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Azione 10 del 4 marzo 2026

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MONDO MIGROS Pagina 2

Molte possibilità per gli apprendisti alla Migros

SOCIETÀ Pagina 3

La vita prima di nascere: la neuroscienziata Laila Craighero ci porta all’interno del ventre materno

Tre anni in Afghanistan, l’esperienza dell’idrogeologa

ticinese Marie‑Louise Vogt

ATTUALITÀ Pagina 13

CULTURA Pagina 17

TEMPO LIBERO

Nei teleri di Anselm Kiefer, a Milano, le alchimiste del passato ritrovano corpo e voce

Il tempo spezzettato delle donne

Attraverso tumuli, tombe e stradine nel tufo, la Banditaccia rivela la grandezza della civiltà etrusca

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Il nostro valore aggiunto? Dare fiducia ai giovani

Lo scorso mese di settembre in questo spazio mi congratulavo con i sedici apprendiste e ap prendisti del terzo anno in Migros Ticino (atti vi in otto diverse professioni) che avevano supe rato con successo gli esami finali, conseguendo un diploma AFC (Attestato federale di capa cità) o CFP (Certificato federale di formazio ne pratica).

La Svizzera si impegna da sempre nel sistema duale, quella struttura formativa che permette a ragazze e ragazzi giovanissimi di imparare una professione sia dal lato pratico, sia da quello sco lastico. Le apprendiste e gli apprendisti del no stro Paese, oltre a garantire la continuità della qualità del lavoro, costruiscono anche il nostro futuro, entrando nel mondo del lavoro, e dun que degli adulti, ancora molto giovani. Anche Migros Ticino ha deciso di scommettere sulle proprie giovani e sui propri giovani, rafforzan do il sistema duale all’interno dell’azienda, ritro

vandosi così, in pochi anni, a potere contare sul prezioso contributo di oltre 70 apprendisti, tutti residenti sul nostro territorio, e posizionandosi al primo posto in Ticino in qualità di formato re privato. Le diverse formazioni all’interno di Migros Ti cino sono ben otto, e spaziano dall’impiegato del commercio al dettaglio (supermercato), fino all’addetto alla logistica, passando per impiega to di commercio (con maturità integrata), auti sta di veicoli pesanti, meccanico di autoveicoli, cuoco o addetto di cucina, impiegato nella ga stronomia standardizzata e operatore per la pro mozione dell’attività fisica e della salute (Activ Fitness). Ma, oltre all’ampia scelta di indirizzi professionali e all’affiancamento di formatori con anni di esperienza, migliorano ora anche le condizioni quadro per apprendiste e apprendisti. Poiché Migros riconosce l’importanza del ruo lo dell’apprendista all’interno dell’azienda, ma è

anche consapevole della necessità di sostenere e di tutelare le e gli apprendisti, che spesso quando muovono i primi passi sono ancora minorenni, si è deciso di dotare la formazione duale di una serie di benefit. I vantaggi per coloro che decidono di svolgere un apprendistato in Migros sono numerosi (i bene fici non valgono solo per Migros Ticino, ma per tutte le Cooperative Migros della Svizzera), e sono intesi a creare le migliori condizioni quadro possibili per i giovani studenti lavoratori: oltre alle sei settimane di vacanza all’anno, il salario parte da mille franchi al mese (per un totale di tredici mensilità), ma sono previste anche agevo lazioni per i mezzi pubblici e ore di studio retri buite in azienda. Senza entrare nei dettagli, che troverete a pagina 2, quello di Migros è un modo per dire che ci teniamo, ai nostri giovani, perché teniamo al nostro futuro. A quello del Ticino e a quello di tutto il Paese, perché un Paese è tanto

più sano quanto più riesce a fregiarsi di giovani validi, volenterosi, ma che devono essere soste nuti in tutte le fasi del loro percorso formativo. Vorrei raccontarvi un piacevolissimo incontro fatto poche settimane fa in uno dei nostri super mercati. Ho detto a una apprendista del reparto «Frutta e Verdura» di fare particolarmente at tenzione alla freschezza. Lei mi ha risposto, con grande sicurezza: «Non si preoccupi, quando ci sono io la freschezza è garantita!» Dare fiducia ai giovani e sostenerli è uno dei tasselli che costituiscono la filosofia azienda le di Migros a favore del territorio, e che non ci stanchiamo di ripetere, poiché è la nostra ra gion d’essere: «Ci impegniamo quotidianamen te e con passione per la qualità della vita della popolazione e per la società». Un impegno che non ha prezzo. Vi aspettiamo, dunque candidatevi a Migros Ticino!

Romina Borla Pagina 11
Freepik
Keller

Un futuro brillante per i giovani del territorio

Formazione ◆ Migros Ticino offre una serie di percorsi di apprendistato variegati e di grande valore, con importanti possibilità di crescita personale e di carriera

Formare i giovani significa investire nel futuro. Migros Ticino, il maggiore formatore privato del Cantone, si impegna ogni giorno per offrire ai ragazzi del nostro territorio opportunità concrete di crescita professionale e personale. Con un approccio moderno e innovativo, l’azienda propone condizioni di formazione accattivanti e al passo con i tempi, dimostrando così quanto il futuro dei nostri giovani residenti sia al centro delle sue priorità.

Formazione su misura per il mondo di domani

Migros Ticino non è solo sinonimo di commercio al dettaglio. L’azienda offre percorsi di formazione in ben otto professioni diverse, che spaziano dalla vendita alla logistica, dalla gastronomia (banco o cucina) all’amministrazione, dai tra-

Ilaria Altundag 7.11.2007

Migros Molino Nuovo

Mi piace lavorare in Migros perché è un ambiente dinamico e collaborativo, dove posso crescere professionalmente e dare il mio contributo

Gaia Marzano 15.08.2010

Migros Melano

Mi piace lavorare qui perché mi trovo bene con i miei colleghi

sporti alla meccanica per concludere con il fitness. Questo ampio ventaglio di possibilità permette ai giovani di scegliere il percorso più adatto alle proprie passioni e attitudini, garantendo una formazione completa e di qualità.

Le nuove condizioni offerte agli apprendisti sono pensate per rispondere alle esigenze dei ragazzi di oggi, che cercano non solo un lavoro, ma anche un ambiente dinamico, stimolante e in grado di valorizzare il loro talento. Migros Ticino è orgogliosa di offrire un’esperienza formativa che prepara i giovani ad affrontare con successo le sfide del mondo del lavoro, puntando su competenze tecniche, soft skills e valori come la sostenibilità, la collaborazione e l’innovazione.

I giovani al centro: il nostro impegno per il territorio

Tutti gli apprendisti di Migros Ticino sono giovani residenti, e questo non è

un caso. L’azienda crede fermamente che il futuro del nostro territorio passi attraverso la valorizzazione delle nuove generazioni. Offrire loro una formazione di qualità significa garantire non solo il loro successo personale, ma anche il benessere e la crescita della nostra comunità.

Grazie a tutor esperti e programmi di formazione strutturati, gli apprendisti sono seguiti da vicino durante tutto il loro percorso, ricevendo supporto e incoraggiamento per sviluppare al meglio il proprio potenziale. Questo approccio personalizzato non solo li prepara al mondo del lavoro, ma li rende anche ambasciatori dei valori di Migros Ticino: professionalità, passione e dedizione.

Unisciti a noi: costruisci il tuo futuro con Migros Ticino

Se sogni un futuro ricco di opportunità, Migros Ticino è il posto giusto

Penzolo 15.03.2009

Migros Campagna Adorna

Qui mi trovo in un ambiente creativo e davvero stimolante, insieme ai miei colleghi lavoro al meglio ogni giorno per soddisfare i clienti

Tre domande all’ispettrice Arianna Meier

Arianna Meier è l’ispettrice principale di tirocinio della Sezione della formazione commerciale e dei servizi della Divisione della formazione professionale del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del Canton Ticino. La Sezione si occupa della vigilanza sulla formazione professionale di base delle professioni del settore del commercio e dei servizi, nei tre luoghi formativi (la scuola professionale, l’azienda e i corsi interaziendali), nelle procedure di qualificazione finali, nonché del rispetto delle disposizioni legali relative al contratto di tirocinio da parte di tutte le parti coinvolte.

In qualità di ispettrice principale, coordina un gruppo di otto ispettori e ispettrici, che lavorano a stretto contatto con le aziende formatrici del territorio e di collaborare con realtà formative importanti, tra cui Migros Ticino.

1. In qualità di Ispettrice principale della Sezione della formazione commerciale e dei servizi come descriverebbe la collaborazione con le aziende formatrici del territorio? La collaborazione e il partenariato con le aziende formatrici è alla base

del lavoro quotidiano degli ispettori e delle ispettrici di tirocinio. Costruire un rapporto di fiducia è indispensabile per garantire un dialogo efficace, che permetta di intervenire con tempestività quando necessario e di rimanere costantemente aggiornati sulle iniziative formative promosse. In questo contesto, anche Migros Ticino rappresenta un’importante realtà formatrice del territorio, con la quale nel tempo si è sviluppata una collaborazione positiva.

2. Quali sono dal suo punto di vista le sfide nella formazione degli Impiegati e degli Assistenti del commercio al dettaglio AFC e CFP? Le principali sfide nella formazione degli impiegati e degli assistenti del commercio al dettaglio riguardano soprattutto l’adeguamento costante ai cambiamenti normativi e alle evoluzioni del settore. L’introduzione della nuova Ordinanza sulla formazione professionale per Impiegati e Assistenti del commercio al dettaglio AFC e CFP, entrata in vigore nel 2021, ha richiesto un importante lavoro di aggiornamento dei contenuti, dei metodi didattici e delle modalità di valutazione. Un’altra sfida significativa è garanti-

per te. Le immagini dei nostri apprendisti al lavoro raccontano una realtà fatta di entusiasmo, impegno e voglia di imparare.

Giovani belli, simpatici e motivati che, ogni giorno, costruiscono il proprio futuro con il sorriso e la determinazione.

re una formazione pratica di qualità, capace di integrare efficacemente teoria e pratica quotidiana. Questo implica investire nella preparazione continua dei formatori e delle formatrici in azienda, affinché possano accompagnare gli apprendisti in modo competente e coerente con i nuovi standard professionali.

3. Qual è il ruolo delle grandi aziende della distribuzione come Migros Ticino nella formazione professionale di base?

Le grandi aziende della distribuzione svolgono un ruolo significativo nella formazione professionale di base, poiché dispongono generalmente di strutture organizzative solide e di risorse dedicate alla formazione degli apprendisti e delle apprendiste. Grazie alla loro dimensione e alla presenza capillare sul territorio, queste realtà possono offrire contesti formativi diversificati, permettendo alle persone in formazione di confrontarsi con differenti modelli organizzativi, tipologie di clientela e modalità operative. Questa varietà contribuisce ad ampliare l’esperienza pratica e a sviluppare competenze adattabili a situazioni professionali diverse.

Non perdere l’occasione di unirti al maggiore formatore privato del Cantone. Che tu voglia lavorare nella vendita, nella logistica, nella gastronomia o in uno degli altri settori offerti, Migros Ticino ti offre una formazione moderna, completa e orientata al futuro.

Candidati ora!
Nicolò

SOCIETÀ

La solidarietà attraverso il digitale con WeSherpa

La nuova piattaforma permette di fare una donazione in un negozio affiliato e metterla così a disposizione di una persona in stato di bisogno che vive in Ticino

La storia e l’invenzione dei miti

A colloquio con Giorgio Cheda, studioso dell’emigrazione ticinese, dopo l’uscita del suo ultimo libro dedicato alle mistificazioni storiche

La vita segreta dei bambini prima di nascere

Intervista ◆ Con il suo ultimo libro la neuroscienziata Laila Craighero ci porta all’interno del ventre materno

Il ventre materno è uno spazio ancora poco conosciuto. Sappiamo di più della superficie di Marte e delle profondità degli oceani che dell’ambiente in cui si sviluppa la vita umana. Il motivo è semplice: non si possono inserire strumenti invasivi nell’utero perché si comprometterebbe lo sviluppo del feto. Gran parte delle nostre conoscenze, quindi, deriva da studi su modelli animali con un ambiente uterino molto simile a quello umano oppure da simulazioni. Con Imparare prima di nascere (Il Mulino) la neuroscienziata Laila Craighero ci porta all’interno del misterioso mondo prenatale, tra nuove scoperte nell’ambito di diverse discipline, dalle neuroscienze alla biologia dello sviluppo.

Laila Craighero, come vive le sue giornate il bambino nella pancia della madre?

Dalle ricerche scientifiche emerge che l’utero è un ambiente molto buio: la quantità di luce che filtra è ridotta di oltre il novanta per cento rispetto all’esterno. Il feto vive, quindi, in una costante penombra, che diventa un po’ più chiara solo se la mamma si espone al sole in costume. In ogni caso, anche se ci fosse più luce, il feto non riuscirebbe a vedere molto: persino alla nascita la vista è il senso meno sviluppato (un neonato vede come una persona molto miope). Per quanto riguarda il suono, la parete addominale e il liquido amniotico funzionano da filtro che fa passare le basse frequenze e blocca quelle alte. Tuttavia, non si può certo dire che all’interno dell’utero ci sia silenzio: è costantemente presente un «rumore di fondo» generato dall’attività respiratoria, cardiovascolare e intestinale materna, dai suoi movimenti fisici e dalla sua voce, propagato come vibrazione degli organi interni e del liquido amniotico. Inoltre, fino al quinto mese di gestazione circa, il feto si trova a galleggiare all’interno dell’utero. Proprio come un astronauta alla scoperta dello spazio è in un mondo privo di gravità dove non esistono un sopra e un sotto. Questa sensazione di leggerezza cambia verso la metà del settimo mese: a quel punto è diventato abbastanza grande e pesante da vincere la spinta del liquido. Da quel momento inizia a subire la forza di gravità e viene «tirato» verso il basso.

Che cosa impara il bambino prima di nascere?

La principale competenza che il bambino sviluppa in utero è la capacità di muoversi. I feti sono incredibilmente attivi fin da subito: i primi movimenti spontanei iniziano già alla fine del secondo mese. Questa attività aumenta fino al terzo mese, per poi diminuire man mano che

il corpo cresce limitando lo spazio a disposizione. Dall’inizio del quarto mese spesso i feti estendono le gambe e le braccia e toccano la parete uterina. Si mettono la mano in bocca e la succhiano, afferrano diverse parti del corpo e stringono il cordone ombelicale, un’attività che probabilmente gli consente di iniziare a sviluppare la capacità di modulare la forza della mano. Al sesto mese i movimenti fanno un enorme salto di qualità, diventando più fluidi e accurati. Il risultato più incredibile è che quando la mano va verso l’occhio si muove più lentamente di quando si sposta verso la bocca. Questo dimostra che il cervello del feto è già capace di organizzare il gesto in base al tipo di contatto che sta per avvenire. Non si tratta di una scelta consapevole o di un pensiero razionale, ma di una forma sofisticata di programmazione motoria: il sistema nervoso anticipa le conseguenze del tocco e calibra la velocità del movimento di conseguenza.

Quanto influisce l’ambiente esterno sul bambino?

L’ambiente esterno non sembra influire particolarmente sull’acquisizione di competenze nel feto. Tuttavia, c’è un «canale di comunicazione» con il mondo esterno particolarmente attivo: l’alimentazione della madre. A partire dal terzo mese il feto deglutisce il liquido amniotico (contribuendo alla sua regolazione) e compie movimenti respiratori, irregolari in frequenza e ampiezza, che servono allo sviluppo dei polmoni. Sono comportamenti che consentono alle sostanze presenti nel liquido amniotico di raggiungere i recettori di gusto e olfatto. Ad esempio, si è osservato che i neonati di un giorno non mostrano fastidio per l’odore di aglio se la madre lo ha consumato abitualmente durante l’ultimo mese di gravidanza. Lo stesso accade con l’anice. E se la madre beve regolarmente succo di carota nell’ultimo trimestre, il bambino, a cinque o

sei mesi di vita, accetterà molto più volentieri i cereali aromatizzati alla carota durante lo svezzamento, mostrando meno espressioni di disgusto rispetto ad altri neonati. Gli aromi passano nel liquido amniotico e attivano gli organi di senso del feto, che ne conserva una traccia. Non è una memoria consapevole, ma una sorta di «familiarità» biologica: il bambino impara a riconoscere come «buono» o «sicuro» ciò che ha già sperimentato prima di nascere.

Come si sono evoluti gli studi che ci hanno permesso di conoscere di più del mondo intrauterino?

Per capire se i feti percepiscono gli stimoli, l’unica possibilità è verificare come cambia il loro comportamento, osservando i movimenti del corpo e la frequenza cardiaca. L’ecografia consente di rilevare la presenza di movimenti mentre la cardiotocografia o il Doppler fetale registrano la frequenza cardiaca. Tuttavia, pur

essendo tecniche considerate sicure, per evitare esposizioni non strettamente necessarie, nella maggior parte dei casi i ricercatori si affidano ai dati raccolti durante indagini cliniche, senza poter pianificare esperimenti controllati.

Che cosa resta ancora da scoprire?

Nonostante i grandi passi avanti fatti negli ultimi anni, i dati a nostra disposizione sono ancora limitati e frammentari e non semplici da interpretare. È difficile oggi immaginare come supereremo questi limiti. Il problema non è solo inventare strumenti più potenti, ma fare in modo che siano assolutamente innocui. Qualsiasi nuova tecnologia di indagine, anche la più futuristica, solleverebbe inevitabilmente preoccupazioni su possibili effetti collaterali, anche minimi, in un ambiente così delicato e prezioso come quello intrauterino.

La principale competenza che il bambino sviluppa all’interno dell’utero è la capacità di muoversi. (Freepik.com)
Stefania Prandi
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Un classico di facile preparazione

Attualità ◆ Gli ossibuchi di vitello sono un piatto semplice della tradizione che alletta grazie alla ricchezza dei sapori e alla morbidezza della carne. Alla tua Migros questa settimana trovi questa carne di qualità svizzera in offerta speciale

Grazie alla sua tenerezza e al sapore delicato, la carne di vitello è considerata una vera prelibatezza dai buongustai. Inoltre, rispetto ad altri tipi di carne, risulta essere sostanzialmente meno grassa. Migros propone nel suo assortimento diversi tagli di carne di vitello svizze-

ra della migliore qualità, proveniente da bovini allevati con particolare attenzione al benessere animale. Accanto ai pezzi più pregiati come filetto e fettine adatti a cotture brevi, oppure alle costolette perfette per la griglia o allo spezzatino ideale per stufati irresistibili, non mancano gli

Il super bio

ossibuchi, assoluti protagonisti di svariate ricette a lunga cottura legate alla nostra tradizione.

Ricavati dallo stinco anteriore o posteriore dell’animale, gli ossibuchi si caratterizzano per la ricchezza di tessuto connettivo e per il midollo centrale, che in cottura donano un sa-

pore e una morbidezza uniche alla pietanza.

Tra gli aromi tipici che ben si sposano con gli ossibuchi, spiccano il rosmarino, il timo, l’alloro e l’aglio; mentre i contorni più popolari tra gli amanti della buona tavola sono risotto, purè di patate e polenta.

Ingredienti per 4 persone

• 4 ossibuchi di vitello di ca. 260 g ciascuno

• sale • pepe dal macinapepe

• farina

• 3 cucchiai d’olio d’oliva

• 2 cipolle piccole

• 4 carote

• 1 sedano rapa piccolo di ca. 250 g

• 2 spicchi d’aglio

• 2 cucchiai di concentrato di pomodoro

• 2 dl di vino rosso

• 1 l di fondo bruno

• 1 foglia d’alloro

• Sala, pepa la carne e infarinala

Preparazione

Scalda l’olio in una brasiera e rosola gli ossibuchi per ca. 3 minuti. Toglili dalla brasiera. Nella stessa rosola cipolle, carote e sedano tagliati a dadini. Unisci l’aglio schiacciato, il concentrato di pomodoro e rosola il tutto. Aggiungi gli ossibuchi e sfuma il tutto con il vino. Fai evaporare quasi completamente il liquido. Unisci il fondo e l’alloro, incoperchia gli ossibuchi e falli stufare a fuoco medio per ca. 1,5 ore. Di tanto in tanto bagna la carne con il fondo. Servi con purè di patate.

Attualità ◆ Nelle maggiori filiali Migros sono disponibili diversi articoli in qualità Demeter, il marchio biologico di più lunga tradizione al mondo. Inoltre, fino all’11 marzo 2026 ottieni il 20% di sconto su tutto l’assortimento

Demeter è sinonimo di prodotti provenienti dall’agricoltura biodinamica, che garantisce standard molto elevati in termini di qualità, sostenibilità e rispetto delle risorse naturali. I produttori seguono il ritmo naturale del tempo e del cosmo. Tutto ruota intorno alla condizione che uomini, piante, animali e suolo vivano in perfetta armonia. In tutti questi ambiti gli agricoltori lavorano consapevolmente in un ciclo chiuso, rafforzando l’identità della propria fattoria. Il suolo viene nutrito con compost proprio e preparati biodinamici. Gli animali sono allevati nel rispetto delle loro esigenze, alle mucche non vengono tagliate le corna e anche i pulcini maschi vengono allevati. Anche la lavorazione implica il rispetto delle severe direttive Demeter, che vieta l’utilizzo della maggior parte degli additivi. Nei principali supermercati di Migros Ticino sono disponibili un centinaio di prodotti certificati con il marchio Demeter, che assicurano una qualità senza compromessi. La gamma va dai prodotti per l’alimentazione per bebè agli articoli freschi come spinaci, cipolle, limoni e caro-

te; dagli snack salati ai biscotti; passando per i succhi di frutta fino alle conserve di verdura.

6 prodotti Demeter tra i più apprezzati a Migros Ticino

1 Spinaci baby Demeter

125 g Fr. 2.35 invece di 2.95

2 Limoni al pezzo Fr. –.35 invece di –.45

3 Cuori di carciofo Demeter

180 g Fr. 5.56 invece di 6.95

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Succo Biotta carota-aranciazenzero Demeter

500 ml Fr. 3.52 invece di 4.40

5 Passata di pomodoro Demeter

360 g Fr. 2.24 invece di 2.80

6 Purea di frutta Holle banana-mela-mango-albicocca

Demeter

100 g Fr. 1.56 invece di 1.95

La ricetta Ossibuchi stufati

Uova pasquali firmate Balocco

Attualità ◆ Sono ben sette le specialità proposte dedicate ai più piccoli, tra cui il nuovo uovo al cioccolato al latte Bing

Gusto e divertimento vanno perfettamente a braccetto nelle creazioni pasquali Balocco, storica azienda dolciaria italiana fondata nel 1927 e simbolo per eccellenza di qualità, passione e tradizione. Famosa per le sue specialità dedicate alle ricorrenze più importanti dell’anno, è presente

sugli scaffali di Migros Ticino anche con diversi altri prodotti di biscotteria. Le uova di cioccolato Balocco non possono mancare sulla tavola festiva, apportando un tocco di dolcezza e gioia a piccoli e grandi golosoni. Realizzate con finissimo cioccolato al latte, sono disponibili in diverse va-

rianti a tema con tanto di sorpresina da collezionare al loro interno. I fan del calcio italiano non si lascerebbero sfuggire le uova dedicate alla loro compagine del cuore, tra cui Juve, Milan e Inter; mentre gli appassionati di cartoni animati e serie troveranno nelle uova a tema Puffi, Emily in Pa-

ris e Tartarughe Ninja di che soddisfare i loro gusti.

La novità di quest’anno è costituita dall’uovo di cioccolato dedicato a Bing, serie animata molto popolare tra i più piccoli con protagonista un sim-

patico coniglietto curioso e vivace che affronta con brio le piccole sfide della vita. Con una grafica giocosa, questa invitante proposta rappresenta il perfetto connubio tra la qualità e la tradizione dei prodotti Balocco e la tenerezza e positività trasmesse da questo cartone animato di grande successo.

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Uovo Juve
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NOVITÀ nel nido Prova subito

WeSherpa, la solidarietà sfrutta il digitale

Economia sospesa ◆ La nuova piattaforma permette di lasciare una donazione in un negozio a disposizione di una persona in stato di bisogno che vive in Ticino

Si chiama WeSherpa la startup che mira a rivoluzionare il modo di donare, unendo donatori, beneficiari e un terzo attore costituito dagli esercizi commerciali interessati, in un unico circuito, digitalizzato e basato sulla località, in modo da far sì che questo gesto possa essere quotidiano, trasparente ed immediato. Ma, concretamente, come funziona tale nuovo modello di solidarietà digitale? «Il funzionamento è semplice e allo stesso tempo innovativo – afferma Pierfranco Sofia, CEO & fondatore di WeSherpa – quando acquisti in un negozio partner, puoi scegliere di lasciare una donazione scansionando il QR alla cassa ed inserendo l’importo scelto. La donazione verrà istantaneamente digitalizzata e convertita in un credito sospeso all’interno di quell’esercizio commerciale e potrà essere utilizzata da un beneficiario certificato per acquistare beni e servizi di prima necessità, come alimentari, farmaci, corsi di formazione ma anche attività socializzanti».

Per garantire che i potenziali destinatari della donazione siano effettivamente persone bisognose, la startup collabora con un ente sociale, l’associazione Frequenze di Chiasso, attiva da anni nel sostegno a persone in difficoltà, che si occupa appunto di verificare lo stato di necessità, oltre che di individuare altri possibili beneficiari di questo nuovo progetto di solidarietà ed invitarli a farne parte. «Tutti possiamo ovviamente essere donatori, mentre per essere beneficiari bisogna essere autorizzati da un ente sociale che è partner della piattaforma WeSherpa – puntualizza Pierfranco Sofia – un meccanismo che si rispecchia concretamente nel funzionamento della nostra web app, che è accessibile dal browser; se sei un donatore, puoi liberamente effettuare una donazione attraverso il QR code e registrarti, se invece vuoi usufruire delle donazioni, l’attivazione del sistema come beneficiario sarà successiva alla verifica da parte di Frequenze». Beneficiario che potrà localizzare tramite l’applicazione le donazioni disponibili, prenotare quella che gli interessa e recarsi nel relativo negozio per effettuare il proprio acquisto. Il 100% di ogni donazione diventa un credito esigibile dai beneficiari. «Tuttavia quando un beneficiario desidera riscattare un credito di donazioni pari ad esempio a 10.-, deve presentarsi alla cassa con un acquisto complessivo di almeno 12.-, in modo da pagare di tasca propria una piccola parte, pari al 20%. Questo da un lato perché riconosciamo che in Svizzera abbiamo un sistema sociale, finanziato dalle tasse, il quale sostiene le persone in difficoltà, che non vivono quindi – per fortuna – in una situazione di povertà assoluta, e dall’altro per dare un valore alle donazioni stesse ed evitare che se ne faccia un uso improprio; in questo modo lo sforzo del donatore e quello del beneficiario sono paragonabili», spiega il fondatore di WeSherpa, progetto di cui Percento Culturale Migros Ticino, assieme alla Città di Chiasso, è partner istituzionale.

Da questo sistema, di fatto, non ci perde nessuno. I negozi (i quali dal canto loro versano una piccola percentuale, dal 2 al 5%, alla startup, per coprire i costi di gestione del sistema) hanno la possibilità di fare dell’inclusione sociale, il donatore ha la garanzia che si tratti di un siste-

ma certificato e che le persone che ne usufruiscono siano effettivamente in una situazione di difficoltà economica e vivano in Ticino. Queste ultime, oltre ad avere un vantaggio economico, possono scegliere tra varie offerte i beni essenziali di cui hanno davvero bisogno. «Queste persone tornano così ad avere un potere d’acquisto basato sulla scelta, che non è poca cosa. Una persona in condizione di bisogno tende infatti a decidere solo ed esclusivamente in funzione del costo. Così invece può andare nello stesso negozio in cui il donatore dona e scegliere ciò che veramente gli serve», commenta il nostro interlocutore. Questo non solo facilita l’accesso ai beni, ma restituisce un senso di autonomia e dignità; un aiuto concreto alle famiglie bisognose che prende avvio con un semplice gesto alla cassa, che va nella direzione della redistribuzione del potere d’acquisto, da parte di clienti che contribuiscono così a sostenere la propria comunità.

L’idea che sta alla base del circuito WeSherpa è nata dalla constatazione della difficoltà, che interessa fasce sempre più ampie di popolazione, ad accedere a beni e servizi primari, dato il costo elevatissimo della vita, e dall’intuizione che la soluzione a questo problema si potesse cercare nella redistribuzione del potere d’acquisto. Da questo punto di partenza si è poi sviluppato il progetto, il cui concetto non può non ricordare quello del più noto «caffè sospeso napoletano», l’usanza cioè di pagare un caffè in più per offrirlo a chi non può permetterselo, trasformando un gesto quotidia-

no in aiuto anonimo, che però – nel caso di WeSherpa – si sviluppa anche in una dimensione digitale. «Effettivamente abbiamo per così dire riciclato l’idea che in un esercizio commerciale il cliente possa lasciare un bene sospeso. Idea che, grazie alla digitalità e alla tecnologia, ’esplode’ in tutte le sue potenzialità – commenta il fondatore della startup che digitalizza quindi il concetto di economia sospesa – grazie alla nostra piattaforma, il cliente può lasciare in qualunque negozio aderente un qualunque credito a disposizione di una persona in stato di bisogno che vive in Ticino, la quale lo può vedere direttamente sul proprio cellulare ; il risultato è quindi un impatto immediato con ricaduta locale». Queste – assieme a molte altre –sono le potenzialità del progetto, che si trova attualmente in fase di test della propria app sul territorio ticinese. «L’attuale fase ha preso avvio all’inizio di novembre e durerà fino alla primavera, permettendoci di raccogliere dati e feedback utili a consolidare la soluzione tecnica in vista del lancio ufficiale. Ad oggi abbiamo circa 50 donatori e 600 fr. donati e il nostro obiettivo è di raggiungere 100’000 franchi per finanziare 50 famiglie in stato di bisogno per circa 6 mesi –puntualizza Pierfranco Sofia – allo stato attuale quello però che ci preme è mostrare che esista effettivamente un interesse da parte sia delle persone a donare che dei negozi a stare nel sistema e questo anche nell’ottica di riuscire a trovare un finanziamento che ci consenta di portare avanti e sviluppare un progetto che secondo noi ha

Il Ticino dei torchi a leva

Territorio ◆ L’ultimo libro del fotografo Ely Riva

grandi potenzialità». E questo è stato probabilmente intuito da parte dei commercianti, se si considera che, in un lasso di tempo relativamente breve, sono già una dozzina i negozi che hanno aderito all’iniziativa solidale. «Siamo contenti di come sia stato accolto e recepito il progetto finora, anche se al momento i negozi aderenti non sono di fatto tantissimi; d’altra parte quello su cui ci stiamo focalizzando è l’aspetto tecnologico – spiega il fondatore di WeSherpa – abbiamo infatti in mente numerosi sviluppi per il nostro progetto, al momento in fase embrionale, che la tecnologia ci aiuterà a concretizzare».

Tra questi filoni di sviluppo c’è la volontà di implementare le donazioni non solo da un negozio ma pure da casa propria o da qualunque altro luogo, e di includere le donazioni istituzionali. «L’idea è che le aziende possano fare la loro parte per sostenere la comunità effettuando donazioni attraverso la rete WeSherpa – precisa Pierfranco Sofia – donazioni che in tal caso verranno ripartite in tutti i negozi della rete in maniera algoritmica , così che dove ci sono stati più riscatti di donazione arriveranno più crediti».

Il nuovo approccio alla solidarietà di cui stiamo parlando potrebbe essere comparato con i modelli di donazione alle casse presenti in alcune grandi catene di negozi o di esercizi pubblici. «La grande differenza è che nel caso di queste strategie di fundraising tu non stai donando al negozio, ma ad un’associazione, una fondazione, ecc. che, grazie al negozio, cerca capitale – conclude Pierfranco Sofia –nel nostro caso, dietro ci sta un modello di business diverso; noi facciamo in modo che tu possa depositare una donazione nelle casse del negozio, quindi, tu non doni a WeSherpa, ma con WeSherpa. Utilizzi cioè uno strumento, con il quale sai che la tua donazione è trasparente: ogni credito è tracciabile, verificabile e locale, nel senso che chi ne beneficia sono le persone in stato di bisogno della tua realtà. Ed infine è efficiente, dal momento che il 100% del tuo contributo andrà solo a chi ne ha veramente bisogno».

Per informazioni www.wesherpa.ch

Il Ticino detiene un primato che forse non tutti conoscono: siamo la regione con la maggior concentrazione di torchi a leva d’Europa. Ancora oggi nel nostro territorio sono sopravvissuti integri o comunque in buone condizioni 27 torchi a leva o «piemontesi», altri 50 sono conservati solo in parte, ma si stima che in passato ne furono in funzione 150. È il fotogiornalista Ely Riva a raccontarci oggi la storia di questi impressionanti manufatti nel suo libro I torchi a leva del Ticino da poco pubblicato da Fontana edizioni. Ely Riva percorre da molto tempo il nostro territorio alla ricerca di tracce d’arte, edifici, natura e testimonianze lasciate dall’uomo, le documenta con l’occhio esperto del fotografo e la passione dello scrittore. In questa nuova pubblicazione ripercorre la storia del torchio che tanto contribuì al successo e alla diffusione della viticoltura nelle nostre terre. L’elenco ha dell’incredibile, soprattutto se si pensa che questi macchinari sono di dimensioni ragguardevoli: i massici alberi sono di castagno, quercia o noce e di norma sono lunghi una decina di metri. Per la cronaca l’albero di quercia più lungo del Ticino è di quasi 11 metri e appartiene al torchio a leva ben conservato alla Masseria di Cornaredo, l’incisione lo data del 1804. Ma ci sono torchi ben più antichi nelle nostre valli, a Cevio (Boschetto), ad esempio, il torchio risale al 1580 e secondo la dendrocronologia l’albero di castagno di 9,45 metri è stato tagliato nel 1578. Usati per la spremitura delle vinacce, i torchi erano utilizzati pochi giorni l’anno e furono poi sostituiti alla fine dell’Ottocento con i più piccoli torchi a vite. Circa cento torchi a leva furono completamente smontati, nel Mendrisiotto ad esempio non ne è rimasto nessuno, altri invece sono rimasti intatti, usati fino alla metà del secolo scorso. La concentrazione maggiore si ha tra Semione e Dongio, dove sono ancora dieci i torchi che si possono ammirare. Sempre in Valle di Blenio, a Ludiano, si conserva l’unico torchio a leva ancora utilizzato per pochi giorni all’anno grazie a un gruppo di veri appassionati. Il libro si conclude con un’escursione tra i torchi a vite del Ticino, tra le tracce e i toponomi rimasti sul territorio e con una ministoria del frantoio, usato soprattutto per estrarre olio da noci e semi di lino, perché «torchi e frantoi sono testimoni silenziosi di un passato che non c’è più, ma che non deve essere dimenticato». / Red.

La copertina del volume di Ely Riva
I fondatori della startup WeSherpa: Maria Rosaria Sanna, Paolo Bortolin e Pierfranco Sofia. In basso, il QR Code che si trova nei negozi che aderiscono alla rete WeSherpa.

«La storia non è quello che ci raccontano»

Pubblicazioni ◆ A colloquio con lo studioso dell’emigrazione ticinese

Giorgio Cheda, dopo l’uscita del suo ultimo libro sulle mistificazioni storiche

Ottantasette anni, numerosi volumi pubblicati, una vita dedicata a inseguire verità scomode: Giorgio Cheda, storico valmaggese e tra i massimi conoscitori dell’emigrazione ticinese in America, torna con un nuovo libro, La storia e l’invenzione dei miti (Edizioni Oltremare, 2025). Un volumetto di un centinaio di pagine che mette le mani nel laboratorio dove nascono le narrazioni collettive – quelle che spiegano il passato ma, a suo modo di vedere, troppo spesso lo deformano. Lo incontro telefonicamente, in una voce segnata da una certa disillusione, ma lucidissima nel ragionamento. «Gran parte della storia che si insegna – mi dice subito – è frutto di mitologie». È il punto di partenza del libro: un’indagine su come i miti – religiosi, politici, nazionali – plasmano lo sguardo che abbiamo sul mondo. E spesso lo falsano.

Anche il fenomeno dell’emigrazione europea nell’Ottocento, compresa quella ticinese in California, è legato ai miti: il mito dell’Ovest, dell’oro, della «terra delle opportunità»

Cheda lo dice senza giri di parole: «Perfino le religioni si basano sui miti». Nel volume analizza esempi che attraversano secoli e continenti: dal mito di Noè (a cui dedica l’immagine di copertina) usato per giustificare la tratta degli schiavi africani, alle narrazioni eroicizzanti delle grandi scoperte geografiche. «La maledizione di Cam da parte di suo padre Noé ubriaco raccontata nella Bibbia, è diventata una delle giustificazioni ideologiche della schiavitù: lo dico da storico, non da teologo», insiste. «E si tratta di un mito, non di un fatto». Ma i miti – osserva – hanno una forza politica enorme, perché permettono di costruire narrazioni utili al potere: che si parli di cristianizzazione delle Americhe, di «missione civilizzatrice» dell’Europa o dell’immagine felice del colonialismo.

Il libro, però, non è solo una critica ai miti «globali»: riguarda anche la piccola storia svizzera. «Basti pensare a Guglielmo Tell o alla leggenda di Locarno “Città della pace”», dice con una punta di ironia. «È un mito ripetuto anche nel centenario del Patto di Locarno: peccato che quel trattato non fosse affatto un trattato di pace». Il punto è sempre lo stesso: tra realtà e narrazione si apre uno iato che lo storico ha il dovere di colmare. Cosa c’entra tutto questo, chiediamo a Cheda, con l’emigrazione ticinese, per esempio in California? Qui il suo tono si fa appassionato, quasi indignato. «Plinio Martini, a cui ero legato da amicizia, parlava dell’emigrazione ticinese come di un’illusione, di un disastro. Mi permetto di dissentire. È una visione sbagliata. L’ho detto molte volte e lo documento da mezzo secolo. La mia ricerca – anni di archivi, 2000 lettere raccolte, mappe catastali consultate contea per contea – racconta un’altra storia: 27’000 ticinesi emigrati, quasi tutti contadini delle valli, in California acquisirono complessivamente 1800 km² di terra: pari a due terzi dell’intero Canton Ticino. Capisce cosa significa? Un contadino che qui viveva con pochi campi e un alpe, là si ritrovava a gestire uno, due, tre chilometri quadrati di ranch. È stata una grande avventura, non una tragedia». Molti discendenti, ricorda, «oggi sono milionari». Ma anche questo fenomeno, dice, è legato ai miti: il mito dell’Ovest, il mito dell’oro, il mito della «terra delle opportunità». Miti che hanno spinto masse a partire e che hanno sorretto l’immaginario dell’emigrazione europea nell’Ottocento. Dalla migrazione dalle nostre piccole valli alla grande storia il passo è breve. Cheda lega la corsa all’America all’espansione coloniale e ai suoi effetti di lunga durata. «Quando gli europei si sono resi conto di ciò che abbiamo combinato nel mondo era già tardi. Sì, abbiamo portato innovazioni, ma abbiamo anche distrutto civiltà intere con la superiorità militare e i trattati imposti. Le ferite del

colonialismo le pagheranno i nostri discendenti».

La mitologia dell’Occidente civilizzatore – osserva – continua ancora oggi, citando discorsi recenti di Donald Trump, che «esalta Colombo come portatore della civiltà cristiana, mentre negli Stati Uniti si rimuovono le tracce del razzismo e della schiavitù nei musei». È un pattern eterno: manipolare il passato per giustificare il presente.

Cheda non nasconde le difficoltà avute in Ticino: scontri con le autorità, incomprensioni politiche, perfino una condanna giudiziaria per posizioni considerate «eretiche». «Mi hanno visto come un comunista, quando non ho mai partecipato a nessuno dei movimenti della sinistra», commenta amaramente.

Un sogno nel cassetto? La creazione di un centro di studi su emigrazione e immigrazione, «un progetto che avevo proposto cinquant’anni fa. Si finanziano studi sul dialetto, che va benissimo, ma la stessa attenzione andrebbe data alla storia sociale, alla storia globale. Non si può studiare un villaggio senza vedere il mondo».

Nella conversazione, Cheda torna più volte su un concetto: la storia va liberata dalle narrazioni che la deformano. «Non posso accettare che ancora oggi si usino miti per insegnare una storia che non corrisponde alla realtà», dice con forza. «E quello che sta accadendo con le multinazionali della tecnologia, che manipolano l’informazione, mi preoccupa molto». È una lezione che vale per la storia come per il presente: ricordarci che ogni racconto è costruito, e che lo storico deve continuamente verificare, smontare, correggere. Con La storia e l’invenzione dei miti, ci consegna un promemoria prezioso: la storia non ci chiede di credere, ma di capire. E per capire occorre, sempre, smascherare i miti.

Bibliografia

Giorgio Cheda, La storia e l’invenzione dei miti, Edizioni Oltremare, 2025.

L’ebbrezza di Noè della Cappella Sistina di Michelangelo è l’immagine di copertina scelta da Giorgio Cheda.

Le parole dei figli

Brain Rot

«Mamma, ti prego basta brain rot!», mi dice la 17enne Clotilde mentre pranziamo e io faccio una battuta. In quel momento ignoro il significato di questa Parola dei figli, ma il tono con cui viene pronunciata è sufficiente a farmi capire che l’adolescente si è innervosita. La conferma arriva subito dalla traduzione letterale: brain rot significa «marciume cerebrale». Il termine compare per la prima volta nel 1854, quando Henry David Thoreau lo usa in Walden, ovvero Vita nei boschi, il resoconto dei due anni, due mesi e due giorni trascorsi in una capanna vicino al lago Walden, a Concord, nel Massachusetts. Thoreau spiega così la sua scelta di vita: «Andai nei boschi perché desideravo vivere consapevolmente (…) e non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto». Lo scrittore denuncia il declino dello sforzo mentale della società del tempo ricorrendo proprio

Terre Rare

all’immagine del brain rot : «Mentre l’Inghilterra si sforza di curare il marciume delle patate – riferimento alla grande carestia degli anni Quaranta dell’Ottocento – non si sforzerà forse qualcuno di curare il marciume del cervello, che prevale in modo così più diffuso e fatale?».

A distanza di 170 anni, brain rot viene nominata Parola dell’Anno 2024 dall’Oxford University Press, che la definisce come «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, in particolare come conseguenza del consumo eccessivo di materiale, oggi soprattutto contenuti online, considerati banali o poco stimolanti». In sintesi, brain rot indica il declino delle capacità cognitive associato a un’esposizione prolungata a contenuti social percepiti come insignificanti o ripetitivi, al punto da dare la sensazione che il cervello marcisca.

Come Cristoforo Colombo…

Negli scorsi giorni un’amica mi ha chiesto il significato del titolo di questa rubrica. Al momento del suo varo, ormai quattro anni fa, l’idea nata con i colleghi della redazione di «Azione» era quella di dedicare uno spazio di riflessione alle tecnologie digitali e all’impatto che stavano esercitando sulla vita quotidiana di tutti noi. L’immagine delle «terre rare» voleva richiamare da un lato la preziosità intrinseca degli oggetti digitali che ci circondano e ci influenzano in questo nuovo millennio, e invitarci a riflettere sul loro valore, non soltanto venale ma anche, per traslato, relazionale. Gli smartphone, i computer sono oggetti bellissimi, ci offrono possibilità e risorse che tutti i nostri antenati non possono che invidiarci. Se non che, questo enorme progresso tecnologico dovrebbe far nascere in noi un senso di responsabilità, prima di tutto

ecologico (le terre rare, appunto, che servono per la produzione sono preziosissime) e poi anche di «economia umana»: terre rare stanno diventando anche gli spazi relazionali veri, tra persone. La rubrica, quindi, vorrebbe (nel suo piccolo) alimentare una riflessione critica, fuori dal trend «tecnologista» imperante, e aprire sprazzi di osservazione per aiutarci a tener conto dell’invadenza con cui la tecnologia stessa influenza le nostre vite. L’idea non era originalissima, ne convengo, ma in quel momento particolare della nostra storia l’incursione delle «macchine» digitali nel nostro quotidiano aveva una fisionomia abbastanza nuova per tutti noi. Eravamo appena usciti dalla pandemia, periodo di reclusione forzata in cui eravamo stati spinti in fretta e furia a ricorrere a surrogati digitali per lavorare, tenerci in contatto con i famigliari, per la

Approdi e derive

Quella

Come è diversa la stanchezza degli atleti giunti esausti al traguardo durante i recenti giochi olimpici invernali da quella che attraversa l’anima di molti giovani, e non solo giovani. Fisicamente provati, a chi li guardava con gioiosa ammirazione quei ragazzi e quelle ragazze mostravano anche una luce, una domanda del cuore: stanchi, ma in attesa di dare un senso e un valore alla loro prestazione. Un’altra stanchezza abita invece molte persone, dipinta su volti spenti, dentro sguardi senza alcuna risonanza, solo il silenzio del cuore e dell’anima. Amici e colleghi mi raccontano di questo silenzio del cuore che accompagna il fare quotidiano di tanti ragazzi. Io stessa li osservo portare a spasso così le loro giornate. Ma non sono solo i giovani a perdersi in sguardi trasparenti che non sanno chiedere nulla al sole che li bacia o al paesaggio che li ospita. Siamo stanchi, di una stanchezza esistenzia-

Fin qui, però, abbiamo visto l’uso letterario e la definizione formale del termine. Ma come lo utilizzano i ragazzi della Gen Z? Nella lingua quotidiana diventa spesso un’esclamazione: «Basta brain rot!», «Ecco a cosa porta troppo brain rot online!», «Sei brain rot puro!». Serve a segnalare una sciocchezza appena detta – come è successo nel mio caso, con il sottinteso che solo un cervello marcio potrebbe produrre certe idee – oppure una presa di coscienza: «Troppo brain rot per oggi, meglio chiudere TikTok». Nel linguaggio di TikTok, però, brain rot serve soprattutto a etichettare un preciso tipo di contenuti: meme volutamente senza senso, spesso generati con l’Intelligenza artificiale. Brain rot è Skibidi Toilet : video animati in cui teste umane spuntano da WC, si muovono in loop e cantano su basi elettroniche. Così come lo è l’espressione Only in Ohio, usata per commen-

tare video inquietanti, con l’idea ironica che certe cose possano accadere solo lì. E sono brain rot anche i personaggi-meme nativi di TikTok, creati con l’Intelligenza artificiale: Tralalero Tralala, Tung Tung Tung Sahur o Ballerina cappuccina, figure che combinano corpi di animali, oggetti della vita quotidiana e movimenti meccanici, riproposti all’infinito. È come se i social facessero una parodia di se stessi, portando all’estremo il concetto di brain rot di cui sono, non a caso, accusati. Al tempo stesso, però, i consumatori – i nostri figli –mostrano una crescente consapevolezza di ciò che stanno guardando, anche quando lo fanno in modalità doomscrolling, scorrendo compulsivamente i contenuti senza riuscire a fermarsi (come raccontato nella rubrica Le parole dei figli dell’agosto 2025). Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, osserva: «Trovo affasci-

nante che il termine “decomposizione cerebrale” sia stato adottato dalla Generazione Z e dalla Generazione Alpha, comunità in gran parte responsabili della creazione e del consumo dei contenuti digitali a cui il termine si riferisce. Queste stesse comunità hanno amplificato l’espressione attraverso i social media, proprio il luogo che si dice causi la “decomposizione cerebrale”. È una forma di consapevolezza, un po’ sfacciata, sull’impatto dannoso dei social che hanno ereditato». Thoreau, che per primo ha codificato l’idea di marciume cerebrale, viene citato dal professor Keating – interpretato da Robin Williams – nel film cult L’attimo fuggente: «Thoreau ha detto: “La maggior parte degli uomini vive vite di quieta disperazione”. Non rassegnatevi a questo. Ribellatevi!». Ribellatevi, ragazzi, (anche) al brain rot, a modo vostro magari, ma fatelo!

nostra stessa sussistenza fisica. Quanti di noi, a causa della pandemia, non sono stati costretti per la prima volta a capire come funziona una videochiamata, come si effettuano acquisti su uno shop in Internet, come registrarsi a un servizio sanitario, e quant’altro? Sembrava utile quindi fornire uno spazio di riflessione per gli utenti meno allenati, uno spazio in cui trovare magari anche informazioni utili, soluzioni pratiche, istruzioni per l’uso concrete, ecc. Se non che… è arrivata l’Intelligenza artificiale. Da un certo punto di vista potremmo anche ritenerci fortunati: per la seconda volta nel giro di un trentennio abbiamo visto sconvolti i lineamenti del nostro stare al mondo. L’IA, dopo l’avvento di Internet alla fine degli anni 90, sta rivoluzionando la nostra quotidianità, e proprio le nostre periferiche digitali sono quelle che ne

convogliano le capacità e le fanno interagire con la nostra giornata. Chi avrebbe mai pensato che un aggeggio elettronico, pensato inizialmente come una sorta di telefono portatile, sarebbe diventato il nostro consigliere finanziario personale, il nostro ghostwriter, il nostro psicologo, addirittura magari il nostro partner ideale segreto? La trasformazione della nostra relazione con il mondo è enorme. È stato giocoforza occuparcene in questo spazio, perché proprio in questo nuovo dominio digitale nascono le nuove importanti e pressanti domande. Le nuove terre rare, quelle tutte da scoprire ma anche da osservare con cura, sono gli orizzonti aperti dall’IA. Queste colonne sono diventate quindi uno spazio relativamente monotematico. Se nelle prime puntate avevamo avuto modo di sondare alcuni aspetti tra quelli meno usuali e magari più

urgenti (l’uso e la sicurezza delle password, le questioni legate all’usabilità delle piattaforme web, eccetera), da un anno a questa parte abbiamo concentrato l’attenzione sulla galassia di questioni sollevate dall’IA. C’è voluto un po’ di tempo per uscire dalla confusione e dal vortice delle informazioni a volte catastrofiche, a volte messianiche, che riguardano uno strumento il quale si sta rivelando, onestamente, anche meraviglioso. Parlarne, analizzarne le dinamiche di funzionamento, scoprirne pregi e difetti, ci sembra possa servire in particolare a tutti coloro (e non sono pochi) che vivono questa ennesima evoluzione tecnologica con un senso di sconcerto. Nella rubrica, con molta umiltà, mi è sembrato interessante propormi ai lettori quale esploratore di un pianeta appena scoperto, da cui tentare di inviare qualche utile messaggio in bottiglia.

le che non ci lascia respirare con l’anima, come ricordano le celeberrime parole di Fernando Pessoa. Di questo profondo malessere tipico del nostro tempo si è occupato, tra gli altri, anche il filosofo Byungchul Han nel suo La società della stanchezza. Il disagio che pervade molte persone sarebbe originato dall’incapacità di sostenere i ritmi di una società dell’iperproduzione che pretende efficienza e prestazioni sempre più performanti, in un clima di diffusa competizione. È una lettura interessante del fenomeno, certamente condivisibile. Per meglio comprendere questa fatica esistenziale, così diffusa oggi, credo tuttavia che sia possibile risalire a una ragione più radicale. Qualcosa che nasce negli strati più profondi del nostro stare al mondo. E viene da lontano. «Ero stanca padre. È tanto tempo che sono stanca – disse Luisa. – Stanca?

E di che? domandò il signor Gradgrind meravigliato. – Non so… di tutto, credo». Questo dialogo tra una ragazzina e suo padre potrebbe essere avvenuto ieri sera, durante la cena, in una delle nostre famiglie. Invece siamo nel 1854: sono parole di Charles Dickens contenute nel suo Tempi difficili. Il padre è meravigliato perché ha educato i figli nel modo migliore: li ha aperti al mondo della scienza, li ha colmati di fatti, li ha educati al rigore matematico. «Nella vita non c’è bisogno che di Fatti. Piantate Fatti e sradicate tutto il resto… null’altro gli sarà mai di alcuna utilità».

Con le parole di un padre tutto sommato amoroso, Dickens offre qui una descrizione esasperata, finanche un po’ caricaturale, del clima materialistico e utilitaristico che pervade l’epoca del primo industrialismo. La sottile ironia a proposito dei Fatti con la effe maiuscola diventa lucida anticipazione delle derive del presente: di

un mondo sempre di più consegnato al potere dei dati e al dominio di tante risposte di cui abbiamo dimenticato le domande. «Sradicate tutto il resto» ingiunge il signor Gradgrind ai maestri dei suoi figli, in primis sradicate l’immaginazione perché è lei che sa accogliere proprio quelle pericolose domande che rischiano di aprire il pensiero e il cuore. Forse è proprio questo che capita anche a noi oggi. Non farci troppe domande. Non sporgere lo sguardo fuori dal recinto dei fatti. Consegnati alla concretezza del presente, molto bravi a riconoscere l’utilità di ciò che scegliamo di fare, non sentiamo più il bisogno di interrogare i fatti con domande di senso. Perché il senso è tutto lì, nei mezzi utili per camminare nella nostra vita. Anche se percepiamo qualcosa sullo sfondo dei nostri giorni, qualcosa che non si accontenta di tenerci legati alle concrete esperienze quotidiane, abbiamo perso il

desiderio di accoglierlo e di ascoltarlo. Il disorientamento del nostro tempo non sta tanto nella mancanza di un senso ulteriore per ciò che siamo e per ciò che facciamo, non nella mancanza di un orizzonte di pura finalità e gratuità, quando piuttosto nella perdita del desiderio di ospitarlo. Di questo possibile senso ulteriore in grado di illuminare i giorni, la nostra civiltà ha raccontato una lunga storia, dal mito della caverna di Platone al velo di Maya di Schopenhauer, e oltre. Siamo stanchi, non respiriamo più con l’anima. Per questa nostra mancanza, Wislawa Szymborska, nella sua splendida poesia Sotto una piccola stella, desidera scusarsi con la vita. Ne trascelgo due versi che a me pare possano parlare a ciascuno di noi.

«Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge ad ogni istante (…) Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte».

di Lina Bertola
di Simona Ravizza
di Alessandro Zanoli

Basta con i pregiudizi su sovrappeso e obesità

Quante volte ti sei sentita/o condannata/o per il tuo peso? Milioni di persone in tutto il mondo vivono proprio questa sensazione, ogni giorno.

Il 4 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Obesità, un’opportunità per mostrare compassione e comprensione nei confronti delle persone affette da sovrappeso e obesità. Nel 2022, il 43 % della popolazione svizzera soffriva di sovrappeso (31 %) o obesità (12 %). Molte di loro sono vittime di stigmatizzazione, che compromette la qualità della loro vita. Sfruttiamo questa giornata per abbattere i pregiudizi.

Stigma basato sul peso: il fardello invisibile

La stigmatizzazione legata al peso è molto diffusa: nei media, nella quotidianità e persino nel sistema sanitario. Colpisce le persone a livello personale, sociale e professionale e compromette non solo l’autostima, ma spesso anche la salute.

Alcune voci della popolazione dimostrano quanto la stigmatizzazione sia radicata nella nostra società:

«In piscina si è parlato male di una donna in sovrappeso.»

«Una persona in sovrappeso viene ben presto etichettata come pigra.»

«I media giudicano costantemente le donne in base al loro corpo, si vede ovunque.»

Come i pregiudizi

influenzano la vita

Uno studio nazionale condotto da YouGov per conto di iMpuls rivela l’influenza della stigmatizzazione sulla vita delle persone affette da obesità:

• Il 45% delle persone intervistate è talvolta o spesso svantaggiato o disprezzato.

• Le persone interessate affrontano la maggior parte delle esperienze legate alla stigmatizzazione in pubblico, ma anche in ambito professionale molte raccontano esperienze simili.

• Il 42% delle persone interessate afferma che queste esperienze hanno un impatto negativo sulla loro fiducia in se e sulla loro disponibilità ad accettare aiuto.

Source: YouGov Switzerland 2025 © All rights reserved. Maggiori informazioni sullo studio: impuls.migros.ch/studio-obesita

Abbattere insieme i pregiudizi

La Giornata Mondiale dell’Obesità è la nostra occasione per abbattere gli ostacoli invisibili. Insieme possiamo mettere in discussione i pregiudizi e creare una società più rispettosa per tutti.

Raccontaci la tua storia

Convivi con il sovrappeso o l’obesità e hai vissuto in prima persona l’influenza dei pregiudizi e della stigmatizzazione sulla tua vita?

Raccontaci la tua storia e diventa parte del movimento contro la stigmatizzazione.

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ATTUALITÀ

L’eredità di Jesse Jackson

Il leader dei diritti civili di recente scomparso di fronte alle sfide dell’America di oggi

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Kabul e la sfida dell’acqua

La parola all’idrogeologa ticinese Marie-Louise Vogt che ha lavorato nel Paese in mano ai talebani

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Focus sui nuovi schiavi

La trama del lusso di Audrey Millet svela le ombre del sistema moda, tra sfruttamento e criminalità

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Monarchia allo sbando I Windsor sotto pressione tra scandali, spese ingiustificabili e il crescente malcontento dei sudditi

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Parità: è anche una questione di orologio

La riflessione ◆ In occasione dell’8 marzo ragioniamo sul tempo denso e iper frammentato che caratterizza la vita delle donne

Sveglia alle 7, doccia lampo e prepari la colazione per tre. L’altro genitore ha già abbandonato la base. «Beato lui», pensi, sentendoti una madre snaturata. Un bimbo si prepara da solo, l’altro dorme mentre lo vesti tu. Occhiata al cellulare: chat di classe, passeggiata. Il panino! Ti sei scordata il panino! Loro intanto litigano per sport. Fiato molto corto. Apri la dispensa e abbozzi un toast al formaggio. «Il pane crudo non è buono mamma», dice il grande. «Amore, crudo è un’esperienza formativa», rispondi, osservando che gli poteva andare molto peggio. Poi li cacci di casa – il bus non aspetta – e corri trafelata al lavoro. Traffico. Tanto traffico. Chiamata: tua zia in ospedale e qualcuno deve pur farle visita. Più tardi o domani. Dramma cosmico.

Nelle coppie con almeno un figlio sotto i 7 anni le madri svolgono in media 63,1 ore di lavoro domestico e familiare alla settimana, i padri 39,8

Intanto sei arrivata. Entri in ufficio con la faccia di chi ha fatto baldoria tutta la notte. Ed è solo lunedì mattina. Nuove notifiche. Chat del calcio: sabato torneo «fino ad eliminazione», tu leggi «sfinimento». «Chi prepara le torte?». Vedi una giornata che credevi libera sfumare in un’estenuante e chiassosa attesa. Finalmente lavoro. Devi ricordarti il colloquio con la maestra però: mercoledì. Imposti un avviso sul telefono. Ma ora solo lavoro. Metà giornata, ma a giudicare dall’energia che ti resta in corpo ne hai fatte due, e tutte intere. Esci: spesa, casa, mail arretrate del mattino e devi richiamare un paio di clienti. Intanto infili il bucato in lavatrice, cerchi idee per la cena, piazzi il maggiore davanti alla tele e accompagni il piccolo a nuoto: con il computer in borsa però, così sfrutti l’oretta per portarti avanti… Sperando che i calcoli tornino, accidenti, sei o non sei una contabile in gamba?! Saranno in tante a riconoscersi in questa corsa all’incastro, col tempo che scorre così bizzarro e veloce che nemmeno te ne accorgi. Ed è proprio sul tempo denso e iper frammentato delle donne che vogliamo riflettere in occasione dell’8 marzo che sta per arrivare. Un fenomeno documentato da diverse indagini promosse dall’Ufficio federale di statistica (Ust), Ocse, Eurostat ecc. Restando in Svizzera: nel 2024 – afferma l’Ust – le donne dedicano più ore settimanali al lavoro, retribuito e non, rispetto agli uomini: 57,2 ore contro 54,3. Sono però le prime ad accollarsi la maggior parte del lavoro non pagato (cura dei figli, dei parenti, della casa ecc.): il 61%

del loro tempo lavorativo totale, contro il 42% di quello degli uomini. E ancora: nelle coppie con almeno un figlio sotto i 7 anni le madri svolgono in media 63,1 ore di lavoro domestico e familiare alla settimana, i padri 39,8.

Sempre l’Ufficio federale di statistica fa notare che, nel nostro Paese, quasi il 60% delle donne lavora a tempo parziale, contro il 18% degli uomini. Molte mamme scelgono – o sono costrette a farlo – il part-time per riuscire a incastrare la professione con gli orari scolastici e gli altri impegni famigliari, in un contesto in cui i servizi di cura scarseggiano oppure sono troppo costosi. Ma il tempo parziale comporta conseguenze pesanti: riduce il reddito, penalizza la previdenza futura, rallenta la carriera, limita l’accesso ai ruoli di responsabilità e, paradossalmente, non libera davvero il tempo delle donne. Piuttosto lo spezzetta, lo sovraccarica, lo rende ancora più difficile da governare. Non di rado da una donna occupata ad esempio al 50% ci si aspetta di tutto: dal lavoro alla gestione della casa, dai trasporti legati alle attività dei figli al semplice taglio-unghie «sennò si trasformano in artigli», pas-

sando dalle risposte alle chat di famiglia alle visite mediche dei parenti anziani. Le giornate, per queste persone, diventano dunque un intreccio di compiti da espletare e continue interruzioni. Attenzione alla concentrazione! Il multitasking è d’obbligo. La fatica anche. La testa continua a correre, a pianificare, a organizzare, a prevenire… Si spera non fino al burnout

Le donne sono penalizzate: si dà per scontato, considerandolo «naturale», il loro impegno nelle attività domestiche e legate alla cura

Il fatto di non poter disporre di blocchi lunghi e continui di tempo oltretutto finisce per pesare su studio, formazione professionale, riqualifica e avanzamento di carriera. Non perché alle donne manchino capacità o determinazione, ma perché, con un tempo così frammentato, per raggiungere gli stessi risultati bisogna faticare il doppio. Mentre il «tempo pubblico» si riduce drasticamente –poco spazio per attività politiche, as-

sociative, culturali – il «tempo libero» è spesso breve, irregolare, poco rigenerante. Spesso si tratta di tempo residuo: quello che rimane quando tutti dormono, quando la casa diventa finalmente silenziosa e spesso la stanchezza pesa più della voglia di fare. Se volete approfondire... Ricerche sociologiche confermano il quadro: la studiosa Arlie Hochschild, ad esempio, definisce «secondo turno» il lavoro domestico che si aggiunge a quello retribuito, mentre Susan Walzer analizza il carico mentale che grava soprattutto sulle madri. Anche le riflessioni sviluppate da esperte come Barbara Adam e Judy Wajcman mostrano come il tempo delle donne sia modellato e deformato da relazioni di cura, continue richieste esterne e ritmi non lineari. Come cambiare rotta? Innanzitutto bisogna rendersi conto della situazione. Se si vuole parlare seriamente di parità è necessario riconoscere il tempo come un fattore di uguaglianza o, al contrario, di disuguaglianza.

Si tratta di una risorsa di cui non tutte le persone godono in egual misura. Le donne, come abbiamo visto, sono penalizzate anche perché si dà per scontato – considerandolo «natu-

rale» – il loro impegno nelle attività domestiche e legate alla cura. Sono loro le prime a doversi riappropriare del tempo, sostenute da un processo collettivo che si può realizzare attraverso piccoli passi. Qualche esempio: studiare orari scolastici sensati (e, perché no, anche vacanze scolastiche più in linea con l’attuale organizzazione del lavoro), servizi pubblici accessibili e di qualità (asili nido, pre e dopo scuola, strutture per l’assistenza agli anziani), abbracciare politiche del lavoro eque (flessibilità e congedi paritari), valorizzare e redistribuire il lavoro di cura.

In questo senso uno spunto interessante – almeno sulla carta – arriva dalla Francia, dove esistono i Bureaux du temps. Pensiamo a quello della Métropole européenne de Lille, che coordina orari scolastici, trasporti, altri servizi pubblici e attività per ridurre gli incastri impossibili della vita quotidiana. Un ufficio, insomma, che si preoccupa di sviluppare politiche del tempo che guardano alla città, alla società come ad organismi da sincronizzare, in favore di tutte e tutti, non come a puzzle lasciati alla resilienza e alla buona volontà delle singole persone.

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Romina Borla

Jesse Jackson nell’America di Trump

Contrasti ◆ In una fase in cui l’amministrazione in carica mette in discussione i diritti civili e le tutele per le minoranze, la lezione del leader di recente scomparso torna di stringente attualità

Donatella Mulvoni e Manuela Cavalieri

La notte del 4 novembre 2008, al Grant Park di Chicago, mentre l’America scopre di aver eletto Barack Obama, un fotografo si ferma su un volto tra i duecentocinquantamila in festa. È quello del reverendo Jesse Jackson, rigato dalle lacrime. In quegli occhi arrossati c’è mezzo secolo di storia, ci sono le marce per i diritti civili, i sit-in, le proteste nel Sud, l’ostinazione di Martin Luther King, di Rosa Parks. E il sogno di uguaglianza che, quella sera, sembra compiuto. Jackson, leggendario leader del Movimento è spirato lo scorso 17 febbraio, a 84 anni, dopo una lunga malattia. Con lui se ne va uno degli ultimi protagonisti della stagione che aveva obbligato l’America a fare i conti con le sue promesse mancate. Le comunità che ha difeso continuano a fare i conti con disuguaglianze endemiche. Ma è sul terreno del voto che si gioca la partita decisiva

L’uscita di scena coincide con un tornante politico e civile carico di tensione. Con Donald Trump alla Casa Bianca, il Paese riprende a interrogarsi su quanto di quegli ideali sia sopravvissuto. «La sua morte cade in un momento di evidente reazione ai progressi conquistati», ci dice Adrienne Jones, politologa già in forze al Morehouse College di Atlanta. «Alle straordinarie vittorie di quella stagione sta seguendo un contraccolpo, con un Governo fortemente conservatore, con tratti di destra radicale». Studiosa di diritto di voto e sistemi elettorali, con ricerche sull’evoluzione delle leggi nel Sud e sulle restrizioni che incidono sulla partecipazione delle minoranze, Jones osserva: «Proprio per questo è essenziale, ora più che mai, riportare l’eredità di Jesse Jackson al centro del dibattito pubblico».

Nato nel 1941 in South Carolina da una ragazza madre, e cresciuto nel Sud, Jackson si impose come uno dei più giovani e visibili collaboratori di Martin Luther King. Era con lui a Memphis sul balcone del Lorraine Motel, quando il 4 aprile 1968 il profeta della nonviolenza fu assassinato. Fondò la Rainbow PUSH Coalition, con cui contribuì a spingere il Partito

democratico verso istanze più progressiste e inclusive. Candidato due volte alla Casa Bianca negli anni Ottanta, fu il primo a inserire apertamente il sostegno ai diritti gay nella propria piattaforma. Il suo percorso, tuttavia, fu turbolento; attraversò scandali personali e polemiche pubbliche. Ma le ombre non cancellano il peso storico della sua battaglia né l’impatto che ebbe sulla politica americana. In una fase in cui l’amministrazione in carica mette in discussione le garanzie sui diritti civili, cassa le politiche di inclusione e usa una retorica divisi-

va verso le minoranze, l’eredità di Jesse Jackson torna di stringente attualità, ci dice Adrienne Jones. Le comunità che ha difeso continuano a fare i conti con disuguaglianze endemiche nell’istruzione, nella sanità, nel lavoro. Ma è principalmente sul terreno del voto che si gioca la partita decisiva.

«Per lungo tempo negli Stati Uniti prima la schiavitù e poi le leggi segregazioniste Jim Crow hanno permesso alla supremazia bianca di controllare il processo elettorale. I singoli Stati potevano decidere chi fosse ammesso al voto, escludendo di fatto i neri e limi-

Da sinistra: Hosea Williams, Jesse Jackson, Martin Luther King e Ralph Abernathy sul balcone del Lorraine Motel a Memphis, Tennessee, il 3 aprile 1968. King fu assassinato il giorno dopo nel medesimo luogo. In basso: Jackson dopo l’elezione di Obama. (Keystone)

tando l’accesso ai soli uomini bianchi proprietari». Le conquiste del Movimento per i diritti civili (dal Civil Rights Act del 1964 al Voting Rights Act del 1965) hanno abbattuto quelle barriere ma, avverte l’esperta, si tratta di diritti che non possono essere dati per scontati.

Trump, difatti, sostiene il SAVE America Act, già approvato alla Camera, che prevede requisiti di identificazione più stringenti per poter votare. Se passasse il vaglio del Senato, la proposta restringerebbe l’elenco dei documenti accettati ai seggi, imponendo certificati come passaporto o atto di nascita. Secondo i critici, la proposta potrebbe di fatto escludere milioni di elettori, colpendo in modo sproporzionato afroamericani e altre minoranze che non possiedono i documenti richiesti e che dovrebbero procurarseli affrontando spese, tempi lunghi e procedure burocratiche complesse.

«La giustificazione ufficiale è la lotta ai brogli, ma l’effetto reale è limitare l’accesso al voto delle minoranze», denuncia Jones. «C’è una paura diffusa che il cambiamento demografico riduca il bacino elettorale necessario a mantenere il controllo del Governo. In diversi Stati a guida repubblicana, e ora anche a livello federale, sono state introdotte misure che restringono le condizioni di un voto pienamente equo».

Tra esse c’è il gerrymandering, ovvero la ridefinizione strategica dei confini dei collegi elettorali per orientare i risultati prima ancora che si voti. «Siamo in una fase di regressione. Perfino i diritti delle donne vengono ridimensionati, i diritti riproduttivi smantellati. In ambienti estremisti si arriva perfino a mettere in discussione il suffragio femminile».

Il clima politico si è irrigidito sul fronte dei diritti degli immigrati, con l’intensificazione delle operazioni dell’ICE. A Minneapolis le tensioni sono sfociate in tragedia con la morte Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti, uccisi da agenti federali in seno alle proteste.

«Eppure a Minneapolis ci sono persone che continuano a opporsi all’ICE», evidenzia Jones, sottolineando come – malgrado lo scontro – possa emergere anche un’opportunità di partecipazione civica. In fondo, la parabola di Jesse Jackson resta significativa anzitutto per la capacità di mobilitare e organizzare le comunità. «Ha speso la vita per l’equità, la democrazia e la rappresentanza. È il tipo di impegno che oggi dobbiamo ricostruire». E aggiunge una riflessione più ampia: «I Padri fondatori hanno scritto la Costituzione; forse sarà necessario rimetterci mano».

E magari non solo i padri. «In questo contesto c’è spazio per una prospettiva diversa, matriarcale. Forse non saremmo a questo punto se a guidare il Paese fossero state le donne; non si concentrerebbero sull’annientamento dell’avversario, ma su come garantire cibo, case sicure, istruzione, ambienti protetti. È tempo di una presidente donna». Tra i nomi che potrebbero affacciarsi nel dibattito c’è quello di Jasmine Crockett, giovane parlamentare afroamericana del Texas in ascesa nell’area progressista. Avvocata, impegnata sui diritti civili e sul diritto di voto, si è fatta notare per uno stile diretto e combattivo in Congresso, dove ha incalzato i repubblicani. Per molti osservatori incarna una nuova generazione di leadership nera, cresciuta dopo l’era Obama ma pronta a raccogliere il testimone delle battaglie storiche per l’uguaglianza. «Se decidesse di candidarsi alla presidenza, potrebbe farlo. È coerente nel denunciare le disfunzioni del Governo e, soprattutto, non arretra».

L’Afghanistan e la sfida dell’acqua

L’intervista ◆ L’idrogeologa ticinese Marie-Louise Vogt: «Il Paese ha bisogno di investimenti, non di soluzioni tampone e ancor meno di tagli al sostegno dettati da motivazioni politiche»; «Io non sono stata discriminata ma le donne stanno sempre peggio»

L’Afghanistan è in gravi difficoltà, questo lo sappiamo. Ma possiede anche risorse umane straordinarie, sulle quali sarebbe bene appoggiarsi. Ne parliamo con una persona che per tre anni ha lavorato alla mappatura, al monitoraggio e alla pianificazione di infrastrutture che servono per la vitale questione dell’acqua nel Paese: Marie-Louise Vogt.

Nata e cresciuta a Lugano, ha studiato geologia all’Università di Losanna, specializzandosi in idrogeologia; ha lavorato per molte Ong e per la Confederazione svizzera nell’ambito dell’aiuto umanitario, soprattutto nel Continente africano. È stata tre anni in Afghanistan per il corpo umanitario svizzero, che fa capo al Dipartimento federale degli affari esteri; in quanto esperta di cartografia delle risorse idriche e delle acque sotterranee, è stata inviata dal nostro Paese a lavorare in seno all’Unicef, che in Afghanistan si occupa proprio di questo settore.

«Il primo passo – racconta – è stato raccogliere la documentazione esistente sui bacini idrici in superficie, sotterranei e sulle precipitazioni, completando i dati mancanti con immagini satellitari per creare una banca dati da analizzare. Poi abbiamo valutato il sistema di monitoraggio attuale e abbiamo ideato una strategia e un piano di azione per rafforzare a lungo termine il buon uso delle risorse idriche».

In tre anni di lavoro sono stati costruiti

49 pozzi e posti 100 registratori di dati in diverse province del Paese

Questo approccio non è quello dell’emergenza: rispondere a un bisogno immediato può significare costruire pozzi e pompare acqua dal sottosuolo, ma in questo modo, spiega Marie-Louise Vogt, si rischia di prosciugare a lungo termine i bacini sotterranei portando a una catastrofe irreversibile. Il fatto di studiare, mappare e creare una strategia sostenibile e condivisa con i partner locali è dunque fondamentale, anche se è più difficile da spiegare alla popolazione, che spesso invece vorrebbe vedere un aiuto concreto immediato.

La crisi climatica colpisce l’Afghanistan in modo particolarmente grave, e per questo è indispensabile adottare misure preventive in vista della probabile scarsità d’acqua nei prossimi anni. Il compito di Marie-Louise è dare un supporto tecnico al Ministero dell’energia e dell’acqua che deve regolare lo sfruttamento e bilanciare la ricarica acquifera. In tre anni di lavoro sono stati costruiti 49 pozzi e posti 100 registratori di dati in diverse province del Paese, anche in zone che prima erano irraggiungibili a causa dei conflitti, per il monitoraggio dei livelli dell’acqua. Resta però molto lavoro da fare a livello di serbatoi di raccolta, riciclaggio di acque e di sensibilizzazione a un uso parsimonioso della risorsa. Tut-

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tavia, osserva l’esperta, «un principio essenziale della cooperazione è evitare che una soluzione apparentemente efficace generi nuovi problemi in futuro; sarebbe inutile costruire infrastrutture che poi restano inutilizzate, si deteriorano senza che nessuno sappia come intervenire o consumano una risorsa fino a esaurirla. Per questo sono decisivi tre elementi: rispondere a un bisogno espresso da chi vive nel Paese; valutare attentamente tutte le conseguenze di ogni intervento; trasmettere le competenze necessarie affinché ciò che si è realizzato possa essere gestito in autonomia».

Questo terzo punto, secondo l’idrogeologa, è il più importante: «Ci tengo molto alle formazioni in ambito tecnico. Le conoscenze di monitoraggio idrico sono poco conosciute in Afghanistan e ci sono moltissimi studenti qui che hanno voglia di imparare; sento una grande riconoscenza verso chi viene nel loro Paese per condividere e trasferire saperi. Certo, ci sono varie difficoltà legate alla formazione: spesso manca l’elettricità, la connessione internet, le risorse finanziarie, non tutti hanno un computer ecc. ma la qualità degli studenti e la loro voglia di contribuire alla costruzione del proprio Paese è notevole».

E aggiunge: «A volte chi arriva dall’Occidente e ha avuto un’istruzione specifica è tentato di “agire al posto di chi non sa”, ma sarebbe controproducente. È importante dare il tempo a chi abita e lavora sul campo di capire, di essere d’accordo, di partecipare, anche di sbagliare e infine di contribuire a trovare la giusta soluzione. E poi va valorizzato il sapere tradizionale, tramandato da chi vive lì da secoli, e che spesso ha già le soluzioni. Bisogna lavorare davvero insieme, altrimenti non è cooperazione, è imposizione. Se non si responsabilizza chi rimane sul posto, il nostro lavoro non ha senso. Una volta ho partecipato a un seminario all’Università di Kabul in cui uno dei miei studenti presentava la posa dei datalogger (strumenti di registrazione dei da-

Redazione Carlo Silini (redattore responsabile)

Simona Sala

Barbara Manzoni

Manuela Mazzi

Romina Borla

Ivan Leoni

ti): vederlo insegnare ai suoi pari è stato il momento più bello di tutta questa esperienza. Compito del maestro è rendersi superfluo: solo allora può dire di aver fatto bene il suo lavoro».

Chiediamo a Vogt come si è trovata in Afghanistan. Nel Paese, infatti, non poteva mai uscire da sola (è una donna, anche se più rispettata in quanto occidentale), non andava in giro per le strade di Kabul e non poteva accettare gli

inviti dei suoi colleghi locali. «Era frustrante perché la popolazione è estremamente ospitale e tutti mi invitavano a casa a mangiare con loro. Vivevo nel compound delle Nazioni Unite ed ero scortata ovunque, nonostante il contesto sia più sicuro di quando sono state istituite queste misure di sicurezza». I suoi contatti con la popolazione locale riguardavano docenti universitari, studenti, autisti, colleghi e colleghe

I fanatici al potere e la guerra col Pakistan

Non tutti sono convinti che sia corretto dare fiducia a coloro che per anni sono stati considerati responsabili di instabilità, feroce repressione e violenze estreme: i talebani. Analisti ritengono che la situazione resti molto pericolosa per la popolazione. Tra gli altri anche l’Onu, Human Rights Watch e Amnesty International segnalano che la realtà interna dell’Afghanistan continua a deteriorarsi. Le restrizioni dei talebani colpiscono soprattutto le donne: scuole e università restano chiuse alle ragazze, molte professioni sono loro vietate, i saloni di bellezza sono stati chiusi e la loro libertà di movimento è subordinata a un tutore maschile. In alcune province, tribunali religiosi hanno persino legit-

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timato forme di violenza «correttiva» nel matrimonio, segnando una grave regressione nei diritti. Intanto il conflitto tra Afghanistan e Pakistan ha subito una forte escalation. Venerdì scorso Islamabad ha dichiarato «guerra aperta» ai talebani e ha bombardato diverse città afghane, tra cui Kabul e Kandahar, in risposta agli attacchi avvenuti la notte precedente. Le relazioni tra i due Paesi – già estremamente tese da mesi – si sono deteriorate dal 2021, quando i talebani sono tornati al potere a Kabul, con scontri frequenti lungo la linea di confine. Da ottobre 2025 nuovi combattimenti hanno portato alla chiusura di vari valichi, mentre la situazione umanitaria continua a peggiorare. / Red.

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che lavoravano per l’Unicef, tecnici, impiegati del ministero e delle imprese private che si occupavano della trivellazione dei pozzi, e qualche volta le comunità locali. I talebani stessi sono pieni di sfumature, racconta. Anche se al Governo ci sono i più fondamentalisti, fra la gente «vedi sempre che dietro a un’ideologia ci sta una persona in carne e ossa, con la sua voglia di aprirsi, di ridere e di scoprire cose nuove. Anche le mie guardie armate all’inizio non accettavano niente da me; poi si sono aperte, hanno iniziato a scherzare e se gli offrivo frutta o biscotti accettavano con piacere».

Intanto il Governo talebano ha ristretto la possibilità di venire in ufficio per le donne, quindi negli ultimi tempi di permanenza nel Paese l’intervistata ha visto meno le sue colleghe. «Io non ero discriminata in quanto straniera», afferma. «Avevano bisogno di me e mi rispettavano. Diverso è per le afgane. La questione dei diritti delle donne è in continuo peggioramento. Non possono uscire, devono oscurare le finestre di casa dalle quali potrebbero essere viste dai vicini; le ragazze non studiano e questo è un disastro per il futuro: immaginiamo tra trent’anni quando non ci saranno più dottoresse per visitare le donne… Solo il mestiere della levatrice continua a essere promosso. I miei colleghi uomini – che si professino talebani o no – sono preoccupati per le loro figlie: vorrebbero farle studiare e dare loro maggiori libertà. Tuttavia in questo momento prevale la stanchezza di decenni di conflitti: la gente non ha più voglia di avere paura, vuole vedere il Paese ricostruirsi e raggiungere stabilità. Per questo chiede prima di tutto sicurezza, infrastrutture, strade, accesso all’acqua, industria, educazione, elettricità e i progressi si stanno concretizzando. Poi, se un giorno si ribelleranno al potere che li governa, saranno loro a farlo e a dire al mondo come vogliono essere sostenuti».

Marie-Louise Vogt è convinta che l’Afghanistan possa rialzarsi: le persone hanno risorse straordinarie, hanno attraversato crisi e guerre e sono sempre riuscite a ricostruire con dignità la propria vita. «Ma dobbiamo permettere che siano loro a farlo», sottolinea. «Negli anni Settanta l’Afghanistan era un punto di riferimento culturale e tecnologico per l’intera regione. Le potenze straniere hanno distrutto quasi tutto e oggi metà della popolazione dipende dall’assistenza umanitaria. Ora il Paese ha bisogno di investimenti, non di soluzioni tampone, e ancor meno di tagli al sostegno dettati da motivazioni politiche. Alimentare la dipendenza non serve: è proprio questo che rende gli afghani più vulnerabili. Possiamo solo collaborare con il Governo attuale per costruire un futuro all’altezza della popolazione, rendendola protagonista del proprio sviluppo. E non ho dubbi che saprà impegnarsi e riuscirà a farcela. Diamo loro fiducia, accompagniamoli, senza sostituirci a loro».

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Istantanea dalla provincia di Helmand, Afghanistan meridionale. Sotto: cerimonia di inaugurazione dei lavori di trivellazione davanti a un ospedale. (Marie-Louise Vogt)

Le fabbriche dei nuovi schiavi

Pubblicazioni ◆ La trama del lusso di Audrey Millet svela il lato oscuro del sistema moda «tra capitalismo dei corpi e criminalità»

Audrey Millet è una storica arrivata in Italia per seguire un dottorato all’Istituto Universitario Europeo a Fiesole dove viene fermata per strada da un uomo che le chiede aiuto avendola sentire parlare in francese. È così che inizia il lungo dialogo fra la ricercatrice e Abdoul, un quarantenne ivoriano per cui la Toscana è l’ultima tappa di un’odissea in cui però i mostri sono veri e non esiste nessuna Itaca a cui fare ritorno. Dal loro incontro deriva il testo da poco pubblicato in italiano: La trama del lusso. L’industria della moda tra capitalismo dei corpi e criminalità (add editore).

Abdoul nasce in una cittadina nei pressi della discarica di Akouédo, adesso dismessa, che per decenni ha raccolto i rifiuti provenienti dall’Occidente, tra cui tonnellate e tonnellate di abiti che finiscono in Africa insieme a immondizia di ogni tipo, avvelenando le popolazioni locali. Millet fa parte di un’organizzazione, Clean Clothes, che prova a sensibilizzare l’Occidente sui rischi del fast fashion dal punto di vista ecologico e di giustizia sociale.

L’ingiustizia a cui sono sottoposti i lavoratori del tessile, infatti, che cuciono abiti e accessori per marchi occidentali, anche di alta moda, ha teatro in Africa, in Libia per continuare anche a Prato, capitale del cosiddetto Made in Italy. Lo stesso Abdoul si è trovato a lavorare in un macrolot-

to della cittadina toscana per dodici ore al giorno, con una paga di 30 euro, ma racconta che ci sono persone in quell’area industriale pianificata che non vedono mai la luce, costretti a stare alla macchina da cucire, giorno e notte, mangiando in fabbrica. Seguendo il tragitto che ha condotto Abdoul in Europa, Millet traccia il quadro tragico della condizione di parte dei lavoratori del tessile, ma più in generale, della globalizzazione di quella che non esita a chiamare schiavitù o tratta di esseri umani.

Fin da quando ha lasciato la casa dei suoi genitori per imparare a fare il sarto nel laboratorio di un cugino, Abdoul ha avuto come unico scopo quello di guadagnare soldi sufficienti per comprare una macchina da cucire. Per provare a raggiungere questo obiettivo che negli anni si è rivelato una chimera inarrivabile, dalla Costa d’Avorio è finito in Burkina Faso poi nel Niger e infine in Libia, prima di approdare in Italia. L’attraversamento del deserto su un pick-up insieme ad altri sventurati alla ricerca di un lavoro si è rivelato essere l’esperienza in terra di un girone infernale: Abdoul è stato ferito gravemente alla gamba, nel frattempo le giovani donne che erano in viaggio con lui sono state tutte stuprate dai predoni, bambine comprese, e alcuni compagni di viaggio sono stati uccisi, finendo a rimpinguare i cumuli di cadaveri che

costellano il deserto tra l’Africa centrale e la Libia. Nel Paese che era di Gheddafi l’interesse per gli emigrati è altissimo, considerato che essi costituiscono manodopera gratuita: lo scenario del reclutamento è esattamente lo stesso che abbiamo visto raccontato nei film sulla schiavitù ambientati nell’antichità o al tempo della tratta dei neri. Le persone sono selezionate in base alle loro capacità fisiche: i più forti vengono mandati a lavorare nei campi, quelli meno a cucire, mentre le donne, indiscriminatamente, sono destinate alla prostituzione.

Millet fa riferimento all’esisten-

za di numerose basi in cui coloro che vogliono raggiungere il Vecchio Continente rischiano di finire schiavi di organizzazioni criminali: ce ne sono anche negli Emirati Arabi Uniti, dove di solito vengono sfruttati bengalesi e pakistani, alcuni di questi poi spediti direttamente a Prato dove sono reclutati come caporeparto per controllare gli operai cinesi o africani. In questi luoghi che sono veri e propri campi di lavoro «l’aspettativa di vita media di un detenuto-lavoratore è di circa sei mesi», ma nei capannoni e nelle fabbriche dei macrolotti di Prato le cose non vanno molto meglio. A causa del-

la formaldeide che viene utilizzata per conciare la pelle o del «Takter 650, un prodotto adesivo comunemente utilizzato per fissare i ricami nella pelletteria», molti lavoratori si ammalano gravemente. Inoltre, anche se riescono a non morire per avvelenamento da prodotti chimici, ricevono un salario che a stento è sufficiente per pagarsi un letto a castello in case affittate a prezzi esorbitanti da condividere con altre dodici o quindici persone.

Nell’organizzazione di questi mercati di schiavi sarebbero coinvolte le mafie – quelle nigeriana, libica, italiana – che utilizzano spesso gli emigrati come corrieri per la droga, in particolare per spostare grosse quantità di eroina da un capo all’altro del mondo. All’interno di questo stesso scenario agirebbero anche le grandi aziende del lusso che a turno vengono indagate per aver subappaltato la produzione della loro merce a laboratori in cui i lavoratori operano in condizioni di schiavitù. Il risultato di questa tragedia contemporanea, conclude Millet, è da una parte l’arricchimento smisurato di coloro che sono agli apici delle catene di sfruttamento, e dall’altra la totale inconsapevolezza con cui cittadine e cittadini occidentali continuano a ingombrare i propri armadi di capi di abbigliamento nelle fibre dei quali scorrono il sangue e il sudore di un numero impressionante di uomini e donne.

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Andrew in prima pagina, e non per merito. In basso: il principe Carlo, privo sia di aura sia di gravitas. (Keystone)

Una monarchia allo sbando

Gran Bretagna ◆ La famiglia Windsor sotto pressione tra enormi scandali, spese ritenute ingiustificabili

e il crescente malcontento specialmente dei giovani sudditi

Il trono traballa, tradito dal più augusto dei fantasmi: quello della regina Elisabetta II, che dopo una vita di inappuntabile decoro è caduta sull’umanissimo istinto materno. Il sospetto che la sovrana abbia protetto il figlio Andrew nonostante il rapporto con Jeffrey Epstein, la vita dissoluta, le spese folli sue e della ex moglie Sarah Ferguson sta pesando sulla monarchia quasi più delle foto dell’ex principe di ritorno dal commissariato, pallido e spiritato nel retro di una macchina. Lui può essere rimosso dalla linea di successione e dalla galleria dei ritratti, ma cosa fare del ricordo di chi per anni ha chiuso un occhio sulle disdicevoli attività del terzogenito, a spese dei contribuenti e della reputazione del Paese? La «famiglia delle famiglie», come vengono spesso chiamati i Windsor, è uguale alle altre, ma in una democrazia ha senso solo se rimane esemplare. E qui di esemplare è rimasto poco, soprattutto ora che la richiesta di trasparenza ha superato il timore reverenziale: cosa verrà fuori, di nuovo, ora che il Parlamento si prepara a rendere noti i documenti sul passato sia professionale che privato di Andrew Mountbatten-Windsor? Cosa fare di un simbolo che non funziona più?

C’è il sospetto che Elisabetta abbia protetto il figlio Andrew nonostante il rapporto con Epstein, la vita dissoluta, le spese folli, sue e della ex moglie

Non è più solo la questione Epstein a pesare: se nelle settimane passate la stampa ha avuto da ridire sull’affitto di casa di William e Kate, darlings nazionali con tanto di prole venerata, vuol dire che qualcosa è cambiato sotto il cielo britannico. Un prurito, un’insofferenza strisciante verso le situazioni di favore mentre il Governo alza le tasse e il costo della vita è alle stelle. Meghan, a cui la storia sta dan-

Fra i Libri

Andrew Lownie, Entitled: The Rise and Fall of the House of York (HarperCollins); Andrew Lownie, Traitor King: The Scandalous Exile of the Duke and Duchess of Windsor (Bonnier); Gordon Brook Shepherd, Il tramonto delle monarchie. Le dinastie d’Europa e la Grande Guerra (Rizzoli).

A fine gennaio 2026 viene declassificata un’enorme mole di documenti riguardanti il finanziere pedofilo americano Jeffrey Epstein. La lista dei nomi citati nei file apre una crisi sistemica globale: compaiono infatti figure di primo piano del mondo occidentale, tra cui l’attuale presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton ed esponenti di monarchie europee come l’erede al trono di Norvegia: la principessa Mette-Marit (si parla di numerose e-mail scambiate tra il 2011 e il 2014 e di soggiorni nella villa di Epstein a Palm Beach). Diversi documenti come noto riguardano Andrew Mountbatten-Windsor, un semplice suddito britannico che non ha più diritto al titolo di principe.

do un po’ ragione, viene presa in giro per il vuoto pneumatico del programma televisivo in cui fa la castellana californiana, ma la sua scelta di andare a guadagnarsi da vivere sfruttando in maniera aperta il brand reale appare rispettabile se confrontata alle magagne di Andrew e Fergie, che si facevano prestare i soldi da un pedofilo mentre, forse, giovani fanciulle venivano introdotte nelle residenze reali sotto gli occhi di funzionari indifferenti. Ma tutto questo era prevedibile. Più inquietante il tono con cui si parla degli altri, del re Carlo e della regina Camilla, rispettati anche per la malattia di lui, di cui continua a doversi occupare. Non hanno né aura né sufficiente gravitas, tanto più ora che il «never complain, never explain» – mai lamentarsi, mai spiegare – non è più una linea accettabile. Adesso bisogna spiegare, eccome. La più accanita negli attacchi alla monarchia è la stampa conservatrice, dai tabloids al «Telegraph» al «Times», mentre i progressisti come «The Guardian» sembrano più cauti, forse perché nell’ultimo decennio il Regno Unito ha dimostrato fin troppa insofferenza istituzionale e, vista l’instabilità, è il caso di andarci piano con lo slancio repubblicano, se non altro per

amor di quiete domestica. Con Carlo e William che fanno a gara a dimostrare di aver sempre preso le distanze da Andrew, l’immagine positiva della Royal Family è tutta nelle mani della spartana Anne, di cui parliamo sotto, e di Kate Middleton, che ha sempre incarnato valori borghesi di madre presente e relativa sobrietà, tanto che per la sua prima uscita pubblica «post-Andrew» ai Bafta ha indossato un vestito di 10 anni fa. Gli articoli sui costi dei royals sono ovunque, come se si trattasse di un abbonamento a una palestra un po’ troppo cara che non sta dando i risultati sperati. I dubbi ce li ha il «Times» e ce li ha il «Financial Times», come ogni media importante, e anche la BBC ha dedicato una serie al tema «A cosa serve la monarchia?». Qualche anno fa, la docu-serie Benefits Street raccontava la vita di chi riceve sussidi statali, mentre ora è la versione di alto bordo a far discutere, e non riguarda solo Andrew – che non è neppure più principe e vive in un cottage che la polizia ci ha messo poco a perquisire tanto è piccolo – ma l’intero sistema che l’ha coperto per anni. L’altro argomento che tiene banco è la pigrizia dei reali: a parte Kate Middleton, con l’incanto che si porta dietro a ogni apparizione, tutto a

beneficio del Made in Britain, l’unica al di sopra di ogni critica possibile è sempre Anne «la stacanovista», sorella maggiore di Carlo. Certo, ogni volta che a Londra compare un capo di Stato eletto e incolore i britannici provano un senso di sollievo ad avere figure di riferimento ammantate di una mistica che però, mai come quest’anno, è appannata. Qualche decennio fa, David Attenborough disse che se la monarchia è basata sulla mistica, il capotribù deve stare nella capanna, e nessuno deve sbirciare nella capanna. Fatto sta che la «capanna» costa 86,3 milioni di sterline, senza contare la security, che dovrebbe da sola essere intorno a 150 milioni. Tantissimo, molto più che le altre monarchie europee, in cui a vivere a spese dei contribuenti sono solo la cerchia stretta dei sovrani, ma è anche vero che nessuno vuole Kate in giro in bici per Londra con i tulipani nel cestino e che è proprio la costosissima pompa magna a dare al popolo il senso di eccezionalità a cui, con la Brexit, ha dimostrato di tenere sopra ogni altra cosa.

L’altro argomento che tiene banco è la pigrizia dei reali. Si salvano solo Kate Middleton, perfetta in ogni apparizione, e Anne «la stacanovista»

Vale ancora, non per tutti: più di metà dei britannici è a favore dei reali, ma più si scende di età e meno questo augusto gruppo di famiglia dalla professione incerta ha presa sull’opinione pubblica. Tra i giovani le istituzioni in generale non vanno forte, l’anti-elitismo è marcato e su TikTok i royals non hanno la stessa copertura rispettosa della BBC. E poi non basta più togliere di mezzo un parente scomodo, bisogna dare la garanzia assoluta che non ci saranno possibili ripercussioni. Solo che qui si tratta di andare a togliere quadri dalla galleria dei ritratti, e questo è molto doloroso.

Nel suo libro Entitled, Andrew Lownie conclude che l’ex principe Andrew potrebbe essere uno dei fattori che contribuiranno al crollo della monarchia britannica. Membro della prestigiosa Royal Historical Society, Lownie è autore di saggi che analizzano la crisi in cui si dibatte la corona anche alla luce dello scandalo Epstein (descritto come spia per il Mossad e altri servizi e gestore di un ring dove donne e bambine erano ingaggiate come «massaggiatrici» e oltre). Già nel 2021 Lownie aveva pubblicato Traitor King (Il re traditore), storia di re Edoardo VIII che rinunciò al trono – per sposare la mondana e controversa Wallis Simpson – e che tentò di riconquistarlo collaborando attivamente con Hitler perfino durante la guerra.

Traitor King ed Entitled sono collegati perché Edoardo VIII abdicò a favore del fratello Giorgio VI, padre della regina Elisabetta II, il cui figlio prediletto è proprio Andrew. Le vite di quest’ultimo e di Sarah Ferguson, scrive Lownie, restano intrecciate nonostante il divorzio (avvenuto dopo la presunta relazione della duchessa con un consulente finanziario americano). Il libro ricostruisce come gli ex duchi abbiano sostenuto il loro stile di vita e analizza i rapporti con Epstein, che avrebbe definito Andrew «l’unica persona più depravata di me» e un «animale perverso».

Un riferimento fondamentale per comprendere il declino delle monarchie europee resta però Royal Sunset: The European Dynasties and the Great War (1987) di Gordon Brook Shepherd. Il libro analizza come la Prima guerra mondiale abbia accelerato la crisi già in corso delle grandi dinastie continentali, mettendo in luce le fragilità strutturali degli imperi asburgico, tedesco e russo. L’autore si concentra su tre figure emblematiche – Francesco Giuseppe, Guglielmo II e Nicola II – mostrando come rigidità politica, isolamento e incapacità di adattarsi alla modernità abbiano contribuito al collasso delle monarchie. L’opera è considerata una delle sintesi più autorevoli sul passaggio dall’Europa dinastica a quella degli Stati nazionali e delle Repubbliche, che forse hanno fatto danni maggiori alla stabilita dell’Europa, con la loro ricerca di «confini naturali» e compattezza razziale (all’impero d’Austria non interessavano).

di Paolo A. Dossena

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Al LAC di Lugano, Emma Dante ha portato in scena un focolare in cui mostra come il femminicidio può manifestarsi in tutta la sua ineluttabile forza e crudeltà

Anselm Kiefer fa risplendere le sue Alchimiste

Mostre ◆ A Milano i grandi teleri del maestro tedesco omaggiano le donne di scienza rimaste per lungo tempo nell’oblio

Antica scienza esoterica dai confini sfuggenti, l’alchimia ambiva al perfezionamento della natura e dell’uomo attraverso la ricerca della pietra filosofale, sostanza purissima che al semplice contatto poteva trasformare i metalli vili in oro, donare la sapienza infinita e conferire l’immortalità. Sospesa tra filosofia, astrologia, chimica, fisica e medicina, quest’arte ambigua e affascinante, se dai più era vista come eversiva e ingannevole, da altri era considerata fonte di ricchezza e trasmutazione spirituale. L’alchimia ha vissuto la sua epoca d’oro tra il XV e il XVIII secolo: complici l’Umanesimo, il neoplatonismo e la riscoperta dei testi antichi, centinaia di adepti in tutta Europa si sono interessati ai libri esoterici e, tra alambicchi, pozioni, formule ed elisir, si sono cimentati nel disvelamento del segreto dell’origine della materia e dell’anima che la rende viva.

Anche molte donne in questo periodo non hanno rinunciato a sperimentare le possibilità inesplorate delle nuove discipline scientifiche. Donne colte e visionarie che, supportate da un approccio empatico alla conoscenza del mondo naturale, hanno dato attraverso l’alchimia un contributo non marginale alla nascita della scienza moderna.

L’artista riporta in vita Caterina Sforza, Isabella Cortese e Marie Meurdrac sulle sue tele corrose e raggrumate

Sebbene spesso scoraggiate ed estromesse dalla cultura dominante, sono state figure che hanno agito con tenacia ai margini dell’erudizione ufficiale, spingendosi in quei territori dove le dottrine accreditate si mescolavano a un sapere misterioso e non codificato. Merito di questi personaggi femminili audaci e determinati è stato quello di dedicarsi all’arte alchemica discostandosi però dalla sua aspirazione principale, la ricerca dell’opus magnum, per esplorare invece pratiche altrettanto enigmatiche ma di più innovativo impiego, dando vita a una letteratura proto-scientifica di grande utilità per lo sviluppo delle competenze nell’ambito della chimica, della botanica, dell’astronomia e della farmacopea. Che venissero considerate esperte studiose oppure scaltre imbroglione poco importa: grazie alla loro assidua attività di sperimentazione, ispirata principalmente alle teorie di Paracelso e di Jean Baptiste van Helmont, hanno creato un sapere pragmatico fecondo e stratificato, capace di intrecciare in maniera peculiare discipline diverse al fine di aprire strade inedite della conoscenza. Rimaste per secoli in un oblio pro-

vocato dalla dispersione dei loro documenti, dall’appropriazione indebita delle loro intuizioni o dalla loro stessa volontà di nascondersi dietro a pseudonimi per sottrarsi a ingiuste condanne, queste donne vengono oggi riportate alla memoria e riabilitate in dignità e valore grazie alla pittura. Sono infatti i quarantadue teleri realizzati da Anselm Kiefer a consegnare molte delle alchimiste del passato al doveroso riconoscimento dei loro esercizi. Si tratta di dipinti imponenti che il maestro tedesco, tra i più grandi artisti viventi, ha realizzato in stretto dialogo con l’ambiente in cui sono ospitati, la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, uno spazio pregno di storia che porta su di sé le indelebili cicatrici della stol-

tezza umana. Qui i corpi femminili che campeggiano nelle monumentali opere di Kiefer fanno eco a quelli delle quaranta sculture delle donne di Caria mutilate dall’incendio causato dalle bombe degli alleati nel 1943, incrociando i loro vissuti per ricucire passato e presente, storia e memoria. È così che nella mostra milanese distruzione e rinascita si alimentano reciprocamente. Temi centrali dei teleri di Kiefer, e più in generale dell’intera ricerca dell’artista, sono proprio la rigenerazione e la connessione tra gli opposti. Tenebra e luce, male e bene, morte e vita, oscurità dell’ignoto e chiarore dell’erudizione.

Kiefer, non nuovo a indagare nella sua arte la figura muliebre come forza generativa, interpreta il pensie-

Anselm Kiefer, Kleopatra, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi e gesso su tela, 560 × 380 cm. (©

ro alchemico come percorso di disfacimento e palingenesi per rievocare un sapere femminile che reclama approvazione. Nei suoi grandi teleri, le donne riacquistano identità e sostanza emergendo in tutta la loro potente energia da una pittura materica, concitata e cruenta. Una pittura densa e viscerale che sa restituirne desideri e disinganni attraverso fisionomie brutali, imbevute di espressionismo nordico, capaci di farsi carico di tutte le pulsioni esistenziali. Alchimista tra le alchimiste, Kiefer da sempre mette in risonanza il processo di trasmutazione con la propria idea di creazione artistica: alchimia e pittura sono per lui pratiche di metamorfosi radicale che cercano nella disgregazione la possibilità di

una nuova forma di vita. È così che i suoi dipinti diventano veri e propri laboratori alchemici in cui piombo, zolfo, oro, argento, ma anche fiori, rami, cenere, sabbia e paglia, compiono la loro conversione sottoponendosi a ossidazioni, combustioni, elettrolisi e sedimentazioni. Una chimica lenta che plasma ogni elemento e gli conferisce nuovi significati.

Ma quali sono i nomi di queste donne che dominano le tele corrose e raggrumate dell’artista con la loro presenza intensa e vibrante? Eccone alcuni. Primo fra tutti c’è quello di Caterina Sforza, figlia di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano, scienziata, condottiera e autrice di un manoscritto contenente più di quattrocentocinquanta ricette per medicamenti, cosmetici e formule alchemiche. Attorno a lei era fiorita la leggenda secondo cui sarebbe riuscita a produrre monete d’oro.

I teleri di Kiefer ribollono di piombo, oro, cenere, e ossidazioni trasformando la memoria storica in esperienza visiva e tattile

Ci sono poi quelli di Lady Mary Herbert, erudita nella farmacopea, di Cristina di Svezia, bibliofila esperta di ermetismo, di Isabella Cortese, a cui è attribuito uno dei più celebri libri segreti del Rinascimento, e di Marie Meurdrac, autrice di un manuale di chimica domestica e medicina pratica concepito per un pubblico femminile. Ci sono, ancora, quelli di Camilla Erculiani, speziale e competente in meteorologia, di Margaret Cavendish, filosofa che intreccia metafisica, poesia e scienza, di Anne Marie Ziegler, condannata al rogo nel 1575 per le sue teorie scellerate, e di Dorothea von Cilli, astrologa ed esperta nella trasmutazione dei metalli che Kiefer, nella sua tela, rappresenta gravida, richiamando la simbologia del corpo muliebre come vas hermeticum in cui la natura porta a compimento una trasformazione continua. E poi c’è il nome più antico, quello di Cleopatra, una delle pochissime donne a cui le fonti greche attribuiscono un ruolo autoriale nella tradizione alchemica. Un nome che ci ricorda a quanto lontano risalga quel silenzioso ma incisivo operato femminile che tanto ha fatto per la comprensione delle leggi e dei misteri del mondo.

Dove e quando Anselm Kiefer, Le Alchimiste, Palazzo Reale, Milano. Fino al 27 settembre 2026. Orari: da ma a do 10.00-19.30; gio chiusura alle 22.30. www.palazzorealemilano.it

Anselm Kiefer – Photo: Nina Slavcheva)
Alessia Brughera
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Stregoneria alla francese

Fumetti ◆ Ávila di Radice e Turconi intreccia romanzo storico e magia per riflettere su autorità oppressive, alterità e responsabilità individuale

Un romanzo storico intriso di magia: si può fare in modo molto coerente, quando si parla di caccia alle streghe. Ávila, nell’omonimo fumetto, deve affrontare proprio l’accusa di stregoneria nella Francia del 1600. Come se non avesse già abbastanza difficoltà nel vagabondare da sola a sedici anni, cercare la madre scomparsa tempo addietro, e tenere a bada la sua ombra parlante che le ricorda l’imminente scadenza di un certo contratto.

Gli autori di questa storia sono la sceneggiatrice Teresa Radice e il disegnatore Stefano Turconi, coppia lavorativa e famigliare, sommersi di premi una decina di anni fa grazie a un altro fumetto, Il porto proibito. Con quell’acclamata opera, Ávila condivide numerosi elementi: l’ambientazione storica accurata, citazioni letterarie, protagonisti giovani, emarginati sociali di grande dignità, analessi rivelatrici, e riflessioni sulla condizione umana.

Àvila, nella sua fuga da un cacciatore di taglie inesorabile, è inizialmente scortata solo dagli animali della notte, con i quali può parlare. Presto inizia a conoscere molti personaggi che la accompagnano nel suo percorso geografico e interiore. Il più importante è il suo coetaneo Timothée, un ladruncolo che funge da compagno di viaggio pieno di risorse, ma anche da graduale interesse romantico e da spalla comica per i momenti di leggerezza che si alternano a quelli più seri e intensi. Oltre a lui, due figure attirano l’attenzione: il cardinale Richelieu, a cui Ávila dovrà mostrare cosa sia la stregoneria, e un condottiero un tempo sanguinario che consuma i suoi giorni in crisi d’identità nel suo enorme castello finché, come l’Innominato manzoniano, un’innocenza giovane e pura non gli indica un’altra via.

A questi si aggiungono altri personaggi variopinti, meno centrali ma sempre ben caratterizzati per sviluppare, nel corso delle interazioni con

i protagonisti, i temi più importanti. Le situazioni affrontate da Ávila offrono esempi per riflessioni profonde, come la scelta tra paura e comprensione del diverso, il riconoscimento dell’umanità altrui, la ribellione contro le autorità ingiuste, la distorsione della conoscenza, e la pericolosità di un potere oppressivo strutturato che resiste ai tentati cambiamenti dei suoi singoli membri. Questo fumetto rapisce grazie ad ambientazioni dai colori brillanti o buie e minacciose a seconda del caso, unite alla sincera e contagiosa emotività dei personaggi e ai loro segreti tenuti in sospeso e centellinati con sapienza. La storia è orchestrata con armonia e solidità, a formare un meccanismo preciso, in cui tutto torna, compresi alcuni elementi – più tardi – che tengono legate a sé più questioni inizialmente presentate come separate. Ne risulta una ve-

ra e propria rete di fitti intrecci, in cui i personaggi, tra errori passati e obbiettivi futuri, devono incontrarsi e scontrarsi fino a scoprire, anche se riluttanti, che tra loro e altri che disprezzavano ci sono molte somiglianze, mentre chi era al loro fianco si rivela distante. Su tutto spiccano le relazioni sincere e l’altruismo come guide, magari non per trionfare sempre, ma almeno per non perdere sé stessi. E anche nel finale non del tutto lieto si ammira ancora la forza della vita per continuare, nonostante le inevitabili amarezze, ad accogliere l’ignoto e la sua bellezza. Viene naturale specchiarsi in queste piccole vite che attraversano i dilemmi dell’intera umanità.

Bibliografia

Testi di Teresa Radice e disegni di Stefano Turconi, Ávila, Milano: Bao Publishing, 2025, 192 pagine.

la Svizzera italiana sarà protagonista di uno dei numerosi appuntamenti in programma per l’edizione 2026 di Steps, il Festival di danza del Percento culturale Migros che tocca numerose città elvetiche, in quello che è un giro d’orizzonte sul meglio della scena della danza contemporanea, nazionale e internazionale. Steps porterà in Ticino quattro appuntamenti. Passeranno dai palchi del Teatro Sociale di Bellinzona e del LAC di Lugano la Skånes Dansteater (SWE) / Lloydscompany (NLD), la St. Gallen Dance Company con il Bern Ballett (CH), il Junk Ensemble (IRL) e la svedese GöteborgsOperans Danskompani (su cui torneremo prossimamente).

Timeless Encounters (Skånes Dansteater (SWE) / Lloydscompany (NLD)) si compone di due momenti distinti. In Fine Lines, coreografato dalla spagnola Roser López Espinosa, attraverso la danza due donne creano sottili linee di «connessione umana» per restituire al pubblico un inno alla diversità. Nella seconda parte dello spettacolo, Power: Still Going Strong, Maikel Walker e Bboy Junior, diversi per età e fisicità, porteranno sul palco l’energia contagiosa della breakdance.

Il 15 marzo sarà una serata Made in Switzerland con Twi/light, durante la quale andranno in scena Vanishing Point (St. Gallen Dance Company)

Concorso «Azione» mette in palio 5 x 2 biglietti per una delle quattro serate ticinesi di Steps. Per partecipare collegatevi al sito tramite codice QR entro lunedì 9 marzo 2026 ore 23.59. Buona fortuna!

e Night Shining Clouds (Bern Ballett) nell’ambito di Next Steps, iniziativa di sostegno al lavoro coreografico contemporaneo svizzero delle due compagnie Svizzero tedesche insieme al Percento culturale Migros. In Vanishing Point, coreografato da Rachelle Anaïs Scott, si cerca di rispondere alla domanda: «Se potessi ricominciare tutto daccapo, vorresti che…?», giocando con la memoria e il ricordo. Dal canto suo, in Night Shining Clouds, il coreografo Marioenrico D’Angelo si focalizza sul bisogno umano di appartenenza, che sfugge a una definizione precisa, ma che tutti conosciamo. / Red

Dove e quando Steps, Festival della danza del Percento culturale Migros, varie città svizzere: 5-29 marzo 2026. Timeless Encounters, 11 marzo, LAC Lugano (ore 20.00); Twi/light, 15 marzo, Teatro Sociale Bellinzona (ore 17.00). www.steps.ch

Vanishing point della compagnia di danza di San Gallo. (© Gregory Batardon)
Immagine della copertina di Ávila. (Bao Publishing)

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Il machismo di una famiglia iper-tradizionale

Teatro ◆ Emma Dante porta in scena L’angelo del focolare al LAC di Lugano, un femminicidio senza sconti, viscerale e continuo

Non fa sconti sulla violenza, portata a un grado molto alto e brutale e assolutamente non edulcorata o addomesticata il forte e perturbante L’angelo del focolare di Emma Dante, andato in scena al LAC di Lugano lunedì sera di fronte a una sala gremita (replica il martedì sera). Regista da sempre molto viscerale e tellurica, capace di creare impalcature narrative solide e di immediato impatto – pensiamo al suo spettacolo forse migliore, Vita mia, datato ma ancora impresso nella memoria – Emma Dante è una maestra della scena, e prova ne è il recente Leone d’oro alla carriera assegnatele dalla Biennale di Venezia.

Prima di quella definitiva, la moglie, alza il crocifisso tra urla e lacrime, ricordando simbolicamente ognuna delle morti simili

In questo allestimento mette in scena, per raccontare il femminicidio, una famiglia del Sud Italia – che è il suo territorio, quello in cui si è sempre mossa – probabilmente pugliese, come si evince dall’accento e dalla cadenza dei personaggi, povera di strumenti materiali e culturali. Le prime a entrare in scena sono la nonna (la quale parla un dialetto talmente stretto da risultare del tutto incomprensibile e che assomiglia, per movenze e macchiettismo, a una pupara siciliana) e la moglie, tutta affaccendata a ripulire il pavimento dalle patatine mangiate e lasciate cadere abbondantemente dal figlio. E quest’ultimo dopo di loro; ragazzo, appunto, che sin da subito appare fragile e con qualche movenza femminile – e quindi, già in partenza, poco adatto a inserirsi nella visione machista di una famiglia iper-tradizionale. I battibecchi per le pulizie, il figlio che non si vuole al-

zare dal letto, tutto concorre a creare un’atmosfera leggera e divertente, di tranquillo tran tran e armonia, assimilabile a De Filippo e a quel capolavoro che è Natale in casa Cupiello. Ma quando entra in scena il pater familias, un energumeno in canottiera e mutande, il clima familiare cambia. Del tutto macchiettistico e stereotipato –con una scelta registica chiara, crede chi scrive, e non perché il personaggio sia sfuggito di mano – il marito e padre è sempre nervoso, teso, impossibilitato a stare fermo e prigioniero di una serie di cliché machisti che gli rendono impossibile una sana e normale vicinanza affettiva, che non riesce a coltivare non solo con il figlio troppo femminiello per i suoi standard, non solo con la moglie che non sa addomesticare come vorrebbe, ma nemmeno con la madre, solitamente il refugium peccatorum per figuri di questo tipo.

Il marito picchia e maltratta la moglie ogni sera, e lei muore ogni volta, ancora prima di morire per davvero. Stesa a letto, alzando il crocifisso, mostra al pubblico che il femminicidio è solo l’ultima puntata di una serie di morti simboliche, disseminate lungo la via della violenza. Scavando nel racconto e narrando al figlio – che deve sorbirsi terrificanti lezioni di machismo dal padre – il momento dell’incontro, la madre spiega come abbia conosciuto il padre a un ballo, quando era ancora giovanissima (sedici anni), vestita di rosa e piena di speranze verso la vita. Ma il padre, dopo le danze, la porta in una radura – c’era la luna, si sentivano l’odore del mare e il verso dell’assiuolo, in una citazione anche piuttosto aperta di Pascoli – e lì la violenta. Da qui la nascita del figlio, che si sente un errore e che non ha voglia di vivere, pur possedendo un grande talento per il canto.

Le crepe che si avvertono in un allestimento che non è certo pacificante, ma anzi volutamente disturbante, sono da ricercare nella narrazione, che appare carente sotto certi aspetti: non si capisce come cresca la violenza, quale sia la reale miccia che porta all’atto finale, se non il possesso maniacale della donna, ridotta a oggetto di fantasie di onnipotenza smentite puntualmente dalla realtà. Questa violenza maschile non cresce, non si estende, non è un organismo che parte piccolo per raggiungere dimensioni sempre più marcate, ma viene presentata già così, come un enorme mostro proteiforme e non irreggimentabile. Questo è forse il limite dell’opera:

non entrare nelle sfumature, non mostrare il doppio volto dell’abuso, che spesso aggancia proprio perché capace anche di tenerezza, di dolcezza, di ampie zone di fusione che le donne vittime sono portate a confondere con l’amore. Qui invece è tutto brutale, tutto urlato, tutto muscolare, tutto teso, contratto, spinto al limite. Non c’è margine per respirare, per riposare, per sostare nelle ambiguità. Per motivi di questo tipo lo spettacolo sta registrando un’accoglienza meno convinta rispetto a opere precedenti della regista siciliana. Si può dissentire, dire che le cose non stanno sempre così, che spesso il femminicidio nasca in contesti più ovattati e borghesi – non

è però quello, va ricordato, il perimetro della ricerca di Emma Dante. Il principale pregio di questo lavoro? Mostrare un archetipo del maschile che purtroppo c’è, esiste. È in questo senso che va letto il personaggio del marito/padre, che altrimenti sembra irreale nei suoi tratti più ferini. Questa traccia che informa ancora molti uomini, questa profonda e belluina animalità non sta sul Pianeta Marte, ahinoi. Basta fare un giro fra i file Epstein per rendersi conto che il mostro c’è e ha un volto terribile. Il valore di questo testo è quindi quello di portarci dentro un limite, di spingere sul pedale dell’innominabile. E di non concedere nessuna redenzione.

Dietro le quinte di una rivoluzione stilistica

Cinema ◆ In Nouvelle Vague, Linklater mostra il set di Fino all’ultimo respiro come laboratorio di idee, libertà e gesti immediati

Nicola Mazzi

Che cosa è stata la Nouvelle Vague?

Che tipo di regista era Godard? Che cosa hanno rappresentato Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg? A tutte queste domande prova a rispondere un film che arriva nelle nostre sale domani, giovedì 5 marzo. Il titolo non poteva che essere Nouvelle Vague

A dirigerlo è Richard Linklater, autore noto per lavori come Before Sun-

rise, Before Sunset, Before Midnight e Boyhood

Questa introduzione serve a chiarire subito un punto: l’ultimo film del regista texano è anche – ma non solo – un’opera didattica. È infatti uno strumento capace di trasmettere, con chiarezza e piacere, alcune nozioni fondamentali di uno dei momenti più rivoluzionari della storia del cinema

mondiale: la Nouvelle Vague francese, che tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta del Novecento ha cambiato per sempre il modo di fare e pensare il cinema.

Linklater entra in quel mondo scegliendo un punto di vista preciso: la genesi di Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), primo lungometraggio di Jean-Luc Godard. Nouvelle Vague ne ricostruisce la lavorazione, il dietro le quinte, le incertezze e l’entusiasmo, la libertà creativa e una certa incoscienza che caratterizzavano non solo un autore, ma un’intera generazione. Attraverso quel set improvvisato prende forma il ritratto di una comunità artistica che credeva nel cinema come gesto immediato e urgente.

Il film è dunque un metafilm: da un lato racconta una Parigi febbrile e attraversata dall’arte, dall’altro chiarisce – senza mai teorizzare apertamente – la filosofia e lo stile di un movimento cinematografico. Ma lo fa evitando con cura il tono accademico. Al contrario, Nouvelle Vague è un film leggero, talvolta perfino giocoso, che riesce nell’equilibrio non scontato tra omaggio personale e racconto divulgativo.

In questo senso, l’opera di Linklater spiega meglio di molti saggi quali siano state le vere novità introdotte da quei giovani critici dei Cahiers du Cinéma - da François Truffaut a Claude Chabrol, da Jacques Rivette a Éric Rohmer, fino a Agnès Varda – che da semplici spettatori diventarono autori, mossi da una fame di verità. Pur essendo chiaramente didattico, il film non diventa mai didascalico. Merito del tono costantemente leggero, della scrittura che evita inutili spiegoni e anche della bravura del cast, con Guillaume Marbeck e Zoey Deutch particolarmente convincenti. Tutto scorre con naturalezza, come se il film volesse accompagnare lo spettatore ma non istruirlo. Nouvelle Vague è un film lineare, accessibile e proprio per questo efficace. Paradossalmente, dal punto di vista stilistico, si colloca agli antipodi del cinema di Godard. Linklater non tenta l’imitazione, né la mimesi formale. Ricostruisce invece quell’ambiente con grande attenzione filologica, arricchendolo di dettagli che danno spessore all’atmosfera senza mai appesantirla. È un gesto di ri-

spetto e di umiltà: raccontare una rivoluzione senza pretendere di rifarla. Come ha scritto il critico di «Time», Linklater «non imita la Nouvelle Vague, ma ne onora l’essenza». E lo fa con un tono sorprendentemente allegro, riuscendo persino nell’impresa di rendere simpatico Godard. In definitiva, Nouvelle Vague è un film che si guarda con il sorriso sulle labbra: ti porta dietro le quinte di un’opera che ha fatto la storia del cinema, ne chiarisce le ragioni e non ti fa mai sentire escluso.

Anzi, alla fine fa venire voglia di rivedere l’originale, ma anche di prendere una cinepresa – o oggi forse uno smartphone – e uscire a filmare per strada. Senza permessi, senza copione, con una sola idea in testa e la spensieratezza irripetibile della Parigi di quegli anni.

Dove e quando Nouvelle Vague di Richard Linklater, nei cinema del Canton Ticino, dal 5 marzo; inoltre è in programma anche Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard

lo stesso giorno al Cinema Multisala Teatro di Mendrisio.

In scena, Leonarda Saffi (Moglie) e Ivano Picciallo (Marito). (© Masiar Pasquali)
(1960),
Aubry Dullin nei panni di JeanPaul Belmondo e Zoey Deutch in quelli di Jean Seberg. (Filmcoopi)

Battibecchi

Il flacone giallo e altre evidenze

Sono in un negozio di articoli per la casa, un negozio che non è il mio preferito e nel quale non vado mai (ma piove un sacco, e il mio negozio preferito è un po’ distante: per una volta ho deciso di fare eccezione). Da due minuti sto contemplando lo scaffale dei detersivi per pavimenti, in cerca del detersivo per pavimenti di marmo che uso di solito. Veramente ho già capito che non c’è – anche per questo il negozio di articoli per la casa non preferito è, appunto, quello non preferito. Ma, si sa: la speranza è l’ultima a morire.

«Serve una mano?», dice una commessa con le braccia piene di prodotti per la pulizia dei sanitari.

«In realtà no», dico. «Quello che cerco non c’è».

«Che cosa cerca?», dice la commessa. Dico il nome del prodotto.

«Ha ragione, non teniamo quella marca», dice la commessa. «Però, se posso permettermi…».

Pop Cult

Dagli

Nelle ultime settimane diversi articoli, apparsi perlopiù in riviste statunitensi, hanno dipinto un quadro piuttosto scoraggiante dell’odierna società occidentale, sottolineando come essa sia in preda a una vera e propria «epidemia» di isolamento sociale, che vede, tra gli altri, circa la metà dei cittadini americani alle prese con condizioni più o meno gravi di solitudine. Il tutto in barba a quella stessa «iperconnettività» tipica dell’era digitale, la quale, anziché favorire le capacità relazionali, viene da molti commentatori identificata come una delle principali cause di tale isolamento; eppure, ciò che viene spesso sottovalutato è l’esistenza di un fenomeno parallelo, dalle sfumature alquanto differenti, che sta prendendo sempre più piede anche al di fuori degli States: quello della solitudine come scelta consapevole e meditata da parte di individui apparentemente molto diversi tra loro.

Xenia

«Si permetta», dico.

«Un momento che metto giù questi», dice la commessa.

Va allo scaffale dei prodotti per la pulizia dei sanitari, dispone in bell’ordine i dieci-dodici flaconi che aveva tra le braccia, e torna da me. Si china. Si raddrizza.

«Ecco», dice mostrandomi un flacone giallo. «Questo qui è ottimo. Lo uso sempre».

«Lo usa per pulire qui?», dico. «No», dice la commessa, «qui c’è una cooperativa di equadoregni che a pulire viene tutti i giorni, la mattina presto. Non ho idea di che prodotti usino».

«Quindi lo usa in casa», dico.

«Sì», dice la commessa. «È il mio detersivo per pavimenti preferito». «Lo usava anche sua mamma?», dico. «Ha indovinato», dice la commessa. Per un attimo smette di guardarmi, guarda per terra, guarda senza vederli

i prodotti esposti sullo scaffale sull’altro lato del corridoio – i detersivi per la pulizia dei vetri.

«Quindi questo detersivo per pavimenti di marmo è il suo preferito», dico, «per motivi che forse c’entrano più con il ricordo di sua madre che per la qualità del detersivo stesso». «Ma…». La commessa mi guarda in faccia. «Come fa a sapere», dice, «che mia mamma non c’è più?».

«Da come ne ha parlato», dico. «Io non ne ho parlato», dice la commessa. «È stato lei a tirarla fuori».

«La mia domanda, “Lo usava anche sua mamma?”», dico, presupponeva in effetti che sua madre non ci sia più. Lei ha risposto senza smentirmi. In questo modo ha confermato la mia supposizione».

«E lei, mi scusi», dice la commessa, «perché ha fatto questa supposizione? Io ho venticinque anni e non ne dimostro né di più né di meno. Non è frequente,

alla mia età, avere già perso la madre». «Confesso che non lo so», dico. «Spero di non averla messa a disagio». «Immagini che questo sia un film», dice la commessa. «Va bene», dico.

«Immagini che in questo film un uomo entri in un negozio di articoli per la casa e si fermi a guardare lo scaffale dei detersivi per pavimenti», dice la commessa, «con quello sguardo vacuo che hanno gli uomini quando cercano qualcosa in un negozio di articoli per la casa».

«Questo mi ricorda qualcosa», dico. «E allora immagini anche che una commessa si avvicini all’uomo, com’è suo dovere», dice la commessa, «per chiedergli se gli serve aiuto. Lui si volta, la guarda, e pam! capisce subito che quella donna ha da poco perso la madre».

«L’anello», dico. «L’anello che ha all’anulare della mano sinistra».

Ecco quindi che, da alcuni anni a questa parte, l’ambito della cultura popolare ha visto affacciarsi una categoria che dal Giappone ha ormai raggiunto anche le nostre latitudini: quella degli hikikomori – persone di tutte le età e ceti sociali, accomunate dal fatto di aver consapevolmente rinunciato a uscire di casa per vivere in una sorta di autoimposta clausura, in cui spesso gli unici contatti con il mondo esterno avvengono tramite il computer. L’implicita rinuncia a ritagliarsi uno spazio all’interno della società diviene

così sintomo di un prevaricante senso di estraneità, nonché di un’ipersensibilità talmente acuta da rendere dolorosi i contatti con gli altri; avviene quindi che, nell’intervistare alcuni tra coloro che hanno compiuto questa drastica scelta, ci si trovi confrontati con individui dalla spiccata intelligenza, colpevoli soltanto di non essere riusciti a conformarsi alle direttive di un sistema di vita percepito come troppo esigente, o di non sentirsi abbastanza agguerriti e competitivi da costruirsi una carriera socialmente valida. Non solo: dal momento che quello degli hikikomori è ormai un «caso» globale, appare evidente come la loro diffusione al di fuori dei confini giapponesi rappresenti il segnale di un disagio sociale sempre più diffuso, espresso nell’incapacità di interagire con il mondo e i suoi rappresentanti. Ma se quella degli hikikomori appare come una sorta di fuga, dettata più

Joaquin, il burattinaio dei randagi

Nelle vie della città circola un ragazzo attorniato da una muta di cani. Tarchiato, fra le mani i guinzagli come i fili di un burattinaio, è il perno di una ruota abbaiante. Incedono sul marciapiede simili a un polpo: i quadrupedi, di ogni taglia ed età, sono tentacoli – annusano, orinano, si piantano davanti a un lampione, un tronco, il cerchione di un’auto. Lui, la testa, manovra le briglie, allenta o tira, raddrizza e guida, e li conduce verso l’area verde, o soltanto al semaforo successivo. D’estate, i cani possono essere anche nove, ma i fissi sono un boxer, un barboncino, un cocker e un bracchetto. Lui li passeggia. Sì, nella sua professione il verbo diventa transitivo. Li prende dal padrone, li tiene fuori il tempo stabilito, e li riporta. Ad alcuni dà anche da mangiare o li ospita in casa sua. Insomma, Joaquin è un dog-sitter. Ma non l’avrebbe mai immaginato.

Viveva coi nonni (del padre mai saputo neanche il nome) in una baraccopoli di Arequipa, Perù: il cibo bastava a stento per gli umani, quindi era impensabile nutrire un animale inutile. Il gallo, le galline, l’asino – ma cani proprio no. Poi la madre, emigrata in Spagna, ottenne il ricongiungimento familiare e mandò i biglietti aerei per i due figli – Joaquin e la sorella Pilar. Nonostante i doni e le rimesse puntualmente inviati, i ragazzini si ricordavano appena di lei. Partirono né volentieri né riluttanti. Tuttavia la madre si era trasferita a Torino con un muratore salvadoregno. I ragazzini non capivano l’italiano e detestarono la città, i compagni di classe, la scuola, il clima, gli inverni senza sole. Joaquin prese la licenza di terza media per umanità dei professori ma gli fu impossibile proseguire. Era attenzionato dai servizi sociali. Menava le mani, bestem-

miava, girava col coltello. Se ne andò di casa. Dormiva dove capitava, e poi si spostò a Genova con altri peruviani che dicevano di poter trovare lavoro al porto. Non so cosa abbia fatto fino ai trent’anni. Può darsi sia stato in carcere, comunque vagabondo. Fatto sta che diventa misantropo. Non sopporta gli umani. Li evita. Ho vissuto, mi ha raccontato, libero come un randagio. Ed ero felice. I cani sentono affinità con quella creatura taciturna e si lasciano avvicinare. Joaquin raccoglie un cucciolo moribondo e lo cura, poi addomestica tre cani inselvatichiti che azzannano i passanti. Se ha fame, staziona davanti a un supermercato con una scopa in mano e un mucchietto di foglie nella scatola di cartone. Chiede l’elemosina, ma mostrando di volersi rendere utile.

Ogni volta, uscendo dal supermercato, una vecchietta gli lascia una mo-

La ragazza solleva la mano, guarda l’anello. È un anello d’oro, a occhio di fine Ottocento, tutto traforato, di forma ovale, con al centro quattro gocce di diamante: più grandi quelle disposte lungo l’asse del dito, più piccole le altre due.

«Era della mia bisnonna», dice, «che lo ha lasciato a mia nonna, e mia nonna a mia mamma». «E sua mamma a lei», dico. «Non si porta un anello del genere, per di più al lavoro, se non si ha un motivo affettivo importante».

La commessa sospira. «Roba da Sherlock Holmes», dice. «Lei potrebbe fare l’investigatore».

«Veramente faccio lo scrittore», dico. «È la stessa cosa», dice la commessa. «State sempre a spiare le vite degli altri, per vedere come sono fatte. E poi le usate nei vostri libri». Solleva il flacone giallo. «E allora, questo detersivo, lo vuole o no?».

dal disagio psichico che da una reale necessità esistenziale, il loro è ben lungi dall’essere l’unico modo di rifiutare i dettami dell’epoca moderna. Di fatto, sebbene il nostro sia un periodo storico caratterizzato da un’enfasi pressoché assoluta sul materialismo più gretto, il collaudato luogo comune secondo il quale ciò coincida con una grave crisi della spiritualità – intesa come esperienza di carattere religioso, ma anche filosofico – sembra crollare miseramente davanti alla crescita del fenomeno, per certi versi quasi paradossale, dei cosiddetti «eremiti urbani». Perché se, di primo acchito, tale termine suona come un ossimoro, in realtà sono sempre di più coloro che scelgono di isolarsi all’interno dei propri appartamenti cittadini alla ricerca di preghiera e silenzio, ritagliandosi, durante la giornata, lunghe ore di contemplazione alla ricerca di un rapporto più stretto con il divino – e, perché

no, di una qualche sorta di illuminazione – nel mezzo di una vita estremamente semplice e frugale. Così, viene naturale chiedersi se queste nuove «tendenze» – in fondo, quiete e silenziose rivoluzioni che vanno svolgendosi nella nostra caotica realtà quotidiana – non rappresentino un segnale ben preciso, e sempre più difficile da ignorare: la dimostrazione di come, pur dentro al maelstrom in cui noi tutti ci troviamo a vivere, la necessità di quiete e riflessione e la ricerca di una qualche forma di dialogo interiore (con sé stessi, o con invisibili poteri superiori) vadano facendosi via via più importanti. Quasi a voler allontanare, zittire, il rumore di fondo delle mille fatuità mondane che ci circondano per ricercare invece la vera, più profonda natura delle cose – in controtendenza con l’effimera superficialità spesso imposta da un mondo che sembra andare troppo veloce.

neta. Ha un meticcio – mezzo bassotto, mezzo yorkshire – che fa le feste a Joaquin e lo lecca, zampettando e mugolando. Così la vecchietta supera la diffidenza che le ispirano i capelli lisci di Joaquin, il profilo inca e gli occhi a fessura, e finisce per lasciargli il cane mentre lei spinge il carrello fra i banconi. Al momento di riprendere il meticcio, allunga al ragazzo una moneta in più. Quando la vecchietta si rompe il femore, si dispera, perché vive sola e non sa chi possa badare al suo cagnolino. Al pronto soccorso le viene in mente l’indio del supermercato, e glielo affida. Due mesi di ricovero. Pensione completa per il meticcio nel tugurio di Joaquin. Duemila euro. Il cagnolino è stato trattato come un principe. Nel quartiere si sparge la voce. Joaquin guadagna un’altra cliente: una negoziante che teneva il labrador tutto il giorno sdraiato fra gli scaffa-

li della cartoleria. Lo paga venti euro cash per una passeggiata di due ore. Poi un’amica della negoziante, estetista a domicilio, gli chiede di somministrare i croccantini al suo bulldog – perché lei all’ora di pranzo ha la maggiore richiesta di appuntamenti. Insomma, nel giro di qualche mese, e complici le vacanze, gli affari decollano. La negoziante gli confessa, sospirando, che ormai lui guadagna più di lei. L’avesse saputo da giovane… Joaquin affitta una casa col giardino, ai margini della città. Paga cash. Con gli umani non si è riconciliato. Si è fatto i conti. Qualche anno ancora di passeggiate, bisogni, croccantini e zampate al parco e potrà aprire una pensione per cani – vera, coi permessi – e i padroni quasi non vederli più. Li amo, e gli sono grato: i cani italiani mi hanno fatto diventare un signore.

di Giulio Mozzi
di Melania Mazzucco
di Benedicta Froelich
Ecchiskechi

GUSTO

Cavolo ripieno

Piatto principale

Per 4 persone

2 cavoli bianchi da ca. 900 g l’uno

1 grossa cipolla

1 cucchiaio d’olio

600 g di carne macinata di manzo

sale

pepe

100 g di concentrato di pomodoro

1,5 dl d’acqua

100 g d’appenzeller surchoix

1. Dimezza le teste di cavolo lungo il tronco. Svuota le metà con uno scavino, lasciando un bordo stabile di ca. 1,5-2 cm. Trita finemente la metà delle parti di cavolo estratte scavando. Trita la cipolla.

2. Scalda il forno statico a 200 °C (calore superiore e inferiore). Scalda l’olio in una padella e rosola la carne macinata tutt’intorno a fuoco forte. Aggiungi la cipolla e le parti di cavolo tritate, poi continua a rosolare. Condisci con sale e pepe. Accomoda le mezze teste di cavolo scavate in uno stampo per gratin. Farciscile con il ripieno.

Cavoli a volontà!

Il 2026 è l’anno della celebrazione della famiglia dei cavoli. Era ora, visto che da tempo questi ortaggi conducono un’esistenza piuttosto oscura. Noi vogliamo cambiare questa situazione con un inno alla verza, al cavolo bianco e al cavolo rosso

Dinah Leuenberger

3. Nella stessa padella, porta a bollore il concentrato di pomodoro con l’acqua. Condisci con sale e pepe. Versa la salsa sulle mezze teste di cavolo. Grattugia sopra il formaggio. Versa dell’acqua caldissima nello stampo per gratin, finché si forma uno strato d’acqua di ca. 5 mm attorno alle mezze teste di cavolo.

4. Gratina nella metà inferiore del forno per 35-45 minuti (più a lungo gratini e più si ammorbidisce il cavolo). Se il cavolo si deve ammorbidire molto, copri il formaggio già dorato con un foglio di carta alu senza stringere, per evitare che si bruci.

Consigli utili

Taglia a strisce sottili le parti di cavolo scavate che sono avanzate. Usale per un’insalata a foglia.

Il cavolo dovrebbe rimanere ancora un po’ al dente. Se lo preferisci più morbido, cuocilo più a lungo come descritto. Per ammorbidire le mezze teste di cavolo, puoi anche immergerle brevemente in acqua bollente subito dopo averle svuotate. Lasciale sgocciolare bene e poi farciscile.

Cavoli
Qui puoi scaricare l’app Migusto
Cavolo
PREZZO BASSO

Steak di cavolo rosso al forno

Tagliato a fette e condito con una marinata speziata al limone, il cavolo rosso dà vita a succulenti steak vegetariani da gustare con hummus di barbabietola.

Insalata di verza con salsa alle arachidi

L’antipasto vegetariano che risveglia il buonumore: verza tagliata a striscioline con uova sode e spinaci condita con una salsa alle arachidi salate.

Torta di cavolo rosso

La torta di cavolo rosso con pancetta di questa ricetta è ottima come stuzzichino o fingerfood. Con un’insalata diventa un piatto principale.

Una famiglia con molti caratteri

Cavolo bianco

Il cavolo bianco è coltivato nella regione mediterranea da migliaia di anni, da dove ha trovato la sua strada verso il nord nell'alto Medioevo. Carlo Magno lo fece coltivare su larga scala attorno all'800. Si tratta di un vegetale che appartiene alla famiglia delle crucifere e si presenta in molte forme diverse. Il cavolo bianco è adatto per la preparazione di insalate, del kimchi e dei crauti, tutti piatti buonissi-

mi! Ma il cavolo bianco ha molto di più da offrire. Se brasato al forno, per esempio, oltre al suo sapore tipico acquisisce anche un delizioso aroma di arrosto.

Cavolo rosso Più viola che rosso, questo tipo di cavolo deve il suo colore vivace ai terreni acidi in cui è coltivato: più acidi sono i terreni, più scuro risulta il colore. Anche il sapore e la consistenza sono molto diversi da quelli degli altri ca-

voli, essendo più dolce e più croccante. È buono sia crudo che leggermente ammorbidito durante la cottura.

Verza

La verza colpisce per il suo invitante aspetto ricciuto. In Francia è un classico ingrediente del pot-au-feu. Ma sarebbe un peccato concentrarsi solo su questa preparazione, visto che la verza è disponibile tutto l'anno! È inoltre buona sia cotta che cruda.

Carré di vitello con cavolo e gremolata di pancetta

Piatto principale

Per 4 persone

1 carré di vitello di 1,5 kg sale pepe

ca. 6 cucchiai d’olio di colza

800 g di cavolo bianco

120 g di pancetta a dadini

80 g di parmigiano in un pezzo ½ mazzetto di prezzemolo

1 limone

2 cucchiai di senape granulosa

1. Estrai la carne dal frigo ca. 1 ora prima della cottura. Scalda il forno ventilato a 80 °C. Condisci il carré di vitello su entrambi i lati con sale e pepe. Scalda un filo d’olio in un’ampia padella. Rosola la carne su entrambi i lati per ca. 8 minuti. Disponi la carne su una teglia. Cuoci al centro del forno per ca. 2,5 ore fino a quando la carne avrà raggiunto una temperatura interna di 60 °C.

2. Nel frattempo, dimezza il cavolo e taglialo a fette. Adagialo su una teglia rivestita con carta da forno. Condiscilo con un filo d’olio e sala. Per la gremolata rosola i cubetti di pancetta. Taglia a scaglie il parmigiano con una mandolina. Trita il prezzemolo. Grattugia la scorza di limone e mescolala con la pancetta, il parmigiano e il prezzemolo. Spremi il limone per il condimento e mescola il succo con l’olio rimanente e la senape e infine condisci. Dopo 2 ore, unisci il cavolo alla carne, in forno.

3. Sforna la carne, avvolgila nella carta alu e lasciala riposare. Alza la temperatura del forno a 200 °C. Cuoci il cavolo per altri 15 minuti circa. Irroralo con il condimento a base di senape. Taglia il carré e servilo con il cavolo e la gremolata di pancetta.

Verza bio al kg Fr. 6.95
Cavolo rosso al kg Fr. 2.-
Cavoli che bontà

OVETTI

4.95 Ovetti salted caramel blond Freylini Frey 200 g, (100 g = 2.48) 20x CUMULUS

Con quale frequenza devo pulirlo?

«In genere è consigliabile pulirlo brevemente dopo ogni utilizzo per evitare che eventuali residui si brucino durante la cottura successiva», afferma Samuel Beer, esperto di forni della V-Zug. Una pulizia accurata dovrebbe essere effettuata ogni due o tre mesi. Una cura regolare previene i depositi ostinati, riduce gli odori e garantisce una buona igiene.

Cosa si usa per pulire il forno?

I residui possono essere facilmente rimossi subito dopo l’uso, quando il forno è ancora tiepido. A tal fine, pulire il forno con un panno morbido e umido e una spruzzata di detersivo. I classici detergenti per forni aiutano a risolvere le macchie più ostinate. Seguire le istruzioni del produttore. Assicurarsi che tutti i residui di detergente siano completamente rimossi. «Per evitare di danneggiare le superfici e i vetri, bisogna sempre evitare gli utensili affilati», spiega Beer.

Quali mezzi funzionano?

Il limone, il bicarbonato di sodio o l’aceto possono sciogliere lo sporco leggero e ridurre gli odori, ma raggiungono rapidamente i loro limiti in presenza di grasso bruciato. Gli esperti consigliano quindi i classici detergenti per forni o, se disponibile, la funzione di pulizia pirolitica.

Cos’è?

Si tratta di un programma di autopulizia integrato negli apparecchi moderni: «La camera di cottura viene riscaldata a temperature molto elevate in modo che lo sporco si riduca a cenere fine, che può essere eliminata in modo semplice una volta raffreddata», spiega Beer. È importante rimuovere in anticipo lo sporco grossolano e non utilizzare detergenti chimici nella camera di cottura, poiché i loro residui possono causare danni.

CONSIGLI

Pulizia del forno

Come si puliscono le teglie e le griglie?

Immergere la teglia e la griglia in acqua calda, quindi strofinare con una spugna morbida. «Alcune teglie smaltate e in acciaio inox e le pirofile in Pyrex sono lavabili in lavastoviglie; ciò è riportato nelle istruzioni per l’uso», spiega Beer. In presenza di forti residui, questi materiali possono essere trattati anche con un classico detergente per forni. Per non danneggiare le superfici, è meglio evitare strumenti abrasivi.

Come si pulisce la guarnizione in gomma?

Pulire con un panno morbido e leggermente umido, quindi asciugare con cura. «I detergenti non sono adatti perché possono danneggiare il materiale», spiega l’esperto Beer.

Come far brillare il forno

È il fulcro di ogni cucina, ma è un piacere usarlo solo quando è pulito. Un esperto rivela quanto sia facile prendersene cura.

Testo: Barbara Scherer
Aiuto per le pulizie

Avocado cremoso ma anche croccante

Un piatto urban di cucina fusion internazionale, costruito sul frutto messicano e rifinito con un crumble di sesamo e panko e chicchi di melagrana

Solitudine, paura e scoperta interiore

Nei dadi di Robinson Crusoe e negli spazi che scompaiono di Forbidden Island la parte estranea dell’anima si mostra mentre impariamo a capire gli altri

Una necropoli monumentale alle porte di Cerveteri

Itinerario ◆ La Banditaccia oltre a essere un luogo funerario, è anche e soprattutto un sistema urbano scavato nel tufo che riflette gerarchie, potere e trasformazioni culturali

Luigi Baldelli, foto e testo

Cerveteri è una cittadina laziale sul mare, a una cinquantina di chilometri a nord di Roma, lungo la via Aurelia. Luogo di villeggiatura per i romani, come tanti altri lungo la costa. Il mar Tirreno da una parte, le colline della Maremma laziale dall’altra, sarebbe un sito po’ anonimo se non fosse che in passato qualcosa di straordinario ha reso uniche queste terre.

Detta Caere, per gli Etruschi Cerveteri era il fiore all’occhiello, crocevia di commercio e scambi culturali, la città più redditizia e fiorente, culla della loro civiltà. E proprio alla periferia di Cerveteri si trova quella che è la più grande necropoli di questa civilizzazione, la Banditaccia, chiamata anche la Città dei Morti.

Nonostante il nome possa incutere un po’ di paura, la Banditaccia è un luogo che merita assolutamente di essere visitato non solo perché è la più grande necropoli etrusca al mondo –si possono visitare circa dieci ettari dei circa 450 – ma anche per lo stato in cui sono conservate le circa 400 camere funerarie nella parte aperta al pubblico e che vanno dal IX al III secolo avanti Cristo.

La zona prende il nome de La Banditaccia nell’Ottocento, quando i terreni furono banditi, cioè affittati con bando pubblico ai cittadini di cerveterani dai proprietari terrieri. La necropoli è organizzata come una vera e propria città dell’epoca e si cammina in mezzo alle tombe lungo la via degli Inferi, una via costruita scavando nel tufo. Le tombe si dividono principalmente in due tipi, quelle circolari a tumulo, che sono molto monumen-

tali, scavate nel tufo e ricoperte da un tetto a cupola, e quelle a dado, molto più semplici architettonicamente, successive a quelle a tumulo e realizzate in questo modo perché si voleva che tutti i defunti fossero uguali davanti alla morte.

È veramente suggestivo camminare in questo sito storico. E non si può fare a meno di provare a immaginarlo più di 2500 anni or sono, quando i parenti dei defunti percorrevano

queste stradine, oppure mentre erano all’opera nella costruzione delle tombe o ancora mentre scavavano il tufo e disponevano il sepolcro per farlo assomigliare il più possibile all’ambiente in cui viveva il defunto, con stanze, porte, finestre, colonne e pilastri. Segno di cura e rispetto per i morti.

Un luogo scavato sistematicamente dagli archeologi all’inizio del Novecento e poi dopo la seconda guerra mondiale. «Ahò, ma tu devi capì

’na cosa, – mi dice Nello, pensionato di 70 anni, vestito sportivo, un fisico asciutto a cui si contrappone una voce baritonale con forte accento romano, appassionato di storia e venuto qui in visita con la moglie – gli Etruschi erano un popolo con una grande cultura ed erano anche dei grandi artisti». Si ferma un attimo, guarda la moglie come per cercare consenso e poi riprende: «Sì, i Romani hanno fatto l’Impero, ma prima di loro c’erano

Alcuni scorci della Banditaccia.
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gli Etruschi. E la maestosità di questo posto, di queste tombe ti fa rendere l’idea che molti di quelli che erano sepolti qui erano nobili, aristocratici, gente importante. Ma soprattutto erano un popolo con una grande civiltà. Vieni, ti faccio vedere una cosa». E senza aspettare una risposta riprende il cammino, con la moglie sottobraccio. A passo veloce ci porta davanti a quella che è una delle meraviglie della Banditaccia, forse il sepolcro più bello, la Tomba dei Rilievi realizzata nel 300 a.C..

Strade, tumuli e tombe a dado della Banditaccia ricostruiscono l’ordine di Caere, raccontando come gli Etruschi pensavano la continuità oltre la morte

Se da fuori si mostra con la classica cupola, è il suo interno a stupire. E così, dopo aver sceso una ripida scala di metallo, da dietro una porta a vetri che vieta l’ingresso e protegge la tomba ma permette di vederne l’interno, dopo aver cliccato sull’interruttore e aver acceso la luce, ecco che ci appare una vera e propria opera d’arte. Si possono ammirare le pareti, adorne di disegni e, appunto, rilievi di stucco. In generale l’architettura delle tombe rappresentava in qualche modo la casa di quando il defunto era in vita, mentre questa è l’unica dove sono riprodotti fedelmente sulle pareti gli oggetti del morto come elmi, scudi, spade e quelli di uso domestico come vasi, strumenti di lavoro, borse: «Questi mica sono qui per caso» dice sempre Nello, mentre appoggia il viso sul vetro per vedere meglio l’interno. «Questa è la tomba del nobile Vel Matunas e della sua famiglia». Sembra saperne il nostro pensionato e così mi spiega che mentre gli oggetti di uso domestico rappresentano l’ottima qualità della vita dentro la casa, gli oggetti militari invece significano l’alta carica militare e politica del defunto e della sua famiglia. Le nicchie alle pareti sono i letti dei defunti, una cassettiera e persino dei sandali ai piedi di un letto. Ma al suo interno, sotto al letto centrale, sono rappresentati anche due mostri: Scilla e il cane a tre teste Cerbero. Questo sta a significare un cambiamento di come veniva percepito l’Aldilà dagli Etruschi. Non più un regno di gioia, ma un luogo inospitale e terribile dove si potevano ritrovare ansie e paure, le stesse di una civiltà che sentiva

che stava spegnendosi perdendo tutta la sua gloria.

Abbandono la simpatica coppia e mi inoltro lungo le stradine della necropoli, sbircio dentro diverse tombe, alcune molto semplici (nient’altro che un grande buco scavato nel tufo), mentre altre sono più imponenti e ricordano una vera e propria casa: al loro interno ci sono diverse camere mortuarie. I grandi tumuli circolari sono ricoperti di terra rendendo il tutto più monumentale. E più era importante la famiglia più grande era il tumulo. Questo anche perché chi dalla città guardava la necropoli, poteva ben distinguere le tombe più illustri.

Nel nostro girovagare ci imbattiamo in una delle tante scolaresche in visita, giovani ragazzi e ragazze con lo zainetto in spalla: un’esperienza davvero unica quella di poter studiare la storia degli Etruschi a scuola e nello steso tempo poter visitare quella che è una delle massime rappresentazioni della loro civiltà. Mettendoci in disparte decidiamo di ascoltare la spiegazione della loro professoressa che

propone un paragone con la realtà dei nostri giorni: «Anche la necropoli degli Etruschi, proprio come i nostri cimiteri, è stata creata in un luogo tranquillo, appartato, silenzioso. E anche qui trovate tombe grandi, piccole, imponenti o modeste. Alcune più vecchie di secoli rispetto ad altre». Gli alunni ascoltano con grande attenzione. «Ma soprattutto, questo luogo ci dà l’idea di cosa pensassero gli Etruschi dell’aldilà e del loro rapporto con la morte. E come tutto si sia evoluto nei secoli».

Le tombe della Necropoli sono però state una preda ambita per i malviventi, oggetto di saccheggi da parte dei tombaroli, bande di ladri che già all’inizio del Novecento hanno cominciato a depredare i sepolcri sottraendo gli oggetti che vi erano custoditi. Pratica che è durata in modo massiccio, più o meno, fino alla metà degli anni Ottanta. Ma ancora oggi, in diverse zone sia della Tuscia laziale che vanta diverse zone etrusche, sia in altre parti d’Italia, è ancora molto in voga. Tutti gli oggetti di valore rubati

venivano poi venduti in modo illecito a privati, collezionisti d’arte o musei.

E non è raro ancora oggi il recupero, da parte delle forze dell’ordine, di vasi e suppellettili trafugati illegalmente. Uno dei casi più famosi è quello di un vaso greco di terracotta, chiamato cratere, risalente al VI secolo a.C. e attribuito a uno dei più grandi pittori greci, Eufronio. Questo cimelio fu trafugato da alcuni tombaroli nel 1970 vicino a Cerveteri e venduto per 80 milioni di lire (ndr. circa 400/500 mila franchi) a un commerciante d’arte. Che a sua volta lo vendette al Metropolitan Museum of Art di New York per la somma di 1,2 milioni di dollari. Nel 2008, dopo lunghe vicissitudini, processi e condanne, finalmente il vaso è tornato alla sua terra d’origine e oggi è possibile ammirarlo nel museo etrusco di Cerveteri.

La Banditaccia, nonostante sia un sito Unesco dal 2004 è un luogo ancora poco noto, dove non si incontrano orde di visitatori, e in lotta con la natura delle piante che crescono tutto intorno ma che gli regala un colo-

re verde intenso. Ferita dai tombaroli, ancora oggi è un libro aperto sulla civiltà etrusca. Un museo scolpito nel tufo, dove ci si perde tra la Tomba dei Capitelli e quella delle Cornici, per rimanere a bocca aperta davanti a quella dei Rilievi.

Sicuramente in questa vastissima area c’è ancora tanto da scavare e da scoprire. Sebbene, come mi dice il pensionato Nello, che incontro di nuovo all’uscita, «caro mio, il problema qui non è scavare, ma proteggere e tutelare». Si infila gli occhiali da sole, si sistema i capelli passandoci la mano e, dopo essersi abbottonato la giacca, prende di nuovo sotto braccio la moglie, rimasta in silenzio fino a quel momento, quando – prima di andare – guarda il marito e dice: «Nello, non fare il sapientone. La frase più bella sulla Banditaccia la detta Piero Angela: Magica è la parola che sceglierei per descrivere questo luogo».

Informazioni

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Swiss Visio Bellinzona

Tartare di avocado su chips di patate dolci

Ingredienti

Antipasto

Ingredienti per 4 persone

1 grossa patata dolce da circa 400 g

2 c d’olio d’oliva

sale

pepe

120 g di edamame sgusciati surgelati

1 piccola cipolla rossa

1 c di capperi

2 avocado maturi

1 c di senape granulosa

1 c di succo di limetta

4 c di panko (pangrattato giapponese)

1 c di semi di sesamo nero fleur de sel

3 c di chicchi di melagrana qualche rametto di coriandolo o prezzemolo fresco

Preparazione

1 Scaldate il forno ventilato a 160 °C.

2 Lavate bene le patate dolci senza sbucciarle. Tagliatele a fettine sottili di circa 1,5 mm con o senza l’affettaverdure.

3 Mescolate la metà dell’olio con il sale e il pepe, poi marinate le patate con la miscela. Disponete le fettine singolarmente su una teglia foderata con carta da forno.

4 Cuocete in forno per 20-25 minuti, finché le fettine si sono ammorbidite e risultano leggermente croccanti. Controllate bene che siano croccanti, senza che diventino troppo scure. Se occorre, riducete la temperatura a 120 °C negli ultimi 5-10 minuti di cottura, poi lasciatele raffreddare.

5 Lessate gli edamame in acqua salata per 5-6 minuti. Scolate e lasciateli raffreddare.

6 Tritate finemente la cipolla e i capperi.

7 Dimezzate gli avocado, levate il nocciolo, staccate dalla buccia la polpa e tagliatela a piccoli dadini. Mescolateli con gli edamame, i capperi e le cipolle. Condite con la senape, il succo di limetta, il sale e il pepe.

8 Tostate il panko e il sesamo a fuoco medio nell’olio restante, rimestando di continuo finché sono entrambi di un bel bruno dorato. Condite con fleur de sel, poi lasciate raffreddare su un po’ di carta da cucina.

9. Distribuite nei piatti le fettine di patata dolce. Farcitele con 2-3 cucchiai di tartare di avocado, versandola in un anello per torte. Premete leggermente sulla tartare e poi levate l’anello. Cospargete con il crumble al sesamo e al panko, poi guarnite con i chicchi di melagrana e le erbe. A piacimento, guarnite anche con dei cucunci (frutti di cappero).

Consiglio utile

Se non avete un anello per torte, potete utilizzare un grande tagliabiscotti rotondo.

Preparazione: circa 20 minuti. Cottura in forno: circa 20-25 minuti

Per bicchiere: circa 9 g di proteine, 21 g di grassi, 29 g di carboidrati, 360 kcal

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Sul sito dedicato a Migusto si trovano i suggerimenti per preparare molti altri piatti gustosi: migusto.migros.ch

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Robinson Crusoe e l’arte di vivere

Colpo critico ◆ Dadi, tesori e improvvise scoperte, per imparare che dentro di noi abita uno straniero e che giocare significa anche riconoscere l’alterità degli altri

Perché giochiamo? La domanda potrebbe essere: perché scriviamo, suoniamo, disegniamo fotografiamo?

Ma anche: perché alziamo gli occhi verso le nuvole, persi nelle nostre fantasticherie? Non c’è una sola risposta, naturalmente. È interessante tuttavia porsi il problema in questo modo, perché di solito si tiene il contesto ludico su un piano diverso rispetto alle attività più o meno artistiche. Il gioco, si dice, serve a istruire i piccoli perché muovano i primi passi nella vita. È vero. Però sia gli animali, sia gli esseri umani continuano a giocare per tutta la vita. E allora? Forse il gioco serve affinché i cuccioli comincino a vedere sé stessi dentro quel grande specchio che è il mondo. Più tardi, qualcuno continuerà a farlo inseguendo un gomitolo (i gatti), altri scrivendo endecasillabi (i poeti) e altri ancora sfidandosi a scopa o a scala quaranta, come facevano i miei nonni. Il gioco, se ci pensiamo bene, ci pone davanti uno straniero: una parte di noi che non conosciamo del tutto. Ho cominciato a riflettere su questo dopo essermi immerso in Robinson Crusoe. Viaggio verso l’Isola Maledetta, un cooperativo di Joanna Kijanka e Ignacy Trzewiczek (Portal Games, 2012; in italiano Uplay, 2014). I partecipanti, da 1 a 4, sono su un’isola deserta e devono collaborare per pro-

curarsi del cibo, per fabbricare degli oggetti o per costruire dei ripari. Nello stesso tempo, cercheranno di mantenere alto il morale e di reagire a una serie di circostanze sfortunate (non dimentichiamo che l’isola è maledetta…). Prima di tutto, devono restare in vita; in alcune partite la situazione sarà tanto tesa che non riusciranno a pensare ad altro. Per ogni azione è previsto un lancio di dadi, con qualche modificatore, ma con il tempo le risorse si consumano: bisogna affrettarsi nel cogliere le occasioni quando si presentano.

Il gioco è dei cuccioli, ma poi alcuni continuano, con i gomitoli (i gatti), scrivendo endecasillabi (i poeti) o sfidandosi a scopa...

L’ambientazione è assai curata e coinvolgente, ed è tratta da Robinson Crusoe, il celebre romanzo scritto da Daniel Defoe nel 1719. Il protagonista è un marinaio che, dopo aver fatto naufragio al largo del Venezuela, approda a una spiaggia deserta. Ho sempre pensato che, con i mezzi narrativi di cui dispone, Defoe esamini la condizione dell’anima di cui parlavo prima, e cioè il fatto di riconoscere che dentro di noi abita uno straniero.

Giochi e passatempi

Cruciverba

Scoprite il nome di questo canide del Sudamerica, risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate.

(Frase: 10, 1, 4, 5, 8)

All’inizio Robinson è terrorizzato: «Non sapevo nemmeno dov’ero, se mi trovavo in un’isola o in un continente, se il luogo era abitato o disabitato, se c’era pericolo di bestie feroci o no» (D. Defoe, Robinson Crusoe, trad. di Lodovico Terzi, Bompiani 1963). Poi però trova una certa routine anche nella fatica. Finché un giorno gli accade «con enorme sorpresa di vedere sulla spiaggia l’impronta di un piede umano scalzo». Robinson rimane «folgorato», pieno di spavento. Subito si accorge della contraddizione: «Proprio io, la cui sola afflizione […] era quella di essere solo, circondato dall’oceano senza confini, tagliato fuori dal genere umano e condannato a quella che ho definito una vita di silenzio; […] io stesso, dicevo, ora stavo tremando per la paura di vedere un mio simile».

Mentre leggiamo non pensiamo a questo, e nemmeno mentre tiriamo i dadi nell’ottimo congegno ludico escogitato da Kijanka e Trzewiczek. Ma di questo si tratta: se nel gioco e nell’arte riconosciamo che dentro di noi c’è una parte estranea, allora saremo pronti a riconoscerla. Piano piano, imparando ad accogliere quella parte di noi che ci spaventa, riusciremo a comprendere anche la diversità degli altri. E se invece, tanto per rendere le cose ancora più difficili, l’isola stes-

se addirittura sprofondando? Se dovessimo salvarci, con l’aiuto degli altri giocatori, mentre l’isola scompare sotto di noi?

È il tema di Forbidden Island, creato da Matt Leacock nel 2010 per Gamewright (in italiano: Uplay, 2014). Prima si crea l’isola disponendo una serie di tessere, poi i partecipanti (da 1 a 4) dovranno recuperare dei tesori mentre la plancia si riduce sempre di più e aumenta lo spazio dell’ignoto, cioè il tavolo sgombro che simboleggia il mistero e il pericolo del mare. Qui il romanzo di Defoe non è citato direttamente, e si tratta di un

gioco molto meno complesso, meno ambientato e più famigliare. Ma si avverte bene la tensione che cresce mentre l’isola scompare. Che cosa accomuna queste due variazioni robinsoniane? Sono un riassunto della nostra vita: l’esigenza è quella di vivere, di essere sempre un po’ migliori del giorno precedente, e per farlo è necessario capire gli altri, le loro esigenze, i mezzi di cui dispongono. A questo, forse, servono i giochi: a dirci che siamo esseri umani e che perciò, con tutte le nostre paure, siamo fatti per condividere le isole deserte.

i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

ORIZZONTALI

1. Il Messia

6. Ognuno ne ha di buoni

7. Le hanno corvi e falchi

9. Un numero inglese

10. Anagramma del 9 orizzontale

11. Lo sostituiva l’usurpatore

12. Il regista di «Il dottor Zivago»

13. Si può esserlo di sudore

17. Antica divinità greca

18. Protagonista di un’opera di Virgilio

19. Lesioni

20. Un letto a Parigi

21. Pianura arida

23. Due di cuori

24. Un santo che si beve

25. Procedura burocratica

27. Vigoria oratoria

28. Subdoli uncini

VERTICALI

1. È un disinfettante

2. Agili saltatrici

3. Andate alla latina

4. Iniziali della regista Izzo

5. Sono tre sulla Terra

8. Amò Glauco 10. Fiocco rosa alla porta 12. Puliti 13. Manca allo svogliato 14. Congiungere

Soluzione della settimana precedente RISPOSTA STRATEGICA! – Un ragazzo innamorato a una ragazza: «Volevo sapere se provi qualcosa per me…» Risposta della ragazza: «MA

15. Animali domestici in Inghilterra

16. Simbolo del protoattinio

17. Un rintocco di campana

19. In, in francese

21. Nome femminile

22.

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku cliccando sull’icona «Concorsi», homepage in alto a destra Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano . Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo
L’immagine del gioco nato dal romanzo Robinson Crusoe.

8.95

La scorta di vitamine

Tutto l'assortimento Demeter per es. mele, Svizzera, al kg, 5.56 invece di 6.95 20%

4.40 invece di 6.60

Fragole Migros Bio Spagna, vaschetta da 400 g, (100 g = 1.10) 33%

1.25

Extra kiwi oro Italia, al pezzo

1.45 invece di 1.95 Avocado Migros Bio Spagna/Marocco, il pezzo 25%

a partire da 2 pezzi 20%

7.50

invece di 10.35

Datteri Marocco / Sudafrica, vaschetta da 750 g, (100 g = 1.00) 27%

Tutto l’assortimento di spinaci (prodotti Alnatura esclusi), surgelati, per es. spinaci alla panna Farmer's Best, speziati, IP-SUISSE, 800 g, 3.16 invece di 3.95, (100 g = 0.40)

Migros Ticino

3.45 invece di 4.95

Perù, sacchetto da 300 g, (100 g = 1.15) 30%

Punte di asparagi bianchi

2.25

Carote Migros Bio Svizzera, 1 kg, confezionate, (100 g = 0.23) 25%

invece di 3.–

2.95 Lattuga iceberg Migros Bio

g, (100 g = 1.34)

1.50 invece di 1.90 Patate Patatli

vaschetta da 600 g, (100 g = 0.25)

5.25

3.60

Cavolfiore Migros Bio Spagna/Italia, al kg, prodotto confezionato

3.30

Pomodori a grappolo Spagna, al kg

Proteine a volontà!

Un mare di gusto

500 g, (100 g = 0.42) 20x

2.10 Riso al gelsomino bio Alnatura

Ideale con

Si abbina particolarmente bene ai piatti asiatici

13.95

invece di 19.95

Gamberetti tail-on cotti Pelican, ASC prodotto surgelato, in conf. speciale, 750 g, (100 g = 1.86) 30%

2.40

invece di 3.–Mango Extra Brasile/Perù, il pezzo 20%

13.95 invece di 23.80

Trancio di salmone M-Classic, ASC d'allevamento, Norvegia, 400 g, in self-service, (100 g = 3.49) 41%

Dalla Svizzera

7.95

invece di 15.90

Cozze fresche M-Classic, MSC pesca, Paesi Bassi, 2 kg, in self-service, (1 kg = 3.98) 50%

da 2

Pizze dal forno a legna Anna's Best, refrigerate Prosciutto, lardo & cipolle o Pomodorini e mozzarella, per es. Prosciutto, lardo & cipolle, 2 x 430 g, 9.90 invece di 13.90, (100 g = 1.15)

3.60

invece di 4.50

Filetti di pesce persico Migros senza pelle d'allevamento, Svizzera, per 100 g, in self-service, (100 g = 3.60) 20%

9.90 invece di 13.20

Merluzzo Skrei M-Classic, MSC pesca, Atlantico nordorientale, 2 pezzi, 300 g, in self-service, (100 g = 3.30) 25%

10.95 invece di 15.90 Bastoncini di merluzzo Pelican, MSC prodotto surgelato, 2 x 720 g, (100 g = 0.76)

DI RIDUZIONE Cornatur scaloppina al limone e pepe o scaloppina caprese, per es. scaloppina al limone e pepe, 2 x 220 g, 7.90 invece di 9.90, (100 g = 1.80) conf. da 2

3.95 Puffs all'aglio orsino V-Love

Per onnivori e vegani

Da allevamento rispettoso

7.20 invece di 8.50 Büscion di capra 200 g, (100 g = 3.60) 15%

4.50 Uova di Pasqua svizzere da allevamento all'aperto con mini Aromat, 8 x 50 g+

Tutti gli yogurt Bifidus per es. fragola, 150 g, –.64 invece di –.75, (100 g = 0.54) 15%

Formaggio fresco alla doppia panna Kiri o Dippi in confezioni speciali, per es. formaggio fresco doppia panna, 24 porzioni, 432 g, 7.40 invece di 9.30, (100 g = 1.71) 20%

Caffè Latte Emmi per es. macchiato, 230 ml, 1.72 invece di 2.15, (100 ml = 0.75)

DELIZIEdelicate...

2.70

2.30

di 2.75

Torta di carote e tranci di torta di carote per es. tranci di torta di carote, 2 pezzi, 140 g, 2.80 invece di 3.50, prodotto confezionato, (100 g = 2.00) 20%

scuro bio cotto su pietra

2.80

Tutte le paste in blocco, già spianate e non spianate, Migros Bio, refrigerate per es. pasta per crostate già spianata, 270 g, 1.84 invece di 2.30, (100 g = 0.68)

2.70 invece di 3.40

Bastoncini alle nocciole Petit Bonheur 4 pezzi, 220 g, prodotto confezionato, (100 g = 1.23)

1.60 Panino di Sils al caramello 100 g, in vendita sfusa

e irresistibili!

8.70

invece di 13.20

Biscotti rotondi Chocky M-Classic al latte o al cioccolato, 4 x 250 g, (100 g = 0.87) conf. da 4 34%

a partire da 2 pezzi 20%

Gelato su stecco Mega Star in confezioni multiple, per es. Almond, 6 x 120 ml, 7.76 invece di 9.70, (100 ml = 1.08)

9.95

Ferrero die Besten in conf. speciale, 269 g, (100 g = 3.70)

Tutto l’assortimento Haribo per es. Kinder-Party, 250 g, 2.77 invece di 3.95, (100 g = 1.18) a partire da 3 pezzi 30%

Tutti i praliné Frey a scelta (confezioni multiple escluse), per es. Pralinés du Confiseur, 147 g, 7.13 invece di 9.50, (100 g = 4.85) a partire da 2 pezzi 25%

20x CUMULUS

Palline Lindor Spring Edition e ovetti al pistacchio, Lindt per es. Easter Spring Edition, 200 g, 12.95, (100 g = 6.48)

Gioco e coniglietto di Pasqua Frey gioco dell'oca incluso, 110 g, (100 g = 9.05)

4.95

Knoppers Big Spender in conf. speciale, 15 pezzi, 375 g, (100 g = 1.32)

8.40 Rochelino Blond Frey 180 g, (100 g = 4.67) 20x CUMULUS NOVITÀ

Fai la scorta

a partire da 2 pezzi 2.–DI RIDUZIONE

17.80 invece di 19.80

Tutte le capsule Delizio, 48 pezzi per es. Lungo Crema, (100 g = 6.18)

conf. da 2 21%

5.95

invece di 7.60

Salse liquide Thomy per es. salsa olandese, 2 x 250 ml, (100 ml = 1.19)

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i caffè Bertschi, Vicafé e Onesto per es. miscela della casa Vicafé, 350 g, 10.36 invece di 12.95, (100 g = 2.96)

conf. da 6 22%

Fette di ananas Sun Queen in confezioni multiple, 6 x 140 g o 3 x 340 g, per es. 6 x 140 g, 6.– invece di 7.70, (100 g = 0.71)

La stagione delle grigliate si avvicina

conf. da 4 25%

5.40

invece di 7.20

Zucchero fino cristallizzato M-Classic Cristal, IP-SUISSE 4 x 1 kg

4.95

Salsa Tartare Heinz 400 g, (100 ml = 1.24) 20x

a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i tipi di ketchup, maionese e salse BBQ, Heinz nonché le salse per grigliate Bull's Eye per es. Ketchup Heinz, 500 ml, 2.64 invece di 3.30, (100 ml = 0.53)

conf. da 2 33%

Lasagne La Trattoria prodotto surgelato, verdi o alla bolognese, per es. verdi, 2 x 600 g, 6.95 invece di 10.40, (100 g = 0.58)

20%

Tutto l'assortimento Demeter (latte Pre e latte di tipo 1 esclusi), per es. cuori di carciofo, 180 g, 5.56 invece di 6.95, (100 g = 3.09)

a partire da 2 pezzi

25%

Tutte le confetture Fruits Suisses e Satin, Belle Journée per es. Fruits Suisses ai frutti di bosco IP-SUISSE, 350 g, 3.64 invece di 4.85, (100 g = 1.04)

a partire da 2 pezzi

20%

Tutto l'assortimento di riso bio (escl. Alnatura), per es. basmati, 1 kg, 4.20 invece di 5.25, (100 g = 0.42)

20%

Tutti i tipi di pasta, i sughi per pasta e le conserve di pomodoro, Migros Bio e You (prodotti Alnatura e Demeter esclusi), per es. penne integrali Migros Bio, 500 g, 1.72 invece di 2.15, (100 g = 0.34)

a partire da 2 pezzi 25%

Tutti i cereali e i semi per la colazione Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. fiocchi d'avena svizzeri, fini, 400 g, 1.35 invece di 1.80, (100 g = 0.34)

Tutti i tipi di olio e aceto, Migros Bio per es. olio d’oliva greco, 500 ml, 8.76 invece di 10.95, (100 ml = 1.75) 20%

a partire da 2 pezzi 20%

Tutta la quinoa, le lenticchie, i ceci e il couscous, Migros Bio (articoli Alnatura esclusi), per es. lenticchie rosse, 500 g, 2.24 invece di 2.80, (100 g = 0.45)

Biodiversità, allevamento rispettoso della specie e cicli chiusi contraddistinguono l’agricoltura biologica. Dal 2022 collaboriamo ancora più strettamente con Bio Suisse e da allora stiamo convertendo tutti i prodotti bio svizzeri alla Gemma, uno dei marchi di qualità più severi al mondo.

Riduzioni che dissetano

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Snack e aperitivi

Chi ha voglia di sgranocchiare?

Snack in diverse varietà

Popcorn M-Classic
al cioccolato o al caramello, 100 g, –.76 invece di –.95
Salatini da aperitivo Gran Pavesi per
Tortilla Chips Migros Bio Nature,

Bellezza senza prezzo

conf. da 3 33%

Prodotti per la doccia Nivea o Nivea Men per es. Creme Soft, 3 x 250 ml, 7.– invece di 10.50, (100 ml = 0.93)

Tutte le testine di ricambio per spazzolini elettrici Philips per es. Sonicare Pro Results, 2 pezzi, 17.56 invece di 21.95, (1 pz. = 8.78) 20%

conf. da 2 25%

Deodoranti Nivea o Nivea Men per es. roll-on Dry Impact, 2 x 50 ml, 5.60 invece di 7.50, (100 ml = 5.60)

conf. da 4

a partire da 2 pezzi 25%

Tutto l'assortimento Pedic e Compeed (confezioni da viaggio escluse), per es. crema Cura intensa, 75 ml, 3.38 invece di 4.50, (10 ml = 0.45)

Salviettine cosmetiche Linsoft, FSC® 4 x 150 pezzi

conf. da 3 33%

conf. da 2 25%

Docciaschiuma, lozioni per il corpo e creme per le mani, Kneipp in confezioni multiple, per es. lozione per il corpo ai fiori di mandorlo, 2 x 200 ml, 14.90 invece di 19.90, (100 ml = 3.73)

Tutto l'assortimento di prodotti per la cura delle labbra per es. Labello Original, 2 pezzi, 3.16 invece di 3.95, (10 g = 3.29) 20%

Salviettine cosmetiche e fazzoletti, Linsoft, FSC® in confezioni multiple o speciali, per es. salviettine cosmetiche in scatola quadrata, 3 x 90 pezzi, 4.60 invece di 6.90

Body Butter e Body Souffle, Arad per es. Body Butter burro di karité olio di mandorle, 250 ml, 15.95, (100 ml = 6.38)

20x

6.80 Shampoo o balsamo Sante Perfect Curls per es. shampoo, 250 ml, (100 ml = 2.72)

(100 ml = 2.75)

doccia Goodness

& Harding

Bean & Neroli o Lavender & Bergamot,

Il siero ringiovanente Nivea Cellular Epigenetics inverte l’invecchiamento della pelle in 2 settimane: per un aspetto più luminoso, più tonico e più giovane. Il rivoluzionario ingrediente Epicelline® riattiva le funzioni di giovinezza delle cellule cutanee e combatte i dieci segni dell’invecchiamento della pelle.

Siero Epigenetics e crema giorno rinfrescante, Nivea per es. siero Epigenetics, 15 ml, 21.95, (10 ml = 14.63)

Una sferzata di freschezza per la tua casa

3.85

38 x 40 cm, in confezione speciale, 15 pezzi 50%

Panni polivalenti Clean

invece di 7.75

2.50

Strofinacci in microfibra Clean

30 x 37 cm, disponibili in verde o rosa, 4 pezzi

69.95 Idropulitrice K2

Universal Kärcher il pezzo

Spugne detergenti Clean in confezioni multiple o speciali, per es. strong, 6 pezzi, 2.60 invece di 3.90 33%

8.90

invece di 10.50

Rivestimento per asse da stiro Home disponibile in beige a righe, fino a max. 124 x 45 cm, il pezzo 15%

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Lavavetri WV 1 Plus Kärcher il pezzo

39.95

Miniaspirapolvere a batteria CVH 2 Kärcher il pezzo

i detersivi Elan

per bucato Discs Persil

le pulizie può rendere felici! Gli studi dimostrano che una bella casa dà un senso di controllo e di calma, riduce lo stress e simboleggia un nuovo inizio. Questo, a sua volta, favorisce la salute mentale. Un buon motivo per iniziare subito le pulizie di primavera!

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Con motivo decorativo

Carta per uso domestico Twist, FSC® Style, Classic o Deluxe, in conf. speciale, per es. Style, 12 rotoli, 12.15 invece di 17.40 30%

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79.95

Macchina per caffè in capsule Delizio Brava disponibile in cream white o black, il pezzo

Detersivo per bucato in gel, in polvere o Power Bars, Persil in confezioni speciali, per es. Gel Universal, 3,6 litri, 24.50 invece di 49.60, (1 l = 6.81) 50%

Batterie e caricatori, Energizer per es. batteria NiMH Extreme AA 2300 mAh, 2 pezzi, 14.36 invece di 17.95, (1 pz. = 7.18) 20%

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Mutandine per bambini rosa, tg. 134/140–170

Panno millecoccole e carillon, Milette per es. panno millecoccole, il pezzo, 12.95

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Prodotti per la cura del bebè Lavera per es. Wash Lotion & Shampoo, 200 ml, 6.50, (100 ml = 3.25)

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20x CUMULUS

3.95 Inserti per l'allattamento Milette, ultrasottili 30 pezzi

19.95 Ciabatte Comfort unisex Essentials beige, n. 36–45, il paio

Comfort e stile per tutto il giorno

Tutto l'assortimento di valigie e accessori da viaggio (articoli Hit esclusi), per es. trolley Glider disponibile in diversi colori, taglia S, il pezzo, 55.96 invece di 69.95

Tutto l'assortimento di alimenti e snack

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Acqua minerale Vittel

6 x 1,5 litri, (100 ml = 0.04), offerta valida dal 5.3 all'8.3.2026

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