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Genova Impresa 2026 n.1

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editoriale

MARCO TOFFOLUTTI

Il tempo delle scelte

l’intervista

BARBARA CIMMINO

Diversificare conviene

GENOVA IMPRESA

Bimestrale

Confindustria Genova

N. 1 / 2026

Editore AUSIND

Via San Vincenzo 2 - 16121 Genova

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Hanno collaborato

Marco Barbagelata, Fabrizio Barberis, Roberto Cabella, Luciano Caprile, Greta De Muro, Simone de Titta, Pasquale Diaferia, Giacomo Franceschini, Laura Gaggero, Piero Gai, Massimo Morasso, Mara Morini, Sergio Paddeu, Leonardo Parigi, Fabrizio Pepino, Francesco Pierini, Andrea Pirni, Marco Toffolutti, Chiara E. Tuo, Monica Venturini, Gilberto Volpara

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Genova Impresa ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali di Confindustria Genova.

L’editore è disponibile a riconoscere eventuali diritti su testi o immagini a chi ne rivendichi la proprietà.

SOMMAR IO

Marco Toffolutti

Barbara Cimmino

4

6

EDITORIALE

IL TEMPO DELLE SCELTE di Marco Toffolutti

CONFINDUSTRIA

NONOSTANTE TUTTO di Giacomo Franceschini

NON SOLO ACCIAIO

18 L’INTERVISTA

DIVERSIFICARE CONVIENE di Piera Ponta

22 STARTUP

SEMPLICE, INTELLIGENTE, CONTINUATIVO di Matilde Orlando

24 SVILUPPO E COMPETITIVITÀ (DIS)ACCORDI di Piero Gai

NORTHERN SEA ROUTE di Leonardo Parigi

DOPO IL VENTO, IL FERRO

LA COSIDDETTA IA di Simone de Titta

AMICA CHIMICA AT SCHOOL di Greta De Muro

ANSALDO ENERGIA NEL MONDO di Massimo Morasso

INSERTO TERRE RARE O CRITICAL MATERIALS?

ENERGIA PIÙ LIBERA

IL GIUSTO MIX di Monica Venturini

L’EDUCAZIONE ALL’INCOLUMITÀ COME ASSET D’IMPRESA

CONFINDUSTRIA IMPERIA

FIOR DA FIORE di Fabrizio Pepino

CONFINDUSTRIA LA SPEZIA

RADICI SOLIDE, ORIZZONTI INTERNAZIONALI

SAVONA

TRIS D’INCONTRI di Gilberto Volpara

BUONE NUOVE

PICCOLA INDUSTRIA PARTNERSHIP STRATEGICA

DALL’INNOVAZIONE ALL’ADOZIONE di Marco Barbagelata 56 COMUNICAZIONE

QUANDO TUTTI URLANO... di Pasquale Diaferia

58 FONDAZIONE ANSALDO

TRA ARATRI E CIMINIERE

62 LA CITTÀ CONNESSIONI 64 CULTURA E SOCIETÀ

MUR MUR 1/7

DESIDERARE UN FRATELLO PER LA PROPRIA FIGLIA di Guido Conforti

ANTON VAN DYCK di Luciano Caprile 71 INDUSTRIA E LETTERATURA WORKS di Massimo Morasso

In copertina Chiavari (Genova), Corso Giuseppe Garibaldi

EDITORIALE

Il delletempo scelte

Nato all’inizio degli anni Settanta sono indubbiamente un privilegiato perché ho avuto una famiglia che ha voluto darmi la possibilità di una buona formazione, ho frequentato medie e liceo dai Padri Scolopi e l’istituto dei Padri Scolopi era a Cornigliano, il quartiere operaio per eccellenza di Genova, il più sporco (la cokeria funzionava ancora a pieno regime) e uno dei più difficili dal punto di vista sociale. Nei primi anni Ottanta ci fu la grande crisi della siderurgia e non conto le volte in cui feci a piedi il tragitto da Sampierdarena a scuola “perché c’era lo sciopero” e allora nelle acciaierie lavoravano più di 10.000 persone e quando scioperavano trovavi in strada i mezzi utilizzati dentro la fabbrica: giganti con ruote che erano 2-3 volte la mia altezza, neri della polvere della fabbrica stessa e un corteo lungo più di un chilometro di persone urlanti che pensavano di poter in quel modo difendersi dal mondo che stava cambiando... provare a fermare con le mani le onde di un oceano che si faceva sempre più impetuoso. Oggi, trascorso quasi mezzo secolo, abbiamo ancora una siderurgia, ma se si passa per le strade di Cornigliano il panorama è irriconoscibile, il tessuto sociale è profondamente cambiato: molti se ne sono andati e i vuoti sono stati riempiti da nuovi arrivati... l’oceano è stato forse rallentato, ma le sue onde alla fine hanno cambiato la spiaggia.

Ma questo è solo un preambolo, un’altra storia: oggi la rappresentanza dei propri interessi si fa con i trattori, che hanno pur sempre ruote grandi (anche se non grandi come quelli dei mezzi che lavoravano nell’acciaieria), non neri della polvere della cokeria, ma in grado di scaricare un bel mucchio di letame davanti alle porte giuste - d’altronde, anche De Andrè cantava che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”: sicuri, però, che da tutto questo possano nascere dei fiori? Oppure è un tentativo di fermare con le mani un altro oceano che si fa sempre più impetuoso?

Il Mercosur, fornitore prevalentemente di materie prime agricole, più che prodotti da presentare sulla tavolo dei consumatori, fa così paura da meritare 25 anni di blocco e poi un ostruzionismo a oltranza?

Oppure è semplicemente un’arma di distrazione di massa, un corroborante per chi gestisce la rappresentanza e che ha bisogno di tanto in tanto di rinverdire il proprio ruolo politico? E se, tutto sommato, il gran soffiare sul fuoco non fosse in realtà un favore ad altri che non ci vogliono veder crescere in America Latina? Anch’essi potenziali fornitori di materie prime agricole, ma con ben altro potere contrattuale nel caso in cui decidessero di fare una telefonata e “suggerirci caldamente” di acquistare la loro soia o la loro carne? Letame anche davanti alla Casa Bianca? Auguri.

Per anni l’Italia si è crogiolata nel “piccolo è bello”, ma era un “piccolo” tenuto in piedi in maniera surrettizia; oggi “piccolo è fine dei giochi”: in qualunque settore la mole di investimenti per essere al passo è tale che le spalle per sostenerla devono essere

grandi; nello stesso settore agricolo vediamo l’avanzata di grossi fondi che acquistano intere regioni per gestirne la produzione e i raccolti. Perché, anziché chiudersi e cercare di tornare a un “mondo antico” (che ci sembra bello e accogliente oggi, molto meno per quelli che effettivamente ci vivevano e che in molti casi lo hanno abbandonato in cerca d’altro), non si pensa a un rilancio, con imprenditori italiani che si aggregano per andare ad acquistare estensioni di terreno e internazionalizzare la propria produzione, portando il nostro “saper fare” nel mondo? Con questa ambizione l’apertura di nuovi mercati porterebbe ben altre prospettive.

Probabilmente operazioni simili su scala solo italiana sarebbero difficili, perché non abbiamo la forza finanziaria dei grandi fondi alimentati dagli incassi del petrolio e del gas, ma se le aggregazioni fossero su scala europea forse l’ambizione potrebbe avere basi più solide.

E qui allarghiamo lo sguardo, perché le scelte che i tempi attuali ci pongono sono plurime, ma tutte si riconducono a un “a priori”: avere massa critica. Noi abbiamo già una massa critica potenziale, si chiama Europa; ma è necessario che l’approccio cambi e non si pensi più a Bruxelles solo come dispensatore di biberon, dobbiamo avere il coraggio di crescere. Con Airbus, in pochi decenni è stato creato un antagonista che ha scardinato il monopolio nell’aviazione civile; con il CERN di Ginevra riusciamo a mantenere un indubbio primato nella fisica delle particelle, e fisica delle particelle significa computer quantistici, la nuova frontiera della computazione informatica, quella che consentirà di avere potenza di calcolo applicabile a tutti i settori, compresa la stessa agricoltura che potrebbe avere una mole infinita di dati per affinare sempre più le proprie tecniche - perché non replicare questi modelli sui settori come l’IA dove, al momento, siamo deficitari?

Vero che, fatta l’Europa, bisogna fare gli Europei e saper essere Europei, consapevoli dei propri punti di forza e dei propri punti di debolezza, con lo sguardo rivolto al domani e non a un oggi che ci si sta sfaldando nelle mani... Una delle biografie di Cristoforo Colombo riporta che, dopo la nascita nel quartiere di Portoria, la famiglia si sia trasferita per un periodo dalle parti di Arenzano; se così fosse, il piccolo Cristoforo ebbe modo di transitare dalla Cornigliano (che è stata la partenza della mia modesta riflessione) all’epoca in cui era uno dei tratti di costa più bella: magari, guardando il mare da quel punto, ha avuto l’ispirazione di provare a fare qualcosa di nuovo, trovare una strada che qualcuno aveva immaginato senza avere il coraggio di perseguirla. Oggi si parla di “think different”, all’epoca di “buscar el Levante por el Ponente”; sono passati più di cinque secoli, ma questa è la scelta che ancora ci si pone davanti.●

Anche l’anno appena trascorso è stato caratterizzato da una forte incertezza: dazi, guerre, cambio...

Eppure, l’economia genovese ha chiuso il secondo semestre 2025 con un aumento dell’attività e degli scambi con l’estero.

Nonostante tutto

Di seguito pubblichiamo la relazione del Centro Studi di Confindustria Genova, aggiornata al 13 febbraio, dedicata all’operatività delle imprese associate nel 2º semestre 2025. •••

Elementi di scenario

Il prezzo dell’energia non scende più, il dollaro debole compromette l’export, i casi di Venezuela e Groenlandia alimentano l’incertezza che in Italia frena i consumi (ma spinge il risparmio). In positivo agiscono l’ultima accelerazione sul PNRR, la riduzione dei tassi sovrani, la risalita del credito. L’industria resta volatile, gli investimenti sono l’unica spinta per il PIL (per la stesura del capitolo è stato fatto riferimento alla relazione mensile “Congiuntura Flash” del Centro Studi Confindustria, gennaio 2026).

Si inverte a inizio 2026 il trend al ribasso del prezzo del petrolio: 65 dollari al barile medi a gennaio (picco a 69), da 63 a dicembre. La ragione è l’attacco USA in Venezuela, un produttore marginale (meno dell’1% del greggio mondiale) ma con le maggiori riserve al mondo. Anche il prezzo del gas non scende più (33 euro/MWh, da 28), su livelli più che doppi rispetto al 2019.

All’elevata quotazione dell’oro - bene rifugio per eccellenza - non si accompagna un picco dell’indice VIX (principale indicatore di volatilità e incertezza). Né si assiste a una fuga da asset rischiosi come le azioni. Le storiche correlazioni sui mercati finanziari prevedevano che, al salire del prezzo dell’oro come rifugio dal rischio, scendessero i rendimenti dei bond e calassero i prezzi delle azioni. Il trend del 2025 e di inizio 2026 rappresenta, dunque, un chiaro disaccoppiamento rispetto a queste regolarità passate. Il picco odierno dell’oro va spiegato soprattutto con la sfiducia verso gli USA: dagli ultimi mesi del 2025 si vendono asset USA e con tali risorse si compra oro (in dollari), con effetto nullo sul cambio. Contribuiscono gli aumenti “straordinari” di riserve auree di alcune banche centrali (Polonia, Brasile, India).

L’inflazione è moderata (+1,9% a dicembre nell’Eurozona, +1,2% in Italia) e i tassi BCE sono attesi fermi (2,00%). L’attesa di altri due tagli FED è slittata tra giugno e dicembre 2026. Il dollaro resta molto svalutato sull’euro: 1,17 a gennaio (+13% in un anno).

Alcuni indicatori confermano la fase positiva degli investimenti in impianti-macchinari e in costruzioni nel 4º trimestre: il valore dei contratti di leasing (fonte Assilea) è aumentato del 15,2% annuo per l’acquisto di beni strumentali, del 15,7% per le costruzioni. Anche il credito bancario cresce, sebbene il costo per le imprese italiane non scenda più (3,52% a novembre, sui livelli di luglio). A dicembre, però, si è ridotta la fiducia delle imprese di beni strumentali e di costruzioni.

I dati del 3º trimestre sul reddito totale delle famiglie sono incoraggianti (+1,8%). Tuttavia, la propensione al risparmio, causa incertezza, fa un balzo da record (11,4% da 9,9%), tenendo a freno i consumi, che crescono solo di +0,1%. A novembre le vendite al dettaglio sono aumentate (+0,6% in volume) e a dicembre sono cresciuti anche gli acquisti di auto. Il numero di occupati, nonostante la lieve riduzione nell’ultimo mese, resta su un trend di espansione.

A dicembre l’HCOB-PMI (51,5 da 55,0), pur restando in zona espansiva, indica un affievolimento del ritmo di espansione alla fine del 4º trimestre. Invece, la fiducia delle imprese del settore è aumentata a fine anno e cresce la spesa dei turisti stranieri (+7,3% tendenziale a novembre).

A novembre la produzione industriale recupera, dopo il calo di ottobre (+1,5% da -1,0%), determinando una variazione acquisita nel 4º trimestre di +1,0%. In dicembre, però, l’indicatore qualitativo riguardante gli ordini torna in area recessiva, dopo il buon dato del mese precedente e anche la fiducia delle imprese industriali nei mesi finali del 2025 ha seguito un profilo simile in sali-scendi.

L’export italiano di beni ha registrato una crescita marginale a novembre (+0,2% a prezzi costanti), dopo il crollo in ottobre (-3,1%). Tra le destinazioni: resta debole la Germania, rallenta la Francia, cadono UK e Turchia, virano in negativo anche gli USA; positivi invece alcuni mercati UE (Spagna, Belgio, Austria) e asiatici (India, Giappone).

Negative le prospettive a fine anno, secondo gli ordini manifatturieri esteri, a causa di tensioni e incertezza che frenano le filiere internazionali.

L’economia genovese nel 2º semestre 2025

Nonostante i dazi, le guerre, l’incertezza e il cambio, l’economia genovese ha chiuso il secondo semestre 2025 con un aumento della attività in generale e degli scambi con l’estero in particolare. Tali risultati erano stati in gran parte attesi e anticipati dalle previsioni pubblicate nel precedente rapporto. Tuttavia i positivi risultati dell’export erano tutt’altro che scontati. Gli incrementi sono nel complesso moderati, ma soddisfacenti: nella manifattura, alla cantieristica navale - attuale “motore” dell’economia locale - si sono aggiunti altri settori nel registrare aumenti di produzione. I servizi continuano nel loro percorso di crescita, in particolar modo terziario avanzato, sanità privata e turismo. Qualche battuta d’arresto nel variegato settore del trasporto, logistica e distribuzione di energia.

Aumenta anche l’occupazione con la variazione percentuale tendenziale più alta dal 2022. Da quel momento infatti gli incrementi che pure si sono avuti sono stati più contenuti.

INDUSTRIA E SERVIZI

Le previsioni espresse dalle aziende sul finire della prima parte del 2025 hanno trovato riscontro: nonostante un contesto di forte incertezza, il giro d’affari delle aziende ha chiuso il secondo semestre del 2025 in aumento. L’export - la variabile più complessa da analizzare stante gli effetti non per forza lineari delle tariffe americane - ha registrato un incremento, per quanto moderato, sebbene le attese tendessero più alla stabilità che all’espansione.

Nell’industria, continua a far registrare risultati positivi la cantieristica navale (e l’indotto impiantistico ne beneficia), ma in questi sei mesi non è stata l’unica nota intonata della manifattura: produzione in crescita anche nell’industria alimentare e nell’automazione, elettronica e information technology (sebbene in quest’ultimo caso i risultati complessivi siano contrastati). Tuttavia i risultati più importanti in termini di crescita si sono registrati nell’impiantistica e nella metalmeccanica.

In parte ciò è spiegato dall’ultima fase realizzativa degli investimenti PNRR, Piano che si concluderà nella prima parte del 2026. In parte alcune grandi aziende metalmeccaniche del territorio hanno concluso importanti contratti con l’estero e, al tempo stesso, aumentato il giro d’affari nel semestre.

Più in chiaro-scuro i risultati di chimica-plastica. Qualche piccolo passo avanti tra le aziende del tessile-abbigliamento e della carta.

Tra le imprese dei servizi aumenta l’attività (ricordando che la rilevazione traccia l’andamento dei settori rappresentati da Confindustria Genova: sono quindi esclusi commercio e ristorazione).

La sanità privata continua a crescere in termini di fatturato e numero di prestazioni erogate, così come il terziario avanzato (molto contribuiscono le aziende della finanzaassicurazione).

Le aziende che operano nel complesso comparto turistico vedono riprendere a crescere il proprio fatturato: il segno “+” proviene dall’attività svolta con turisti italiani, mentre il giro d’affari con i turisti stranieri è fermo sugli alti livelli precedenti.

FONTE: ELABORAZIONE CENTRO STUDI CONFINDUSTRIA GENOVA

Questi risultati sono coerenti con i dati di arrivi e presenze di turisti nel semestre: sostanzialmente stabili i primi, in calo le seconde. Battuta d’arresto tra le aziende della logistica portuale, dell’autotrasporto e della distribuzione di energia; tuttavia i cali non sono tali da intaccare i margini lordi delle aziende.

RACCOLTA ORDINI (in valore, var. % tendenziali)

FONTE:

Dal lato occupazionale, continua il riallineamento della crescita degli organici all’effettivo andamento dell’economia, dopo che dal 2022 l’aumento occupazionale in termini di teste è stato particolarmente elevato e scollegato dal declinante andamento dell’attività economica.

Anche in questo semestre la dinamica positiva dell’occupazione è coerente con l’andamento in crescita dell’attività economica.

Gli incrementi di organico hanno riguardato soprattutto i settori manifatturieri e quelli dei servizi più legati all’industria, come trasporto e logistica.

Con riferimento alla disponibilità di manodopera, nel 2025 le difficoltà di reperimento di figure professionali in Città Metropolitana di Genova si è attestato al 50%. Ciò significa che le imprese dichiarano di aver avuto difficoltà a chiudere le posizioni aperte nell’anno per la metà dei casi.

L’Industria manifatturiera

Dopo i cali della produzione industriale registrati nel 2024 e nella prima parte del 2025 la produzione manifatturiera nella Città Metropolitana di Genova fa segnare una significativa ripresa (+2,4%). Il giro d’affari è aumentato sia sul mercato interno che su quello estero. Le commesse da fuori Italia sono cresciute, grazie alle dinamiche positive nel settore della cantieristica navale e alle grandi aziende metalmeccaniche. In generale, bene anche l’industria alimentare, mentre in chiaro-scuro gli andamenti dei settori automazione, elettronica, information technology e quelli della chimica-plastica. Piccoli passi avanti nel tessile-abbigliamento e tra i cartai.

Il buon andamento complessivo del semestre è confermato dall’incremento degli organici (+1,5%). A questo e al rinnovo dei contratti collettivi nazionali è legato l’aumento del costo del lavoro.

I margini lordi tuttavia migliorano significativamente (+5%).

Nel secondo semestre 2025 la produzione industriale è in aumento, dopo una prima parte dell’anno di difficoltà e in cui solo la cantieristica navale aveva ottenuto aumenti di produzione. Tra luglio e dicembre invece gli incrementi hanno riguardato anche l’automazione, l’elettronica e l’information technology, l’industria alimentare e - soprattuttol’impiantistica e metalmeccanica che ha registrato una ripresa significativa. Il risultato della produzione deriva anche dalle buone performance ottenute sia sul mercato interno che estero. Il fatturato da clienti italiani è aumentato del 3% rispetto allo stesso periodo 2024 ed anche verso l’estero il giro d’affari si è incrementato (+1,8%).

Sull’aumento del fatturato incide in parte una crescita dei prezzi nel semestre pari all’1,5%.

La raccolta ordini invece impone dei distinguo: stabili sui livelli del secondo semestre 2024 le commesse dall’Italia, mentre crescono quelle dall’estero (+3,5).

Fondamentale il contributo dei contratti siglati dalle grandi imprese manifatturiere del territorio; tra le PMI tale aumento risulta più contenuto. Questo elemento si accompagna al perdurare dei risultati positivi nel settore della cantieristica navale.

INDUSTRIA MANIFATTURIERA

Produzione

Fatturato Italia

Fatturato Estero

Giacenze prodotti

+1,8

-0,8

Ordini Italia =

Ordini Estero

Prezzi di vendita

Costo del lavoro

+3,5

+1,5

+2,2

Costo m. prime/semilavorati -0,2

Occupati in organico

FONTE: CENTRO STUDI CONFINDUSTRIA GENOVA

+1,5

Le imprese manifatturiere genovesi nel secondo semestre dell’anno vedono crescere il costo del lavoro, in parte dovuto agli adeguamenti salariali scattati a giugno sul CCNL metalmeccanico. Tuttavia il costo del lavoro aumenta anche grazie all’ulteriore spinta dell’occupazione: dopo il +0,2% tendenziale dei primi sei mesi, gli organici delle aziende si ampliano dell’1,5%.

Il prevalere di dinamiche positive legate all’attività rispetto all’incremento dei costi porta a un aumento dei margini lordi del 5%, dopo il calo dell’1,7% della prima parte dell’anno.

Passando al dettaglio del comparto, la cantieristica navale rimane il settore che registra i risultati migliori nel panorama economico genovese. Nel secondo semestre 2025 la produzione è cresciuta del 4,2%, sebbene - diversamente dal recente passato - aumenti il numero di aziende che ha registrato il segno meno alla voce produzione. Nel complesso, il progresso della produzione è spinto da maggiori vendite sia in Italia che all’estero. Il fatturato generato verso clienti italiani è cresciuto dell’2,6%, mentre il giro d’affari verso l’estero del 3%. Aumentano anche gli ordini contrattualizzati: rispetto al secondo semestre 2024, in valore, le commesse dall’Italia sono aumentate del 2,3% e quelle dall’estero hanno raggiunto una percentuale di incremento del 5,3%.

I prezzi di vendita hanno avuto un andamento poco mosso (+0,8%), a fronte della crescita del costo del lavoro (3%) e alla flessione dei costi di materie prime e semi-lavorati (-3,1%). Gli occupati in organico crescono per il secondo semestre consecutivo: rispetto alla seconda metà del 2025, i dipendenti del settore fanno registrare +4,2%. Margini lordi di profitto in lieve espansione (+0,3%).

Produzione in leggero aumento tra le aziende dell’elettronica e Information Technology (+0,8%). La performance sul mercato interno e quello estero continua a essere dicotomica. Il fatturato verso clienti italiani è in miglioramento e in crescita del 2,9%, tuttavia gli ordini dall’Italia sono scesi

nel semestre dell’1%. Al contrario sul mercato estero i risultati continuano a essere in ombra: fatturato in flessione (-1,1%) e ordini stabili.

I costi per le aziende continuano a salire anche nella seconda metà del 2025: +3,8% il costo del lavoro e +1% quello relativo ai semiprodotti e alle materie prime. Perciò i prezzi subiscono una correzione al rialzo del 4%. Ciò determina non solo la tenuta dei margini lordi, ma anche una loro espansione. Allo stesso modo cresce l’occupazione che fa registrare un +2,9%.

Contrastati i risultati delle imprese operanti nei settori chimica e plastica. Nel complesso la produzione scende del 3%, nonostante andamenti molto diversificati tra aziende e sottosettori. È il mercato estero a pesare sul risultato: il fatturato è in calo di 8 punti percentuali e trova solo una parziale compensazione nella dinamica del giro d’affari con clienti italiani (+1,7%). Nessun impatto negativo sugli organici che rimangono stabili sui livelli del primo semestre 2025. Preoccupazione per la raccolta ordini: cresce dell’1,8% quella nazionale, ma è ancora molto negativa la dinamica dall’estero: -5,5% la dinamica delle commesse. Poco mosso l’andamento del settore tessile: produzione in calo dello 0,2% e lieve incremento del giro d’affari (+0,2%) e commesse (+0,1%) sul mercato interno. Meglio il commercio con l’estero, il cui fatturato è aumentato dell’1,6%, sebbene gli ordini restino stabili.

Andamento stagnante tra le cartiere e le imprese operanti nel settore della carta (+0,1%, sia in termini di ordini che di fatturato generato). Meglio il mercato nazionale (+1,3%) che quello estero, anche se la produzione non ne beneficia (invariata).

L’industria alimentare fa registrare segni positivi: aumenta la produzione (+1,1%) in particolare grazie al giro d’affari verso l’estero in espansione del 6%; più blanda la dinamica del fatturato verso clienti italiani: +0,7. Andamento analogo per la raccolta commesse: quasi ferma quella dall’Italia (+0,2%), in crescita dall’estero (+5,6%). Prezzi di vendita poco mossi, mentre cala l’occupazione (-2%).

Fatturato poco mosso, crescita dei costi e prezzi quasi invariati (+0,6%) restituiscono una dinamica dei margini lordi negativi (-2,1%).

Nell’impiantistica e nella metalmeccanica le aziende recuperano gran parte dei cali subiti nei primi sei mesi dell’anno.

Da luglio a dicembre infatti la produzione è cresciuta del 3,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il fatturato ha fatto segnare importanti progressi, non solo sul mercato nazionale ma anche verso clienti esteri: il giro d’affari è aumentato del 4,4% nel primo caso e del 5,1% nel secondo.

La produzione ha potuto giovarsi anche di un incremento delle scorte in magazzino, le cui giacenze di prodotti sono aumentate del 2,5%.

Sul fronte delle commesse si è registrata invece più volatilità. Gli ordini conclusi nel semestre con clienti italiani sono lievemente diminuiti (-0,5%), mentre dall’estero l’incremento è stato rilevate: +6,7%.

È bene tuttavia precisare che la dimensione degli aumenti descritti è dettata soprattutto dalle performance particolarmente positive delle grandi aziende del settore. Al netto di queste i rialzi in termini di fatturato e ordini esteri delle PMI

sono stati più contenuti. Unica controtendenza il dato sulle commesse da clienti italiani che tra le PMI del settore è risultato in leggero miglioramento.

I margini delle imprese sono in aumento, ma non ci sono stati particolari riflessi sull’occupazione (in leggera flessione, -0,6%), che rimane in un trend di riassesto dopo gli incrementi registrati dal post-Covid al 2024.

Trasporti, Logistica, Energia

Battuta d’arresto per i settori trasporti, distribuzione e logistica: cala il fatturato - sia verso l’estero, che verso clienti nazionali - anche se l’impatto sui margini lordi è lieve. Prezzi di vendita in aumento tra i Terminal Operators, quasi fermi tra i distributori di energia e nell’autotrasporto. L’occupazione è in crescita.

TRASPORTI, LOGISTICA, ENERGIA

2º semestre 2025 su 2º semestre 2024

Continua la moderata ripresa dei prezzi di vendita (+1,4%) delle aziende di distribuzione di energia, dopo i forti cali e ridimensionamento del 2024. Allo stesso modo si ripete la contrazione del fatturato verso l’estero (-4,9% dopo il -6% del primo semestre). Indicazioni migliori invece dal fronte interno con l’attività in lieve aumento (+0,4%). Cresce il costo del lavoro, trainato da un rilevante aumento della forza lavoro nel semestre pari al +5%. In questo articolato quadro di aumenti e flessioni i margini lordi non subiscono impatti negativi.

Con riferimento al trasporto e logistica di merce è necessario distinguere tra terminal operators portuali e le realtà dell’autotrasporto. Queste ultime hanno registrato flessioni, sebbene molto contenute, sia in termini di fatturato (-0,4% dall’Italia, -0,6% sull’estero) che di occupazione (-0,3). I margini rimangono sostanzialmente stabili se confrontati con il primo semestre 2024 (+0,1%).

Al contrario, guardando all’attività dei terminal operators, nel secondo semestre 2025, cala il fatturato generato (4%), dopo il forte aumento registrato nei primi sei mesi dell’anno (+13,7%). I prezzi sono comunque in aumento (+6%), così come i costi, in particolar modo il costo del lavoro (+2,3%); ciò è in gran parte spiegato dall’aumento degli organici che crescono nel semestre del 4,5%. La dinamica crescente dei costi e quella in flessione del fatturato porta a sacrificare margini lordi nella misura dell’1,1%.

I numeri dei terminal sono coerenti con le statistiche ufficiali dei movimenti del Porto di Genova - ancora parziali, riferite al terzo trimestre dell’anno passato. Numeri che tratteggiano una situazione in chiaro-scuro

Nel terzo trimestre 2025 lo scalo ha movimentato poco meno di 11,7 milioni di tonnellate di merci, con un aumento dello 0,5% sullo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel settore dei container il traffico è risultato in decisa flessione, sia in termini di TEU (-8,7%), sia in termini di tonnellaggio della merce trasportata (-7,9%).

L’incremento delle merci totali è da imputare quasi esclusivamente alla movimentazione degli oli minerali (+23%).

Le rinfuse solide flettono nonostante la crescita dei prodotti metallurgici e dei prodotti chimici.

Sul fronte del costo del trasporto marittimo, I noli hanno avuto andamenti differenti a seconda della tipologia di trasporto considerato. Il Baltic Dry Index - che stima il costo di noleggio delle navi oceaniche per il trasporto di rinfuse solide - è progressivamente salito, portandosi, a fine settembre, su un livello di poco superiore rispetto a quello del corrispondente mese dell’anno precedente; tuttavia a dicembre 2025 è tornato ai livelli di inizio semestre. Nello stesso periodo il Freightos Baltic Global Container Index - un indice composito che riflette l’andamento delle tariffe di trasporto dei container sulle primarie rotte commerciali internazionali - ha invece subito una forte riduzione, in gran parte determinata dal rilevante incremento della capacità di stiva immessa sul mercato.

Per quanto riguarda il movimento passeggeri di traghetti e crociere, si è registrata una diminuzione nel terzo trimestre dell’anno. I passeggeri delle crociere passate per il Porto di Genova sono aumentati del 2,8%, mentre quelli dei traghetti sono calati del 6,4%.

Il traffico dell’aeroporto C. Colombo di Genova registra il terzo aumento tendenziale consecutivo. Rispetto al secondo semestre 2024 il numero di aeromobili in movimento è cresciuto del 7,9% e i passeggeri sono aumentati del 18,3%.

Terziario avanzato

Cresce l’attività delle aziende del terziario avanzato. Giro d’affari e commesse sono in moderato aumento sul mercato interno e fermo verso l’estero. L’occupazione segna un ulteriore aumento.

TERZIARIO AVANZATO

2º semestre 2025 su 2º semestre 2024

Italia

Estero =

Italia

Dalle elaborazioni effettuate sul campione di aziende del terziario avanzato genovese nella seconda parte del 2025 il comparto ha registrato un fatturato in moderata espansione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sebbene vi siano importanti distinguo tra settori.

Il settore che ha ottenuto i migliori risultati è quello finanziario-assicurativo (non sono inclusi gli istituti di credito). Al netto delle assicurazioni la crescita dell’occupazione sarebbe intorno allo 0,5%, mentre l’aumento del fatturato si restringerebbe attestandosi all’1,4%. Allo stesso modo, i settori della consulenza, trattamento acque e rifiuti, immobiliare, vedono margini di profitto invariati, mentre il settore finanziario assicurativo sono cresciuti di oltre il 10%.

La Sanità

Crescono ancora fatturato e margini delle imprese private della sanità. Allo stesso tempo aumentano le prestazioni richieste ed erogate. Prezzi di vendita fermi a fronte di un aumento contenuto dei costi.

Nel secondo semestre 2025 il fatturato generato dalle aziende della sanità privata è aumentato del 6,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’incremento è dovuto alla crescita delle prestazioni (+1,8%) ed è in linea con gli aumenti registrati nel semestre precedente.

SANITÀ

2º semestre 2025 su 2º semestre 2024

MOVIMENTI TURISTICI CITTÀ METROPOLITANA

L’andamento del fatturato e dei costi permette una crescita significativa dei margini (+5,9%).

Gli occupati in organico rimangono stabili e in linea con i livelli del primo semestre 2024, senza impatti sul livello del costo del lavoro.

Il Turismo

Secondo semestre consecutivo di crescita per le aziende operanti nel turismo, dopo lo stop del secondo semestre 2024. In ogni caso i livelli di attività sono tra i più elevati raggiunti. Stabile il fatturato verso clienti stranieri, mentre cresce quello verso turisti italiani. I prezzi di vendita sono poco mossi, mentre l’occupazione è in crescita.

Dalla fine dell’emergenza Covid fino a tutta la prima metà del 2024 il settore turistico genovese aveva inanellato numerosi e ampi progressi tendenziali. Questa dinamica si era interrotta nel secondo semestre 2024, segnato da una stabilizzazione degli alti livelli raggiunti. Nel primo semestre 2025 era ripartita la crescita del fatturato relativa ai rapporti con la clientela straniera.

Nella seconda parte dell’anno passato la ripresa della crescita del fatturato è proseguita moderatamente, sebbene i margini lordi non ne abbiano ricevuto giovamento. Il giro d’affari verso i turisti italiani è aumentato dell’1,4%, ma quello generato da turisti stranieri è fermo (anzi in leggera flessione, -0,2%).

I prezzi di vendita sono aumentati di poco (+0,3%) e anche in questo caso si assiste a un “raffreddamento” della dinamica tendenziale dopo le alte variazioni percentuali registrate nel periodo post-Covid fino al 2024.

Tuttavia sale il costo del lavoro - trainato dalla dinamica positiva dell’occupazione. Ricavi in moderata espansione, prezzi di vendita fermi e aumento dei costi portano a una

dinamica dei margini lordi negativa pari a -0,8% (secondo calo tendenziale consecutivo).

I dati del campione di aziende valutate sono coerenti con quelli disponibili tramite l’Osservatorio regionale sul turismo. Nel secondo semestre 2025 gli arrivi di turisti nella Città Metropolitana di Genova sono rimasti in linea con quelli della seconda parte del 2024.

Diminuisce però la durata del pernottamento: le presenze di turisti italiani sono risultate infatti in calo del 6,3%, mentre quelle riferite al turismo straniero sono scese del 2,3%.

Le

prospettive per il 1º

semestre 2026

Le previsioni delle aziende genovesi per i primi sei mesi del 2026 sono moderatamente positive. Il fatturato complessivo è atteso in ulteriore, moderata, espansione, sebbene la raccolta ordini si prospetti poco mossa. La dinamica delle esportazioni è prevista raffreddarsi, seppur in leggero ulteriore incremento (grazie a cantieristica e metalmeccanica).

La conferma di una crescita - per quanto contenuta - continuerà ad avere effetti positivi sull’occupazione, prevista di nuovo in aumento.

INDUSTRIA E SERVIZI

Prospettive 1º semestre 2026 (variazioni congiunturali)

Secondo le indicazioni del campione di imprese associate analizzato, la produzione manifatturiera nei primi sei mesi del 2026 registrerà un incremento marginale (+0,1%). Migliore l’andamento del fatturato che aumenterà dell’1,2% su base congiunturale: un rialzo spiegato soprattutto dalla manifattura, ma incrementi del giro d’affari riguardano anche i settori dei servizi (sanità e terziario avanzato su tutti).

Gli ordini sono attesi stabili: in questo caso la debolezza e l’incertezza riguardano maggiormente i settori manifatturieri, nei quali le commesse sono previste in calo, mentre i servizi danno indicazioni di un incremento.

Dal lato occupazione, quest’ultima sarà trainata soprattutto dall’industria e dalla logistica, mentre negli altri comparti gli aumenti saranno modesti o nulli.

Le indicazioni del Centro Studi Confindustria per l’Italia restituiscono stime deboli per l’andamento dell’export, atteso quasi fermo nel 2026.

Viceversa, la componente di domanda più robusta in Italia sono gli investimenti fissi. Dopo il rallentamento nel 2024 (+0,5%), la loro dinamica è tornata a rafforzarsi tra fine anno scorso e prima metà del 2025.●

LE PREVISIONI DEL CSC PER L’ITALIA

1 ULA = unità equivalenti di lavoro a tempo pieno

CONFINDUSTRIA acciaio Non solo

Confindustria Genova e Confindustria Alessandria hanno condiviso una proposta di sviluppo dell’attività siderurgica e industriale delle aree di Genova Cornigliano e Novi Ligure.

Situazione storica e attuale

La siderurgia pubblica italiana nel dopoguerra nasce come risposta a tre esigenze cruciali dell’Italia uscita dalla Seconda guerra mondiale: ricostruire, industrializzare rapidamente e ridurre la dipendenza dall’estero per un settore strategico come l’acciaio.

• Negli anni ’30 l’IRI acquisisce Ansaldo, ILVA, Terni e nasce così un primo polo siderurgico a controllo pubblico; la guerra distrugge impianti e capacità produttiva, ma l’IRI sopravvive ed è pronto a ripartire. La conseguente riorganizzazione vede la chiusura di numerosi stabilimenti liguri minori, le cui attività di laminazione si trasferirono a Novi Ligure, nella storica sede in città attiva dal 1912. Nel dopoguerra l’acciaio diventa strategico per edilizia, infrastrutture, meccanica, automotive, cantieristica, con lo Stato che deve guidare lo sviluppo siderurgico.

• Nel 1951 nasce Finsider (Finanziaria siderurgica) che coordina esclusivamente investimenti, strategie e imprese. Sotto Finsider confluiscono ILVA, Dalmine, Terni, Italsider. La grande strategia pubblica negli anni 50-60 è puntare sull’acciaio di base, prodotto in grandi quantità, creare impianti a ciclo

integrale e localizzarli anche nel Sud, a Taranto e a Bagnoli, oltre che a Piombino e a Genova Cornigliano per ridurre il divario. È un mix di politica industriale, sviluppo territoriale e occupazione.

• Tra il 1950 e il 1970 si crea il periodo di successo perché per circa 20 anni la siderurgia pubblica sostiene il miracolo economico italiano, rende l’Italia uno dei primi produttori europei di acciaio e alimenta tutta la manifattura nazionale. Viceversa, limiti strutturali che emergono dopo quel termine sono la sovracapacità produttiva in Europa, le crisi energetiche, impianti giganteschi e rigidi, la crescente interferenza politica nella gestione e nei costi.

• La siderurgia privata ha due anime più tipiche, basate su acciai speciali e qualità, più margini, più tecnologia, più nicchie e processi di produzione basate su forni elettrici, più flessibilità, investimenti più piccoli e risposta più rapida al ciclo. Il lato pubblico ha cercato di costruire la quantità e la struttura” dell’acciaio italiano; il lato privato è stato spesso più agile e competitivo quando il mercato è diventato duro e volatile.

• Alla fine degli anni ’70 la siderurgia pubblica è

entrata in crisi per una serie di combinazioni; la domanda è rallentata, è diventata più incerta e si è formata una sovracapacità europea, con anche shock energetici, crisi dei costi, soprattutto per grandi imprese, che diventano più pesanti da sostenere. Il 1979 vede anche l’omicidio del sindacalista Italsider Genova Guido Rossa, per mano delle Brigate Rosse. La crescita dei forni elettrici (più modulari e adattabili) mette pressione al modello “gigante” del ciclo integrale, che è efficiente a pieno regime ma soffre quando il mercato non assorbe dal punto di vista occupazionale e ambientale.

• Nel 1995 un impianto gigantesco, complesso da ristrutturare e da ridimensionare senza trauma sociale, arriva alla privatizzazione, in particolare con Taranto, Genova Cornigliano e Novi Ligure passati al Gruppo ILVA/Riva con obiettivo primario la redditività, la continuità produttiva, la gestione più “aziendale”. Riva riuscirà in tutti questi intenti, ripristinando anche condizioni di legalità e sicurezza che, soprattutto nello stabilimento di Taranto, mancavano da decenni. Mentre il Gruppo Riva viene annoverato tra i 10 principali produttori siderurgici del mondo, nel 2007 si raggiunge il record di produzione di acciaio in Italia: 32 milioni di tonnellate, di cui 10 solo a Taranto.

• Tuttavia, un nodo ambientale esplosivo per regole e sensibilità ambientale mette fine alla gestione privata nel 2013. Il Decreto-legge n. 61/2013 avvia il Commissariamento (gestione straordinaria) dell’ILVA e il 5 giugno 2017 viene firmato il decreto di aggiudicazione degli asset a AM Investco (cordata ArcelorMittal/partner). Dopo sette anni di gestione non risolutiva e anzi avvolta su un’incapacità di proseguire in modi diversi in tutti gli stabilimenti (Taranto in particolare a Sud, con Genova Cornigliano e Novi Ligure a Nord), il 20 febbraio 2024 il Decreto MIMIT apre l’Amministrazione Straordinaria di Acciaierie d’Italia S.p.A. con nomina dei Commissari.

• La situazione che alla data attuale risulta è la trattativa del Ministero con il Gruppo Flacks (investitore internazionale senza esperienza di attività siderurgica) per verificare la possibilità di concludere gli accordi per tutte le proprietà dell’Amministrazione Straordinaria di Acciaierie di d’Italia S.p.A. Confindustria Genova e Confindustria Alessandria non intervengono fornendo proposte per le trattative italiane fuori dal Nord Italia, perché solo i propri territori possono essere giudicati e supportati per la propria economia, la propria occupazione e anche la propria industria.

Perché Cornigliano e Novi Ligure sono centrali dal dopoguerra a tutt’oggi

Cornigliano diventa un perno della siderurgia pubblica perché si inserisce nella strategia di ricostruzione e aumento della capacità produttiva legata al “modello Sinigaglia” (impianti moderni, scala, accesso logistico-marittimo). La Fondazione Ansaldo ricostruisce bene questa fase: nel 1951 la SIAC affida la ricostruzione/ampliamento dell’impianto “Oscar Sinigaglia” alla Cornigliano S.p.A., legata alla galassia Finsider.

Cornigliano è un caso “tipicamente genovese”: grande industria incastonata tra mare/porto e tessuto urbano. Questo ha prodotto, nel tempo, una pressione fortissima su qualità dell’aria e polveri, compatibilità con la vita del quartiere, spazio fisico (aree industriali vs città/porto/aeroporto). La vicenda (e le tensioni periodiche sul “ritorno dell’acciaio”) è ancora oggi molto sensibile nel dibattito locale. Il passaggio-chiave è la dismissione a caldo: nel 2002 con la chiusura della cokeria (passo decisivo verso l’uscita dal ciclo integrale a Cornigliano) ultima colata è dell’8 ottobre 2005: accordi e atti che sanciscono l’intesa istituzioni-azienda e la restituzione di ampie aree con il passaggio di 343.000 mq direttamente alla Società pubblica costituita da Regione Liguria, Comune di Genova, Città Metropolitana di Genova e Invitalia, mentre per 1.050.000 per 50 anni fino al 2065 al fine di ottenere degli obiettivi dichiarati. Questi risultati non sono stati ottenuti negli ultimi 20 anni, accompagnabili territorialmente e ancora di più con la trattiva verso il Gruppo Flacks, dedicata fondamentalmente con Taranto, ma non in maniera credibile con gli stabilimenti di Cornigliano e di Novi Ligure. Dopo il 2005 Cornigliano resta soprattutto come sito di lavorazioni a valle (non “acciaio primario” con altiforni/cokerie), mantenendo però un ruolo industriale e logistico-portuale importante nel Nord-Ovest. La storia recente viene spesso letta come trasformazione da polo integrale a polo di trasformazione/servizi industriali, con il tema occupazionale sempre centrale.

A Novi Ligure, in Provincia di Alessandria si concentra dalla fondazione il cuore dei laminati e freddo e degli zincati, in particolare per la filiera dell’automotive. Dal 1960 viene progettato un nuovo impianto lontano dall’abitato e da Novi Ligure, integrandosi sempre più nella filiera del grande polo pubblico (ILVA / Italsider), diventando una “sezione” legata al complesso di Cornigliano tramite lo scalo ferroviario di San Bovo. Novi è importante non perché fa “acciaio liquido”, ma perché trasforma coil laminati a caldo in prodotti di qualità più alta, in particolare con il decatreno, la ricottura continua CAPL (Continuous Annealing Processing Line), le ricotture statiche e la zincatura 4. A oggi è l’unico stabilimento del Gruppo che produce acciaio per il settore automotive. Il corridoio Taranto/Genova/Novi Ligure riceve i semilavorati da Taranto e il transito logistico passa da Genova (ferrovia e strada). È una filiera nazionale “a pezzi”: acciaio primario al Sud, trasformazioni ad alto valore al Nord. Cornigliano è la storia della grande siderurgia ligure e della scelta (2005) di togliere il “caldo” per compatibilità urbana/ambientale, mantenendo funzioni industriali a valle. Novi Ligure è un nodo di qualità (freddo/zincati, spesso per automotive) dentro una catena logistica nazionale che parte dal coil a caldo di Taranto e passa da Genova.

Da febbraio 2024, crisi della ricerca di una ristrutturazione della via di un’unica modifica di Taranto, Cornigliano e Novi Ligure Al di là di avere un’unica trattativa con il Gruppo Flacks, che non ha alcuna esperienza dell’ambito siderurgico per tutte le aree, mantenere il diritto di superficie fino al 2065 per un milione di metri quadrati è contrario a ogni sviluppo delle attività industriali e logistiche a Genova. Come ha stabilito l’Accordo di Programma del 1999 e successive modificazioni, negli anni successivi il processo non si è realizzato:

• Il mantenimento e, meglio ancora, l’aumento dell’occupazione (compreso il ricorso alla CIGS) non c’è stato, perché è scesa in questi termini, nonostante il primo Accordo di Programma del 1999 avesse già riconosciuto l’area industriale e portuale di Genova “critica per elevata concentrazione di attività industriale”; tuttavia, al momento, dopo 25 anni di trasformazioni produttive, logistiche e infrastrutturali, non c’è alcuna area con dimensioni lontanamente paragonabili a quelle del 1.050.000 mq di Cornigliano residui.

D’ITALIA 979

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* DATI COMUNICATI DALL’AZIENDA A CONFINDUSTRIA GENOVA

• L’Autorità Portuale, dal 1999 e in prossimità dell’approvazione del proprio Piano Regolatore Portuale, continua a manifestare l’esigenza di “recuperare spazi da riservare ad attività produttive connesse allo sviluppo del porto”. Analogamente vorrebbe fare l’aeroporto di Genova.

• Esistono da 20 anni enormi aree dimesse e non restituite e quindi precedentemente non bonificate e riutilizzate.

• Al momento la produzione siderurgica a Cornigliano è circa di 4/500.000 tonnellate contro l’autorizzazione ambientale AIA di 2.200.000 tonnellate, in termini proporzionale al calo dell’occupazione (nel 2017 era circa 700.000 tonnellate).

• Come detto, attualmente la produzione e l’attività siderurgica mantengono l’area sempre in diritto di superficie fino al 2065, impedendo di sviluppare (come diceva lo stesso Accordo di Programma del 1999 e successive modificazioni) attività siderurgiche, ma anche industriali e logistiche.

• Una sola parentesi, che si è sviluppata dal 2016, riguarda lo stabilimento di Ansaldo Energia che, invece di andare in Toscana con trasporti eccezionali per terminare le attività industriali e imbarcare là con i propri impianti, si è ubicata a fianco delle banchine portuali genovesi. Oltre ad Ansando Energia, Confindustria Genova in meno di 6 mesi aveva identificato 17 richieste di occupare su offerta del Commissario ex ILVA fino a 100.000 mq per una somma (se disponibili e/o scelte) di circa mq 400.000 mq per 800 addetti, dei quali 180 potevano venire dagli occupati già presenti sull’area.

• L’occupazione di tipo siderurgico ammonta a circa 1, max 2 lavoratori ogni 1.000 mq. Le aziende di tipo industriale (quali quelle ubicate a Genova) hanno una media di occupazione di grandezza 10 volte maggiore.

• Le aree di Cornigliano hanno un fondamentale valore di attività logistico portuale non solo siderurgico e tanto meno non solo di unico Gruppo operante in Italia. Per l’attività siderurgica si può mantenere in funzione al momento la linea di decatreno, decapaggio e le linee di zincatura. Non è possibile preventivare di installare un forno elettrico in compresenza di altri obiettivi. Le aree di Novi Ligure (a circa 30 Km da Cornigliano) possono tenere le stesse attività attuali e i nuovi impianti (per esempio di banda stagnata e di lamierino magnetico) almeno per servire il mercato italiano.

Per quanto riguarda Novi Ligure, la vocazione manifatturiera dell’area e il potenziamento ferroviario grazie al Terzo Valico dei Giovi rendono invece evidente la necessità non solo di conservare, ma possibilmente espandere l’attività dello stabilimento.

Le direttrici d’investimento devono necessariamente tendere a rilanciare la focalizzazione sul mercato automotive, e potrebbero in estrema sintesi essere le seguenti:

• avviare i necessari ammodernamenti alle linee produttive (CAPL in primis) per produrre acciai altoresistenziali AHSS di terza generazione;

• svincolarsi dalla dipendenza dall’area a caldo di Taranto, facendo leva sulle buone connessioni ferroviarie (in ulteriore miglioramento) e la vicinanza al porto di Genova. Per servire il mercato automotive è necessario un rigoroso rispetto dei tempi di consegna richiesta, pena l’esclusione dalla supply chain. Se anche la vicenda di Taranto si avviasse a una conclusione positiva, non si può trascurare che un ammodernamento della sua area a caldo si svilupperà necessariamente su molti anni, peraltro con un

potenziale abbassamento della qualità dell’acciaio dovuto al passaggio da altoforno a forno elettrico;

• una volta rinsaldati i rapporti con il mercato auto, sarebbe opportuno avviare nuovi investimenti per la produzione di lamierino magnetico. Aprire questo mercato, oltre che per gli acciaia Grain Oriented (GO) necessari ai trasformatori, avviando una produzione per acciai Non Grain Oriented (NGO), soddisferebbe anche i produttori di motori elettrici, presenti in gran numero in Italia nonostante l’assenza di produzione di materia prima;

• a seconda dell’evoluzione dello stabilimento di Genova, le aree di Novi sarebbero interessanti anche per eventuali spostamenti di linee produttive di difficile sviluppo futuro nel capoluogo ligure.

Una proposta di metodo

1) Dopo 25 anni di obiettivi parzialmente raggiunti per quanto riguarda lo sviluppo dell’industria e, in generale, dell’economia e dell’occupazione, i soggetti attori dell’Accordo di Programma del 1999 devono concordare di modificare lo stesso Accordo chiedendo la restituzione entro il 2026 di tutto il diritto di superficie alla Società per Cornigliano.

2) Lo Stato darà alla Società attualmente commissariata il compito di procedere alla bonifica delle aree da restituirsi prima del 2065, salvo gli impianti e gli stabilimenti che rimarranno a Genova Cornigliano. Gli impianti esistenti e in buono stato (decapaggio e zincatura) possono rimanere in stretto contatto logistico con lo stabilimento di Novi Ligure, dove svilupparsi con ottime prospettive anche con quegli impianti per altri prodotti e mercati molto importanti per l’Italia (es. banda stagnata e lamierino magnetico).

3) Lo Stato deve separare la trattativa con Taranto da quella per Cornigliano e Novi Ligure. Non è escluso che chiunque possa vincere entrambe le gare, cogliendo economia di scala, ma dipenderà da trattative diverse, separate anche da diversi e ulteriori obiettivi.

4) L’eventuale definitiva acquisizione degli asset del Gruppo da parte di Flacks non pregiudicherebbe l’attuazione del piano sopra descritto, in quanto un ulteriore passaggio di proprietà ad altro produttore di acciaio sarebbe in linea con la natura finanziaria dell’acquisitore stesso.

5) La Società per Cornigliano S.p.A. potrà essere estesa a entrambi gli stabilimenti e ai Soci attuali aggiungerà Regione Piemonte, Comune di Novi Ligure e Provincia di Alessandria.

6) Le banchine lato Polcevera e canale di calma saranno in diretta gestione dell’Autorità Portuale del Mar Ligure Occidentale, asservite a funzioni siderurgiche, industriali, energetiche e logistiche portuali.

7) Società per Cornigliano S.p.A. gestirà l’offerta all’insediamento con diritto di superficie sia al settore siderurgico, sia a quello industriale (diretto e indiretto), sia a quello di miglioramento dell’assetto infrastrutturale e cittadino a completamento.

8) Il nuovo Accordo di Programma potrà anche prevedere Lavori Socialmente Utili (LSU) per utilizzare transitoriamente occupazione per dipendenti siderurgici.●

Nell’attuale contesto geopolitico, è molto rischioso dipendere da pochi mercati o da rotte di fornitura altamente concentrate. L’INTERVISTA

Diversificare conviene

“ ExPAnD aiuta le imprese a trasformare i dati in strategie”

“ Con l’accordo UE-Mercosur l’Italia potrebbe raddoppiare l’export attuale, passando da 7 a 14 miliardi ”

“ La complessità delle procedure burocratiche rappresenta la principale barriera per gli investitori esteri nel nostro Paese”

Barbara Cimmino

Barbara Cimmino, co-fondatrice di Yamamay, azienda leader nel settore dell’abbigliamento intimo, è Vice Presidente di Confindustria con delega all’export e all’attrazione di investimenti, nonché Presidente di ABIE, l’Advisory Board degli Investitori Esteri, un Gruppo Tecnico composto da rappresentanti apicali di grandi imprese internazionali. Ha contribuito in maniera decisiva a far conoscere i vantaggi dell’accordo UE-Mercosur per le imprese italiane e, più in generale, ad alzare il livello di attenzione verso l’apertura di nuovi mercati.

Alla luce del quadro delineato dalla Congiuntura Flash di gennaio 2026 del Centro Studi Confindustria, che segnala un export italiano ancora debole a causa della svalutazione del dollaro, dell’incertezza geopolitica e dei rincari energetici, quali strategie ritiene più urgenti per sostenere e rilanciare l’export delle imprese italiane nei principali mercati globali, in particolare tenendo conto

delle opportunità e dei rischi derivanti dai recenti sviluppi commerciali internazionali?

Lo scenario dell’export italiano è oggi segnato da una crescente frammentazione del commercio globale. Le tensioni geopolitiche, i rincari energetici e l’aumento della competizione internazionale stanno modificando profondamente le dinamiche di accesso ai mercati. La guerra russo-ucraina ha inciso sui costi dell’energia, comprimendo i margini delle imprese; la pressione dei prodotti cinesi rimane elevata, sostenuta da un modello produttivo ancora fortemente influenzato da sussidi e interventi statali; mentre nei confronti degli Stati Uniti - primo mercato extra-UE per l’Italial’elevata integrazione delle catene del valore convive con l’incertezza legata alla volatilità della politica commerciale americana. Il ritorno a strumenti protezionistici e l’uso della politica commerciale come leva geopolitica stanno ridisegnando le catene globali. In questo contesto, l’Europa - e con essa l’Italia - non può limitarsi a un approccio difensivo, ma deve saper coniugare tutela della competitività e apertura selettiva dei mercati. La diversificazione geografica e settoriale non è più un’opzione, ma una necessità strategica: le recenti crisi hanno mostrato quanto sia rischioso dipendere da pochi mercati o da rotte di fornitura altamente concentrate. Il tessuto industriale italiano, formato prevalentemente da PMI, ha straordinarie capacità di posizionamento internazionale, ma non sempre dispone di risorse, competenze e strumenti adeguati a gestire la complessità dei mercati esteri. È quindi essenziale rafforzare le politiche di accompagnamento all’internazionalizzazione, favorendo aggregazioni di filiera, reti d’impresa e un accesso diffuso a informazioni qualificate. Confindustria è impegnata nel sostenere questo percorso, promuovendo una cultura dell’export basata su dati, visione strategica e capacità di gestione del rischio. Un ruolo decisivo è svolto dagli accordi di libero scambio che l’UE sta negoziando o completando. L’eliminazione delle barriere tariffarie e non tariffarie rappresenta uno strumento concreto per ampliare l’accesso ai mercati, soprattutto per le imprese di dimensioni minori. Una politica commerciale europea più proattiva, orientata verso Paesi ad alto potenziale, può consentire alle aziende italiane di operare in contesti più prevedibili, aumentare l’export e collocarsi in catene di fornitura più resilienti e meno esposte agli shock.

In che modo la nuova piattaforma ExPAnD di Confindustria si differenzia dagli strumenti già esistenti a supporto dell’internazionalizzazione e quali benefici concreti può offrire, soprattutto alle PMI, nell’accesso ai mercati esteri?

In un contesto competitivo che richiede scelte rapide e fondate su dati, strumenti come ExPAnD diventano determinanti. La piattaforma si distingue dagli strumenti tradizionali perché non si limita a offrire statistiche, ma integra analisi dinamiche del potenziale di crescita dell’export per singolo prodotto e singolo mercato, includendo una lettura del panorama competitivo locale. Per le PMI - spesso prive di strutture interne dedicate - questo tipo di informazione è particolarmente prezioso. ExPAnD permette di orientare in modo efficiente investimenti e risorse, definendo priorità realistiche e individuando nuovi mercati coerenti con la

capacità produttiva e la specializzazione dell’impresa. È uno strumento che aiuta le imprese a trasformare i dati in strategie, a riconoscere opportunità non ancora esplorate e a ridurre l’incertezza nelle decisioni di internazionalizzazione. Siamo in un momento cruciale del progetto, con il tour nazionale che coinvolge associazioni, imprese e stakeholder territoriali per diffondere l’utilizzo della piattaforma e promuovere lo scambio di esperienze. Oltre alla dimensione digitale, il roadshow rafforza la formazione e contribuisce a costruire una cultura dell’export più moderna e consapevole. In sintesi, ExPAnD offre tre benefici concreti: strumenti decisionali più solidi, riduzione dei rischi nelle scelte di mercato e un supporto diretto alle PMI nel loro percorso di crescita internazionale.

Confindustria si è sempre dichiarata convintamente a favore dell’accordo UE-Mercosur, considerandolo una grande opportunità per le imprese. Lo stop dell’Europarlamento alla firma, lo scorso 21 gennaio, ha generato profonda delusione e forte preoccupazione in tutta l’industria manifatturiera. Auspicando nel superamento dell’impasse in tempi brevi, quali prospettive di sviluppo offrirà l’applicazione dell’Accordo alle nostre aziende? L’accordo tra l’UE e il Mercosur, firmato il 17 gennaio dopo 25 anni di negoziati, è un traguardo strategico per la politica commerciale europea. Il Mercosur - che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay - è un partner naturale, con cui l’UE condivide affinità politiche, culturali e un’elevata complementarità economica. L’eliminazione dei dazi rappresenta l’elemento più rilevante: si prevedono risparmi complessivi pari a circa 4 miliardi di euro l’anno e un incremento dell’export europeo verso il blocco sudamericano fino a 50 miliardi a regime. Per l’Italia, uno dei principali beneficiari, l’accordo potrebbe raddoppiare l’export attuale, portandolo dagli attuali 7 miliardi a circa 14 miliardi. Il rinvio dell’Europarlamento alla Corte di Giustizia è fonte di forte preoccupazione, perché non tiene conto della congiuntura geopolitica e dei rischi legati alla perdita di competitività europea in mercati dove altri attori globali si stanno muovendo con maggiore rapidità. L’industria auspica che l’accordo possa entrare in vigore quanto prima, anche in forma provvisoria, così da garantire certezze alle imprese e rafforzare la presenza europea in un’area a forte potenziale. Parallelamente, la recente conclusione dei negoziati con l’India il 27 gennaio apre opportunità significative. Con un PIL superiore a 3,4 trilioni di dollari, una crescita di quasi il 3% annuo e una popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti - il mercato più grande al mondo per numero di consumatori - , l’India rappresenta un partner strategico per la manifattura italiana, sia come mercato di sbocco sia come hub di materie prime e componentistica. In un contesto globale caratterizzato da instabilità e competizione crescente, è essenziale che l’UE mantenga un’agenda commerciale ambiziosa e garantisca l’attuazione rapida degli accordi già conclusi, evitando ritardi che possano indebolire la posizione delle imprese europee sui mercati internazionali.

In qualità di Presidente del Gruppo Tecnico Confindustria Imprese Estere, in cui siedono figure apicali di grandi imprese a controllo estero già presenti in Italia, quali

azioni ritiene prioritarie per rafforzare la competitività e l’attrattività dell’Italia nei confronti degli investimenti esteri, alla luce del mutato contesto geopolitico? La competizione tra sistemi-Paese per attrarre investimenti si è intensificata e richiede strategie di lungo periodo. L’Italia parte da basi solide: una manifattura avanzata, filiere integrate e una forte capacità innovativa alimentata anche dalla presenza di imprese a controllo estero, che generano valore aggiunto, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico. Le evidenze raccolte dall’Osservatorio Imprese Estere indicano con chiarezza dove intervenire. La prima priorità riguarda il funzionamento del quadro amministrativo. Gli oneri burocratici e la complessità delle procedure rappresentano oggi la principale barriera percepita dagli investitori esteri: incertezza normativa, tempi di risposta lenti e frammentazione delle competenze tra livelli istituzionali. Pur in presenza di alcuni progressi, i margini di miglioramento

restano ampi. Digitalizzare i processi può essere una leva decisiva, a condizione che significhi semplificare e rendere più trasparenti le procedure, assicurando tempi definiti e responsabilità chiare. La seconda priorità riguarda la competitività strutturale del Paese. La carenza di personale qualificato si conferma tra i principali fattori critici, insieme ai costi energetici e alla qualità delle infrastrutture. La disponibilità di competenze avanzate e un contesto territoriale efficiente sono condizioni decisive per sostenere la transizione digitale ed energetica e consolidare gli investimenti nel medio periodo. In questo quadro, diventa determinante adottare un metodo di lavoro fondato sulla collaborazione tra imprese, istituzioni nazionali e territori. Le Linee Operative elaborate con la Conferenza delle Regioni indicano la direzione: intervenire sulle leve più direttamente azionabili per rafforzare l’attrattività e consolidare la presenza delle imprese già insediate.●

L’approccio di Fundo.one alla finanza agevolata.

Semplice, continuativo intelligente,

Fundo.one è la piattaforma AI-driven che accompagna le imprese nell’accesso alla finanza agevolata con un servizio digitale, continuo e scalabile. Ne parliamo con Luca Iannelli, CCO & Co-founder della startup.

Se dovessi mettere in luce tre caratteristiche di Fundo.one in altrettante parole, quali sceglieresti? E perché?

Direi Intelligente, Semplice, Continuativo. Intelligente perché Fundo.one nasce come piattaforma AI-driven: non si limita a “cercare bandi”, ma utilizza agenti intelligenti per analizzare requisiti, verificare l’ammissibilità delle imprese e guidarle lungo tutto il processo. Semplice perché affrontiamo uno dei temi più complessi e burocratici per le PMI - la finanza agevolata - con l’obiettivo di renderlo accessibile, comprensibile e digitale. Continuativo perché superiamo l’approccio episodico al bando singolo: Fundo.one lavora

in modo continuativo, accompagnando l’impresa nel tempo e trasformando la finanza agevolata in una leva strategica, non occasionale.

Entriamo nel dettaglio: quale idea imprenditoriale è alla base di Fundo.one e quali riscontri hai ottenuto fino ad oggi del mercato?

L’idea imprenditoriale nasce da un ciclo di interviste e analisi di mercato condotte da Maritime Ventures, primo venture builder italiano e oggi socio di Fundo.one, ed è stata successivamente sviluppata operativamente da noi quattro founder. È emerso con chiarezza come la finanza agevolata in Italia offra un potenziale significativo per le imprese, ma risulti ancora estremamente frammentata, poco trasparente e di fatto accessibile solo a pochi operatori altamente specializzati. Le PMI faticano ad accedervi per mancanza di

tempo, competenze o strumenti adeguati. Fundo.one nasce per colmare questo gap, digitalizzando e automatizzando un processo che oggi è ancora fortemente manuale e consulenziale. Vogliamo spostare il focus dal “bando come pratica” al “bando come servizio continuo”, scalabile e misurabile. I primi riscontri dal mercato sono arrivati in tempi molto rapidi e hanno superato le nostre aspettative: in poche settimane dal lancio operativo abbiamo registrato un numero significativo di clienti attivi sulla piattaforma e predisposto con successo le prime pratiche. Il feedback delle aziende coinvolte è stato estremamente positivo, soprattutto per la velocità del processo, la chiarezza nell’analisi dei requisiti e la sensazione di avere finalmente uno strumento che semplifica davvero l’accesso alla finanza agevolata.

A quali esigenze o nuove opportunità la startup intende rispondere e come?

Fundo.one risponde a tre esigenze principali. La prima è la velocità: intercettiamo opportunità in modo continuo e riduciamo drasticamente i tempi di analisi e prefattibilità. La seconda è la riduzione della complessità burocratica: grazie all’AI, la PMI non deve più interpretare bandi complessi o affidarsi a processi poco chiari, gestendo la compilazione con la nostra AI. La terza è la scalabilità: la nostra piattaforma consente anche a commercialisti, consulenti, partner e organizzazioni di servire molte più PMI efficientando i processi. Fundo.one, quindi, è uno strumento per le PMI e anche un abilitatore per l’ecosistema della finanza agevolata.

Quale percorso personale e professionale ti ha portato qui e quali sono le altre professionalità coinvolte in Fundo.one?

Il mio percorso nasce come project manager e business developer, ruoli che ho ricoperto per diversi anni in contesti diversi, sempre in ambito startup. Ho sempre lavorato a cavallo tra operatività, strategia e crescita commerciale, maturando una forte attenzione ai processi e all’efficienza.

Sono sempre stato vicino al mondo della finanza agevolata. Da qui è nata l’esigenza di costruire prima una società di consulenza tradizionale, poi invertire la rotta verso il progetto Fundo.one, ora diventato realtà con l’uscita sul mercato della piattaforma AI. In Fundo.one, il team combina competenze complementari: tecnologia e AI, conoscenza normativa, prodotto, business development e visione strategica. È un equilibrio fondamentale, perché stiamo innovando in un ambito dove affidabilità e competenza sono tanto importanti quanto la tecnologia.

Guardando al futuro, quali sono le ambizioni di sviluppo e i progetti per la startup?

Nel breve periodo l’obiettivo è consolidare il prodotto sul mercato italiano, rafforzando partnership strategiche e ampliando le funzionalità della piattaforma. Nel medio termine puntiamo a diventare lo standard digitale per la gestione della finanza agevolata in Italia; nel lungo periodo intendiamo estendere il modello a livello internazionale, partendo da mercati caratterizzati da un’ampia presenza di incentivi pubblici e da una complessità normativa comparabile a quella italiana.

Una riflessione conclusiva: quali esperienze pregresse o inclinazioni personali ti sono state utili nel lavoro di startupper e, viceversa, cosa hai imparato in Fundo.one che vuoi portarti anche “a casa”?

La mia esperienza passata mi ha insegnato a concentrarmi su problemi concreti, a cercare soluzioni pratiche e a ottenere risultati tangibili, ma anche a dare ascolto ai clienti e ai partner prima di prendere decisioni affrettate. Fundo.one, invece, mi sta mostrando quanto sia importante avere pazienza e una visione di lungo periodo: sviluppare un prodotto richiede costanza, equilibrio tra ambizione e realismo e attenzione ai dettagli. Sono competenze che rimangono con te, influenzando il modo in cui affronti qualsiasi sfida, dentro e fuori dal lavoro.●

Founders della startup: Andrea Giustina, Federico Daneu, Luca Iannelli e Roberto Ugo di Cera Colazingari

SVILUPPO

accordi (dis)

Dazi USA su acciaio e alluminio: occorre riaprire il negoziato.

Il 27 luglio scorso la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno trionfalmente proclamato il raggiungimento di un accordo contenente i parametri chiave in tema di dazi su gran parte dei beni oggetto di interscambio fra Europa e USA.

L’accordo prevede dazi “all inclusive” su gran parte delle merci al 15%, comprensivi della tariffa MFN “della nazione più favorita”, mentre porta quelli sull’acciaio, sull’alluminio e sul rame al 50%.

Lo stesso accordo prevede che le due sponde dell’Atlantico uniscano le forze per proteggere i settori dell’acciaio e dell’alluminio dalla concorrenza sleale e distortiva stabilendo contingenti tariffari per le esportazioni dell’UE a livelli storici e riducendo le attuali tariffe al 50%.

Nell’immaginario di molti produttori europei e italiani, non avezzi a scendere nel dettaglio e nelle pieghe delle normative in tema doganale, da quel momento in poi si sarebbe trattato di pagare un dazio del 15%, che era il numero sbandierato all’indomani sui notiziari di tutta Europa.

Nel corso dei mesi successivi abbiamo capito sulla nostra pelle che le cose stavano in misura molto diversa e che tale accordo è un cappio per moltissime aziende. Abbiamo capito, infatti, che al 15% dei dazi applicati alle merci come “reciprocals” occorre aggiungere il 50% sui “derivates”

sul contenuto in peso dei prodotti di acciaio e alluminio; quindi con delle implicazioni ben diverse da quelle sperate e, forse, mal comprese da coloro che, a partire dal commissario Maroš Šefc ˇ ovic ˇ , avevano a lungo trattato la spinosa questione.

L’Italia e la Germania sono particolarmente esposte su questo fronte, avendo migliaia di aziende esportatrici negli USA interessate dal problema. Pensiamo a tutta la componentistica per auto, ai produttori di motori elettrici, ai produttori di macchine nel settore alimentare, alla meccanica fine, all’accessoristica nautica, ai produttori di profilati e tubi, condizionatori ed elettrodomestici, moto, biciclette e quanto altro.

La questione è seria e urgente e va affrontata da Confindustria e dalle nostre autorità con la piena comprensione dell’impatto che sta avendo sulla nostra produzione. Innanzitutto, occorre essere realisti e non contare su remote sentenze della Corte Suprema statunitense che possano modificare la situazione: le probabilità che venga riconosciuto dalla Corte un abuso di potere dell’esecutivo in tema di emergenza nazionale che comporti la cancellazione dei dazi sono parecchio basse.

In secondo luogo, dobbiamo tenere presente che, a dispetto del dichiarato obiettivo americano di incrementare la produzione interna, questi dazi colpiscono in eguale misura le

numerose aziende italiane ed europee che, da anni, hanno delle unità produttive negli USA e danno lavoro sul posto. Un’altra considerazione riguarda il fatto che le autorità doganali statunitensi, a partire dallo scorso autunno, stanno emettendo aggiornamenti in continuo rispetto alla lista dei prodotti iniziale, di fatto aumentando continuamente quelli che escono dalla casistica di puri reciprocals (IEEPA) per entrare nella lista di quelli con tariffe aggiuntive.

Inoltre non c’è uniformità di interpretazione in molte questioni, sia di volta in volta tra uffici doganali americani, sia tra UE e USA. Per esempio, non c’è uniformità nell’identificazione dei codici HTS e nel fatto che noi diamo per assodato che il calcolo del dazio derivato vada applicato sul peso di acciaio e alluminio contenuto in un prodotto e non sulle altre voci del valore del prodotto, malgrado il testo letterale sia chiaro al riguardo.

Mancano chiare indicazioni anche in molti altri campi, per esempio sulla legittimità delle richieste di rimborso posteriori di dazi calcolati erroneamente. Il tutto malgrado si stiano pagando fior di consulenze in Italia e negli USA per capire come muoversi correttamente. Non si possono poi dimenticare gli ingenti costi della burocrazia che questa situazione sta generando all’interno delle aziende: identificazione di codici legati ai prodotti, pesa dei singoli componenti di tutti i prodotti, dichiarazioni dai fornitori italiani ed

esteri, programmi informatici per gestire in automatico le dichiarazioni doganali e, appunto, un mare di consulenze periodiche anche per gestire gli aggiornamenti.

Un altro aspetto critico è il costo finanziario di questa situazione. Le nostre aziende controllate negli USA pagano i dazi entro 3 giorni dal momento dell’importazione. Nel caso remoto che riescano parzialmente a scaricare tali dazi sul prezzo delle merci vendute in loco, il gap temporale tra il pagamento e l’incasso è di almeno 150 giorni se non di più. Ciò che non viene scaricato è un costo secco che erode gran parte degli utili e che spesso ha conseguenze anche nei pagamenti intragruppo. Quindi le nostre aziende stanno finanziando il Tesoro americano oltre che contribuire a ripianare la bilancia commerciale USA.

In ultimo, le nuove norme contabili americane impongono dal 2026 di contabilizzare i magazzini al lordo dei dazi pagati. In questo modo si aumenta la variazione a valore delle rimanenze, facendoci pagare più imposte dirette a fine anno, in parte calcolate sugli stessi dazi già pagati (in barba alla doppia tassazione).

Tutto questo avviene in una congiuntura che vede il dollaro in continuo costante deprezzamento, creando ulteriori importanti difficoltà alle aziende italiane che esportano negli USA.● Piero Gai è Presidente Piccola Industria Confindustria Genova

Il futuro dei collegamenti Asia-Europa tra geopolitica e infrastrutture.

Sea Route Northern

La Northern Sea Route , il corridoio marittimo che attraversa l’Artico lungo le coste russe, continua a oscillare tra promessa strategica e limiti operativi. Negli ultimi anni il traffico si è stabilizzato intorno ai 33-35 milioni di tonnellate annue, ben lontano dagli obiettivi fissati da Mosca, confermando come la rotta sia oggi soprattutto funzionale alle esportazioni energetiche artiche più che un’alternativa sistemica al Canale di Suez. Il transito internazionale resta infatti marginale e dipendente da condizioni climatiche variabili, costi assicurativi elevati e necessità di supporto rompighiaccio, elementi che ne riducono la prevedibilità commerciale. Ciò non significa che la rotta marittima di Nord-Est (Nsr) stia perdendo rilevanza. Al contrario, il Cremlino sta ridefinendo il progetto all’interno di un più ampio Transarctic Transport Corridor, una rete multimodale destinata a integrare porti, ferrovie e hub energetici dal Baltico al Pacifico. In questo contesto la cooperazione con la Cina assume un ruolo crescente. Pechino continua a sviluppare la propria Polar Silk Road attraverso investimenti mirati e l’impiego di navi ice-class, rafforzando una partnership logistica che ha acquisito maggiore peso dopo le sanzioni occidentali contro la Russia. In questo contesto, anche l’Italia sta evolvendo il proprio approccio alla regione. L’aggiornamento della strategia artica nazionale, presentata a Roma lo scorso 16 gennaio dai ministri Crosetto, Bernini e Tajani, evidenzia un crescente interesse per la dimensione marittima, energetica e scientifica, con l’obiettivo di rafforzare la presenza nei progetti internazionali e valorizzare competenze industriali e cantieristiche. Il varo di Nave Quirinale, unità idro-oceanografica della Marina Militare, rappresenta un esempio concreto di questa evoluzione: una piattaforma progettata per attività di ricerca, monitoraggio ambientale e supporto alle operazioni scientifiche, che rafforza la capacità italiana di operare in contesti complessi, inclusi quelli polari. L’Italia vede nell’Artico ovviamente una dimensione lontana geograficamente parlando, ma estremamente vicina per il contesto politico e scientifico. E non potrebbe che essere così, vista anche la forte spinta degli Stati Uniti manifestata verso il controllo o addirittura il possesso della Groenlandia. Una scelta aggressiva, quella di Washington, che ha fatto alzare notevolmente la temperatura delle relazioni transatlantiche, con lo sbarco sull’isola di truppe di diversi paesi europei. Uno

scenario eccezionale e dirompente, che ha creato una frattura difficile da andare a ricomporre. Ma la volontà di Donald Trump di possedere la Groenlandia ha diversi obiettivi. Primo su tutti, quello di avere a disposizione un territorio colossale, pari all’intera Europa, che rappresenta un bastione ampio e difficilmente difendibile per il nordamerica. Ma anche una piattaforma ricca di materiali, anche se oggi ancora difficilmente estraibili. E una lunga, ampia costa che andrebbe a fronteggiare il futuro del trasporto logistico nella regione. Per i porti italiani, la questione non riguarda tanto l’arrivo immediato di grandi volumi dalla Nsr, quanto la capacità di anticipare scenari logistici futuri. L’instabilità delle rotte tradizionali, come dimostrato dalle crisi nel Mar Rosso e nel Canale di Suez, ha infatti riaperto il dibattito su corridoi alternativi e resilienza delle supply chain. Roma è quindi sia un alleato fidato per mantenere la libertà della navigazione anche nell’Artico, sia un giocatore autonomo, visto che dal 2017 procede annualmente con un programma di mappatura dei fondali (“High North”), curato dall’Istituto Idrografico della Marina. Parallelamente emerge una nuova dimensione infrastrutturale che va oltre il trasporto marittimo. L’Artico sta diventando un nodo strategico per le comunicazioni globali grazie a progetti come il Pan-Arctic Cable System e il Far North Fiber, un collegamento sottomarino in fibra ottica lungo circa 17mila chilometri destinato a entrare in funzione entro il 2026 e a ridurre le distanze digitali tra Asia ed Europa. I cosiddetti “smart cables” integreranno sensori per monitorare parametri ambientali e attività sismica, ma la loro esposizione in una regione poco pattugliata apre interrogativi sulla sicurezza, tra rischi di sabotaggio, intercettazioni e difficoltà di manutenzione in un ambiente estremo. Sul piano navale la Russia mantiene un vantaggio significativo grazie alla propria flotta rompighiaccio e a unità specializzate per il trasporto di gas naturale liquefatto, mentre in Europa cresce il dibattito sulla necessità di capacità operative autonome. Più che una rivoluzione immediata delle rotte commerciali, la Northern Sea Route rappresenta oggi un processo graduale di trasformazione: un laboratorio geopolitico dove clima, tecnologia e competizione tra potenze ridefiniscono il futuro dei collegamenti tra Asia ed Europa.● Leonardo Parigi è fondatore e coordinatore di Osservatorio Artico

Dopo il vento, il ferro

Una partnership tra Generative Bionics e Fincantieri per sviluppare robot umanoidi saldatori.

Fabrizio Ferrari, nostro presidente, su queste pagine, ha augurato “bon çéu e bon vento” a Generative Bionics. Un auspicio elegante, da persona che conosce il peso delle parole della marineria e la pazienza che serve a costruire. Ma il vento, a Genova, è già arrivato. E ha portato con sé qualcosa di inaspettato: un robot che impara a saldare. L’11 febbraio 2026 Fincantieri e Generative Bionics hanno annunciato una partnership industriale per sviluppare un robot umanoide saldatore (GENE01/W, W come “Welder”, in italiano, “saldatore”) destinato ai cantieri navali. Non un comunicato stampa da dimenticare nel cassetto, ma un programma quadriennale con test previsti a Sestri Ponente entro fine anno e funzionalità operative attese nei primi ventiquattro mesi. Tradotto: nel cantiere dove si costruiscono le navi più complesse del pianeta, un umanoide italiano si prepara a impugnare una torcia e lavorare fianco a fianco con gli operai. Fermiamoci un momento. Perché questa notizia, per chi vive e lavora a Genova, vale più di quanto appaia.

Il corpo dell’intelligenza

Siamo abituati a pensare all’intelligenza artificiale come a qualcosa di incorporeo - algoritmi che scrivono email, chatbot che rispondono alle domande, software che ottimizzano la logistica. Generative Bionics ribalta questa narrazione. La loro tecnologia la chiamano “Physical AI”: intelligenza artificiale che ha un corpo. Non un braccio meccanico in gabbia, ma un umanoide con gambe, braccia, mani e, dettaglio che cambia tutto, una pelle tattile distribuita su tutta la superficie. Sensori di forza e contatto che gli permettono di sentire ciò che tocca, adattarsi, reagire in tempo reale.

Al CES di Las Vegas, a gennaio, Daniele Pucci è salito sul palco principale di AMD per presentare GENE.01, il concept che definisce l’intera piattaforma. Il nome non è casuale: GENE come gene, l’unità fondamentale da cui nasce l’identità di una specie. Un robot che non replica l’umano, ma se ne ispira. Che pensa anche con il corpo, proprio come facciamo noi quando le mani di un artigiano sanno prima della testa quale pressione applicare sul legno.

«Con GENE.01 vogliamo progettare un umanoide dove l’intelligenza non risiede solo nel cervello ma anche nel corpo», ha spiegato Daniele Pucci, CEO dell’azienda. Una frase che, pronunciata a Las Vegas davanti a un pubblico globale, suonava come una dichiarazione di guerra ai giganti della Silicon Valley. Pronunciata a Genova, suona semplicemente come buon senso.

Perché proprio un cantiere navale

La domanda è legittima. Con un mercato che va dai data center all’automotive, perché Generative Bionics ha scelto di debuttare in un cantiere? La risposta è brutalmente pragmatica, e per questo profondamente genovese.

Un cantiere navale è uno degli ambienti più ostili che esistano per un robot. Spazi angusti, lamiere irregolari, temperature estreme, posizioni di lavoro che sfidano l’ergonomia umana. Se un umanoide funziona qui, funziona ovun-

que. Fincantieri offre il banco di prova più severo al mondo, e il fatto che lo faccia nel cantiere di Sestri Ponente aggiunge alla sfida tecnologica una dimensione simbolica che non sfugge a nessuno.

Ma c’è anche una ragione più profonda, e riguarda le persone. Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, l’ha detto senza giri di parole: la cantieristica europea affronta una crescente carenza di manodopera specializzata. I saldatori esperti vanno in pensione e i giovani che li sostituiscono non sono abbastanza. L’umanoide non arriva per rubare il lavoro a qualcuno. Arriva perché quel qualcuno, semplicemente, non c’è più.

Il robot di Sestri Ponente sarà progettato per le mansioni più gravose, ripetitive, fisicamente logoranti. Il tipo di lavoro che consuma le spalle e le ginocchia, che accorcia le carriere, che tiene le persone sveglie la notte per il dolore. Se una macchina può assorbire quel carico e restituire agli operai un lavoro più qualificato, più sicuro, più sostenibile nel tempo, allora la tecnologia sta facendo esattamente ciò che dovrebbe: mettersi al servizio dell’uomo.

Una questione di sovranità

C’è un aspetto della partnership che trascende la dimensione locale. In un mondo dove la robotica umanoide è dominata da americani e cinesi, Tesla con Optimus, Figure AI, Unitree in Cina, l’Europa rischia di restare spettatrice di una rivoluzione che ridisegnerà l’intera manifattura globale. Generative Bionics è oggi l’unico player europeo con una piattaforma umanoide completa, un round da 70 milioni, un team di 80 ingegneri e un piano industriale credibile. Il fatto che operi nella cantieristica navale, settore strategico per la difesa e l’economia europea, aggiunge un livello di rilevanza geopolitica che la politica industriale farebbe bene a non sottovalutare. Folgiero ha definito il cantiere di Sestri Ponente “un laboratorio industriale in cui tecnologia, sicurezza e competenze evolvono insieme”. Non è retorica aziendale. È la descrizione esatta di ciò che potrebbe diventare la prossima fase della manifattura genovese: un luogo dove l’eccellenza operativa tradizionale incontra l’intelligenza artificiale in un corpo.

Dalla Robot Valley alla realtà

Su queste pagine si è parlato di Robot Valley. Il concetto è giusto, ma il rischio è che resti un’etichetta. La differenza la faranno i fatti: contratti firmati, prototipi che funzionano, certificazioni ottenute, posti di lavoro qualificato creati. Con la partnership Fincantieri, Generative Bionics ha messo il primo mattone concreto su un percorso lungo ma che è iniziato. Entro poco tempo il robot dovrà dimostrare, nelle condizioni reali di un cantiere, di saper saldare con precisione, muoversi in sicurezza e collaborare con gli operai senza creare barriere. È una promessa ambiziosa. Ma se c’è una città che sa cosa significa costruire cose difficili in spazi e tempi impossibili, quella città è Genova. Il vento è arrivato. Adesso è il momento di saldare.● (O.T.)

La cosiddettaIA

Intelligenza artificiale applicata alla videosorveglianza automatica: cosa è in realtà, oltre gli hype del mercato.

di Simone de Titta

Oggi nel mondo sono installate oltre un miliardo di telecamere di videosorveglianza. Si tratta di un’infrastruttura imponente, cresciuta nel tempo per rispondere alla domanda in progressivo incremento di sicurezza, controllo e tutela degli asset. La proliferazione di telecamere crea un sovraccarico informativo tale da rendere difficile, se non insostenibile, la gestione umana efficiente. Un singolo operatore umano non può farsi carico, infatti, di gestire volumi elevati di telecamere, monitorando con efficacia e senza cali di attenzione centinaia di feed simultaneamente e per periodi prolungati. Studi recenti dimostrano che un operatore “in carne e ossa” inizia a manifestare affaticamento già dopo 12 minuti di osservazione continua dei flussi video, arrivando, dopo altri 10 minuti, a non rilevare fino al 95% delle attività sensibili sottoposte alla sua supervisione. Di conseguenza e fino a ieri, la videosorveglianza è stata spesso utilizzata solo in modalità reattiva, generando valore solo nella fase di analisi post-evento, a eventuali danni già prodotti - il che l’ha resa più un sistema di registrazione a posteriori che di sicurezza attiva.

La Video Analisi consente invece di monitorare tutte le telecamere in modo continuo, costante e senza cali di attenzione. Solo gli eventi rilevanti vengono individuati e segnalati automaticamente, in tempo reale, agli operatori, che possono così verificarli e intervenire con prontezza, riducendone - o addirittura prevenendone - gli impatti negativi. Tuttavia, come spesso accade nel mondo hi-tech, il settore della Video Analisi è stato a lungo accompagnato da aspettative di mercato e promesse non sempre mantenute. In passato, si spacciava spesso per “Video Analisi” anche una semplice rilevazione di movimento basata sul confronto tra immagini consecutive.

Oggi una dinamica simile riguarda l’utilizzo della cosiddetta Intelligenza Artificiale (IA) applicata alla videosorveglianza, che si sta affermando come un trend dominante e trasformativo. Tuttavia, il termine Intelligenza Artificiale viene ancora troppo spesso proposto in modo approssimativo, poco professionale e talvolta fuorviante, contribuendo ad alimentare aspettative confuse e sovrastimate, lontane dalle reali possibilità tecnologiche. Al di là delle narrazioni di marketing, diventa quindi fondamentale comprendere in modo chiaro e oggettivo cosa sia realmente questa “cosiddetta IA” e, soprattutto, cosa non sia.

Oggi, quando si parla di Intelligenza Artificiale, ci si riferisce in particolare a modelli basati su Deep Learning, ovvero reti neurali caratterizzate da dimensioni e livelli di complessità di diversi ordini di grandezza superiori rispetto a quelle impiegabili in passato.

Se è vero che già in precedenza, quando applicata con completezza, realismo e adeguata competenza tecnica, la Video Analisi rappresentava una tecnologia di grande valore, è altrettanto evidente che la disponibilità di modelli basati su Deep Learning ha oggi reso possibile un salto evolutivo straordinario nella videosorveglianza automatizzata, aprendo scenari applicativi e livelli prestazionali che fino a pochi anni fa erano difficilmente immaginabili.

È tuttavia fondamentale chiarire alcuni aspetti chiave. Innanzitutto, per essere precisi, qualsiasi processo non umano che prenda decisioni sulla base dell’analisi di dati può essere definito, in senso lato, Intelligenza Artificiale. In questa definizione rientrano anche sistemi molto semplici,

come i software di scacchi con cui già si giocava decenni fa. Il Deep Learning, in particolare, non è una tecnologia nuova: le sue origini risalgono alla fine degli anni ‘50. Per lungo tempo, tuttavia, è rimasto in prevalenza un costrutto teorico, poiché le risorse computazionali necessarie per applicarlo in modo efficace erano troppo costose o semplicemente non erano disponibili. La sua diffusione su larga scala è stata resa possibile solo negli ultimi anni, grazie al drastico aumento della potenza di calcolo a costi sostenibili, che consente ormai anche l’elaborazione di flussi video in tempo reale, insieme alla disponibilità di grandi volumi di immagini e dataset utilizzabili per l’addestramento dei modelli. È importante sottolineare che nel Deep Learning non vi è nulla di intrinsecamente “intelligente” nel senso umano del termine. Si tratta, piuttosto, di modelli a scatola chiusa in grado di riconoscere esclusivamente le classi di oggetti o di eventi per cui sono stati addestrati, e solo nelle condizioni ambientali e prospettiche incluse in tale addestramento. Un modello capace di riconoscere una persona in piedi a pochi metri dalla telecamera, ad esempio, non sarà in grado di riconoscere la stessa persona sdraiata a terra o ripresa dall’alto, se tali situazioni non sono state considerate durante la fase di training. Di conseguenza, ogni nuova classe o condizione che si desideri introdurre - come una diversa postura, uno specifico oggetto, un accessorio o una tipologia di veicolo - richiede la creazione o il riaddestramento di un modulo di Deep Learning dedicato. Questo processo implica la raccolta di un dataset ampio e bilanciato di immagini, la loro annotazione accurata e l’applicazione di tecniche di fine-tuning complesse e in larga parte ancora empiriche, finalizzate ad aggiornare i pesi della rete affinché il nuovo pattern venga riconosciuto senza compromettere le prestazioni sulle classi già apprese. Ne deriva che il Deep Learning non è affatto una “scatola magica” in grado di apprendere e riconoscere autonomamente qualsiasi cosa. Al di fuori di contesti molto semplici e controllati - dove anche modelli prefabbricati disponibili sul mercato possono offrire buoni risultati - la maggior parte degli scenari reali richiede processi di addestramento meticolosi, competenze tecnicoscientifiche specializzate e una profonda comprensione del contesto operativo in cui una soluzione viene applicata. Infine, per quanto potente, il Deep Learning rappresenta solo uno dei molteplici elementi necessari per realizzare soluzioni di Video Analisi professionale. Parlare di Video Analisi basata solo sul Deep Learning non è quindi oggi molto diverso da quanto accadeva in passato, quando anche una semplice rilevazione di movimento veniva impropriamente presentata come una forma di Video Analisi “miracolosa”.

In conclusione, non vi è alcun dubbio che l’applicazione di questa “Intelligenza Artificiale” stia abilitando un potenziale enorme e, per molti aspetti, davvero rivoluzionario. Tuttavia, tale potenziale può tradursi in valore concreto solo quando l’IA viene correttamente contestualizzata e applicata con il necessario livello di competenza tecnica, esperienza e professionalità da parte degli operatori di settore. In assenza di questi presupposti, il rischio è quello di ricadere ancora una volta in promesse suggestive ma poco aderenti alla realtà.●

Simone de Titta è CEO e Global Sales Manager di TechnoAware

Esperimenti e curiosità per capire la chimica

nella vita di tutti i giorni.

SVILUPPO

Lo scorso 4 febbraio, nell’Auditorium di Confindustria Genova, si è svolto l’incontro targato Amica Chimica at School e intitolato “La bellezza della Chimica: un’amica invisibile. Esperimenti e curiosità per capire la chimica nella vita di tutti i giorni”.

L’evento, in collaborazione con Alfa Liguria, è stato inserito nel programma della Settimana nazionale delle discipline STEM con l’obiettivo di avvicinare studenti e studentesse delle scuole secondarie di primo grado al mondo della Chimica e, più in generale, delle scienze. L’iniziativa è nata dalla volontà di mostrare come le discipline scientifiche non siano astratte o lontane, ma profondamente radicate nella vita quotidiana e nel tessuto produttivo anche del territorio ligure. Protagonisti dell’incontro sono stati alcuni imprenditori liguri della Sezione Chimica, Materiali e Stampa di Confindustria Genova e la professoressa Margherita Venturi, già ordinario di Chimica Generale all’Università di Bologna e Presidente della Commissione Didattica della Società Chimica Italiana, che hanno raccontato agli studenti il proprio percorso professionale, offrendo esempi concreti di come le competenze scientifiche possano tradursi in lavoro, innovazione e impresa. Ogni intervento è stato arricchito

da brevi esperimenti dal vivo, realizzati con il coinvolgimento diretto dei ragazzi, e dalla presentazione di prodotti sviluppati dalle aziende partecipanti.

All’evento, tra l’altro, erano presenti anche il Presidente della Sezione Liguria della Società Chimica Italiana, Andrea Basso, che ha partecipato al discorso di benvenuto, e i due past President della Sezione, Paolo Oliveri e Giorgio Cevasco. Vincenzo P. M. Rialdi, Presidente della Sezione Chimica, Materiali e Stampa e Amministratore Delegato e Direttore Tecnico di Vevy Europe, ha introdotto il concetto di emulsione attraverso la preparazione di tre sistemi costituiti da liquidi immiscibili. In un caso si è ottenuta un’emulsione stabile, mentre negli altri due si è osservata la formazione di miscele instabili, caratterizzate dalla progressiva separazione delle sostanze dopo la miscelazione. L’esperimento è stato pensato per mostrare agli studenti come le emulsioni siano sistemi chimico-fisici ampiamente presenti nella vita quotidiana, come nel caso della maionese, in cui la stabilità è garantita dalla presenza di un agente emulsionante. Simone Silombria, Amministratore Delegato di Bocchiotti, ha coinvolto gli studenti facendo circolare in sala alcune parti di tubo flessibile e chiedendo loro di ipotizzarne la

di Greta De Muro

composizione. A partire da questa osservazione ha spiegato il processo che, da un monomero, porta alla formazione del polimero utilizzato per la produzione dei tubi in plastica creando, a partire da singoli componenti, una miscela di PVC per estrusione.

Mauro Ispulla e Massimo Ragazzi, rispettivamente Amministratore Delegato e Responsabile delle Risorse Umane e della Qualità di Nuova Algis, hanno presentato delle scocche per motocicli sulle quali hanno fatto applicare agli studenti delle etichette adesive progettate e realizzate dall’azienda. L’intervento ha illustrato il processo di produzione degli adesivi e la loro facilità di applicazione, risultato di una progettazione mirata a garantire prestazioni e semplicità di utilizzo.

Beniamino Magnaghi e Giulia Gaggero, rispettivamente European Technical and R&D Director e R&D Specialist di Api, hanno mostrato una reazione chimica tipica nella realizzazione dei pavimenti. In particolare, hanno confrontato la miscelazione di poliolo, isocianato e acqua con quella dei soli poliolo e isocianato, evidenziando come la presenza di acqua provochi un aumento di volume del composto. Un fenomeno che, negli ambienti esterni, deve essere evitato durante la produzione dei pavimenti e che l’azienda ha imparato a controllare attraverso lo sviluppo di soluzioni tecniche in grado di limitare l’infiltrazione dell’umidità.

Giorgio Barbieri, Amministratore Delegato di Svig, ha portato all’attenzione degli studenti la differenza fra gomma vergine e gomma vulcanizzata per la produzione di suole per scarpe, mostrando come la prima sia friabile mentre le suole delle scarpe siano invece costituite da una miscela complessa di circa quindici materiali, fra i quali la polvere di zolfo che ne è un componente fondamentale.

Filippo Attanasio, Consigliere Delegato di Spiga Nord, ha presentato la Chimica dei grassi attraverso due esempi d’uso comune, olio e burro da cucina: pur essendo chimicamente simili, una diversa struttura dei legami ne determina lo stato fisico. Partendo dall’olio, ha illustrato il processo di scissione che porta alla formazione di acidi grassi e glicerolo grezzo, spiegando come l’azienda arrivi alla produzione di glicerina raffinata - sostanza incolore e inodore - e di poligliceroli.

Ivan La Manna, Amministratore Unico di La Duellepi, ha mostrato il processo di produzione dell’acido ialuronico, permettendo agli studenti di toccare con mano il prodotto semilavorato e spiegandone la composizione chimica e il comportamento all’interno del corpo umano in presenza di acqua.

A chiudere l’incontro è stato l’intervento della professoressa Margherita Venturi che, partendo dalla domanda “perché la luce è importante?”, ha guidato i ragazzi in un percorso tra fenomeni di fotonica e fotochimica: giochi di luce con il laser, reazioni alla luce ultravioletta delle “lampadine del chimico” e funzionamento dei lightstick, dispositivi che producono luce fredda grazie alla miscelazione di due sostanze chimiche.

Amica Chimica at School si è confermata un’esperienza coinvolgente e formativa, capace di stimolare curiosità, spirito di osservazione e domande. Un’attività pensata per favorire l’apprendimento esperienziale e interattivo, contribuendo ad abbattere stereotipi e pregiudizi sulle discipline STEM e a costruire un ponte concreto tra mondo della formazione e mondo dell’impresa.●

La fase di potenziamento aziendale a livello internazionale si riflette positivamente anche sulle scelte industriali e organizzative del gruppo in Italia.

Nel panorama dell’industria energetica europea, Ansaldo Energia rappresenta un caso importante di continuità industriale e adattamento strategico. Storicamente legata alla manifattura elettromeccanica e alla generazione di energia, l’azienda ha progressivamente costruito una presenza internazionale che oggi ne definisce in larga parte il profilo industriale e competitivo.

Il gruppo è attivo ormai in oltre 30 Paesi attraverso sedi operative, branch e centri di competenza. Non si tratta soltanto di una mera diffusione commerciale, ma della progressiva articolazione di una rete industriale che supporta progettazione, produzione, service e sviluppo tecnologico in prossimità dei principali mercati. In Medio Oriente, ad esempio, il workshop di service di Abu Dhabi rappresenta un presidio strategico per un’area caratterizzata da un’elevata concentrazione di impianti e da una domanda di affidabilità operativa particolarmente stringente. Sempre negli Emirati opera il centro di monitoraggio e diagnostica digitale della flotta installata, che opera in totale sinergia con quello di Genova. In Europa, il polo di ingegneria di Baden, in Svizzera, contribuisce alle attività di sviluppo tecnologico, mentre nel Regno Unito Ansaldo Nuclear opera da Wolverhampton come centro di riferimento per il Regno Unito per le attività nel settore nucleare.

nel mondo

Quest’infrastruttura internazionale sostiene un parco installato che supera i mille impianti in circa cento Paesi nel mondo, nei quali sono in esercizio turbine e generatori del gruppo: un dato che restituisce anche da solo la dimensione reale della presenza di Ansaldo Energia nei sistemi elettrici globali e spiega perché i mercati esteri costituiscano oggi una componente essenziale del suo modello di business. Il contesto nel quale l’azienda opera è segnato da una crescita strutturale della domanda di elettricità. L’aumento della popolazione, l’elettrificazione dei consumi finali, la diffusione dei data center e delle applicazioni legate all’intelligenza artificiale stanno determinando, in molte aree del mondo, la necessità di rafforzare capacità produttiva, flessibilità e sicurezza dei sistemi elettrici. L’ultimo report dell’International Energy Agency prevede un raddoppio della domanda di energia elettrica globale al 2050. In questo scenario, le turbine a gas e i generatori continuano a svolgere un ruolo centrale, in particolare come tecnologie di supporto alla transizione energetica e all’integrazione delle fonti rinnovabili.

Negli ultimi mesi, l’acquisizione di nuove commesse e lo sviluppo di diversi progetti internazionali consentono di offrire una fotografia concreta del posizionamento di Ansaldo Energia in questo scenario in rapida evoluzione. In

di Massimo Morasso

Ungheria, il gruppo si è aggiudicato la fornitura delle principali macchine per la nuova centrale a ciclo combinato di Mátra, destinata a sostituire un impianto a lignite. L’intervento contribuirà in modo significativo alla riduzione delle emissioni e al rafforzamento della sicurezza di approvvigionamento del Paese, confermando il ruolo delle tecnologie “hydrogen-ready” come soluzione ponte nella transizione. Sempre in Ungheria, nel 2025 l’azienda si è recentemente aggiudicata la fornitura di turbine e generatori per la centrale di Tisza.

In Svizzera, l’impianto di prova di Birr è stato abilitato a operare come riserva strategica per il sistema elettrico nazionale durante i periodi invernali più critici. Un utilizzo che va oltre la tradizionale funzione di test e validazione tecnologica e che evidenzia come asset industriali nati per la ricerca possano essere integrati nelle strategie di sicurezza energetica di un Paese.

Sul fronte nucleare, Ansaldo Energia - attraverso la controllata Ansaldo Nucleare - è coinvolta in attività di lungo periodo legate sia alla vita operativa degli impianti esistenti sia allo sviluppo di nuove tecnologie. In Slovenia, la società ha recentemente completato importanti interventi di ammodernamento alla centrale di Krško, operando come main contractor in progetti complessi di upgrade dei sistemi. In

Romania, è impegnata nel progetto di estensione della vita utile (Plant Life Extension - PLEX) dell’Unità 1 della centrale nucleare di Cernavoda ˘ , garantendo altri 30 anni di operatività, mentre a livello europeo partecipa allo sviluppo dello Small Modular Reactor (SMR) di quarta generazione EAGLES-300, un progetto che coinvolge ENEA e gli enti di ricerca nucleare di Belgio e Romania e che si colloca nel dibattito sulla futura architettura del nucleare civile europeo (negli scorsi mesi il progetto è stato confermato tra gli otto selezionati dall’Alleanza Industriale Europea sugli SMR come iniziative più promettenti per favorire la diffusione degli SMR di nuova generazione in Europa). Da menzionare anche il coinvolgimento nel programma ITER, l’ambizioso progetto internazionale sulla fusione, che oltre ad Ansaldo Nucleare vede impegnate numerose aziende italiane. Parallelamente, il gruppo continua a investire in ricerca e sviluppo nel settore termico. Il riconoscimento europeo ottenuto dal programma FLEX4H2, dedicato all’impiego crescente dell’idrogeno nelle turbine a gas, segnala una direzione di lavoro orientata alla flessibilità dei combustibili e alla riduzione delle emissioni, coerente con le esigenze dei mercati internazionali. Non solo idrogeno: nel 2025 Ansaldo Energia si è aggiudicata in Irlanda la commessa per la prima centrale al mondo che funzionerà interamente a biodiesel. Un altro punto di forza delle turbine a gas di Ansaldo Energia è la flessibilità operativa, cioè la capacità di adattarsi dinamicamente alla domanda della rete elettrica: un’esigenza che cresce con l’aumento delle rinnovabili discontinue e non programmabili. Capacità che rafforzano anche il settore del service, che ammoderna turbine e gene-

ratori esistenti prolungandone la vita e rendendoli più efficienti e flessibili.

La crescita della domanda globale si riflette anche sulle scelte industriali interne. Negli scorsi mesi Ansaldo Energia ha avviato un piano di investimenti volto ad aumentare la capacità produttiva, ammodernare gli impianti e rendere più efficienti i processi. A questi investimenti si affianca un rafforzamento dell’organico, con nuove assunzioni previste anche per il 2026, a conferma di una fase di espansione che trova nei mercati esteri il principale motore. Questa fase di potenziamento aziendale a livello internazionale si riflette positivamente anche sulle scelte industriali e organizzative del gruppo in Italia. In un contesto di crescita della domanda, Ansaldo Energia ha infatti avviato un rafforzamento della propria capacità produttiva interna, in particolare nello stabilimento di Genova, attraverso un programma articolato di investimenti e crescita dell’organico. Nel corso del 2025, il gruppo ha assunto circa 200 persone a Genova, portando il numero dei dipendenti dai 2.400 di fine 2024 a quasi 2.600. Parallelamente, sono stati realizzati investimenti per circa 70 milioni di euro, destinati all’aumento dei volumi produttivi, all’introduzione di nuovi macchinari, all’ammodernamento delle linee esistenti, allo sviluppo dei prodotti e al miglioramento dei processi industriali. Il piano sta proseguendo nel 2026, con ulteriori 200 assunzioni previste - che porteranno la sede genovese a superare quota 2.800 addetti - e nuovi investimenti per circa 81 milioni di euro, a conferma di una strategia ad ampio raggio che punta a consolidare la base industriale per sostenere l’attività sui mercati globali.●

Terre rare o Critical materials?

VERSO UNA PROSPETTIVA INTERSETTORIALE

INTRODUZIONE

LAURA GAGGERO

Prorettore alla ricerca

dell’Università di Genova

Georisorse minerarie e applicazioni mineralogico-petrografiche per l’ambiente e per i beni culturali

DISTAV - Dipartimento di Scienze

della Terra, dell’Ambiente e della Vita

ANDREA PIRNI

Presidente Centro Sicurezza, Rischio e Vulnerabilità

dell’Università di Genova

Sociologia Politica

DISPI - Dipartimento di Scienze

Politiche e Internazionali

Il Centro Sicurezza, Rischio e Vulnerabilità dell’Università di Genova (srv.unige.it) è un laboratorio di contaminazione fra le diverse aree scientifiche presenti in Ateneo: l’obiettivo è ampliare gli strumenti per la comprensione delle sfide che la contemporaneità pone con incessante urgenza. Il Centro SRV, attraverso la cooperazione di oltre la metà dei Dipartimenti di UniGe, promuove attività di ricerca, di didattica e di valorizzazione sul territorio della conoscenza prodotta

ROBERTO CABELLA

Georisorse minerarie e applicazioni mineralogico-petrografiche per l’ambiente e per i beni culturali DISTAV - Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita

Terre Rare: giacimenti attuali, distribuzione delle riserve e prospettive future

Gli elementi definiti Terre Rare (Rare Earth Elements, REE), noti anche come Lantanidi, sono quindici e comprendono quelli con numero atomico compreso tra 57 (La, Lantanio) e 71 (Lu, Lutezio). Vengono comunemente suddivisi in due gruppi: le LREE (Light Rare Earth Elements, Terre Rare leggere) e le HREE ( Heavy Rare Earth Elements , Terre Rare pesanti), in funzione del numero atomico. Alle HREE è spesso associato anche l’Ittrio (Y), che presenta un comportamento geochimico simile a quello delle HREE.

Le Terre Rare rivestono un’importanza strategica fondamentale e sono considerate materie prime critiche. Le principali

adottando un approccio fortemente improntato all’interdisciplinarietà. Questo approccio trova preziosi stimoli nell’interazione con le istituzioni, la società civile e le aziende: le diverse prospettive del reale che queste promuovono suggeriscono, infatti, l’esigenza di ricomposizione delle letture scientifiche e analitiche. Il Centro SRV muove dalla ricomposizione delle scienze per rafforzare la collaborazione tra scienza e istituzioni e favorire la relazione tra queste e la società.

Il seminario dal titolo “Terre rare o Critical materials? Verso una prospettiva intersettoriale”, tenutosi presso la sala Auditorium di Confindustria Genova il 12 dicembre 2025 ne è un palmare esempio. Da una sollecitazione di Confindustria Genova al Centro SRV è nata un’occasione di confronto che ha permesso di accedere al topic di riferimento attraverso un caleidoscopio di prospettive: diverse chiavi di lettura, rigorose ma modulate ad hoc, propongono una sintesi del tema ricca e composita ancorché, necessariamente, non esaustiva. Si tratta di un’esperienza che propone tentativamente un dialogo fra le scienze e le aziende che, come noto - anche se non sempre e non a tutti -, devono affrontare questioni concrete come, ad esempio, l’approvvigionamento di specifici materiali. L’aspettativa è duplice. In primo luogo, dal lato di chi scrive, la deframmentazione di conoscenze scientifiche prodotte da metodi, paradigmi e discipline differenti. In secondo luogo, pensando al principale destinatario di questa Rivista, la focalizzazione delle criticità da fronteggiare all’interno di un quadro più chiaro nella sua complessità. È un esercizio che implica sistematicità e continuità. Innanzitutto, per approdare a un codice linguistico minimo fra i diversi interlocutori in modo da permettere una relazione sinergica.

criticità riguardano la forte concentrazione delle attività di estrazione e raffinazione in pochi Paesi e il loro impiego essenziale nella produzione di magneti permanenti, generatori eolici e motori elettrici. Attualmente, l’Unione Europea dipende in larga misura dalla Cina per l’approvvigionamento di REE.

Contrariamente a quanto suggerisce il termine “Terre Rare”, questi elementi nella crosta terrestre non sono più rari di molti altri comunemente utilizzati dall’uomo. Ad esempio, il Lantanio presenta una concentrazione media nella crosta superiore a quella del Piombo, mentre il Cerio ha abbondanza simile a quella del Rame. La criticità non è quindi legata alla loro rarità assoluta, ma alla difficoltà di trovarle concentrate in quantità economicamente sfruttabili nonché alla complessità dei processi di separazione.

La concentrazione minima necessaria affinché l’estrazione di un minerale risulti economicamente sostenibile è definita cut-off (tenore minimo coltivabile). Il valore del cut-off dipende da numerosi fattori, anche tecnologici, economici e di mercato e può variare nel tempo. L’introduzione di nuove tecniche di estrazione e concentrazione potrebbe rendere sfruttabili giacimenti di REE a basso tenore, come avvenuto ad esempio per il Rame. Nel caso del Rame, l’introduzione, a partire dalla metà del secolo scorso, delle tecniche

di flottazione ha reso economicamente vantaggiosa l’estrazione da giacimenti di grandi dimensioni caratterizzati da basse concentrazioni, ma da riserve complessive molto elevate (porphyry copper deposits). Questo ha spostato l’interesse estrattivo dai giacimenti high grade-low tonnage che per secoli hanno costituito la risorsa principale di questo metallo a quelli low grade-high tonnage I minerali che contengono le Terre Rare come componenti fondamentali sono numerosi e appartengono soprattutto a fosfati, carbonati, silicati e ossidi. Più frequentemente, tuttavia, questi Elementi sono presenti in basse concentrazioni (in tracce) in molti altri minerali. I minerali di REE sono ben conosciuti e molto apprezzati e ricercati anche a fini collezionistici quando si presentano in cristalli esteticamente belli come nel caso della monazite, (Figura 1) che insieme a numerose altre specie mineralogiche rare è presente in collezioni private e museali. Per quanto si trovino in concentrazioni spesso irrisorie e in cristalli di piccole dimensioni, sono oggetto di ricerche approfondite in quanto lo studio genetico di questi minerali contribuisce a individuare ambienti di formazione e condizioni che portano alla loro concentrazione selettiva, aspetti importanti per la ricerca applicata all’estrazione mineraria, al recupero e al riciclaggio delle Terre Rare.

Figura 1 - Cristalli di monazite, fosfato di LREE, Zona Sestri-Voltaggio, Liguria - Immagine SEM

Le rocce che ospitano concentrazioni economicamente sfruttabili sotto forma di minerali propri sono principalmente rocce magmatiche relativamente rare e presenti in volumi limitati, come carbonatiti, sieniti alcaline e pegmatiti. A questi giacimenti primari si affiancano quelli di accumulo detritico (placers), nei quali i minerali di REE si concentrano attraverso processi meccanici, analoghi a quelli che, ad esempio, concentrano l’oro e altri elementi in sabbie fluviali, marine ed eoliche. Altri tipi di giacimenti sono associati alla formazione di suoli, come lateriti e bauxiti, dove le Terre Rare (spesso insieme allo Scandio, altro CRM - Critical Raw Material) possono concentrarsi residualmente in modo simile a

quanto avviene per elementi quali Ferro, Alluminio, Nichel e Cobalto. Esistono altri importanti depositi in cui non vi sono minerali di REE, ma questi elementi si trovano in concentrazioni economicamente sfruttabili all’interno di sedimenti argillosi, noti come Clay-Sorption (Ion-Adsorption) REE Deposits, nei quali le REE sono adsorbite con legami deboli dai minerali argillosi.

Le riserve attualmente conosciute sul pianeta vengono stimate in circa 90 milioni di tonnellate (Figura 2). Il principale produttore di REE è la Cina (Figura 3), che nel 2024 ne ha prodotto circa 270.000 tonnellate, pari al 69% della produzione mondiale. L’Unione Europea importa il 100% delle HREE dalla Cina che possiede attualmente circa il 48% delle riserve mondiali di Terre Rare. I dati aggiornati sono pubblicati annualmente dal Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) e sono consultabili nei “U.S. Geological Survey, Mineral Commodity Summaries”.

Figura 2 - Stima e distribuzione delle riserve mondiali attualmente conosciute

Dati da: https://pubs.usgs.gov/periodicals/mcs2025/mcs2025-rare-earths.pdf

Figura 3 - Principali Paesi produttori. Produzione mineraria di REE stimata di 394.000 t nel 2024.

Dati da: https://pubs.usgs.gov/periodicals/mcs2025/mcs2025-rare-earths.pdf

In Europa, i depositi più promettenti si trovano in Groenlandia, Norvegia, Finlandia e Svezia. Numerose informazioni

sono disponibili dal progetto europeo euRare (www.eurare.org). In Italia, come in Grecia e Turchia, sono oggetto di interesse i depositi di bauxite e i rifiuti che ne derivano dall’estrazione dell’Alluminio, interessanti anche per lo Scandio; i dati relativi ai siti potenzialmente rilevanti sono consultabili sul portale ISPRA (www.isprambiente.gov.it), nel database GeMMA

In prospettiva futura, potrebbe diventare economicamente sostenibile anche il recupero di Terre Rare da depositi argillosi presenti nei fondali oceanici profondi, come nel caso di Minamitorishima, in Giappone dove sono state individuate concentrazioni interessanti tra 4000 e 6000 m di profondità. Anche i noduli polimetallici dei fondali oceanici, oltre a rappresentare una potenziale fonte di Manganese, Nichel e Cobalto, possono contenere concentrazioni significative di Terre Rare.

La ricerca mineraria e lo sviluppo di tecnologie di estrazione

MARA MORINI

Scienza politica

DISPI - Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali

La geoeconomia delle Terre Rare: Russia, USA e Cina a confronto

La rilevanza geopolitica delle cosiddette “Terre Rare”, presenti in diverse aree geografiche del mondo, sta assumendo un ruolo sempre più determinante nell’attuale scenario internazionale.

Un’analisi rigorosa di questo fenomeno non può limitarsi alla mera comprensione delle implicazioni economiche e tecnologiche dello sfruttamento di queste risorse naturali da parte delle principali potenze coinvolte. Occorre applicare anche un approccio olistico alla questione, capace di comprendere quali possano essere gli effetti politici delle decisioni implementate dai leader mondiali nella competizione all’acquisizione e sfruttamento di queste terre. In particolare, dalla guerra in Ucraina alle mire neo imperiali di Donald Trump nell’Artico, il tema delle Terre Rare sta ottenendo una particolare attenzione da parte di numerosi analisti, think tanks, giornalisti e politici.

Nella sfida all’egemonia statunitense, che ha caratterizzato la guida unilaterale del sistema internazionale post 1991, da parte delle potenze revisioniste quali la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, il possesso delle Terre Rare può assumere una valenza strategica e un vantaggio competitivo determinante per la ridefinizione dei rapporti internazionali e della spartizione di eventuali “sfere d’influenze”. Attualmente, la Cina ricopre il ruolo di dominatore indiscusso nella produzione e raffinazione delle Terre Rare, rendendo i paesi occidentali dipendenti attorno all’80-90 per

e trattamento sostenibili, insieme al recupero delle Terre Rare da scarti minerari e industriali, rappresentano ambiti strategici di crescente interesse e sono oggetto di progetti e ricerche a scala mondiale. Il Critical Raw Materials Act dell’Unione Europea sottolinea la necessità di un approccio coordinato a livello comunitario, che includa estrazione, produzione, recupero e riciclaggio all’interno dell’Unione. Tali azioni non possono che essere affrontate a livello comunitario, poiché nessun singolo Paese membro è in grado di sostenere autonomamente gli sforzi necessari al raggiungimento di tutti questi obiettivi.

In questo contesto, il rafforzamento della ricerca di base, della formazione specialistica e delle attività di ricerca applicata al recupero e riuso delle Terre Rare risultano essenziali per ridurre la dipendenza dell’UE dai Paesi extraeuropei e garantire un approvvigionamento più sicuro e sostenibile di questi elementi critici.

cento della catena di approvvigionamento globale. Da questa posizione, la Cina può influenzare le politiche economiche e tecnologiche degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, minacciando, ad esempio, di limitarne l’esportazione e negoziare in termini di do ut des con la Russia sullo scambio di gas, petrolio ed elementi chimici.

In particolare, la “partnership strategica” o “amicizia illimitata” decantata dai leader di Mosca e Pechino non si basa solamente su affinità valoriali, bensì sulla consapevolezza che il proverbio “l’unione fa la forza” può essere efficacemente attuato anche in chiave antiamericana attraverso la condivisione e lo scambio di piani che riguardano le risorse, le infrastrutture, la moneta e le tecnologie.

La Russia è un attore indispensabile per la Cina che può rafforzare la propria posizione di dominus nel sistema globale; parimenti, la Cina offre aiuto economico e tecnologico alla Russia sanzionata e in difficoltà economica.

Al contrario, gli Stati Uniti dipendono fortemente dalla Cina, importando circa il 95 per cento dell’estrazione delle Terre Rare e investono in altre aree per ridurre il gap, cercando nuove partnership.

Questa succinta descrizione degli interessi e dei limiti della triade (Russia, Cina e USA) in tema di Terre Rare, offre qualche spunto di riflessione su quanto sta accedendo nell’Artico e in Ucraina.

La Russia considera l’Artico come una questione esistenziale, identitaria e di sicurezza tramite la quale può esercitare un vantaggio competitivo in riferimento alle rotte sottoposte al pagamento di un pedaggio e ai criteri per la definizione dei percorsi delle navi. A tal riguardo, diverse compagnie di navigazione stanno valutando di percorrere rotte alternative nell’area artica rispetto ai canali di Suez e Panama che hanno un minor costo, ma tempi di percorrenza molto lunghi.

La supremazia russa sulle acque polari consente un controllo strategico sulle rotte commerciali artiche e, dopo l’entrata della Finlandia e della Svezia nella NATO, anche la “capacità di secondo colpo” della sua Flotta del Nord nella penisola di Kola in caso di un conflitto con i paesi dell’Alleanza

Atlantica. Nell’Artico vi è una quantità innumerevole di minerali quali il nichel, il rame, pietre preziose e altri elementi rari che vengono utilizzati oggi giorno per batterie, magneti e scanner e circa il 13 per cento delle risorse di gas naturale non ancora utilizzato. Inoltre, il cambiamento climatico, che ha ridotto del 50 per cento i ghiacciai negli ultimi 40 anni, apre nuove opportunità nell’ambito delle rotte commerciali internazionali del prossimo futuro. Questo breve quadro informativo è sufficiente per comprendere quanto il “dossier Artico” rappresenti un’opportunità che nessun attore internazionale può permettersi di sottovalutare nell’ottica di una lotta di potere tra superpotenze per l’egemonia dell’ordine internazionale. Basti pensare al fatto che la Cina di Xi Jinping, che si è dichiarata una “nazione vicina all’Artico”, da tempo ha avviato una proficua collaborazione con Mosca per implementare la “Via della seta polare” attraverso la partecipazione effettiva alla costruzione di infrastrutture per il commercio marittimo e fornendo un supporto tecnologico ai russi. In sostanza, la regione artica è al centro di un’importante competizione strategica che determina nuove sfide geopolitiche e opportunità economiche nello scontro tra Oriente e Occidente in una partita che potrebbe essere deci-

FABRIZIO

BARBERIS

Scienza e tecnologia dei materiali

DICCA - Dipartimento di Ingegneria

Civile, Chimica e Ambientale

L’applicazione delle Terre Rare e gli effetti delle barriere di export control

Il Green Deal e il successivo Green Deal Industrial Plan, presentati nel 2023 dalla Commissione EU sulla scia di altri provvedimenti e documenti emessi negli anni precedenti e poi ribaditi con l’accordo del 6 febbraio 2024, nascono con un obiettivo politico apparentemente chiaro nei risultati attesi: portare l’Unione verso la neutralità climatica entro il 2050 rendendo al tempo stesso l’industria europea capace di produrre e installare in casa le tecnologie “net-zero”, senza dipendere in modo strutturale da fornitori esterni. In questa cornice si collocano due pilastri: il Net-Zero Industry Act, che mira a far sì che la capacità manifatturiera UE di tecnologie strategiche net-zero arrivi ad almeno il 40% dei fabbisogni annui di deployment entro il 2030, e il Critical Raw Materials Act , che prova a mettere in sicurezza le materie prime necessarie a quelle stesse tecnologie. Non fermandosi ai risultati attesi, certamente auspicabili nella loro implementazione ma volgendo uno sguardo alle risorse che ne permettono il raggiungimento, ci si accorge tuttavia che la neutralità ha un prezzo che non tutti vogliono vedere e che ancora meno intendono pagare: l’estra-

siva per gli equilibri mondiali. Quando Trump, quindi, afferma che gli USA hanno bisogno della Groenlandia per motivi difensivi e offensivi esprime la consapevolezza che l’Artico sarà l’ennesima pedina nella competizione con la Cina, anche in riferimento alla maggiore acquisizione ed estraibilità in futuro delle risorse naturali. Da questo punto di vista, per Washington la Groenlandia è più ricca di risorse e Terre Rare rispetto all’Ucraina, con la quale ha già avviato accordi con il governo ucraino in cambio di supporto militare e finanziario.

L’amministrazione presidenziale di Trump ha un piano ben strutturato, che rispecchia la visione di una competizione politica, militare e commerciale tra potenze in vista anche del passaggio a Nord Est, una rotta marittima che passa al largo della Siberia e che diventerà molto presto percorribile, facendo risparmiare tempo e carburante nei collegamenti tra l’Europa e l’Asia rispetto al canale di Suez.

La competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina (ma anche India) non può escludere l’Artico, così come la competizione per lo sfruttamento delle Terre Rare. E anche su questo dossier, l’Unione Europea, che ha aperto un ufficio di rappresentanza solo nel 2024 a Nuuk, rimane sempre più accerchiata nell’evoluzione geopolitica in atto.

zione e la raffinazione di questi materiali non è indenne da pesanti debiti di trasformazione e da inquinamento dei territori ove sono effettuate.

Il termine “Terre Rare”, usato discorsivamente per indicare quelli che sui documenti ufficiali vengono generalmente indicati come Critical Raw Materials, fa riferimento a minerali la cui disponibilità è in realtà diffusa ma in concentrazioni che ne rendono impraticabile, nella opinione pubblica e nella logica commerciale del mondo occidentale, la loro estrazione. Questo limite è scavalcato in alcune nazioni ove esistono giacimenti ad alta concentrazione in territori molto meno densamente abitati rispetto a quanto accade in Europa. Questi giacimenti, soprattutto quelli collocati in Cina, nei decenni scorsi hanno fatto pensare a una possibile, imminente e spettacolare trasformazione della tecnologia, portando le nostre città e la nostra vita comune a un livello di neutralità climatica difficilmente raggiungibile con altre tecnologie.

Negli anni passati l’entusiasmo verso le tecnologie basate sulle Terre Rare ha portato a estenderne le applicazioni a un crescente numero di settori. Lo mostrano con chiarezza gli studi del JRC (Joint Research Center - EU): nel 2020 l’analisi era centrata su 9 tecnologie e 3 settori (rinnovabili, e-mobility, difesa/aerospazio); nel 2023 la cornice si ampliava a 15 tecnologie in 5 settori (inclusi industria energyintensive e digitale/ICT), con un ventaglio di casi applicativi molto più ampio.

La dipendenza europea verso l’approvvigionamento di questi materiali era stata risolta fino al 2014 accettando la politica dei dazi, delle quote e delle licenze imposta dalla Cina, fase poi conclusasi con la nota controversia presso il WTO. L’obiettivo perseguito in quegli anni dai Paesi Europei era di scavalcare i dazi adottando una politica di offshoring

degli impianti di estrazione e raffinazione verso la Cina. Questa ipotesi aveva fatto pensare di aver trovato l’escamotage perfetto per raggiungere l’obiettivo di net zero pollution a net zero cost o poco oltre.

In realtà la successiva tattica cinese, dopo il 2020, di muoversi dalla politica dei dazi alla politica delle restrizioni delle esportazioni di materiali e tecnologie ha mostrato come l’approccio adottato nei decenni precedenti aveva provveduto a fornire a chi già disponeva dei materiali anche tutte le tecnologie necessarie per la loro gestione, togliendo praticamente gran parte degli strumenti di trattativa disponibili. Alcuni di questi materiali come ad esempio la grafite, fondamentale per la realizzazione delle batterie e per cui la Cina ha introdotto requisiti di licenza all’export a partire dal 1º dicembre 2023 giustificandole con motivazioni di interesse nazionale, hanno fatto capire come questi minerali non erano solo “critici” ma anche “strategici”. Lo stesso approccio si è poi ripetuta per i materiali necessari alla creazione di magneti ed altri campi

Il Critical Raw Materials Act - CRMA prova a fornire obiettivi quantitativi (estrazione, lavorazione, riciclo e riduzione delle dipendenze da un singolo Paese terzo) finalizzati al 2030. La Commissione ha infatti adottato liste di Strategic Projects sia per la UE sia extra-UE (approvate nel 2025) per accelerare finanziamenti e accordi di off-take. A questo si aggiunge il recente RESourceEU Action Plan, presentato come acceleratore della strategia sulle materie prime, con un ordine di grandezza di risorse mobilitabili nell’intorno dei 3 miliardi di euro e un’impostazione esplicita di de-risking e diversificazione.

A questo punto alcuni propongono di risolvere il problema applicando una via alternativa: cambiare tecnologia per ridurre l’uso di CRM/SRM (motori senza magneti, chimiche di batteria alternative, sostituti materiali ecc.). L’idea è apparentemente logica, ma il tempo industriale non coincide con il tempo della ricerca. La maturità di una tecnologia viene normalmente valutata usando un parametro di derivazione NASA, il TRL, o Technology Readiness Level. È un indice, in scala da 1 a 9, che in termini abbastanza elastici descrive il livello di maturità raggiunto da una tecnologia. In forma discorsiva potremmo dire che da 1 a 4 ci stiamo muovendo nel territorio della sperimentazione universitaria, da 7 a 9 poniamo le tecnologie ormai mature di interesse aziendale e in 5-6 poniamo le startup e tutti quelli che si occupano di scaling up di una tecnologia dal livello di laboratorio a quello di sviluppo aziendale. Spesso tuttavia ci si dimentica, nelle analisi affrettate, che un TRL alto non significa che il tessuto industriale sia pronto a mettere quella tecnologia in produzione in forma diffusa, standardizzata e sicura. A questo scopo occorre consultare altri indici, come ad esempio il Manufacturing Readiness Level (MRL) che misura processi

produttivi, stabilità di fabbricazione, supply chain e rischi di industrializzazione. In altre parole: una tecnologia potrebbe essere “quasi pronta” sul piano funzionale, ma non essere in grado di arrivare all’utente finale per basso MRL (assenza di impianti, fornitori qualificati, volumi, costi). Altri parametri similari concorrono alla valutazione all’interesse degli investitori, alla capacità di ricezione del pubblico e tutti insieme concorrono a definire un dato finale: quanto tempo e quanti soldi ci vogliono per arrivare sul mercato? La risposta a questi due quesiti era “facile” negli anni scorsi. Ci muovevamo a scenario fisso e prevedibile. Ora questa certezza non vi è più e quindi la domanda diventa: quanti sono disposti a investire e perseguire una supply chain così costosa nella aleatorietà geopolitica attuale? La risposta è difficile ma può comunque risultare chiaro che non è più tempo di ragionare su quello che “un giorno avremo” ma su quanto possiamo rendere operativo ora, con le condizioni al contorno attuali. Non è infatti da trascurare il prezzo in risorse umane specializzate: in un tale contesto di ulteriore cambiamento si innesca facilmente un circolo vizioso: delocalizzazione, riduzione delle capacità produttive e, soprattutto, fuoriuscita di ricercatori e scienziati verso ecosistemi dove le tecnologie su cui si sono formati restano finanziate e industrializzate “qui e ora”.

Il punto fondamentale resta pertanto la tenuta del tessuto industriale e scientifico europeo. I problemi relativi all’approvvigionamento di Terre Rare si sono affermati dal passaggio dal termico all’elettrico senza una concreta analisi delle disponibilità dei materiali per poterlo fare con questi risultati: (i) le filiere esistenti sono state disincentivate o penalizzate, (ii) le nuove filiere non sono ancora pronte, (iii) gli investimenti necessari aumentano mentre la competitività cala. Un ulteriore cambiamento verso una “nuova tecnologia” per ridurre la dipendenza dalle Terre Rare è pertanto improponibile sia per disponibilità effettiva sia per i costi e i tempi che essa imporrebbe. È notizia di fine 2025 il rientro in EU della logica dei motori termici, seppure con requisiti tecnici certamente sfidanti.

Per questo, mentre si costruiscono alternative tecnologiche, diventa inevitabile anche una strategia geografica: cercare nuove fonti di approvvigionamento. Tuttavia, trovare altri mercati e altri fornitori non è semplice, perché molti territori potenzialmente ricchi - l’Africa in primis - sono già fortemente intrecciati con interessi e investimenti di altri paesi già detentori di supremazie riconosciute sui materiali critici. In questo senso si possono inquadrare gli interessi verso territori di nuova estrazione come la Groenlandia per EU-US ma anche tutti gli altri territori mondiali che fino a decenni fa erano inaccessibili ma che prossimamente forniranno risorse appetibili a molti e cambieranno certamente gli equilibri geopolitici.

SERGIO PADDEU

Environmental Regulatory Manager

ESAOTE Spa

Terre Rare: il cuore nascosto della tecnologia e la rotta europea tra sostenibilità e resilienza

Quando pensiamo all’innovazione, ci vengono in mente software, intelligenza artificiale, dispositivi medici all’avanguardia. Raramente riflettiamo su ciò che li rende possibili: materiali invisibili ai più, ma essenziali. Tra questi occupano un posto speciale le Terre Rare - neodimio, praseodimio, disprosio e terbio - che sono il “cuore magnetico” della transizione: alimentano motori elettrici, turbine eoliche, robotica e i magneti permanenti che permettono la risonanza magnetica nei nostri ospedali.

Un equilibrio fragile

Oggi oltre l’80% della produzione mondiale di magneti NdFeB è concentrata in Cina. Questa dipendenza espone l’industria europea a rischi geopolitici, oscillazioni di prezzo e complessità doganali. La domanda globale cresce a ritmi sostenuti, trainata da mobilità elettrica e rinnovabili, mentre i controlli all’export e le tensioni internazionali alimentano volatilità e incertezza. Non si tratta solo di prezzi che oscillano, ma di possibili blocchi, ritardi, complessità doganali. In altre parole: vulnerabilità.

La risposta dell’Europa

Per ridurre la vulnerabilità, l’UE ha varato il Critical Raw Materials Act (CRMA), un regolamento che punta a ridurre la dipendenza dall’estero e a costruire una filiera più resiliente, che fissa obiettivi chiari al 2030: almeno il 10% dell’estrazione, il 40% della trasformazione e il 25% del riciclo delle materie prime critiche dovranno avvenire in Europa. Il regolamento introduce obblighi di etichettatura, requisiti di trasparenza sul contenuto riciclato e adozione di piani di “risk preparedness”. Un cambio di paradigma che spinge le imprese a ripensare il design dei prodotti e a pianificare strategie di approvvigionamento più sicure. In parallelo, l’ Ecodesign for Sustainable Products Regulation - ESPR, adottato dall’UE nel 2024, estende l’ecodesign a quasi tutti i prodotti, con requisiti su durabilità, riparabilità e Digital Product Passport (DPP) per la tracciabilità.

ESPR: Regolamento Ecodesign per Prodotti Sostenibili (UE 2024/1781)

CRMA: Critical Raw Materials Act (UE 2024/1252)

Obiettivi UE 2030: 10% estrazione, 40% trasformazione, 25% riciclo.

Materie prime strategiche: Nd, Pr, Dy, Tb.

Dal rischio all’opportunità

Dietro queste norme c’è una visione: trasformare la crisi in opportunità. Come? Attraverso la circolarità. In relazione a questo contesto, il riciclo diventa quindi una leva strategica: anche se lentamente, in Europa crescono impianti per il recupero di magneti permanenti NdFeB provenienti da RAEE e rottami industriali, contribuendo a ridurre l’impronta ambientale e a stabilizzare la catena di fornitura. I magneti permanenti, una volta giunti a fine vita, non devono diventare rifiuti, ma risorse. Questo non solo riduce la dipendenza dalle miniere, ma abbassa l’impatto ambientale, migliorando l’impronta carbonica dei prodotti. La circolarità sta maturando e non rappresenta più solo un’opzione, ma gradualmente un fattore competitivo e una sfida che richiede non solo competenze tecniche, ma anche una nuova mentalità.

Cosa significa per ESAOTE

Per ESAOTE, produttore di sistemi di imaging a risonanza magnetica (RM) basati su magneti permanenti NdFeB, la sfida è duplice: garantire continuità di fornitura e conformità normativa, senza compromettere prestazioni, qualità e costi. Affrontare questa complessità richiede un approccio integrato, che tocchi supply chain, progettazione, circolarità e governance.

Mitigare il rischio di approvvigionamento Il primo passo è ridurre la dipendenza da un unico Paese. ESAOTE può diversificare i fornitori, attivando contratti con clausole di flessibilità per gestire oscillazioni di prezzo e tempi di consegna. In parallelo, è utile costituire scorte strategiche di magneti critici e implementare dashboard di monitoraggio per tenere sotto controllo prezzi, policy e rischi geopolitici, supportando decisioni basate su scenari e stress test. Integrare la compliance “by design”.

Le nuove normative europee impongono che la conformità sia incorporata fin dalla progettazione. Per ESAOTE questo significa avviare percorsi di rinnovamento che permettano di sviluppare moduli magnetici che possano essere più agevolmente dis-assemblabili e smontabili, predisporre dataset completi per il Digital Product Passport (DPP) e standardizzare procedure di de-magnetizzazione sicura e test di smontaggio. Inoltre, è fondamentale allineare la distinta base e i sistemi di tracciabilità dei componenti ai requisiti previsti da ESPR e dal CRMA.

ESAOTE

Produzione dei dispositivi medici di imaging a Risonanza Magnetica

Prepararsi alla circolarità

Se il riciclo si può considerare un requisito strategico - o quantomeno un elemento da valutare attentamenteESAOTE può esplorare la creazione di reti di “reverse logistics” con ospedali e service provider per il ritiro dei magneti a fine vita, attivare partnership con riciclatori europei e valorizzare i benefici ambientali nelle Etichette Ambientali di Prodotto (EPD - Environmental Product Declaration) ottenute attraverso la conduzione di studi di Life Cycle Assessment (LCA) di prodotto. Gli studi LCA dovranno essere integrati con gli standard di settore, allo scopo di comunicare in modo trasparente il minore impatto ambientale rispetto all’estrazione primaria.

Governance interna

Infine, serve una governance solida. Questo implica il consolidamento costante di team interfunzionali che coinvolgano in particolare Ricerca e Sviluppo, Operations (Supply Chain, Industrializzazione, Logistica), Marketing, Regolatorio e Qualità, la formazione del personale sulle principali normative quali CRMA, ESPR e DPP e l’integrazione della compliance nei processi di design e procurement. In questo modo l’azienda potrà affrontare l’attuale incertezza e trasformare un obbligo normativo in un vantaggio competitivo, garantendo resilienza e sostenibilità lungo tutta la catena del valore.

ESAOTE

Sfide di innovazione tecnologica e organizzativa

Il CRMA riconosce le Terre Rare (Nd, Pr, Dy, Tb) come materiali strategici e introduce strumenti per monitorare, etichettare e aumentare il contenuto riciclato nei magneti permanenti commercializzati in UE, con tempistiche per labeling e disclosure del contenuto riciclato entro 24-36 mesi e obiettivi minimi riciclato da definire entro 60 mesi.

Per i dispositivi medici di imaging a Risonanza Magnetica di ESAOTE basati su magneti permanenti le sfide da affrontare sono:

n (ove possibile) Progettazione per disassemblaggio: moduli magnetici accessibili, adesivi/fissaggi compatibili con separazione dei grani NdFeB, identificazione materiali (DPP) e de-magnetizzazione sicura in fine vita.

n Reverse logistics e take-back: reti con ospedali/service provider per ritiro magneti e componenti, tracciabilità e certificazione del riciclato reintegrato.

n Riciclo, nuova filiera e adeguamento organizzativo e dei processi aziendali.

n EPD che riconoscano benefici “end-of-life” del recupero Terre Rare rispetto alla estrazione primaria.

Guardare avanti

Il mercato delle Terre Rare resterà volatile, ma chi investe oggi in resilienza, tracciabilità e circolarità potrà trasformare la compliance in vantaggio competitivo. Il percorso non sarà breve, ma è ormai ineludibile.

La transizione verso una filiera europea più autonoma e circolare non è solo una risposta alla vulnerabilità geopolitica, ma un’occasione per innovare. Investire in tecnologie di riciclo, creare partnership intersettoriali e adottare un approccio “compliance by design” significa trasformare la sostenibilità in leva di competitività. Per ESAOTE, anticipare queste dinamiche significa garantire continuità operativa e comunicare al mercato un impegno concreto verso sostenibilità e innovazione.

CHIARA E. TUO

Diritto dell’Unione europea

DiGi - Dipartimento di Giurisprudenza

Terre Rare e diritto UE al crocevia tra sicurezza economica, difesa e neutralità climatica

Facendo seguito all’annuncio della Presidente Von der Leyen al Global Dialogue di Berlino di ottobre 2025, il 3 dicembre scorso la Commissione europea ha pubblicato, unitamente alla Comunicazione Strengthening EU economic security, 1 il piano d’azione RESourceEU per accelerare e amplificare gli sforzi volti a garantire l’approvvigionamento dell’UE di materie prime critiche (Critical Raw Materials o CRM), quali elementi delle Terre Rare, cobalto o litio.2 Le materie prime critiche sono fondamentali per la competitività dell’Unione europea (UE) nonché per i settori dell’energia pulita, della transizione green e digitale, aerospaziale, della difesa e della sicurezza alimentare. La dipendenza strategica dell’UE dall’approvvigionamento di elementi delle Terre Rare è un esempio significativo delle sfide legate all’eccessiva dipendenza da un unico paese:3 oggi, oltre il 90% dei magneti in Terre Rare dell’UE proviene dalla Cina. Per affrontare tali dipendenze, il piano d’azione RESourceEU mira a (i) preservare ed espandere la produzione di CRM e (ii) accelerare la diversificazione dell’approvvigionamento attraverso strumenti concreti di finanziamento, monitoraggio del mercato e mitigazione dei rischi.4 L’obiettivo immediato è potenziare le catene del valore dei magneti permanenti in Terre Rare, delle materie prime per le batterie e di quelle legate alla difesa, data la loro, dianzi ricordata, dimensione strategica. Con obiettivi di breve, medio e lungo termine, il piano d’azione ambisce a garantire accesso a fonti alternative di CRM impiegando misure della natura più disparata, dall’acquisto aggregato allo stoccaggio; dal riciclo (che implica restrizioni all’export di rifiuti di Terre Rare e rottami di batterie) al finanziamento (fino a 3 miliardi di euro) di nuovi progetti strategici di estrazione, alla partnership con Paesi come l’Ucraina, il Canada, l’Australia, il Cile. Fulcro del piano è la legge europea sulle materie prime critiche (Regolamento (UE) 2024/1252 dell’11 aprile 2024, CRMA), in vigore dal 23 maggio 2024 e volta a rendere l’approvvigionamento dell’UE di materie prime critiche più sicuro, resiliente e sostenibile. A fronte di un elenco di 34 materie prime critiche, di cui 17 “strategiche” (SRM), essa stabilisce i seguenti parametri di riferimento per la capacità complessiva dell’UE, da raggiungere entro il 2030: l’Unione dovrebbe estrarre il 10% del proprio fabbisogno annuo, trasformarne il 40% e coprirne il 25% attraverso il riciclo nonché diversificare le sue importazioni di CRM e, per ciascuna di esse, non dipendere da un unico paese terzo per più del 65%. La politica commerciale risente sempre più marcatamente delle preoccupazioni relative alla sicurezza

nazionale e delle crisi di natura geopolitica che circondano l’Unione.5 Mentre nei decenni precedenti si credeva che l’interdipendenza reciproca avrebbe limitato i conflitti diretti tra gli Stati, oggi si assiste a una crescente importanza dell’autosufficienza e al ritorno di politiche più assertive, meno dipendenti e più autonome. 6 A livello UE, tale nuovo approccio è attuato trasversalmente in tutte le politiche interne ed esterne, compresa quella commerciale, nella ricerca di un bilanciamento con il “free and fair trade” che da sempre ispira l’economia europea. Per questo, ha assunto il nome di “autonomia strategica aperta”. La sicurezza economica è dunque ormai componente essenziale dell’architettura di sicurezza complessiva dell’UE e il dibattito al riguardo è iniziato alcuni anni fa sfociando nell’adozione della Strategia europea per la sicurezza economica 2023 A seguito della crisi Covid e dell’intensificarsi della concorrenza geoeconomica, tale strategia ha già individuato i rischi relativi alle catene di approvvigionamento, alle infrastrutture, alla sicurezza tecnologica e alla strumentalizzazione delle relazioni commerciali. Da quando è stata pubblicata, svariate iniziative sono state intraprese per realizzarla. Tra le tante, deve almeno menzionarsi, oltre al già ricordato CRMA, anche il cosiddetto strumento anticoercizione, e cioè il regolamento (UE) 2023/2675, che conferisce alla Commissione europea il potere di reagire alla coercizione economica di paesi terzi con una serie di misure coordinate. Diverse sono le difficoltà attuative della riduzione delle dipendenze messe in luce da numerosi studi condotti in argomento. Anzitutto, le debolezze del CRMA, che il Rapporto Draghi del settembre 2024 ha enucleato proponendo tra l’altro di: 1) sviluppare una strategia più completa e coordinata che copra l’intera catena del valore; 2) istituire una piattaforma CRM dedicata dell’UE per attuarne la strategia, rafforzando il monitoraggio della catena di approvvigionamento e svolgendo un ruolo nell’acquisto congiunto di CRM; 3) sviluppare nuove soluzioni di finanziamento per sostenere i progetti lungo la catena del valore delle CRM; 4) rafforzare la diplomazia delle risorse CRM per garantire l’approvvigionamento e la diversificazione; 5) sviluppare strategie congiunte con altri acquirenti globali nel G7 o nell’OCSE; 6) promuovere ulteriormente l’attività mineraria nell’UE; 7) potenziare la ricerca e l’innovazione nel campo dei materiali e dei processi alternativi per sostituire, ove possibile, i CRM e fare affidamento su componenti e materiali più abbondanti o meno costosi; 8) creare un vero mercato unico dei rifiuti e del riciclo nell’UE. A queste si aggiungono le difficoltà legate all’individuazione delle dipendenze e delle relative risposte.7 Vi è ampio consenso sul fatto che (i) la riduzione del rischio sia necessaria per una ristretta categoria di beni, tra i quali semiconduttori, batterie, materie prime critiche e alcuni prodotti farmaceutici e che (ii) tali dipendenze riguardano principalmente la Cina. Ma, al di là di queste categorie, è difficile stabilire esattamente dove ridurre il rischio. Pertanto, il coinvolgimento del settore privato in settori critici è fondamentale, soprattutto per identificare gli input a monte per i quali potrebbero verificarsi significative strozzature. Vi è poi il problema della ripartizione di competenze tra UE e Stati membri. L’Unione europea ha lottato a lungo per formulare una strategia orientata alla sicurezza perché le competenze in materia di sicurezza

nazionale, come quelle relative alla politica estera, spettano agli Stati membri, mentre la politica commerciale (e alcuni investimenti) è di competenza della Commissione. I recenti controlli extraterritoriali degli Stati Uniti sui semiconduttori avanzati, ad esempio, sono stati effettuati dall’Aia piuttosto che da Bruxelles, confondendo gli sforzi compiuti all’epoca dalla Commissione europea per adottare un approccio più uniforme sia sui controlli sulle esportazioni sia sulla selezione degli investimenti, due settori politici profondamente intrecciati con il commercio e la sicurezza. Alle varie difficoltà dianzi evidenziate la nuova Strategia Strengthening EU economic security di dicembre 2025 (cui si è fatto cenno in apertura) offre alcune soluzioni. Così, cominciando da quella concernente la ripartizione di competenze tra UE e Stati membri, è pur vero - come è stato evidenziato da alcuni commentatori - che la strategia aggiornata è ancora uno sforzo di coordinamento, non un testo giuridico, proprio perché la sicurezza economica fa parte della sicurezza nazionale, e quindi delle prerogative statali. Essa, tuttavia, invita gli Stati membri a creare consulenti nazionali per la sicurezza economica che funzionino come un comitato interagenzia con il compito di identificare i rischi e suggerire metodi per mitigarli. L’istituzione di questo gruppo consultivo si aggiunge alla creazione di un centro di informazione sulla sicurezza economica all’interno della divisione intelligence del Servizio europeo per l’azione esterna, l’ala politica estera dell’Unione europea. Sebbene l’integrazione delle competenze in materia di sicurezza nazionale ed economica rimarrà un processo a lungo termine e altamente politico, queste nuove misure, se combinate, potrebbero aumentare in modo significativo le capacità di intelligence economica in tutta la Commissione europea.8 Un’altra raccomandazione molto concreta e utile è quella di creare un comitato di consulenti di fiducia composto da esperti del settore privato, che a sua volta possa fornire dati reali sulla catena di approvvigionamento, così affrontando l’ulteriore difficoltà sopra segnalata dell’individuazione delle dipendenze. Raccogliendo alcune delle sollecitazioni del Rapporto Draghi, inoltre, si è visto che ResourceEU stanzia 3 miliardi di euro per iniziative relative ai minerali critici nei prossimi 12 mesi, nell’ambito della CRMA; e, nel 2026, Bruxelles

FRANCESCO PIERINI

GLingua, traduzione e linguistica inglese

DISPI - Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali

Framing e rappresentazioni

delle Terre Rare nel discorso mediatico e politico in lingua inglese

Negli ultimi due decenni, le Terre Rare e i minerali critici

creerà un Centro europeo per le materie prime critiche con tre missioni: monitorare e valutare le esigenze, acquistare in comune per conto degli Stati membri e stoccare e consegnare in base alle esigenze delle imprese.9 Quelle appena ricordate sono peraltro misure attuabili nel medio-lungo termine, e da più parti ci si interroga sull’opportunità che, nell’immediato, l’UE attivi gli strumenti già a disposizione. Il riferimento è, in particolare, al summenzionato strumento anticoercizione, che la Strategia sulla sicurezza del 2023 effettivamente menziona, ma a cui nessun cenno è invece compiuto in quella di dicembre 2025. Lo strumento, approvato dopo che la Cina ebbe adottato ritorsioni contro la Lituania in risposta alla scelta di autorizzare Formosa all’apertura di un ufficio di rappresentanza usando il nome di Taiwan, anziché Taipei, non è ancora stato applicato. La riluttanza dell’Unione a utilizzarlo anche in circostanze di chiare minacce coercitive (quali le risposte cinesi ai dazi compensativi dell’UE sui veicoli elettrici o i cosiddetti dazi reciproci del presidente Trump) solleva seri interrogativi sulla sua credibilità. Esso consentirebbe, invece, di dare risposte mirate contro misure o minacce che cercano di influenzare le scelte sovrane dell’UE o dei suoi Stati membri, preservando fondamentalmente l’UE come attore geopolitico.10

1 Comunicazione congiunta a Parlamento e Consiglio (JOIN(2025) 977 final).

2 COM(2025) 945 final.

3 G. Ragonnaud, Implementing the EU’s Critical Raw Materials Act, EPRS, European Parliament, 2024.

4 https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/qanda_25_2886.

5 V. Szép, Strengthening EU Economic Security: Strategic Autonomy and the Geopolitics of Trade and Industry, European Law Blog, March 2025, https://doi.org/10.21428/9885764c.9167b925.

6 Ibid.

7 I. García-Bercero, N. Poitiers, From strategy to doctrine: the next steps for European economic security, Policy Brief 32/2025, Bruegel, https://doi.org/10.64153/NMID5539.

8 Ibid

9 Sole 24 ore, Materie prime, da Bruxelles un pacchetto con fondi per tre miliardi in un anno, 4 dicembre 2025.

10 I. García-Bercero, N. Poitiers, From strategy to doctrine cit.

sono diventati centrali nelle dinamiche geopolitiche, economiche e tecnologiche dell’ordine internazionale. Nel discorso politico e mediatico anglofono, tali materiali vengono rappresentati non solo come risorse tecnico-scientifiche, ma come asset strategici in grado di incidere sulla sicurezza nazionale, sulla competitività industriale e sugli equilibri di potere tra Stati. Nel contesto della crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, la narrazione sulle Terre Rare si configura come un campo discorsivo fortemente polarizzato, in cui ricorrono riferimenti a supply chain e national security, contribuendo a costruire una cornice che presenta la Cina come attore dominante e potenzialmente coercitivo e gli Stati Uniti come impegnati nel rafforzamento della propria autonomia strategica. In questo quadro, i media anglofoni (soprattutto statunitensi, ma anche britannici)

TABELLA 1 - IL CORPUS DI TESTI PRESO IN ESAME

Categoria del testoFonte / Tipologia

Articoli giornalistici

Comunicati governativi

Documenti politico-istituzionali

Num. testiPeriodoParole totali

Media anglofoni (es. riviste specializzate, news report) 6 2023-25 ~9.000

Dipartimento della Difesa USA, agenzie federali, dichiarazioni ufficiali 42023-25~3.000

Analisi di think-tank, report tecnici, interventi pubblici 3 2023-25 ~3.000

Totale corpus—13 testi2023-25~15.000 parole

svolgono un ruolo chiave nel riprodurre e rielaborare la retorica istituzionale, modellando percezioni pubbliche e narrative geopolitiche. Il discorso sulle Terre Rare diventa così un terreno privilegiato per analizzare pratiche di valutazione linguistica, attribuzione di responsabilità e costruzione dell’“altro” geopolitico. Il presente studio analizza un corpus di testi mediatici e politici in lingua inglese prodotti tra il 2023 e il 2025 (tab.1) attraverso un approccio di CorpusAssisted Discourse Studies (CADS), combinando strumenti quantitativi e analisi qualitativa dei frame retorici. In parole semplici CADS significa l’analisi informatica di migliaia di testi per trovare schemi ricorrenti. L’obiettivo è mettere in luce le strategie linguistiche che contribuiscono a plasmare e legittimare le narrative geopolitiche contemporanee legate a una risorsa spesso definita nascosta ma essenziale. Per questioni di spazio, in questa sede lo studio è presentato in forma ridotta e solo con le tabelle più essenziali.

Criteri di selezione dei testi

La selezione dei testi inclusi nel corpus si basa su criteri tematici, linguistici, discorsivi e temporali, al fine di garantire coerenza e rappresentatività. Sono stati inclusi esclusivamente testi che:

1.affrontano esplicitamente la questione delle Terre Rare nel contesto della competizione strategica USA-Cina, con riferimento a tecnologia, sicurezza nazionale, supply chain e politiche industriali;

2.sono redatti in lingua inglese, assicurando omogeneità linguistica e coerenza metodologica;

3.presentano una narrativa geopolitica riconoscibile e contribuiscono attivamente alla costruzione del discorso pubblico sulle Terre Rare, provenendo da fonti di ampia visibilità internazionale;

4.sono stati pubblicati tra il 2023 e il 2025, periodo caratterizzato da un’intensificazione della rivalità USA-Cina, dall’adozione di nuove politiche industriali statunitensi e dall’emergere di narrative mediatiche sulla dipendenza tecnologica.

Breve cenno alle note metodologiche e approccio di analisi

A)L’analisi adotta un approccio di Corpus-Assisted Discourse Studies (CADS), che combina strumenti di linguistica dei corpora con un’interpretazione qualitativa dei fenomeni discorsivi. Tale metodologia consente di individuare pattern ricorrenti non immediatamente visibili all’analisi

tradizionale, mantenendo un’attenzione costante ai significati pragmatici e retorici.

B)Le procedure di analisi includono:

(a) analisi delle frequenze lessicali (il numero di volte che una parola appare in un testo);

(b) analisi delle collocazioni (combinazioni di parole che tendono a co-occorrere con una frequenza significativamente alta);

(c) analisi delle concordanze (come una parola o un’espressione viene effettivamente usata nel contesto).

C)Per l’identificazione delle parole chiave del dibattito sono state considerate forme ad alta frequenza riconducibili alla geopolitica delle Terre Rare. Questo primo livello quantitativo ha consentito di individuare i principali nuclei semantici attorno ai quali si struttura il discorso.

A)Analisi delle frequenze I 30 lemmi più frequenti del corpus mostrano chiaramente tre aree semantiche dominanti:

TABELLA 2 - TABELLA DELLE FREQUENZE LESSICALI

Numero di occorrenze Parola Numero di occorrenze Parola

244 rare 39 chains 195number 39production

157 china 37 also 155critical 37export

137 earths 37 trump 137minerals 36new

132 supply 34 elements

105earth 34trade

78 said 32 global 64materials 30magnets

56 chain 30 metals

56energy 30mineral

55 mining 30 used

47uk 29government

41 processing 29 mp

A1. Lessico tecnico dei materiali

Il corpus presenta un’elevata frequenza di termini quali rare, earths, minerals, materials, elements, metals, magnets, technologies e mineral, che riflettono la natura altamente specializzata del dominio analizzato e l’attenzione rivolta ai materiali critici e alle loro applicazioni tecnologiche in ambito industriale e di sicurezza.

A2. Lessico geopolitico e attoriale

La dimensione geopolitica emerge chiaramente attraverso la ricorrenza di riferimenti ad attori statali e istituzionali, in particolare China (115) e U.S. (82), insieme a United, States, UK e government. Il discorso si struttura prevalentemente attorno alla rivalità USA-Cina, con un forte accento sulle relazioni di potere e sulle strategie statali.

A3. Lessico economico-strategico

Un ulteriore nucleo centrale è costituito dal lessico economico-strategico, dominato da termini quali supply, chain(s), production, export, processing, trade e global. Questo insieme lessicale contribuisce a costruire il framing delle Terre Rare come risorse strategiche, enfatizzando temi di sicurezza dell’approvvigionamento, controllo delle filiere e dipendenza economica.

Interpretazione discorsiva

L’elevata frequenza di rare ed earth(s) conferma la forte coesione tematica del corpus, in cui il binomio rare earths costituisce il nodo lessicale centrale. La ricorrenza di China segnala un ruolo discorsivo di primo piano: la Cina è rappresentata come attore dominante e potenzialmente minaccioso, spesso associato a lessico di controllo e restrizione. Il framing complessivo la configura come elemento destabilizzante delle catene globali di approvvigionamento.

Parallelamente, gli Stati Uniti emergono come attore prevalentemente reattivo, impegnato nella ricostruzione delle supply chains e nella difesa della sicurezza e dell’autonomia tecnologica. Il lessico legato alle catene di approvvigionamento costruisce il frame centrale della vulnerabilità e della dipendenza strategica.

B)Analisi delle collocazioni

Le collocazioni di China mostrano una forte associazione

CONCLUSIONE

L’analisi del corpus evidenzia come il discorso mediatico e politico anglofono costruisca una rappresentazione fortemente polarizzata delle Terre Rare, incardinata sulla rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina. La Cina emerge come attore dominante, caratterizzato da agency forte e controllo sulle catene di approvvigionamento, mentre gli Stati Uniti sono rappresentati come soggetto reattivo, impegnato nel rafforzamento dell’autonomia tecnologica e della resilienza industriale.

Il lessico tecnico (rare earths, minerals, materials) si intreccia con quello economico-strategico (supply chain, production, export), contribuendo a una rappresentazione centrata su

con verbi di agency (chi è responsabile di un’azione e come questa responsabilità viene costruita o attenuata nel discorso) forte come in controls, has restricted, banned, embargoed, flooded, che contribuiscono a costruire un’immagine di potere assertivo e coercitivo. In particolare, la collocazione China controls rafforza una rappresentazione di egemonia strutturale presentata come oggettiva e misurabile. La collocazione China flooded (the global market) introduce una “metafora idraulica” a connotazione negativa, suggerendo un’azione intenzionale e destabilizzante.

Le collocazioni con Beijing confermano una rappresentazione della Cina come attore politico centralizzato: la capitale opera metonimicamente per il governo.

Verbi come announced e began leveraging attribuiscono a Beijing un ruolo di agente istituzionale consapevole, rafforzando dinamiche di agency e responsabilizzazione. In particolare, leveraging attiva una valutazione implicita negativa, associando il controllo delle risorse a pratiche di pressione geopolitica.

C)Analisi delle concordanze (KWIC)

L’analisi delle concordanze, che non viene fornita in questa sede per questioni di spazio, ha consentito di osservare nel dettaglio i co-testi (l’Insieme del testo che precede e segue un elemento specifico, ad esempio una data parola) al suo interno, fornendo il contesto linguistico necessario alla interpretazione della parola chiave (China, U.S., control, dominance, supply chain), supportando l’interpretazione qualitativa dei frame discorsivi. Le concordanze mostrano che China ricorre quasi sistematicamente in contesti di agency forte, mentre U.S. appare in contesti di reazione, investimento e ricostruzione ( partnerships, supply chain independence, expand production).

I termini control e dominance risultano associati prevalentemente alla Cina, rafforzandone la rappresentazione come monopolista globale. Supply chain emerge invece come nodo discorsivo centrale, inserito in cornici di vulnerabilità, rischio e necessità di diversificazione.

Nel complesso, le concordanze confermano un framing polarizzato: la Cina come attore dominante e coercitivo, gli Stati Uniti come soggetto reattivo impegnato nel recupero dell’autonomia strategica.

vulnerabilità, rischio e risposta strategica. Le analisi di collocazioni e concordanze confermano pattern sistematici di agency , valutazione e responsabilizzazione, mostrando come il linguaggio mediatico e politico operi come strumento di framing ideologico piuttosto che come veicolo neutrale di informazione.

Nel complesso, il discorso sulle Terre Rare si configura come un osservatorio privilegiato per comprendere come il linguaggio contribuisca a costruire percezioni di potere, minaccia e autonomia strategica, legittimando interventi politici, industriali e tecnologici nel contesto della competizione geopolitica contemporanea.

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Energia

più libera

Il mercato libero di energia e gas: cosa pensano le piccole imprese? Pubblicato il V rapporto Edison-Censis.

Il rapporto di cittadini, micro e piccole imprese italiane con il mercato libero di energia elettrica e gas. È questo il focus del Rapporto Edison-Censis “La buona sovranità nei mercati dell’energia: la centralità di famiglie e imprese”. Si tratta della V edizione di uno studio realizzato per la prima volta nel 2021 per indagare le opinioni della società italiana post-pandemica sulla sostenibilità e diventato Osservatorio su Culture dell’energia e della sostenibilità degli Italiani nel 2024. L’edizione 2025 indaga il rapporto di cittadini e (per la prima volta) micro e piccole imprese italiane con il mercato libero di energia elettrica e gas: un tema particolarmente rilevante per la Liguria, dove più di tre cittadini su quattro sono nel mercato libero dell’energia elettrica (oltre l’80% in quello del gas) mentre tra le aziende si supera l’85% (Fonte Arera, che riporta solo il dato per la bassa tensione). Nella stessa Regione, Edison Energia - società del Gruppo Edison attiva nella vendita di energia elettrica e gas a famiglie e imprese, connessione Wi-Fi e servizi a valore aggiunto al segmento retail - ha raggiunto 50.000 contratti ed è vicina ai clienti con 35 negozi. «L’indagine - come nei precedenti quattro rapporti - analizza la relazione degli italiani con la sostenibilità nel mondo dell’energia. Uno sguardo al quinquennio trascorso conferma che nelle famiglie è molto cresciuta la cultura della sostenibilità e del consumo intelligente di energia. Oggi possiamo aggiungere che nove italiani su dieci vogliono che nella transizione ecologica ed energetica siano contemperate sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. Edison è in ascolto e continua ad affiancare queste due declinazioni in ogni iniziativa che porta sui territori» ha dichiarato Barbara Terenghi, Chief Sustainability Officer di Edison. «L’esperienza di questi anni ha consolidato la convinzione che le due esigenze, lotta al riscaldamento globale e sostenibilità economica per le famiglie, devono coesistere e contemperarsi altrimenti non sarà possibile portare avanti iniziative di lotta al cambiamento climatico. Ci sono convinzioni che possono sorprendere e che, tuttavia, sono il portato di quel sano pragmatismo italiano che porta a ripensare anche convincimenti profondi in contesti mutati. È il caso del mix di energie alle quali la maggioranza ritiene occorra fare riferimento per fronteggiare la domanda di energia nel futuro, che senz’altro è destinata ad aumentare. Certo che le rinnovabili per gli italiani devono avere un ruolo di primo piano e, tuttavia, è radicata la convinzione che

non saranno sufficienti, per ragioni tecniche e, anche, economiche. Il nucleare, quindi, dannato a lungo, oggi torna all’attenzione generale», ha dichiarato Massimiliano Valerii, Consigliere delegato del Censis.

Le micro e piccole imprese sono 4,4 milioni e impiegano 11 milioni di lavoratori. Per quanto riguarda l’energia elettrica, le piccole imprese hanno detto addio al mercato di maggior tutela nel gennaio 2021 mentre le microimprese dall’aprile 2023. Le aziende che non hanno ancora scelto un fornitore luce del mercato libero sono passate al Servizio a Tutele Graduali ed è stato assegnato loro un operatore su base geografica.

Dal V Rapporto Edison-Censis emerge che sette imprese su dieci temono gli effetti del caro energia e tre quarti sono preoccupate anche per quel che in futuro potrebbe accadere alla loro spesa energetica. In questa cornice, il 64,3% delle imprese dichiara che il criterio principe di scelta del proprio fornitore è il prezzo. Solo un’impresa su tre ha però avviato una diagnosi energetica. Una quota analoga di aziende dichiara che nei prossimi anni presumibilmente investirà per diventare più green e anche in tecnologie di efficientamento energetico.

Quali sono i possibili stimoli per le imprese attualmente non interessate? Un fornitore che si occupi di tutto il processo, monitoraggio e manutenzione inclusi nell’acquisto delle tecnologie, finanziamenti da restituire a rate e forme di leasing finanziario.

Massimo Quaglini, Amministratore Delegato di Edison Energia, ribadisce l’impegno della società nell’aiutare le piccole imprese italiane nelle loro necessità: «Offriamo sia energia prodotta da fonti rinnovabili che la nostra vasta esperienza come operatore di riferimento a livello nazionale: possiamo far leva sugli asset del Gruppo Edison per accompagnare le imprese clienti verso un consumo sostenibile con un impatto ambientale ridotto. In particolare, la nostra offerta My Sun Business riguarda tutto il processo, dalla progettazione all’installazione e manutenzione di impianti fotovoltaici. È incluso anche un servizio di consulenza per aiutare i clienti a intercettare incentivi regionali e nazionali. Inoltre, diamo la possibilità di attivare soluzioni di leasing e noleggio operativo per l’installazione di impianti fotovoltaici fino a 200 kW. Oltre a tutto questo, offriamo anche Power Purchase Agreement che consentono di ridurre la bolletta energetica e stabilizzano il costo dell’energia».●

Barbara Terenghi, Massimo Quaglini e Massimiliano Valerii

Il giusto mix

In Spare Nav.I. & Services l’integrazione tra le competenze tecniche e una gestione finanziaria strutturata si è confermata un fattore determinante per garantire continuità operativa e sviluppo.

di Monica Venturini

SPARE NAVI & SERVICES s.r.l.

Naval Industrial Components & Maintenance

Nel contesto delle imprese marittime, e in particolare nel settore delle riparazioni navali, la finanza d’impresa assume un ruolo sempre più strategico in risposta a un ambiente caratterizzato da elevata ciclicità, complessità contrattuale e forte esposizione ai rischi di mercato. In questo scenario, la progressiva affermazione della leadership femminile nei ruoli di responsabilità economico-finanziaria rappresenta un elemento di cambiamento significativo, capace di incidere positivamente sui modelli di governance, sulla qualità dei processi decisionali e sulla solidità complessiva delle imprese.

Il comparto delle riparazioni navali costituisce un segmento strategico dell’economia genovese, fondato su un patrimonio di competenze tecniche e operative consolidate. Tuttavia, negli ultimi anni il settore ha dovuto confrontarsi con criticità rilevanti, quali la crescente concorrenza internazionale, l’instabilità dei cicli economici e profondi mutamenti strutturali del mercato. In tale contesto, la capacità di integrare competenze tecniche e una gestione finanziaria strutturata diventa un fattore determinante per garantire continuità operativa e sviluppo nel medio-lungo periodo.

L’esperienza di Spare Nav.I. si inserisce in questo quadro come esempio concreto di resilienza e adattamento.

L’azienda ha saputo rafforzare nel tempo la propria posizione grazie a un’elevata professionalità del team in cui alcuni ruoli strategici sono declinati al femminile e a una politica di investimenti continui, accompagnata da una costante attenzione all’aggiornamento organizzativo e finanziario. Un ruolo centrale in questo percorso è stato svolto dalla funzione finanziaria, il cui contributo ha consentito di integrare in modo efficace la pianificazione economica con le scelte strategiche e operative.

Quale responsabile dell’area amministrativo-finanziaria di Spare Nav.I. ho cercato di favorire l’adozione di un approccio strutturato alla gestione dei flussi di cassa, al controllo del capitale circolante e alla valutazione del rischio. Tale impostazione, orientata alla sostenibilità di lungo periodo, ha rafforzato la capacità decisionale della Proprietà e supportato strategie di crescita prudenti ma coerenti con le esigenze di sviluppo dell’impresa. L’attenzione alla qualità delle relazioni con istituti di credito, fornitori e clienti si è rivelata un elemento chiave per garantire equilibrio finanziario e resilienza anche nelle fasi di mercato più complesse. Uno degli aspetti più critici per le aziende operanti nel settore delle riparazioni navali resta infatti la gestione della liquidità. Il cash flow rappresenta un fattore essenziale per sostenere il capitale circolante, assicurare la continuità operativa e consentire investimenti in innovazione e crescita. Un’analisi puntuale dei flussi finanziari permette non solo di individuare il livello di redditività necessario al mantenimento dell’attività, ma anche di prevenire situazioni di tensione finanziaria che potrebbero compromettere l’equilibrio aziendale.

La volatilità dei flussi di cassa è spesso legata ai ritardi nei pagamenti da parte della clientela e alle fluttuazioni sta-

gionali della domanda. Se da un lato la diversificazione del portafoglio clienti consente di mitigare il rischio di concentrazione, dall’altro il ricorso a pagamenti dilazionati, soprattutto da parte di grandi operatori, incide in modo significativo sulla gestione finanziaria. In questo contesto, il monitoraggio costante delle scadenze e un’attività strutturata di sollecito diventano strumenti indispensabili per tutelare la liquidità e limitare effetti a catena, come i ritardi nei pagamenti ai fornitori.

L’esperienza evidenzia come le realtà di dimensioni più contenute tendano a garantire una maggiore puntualità nei pagamenti, mentre i grandi gruppi sfruttano più frequentemente la propria forza contrattuale. Per questo motivo, in Spare Nav.I. l’attività commerciale, in stretta sinergia con il management e la funzione finanziaria, è orientata alla continua ricerca di nuovi clienti e opportunità, rendendo la diversificazione una leva fondamentale non solo sul piano commerciale, ma anche sotto il profilo finanziario.

Accanto a una gestione rigorosa del capitale circolante, possono rendersi necessarie ulteriori strategie di ottimizzazione finanziaria. Il miglioramento dei processi interni, l’efficientamento operativo e una gestione strutturata di incassi e pagamenti consentono di generare liquidità anche in assenza di ricorso immediato a fonti esterne. Tuttavia, strumenti come il factoring e l’anticipo bancario restano soluzioni efficaci per fronteggiare temporanee tensioni finanziarie, rendendo il costo del denaro e la qualità delle relazioni con gli istituti di credito elementi di rilevanza strategica. Ulteriori margini di equilibrio possono essere individuati nella ristrutturazione di debiti pregressi, attraverso piani di rientro o politiche di incentivo al pagamento anticipato, nonché nella gestione del rapporto con i fornitori. Impostare tali relazioni in un’ottica di partnership consente di negoziare condizioni di pagamento più sostenibili e di pianificare in modo condiviso forniture e flussi finanziari, garantendo continuità operativa e un utilizzo più efficiente delle risorse. Guardando alle prospettive future, anche alla luce delle attuali incertezze geopolitiche, diventa imprescindibile investire in tecnologie avanzate in grado di ridurre i costi e migliorare l’efficienza operativa. L’utilizzo di strumenti come il leasing operativo, affiancato alla ricerca di finanziamenti agevolati e contributi a fondo perduto - tra cui quelli del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale e di altri programmi nazionali - può sostenere investimenti strategici e rafforzare la resilienza aziendale.

In un contesto di crescente complessità, il caso Spare Nav.I. dimostra come la valorizzazione della leadership femminile nella finanza d’impresa non rappresenti soltanto un fattore di inclusione, ma una vera e propria leva competitiva. Una gestione finanziaria strutturata, integrata nelle strategie aziendali e supportata da modelli di governance inclusivi, si conferma così come uno degli elementi chiave per garantire competitività e sostenibilità nel lungo periodo.●

Monica Venturini è Responsabile amministrativo-finanziario a Spare Navi.I. & Services

L’Educazione asset d’impresa

e «Autodifesafemminile» ridisegna il concetto di sicurezza aziendale e sociale, trasformando la prevenzione in cultura condivisa.

C’è stato un tempo in cui parlare di autodifesa in azienda evocava immagini di palestre, sudore e scontro fisico, qualcosa di relegato al dopolavoro o agli appassionati di arti marziali. Quel tempo, grazie a una visione imprenditoriale lucida e umanistica nata proprio sotto la Lanterna, è finito. Sono passati esattamente due anni dal marzo 2024, data che segna l’inizio di un percorso che ha saputo intercettare, e spesso anticipare, un cambiamento epocale nel mondo del lavoro e della società civile. Francesco Tessoni Rudmann, founder di una realtà che oggi opera su tutto il territorio nazionale attraverso due brand distinti ma indissolubili - “Consulenze Autodifesa” e “Autodifesafemminile” - fa il punto su un biennio che ha trasformato

un’intuizione in un sistema integrato di welfare e sicurezza. «Non siamo partiti per insegnare a combattere, ma per insegnare a vivere sicuri», esordisce Tessoni Rudmann. Ed è proprio in questa sfumatura semantica che risiede il successo dell’iniziativa. Oggi la sua organizzazione non è più una voce solista, ma un coro: una rete orizzontale che ha aggregato i migliori docenti di Difesa Personale d’Italia dedicati al corporate. «Abbiamo fatto una scelta controcorrente: trasformare i potenziali concorrenti in colleghi. Abbiamo unito le eccellenze tecniche del Paese sotto un’unica missione, perché la sicurezza è un bene comune che non ammette gelosie di bandiera». L’evoluzione dei servizi offerti in questi 24 mesi è lo specchio

Francesco Tessoni Rudmann

di un mercato del lavoro che cambia pelle. Se all’inizio si parlava di corsi, oggi si parla di ecosistemi. Alla formazione tecnica si sono affiancate figure chiave come esperte di Travel Risk Management , consulenti per la certificazione UNI/PdR 125 sulla parità di genere e, soprattutto, un team di psicologhe giuridiche e cliniche. L’obiettivo? Affrontare la violenza in tutte le sue declinazioni: da quella fisica a quella reiterata, dal bullismo alle insidie del mondo digitale, fino alle nuove fattispecie di rischio introdotte dalle recenti Leggi 159 e 198 del 2025.

È qui che entra in gioco “Consulenze Autodifesa”, il braccio operativo rivolto al B2B. «Le aziende oggi non ci chiamano più solo per fare welfare o team building, sebbene restino leve potentissime -, spiega il founder. - Ci chiamano perché con le nuove normative del 2025, la valutazione del rischio molestie e aggressioni è diventata un pilastro del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Noi, come formatori 81/08, entriamo in azienda non per spaventare, ma per fornire strumenti di compliance che sono, al contempo, strumenti di benessere».

Parallelamente vive e pulsa “Autodifesafemminile”, l’anima dedicata all’empowerment e alla tutela della donna. Qui il lavoro è culturale, profondo, volto a scardinare stereotipi secolari. È in questo ambito che la visione di Tessoni Rudmann si fa “nuova narrativa”, un concetto che sta riscrivendo le regole dell’ingaggio sociale.

«Esiste un bias cognitivo enorme sul termine autodifesa -, sottolinea con forza Tessoni Rudmann, riprendendo i concetti cardine del suo manifesto. - Se l’odio esiste e non sempre può essere disinnescato, allora è necessario ripensare in modo radicale il come potremmo imparare a tutelarci. L’autodifesa, così come l’abbiamo immaginata per decenni, non basta più. Anzi, spesso esclude. Fa pensare a tecniche di lotta, a forza fisica, a corpi giovani e pronti allo scontro. Ma chi non si riconosce in questo immaginario? Chi è più fragile, chi è stato colpito, chi non vuole colpire, dovrebbe forse rinunciare al proprio diritto di sentirsi al sicuro?».

La risposta che arriva da Genova è un netto “no”. La proposta si chiama Educazione all’Incolumità. Significa uscire dalla logica dello scontro per entrare in quella della consapevolezza. «Non si tratta di imparare a sferrare un pugno, ma di imparare a leggere il pericolo, a riconoscere i segnali deboli, a costruire una postura mentale che protegga prima ancora che serva reagire», prosegue.

L’analogia che Tessoni Rudmann usa spesso con i Board aziendali è semplice: «Proprio come un corso di guida sicura non serve solo agli appassionati di motori o ai piloti, ma a chiunque abbia una patente per tornare a casa sano e salvo, così l’educazione all’incolumità non è “una cosa per chi se la sente”. È un diritto di tutti. E, forse, un dovere collettivo».

In questi due anni, il progetto ha dimostrato che non c’è nulla di esclusivo o di performativo in questa forma di preparazione. È informazione, è prevenzione, è alfabetizzazione emotiva. È un sapere che, portato nelle sale riunioni così come nelle aule scolastiche o nei centri antiviolenza, non divide il mondo in forti e deboli, ma unisce le persone in un intento comune: vivere liberi dalla paura senza mai dover rinunciare alla propria umanità.

Guardando al futuro, la doppia realtà fondata da Tessoni Rudmann si pone come interlocutore privilegiato per le istituzioni e per le aziende. L’integrazione tra la rigidità della norma (la sicurezza sul lavoro 81/08) e la fluidità delle soft skills (la gestione dello stress, la leadership gentile, la selfconfidence) rappresenta la nuova frontiera.

Le aziende che hanno adottato questo modello non riportano solo una riduzione degli infortuni o dei rischi legali, ma un miglioramento tangibile del clima interno. Perché quando un’azienda si preoccupa sinceramente dell’incolumità fisica ed emotiva dei propri collaboratori, sta facendo molto più che rispettare una legge: sta costruendo valore. E in questa “nuova narrativa”, la sicurezza smette di essere un costo per diventare, a tutti gli effetti, un patrimonio culturale e aziendale.●

Fior da fiore

Il neonato Gruppo Lusso coinvolge realtà d’alta gamma nei settori nautica, accoglienza, agroalimentare, servizi, ponendosi questi obiettivi: fare rete, promuovere azioni concrete, e rafforzare il marketing territoriale.

È stato presentato lo scorso 6 febbraio, nella prestigiosa cornice di The Mall Sanremo, il Gruppo Lusso di Confindustria Imperia, una nuova realtà nata per valorizzare e mettere in rete le eccellenze del territorio che operano nel settore luxury.

L’incontro ha rappresentato il primo passo di un percorso condiviso, frutto della volontà di trasformare una visione comune in una strategia strutturata, capace di rafforzare la competitività delle imprese e l’attrattività della Riviera dei Fiori sui mercati nazionali e internazionali. Il Gruppo Lusso nasce dalla consapevolezza che il comparto dell’alto di gamma rappresenti un settore dalle grandi potenzialità di sviluppo, destinato a diventare un asset strategico per la crescita economica e l’attrattività del territorio. Un ambito capace di generare valore grazie a qualità, competenze specialistiche, cura del dettaglio e a una profonda connessione con il paesaggio e l’identità della Riviera del Ponente ligure. Una trentina le aziende presenti all’evento, coordinato da Elena Sparago, tra cui alcune delle ispiratrici della sua nascita, a cominciare da The Mall - Sanremo, Amer Yachts Spa,

di Fabrizio Pepino

il porto Cala del Forte Srl e gli hotel 5 stelle Royal Hotel Sanremo, Miramare The Palace, Europa Palace Sanremo, Grand Hotel del Mare Resort & Spa. A fare da padri nobili al neonato Gruppo Lusso anche alcune prestigiose partnership, dall’Università di Monaco all’Accademia di Belle arti di Sanremo e Milano e all’Accademia del Lusso di Milano. «Questo incontro non è stato un punto di arrivo, ma l’inizio di un cammino comune - ha dichiarato Luciano Tesorini, presidente di Confindustria Imperia -. Abbiamo deciso di dare forma concreta a un’intuizione e di costruire un sistema capace di valorizzare le eccellenze del territorio in modo coordinato. Il Gruppo Lusso nasce per sviluppare azioni condivise e rafforzare la presenza delle nostre imprese sui mercati nazionali e internazionali».

Nel corso della presentazione sono stati delineati tre obiettivi strategici del nuovo tavolo permanente: fare rete, mettendo a sistema competenze ed esperienze attraverso un’attività strutturata di rappresentanza; promuovere azioni concrete, come eventi congiunti, missioni all’estero e percorsi di formazione dedicati; rafforzare il marketing territoriale, valorizzando la Riviera dei Fiori come destinazione di lusso integrato.

Sui contenuti più operativi e sui vantaggi concreti del Gruppo Lusso è intervenuta Barbara Amerio, past president di Confindustria Imperia e EU Trade Ambassador (Commissario Europeo per il Commercio, ndr), sottolineando l’esigenza di far convergere le idee di imprese appartenenti a settori diversi ma accomunate dalla stessa clientela di fascia alta. «Il valore di questo gruppo sta nella sua trasversalità - ha affermato Amerio -. Condividiamo lo stesso target e questo ci consente di sviluppare azioni di cross-marketing naturali tra comparti diversi, dalla nautica all’accoglienza, dall’agroalimentare di nicchia ai servizi dedicati, creando esperienze integrate sul territorio». Amerio, inoltre, ha evidenziato come la partecipazione congiunta a eventi di visibilità e iniziative rivolte all’export permetta di presentarsi come sistema-territorio, aumentando la riconoscibilità del brand Riviera dei Fiori e ottimizzando gli investimenti in comunicazione. Il Gruppo Lusso, infine, potrà favorire la mappatura delle competenze presenti

all’interno del sistema associativo, la creazione di una filiera locale dell’eccellenza e una rappresentanza più efficace nei confronti delle istituzioni, anche in relazione a infrastrutture e formazione specialistica per il settore.

La presentazione ospitata da The Mall Sanremo ha segnato l’avvio ufficiale di una collaborazione tra le imprese e Confindustria Imperia, che accompagnerà il Gruppo Lusso con supporto istituzionale, strumenti operativi e una voce unitaria, ponendo le basi per uno sviluppo duraturo, riconoscibile e condiviso del sistema del lusso della Riviera dei Fiori. The Mall Sanremo, attraverso il proprio CEO Giorgio Motta, ha contribuito fin dalle prime fasi alla costruzione del Gruppo, non solo come sede dell’evento di lancio, ma come attore diretto dell’iniziativa condividendone la missione e partecipando alla costruzione di un modello collaborativo tra imprese di alto profilo.

«Questo progetto nasce da una convinzione profondaafferma Giorgio Motta - il lusso non è solo prodotto o servizio, ma esperienza, territorio, relazione. Il Gruppo Lusso ci permette di superare i confini dei singoli settori e di presentarci come un ecosistema integrato, capace di parlare con una sola voce ai mercati globali».

Secondo The Mall Sanremo la nuova realtà nasce per valorizzare e mettere in rete le eccellenze del territorio che operano nel segmento dell’alto di gamma, rafforzando il posizionamento della Riviera dei Fiori sui mercati nazionali e internazionali. L’obiettivo è quello di trasformare una visione condivisa in una strategia strutturata, capace di creare sinergie tra imprese e generare valore per il territorio. Un progetto che riconosce nel luxury un asset strategico per lo sviluppo economico locale. Il nuovo tavolo permanente lavorerà su tre direttrici: creare rete tra le imprese, sviluppare progetti e iniziative congiunte e rafforzare il marketing territoriale attraverso una proposta di lusso integrato. Con questa iniziativa The Mall Simon Luxury Outlets, gruppo degli outlet del lusso di cui fanno parte oltre a The Mall Sanremo anche The Mall Firenze, conferma il proprio impegno nella promozione del territorio e lo sviluppo di nuove opportunità che mettano in luce le eccellenze locali a livello regionale, nazionale e, ancor più, internazionale.●

Radici solide,

orizzonti internazionali

L’evoluzione del modello d’impresa dell’azienda meccanica spezzina.

Alessandro Biggio

Fluid Global Solutions (FGS) è un’azienda italiana con sede alla Spezia, specializzata nella produzione, fornitura e manutenzione di pompe, motori elettrici e parti di ricambio per il settore navale e industriale. Fondata nel 2011, la società opera al fianco di armatori, ship manager, cantieri e realtà industriali specializzate, offrendo soluzioni orientate alla continuità operativa degli impianti fluidodinamici.

«Ho fondato l’azienda quindici anni fa con l’obiettivo di costruire una realtà solida e credibile, capace di crescere nel tempo, andando oltre il perimetro tradizionale delle aziende di fornitura dell’epoca, così da differenziarci da una concorrenza vivace ma poco reattiva - racconta Alessandro Biggio, fondatore e CEO di FGS, oggi vicepresidente di Confindustria La Spezia -. Per dare forma a questa visione, fin dall’inizio abbiamo posto al centro del nostro modello di business tre obiettivi principali: la digitalizzazione dei processi, la sostenibilità e l’internazionalizzazione. Tre punti fermi, non elementi accessori, che hanno guidato e strutturato l’evoluzione industriale dell’azienda».

FGS nasce nello Spezzino, un’area storicamente legata al mare e alle sue maestranze, che nel tempo ha cercato di emanciparsi da una dimensione provinciale per affermarsi come realtà industriale strutturata. In questo contesto, l’azienda è cresciuta coltivando fin dall’inizio un legame solido e consapevole con il proprio territorio e la sua eredità culturale e professionale.

«È da questi influssi - sottolinea Biggio - che prendono forma il nostro know-how tecnico, la cultura del lavoro e la volontà di mantenere rapporti autentici e diretti con clienti e partner. Al contempo, operare nel settore navale implicava la necessità di confrontarsi con una dimensione internazionale: le navi si muovono senza confini e, con esse, anche le esigenze operative dei clienti».

Di conseguenza, l’approccio all’internazionalizzazione è divenuto progressivamente non solo un’opportunità, ma anche una strategia. Oggi una quota significativa del fatturato - oltre il 50% - proviene dai mercati esteri, con una presenza consolidata in tutta l’EMEA (Europa, Medio Oriente, Africa) e una crescente domanda proveniente dai Paesi asiatici, in particolare India, Cina e Singapore. Questa distribuzione geografica è il risultato di scelte commerciali precise, orientate alla diversificazione e alla resilienza, che consentono all’azienda di operare con maggiore stabilità anche in contesti economici complessi.

L’espansione internazionale di FGS non è mai stata aggressiva né improvvisata. È cresciuta nel tempo, passo dopo passo, attraverso una presenza diretta in Italia e una rete strutturata di agenti e distributori qualificati nei principali mercati esteri. Grande attenzione è riservata alla reputazione del brand: la comunicazione è concepita come espressione autentica dell’identità aziendale, anche in assenza fisica, e si accompagna a un contatto costante e diretto con gli interlocutori chiave. In quest’ottica, FGS partecipa regolarmente alle principali fiere di settore - tra cui SMM ad Amburgo, Posidonia ad Atene, SeaAsia Singapore e Marintec a Shanghai - oltre a conferenze specialistiche in ambito navale e industriale. L’azienda aderisce inoltre ad associazioni internazionali di settore, come EMISA e IMPA, per favorire il dialogo con le realtà economiche e di ricerca. «Nel tempo ho compreso che l’internazionalizzazione richiede, prima di tutto, affidabilità e reputazione: affidabilità tecnica, ma soprattutto organizzativa e culturale; reputazione come coerenza nel perseguire i propri valori, garantendo supporto costante e mantenendo un approccio duttile e ricettivo nei confronti del cliente. È su questi presupposti - aggiunge Alessandro Biggio - che si costruisce la fiducia, vero motore di una presenza internazionale duratura». Per sostenere questo modello di business, FGS ha investito nella struttura interna e nelle persone, lavorando sull’organizzazione aziendale e sull’ottimizzazione dei processi operativi, con un approccio orientato alla sostenibilità. Un percorso che ha portato l’azienda a redigere e depositare, per il secondo anno consecutivo su base volontaria, il proprio bilancio di sostenibilità. Oggi FGS conta circa trenta dipendenti e un’organizzazione in grado di dialogare con player internazionali di alto livello.

Guardando al futuro, Biggio è convinto che l’internazionalizzazione dovrà essere sempre più accompagnata da innovazione tecnologica e digitale. «Stiamo introducendo nuovi strumenti, inclusi modelli di intelligenza artificiale, per supportare aspetti chiave dell’operatività quotidiana, a beneficio dei clienti e del nostro personale. La tecnologia deve rimanere un abilitatore: il vero valore dell’impresa - conclude - risiede nelle competenze, nelle relazioni e nella capacità di assumersi responsabilità».

Anche oggi, dopo quindici anni di attività, l’obiettivo di Fluid Global Solutions rimane invariato: crescere sui mercati internazionali mantenendo solidità, coerenza e identità.●

Unione Industriali

della Provincia di Savona

Tris d’incontri

Chi ha paura della modernità? In Unione Industriali ne parlano Giuliano Tavaroli, Mariangela Pira e Dario Fabbri.

di Gilberto Volpara

Leggere l’attualità e l’economia intuendone gli sviluppi attraverso la visione di professionisti, addetti ai lavori e conoscitori del panorama comunicativo e tecnologico. Sono gli obiettivi della nuova rassegna primaverile promossa dall’Unione Industriali di Savona con tre appuntamenti rivolti ai propri associati sui temi di maggiore interesse della scena internazionale. I nomi che approderanno nella sede di via Gramsci 10 sono quelli di Giuliano Tavaroli, Mariangela Pira e Dario Fabbri, che saranno protagonisti di altrettante interviste pubbliche coordinate dal giornalista Gilberto Volpara. «Torniamo a proporre un format di questo tipo a distanza di qualche tempo dalla fortunata esperienza che portò in Unione alcune grandi firme del giornalismo italiano, come Massimo Giannini, Maurizio Molinari e Pietro Senaldi, per tratteggiare uno sguardo italiano su Savona attraverso l’informazione.

In quella stessa rassegna approdò da noi anche il campione ampezzano Kristian Ghedina, ex velocista dello sci italiano e commentatore tv per Eurosport delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Ieri come oggi, la filosofia resta quella di aprirsi all’esterno grazie a punti di vista differenti, magari alle volte anche scomodi, ma utili alla riflessione comune» dichiara la presidente dell’Unione Industriali, Caterina Sambin.

GIULIANO TAVAROLI

GIOVEDÌ 12 MARZO

ORE 17,30

Ad avviare il ciclo d’incontri in Unione, dunque, sarà Giuliano Tavaroli. Albenganese di nascita, finito alla ribalta delle cronache per il ruolo di responsabile della security di Pirelli al tempo dell’indagine sui dossier Telecom-Sismi, affronterà gli argomenti spesso trattati dai media, ma difficilmente dibattuti in profondità relativi a dossier, depistaggi e spionaggio con l’apporto dell’intelligenza artificiale. «Stiamo andando verso una quinta rivoluzione industriale e non stiamo investendo sulla sicurezza» anticipa Tavaroli. Da lì un focus specifico declinato, anche, sulla quotidianità di chi fa impresa.

MARIANGELA PIRA

GIOVEDÌ 12 MARZO

ORE 17,30

Seconda tappa con la presenza a Savona di Mariangela Pira, giornalista e scrittrice italiana, nota per la sua attività su Sky TG24 dove con-

duce la rubrica quotidiana Business e il podcast #3fattori. Si occupa di economia, finanza, mercati e geopolitica. Originaria di San Gavino Monreale, ha iniziato come redattrice presso la sede Ansa di New York. Successivamente, in Cina ha lavorato come inviata per MF Milano Finanza e ha collaborato con testate quali Panorama, L’Espresso, Il Venerdì di Repubblica e Presa Diretta. Tornata in Italia, ha condotto approfondimenti sui mercati finanziari per Class CNBC e curato finestre su Borsa e mercati per il TG5 e il TG La7. Ha lavorato con il Ministero degli Esteri alla realizzazione di Esteri NewsDossier, notiziario della diplomazia italiana, che l’ha portata a viaggiare in Afghanistan, Libano, Iraq, Israele e Palestina. Continua a occuparsi di cooperazione internazionale con particolare attenzione alla condizione femminile e all’istruzione.

DARIO

FABBRI MERCOLEDÌ

29 APRILE ORE 17,30

A chiudere il ciclo sarà, invece, Dario Fabbri, sempre nella sede dell’Unione Industriali. Giornalista e analista geopolitico, ha collaborato con riviste italiane e internazionali firmando commenti per Italy Daily (supplemento italiano dell’International Herald Tribune) e per i quotidiani La Stampa e il Riformista. Fabbri ha studiato Scienze politiche presso l’Università Luiss Guido Carli, senza però concludere il percorso di studi. Lavora come giornalista dal 2013, avendo collaborato con la rivista di geopolitica Limes di cui è stato consigliere scientifico e coordinatore per l’America attraverso un decennio. Dal 2014 al 2022 ha condotto Radio 3 Mondo, la rassegna della stampa estera di Rai Radio 3. Nel 2021 viene nominato vicedirettore della neonata Scuola di Limes, ente di formazione geopolitica correlato all’omonima rivista. Lascia ogni incarico presso la scuola di formazione e la rivista l’anno successivo, nel gennaio 2022, entrando prima a far parte della redazione di LA7 come analista politico e poi fondando, insieme a Enrico Mentana, la rivista di geopolitica Domino, di cui Fabbri diventa direttore editoriale. Nel 2023 collabora alla stesura del libro “Kissinger contro Allende. La storia del golpe del secolo” di Emanuel Pietrobon, pubblicato da Castelvecchi Editore.

Tra gli ideatori operativi della rassegna a marchio Unione Industriali c’è il direttore dell’Unione Albergatori di Savona, Carlo Scrivano: «Confronto significa accrescimento culturale in ogni occasione. Il profilo d’alto livello di queste tre figure consente alla nostra associazione la conferma di quel ruolo di motore non solo dell’economia, ma delle idee legate all’attualità del savonese».●

Buone nuove

Non si ferma il percorso di crescita dell’aeroporto di Genova. Il 2025 si è chiuso con 1.577.159 passeggeri movimentati (+18,1% sul 2024), il miglior risultato di sempre nella storia dello scalo genovese.

I risultati complessivi del 2025, che comprendono anche 17.229 movimenti (+8,1% sul 2024), sono il frutto di una crescita strutturale che ha portato l’aeroporto di Genova a superare, con oltre un anno di anticipo rispetto al piano industriale, il precedente record storico di passeggeri raggiunto nel 2019.

Un risultato importante a cui hanno contribuito la ripartenza dei charter crocieristici (29.514 crocieristi movimentati da aprile a ottobre), l’avvio di nuovi collegamenti con l’Est

Record di passeggeri movimentati, nuovi collegamenti con Roma e la Sardegna e un importante piano di ammodernamento in corso.

Europa (Varsavia e Cracovia) e il rafforzamento del network esistente tra cui, ad esempio, Tirana (Wizz Air, +55,2%), Parigi Orly (Volotea, +50,7%) e Barcellona (Vueling, +32,6%).

Da sottolineare, in particolare, la crescita del traffico passeggeri internazionale, che prosegue ininterrottamente da 23 mesi (nel 2025, oltre 769mila passeggeri movimentati, +41,2% sul 2024).

Passando ai collegamenti interni, lo scalo genovese ha recentemente annunciato nuovi voli per Roma, Alghero e Olbia, possibili grazie all’investimento della compagnia aerea italiana Aeroitalia che ha stabilito al Colombo una base con due aeromobili ATR 72-600 da 68 posti e circa 20 membri dell’equipaggio.

Nel dettaglio, il nuovo collegamento con Roma è attivo dallo scorso 2 febbraio dal lunedì al venerdì con due voli giornalieri: un primo volo mattutino (Genova - Roma Fiumicino ore 8:00; Roma Fiumicino - Genova ore 10:20) e un secondo serale (Genova - Roma Fiumicino ore 18:05; Roma Fiumicino - Genova ore 21:05). Nel weekend, invece, è operativo un volo il sabato (Genova - Roma Fiumicino ore 8:00; Roma Fiumicino - Genova ore 10:20) e uno la domenica (Genova - Roma Fiumicino ore 18:05; Roma FiumicinoGenova ore 21:05).

Per quanto riguarda la Sardegna, per la stagione estiva Aeroitalia volerà con due collegamenti per offrire ai passeggeri liguri maggiori opportunità di viaggio verso le principali destinazioni turistiche dell’isola: Genova-Alghero e Genova-Olbia.

Il nuovo Genova Alghero sarà operativo dal 5 giugno 2026

il lunedì e il venerdì con 2 frequenze settimanali (GenovaAlghero ore 12:40; Alghero-Genova ore 14:50).

Il Genova-Olbia, invece, sarà operativo dal 4 giugno 2026 il giovedì e la domenica con 2 frequenze settimanali (GenovaOlbia ore 12:20; Olbia-Genova ore 14:40).

Parallelamente alla crescita dei collegamenti, il Cristoforo Colombo è impegnato in un importante piano di ammodernamento che, entro il 2026, renderà lo scalo genovese un aeroporto interamente rinnovato capace di offrire ai passeggeri un’esperienza best in class.

Dopo l’inaugurazione della nuova ala est avvenuta nel marzo 2025 (5.500 mq, di cui 550 mq destinati a nuova area commerciale con Duty Free e un punto vendita multiprodotto), che ha alzato la capienza potenziale dell’aeroporto di Genova a 3 milioni di passeggeri, le prossime fasi del piano prevedono, nel corso del 2026: la realizzazione della nuova linea check-in presso il salone partenze (22), con postazioni self-service; la riqualificazione completa delle sale di imbarco (pavimenti, controsoffitti, servizi igienici, arredi) destinate a ospitare i voli domestici e comunitari attraverso l’utilizzo dei medesimi elementi architettonici di finitura e arredo già utilizzati nella nuova ala est inaugurata lo scorso marzo; la realizzazione di nuovi punti bar/ristorante, situati rispettivamente presso il piano partenze - area check-in - e nelle sale d’imbarco domestiche/comunitarie, nonché apertura della nuova Sala VIP dedicata esclusivamente ai passeggeri in partenza, accessibile dalle sale d’imbarco e collocata al piano superiore, dotata di terrazza panoramica. L’importante piano di ammodernamento del Genoa City Airport, che viene effettuato mantenendo lo scalo pienamente operativo, interesserà anche le sale di imbarco internazionali, con l’installazione di nuove postazioni di controllo di frontiera, attrezzate con i nuovi “e-gates”, varchi automatici per il controllo passaporti, per accelerare le procedure di imbarco.

Entro circa un anno saranno, inoltre, riqualificate l’area arrivi con la realizzazione di un nuovo bar e di nuovi spazi di attesa e l’area per i controlli di frontiera in arrivo, che verrà anch’essa dotata di sportelli “e-gates”. Al termine dei lavori la superficie complessiva del Cristoforo Colombo si estenderà per 20.000 mq (+38%), di cui 1.200 mq destinati ad aree commerciali (+400 mq), i check-in saliranno a 22 (dagli attuali 12), i gate a 10 (dagli attuali 9, di cui 3 nella nuova ala est), i parcheggi aeromobili fronte terminal a 8 (+2) e la nuova lounge si estenderà per 200 mq (+50).●

Genova City Airport ha all’attivo 29 rotte operate da 8 compagnie che collegano Genova a 24 destinazioni in 12 paesi europei (Alghero, Bari, Brindisi, Cagliari, Catania, Lamezia Terme, Napoli, Olbia, Palermo e Roma Fiumicino, Amsterdam, Barcellona, Bucarest, Budapest, Bruxelles Charleroi, Copenaghen, Cracovia, Londra Stansted, Madrid, Manchester, Monaco, Parigi Orly, Tirana e Varsavia). Al momento sono in corso investimenti per circa 100 mln di euro - da parte o a beneficio dell’aeroporto - che entro il 2026 porteranno l’aerostazione a rinnovarsi interamente offrendo ai viaggiatori servizi “best in class” e nuove modalità di collegamento con il centro città, in particolare a beneficio dei flussi turistici verso Genova e la Liguria.n

Aeroitalia S.p.A. è una delle principali compagnie aeree italiane. Dal primo volo nel 2022, la compagnia si impegna a offrire un’esperienza di viaggio eccellente a tutti i passeggeri. Aeroitalia collega numerose destinazioni in Italia e in Europa e si distingue per l’attenzione al cliente e per l’ampia offerta di servizi dedicati ai viaggiatori. Il team di Aeroitalia è composto da professionisti altamente qualificati e dedicati, che lavorano ogni giorno per garantire viaggi confortevoli, sicuri e piacevoli.n www.aeroitalia.com

SCHEDA

- Anno di nascita: 2022

- Attività: focus sulla connettività nazionale, con collegamenti diretti pensati per la mobilità del Paese

- Network: 27 rotte domestiche e 3 internazionali, con una presenza operativa a Roma, Milano e su collegamenti by-pass al servizio dei territori

- Operatore certificato IATA

RISULTATI 2025

- Voli: 24.555

- Posti offerti: 4.2 milioni

- Passeggeri: 3 milioni

Genova Impresa - Gennaio / Febbraio

Par tner ship Pa STRATEGICA

Rinnovata la decennale collaborazione tra la Piccola Industria di Confindustria e la Protezione Civile.

È stato siglato il nuovo protocollo d’intesa tra Confindustria e il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’accordo, a firma di Fausto Bianchi, Presidente di Piccola Industria Confindustria, e di Fabio Ciciliano, Capo del Dipartimento della Protezione Civile, consolida una partnership strategica finalizzata a promuovere una diffusa cultura della resilienza sul territorio nazionale e a intervenire in modo coordinato nella gestione delle emergenze.

Il protocollo sancisce e rafforza una partnership pubblico-privata riconosciuta come best practice a livello internazionale sia dalle Nazioni Unite sia dalla Commissione europea e segna il decimo anniversario di una collaborazione avviata in occasione del Sisma del Centro Italia nel 2016, anno in cui Confindustria e la Protezione Civile hanno iniziato a operare congiuntamente nel-

Fausto Bianchi
Fabio Ciciliano

l’ambito del PGE - Programma Gestione Emergenze di Confindustria coordinato da Piccola Industria Confindustria. In quella circostanza sono state coinvolte oltre 250 aziende e associazioni, che hanno mobilitato risorse per un valore stimato di circa 3 milioni di euro. L’impegno è poi proseguito negli anni successivi per far fronte ad altre emergenze come la pandemia da Covid-19, l’accoglienza dei profughi ucraini e l’alluvione che ha colpito l’Emilia Romagna.

In un Paese in cui l’eccezionalità degli eventi estremi si è ormai trasformata in una drammatica consuetudine, la prevenzione, la preparazione e la capacità di risposta alle emergenze non rappresentano più un’opzione, ma un’esigenza imprescindibile. L’Italia, territorio strutturalmente fragile, richiede un impegno condiviso: in questo contesto, la collaborazione tra gli attori coinvolti nella costruzione della resilienza assume un valore strategico fondamentale. La nuova intesa prevede un insieme di iniziative congiunte quali strumenti operativi per la business continuity, percorsi formativi su rischi, preparazione, sicurezza e continuità operativa, studi sulla resilienza delle imprese, la definizione di policy, strumenti e proposte anche normative per favorire la messa in sicurezza delle imprese e la continuità economica in caso di emergenze.

Vi è inoltre l’intenzione di rafforzare la cooperazione tra i due Sistemi aumentando a livello territoriale la conoscenza tra Confindustria e Protezione Civile, anche promuovendo la sigla di accordi analoghi a livello regionale con la finalità di innestare nel Paese, tramite le PMI, la resilienza e massimizzare le possibili risposte alle emergenze.

«Con il rinnovo del Protocollo con il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile intendiamo proseguire e rafforzare ulteriormente una collaborazione pubblico-privata che negli anni ha dimostrato tutta la sua valenza nel promuovere la cultura della prevenzione e nel mettere a disposizione strumenti concreti per una gestione efficace delle emergenze, come il Programma Gestione Emergenze di Confindustria -, ha dichiarato Fausto Bianchi, Presidente di Piccola Industria Confindustria -. Nei prossimi mesi lavoreremo con ancora più decisione per consolidare la conoscenza e la collaborazione tra i nostri due sistemi, punteremo su formazione per le imprese e i loro collaboratori, strumenti operativi a supporto della business continuity e su iniziative condivise, con cui rendere più resiliente il sistema produttivo italiano e l’intero Paese. L’obiettivo è fare in modo che ogni PMI riesca a minimizzare i possibili danni da shock esterni e continuare a operare anche in situazioni critiche con beneficio, visto il loro ruolo di collante sociale, anche delle comunità colpite».

«Di fronte alla fragilità del nostro territorio e alla crisi climatica che rende sempre più frequenti eventi estremi, l’impegno congiunto tra pubblico e privato per costruire resilienza è ineludibile -, ha dichiarato Fabio Ciciliano, Capo Dipartimento della Protezione Civile -. Lavorare insieme alla diffusione della cultura della prevenzione, promuovere la conoscenza reciproca e valorizzare conoscenze e competenze delle imprese sul territorio in un’ottica di protezione civile significa investire in comunità più preparate a fronteggiare un’emergenza e supportare la ripartenza del settore produttivo post-emergenza, per favorire il più rapido ritorno alle condizioni di normalità nei territori colpiti».

CHRISTIAN OSTET

Presidente Piccola Industria Confindustria Liguria

Per la nuova presidenza della Piccola Industria nazionale il PGE (Programma Gestione Emergenze) è un’occasione importante per sensibilizzare gli imprenditori sul funzionamento di un piano di emergenza e sulla sua gestione. Abbiamo avuto l’opportunità di visitare la sede del Dipartimento della Protezione Civile a Roma e crediamo sia importante riuscire a replicare questa esperienza nei diversi Dipartimenti sull’intero territorio nazionale, non solo per dare continuità a un progetto nato nel 2016, in occasione del terremoto che aveva colpito l’Appennino centrale (Amatrice, Ne, Norcia...), ma offrire un aiuto concreto a tutti gli imprenditori che operano nelle aree più fragili del Paese. Per questo, al Consiglio Centrale della Piccola Industria di inizio febbraio, ho proposto a tutti i presidenti di PI regionali e territoriali di organizzare un consiglio direttivo presso i Dipartimenti di riferimento, al fine di conoscere - e far conoscere - le modalità di intervento durante le emergenze e sensibilizzare gli imprenditori alla prevenzione. Sono certo che le aziende usciranno da questi incontri profondamente colpiti dalla complessità della macchina organizzativa.

PIERO GAI

Presidente Piccola Industria Confindustria Genova Apprezzo molto l’impegno della Piccola Industria e del presidente Fausto Bianchi a condividere i progetti nazionali sui territorio, perché in questo modo ci aiuta a svolgere al meglio il nostro ruolo di rappresentanza presso le PMI associate e, allo stesso tempo, a farci loro portavoce con maggior efficacia. Per la nostra Associazione il rinnovo dell’accordo tra Confindustria Piccola Industria e il Dipartimento della Protezione Civile è di grande interesse, considerato che la nostra città ha dovuto spesso affrontare gravi emergenze - non ultimo, il crollo del ponte Morandi, nel 2018. Quella tragedia colpì direttamente e indirettamente molte nostre aziende localizzate proprio nell’area sottostante il viadotto, che dovettero gestire situazioni di forte pericolo, fino a bloccare la produzione e, in taluni casi, trovare una collocazione alternativa in un territorio come il nostro, povero di spazi disponibili. Sono convinto che la collaborazione tra Piccola Industria e Protezione Civile contribuirà, anche a livello locale, alla costruzione di un rapporto duraturo nel tempo con chi, durante le emergenze, è a fianco dei cittadini e di tutte le nostre aziende.●

Costruire capacità industriale in Europa.

Dall’innovazione all’adozione

di Marco Barbagelata

Negli ultimi anni l’Europa ha dimostrato di saper generare innovazione tecnologica di alto livello, in particolare nei settori chiave dell’aerospazio e difesa, dell’energia, dei trasporti e delle infrastrutture digitali. La sfida che oggi abbiamo di fronte non è però tanto quella di produrre nuove tecnologie, quanto di riuscire a trasformarle in capacità industriale adottabile, sostenibile e scalabile all’interno di sistemi complessi e regolati. È su questo terreno, fatto di architetture, interoperabilità, governance dei dati e integrazione tra attori pubblici e privati, che si gioca una parte rilevante della competitività europea. Ed è qui che si colloca il mio percorso professionale, maturato tra formazione internazionale, consulenza tecnologica e sviluppo industriale. Dopo la laurea triennale in Ingegneria delle Telecomunicazioni all’Università di Genova, ho proseguito il mio percorso con un double degree in Ingegneria Robotica tra Genova e Varsavia, rafforzando una formazione tecnica orientata ai sistemi complessi. Un passaggio particolarmente formativo è stato il periodo trascorso in Silicon Valley grazie a una borsa Fulbright BEST in imprenditorialità tecnologica. L’esperienza mi ha permesso di osservare da vicino modelli di crescita, trasferimento tecnologico e assunzione del rischio differenti da quelli europei, offrendo un termine di confronto prezioso per il mio successivo percorso professionale. I primi anni di lavoro si sono svolti a Torino, all’interno di una società di consulenza IT in rapida espansione, attiva nel mercato dell’energia e delle soluzioni digitali per le utilities. In quel contesto, grazie alla fiducia di un responsabile che ha avuto un ruolo determinante come mentore e a un gruppo fortemente coeso, ho potuto apprendere un metodo di lavoro strutturato, attento alla scalabilità e alla qualità dei processi. È stata un’esperienza che mi ha aiutato a maturare una visione manageriale basata sulla responsabilità delle decisioni e sulla costruzione di gruppi di lavoro solidi. Nel 2016 sono entrato in STAM, un’azienda che rappresenta il risultato di una storia imprenditoriale familiare iniziata con l’intuizione tecnica di mio nonno, Paolo Barbagelata, e sviluppata nel tempo grazie a una passione autentica per il lavoro e per l’innovazione tecnologica. Una passione che oggi abbiamo la fortuna di condividere con molti colleghi: quando ho iniziato questo percorso, STAM contava quindici persone. Negli anni successivi, attraverso un lavoro collet-

tivo di evoluzione e crescita, la società ha superato le centotrenta persone, strutturando nuove aree di business e arrivando a una presenza sull’intero territorio nazionale. In STAM ricopro oggi il ruolo di Digital Transformation Officer. Il mio lavoro si concentra nel contribuire a trasformare l’innovazione tecnologica in scelte industriali concrete, operando tra consulenza strategica, sviluppo software e partecipazione a programmi europei di ricerca e sviluppo. La crescita di STAM negli ultimi anni è stata possibile soprattutto grazie alla qualità delle persone che ne fanno parte e a un modello organizzativo fondato sulla fiducia e sulla responsabilità. Creare contesti in cui le persone possano assumersi responsabilità reali, crescere professionalmente e contribuire alle scelte ha consentito all’azienda di evolvere rapidamente, rafforzando competenze e capacità operative su progetti complessi. Oggi STAM si presenta come una società di consulenza tecnologica che affianca player chiave del tessuto industriale nazionale ed europeo come partner di fiducia nei percorsi di evoluzione tecnologica e trasformazione digitale. Questo posizionamento ci permette di collaborare con grandi gruppi industriali, istituzioni pubbliche, università e centri di ricerca, anche nell’ambito di iniziative finanziate come il programma quadro di ricerca Europeo Horizon Europe e dal Fondo Europeo per la Difesa (EDF). Guardando al futuro, la convinzione è che la competitività europea passi dalla capacità di costruire ponti tra innovazione e adozione, tra ricerca e industria, tra visione e operatività. La scala raggiunta oggi dall’azienda apre una nuova fase, in cui STAM può ambire con maggiore consapevolezza a progetti di rilievo nazionale ed europeo in settori ad alto impatto, come lo spazio e la sicurezza delle infrastrutture critiche. In questo percorso, il legame con l’ecosistema genovese resta centrale: Genova rappresenta il nostro punto di partenza e un laboratorio naturale in cui industria, ricerca e nuove generazioni di manager possono incontrarsi. A noi giovani imprenditori del territorio spetta una responsabilità condivisa: superare l’autoreferenzialità e fare sistema, creare reti tra imprese, università e istituzioni e contribuire alla costruzione di un ecosistema capace di portare competenze locali su scenari europei e internazionali.●

Marco Barbagelata è Digital Transformation Officer STAM

di Pasquale Diaferia

Cominciamo dall’attualità locale.

Quando tutti urlano...

Il buon comunicatore sussurra.

Un mese fa ha chiuso alla Biblioteca Universitaria di Genova una piccola e provocatoria mostra: “Anatomia di un Sussurro”. Nel salone d’ingresso della meravigliosa struttura di Piazza Principe, ex Hotel Colombia, la giovane artista zurighese Patrizia Pfenninger esponeva una serie di installazioni che volevano riportare l’attenzione sui piccoli e silenziosi dettagli della vita quotidiana e sul sussurro, artificio retorico spesso dimenticato in questi tempi rumorosi, rancorosi e confusi.

Il solo fatto che una mostra così in controtendenza abbia registrato un forte afflusso di pubblico e addirittura il prolungamento del suo tempo espositivo è la dimostrazione lampante che parlare del silenzio, o delle espressioni più quiete, sia ancora centrale nell’esperienza delle persone. Ho personalmente chiacchierato con alcuni visitatori della mostra, molti giovani, e ho scoperto che l’esigenza di ritrovare una dimensione meno chiassosa ed enfatica sta tornando di grande attualità.

Da qui nasce la riflessione, destinata a chi per professione comunica, e spesso su commissione: è ancora utile proporsi al pubblico con un approccio anticiclico, che privilegi il contenuto, l’attenzione ai particolari e, soprattutto, un volume di emissione meno amplificato?

Non si tratta di domanda peregrina. Per una marca, il tono di voce è un elemento portante della propria Copy Strategy, alla pari della promessa, della reason why, dei codici cromatici e di tutti quegli elementi strategici che ne costituiscono l’identità di comunicazione; iI tema, peraltro, era sta-

to trattato già su queste pagine da Mariarosaria Murmura

(Genova Impresa n. 3/2025, ndr), che affermava: “...si perdonino i toni poetici, non si sente quasi mai parlare dell’intelligenza del cuore, specie fra chi ha fatto della comunicazione la propria professione e, ancor di più, fra i comunicatori italiani... Non sembra anche a voi che, ultimamente, tutto si sia omologato, appiattito come se a concepire praticamente ogni cosa sia una mano sola?”.

Ecco, l’omologazione è legata in particolare al tono di voce: tutte le marche, tutte le aziende, tutti i comunicatori hanno deciso che l’unico modo di emettere sia quello enfatico, aggressivo, urlato.

Forse il fenomeno è stato guidato dalla retorica polarizzante dei social dove, se non provochi alzando i toni, nessuno ti mette un cuoricino o, in alternativa, ti bullizza come si usa fare oggi. Pare che la regola “parlatene bene, parlatene male, l’importante è che se ne parli” sia considerata ancora centrale.

Forse appare tutto normale davanti a uno stile istituzionale dei politici di tutto il mondo che hanno deciso allo stesso modo che non conta più la buona educazione, lo stile, la diplomazia: ormai a tutti i livelli e in tutti gli schieramenti, prevale la voce alta, lo slogan aggressivo, quando non addirittura pratiche neo colonialiste, riassunte in una frase ascoltata a Davos qualche tempo fa: “Se non siedi al tavolo, vuol dire che sei tu il menu”.

Insomma, pare proprio che le antiche regole della retorica, eterne e inossidabili perché concepite sull’animo umano, siano state abbandonate in questo inizio Millennio in cui l’invasore si dichiara pacifista e le vittime sono costrette a rifugiarsi nelle fake news per dimostrare di esistere...

Eppure, proprio questo estremismo comunicativo dovrebbe suggerire agli uomini di marketing e ai loro consulenti un piano operativo diverso e innovativo. Perché dove tutti puntano solo sulla frequenza della visibilità sui media e sul tono di voce alto, amplificato, arrogante e cannoneggiante, c’è sempre una straordinaria opportunità di attirare l’attenzione proprio abbassando il volume, sussurrando invece di urlare. La storia della comunicazione è zeppa di esempi vincenti in cui un tono di voce delicato e intelligente vince sulle fanfare squillanti. Solo per citarne uno, c’è il bellissimo annuncio del whisky J&B che, per la sua campagna natalizia in cui tutti i concorrenti si vantavano di essere il più prestigioso regalo per le Feste Comandate, si esibisce in un classico caso di “Missing”, la tecnica in cui si fanno sparire elementi, invece di ammassarne in grande quantità. Ecco nascere l’annuncio stampa senza la bottiglia del distillato, senza un grande logo fiammeggiante, senza luci scintillanti e fari accesi. Una semplice pagina monocolore, solo testo, con un grande titolo straniante (ingle ells, ingle ells) e un minuscolo sottotitolo: “Le Feste non sono le stesse senza J&B”. Gioco, Partita, Incontro. Solo intelligenza, morbidezza, sussurro.

La regola vale sempre. In una sala in cui tutti alzano la voce, non serve agitarsi e urlare più forte. L’oratore scafato sa che se comincerà a parlare a bassa voce, lentamente tutti smetteranno di produrre rumore per ascoltarlo. Unico problema: per applicare questa regola, bisogna avere qualcosa da dire di davvero importante, e rilevante per l’uditorio. Ma qui ritorniamo ai basics della professione di comunicatore: se non hai nulla di rilevante e se non lo esprimi in modo originale e inaspettato, nessuno ti darà la sua attenzione.

E chi mi legge sa bene che il grande problema di questi anni rumorosi è la scarsità di attenzione del pubblico.

E se continui a urlare in una sala in cui tutti ululano, non ti stupire se nessuno ti ascolterà.

Abbassa i toni e comincia a sussurrare cose di valore.

Vedrai che, all’improvviso, tutti ascolteranno solo te.●

Pasquale Diaferia è Creative Chairman Special Team

Quando l’Italia divenne moderna.

FONDAZIONE ANSALDO

Claudia Cerioli

Il titolo Aratri e Ciminiere contiene già, in forma di potente metafora, l’intero arco narrativo del volume di Eligio Imarisio: il passaggio da un’Italia ancora profondamente contadina a un Paese segnato dall’industrializzazione, dalle sue promesse di progresso e dalle sue lacerazioni. Un passaggio tutt’altro che lineare, fatto di fratture, resistenze, adattamenti e nuove forme di identità collettiva. È attorno a questo nodo centrale che si è sviluppata, il 22 gennaio 2026, la presentazione al pubblico del volume, edito da Erga Edizioni in collaborazione con Fondazione Ansaldo, ospitata nella suggestiva cornice di Villa Cattaneo dell’Olmo, sede della Fondazione.

L’opera, monumentale per mole e ambizione - 696 pagine dense di testi e immagini - si inserisce come terzo e conclusivo tassello di un progetto di ricerca e divulgazione avviato da Imarisio insieme a Fondazione Ansaldo con La Fabbrica Italiana nella società e nelle arti otto-novecentesche e Città mirabile, città terribile , confluiti nel volume Umanesimo industriale. Con Aratri e Ciminiere, questo percorso trova compimento in una riflessione che abbraccia oltre un secolo di storia italiana, dal 1815 al 1919, osservata attraverso una pluralità di lenti: l’antropologia, la storia sociale, la letteratura, le arti figurative, il linguaggio, il folclore. Il cuore del libro è costituito dalle “cose”: oggetti agricoli, strumenti artigianali, macchine industriali, architetture produttive. Non semplici reperti materiali, ma depositi di senso, indicatori di mutamenti profondi nei rapporti tra individui, comunità e territori. Dallo slogan che attraversa il volume«dai paesi dei tanti campanili alle città dalle tante ciminiere» - emerge con forza l’idea di un’Italia che cambia volto, in cui il paesaggio si trasforma insieme alle forme del lavoro, dell’abitare, dell’organizzazione sociale. In questo processo, Imarisio intreccia fonti eterogenee: dialetti e comunicazione visiva popolare, feste e ritualità, ex voto e cantastorie, ma anche scuola, esercito e carceri, luoghi emblematici di costruzione - o negazione - dell’identità.

Particolarmente significative, in questo senso, sono le introduzioni che aprono il volume, affidate a voci differenti ma complementari. Claudia Cerioli, responsabile degli Archivi Storici di Fondazione Ansaldo, colloca l’opera all’interno di una più ampia riflessione sul ruolo degli archivi d’impresa come laboratori di conoscenza e strumenti per leggere il presente. Le immagini e i documenti non sono mero corredo illustrativo, ma fonti attive, capaci di dialogare con il testo e di restituire la complessità dell’esperienza industriale italiana. Lo psicologo e psicoterapeuta Riccardo Arduini introduce invece uno sguardo psicologico sui processi di sradicamento e ricomposizione identitaria innescati dalla modernità industriale, mentre Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano e presidente di Federmeccanica, amplia la prospettiva, richiamando il legame tra sviluppo industriale, trasformazioni urbane e responsabilità civica.

L’apparato iconografico - in larga parte proveniente dalla Fototeca di Fondazione Ansaldo - costituisce uno degli elementi di maggiore forza del volume. Fotografie, incisioni, riproduzioni artistiche accompagnano il lettore in un viaggio visivo che rende tangibili i cambiamenti descritti. A questo si aggiunge una dimensione multimediale resa possibile dai QR code disseminati nel libro, che rimandano a filmati storici, molti dei quali conservati nella Cineteca della Fonda-

Genova Impresa - Gennaio / Febbraio
Budrio, 1923.
L’araturaCollezione privata

zione: un ponte tra carta e immagini in movimento, tra passato e strumenti contemporanei di fruizione.

Tutti questi temi sono emersi con chiarezza durante la presentazione del 22 gennaio, moderata da Claudia Cerioli, che ha proposto come filo rosso dell’incontro la questione dell’identità collettiva e degli effetti che l’industrializzazione ha prodotto su di essa. Un’identità che si costruisce, si frammenta e talvolta viene negata, come hanno mostrato i diversi interventi.

Pietro Repetto, responsabile della Fototeca di Fondazione Ansaldo, ha aperto il confronto riflettendo sul ruolo della fotografia nella costruzione di un’identità prima borghese e poi industriale. L’immagine fotografica, lungi dall’essere neutra, diventa strumento di autorappresentazione, mezzo attraverso cui individui e comunità cercano di riconoscersi e di essere riconosciuti all’interno di un mondo in rapido mutamento.

A seguire, Paolo Giannone, direttore della Biblioteca Uni-

versitaria di Genova, ha portato l’attenzione su uno dei capitoli più duri del libro: la vita in carcere. Riprendendo la celebre citazione di Voltaire - «fatemi vedere le vostre carceri, non i vostri palazzi, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione» - Giannone ha mostrato come il carcere rappresenti il luogo per eccellenza della negazione dell’identità. Emblematica, in questo senso, la descrizione che Filippo Turati offre delle carceri italiane nel 1904: un luogo dove persino il nome si perde, sostituito da un numero cucito sul camiciotto, come ammonimento costante della cessazione dell’individualità. Un passaggio che restituisce tutta la violenza simbolica esercitata dalle istituzioni totali nell’Italia postunitaria.

Lo sguardo si è poi spostato sulle campagne e sui flussi migratori con l’intervento dell’antropologo Paolo Giardelli, che ha descritto il trapasso dalla vita contadina a quella urbanizzata, soffermandosi sulle migrazioni transatlantiche tra Otto e Novecento. Un esodo di massa che non è solo movimento di corpi, ma di culture, saperi, aspettative, e che segna in modo indelebile tanto i territori di partenza quanto quelli di arrivo.

In chiusura, la parola è tornata all’autore. Attraverso un percorso che va dalle rappresentazioni pittoriche di ambientazione rurale e contadina dell’abruzzese Teofilo Patini fino al Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, Imarisio ha mostrato come l’arte abbia saputo cogliere, forse prima di altre discipline, i mutamenti profondi della società industriale: la fatica del lavoro, la dignità rivendicata, la nascita di una coscienza collettiva.

La serata ha restituito, con grande efficacia, il senso ultimo di Aratri e Ciminiere: non un libro “sull’industria”, ma un libro sulle persone dentro i processi di trasformazione. Un’opera che invita a guardare all’industrializzazione non come a un destino astratto, ma come a un’esperienza vissuta, fatta di scelte, conflitti e adattamenti. E che conferma il ruolo di Fondazione Ansaldo non solo come luogo di conservazione, ma come spazio attivo di produzione culturale, capace di mettere in dialogo archivi, ricerca e pubblico contemporaneo.●

Savona, 1912. Veduta generale degli stabilimenti della società Siderurgica di Savona - Fondazione Ansaldo, Archivio Ilva
Alpi valdostane, 1924 ca. Al pascolo a 2.000 metri di quota - Fondazione Ansaldo, Archivio Campostano

Connessioni

Con mostre, festival, rassegne, progetti per giovani e contaminazioni artistiche, Palazzo Ducale costruisce legami tra epoche, linguaggi e pubblici.

Sara Armella Ilaria Bonacossa

Contaminazione tra arti, attenzione ai giovani e accessibilità. Questi i “pilastri” del programma di Palazzo Ducale che è stato presentato a fine gennaio e che conferma la centralità di Fondazione per la Cultura nel panorama culturale non soltanto cittadino. Un ricco palinsesto con nuovi cicli di incontri, grandi eventi espositivi e speciali azioni per coinvolgere le nuove generazioni: un vero e proprio “cartellone” con 365 giorni di appuntamenti, quasi tutti gratuiti.

In particolare, quest’anno, accanto a iniziative già collaudate - come La Storia in Piazza (26-29 marzo) e il Festival di Limes (13-15 febbraio) - fanno il loro esordio due nuovi cicli di incontri: Un Palazzo di libri, una rassegna dedicata ad alcuni protagonisti del panorama letterario nazionale ed europeo e che ha preso il via lunedì 26 gennaio con lo scrittore Jonathan Coe (tra gli ospiti Luciano Canfora, Pietro Grasso, Stefania Auci, Donato Carrisi, Dario Fabbri, Annalisa Cuzzocrea, Marianna Aprile, Manuel Vilas, Antonio Scurati, Dacia Maraini, Viola Ardone); e Cantautori, Pop e Rap, una riflessione sulla musica ligure a partire dal cantautorato fino ai suoi risvolti pop e alle nuove formule di espressione. La curatela è affidata a Roberto Vecchioni e Margherita Rubino. Tra gli ospiti Moreno, i Ricchi e Poveri, Olly.

«Nel pensare le nostre attività - ci tiene a sottolineare la Presidente di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Sara Armella - abbiamo seguito alcune linee guida tradotte in azioni e nuovi progetti. La contaminazione tra forme espressive è il segno distintivo. Il coinvolgimento delle giovani generazioni, non solo come pubblico ma come ideatori, lo stiamo promuovendo attraverso lo Young Board, Generazione Ducale, oltre a Maratona Edipo e Pentagramma Ducale».

Con lo Young Board 5 giovani tra i 18 e i 25 anni, selezionati grazie a una call organizzata insieme a Fondazione Compagnia di San Paolo, hanno iniziato a dare il proprio contributo partecipando a incontri di confronto, attività progettuali, laboratori, in collaborazione con la Direzione e gli uffici della Fondazione. C’è poi Generazione Ducale, iniziativa analoga per gli under 35: Palazzo Ducale si apre alla vitalità degli under 35 coinvolgendoli in un programma di ascolto e per sviluppare insieme le proposte migliori che proverranno da questi audit. Pentagramma Ducale. Giovani talenti alla prova (26 aprile, 2 e 3 maggio) è a cura di Francesco Meli e porterà all’esibizione nei Cortili del Ducale degli allievi di due delle eccellenze formative più prestigiose non soltanto di Genova: l’Accademia del Teatro Carlo Felice di Genova e la Scuola di Recitazione del Teatro Nazionale di Genova. Altro appuntamento con protagonisti i giovani sarà Maratona Edipo (dal 30 marzo al 1º aprile), a cura di Elisabetta Pozzi: gli allievi della Scuola del Teatro Nazionale di Genova animeranno per tre giorni, due

pomeriggi e una mattina, il Teatrino del Ducale. Tra gli appuntamenti assolutamente da non perdere la XV edizione de La Storia in Piazza. Il focus di quest’anno è “Naturale e innaturale nella storia”. Due termini - naturale e innaturale - che, dall’antichità a oggi, ricorrono costantemente nel discorso politico, scientifico, giuridico e religioso, assumendo significati e valori anche molto diversi tra loro. La formula del Festival è quella che ha assicurato in questi anni il grande favore del pubblico: incontri, conferenze, reading, laboratori, seminari e dialoghi aperti a più voci.

Ma protagonista sarà anche la grande arte con la mostra Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, dal 20 marzo al 19 luglio, dedicata all’opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte. L’eccezionalità della mostra - che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale - si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e la National Gallery di Londra. Tra gli highlights delle mostre anche l’esposizione dedicata a Mimmo Rotella a vent’anni dalla sua scomparsa. Oltre cento opere saranno in mostra dal 24 aprile al 13 settembre per ripercorrerne il tragitto artistico.

«Le attività e le mostre di Palazzo Ducale - commenta la direttrice Ilaria Bonacossa - nascono dal desiderio di offrire al pubblico non solo grandi esperienze artistiche, ma anche strumenti per leggere il presente attraverso la storia e il linguaggio dell’arte. Con Van Dyck. L’Europeo e Mimmo Rotella, il programma espositivo mette in dialogo epoche e visioni diverse, mostrando come l’arte sappia attraversare i confini geografici, politici e culturali, e come continui a interrogare il nostro tempo».

Grande attenzione è stata data all’accessibilità, da intendersi non soltanto dal punto di vista culturale, con eventi nella maggior parte dei casi gratuiti, ma anche fisico: un sito internet riprogettato anche per gli ipovedenti, la riapertura della Torre Grimaldina grazie ai fondi PNRR e una biglietteria rinnovata.

E, a proposito di accessibilità, i fondi del PNRR sono stati utilizzati anche per riprogettare la segnaletica interna e la biglietteria, dotata ora esternamente anche di un ledwall luminoso con le immagini della vista fruibile dalla Torre e delle attività in corso e in programma a Palazzo Ducale. Ultimo, ma non ultimo, il ricco programma di laboratori e di appuntamenti dedicati ai bambini e alle famiglie, da sempre una delle attività cui la Fondazione Cultura riserva energie e vivacità creativa. Il programma di Palazzo Ducale presenta molto altro. Gli approfondimenti con l’elenco completo delle iniziative si possono consultare sul sito di Palazzo Ducale. www.palazzoducale.genova.it.●

CULTURA E SOCIETÀ

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un fratello

di Guido Conforti

Ognuno di noi, nella sua vita odierna, vuole volare solitario come un’aquila, a V come le oche oppure in murmuration come gli stormi di storni? Qui di seguito la prima di 7 puntate di riflessioni su cose che in qualche modo ci riguardano, se così vogliamo andare avanti tramite swarm intelligence.

Nel mondo il tasso di fecondità totale del genere umano è 2,2. Sotto al 2,1 (dove la maggioranza dei demografi stima con crescente decisione che si scenderà intorno al 2050) la popolazione mondiale andrà con il senso e la velocità che essa stessa darà secondo le proprie, prossime decisioni. Qui il senso è modificabile in base alla cultura umana, ma al momento tutto lascia presumere che si continuerà in discesa e con una rapidità che potrà riportare gli individui viventi sotto al miliardo in una finestra di circa 200 anni da oggi.

Se nulla cambia in termini sociali, questo accadrà e sarà transitoriamente provato a gestire con l’immigrazione da altri territori, la sostituzione delle risorse di lavoro con l’alta tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale e la robotica.

Ma tutto sarà transitorio; così facendo il genere umano scomparirà e non credo sia salvabile dalle tigri del bengala.

Da almeno 50 anni, prima un avamposto di demografi, poi un numero crescente di specialisti, pensatori, istituzioni pubbliche e private, poi un qualche mormorio tra la gente comune si sta chiedendo: “Ma perché accade questo? Perché la popolazione mondiale è decuplicata con l’era moderna in 500 anni e intorno ai prossimi 200 anni tutto tornerà come ai tempi di Leonardo Da Vinci?”

Sul mio albero di pioppo dove convivo con migliaia di altri storni con i quali mi confronto sui sistemi complessi, mi convinco sempre di più che dobbiamo cambiare cultura dell’umanità e dimenticarci delle spiegazioni prive sia di senso che di futuro, non pensare nemmeno che sia utile immaginare di tornare ai tempi di Leonardo Da Vinci.

Una di queste false retoriche, forse proprio la peggiore, è quella che riconduce al reddito personale la scelta di non fare 2 figli in media per le femmine tra tutta la popolazione; come se i propri obiettivi di vita, di studio, di lavoro, di salute, di felicità ecc. non indirizzino le scelte di genitorialità.

Ma queste obiezioni sono a mio avviso senza senso in un mondo con il più alto reddito disponibile in media nella storia dell’umanità. Quindi tutto dipende da noi: cosa precede la volontà di provare a fare due figli invece di uno?

Decenni fa mi era capitato di capire una vicenda apparentemente poco comprensibile dialogando con Paolo Arvati sulle vicende demografiche genovesi in precipizio dopo gli anni ‘70 ed essendo da lui dimostrato che in tutto il mondo la ricchezza è attualmente contraria alla figliolanza. In tutto il mondo, mica solo a Genova (al di là del solito Giappone, si guardi la Corea del Sud, ad esempio, molto peggio di Genova in un mondo dove la cultura è globale e generale e/o tribalista).

In questa riflessione non voglio proporre un mormorio su queste proposte di spiegazioni e quindi conseguenti soluzioni (cose giustissime come più stipendio, servizi per la genitorialità, scuole, cura della salute, parità della femminilità ecc.. Cose giustissime, ma di per sé insufficienti). Mi metto dal lato del figlio in queste situazioni e mi chiedo: “Ma al di là degli amori e delle amicizie, gli esseri umani come vivranno al centro della Gaussiana senza fratelli o sorelle? Come figli unici?”. I nostri genitori hanno deciso che questa fosse la mia condizione migliore? Quindi meglio non avere fratelli o sorelle? Ma al di là delle famiglie, questo abbatterà definitivamente il concetto del valore “fraternità” che dalla Rivoluzione francese in poi è stato buttato sotto il tappeto assolutizzando libertà e uguaglianza, che Norberto Bobbio ha mirabilmente descritto per far capire cosa sia stato portato avanti, se di destra o di sinistra con 100 milioni di morti in trent’anni nel XX Secolo, in cui la modernità ha passato la cultura alla postmodernità?

Può andare avanti una popolazione mondiale senza fraternità anche genetica?

Se sì, andiamo avanti così.

Se no, cambiamo obiettivo, valori e pratiche di vita.

Cosa lo impedisce?

Basta fare, volendo e agendo. Magari con un sorriso, a fianco dell’impegno a vivere per quello che riteniamo sia il senso della vita. Perché la prima cosa da cambiare è la tristezza che pervade il nostro genere umano, in un mondo che sta cambiando epoca.

Aquile e oche non ce la faranno mai, storni con quella volontà forse sì.●

CULTURA E SOCIETÀ

Anton

van Dyck

A Palazzo Ducale una retrospettiva di respiro internazionale, arricchita da opere provenienti dai più grandi e autorevoli musei d’Europa.

di Luciano Caprile

Certe mostre attirano l’attenzione di tutti gli appassionati d’arte sul Palazzo Ducale di Genova perché legano indissolubilmente la città a nomi di caratura internazionale: Rubens e Van Dyck sono due personaggi emblematici sotto tale aspetto. Infatti il primo è venuto qui in diverse occasioni tra il 1600 e il 1607 intrattenendo rapporti di collaborazione con alcuni tra i più influenti aristocratici; Van Dyck, suo allievo e amico, è sceso da noi nel novembre del 1621 imponendosi particolarmente, al pari del predecessore, come ritrattista della nobiltà e prendendo alloggio presso Lucas e Cornelis de Wael alimentando così la presenza di quei pittori delle Fiandre e dintorni che avevano individuato nella Superba un luogo in cui presentare e far crescere la loro arte.

Sotto tale aspetto la mostra al Palazzo Ducale di circa tre anni fa, intitolata “Rubens e Van Dyck ai Musei di Strada Nuova”, sottolineava l’importanza dei loro capolavori negli spazi espositivi di Palazzo Rosso e di Palazzo Bianco.

Ora dal 20 marzo al 19 luglio l’appartamento e la Cappella del Doge dello stesso imponente edificio che si affaccia su Piazza De Ferrari ospita “Van Dyck l’Europeo”, a cura di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen. Si tratta della più significativa rassegna dedicata al maestro d’Anversa nell’ultimo quarto di secolo. Nella circostanza le opere provengono da alcune tra le più prestigiose sedi espositive pubbliche e private del Vecchio Continente come il Louvre di Parigi, il Prado e

Anthony Van Dyck, Portrait of Alessandro, Vincenzo and Francesco Maria Giustiniani Longo (?), NG 6502, 1626-1627, olio su tela, cm 219 × 151; © The National Gallery, London. All rights reserved
Anton van Dyck, Samson and Delilah, inv. DPG127, 1618-1620 ca., olio su tela, cm 152,3 x 232, Dulwich Picture Gallery, London

il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, la National Gallery di Londra, la fiorentina Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca Brera di Milano e i Musei Reali di Torino.

Inoltre i cinquantotto dipinti, divisi in dieci sezioni, offrono una visione dei ruoli interpretativi del nostro autore celebrato soprattutto per la straordinaria abilità di trasferire su grandi tele le sembianze e gli atteggiamenti espressivi dei committenti. E si farà anche conoscenza del meno noto Van Dyck attratto dal sacro. Citiamo, per esempio, il “Matrimonio mistico di Santa Caterina” del Prado, il drammatico “San Sebastiano” prestato dalla Scottish National Gallery di Edimburgo e un inedito “Ecce Homo” conservato in una collezione privata. Sotto tale aspetto, e per restare a casa nostra, vogliamo sottolineare la presenza di una monumentale “Crocifissione” custodita nella chiesa di San Michele di Pagana, a Rapallo. Si tratta dell’unica pala pubblica realizzata da lui in Liguria. Infine questa è l’occasione di scoprire o di riassaporare, con accresciuto compiacimento, i suoi quadri conservati nelle pinacoteche dell’attuale Via Garibaldi. Insomma, ci troviamo al cospetto di una opportunità espositiva imperdibile che avremo il piacere di approfondire su queste pagine nel prossimo numero.●

Anton van Dyck, Saint Rosalie crowned by two Angels - Santa Rosalia incoronata da due angeli, inv. WM. 1651-1948, 1625 ca., olio su tela, CM 117,2 x 86 The Wellington Collection, Apsley House. Historic England Archive

INDUSTRIA E LETTERATURA Works

Una costellazione di lavori che, nel libro di Trevisan, diventa il prisma attraverso cui osservare il mondo.

Chi è Vitaliano Trevisan (Sandrigo 1960 - Crespadoro 2022)? Attore, drammaturgo, librettista, sceneggiatore e regista di teatro, a quattro anni esatti dal suo suicidio è diventato ormai uno scrittore di culto. E la cosa ha un suo perché, visto che quella di Trevisan - con quella della sua quasi compaesana Alessandra Saugo (Valdagno 1972Vicenza 2017) - è tra le voci più radicali e interessanti della narrativa italiana degli ultimi decenni. Per avvicinarla con profitto è bene passare subito da Works (Einaudi 2016), il libro che più ha reso leggibile la traiettoria umana e letteraria di Trevisan e ne ha imposto l’opera e il nome al centro del discorso critico sul lavoro e sulla forma del romanzo. Naturalmente, parlare di Trevisan attraverso Works, come faremo qui, non significa ridurre il suo lascito scritto a un unico titolo, ma riconoscere che proprio in questo libro convergono, trovando una forma compiuta, le tensioni che attraversano tutta la sua scrittura: il rapporto conflittuale con l’idea stessa di narrazione, l’attenzione ossessiva alla materialità dell’esperienza, la diffidenza verso ogni retorica del successo e della realizzazione personale. Works, infatti, non arriva all’improvviso. È piuttosto il punto di condensazione di un percorso lungo, irregolare, molto spesso laterale rispetto alle traiettorie dominanti tracciate dall’editoria di prima fascia, oggi, in Italia.

Prima di Works, Trevisan aveva costruito un’opera riconoscibile ma non facilmente classificabile, muovendosi tra narrativa, teatro e scrittura saggistica, sempre con una postura marginale se non d’attrito rispetto ai codici dominanti. Dai testi narrativi più apertamente sperimentali fino ai libri in cui il racconto autobiografico s’intreccia a una riflessione rigorosa sul lavoro, sul tempo e sulla disciplina sociale, la sua scrittura ha mantenuto una coerenza profonda, pagando però il prezzo di una ricezione inizialmente circoscritta. È solo con Works e grazie al suo successo di pubblico e di critica che questa parabola è diventata pienamente visibile, nella forma del riconoscimento tardivo di un’autorialità che aveva già da tempo messo a fuoco, con lucidità, una delle esperienze centrali del nostro presente.

Works è un testo di difficile collocazione, la rilevanza del quale non dipende soltanto dai temi che affronta, ma anche dal modo in cui essi vengono assunti come principio costruttivo dell’opera. Il libro non è semplicemente un libro sul lavoro. Piuttosto, è un libro di lavoro. Un libro, cioè, che assume l’esperienza lavorativa come griglia tematica e ossessione immaginativa attraverso cui organizzare il tempo del racconto, l’atteggiamento dell’io narrante (che coincide in massima parte con l’io dell’autore, esposto sulla pagina “in prima persona”) e la relazione con il lettore.

Genova Impresa - Gennaio / Febbraio
di Massimo Morasso

Pubblicato da Einaudi dieci anni fa, Works si situa in un’ardua zona grigia fra romanzo, autobiografia e riflessione saggistica, ma lo fa senza cercare soluzioni concilianti: la sua struttura procede per accumulo e insistenza, tentando di replicare nella scrittura le modalità stesse dell’esperienza che descrive.

La forza e l’atipicità intrigante di Works risiede in primo luogo in questo: nella sua capacità di trasformare la sequenza di esperienze lavorative - molte delle quali autobiografichenel racconto organico di una vita.

Il libro si apre con un episodio apparentemente semplice: l’autore, adolescente, chiede a suo padre una bicicletta nuova. Questi gli risponde mettendolo a lavorare nell’officina di un amico che stampa lamiere per abbeveratoi da uccelli, per “fargli capire da dove viene il denaro”. È questo episodio a segnare l’inizio di una serie di lavori che costituiscono la trama a suo modo “nazionale” del libro - quella che tratteggia, a partire da un’esperienza individuale, una condizione collettiva storica, sociologicamente rilevante. Quando Trevisan racconta per bocca del suo ego narrante di certi lavori (da operaio stagionale in una fabbrica di gabbie per uccelli, da addetto alle presse in condizioni di sicurezza precaria, da impiegato - in nero o con scarse garan-

zie - in imprese di mobili della provincia di Vicenza), e di certi cantieri e ambienti, non sta solo parlando di sé, evidentemente, ma sta rappresentando, con efficacia cumulativa, la complessità del mercato del lavoro italiano tra gli anni Settanta e i Duemila. Proprio questa ricostruzione continua della vita lavorativa, senza soluzione di continuità e, spesso, senza commento esplicito, costituisce il cuore della trama: che non dà corso a una narrazione lineare di eventi, ma a un flusso insistente di situazioni, incontri, mansioni, ambiti produttivi e umani che disegnano via via uno spaccato storico-sociale significativo per quanto problematico e/o inquietante. Per capirci in poche parole: in Works il lavoro non è tanto lo sfondoper così dire il “di cui” della parola, l’oggetto di una ricognizione diaristica - quanto, piuttosto, un protagonista (un grimaldello psichico) capace di determinare in profondità il corso dell’esistenza dell’io che lo racconta, la sua percezione del tempo e il rapporto che egli intrattiene con il contesto sociale nel quale si trova a (dover) vivere. Lungo oltre le 600 pagine di testo, Trevisan trascina il lettore in una sorta di confidenza lunga e non mediata, in cui la costellazione dei lavori diventa il prisma attraverso cui osservare il mondo. La struttura del libro - dilatata, ripetitiva, resistente alle semplificazioni - non accompagna il contenuto, ma lo incorpora. In questo senso, Works può essere compreso come un esempio paradigmatico di letteratura industriale della post-fabbrica: non più ambientata nella grande fabbrica come in tanti romanzi degli anni ‘60 e ‘70, ma in una molteplicità di contesti produttivi che, tuttavia, con l’universo dell’industria “vecchio stampo” condividono una logica disciplinare e temporale altrettanto cogente. La dissoluzione simbolica della fabbrica, tipica delle economie post-fordiste, non elimina le dinamiche di subordinazione e sfruttamento: le disperde, le frammenta, senza renderle meno pervasive. Trevisan non registra questa nuova realtà a partire da un orizzonte ideologico delineato “a tavolino”, ma con la sapida, appassionata incisività di chi ha attraversato personalmente molte delle condizioni che descrive. L’altro asse, meno visibile ma altrettanto costante, che attraversa il gran tomo è quello che mette in scena la formazione del soggetto Trevisan, lungo un percorso segnato dal confronto continuo con l’autorità e con la disciplina, dal loro rifiuto mai pacificato e dalla conseguente interiorizzazione del conflitto. In questo quadro, attitudine autodistruttiva e coazione alla ripetizione non sono semplici tratti caratteriali, ma modalità strutturali dell’esperienza e della scrittura. Il lavoro - assunto come pratica totalizzanteagisce al tempo stesso come macchina di produzione dell’identità e come dispositivo che la consuma, la svuota, la erode, fino a renderla instabile e continuamente esposta al collasso.

Ambientata in prevalenza nel Nord-Est italiano, quest’autofiction offre anche un ritratto implicito di un territorio in cui il lavoro assume per così dire “tradizionalmente” valore di criterio identitario. È questa coincidenza tra forma letteraria e analisi critico-emotiva del presente a partire da una prospettiva personalissima (e, per così dire, geo-localizzata) di osservazione a rendere Works una delle più veraci traduzioni narrative della persistenza dello spazio-tempo lavorativo come struttura del vivere contemporaneo.●

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