Cooperativa Migros Ticino
G.A.A. 6592 Sant’Antonino
Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 07 dicembre 2015
Azione 50
Società e Territorio Condividere le difficoltà: l’esperienza dei gruppi di autoaiuto
Politica e Economia Nella guerra al terrorismo Mosca torna protagonista
Ambiente e Benessere L’estetica medica diventa sempre più parte integrante delle esigenze sociali dei nostri tempi. Ce ne parla il dottor Giorgio Bronz, chirurgo estetico plastico e ricostruttivo
Cultura e Spettacoli Una sala piena di sole in cui promuovere l’arte dello sticker
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Clima, a Parigi la svolta? Prendiamoci un aperitivo di Peter Schiesser
di Alessia Brughera
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Sapremo a fine settimana se le speranze e quel certo ottimismo della vigilia sull’esito della Conferenza sul clima di Parigi sono giustificati. Segnali che questa volta si possa finalmente superare lo stallo subentrato dopo la fallimentare conferenza di Copenhagen, nel 2009, non sono mancati. In particolare si sono notati quelli in favore di un serio impegno a finanziare il «trasferimento tecnologico» dal primo al terzo mondo, affinché le nazioni povere e ancor di più quelle emergenti possano trasformare le loro economie, che oggi si reggono essenzialmente sulle energie fossili. Inoltre, dopo l’impegno annunciato l’anno scorso dal presidente americano Obama e da quello cinese Jingping a coalizzarsi nella lotta al surriscaldamento dell’atmosfera, sembra si stia sgretolando il muro che opponeva i Paesi industrializzati al resto del mondo: se nel 1992 a Rio, nel 1997 con il Protocollo di Kyoto, e poi ancora a Copenhagen nel 2009 i Paesi emergenti e quelli poveri chiedevano di essere esentati dall’obbligo di ridurre le proprie emissioni di gas a effetto serra, poiché responsabili dello stato attuale del clima sono i Paesi che si industrializzarono per primi, oggi Cina, Russia, e tanti altri Stati sono consapevoli (o perlomeno taluni lo dichiarano) che ognuno deve fare la sua parte. Resta l’incognita India: oggi terzo produttore di CO2, capeggia quella frangia di Paesi che non vuole rinunciare alle energie fossili (carbone, in primis) per sviluppare le proprie economie. A parere di molti, l’esito della Conferenza di Parigi dipenderà proprio dal primo ministro indiano, Narendra Modi. Tuttavia, anche se la Conferenza di Parigi dovesse concludersi positivamente, saremmo solo all’inizio di un processo lungo, difficile e dall’esito incerto. L’ambizioso obiettivo, definito a Cancun nel 2010, di limitare l’aumento della temperatura dell’atmosfera a due gradi Celsius rispetto ai tempi precedenti la rivoluzione industriale potrà solo limitare e non evitare le gravi conseguenze dei mutamenti climatici (che ora si cominciano a vedere, secondo diversi esperti): sul lungo periodo i mari si innalzerebbero comunque di almeno 60-70 centimetri minacciando innumerevoli città costiere, rendendo inabitabili numerose piccole isole, inondazioni e siccità colpirebbero numerose e vaste regioni del mondo. La Conferenza di Parigi potrà al massimo ambire ad evitare la catastrofe planetaria. Le premesse per riuscirci ci sono. Gli ostacoli da superare dopo Parigi anche. Probabilmente, purtroppo, non ci sarà un trattato internazionale vero e proprio, poiché a Washington i repubblicani, con una maggioranza in entrambi i rami del Congresso, si rifiuterebbero di ratificarlo – e Obama non vuole rischiare una simile figuraccia. Né i 30’000 diplomatici e negoziatori dei 197 Stati riuniti a Parigi vorranno seguire l’invito, fatto in questi anni dagli scienziati del clima, di imporre un tetto massimo alle emissioni di CO2, perché la maggioranza a pagina 31
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