La storia di cinque attivisti e le motivazioni che li spingono a mettersi in gioco. Il film si interroga sul diritto all’attivismo e sulle minacce alla libertà di espressione in un contesto sempre più polarizzato. Al termine, dibattito con José Antonio Berdu -
go Vallelado di Ultima Generazione, Claudia Cantoni di Act Now Svizzera e Costantino Castelli, avvocato. Moderatore Francesco Bonsaver.
• A l termine, rinfresco preparato da MeloGusto.
• 21.00
Una canciòn para mi tierra (v.o. spa, sottot. ita)
Un insegnante di musica e i suoi allievi decidono di denunciare la pratica di inondare di pesticidi i campi vicini alle scuole. Per farlo, ricorrono alla loro voce e alle canzoni da loro composte. Nominato per il Prix Tournesol.
Per informazioni e prenotazioni: ffvlugano@gmail.com info@bastapoco.ch
Per aggiornamenti sul programma:
21° Festival du Film Vert – Il programma in Ticino
Pubbliredazionale
ATTUALITÀ
La Svizzera di fronte ai conflitti globali
Un equilibrio delicato tra neutralità storica, diplomazia attiva e richieste crescenti di assumere posizioni più ferme sulla scena mondiale
L’Africa delle epidemie in espansione Come cambiamenti climatici, instabilità politica e tagli agli aiuti internazionali favoriscono la diffusione di nuove e vecchie malattie
Israele e la crisi che divora la democrazia
L’analisi ◆ Il Governo Netanyahu ha messo a rischio vite e stabilità attaccando l’Iran in concerto con gli Stati Uniti mentre propaganda, impunità e violenza soffocano ogni spazio politico interno
Tel Aviv. Paura e soprattutto un’immensa stanchezza: questo è il bilancio dell’ennesima guerra intrapresa da Netanyahu e dal suo Governo a spese della popolazione reduce da 3 anni di battaglie politiche e militari. Esausti i cittadini israeliani hanno consapevolmente ignorato le avvisaglie dei media delle settimane precedenti il 28 febbraio, scongiurando il rischio e facendosi così sorprendere dalle prime sirene di sabato mattina relativamente impreparati sia dal punto di vista emotivo che da quello pratico. Gli allarmi dei primi giorni non hanno dato tregua neppure di notte, con picchi di 10 al centro di Israele e i missili iraniani, a differenza di quelli di Hamas e degli Houthi yemeniti, colpiscono duro. Che non basti rifugiarsi nel vano scale gli israeliani lo hanno imparato a loro spese lo scorso giugno, nel corso della guerra dei 12 giorni che ha messo lo Stato ebraico di fronte ad uno scenario di morte e distruzione sino ad allora quasi sconosciuto. Si tratta di dittatori travestiti da messia che inscenano salvataggi di altri popoli mentre opprimono i loro cittadini
Già nel gennaio 2025, nel pieno della guerra a Gaza, uno studio denunciava il fatto che un terzo dei residenti nel Paese non aveva accesso a un rifugio protettivo a norma di legge. Secondo i dati trasmessi dalla Protezione civile, a disporre di un rifugio confortevole nella propria abitazione sarebbero circa 4 milioni, ovvero il 46% della popolazione, mentre il 16% dovrebbe accontentarsi di un rifugio condominiale e il 5% raggiungerebbe i rifugi pubblici. Il restante 33% non avrebbe accesso ad alcuna protezione ed è superfluo specificare che la discriminazione avviene per lo più su base etnica e di censo, finendo per riguardare in particolare gli ultraortodossi e i palestinesi, questi ultimi doppiamente esposti ed eterni assenti dalle agende politiche che strumentalizzano i diversivi regionali per distrarre l’opinione pubblica dal dramma che si consuma a Gaza e in Cisgiordania.
Nonostante questi rapporti fossero noti a tutti, il Governo israeliano ha scelto di mettere a repentaglio la vita delle persone scatenando di propria iniziativa ben due conflitti con l’Iran senza aver minimamente affrontato la questione. E se le abitazioni private e gli edifici pubblici colpiti la scorsa estate, tra cui l’Istituto Weizmann di Rehovot e un’ala dell’ospedale Soroka di Beer Sheva, attendono ancora di essere ricostruiti nell’indifferenza delle istituzioni, i
nuovi sfollati si trovano a disporre del ridicolo contributo di poco più di 90 franchi per rifarsi l’intero guardaroba. Non si tratta di errori, ma di una vera e propria politica dell’attuale Governo che disprezza e ignora tutti gli ambiti: dai prezzi agli alloggi, dalla sanità all’istruzione, dal welfare fino alle vite umane stesse. Così, dopo le prime ore di entusiasmo seguito all’eliminazione dell’ayatollah Ali Khamenei, nemico giurato dell’immaginario collettivo, le notti insonni trascorse vestiti per scattare in piedi come burattini disciplinati al ricevimento dell’avviso sul cellulare e le corse ininterrotte ai rifugi con bambini, animali e gli zaini stipati di passaporti, gioielli, medicine e beni di prima necessità, hanno messo a dura prova anche la pazienza e la proverbiale resilienza dei civili israeliani.
A tenere alto il consenso della società ebraica ci pensano tuttavia come sempre i media mainstream, i quali alternano alle immagini di di-
struzione di oltre 40 edifici nel centro di Tel Aviv, o a quelle del funerale dei tre fratellini morti a Bet Shemesh in un rifugio centrato da un missile, il noto patetico spettacolo di ipocrisia e menzogna che da anni deforma le coscienze normalizzando l’uso della guerra presso l’opinione pubblica.
A tenere alto il consenso della società ebraica ci pensano tuttavia come sempre i media mainstream
Il cocktail letale che annebbia le menti è composto dagli slogan «insieme vinceremo» che sopprimono ogni dissenso a favore della destra, dalle metafore bibliche mal comprese che insieme alla memoria della Shoah perpetuano la narrazione dell’eterna vittima minacciata e dall’assuefazione alla violenza come unico strumento di gestione dei conflitti,
naturalmente omettendo il dettaglio che è Israele stesso ad innescarli. In assenza di opposizione, destra e sinistra si sovrappongono, inscenando una guerra civile tra fazioni ebraiche per non affrontare l’elefante nella stanza dell’occupazione. Inoltre, come si evince dall’impunità dei coloni che seminano terrore e dalle gang razziste che assalgono gli autisti palestinesi degli autobus di Gerusalemme, manca un sistema giudiziario che faccia da freno, l’accademia e il sistema educativo si allineano e le minoranze sono di fatto soggette a un regime militare.
Mentre l’intera regione prende fuoco e gli attori sull’arena si moltiplicano, nel caos deliberatamente promosso da Trump e Netanyahu almeno nel breve periodo c’è ben poco da stare allegri e gli iraniani indeboliti rischiano, come Siria, Libano e Gaza, di entrare in una spirale che forse consentirà a Usa e Israele di rimuovere la minaccia nucleare, ma
difficilmente contribuirà alla ricostruzione della democrazia. Nonostante la superficialità con cui parte degli spettatori occidentali ostenta analisi geopolitiche e certezze che incitano alla guerra elogiando imprese militari che definiscono «eroiche» e «necessarie», l’unica vittoria possibile è quella che tuteli le democrazie dall’interno, senza dittatori travestiti da falsi messia che inscenano salvataggi di altri popoli mentre opprimono i loro stessi cittadini negando loro i diritti fondamentali a cominciare dalla libertà di espressione, di stampa e di protesta e discriminandoli su base etnica. Il paradosso purtroppo è che proprio l’eliminazione del leader iraniano potrebbe garantire a Netanyahu la vittoria anche alle prossime elezioni di novembre condannando gli israeliani – responsabili ma perennemente «anestetizzati» – a diventare le miserabili pedine della nuova autocrazia del Medioriente.
Macerie a Tel Aviv e un’immensa stanchezza. (Keystone)
Sarah Parenzo
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La voce della Svizzera in tempo di guerra
Diplomazia ◆ Tra neutralità, buoni uffici e richieste di maggiore fermezza, il Paese si interroga sul proprio ruolo internazionale
Pietro Bernaschina
Con il Medio Oriente che brucia, parlare di diplomazia sembra un’impresa velleitaria. Tanto più che l’attacco all’Iran è cominciato proprio quando la diplomazia era al lavoro per trovare un accordo fra Washington e Teheran sul programma nucleare del regime degli ayatollah. Quel programma di arricchimento dell’uranio che gli Stati Uniti considerano – forse non a torto – finalizzato alla costruzione di una bomba atomica.
Gerhard Pfister afferma che Berna dovrebbe rinunciare a questo mandato per ritrovare una piena libertà d’azione e soprattutto di parola
L’attuale situazione ci riguarda da vicino. Da un lato perché quei negoziati si sono svolti a Ginevra, mediati però dall’Oman; dall’altro perché da 47 anni la Svizzera ha un ruolo di potenza protettrice degli interessi americani in Iran e garantisce così canali di comunicazione fra i due nemici. Un «servizio» che la Svizzera offre al mondo nell’ambito della sua tradizionale politica dei buoni uffici, che promuoviamo sin dal XIX secolo.
Ora, dopo la morte di Khamenei e il grande periodo di incertezza
che si apre, l’ex presidente del Centro Gerhard Pfister afferma che la Svizzera dovrebbe rinunciare a questo mandato per ritrovare una piena libertà d’azione e soprattutto di parola. Una richiesta già avanzata pure
dall’ex diplomatico François Nordmann in una delle sue cronache per «Le Temps» nel febbraio 2026. Secondo l’ex ambasciatore nel Regno Unito e in Francia, questo mandato di protezione si sarebbe svuotato
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di senso considerato che Stati Uniti e Iran hanno moltiplicato i loro contatti. Inoltre il servizio offerto non ci aprirebbe neppure più delle porte privilegiate a Washington, come la questione dei dazi ha dimostrato. E così Nordmann afferma: «Oggi l’opinione pubblica vuole una posizione più ferma da parte dei suoi governanti sulle violazioni dei diritti umani. Il mandato di rappresentanza degli interessi americani ostacola questo e serve da foglia di fico per un silenzio sempre meno accettato dalla popolazione. Il santo vale la candela?».
Il capo della diplomazia Ignazio Cassis ripete da tempo che non ci si può attendere che sia la Svizzera a risolvere i conflitti in corso. Questo ruolo spetta a chi ha la forza di imporre la pace: le super potenze o le potenze regionali. E poi, ha dichiarato il consigliere federale ticinese, il mandato in Iran non ha impedito alla Svizzera di riprendere le sanzioni dell’Onu contro Teheran; l’ultima ordinanza in merito è del dicembre dello scorso anno. «Le misure sono state adottate – si legge sul sito della Segreteria di Stato dell’economia – a causa delle attività dell’Iran nel settore nucleare, della fornitura da parte dell’Iran di droni e missili alla Russia e delle violazioni dei diritti umani». Eppure, per Pfister, il mandato di potenza protettrice ha contribuito a «stabilizzare il regime omicida iraniano», ha detto all’«Aargauer Zeitung».
La mediazione elvetica era servita ad abbassare la tensione dopo l’uccisione del generale Soleimani, di fatto il n.2 in Iran
Per capire questa posizione prendiamo un esempio citato da molti giornali in questi tempi. Quando nel 2020 l’amministrazione Trump sferrò l’attacco che uccise a Baghdad il generale Soleimani, di fatto il numero due del regime iraniano, in pubblico Washington e Teheran rilasciarono dichiarazioni di fuoco, mentre nella discrezione del canale di comunicazione offerto dall’ambasciata svizzera le due capitali si accordarono. Tehe-
ran avrebbe risposto con un’azione militare limitata e Washington si sarebbe astenuta da ulteriori rappresaglie. Una «mediazione» che ha permesso al regime di restare al potere oppure una «mediazione» che ha salvato vite umane e preservato la stabilità della regione? Le interpretazioni divergeranno sicuramente.
Che altro ruolo potrebbe giocare la Svizzera sullo scacchiere mondiale? Possiamo influire sul corso delle cose in maniera più incisiva?
E allora, per rispondere alla domanda iniziale – il santo vale la candela? – dobbiamo porgercene altre: che diverso ruolo potrebbe mai giocare la Svizzera sullo scacchiere mondiale? Possiamo influire davvero sul corso delle cose abbandonando la nostra tradizione dei buoni uffici? Domande che in questi tempi tormentati sono state poste più volte dalla e alla politica. In merito alla neutralità, in merito alla possibilità di imporre autonomamente sanzioni internazionali ecc. (settimana scorsa in Parlamento si è discusso dell’iniziativa promossa dall’UDC e dal comitato Pro Svizzera che mira a blindare il concetto di neutralità, inserendone una definizione rigida nella Costituzione e limitando la possibilità per la Confederazione di aderire a sanzioni o alleanze militari). Finora la politica una risposta diversa non l’ha trovata. Come scriveva Nordmann, confrontata di nuovo con gli orrori delle guerre e davanti ad un ordine mondiale sfacciatamente asimmetrico e dove senza pudore si impone la legge del più forte, l’opinione pubblica chiede prese di posizioni più forti, condanne più perentorie delle violazioni del diritto. E ha ragione, perché anche le parole – se sincere e non di facciata – hanno un peso. Peccato che non sempre il nostro Governo lo capisca. L’indignazione morale deve avere un ruolo nella politica di un Paese con una grande tradizione umanitaria come il nostro (anche se non dobbiamo essere ingenui, la nostra politica estera non si basa certo solo su valori, ma spesso su interessi). Eppure, condannare con decisione ancora non significa, lo si diceva sopra, avere i mezzi per imporre un cambiamento al corso delle cose. Almeno sul corto termine. La Svizzera, per le sue dimensioni e la sua storia, ha un altro ruolo da giocare. La pagina del suo sito che il Dipartimento federale per gli affari esteri dedica ai buoni uffici lo riassume bene: «Grazie alla sua indipendenza e imparzialità, al suo sistema democratico basato sullo scambio, sull’equilibrio e sul compromesso, e alla sua esperienza con la diversità culturale, la Svizzera crea un clima di fiducia e può costruire ponti dove altri non riescono ad avanzare». È un ruolo che spesso non si svolge sul proscenio e appare logorante per la sua lentezza, ma è quello che ci siamo ritagliati su misura anche sviluppando il polo della Ginevra internazionale. In questi anni in cui i sistemi democratici sono sotto pressione, promuovere spazi di dialogo non è scontato, senza perdere la misura delle cose e la consapevolezza che, come scrive Carlo Silini nel suo editoriale, le decisioni che contano alla fine le prendono altri, si prendono altrove.
Il 2 luglio 2018 Ignazio Cassis incontrava l’allora ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif a Berna. (Keystone)
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L’Africa travolta da nuove ondate epidemiche
L’analisi ◆ Guerre, crisi dei profughi e tagli agli aiuti internazionali alimentano un’emergenza sanitaria senza precedenti
Pietro Veronese
Una tempesta perfetta si è addensata sulla salute degli africani. Il concorso di potenti fattori negativi accresce l’impotenza di sistemi sanitari già fragili e inefficienti nel far fronte alle minacce alla salute globale. Cambiamento climatico, drastica riduzione degli aiuti internazionali, collasso delle strutture pubbliche causano il ritorno di malattie che sembravano ormai sotto controllo, come la poliomielite, la tubercolosi o la sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids), e il manifestarsi di epidemie vecchie e nuove, da Ebola al vaiolo delle scimmie. Uno studio pubblicato su «The Lancet», forse la più prestigiosa rivista medica al mondo, prevede un aumento di oltre nove milioni di decessi entro il 2030, in particolare per i tagli agli aiuti sanitari decisi dall’Amministrazione americana. Di questi, due milioni e mezzo sono bambini.
Altre volte, in un passato non molto lontano, all’Africa erano state profetizzate catastrofi sanitarie che poi non si sono verificate. Oppure ci sono state, ma in misura minore del previsto. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, l’Aids ha causato milioni di morti nel Continente, di gran lunga il più colpito dal virus HIV. Ma il tardivo risveglio di classi dirigenti prima indifferenti o addirittura negazioniste, la progressiva diffusione dei farmaci antiretrovirali e la lenta presa di coscienza delle popolazioni hanno impedito che l’impatto dell’epidemia fosse ancora più devastante.
I fenomeni meteorologici estremi causati dal cambiamento del clima hanno causato un gran numero di sfollati
Più recentemente, considerata la debolezza dei sistemi sanitari, l’Organizzazione mondiale della sanità e altri centri studi internazionali avevano preannunciato che la pandemia di Covid sarebbe stata in Africa molto più letale che altrove. Con sorpresa generale così non è stato e solo in seguito se ne sono ipotizzate le paradossali ragioni. Tra queste, la maggiore attenzione da sempre dedicata dai servizi sanitari africani all’igiene pubblica, una medicina sociale a basso costo e molto efficace nella prevenzione. Anche una società e una sanità povere, ma armate di buona volontà, possono dotarsi di mascherine e imparare elementari ma fondamentali
misure igieniche sia individuali che collettive.
È però poco probabile che la congiuntura attuale finisca per avere conseguenze meno drammatiche delle previsioni e portare a un generale sospiro di sollievo. A preoccupare è soprattutto l’assommarsi di fattori negativi e l’effetto moltiplicatore che essi hanno l’uno con l’altro. I fenomeni meteorologici estremi causati dal cambiamento del clima, che hanno colpito le regioni tropicali con cicloni, precipitazioni eccezionali e alluvioni, o viceversa siccità implacabili e carestie, hanno causato un gran numero di sfollati in Paesi come il Sudafrica, lo Zimbabwe, il Mozambico, il Malawi e altri. La concentrazione di migliaia di persone in condizioni igieniche precarie è all’origine di una nuova ondata di epidemie di colera. Anche le guerre, con il loro desolante corteo di profughi interni e il tracollo di strutture sanitarie già molto fragili, generano epidemie. Nei mesi scorsi, l’organizzazione umanitaria non governativa Medici senza frontiere (Msf) è stata in prima linea nella lotta contro il colera nella Repubblica democratica del Congo, nella provincia del Sud Kivu, teatro di un conflitto che oppone le forze armate governative e le milizie loro alleate ai ribelli del movimento M23. In un contesto nel quale la popolazione è costantemente in fuga dai combattimenti, la prevenzione è molto difficile, spiega Msf. Il
problema chiave, in questo caso, è il difficile accesso all’acqua potabile e la mancanza del minimo di stabilità necessario a svolgere un’efficace campagna educativa tra la popolazione. Quando parliamo di guerre, la causa prima non è più la natura, sia pure una natura malata, ma la volontà degli uomini. L’Africa centro-orientale è da tempo teatro della più grave emergenza umanitaria al mondo, il conflitto in Sudan, che compirà presto i tre anni. Fin dalle sue prime settimane, nell’aprile-maggio 2023, gli ospedali della capitale Khartoum furono costretti a chiudere uno dopo l’altro. Le due forze armate che si combattono impediscono l’accesso agli aiuti umanitari nel timore che possano giovare alla fazione opposta. Il sistema sanitario non esiste più. E l’effetto domino è estremamente allarmante, perché milioni di profughi si sono riversati in Paesi confinanti già in grave difficoltà, come il Ciad, la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan o l’Etiopia. La volontà degli uomini c’entra anche in un altro fattore chiave, il taglio o addirittura l’azzeramento degli aiuti internazionali, in primo luogo quelli sanitari. Tra i primi provvedimenti della seconda Amministrazione Trump, nel 2025, ci fu il quasi totale smantellamento di USAID, l’agenzia governativa americana per gli aiuti allo sviluppo, finanziata con decine di miliardi di dollari, e la conseguente cessazione quasi immedia-
degli aiuti umanitari di Washington a sette Paesi africani. (Keystone)
ta di centinaia di programmi sanitari da essa sostenuti, dalle campagne di vaccinazione all’acquisto di farmaci antiretrovirali. Un anno dopo, come ha rivelato la rivista «The Atlantic», il Dipartimento di Stato ha deciso di porre fine ad altri progetti che dodici mesi prima erano stati giudicati «salvavita».
Cessa la totalità degli aiuti umanitari di Washington a sette Paesi africani: Burkina Faso, Came-
Zimbabwe. Il motivo, si legge nel documento interno pubblicato da «The Atlantic», è l’assenza «di un forte legame tra la risposta umanitaria e l’interesse nazionale Usa». All’interno dei Paesi abbandonati ci sono, secondo fonti Onu, almeno sei milioni di persone in «condizioni estreme o catastrofiche».
La riduzione degli aiuti parte dagli Usa ma riguarda altri Paesi industrializzati, come Francia, Svizzera e Italia
Amref, organizzazione non governativa che si occupa di aiuti sanitari in Africa, ci ricorda che la riduzione di questo tipo di finanziamenti caratterizza molti altri Paesi industrializzati, dalla Francia al Regno Unito alla Germania, compresi Svizzera e Italia. Quello che colpisce nella decisione americana, oltre all’entità del taglio, è la sua repentinità e soprattutto la motivazione. Per esplicita affermazione dei suoi responsabili, la nuova politica estera dell’Amministrazione è ispirata al principio America First. È una politica transazionale: dà qualcosa in cambio di un qualcos’altro suggerito dall’«interesse nazionale». Evidentemente i sette Paesi in questione non hanno nulla da dare, né vantaggi geopolitici, né rare materie prime. Resta da chiedersi – per chi vuole –quanto debba essere «transazionale» il
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Requisiti Formazione di architetto o ingegnere civile FH/ETH o affine al settore immobiliare; Esperienza nella gestione e amministrazione di progetti (preferenza per ambito immobili commerciali); Ottime conoscenze della lingua italiana e di una seconda lingua nazionale (preferenza tedesco); Eccellenti capacità organizzative e di follow-up; Capacità di lavorare in modo indipendente con una supervisione minima; Conoscenza dei principali programmi informatici specifici di settore; Pensiero imprenditoriale e innovativo, orientato agli obiettivi.
Mansioni Rappresenta il committente in tutte le fasi; Assicura lo sviluppo del progetto (acquisizione, pianificazione, esecuzione e messa in opera) garantendo il rispetto delle scadenze, della qualità e degli obiettivi di sostenibilità; Partecipa alla negoziazione con fornitori arrivando alla conclusione dei contratti (in collaborazione con la Direzione Lavori); Gestisce il budget, garantendo aderenza ai preventivi stabiliti; Monitora la conformità legale (sicurezza sul lavoro, legge sul lavoro, normative edilizie); Coordina e mantiene informati tutti i partner di progetto, interni ed esterni all’azienda; Elabora parametrizzazioni e dati chiave del progetto redigendo report e presentazioni.
Candidatura
Candidature da inoltrare in forma elettronica collegandosi al sito www.migrosticino.ch, sezione «Posizioni disponibili».
USAID addio: cessa la totalità
Sfollati ricevono cure in una clinica di Medici senza frontiere nel campo di Lushagala, a Goma, nella Repubblica democratica del Congo. (Keystone)
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Il Mercato e la Piazza
Bellinzona: città dei giovani?
Il consigliere comunale Giorgio Krüsi di Bellinzona ha di recente inoltrato una lunga interrogazione al suo Municipio per ricordare, da un lato, con soddisfazione che la popolazione della città da anni sta crescendo e, dall’altro, per chiedere se non fosse il caso di varare una vera e propria strategia demografica per la capitale. Se ne parliamo in questa rubrica è perché si tratta di una novità che potrebbe fare scuola. Finora non esistevano in Ticino vere e proprie strategie demografiche a livello locale. L’obiettivo demografico, condiviso da tutti i Comuni era quello di attrarre il maggior numero di contribuenti facoltosi, cercando di tenere il moltiplicatore d’imposta il più basso possibile. I Comuni che praticavano questa politica, in maggioranza situati nella corona dell’agglomerato, promuovevano una migrazione selettiva la cui discriminante era
In&Outlet
il livello del reddito imponibile. Nei Paesi anglosassoni esiste una variante di questo tipo di politica. Le autorità locali, specie quelle in corona di agglomerato, cercano, per attirare contribuenti ricchi, di incrementare la loro attrattiva fissando tassi di sfruttamento molto bassi nelle zone edificabili destinate all’abitazione. I prezzi dei terreni di conseguenza sono molto elevati e le parcelle possono essere comperate solo da famiglie con redditi alti.
Il consigliere citato sopra propone però per la strategia demografica di Bellinzona un obiettivo diverso: quello di attrarre soprattutto persone in giovane età e quindi non particolarmente facoltose. La discriminante della sua politica migratoria sarebbe dunque non il reddito ma l’età. A livello locale una strategia demografica di questo tipo è poco conosciuta. Vi sono esempi in Germania, per
non citare che un Paese, di città di media e piccola dimensione che cercano, soprattutto facendo circolare le informazioni sui posti di lavoro disponibili e sulla possibilità di ottenere un’abitazione confacente, o anche con aiuti finanziari per il trasloco, di attrarre giovani del posto che sono andati a compiere i loro studi in altre regioni. In una regione come il Ticino, che da decenni sta invecchiando, una politica demografica che abbia per obiettivo quello di attirare giovani e giovani famiglie appare più che ragionevole. Ci si può tuttavia chiedere se sia destinata al successo. La situazione di partenza è certamente delle più difficili. La popolazione di Bellinzona è invecchiata. Certo, il tasso di invecchiamento della capitale è inferiore a quello di Locarno, città che detiene il primato in Svizzera. Anche a Bellinzona, tuttavia, oggi la quota degli an-
Medio Oriente: una lunga serie di errori
Donald Trump si gioca tutto. Se riuscirà ad abbattere il regime iraniano affronterà più forte di prima le difficili elezioni di midterm, quando a inizio novembre gli americani rinnoveranno per intero il Congresso e per un terzo il Senato. Ma se si lascerà impantanare in Iran, come i suoi predecessori in Iraq e Afghanistan, contraddirà tutta la sua politica e sarà abbandonato da una parte del suo elettorato, quella che aveva creduto alle promesse di isolazionismo: America first, prima l’America. In realtà Trump si è reso conto che, se vuole mantenere l’egemonia americana sull’economia del pianeta, deve anche ricorrere alle armi. Non dico che sia giusto, fa parte degli interessi americani. Con l’intervento in Venezuela Trump ha strappato alla Cina e alla Russia un alleato in America Latina. Ora tenta di sottrarre all’influenza cinese pure l’Iran, da cui dipende a sua volta una fitta rete terroristica che porta in Libano –
Israele è intervenuto anche via terra contro Hezbollah – nello Yemen, dove gli houthi hanno creato gravi danni al commercio internazionale, e a Gaza, dove Hamas non ha certo fatto il bene del popolo palestinese. Considero il regime iraniano tra i peggiori della Terra. La Terra è piena di dittature, ma alcune se non altro –ad esempio quella cinese – hanno migliorato le condizioni economiche del loro popolo. Altre si sono evolute in democrazie, come in Corea del Sud. Altre dittature il popolo lo reprimono, ma se non altro mantengono una politica di alleanze che consente al Paese di sedere ai tavoli della diplomazia e di stare nei mercati internazionali, pensiamo all’Egitto. La dittatura islamica che da quasi mezzo secolo opprime l’Iran ha impoverito il popolo, alimentato i peggiori terrorismi, massacrato i giovani ribelli, additato qualsiasi oppositore come nemico di Dio; e quando qualcuno si erge a parlare in
nome di Dio, o è un criminale, o un fanatico, o un imbroglione. Khamenei era tutte e tre le cose. Detto questo, un presidente degli Usa non dichiara una guerra con il berretto da baseball in testa. Non dice: state al riparo dalle bombe finché cadono, poi uscite e rovesciate il regime; se ci riuscite bene, se no sono fatti vostri. Certo, Trump è realista. Non ha promesso di esportare la democrazia, come aveva annunciato Bush per l’Afghanistan e l’Iraq… Trump ha detto: a noi interessa che l’Iran non abbia l’atomica, per evitare che colpisca Israele e le nostre basi in Medio Oriente. Se poi cade il regime, meglio, ma in ogni caso non sono affari nostri, e non abbiamo idea di chi potrebbe prendere il potere dopo: un ayatollah meno fanatico e più pragmatico; il figlio dello Shah; un influencer popolare tra i ribelli… Che se la vedano loro. Tutte cose che non si erano mai viste, compreso un attacco congiunto con Israele. In pas-
ziani è superiore alla media nazionale. Un obiettivo come quello proposto dal consigliere bellinzonese è dunque da considerare come quasi irraggiungibile. Più sensato sarebbe per Bellinzona fissare come finalità quella di restare la città meno vecchia del Cantone, frenando la tendenza all’invecchiamento con l’immigrazione di persone giovani. Che cosa potrebbe fare il suo Municipio per mantenere questo primato? Quali sono gli strumenti con i quali potrebbe intervenire per attirare i giovani? Un moltiplicatore più basso potrebbe servire ad attrarre contribuenti facoltosi ma non necessariamente persone giovani. E poi oggi purtroppo, salvo pochissime eccezioni, non c’è più in Ticino un Comune che possa abbassare il suo moltiplicatore. E questo vale in particolare per i centri urbani del Sopraceneri. In materia di finanze comunali gli anni delle vacche gras-
se sono terminati. L’altro strumento a disposizione per attirare giovani è il piano regolatore perché fissa la localizzazione, l’estensione e il tasso di sfruttamento delle zone edificabili, influenzando quindi direttamente l’evoluzione dei prezzi dei terreni e dei canoni di affitto. I giovani, specie quelli che stanno per entrare nel mercato del lavoro, sono alla ricerca di un’abitazione a buon mercato. Finora, canoni di affitto relativamente bassi hanno favorito l’afflusso a Bellinzona di giovani famiglie. Famiglie giovani, però, creano una domanda di infrastrutture e servizi pubblici così importante da non poter essere finanziata con l’aumento delle risorse fiscali da loro consentito. È molto probabile che una città che si ringiovanisce sarà anche una città che si indebita. La città dei giovani non è quindi un obiettivo particolarmente facile da centrare.
sato, quando volevano colpire in Medio Oriente, gli americani avevano tentato di farlo con gli alleati arabi, dai sauditi agli egiziani, dai giordani agli emiratini, pregando Israele di stare a guardare. Durante la prima guerra del Golfo Saddam aveva tentato di rompere il fronte contro di lui usando i missili su Tel Aviv (mai su Gerusalemme) come esca per attirare Israele in guerra; ma il Governo si era ben guardato dall’unirsi all’attacco all’Iraq. Eppure al potere c’era il Likud, come oggi. E il premier israeliano di allora, Yitzhak Shamir, era uno che a differenza di Netanyahu la guerra la conosceva di persona, e pure il terrorismo – da giovane era stato nella banda Stern – ed evitò di abboccare all’esca di Saddam. Ora Israele è in campo al fianco degli Usa, forse sono gli Usa che seguono Israele. Non a caso sono stati gli israeliani a uccidere Khamenei. Gioire per la morte dell’ayatollah è legittimo. Ma lo storico israeliano
Benny Morris ha ammonito che il prezzo da pagare potrebbe essere proprio la rielezione di Netanyahu. Dopo Khamenei padre, è venuto Khamenei figlio. Non è un grande cambiamento. Nessuno sa se i raid aerei americani e israeliani possono portare alla fine del regime. Neppure Trump. E scatenare una guerra senza sapere dove porterà, o almeno senza aver elaborato un piano credibile per il dopoguerra, è sempre un azzardo. E gli azzardi spesso si trasformano in errori. Credo però che abbiano commesso un errore anche gli iraniani, nel bersagliare i loro vicini. Missili sono arrivati sugli Emirati Arabi Uniti, sul Bahrein, sul territorio saudita, turco, cipriota. Unire tutti contro Teheran forse non è una grande idea. La guerra tra Iran e Arabia Saudita non è cominciata certo oggi, ma da oggi l’Arabia Saudita ha un motivo in più per auspicare la fine degli ayatollah.
Al carnevale di Viareggio, il più rinomato d’Italia, tra i carri del corteo proclamano vincitore quello dedicato al lupo e a Cappuccetto rosso. Qualche giorno dopo media e social riferiscono che un lupo, monitorato con Gps, nel Canton Lucerna ha attraversato a nuoto il lago dei Quattro Cantoni invece di compiere un più lungo tragitto sulla terra ferma. Terza notizia, quasi in contemporanea: a Bellinzona ben 12 mila cittadini firmano per ribadire che, contro il lupo, siamo arrivati al «basta perdere tempo». Poche ore dopo arriva un controcanto: tre agnelli e dieci pecore privi di custodia sono stati azzannati lungo i crinali dei monti che separano il Sopra dal Sottoceneri. Passa una settimana e Berna federale si muove: stanzia un milione in più destinato a nuovi aiuti per controllare la gestione dei lupi e rafforzare l’accordo programma-
tico concernente gli animali selvatici. La serie di notizie mi spinge a tornare a parlare del grande predatore, tanto più che sul comodino ho le 300 pagine de Il lupo solitario che Adam Weymouth ha pubblicato da Iperborea. Lo scrittore britannico descrive con «prosa limpida e meticolosa» un suo incredibile viaggio: centinaia di chilometri a piedi seguendo il tragitto compiuto da un lupo nel 2011, monitorato da ricercatori sloveni grazie al collare con Gps messogli pochi mesi dopo la nascita. Dieci anni dopo Weymouth parte dalla Slovenia e solitario, proprio come il suo lupo Slavc, cammina «tra civiltà e natura selvaggia» quasi sempre evitando villaggi e strade. Entra in Austria seguendo il fiume Drava fino a Lienz, poi scende a sud in Alto Adige e si ferma a lungo nel quasi deserto parco naturale regionale della Lessinia,
sopra Verona, dove Slavc ha vissuto ed è morto. Scrittore evocativo, capace di creare atmosfere vivide giocando sulla sua profonda conoscenza del lupo a cui abbina l’abilità di saltellare fra storia, favole e dati scientifici, Weymouth procede nel suo pellegrinaggio osservando, annotando e confrontando le realtà socio-economiche di regioni e di genti tenendo sempre presenti, spesso in filigrana, i grandi interrogativi e le paure che accompagnano il ritorno del lupo sulle Alpi. Chi legge Il lupo solitario scopre la quasi religiosa ed eccezionale fatica di un autore che, muovendosi sulle orme di un lupo, approda alle implicazioni politiche e ambientali che minacciano il collasso esistenziale delle regioni alpine. Lungo il suo periplo Weymouth intreccia infatti una serie di paradossi suggeriti, ol-
tre che dalla volontà di non schierarsi per l’uno o l’altro fronte, dalla consapevolezza che ogni soluzione di uno dei problemi automaticamente causa ripercussioni negli altri settori toccati dal ritorno del grande predatore. Sulla Terra l’uomo convive oggi con oltre 900 milioni di cani, scientificamente conosciuti come «Canis lupus familiaris», che in millenni ha addomesticato nutrendoli e allevandoli, spesso come se fossero dei figli. Eppure continua ad avere paura – anche se sono solo circa 250’000 nel mondo (con popolazioni in crescita in Europa) – dei lupi selvaggi che non accettano di perdere la libertà di seguire i loro istinti primordiali. Per questo il lupo rimane carismatico e trova difensori, come ricorda uno dei tanti intervistati, uno scalatore sloveno: «La gente di città fa massacri di topi, di ratti, di piccioni. I lu-
pi, gli orsi invece, li vuole proteggere. Ma non nelle città. Vuole proteggerli qui». Con la curiosità del giornalista Adam Weymouth analizza costantemente quanto ha raccolto lungo il suo pellegrinaggio e traccia collegamenti fra la crisi della biodiversità con quelle che invece minacciano socialità, democrazia e cultura occidentali. Rispettando la sua imparzialità ricorda che «è più facile sparare a un lupo che al tardo capitalismo o alle politiche agricole comunitarie», per poi evidenziare un ultimo paradossale interrogativo: «Se ci teniamo a dare un senso al nostro posto su questo pianeta (…) occorre tener presente un elemento stabilizzante: i lupi ci hanno dimostrato in milioni di anni che loro sanno adattarsi ai cambiamenti. E allora, in un mondo in cui molte cose vanno a rotoli arriveremo sino a vederlo come simbolo di speranza?»
di Ovidio Biffi
di Angelo Rossi
di Aldo Cazzullo
CULTURA
Sarajevo come archivio narrativo
Nel nuovo libro di Miljenko Jergović la città diventa una mappa letteraria dove autobiografia, storia e finzione si intrecciano
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Un classico quasi dimenticato Io? di Peter Flamm torna in libreria per Adelphi come romanzo radicale sull’identità scissa e il trauma della guerra
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Digiuno, rabbia e città estranee
Nel romanzo La ragazza d’aria Simionel esplora la frizione tra il desiderio di integrarsi e la nostalgia per una terra che non è più la stessa
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Gian Paolo Minelli, un fotografo sul confine
Primi piani ◆ Formatosi in Svizzera, dopo un periodo di oltre un anno e mezzo a Roma si è trasferito in Argentina, dove da più di venticinque anni sviluppa una ricerca sui territori marginali
La Svizzera è il Paese in cui è nato e cresciuto, anche professionalmente; l’Argentina, è quello nel quale si è trasferito da ormai venticinque anni. Gian Paolo Minelli vive sul confine di questi due mondi, dai quale viene e va, ma anche sul confine tra la fotografia di luoghi – spesso territori di frontiera – e la fotografia con cui ritrae coloro che in quei luoghi marginali vivono. Minelli viene iniziato alla fotografia durante la scuola media da Alfredo Tadini. È amore a prima vista. Fa uno stage da Giuseppe Martignoni e, due giorni dopo aver terminato la scuola dell’obbligo, comincia un apprendistato presso il suo studio fotografico. Prende così avvio, a 14 anni, il suo percorso formativo, che lo immergerà soprattutto nel mondo della fotografia pubblicitaria, di moda, di architettura e di riproduzione d’arte. Minelli s’impratichisce nell’uso del banco ottico – strumento che non abbandonerà più – apprezzandone la lentezza a cui costringe lo sguardo, la concentrazione e quel silenzio che richiede nella preparazione dello scatto, della sua composizione.
Quando, dopo qualche anno, lo studio Martignoni chiude – per trasformarsi in agenzia pubblicitaria –Minelli, all’epoca ventenne, ne rileva le apparecchiature e diviene indipendente. Oltre a collaborare con l’agenzia di Martignoni, continua il rapporto di lavoro con buona parte della clientela che già faceva capo allo studio.
Ogni dettaglio racconta la stratificazione di storie umane e materiali nei luoghi attraversati, come i tanti quartieri periferici
A fine anni Ottanta, inizio Novanta l’attività è ben avviata, ma in questo periodo si manifesta in lui il bisogno di affiancare alla fotografia pubblicitaria un percorso personale di ricerca, attraverso cui esplorare altri ambiti fotografici. Questo processo di crescita viene assecondato dalla nascita, nel 1990, a Chiasso, della galleria Consarc di Daniela e Guido Giudici, che tanto faranno per promuovere l’arte fotografica nel nostro Cantone (si pensi ai workshop con Gabriele Basilico, o Francesco Radino e le conferenze con Roberta Valtorta, Giovanna Calvenzi, Claudio Marra e altri ancora). «L’altra fortuna è stato l’incontro con Alberto Flammer, avvenuto proprio alla Consarc. Ho iniziato a formarmi in un altro modo, avvicinandomi a una ricerca più personale, che fino ad allora avevo tenuto un po’ separata. Flammer mi ha seguito da vicino, nel senso che ha cominciato a darmi indicazioni sul lavoro che stavo avviando timidamente
fuori dagli schemi imposti dai clienti». Sono incontri che faranno da spartiacque nel percorso di Minelli, proiettandolo decisamente verso forme di ricerca fotografica che sfoceranno nel 1996 nel conseguimento di una Borsa federale per le Arti applicate e, corollariamente, di una residenza all’Istituto svizzero di Roma. Al 1995 risale invece il suo primo viaggio di alcuni mesi in Argentina. Segue Roma, città in cui Minelli si trasferisce nel 1998 per trascorrevi oltre un anno e mezzo. L’Urbe rappresenterà una sorta di trampolino, grazie al lavoro che vi realizza, agli incontri cruciali e alla rete di conoscenze che da qui in avanti comincia a intessere. Identificato come artista svizzero, all’estero gli si aprono strade che in Svizzera, fino ad allora, paradossalmente, gli erano precluse, permettendogli così di ottenere mandati e borse a suo tempo inarrivabili.
Da fotografo, esplorando con la sua Sinar alcune delle zone periferiche della città – quei territori di mezzo tra il centro e la campagna – s’imbatte nell’immigrazione clandestina, incontrando migranti che in quelle zone discoste e povere trovavano rifugio. È in questo contesto che Minelli – oltre a realizzare un lavoro di documentazione del territorio – elabora il suo primo progetto di «autoritratti». Progetto
che porterà avanti anche a Buenos Aires: «Mi sono avvicinato inizialmente col banco ottico per fotografare il paesaggio; in questo modo crei prima di tutto una presenza fisica e reale. Ti vedono, non sei lì con una macchina nascosta dentro la giacca, si crea un rapporto inizialmente di curiosità che poi può diventare di fiducia. Solo a quel punto ho deciso di documentare la presenza dei migranti, pensando che il modo giusto per farlo era che loro stessi si facessero la foto quasi come fosse un gesto di autodeterminazione: sono qui, guardami».
Minelli mette la sua competenza e la sua apparecchiatura a loro disposizione: definita da lui l’inquadratura e tenuta sotto controllo la messa a fuoco, sta però al soggetto decidere come presentarsi, come uscire dunque, con questo gesto, dall’invisibilità in cui, da migrante clandestino, viene costretto. Con questa modalità, riuscirà a realizzare una quindicina di autoritratti. Nel 1998, Minelli vince una seconda Borsa federale e, dopo il suo rientro da Roma nel giugno del 1999, passa un breve periodo in Svizzera dove decide di chiudere il suo studio e di trasferirsi a Buenos Aires con l’idea di restarci un anno per realizzare un progetto di documentazione del territorio. Non lo sa ancora, ma l’Argentina sta per di-
ventare la sua seconda patria. Come già in precedenza – è una sua inclinazione – è sui territori ai margini di Buenos Aires che Minelli decide di lavorare. I vari progetti che vi realizzerà sono attraversati da un’evidente vena antropologica: nelle sue immagini, la componente estetica e poetica è senz’altro importante – e assai raffinata – ma, colte come serie, sono chiaramente portate a mettere in luce gli aspetti umani – sociali, storici e culturali – che caratterizzano gli spazi ritratti. Non per niente, a differenza dei fotoreporter, prima di affrontare fotograficamente un luogo, prende tempo, lo attraversa, lo perlustra, lo sviscera cercando di coglierne la storia e le sue dinamiche: «I miei progetti sono sempre a lungo termine, prendono vari anni di lavoro. Ho bisogno di conoscere un territorio profondamente prima di iniziare, per permettere che poi anche il dettaglio si mostri».
Pure la fase operativa si contraddistingue per una disciplinata calma –un andamento più ponderato che reattivo – nei confronti delle realtà che intende fotografare: «Quando inizio a fotografare mi appoggio a quella che è la fotografia documentaristica del territorio, che è un po’ dove mi sono formato grazie appunto agli incontri con Flammer e Basilico. C’è questa idea di
guardare la città, di osservarla, comporla, aggiustarla, che è la costruzione di un archivio della memoria di un territorio che si modifica». Il lavoro con il grande formato, sul cavalletto e in pellicola, costringe di per sé a questo atteggiamento di natura meditativa. Quando si tratta di fotografia ambientale, Minelli realizza immagini dallo sguardo ampio, con cui trasmettere una o più visioni d’insieme dei luoghi in cui sta operando. Sono immagini che denunciano il dato di realtà di quei luoghi – spesso, il loro degrado, la miseria, lo stato d’abbandono – riuscendo però nel contempo a catturarne un’aura, quel soffio capace di evocare la stratificazione di storie ed eventi, umani e materiali, che quegli spazi hanno scolpito. A maggior ragione quando il suo obiettivo si focalizza su dettagli, sulle tracce lasciate dal passaggio di chi in quei luoghi ha vissuto, o semplicemente li ha attraversati. Sono, queste, immagini quasi astratte – con cui Minelli ci dichiara il suo amore per la storia dell’arte – che ci permettono di entrare con ulteriore forza nella dimensione pulsante di quei luoghi. Nel corso delle sue iniziali esplorazioni a Buenos Aires, s’imbatte nel Barrio Villa Lugano, all’estremità sud-ovest della città: un quartiere dall’architettura modernista e di molta povertà. V’incontra persone – tra cui Ariel Pradelli, architetto urbanista, docente universitario e artista –che lo aiuteranno a conoscere la storia di questo territorio e a integrarsi nella sua vita sociale. Insegna per tre anni fotografia nel popoloso Barrio Piedrabuena, e grazie a questa e ad altre attività di animazione socioculturale, da lui stesso promosse e svolte con passione, crea un buon contatto con la comunità. Fatto che gli permetterà poi di muoversi con agio nel territorio e di essere facilitato nel trovare persone disposte a farsi ritrarre o a partecipare al suo progetto di autoritratti. Numerose sono le serie fotografiche che Minelli ha realizzato lungo il suo pluridecennale percorso artistico (www.gianpaolominelli.com), pubblicate ed esposte in mostre collettive e personali in molti luoghi dell’arte, anche prestigiosi, sparsi per il mondo. Fra i lavori più recenti ricordiamo Altitudine 2020-2024 (KBB editore), pubblicato nell’ottobre del 2025 (testi di Elio Schenini e Gonzalo Aguilar), risultato di un viaggio del fotografo lungo le Ande centrali. Oltre all’attività artistica, Gian Paolo Minelli continua a lavorare tra l’Argentina e la Svizzera come fotografo indipendente e dal 2014 è anche coordinatore della Casa Suiza de la Boca, residenza porteña per artisti svizzeri.
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L’atlante instabile di Sarajevo
Narrativa balcanica ◆ Miljenko Jergović ricostruisce la capitale bosniaca come un organismo narrativo Angelo Ferracuti
Miljenko Jergović, scrittore bosniaco che vive a Zagabria, è uno dei più importanti esponenti della letteratura balcanica contemporanea. Molto attento ai temi storici e al conflitto interetnico, nei suoi romanzi, opere teatrali, scritture in versi, articoli giornalistici mette al centro personaggi estranei ai nazionalismi identitari che vivono come esuli, stranieri in Patria.
Il libro che l’ha fatto conoscere al grande pubblico internazionale è stato Le Marlboro di Sarajevo (Bottega Errante Edizioni), dei microracconti della durata appunto del fumo lento di una sigaretta, sulla condizione umana durante l’assedio durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 raccontata in presa diretta. Narra le storie di quei giorni, viste dalla parte degli assediati, legando una vita all’altra, la sorte di un uomo a quella di una donna, di una casa indenne a una colpita dalle cannonate, l’esistenza claustrofobica di chi è costantemente sotto la minaccia delle armi.
La memoria storica è sempre presente nei suoi libri, sia frontalmente, penso a romanzi come L’attentato (Nutrimenti), che narra la storia del giovane Gavrilo Princip, il quale il 28 giugno 1914 sparò all’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, episodio che innescò la Prima Guerra mondiale o Ruta Tannenbaum (Nutrimenti); ma anche in quelli più inti-
mi di ambientazione famigliare, come il notevole Il padre, Radio Wilimowski (sempre editi da Bottega Errante Edizioni) o I Karivan (Einaudi). Una forma di ossessione per la grande Storia nel ricostruirla e interpretarla, sia come memoria individuale sia come destino collettivo.
Il suo ultimo libro, Sarajevo, una mappa della città (Keller, 2025), è una summa di quanto Jergovic ha scritto in circa trenta opere; non è solo il romanzo di una capitale, ma una sorta di opera universale, quello che Kapuściński definirebbe un libro di «storia viva», oltre che una nuova forma di romanzo ibrido e labirintico dove memoria e finzione convivono, realtà e immaginazione si fondono in un mosaico vivo di situazioni.
Dentro ci sono i ricordi autobiografici di un romanzo di formazione «dal vero», storie personali e famigliari nei secoli, ma c’è anche una riflessione sulla Storia, la città ottomana così come quella austro-ungarica, o la città comunista del maresciallo Tito e degli eroi della resistenza, e poi le etnie, le religioni, l’elenco telefonico, la topografia, le fotografie, quanto basta per farne un’opera mondo.
Sarajevo, una mappa della città è dunque un racconto caleidoscopico che tiene insieme memoria famigliare e crocevia di storie e di destini individuali. Dove, capitolo dopo capitolo, le vie della città diventano palinse-
sti, sedimentati storici e metamorfici, «tempi solari e umani, imperi, sistemi politici e usi popolari» come scrive l’autore, una tessitura infinita di connessioni fatta di una scrittura avvolgente, stratificata, la moltiplicazione di punti di vista e di una toponomastica in continua trasformazione che diventa un labirinto inesplicabile quanto attraente. Memoir, saggio, dissertazione filosofica, così come visione antropologica, sono le tante facce che convivono in questa babele narrativa, un «paesaggio dialettico» come lo intendeva Walter Benjamin, o addirittura un ipertesto. Le storie si infittisco-
In copertina, gente nei pressi della Moschea dell’Imperatore (Careva džamija) a Sarajevo. (Keller)
no, entrano una nell’altra come in una matrioska, personaggi storici e persone comuni condividono le stesse piazze, gli stessi palazzi, i lunghi elenchi di nomi, anche le epoche sfilano in modo tutt’altro che cronologico, eppure tutto si tiene, tutto funziona in questo domino impazzito, in questa giostra tenuta viva da un burattinaio sapiente, dal fingitore che si fa beffe dell’inafferrabile realtà, l’inventore eccentrico dei punti di vista che dilata, sconfina.
Jergović è cosciente che «la nostra realtà quando diventa passato e dal passato viene sopraffatta, appare tendenziosa, falsa e patetica», quin-
Trame immaginarie in una Paris noir
di mescola nel fuoco del racconto anche le storie orali ascoltate al bar di quartiere, quelle popolari tramandate di generazione in generazione, le letture dei romanzi, la musica ascoltata, le opere d’arte, persino la storia di Ezra Kajon, «il re delle calze», o di altri personaggi bizzarri di cui il suo romanzo polifonico è popolato. Adesso che abbiamo letto questo libro di rara forza espressiva, costruzione complessa e montaggio esemplare, sappiamo tutto di Sarajevo, sappiamo persino troppo, questa è la sensazione finale che prova il lettore, anche il più smaliziato; abbiamo visitato le ville, i cimiteri, le chiese. Sappiamo tutto però di una città che è solo in parte quella della realtà perché è anche opera della fantasia, o di una memoria eccentrica, filtrata dalla letteratura, che inventa, mutevole nel tempo. Sappiamo le grandi trame della storia ma anche le piccole aneddotiche quotidiane, il colore degli intonaci, oppure le ombre di una via. Sappiamo persino che alla nuova stazione ferroviaria, sulla torre di sinistra, si trova un orologio, è quello più grande di Sarajevo, un orologio che «non si ferma mai, ma non è mai preciso».
Bibliografia
Miljenko Jergovic, Sarajevo, una mappa della città nella traduzione di Estera Miocic, Keller, 2025
Fotografia ◆ Alla Casa Rotonda di Corzoneso il lavoro di Stefania Beretta dal soggiorno parigino del 1994 a oggi
Giovanni Medolago
È il 1994 quando Stefania Beretta sbarca a Parigi, dove vivrà per qualche mese grazie a una borsa di studio. L’incanto della Ville Lumière le si spegne subito, quando si accorge che «tutto mi sembrava già stato detto, fatto e soprattutto fotografato. Così ho cominciato a cercare nella notte quello che il giorno non mi sapeva dare. Per alcune settimane mi sono svegliata in piena notte, girovagando per la città avvolta nel buio, fino a quando l’alba non mi riportava a casa. Ho scelto di tradurre l’atmosfera di Parigi in bianco e nero, ma soprattutto in nero». Così scrive Stefania Beretta – nel volumetto dedicatole nel 1997 dai Quaderni di Biolda – ricordando la genesi della sua raccolta intitolata appunto Paris noir «Sono tornata a Bercy con una vecchia Polaroïd, apparecchiatura fotografica che mi permetteva l’effetto immediato, ma contemporaneamente salvavo il negativo». Scatti che Beretta sviluppa poi nella classica camera oscura, alla pari della solita pellicola. «Naturalmente essendo un film Polaroïd a strappo generava ogni volta sorprese di ogni genere, e anche questa era la sua peculiarità». Un procedimento e un risultato che destano l’interesse di
Jean-Claude Lemagny, direttore del Dipartimento di Fotografia alla Bibliothèque National: «È una Parigi visionaria quella di Stefania Beretta, che ricorda quella dei Miserabili di Victor Hugo. Sono le vie che hanno visto le barricate del 1848».
Paris noir, la sezione che accoglie il visitatore alla Casa Rotonda di Corzoneso, «potrebbe apparire come una serie di fotogrammi di un thriller» annota Antonio Mariotti. «È facile immaginarci Alain Delon col bavero del trench rialzato per mascherarsi il viso che si aggira cercando di nascondersi nell’ombra». Magari mettendo in allerta i piccioni di Rue d’Oran: una splendida quanto audace inquadratura dal basso che riesce a cogliere un tocco di cielo plumbeo tra due sinistri e decadenti palazzoni.
L’altra parte della mostra (accompagnata dall’elegante portfolio creato dal grafico Daniele Garbarino con sette immagini formato cartolina) testimonia il deciso cambio di rotta nella ricerca della Beretta. È intitolata Trame immaginarie e ricorda un altro lavoro della fotografa, Paesaggi improbabili-Religamen. Un termine polisemantico latino, questo Religamen,
che tentiamo di tradurre con legàmi Quando una sua immagine le sembra prestarsi, Stefania si arma di ditale, ago e refe (talvolta ricorrendo persino alla macchina per cucire) e la ritocca con una cucitura capace, ad esempio,
di ridare un geometrico quanto rigoglioso fogliame rosso a un albero rinsecchito. Acqua e alberi sono i soggetti che sembrano maggiormente interessarla, quelli che le lasciano maggiore libertà per tracciare nell’immagine,
con ago e filo, il segno evidente di un proprio intimo sentire.
Talvolta il filo, dopo aver arzigogolato attorno ad altro, si stacca ed esce per così dire dall’inquadratura, stagliandosi su uno sfondo bianco che invita lo spettatore a ripercorrere il geroglifico tracciato del refe, o a interpretarlo con la propria sensibilità. «I segni geometrici/poligonali che si alzano dalle acque – annota la critica d’arte Viviana Conte – non solo tracciano i percorsi immaginari dell’autrice, non solo proiettano possibili rotte oniriche; ma costituiscono anche realtà alternative».
Un filo d’Arianna che si/ci diverte a condurci verso inaspettati labirinti (le reti dei pescatori sulla spiaggia, le fronde d’un bosco di betulle). Un originale ritocco grazie al quale ogni fotografia ricamata diventa un’opera unica, sensibile pure al tatto e irripetibile.
usata da Adelphi per la nuova edizione di Io? di Peter Flamm è il dipinto a olio su tela intitolato Lampioni stradali (Straßenlaternen), realizzato dall’artista tedesco Otto Dix nel 1913. (Collezione Kunstsammlungen Chemnitz – Museum Gunzenhauser a Chemnitz, Germania)
Un corpo frontiera
Letteratura – 2 ◆ Anoressia, migrazione e rabbia
Laura Marzi
Ci sono stati anni in cui l’anoressia e in generale i disturbi alimentari trovavano spazio nella narrativa, basti pensare al successo di libri come Una vita sottile di Chiara Gamberale (1999), poi sono passati in secondo piano, come se l’emergenza di quelle storie fosse finita, anche se ovviamente non è affatto così. Lo ha raccontato di recente Beatrice Sciarrillo con il libro In trasparenza l’anima (66thand2nd), vincitore del Premio Berto nel 2025 e lo fa con ancora maggiore incisività Andreea Simionel, classe 1996, nel romanzo La ragazza d’aria , in uscita il 5 marzo per Rizzoli.
La prima persona incrinata
Letteratura – 1 ◆ Il romanzo Io? di Peter Flamm, riscoperto da Adelphi, mette in scena una soggettività scissa, figlia della guerra e di una lingua che frantuma ogni maschera
Laura Di Corcia
Da una parte si tratta quasi di una riscoperta: pubblicato cento anni fa a New York, il romanzo Io?, dato alle stampe dalla casa editrice Adelphi un anno fa, ha il sapore di un gioco sull’identità e su quanto sia a ben vedere fittizio incarnare un personaggio quando quello che chiamiamo, per convenzione, «io», è in fondo almeno tripartito fra l’io che guarda sé stesso e la relazione che si crea fra questi due frammenti (osservatore e osservato). Il titolo stesso suggerisce – e in fondo impone – questa via interpretativa, insieme al fatto che il nome dell’autore che appare sulla copertina, Peter Flamm, non corrisponde alla persona biologica che ha scritto il libro, Erich Mosse.
Dall’altra, l’assetto sul quale è concepita la narrazione risulta ben più avanguardistico e sperimentale di molti romanzi pubblicati oggi, che, a causa di esigenze editoriali spesso legate a un mercato che appiattisce il livello e il gusto, risultano meno interessanti e più datati di testi più vecchi. Ben venga, quindi, togliere la polvere sopra a libri che ci eravamo dimenticati, riprenderli in mano e ripubblicarli, se la riscoperta è tanto felice. Io? di Peter Flamm è infatti un di-
lemma, prima di tutto, e ha a che fare con la biografia del vero autore, Erich Mosse, appunto, psichiatra costretto a lasciare la Germania, con l’avvento del nazismo, trasferendosi dapprima a Parigi, poi a New York; il suo studio fu frequentato da personaggi non certo sconosciuti, come Albert Einstein e Charlie Chaplin, ma quello che è più rilevante per capire l’origine del libro adelphiano è che per anni si occupò di traumi di guerra. E traumatizzato, infatti, profondamente scisso è l’io che si muove in questo libro, o l’«ich », per tornare al titolo tedesco – il libro, riscoperto in Germania nel 2003 è stato celebrato come un classico, pari a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque e a romanzi di quel livello.
Un «ich » che torna dalla guerra e non si riconosce, non si ritrova nelle persone e negli spazi quotidiani; recita pirandellianamente una parte, finge di vestire i panni giusti, ma non li sente suoi, e l’unico che pare accorgersene è il cane, che in effetti lo aggredisce, lo rifiuta, ma sarà con lui fino alla fine, accompagnandolo fedelmente lungo il tragitto del viaggio finale.
Un libro del genere, che incarna e
rende plastico lo sfasamento fra io interno e io esterno, fra maschera, personaggio e interiorità mobile e sempre mutante, fra – per usare termini pirandelliani – forma e vita, può essere scritto soltanto in una lingua franta, esposta, continuamente rilanciante. E risiede nella lingua, nel respiro corto che la innerva, che pulsa sulla pagina e pulsa nella testa del lettore, la forza di questo romanzo.
Un dettato martellante è quello che sostanzia le pagine del romanzo; un dettato calato in un presente che appare come una coltre di nebbia al di là della quale dovrebbe risiedere una qualche verità, e per questo l’autore ha optato per l’utilizzo della paratassi che annulla le gerarchie e pialla i tempi rendendoli omogenei; perché il viaggio che compiamo è soprattutto nella testa e nelle percezioni del protagonista, agli occhi del quale la realtà appare come una finzione e finte sono le figure che popolano il panorama che vede ogni giorno. Un libro che sicuramente scuote e smuove, una lettura che non pacifica e che va in direzione dell’allucinazione.
Bibliografia
Peter Flamm, Io?, Adelphi, 2024
La giovane scrittrice di origini rumene racconta in prima persona la storia di Aryna, una ragazza arrivata a Torino dalla Romania a tredici anni. La incontriamo all’inizio del romanzo durante il suo primo giorno di scuola, al liceo, quando una professoressa la fa alzare in piedi, commenta le sue origini e il suo modo di parlare l’italiano. Aryna è bravissima, ha imparato la nuova lingua in men che non si dica, del resto non sarà mai quello il suo problema: a scuola otterrà sempre il massimo dei voti, l’unica cosa che non le riesce è essere felice, anche perché «stare bene è difficile». Così, mentre la sua nuova docente blatera sulla Romania, Aryna sviene in preda a un attacco di panico.
Nella prima parte del romanzo Simionel racconta della nostalgia che Aryna ha per la vita nel suo Paese, per i nonni e per Andrej, il vicino di casa con cui si sono baciati l’estate prima della partenza. Per lei, però, quella mancanza è il nemico e l’unico modo per sconfiggere il dolore che le provocano quelle assenze è cercare di dimenticare. Farlo risulta impossibile, però, perché sua madre non fa altro che cercare di mantenere saldi i legami con le tradizioni rumene, soprattutto attraverso il cibo: «Mia madre è la prima artefice del mio male perché infesta la casa di ricordi». E poi la donna non conosce altro modo di far felici le sue figlie, quando torna a casa dopo il turno nella ditta di pulizie, che portarle a fare la spesa, concedendo loro di comprare tutto il cibo che vogliono: Aryna e Diana riempiono il carrello di patatine e dolciumi, con cui si abbuffano tutti i pomeriggi in casa da sole.
Quando dopo quasi due anni dall’arrivo a Torino Aryna e la sua famiglia tornano in Romania, la ragazza si rende conto che tutto quello per cui aveva provato nostalgia è diventato indesiderabile: l’Italia, con le sue ricchezze e le sue pretese hanno contagiato il suo sguardo e adesso la città dove è nata, quel ragazzino di cui credeva di essere innamorata, la campagna dove è cresciuta sua madre le sembrano brutti. Simionel racconta la condizione di chi non appartiene più al suo luogo d’origine, ma neanche al nuovo paese, descrive quel limbo in cui cadono tutti coloro che hanno dovuto lasciare la propria terra, per cercare fortuna altrove. Aryna si ammala, però, e a innescare la sua sofferenza è la rabbia: non avrebbe voluto andarsene dalla Romania e adesso che l’hanno costretta a vivere a Torino vorrebbe poter essere come le sue compagne e i suoi compagni italiani: «Ho voluto cambiare nome, nazionalità e origini. Non ci sono riuscita». Davanti allo specchio si ripromette di tornare a essere la ragazzina romena che è stata, attraverso il digiuno e lo sforzo fisico eccessivo cerca di riportare il suo corpo nel passato. La scrittura di questo romanzo è agile e feroce, votata al desiderio di dare voce senza sconti alla solitudine inscalfibile di Aryna il cui racconto tiene incollati alla pagina.
Bibliografia
Andreea Simionel, La ragazza d’aria, Rizzoli, pp. 352
MONTE GENEROSO
Più vicino di quanto pensi, tutti i giorni!
A far da sfondo alla copertina del romanzo La ragazza d’aria di Andreea Simionel, l’opera Racconti di sirene di Rebecca Aldernet. (Rizzoli)
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ORARI
Sul divano una piccola striscia di cioccolata testimonia una piacevole serata davanti alla TV. Sul tavolo di vetro brillano alcune sottili impronte, presumibilmente dovute a mani curiose che hanno toccato la superficie. E sul parquet ci sono delle strisce di gomma scura: segno che non sono state tolte le scarpe una volta entrati in casa. Le macchie di tutti i giorni si formano rapidamente e spesso sono più ostinate di quanto si vorrebbe.
Meglio tamponare delicatamente che strofinare in modo troppo vigoroso
Con gli strumenti giusti, metodi delicati e un po’ di know-how, la maggior parte delle macchie può essere facilmente rimossa senza l’uso di prodotti chimici. «La cosa più importante è non sfregare», dice Moritz Hartmann, specialista in pulizie e responsabile dell’assicurazione qualità presso Faro Facility Services AG a Berna. «Molte persone peggiorano la macchia perché strofinano in modo troppo vigoroso. È meglio tamponare delicatamente con carta assorbente o un panno in microfibra.» Secondo l’esperto, ogni famiglia dovrebbe quindi avere in casa i seguenti strumenti di base: panni in microfibra, un detergente delicato, una spugna cancella macchie e carta da cucina.
Occorre prestare particolare attenzione alle superfici delicate come i tessuti, il legno non trattato o la pietra naturale. Si consiglia di effettuare un test su un’area un po’ nascosta. Soprattutto nelle case più vecchie possono restare degli aloni, ossia aree chiare che dopo la pulizia risultano più evidenti della macchia originale.
Queste macchie possono essere rimosse con pochi semplici passaggi
• Segni di matita o biro sulla parete: di solito è sufficiente una spugna cancella macchie inumidita.
• Residui di adesivi sul vetro: prima lavare, poi rimuovere con abbondante acqua e un raschietto per vetri, dotato di un’apposita lama.
• Impronte su specchi o ante di armadi: basta un panno in microfibra e il gioco è fatto.
• Gocce di caffè sulla parete: tamponare con un panno in microfibra leggermente umido, senza strofinare.
• St risce nere di scarpe o segni di pneumatici di biciclette per bambini sul parquet: strofinare con un pad pulente bianco. Per le aree più grandi è meglio rivolgersi a un professionista.
• E per i proprietari di animali domestici: anche le marcature del gatto sulla parete possono essere
Il parquet necessita di una cura delicata con poca acqua.
Una casa splendente
Che si tratti di gocce di caffè, segni delle scarpe o marcature del gatto: l’esperto di pulizia Moritz Hartmann spiega come rimuovere delicatamente le macchie tipiche di tutti i giorni
Testo: Heidi Bacchilega
La
cura giusta per ogni superficie
1 Vetro
Non resteranno aloni se i vetri non vengono puliti quando c’è il sole. Di solito sono sufficienti acqua calda e un panno in microfibra. Per lo sporco più ostinato, è utile un po’ di detergente per vetri o un goccio di aceto nell’acqua. Quindi lucidare con una spatola o un panno asciutto. Evitare assolutamente le spugne abrasive.
2
Legno
Il legno è delicato. Per la cura quotidiana sono sufficienti un panno leggermente umido e un detergente delicato per il legno. Troppa acqua può danneggiare il materiale. Le superfici in legno oliate dovrebbero essere trattate con olio trattante una o due volte l’anno per rinnovare lo strato protettivo e preservare il legno.
3
Acciaio cromato
Le impronte e le macchie d’acqua scompaiono con un panno morbido e un po’ di detersivo per stoviglie. Importante: asciugare sempre bene. Un trattamento specifico per l’acciaio cromato fornisce una protezione aggiuntiva.
4
Marmo e pietra naturale
La pietra naturale è sensibile all’azione degli acidi, pertanto utilizzare solo acqua tiepida e un detergente per pietre a pH neutro. Rimuovere subito le macchie di vino, caffè o olio. Evitare assolutamente detergenti aggressivi, aceto o acido citrico.
rimosse. Sulle superfici lavabili basta usare abbondante acqua, mentre le pareti delicate vanno tamponate accuratamente con un panno in microfibra leggermente inumidito. «Ci vuole pazienza», consiglia Hartmann. «E per contrastare gli odori forti si può usare un deodorante per tessuti».
Consultare uno specialista per i casi più complessi Il problema si complica se il cioccolato macchia il divano in tessuto o se ci sono macchie di grasso sulla pelle non trattata. In questi casi Hartmann sconsiglia assolutamente il fai da te: «È necessario un equipaggiamento professionale, altrimenti le cose peggioreranno rapidamente». Anche se l’unico rimedio sono i detergenti forti, acidi o alcalini, è necessario consultare uno specialista.
Utili aiuti
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LIFESTYLE
Decorazioni pasquali
Oh, che facile!
Un sacchetto di carta o un cartone delle uova vuoto: non serve molto per creare originali decorazioni pasquali. Ti mostriamo quattro idee
Testo: Angela Obrist Styling: Esther Egli Foto: Martina Meier
Galline create a partire da cartoncini delle uova
1. Disegna la forma desiderata su un cartone da 6 uova vuoto usando una matita e ritaglia poi con una taglierina.
2. Disegna e ritaglia cresta e becco su un cartoncino per foto.
3. Incolla cresta, becco e occhi mobili sulla forma ritagliata usando colla da bricolage. Se vuoi, puoi anche decorare il cartoncino con pennarelli, adesivi o washi tape (nastro decorativo).
4. Fai bollire un uovo fresco. Applica un fondo di colore con un pennarello o un acquerello e in seguito disegna un volto tramite un pennarello.
Sacchetto con orecchie da coniglio
1. Prepara un sacchetto regalo. Disegna il muso del coniglietto sul sacchetto con una matita, quindi traccialo con un pennarello scuro.
2. Disegna e ritaglia le orecchie del coniglietto sul cartoncino per foto marrone e l’interno delle orecchie sul cartoncino per foto rosa.
3. Incolla le due parti delle orecchie con la colla per bricolage e fissale al sacchetto con la colla.
4. Riempi il sacchetto con paglia decorativa colorata.
6 pezzi Fr.
Bouquet di Pasqua con decorazione
1. Componi un bouquet con fiori di stagione, verde e ramoscelli, per esempio con amenti di salice, tulipani, fresie, narcisi o giunchiglie.
2. Avvolgi 3 fogli di carta velina bianca intorno al bouquet e fissali con un nastro di raso.
3. Decora il bouquet con uova di Pasqua di plastica o di cioccolato.
Uova decorative
Svuotare le uova
1. Lava le uova e con un ago da cucito fai un piccolo buco sopra e sotto. Allarga delicatamente il foro inferiore con uno stuzzicadenti.
2. Mescola tuorlo e albume all’interno dell’uovo usando lo stuzzicadenti, poi soffia il contenuto in una ciotola. In alternativa puoi estrarre il contenuto con una siringa monouso.
3. Risciacqua i gusci delle uova con acqua e aceto e lasciali asciugare.
4. Per appenderli: piega a metà un pezzo di filo metallico e fissa al centro l’estremità di un nastro di raso o di uno spago decorativo. Tira lo spago o il nastro con il filo metallico attraverso l’uovo svuotato. Estrai il filo e fissa un’estremità del nastro con un nodo spesso, in modo che non scivoli. Annoda l’altra estremità a forma di asola.
Decora con coriandoli
1. Con un perforatore realizza coriandoli di carta velina colorata. Piegando più volte la carta velina, il lavoro procede più veloce.
2. Per ottenere coriandoli più grandi, piega più volte la carta velina colorata. Disegna i cerchi con una matita e ritagliali. Usando un oggetto rotondo come sagoma, ad esempio un ditale, i cerchi risultano perfettamente regolari.
3. Spennella i coriandoli grandi con un po’ di colla da bricolage e applicali sulle uova svuotate. Per i coriandoli piccoli, spennella invece l’uovo e poi passalo nei coriandoli.
Decorare con il washi tape Taglia il washi tape in strisce o triangoli e applicalo sull’uovo creando motivi geometrici.
Più facile
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3 mio. per le associazioni
TEMPO LIBERO
La primavera in una mostra floreale
Dal 18 al 22 marzo 2026 Locarno celebra la Festa delle camelie, evento che segna l’apertura ufficiale della stagione turistica sul Lago Maggiore
Un’idea regalo per la Festa del papà
Grazie al tutorial può prendere forma un progetto creativo semplice, da realizzare con i bambini, unendo fotografia e parole in una scatola di cioccolatini
La costanza prima della vetta
Adrenalina ◆ Allenamenti, pazienti rinvii e forti motivazioni per Sergio Guslandi, Simone Rizzi e Mihai Banica che ritenteranno la sfida della Patrouille des Glaciers, nel mese di aprile di quest’anno
Chi la dura la vince. Anche se la loro avventura sulle creste Vallesane nell’ambito della Patrouille des Glaciers (un evento che si tiene a cadenza biennale e a cui avevamo del resto già dedicato una finestra in questa stessa rubrica nelle edizioni 14/2023 e 14/2024 di «Azione»), a tutti gli effetti devono ancora viverla, un importante traguardo loro l’hanno già tagliato. Dando prova, anche, di grande costanza. Perché due anni dopo aver dovuto accantonare, causa forza maggiore, il sogno di partecipare a quella che per gli appassionati di questo genere di competizioni è la «gara delle gare», Sergio, Simone e Mihai sono pronti a ripresentarsi al via della gara. Ancora più motivati e determinati di due anni fa, e con ancora più voglia di andare fino in fondo. L’appuntamento con la loro Patrouille des Glaciers 2026 è fissato per venerdì 17 aprile, giorno in cui è prevista la «finestra» per la partenza della loro squadra. Un mix di specialisti, ciascuno con le proprie particolarità, provenienti da regioni diverse, ma con un forte legame con il Ticino.
Non per voler scalare una classifica ma per lavorare sul proprio limite personale da spostare ancora un po’ più avanti
Loro, per esteso, sono Simone Rizzi, il momò del gruppo, nato a Balerna e poi spostatosi a Novazzano; Sergio Guslandi, nato e cresciuto a Locarno e ora trasferitosi oltre San Gottardo (di casa a Losanna, lavora a Lucerna); e Mihai Banica, di origini italiane ma residente pure lui a Losanna. A cui si aggiunge la riserva Marco Cavadini, ticinese «doc», pronto a entrare in gioco qualora uno degli altri componenti della squadra dovesse per un motivo o per l’altro gettare la spugna. «Per ora ci stiamo allenando in altre zone, poi, come avevamo del resto fatto anche due anni fa, nelle ultime settimane di uscite, ci concentreremo sulla regione che farà da sfondo alla gara vera e propria, per familiarizzare con quelle che saranno le particolarità specifiche del tracciato le quali, ovviamente, variano e non di poco da un anno all’altro, e pure in funzione delle condizioni meteorologiche» ci racconta Sergio, che raggiungiamo telefonicamente mentre assieme ai suoi compagni di avventura si sta recando alle Portes du Soleil per una delle diverse uscite che ne hanno caratterizzato la marcia di avvicinamento all’edizione 2026 della Patrouille des Glaciers. «Pensavamo di doverci allenare in mezzo a un mare di nebbia e invece stavolta lo potremo fa-
re in una giornata di sole splendente. Condizioni ideali per prepararci, anche se in gara dovremo essere pronti a fronteggiare situazioni più complicate. Beninteso, qualora le condizioni dovessero essere tali da dare adito a dubbi relativi a sicurezza e incolumità dei partecipanti, la gara non si disputerebbe, come è appunto successo due anni fa. In concreto, gli organizzatori sono molto attenti all’aspetto della sicurezza: qualora non vi siano i presupposti per l’evacuazione di una persona o una squadra con l’elicottero in qualunque momento e in qualunque tratto della gara, allora la stessa viene annullata».
A portare i tre più uno, al via di una gara come la Patrouille des Glaciers, non è tanto la voglia di confrontarsi con altre squadre in una competizione al di fuori degli schemi abituali, ma semmai per mettersi alla prova in una sfida prima di tutto con sé stessi: «La Patrouille des Glaciers, per gli appassionati di questo genere di competizioni, è un po’ come la regina di tutte le prove, una sorta di mito capace di attirare ogni volta gente da tutto il mondo (le squadre iscritte sono oltre 1200)». «Non abbiamo particolari ambizioni di classifica, ma vogliamo arrivare fino in fondo a questa gara – gli fa eco Simone – e, possibilmente, arrivarci con un tempo che ci faccia onore».
Le premesse, a ogni conto, non dovrebbero far loro difetto, visto che per ingannare il tempo, in questi due anni di attesa tra un’edizione non disputata e quella che dovrebbe andare finalmente in scena a metà aprile, hanno continuato le loro uscite e gli allenamenti: «Le uscite sono state logicamente meno assidue, ma non siamo certo rimasti con le mani in mano» riprende Sergio. «Non ci siamo certo annoiati! Anzi, più l’età avanza, più il tempo passa velocemente».
Proprio Sergio, a proposito della Patrouille des Glaciers, accarezza un sogno particolare: «Mi piacerebbe, un domani, mantenermi in una forma sufficiente per poterci tornare e gareggiare in squadra con i miei figli, una volta raggiunta la maggiore età, necessaria per poterci partecipare (Matteo, il più grande, quest’anno ne compie 16, per cui ci siamo quasi… mentre per gareggiare con Emma, dovrò restare in forma almeno fino al 2030)».
Concretamente, Mihai e compagni saranno al via della gara “piccola”, che si sviluppa su una distanza di 30 km con un dislivello positivo di 2200 m: «In tutto stimiamo di completare la gara in sei ore» racconta quest’ultimo. «Per sicurezza, al momento delle iscrizioni, siamo stati abbondanti nella stima del tempo necessario, e abbiamo indicato otto ore. Questo ci
ha garantito il diritto di partire qualche ora dopo mezzanotte di venerdì». Ideale per raggiungere il primo “cancello” entro i tempi fissati dagli organizzatori per poter proseguire la gara: «Il primo “cancello” è quello che richiede una performance più sostenuta: avremo un’ora e tre quarti per raggiungere il primo punto di controllo a 3,6 km e 750 m di dislivello. Poi, gli altri “cancelli”, sarà sufficiente passarli entro una certa ora limite per assicurare l’arrivo di tutti, a Ver-
bier nel primo pomeriggio del sabato». Ognuno ha le sue particolarità, chi più forte su un determinato tipo di terreno, chi su un altro «Simone, almeno due anni fa, era quello che, fra noi tre, presentava globalmente le caratteristiche per tirare il gruppo un po’ su tutte le tratte. È come… un motore diesel: una volta trovata la velocità di crociera, poi difficilmente la perde, indipendentemente, o quasi, da come cambia il terreno in cui si sta muovendo. Considerati i chilometri nelle
gambe accumulati da Sergio in questi due anni di attesa, però, ora anche lui ha i suoi atout: il suo passo lungo è una garanzia in particolare nei tratti pianeggianti. Lì sarà anche fondamentale scegliere la tattica giusta, se procedere con le pelli di foca, con la tecnica dello skating, o, ancora, camminando e con gli sci in spalla. Mihai, in quanto dottore, è il dietista del gruppo, e volentieri fa esperimenti con torte e snack proteici per il dopo, e bevande e barre energetiche per il prima e durante».
Sergio Guslandi, in primo piano, segue Mihai Banica e Simone Rizzi.
Moreno Invernizzi
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I l seminatore di bellezza e l’arte della contemplazione
Mostra delle Camelie Locarno ◆ Dal 18 al 22 marzo, la manifestazione più importante della Svizzera dedicata alle camelie apre ufficialmente la stagione turistica del Lago Maggiore
Manuela Mazzi
Oggi è riconosciuto a livello internazionale, tanto da vantare il marchio «International Garden of Excellence» ed è meta di visitatori che arrivano da più parti d’Europa per ammirare i suoi colori. Stiamo parlando del Parco delle Camelie di Locarno, uno spazio di 15mila metri quadrati che ospita 1476 camelie. Un patrimonio pubblico che dal 18 al 22 marzo 2026 si vestirà a festa per dar vita «alla manifestazione più importante della Svizzera dedicata a questo straordinario fiore», come ricorda Claudia Respini dell’Organizzazione turistica Lago Maggiore e Valli. L’evento «rappresenta il segnale simbolico che la stagione turistica è ufficialmente aperta».
Ma prima di diventare progetto, parco, riconoscimento, mostra e festa, è stato un giardino segreto.
Nella memoria di chi ha frequentato da vicino quella stagione, resta infatti un racconto di Remo Ferriroli, capo giardiniere della Città dal 1985 per vent’anni, e figura centrale nello sviluppo del verde pubblico locarnese. Un ricordo mai consegnato agli atti, e proprio per questo rimasto in una zona di confine tra confidenza e leggenda urbana. Ferriroli avrebbe raccontato che la sua passione per le camelie era tale da organizzare le proprie vacanze seguendo eventi internazionali dedicati al bel fiore, per cogliere l’occasione di portare a casa, da ogni viaggio, sempre nuove varietà. Aveva poi confessato che quelle piante, di anno in anno, sarebbero state messe a dimora in un’area verde comunale in modo diciamo informale, certo che un giorno ne avrebbe rivelato l’esistenza svelandolo al pubblico. Un giardino dunque nascosto, e destinato – nelle intenzioni –a essere dichiarato al momento della pensione, come sua eredità viva. Era il 2002, quando ascoltammo questa confessione, e soli tre anni dopo – in occasione del Congresso internazionale della Camelia organizzato proprio a Locarno – fu aperto il Parco dopo che lo stesso Ferriroli aveva chiesto al Comune di poter dare il via ai lavori di sistemazione dell’area nei pressi del Bagno pubblico dove si trova ancora il gioiello verde.
Al di là della verifica puntuale di questo episodio, la storia ufficiale documenta un percorso solido, e la dimensione odierna del parco racconta uno sforzo che va certamente ben oltre l’entusiasmo iniziale. Francesco Murachelli, capo servizio verde pubblico della Divisione logistica e territorio, descrive il Parco come una struttura che richiede strategie differenziate: «La gestione e l’organizzazione della manutenzione di un parco variano in modo significativo a seconda della sua fase vegetativa», spiega. Il Parco delle Camelie comprende «il parco consolidato», legato alle prime due fasi del progetto del 2003, con «alberature adulte e un assetto paesaggistico ormai stabilizzato», e «il parco in fase di sviluppo», realizzato nel 2021, caratterizzato da «essenze giovani e un impianto ancora in evoluzione».
Nel primo caso «la parola chiave è conservazione», nel secondo «formazione». Gli alberi adulti garantiscono «ombreggiamento, stabilità microclimatica, habitat per la fauna e un’identità ormai radicata nel territorio»; le piante giovani richiedono invece una manutenzione «formativa e preventiva», capace di accompagnarne lo sviluppo. Per Murachelli, la qualità del parco, infatti, «non è solo il risultato
di una buona progettazione iniziale, ma soprattutto di un’attenzione costante e consapevole nel tempo», capace di trasformare uno spazio verde in «un patrimonio collettivo e duraturo».
E i numeri danno la misura dell’impegno: «1476 Camelie» distribuite su circa «15mila metri quadrati», insieme a numerose varietà di perenni e piante ad alto fusto.
Tante ma non tutte, come spiega Daniele Marcacci, presidente della Società Svizzera della Camelia: «Nel registro mondiale dell’International Camellia Society sono descritte circa 30mila varietà di camelie suddivise in quasi 300 specie». Collezionisti, ricercatori – ancora oggi attivi soprattutto in Oriente – e ibridatori contribuiscono a un mondo della camelia in continua espansione. «Il grosso problema è
Camelie Locarno 2026
Con il risveglio della natura e i primi tepori primaverili, torna Camelie Locarno 2026. Dal 18 al 22 marzo, il suggestivo Parco delle Camelie, alla Lanca degli Stornazzi di Locarno, sulle rive del Lago Maggiore, risplenderà di colori, per migliaia di visitatori. L’evento, organizzato dalla Società Svizzera della Camelia con il prezioso supporto del Servizio Verde Pubblico della Città di Locarno, è diventato un appuntamento fisso nel calendario culturale e turistico del territorio. Non si tratta solo di una mostra floreale: Camelie Locarno è un momento di festa collettiva che ogni anno richiama appassionati e curiosi dalla Svizzera, dall’Italia e dalla Germania. A garantire il successo della manife -
costituito dallo spazio a disposizione, che pone i suoi limiti, sebbene il Parco delle Camelie di Locarno, con oltre i suoi mille esemplari, sia annoverato tra i più grandi al mondo», osserva, ricordando che «Se poi pensiamo che da ogni seme non nasce mai una camelia uguale alla madre, ai lettori fare i conti». Forse è per questo che è anche difficile individuare le più belle e preziose, come ammette di nuovo Daniele Marcacci: «Mi è sempre difficile rispondere alla domanda su quale sia la camelia più rara o incantevole. Metterei in evidenza tutto il gruppo delle specie attorno al grande anfiteatro con incluse le ibride profumate. Poi, come ben sappiamo, ogni visitatore sceglie la sua preferita in base ai propri gusti su colore, forma, grandezza e via dicendo».
stazione concorrono la cura meticolosa nell’allestimento, la ricchezza delle decorazioni floreali e la straordinaria bellezza di un parco premiato a livello internazionale. Un patrimonio verde unico, custodito con passione e valorizzato attraverso un evento che sa unire cultura, natura e turismo. Anche per questa edizione, l’Organizzazione Turistica Lago Maggiore e Valli ha confermato il proprio sostegno, contribuendo con un’importante quota al finanziamento della manifestazione. Un segnale chiaro di quanto
C amelie Locarno sia considerata uno strumento fondamentale di promozione per l’intera regione. Diversi gli appuntamenti: 19 marzo – ore 14.00, spettacolo per
Uno splendido fiore di una Camelia Yume ritratto da Giovanni Casari che sarà il fotografo ospite dell’edizione 2026, e proprio per questo già al lavoro. (Giovanni Casari); sotto: in contemplazione all’interno del Parco delle Camelie. (Fabio Balassi –Ascona Locarno Turismo)
Un importante patrimonio verde che viene da chiedersi se non subisca l’innalzamento delle temperature in atto. A tal proposito, Marcacci rileva che «al momento personalmente non ho notato differenze sulla sua coltura e sembra stia accettando bene questo lento cambiamento climatico, anzi probabilmente questo può aumentare il suo areale di crescita. Al coltivatore casalingo un consiglio utile sarà quello di adattare le innaffiature durante i periodi di prolungata siccità soprattutto se i fiori sono tenuti in vaso», ma non esclude che nel lungo periodo l’aumento delle temperature possa favorire «nuovi insetti dannosi o ulteriori malattie fungine».
Quel che è certo è che nel Parco è finora sopravvissuta la prima camelia messa a dimora nel 1965 da Fritz Zollinger, municipale di Locarno dal 1968 al 1976, il quale introdusse il verde pubblico creando i Giardini Jean Arp, il vecchio Lido, il Parco della Pace e tanto altro. Si trova nella aiuola n.15, nella punta sud ed è una vecchia cultivar cinese denominata «Alba Plena». Introdotta in Europa a fine 700, è la prima camelia piantata nell’allora radura boschiva. Ha attraversato decenni, amministrazioni, trasformazioni urbane. Non è spettacolare. Non cambia veste. Non si presta a interpretazioni. Semplicemente fiorisce, ogni anno. La mostra delle camelie invece cambia petali di volta in volta. «Non segue una regola logica, ma piuttosto la natura delle cose», dice il direttore
Pubbliredazionale
famiglie Il fiore giallo, con la compagnia Storie di Scintille diretta da Katya Troise (in caso di pioggia lo spettacolo non si terrà). Essendo San Giuseppe, festa del Papà, i papà che accompagnano i figli all’esposizione e a questo spettacolo non pagano l’entrata.
21 marzo – ore 14.00, concerto Nüm dal Corno, di Bellinzona.
22 marzo – ore 11.00, concerto del Coro Intantocanto.
22 marzo – ore 14.00, concerto del Trio Girumeta.
artistico, Nicolas Pythoud. «Nel tempo sono stati proposti elementi come l’acqua o il territorio. In altri casi, il fiore è stato abbinato alle sue straordinarie particolarità: la resistente fioritura invernale, la delicatezza, la ricca gamma cromatica. Sono stati evocati personaggi come Edith Piaf, Coco Chanel e la borghesia delle ville storiche dei nostri laghi», tuttavia quest’anno Pythoud sceglie di non aggiungere. Sceglie di rallentare. Di «contemplare»: «La Camelia – spiega il direttore artistico – possiede una magia intrinseca: riesce a unire le persone e a calmarle (è la pianta del tè). Da questa riflessione, maturata nel corso degli anni, è nata la fortunata idea espositiva del 2025. Si è voluto dare attenzione a quella sensazione di “calma armonia” che si crea all’interno del Parco. Il caso ha voluto che alcuni anni prima fosse stato messo a dimora, proprio dietro il tendone della mostra, un salice piangente, alto quanto bastava per posizionargli attorno una tenda circolare. Il salice, al centro della tenda e attorniato dalle camelie, ha amplificato l’emozione. È bastato mettere a disposizione dei foglietti su cui ognuno ha scritto un messaggio poi appeso al salice. Si è così creata un’onda di emozioni, alimentata dai messaggi, che ha portato la mostra delle Camelie a un livello superiore di consapevolezza del momento. Il tema espositivo di quest’anno vuole cogliere proprio quest’onda di emozioni per tentare di cavalcarla, “contemplando" la mostra anche grazie a gigantografie di camelie, che il fotografo Giovanni Casari sta realizzando con le varietà invernali già fiorite nel parco e con quelle che sbocceranno a breve».
Un modo per avvicinare lo sguardo al dettaglio e trasformare la contemplazione in esperienza amplificata. Resta, sullo sfondo, quella doppia natura che appartiene ai luoghi riusciti: documenti e racconti, pianificazione e intuizione, manutenzione e passione. Il Parco delle Camelie è oggi un patrimonio collettivo consolidato. Se attorno a esso sopravvive anche una storia non scritta, è forse perché la bellezza pubblica, quando attecchisce davvero, conserva sempre una traccia della dedizione individuale che l’ha fatta nascere, come quella del Ferriroli che ci piace immaginare come un seminatore di bellezza.
Concorso «Azione» mette in palio alcuni biglietti per la Mostra delle Camelie. Per partecipare al concorso, inviare una mail a giochi@azione.ch (oggetto: Camelie) entro martedì 17 marzo 2026, ore 23.59. Buona fortuna!
Dove e quando 18-22 marzo 2026, al Parco delle Camelie, Lanca degli Stornazzi, Locarno (Via Respini 17, 6600 Locarno). Orari apertura esposizione: 9.30-17.30 (mercoledì–domenica). Biglietti: adulti CHF 10; senior/studenti CHF 8; gruppi da 10 persone CHF 8; fino a 16 anni, gratis Tesori botanici sul lago Con 30 CHF è ottenibile un biglietto combinato che consente anche un’escursione in battello, l’entrata al Parco botanico delle Isole di Brissago e l’entrata a Camelie Locarno.
Dolci auguri papà!
Crea con noi ◆ Una fotografia da ricostruire o frasi scritte a mano, per una busta illustrata da sigillare con un cuore
Giovanna Grimaldi Leoni
Un progetto semplice per realizzare una sorpresa per la festa del papà. Una confezione di cioccolatini personalizzata che diventa un puzzle fotografico o, in alternativa, una raccolta di frasi dedicate. La scatola viene trasformata in una busta-lettera, arricchita da dettagli disegnati a mano e da un cuore decorato dal bambino. Un progetto perfetto anche come cartolina d’auguri emozionale.
Procedimento
Come prima cosa stampate il cartamodello. Prendete la fotografia scelta e adattatela alle dimensioni del
cartamodello. Dividete l’immagine in 8 strisce verticali quante sono le barrette presenti nella confezione (adattando le misure se utilizzate un altro tipo di cioccolata). Ritagliate le strisce.
Se preferite la versione solo con frasi, stampate o scrivete le frasi «Papà mi piaci perché…» su foglio A4 bianco da 120 gr e ritagliate ogni frase in strisce della stessa misura delle barrette.
Prendete ogni barretta e applicate sul lato frontale una striscia della fotografia oppure una frase, utilizzando la colla. Fate attenzione ad allineare
Giochi e passatempi
Cruciverba
La Basilica di San Pietro… Termina la frase risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate.
bene le strisce se state componendo il puzzle fotografico.
Se il bambino sa già scrivere naturalmente sarà più d’impatto lasciare che prepari e scriva lui stesso le frasi.
Prendete la confezione dei cioccolatini e rivestitela completamente con un foglio rosso A4 da 80 gr, aiutandovi con la colla o il nastro adesivo.
Vi basterà tagliare il foglio alla larghezza della confezione e avvolgerlo attorno alla tavoletta tagliando l’eventuale eccedenza.
Con il pennarello nero e il righello disegnate i bordi della busta e le linee decorative, come se fosse una vera lettera. Aggiungete il francobollo decorativo sul fronte e il sigil-
Materiale
• Foglio rosso A4 da 80gr
• Foglio bianco A4 da 120gr
• Stampante oppure fotografia già stampata
• Colla, nastro adesivo
• forbici, taglierino, righello
• pennarello nero
(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage)
lo sul retro della busta, incollandoli con la colla.
Ritagliate un cuore dal foglio bianco o rosso e lasciate che il bambino lo decori liberamente con pennarelli o pastelli. Incollate il cuore sulla busta come tocco finale.
Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku
Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.
7. Uomo, maschio in spagnolo
8. Una via per onde elettromagnetiche...
10. Luogo per temibili convegni
13. Detto anche filugello
14. Icone senza consonanti
15. Terapie
16. Le iniziali del noto Ruffini
18. Il suo simbolo chimico è I
19. Bocciolo prezioso
21. Preposizione
23. Un Edoardo attore
25. Tredicesima lettera dell’alfabeto greco
Soluzione della settimana precedente COME SI CHIAMA? – Risposta risultante: CRISOCIONE O LUPO DALLA CRINIERA
Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.
Inseguendo la vita notturna del Ramadan
Da qualche anno trascorro lunghi periodi in Marocco, tanto che ormai è diventato quasi una seconda patria. E tuttavia, in maniera più o meno consapevole, tendo a evitarlo durante il Ramadan, il mese sacro del calendario islamico (lunare), durante il quale i musulmani si astengono da cibo, bevande, fumo e rapporti sessuali dall’alba al tramonto. Quest’anno il Ramadan è iniziato il 19 febbraio e si concluderà intorno al 20 marzo con l’apparizione della luna nuova e la festa di Eid al-Fitr. Quasi due miliardi di musulmani lo stanno osservando in tutto il mondo, dal Marocco appunto all’Indonesia. Quando si avvicina il tramonto, tutti si affrettano verso casa, le strade si svuotano, il tempo sembra sospeso, prima di rianimarsi con il pasto serale, iftar, aperto tradizionalmente con datteri e acqua; prima dell’alba si consuma invece una
colazione sostanziosa, suhoor, per fare scorta di energie. Ovviamente, viaggiare in tempo di Ramadan è più complicato; chi si prende cura di voi potrebbe essere affaticato o comunque provare a risparmiare energie. La routine quotidiana inoltre è spesso molto diversa. Le condizioni però cambiano molto da Paese in Paese. In alcuni – per esempio l’Indonesia, che registra la più ampia popolazione musulmana al mondo –è consentito al turista di conservare le sue abitudini, magari con un poco di discrezione, per esempio vestendo con modestia, oppure pranzando all’interno del ristorante, dietro una tenda, o nella propria camera d’albergo. In altri (Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Oman, Giordania) si esige un rispetto più stretto delle regole, con la chiusura diurna di musei e locali. In Medio Oriente e Nordafrica (Turchia, Egit-
Cammino per Milano
Ogni volta che m’incammino verso viale Ripamonti, appena imbocco il ponte ferroviario, mi viene in mente La ragazza Carla (1962). Tre versi di questo poemetto sperimentale di Pagliarani a proposito di una diciassettenne dattilografa, riaffiorano sempre: «Di là del ponte della ferrovia / una traversa di Viale Ripamonti / c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina». Abitavo anch’io da queste parti, un tempo. E tornandoci, di tanto in tanto, negli ultimi anni, è uno dei pochi posti di Milano per cui provo, seppur fugace, nostalgia. Un po’ forse per questa Carla che mi teneva compagnia rincasando, ma molto anche per via dello squarcio di città che si apriva dimesso. Terreno vago dove smarrire lo sguardo, trovare sollievo per la marginalità. E così, ancora una volta ammiro, benché di mezzo ci sia il villaggio olimpico appena costruito e costruiscono un al-
tro grattacielo, lo spazio vuoto rimasto dello scalo ferroviario dismesso di Porta Romana, verso fine inverno. Svolto in una traversa di viale Ripamonti: via Lorenzini che diventa poi via Brembo e sfocia in largo Isarco. M’infilo nel bar Luce, soggetto di un reportage l’inverno scorso, e mi scolo una cedrata al bancone. In sintonia con l’orario di apertura del cinema Godard, «17:35» dice uno alla biglietteria, mi fiondo nel cortile della fondazione Prada. Ex distilleria di brandy riconvertita in museo alla moda dove ho rintracciato – mappando le ceramiche di Fontana sparse per Milano, due delle quali già repertoriate nelle mie camminate ambrosiane – un pezzo concepito per l’ex cinema Arlecchino nel 1948. E con presagio di primavera, il penultimo giorno di febbraio, entro nel cinema mimetizzato tutto a specchi dedicato al regista svizzero-parigino della Nouvelle
Sport in Azione
I sei sigilli dell’imperatore
C’era tutta la Nobiltà del pianeta alla sontuosa festa di Olimpia. Abbiamo assaporato con gioia le 23 medaglie conquistate dalla Svizzera, 8 in più rispetto al precedente primato. Ci siamo godute le algide emozioni di Franjo Von Allmen, imperturbabile sovrano della velocità, con 3 ori al collo. Abbiamo riempito occhi e cuore con lo stupore di Marianne Fatton, primo oro nella storia dello sci alpinismo. Abbiamo apprezzato la determinazione della regina Federica Brignone. Voleva solo divertirsi, dopo l’incidente che nove mesi fa sembrava averla tolta dai giochi. Invece, è tornata a casa con 2 ori che danno speranza anche a Lara Gut Behrami. Abbiamo condiviso la frustrazione del più grande sciatore in circolazione che, sulla via del ritorno, ha liberato il suo abituale sorriso sulle nevi di Carì. Tre medaglie, sono pur sempre tre medaglie, anche se non sono d’oro. Dall’alto della sua classe cristallina, Marco
to, Tunisia e Marocco) le richieste sono meno esplicite, ma uno sforzo da parte del turista è apprezzato. Ovunque si avverte la differenza tra città internazionali e piccoli centri. Io credo che la scelta più saggia e rispettosa sia adeguarsi alle tradizioni del luogo che ci ospita. È la regola d’ogni viaggio: possiamo fare per un tempo limitato quello che gli altri fanno per tutta la vita. Questo atteggiamento può aprire prospettive inedite e molto interessanti. Infatti il Ramadan non è solo astinenza: è un periodo di intensa religiosità, di preghiera, di carità, di riflessione, di disciplina spirituale, di vita comunitaria. Inoltre, dopo una lunga giornata tranquilla, la vita dopo il tramonto può essere insolitamente animata: la città riprende vita, negozi, caffè e ristoranti spesso restano aperti per tutta la notte, famiglie e amici si ritrovano, si moltiplica-
no cene condivise in strade e piazze, con tende, luci e bandierine. E anche il turista è facilmente coinvolto. Di Ramadan si discute molto anche a Londra, che i critici di estrema destra, con parecchia esagerazione, chiamano Londonistan. Vero è che nella capitale inglese l’Islam è la seconda religione (15% della popolazione) dopo i cristiani (40,7%) e i non religiosi (27,1%). E poi ha un sindaco musulmano, Sadiq Khan, nato a Londra da una famiglia di origini pakistane, rieletto nel 2024 per un terzo mandato. A Londra però non si parla di religione, quanto piuttosto di vita notturna. Chi voglia far tardi non ha molte alternative; dopo una certa ora restano aperti solo i pub, ma spesso anch’essi devono smettere di servire drink alle 23.00. Inoltre nella capitale pub e night club continuano a chiudere a ritmo serrato, tra costi fissi in crescita e ricavi in calo. Non è
questione da poco: a Londra di notte hotel, ristorazione, locali, spettacolo e intrattenimento sostengono parecchi posti di lavoro e contribuiscono con 21 miliardi di sterline all’economia. Anche per questo si guarda con interesse al modello del Ramadan. Durante questo mese nei quartieri a più forte presenza islamica (Tower Hamlets per esempio sfiora il 40%) le strade si illuminano dopo il tramonto; numerosi locali aprono al pubblico poco prima dell’iftar e continuano ad accogliere clienti sino al suhoor. Naturalmente niente alcolici, ma la conversazione comunque si anima davanti a tazze di tè e altre bevande. E se c’è gente in giro, altre attrazioni potrebbero decidere di restare aperte, con benefici per tutti. È una diversa idea di night life, meno dipendente dall’alcol (e dunque senza tutti i suoi problemi); è multiculturalismo, quello buono.
Vague che abitava a Rolle. Subito la sorpresa del Fontana cercato perché invece lo immaginavo dentro la sala, alle spalle degli spettatori. Mentre il suo habitat, per oltre mezzo secolo, è stato sotto lo schermo del cinema Arlecchino di via San Pietro all’Orto. Nella prima carrellata di quasi sei metri lungo questa striscia-ceramica bianco panna, catturo nel bel mezzo della battaglia danzante, tra cavalieri neri imbizzarriti e tori da corrida, un pavone enorme. Ritma tutta la composizione, formata da trentasei formelle di ceramica policroma con vernici fluo, un drappo rosa. Classificata tra le Ambientazioni nel Catalogo generale (1996) volume secondo a cura di Enrico Crispoldi, come l’angelo visto al cimitero e il neon famoso che vedremo, al contempo il tema è la battaglia. E nonostante sia sviluppata in orizzontale, la forza del groviglio barocco delle settantatré
battaglie del periodo 1947-1951 raccolte nel Tomo I del Catalogo ragionato delle sculture ceramiche (2022) a cura di Luca Massimo Barbero, non è da meno. L’effetto concrezioni marine qui è più dissolto, ricorda onde infrante, il formarsi di spuma. Sfornata dalle fornaci della gloriosa manifattura Mazzotti ad Albisola, epicentro ligure della ceramica dal quattrocento ai futuristi, quest’opera di Lucio Fontana (1899-1968) si gode in pieno soltanto in primissimo piano. Ricorda molto, agli angoli, l’increspatura del fregio giù nella cripta di San Fedele. E se la superficie mossa color panna variegata rosa pare, per un attimo, il gelato a effetto esposto in certe gelaterie pacchianotte, più di tutto questa ambientazione-battaglia mi porta tra le pitture rupestri in qualche grotta mediterranea. Non per niente è nata per il boccascena di un cinema al buio: per via di una particolare verni-
ce fluorescente viene ideata anche per risplendere a luci spente. Finita in copertina di «Domus» 231, dove è descritta come «spettacolo esso stesso», posizionata qui all’entrata, sempre con le luci accese come mi conferma una ragazza, l’effetto fluo purtroppo si perde. Però ci sarebbe voluto, pare, per questa visione più vaga e astratta, l’aiuto mirato della lampada di Wood. Ad ogni modo la Battaglia lunga 585 cm, alta 85, spessa 15, basta e avanza come spettacolo già così di suo, senza effetti speciali. Di colpo lascio perdere il film delle 18: Nel nome del figlio (2025) di Chloé Zhao della quale ricordo un film niente male sui rodeo di un cowboy dakota epilettico. In verità era solo un pretesto per entrare nel cinema e vedere il Fontana. La cui carrellata continuo cogliendo l’oro di luna e sole, rituffandomi ancora tra i cavalieri neri.
Odermatt se n’è fatta una ragione. Ci siamo commossi per l’esultanza degli umili. Come lo sciatore haitiano Richardson Viano, iperfelice di essere approdato alla seconda manche dello slalom. Oppure Andrej Drukarov, il lituano della Valle di Blenio, che nella stessa gara è riuscito a risalire fino al 22° posto. Le lacrime erano lì lì per affiorare, in occasione di imprese sorprendenti e inattese. Come quella delle ragazze svizzere dell’hockey, che sono state l’emblema del coraggio, della tenacia, dello spirito di abnegazione e della solidarietà di gruppo. O quella della 24enne engadinese Nadja Kälin, che si è intrufolata nelle diatribe tra scandinave e ha conquistato il bronzo nella prima 50 km al femminile della storia olimpica.
C’era tutta la Nobiltà, alla pirotecnica festa di Olimpia. Ci vorrebbe un intero anno di «Sport in Azione» per celebrare tutti degnamente. Una via d’uscita me la fornisce lui, l’Impera-
tore, in virtù della celebre locuzione latina «ubi maior minor cessat ». La sua forza e la sua aura, dalla val di Fiemme si sono irradiate per tutto il globo. Sei gare, sei ori. Li aveva annunciati, col rischio di passare per uno spaccone. Johannes Høsflot Klæbo, a soli 29 anni, è diventato l’atleta con più medaglie d’oro nella storia dei Giochi Olimpici invernali. Undici. Tre in più dei leggendari Bjørn Dæhlie e Ole Einar Bjørndalen, e dell’Imperatrice Marit Bjørgen. Solo il nuotatore statunitense Michael Phelps, nei Giochi estivi, ha fatto meglio di lui. Per certi aspetti, Johannes e Michael si assomigliano. Entrambi hanno vissuto e vivono lo sport secondo una routine maniacale. Entrambi, hanno lavorato rigorosamente per aggiungere dei dettagli vincenti a un apparato osteomuscolare da alieno. Klæbo, sportivamente, è cresciuto a Trondheim col nonno Kåre, allenatore, manager, consigliere, amico, anche se
durissimo ed esigente nel pretendere sempre il top. Ma lui non fa fatica a sacrificarsi. Sembra quasi che tutto gli riesca con naturalezza. A 21 anni, nel 2018 a Pyeong Chang, è il più giovane fondista a diventare campione olimpico nello sprint. Da lì, chi lo ferma più. Ai Mondiali del 2019 a Seefeld si mette al collo i primi tre ori di una serie di quindici che è ben lungi dall’essere chiusa. Nel 2021, nell’edizione andata in scena a Oberstdorf, vive la sua unica bruciante frustrazione. Durante la staffetta, viene squalificato per un contatto irregolare ai danni del russo Alexander Bolshunov. Il ricorso della Norvegia è respinto e Klæbo se ne fa un cruccio. Sono però convinto che domenica 22 febbraio avrebbe desiderato che Bolshunov fosse lì, accanto a lui, a contendergli l’oro della 50 km. L’unica ombra nella carriera stellare dell’asso norvegese è proprio la lunga assenza del grande rivale russo, dovuta a discutibili ragioni poli-
tiche. Non lo ammetterà mai. È un ragazzo di poche parole, uno che rifugge la folla, che tiene la sua fidanzata storica lontana dai riflettori, che nel tempo libero si dedica ai videogiochi sportivi, che vuole vincere sempre, anche quando gioca a ping pong con i compagni di squadra durante i lunghi ritiri invernali lontano da casa. Guarda caso, la stessa attitudine di un altro Imperatore, il nostro Nino Schurter, incontestabile sovrano della Mountain Bike. Guarda caso entrambi sono degli uomini semplici, sereni, sorridenti, disponibili con i media e con il pubblico. Unica differenza, l’età. Nino, 40 anni, è oramai in pensione. Johannes, 30 il prossimo 22 ottobre, in cuor suo sta già pensando al bis, fra quattro anni in Francia. Ma per soffiare a Michael Phelps lo scettro di Imperatore degli Imperatori, dovrebbe concedersi il tris, nel 2034 negli Stati Uniti. Avrà 37 anni e mezzo. Chissà?
di Giancarlo Dionisio
di Oliver Scharpf
di Claudio Visentin
Vitaminea volontà
6.95
invece di 8.80
Prosciutto crudo dei Grigioni Spécialité Suisse, IP-SUISSE affettato finemente, 160 g, in self-service, (100 g = 4.34) 21%
3.95 Formentino Migros Bio 100 g
Ideale con
5.95 invece di 7.44
Baer Camembert Suisse Crémeux in conf. speciale, 300 g, (100 g = 1.98) 20%
Mele e pere, Migros Bio e Demeter per es. Gala Migros Bio, Svizzera, al kg, 3.92 invece di 4.90 20%
2.95 invece di 3.70
Arance bionde Migros Bio Spagna, rete da 1,5 kg, (1 kg = 1.97) 20%
3.15
invece di 3.95
Cicoria Migros Bio Svizzera / Paesi Bassi, sacchetto da 500 g, (100 g = 0.63) 20%
Carciofi verdi e cuori di carciofo per es. carciofi verdi, Spagna, il pezzo, 1.12 invece di 1.60 30%
3.20
Fragole Spagna/Italia, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.64) 20%
invece di 4.–
Kiwi extra Italia, al pezzo 36%
4.85
invece di 6.95
Frutti di bosco misti Migros Bio Lamponi, fragole e mirtilli, Spagna, vaschetta da 300 g, (100 g = 1.62) 30%
3.70 invece di 4.95
Patate Amandine Svizzera, 1.5 kg, imballate, (100 g = 0.25) 25% –.70 invece di 1.10
4.40 invece di 5.85
Asparagi verdi fini Spagna, mazzo da 500 g, (100 g = 0.88) 24%
1.95 invece di 2.80
Zucchine Migros Bio Italia, 500 g, confezionate, (100 g = 0.39) 30%
Carote Svizzera, sacchetto da 1 kg 21%
1.10 invece di 1.40
In padella...
...e nel piatto!
Sottile e succoso
1.95
invece di 2.95
Noce di prosciutto Quick IP-SUISSE affumicata e cotta, per 100 g, in self-service 33%
3.95
invece di 5.20
Prosciutto cotto affumicato Migros Bio Svizzera, 120 g, in self-service, (100 g = 3.29) 24%
conf. da 2 16%
4.95
invece di 5.90
conf. da 2 50%
3.90
invece di 7.80
Prosciutto Parmacotto prodotto in Italia con carne Svizzera, 2 x 100 g, (100 g = 1.95)
Petto di tacchino Don Pollo affettato finemente Brasile/Ungheria/Francia, 2 x 150 g, (100 g = 1.65)
1.10
Fleischkäse affettato finemente IP-SUISSE per 100 g, in self-service 15%
invece di 1.30
Migros Ticino
Un tuffo nel MARE
31%
8.95
invece di 13.05
Gamberetti sbollentati e sgusciati M-Classic, ASC d'allevamento, Ecuador, 450 g, in self-service, (100 g = 1.98)
20%
Salmone affumicato Migros disponibile in diverse varietà, per es. salmone selvatico Sockeye, MSC, pesca, Alaska, 100 g, 3.60 invece di 4.50, in self-service
25%
17.95
invece di 24.–
Filetti di salmone dell'Atlantico Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 750 g, (100 g = 2.39)
26%
9.95
invece di 13.50
Filetti di salmone selvatico M-Classic, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 2 pezzi, 300 g, in self-service, (100 g = 3.32)
20x
11.95
Salmone selvatico Sélection Sockeye e Salmone selvatico Chum, MSC pesca, Pacifico nordorientale, 100 g, in self-service
CUMULUS
Prodotti freschi e pronti
Pronti AL VOLO
Tutti i tipi di pasta, gnocchi, spätzli e salse, Anna's Best, refrigerati per es. fiori al limone e formaggio fresco, 250 g, 3.96 invece di 4.95, (100 g = 1.58) 20%
conf. da 3 33%
Lasagne Anna's Best, refrigerate alla bolognese o alla fiorentina, in confezioni multiple, per es. alla bolognese, 3 x 400 g, 7.90 invece di 11.85, (100 g = 0.66)
9.75 invece di 13.–
Pasta fresca Garofalo, refrigerata tortellini al prosciutto crudo o ravioli ricotta e spinaci, in confezione speciale, 500 g, (100 g = 1.95)
Bowl asiatiche refrigerate (bowl fatte in casa escluse), per es. bowl poké con salmone, 325 g, 9.56 invece di 11.95, (100 g = 2.94)
Tutti i succhi e gli smoothies, Innocent, refrigerati per es. succo d'arancia, 900 ml, 3.96 invece di 4.95, (100 ml = 0.44) 20%
Da gustare fino all’ultima briciola
Perfetti per il brunch
conf. da 4
2.–DI RIDUZIONE
13.20
invece di 15.20
Burro da cucina M-Classic 4 x 250 g, (100 g = 1.32)
1.70
circa 300 g, in conf. speciale, per 100 g 20%
Tilsiter surchoix
invece di 2.15
conf. da 3
20%
7.05
invece di 8.85
Emmentaler e Le Gruyère grattugiati, AOP 3 x 130 g, (100 g = 1.81)
Forte e aromatico
2.50
invece di 3.05
Le Gruyère Höhlengold AOP per 100 g, prodotto confezionato 18%
2.05
Gottardo Caseificio per 100 g, prodotto confezionato 16%
invece di 2.45
2.10
Sbrinz AOP per 100 g, prodotto confezionato 16%
invece di 2.50
Migros Ticino
Migros Ticino
Il tuo tesoro segreto
20%
Mandorle e nocciole, Migros Bio, tritate
200 g, per es. mandorle, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 1.58)
a partire da 2 pezzi
1.–DI RIDUZIONE
Tutto l'assortimento di barrette ai cereali e snack, Farmer (barrette singole escluse), per es. Farmer Soft Choc Mela, 3.60 invece di 4.60, (100 g = 1.25)
Non sostanzecontengono nocive
2.– Pomodori secchi M-Budget
160 g, (100 g = 1.25)
a partire da 2 pezzi 30%
Tutto il caffè Caruso in chicchi e macinato, per es. Crema Oro in chicchi, 500 g, 6.65 invece di 9.50, (100 g = 1.33)
a partire da 2 pezzi 30%
Tutte le capsule Starbucks per es. House Blend, 36 capsule, 12.57 invece di 17.95, (100 g = 6.10)
20x CUMULUS NOVITÀ
Riso Mister Rice disponibile in diverse varietà, 1 kg, per es. basmati, 4.50, (100 g = 0.45)
20x CUMULUS NOVITÀ
7.– Olio d'oliva per rosolare Migros 1 litro, (100 ml = 0.74)
Tutto l'assortimento Pancho Villa per es. Tortilla Flour Big, 6 pezzi, 350 g, 4.36 invece di 5.45, (100 g = 1.25)
da 3 25%
Dadi da brodo o brodo di verdure, Knorr brodo di verdure e pollo o minestra di carne, in conf. speciale, per es. brodo di verdure, 3 x 109 g, 9.– invece di 12.–, (100 g = 2.75)
Tutto l'assortimento di purea di patate Mifloc M-Classic per es. 4 x 95 g, 4.16 invece di 5.20, (100 g = 1.09) a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento di sottaceti e di antipasti, Condy per es. cetriolini, 290 g, 2.36 invece di 2.95, (100 g = 0.81)
= 0.66)
conf. da 6 30%
9.87 invece di 14.10
Coca-Cola e Fanta in confezioni multiple, disponibili in diversi formati, per es. Coca-Cola Classic, 6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.11)
6 x 1,5 litri e 6 x 1 litro, per es. Classic, 6 x 1,5 litri, 3.20 invece di 6.40, (100 ml = 0.04) conf. da 6 50%
Aproz
conf.
Pasqua in vista
Tutti i biscotti Tradition per es. Petit Gâteau al limone, 150 g, 2.95 invece di 4.40, (100 g = 1.97) a partire da 3
Biscotti Lotus
caramello, biscotto doppio vaniglia o cioccolato, per es. biscotti al caramello, 2 x 250 g, 4.70 invece di 5.90, (100 g = 0.94)
Tortine pasquali in confezione da 2 e torta pasquale da 475 g per es. tortine pasquali Petit Bonheur, 2 pezzi, 150 g, 2.32 invece di 2.90, prodotto confezionato, (100 g = 1.55) 20%
14.95 invece di 20.85
Ovetti al latte Lindt Lindor in conf. speciale, 450 g, (100 g = 3.32) 28% 7.–invece di 8.60
Bastoncini alle nocciole M-Classic in conf. speciale, 1 kg, (100 g = 0.70) 18%
Ovetti di Pasqua al latte M-Budget 250 g, (100 g = 1.58) 4.65 Coniglietto Ovomaltine 70 g, (100 g = 6.64) 11.50 invece di 14.38 Ovetti Ovomaltine in conf. speciale, 300 g, (100 g = 3.83) 20%
3.95
Pulizie diprimavera
Tutti i detersivi Total (confezioni multiple e speciali escluse), per es. 1 for all in conf. di ricarica, 2 litri, 7.98 invece di 15.95, (1 l = 3.99)
Erogazione della quantità di detersivo necessaria a ogni lavaggio
Spugna abrasiva Scour Daddy Scrub
20% Carta igienica o salviettine umide, Tempo in confezioni multiple o speciali, per es. Premium, FSC®, 24 rotoli, 15.90 invece di 26.50 40%
Tutto l'assortimento per la pulizia dei pavimenti Twist per es. panni di ricambio Wet XL, 20 pezzi, 5.12 invece di 6.40
Detergente decalcificante Potz 2 x 750 ml, (100 ml = 0.47)
Tutto l'assortimento Handymatic Supreme (sale rigeneratore escluso), per es. Tabs All in 1 Lemon, 35 pezzi, 7.77 invece di 12.95
Detergenti Potz in confezioni multiple, per es. decalcificante, 2 x 1 litro, 7.75 invece di 11.60, (100 ml = 0.39)
Scioglie lo sporco nello scarico con la valutazione «buono»
Che buonprofumo!
6.75
invece di 9.–
a partire da 2 pezzi 25%
Tutto l'assortimento Grether's per es. pastiglie Blackcurrant senza zucchero, in conf. di ricarica, 110 g, 5.70 invece di 7.60, (100 g = 5.18)
Dental Fluid Candida per es. Parodin, 2 x 500 ml, (100 ml = 0.68) conf. da 2 25% 7.40 invece di 9.90
4.40 invece di 5.90
Spazzolini da denti Candida Comfort, Sensitive Premium o White Brilliant, (1 pz. = 2.20) conf. da 2 25%
Dentifricio Candida Professional Sensitive o White Diamond, 2 x 75 ml, (100 ml = 4.93) conf. da 2 25%
Dentifricio Candida per es. Fresh Gel, 3 x 125 ml, 5.90 invece di 8.85, (100 ml = 1.57) conf. da 3 33%
Tutto l'assortimento Axanova (Axamine escluso), per es. Power Patch, 7 pezzi, 11.96 invece di 14.95, (1 pz. = 1.71)
a partire da 2 pezzi 20%
Tutto l'assortimento Tena (confezioni multiple escluse), per es. Discreet Ultra Mini, FSC®, 28 pezzi, 4.64 invece di 5.80
Prodotti Nivea Sun Kids
Tutto l'assortimento I am (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. shampoo Intense Moisture, 250 ml, 1.37 invece di 1.95, (100 ml = 0.55)
4.55
invece di 6.50
Sapone per le mani I am Milk & Honey o Atlantic, in conf. di ricarica, 2 x 500 ml, (100 ml = 0.46) conf. da 2 30%
Shampoo e balsamo, I Am in confezioni multiple, per es. shampoo Intense Moisture, 3 x 250 ml, 4.05 invece di 5.85, (100 ml = 0.54) conf. da 3
a partire da 2 pezzi 30%
Tutto l'assortimento di bicchieri Kitchen & Co. (articoli Hit esclusi), per es. Basic Longdrink, 6 x 38 cl, 12.57 invece di 17.95, (1 pz. = 2.10)
Tessili per la cucina Kitchen & Co. per es. asciugapiatti da cucina in cotone bio, 50 x 70 cm, 2 pezzi, 6.97 invece di 9.95, (1 pz. = 3.49) a partire da 2 pezzi 30%
a partire da 2 pezzi
a partire da 2
Prodotti per la doccia I am per es. docciacrema Milk & Honey, 3 x 250 ml, 3.75 invece di 5.40, (100 ml = 0.50) conf. da 3 30% 89.95 invece di 129.90
Tutto l'assortimento Kétec per es. shampoo Oil Repair, 250 ml, 2.33 invece di 3.10, (100 ml = 0.93)
Tutto l'assortimento pH Balance (confezioni multiple e da viaggio escluse), per es. gel doccia, 250 ml, 2.80 invece di 3.50, (100 ml = 1.12)
Raclette 4 & 4 Connect Mio Star il pezzo
Tutti gli snack per cani Max, Adventuros, Asco e Oskar per es. Oskar Sensitive Adult Snack pollo, 150 g, 2.77 invece di 3.95, (100 g = 1.85) a partire da 3 pezzi
a partire da 3 pezzi
pezzi
30%
2.90 invece di 4.15
30%
Pomodori Aromatico Paesi Bassi, vaschetta da 500 g, (100 g = 0.58), offerta valida dal 12.3 al 15.3.2026
3.45
invece di 4.95
Filetto di tonno pinna gialla Migros per
50%
9.70
invece di 19.40
Chicken Crispy Don Pollo prodotto surgelato, in conf. speciale, 1,4 kg, (100 g = 0.69), offerta valida dal 12.3 al 15.3.2026