

Antoon van Dyck: un pittore, tre patrie. La mostra a Palazzo Ducale di Genova
di Marta Santacatterina
Tra il 2022 e il 2023 si organizzò a Genova una grande esposizione su Rubens che riscosse un notevole successo, tanto da spingere l’amministrazione a pensare a un nuovo progetto, di spessore altrettanto elevato: oggi l’idea ha preso forma nella monografica Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra. L’artista, spesso definito come “il miglior allievo di Rubens”, nacque appunto ad Anversa 1599, fu pittore di corte nella Londra di re Carlo I e soggiornò a lungo in Italia, per poi tornare in Inghilterra e nelle Fiandre. In tutti i luoghi toccati dal suo peregrinare lasciò testimonianze di uno stile raffinato, elegante e innovativo, soprattutto nella ritrattistica.
UN PROGETTO RICCO DI NOVITÀ
Fino all’attuale mostra, la storiografia dava per scontato che il fiammingo, appena giunto in Italia, si fosse sostanzialmente stabilito a Genova, da cui si sarebbe poi spostato per toccare mete quali Roma, Venezia, Mantova e la Sicilia. Recenti ricerche hanno invece dimostrato che i viaggi di Antoon van Dyck furono più articolati e, oltre a svelare questa significativa novità, l’esposizione allestita a Palazzo Ducale ha il pregio di fare il punto sugli studi portati a termine negli ultimi trent’anni, dopo l’ultima monografica completa del 2004. “Il progetto è importante non solo perché presenta alcuni quadri inediti, o mai visti in Italia, o che per la prima volta ritornano a Genova; ma soprattutto perché finalmente aggiorna la conoscenza di Van Dyck”, racconta una delle due curatrici, Anna Orlando, a cui si affianca Katlijne Van der Stighelen. Le ricerche di Orlando si sono concentrate in particolare sul viaggio di Van Dyck in Italia dalla primavera del 1621 all’estate del 1627. “Finora, per ricostruire i suoi spostamenti lungo la Penisola, ci si affidava a una fonte chiamata Anonimo del Louvre, tuttavia qualche anno fa si scoprì che a Pasqua del 1621 il pittore era a Roma, dove giunse direttamente da Londra, senza passare da Genova. Prima di approdare nel capoluogo ligure all’inizio del 1623, inoltre, soggiornò in altre città dell’Italia Centro Settentrionale, come documentano anche i disegni raccolti – purtroppo in ordine non cronologico – nel suo Taccuino italiano”, spiega la curatrice. Cruciale fu inoltre l’arrivo a Venezia, dove incontrò la contessa di Arundel, il cui marito

convinse il re d’Inghilterra a concedere a Van Dyck la possibilità di visitare l’Italia (si vedano le tappe in dettaglio nel box). In compagnia della nobildonna il pittore visitò altre corti del Nord e soprattutto ebbe modo di osservare dal vivo le opere di Tiziano, che considerava il suo “faro”. Particolarmente degne di nota, nella nuova timeline proposta da Orlando, sono le date del
secondo soggiorno genovese, iniziato negli ultimi giorni del 1625 o nei primi del 1626: la datazione o il luogo di esecuzione di molte opere prima assegnate al 1625 vanno allora ripensate. Da tale diversa cronologia emerge pure un ridimensionamento del ruolo di Genova nell’esperienza italiana di Van Dyck – nonostante proprio nella città della Lanterna avesse dipinto i suoi

ritratti più straordinari – e al contrario acquista maggior rilievo la sua stagione meridionale: è verosimile ad esempio che, dopo il periodo siciliano, nel 1625 il pittore si sia fermato a Napoli, e lo dimostra anche il forte debito che diversi artisti locali manifestano nei suoi confronti.
LA MOSTRA
Van Dyck l’europeo è un’esposizione dal taglio internazionale che mette al centro il tema del viaggio, facendo comprendere come l’artista scegliesse uno stile, una tavolozza, una composizione diversa a seconda della località in cui si trovava. L’incipit del percorso è rappresentato da un piccolo “gioiello”: il suo primo autoritratto noto, realizzato attorno al 1615 quando l’autore aveva circa 15 anni. Vengono dunque radunati quattro capolavori esemplificativi dei soggiorni del fiammingo nelle diverse città, grazie ai quali ci si rende conto della genialità dell’allievo di
Il viaggio di Van Dyck in Italia
28 febbraio 1621
Van Dyck è ancora a Londra Pasqua 1621
Il pittore è già arrivato a Roma
Rubens. Di quest’ultimo sono presenti alcune opere assunte a modello dal giovane Van Dyck, il quale tuttavia divenne presto autonomo rispetto al maestro.
Seguono varie sezioni tematiche, a partire da quella che spiega come nasceva un’opera e come un pittore di genio, quale fu Van Dyck, sperimentava tecniche, supporti e materiali diversi: ne sono esempi un suo dipinto su rame, uno su carta, un altro su tavola, uno sketch monocromo. Si approfondisce inoltre il tema della difesa della patria, molto sentito dai committenti dell’epoca e che l’artista tradusse in vere e proprie icone, come il Carlo V a cavallo, il ritratto di Ambrogio Spinola e quelli di altri personaggi in armatura. Un’ulteriore sala vede protagonista il quadro scelto come immagine guida della mostra, cioè il celebre ritratto dei tre bambini che Orlando ha ricondotto alla famiglia Giustiniani Longo. Un’opera meravigliosa, che si collega al
Dal 19 marzo al 19 luglio VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA A LONDRA
A cura di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen Catalogo Allemandi Palazzo Ducale di Genova palazzoducale.genova.it
Luglio 1627
Settembre 1622
Si sposta verso nord e visita città come Ancona e Parma, per giungere poi a Venezia
Novembre-dicembre 1622
Insieme alla contessa di Arundel, Van Dyck si reca a Mantova, a Padova, a Milano, per giungere quindi a Torino, dove conosce i Savoia
Gennaio-febbraio 1623
Il pittore arriva per la prima volta a Genova
Maggio 1624
Viene chiamato in Sicilia dal Viceré Emanuele Filiberto di Savoia, ma scoppia la peste e rimane bloccato sull’isola
3 settembre 1625
Si imbarca e raggiunge Napoli, da cui probabilmente si reca a Roma, dove si stava svolgendo l’Anno Santo (Genova era inoltre in guerra con i Savoia)
Fine 1625-inizio 1626
Torna a Genova
focus sulla famiglia in cui si espongono le diverse formule del ritratto di coppia, mentre nella galleria che raccoglie le effigi singole emerge tutta la raffinatezza della sua pittura, evidente negli abiti sontuosi, nelle differenti acconciature, nel gusto complessivo dei dipinti che cambia a seconda del contesto in cui vennero realizzati. La successiva sala raduna altri ritratti, stavolta a figura intera: si tratta di una dama genovese, una di Anversa, una inglese. “Van Dyck può essere considerato il pittore più moderno e innovativo dell’epoca proprio grazie ai ritratti”, afferma la curatrice. “Aggiornò la formula di Rubens, la ricalibrò rendendola più composta, meno chiassosa, e così facendo diventò un vero e proprio modello da imitare per gli altri artisti”.
LE OPERE SACRE
Tra le peculiarità del progetto di Genova si distingue l’approfondimento dedicato alle opere sacre, tra cui spiccano la Cattura di Cristo e il Sansone e Dalila. Le tele religiose, pervase da una componente barocca già molto matura, presentano scene affollate di grande teatralità e dimensioni ragguardevoli. Anche nei soggetti religiosi l’artista si rivela quindi straordinario per la sua capacità di recuperare e riattualizzare la tradizione dei maestri del Cinquecento. Nei lavori realizzati per la devozione privata, come l’eccezionale Ecce homo, si percepisce inoltre la sincera fede cattolica del pittore. La mostra si conclude con un colpo di scena: nella cappella del Doge si ammira l’unica pala d’altare a destinazione pubblica realizzata da Van Dyck per la Liguria, che è anche una delle due sole pale dipinte dal fiammingo nella sua breve, seppur prolifica, carriera. Si tratta del Crocefisso con i donatori proveniente dalla chiesa di San Michele di Pagana nei pressi di Rapallo, una tela monumentale e di grande intensità.
nella pagina a fianco: Antoon van Dyck, Ritratto di Lord John Belasyse (part.), inv. LK1137, 1636 ca., olio su tela, Courtesy Galleria BKV a sinistra: Antoon van Dyck, Le quattro età dell'uomo, © Vicenza, Museo Civico di Palazzo Chiericati
ANTOON
Van Dyck riparte per Anversa
Sulle tracce del modernismo arabo in una mostra a Riyadh

di Alberto Villa
Quando si parla del Regno dell’Arabia Saudita, e in particolare della sua capitale, si tende spesso ad usare il futuro, in parte perché è l’inclinazione stessa del Paese. La data segnata in rosso sul calendario saudita è infatti il 2030, quando Riyadh ospiterà l’EXPO e quando si tirerà il bilancio di una grande visione di rinnovamento del Regno sotto il punto di vista sociale, prima ancora che architettonico e artistico. L’Arabia Saudita sa bene però, che un futuro senza passato è fumo negli occhi. È un futuro senza futuro. E quindi si guarda indietro: scava nella storia millenaria della Penisola, facendo emergere dalle sabbie siti archeologici e costruendo musei che li raccontano (come succede ad AlUla) o restaura interi centri storici (su tutti quelli di Gedda e di Diriyah). È nel cuore di Riyadh, però, che questo sguardo retrospettivo indirizza il sistema artistico saudita contemporaneo, riportandolo alle sue radici. Bedayat: Beginnings of Saudi Art Movement è il titolo della mostra che il Museo Nazionale dell’Arabia Saudita ha realizzato in collaborazione con la Visual Arts Commission, radunando le opere di oltre 70 artisti che tra gli Anni Sessanta e Ottanta hanno definito un’attitudine squisitamente saudita, seppur sensibile alle influenze internazionali.
LA MOSTRA
La mostra presenta la fioritura di quegli anni come essenzialmente il risultato di precise politiche culturali, in primis l’introduzione, a cavallo degli Anni Quaranta e Cinquanta, dell’educazione artistica all’interno dei programmi scolastici. Il diffondersi poi di sempre maggiori iniziative ed esposizioni sul territorio arabo ha consentito la creazione di un ecosistema complesso e diversificato, che la mostra intende restituire a partire – evidentemente – dal suo dato quantitativo. Se da un lato l’allestimento, per questo motivo, può apparire fin troppo denso, è proprio nel non voler lasciare nulla indietro, nel tentativo di raccontare il più possibile che si apprezza l’impegno e la ricerca di questa mostra. Certo, non tutti i dipinti qui presentati sono memorabili, ma ciascuno di essi aggiunge un tassello alla ricostruzione del modernismo arabo – o meglio, dei modernismi –, coadiuvata da un’altrettanto rilevante indagine documentaria e di archivio. I testi, i cataloghi, le pubblicazioni sono da un lato il punto di partenza e dall’altro il necessario punto di arrivo di una mostra che – oltre a illustrare la varietà stilistica del secondo Novecento arabo – intende ratificare storiograficamente le basi su cui si fonda il sistema artistico saudita contemporaneo.


Non potendo dare conto di questa vastità a parole senza scadere in un inutile elenco, entreremo nel merito delle opere selezionandole a partire dalle sezioni tematiche che costituiscono l’ossatura della mostra e, da quanto emerge, della pittura saudita di quegli anni. Al paesaggismo – talvolta piuttosto tradizionale, talvolta decisamente più audace tanto da farsi astrazione e quindi paesaggio mentale, come nel caso di Ahmad Alghamdi e il suo Abstract 3 del 1980 – segue una interessante

TRE DOMANDE AL CURATORE QASWRA HAFEZ
Per entrare ulteriormente nei risvolti artistici e sociali del modernismo arabo, abbiamo intervistato il curatore Qaswra Hafez. Che ci risponde nel merito della mostra, dell’importante ricerca da cui nasce e della questione femminile.
Da quale necessità nasce questa mostra?
La prima scintilla del movimento che abbiamo voluto indagare scaturì da una mostra del 1965. Non possiamo certo considerarla esattamente la prima mostra della modernità saudita, ma senza dubbio fu quella che meglio rispose agli standard espositivi internazionali, ovviamente portando avanti la nostra tradizione artistica e calligrafica. Era giunto il momento di iniziare a collezionare, archiviare ed esporre l’eredità di quel periodo.
La mostra si apre con una grande sezione dedicata ai documenti d’archivio. Quale importanza hanno per il progetto?
È stato paradossalmente più semplice reperire le opere piuttosto che i documenti, che poi a mio avviso sono la parte più interessante, perché è anche quella più oggettiva e che più ci può aiutare nel nostro lavoro di storici dell’arte. E poi hanno una qualità anche estetica non indifferente, a partire solo dai font e dalle grafiche.
Tra gli artisti in mostra ci sono anche delle donne. Qual è stato il ruolo della pittura femminile al tempo e qual è il suo ruolo oggi?
La prima mostra di artiste di cui abbiamo notizia in Arabia Saudita è stata realizzata nel 1968 a Gedda, e da lì in poi molte donne hanno seguito. Tra gli artisti che seguo oggi, inoltre, ci sono più donne che uomini, e questo credo sia un segnale importante per il presente e il futuro del nostro sistema.
sezione dedicata alle scene di genere, frammenti di vita quotidiana che raccontano i contrasti di un Paese che cambia. Non è eccessivo vedere, in Passing by the Sahoud Palace (1989) di Ahmad Almaghlouth, un’applicazione del topos delle “tre età” ai mezzi di trasporto: nel pieno sole di mezzogiorno, come suggeriscono le ombre contenute, un dromedario, un carro e un’automobile condividono la medesima strada di terra battuta. Non può mancare una sala di ritrattistica: tra i diversi pattern riconoscibili, a catturare l’attenzione in questo caso è l’inclinazione di molti artisti alla frammentazione dell’immagine, spesso dimostrando una felice affinità – sia nelle intenzioni, sia nelle loro formalizzazioni – al cubismo e al surrealismo (movimento ampiamente seguito dai pittori sauditi, tanto da ottenere in questa mostra una sezione dedicata). Tra gli artisti che hanno scelto di approcciare il ritratto esplodendolo in una multipla prospettiva, citiamo Khalil Hassan Khalil, che in Clipping on a White Wall (1986) adopera lo stratagemma di fotografie appese al muro per creare un mosaico di dettagli dello stesso soggetto, mentre in The Broken Mirror (1982) lo stesso effetto è affidato a uno specchio rotto. O Dia Aziz Dia, che in Father / A Study del 1972 ritrae il proprio padre confondendo tre frammenti del suo volto da altrettante prospettive, e organizzandoli all’interno di una nube tanto immateriale quanto il fumo che potrebbe scaturire dalla sigaretta che tiene stretta nel pugno.
IL MODERNISMO ARABO
In chiusura della mostra si incontrano piccole monografiche per quattro pilastri del
modernismo arabo: i lavori di Abdulhalim Radwi, Mohammed AlSaleem, Mounirah Mosly e Safeya Binzagr trovano così uno spazio speciale che – oltre a concentrare l’attenzione sulle loro opere – ha il merito di illustrare le loro biografie, così intrecciate con gli eventi cardine dell’arte recente in Arabia Saudita. Quella di Mohammed AlSaleem, poi, è una pratica talmente radicata nella cultura araba da diventare facilmente il simbolo di un’intera generazione artistica. Nell’unire il paesaggio desertico di Riyadh alla tradizione calligrafica, e nel portare entrambi sulle soglie dell’astrazione, il peculiare stile di AlSaleem (che prende il nome “orizzontismo”) si impone come sintesi più autentica del modernismo arabo.
fino all’11 aprile
BEDAYAT: BEGINNINGS OF SAUDI ART MOVEMENT
Museo Nazionale dell’Arabia Saudita Riyadh moc.gov.sa/en
a sinistra in alto: Installation image, Bedayat Beginnings of Saudi Art Movement
a sinistra: Ahmad Almaghlouth, Passing by the Sahoud Palace (part.), 1989, Oil on canvas, 60 x 90 cm. Courtesy of the artist in alto: Ahmad Alghamdi, Abstract 3 (part.), 1980, Oil, 78 × 104 cm. Courtesy of the Museums Commission, KSA
LA STORIA DELL’ARABIA SAUDITA ATTRAVERSO L’ARTE
Tutti i retroscena della mostra su Bernini a Roma. Parola ai curatori Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi

di Ludovica Palmieri
Dopo la grande mostra su Caravaggio, le Gallerie Nazionali di Arte Antica tornano con una straordinaria esposizione dedicata a Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 1568Roma, 1680) architetto, scultore e pittore che, con papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini (Firenze, 1568 - Roma, 1644), diede il via al Barocco romano. Ed è proprio su questo rapporto che la mostra Bernini e i Barberini, con oltre 70 opere provenienti da tutto il mondo, intende far luce, ma lasciamo che siano gli stessi curatori, Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi a dirci di più…
L’INTERVISTA
A proposito del rapporto tra Bernini e Urbano VIII, qual è stata la scoperta o la rilettura più significativa emersa dal lavoro curatoriale?
A.B.: Vedere riuniti quasi tutti i busti berniniani di Urbano VIII, accanto ai ritratti di pontefici precedenti (Paolo V e Gregorio XV) e alla più importante effigie dipinta del papa, sempre di Bernini, è stata l’occasione per porsi nuove domande e formulare riflessioni inedite. Tra le altre, in questa sede abbiamo analizzato la genesi del primo busto marmoreo di Urbano VIII scolpito dal Bernini “tutto di sua mano”. Finora la critica non si era mai chiesta perché trascorsero quasi dieci anni dall’inizio del
pontificato prima di questa committenza; mentre oggi possiamo collegarla al coevo cantiere per il monumento funebre del pontefice; datando il ritratto, grazie alla testimonianza di Lelio Guidiccioni, che ne fu ammirato, al 1633.
Il rapporto tra artista e committente è un tema classico nella storia dell’arte: cosa rende quello tra Bernini e i Barberini unico rispetto ad altri casi celebri?
A.B.: Oltre al numero e alla grandiosità delle opere, senz’altro l’eccezionale lunghezza di questo sodalizio. Bernini lavorò quasi esclusivamente per il pontefice e la sua famiglia per oltre vent’anni. Successivamente, pur continuando a lavorare a importanti commesse pubbliche e private, per almeno quattro pontefici, rimase sempre legato al ricordo di quell’irripetibile esperienza e al rapporto con Maffeo; come emerge anche dalle pagine del famoso diario tenuto da Chantelou durante il soggiorno parigino di Bernini del 1665.
Quali sono stati i criteri principali con cui avete selezionato opere e materiali?
M.C.: Abbiamo privilegiato la relazione tra le opere, creando degli insiemi stilistici e concettuali; operazione riuscita grazie anche a prestiti internazionali a dir poco eccezionali. Siamo riusciti, ad esempio, a rievocare la galleria degli avi
che il cardinale Francesco Barberini realizzò a palazzo. In mostra il ritratto di monsignor Francesco Barberini di Washington, capolavoro assoluto della ritrattistica berniniana, è esposto accanto al busto di Camilla Barbadori, madre di Urbano VIII, conservato a Copenaghen, e a quello di Antonio Barberini il vecchio, delle Gallerie Nazionali. Analogamente, in un gioco di rimandi e relazioni, presentiamo il busto di Paolo V del Getty Museum, per la prima volta in Italia dalla fine dell’Ottocento, accanto ad altri due importanti prestiti internazionali, garantiti dallo Statens Museum di Copenaghen e dal Musée Jacquemart André di Parigi.
C’è un’opera o un documento che, più di altri, permette di comprendere la dimensione personale o politica del rapporto tra artista e papa?
M.C.: Non è una domanda semplice, perché l’intero percorso è giocato su questa dimensione culturale e personale tra artista e pontefice. Tuttavia la scelta, forse spiazzante, potrebbe cadere sull’oggetto più piccolo in mostra: la medaglia in bronzo dorato coniata nel 1633 per celebrare il completamento della magnifica macchina del Baldacchino di San Pietro; l’opera più straordinaria di tutto il Seicento; una vera e propria architettura, in marmo e bronzo, all’interno di un edificio, immagine eterna

GIAN LORENZO BERNINI / ROMA
MAFFEO BARBERINI
E LA NASCITA DEL BAROCCO IN SCULTURA
L’esposizione, riprendendo la tesi storiografica già avanzata da Cesare D’Onofrio nel 1967 - e messa parzialmente in ombra dalle mostre alla Galleria Borghese (1999, 2017)conferma come Maffeo Barberini contribuì alla nascita del Barocco in scultura in modo non meno importante e cronologicamente persino precedente del cardinale Scipione Borghese. Partendo da comprovati e conosciuti documenti, poco noti al grande pubblico – che per l’appunto tende ad associare la prima attività di Bernini agli straordinari gruppi borghesiani – in questa esposizione è stato posto l’accento su opere altrettanto sensazionali, databili addirittura al 1617 e legate alla committenza di Maffeo.

dell’autorità papale. Si tratta dell’esemplare trovato durante i lavori di restauro del 2025 della monumentale tomba di Urbano VIII. Rinvenuta nella malta tra due mattoni nel sarcofago papale, che ha solo una funzione decorativa, la medaglia verosimilmente fu lasciata a imperitura memoria, come gesto di intima devozione.
Come avete costruito il percorso narrativo per rendere percepibile la trasformazione di Bernini da giovane prodigio a “regista del Barocco”?
A.B.: Speriamo che il pubblico possa apprezzare la scansione in sei sezioni distinte, di carattere tematico e cronologico. Si parte da un giovane Bernini, ancora in collaborazione con il padre, e conteso da più committenti (Maffeo Barberini, Scipione Borghese e Leone Strozzi), per poi focalizzarsi sul Bernini in San Pietro e – dopo la sezione dedicata ai busti barberiniani – sul Bernini in Palazzo Barberini; tornando quindi più volte sulla sua attività di architetto. Si chiude poi con la pittura per riflettere ancora sul rapporto con il pontefice, che avrebbe voluto trasformare Gian Lorenzo in un grande frescante.
La mostra coincide con il quattrocentesimo anniversario della consacrazione della Basilica di San Pietro: questa ricorrenza ha influenzato l’impostazione scientifica del progetto?
M.C.: Certo, per affrontare questo aspetto

siamo partiti da una riflessione sul significato della riconsacrazione nel disegno spirituale e politico di Urbano VIII; considerando che il suo modello di riferimento fu Giulio II, il celebre papa guerriero pacificatore. Come Giulio II nel Cinquecento, anche Urbano VIII basò l’idea di rinascita del potere papale sull’affermazione del primato culturale e artistico. Per questo, oltre al Baldacchino – rievocato attraverso una scelta di oggetti emblematici che ne raccontano la lunga storia – abbiamo voluto mettere in luce le imprese, forse meno note, ma espressione dell’affermazione del primato della Chiesa di Roma. Nella concezione di Urbano VIII, Bernini era l’unico in grado di dare forma al suo progetto. A questi aspetti legati alla retorica delle committenze in San Pietro abbiamo dedicato anche più saggi nel catalogo.
Urbano VIII è una figura storicamente complessa, anche controversa: come avete gestito il bilanciamento tra celebrazione del mecenatismo e lettura critica del suo pontificato?
M.C.: Semplice, enfatizzando gli aspetti legati al valore propagandistico assegnato da Urbano VIII a dai Barberini alle immagini e alle arti. L’intreccio inestricabile tra politica e cultura fu al centro di ogni iniziativa messa in campo dal pontefice. A riguardo, è stata programmatica la scelta, per alcuni versi rischiosa, di esporne ben nove busti realizzati da Bernini e bottega. La produzione quasi seriale, con ogni medium possibile – marmo bianco, porfido, bronzo – addirittura la “spersonalizzazione” dei lineamenti, contribuirono a conferire all’effige del pontefice un vero e proprio status sacrale. E questo fu uno dei tratti della straordinaria modernità – e controversa attualità – del pontificato Barberini.
Che cosa può dire oggi al pubblico contemporaneo il rapporto tra potere, immagine e produzione artistica nel Seicento romano?
M.C.: Il pontificato di Urbano VIII fu quanto mai emblematico: l’ambizioso disegno di rilancio e consolidamento della monarchia pontificIa; l’erudizione storica e antiquaria; la promozione delle arti; il cerimoniale che regolava i riti sacri, le feste pubbliche, la diplomazia, divennero nelle mani del papa e dei suoi nipoti strumenti di dimostrazione attiva di potere. E Bernini fu il principale regista, come ha ben detto, di questa straordinaria promozione che coinvolge tutte le arti visive, comprese quelle effimere.
Se i visitatori dovessero uscire dalla mostra con una sola nuova consapevolezza su Bernini o sui Barberini, quale sperate che sia?
A.B.: Ci auguriamo che la mostra permetta al pubblico di riflettere con nuova consapevolezza e nuovi strumenti sul profondo significato del rapporto tra artista e committente. Senza voler sottrarre a Bernini nessuno dei suoi eccezionali meriti, desideriamo sottolineare che né il Baldacchino né il Busto di Costanza Bonarelli, con cui programmaticamente si chiude il percorso espositivo, sarebbero nati senza Urbano VIII. Fu lui a fare di Bernini un artista con un prestigio e un potere quasi senza precedenti tanto che Gian Lorenzo alla fine degli Anni Trenta si sentiva il “padron del mondo”.
Fino al 14 giugno
BERNINI E I BARBERINI
A cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi
Gallerie Nazionali Barberini Corsini
Via delle Quattro Fontane 13 barberinicorsini.org
Gallerie Nazionali di Arte Antica - Palazzo Barberini. Installation view: Bernini e i Barberini, 2026.
Photo Alberto Novelli
GIAN LORENZO BERNINI / ROMA
Una mostra in Danimarca riscopre la produzione su carta di Basquiat

di Niccolò Lucarelli
IlLouisiana Museum of Modern Art, di Humlebæk, in Danimarca Headstrong, la retrospettiva dedicata a Jean-Michel Basquiat (New York, 1960-1988) che riunisce 50 opere dedicata alle riproduzioni su carta della testa e del corpo umano, realizzate fra il 1981 e il 1983, ed esposte per la prima solo nel 1990. Una mostra di studio, con opere in prestito da collezioni private e musei internazionali, la prima personale di Basquiat (anche se retrospettiva postuma) in un museo scandinavo, che racconta un aspetto meno conosciuto del celebre pittore afro-statunitense.
LA MOSTRA
Sebbene sia sempre stato relegato in secondo piano dalla critica, l’interesse di Basquiat per
la rappresentazione della testa umana ha prodotto risultati interessanti e artisticamente pregevoli; furono scoperte soltanto dopo la sua scomparsa, perché rimaste sempre nascoste nel suo atelier. E questa del Louisiana Museum of Modern Art è la prima mostra che espone tutta la serie, che si pone come un capitolo a sé stante della produzione di Basquiat. Costituite da sovrapposizione di linee e colori, unite in un turbinio vorticoso che tradisce rabbia e disagio, come però accade nel disegno classico, tutte le teste sono posizionate con precisione al centro del foglio; non si tratta quindi di bozzetti sperimentali, o studi preliminari per opere successive. La serie, del tutto informale, senza un titolo riassuntivo ufficiale, apre un nuovo punto di vista sulla produzione artistica di Basquiat, sconosciuto in Europa fino ad oggi.
VISIONE O METAFORA?
Osservando le teste, colpisce la misura in cui i denti sono resi serrati, sia come una stretta fessura o che occupino metà del cranio. Sono come griglie o cancelli che bloccano il passaggio e la comunicazione, e che possono anche indicare stati psicologici che vanno dal terrore e dalla prigionia alla rabbia, attraverso le loro fisionomie contorte e caricaturali. Gli occhi e le bocche delle teste sono come zampilli che riversano realtà sia interne che esterne. L’accentuazione di queste linee – il contorno spesso frenetico e la stratificazione di molteplici strati attorno a questi grandi fori – conferisce ai disegni un’aura particolare, hanno infatti il carattere di visioni o allucinazioni, ma possono essere pensate anche come una metafora della decadenza dell’individuo, nel particolare contesto di ricchezza, ipocrisia, violenza, perversione, degli


Stati Uniti della fine dell’era Reagan. Le teste variano da qualcosa di simile alla pienezza della carne viva alla freddezza dei teschi, delle maschere o di figure umanoidi meccaniche. Sebbene le teste occupino il centro del foglio, sono caratterizzate da tremolanti dissonanze tra le loro parti anatomiche; la maggior parte sono frontali, ma in molti punti abbiamo anche una prospettiva laterale, come se l’intera struttura della testa si fosse “allentata” a causa della disperazione o di una risata eccessiva.
UN ARTISTA SENZA COMPROMESSI
Il suo rapporto con la città è viscerale, e non casualmente il suo primo “atelier” furono i vicoletti dell’East Village, dove, già a quindici anni, alternava i graffiti alla prostituzione. La consacrazione arriva nel 1980, quando partecipa alla collettiva Times Square Show, sponsorizzata
da Collaborative Projects Incorporated, mentre l’anno successivo prende parte alla retrospettiva New York/New Wave, insieme ad altri artisti come Robert Mapplethorpe, Keith Haring, Andy Warhol e Kenny Scharf. Nella New York degli yuppies così ben raccontata da Bret Easton Ellis e da Oliver Stone, Basquiat è un momento di rottura, la messa in discussione di un’America che non aveva ancora risolte le proprie contraddizioni. A cominciare dalla questione razziale, che aveva nella comunità afroamericana la vittima predestinata. Filtrata dalla dimensione urbana statunitense, emerge orgogliosa quell’arcaicità che è l’essenza tribale dell’Africa Nera; la si ritrova in parte nel tratto “primitivo”, ma soprattutto in quel ritmo musicale che possiedono le sue opere: è il jazz, infatti, uno dei grandi contributi che l’Africa ha portato in America. Ma soprattutto, la sua arte ha l’odore della strada, dei vicoli sporchi del Bronx, della solitudine, è poesia della disperazione, che nasce dalla povertà e dall’emarginazione.

Fino al 17 maggio HEADSTRONG
Louisiana Museum of Modern Art Gl Strandej 13, Humlebæk louisiana.dk
nella pagina a fianco: Basquiat, Headstrong, 2026, intallation view at Louisiana Museum of Modern Art. Photo Camilla Stephan, Louisiana Museum of Modern in alto: Jean-Michel Basquiat, Untitled, 1982. Private Collection. Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York. Courtesy of Colour Themes a sinistra: Jean-Michel Basquiat, Untitled, 1982. Private Collection. Estate of
sopra: Jean-Michel Basquiat, Untitled (Bust), 1984. Private Collection. Estate of
Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York. Courtesy of Colour Themes
Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York. Courtesy of Colour Themes
LOUISE NEVELSON / METZ
Il Centre Pompidou Metz celebra Louise Nevelson con una mostra ambientale

di Stefano Castelli
Se c’è una figura alla quale si addice perfettamente la qualifica di anticipatrice è certamente quella di Louise Nevelson (Kiev, 1899 - New York, 1988). Tutto il percorso di ripensamento compiuto dalla scultura nel secondo Novecento trova infatti un perfetto compendio nelle creazioni dell’artista ucraina statunitense d’adozione, che ha precorso e accelerato tendenze in atto, oppure appena percepibili nell’atmosfera del suo tempo. Il superamento dell’idea tradizionale di monumento, in primis, diventa nelle sue creazioni definitivo, sfociando in una nuova forma di maestoso “costruttivismo”. L’estetica della frammentazione e del riutilizzo del rifiuto, poi, viene da lei portata al parossismo senza sfociare nel caos – la sua trasfigurazione del banale, per citare Arthur Danto, è delle più efficaci e suggestive. Senza contare l’approdo a un’opera d’arte definitivamente aperta e totale: il suo concetto di scultura sconfina non solo nell’ampiezza di discorso dell’installazione, ma anche nella potenziale assolutezza del progetto architettonico. Una forte volontà di decostruzione si affianca dunque a una ricerca di soluzioni alternative, di
nuove configurazioni consce dell’angoscia novecentesca e poi postmoderna, ma non rinunciatarie né nichiliste.
UN’AUTRICE CONTEMPORANEA, PIÙ CHE MODERNA
Per tutte queste ragioni risulta allettante l’invito del Centre Pompidou Metz, che propone un viaggio nel Palazzo della signora Nevelson. Prendendo come titolo quello di un’installazione del 1977, Mrs. N’s Palace appunto, la monografica a lei dedicata esplora soprattutto il lato più “ambientale” della sua produzione, quello degli environment. Prima mostra in Francia dal 1974, annunciata come la più ambiziosa retrospettiva fin qui realizzata in Europa, la rassegna ha anche il merito di avvicinare la lettura della sua opera al contemporaneo, più che al moderno. L’artista viene infatti esplicitamente associata alla teoria relativa agli happening di Allan Kaprow e a quella sul campo espanso di Rosalind Krauss; il legame col Surrealismo, poi, viene contemplato tramite la presenza di composizioni scultoree degli Anni Quaranta e Cinquanta, ma viene reso evidente come l’influenza di Breton e soci sia stata precocemente sublimata.
È dunque una Nevelson idealmente nostra contemporanea, quella che emerge a Metz. Non mancano esempi di altri lavori, dalle singole forme totemiche a opere da parete come gli Untitled di inizio Anni Ottanta. Ma l’estetica prevalente è quella del “muro”: ampie composizioni che si dispiegano senza freni in altezza e in larghezza, nelle quali i materiali di recupero (legni provenienti da vecchi arredi, allo stesso tempo riconoscibili e sublimati in fregi astratti) vengono unificati dalla pittura nera, bianca oppure dorata che li ricopre. Il visitatore si trova di fronte a una sorta di quinta teatrale che dichiara la sua natura costruita ma rimane dotata di una presenza concreta ed effettiva, fortemente antidecorativa. I sottintesi, favoriti dai titoli, sono via via architettonici (Sky cathedral III, 1959), botanici (Tropical garden, 1957, e Rain forest wall, 1967), lirici (Dawn’s presence II, 1969-75), cosmici (Homage to the universe, 1968), esotici (Tropical garden II, 1957) o “esoterici” (Black secret wall, 1970).
DISPOSITIVI DA RIATTIVARE
Nonostante la loro ambiziosa e sovradimensionata costruzione, queste opere sono tutto fuorché monumentali. Si tratta invece di dispositivi, di installazioni ambientali che intendono aprire e scardinare, rivoluzionare lo spazio che le accoglie. Tanto più che, all’epoca, questi muri furono realizzati nell’ottica di dar vita a veri e propri environment, situazioni avvolgenti che basavano la propria efficacia anche su un preciso utilizzo della luce - volàno per un prolungamento ideale delle geometrie concretamente presenti nell’opera. Con slancio filologico, il progetto dell’esposizione a Metz consiste dunque anche nel “riattivare” alcune di queste opere, cercando di avvicinarsi il più possibile alla situazione originale. Per quanto statiche, si tratta in un certo senso di opere-happening: performance implicite dotate di una temporalità allargata, che coinvolgono il visitatore (mediante il suo rapporto immediato con l’ambiente), l’autrice (tramite il suo gesto di recupero e riassemblaggio) e gli oggetti stessi (che portano nell’opera la memoria della loro “vita

A
WIESBADEN, IL SERRATO DIALOGO TRA BIDIMENSIONE E TRIDIMENSIONE

La rivoluzione linguistica di Louise Nevelson non si basa solo sulle opere installative di grande impatto. Un altro capitolo fondamentale della sua esplorazione è quello relativo alle opere da parete, collage/assemblaggi nei quali si instaura un dialogo tra tridimensione e bidimensione che viene portato all’estremo fino a raggiungere una sorta di equivalenza tra i due termini, una conciliazione degli opposti. Su questo tipo di lavori si concentra un’altra monografica a lei dedicata: The poetry of searching, fino al 15 marzo al Museum Wiesbaden, in Germania, propone infatti dieci esemplari di ricerca scultorea ma soprattutto cinquanta collage tratti da diverse fasi della sua carriera. Ne risulta un ampio catalogo di forme espresse oppure potenziali, di geometrie sottilissime e di sorprendenti trasfigurazioni di qualsiasi tipo di materia, anche la più povera. Così come le installazioni sono lavori da vivere nello spazio ma anche da leggere come diagrammi, a loro volta i lavori bidimensionali contengono un grado di intensità e apertura spaziale tale da consentire una lettura “fisica”, architettonica. Osservando questi collage, appare lontanissima, superata e smontata dall’interno l’idea assoluta, astratta e “piatta” di superficie che fu propria del Modernismo.
precedente”). Una sorta di ipotetico macchinario, insomma, che agisce e si reinnesca ogni volta che qualcuno si trova al suo cospetto e ne percorre le forme con lo sguardo e con i propri spostamenti.
RAGIONE E TRASCENDENZA
La componente di ragionata innovazione linguistica è dunque certamente uno degli elementi forti. Ma in Louise Nevelson c’è un grado ulteriore di complessità, adeguatamente sottolineato dalla mostra del Pompidou, che la rende particolarmente adatta a essere un punto di riferimento per i nostri tempi. La sua figura fa convivere infatti, senza timore di cadere in contraddizione, spunti eterogenei. Nella gamma dei suoi interessi si affiancano senza soluzione di continuità, sommandosi man mano e potenziandosi a vicenda, ambiti come lo studio dell’euritmia, la scoperta delle culture tradizionali del Centroamerica, le sperimentazioni nel campo della danza contemporanea, le teorie femministe. E non va trascurata la volontà di autorappresentarsi facendo coincidere persona e personaggio, arte e vita, curando la propria immagine fino a diventare un’ispirazione eccentrica per il mondo della moda. Alle componenti razionali si affiancano dunque anche slanci istintivi, immaginifici, “trascendenti”. E va in questa direzione anche l’atmosfera di mistero goticheggiante che si sprigiona da molti suoi environment, così come la componente di
trasmutazione quasi alchemica data dalla colorazione del legno, in particolare quella dorata. Una mescolanza di ambiti diversi esplicitamente rivendicata, d’altronde. “I miei lavori sono lo specchio della mia coscienza”, dichiarò. “Contengono un ‘oltre’, che qualcuno potrebbe chiamare mistero. Comprendono la consapevolezza dell’amore, del dolore, delle emozioni umane. Lo stesso, del resto, vale per i giorni che viviamo: ognuno di essi è un mondo. Arriva l’alba, cade il crepuscolo. Qualcuno lo chiama giorno. Io lo chiamerei eternità”
Fino al 31 agosto 2026
LOUISE NEVELSON
MRS. N’S PALACE Centre Pompidou Metz 1, Parvis des droits de l’homme, Metz centrepompidou-metz.fr
nella pagina a fianco: Louise Nevelson, Rain Forest Wall, 1967, © Estate of Louise Nevelson. Licensed by Artist Rights Society (ARS), NY/ADAGP, Paris / Photo : © Collection Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam / Photography: Tom Haartsen a sinistra: Louise Nevelson, Rain Forest Column XXXI, 1967, © Estate of Louise Nevelson. Licensed by Artist Rights Society (ARS), NY/ADAGP, Paris
in alto: Louise Nevelson, 1976, © Archives of American Art, Smithsonian Institution / Lynn Gilbert
ANSELM KIEFER / MILANO
Un paravento di donne da riscoprire.
Kiefer e le sue alchimiste a Milano

di Giulia Bianco
Tra gli artisti più autorevoli del momento e figura di rilievo nel panorama dell’arte contemporanea internazionale, Anselm Kiefer (Donaueschingen, 1945) rende omaggio alle alchimiste con un nuovo ciclo pittorico: 42 teleri dedicati a donne che attraverso l’alchimia hanno dato un contributo fondamentale alla nascita della scienza moderna. Il ciclo è stato concepito appositamente per la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, a Milano, in una mostra a cura di Gabriella Belli
IL
E
DIALOGO TRA KIEFER
LA SALA DELLE CARIATIDI
Le opere dialogano in modo unico con l’architettura della sala, dove l’incendio causato dalle bombe degli alleati nel 1943 ha gravemente danneggiato i corpi delle 40 sculture delle donne di Caria (le Cariatidi) che sorreggevano la balconata perimetrale.
“Quando per la prima volta ho visitato questa sala l’ho trovata subito molto affascinante”,

spiega Kiefer riguardo a quanto la sua visita nel gennaio del 2024 sia stata importante per l’ispirazione delle opere in mostra, “ed è forse così affascinante e bella perché è stata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi appare molto più astratta e molto più bella forse di un tempo. In Italia quando qualcosa viene distrutto viene poi ripristinato, ma non viene restaurato come invece farebbero i tedeschi, perché gli italiani sono più eleganti. Sono rimasto davvero molto impressionato e mi è venuta ben presto questa idea delle Alchimiste perché avevo letto in passato molto sull’argomento di queste donne che erano importanti quanto gli uomini, perché avevano condotto indagini, esperimenti di medicina, chimica e fisica esattamente come gli uomini e forse alcuni appunto ancora non lo sanno Ho pensato che le Cariatidi fossero davvero molto affascinanti così ho iniziato a dipingere molti quadri traendo proprio ispirazione da queste. All’inizio volevo appendere le mie opere in alto, ma questo non era possibile”. Uno degli elementi caratterizzanti della sala,

oltre alle statue mutilate, sono gli specchi. Anche questi hanno un ruolo importante per l’artista, che nel suo atelier è in grado di riprodurre il contesto nel quale le sue opere verranno messe in mostra. “Gli specchi integrano un po’ la funzione di paravento dei teleri, l’interazione tra ciò che viene nascosto e ciò che viene svelato e riproducono, come se fossero qualcosa di non reale, la mostra e le tele Conoscete la definizione di Karl Marx e il materialismo dialettico? Ecco gli specchi e i paraventi assolvono questa funzione”
Di queste grandi opere di pittura, 8 sono allestite nella Sala del Piccolo Lucernario
CHI SONO LE ALCHIMISTE?
La mostra costruisce un pantheon al femminile con un’operazione di recupero storico che riflette sul vissuto di queste donne di cui non si sapeva quasi nulla fino a qualche decennio fa. Eroine o streghe? Proto-scienziate o ciarlatane? Le Alchimiste erano donne senza dubbio sapienti, dotate di grande intelligenza intuitiva, visionarie e resilienti, che sono state
marginalizzate, perseguitate e talvolta condannate. Tra queste figure emerge Caterina Sforza, anche per il suo legame con Milano, del cui duca Galeazzo Maria Sforza era figlia. Scienziata, condottiera e autrice di un raro manoscritto contenente più di 450 ricette per medicamenti, cosmetici e formule alchemiche. Di lei si dice anche che avesse battuto moneta, trovando la formula per trasformare il metallo in oro, per salvare le finanze dei territori di Forlì e Imola di cui era reggente. A lei seguono Isabella Cortese, a cui è attribuito uno dei più celebri libri di segreti del Rinascimento; Cleopatra l’alchimista, una delle pochissime donne a cui le fonti greche attribuiscono un ruolo
autoriale nella tradizione alchemica; Cristina di Svezia, figlia di Gustavo II Adolfo Vasa e di Maria Eleonora di Brandeburgo, che trasformò Stoccolma in un centro di mecenatismo europeo; Margaret Cavendish, una delle pochissime filosofe del Seicento autrice di opere che intrecciavano metafisica, poesia e scienza; Mary Anne Atwood, figura chiave della ricezione “spirituale” dell’alchimia nell’Ottocento inglese; Perenelle Flamel, ricca benefattrice, collaboratrice e moglie dell’alchimista Nicolas Flamel; Marie Meurdrac, chimica autodidatta e pioniera della divulgazione scientifica femminile; Anne Marie Ziegler, alchimista di corte nella Germania riformata condannata al rogo
LA MOSTRA COME UN PROCESSO ALCHEMICO. PAROLA ALLA CURATRICE GABRIELLA BELLI

La pittura di Kiefer è un gioco di aggiunte, con elementi in evidente rilievo rispetto alla tela e una materia pittorica importante. Qual è la relazione che si genera con uno spazio che, invece, è fortemente caratterizzato dall’assenza, dalla mancanza, dalla distruzione?
La scelta di esporre nella Sala delle Cariatidi non è casuale perché quel luogo è un simbolo – come è noto –della violenza della Seconda Guerra Mondiale. Kiefer interviene con una pittura potente, sia nel gesto che nella forma, che realizza utilizzando non solo pasta pittorica, ma anche molti altri materiali “alchemici”, come sabbia, terra, cenere, piombo e oro, tanto oro. Il risultato è un corpo a corpo tra il visitatore e le tele, che incombono nello spazio, lo abitano con tutta la forza del gesto pittorico, quasi in contrasto con il “silenzio” delle pareti dove mute e ferite stanno le Cariatidi. La sua pittura dà un nuovo significato allo spazio, trasformando la polvere delle macerie in una nuova forma di bellezza e conoscenza.
Tra gli specchi e le figure che incombono, il visitatore pare non essere solo spettatore, ma parte attiva di un processo lungo la mostra. Cosa ne pensa? È questo ciò che Kiefer ha immaginato per la sala. Non semplici osservatori, ma veri e propri protagonisti di questo raduno di talenti femminili ora riscoperti. Le grandi tele si impongono invadenti agli occhi del visitatore e gli specchi, che moltiplicano all’infinito lo spazio, costringono il pubblico a rivedersi nel riflesso del quadro, quasi a farne parte. Non più a distanza di sicurezza, le persone camminano tra le opere, accanto alle Alchimiste che risalgono alla superficie del quadro come in una resurrezione. È un invito a non restare passivi, a sentire che la storia e la conoscenza di cui parla l’artista riguardano anche noi, qui e ora, nel nostro presente.
“Le Alchimiste” sono figure femminili in qualche modo affidate a un artista uomo, ma che poi, con la curatela della mostra, ritornano nelle mani di una donna. C’è qualcosa di alchemico in questo stesso passaggio? In questo senso, la mostra è un sistema di conoscenze che vengono condivise?
È un’epifania, del sapere, delle donne, della conoscenza. Kiefer ha il merito di aver riportato alla luce dall’oscurità della storia le Alchimiste, oggi finalmente riconosciute come partecipi ai primi passi della scienza moderna. Ha ridato loro un nome, un volto, una presenza. E dall’energia creativa dell’artista questo sapere passa alla consapevolezza del pubblico, che attraverso il linguaggio della pittura, dell’arte, si apre a nuove conoscenze, più profonde, che toccano temi importanti come il vissuto del femminile nella società, il significato della ricerca e dello studio per il bene comune, il valore della dimensione esoterica, non come magia o inganno, ma come passaggio verso la spiritualità. (Vittoria Caprotti)
nel 1575 per le sue teorie ritenute scellerate e tracotanti; Sophie Brahe, figura-ponte tra cultura cortigiana e laboratorio. Ma Kiefer non ne narra le biografie, con le sue opere piuttosto assistiamo ad un evento: una rivelazione, grazie anche alle forti emozioni suscitate da questo ciclo di opere, questo raduno di donne che avanza nella Sala delle Cariatidi.

Fino al 27 settembre ANSELM KIEFER LE ALCHIMISTE
A cura di Gabriella Belli Palazzo Reale
Piazza Del Duomo 12, Milano palazzorealemilano.it
nella pagina a fianco: Anselm Kiefer, Sophie Elisabeth von Clermont, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi, piombo, acciaio, cotone, argilla, silicone e collage di tela su tela. 570 × 280 cm. © Anselm Kiefer.
Photo Nina Slavcheva
Anselm Kiefer Perenelle Flamel, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi, carboncino e collage di tela su tela. 570 × 280 cm. © Anselm Kiefer. Photo Nina Slavcheva Anselm Kiefer, Madame de la Martinville, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi, argilla, carboncino e collage di tela su tela. 570 × 280 cm. © Anselm Kiefer.
Photo Nina Slavcheva a sinistra: Gabriella Belli. Photo Ela Bialkowska OKNO studio in alto: Anselm Kiefer. Photo Paolo Pellegrin
Le polaroid di Luigi Ghirri protagoniste della sua prima mostra istituzionale a Prato
di Ines Valori
Tra un uso concettuale del medium e una costruzione dell’immagine che suscita empatia, è qui che si inserisce la ricerca di Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Reggio Emilia, 1992), tra i fotografi italiani più noti a livello internazionale per i suoi scatti in cui convivono temporalità diverse e paesaggi stratificati. Una ricerca ampia e variegata che si sviluppa in diversi ambiti, come la collaborazione tra il fotografo italiano e l’azienda Polaroid, a cui il Centro Pecci di Prato ha deciso di dedicare una grande mostra.
LA MOSTRA
Curata da Chiara Agradi e dal direttore Stefano Collicelli Cagol (in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri), Luigi Ghirri. Polaroid ‘79 - ‘83 rappresenta la prima occasione in cui istituzionalmente vengono presentate le fotografie istantanee dell’artista. Nelle sale del museo sono esposte solo le polaroid scattate dal fotografo negli anni compresi tra il 1979 e il 1983, quando l’azienda Polaroid si era interessata alla ricerca di Ghirri e gli aveva fatto recapitare una vasta fornitura di macchine e pellicole. Sono presenti lavori di piccole e grandi dimensioni, frutto di una ricerca personale tra ricordi e viaggi. In particolare vengono proposti i risultati della sperimentazione di Ghirri con la macchina Polaroid 20x24 Instant Land Camera,

fornita dalla Polaroid nel 1980. Si tratta di opere scattate nello studio fotografico dell’azienda; vengono ritratti in questa occasione oggetti appartenenti all’artista, che egli stesso aveva portato ad Amsterdam dall’Emilia.
UNA STRATIFICAZIONE DI MEMORIE
Le immagini si svelano trasmettendo un forte senso di appartenenza, di familiarità e intimità,

elementi al centro della sua poetica. Talvolta con leggera ironia Luigi Ghirri esplora il reale ed espone il proprio mondo interiore, abitato da oggetti vissuti, quotidiani. Come impressioni sovrapposte, come stratificazioni di memorie, il sentimento individuale davanti all’opera di Ghirri diventa universale e condiviso, valorizzando un’empatia forte che unisce, conforta. Non sono le opere a cui il fotografo ci ha abituati, allontaniamo i paesaggi italiani e chiamiamo invece lo sfarzo delle calotte medievali, abbracciamo la gioia infantile dei palloncini colorati e ci nascondiamo tra le righe di uno spartito musicale. Ci perdiamo e salutiamo il rosso orizzonte di un doppio tramonto sul mare.
NON SOLO MOSTRE, MA ANCHE ATTIVITÀ INCLUSIVE AL CENTRO PECCI
In occasione della mostra dedicata a Luigi Ghirri, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci si attiva con alcune attività utili a portare avanti il proposito di inclusione e maggiore partecipazione perseguito dal direttore Stefano Collicelli Cagol. Una delle proposte consiste in un ciclo di visite guidate tra le fotografie di Ghirri ad opera di esperti, volte a focalizzare il discorso su suggestioni e interpretazioni personali.
Fino al 10 maggio
LUIGI GHIRRI.
A cura di Chiara Agradi e Stefano Collicelli Cagol Centro Pecci
Viale della Repubblica, 277 - Prato centropecci.it
POLAROID ‘79 – ‘83
in alto: Luigi Ghirri, Amsterdam, 1981, 60x80 cm.
Courtesy Eredi di / Heirs of Luigi Ghirri a sinistra: Centro Pecci Prato, Luigi Ghirri Polaroid '79-'83. Photo Andrea Rossetti
Il ruolo delle Fondazioni bancarie
nei progetti espositivi. Parola a Gilberto Muraro

di Marta Santacatterina
Le grandi mostre ricevono spesso il sostegno delle fondazioni bancarie, enti che possono rivestire il ruolo di sponsor mediante stanziamento di fondi, oppure partecipare attivamente alla messa a punto dei progetti. La Fondazione Cariparo, ad esempio, da più di vent’anni organizza e promuove le esposizioni allestite nei palazzi Roncale e Roverella di Rovigo – ora è in corso Zandomeneghi e Degas – e l’alta qualità della proposta culturale ha contribuito a un autentico rilancio della città. Ne abbiamo parlato con Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
Quali motivazioni hanno spinto la Fondazione Cariparo a investire fortemente sulle grandi mostre?
L’obiettivo primario è la crescita culturale della comunità, unita all’attrattività del territorio intesa come leva di sviluppo economico. Oltre a favorire il consumo culturale – anche delle nuove generazioni –, la Fondazione punta a generare un indotto diretto per gli esercizi commerciali e a creare occupazione stabile nel settore.
Quali effetti può avere un programma di esposizioni continuativo su una città come Rovigo?
Una programmazione stabile costruisce reputazione e trasforma la città in un polo di attrazione turistica di rilievo nazionale e internazionale. Rovigo è oggi una sede espositiva
riconosciuta, capace di attrarre visitatori non solo dalle regioni limitrofe, ma anche da grandi centri come Milano e Torino, e ciò anche grazie a prestiti d’eccezione da musei esteri.
Una ricerca del 2018 relativa agli impatti delle mostre sul contesto territoriale ha svelato che ogni euro investito dalla Fondazione ha generato 1,61 euro addizionali nell’economia locale. L’altro dato interessante è che dal 2006 a oggi Rovigo è stata visitata da oltre 1 milione e 200 mila persone. Quindi conviene investire in cultura?
Assolutamente sì. I numeri confermano che l’investimento produce rendimenti sociali ed economici misurabili. La cultura è stata un motore per la riqualificazione urbana e per il potenziamento del sistema di accoglienza e ristorazione di Rovigo. Le mostre, infatti, rappresentano il motivo principale di visita per i turisti, attivando filiere locali che beneficiano dalla loro presenza.
La Fondazione partecipa anche alle decisioni strategiche sulla programmazione e l’organizzazione delle mostre?
Sì, la Fondazione ha un ruolo centrale: grazie a un’apposita convenzione, gestisce Palazzo Roverella in collaborazione con il Comune – proprietario dell’immobile – e l’Accademia dei
Concordi, ma le decisioni circa la programmazione, la promozione e la direzione operativa rimangono in capo alla Fondazione.
Quali sono le linee guida per la definizione dei progetti espositivi?
Le mostre vengono pianificate con circa tre anni di anticipo per garantire prestiti internazionali di rilievo. Le linee guida differenziano le due sedi: Palazzo Roverella punta su rassegne d’arte tra ’800 e ’900 e su mostre dedicate ai maestri della fotografia; Palazzo Roncale offre esposizioni gratuite finalizzate alla valorizzazione di temi o personaggi legati a Rovigo e al Polesine. Il percorso include l’ideazione scientifica, la definizione di un budget sostenibile, l’appalto dei servizi a operatori specializzati e il monitoraggio finale dei risultati.
Per il futuro la Fondazione intende sostenere le attività culturali con lo stesso impegno?
La continuità è un pilastro della nostra strategia. Il piano triennale 2025-2027 prevede erogazioni complessive per 195 milioni di euro, confermando il medesimo impegno. Stiamo inoltre investendo nelle infrastrutture, ad esempio nel rifacimento del cortile di Palazzo Roverella, per migliorare l’accoglienza e la sostenibilità delle sedi.

MILANO
Dal 27 gennaio al 21 giugno
METAFISICA/METAFISICHE
MILANO METAFISICA
Museo del Novecento museodelnovecento.org
Dal 2 febbraio al 14 giugno
I MACCHIAIOLI
Palazzo Reale palazzorealemilano.it
Dal 30 gennaio al 26 luglio
GIOVANNI GASTEL
Palazzo Citterio palazzocitterio.org
Dal 7 febbraio al 27 settembre
ANSELM KIEFER – LE ALCHIMISTE
Palazzo Reale
palazzorealemilano.it
Fino al 17 maggio
ROBERT MAPPLETHORPE.
LE FORME DEL DESIDERIO
Palazzo Reale palazzorealemilano.it
GENOVA
Dal 19 marzo al 19 luglio
VAN DYCK L’EUROPEO.
IL VIAGGIO DI UN GENIO
DA ANVERSA A GENOVA A LONDRA
Palazzo Ducale di Genova palazzoducale.genova.it
TORINO
Fino al 28 giugno
CHIHARU SHIOTA: THE SOUL TREMBLES
MAO – Museo d'Arte Orientale maotorino.it
Fino al 10 maggio
LAURE PROUVOST | ELECTRIC DREAMS
OGR Torino ogrtorino.it
PRATO
Fino al 10 maggio
LUIGI GHIRRI. POLAROID ’79 - ’83
Centro Pecci centropecci.it
FIRENZE
Dal 14 marzo al 23 agosto
ROTHKO A FIRENZE
Palazzo Strozzi palazzostrozzi.org
Dal 25 marzo al 13 settembre
GEORG BASELITZ - AVANTI!
Museo Novecento museonovecento.it
NAPOLI
Fino al 31 dicembre
PIETRO LISTA – IN CONTROLUCE
MADRE – Museo d'Arte Contemporanea Donnaregina madrenapoli.it
Fino al 26 aprile
METAMORFOSI
Museo di Capodimonte capodimonte.cultura.gov.it
UDINE
Fino al 12 aprile
CONFINI DA GAUGUIN A HOPPER. CANTO CON VARIAZIONI
Villa Manin villamanin.it
VENEZIA
Dal 28 marzo al 22 novembre
JOSEPH KOSUTH
Casa dei tre oci berggruen.org/centers/venice
Fino al 22 novembre
BIZHAR BASSIRI – PRINCIPE. IL NOTTAMBULO DEL PENSIERO
MAGMATICO
Museo Correr visitmuve.it
Fino al 28 giugno
BAROCCO. IL GRAN TEATRO DELLE IDEE
Museo Civico San Domenico mostremuseisandomenico.it
CITTÀ DEL VATICANO
Fino al 18 aprile
L'IRREFRENABILE CURIOSITÀ
Musei Vaticani museivaticani.va
BOLOGNA
Dal 4 febbraio al 3 maggio
JOHN GIORNO: THE PERFORMATIVE WORD
MAMbo di Bologna museibologna.it/mambo
Fino al 26 aprile
MICHAEL E. SMITH
Palazzo Bentivoglio palazzobentivoglio.org
Fino al 3 giugno
MICHELANGELO PISTOLETTO
DALLA CITTADELLARTE ALLO STATO
DELL'ARTE
Palazzo Boncompagni palazzoboncompagni.it
Fino al 6 aprile
GRAPHIC JAPAN. DA HOKUSAI AL MANGA
Museo Civico Archeologico museibologna.it/archeologico/
MONTEFALCO
Fino al 3 maggio
STEVE MCCURRY – UMBRIA
Complesso museale San Francesco museomontefalco.it
L'AQUILA
Fino al 6 aprile
ANDREA PAZIENZA
LA MATEMATICA DEL SEGNO
MAXXI L'AQUILA maxxilaquila.art
ROMA
Dal 2 aprile al 20 settembre
TRAGICOMICA.
PROSPETTIVE SULL’ARTE ITALIANA
DAL SECONDO NOVECENTO A OGGI MAXXI maxxi.art
Dal 17 marzo al 12 luglio
MARIO SCHIFANO
Palazzo delle Esposizioni palazzoesposizioniroma.it
Fino al 14 giugno
BERNINI E BARBERINI
Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma
Palazzo Barberini barberinicorsini.org
Fino al 6 aprile
UNA ROMA
MACRO – Museo d'Arte Contemporanea di Roma museomacro.it
Fino al 3 maggio 2026
TESORI DEI FARAONI
Scuderie del Quirinale scuderiequirinale.it





























