Azione 19 del 4 maggio 2015

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 04 maggio 2015

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Società e Territorio Architettura dello spettacolo: i cinema storici ticinesi

Ambiente e Benessere Visita al Museo dell’Innocenza, creato a Istanbul dallo scrittore Orhan Pamuk, in cui è racchiusa la vita di personaggi romanzeschi

Politica e Economia Il Nepal distrutto dal terremoto e da un governo fatiscente

Cultura e Spettacoli L’inarrestabile ascesa musicale dell’afroamericano Kendrick Lamar

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Karl Mathis

Expo 2015, tutto pronto (o quasi)

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Ombre e fragilità russe di Peter Schiesser Probabilmente non giungeranno a destinazione, il 9 maggio, per celebrare i 70 anni della conquista di Berlino da parte delle truppe di Stalin, visti gli ostacoli che incontrano sulla loro strada da Mosca. Ma loro, i «Lupi della notte», hanno raggiunto lo scopo: si sono presentati come informali, sinistri ambasciatori della nuova Russia. Al loro capo Alexander Zaldostanow, decorato dal presidente russo Putin per il suo contributo all’educazione patriottica della gioventù, viene attribuita la frase «Noi siamo i lupi russi. Dove siamo noi, è la Russia». Dichiara la sua ammirazione per Stalin, si presenta come difensore della Santa Russia e avversario della decadenza occidentale, ha fondato il movimento russo Anti-Maidan; considera la tolleranza solo la dimostrazione di un’incapacità di difendersi. In Zaldostanow, come nella maggioranza della popolazione, si sono saldati così l’eredità autoritaria e l’impeto nazionalista. Eppure, al momento della loro fondazione, nel 1989, i «Lupi della notte» erano un gruppo filo-occidentale. Contestualmente alla Russia, sono poi scivolati verso un nazionalismo acceso. Oggi la Russia è questo e accanto ai

«Lupi della notte» in sella alle loro motociclette diretti a Berlino è facile immaginarsi Vladimir Putin, come già avvenuto in passato (e ritratto). Altrettanto, è facile immaginarsi che lungo i 6000 chilometri della rotta prevista risorgano fantasmi che si credevano scomparsi. L’Europa e l’America sono richiamate alla consapevolezza che, per la Russia, loro rappresentano di nuovo un nemico. Eppure la Russia di Putin, così aggressiva e determinata, è un gigante dai piedi d’argilla. Ossia un gigante che non può permettersi di esserlo. L’analisi dello storico Walter Laquer nel suo recentissimo Putinism, Russia and its future in the West è interessante. Secondo Laquer, la chiave di volta sta nel prezzo del petrolio. È stata l’impennata dei prezzi del greggio dopo il 1998 (14 dollari nel 1988, 11 nel 1998, 94 nel 2013) a permettere alla Russia di uscire dal baratro in cui l’avevano precipitato le riforme liberiste, da capitalismo selvaggio, adottate durante l’«era democratica» di Eltsin, e a un Putin appena giunto al potere di essere identificato come il salvatore della patria. Laquer fa un’ardita affermazione: se il prezzo del petrolio fosse salito durante gli ultimi anni dell’Unione Sovietica, questa si sarebbe probabilmente salvata per altri 10-20 anni. Ora il prezzo del petrolio è

crollato, come voleva l’Arabia Saudita, e la Russia paga un caro prezzo (accresciuto dalle sanzioni). Prime proteste si registrano in più parti del Paese. Se Putin afferma che il peggio è passato, poco dopo il premier Medvedev deve precisare che l’economia è entrata in recessione e che l’anno prossimo andrà peggio. La situazione sociale potrebbe deteriorarsi, in un’economia che non ha saputo differenziarsi (oggi gas e petrolio generano il 50% del PIL), in cui esistono tante città mono-fabbrica, in una Russia in cui 110 persone detengono il 35% della ricchezza nazionale (studio del Credit Suisse citato da Laquer), perfettamente a loro agio in un sistema endemicamente corrotto. La retorica nazionalista, l’euforia per la Crimea riconquistata e l’Ucraina occupata, l’odio verso l’Occidente e la conseguente passione per un «Eurasianismo» non posso nascondere un’altra fragilità: la demografia. La Russia ha 140 milioni di abitanti e una natalità in calo, mantiene un saldo neutrale solo grazie agli immigrati (musulmani – oggi 20 milioni), e all’estremo est – dove vorrebbe affermarsi come prima potenza – conta solo 25-35 milioni di abitanti (in calo). Poca cosa di fronte ai cinesi. A queste condizioni, la Russia non riuscirà a sostenere i costi di un nuovo impero.


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