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Introduzione ai

Vangeli “Di tutte le Scritture i Vangeli sono le primizie”. – Origene

I. I nostri gloriosi Vangeli Chi ha studiato letteratura sa riconoscere le diverse forme letterarie quali, ad es.: il racconto, il romanzo, l’opera teatrale, la poesia, la biografia ecc. Nondimeno, allorché il Signore Gesù Cristo discese su questa terra, sorse un nuovo genere letterario: il Vangelo. I Vangeli non sono biografie, sebbene contengano molto materiale biografico. Non sono neppure novelle, benché contengano parabole, come “Il figlio prodigo” e “Il buon Samaritano”, la cui trama non ha nulla da invidiare ai racconti che troviamo in letteratura, tant’è vero che alcune parabole hanno perfino offerto lo spunto per romanzi e racconti. Pur non rientrando né nella saggistica, né nella cronaca, i Vangeli riportano, tuttavia, accurati resoconti, necessariamente sintetici, di molte conversazioni e discorsi del nostro Signore. Non solo il “Vangelo” è un genere letterario unico, ma si tratta altresì di un modello canonico ascrivibile alle sole opere dei quattro evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni. I quattro Vangeli degli autori testé menzionati sono

gli unici riconosciuti, da duemila anni a questa parte, da tutti i credenti fedeli e timorati di Dio. Diversi eretici hanno effettivamente tentato di spacciare come Vangeli le proprie opere, allo scopo di promuovere qualche eresia come, ad es., lo gnosticismo. Ma perché quattro Vangeli? Perché non cinque, in modo tale da costituire un parallelo con i cinque libri di Mosè formando, così, un Pentateuco cristiano? E perché non un unico Vangelo più esteso ed esaustivo, privo di ripetizioni e con un maggior contenuto di miracoli e parabole? Effettivamente i tentativi di “armonizzare” o riunire i quattro Vangeli risalgono già al II sec. con l’opera di Taziano, il Diatessaron (gr. “[un vangelo] attraverso quattro [vangeli]”). Nel suo Trattato contro le eresie, Ireneo di Lione formulò la teoria secondo la quale i Vangeli sarebbero quattro perché quattro sono gli angoli della Terra, quattro sono i venti e perché il numero quattro rappresenta la totalità (Adversus Haereses III, 11:8).


II. I quattro simboli Particolarmente apprezzato, in particolare da chi è dotato di senso artistico, l’accostamento tra i quattro Vangeli e i quattro simboli che ricorrono nel libro di Ezechiele e nell’Apocalisse: il leone, il bue (o vitello), l’uomo e l’aquila. C’è da dire, tuttavia, che l’abbinamento tra simboli e Vangeli è stato proposto in maniera diversa da vari credenti. Volendo legittimare la scelta degli attributi di questi animali, si può dedurre che il simbolo del leone si addice maggiormente al Vangelo di Matteo, ossia al Vangelo regale del “leone di Giuda”. Il simbolo del bue, animale da soma, ben si accosta al “Vangelo del Servo” di Marco. L’uomo è senza dubbio un riferimento al Vangelo di Luca, il “Vangelo del Figlio dell’uomo”. L’aquila identifica simbolicamente il Vangelo di Giovanni quale emblema di elevata e acuta “visione spirituale”.(1)

3. Quello di Luca è, evidentemente, il Vangelo destinato ai Greci e a quei Romani che ne ammiravano ed emulavano l’arte e la letteratura, vale a dire a persone che amavano la bellezza, la natura umana, la cultura e l’eccellenza letteraria – tutti elementi che ritroviamo nel Vangelo di Luca, “il caro medico”, emulo di Ippocrate. 4. Chi sono i destinatari del quarto Vangelo? Quello di Giovanni è il Vangelo universale, che ha qualcosa da dire a tutti. Nonostante lo scopo dichiaratamente evangelistico (vd. Gv 20:30-31), questo Vangelo è molto caro ai pensatori e ai filosofi cristiani. Probabilmente si può con buon diritto affermare che il Vangelo di Giovanni è rivolto al “terzo popolo” (appellativo con cui i pagani solevano indicare i primi cristiani, i quali non erano né Giudei né stranieri).

III. Le quattro categorie di destinatari Probabilmente la migliore spiegazione dell’esistenza di quattro Vangeli consiste nel fatto che lo Spirito Santo desidera rivolgersi a quattro tipologie diverse di individui, le quali abbracciano sia gli uomini del mondo antico sia, chiaramente, la loro odierna controparte. 1. Gli studiosi concordano nel definire quello di Matteo il Vangelo più giudeo. Le citazioni dell’A.T., i ragionamenti circostanziati, la menzione della genealogia del Signore e lo stile generalmente semitico sono elementi distintivi che anche il neofita è in grado di riconoscere. 2. Dal canto suo, Marco, che probabilmente scriveva dalla capitale dell’impero, si rivolgeva ai Romani così come ai milioni di individui che privilegiavano l’azione rispetto alla riflessione. Il suo Vangelo si sofferma più sui miracoli che sulle parabole e, inoltre, non riporta genealogie (quale interesse avrebbe potuto avere, per un romano, la genealogia giudaica di un Servo coscienzioso?).

IV. Altre tetradi Nell’A.T. troviamo altre tetradi di definizioni che si sposano mirabilmente con gli attributi salienti dei quattro Vangeli. L’appellativo “germoglio”, attribuito al Signore, si ritrova nei seguenti contesti: - “…farò sorgere a Davide un germoglio… regnerà da re” (Gr 23:5); - “il mio servo, il Germoglio” (Za 3:8); - “Ecco un uomo… il Germoglio” (Za 6:12); - “...il germoglio del SIGNORE” (Is 4:2). Con la ricorrenza dell’avverbio “ecco” si introduce un’immagine che si associa perfettamente a ciascuno dei temi principali dei Vangeli: - “Ecco, il tuo re...” (Za 9:9); - “Ecco il mio servo...” (Is 42:1); - “Ecco un uomo...” (Za 6:12); - “Ecco il vostro Dio!” (Is 40:9). Infine, un ultimo parallelismo, un po’ meno evidente ma non per questo meno evocativo o efficace: con il loro significato simbolico, i quattro colori delle stoffe (vd. Es 25:4, 35-36) con cui si confezionavano i tendaggi del

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tabernacolo (vd. Es 26) e i paramenti sacerdotali (vd. Es 28) sembrano armonizzarsi con i quattro attributi del Signore evidenziati dagli evangelisti. - Porpora. Sostanza colorante estratta dal murice (mollusco marino dalla caratteristica conchiglia spinata). Data l’elevatissima quantità di molluschi necessaria per ottenere la porpora, e il conseguente costo proibitivo dell’omonimo tessuto, questo colore è diventato l’emblema della regalità (vd. Gc 8:26) e ben si accorda al Vangelo di Matteo, il “Vangelo del Re”. - Scarlatto. Anticamente questo colore si ricavava dalle larve della cocciniglia. Questo particolare può costituire un richiamo al Vangelo di Marco, il “Vangelo del Servo” (cfr. Sl 22:6: “un verme e non un uomo”). - Bianco. Il candore del lino puro simboleggia le “opere giuste dei santi” (Ap 19:8). Nel suo vangelo, altresì definito il “Vangelo dell’Uomo”, Luca sottolinea la perfetta umanità di Cristo. - Blu/violaceo. Rappresenta la volta di zaffiro che chiamiamo “cielo”, un’affascinante immagine della deità e della purezza (vd. Es 24:10) di Cristo – un concetto dominante nel Vangelo di Giovanni, che molti definiscono il “Vangelo di Dio”.

V. Disposizione e priorità Nei Vangeli i fatti non sono sempre presentati in ordine cronologico. È bene tener presente fin dall’inizio che lo Spirito di Dio tende a raggruppare gli eventi secondo il loro insegnamento morale ed etico. W. Kelly commenta: Andando avanti ci accorgeremo che l’ordine seguito da Luca è essenzialmente di carattere morale e che egli classifica i fatti, le conversazioni, le domande, le risposte e i discorsi del Signore tenendo conto della loro connessione interiore e non semplicemente della loro successione cronologica, che è, in verità, la forma di presentazione più semplicistica e ingenua. Mettere insieme gli even-

ti, con le loro cause e conseguenze, tenendo conto dell’ordine morale, è un compito assai difficile che contraddistingue lo storico dal semplice cronista. Dio si è servito di Luca per svolgere tale compito in modo perfetto.(2)

Le diverse strutture e i diversi metodi adottati dagli autori ci aiutano a capire le differenze esistenti tra i Vangeli. Laddove i primi tre Vangeli, i cosiddetti “sinottici” (termine introdotto da J.J. Griesbach nel 1776 e derivato dal gr. sunopsis, “sguardo complessivo, d’insieme”; con tale termine si intende indicare la sostanziale omogeneità dei primi tre Vangeli dal punto di vista narrativo e lessicale)sono simili nel modo di raccontare la vita di Cristo, il Vangelo di Giovanni segue un criterio differente. Il quarto evangelista – l’ultimo in ordine di tempo – non ha voluto ripetere ciò che era già stato ben disaminato, ma ha voluto presentare la vita e le parole del Signore con un approccio più riflessivo e teologico.

VI. Il problema sinottico La presenza di molte somiglianze (addirittura quasi delle stesse espressioni in brani relativamente estesi), ma anche di molte differenze, riscontrabili nei primi tre Vangeli, dà dunque adito a quello che si suole definire il “problema sinottico”. In realtà si tratta di un problema per chi sconfessa l’ispirazione divina dei testi piuttosto che per il credente conservatore. Sono state formulate al riguardo svariate e complesse ipotesi, basate sovente su speculazioni inerenti alla perdita di documenti di cui non si sarebbe conservata traccia manoscritta. Alcune di queste ipotesi potrebbero collimare con Lu 1:1 e si potrebbero considerare verosimili, almeno in linea di principio. Nondimeno, alcune teorie si sono spinte addirittura alla conclusione che la chiesa del I sec. avrebbe messo insieme dei “miti” riguardanti Gesù Cristo! A parte il fatto che queste presunte teorie di “critica della forma” si 9


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sono dimostrate incompatibili rispetto a tutte le dottrine cristiane e alla storia della chiesa, è bene tenere presente che non esiste alcuna prova documentaria a loro carico. Inoltre non esistono due studiosi concordi sul metodo di classificazione e di frammentazione dei Vangeli sinottici. La migliore soluzione a questo problema si trova nelle parole del Signore riportate in Gv 14:26: “…ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto”. Questo criterio tiene conto dei ricordi di Matteo e di Giovanni, testimoni oculari, e include, probabilmente, anche quelli di Marco, il quale, come riferisce la storia della chiesa, raccolse le memorie di Pietro. Se, all’aiuto diretto dello Spirito Santo, aggiungiamo i documenti scritti cui si allude in Lu 1:1 e l’importante e scrupolosa tradizione orale del popolo semitico, la questione sinottica è risolta. Altre necessarie verità, altri particolari o interpretazioni non contenuti in queste fonti possono essere stati direttamente rivelati “con parole… insegnate dallo Spirito” (cfr. 1 Co 2:13). Pertanto, allorché scopriamo una discordanza o una evidente contraddizione in qualche particolare, faremo bene a domandarci: “Perché questo Vangelo non riporta, include o sottolinea questo evento o questo discorso?” Per esempio, Matteo riporta il caso di due persone guarite da cecità e due da possessione demoniaca (vd. Mt 20:30; 8:28), laddove Marco e Luca fanno menzione di una sola persona (vd. Mr 10:46; Lu 18:35, guarigione del cieco; Mr 5:2; Lu 8:27, guarigione dell’indemoniato). Alcuni vedono qui una contraddizione. È probabile che Matteo, rivolgendosi ai Giudei, menzioni entrambe le persone perché, secondo la legge giudaica, per convalidare la veridicità di una deposizione occorreva la testimonianza “di due o tre testimoni” (De 19:15); dal canto loro, gli 10

altri Vangeli indicherebbero soltanto la persona più conosciuta (p. es. il caso del cieco Bartimeo). Gli esempi seguenti dimostrano come alcune ripetizioni dei Vangeli siano solamente apparenti allorché, in realtà, sottintendono diversità significative. a) A prima vista il passo riportato in Lu 6:20-23 sembra la ripetizione del sermone sul monte (cfr. Mt 5:3-12); in realtà questo discorso fu pronunciato “in un luogo pianeggiante” (vd. Lu 6:17). Inoltre, laddove le beatitudini, di cui nel Vangelo di Matteo, descrivono il carattere del suddito ideale del Regno, questo passo del Vangelo di Luca traccia lo stile di vita dei discepoli di Cristo. b) Il passo di Lu 6:40 sembra una reiterazione di Mt 10:24. Tuttavia, laddove nel Vangelo di Matteo si dichiara che Gesù è il Maestro e noi siamo i suoi discepoli, in quello di Luca si specifica che spetta al maestro il compito di insegnare e al discepolo quello di apprendere diligentemente in modo tale da elevarsi, eventualmente, al livello del maestro. In Mt 7:22 si pone l’accento sul servizio svolto per il Re, laddove in Lu 13:2527 si fa riferimento alla comunione con il Maestro. c) Mentre Lu 15:4-7 è una pungente denuncia contro i farisei, Mt 18:12-13 descrive l’amore di Dio per i suoi figli. d) Alla presenza di un uditorio composto da soli credenti, Giovanni rivelava: “…lui vi battezzerà con lo Spirito Santo” (Mr 1:8; vd. inoltre Gv 1:33). Alla presenza di una folla mista, comprendente specialmente farisei, il profeta annunciava: “…egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco” [corsivo nostro], inserendo l’allusione a un battesimo di giudizio nei confronti degli empi (vd. Mt 3:11; Lu 3:16). e) L’espressione “con la misura con la quale misurate…” fa, di volta in volta, riferimento: al nostro modo di giudicare il prossimo (vd. Mt 7:2); alla nostra appropriazione della Pa-


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rola (vd. Mr 4:24); alla nostra generosità (vd. Lu 6:38). Queste differenze, dunque, non sono contraddizioni, bensì effettivo cibo spirituale per la riflessione del credente che vuole imparare.

VII. Autori Nella disamina circa gli autori dei Vangeli (come del resto di tutti i libri della Bibbia) si suole considerare le testimonianze relative alle rispettive prove : la prova estrinseca e quella intrinseca . Questo è, per l’appunto, il metodo che seguiremo per tutti i ventisette libri del Nuovo Testamento. Per prova estrinseca si intendono le testimonianze di scrittori vissuti in epoca quanto più prossima a quella di redazione dei libri; generalmente si tratta della testimonianza dei “padri della chiesa” o di autori del II e III sec. Questi personaggi sottintendono, indicano e talvolta citano direttamente i libri degli autori che ci interessano. Per esempio, se Clemente di Roma cita 1 Corinzi verso la fine del I sec., il libro non può essere un falso del II sec. attribuito a Paolo. Per prova intrinseca

intendiamo lo stile, il lessico, la storia e i contenuti del libro: tali sono gli elementi che ci consentono di riconoscere concordanze e contraddizioni con quanto emerge da documenti esterni e quanto sostenuto dagli autori. Per esempio, lo stile del Vangelo di Luca e del libro degli Atti confermano la tesi con cui si ravvisa nell’autore un colto medico di estrazione pagana. Nella presente opera le introduzioni ai libri neotestamentari riportano alcuni richiami al “canone” marcionita, l’elenco dei libri approvati dal vescovo e teologo eretico Marcione, risalente al II sec. d.C. Quantunque riconoscesse la canonicità della sola edizione semplificata del Vangelo di Luca e di dieci lettere paoline, costui va considerato pur sempre un testimone utile al fine di stabilire quali fossero i testi ritenuti attendibili ai suoi tempi. Il Canone Muratoriano (che prende il nome dal cardinale italiano Ludovico Antonio Muratori, responsabile del suo rinvenimento) è un documento attendibile, seppure incompleto, che riporta l’elenco dei libri cristiani canonici.

NOTE

1 James C. Fernald, ed. “Emblem” in Funk & Wagnalls Standard Handbook of Synonyms, Antonyms, and Prepositions, p. 175. Lurker, Manfred, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, Cinisello Balsamo (MI): Edizioni San Paolo, 1994, p. 18. 2 William Kelly. An Exposition of the Gospel of Luke, p. 16.

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Vangelo di

Matteo “Nessuno scritto, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento, che tratti di un tema storico, può essere paragonato al Vangelo di Matteo per la maestosità della concezione e per la potenza con cui la vastità del materiale è disciplinata da grandi idee”. – Theodor Zahn

Introduzione I. Una posizione unica nel Canone Il Vangelo di Matteo è il ponte perfetto tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Le sue prime parole ci rimandano all’epoca veterotestamentaria, al progenitore del popolo di Dio nell’A.T., Abraamo, nonché al primo grande re d’Israele, Davide. Per la sua forza, la sua marcata impronta giudaica, le numerose citazioni dalle Scritture ebraiche, ma anche per la sua posizione davanti a tutti gli altri libri del Nuovo Testamento, Matteo è, logicamente, il punto di partenza per la proclamazione del messaggio cristiano al mondo. Già da molto tempo, quello di Matteo occupa il primo posto nella disposizione cronologica dei quattro Vangeli. Ciò avviene perché, fino a tempi molto recenti, si riteneva generalmente che fosse proprio il primo Vangelo a essere stato scritto. Inoltre, lo stile chiaro e ordinato di Matteo ne faceva un testo adatto alla lettura pubblica. In tal senso, esso era il Vangelo più conosciuto, arrivando tal-

volta a contendere tale primato a quello di Giovanni. Per rimanere nell’ortodossia, non è fondamentale ritenere che il Vangelo di Matteo sia il primo a essere stato scritto. Nondimeno, bisogna considerare che i primi cristiani erano quasi tutti d’origine giudea (ed erano migliaia); pare dunque logico che gli evangelisti si occupassero, in primis, delle esigenze di costoro. L’attribuzione della preminenza cronologica del Vangelo di Matteo potrebbe, verosimilmente, fondarsi su tale presupposto.

II. Autore Antica e ampiamente conosciuta è la prova estrinseca secondo la quale l’autore del primo Vangelo fu Matteo il pubblicano, chiamato anche Levi. Poiché questi non era un membro rilevante del gruppo degli apostoli, sarebbe stato strano attribuirgli la stesura del primo Vangelo, se egli non vi fosse, in qualche modo, collegato.


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Oltre che dall’antico documento conosciuto come Didachè (Insegnamento dei dodici apostoli ), l’autenticità del Vangelo è altresì corroborata dalle citazioni e dalle convinzioni di Giustino martire, Dionigi di Corinto, Teofilo di Antiochia e Atenagora di Atene. Lo storico della chiesa Eusebio menziona Papia di Ierapoli, il quale affermò che “Matteo scrisse i Logia nella lingua ebraica e ognuno li interpretò come sapeva”. Ireneo, Pantenio e Origene concordano, sostanzialmente, con tale opinione. In genere, si ritiene che con la locuzione “lingua ebraica” Papia intendesse il dialetto aramaico usato dagli ebrei al tempo del Signore, poiché questo termine è usato nel N.T. Ma che cosa sono, esattamente, i Logia ? Solitamente questo termine greco significa “oracoli”, giacché l’A.T. contiene gli oracoli di Dio. Ma non può essere questo il significato attribuitogli da Papia. A proposito di questa citazione, sono state avanzate, principalmente, tre ipotesi: 1° il termine indicherebbe lo stesso Vangelo di Matteo; perciò Matteo scrisse una versione in aramaico del suo Vangelo allo scopo primario di conquistare i Giudei a Cristo e per edificare i neoconvertiti, e solo più tardi ne realizzò una versione in greco; 2° designerebbe solamente i discorsi di Gesù, i quali più tardi furono inclusi nel Vangelo; 3° alluderebbe ai testimonia , ossia a citazioni delle Scritture dell’A.T. per dimostrare che Gesù è il Messia. Le interpretazioni di cui ai punti 1 e 2 sono più verosimili rispetto a quella di cui al punto 3. La versione greca di Matteo non sembra essere semplicemente una traduzione, bensì il resoconto di una tradizione talmente diffusa (originariamente senza alcuna opinione contraria) che deve essere necessariamente basata sui fatti. Secondo la tradizione, Matteo predicò per quindici anni nel Vicino Oriente e, in seguito, partì per recare il vangelo in regioni straniere. È possibile che, intorno al 14

45 d.C., egli lasciasse ai Giudei, che avevano accettato Gesù come il loro Messia, una prima stesura del suo Vangelo (oppure solamente dei discorsi di Cristo) in aramaico, e che più tardi ne realizzasse una versione greca per uso universale. Parimenti procedette, per esempio, anche Giuseppe Flavio, contemporaneo di Matteo. Questo storico ebreo, infatti, elaborò una prima stesura della sua opera, La guerra giudaica , in aramaico e, successivamente, la versione finale del libro in greco. La prova intrinseca del primo Vangelo ci presenta un Giudeo devoto, che amava l’A.T. ed era uno scrittore di talento, nonché un attento curatore. Essendo un ufficiale civile di Roma, Matteo doveva conoscere bene sia la lingua del suo popolo (l’aramaico) sia la lingua ufficiale dell’amministrazione al governo (in Oriente i Romani non usavano il latino, bensì il greco). I particolari numerici, le parabole riguardo al denaro e i termini che si riferiscono al denaro stesso si addicono tutti a un esattore delle tasse. Lo stesso vale anche per lo stile conciso e accurato. Lo studioso liberale Goodspeed accettò l’attribuzione della paternità di questo Vangelo a Matteo in parte perché considerava sufficiente tale prova interna. Nonostante il peso della prova estrinseca e la convalida della prova intrinseca, la maggior parte degli studiosi liberali rifiuta il punto di vista tradizionale, secondo il quale l’autore di questo libro fu il pubblicano Matteo. I motivi principali sono due. 1. Supponendo che il Vangelo di Marco (definito, in molti ambienti, la “verità del vangelo”) sia stato scritto per primo, com’è possibile che un apostolo, nonché testimone oculare, faccia così ampio uso del materiale ivi contenuto (il 93% del materiale contenuto nel Vangelo di Marco si trova anche negli altri Vangeli)? In risposta a ciò occorre considerare, anzitutto, che non è provato che


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il primo Vangelo che vide la luce fu quello di Marco. Secondo le testimonianze antiche, infatti, il primo fu quello di Matteo; poiché i primi cristiani erano quasi tutti Giudei, tali affermazioni hanno un gran peso. Tuttavia, anche ammettendo la cosiddetta priorità di Marco (e molti studiosi conservatori lo fanno), riteniamo che Matteo, apostolo come Simon Pietro secondo la tradizione della chiesa primitiva, avrebbe facilmente potuto rendersi conto che l’opera di Marco conteneva prevalentemente le memorie dell’energico apostolo (vd. Vangelo di Marco, Introduzione). 2. L’evidente mancanza, nel testo, di particolari vividi è l’altro motivo di rifiuto della paternità di Matteo (o di qualsiasi altro testimone oculare). In Marco, che nessuno sostiene essere stato testimone del ministero di Cristo, si trovano dei particolari così espressivi da far pensare che egli fosse là, presente sulla scena degli eventi narrati. Come poteva un testimone oculare scrivere in maniera così prosaica? Probabilmente ciò si spiega con la mentalità da esattore delle tasse dell’apostolo Matteo: per lasciare più spazio ai discorsi del Signore, Levi avrebbe sorvolato sui particolari superflui. Ciò è quanto potrebbe essere, effettivamente accaduto se Marco avesse scritto per primo e Matteo si fosse reso conto che i ricordi di prima mano di Pietro erano già stati ampiamente documentati.

III. Data Se è vero, come in genere si pensa, che Matteo scrisse del suo Vangelo (o almeno dei discorsi di Gesù) una prima versione in aramaico, si accorderebbe con la tradizione antica una data di stesura intorno al 45 d.C., quindici anni dopo l’ascensione. Egli avrebbe potuto divulgare il vangelo completo in greco (quello poi inserito nel Canone) nel 50 o 55 d.C. o, addirittura, in data successiva.

L’opinione secondo cui la data di stesura del Vangelo deve necessariamente essere collocata in data posteriore a quella della distruzione di Gerusalemme (nel 70 d.C.) si basa soprattutto sull’incredulità riguardo alla minuziosa previsione, da parte di Cristo, di tale evento futuro, nonché su altre teorie razionaliste che ignorano, o negano, l’ipotesi dell’ispirazione divina.

IV. Contesto e tema Matteo era piuttosto giovane quando Gesù lo chiamò. Giudeo di nascita, esattore delle tasse per formazione e professione, egli lasciò tutto per seguire Cristo. Come ricompensa gli fu concesso di essere uno dei dodici apostoli. A ciò si aggiunga che fu scelto per essere l’autore di quello che noi conosciamo come “il primo Vangelo”. In genere si ritiene che Matteo e Levi fossero la stessa persona (vd. Mr 2:14; Lu 5:27). Nel suo Vangelo Matteo si propone di dimostrare che Gesù è il Messia d’Israele atteso da tanto tempo, l’unico erede di diritto al trono di Davide. Il libro non attesta di essere un racconto completo della vita di Cristo. Esso inizia, è vero, con il resoconto relativo alla genealogia e ai primi anni di vita di Gesù, nondimeno affronta subito il ministero pubblico del Signore, intrapreso all’età di circa trent’anni. Matteo, guidato dallo Spirito Santo, sceglie quegli aspetti della vita e del ministero del Salvatore che ci presentano Gesù come l’Unto (questo è infatti, il significato di Messia e di Cristo ). Il punto culminante del racconto coincide con il processo, la morte, la sepoltura, la resurrezione e l’ascensione del Signore Gesù. E in tale punto culminante si trova naturalmente il fondamento della salvezza dell’uomo. Ecco perché il libro è chiamato “Vangelo”: non perché indica il modo in cui l’uomo peccatore riceve la salvezza, ma perché racconta il sacrificio di Cristo che ha reso possibile tale salvezza. 15


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Il presente commentario non ha pretesa di completezza né di perizia tecnica, bensì è inteso quale strumento atto a promuovere lo studio personale e la meditazione. Esso si ripropone principalmente lo scopo di suscitare nel cuore del lettore un gran desiderio del ritorno del Re.

Così anch’io, e con un cuore più ardente, Così anch’io, e con un cuore più ardente, Così anch’io, e con una speranza più dolce, Mi struggo per l’ora, o Cristo, del tuo ritorno, Stremato dal desiderio acceso della tua venuta. - da St. Paul, F.W.H. Myers

Sommario I. II. III. IV. V. VI. VII. VIII. IX. X. XI. XII. XIII. XIV. XV.

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GENEALOGIA E NASCITA DEL RE-MESSIA (cap. 1) INFANZIA DEL RE-MESSIA (cap. 2) PREPARAZIONE E INIZIO DEL MINISTERO DEL MESSIA (capp. 3–4) COSTITUZIONE DEL REGNO (capp. 5–7) MISERICORDIA E PRODIGI POTENTI DEL MESSIA: REAZIONI DEL POPOLO (8:1–9:34) GLI APOSTOLI DEL RE-MESSIA SONO MANDATI A ISRAELE (9:35–10:42) CRESCONO L’OPPOSIZIONE E IL RIFIUTO (capp. 11–12) IL RE ANNUNCIA UN REGNO TEMPORANEO A CAUSA DEL RIFIUTO D’ISRAELE (cap. 13) GRAZIA INESAURIBILE DEL MESSIA E CRESCENTE OSTILITÀ DEL POPOLO (14:1–16:12) IL RE PREPARA I SUOI DISCEPOLI (16:13–17:27) IL RE AMMAESTRA I SUOI DISCEPOLI (capp. 18–20) IL RE SI PRESENTA MA VIENE RESPINTO (capp. 21–23) DISCORSO DEL RE SUL MONTE DEGLI ULIVI (capp. 24–25) PASSIONE E MORTE DEL RE (capp. 26–27) TRIONFO DEL RE (cap. 28)


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Commentario I.

GENEALOGIA E NASCITA DEL RE-MESSIA (cap. 1)

A. La genealogia di Gesù Cristo (1:1-17) Una lettura superficiale del N.T. potrebbe indurre qualcuno a chiedersi come mai esso inizi con qualcosa di apparentemente tedioso come un albero genealogico. Si può essere tentati di concludere che questo elenco di nomi non è molto significativo ai fini della narrazione e che, perciò, si può saltare a piè pari per entrare nel vivo dell’azione. Al contrario, questa genealogia è di fondamentale importanza, poiché getta le basi di tutto ciò che segue. Se non si dimostra che Gesù è discendente legittimo di Davide attraverso la linea reale, è impossibile provare che egli è il Re-Messia d’Israele. Matteo inizia il suo racconto proprio là dove è necessario, vale a dire con la prova documentaria che Gesù ereditò il diritto legale a salire sul trono di Davide dal patrigno Giuseppe. La genealogia di Matteo ricostruisce la discendenza legale di Gesù come Re d’Israele; quella del Vangelo di Luca ricostruisce la sua discendenza diretta come Figlio di Davide. La genealogia di Matteo segue la linea regale da Davide attraverso il figlio Salomone, suo successore al trono; quella di Luca segue la linea di sangue da Davide attraverso un altro figlio, Natan. La genealogia di Matteo termina con Giuseppe, di cui Gesù era figlio adottivo ; quella riportata in Luca 3 indica probabilmente l’ascendenza di Maria, di cui Gesù era figlio carnale. Mille anni prima Dio aveva stipulato un patto incondizionato con Davide, promettendogli un regno eterno e una discendenza regnante ininterrotta (vd. Sl 89:4, 36-37). Ora questo patto si è adempiuto in Cristo: egli è l’erede legittimo al trono di Davide per parte di Giuseppe, nonché effettivo discenden-

te di Davide per parte di Maria. Poiché egli vive in perpetuo, il suo regno durerà per sempre, egli regnerà per l’eternità come Figlio di Davide e sarà molto più grande dello stesso Davide. Nella propria Persona, Gesù compendiava le due uniche motivazioni possibili per reclamare il trono d’Israele (quella per discendenza legittima e quella per discendenza diretta); egli vive tuttora e, pertanto, nessun altro può contendergli questo diritto. 1:1-15 L’espressione Libro della genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo (ND) richiama alla mente Ge 5:1: “Questo è il libro della genealogia di Adamo”. Genesi presenta il primo Adamo, Matteo l’ultimo Adamo. Il primo Adamo era il capo della prima creazione, la creazione materiale. Cristo, l’ultimo Adamo, è il Capo della nuova creazione, la creazione spirituale. Il soggetto di questo Vangelo è Gesù Cristo. Il nome Gesù significa “il SIGNORE è la salvezza”;(1) l’appellativo Cristo (“Unto”) lo presenta come il Messia d’Israele, atteso da molto tempo. L’appellativo figlio di Davide è collegato sia al ruolo di Messia sia al ruolo di Re nell’A.T. Con la locuzione figlio di Abraamo si intende qui presentare il Signore come l’adempimento delle promesse fatte al progenitore del popolo ebraico. La genealogia si suddivide in tre sezioni storiche: da Abraamo fino a Isai, da Davide fino a Giosia e da Ieconia fino a Giuseppe. La prima giunge fino a Davide, la seconda riguarda il periodo dei re, la terza segue la discendenza regale durante l’esilio (586 a.C. ss.). Questo elenco presenta molte caratteristiche interessanti. Per esempio, in questo paragrafo sono menzionate quattro donne: Tamar, Raab, Rut e Bat-Sceba (quella che era stata moglie di Uria). Poiché nelle civiltà orientali le donne sono raramente menzionate negli alberi genealogici, il deliberato 17


MATTEO 1:16

inserimento dei loro nomi è sorprendente, tanto più che due di esse erano prostitute (Tamar e Raab), una aveva commesso adulterio (Bat-Sceba) e due erano straniere (Raab e Rut). Può darsi che il loro inserimento nella genealogia di Matteo sia una sottile allusione al fatto che la venuta di Gesù avrebbe portato la salvezza ai peccatori e la grazia agli stranieri e che, in lui, le barriere tra le razze e i sessi sarebbero state abbattute. È altresì interessante l’accenno a un re di nome Ieconia sul quale Dio, in Gr 22:30, aveva pronunciato una maledizione: Così parla il SIGNORE : “Iscrivete quest’uomo come privo di figli, come un uomo che non prospererà durante i suoi giorni; perché nessuno della sua discendenza giungerà a sedersi sul trono di Davide, e a regnare ancora su Giuda”.

Se Gesù fosse stato figlio naturale di Giuseppe, sarebbe caduto sotto questa maledizione; nondimeno, per ereditare il diritto al trono di Davide, egli doveva essere figlio legittimo di Giuseppe. Il problema fu risolto tramite il miracolo della nascita verginale: Gesù era l’erede legittimo al trono secondo la linea dinastica di Giuseppe ed era Figlio naturale di Davide secondo la linea dinastica di Maria. La maledizione su Ieconia non ricadde su Maria, né sui suoi figli, perché ella non era una discendente di Ieconia. 1:16 dalla quale è pronome relativo femminile anche nell’originale greco, il che indica chiaramente che Gesù era nato da Maria, ma non da Giuseppe. 1:17 Matteo attira l’attenzione del lettore sulla presenza di quattordici generazioni in ogni sezione. Ma dall’A.T. apprendiamo che in questo elenco mancano alcuni nomi. Per esempio, tra Ieoram e Uzzia (vd. v. 8) regnarono Acazia, Ioas e Amasia (vd. 2 R 8–14; 2 Cr 21–25). 18

Le genealogie di Matteo e di Luca sembrano sovrapporsi nella menzione di Sealtiel e Zorobabele (vd. Mt 1:1213; Lu 3:27). Stranamente, le stirpi di Giuseppe e di Maria si incontrano in questi due uomini per poi dividersi di nuovo. La questione si fa ancora più complicata quando notiamo che ambedue i Vangeli concordano con Ed 3:2, indicando Zorobabele come figlio di Sealtiel benché, nella lista di 1 Cr 3:19, questi compaia come figlio di Pedaia. Una terza difficoltà è costituita dalla discordanza nel computo delle generazioni: da Davide fino a Gesù, Matteo ne conta ventisette, laddove Luca ne presenta quarantadue. Benché gli evangelisti traccino genealogie differenti, una tale differenza nel numero delle generazioni pare, nondimeno, alquanto singolare. Quale dovrebbe essere l’atteggiamento dello studioso della Bibbia riguardo a queste difficoltà e alle apparenti discordanze? 1. È nostra premessa fondamentale che la Bibbia è la Parola ispirata di Dio e che, perciò, non può contenere degli errori. 2. La Bibbia è infinita, giacché riflette l’infinità della natura divina. Potremo capire le verità fondamentali della Parola, ma non potremo mai comprendere totalmente tutto ciò che essa contiene. Quindi, il nostro approccio a tali difficoltà ci induce a concludere che il problema consiste nella nostra mancanza di conoscenza anziché nella fallibilità della Scrittura. I problemi che sorgono durante la lettura della Bibbia ci devono spronare a studiarla e a cercare delle risposte. “È gloria di Dio nascondere le cose; ma la gloria dei re sta nell’investigarle” (Pr 25:2). Le minuziose ricerche degli storici e gli scavi archeologici non sono in grado di confutare le affermazioni della Bibbia. Le apparenti difficoltà e contraddizioni hanno tutte una spiegazione logica, spiritualmente utile e significativa.


MATTEO 1:23

B. Gesù Cristo nasce da Maria (1:18-25) 1:18 La nascita di Gesù Cristo fu diversa da tutte le altre nascite menzionate nella genealogia, dove puntualmente ricorre la formula: “A generò B”. Qui, invece, abbiamo la registrazione di una nascita avvenuta in assenza di un padre umano. I fatti riguardanti questo concepimento miracoloso sono descritti con considerazione e semplicità. Maria era stata promessa sposa a Giuseppe, ma il matrimonio non era ancora avvenuto. Ai tempi del N.T., il fidanzamento era una sorta d’impegno matrimoniale (più vincolante del fidanzamento di oggi) e dal quale si poteva recedere solamente mediante il divorzio. Anche se i fidanzati non vivevano insieme prima delle nozze, l’infedeltà di uno dei due era considerata adulterio ed era punibile con la morte. Durante il fidanzamento, la vergine Maria rimase incinta per l’intervento miracoloso dello Spirito Santo. Un angelo aveva già annunciato a Maria questo evento misterioso: “Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua” (Lu 1:35). L’ombra del sospetto e dello scandalo incombeva su Maria. In tutta la storia dell’umanità non era mai avvenuta una nascita verginale; dunque, quando una donna non sposata rimaneva incinta, vi era un’unica spiegazione possibile. 1:19 Neppure Giuseppe riusciva a capacitarsi del fatto che Maria fosse in stato interessante. Egli avrebbe avuto due motivi per indignarsi con la sua promessa sposa: 1° ella gli era stata, evidentemente, infedele; 2° se ella fosse stata innocente, egli sarebbe stato, inevitabilmente, tacciato di connivenza. Il suo amore per Maria e il suo desiderio di giustizia lo portarono alla decisione di rompere, con discrezione, il fidanzamento. Egli desiderava evitare il pubblico disonore che solitamente si accompagna a tale eventualità. 1:20 Mentre quest’uomo mite e prudente elaborava il suo piano per proteggere Maria, un angelo del Signore gli

apparve in sogno. Il saluto, Giuseppe, figlio di Davide, aveva indubbiamente lo scopo di risvegliare in lui la consapevolezza della sua discendenza regale e di prepararlo allo straordinario avvento del Re-Messia d’Israele. Non doveva avere alcun timore di sposare Maria : qualsiasi sospetto riguardo alla sua verginità, infatti, era infondato, giacché la gravidanza della sua promessa sposa era un miracolo operato dallo Spirito Santo. 1:21 Poi l’angelo gli rivelò il sesso, il nome e la missione del nascituro. Maria avrebbe partorito un figlio che sarebbe stato chiamato Gesù (che significa “il SIGNORE è la salvezza” o “il SIGNORE salva”; vd. commento ai vv. 1-15). Egli avrebbe onorato il proprio nome salvando il suo popolo dai loro peccati. Quel bambino era il Signore stesso che scendeva in terra per salvare gli uomini dal castigo per il peccato, dal suo potere e, infine, dalla sua stessa presenza. 1:22 Quando scriveva di questi eventi, Matteo riconosceva che Dio stava intervenendo nella vita dell’uomo in modo nuovo. Ora le parole di una profezia messianica, da lungo tempo sopita, tornavano in vita. Il misterioso annuncio del profeta Isaia si adempiva nel bambino di Maria: Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta . Matteo sostiene l’ispirazione divina delle parole di Isaia, che il Signore aveva pronunciato per mezzo del profeta almeno settecento anni prima dell’avvento di Cristo. 1:23 La profezia contenuta in Is 7:14 comprendeva l’annuncio di una nascita speciale (“La vergine sarà incinta”), il sesso del nascituro (“e partorirà un figlio”) e il nome del bambino (“al quale sarà posto nome Emmanuele”). Matteo aggiunge che Emmanuele significa Dio con noi. Non vi è alcuna prova che Gesù, mentre era in terra, fu mai chiamato “Emmanuele”: egli fu sempre chiamato “Gesù”. Tuttavia, il significato del nome Gesù (vd. v. 21) sottintende la presenza di Dio con noi. Può anche 19


MATTEO 1:24

darsi che Emmanuele sia un appellativo di Cristo che si userà soprattutto al suo ritorno. 1:24 Grazie all’intervento dell’angelo, Giuseppe abbandonò l’intenzione di divorziare da Maria e si mantenne fedele all’impegno preso fino alla nascita di Gesù, dopodiché la sposò. 1:25 La dottrina secondo la quale Maria rimase vergine per tutta la vita è confutata dalla consumazione del matrimonio, di cui si fa menzione in questo versetto. Altri riferimenti, dove leggiamo che Maria ebbe dei figli da Giuseppe, sono Mt 12:46; 13:55-56; Mr 6:3; Gv 7:3, 5; At 1:14; 1 Co 9:5 e Ga 1:19. Prendendo Maria in moglie, Giuseppe prese anche il suo bambino come figlio adottivo. In questo modo, Gesù diventò l’erede legittimo al trono di Davide. Secondo l’indicazione dell’angelo, gli pose nome Gesù. Così nasce il Re-Messia. L’Eterno irrompe nel tempo. Il Dio onnipotente diventa un fragile neonato: il Signore della gloria nasconde il suo splendore in un corpo umano. Tuttavia “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità” (Cl 2:9). II. INFANZIA DEL RE-MESSIA (cap. 2)

A. L’arrivo dei magi per adorare il Re (2:1-12) 2:1-2 È facile rimanere confusi dalla cronologia degli eventi intorno alla nascita di Cristo. Anche se il v. 1 potrebbe lasciar intendere che Erode cercasse di uccidere Gesù mentre Maria e Giuseppe erano ancora nella stalla di Betlemme, tutti gli altri particolari del racconto rinvierebbero tale tentativo a un’epoca di un paio d’anni posteriore. Nel v. 11 Matteo scrive che i magi videro Gesù in una casa. L’ordine di Erode (uccidere tutti i maschi sotto i due anni di età, v. 16) è un altro indizio relativo a un intervallo di tempo imprecisato tra la nascita del Re-Messia e gli eventi qui riportati. Erode il Grande era un discendente di Esaù e, perciò, nemico dei Giudei per tradizione. Costui si era convertito al 20

giudaismo, ma probabilmente tale conversione era avvenuta per motivi politici. Fu verso la fine del suo regno che dei magi d’Oriente arrivarono in cerca del Re dei Giudei. È probabile che questi uomini fossero dei sacerdoti pagani, la cui religione era imperniata sullo studio degli elementi della natura. Essi erano spesso scelti come consiglieri dei re in virtù delle loro conoscenze e delle loro doti profetiche. Non sappiamo né in che parte dell’Oriente vivessero, né quanti fossero e neppure quanto tempo durò il loro viaggio. Fu la stella in Oriente che, in qualche modo, richiamò la loro attenzione sulla nascita di un re, perciò erano venuti per adorarlo. Presumibilmente costoro conoscevano le profezie dell’A.T. che riguardavano la venuta del Messia. Forse conoscevano la profezia di Balaam, secondo la quale un astro sarebbe sorto da Giacobbe (vd. Nu 24:17), e l’avevano collegata alla profezia delle “settanta settimane” che avrebbero preceduto l’epoca della prima venuta di Cristo (vd. Da 9:24-25). Ma appare più plausibile che la loro conoscenza fosse di origine soprannaturale. Riguardo alla stella, sono state formulate varie ipotesi scientifiche. Alcuni, per esempio, sostengono che si trattò in realtà di una congiunzione planetaria. Nondimeno, il corso di quella stella era assai irregolare: precedeva i magi e li guidò da Gerusalemme fino al luogo dov’era il bambino Gesù (vd. v. 9), poi si fermò. In effetti si trattò di un evento talmente insolito che non poté trattarsi che di un miracolo. 2:3 Udito questo, ossia che un bambino era nato per diventare il Re dei Giudei, il re Erode fu turbato. Un bambino del genere era una minaccia per il suo precario trono. E tutta Gerusalemme fu turbata con lui: la città, che avrebbe dovuto accogliere la notizia con gioia, era sconvolta da qualsiasi cosa potesse compromettere lo status quo o contrariare gli odiati dominatori romani.


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