Cooperativa Migros Ticino
G.A.A. 6592 Sant’Antonino
Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 27 luglio 2015
Azione 31 63 ping M shop ne 41-47 / 58i alle pag
Società e Territorio Prevenire la violenza giovanile: un dovere degli adulti
Ambiente e Benessere Dopo la sconfitta di King Roger dove si sarà rifugiata Donna Michelle, presidentessa del Federer Fans Club di Via Collinetta?
Politica e Economia Trattative segrete sull’Afghanistan per riportare i talebani al governo
Cultura e Spettacoli Serodine alla Pinacoteca Züst di Rancate: una mostra che suscita qualche perplessità
pagina 19
pagina 2 pagina 23
pagina 33
Paolo Brovelli
Namibia, giurassica e polverosa
di Paolo Brovelli pagina 9
Foto di famiglia attorno alla tavola di Alessandro Zanoli La logica della distribuzione di posti, nelle grigliate estive all’aperto tra amici, può aprirsi a sorprese interessanti. A noi stasera, arrivati in ritardo, è capitato di sederci di fronte alla più anziana tra i presenti, in un angolo un po’ lontano dalla compagnia più giovane, più vivace e chiacchierona. La signora Luisa, invece, si è messa un po’ in disparte e dev’essere che le capita spesso, ormai. Per quella forma di silenziosa consapevolezza che gli anziani sviluppano nel tempo, quel timore di disturbare che da qualche parte è anche un modo educato per preservare la propria tranquillità. Quando iniziamo a chiacchierare, però, ci vuole un attimo perché la sua attenzione si risvegli. Dopo i convenevoli e le presentazioni di rito, il discorso si volge naturalmente al passato. Le lancette degli orologi iniziano a girare all’indietro e ci portano ad un Ticino di sessant’anni fa. La signora Luisa è arrivata qui nel 1955. Prima abitava in un paesino della Brianza, vicino ad Arcore. «All’epoca non si immaginava cosa sarebbe diventato» commenta sorniona, alludendo alle vicende recenti che hanno dato popolarità a quel nome. Era una zona di
campagna, economicamente animata però da alcune industrie manifatturiere. Trovare un lavoro in fabbrica era come vincere al lotto: «Quando sono riuscita a portare a casa il mio primo stipendio mensile, toccavo il cielo con un dito». Guadagnava una lira e 25, dice. Finita la giornata nello stabilimento («quando poi il Duce aveva introdotto il sabato fascista eravamo tutte contentissime: anche se era fascista, era un giorno in meno da stare in fabbrica» dice ridendo) tornando a casa, cominciava invece la vita contadina: la vita normale... Dopo il matrimonio, negli anni 50, a suo marito fu offerta la possibilità di lavorare alla stazione di Chiasso. Era ferroviere e la prospettiva era quella di guadagnare qualche franco di più, pure se, in cambio, avrebbe avuto l’obbligo di trasferirsi a Chiasso. «Partire era stato difficile. La Chiasso di allora era tutt’altra cosa, rispetto ad oggi. C’erano ancora i binari del tram. Mi ricordo che ci mettevamo alla finestra io e mio figlio piccolissimo, e guardavamo le macchine passare sul corso. Contavamo quelle con la targa di Milano...». Nella cittadina, proprio in virtù del suo particolare statuto di zona di confine, erano ospitate una serie di istituzioni italiane, i cui dipendenti
godevano di un regime particolare. D’altro canto, proprio in quegli anni la comunità locale stava godendo dei benefici influssi della congiuntura economica, e il borgo si trasformava in una piccola città. «Ci conoscevamo quasi tutti, si viveva bene, si andava d’accordo» dice Luisa, che forse qui abbellisce un po’ il ricordo, ma glielo concediamo. Rivedendo la fisionomia della Chiasso odierna, quella che sembra un po’ sconvolta dalla presenza dei richiedenti l’asilo, ci rende conto in realtà che molto del suo profilo di comune dinamico, laborioso, attivo è stato proprio reso possibile dalla presenza di persone provenienti dalle povertà più diverse. Qui hanno trovato, se non la ricchezza, perlomeno il modo di vivere un’esistenza tranquilla, in una comunità accogliente e aperta sulla frontiera. Lo sguardo corre, del resto, agli altri commensali che, insieme a noi e Luisa, condividono questa bella riunione tra amici. Ci sono ticinesi di origine slava, veneta, lombarda, argentina, francese: una tavolata la cui componente multiculturale è ricca e che, in effetti, è veramente unica. Sarà merito della buona cucina, sarà merito della serata fresca, ma il pregio di queste belle occasioni è che sanno farci riflettere su quel che siamo stati e quello che potremmo ancora diventare.