Cooperativa Migros Ticino
G.A.A. 6592 Sant’Antonino
Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 15 giugno 2015
Azione 25
Società e Territorio Quarantadue anni di insegnamento: l’esperienza della maestra Laura Cassina Notari
Ambiente e Benessere La medicina a confronto con il grave problema della resistenza batterica agli antibiotici
Politica e Economia G7 senza la Russia: in Baviera clima da guerra calda
Cultura e Spettacoli Emil Cioran: la scrittura, la disperazione e lo spettro dell’insonnia
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Stefano Spinelli
Lungo la valle delle meraviglie
di Sara Rossi Guidicelli pagina 5
Il fantasma di Luxor di Peter Schiesser Un attentato che fallisce non ha l’impatto mediatico di uno che «riesce», con il suo corollario di dolore. Ma dovrebbe sempre essere considerato un campanello d’allarme, la riprova che il terrorismo resta una minaccia seria. E così, mercoledì scorso, a leggere la notizia di un fallito attentato al tempio di Karnak a Luxor, in Egitto – con un kamikaze che si è fatto esplodere ad un posto di blocco e una susseguente sparatoria in cui è morto un secondo terrorista ed un terzo è stato ferito – la mente è tornata al 1997, quando davanti al tempio della regina Hatshepsut a Luxor dei terroristi della Jamaa Islamiya massacrarono 58 turisti, di cui 36 svizzeri, e 6 egiziani. La mente torna ad un’amica sopravvissuta al massacro, che ebbe la prontezza di rifugiarsi all’interno del tempio assieme ad alcuni turisti (compreso il direttore della «Nzz am Sonntag», Felix E. Müller) – tanto per rammentare che il terrorismo a volte ti arriva tanto vicino da non poterlo più rimuovere, come invece facciamo nella vita quotidiana. Ma il segnale di questo attentato non è solo generico, di un terrorismo islamico che può colpire ovunque: è l’indicazione che gli
islamisti intendono colpire l’Egitto al cuore, ossia nell’industria del turismo. Questo è quanto pensano alcuni osservatori, considerato anche che una settimana prima degli uomini armati hanno ucciso due poliziotti vicino alle piramidi di Giza. Se questo scenario si confermasse, assisteremmo ad un salto di qualità nella lotta che gli islamisti hanno dichiarato al regime egiziano del presidente al-Sisi, dopo che questi, due anni fa, ha defenestrato il presidente eletto ed esponente dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi: nel 1997, il massacro di Luxor provocò una spaccatura interna all’estremismo islamico egiziano (l’attuale capo di al Qaeda, il medico al Zawahiri, fu uno degli ispiratori dell’attentato) e spinse il presidente Mubarak a sopprimere ferocemente la galassia islamista, che con quell’attacco ai turisti si era alienata la simpatia di molti egiziani, consapevoli che il prevedibile crollo del turismo avrebbe danneggiato l’intera nazione; oggi, attaccando siti turistici, gli estremisti islamici segnalano di non temere una escalation dello scontro con lo Stato, nemmeno se così facendo dovessero danneggiare gli interessi della collettività. In questi due anni, gli estremisti islamici sono stati attivi soprattutto nella penisola del Sinai. Qui, una guerriglia che si ispira all’ISIS ha
ucciso centinaia di soldati egiziani. Nel resto dell’Egitto, in seguito alla repressione condotta dal governo di al-Sisi (vedi a pagina 32), l’opposizione islamica (che pur si differenzia dai gruppi salafiti che combattono nel Sinai) ha le braccia spezzate, o incatenate. Ma non c’è come una repressione sanguinosa per forgiare una nuova generazione di estremisti-terroristi. L’Egitto, nuovo focolaio di instabilità in Medio Oriente? Basterebbe la restaurazione in atto delle strutture di potere che reggevano l’Egitto sotto Mubarak, con il tradimento dei principi della rivoluzione del 2011 e la repressione non solo dei Fratelli Musulmani ma anche dell’opposizione nata a Piazza Tahrir, per rispondere affermativamente. Ma ora, con il rischio di attacchi ripetuti ai turisti stranieri, l’instabilità del Paese cresce. Se poi ricordiamo che, attorno, la Libia è sempre più da considerare un Paese imploso, facile preda di estremismi islamici delle più svariate tendenze, che anche in Tunisia ci sono migliaia di giovani che si radicalizzano in Siria e poi tornano per proseguire la Jihad in casa propria, che la Siria e l’Iraq sono due buchi neri che minacciano la stabilità della regione (si può ancora usare questo termine in Medio Oriente?), il quadro, per l’Europa e per Israele, è davvero a tinte fosche.