Azione 43 del 19 ottobre 2015

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 19 ottobre 2015

M sh alle p opping agine 45-4 9/

Azione 43

Società e Territorio La Fondazione Vacanze in edifici storici compie dieci anni

Ambiente e Benessere Riciclaggio: i vestiti raccolti nei cassonetti non vengono regalati ma commercializzati per sostenere progetti sociali in Ticino e in altri Paesi

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Politica e Economia Diritti umani: a Lugano si è conclusa la 2. edizione del Festival dedicato al tema

Cultura e Spettacoli Benvenuto LAC, con una mostra in cui Nord e Sud si incontrano

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Natalino Russo

Il tesoro nascosto dei rancheros

di Natalino Russo pagina 14

L’Intifada dei giovanissimi di Peter Schiesser Israeliani e palestinesi alla vigilia di una terza Intifada? È il timore che da un mese a questa parte sta crescendo, e non solo in Israele: in un momento storico in cui i conflitti in Medio Oriente raggiungono un apice mai visto in precedenza (estesosi ora anche alla Turchia, come descrive Marcella Emiliani a pagina 25), una nuova, sanguinosa rivolta palestinese sarebbe veleno per un processo di pace che non è mai più decollato dopo la seconda Intifada, a metà degli anni Duemila. Ma di che natura è questa nuova protesta, che finora ha causato la morte di 7 ebrei e una trentina di palestinesi, giovani o giovanissimi? È una rivolta che nasce da una disperazione radicata in un substrato di odio, dalla mancanza di prospettive della gioventù palestinese – come scrivono alcuni commentatori israeliani. Sono ventenni, alcuni anche minori (fra le vittime anche un tredicenne che si era avventato contro dei militari israeliani, ucciso con una ventina di pallottole), che colpiscono a caso, a colpi di coltello o investendo le vittime con l’automobile. Giovani, spesso studenti, consapevoli di

sacrificare la vita con uno scatto di violenza senza prospettiva alcuna, vista la superiorità delle forze dell’ordine israeliane e dell’esercito (la metà degli assalitori ha fin qui perso la vita). Una rivolta strisciante, contagiosa, che a Gerusalemme e dintorni, dove è scoppiata, crea un’atmosfera di paura e tensione in entrambe le comunità, e che potrebbe molto presto coinvolgere tutto Israele, la Cisgiordania e Gaza. La reazione israeliana è durissima: gli assalitori vengono uccisi piuttosto che arrestati, si erigono blocchi stradali, i villaggi e i quartieri da cui provengono gli assalitori sono sottoposti a blocco e puniti collettivamente, le case dei famigliari rase al suolo, migliaia di poliziotti e soldati vengono stazionati nei punti nevralgici di Gerusalemme. Ma questa dimostrazione di forza non può nascondere uno sconcerto di fondo: come fermare una rivolta che, a differenza della prima e della seconda Intifada, non è controllata né dall’Autorità palestinese, né da Hamas, le due forze palestinesi che si dividono la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, né da gruppi islamici? Come combattere le cause di una rivolta di una generazione con un titolo di studio in tasca ma nessuna speranza in un futuro migliore, senza sciogliere i nodi che impediscono una pace fra ebrei e palestinesi?

In Israele, a leggere i commenti sui giornali, c’è una certa consapevolezza delle radici di questa ondata di violenze, ma nessuno sa come calmare gli animi in una situazione che sfugge al controllo di ogni potere, israeliano o palestinese che sia. La speranza è che si riesca in qualche modo a gestire questa nuova emergenza senza che la rivolta si generalizzi e venga poi sostenuta da altre forze e con altri mezzi (fra gli israeliani aleggia il ricordo dei kamikaze che li terrorizzarono durante la seconda Intifada). Ma i segnali non sono positivi: fra i palestinesi, i giovani uccisi sono visti come vittime, non come aggressori, e assurgono subito a simbolo di un’eroica resistenza contro l’occupazione israeliana; mentre il governo israeliano asserisce che le cose non potranno cambiare finché non si cessa di istillare l’odio contro gli ebrei nei bambini e nei giovani palestinesi. E su questa dicotomia di vedute non è possibile costruire ciò che negli ultimi vent’anni, dopo gli accordi di pace di Oslo del 1993 scaturiti in risposta alla prima Intifada del 1987, è stato sistematicamente distrutto. Da sottolineare che ancora una volta l’America di Barack Obama sta alla finestra, diversamente da quanto faceva Bill Clinton ai tempi di Sharon e Arafat.


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