Azione 17 del 24 aprile 2015

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 20 aprile 2015

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Azione 17

Società e Territorio Grotti, caffè, osterie: qualcuno teme che questi tradizionali luoghi di incontro stiano scomparendo

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Politica e Economia È partita la corsa di Hillary Clinton per la Casa Bianca

Ambiente e Benessere Grazie a innovative tecniche di bioedilizia, oggi esistono sempre di più case che si integrano perfettamente nella natura

Cultura e Spettacoli Werner Schwab e l’irriverenza delle sue Presidentesse

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In Germania tacciono i tamburi

Il mondo visto da dietro le sbarre

di Peter Schiesser

di Fabio Dozio

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Ti-Press

Con la morte di Günter Grass, la Germania ha perso una delle voci della coscienza del dopoguerra. Colui che, dopo i primi anni di oblio che accompagnarono la ricostruzione della Germania dopo la seconda guerra mondiale, ricordò ai suoi concittadini con Il Tamburo di latta (opera del 1959, premiata con il Nobel nel 1999) l’esigenza di fare i conti con il passato nazista. Ma Grass era di più, era uno specchio di quella Germania ferita nell’anima dall’esperienza nazista che ha reso complice quasi un’intera nazione, poiché anche in lui albergava l’ombra del Male che in quel romanzo volle portare alla coscienza dei tedeschi: nel 2006 ammise che nel 1944, a 17 anni, si era arruolato volontariamente nelle Waffen-SS e non era un soldatino sistemato alla contraerea, come aveva dichiarato per decenni. Deve stupire, alla luce della nazificazione di un’intera popolazione, incanalata fin dall’infanzia nella Gioventù nazista? Non molto (purtroppo). Ha stupito molto, e deluso molto, che lo abbia riconosciuto solo alla soglia degli ottant’anni. L’uomo, lo scrittore, l’intellettuale che si atteggiava a coscienza critica della nazione, che voleva traghettarne il Geist verso fonti di morale più elevata, impersonava anche la collettiva vergogna nascosta, la difficoltà di fare i conti fino in fondo. Più che comprensibile, viste le dimensioni assunte dall’abisso aperto da Hitler. Forse noi oggi non riusciamo a immaginare che cosa abbia potuto significare fare parte di un Paese che ha scatenato l’apocalisse più feroce della Storia, costata 18 milioni di morti in Europa e 23 in Unione Sovietica, che in seguito è stato smembrato e ad est sottoposto a una dittatura comunista per più di 40 anni. Riusciamo ad immaginarci, in special modo noi svizzeri che la guerra l’abbiamo sentita quasi solo sibilare alle frontiere, quali lacerazioni e cicatrici possano aver lasciato tali eventi nell’anima di un popolo? Günter Grass i conti alla fine li ha fatti, nove anni prima della sua morte. E anche la Germania li ha fatti, sicuramente più di tante nazioni europee. E meglio di Berlino non potrebbe testimoniarlo nessuna città tedesca. Nei luoghi della tirannia e del terrore nazista per eccellenza, oggi troviamo memoriali e musei, oppure simboli della Germania odierna – come il ministero delle finanze – ma anche tracce della globalizzazione moderna, con le sedi dell’una e dell’altra multinazionale. In musei come il Memoriale del Terrore, posto fra uno spezzone di Muro e il luogo in cui sorgeva la centrale della Gestapo, non resta celata alcuna nefandezza del passato nazista, non c’è il minimo tentativo di relativizzare o giustificare ciò che avvenne, nessun capitolo è dimenticato (in Italia, per contro, non si sono udite negli ultimi decenni voci anche ufficiali che relativizzavano il fascismo? La Francia ha fatto fino in fondo i conti con il regime di Vichy? E quanti in Svizzera hanno accettato le conclusioni critiche della Commissione Bergier sulla Svizzera nella Seconda guerra mondiale?). Sono persino esposti i verbali originali della Conferenza di Wannsee, in cui, in una incantevole villa alle porte di Berlino, il 20 gennaio 1942 venne deciso di procedere alla «soluzione finale» della questione ebraica. E nel luogo in cui il 10 maggio del 1933 i nazisti bruciarono i libri di autori invisi al regime (ieri Opernplatz, oggi Bebelplatz), visibile dalla piazza attraverso una lastra di vetro c’è un memoriale in cui l’artista Micha Ullmann ha voluto rappresentare il vuoto spirituale simboleggiato dal rogo con un locale sotterraneo a pianta quadrata, alle cui pareti stanno scaffali vuoti in muratura. Un memoriale che trae la sua forza dall’essenzialità con cui l’evento viene stilizzato, come altrettanto accade nella Neue Wache, con la Pietà della scultrice Käthe Kollwitz, e nel Memoriale per le vittime dell’Olocausto a poca distanza dalla Porta di Brandeburgo, con le sue 2700 stele in cemento armato con dimensioni e inclinazioni diverse, disposte su file parallele e perpendicolari. E una volta fatti conti con un simile tempo, può ripartire la ricerca di radici più sane del passato, contemporaneamente ci si può proiettare nel futuro. A Berlino, ancora oggi, 25 anni dopo il crollo del Muro, è un fiorir di cantieri: per la gioia degli architetti, qui c’è modo di sperimentare ed edificare su spazi di dimensioni impensabili a Parigi, Londra, Roma, Madrid; per la goia dei nostalgici di un’epoca pre-nazista, sono stati e vengono ricostruiti edifici storici, spesso identici a quelli distrutti durante la guerra (per esempio lo Stadt-Schloss a Mitte, di fronte al Duomo). Nel 1945 lo scrittore e poeta Bertold Brecht definì Berlino «Il mucchio di macerie presso Potsdam». Oggi la capitale tedesca è tornata ad essere un magnete nel cuore del Continente.

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