Azione 46 del 9 novembre 2015

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 09 novembre 2015

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Azione 46

Società e Territorio Parlare all’incontrario: una tradizione orale di Mendrisio

Ambiente e Benessere Errori medici: in Svizzera sono causa di oltre mille decessi all’anno. La prevenzione può aiutare a evitare questo pericolo. Ce ne parla il professor Marco Pons

Politica e Economia Turchia, a sorpresa Erdogan ottiene la maggioranza assoluta

Cultura e Spettacoli Artista non è uguale ad artista: una ricognizione parigina

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di Claudio Visentin pagina 15

Lwp Kommunikáció

Il viaggio, rito di passaggio

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Siria, il ritorno di Teheran di Peter Schiesser Il primo incontro a Vienna, il 30 ottobre, dei ministri degli esteri di Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Unione europea, Turchia, ONU ed altri ancora, ma soprattutto di Iran e Arabia Saudita, in un nuovo tentativo di trovare una soluzione diplomatica alla guerra in Siria, non ha prodotto decisioni concrete, ovviamente. Non c’era da attendersi soluzioni magiche dopo oltre 4 anni e mezzo di guerra, anzi di guerre tra una moltitudine di fazioni e di attori internazionali diversi, costati la vita a centinaia di migliaia di persone e costretto la metà della popolazione a fuggire di casa. E poi, i siriani, Assad e i suoi variegati avversari, non sono neppure stati invitati. Il vero e straordinario successo è stata la partecipazione dell’Iran allo stesso tavolo di negoziati cui sedeva l’acerrima nemica Arabia Saudita (le due delegazioni sono state messe a sedere in modo da non vedersi): è stato il riconoscimento formale all’Iran dello status di potenza regionale e del suo ritorno sulla scena internazionale. Senza l’accordo sul nucleare del 14 luglio scorso, ciò non sarebbe stato pensabile. Ma, altrettanto, non è pensabile trovare una qualsiasi

soluzione al conflitto in Siria senza il coinvolgimento della Persia, maggiore alleato del presidente Assad. Diciamo che ora si può cominciare a ragionare seriamente su come fermare quel bagno di sangue. Con tutte le incognite del caso, poiché è difficile immaginare oggi un processo di pacificazione condiviso: chi va a disarmare le differenti milizie? Chi spinge Assad a lasciare il potere? Essendo una guerra alimentata da varie potenze regionali, con armi, soldi e spesso anche uomini, basterebbe che queste smettessero di alimentarla? Forse non del tutto, ma aiuterebbe molto. Anche se sarebbe la dimostrazione che quella in Siria era diventata anche una loro guerra. Intanto, accettando la presenza dell’Iran ai negoziati internazionali, l’Amministrazione Obama ha confermato una volta di più la sua strategia: visti i disastri collezionati con le guerre in Afghanistan e Iraq, persino con il sostegno esterno al rovesciamento di Gheddafi, l’America intende mostrare i muscoli (e usarli) solo dove gli interessi nazionali sono sfidati direttamente; negli altri casi si negozia, magari facendo pressione con sanzioni economiche, e lasciando che gli attori regionali si assumano maggiori responsabilità. L’Ucraina e la Crimea, periferia dell’Europa ma non dell’America, non sono valse

un confronto armato con la Russia, le sanzioni economiche erano lo strumento più adeguato. Come tale si sono rivelate quelle imposte all’Iran, che infine ha accettato un accordo sul nucleare. Il premier israeliano Netanyahu non ha nessuna intenzione di negoziare seriamente con i palestinesi? Si arrangino un po’ fra di loro, quando saranno pronti l’America faciliterà i negoziati. Ma dove l’ordine mondiale americano corre pericoli seri, allora si investe forza e diplomazia. La presenza della marina militare americana in acque reclamate dalla Cina e la nascita della Trans-Pacific Partnership con i Paesi che si affacciano sul Mar Cinese sono segnali eloquenti a Pechino: si è disposti a difendere con la forza il libero accesso ai mari, al contempo si consolidano i legami commerciali con l’area circostante la Cina, cui si lascia aperta la possibilità di partecipare alla nuova Partnership, ma secondo le regole della pax economica americana. Tutt’altro, rispetto a quanto sta facendo la Russia di Putin. Dopo Crimea e Ucraina orientale, ecco l’intervento militare in Siria: a quanto pare, se in Siria gli Stati Uniti vogliono evitare un nuovo Vietnam, i russi non temono un nuovo Afghanistan. Vedremo quale dei due approcci porterà i frutti più sani.


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