Azione 27 del 29 giugno 2015

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 30 giugno 2015

Azione 27 M sh alle p opping agine 33-4 1/

Società e Territorio Architettura dello spettacolo: i cinema storici ticinesi

Ambiente e Benessere Assisteremo ancora all’avvento di un’epidemia globale? In realtà la vera questione non è se, ma quando ciò avverrà

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Politica e Economia Gli scenari dell’eurozona e del progetto europeo se la Grecia rischia il default

Cultura e Spettacoli Al Museo Vela di Ligornetto l’opera di Adèle d’Affry

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Stefano Spinelli

Nell’ingranaggio dell’opera lirica

di Sara Rossi Guidicelli pagina 6

Libera circolazione, tra numeri e scetticismo di Peter Schiesser In un frangente storico in cui la maggioranza degli svizzeri sembra voler cedere alla tentazione di chiudere le frontiere ai lavoratori stranieri e agli influssi provenienti dalla circostante Europa, ecco puntuale il rapporto dell’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone (l’undicesimo) a ricordarci con dati concreti come si è sviluppata l’immigrazione dall’entrata in vigore della libera circolazione nel 2002, quale impatto ha avuto sulla crescita economica, sull’evoluzione dei salari e della disoccupazione. Nessuno può dire come sarebbe evoluta l’economia elvetica senza accordi bilaterali, fatto sta che dal 2002 il Prodotto interno lordo svizzero è cresciuto in media dell’1%, il doppio rispetto all’eurozona, e sono stati creati 700mila nuovi posti di lavoro, 250mila dei quali occupati da residenti. Fatte le debite eccezioni (Ticino in primis), nella maggior parte dei cantoni non ci sono state ripercussioni né sui salari né sulla disoccupazione. Intanto il voto del 9 febbario 2014 sembra aver generato delle prime conseguenze, che il rapporto della SECO evidenzia: il saldo migratorio per il 2014 fa stato di 73’000 im-

migrati in più, di cui 50’600 cittadini dell’Ue. Ciò equivale ad un calo della crescita del 25% di lavoratori dall’Ue. Si contano soprattutto meno tedeschi, ma più italiani, spagnoli, portoghesi – anch’essi con buone qualifiche e titoli accademici. È conseguenza dell’incertezza sul futuro degli accordi bilaterali? È un rallentamento temporaneo? Complessivamente la Svizzera resta comunque attrattiva agli occhi dei lavoratori dell’Ue, per buona pace dei settori economici svizzeri, che hanno fame di cervelli. Una storia di successo? Nei grandi numeri sì, ma nella percezione popolare e in determinate regioni molto meno. Infatti, l’impressione è che questi dati positivi, frutto di analisi di numerosi esperti, con il coinvolgimento del mondo economico, rimbalzino su una coltre di scetticismo popolare, fatta di sensazioni ed esperienze soggettive elevate a tendenze generali: il cittadino medio parla una lingua diversa da quella degli esperti della Segreteria di Stato per l’economia – la cui voce è ancora più difficile da intendere qui in Ticino, a veder le reazioni piccate ad un paio di interviste alla direttrice Marie Gabrielle Ineichen-Fleisch. Tra macroeconomia e microstoria individuale c’è un fossato ancora troppo ampio. Può essere colmato, ma anche allargarsi, se non si riesce a comunicare i

vantaggi (oltre gli svantaggi) della libera circolazione. Perciò sarebbe certamente utile tener conto sia di quanto di interessante c’è nei numeri della Seco, sia delle esperienze quotidiane della popolazione di un cantone di confine come il Ticino che, davanti a Ginevra e Basilea, subisce le più severe conseguenze della libera circolazione. I confederati potrebbero così capire meglio il Ticino, i ticinesi forse potrebbero riconoscere che questa immigrazione premia, con l’arrivo di lavoratori qualificati, le economie e le aziende che puntano sul valore aggiunto e punisce quelle a scarso valore aggiunto, che sopravvivono grazie ad una manodopera poco qualificata e mal pagata. E onestamente dovremmo ammettere che questa nostra debolezza strutturale non è colpa degli accordi bilaterali. Come è un problema tutto ticinese se il datore di lavoro locale mette sotto pressione i suoi dipendenti ricordando loro che fuori della porta aspettano frontalieri volonterosi e a basso costo... Forse al Ticino servirebbe un riorientamento industriale (basta aziende a scarso valor aggiunto), una maggiore consapevolezza delle interdipendenze locali, nazionali e internazionali su cui si regge anche la nostra realtà economica, e un nuovo patto sociale tra padronato e lavoratori.


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