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Mestieri d'Arte - Viaggi

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VIAGGI
Haute Joaillerie, place Vendôme since 1906

Zip Antique Necklace transformable into a bracelet

QUEL CERTO NON SO CHE L’Italia riflessa negli occhi del mondo

L’Italia prende forma attraverso secoli di sguardi: dalle tappe del Grand Tour

alle botteghe che hanno plasmato identità e territori. Un percorso che rivela la forza del nostro Genius loci e la sua inesauribile capacità di attrarre e ispirare.

di Alberto Cavalli

La pratica della “visita” all’Italia, conosciuta come Grand Tour, inizia già dal XVI secolo: aristocratici, architetti, artisti e politici inglesi, olandesi, francesi e tedeschi valicano le Alpi e visitano le nostre città ma anche i giardini, le campagne, le ville di delizia, le isole… e naturalmente le botteghe degli artisti, degli artigiani, degli artefici di opere magnifiche che, dai territori della Penisola, vanno a rappresentare in tutto il mondo un’identità italiana prima ancora che l’Italia, come nazione, esistesse.

Sono proprio questi viaggiatori, pellegrini del bello e dell’interessante, a portare nei secoli il contributo maggiore alla formazione dell’immagine dell’Italia: un’Italia «bella» che costituisce il primo centro di riflessione sull’identità di un Paese giovane, ma già così antico nella sua desiderabilità. Frantumata in centinaia di stati indipendenti, l’Italia è infatti vista dai viaggiatori come unità spirituale, meta da raggiungere, officina di rivoluzioni artistiche e scientifiche da conoscere: diventa quindi la destinazione privilegiata di quella istituzione che era il Grand Tour, nel cui specchio l’Italia stessa assume coscienza di sé, dell’identità dei propri territori, della specialità del proprio carattere.

La visita all’Italia, che trova in Roma il suo fulcro, include però anche altre realtà che colpiscono per la ricchezza e l’autenticità dei luoghi: di Genova e Napoli si ricordano infatti più gli aspetti paesaggistici che monumentali, e di Venezia si celebra il

cosmopolitismo, la mondanità, la produzione artigianale di altissimo livello.

Questo Genius loci viene raccontato nelle pagine che seguono attraverso un’analisi contemporanea di questo spirito proteiforme, innovatore e ispiratore che oggi chiamiamo made in Italy, ma che in realtà non è una semplice indicazione geografica: è un nucleo radiante di storie, di passioni, di mestieri e di visioni che non ha mai smesso di attirare a sé, con la sua energia vitale, gli sguardi di tutti coloro che amano la bellezza.

Da Nord a Sud, da Est a Ovest, la geografia italiana diventa storia: o per meglio dire, diventa “storie” – storie di persone e di tecniche, di materiali e di mestieri, che abbiamo raccolto con cura e raccontato con entusiasmo. Confidando che anche oggi, tra coloro che percorrono il nostro Paese alla ricerca di tesori, vi sia chi – come Montesquieu, che proprio in Italia trovò ispirazione per scrivere la definizione di “gusto” nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert – riconosca nell’utilità del bello, nella poesia del fare, nell’italianità del gesto quel vantaggio competitivo che forse non si può misurare, ma che fa tutta la differenza: quel “certo non so che”, appunto, che pur sfuggendo a ogni definizione precisa non sfugge tuttavia allo sguardo innamorato. Buona lettura! •

indice

5 EDITORIALE

Quel certo non so che

Alberto Cavalli

18 Album

Stefania Montani

28 Dolcemente viaggiare

Elena Odelli

34 Atlante delle gemme erranti

Alba Cappellieri

42 Il lusso di custodire in viaggio

Michele Cariati

50 Il mondo secondo Leonardo Frigo

Francesco Rossetti Molendini

58 Il tempo che scorre su ruote antiche

Anna Carmen Lo Calzo

64 Mappe che raccontano ciò che cambia

Alessandro Pilot

70 Sui binari dell'eleganza

Ugo La Pietra

76 Geografie da abitare

Nurye Donatoni

82 La poesia del navigare

Andrea Bertuzzi

90 Le rotte immaginarie di Paolo Rui

Luca Bergamin

98 L'ago che attraversa mondi

Susanna Pozzoli

104 Il Grand Tour in Italia di Doppia Firma

Alessandra de Nitto

112 Roma artigiana, meraviglia viva

Matteo Parigi Bini

116 English Version

14

Quando il mondo entra nelle botteghe

Ugo La Pietra

16

L'Italia che abita la memoria Maurizio di Robilant

114

Dove nasce lo stile italiano

Franco Cologni

MESTIERI D’ARTE & DESIGN. CRAFTS CULTURE

Semestrale – Anno 17 – Numero 32 - Aprile 2026 mestieridarte.it

DIRETTORE RESPONSABILE

Alberto Cavalli

DIRETTORE EDITORIALE

Franco Cologni

DIREZIONE ARTISTICA

Lucrezia Russo

CONSULENTE EDITORIALE

Ugo La Pietra

REDAZIONE

Susanna Ardigò

Alessandra de Nitto

Lara Lo Calzo

Francesco Rossetti Molendini

TRADUZIONI

Giovanna Marchello

PRESTAMPA E STAMPA

Grafiche Antiga Spa

MESTIERI D’ARTE & DESIGN. CRAFTS CULTURE

è un progetto della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte

Via Lovanio, 5 – 20121 Milano fondazionecologni.it © Fondazione C ologni dei Mestieri d’Arte

Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione, seppur parziale, di testi e fotografie.

PUBBLICITÀ E TRAFFICO

Mestieri d'Arte Srl

Via Statuto, 10 – 20121 Milano

IN COPERTINA:

Paolo Rui, Duomo, acrilico su tela, 50 × 40 cm, 1995. Opera utilizzata nel 2004 per promuovere un messaggio di pace durante le manifestazioni contro la Guerra in Iraq. Inserita nel progetto Milano Postcards , è stata esposta in diversi contesti, tra cui la Galleria Vittorio Emanuele a Milano.

Artigiani della parola

I caratteri tipografici fanno parte della collezione della Tipoteca Italiana (www.tipoteca.it)

Luca Bergamin

Scrive e viaggia da sempre, con lo sguardo di un esploratore curioso. Autore di libri e collaboratore di Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, racconta luoghi e storie con uno stile appassionato e radicato nella realtà dei territori e delle persone. Andare a piedi e incontrare dal vivo è l’unico modo che conosce per essere autentico.

Alba Cappellieri

Professore Ordinario al Politecnico di Milano, dove dirige i programmi sul gioiello e l’accessorio moda, il Master in Jewelry and Fashion Accessories e in Fashion Tech. Ha fondato e diretto il Museo del Gioiello di Vicenza e cura pubblicazioni e mostre per le principali Maison del lusso.

Andrea Bertuzzi

Michele Cariati

Si è laureato in Storia e Critica dell’Arte, maturando un particolare interesse per lo studio delle arti applicate. Lavora nel Sourcing Department della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship, dove si occupa in particolare di ricerca e sviluppo progetti.

Caporedattore di The Good Life Italia, ha maturato una lunga esperienza nel settore luxury. Collabora, fra gli altri, con Domus e Fondazione Dynamo. Conduce dal 2017 il Dreamers Day, evento dedicato ai sognatori. Ha scritto il libro per bambini Artùpertu con Enrica al museo, in collaborazione con il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia.

Alessandra de Nitto

È direttore editoriale della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. Laureata in Lettere e Filosofia con indirizzo Storia dell’Arte, si occupa dell’attività della Fondazione Cologni, con particolare riferimento alle numerose pubblicazioni, all’attività espositiva e alle varie iniziative di valorizzazione dell’alto artigianato portate avanti nell’ambito della sua mission.

Maurizio di Robilant

È Fondatore e Presidente di Robilant, la prima branding agency italiana. Dopo una lunga esperienza nella consulenza d’impresa e a sostegno del made in Italy, nel 2014 decide di mettere la propria competenza al servizio del Paese ideando il progetto della Fondazione Italia Patria della Bellezza, per trasformare il suo straordinario potenziale di bellezza in una risorsa strategica di sviluppo economico e sociale.

Laureata in conservazione dei beni culturali, esperta di artigianato artistico e di tradizione, è direttrice artistica del MAV – Museo dell’Artigianato Valdostano di tradizione. Appassionata esploratrice di territori e saperi, ha ricevuto dalla Fondazione Cologni l’incarico di svolgere una ricerca per la mappatura dei mestieri rari e a rischio di scomparsa in tutta Italia, con l’obiettivo di creare un nuovo elenco delle manualità eccellenti che raccontano le tante facce della cultura italiana.

Ugo La Pietra

Artista, architetto, Compasso d’Oro, designer e soprattutto ricercatore nella grande area dei sistemi di comunicazione. La sua attività è nota attraverso mostre, pubblicazioni, didattica nelle Accademie e nelle Università. Le sue opere sono presenti nei più importanti Musei internazionali.

Susanna Pozzoli

Ex modella internazionale, musa ispiratrice di stilisti come Gianfranco Ferré e Giorgio Armani, archiviate le sfilate e i servizi fotografici, ha trasformato in professione la passione per il mondo del lusso e del made in Italy

Giornalista pubblicista dal 2003, è scrittrice e consulente di comunicazione.

Si occupa di grafica, comunicazione creativa, illustrazione, divulgazione, laboratori artigianali. Sperimenta attraverso carta, creta, parole, legno, sgorbie, colori, stoffa, ago, filo, digitale e stampa a mano. Attinge a ciò che ama di più: la natura, il lavoro manuale, l’arte e il design. Progetta iniziative con il collettivo artistico Balene in volo.

Matteo Parigi Bini

Fotografa cosmopolita, si è specializzata nel ritrarre il mondo artigiano, che racconta con immagini e parole sviluppando parallelamente una ricerca personale, pubblicata ed esposta internazionalmente con continuità. Su incarico di Fondazione Cologni ha coordinato l’edizione 2024 di Homo Faber in Città, creando, promuovendo e fotografando una rete di oltre 70 botteghe di eccellenza.

Francesco Rossetti Molendini

Giornalista, ha pubblicato tre guide alle botteghe artigiane di Milano e una guida alle botteghe artigiane di Torino. Ha ricevuto il Premio Gabriele Lanfredini dalla Camera di Commercio di Milano per aver contribuito alla diffusione della cultura e della conoscenza dell’artigianato.

È editor-in-chief e editore della casa editrice Gruppo Editoriale, che da 30 anni racconta la bellezza dell’Italia attraverso riviste, libri da collezione e guide, tra cui la collana su misura dedicata all’alto artigianato. Un impegno riconosciuto con il prestigioso MAM –Maestro d’Arte e Mestiere di Fondazione Cologni.

Esperto di comunicazione per il mondo dell’alta orologeria, del lusso e dell’alto artigianato, è consulente della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e della Fondazione Michelangelo di Ginevra per il progetto Homo Faber. Ha in corso collaborazioni editoriali con La Stampa, Icon, The Good Life, Homo Faber Guide.

Laureato in Lettere e in Design degli Interni, coordina presso la Fondazione Cologni il Premio MAM –Maestro d’Arte e Mestiere, riconoscimento biennale indipendente che valorizza la straordinaria opera di alcuni dei più significativi protagonisti dell’alto artigianato italiano. Si occupa della stesura di articoli dedicati ai maestri d’arte per varie testate e siti.

Nurye Donatoni
Anna Carmen Lo Calzo
Stefania Montani
Alessandro Pilot
Eliana Odelli

c ato da ugo l a pietra

Dagli apprendisti

medievali agli artisti del Novecento, gli spostamenti tra territori hanno rinnovato tecniche, simboli e tradizioni. Una riflessione che mostra come i mestieri d’arte si evolvano grazie ai legami tra luoghi e persone.

Quando il mondo entra nelle botteghe

Il viaggio. Un principio che, nel mondo delle botteghe dei mestieri d’arte tra Trecento e Quattrocento, veniva praticato dall’apprendista come impegno necessario per essere accettato nella congregazione degli artigiani che lavoravano i metalli, un viaggio tra i diversi laboratori affiliati tra loro. Il viaggio rappresentava l’occasione da parte del giovane per poter accedere ai segreti dei procedimenti di lavorazione del metallo.

Così fu anche per i viaggi intrapresi negli anni Venti da un gruppo di artisti tedeschi –scesi dalla Germania per il “Grand Tour italiano” (spesso praticato da giovani artisti e intellettuali europei) – che arrivati a Vietri sul Mare se ne innamorarono a tal punto da fermarsi in quel paradiso. Il territorio offriva poco, c’erano solo alcune botteghe di ceramisti che realizzavano oggetti troppo poco significativi.

I giovani artisti decisero così di dedicarsi all’antica arte ceramica, e si posero anche il problema sul come farlo e sul cosa rappresentare. Pensarono fosse giusto dare forma ai simboli di quella cultura mediterranea fatta di colori, odori, cibi, persone, cose, verde… cultura che li aveva tanto affascinati da convincerli a lasciare la loro terra di origine. Individuare questi simboli fu il loro primo impegno e, per arrivare a questo risultato, decisero di viaggiare in vari territori bagnati dal mar Mediterraneo. Dopo più di un anno, tornarono a Vietri con il simbolo che, allora, accomunava tutti i luoghi: l’asinello. L’asinello dipinto in verde ramino, quello che ancora oggi sorride ai turisti che visitano la costa Amalfitana. Il viaggio dunque è stato, ed è ancora, il mezzo che porta alla conoscenza, da parte di artisti e designer, di valori legati alla cultura del fare del nostro artigianato e, allo stesso tempo, ha contribuito a rinnovarne la tradizione; questo è il risultato dei viaggi di molti creativi intraprendenti e volenterosi: il progetto è arrivato nelle botteghe artigiane, e grazie al progetto l’attività tradizionale dell’artigiano si è arricchita di nuovi stili e nuovi simboli. Il viaggio dei creativi: negli ultimi decenni spesso è iniziato da Milano, che tutti chiamano “la Mecca del design”, per arrivare a Volterra (e incontrare l’alabastro), a Caltagirone (e riscoprire la ceramica), a Spilimbergo (per lavorare con il mosaico), a Murano (per non dimenticare la meraviglia del vetro).

Dopo più di quarant’anni di questa pratica, che ha visto coinvolti centinaia di creativi e altrettanti artigiani e che mi ha visto impegnato in prima persona nel rinnovamento dei modelli tradizionali nelle varie aree di produzione artigianale, ho potuto teorizzare e sviluppare quello che ho definito, già negli anni Ottanta, il “design territoriale”: un percorso progettuale legato alle diversità, in opposizione ai modelli omologati che derivano dalla cultura globalizzata.

Diversità che esalta il valore del pezzo unico fatto ad arte, capace spesso di essere portatore del genius loci rappresentativo di uno specifico territorio. •

Tra sapori, paesaggi e ricordi, emerge un Paese in cui bellezza e fragilità convivono. Un itinerario che attraversa città, culture e distretti, interrogando il futuro del nostro patrimonio materiale e immateriale.

L’Italia che abita la memoria

Mentre mi accingo a scrivere queste poche righe sul tema del viaggio, l’Italia riceve il riconoscimento dell’UNESCO alla sua cucina, quale Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Assieme alla soddisfazione per il mio Paese m’accorgo di essere già in viaggio tra le tipiche ricette regionali che raccontano non solo le culture locali ma anche e soprattutto i paesaggi e le loro colture, così uniche e caratteristiche in ogni nostro territorio; mi tornano alla mente le parole di Oscar Farinetti, quando magnifica i venti che dal mare risalgono le mille valli degli Appennini dove piante, profumi e sapori s’intrecciano, sempre diversi e sorprendenti… è un viaggio nella memoria di bontà gustate negli anni, di luoghi e personaggi fieri del loro fare, dell’emersione di esperienze condivise con amici che rievocano lo stupore di una scoperta. Così il ricordo di bellezze archiviate che mi riporta in Piazza Anfiteatro a Lucca, in quella scenografica del Duomo di Lecce, o a Cefalù e al babà con gelato del caffè difronte alla Cattedrale, nella cui abside risplende il più bello ed immenso mosaico del Cristo Pantocratore.

Per noi Italiani, il “Grand Tour” ha domicilio stabile nelle coscienze, anche se spesso resta nel fondo sopito dei nostri ricordi, pur tracciando una linea continua ancorata all’incanto del bello. Già, perché la bellezza è una imprescindibile dimensione dell’anima, a cui basta un bel tramonto sul mare a dissolvere il nostro ego mentre cresce il senso di fratellanza se sancito da un’estasi condivisa… dove non c’è bellezza non c’è gioia né armonia, dove non c’è bellezza non c’è neppure giustizia, la vita è, spesso inconsapevolmente, un’eterna ricerca di bellezza che può trovare in Italia la sua Patria elettiva. Da Trento a Siracusa si susseguono ininterrotte migliaia di testimonianze della sua presenza, prende forma in costumi e dialetti, nei paesaggi antropizzati delle sue colline, nell’unicità delle sue 20 capitali, nella inventività dei distretti manifatturieri e nell’incontro con le millenarie epoche architettoniche che l’accompagnano fino al successo del suo Design.

L’eccellenza manifatturiera delle nostre Imprese nasce grazie ad un’attitudine mentale a quel “far bene” che produce il bello, senza il quale non si manifesta la soddisfazione che sta nel DNA del vero made in Italy. Questa non è mai solo un’indicazione geografica, ma un modo di vivere e pensare, una condivisione di comuni destini, un profondo rispetto del tempo e, non ultimo, un piacere che nasce dalla contemplazione…quella della costiera amalfitana, vista da un giardino sospeso a Ravello, o quell’incanto che ho provato, una notte, dove sbucando da un vicolo di Ancona si apre la medioevale Piazza del Plebiscito che, stretta e lunga, sale fino ai piedi di Papa Clemente XII di un marmo bianco illuminato a giorno, posto al centro della scalinata all’ombra dalla Chiesa di San Domenico…Ma nel viaggio intorno a tanta bellezza, non mi nascondo la percezione della sua fragilità, né le minacce alla sua sopravvivenza immolata sull’altare dell’overtourism, così si snatura la nostra ragione di esistere, quella che attrasse tra gli altri Goethe e Stendhal, Turner e Byron. Chiudono i negozi di quartiere, spariscono le botteghe artigiane, tutto a favore di una ristorazione di bassa qualità e rivendite di souvenir prodotti tra Cina e Vietnam. Salveranno e godranno le nuove generazioni di tutto quel retaggio culturale costruito nei secoli, fonte di inesauribile civiltà e bellezza? •

THE WATCHMAKER OF WATCHMAKERS

REVERSO

LENNY KRAVITZ
Jaeger-LeCoultre Boutique
Milano – Torino – Bologna – Firenze – Roma

Album

Bottega Conticelli

Contrada Torraccia

05013 Castel Giorgio (TR) +39 0763 627971 bottegaconticelli.it

Una sedia pieghevole a ombrello in cuoio e metallo, da portare in viaggio, una menorquina con i braccioli rivestiti a manico di racchetta, ideale per essere trasportata con facilità. Delle ceste in cuoio intrecciato di tutte le tonalità, con eleganti maniglie. E poi grandi palloni da calcio, da usare come poltrone, e far rotolare nel punto desiderato per sedersi. Sono solo alcuni esempi della straordinaria creatività e abilità manuale di Stefano Conticelli, che nel suo laboratorio sull’Altopiano dell’Alfina dà vita a un’infinità di complementi d’arredo e giochi di rara qualità. «Tutto è iniziato quando ho costruito un camioncino in legno per i miei nipotini, nel 2007: davanti alla loro gioia ho deciso di dedicarmi a far sorridere e stupire grandi e bambini, riscoprendo il Fanciullino che è in ognuno di noi», ci racconta Stefano. Oltre alla personale inventiva, ha alle spalle una tradizione familiare di eccellenza artigianale nella quale spicca la figura dello zio Marcello, Maestro del ferro, col quale ha

collaborato da ragazzo e dal quale ha appreso tanti segreti del mestiere.

Il capannone del laboratorio è attrezzato di tutto punto: tavoli da lavoro, scaffali con materiali di vario tipo quali feltro, legno, flanella, cuoio, tela, cachemire, cotone, ottone, sgorbie, pinze, martelli, macchine da cucire. È qui che insieme al figlio Francesco e a una decina di esperti collaboratori dà vita alle sue creazioni, in edizione limitata. «In tutte cerco di non tralasciare mai il lato giocoso: infatti il mio logo è un cavallo a dondolo», racconta ancora Stefano. Per viaggi molto speciali, magnifica la Vespa rivestita in cuoio con sacche in tessuto di canapa e lino ritorto in 12 fili, che ha conquistato anche i principi sauditi. «Ho realizzato anche dei bauli con cabina da viaggio, con cerniere e angoliere in ottone battuto a mano, rinforzi in legno di rovere e profili in pelle: possono essere utilizzati sia per trasportare abbigliamento che per arredare».

Una fantasia inesauribile: «Tra le mie produzioni ci sono molti articoli dedicati agli animali, quali coperte per i cavalli, lettini per cani in feltro e cuoio, portaselle in midollino… E anche mobili e lampade in pergamena, ispirati a Gio Ponti. Fatto tutto rigorosamente a mano», conclude con giustificata soddisfazione. In questa fucina di capolavori artigianali non mancano i giochi, sua grande passione, quali il backgammon, i modellini di auto, i cavalli a dondolo. Un mondo di raffinata precisione ed eleganza che si manifesta nei più piccoli dettagli. Stefano Conticelli ha ricevuto il premio MAM – Maestro d’Arte e Mestiere e non è un caso se i suoi pezzi sono oggetti da collezione per celebri industriali che rappresentano l’eccellenza del prodotto italiano.

Mappamondi Zoffoli

Via Ungheria, 5 47921 Rimini +39 0541 629566 zoffoli.com

Italo Zoffoli, abile ebanista che aveva aperto la sua bottega a Rimini nel 1949, eccelleva soprattutto nella capacità di tornire e modellare tavoli, gambe di letti, mobili nei diversi stili, a seconda del desiderio dei clienti. Ma la sua passione era un’altra: terminato il lavoro Italo si dedicava alla ricerca e allo studio delle carte geografiche antiche. Le studiava, le ritagliava a mano una per una, le assemblava con cura sopra sostegni in legno precedentemente preparati, costruiva mappamondi che poi faceva acquerellare dalle sue figlie e da alcune suore in un monastero sopra Rimini. Piccoli capolavori che divennero di colpo famosi quando Zoffoli decise di trasformarli in contenitori, aprendoli e proponendoli come mobile bar. Era il 1963 e grazie a questa idea geniale Italo vinse il premio Tornio d’Oro assegnatogli dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Da allora non si contano i successi dei suoi mappamondi, che cominciarono a essere richiesti anche all’estero, Francia, Germania, Stati Uniti, comparendo spesso sui set cinematografici. Oggi a

continuare la tradizione c’è un nipote di Italo, Mattia, che ha ereditato lo stesso spirito di intraprendenza e l’amore per l’artigianato.

«Io ho la stessa passione che animava Italo», confida Mattia.

«Per questo continuo nel segno della sua produzione. Però ho affiancato anche una seconda proposta, allargando il campo a nuovi materiali e dando vita a Living, in collaborazione con alcuni designer, che propone una collezione di oggetti di design creati con materiali pregiati. Le nostre mappe sono frutto di una ricerca e di una selezione accurata da parte dei nostri artigiani. Ci sono diversi tipi di cartografie, con la possibilità di scegliere secondo il proprio gusto. Tanti sono oggi i nostri modelli e tante le collezioni pensate per ogni tipo di ambiente».

Conclude Mattia Zoffoli: «Oggi come allora i nostri mappamondi sono realizzati nei nostri laboratori con estrema cura, a partire dalla certosina selezione delle materie prime. Per garantire la qualità, una parte delle lavorazioni continua a essere realizzata e decorata a mano, rendendo così ogni mappamondo un pezzo unico, proprio come quelli confezionati da Italo Zoffoli negli anni Cinquanta e Sessanta».

Sempre nel segno dell’eccellenza artigiana e dell’amore per il mondo, il viaggio e le sue rappresentazioni.

Lorenzi Milano

Piazza Meda, 3

20122 Milano +39 02 49529106

lorenzi-milano.com

Quella della famiglia Lorenzi è una bella storia di eccellenza italiana, iniziata con l’arrivo a Milano ai primi del Novecento del bisnonno Giovanni, dal Trentino. Esperto nella coltelleria, diventò subito un punto di riferimento per la città, tanto che figli e nipoti continuarono nel suo segno, ampliando l’attività. Durante il boom economico degli anni Sessanta e l’avvento di una clientela internazionale, il negozio di Franco Lorenzi, in via Montenapoleone, con il laboratorio al primo piano, ebbe una grande notorietà grazie alla particolare raffinatezza dei prodotti quali necessaires da viaggio, calzascarpe, accendini, posate, con lavorazioni particolari del bambù, della madreperla, del corno di Oryx, di bufalo, di capriolo. «Tutti frammenti e palchi raccolti nei boschi o in alta quota, dopo la muta degli animali, insieme a essenze di legni pregiati, nel rispetto della natura,» puntualizza Linda, figlia di Mauro. «Nella preparazione dei

pezzi teniamo conto del fatto che lavoriamo materiali vivi, come ad esempio il legno, che mutano nel tempo a causa dell’umidità e del calore: per i rivestimenti lasciamo sempre un po’ di gioco tra i pezzi per gli assestamenti».

Nel 2010 Mauro Lorenzi, Maestro artigiano, ha aperto un laboratorio più grande sui Navigli, all’interno dell’ex manifattura Ginori. Qui, con l’aiuto di una ventina di artigiani specializzati e di alcune macchine della tradizione, quali piccoli torni per metallo, sega a nastro, smerigliatrici, pulitrici, lucidatrici per rifinire con cera d’api, prendono vita i loro pezzi iconici, quali calzanti in corno, accendini da tavolo, set per la rasatura con custodia di pelle, impugnature con palco di capriolo o bambù. «Per le rivestiture cilindriche tagliamo delle placchette in corno che poi fissiamo con colle morbide e ghiere di metallo tipo ottone lucidato, aggiungendo particolari con il duplice compito di abbellire e sostenere», spiega Linda. «Ci sono poi vari materiali, l’acciaio, la fibra di carbonio, il vetro, i marmi, la pelle, che lavoriamo e utilizziamo per fissare e impreziosire i nostri prodotti». E rendere ogni pezzo davvero unico, per chi ama la bellezza intorno a sé, anche quando viaggia.

Artepura

Via Durini, 24

20121 Milano

+39 331 2782566

artepura.design

In viaggio con il massimo della raffinatezza. È quello che propone

Pier Maurizio Pasini, un Maestro artigiano che ha deciso di trasferire le sue conoscenze nell’ambito della pelletteria al mondo dell’arredo, applicando le regole sartoriali del “su misura” agli yacht, alle auto e agli aerei privati, oltre che alle abitazioni. «A iniziare nel campo della pelletteria è stato mio padre, Placido, che negli anni Sessanta realizzava lavori con grande e sapiente manualità», racconta Pier Maurizio. «Io ho imparato da lui a trattare le pelli. Poi, alcuni anni fa, mi sono dedicato a studiare i rivestimenti parietali e di mobili, applicando le varie tecniche. Oggi anche i miei figli, terza generazione, collaborano con me: Emanuele ha imparato le tecniche più raffinate, Alessandro si dedica alla progettazione, studiando ed elaborando idee sempre nuove con design e grafici». Per le pelli ovine e bovine i Pasini collaborano con le migliori concerie italiane, mentre le pelli cosiddette “esotiche” arrivano dall’estero. «Il nostro è un sistema

circolare, perché le concerie dalle quali ci serviamo collaborano con l’industria alimentare», puntualizza Pier Maurizio.

Il vasto laboratorio di Castelnuovo Scrivia è il quartier generale dove vengono progettati i rivestimenti per gli arredi sia delle case sia delle imbarcazioni. È l’ala di un antico castello dove i Pasini hanno trasferito recentemente l’attività: qui, insieme a un’équipe di valenti artigiani, danno vita a magnifiche lavorazioni ottenute sia con tecniche tradizionali sia con processi innovativi, dal matelassé ai decori a rilievo, dagli intarsi con diversi materiali alle finiture speciali. Con cuciture tecnologiche, macchine da taglio con bisturi, applicazioni, finiture e modellazioni a mano. Rigorosamente senza laser. «Per le lavorazioni di matelassé, per esempio, la pelle liscia e scamosciata viene lavorata e imbottita per creare dei disegni a rilievo. Si può effettuare sia con cuciture sia senza, con motivi personalizzati. I disegni delle pelli li possiamo ottenere anche con processi di applicazione oppure con delle finiture a mano». Ci sono poi gli intarsi, sapiente combinazione di varie tipologie e sfumature di pellami lisci e scamosciati, abbinati con grande maestria artigianale: sono autentiche opere d’arte da parete.

Intrecci Vegetali

Via Grevigiana, 44

50020 San Casciano in Val di Pesa (FI) +39 334 3133020

«Tutti parlano del Caso, ma io sono convinta che ci sia qualcosa che ci guida verso il nostro Destino». Giovane e piena di vita, Martina Nocentini apre così il racconto dei suoi inizi nel mondo degli intrecci vegetali. «Fino al 2016 creavo bijoux in alluminio e lavoravo la pelle», ci spiega. «Poi sono partita per la Francia e sono arrivata a Villainesles-Rochers, un paese nella regione della Loira. Da secoli la popolazione vive intorno alla cesteria e ospita il più grande gruppo di artigiani del vimine di Francia. Ho iniziato per curiosità un corso di formazione di 15 mesi, partendo dalla spellatura del salice, poi sono stata selezionata per entrare a far parte di una équipe formata da Hermès, diventando la responsabile del controllo. Sono stata anche designata per fare delle dimostrazioni artigianali a Parigi, sempre dalla Maison francese. Ero entusiasta: confesso di essere stata colpita dal “virus della cesteria”, come lo chiamano là!». Dopo cinque anni, per amore

della sua famiglia, Martina decide di rientrare in Toscana e di aprire un laboratorio in proprio nel verde delle colline fiorentine. Nel centro del suo spazio troneggia una grande vasca per mettere a bagno il vimine. Qui, munita di battole, punteruolo, roncola, cesoie e pinze, l’abile artigiana dà vita a magnifici oggetti quali specchiere, sottopiatti, vassoi, coprivasi. Tra le sue creazioni più particolari ci sono i cesti da trasporto con maniglie o manico centrale in cuoio di vari colori, a concia vegetale, e le grandi ceste-tavolino da mettere vicino ai divani. «Realizzo anche i tradizionali cesti da pic-nic con coperchio che decoro a seconda dell’ispirazione. All’interno si possono creare divisori per separare i bicchieri e porta bottiglie, a seconda del desiderio del cliente. Sono oggetti di tradizione che oltre a essere utili per il trasporto delle vivande rendono anche esteticamente più belle le gite in campagna», conclude Martina. Nella mostra Artigianato & Palazzo a Firenze la commissione interna le ha assegnato il primo premio per l’abilità artigianale e l’inventiva.

Polvere di Tempo

+39 320 7650466 polvereditempo.it

Entrare in contatto con Adrian Rodriguez Cozzani è come iniziare un viaggio: un bellissimo viaggio all’interno di un’altra dimensione. Un po’ artista, un po’ artigiano, un po’ filosofo, Adrian ha saputo dare un valore al tempo riappropriandosi di quel gusto dell’arte del vivere che nelle corse frenetiche delle nostre città abbiamo perso. Ci racconta l’architetto venezuelano: «Un giorno, una trentina di anni fa, un amico mi ha portato un piccolo orologio solare che mi ha affascinato. Ho iniziato a studiarlo e a farne altri due, tre...e poi non mi sono più fermato. Così è diventato il mio lavoro. Ho cominciato ad approfondire questo campo non solo dal punto di vista scientifico ma anche da quello filosofico. E ho aperto un negozio-laboratorio nel cuore di Roma».

Ben presto Polvere di Tempo è diventata non solo l’antro delle meraviglie dove trovare gli oggetti più affascinanti, ma anche un luogo magico per assaporare il momento presente. Dagli orologi solari alle clessidre, alle bussole. «Costruire una clessidra è semplice ma non è facile: è come la meditazione. La sabbia scandisce il tempo tra passato, presente e futuro: basta

un piccolo corpo estraneo e tutto si inceppa. E poi, quando la clessidra si rigira, tutto ricomincia. Il tempo è l’unico vero capitale che l’essere umano ha a disposizione perché, se ne ha, è ricco». Da un paio d’anni la bottega Polvere di Tempo è stata chiusa ma Rodriguez si è ricavato un piccolo laboratorio nella sua abitazione. Qui con compassi, colori, pennelli, torni, fustelle e trapani dà libero sfogo alla sua fantasia. «Confesso che non avendo più l’urgenza di produrre per esporre in negozio, ora mi dedico a creare modelli più elaborati e ricercati, seguendo l’estro del momento, anche su ordinazione». Alcune sue creazioni sono esposte nell’atelier del figlio Manuel Arsenio Rodriguez, artista che vive ad Amelia, in Umbria, e ha collaborato con lui per anni. «Le meridiane o più correttamente gli orologi solari a dittico che trovate nel mio negozio sono un pezzo di storia della mia famiglia», racconta Manuel. «Disegnate e costruite dai miei genitori negli anni Ottanta, continuano a essere il fondamento dell’attività artigianale nella quale sono cresciuto. Ancora oggi attraverso una catena di montaggio le costruiamo e le inviamo in tutto il mondo». Clessidre, bussole, orologi solari, mappamondi: per aiutare non solo a trovare la rotta ma anche a scoprire il vero significato del tempo e del viaggio.

Foto di Francesca Basili per la storia Instagram di Francesca Polizzi

Legatoria Fagnola

Via San Tommaso, 11 10122 Torino +39 011 5188601 bottegafagnola.it

Album preziosi per rendere indimenticabili i ricordi di viaggio. Si possono scegliere con legatura in cuoio, con stampa a caldo e doratura su cuoio, oppure in tela o in carta realizzata ad hoc, con tanto di custodie. Non c’è limite alla fantasia perché il laboratorio di Luciano e Paola Fagnola è il top della legatoria torinese, un atelier dalle lavorazioni raffinate che è stato uno dei primi a ricevere il riconoscimento di Eccellenza Artigianale dalla Regione Piemonte. Aperta nel 1955 nel centro della città, la bottega divenne ben presto un punto di riferimento per chi voleva rilegare libri, ordinare album fotografici e set in pelle per la scrivania. Uno dei collaboratori più validi era un giovane artigiano che, quando i proprietari nel 1981 decisero di lasciare l’attività, rilevò la bottega. Era Luciano, specializzato alla scuola d’arte del libro di Ascona: da allora la Legatoria non ha mai smesso di perfezionare le tecniche, con proposte innovative e minuziose lavorazioni, introducendo il restauro cartaceo.

La bravura e la passione del Maestro Luciano sono tali che è riuscito a contagiare non solo la figlia Paola, suo braccio destro, ma anche una équipe di valenti artigiani che sotto la sua guida collaborano a realizzare ogni cosa. Nel 2010 ha aperto un nuovo laboratorio di oltre 400 metri quadri su due piani dove ospita i diversi settori delle lavorazioni. Dalla rilegatura bodoniana su brossura o cartonato alla cucitura e stampa a caldo e doratura su cuoio, dal restauro cartaceo fino alle complesse operazioni studiate insieme agli artisti e ai designer internazionali che a lui si affidano per realizzare le loro opere. Racconta Paola: «Io mi sono formata anche uscendo da Torino e dall’Italia perché ho avuto il privilegio e la possibilità di farlo grazie a Luciano che ha investito nella mia formazione. Fare esperienze all’estero è ottimo per allargare gli orizzonti e apprendere da più maestri. Però è importante che ci sia un’alternativa formativa sul territorio: per questo motivo cerco di contribuire con il tutoraggio di tirocini e le docenze nelle scuole di restauro».

Luciano e Paola collaborano spesso con artisti di fama internazionale per realizzare singoli pezzi o piccole serie a tiratura limitata. Tra questi Ugo Nespolo, Guido Giordano, Francesco Casorati, il musicista Boosta. Luciano Fagnola è stato nominato MAM – Maestro d’Arte e Mestiere dalla Fondazione Cologni.

Cantieri Sangermani

Via dei Devoto, 235 16033 Lavagna (GE) +39 0185 307679 cantierisangermani.it

Nel campo della nautica, Sangermani è sinonimo di raffinata eleganza, un indiscusso leader nella costruzione delle imbarcazioni. Arrivati alla quarta generazione, restando sempre in famiglia, i Sangermani rappresentano una delle belle storie dell’eccellenza italiana. L’inizio a fine Ottocento in una piccola bottega che affacciava sul mare vicino a Recco, dove Ettore, bisnonno degli attuali proprietari Giacomo e Filippo, costruiva barche a vela. Già allora la qualità era ottima tanto che Dorin vinse la medaglia d’oro per una costruzione da lui progettata. Poi nel 1928 il campionato di Classe vinto dai figli Cesare e Pio sulla loro imbarcazione Vespa. Durante la Seconda guerra mondiale l’incarico a dirigere i cantieri a Riva Trigoso, fino al trasferimento a Lavagna negli anni Cinquanta, diventata la loro sede definitiva.

«Creare una barca è un lavoro di squadra che unisce proprietario, designer, progettisti navali, designer di interni, ingegneri e professionisti del settore», spiega Giacomo Sangermani. «Ogni pezzo è realizzato a mano: per questo ogni anno riusciamo a costruire non più di 2/3 imbarcazioni. I materiali sono legno e carbonio brevettato, tecnico ed elastico. Le attrezzature sono in acciaio inox e fibra di carbonio. Tutte le superfici orizzontali sono coperte da doghe in teak di un’altezza minima di 15 millimetri» Realizzate completamente a mano, grazie al know-how acquisito in oltre cento anni di storia, le barche Sangermani hanno scafi dalle linee pulite, inconfondibili. Tra i fiori all’occhiello del cantiere c’è la mitica Pegasus, signora del mare disegnata da Cesare una trentina di anni fa, in cedro rosso. Oltre alla creazione di nuove imbarcazioni, nei loro laboratori è possibile far effettuare tutte le operazioni di restauro per dare nuova vita a barche d’epoca. «Grazie ai nostri archivi e agli studi continui, abbiamo un’esperienza straordinaria per tutti i tipo di vernici, smalti, pitture. Il che ci consente di restaurare yacht con operazioni altamente specializzate basate sul rispetto dei materiali originali e documenti autentici. Grazie alla nostra competenza, restauriamo anche barche provenienti da altri cantieri», conclude con giusto orgoglio Giacomo Sangermani.

Pedemonte Bike

Via Biscaccia, 42 16010 Gattegasca (GE) +39 010 6319298 – +39 349 5452266 pedemonte.bike

Sergio Pedemonte è un “figlio d’arte” che fin da bambino ha respirato l’aria della creatività e dell’innovazione.

A cavallo degli anni Ottanta suo padre Marco, pilota di rally, aprì una carrozzeria nell’entroterra di Genova specializzandosi nella preparazione di scocche per auto da corsa e nella lavorazione di materiali compositi, tanto da essere chiamato come consulente per lo studio dell’aerodinamica di Ferrari e Lamborghini.

Il figlio Sergio ha iniziato a formarsi al suo fianco, fino alla decisione di dedicarsi alla sua passione, la bici, diventando un Maestro in questo campo. «Da noi ogni telaio viene pensato in funzione delle esigenze del cliente, come un abito fatto a mano. Per noi è la bici che deve adattarsi al cliente e non il cliente alla bici. Teniamo conto di ogni misura: l’altezza del cavallo, la lunghezza delle braccia, la larghezza spalle». Continua Sergio: «Per le bici da corsa collaboriamo con un biomeccanico che si sofferma sulla resistenza e sulla capacità muscolare dell’atleta. Abbiamo anche introdotto una speciale tecnologia chiamata IWS, un sistema di doppia fasciatura esterna e interna dei nodi più sollecitati dei telai, per renderli più resistenti».

Ma la maestria di Sergio e della sua équipe non si limita alle bici e alle macchine: la Pedemonte Bike ha affiancato la PMT Compositi che fornisce componenti in fibra di carbonio per nautica, aeronautica, auto, moto. «Grazie alla specializzazione nel ridurre il peso di ogni elemento, abbiamo creato dei componenti per le barche della Coppa America, i foil, che servono a far volare le imbarcazioni», ci confida. Nel vasto capannone, sulla strada del Turchino, gli spazi sono suddivisi per le diverse fasi delle lavorazioni. «Ci siamo trasferiti qui nel 2013 perché avevamo necessità di spazi più ampi e questa ex cartiera dei primi Novecento era il luogo ideale per le nostre esigenze. All’interno ci sono tavoli e computer per disegnare e sviluppare le misure antropometriche, le cabine di laminazione, il reparto per la costruzione dei telai, plotter da taglio, un’autoclave da 1.5 x 4m per la polimerizzazione delle fibre di carbonio. E poi i forni per far indurire le resine». Al fianco di Sergio, uno staff di 12 artigiani specializzati collabora alla creazione di ogni elemento. Oltre al premio Fulvio Acquati ricevuto nel 2017 per Rhinoceros durante il Cosmo Bike Tech Award di Verona, Sergio Pedemonte è candidato al Compasso d’Oro 2026 con il nuovo modello di telaio gravel Altavia, dedicato alla famosa Alta Via dei Monti Liguri.

Artigiani Milanesi Associati (AMA)

Via Tortona, 7

20144 Milano

+39 02 4980510 ama-milano.it

Arrivata alla terza generazione, la società fondata a Milano nel 1953 da Mario Ziribotti continua a essere una delle eccellenze italiane nella lavorazione delle pelli, rinomata anche all’estero. Ci racconta Nicolò Ziribotti, che con la cugina Caterina Prandoni continua la tradizione di famiglia: «Abbiamo raccolto il testimone da mio nonno Mario, mio padre Alfonso e sua sorella Rossella, e continuiamo nel loro segno le lavorazioni che ci hanno fatto conoscere e apprezzare dai grandi marchi internazionali con i quali collaboriamo».

Si sono trasferiti nel 2016 in una nuova sede di oltre settemila metri quadrati perché i loro laboratori avevano bisogno di uno spazio maggiore. «Con noi lavorano settanta collaboratori, specializzati nelle diverse operazioni per la realizzazione di borse, portafogli, sacche da viaggio, zaini», continua Ziribotti. «Il nostro è un mestiere di grande precisione artigianale. Si parte dal disegno e dalle bozze dei clienti, poi si crea un prototipo con

le modifiche strutturali compatibili con la lavorazione. Una volta approvato il progetto si dà inizio alla lavorazione». Gli ampi spazi del laboratorio sono suddivisi a seconda delle operazioni. Ci sono i tavoli per il taglio delle pelli e dei tessuti sui cartamodelli, con la preparazione delle copertine, dei fondi e dei fianchi; il settore dove vengono assemblate le varie parti; le zone per montare le metallerie, ovvero le borchie, le chiusure, le viti, i piedini delle borse; quelle per le cuciture delle cerniere lampo; il reparto per le finiture con filetti e bordini. «Abbiamo lavorato e lavoriamo ancora per grandi marchi, quali Gucci, Etro, Ferrari, Chanel, con i quali abbiamo sempre instaurato un eccellente rapporto di collaborazione», continua Nicolò Ziribotti. «Grande merito è da attribuire al rapporto privilegiato con i nostri dipendenti, molti dei quali hanno trasmesso ai figli il loro sapere artigianale. Così abbiamo con noi molti figli dei nostri artigiani e ne siamo orgogliosi. Non solo noi Ziribotti siamo alla terza generazione, ma anche molti dei nostri collaboratori», conclude Nicolò.

My Style Bags

Via Volta, 69/B

21010 Cardano al Campo (VA) +39 0331 617818

mystylebags.it

Belli, leggeri, eleganti, resistenti, i borsoni My Style Bags hanno quel “qualcosa in più” che li fa amare da tutte le generazioni: un prodotto davvero trasversale nato diciotto anni fa dalla creatività di Lorenza Bellora. Forte di una tradizione nel campo tessile che affonda le radici alla fine dell’Ottocento, quando il suo bisnonno creò a Fagnano Olona il primo laboratorio di biancheria Bellora, Lorenza decise di dare vita al suo progetto nel 2007, disegnando e facendo produrre delle sacche con tessuti creati a mano in lino e cotone. Un’idea vincente considerando che oggi i punti vendita di My Style Bags in Italia sono 22. «Nei nostri laboratori a Cardano al Campo seguiamo tutte le fasi della produzione, dalla progettazione allo sviluppo creativo, dal taglio dei tessuti alla confezione. Grazie all’esperienza nel campo della produzione tessile, a mano, riusciamo a dare ai tessuti

una consistenza e una resistenza indispensabili ai prodotti destinati a viaggiare», commenta la signora. «Le nostre radici sono strettamente connesse all’artigianato e l’idea di personalizzare il nostro prodotto con iniziali, nomi e loghi ha conferito un valore aggiunto ai nostri prodotti. Per questo in molti nostri negozi abbiamo installato delle macchine che possono eseguire i ricami su ordinazione, anche al momento». Ogni anno la collezione si amplia arricchendosi di novità. «Abbiamo introdotto diversi prodotti per gli amici a quattro zampe, quali sacche e plaid, molti beauty case di tante forme e colori, borsoni in pelle scamosciata, trolley. E naturalmente borse e zaini. Nel realizzare le nostre sacche da viaggio abbiamo anche tenuto conto delle misure dei bagagli a mano per aereo». Insieme a Lorenza Bellora collaborano il fratello Giuseppe e Stefano Donadel Campbell, partner di questa vincente iniziativa. Non mancano le richieste personalizzate e, grazie all’alta qualità made in Italy, negli ultimi anni ha iniziato ad espandersi anche all’estero, con clienti in Spagna, Inghilterra e Svizzera.

Gruppo Editoriale

Via Cristoforo Landino, 2

50129 Firenze

+39 055 0498097

gruppoeditoriale.com

Nel programmare un viaggio l’importante, si sa, sono i consigli. Ed è questo il compito che si è prefisso Matteo Parigi Bini quando 25 anni fa ha deciso di fondare una casa editrice con lo scopo di fornire non solo indirizzi utili, ma anche storie belle e interessanti che costituiscono la trama delle città. Ci racconta il dinamico editore toscano: «Mio padre era un cronista molto noto. Fin da bambino andavo a trovarlo in redazione per respirare quell’atmosfera densa di frenesia e inventiva, scandita dal ritmo delle macchine da scrivere. Negli anni Novanta fondò una piccola casa editrice a Siena: io frequentavo l’Università ma andavo spesso ad aiutarlo. Volevo partecipare anch’io a quell’alchimia capace di trasformare un pensiero, un’idea in una rivista. Un’estate insieme a un mio compagno di studi ci venne in mente di creare una pubblicazione che unisse il mondo della produzione tessile a quello della moda». In poco più di due anni La Spola divenne il punto di riferimento per il comparto. Era il 1997: da quella rivista è nato il Gruppo Editoriale, e poi Firenze, Roma, Capri, Milano, Venezia Magazine e molte altre testate, oltre a un catalogo di libri che oggi conta

più di cento titoli. Quel compagno di università, Alex Vittorio Lana, è il socio di Matteo Parigi Bini in questa avventura da quasi trent’anni. Ma quando è nata la passione per l’artigianato che ha ispirato la collana di guide “su misura”?

«La passione per l’artigianato è nata osservando i maestri al lavoro nelle botteghe fiorentine. C’è qualcosa di magico nel vedere come tradizione e creatività si incontrano. Con la collana “su misura” ho voluto raccontare questo mondo dando voce a chi tramanda saperi antichi con uno sguardo contemporaneo e, soprattutto, far conoscere questi maestri ai viaggiatori più curiosi e attenti» Senza dubbio far emergere le personalità di chi caratterizza i luoghi è una sua prerogativa. Ci spiega Matteo: «I luoghi non vivono senza le persone che li animano e li trasformano. Mi piace raccontare le storie dietro le quinte: chi c’è dietro un museo, un atelier, un ristorante. Sono loro a rendere ogni esperienza autentica e irripetibile». Quali sono i personaggi che più l’hanno colpita? «Ognuno mi ha lasciato qualcosa, ma i due grandi Maestri che mi sono rimasti nel cuore sono Oliviero Toscani, che ha creduto in me fin dall’inizio e col quale ho condiviso momenti di lavoro e di vera amicizia, e Giorgio Armani, che è stato un faro nel momento più buio del lockdown: l’intervista che mi concesse ci aiutò a superare quel periodo così delicato».

Dolcemente viaggiare

I DIARI ILLUSTRATI

Dai primi esploratori agli artisti di oggi, il carnet de voyage resta un romantico compagno di osservazione e lentezza. Matite e taccuini diventano strumenti per fermare lo sguardo e dare forma a ciò che resta, pagina dopo pagina.

Simonetta Capecchi, Cegonhas , Faro, Portogallo, 2021. Grafite, china e acquarelli.

«Anche voi state strizzando gli occhi alla luce del cielo portoghese per individuare le cicogne con impaziente meraviglia?» Un taccuino che cattura l’incanto di un incontro sospeso tra cielo e viaggio.

Come ogni viaggiatore ben organizzato, partiamo dall’inizio: cosa sono i cahier o carnet de voyage? Sono piccoli taccuini da portare con sé per registrare esperienze, luoghi, incontri, riflessioni. L’ultima tendenza del turista alla moda? Non proprio, anche se con i primi tourist il carnet de voyage ha molto a che fare. In realtà, questi diari hanno radici profonde nella storia. Infatti, prima dell’avvento della fotografia, il disegno era l’unico mezzo per portare a casa una riproduzione dei luoghi, dell’arte, della natura e delle civiltà incontrate. I primi taccuini di viaggio venivano compilati con testo ed illustrazioni per indagare il mondo. Dal 1400 hanno accompagnato diplomatici, cartografi, botanici, medici, studiosi, pittori, scrittori, militari, architetti, sognatori, distinti signori, colte dame e avventurieri nelle loro esplorazioni. L’evoluzione del carnet de voyage va di pari passo con il cambiamento del concetto stesso di viaggio. Man mano che viaggiare diventa un’esperienza personale, il taccuino si fa più intimo e soggettivo.

Concetto che si definisce tra il 1700 e il 1800 con la pratica del Grand Tour, il viaggio nell’Europa continentale intrapreso dai giovani aristocratici alla scoperta di Paesi e città fondamentali per la formazione culturale. Tappa irrinunciabile: l’Italia. Disegnare era una competenza essenziale per gentiluomini e gentildonne e il carnet de voyage divenne l’equipaggiamento base di questo nuovo viaggiatore, il tourist La massima espressione e diffusione ebbe luogo tra il 1800 e il 1900 grazie agli artisti, al loro viaggiare come forma di ricerca personale e arricchimento del proprio linguaggio visivo. Furono anni di vivaci contaminazioni tra culture, come testimoniano le grandi esposizioni internazionali dedicate all’Oriente prima e all’Africa poi. E i carnet de voyage dell’artista viaggiatore divennero testimoni dell’evoluzione della sua poetica, fonte di idee e nuova forma d’arte. La cosa curiosa è che, con l’avvento della fotografia, il carnet de voyage lo si sarebbe dato per spacciato e anacronistico. Invece resiste. Soffre, chiudono storiche aziende produttrici di taccuini, ma resiste anche

Chiara Gomiselli, Poznan, Polonia, Simp. Int. Urban Sketching 2025. Acquarello e china. Macchie di colore restituiscono l’atmosfera del luogo,
Marco Paci, taccuini, china e pennarelli. Strumenti sempre nello zaino per fermare un’emozione o un’atmosfera
con un segno essenziale: ora deciso, ora lieve, ma sempre evocativo.
disegnato con tutti i sensi: il calore del sole, il vento tra i capelli, i suoni vivi della città.

Simonetta Capecchi, Letterpress , Tipografia Bonvini, Milano. Grafite, china e acquarelli. Attrezzature d’officina raccontate attraverso lo

sguardo curioso di chi disegna per conoscere: ogni dettaglio diventa traccia di un sapere artigiano.

quando la fotografia diventa portatile e per tutte le tasche. Persino quando diventa digitale. E oggi? Vi pare l’epoca adatta a matite, pennelli, carta e lentezza? A quanto pare lo è. La popolarità dei carnet de voyage è dirompente e diffusa trasversalmente a tutti. Non più esibizione di status o sfoggio di cultura, ma espressione artistica, forma meditativa e ricerca personale. Per parlare di carnet de voyage oggi, in Italia, quale fonte migliore della viva voce di chi lo pratica abitualmente? Con generosità, questi artisti viaggiatori hanno condiviso con noi i loro lavori e il loro sentire.

Pittore, filosofo, orientalista e autore torinese. «Da molti anni percorro la “Via del Taccuino”, simile a un percorso meditativo che concepisce le forme viventi (naturali e culturali) come parole del grande Liber mundi, il Taccuino cosmico. Nel carnet de voyage il testo esprime il pensiero, che è nel cuore stesso del visibile; non per niente “idea” ha la stessa etimologia

di “vedere”. I testi non sono didascalie delle immagini, ma immagini espresse in altro modo. Il medium del disegno e della pittura è particolarmente adeguato a cogliere il rivelarsi del mondo, ma questa dimensione esteriore è solo la via d’accesso a una più interiore. Il mondo si svela, infatti, a condizione di essere sulla cosa stessa perché ciò che conta è afferrare “l’unità sostanziale del mondo percepibile, senza mediazioni (Florenskji)”. Ciò è possibile solo quando “l’anima si fonde con i fenomeni percepiti”. Quando disegno un paesaggio, un bambù, divengo quel paesaggio, quel bambù».

Marta Farina

Pittrice e illustratrice bellunese. «Il carnet de voyage è per certo un rito ormai imprescindibile quando viaggio: senza dubbio è diventato una vera e propria necessità. È il mio modo di essere presente tentando di fermare il tempo, cristallizzando il ricordo. Aprire il carnet significa scegliere di rallentare, di posare lo sguardo, di ascoltare. Una forma di meditazione attiva, oltre

che puro divertimento. Quando disegno, soprattutto in Asia, le persone si avvicinano, osservano, sorridono. Il disegno diventa un ponte e crea dialogo anche senza parole. Disegnare in viaggio fa parte della perpetua ricerca di significato: ogni pagina riempita è un piccolo frammento della mia esperienza, un racconto di memorie per immagini che si intreccia con la grande narrazione del mondo».

Marco Paci

Illustratore, scenografo e attore teatrale, di Ravenna, ma vive a Verona. «I primi tentativi risalgono alle estati negli anni del liceo artistico. La pratica del taccuino e del disegno dal vero nutrivano la mia ricerca e il mio bagaglio visivo, ponevano sfide. Studiando illustratori e fumettisti come Pratt, Moebius, Baru e Scarry si è ampliato il repertorio di segni e tecniche da esplorare. Dall’acquerello al monocromo, china acquerellata e tecniche a secco, pennarelli e penne a sfera. Ho provato a utilizzare il tablet come taccuino e il risultato è stato soddisfacente. Un po’ meno il processo e l’esperienza nel suo insieme. La pratica del disegno dovrebbe avere un legame con lo sporcarsi le mani facendo, con l’emozione di un segno “sbagliato” su carta che si cerca di integrare, con la semplicità».

Simonetta Capecchi

Architetto e illustratrice, urban sketcher, nata a Milano, vive a Napoli. «Disegno per mestiere, preferibilmente sul posto mentre succedono cose. Artigiani e artisti al lavoro, spettacoli,

processioni, eventi. E poi paesaggi e città, dettagli naturalistici, ritratti, cose grandi e piccole. Uso molto il testo, sopra o a fianco al disegno e mi aiuto con fumetti per riportare i dialoghi delle persone che osservo. Il reportage disegnato è la mia dimensione. Per me il disegno è comunque un viaggio, non ha importanza che sia dalla finestra di casa o dall’altra parte del mondo. Le cose che non capisco, che non conosco, quelle che trovo belle o importanti o magari brutte o stravaganti, mi viene voglia di disegnarle e finché proverò questo desiderio, mi sembra che andrà tutto bene».

Chiara Gomiselli

Artista e imprenditrice triestina. A cavallo della sua motocicletta in solitaria, per quattro mesi, ha girato l’Italia, da Trieste alla Sicilia, ritraendola nei suoi taccuini. «Il disegno ti obbliga a scegliere. Non si può vedere tutto allo stesso livello ma bisogna fermarsi su ciò che in quel momento ci parla. Ci costringe a riappropriarci della nostra esperienza, rinunciando a qualcosa per concentrarci su altro. La pratica del carnet de voyage permette di immergersi nel luogo con tutti i sensi: il calore del sole, il vento, i rumori intorno. La bellezza si può trovare ovunque a condizione di rallentare, un modo di essere che va oltre il disegno. E quando ci accorgiamo che c’è così tanta bellezza attorno a noi, non possiamo che vivere meglio». Ora lo sapete: alla prossima partenza non potrà mancare il vostro carnet de voyage, qualche matita e tutta la vostra voglia di esplorare! •

PAGINA ACCANTO: Stefano Faravelli, Canon del Sumidero e El lugar de los monos Grafite, china e acquarelli. Calligrafia e disegno si intrecciano in “immagini di parola e figure di pensiero”, componendo una narrazione che unisce gesto e riflessione.

QUI: Marta Farina, Bangkok, Thailandia, 2010. Grafite HB e matite colorate. Un gesto spontaneo che non cerca la perfezione: l’artista viaggiatrice osserva, interiorizza e restituisce su carta il dialogo con lo spirito del luogo.

QUI: Collana Cafayate, collezione En Équilibre Cartier. Oro rosa e oro giallo, due opali australiani cabochon (10,23 ct totali), tre zaffiri colorati taglio brillante dall’Africa orientale (8,12 ct totali), zaffiri Umba, zaffiri colorati e diamanti. Una composizione luminosa che celebra l’armonia delle pietre e la loro energia cromatica. Foto: Arthur Delloye © Cartier

PAGINA ACCANTO: Collana Hindu, Cartier Paris, creazione speciale del 1936, modificata nel 1963. Platino, oro bianco, tredici zaffiri taglio briolette per un totale di 146,9 ct, due zaffiri intagliati a foglia per 93,25 ct complessivi, smeraldi, rubini e diamanti. Un capolavoro di alta gioielleria che unisce preziosità e maestria tecnica. Foto: Nils Herrmann, Collezione Cartier © Cartier

Atlante DELLE gemme erranti

Materiali, tecniche e simboli hanno viaggiato per secoli tra civiltà, generando nuove estetiche. Dalle gemme del Golconda ai gioielli souvenir del Grand Tour, l’ornamento porta con sé incontri, scambi e identità.

Il viaggio appartiene alla storia dell’uomo, proprio come l’ornamento. Deriva da viaticum, che per gli antichi romani era il corredo con cui ci si metteva in viaggio: cibo, abiti, denaro, gioielli. Un insieme selezionato di oggetti, essenziali al punto da definire non soltanto l’identità del viaggiatore ma il viaggio stesso. I gioielli non mancavano mai nel viaticum: per le loro dimensioni ridotte, per il valore di scambio, per il simbolismo sociale e per la bellezza decorativa. Nell’antichità si viaggiava per le ragioni più disparate, dai pellegrinaggi religiosi medioevali – la Mecca, il Santo Sepolcro, Roma, Santiago de Compostela – alle spedizioni geografiche per la scoperta e la conquista di nuovi territori – le Americhe, le Indie, l’Oriente –, dal piacere per la conoscenza e l’amore per l’arte – il Grand Tour e la peregrinatio academica – agli scambi commerciali e alla cura della persona – le terme e l’elioterapia – fino al viaggio di svago o di piacere introdotto nell’Ottocento. Ogni viaggio aveva i suoi gioielli, viaggiatori essi stessi, che si arricchivano di ogni nuova destinazione, di ogni incontro tra culture. Nei loro peregrinaggi epici, anche Odisseo ed Enea attraversano mondi carichi di simboli – armi d’oro, scudi incisi, gioielli donati dagli dèi: «Odi, Telemaco, le ricchezze di Menelao: oro, ambra, argento lavorato, e vesti purpuree ricamate». Del resto, la circolazione delle gemme nelle corti europee era il risultato dei lunghi viaggi dei mercanti intorno al mondo: dalle perle del Golfo Persico ai diamanti del Golconda in India, dagli zaffiri birmani del Myanmar agli smeraldi colombiani, dalle opali australiane alle tormaline brasiliane. Le gemme si scambiavano, i motivi decorativi si contaminavano, le tecniche si evolvevano: l’intarsio miceneo dialogava con l’incisione persiana, il cloisonné bizantino si fondeva con l’oro punzonato del Nord

A SINISTRA: Spilla, Cartier London, 1930. Platino, osmio, diamanti, zaffiri, smeraldi e rubini. Un gioiello che riflette l’eleganza grafica dell’epoca e la precisione dell’incastonatura.

A DESTRA: Spilla, Cartier London, 1930. Platino e oro con diamanti, smeraldi, zaffiri e rubini. Una variazione sul tema della simmetria, dove materiali e colori dialogano con equilibrio. Foto: Nils Herrmann / Marian Gérard, Collection Cartier © Cartier

Africa, l’argento lunare dei celti illuminava le ambre del Baltico. Il legame tra viaggio e gioiello è antico, appartiene alla storia dei popoli che, muovendosi tra terre lontane, portarono con sé gemme, metalli preziosi e tecniche che contribuirono alla nascita di nuove estetiche e nuovi saperi artigianali. Il legame viaggio-gioiello divenne indissolubile all’inizio del XIX secolo con il Grand Tour, il viaggio di formazione dei giovani artisti e aristocratici mitteleuropei nelle città d’arte italiane. A loro si devono i gioielli souvenir, che miniavano le mirabiliae delle più belle città italiane, per evocare la memoria dei monumenti visitati e per esprimere il genius loci, con i loro soggetti classici e le vedute, come nei meravigliosi gioielli dei Castellani o di Carlo Giuliani. Il gioiello souvenir rappresenta, dunque, l’emblema del ricordo del viaggio in Italia ma anche l’identità di un territorio e dei suoi artigiani, grazie a lavorazioni come la filigrana sarda o quella ligure, la granulazione etrusca, il micro-mosaico romano, la glittica e il cammeo napoletani o siciliani, gli smalti milanesi e le murrine veneziane, un patrimonio inestimabile di conoscenze, tecniche e bellezza.

Nella seconda metà del XIX secolo i viaggi si spostarono dall’Italia artistica alla conquista di terre lontane e inesplorate, che diffusero nuove estetiche, oltre che nuovi materiali e nuovi gioielli: era nato l’esotismo. Per esotismo, dal greco éxo che

Pendente, Cartier Paris, 1929. Oro, platino, diamanti, rubini, giada, onice e smalto. L’orologio è incastonato in un sigillo cinese in giada del XIX secolo raffigurante un leone buddista: un incontro raffinato tra culture e simboli.

Foto: Nils Herrmann / Collection Cartier © Cartier

Spilla, Cartier Londra, 1925. Oro, platino, maiolica egiziana blu, diamanti rotondi a taglio antico, rubini e smeraldi cabochon, citrini e onici cabochon. In origine poteva essere

indossata anche come fibbia per cintura: un gioiello versatile, ricco di suggestioni esotiche.

Foto: Nils Herrmann / Collection Cartier © Cartier

significa fuori, si intende il gusto, la ricerca e l’uso di oggetti stranieri, estranei, cioè, alle tradizioni locali e alle manifestazioni quotidiane della vita: dal cibo agli abiti, dall’arte ai gioielli. L’esotismo si manifestò con l’evocazione e l’esplorazione di mondi lontani – si pensi all’influenza di Bisanzio sulla cultura occidentale – ed ebbe la sua massima diffusione in Francia tra Romanticismo e Art Déco grazie a eventi politici come la conquista dell’Algeria, la campagna napoleonica in Spagna, l’apertura delle relazioni con il Giappone nel 1854, che, con la fine del governo Shogunate, conquistò Parigi con i suoi ventagli floreali, le lacche, i kimono, le stampe, i tessuti e le porcellane. Nel 1888 Samuel Bing pubblicò Le Japon Artistique che lanciò il japonisme e la sofisticata bellezza dell’arte giapponese, la delicatezza naturalistica, le eleganti silhouette femminili che ispirarono i più importanti artisti, stilisti, orafi, scrittori e musicisti del mondo occidentale. In dialogo con i sontuosi kimono di Paul Poiret e con i dettami della moda esotica, le maison di Place Vendôme realizzarono gioielli e accessori di ispirazione orientale, come le eleganti borse da sera in velluto

dalle preziose chiusure gioiello in onice, diamanti, rubini, smeraldi, giade e malachiti di Van Cleef & Arpels o l’elegante spilla Nodo Giapponese di Cartier, creata nel 1907.

Alla svolta del secolo, Louis Cartier diffuse il platino e la nuova estetica della Mode Blanche, tra le stagioni più belle e innovative della gioielleria, dove le creazioni Cartier in platino millegrain furono apprezzate in tutto il mondo per creatività e maestria. Con gli inizi del XX secolo il viaggio si diffuse come esperienza di piacere e gli stili delle grandi civiltà influenzarono la gioielleria e gli accessori preziosi, protagonisti indiscussi degli anni Venti. Nacquero sontuose pendole come il Large Portique Mystery Clock di Cartier del 1923 e raffinate scatole – come il meraviglioso scrigno con le carpe in giada antica di Cartier del 1925 – porta sigarette, necessaire con i decori e le gemme dell’Estremo Oriente come draghi e uccelli favolosi in giada, agata e nefrite, smalti, come il Vanity Case in oro, platino, diamanti, rubini, perle e onice di Cartier del 1923. A partire dagli anni Venti l’esotismo divenne il riferimento estetico di tutte le arti, in particolare quelle decorative, le cui opere rispecchiano i colori, i decori e le

Divita, collezione En

Platino, nove spinelli taglio brillante (20, 41 ct totali), un opale nero australiano da 4,48 ct, perle di giada, spinelli e tormaline ovali e a cuscino, perle di tormalina, diamanti a cuscino e taglio brillante. Una creazione che unisce profondità cromatica e leggerezza di forma. Foto: Arthur Delloye © Cartier

Collana
Équilibre Cartier.

Pendola Carpa, Cartier Parigi, 1925. Platino, oro, giada, cristallo di rocca, ossidiana, diamanti, smeraldi, perle, corallo, madreperla, lacca e smalto. Le carpe in giada, di origine cinese e risalenti al XIX secolo, conferiscono alla pendola un’aura di simbolismo e grazia. Foto: Nick Welsh / Collection Cartier © Cartier

gemme del Giappone come dell’India, della Cina, dell’Egitto, della Persia, dell’Africa, delle Americhe. Tali riferimenti si nutrono di eventi legati alla religione, alla moda, al teatro, alla cultura, all’arredamento come alle scoperte archeologiche e fu proprio per una scoperta archeologica che in tutta Europa si diffuse l’Egittomania. Nel 1922, quando l’archeologo inglese Howard Carter riportò alla luce l’antica tomba di Tutankhamon e con essa gli oggetti, i talismani, i gioielli di questa misteriosa civiltà, l’Egitto divenne il riferimento formale e stilistico di ogni forma artistica, ispirando gioielli come la spilla di Cartier del 1925, un capolavoro che in origine poteva essere indossata anche come cintura, con un grande scarabeo in faïence egizia e ali in oro, platino, diamanti, rubini e smeraldi. Un’altra magica atmosfera esotica è quella dell’India, con le sue miniere di diamanti, i suoi smeraldi incisi, la ricchezza e l’opulenza dei Maharajah e delle Maharani, lo splendore delle loro cerimonie e delle loro favolose gemme. Cartier ha un legame storico con questo continente affascinante, iniziato con il viaggio in India di Jacques Cartier nel 1911,

per l’incoronazione di Giorgio V e della regina Mary al Dehli Durbar, e proseguito con le numerose visite parigine dei principi indiani. Tale influenza trovò la sua piena espressione con l’Art Déco, dando origine a due tipologie di gioielli: da un lato, le gemme indiane rielaborate nello stile occidentale di Cartier per i Maharaja; dall’altro, i gioielli “ispirati all’India” creati per i clienti occidentali. Questi ultimi determinarono una delle collezioni più iconiche e innovative della maison francese: la collezione Tutti Frutti, caratterizzata da zaffiri, rubini e smeraldi cabochon incisi e scolpiti a forma di foglie, germogli e bacche, un tripudio cromatico inedito per gioielli ricchi e scenografici ispirati alla tradizione orafa indiana. Lo stile Tutti Frutti è presente, da oltre un secolo, nelle creazioni della maison, conservando intatto il suo fascino. Così come Cartier non ha mai smesso di omaggiare il viaggio tra le sue creazioni, come dimostrano i collier Divita e Cafayate dell’ultima collezione di Alta Gioielleria En Equilibre, perché, come sosteneva André Gide, il viaggio è uno scambio: non ci si può mai separare da ciò che si è donato, né conservare ciò che si è ricevuto. •

Baule cassettiera in pelle palmellata nera con specchio inclinabile. La tradizione del baule da viaggio si rinnova in un complemento moderno, capace di coniugare funzionalità e raffinatezza. Foto: © Hangar Design Group

Il lusso DI CUSTODIRE in viaggio

Tra artigianalità e design, i bauli e le valigie di Bertoni 1949 diventano compagni silenziosi, capaci di unire tradizione, ricerca e stile. La storia di un’azienda che fa del bagaglio un oggetto destinato a durare, rivelando molto di chi lo sceglie.

di Michele Cariati

Non c’è compagna di viaggio più leale della nostra valigia: silenziosa, sempre al nostro fianco, custode di abiti e oggetti preziosi e no. È insieme costante e simbolo di ogni spostamento, non a caso sono tanti i viaggiatori che amano lasciarvi sopra un’impronta a ogni nuova tappa, un’immagine, un adesivo, qualunque cosa capace di farsi ricordo. Ma che cos’è esattamente una valigia? Se pensiamo a lei come a un semplice oggetto, una valigia è “solamente” un contenitore, e pertanto dev’essere pratica e funzionale. Se invece la analizziamo in relazione al suo contenuto, come bagaglio, ecco che acquista un significato più poetico e nobile. Il bagaglio è l’insieme delle cose personali che il viaggiatore porta con sé, è un’attenta selezione di averi ritenuti indispensabili. Ma è anche l’oggetto dove si trasportano tracce dei luoghi appena visti, semi destinati a radicarsi altrove. Questa visione è ciò che continua a ispirare da più di settant’anni le creazioni di Bertoni

1949, storica azienda della provincia di Varese specializzata nella realizzazione di prodotti di pelletteria di lusso per il viaggio. La storia inizia grazie all’intraprendenza e all’audacia di Riccardo Bertoni e di tre suoi amici, che nel secondo dopoguerra hanno voluto mettere in gioco l’esperienza acquisita nell’ambito della pelletteria e avviare una loro attività indipendente. «Quando l’impresa venne fondata nel 1949», racconta Gaia Bertoni, terza generazione alla guida della azienda di famiglia, «Varese era ancora un noto centro manifatturiero della pelletteria, soprattutto legato alle calzature e valigie. Con gli anni, lo scenario locale è profondamente cambiato». Nonostante il ritiro dei due soci dall’azienda, il nonno di Gaia ha continuato l’attività, mosso da passione e profonda dedizione, gettando le basi per quella che oggi è diventata un’importante realtà nell’ambito della valigeria di lusso. Nel corso degli anni Bertoni 1949 si è infatti imposta come

Set di Bertoncine in pergamena con bande intarsiate e dettagli in alligatore. Linee essenziali e materiali preziosi definiscono una collezione
che celebra la cura artigianale e la ricercatezza delle finiture. Foto: © Hangar Design Group

e

in

dettagli in alligatore

Un mobile da viaggio che diventa spazio di lavoro: eleganza, praticità e spirito nomade convivono in un’unica creazione.

Foto: © Hangar Design Group

Nomad Trunk, baule scrivania
pergamena
rovere con
nero.

Un

Entrambe le foto:

© Hangar Design Group

assoluta eccellenza nel settore, grazie all’attenzione per i dettagli, alla qualità dei materiali, alla maestria artigiana e a un’estetica capace di unire sapore retrò, design contemporaneo e funzionalità. «Ci piace immaginare che chi sceglie una nostra valigia sappia di scegliere una compagna di viaggio destinata a restare nel tempo», continua Gaia. E in effetti, guardando le creazioni di Bertoni 1949, si viene proiettati in un lontano passato, quando chi poteva permettersi di viaggiare lo faceva con grande stile. Davanti agli iconici bauli da viaggio in pelle ci si dimentica momentaneamente dei trolley di oggi, creati più per essere pratici che belli, e ci si lascia trasportare con l’immaginazione sulle carrozze di poeti e scrittori che attraversavano l’Italia, oppure sull’Orient Express o sulla nave Sudan dei romanzi di Agatha Christie. «Quest’estetica retrò è diventata l’essenza della nostra identità, attraverso la quale vogliamo non solo ricordare le origini dell’azienda ma anche

alludere a una visione più sofisticata e profonda del viaggiare», prosegue Gaia.

Un esempio è il baule-scrivania Nomad Trunck, un vero omaggio ai dandy e alle grandi dame. Questo oggetto dalle linee classiche viene oggi attualizzato e riproposto anche come complemento d’arredo: si tratta di un baule in pergamena di capra bianca con finiture in pelle di coccodrillo nero che al suo interno rivela sorprendentemente una scrivania da viaggio completa di tutti i comfort, una comoda seduta, cassetti in rovere e un tavolo da lavoro, tutto realizzato magistralmente dagli artigiani della valigeria.

Nei bauli, come in tutti i prodotti di Bertoni 1949, viene applicata la filosofia dell’azienda, basata sulla commistione di tradizione e innovazione. Alle forme classiche e alle antiche tecniche artigianali si combina una continua ricerca di nuove estetiche e materiali, così da offrire al cliente esperienze sempre

QUI: Punti a mano. Dagli anni
Cinquanta a oggi, Bertoni 1949 incarna un’estetica made in Italy tramandata per tre generazioni, capace di evolversi senza perdere le proprie radici.
PAGINA ACCANTO: Dettaglio della punzonatura del logo Bertoni.
gesto preciso che racconta la firma dell’artigiano.

nuove e originali. «Nel creare i nostri bauli usiamo, ad esempio, la pergamena di capra, un pellame ampiamente utilizzato in passato per la realizzazione di valigie ma oggi caduto in disuso perché rigido e dalla grana irregolare», spiega Gaia. «Ci siamo fatti ispirare dalla tradizione e abbiamo riproposto questo materiale resistente attualizzandolo con varie colorazioni e un’estetica più contemporanea». Innovazione è dunque una delle parole d’ordine dell’azienda, e non potrebbe essere diversamente considerando quanto sia profondamente cambiato il modo di viaggiare nel corso degli anni. Quando Bertoni fu creata, bauli e valigette in pelle con l’anima di legno erano di grande attualità, ma nel corso degli anni ci si è necessariamente dovuti reinventare e aprire a nuovi mercati, rispondendo alle nuove esigenze del pubblico e alle mutate forme del viaggiare. «Una sfida affrontata con successo da mio padre Alberto che non solo ha portato avanti

l’attività di famiglia, ma l’ha ampliata lanciandola verso mercati internazionali e nuove potenzialità», continua Gaia. Grazie alla visione di Alberto, infatti, Bertoni 1949 si è anche aperta alla collaborazione con i grandi marchi della moda, offrendo loro la grande competenza acquisita nel settore. A una parte produttiva indipendente e originale firmata Bertoni e affidata ad Alberto e Pietro, il fratello di Gaia, si aggiunge dunque il non facile compito di tradurre in realtà le visioni di diversi direttori creativi, adattando il savoir-faire dell’azienda alle diverse necessità dei singoli brand. «Tutte le fasi di lavorazione, dalla realizzazione delle forme in legno fino alle finiture, vengono eseguite interamente nel nostro stabilimento, dove una trentina di artigiani impiegano il loro talento per dare forma a questi capolavori, spesso collaborando tra loro, come nel caso dei nostri iconici bauli che richiedono oltre un mese di lavoro per essere completati», chiosa Gaia con orgoglio. •

Set di valigie in pergamena naturale.

Alberto Bertoni, MAM Maestro d'Arte e Mestiere, continua a percorrere, insieme alla famiglia, la strada tracciata dal padre Riccardo: un cammino fatto di dinamismo, professionalità e dedizione alla qualità.

Foto: © Jacopo Spilimbergo

L’ispirazione per esplorare l’arte della creazione di globi, per Leonardo Frigo, nasce dall’incontro con un tomo originale del 1693 del cosmografo veneziano Vincenzo Coronelli. Un volume antico che diventa scintilla creativa e guida ideale nel suo percorso artistico.

Foto: © Aris Mercury

IL MONDO SECONDO LEONARDO FRIGO

Antiche tecniche cartografiche, materiali ricercati e studio appassionato danno vita a mappamondi che uniscono poesia e sapere. Ogni globo diventa un universo narrativo, sospeso tra geografia, immaginazione e tracce del tempo.

di Francesco Rossetti Molendini

Ci sono viaggi che si compiono con le gambe e altri con l’immaginazione. Alcuni attraversano terre lontane, altri vivono tra le pagine di un libro o sulla superficie di un globo che promette mondi da scoprire. In questo spazio sospeso si colloca Leonardo Frigo, artista e maestro artigiano italiano a Londra, che dedica la sua vita alla creazione di mappamondi capaci di evocare esplorazioni, racconti e culture. Classe 1993, originario dell’Altopiano di Asiago, dopo la laurea in Restauro all’Università Internazionale dell’Arte di Venezia, Frigo ha iniziato la sua carriera come decoratore di strumenti musicali ad arco, realizzando violini illustrati con temi letterari e religiosi, fino a un progetto monumentale dedicato alla Divina Commedia. Dal 2015 il suo percorso si è però intrecciato con quello di Vincenzo Coronelli, cartografo veneziano vissuto tra il Sei e il Settecento e autore dell’Epitome Cosmografica. Proprio il fortunato incontro con questo manuale lo ha spinto a riscoprire le antiche tecniche di globe-making, traducendo testi, ricostruendo ricette per colle, vernici e pigmenti, fino a ridare vita a una tradizione che rischiava l’oblio. Il processo è complesso e affascinante: dalla creazione della sfera con gesso e fibre naturali alla stampa delle carte su lastre di rame, fino all’uso di resine del suo territorio d’origine, di pigmenti naturali provenienti da Assisi e di carte realizzate a Fabriano. Ogni materiale ha una storia, ogni passaggio richiama la manualità di secoli passati.

«Il mappamondo a cui sono più legato è quello che sto completando adesso: il Globo Dantesco, ispirato alla Divina

Due mappamondi dipinti e verniciati, entrambi da 35 cm di diametro, montati su base in noce realizzata da un artigiano inglese con cui Leonardo Frigo collabora. Oggetti che uniscono precisione cartografica e sensibilità scultorea, frutto di un dialogo tra mani esperte. Foto: © Aris Mercury

Commedia», racconta Leonardo. «È un’opera che per me rappresenta la sintesi delle mie passioni: da un lato l’artigianato puro – la costruzione, la ricerca dei materiali, l’incisione e la stampa su lastre di rame – e dall’altro lo studio di Dante Alighieri, che mi accompagna da anni. In questo globo le due dimensioni si intrecciano: tecnica e poesia, materia e immaginazione. Ci sto lavorando da oltre due anni e mezzo, lo considero un vero compagno di viaggio. Mi ha portato a esplorare archivi, biblioteche, a cercare maestranze e materiali, a interrogarmi su come rappresentare graficamente la geografia dantesca. In un certo senso mi sono sentito anch’io un po’ come Dante nella sua discesa e risalita: è stato un percorso di ricerca e trasformazione, non soltanto un lavoro. Forse per questo sono così legato a questo globo: perché racconta anche la mia storia, il mio cammino parallelo a quello della Commedia». Per Leonardo Frigo l’idea di scegliere una meta osservando

Scheletro interno in legno utilizzato da Leonardo Frigo per comporre i mappamondi di grandi dimensioni. Grazie alle radiografie effettuate dai restauratori sulle sfere di Coronelli, l’artista può oggi realizzare riproduzioni fedeli allo spirito del geografo veneziano.

Foto: © Rod Lockyer

un mappamondo ha certamente più fascino che scoprirla come si fa oggi sul web: «Mi capita spesso di lasciarmi guidare dai globi e dalle mappe nei miei viaggi. Lavorando al Globo Dantesco, per esempio, ho dovuto mappare i luoghi citati da Dante, molti dei quali oggi non corrispondono più ai nomi o ai confini che conosciamo. Questa ricerca mi ha fatto nascere il desiderio di visitarne alcuni, come certe destinazioni in Grecia menzionate nella Commedia. Allo stesso tempo, negli ultimi anni, i miei spostamenti sono stati molto legati ai mappamondi di Coronelli. Ho tracciato una sorta di mappa dei suoi globi sparsi per il mondo e li ho cercati nei musei e nelle biblioteche: Londra, Parigi, Monaco, Firenze, Roma, Venezia, Milano, Bergamo… Ogni viaggio diventa così una tappa di ricerca, un modo per osservare da vicino le diverse tecniche, i segni del tempo, le modalità di conservazione. Per me viaggiare non significa solo vedere luoghi nuovi, ma incontrare i mappamondi che raccontano quei luoghi: è un modo di vivere

il viaggio con uno sguardo che unisce passato e presente». Il valore del lavoro di Frigo non risiede solo negli oggetti che crea, ma anche nel sapere che trasmette. L’artigiano, infatti, organizza workshop e dimostrazioni dal vivo, mostrando come nasce un globo, dal primo gesto sulla sfera grezza fino alle ultime pennellate di colore. Un’esperienza di condivisione che restituisce al pubblico la possibilità di comprendere il senso profondo di un mestiere antico.

I suoi mappamondi permettono di fare viaggi della memoria oltre che viaggi fisici, una dimensione poetica che a tutti gli effetti è la parte più intima e forse più preziosa di questo mestiere: «Un globo non è mai soltanto una mappa: è lo specchio del tempo in cui nasce, delle conoscenze e delle illusioni di un’epoca. Quando lo osservo o lo creo, mi affascina l’idea che dietro ogni confine ci sia una visione del mondo, come una cronaca poetica della storia. Con il Globo Dantesco ho voluto restituire questo: Dante non solo poeta, ma geografo.

La Commedia è piena di riferimenti a luoghi e coordinate, un’opera in cui il cosmo è insieme scientifico e spirituale. Trasformarla in globo significa tradurre parole in geografia, idee in immagini. Il viaggio che ne nasce non è solo nello spazio ma anche nel tempo, riportandoci a come il mondo è stato pensato e rappresentato. In un’epoca di mappe digitali credo sia essenziale offrire qualcosa di diverso: non una fotografia del presente, ma un racconto. Un globo artigianale non mostra solo “dove siamo”, ma invita a riflettere su “chi siamo”, custodendo memoria, immaginazione e poesia».

Guardando un mappamondo di Leonardo Frigo, si percepisce che il vero viaggio non è solo quello delle rotte tracciate sulla superficie terrestre, ma quello della conoscenza che si tramanda di generazione in generazione. Ed è in questa continuità che si riconosce l’essenza dell’alto artigianato: la capacità di trasformare un oggetto in simbolo, un gesto in patrimonio, un globo in un invito a partire. •

PAGINA ACCANTO: Applicazione della mappa stampata. Il fuso, su carta fatta a mano, viene incollato sulla sfera in gesso: un gesto lento e preciso che dà forma alla superficie del globo.

QUI: Leonardo Frigo nel suo atelier a Londra. Un ambiente raccolto dove tecnica, studio e immaginazione convivono nel processo creativo. Entrambe le foto: © Aris Mercury

SOPRA: L’artista artigiano durante Homo Faber 2024 a Venezia, nella sala “Journey”, accanto al Globo Dantesco di 108 cm di diametro ispirato ai mappamondi di Coronelli. Un’opera monumentale che intreccia letteratura, geografia e visione contemporanea. Foto: © Aris Mercury

A LATO: Epitome Cosmografica di Vincenzo Coronelli. Da questo volume nasce il sogno e il percorso di Leonardo Frigo, che ne raccoglie l’eredità reinventandola con sensibilità attuale. Foto: © Aris Mercury

PAGINA ACCANTO: Leonardo Frigo mentre stampa uno dei fusi in carta che compongono un globo. La stampa avviene con una lastra di rame su carta fatta a mano a Fabriano, secondo una tradizione che unisce arte incisoria e cartografia. Foto: © Rod Lockyer

IL TEMPO CHE SCORRE

SU RUOTE ANTICHE

Nel laboratorio di Pier Luigi Beschi, carrozze e biciclette d’epoca tornano a vivere grazie a un sapere tramandato da generazioni. Un’arte che difende la manualità storica e restituisce a ogni manufatto la sua voce più autentica.

Carrozza a due ruote del 1910, cassa aperta con divanetto dos-à-dos , costruita da Corbellini Milano e restaurata nel laboratorio della famiglia Beschi a Montichiari (Brescia). Un modello storico riportato alla sua originaria eleganza grazie a un restauro attento e rispettoso.

«Quando la carrozza andrà senza cavallo il mondo sarà tutto in gran sovvallo»

— proverbio popolare

Potente simbolo letterario di fuga e tumulto interiore, considerata per secoli un mezzo di trasporto indicatore di status sociale, la carrozza è anche un emblema metaforico della vita. Grandi scrittori come Tolstoj e Jane Austen l’hanno trasformata in un vero e proprio palcoscenico dell’anima. Se è vero che nella sospensione del viaggio lo spirito si placa, la mente crea e lo sguardo si espande all’infinito, in carrozza si compie l’alchimia: il moto perpetuo dell’animo umano procede a velocità naturale e biologica, al ritmo della resistenza e del respiro dei cavalli, come in un ordine naturale. A Montichiari, terra bresciana che ancora oggi conserva memoria di antiche vie e transiti nobiliari, il viaggio nel tempo si compie entrando nell’officina di Pier Luigi Beschi e di

suo figlio Bruno. Restauratori e costruttori su commissione di carrozze e di biciclette d’epoca, i Beschi rappresentano un baluardo contro l’oblio. Orgogliosamente artigiani, depositari di un savoir-faire che affonda le radici in secoli di tradizione manifatturiera, la loro maestria si manifesta in una straordinaria sensibilità estetica. Pier Luigi, ha ottantadue anni e il suo dialogo con la storia è avvenuto attraverso l’amore per i cavalli e per la loro indomabilità. «La mia passione per i cavalli e le carrozze è iniziata quando accompagnavo mio nonno Pietro sul calesse. Il mio grande amore in età adulta è stata Karin, una cavalla che mi ha accompagnato per trent’anni. Mi affascina il rapporto di fiducia con il cavallo: la comunicazione richiede sensibilità, capacità di ascolto, attenzione continua. Aiutato dalla predisposizione alla manualità, affinata dal lavoro di tornitore, e grazie al contatto con il signor Marco Zane, importatore di carrozze dalla Francia, negli anni Ottanta diventai restauratore. Zane le acquistava, io le restauravo.

Successivamente, sono passato alla creazione vera e propria».

La carrozza affonda le sue radici nella notte dei tempi. I primi carri privi di sospensioni risalgono ai Sumeri e agli Egizi, ma era ancora lontana l’evoluzione che avrebbe trasformato questi austeri veicoli in strumenti di raffinata civiltà. Nell’antichità classica, Greci e Romani perfezionarono l’arte della costruzione dei carri, ma fu solo nel cuore dell’Europa rinascimentale, tra il XV e il XVI secolo, che iniziò la vera metamorfosi. L’Ungheria rivendicò il primato con la città di Kocs, da cui deriverebbe il termine stesso “cocchio”. L’Italia, culla del Rinascimento, accolse con entusiasmo questa novità e le corti di Firenze, Ferrara e Milano commissionarono carrozze sempre più elaborate, trasformandole in autentiche opere d’arte su ruote. Intagli dorati, stemmi araldici, tessuti pregiati e dipinti decorativi convertirono questi veicoli in manifesti ambulanti di potere e prestigio. La carrozza divenne strumento di

rappresentazione sociale e un “teatro mobile” in cui la nobiltà esibiva la propria magnificenza. In età barocca, alla corte di Luigi XIV Re Sole, le carrozze raggiunsero livelli di sfarzo inauditi. Il XVIII secolo introdusse i primi criteri di efficienza e nacquero le grandi manifatture specializzate, botteghe con maestranze qualificate – carrozzieri, sellai, fabbri, verniciatori, decoratori – che collaboravano alle creazioni con tecniche ed estetica eccellenti. Nell’Ottocento, con l’avvento della ferrovia e dell’automobile, iniziò il lento declino. Tuttavia, fino ai primi decenni del Novecento, le carrozze conservarono un ruolo importante nelle cerimonie ufficiali e nella vita quotidiana delle città. Il loro lento ritirarsi dalla scena pubblica segnò la fine di un’epoca di grande eleganza: la velocità motorizzata si sostituì al concetto di viaggio come dimensione contemplativa, come danza tra anima e mondo, come legame tra essere umano e animale.

Carrozza a quattro ruote duc de dame per cavalli medio piccoli. Un modello pensato per un pubblico femminile: l’ampio spazio di seduta era progettato per accogliere le
gonne voluminose dell’epoca. Tra gli interventi di restauro nella bottega dei Beschi figura anche la ricostruzione dei fanali.

di ruote e componenti per uno sterzo. Un lavoro di precisione che richiede esperienza, sensibilità e conoscenza dei materiali.

Nel laboratorio dei Beschi si trovano, oltre a una collezione di carrozze di diverse epoche, utensili che potrebbero appartenere a un museo di arti e mestieri. Straordinaria la collezione di oggetti di pregio realizzati in ferro, legno, pelli e tessuti, attraverso i quali il Maestro opera quella che potremmo definire una forma di resistenza culturale. In un’epoca ossessionata dalla sostituibilità universale, egli riafferma il valore della permanenza, della riparabilità, della trasmissione intergenerazionale del sapere. Restaurare o ricostruire una carrozza d’epoca, per Pier Luigi, non significa semplicemente riportarla a uno stato di funzionalità, bensì restituirle quella dignità narrativa che ogni manufatto storico possiede. Ogni veicolo racchiude storie di viaggi, di incontri, di epoche tramontate; il restauratore diviene così interprete e custode di queste memorie silenti. Sulle pareti dell’officina, microcosmo di temporalità diverse,

SOPRA: Bruno Beschi in bottega durante la realizzazione
SOTTO: Pier Luigi e Bruno Beschi. Padre e figlio su una slitta del 1830 appartenuta a un Arcivescovo di Gorizia e trasformata da Pier Luigi
in carrozza. Nell’atelier di famiglia si restaurano modelli originali e se ne costruiscono di nuovi, mantenendo viva una tradizione secolare.

non si contano le fotografie e gli articoli di giornale che raccontano le storie, anche umane, legate alle biciclette e alle carrozze. Come quella di un Omnibus, il cui restauro fu commissionato negli anni Ottanta dal Signor Zane, utilizzato in un viaggio di 40 giorni da Milano a Palermo, in 37 tappe, per promuovere un prodotto per animali.

Mentre Pier Luigi racconta, suo figlio Bruno – che gestisce anche l’archivio documentale – sfoglia le pagine dei libri da collezione contenenti i disegni di attacchi, avantreni, stanghe, fari, ruote e balestre che il padre riproduce con straordinaria fedeltà. L’eccezionalità del processo di lavorazione risiede nell’impiego di tecniche storiche come incastri e curvature –ottenute mediante vapore – che solo pochi maestri ancora oggi padroneggiano e delle quali Bruno va particolarmente fiero. Una delle creazioni alla quale Pier Luigi è più affezionato, è

una slitta del 1830, appartenuta ad un Arcivescovo di Gorizia e trasformata da lui in carrozza. «Non ci sono saldature, le ruote si smontano per il trasporto – racconta Bruno –, esattamente come il cavallo in legno composto da tre pannelli facilmente smontabili e trasportabili, da affiancare alle carrozze durante le esposizioni. Mio padre usa la mente e le mani; mentre io lavoro su progetti, lui immagina, guarda un disegno o una fotografia e realizza il pezzo».

Altro gioiello di famiglia, una carrozza ottocentesca appartenuta ai Principi Borghese con fanali in argento, maniglie in avorio e imbottitura capitonné di raso giallo dorato con 560 bottoni realizzati a mano. Il restauro di Pier Luigi Beschi ha riportato questa carrozza ai suoi antichi splendori, mantenendo al contempo la sua autenticità e il valore storico culturale. La collezione Beschi esposta a Montichiari

Carrozza a quattro ruote e due sportelli coupé, 1850, costruita dalla Carrozzeria Italiana Cesare Sala di Milano e restaurata da Pier Luigi
Beschi. Il modello coupé, nato nel XVII secolo come versione compatta della berlina, ritrova qui la sua forma armoniosa e proporzionata.

Nel laboratorio di Montichiari si progettano e restaurano anche biciclette. Qui, una replica di modelli biciclo per adulti e bambini.

Le creazioni firmate Beschi sono apprezzate dagli intenditori per accuratezza storica e qualità artigianale.

comprende inoltre calessi, landau, carrozze coupé duc de dame, charrette francesi, break, phaeton, calesse dos-à-dos e altri pezzi unici di grande valore artistico come un sulky del 1862 o una replica di Milord Landau break da caccia.

Accanto al padre, Bruno Beschi rappresenta il ponte tra passato e futuro, l’erede che reinterpreta creativamente una tradizione.

A undici anni lo seguiva in officina e, divenuto progettista meccanico, oggi è in grado di cimentarsi anche in lavori di falegnameria, lavorazione del ferro, restauro di tappezzeria di carrozze e cuoio. Inoltre, progetta e realizza oggetti per arredamento, orologi e biciclette. «Il sistema di gommatura della bici d’epoca è uguale a quella delle carrozze. Per preparare la bicicletta di un collezionista che ha fatto una gara a Soresina, ho fatto il progetto della matrice e ho lavorato con lo stesso processo tecnico usato per la gomma della carrozza. Oggi la bici si trova al

museo della bicicletta ed io non farò mai morire questo lavoro». Rimarrà nella storia la bici di Giuliano Calore, uomo da Guinness, campione di ciclismo estremo, che negli anni Ottanta, all’età di 73 anni, scese dallo Stelvio di notte, senza freni e senza manubrio, sulle due ruote ricostruite dal genio di Pier Luigi Beschi. «L’artigiano crea, l’industriale copia». Si riassume in questa frase la filosofia del Maestro Beschi e di suo figlio Bruno, interpreti di sapienza e di continuità generazionale che non tradisce. I Beschi ci ricordano che esistono forme di conoscenza che richiedono tempo, pazienza, dedizione assoluta. La loro opera è testimonianza eloquente del fatto che il progresso autentico non consiste nell’abbandonare il passato, ma nel farlo dialogare fecondamente con il presente, preservando quelle eccellenze che definiscono l’identità culturale di un territorio e di una civiltà. •

Un gesto attento che custodisce la continuità di una tradizione cartografica familiare.

Laura Ottaviani, nipote del fondatore dell’Istituto Cartografico Visceglia e oggi alla guida dell’azienda, controlla la qualità di una stampa.

CIÒ CHE CAMBIA MAPPE CHE RACCONTANO

Dal disegno a china alle carte digitali personalizzate, nella Cartografica Visceglia si conserva un patrimonio unico di precisione e memoria. Mappe che guidano attraverso luoghi ed epoche, mantenendo sempre viva l’anima artigiana.

di Alessandro Pilot Fotografie di Dario Garofalo

Nel 1930 la Cartografica Visceglia di Roma, fondata l’anno precedente da Vincenzo Visceglia, pubblica la sua prima Guida Toponomastica di Roma. «A quel tempo», ci racconta sua nipote Laura Ottaviani che oggi gestisce la storica attività, «mancava una planimetria come la voleva il nonno: innovativa, perché era la prima suddivisa in tavole, precisa fino all’indicazione dei numeri civici e disegnata interamente a mano».

In quegli anni, Cartografica Visceglia era uno dei pochissimi laboratori – meno di una decina in tutta Italia – in grado di realizzare professionalmente carte geografiche. È Laura a illustrarci il processo creativo: «Creare una carta geografica prevedeva il coordinamento di diversi mestieri manuali. Il primo era il disegno con la penna a china, realizzato su fogli trasparenti di acetato che venivano sovrapposti alle aerofotogrammetrie [le foto aeree del territorio da disegnare, ndr]. Poi, sempre con il pennino, si aggiungevano dettagli come i nomi dei luoghi, che talvolta richiedevano sopralluoghi per verificare le informazioni. Una volta asciugato il disegno,

era possibile fare le correzioni eventualmente necessarie mediante lametta e venivano realizzate le varie campiture con l’utilizzo del rosso coprente, un colore per volta. Infine, si incidevano le lastre per andare in stampa». Si trattava insomma di un processo interamente manuale, che richiedeva più giorni e presupponeva anche la padronanza di un preciso linguaggio, fatto di simboli e convenzioni. «Erano forse carte imperfette rispetto a Google Maps, ma sicuramente non sono mai state anonime come quelle degli strumenti digitali contemporanei», aggiunge Laura con il giusto orgoglio. Le storiche carte Visceglia hanno una bellezza che non nasce da un intento artistico. Il nonno, ci spiega Laura, preferiva anzi assumere chi usciva dal liceo scientifico rispetto a chi aveva frequentato l’artistico, e durante la guerra assumeva prevalentemente manodopera femminile, non solo perché gli uomini erano impegnati al fronte, ma anche perché erano meno precisi e puntuali rispetto alle donne. Donne che, dopo di lui, hanno interamente gestito l’attività da lui fondata: prima la figlia Rosangela, poi la nipote Laura.

Come ha fatto Cartografica Visceglia a sopravvivere all’avvento dei GPS, dei navigatori, delle carte digitali, trovando una sua collocazione nel mondo contemporaneo dominato dal digitale? La rivoluzione si compie quando, per la prima volta, Laura e sua madre decidono di usare il computer, che era già entrato in laboratorio negli anni Ottanta, per disegnare digitalmente una carta stradale dell’Italia. «Non ci siamo mai fatte spaventare dalla sperimentazione, dalla necessità di innovare. Usavamo già il computer per scopi diversi dagli anni Ottanta, poi nel 1996 abbiamo disegnato la prima mappa digitale. Si chiudeva un’era, ma si aprivano nuove opportunità: il lavoro restava manuale, ma l’artigianato diventava digitale, con indubbi benefici come la possibilità di introdurre più elementi e informazioni, di effettuare facilmente le correzioni, di stampare in grandi dimensioni. Soprattutto, però, ci si presentava l’opportunità di passare a un servizio completamente sartoriale, personalizzando le carte a seconda del cliente, che aiutiamo sempre a trovare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze».

PAGINA ACCANTO E QUI: Cartografica Visceglia offre un servizio sartoriale di personalizzazione, permettendo a ogni cliente di ottenere una carta costruita esattamente sulle proprie esigenze. Un approccio su misura che rinnova l’idea stessa di mappa come oggetto unico.

PAGINA ACCANTO: Laura Ottaviani all’interno dell’Archivio Cartografico Visceglia, dichiarato di particolare interesse storico dal Ministero della Cultura. Un patrimonio di documenti che racconta decenni di geografie e trasformazioni.

Personalizzazione e creatività sono così diventate le parole chiave di una bottega che, nonostante l’evoluzione tecnologica, riesce a conservare ancora e con successo la propria anima artigiana. Non è manuale solo il disegno sulla tavoletta grafica, ma anche tutto quello che ne può nascere: elementi d’arredo, oggetti decorativi, gadget. Tutti gli oggetti vengono realizzati in collaborazione con una rete di artigiani che padroneggiano le lavorazioni necessarie a trasferire le carte personalizzate Visceglia – vecchie o nuove, standard o create ad hoc – sui diversi supporti. Nell’offerta contemporanea del laboratorio non ci sono solo gli oggetti, ma anche le esperienze, come i tour guidati di Roma che portano i turisti a scoprire, con le vecchie mappe Visceglia alla mano, i cambiamenti della città, i luoghi che non

QUI: Grazie alla collaborazione con una rete di artigiani specializzati, Cartografica Visceglia realizza creazioni originali trasferendo le carte

su diversi supporti e materiali. Un modo contemporaneo di dare nuova vita alla cartografia, trasformandola in oggetto d’arte.

esistono più o che si sono trasformati in qualcosa di diverso e nuovo. Questi viaggi nello spazio e nel tempo sono possibili solo grazie allo straordinario Archivio Cartografico Visceglia – già dichiarato archivio storico di particolare interesse dal Ministero della Cultura – che conserva tutte le carte e i lucidi provenienti dalla lunga storia del laboratorio: un patrimonio monumentale di memoria, indispensabile per affrontare tutte le prossime sfide che il laboratorio si porrà. «Non sono nostalgica, ma solo il passato ci può raccontare la storia e l’evoluzione del territorio», ci insegna Laura. Proprio come scrisse suo nonno nel 1942: «Nessuna paura del futuro, nessuna venerazione del passato. Chi teme l’avvenire e l’insuccesso, limita la sua attività. L’insuccesso è soltanto un’occasione per ricominciare in modo più intelligente». •

Il leggendario Orient Express torna in Italia. L’interior design e la livrea del

La Dolce Vita – qui in foto – portano la firma di Dimorestudio. Un nuovo Grand Tour che invita i passeggeri a scoprire le meraviglie del Bel Paese attraversando “mari e monti”, tra suggestioni d’epoca e comfort contemporaneo.

Sui binari dell’eleganza

di Ugo La Pietra Fotografie di Mr. Tripper

Il progetto “La Dolce Vita Orient Express” di Dimore Studio reinterpreta il design italiano per un nuovo treno di lusso. Interni, materiali e artigianato dialogano con la storia, trasformando il percorso in un’esperienza di stile e identità.

treno

Il ristorante (sopra) e il bar (a lato) dell’Orient Express Dolce Vita: l’elegante semplicità del design italiano e il fascino virtuoso della cucina dei diversi territori confluiscono nell’alta ristorazione presente a bordo.

In collaborazione con i migliori chef e bartender nazionali ed internazionali, si possono degustare i migliori vini della penisola e le più esclusive ricette della tradizione culinaria ad opera di chef stellati.

Viaggiare, spesso, vuol dire comunicare. Comunicare attraverso il viaggio vuol dire anche “perdersi”, lentamente e progressivamente, nel territorio che si visita.

C’è però un modo di viaggiare che consente di preservare la propria identità: il viaggio in treno.

“Stare a guardare” – ecco l’essenza di questo viaggio: un percorso che si svela progressivamente lungo l’itinerario prestabilito. Il mondo scorre oltre il finestrino con suggestioni che non ci appartengono ma che stimolano la nostra fantasia.

Mancano gli odori e i rumori, e soprattutto manca il contatto diretto nella natura e nel paesaggio.

La condizione del viaggiatore sul treno, separato dal mondo esterno, è amplificata dallo spazio interno — dal suo arredamento e allestimento — che diventa parte integrante del paesaggio in movimento. Lo sapeva bene Gio Ponti quando arredava le grandi navi da crociera negli anni

Cinquanta, Andrea Doria, Giulio Cesare, Conte Biancamano e Conte Grande: «Le nostre navi devono essere dedicate all’Italia in due modi: uno figurativo, rappresentato dagli oggetti d’arredo, e l’altro come espressione della cultura italiana».

È con questo spirito che Dimorestudio (studio di architettura fondato a Milano da Emilio Salci e Britt Morgan) ha affrontato il progetto “La Dolce Vita Orient Express” che reinterpreta ciò che in tanti anni è stato il design italiano e che ci ricorda l’attualità di un mezzo che ha attraversato per generazioni l’Europa alimentando la nostra fantasia.

Il viaggio, quindi, grazie a uno strumento (il treno) in una dimensione organizzata: un viaggio che ci proietta nei territori attraversati e allo stesso tempo preserva la nostra identità. Identità che diventa l’occasione per esaltare l’arte di vivere

all’italiana: con interni che mettono in evidenza l’ancora vivace

maestria degli artigiani italiani con segni (arredi e decori) che attingono alla creatività della cultura degli anni Sessanta e Settanta.

Arte e design sono i caratteri che hanno così sostenuto a suo tempo le proposte di arredo navale di Ponti, un modello progettuale già anticipato dall’opera di Gustavo Pulitzer, che con i suoi arredi del Conte di Savoia decretò per primo lo stile navale moderno all’italiana. Salci e Morgan hanno dimostrato, con la ristrutturazione e i nuovi arredi dell’Orient Express, di voler raccogliere l’eredità di questi grandi architetti arredatori, lavorando con artigiani di alta qualità, progettando su misura e ripercorrendo il modello della vecchia disciplina “Architettura degli interni” insegnata nelle Facoltà di Architettura. Ogni elemento dell’arredo è stato quindi pensato nel tentativo di trovare un equilibrio tra significato storico e funzionalità contemporanea; ogni spazio è curato nei minimi

dettagli per dare la sensazione di essere sempre stato lì: con questa definizione i due progettisti aspirano a quel modello progettuale dell’oggetto “classico”, tanto caro a Gio Ponti, ovvero l’oggetto che sfida il passare del tempo e delle mode. Così è nato “La Dolce Vita Orient Express”, un progetto di turismo di lusso su rotaia, firmato Arsenale Group in partnership con il marchio Orient Express del Gruppo Accor. Da Roma a Parigi, da Istanbul a Spalato, il viaggiatore soggiornerà in un Hotel, dove l’aspirazione dei progettisti è stata quella di proporre l’arte di vivere all’italiana, che si è concretizzata in arredi di design e opere d’arte, che ci ricorda ancora una volta lo slogan di Gio Ponti “la casa all’italiana” coniato per i suoi progetti domestici degli anni Quaranta. Un modello culturale e progettuale che vuole essere portatore di valori attraverso la cultura materiale del made in Italy: dagli oggetti al cibo. •

Gli arredi delle 12 cabine Deluxe, diciotto Suites e una Honor Suite celebrano la creatività e l’arte, ispirandosi alle influenze dei grandi
Maestri del design italiano degli anni Sessanta e Settanta. Un’ode allo slow travel e allo stile di vita italiano.

Geografie da abitare

di Nurye Donatoni Fotografie di Alan

IL DESIGN TOPOGRAFICO DI DOLOMITISCH

Curve di livello, rilievi e toponimi diventano materia scolpita in sorprendenti arredi topografici. Tecnologia e mano artigiana si intrecciano per trasformare le Dolomiti in presenza tattile, capace di restituire territorio e vissuto in una forma nuova.

Chies

Dolomitisch, panca topografica Belvedere, swiss pine. Il profilo della montagna emerge dalla seduta, trasformando la panchina in un paesaggio scolpito. Il passaggio dal piano alla tridimensionalità dona movimento a un oggetto altrimenti rigoroso, rendendolo vivo e dinamico.

La storia di Dolomitisch Topographic Furniture nasce da un’idea semplice e radicale: trasformare la montagna in oggetto d’uso e di bellezza, da toccare e guardare senza tradirne l’essenza. L’azienda è stata fondata da Luca, Daniele e Walter. I primi due sono amici da sempre. Entrambi trentatreenni hanno corso insieme nei boschi e poi da adulti, mantenendo un forte legame di amicizia, hanno scelto strade diverse. Luca diventa ricercatore presso l’università di Bolzano in ecologia forestale e assistente in anatomia del legno, mentre Daniele, animo più ingegneristico, è affascinato dalla modellistica in 3D, dalle capacità del CNC e del CAD COM di creare disegni e realizzarli con altissima fedeltà. Walter è un uomo più maturo che conosce la gestione aziendale e la sua complessità. Lavora nel mondo del legno da anni, costruisce case e arredi, ha capacità manuali e tecniche e comprende con facilità come l’essenza può essere lavorata e trattata per esprimere tutta la sua bellezza. Walter è stato il propulsore, colui che ha motivato e accompagnato il gruppo.

Il primo approccio tra i tre futuri soci è dato dalla volontà di Luca di costruire un tavolo per casa sua. Un tavolo particolare. Un tavolo legato alla sua grande passione per la cartografia. Un tavolo tattile, da toccare magari mentre sei sdraiato sul divano

sognando le montagne. Iniziano gli incontri di competenze diverse: dal design alla falegnameria, dall’ingegneria alla ricerca territoriale, in un progetto che è prima di tutto un sogno. Disegni, prove, competenze e tenacia generano il primo tavolo. Per tutti e tre è chiaro che il punto di partenza non è il legno in sé, ma la cartografia dei luoghi: curve di livello, rilievi, linee topografiche. Questi segni, che normalmente servono a descrivere e misurare, diventano la matrice per scolpire tavoli, panche e superfici. Il paesaggio delle loro amate Dolomiti si fa oggetto, senza mai perdere il riferimento al contesto originario e alle sue essenze lignee.

Una particolare attenzione merita la tecnica con cui vengono realizzate le panche, il vero emblema della loro ricerca. Non si tratta di semplici elementi d’arredo, ma di mappe tridimensionali tradotte in materia. Ogni panca, dal design lineare, ha una parte terminale che nasce dall’estrazione digitale delle curve topografiche di un’area specifica tradotta in tagli successivi del legno. Strato dopo strato si riproducono le morfologie di un versante, la dolcezza di un pendio o l’irregolarità di una cresta. A questa fase di precisione tecnologica si affianca la sapienza manuale: la levigatura, la scelta delle essenze, la cura dell’assemblaggio e la verniciatura.

Innovazione e tradizione non sono qui concetti opposti, ma due poli che si richiamano. L’uso di strumenti a controllo numerico non esclude l’artigianalità, anzi la esige, perché solo la mano umana può restituire morbidezza a un rilievo nato da un dato grezzo.

L’azienda non si limita a operare nelle Dolomiti, ne è parte integrante. Gli alberi scelti nascono e crescono prevalentemente su queste montagne o sull’arco alpino, la volontà è di usare essenze lignee locali e cercare di esercitare opere di compensazione con una parte del ricavato devoluta al reimpianto dei boschi. I soci vivono a stretto contatto con i boschi, amano i boschi e rispettano i ritmi che essi impongono, la loro scelta è etica e progettuale. Il legno non è materia neutra, ma racconto geologico, biologico e culturale. Ogni tavola porta con sé la stratificazione del tempo e delle condizioni climatiche che l’hanno formata. Questa consapevolezza ecologica diventa un modo di lavorare. Non è la ricerca del legno perfetto, ma l’accoglienza delle sue imperfezioni a caratterizzare le opere Dolomitisch: nodi, variazioni di colore, segni di crescita. È in questi dettagli che il territorio rimane vivo dentro l’oggetto. Luca ha viaggiato con lo zaino in spalla e cartine topografiche alla mano oltre che tra

PAGINA ACCANTO: Luca Da Ros, imprenditore con un dottorato in Ecologia forestale e fondatore di Dolomitisch, con Riccardo Vendramin, product designer.

QUI: Dolomitisch, panca topografica Belvedere, black oak. Il soggetto della montagna, la scala topografica e le dimensioni della panchina possono essere personalizzati su richiesta, trasformando ogni pezzo in un ritratto unico del territorio.

interpretando la montagna come

i suoi amati boschi anche nei grandi parchi naturali del mondo. L’esplorazione geografica della natura, il riconoscimento delle essenze lignee e della loro anatomia è alla base di Dolomitisch. L’attenzione alla toponomastica è un aspetto peculiare del lavoro di Dolomitisch. I nomi dei luoghi, lungi dall’essere semplici etichette, custodiscono stratificazioni linguistiche e culturali. Ogni panca, tavolo o arredo è legato ad un luogo e a un toponimo preciso, che ne diventa titolo e identità. Questa scelta certamente porta un valore poetico e di affezione, ma anche scientifico: la toponomastica è uno strumento di analisi del territorio, capace di raccontare i modi in cui le comunità hanno vissuto e interpretato le montagne nel tempo. Un oggetto, così, non è mai avulso dal contesto, porta con sé coordinate geografiche, storiche, sociali e spesso anche ricordi e memoria.

Il passaggio dal laboratorio artigianale alle reti internazionali del design non è stato né facile né immediato, ma ha trovato un punto di svolta con l’ingresso dei loro pezzi nella galleria Rossana Orlandi di Milano, una delle realtà più influenti a

livello mondiale nel settore. Qui le panche Dolomitisch sono state accolte come frammenti di paesaggio tradotti in design: non la forma per la forma, ma un oggetto che porta in sé il peso, la leggerezza e la bellezza delle Dolomiti. Questo viaggio tattile ha trovato la sua massima espressione nell’esposizione nella sala “Journeys” di Homo Faber 2024, la grande vetrina internazionale dedicata alle eccellenze artigianali. In quell’occasione la panca Dolomitisch non è stata soltanto un arredo, ma un racconto del paesaggio trasformato in esperienza condivisa. L’identità di questo atelier si fonda, dunque, su un equilibrio raro: precisione tecnica e ricerca estetica, legame con il territorio e apertura verso il mondo, innovazione digitale e artigianato manuale. In ogni pezzo, nato dopo 40/50 ore di lavoro, si intrecciano scienza ed emozione: la scienza delle mappe, della cartografia, della toponomastica; l’emozione del bosco, della montagna, del paesaggio vissuto quotidianamente. È in questa tensione che Dolomitisch trova la sua forza, trasformando la materia in un racconto e il racconto in un viaggio. •

A SINISTRA: Dolomitisch, specchio Mezzocielo. Lo specchio fonde arte e natura, riflettendo la quiete e la
maestosità delle vette. Con il suo design scultoreo, porta negli interni un frammento di paesaggio.
A DESTRA: Panca topografica Belvedere. Una presenza che unisce funzionalità e memoria del territorio,
forma abitabile.
Dolomitisch, tavolino topografico della serie Tip&Top. Tra piani in metallo, come intravisti da una cortina di nuvole, emergono i profili delle montagne. Un oggetto che trasforma la geografia in gesto quotidiano.

La poesia del navigare

di Andrea Bertuzzi
DANIELE RIVA

Il piano di coperta della Velarca prende nuovamente forma. L’imbarcazione è stata interamente ricostruita dal Cantiere Ernesto

Riva

Foto: ©

Dal lago di Como, otto generazioni di maestri d’ascia trasformano il legno in imbarcazioni uniche, tra restauri storici e nuove soluzioni all’avanguardia.

Un mestiere che unisce tecnica, sensibilità e passione, da generazione in generazione.

a partire dal rilievo diretto dello scafo originale, restituendo vita a un’icona del design nautico del Novecento.
Carlo Borlenghi

Vista dall'alto dell’house boat Velarca durante la fase finale di ricostruzione. Il piano di coperta è preparato per la posa dello strato finale in massello di iroko, in un equilibrio tra tradizione e innovazione.

PAGINA ACCANTO: La costruzione dello scafo dell’E–Next Open. I fasciami in cedro vengono applicati sul telaio strutturale in mogano massello: una carena progettata per massimizzare l’efficienza della propulsione elettrica, disegnata da Mani Frers – FRERS Design. Entrambe le foto: © Carlo Borlenghi

Un bambino osserva attentamente il modellino di una barca, adagiata sull’acqua che scintilla sotto il sole del lago di Como. L’ha legata a una cordicella che fa scivolare piano, curioso di scoprire se “fa onda o non fa onda”, ovvero se riesce a navigare a una velocità tale da creare increspature rilevanti. Siamo negli anni Settanta. Il bambino ha già familiarità con la materia. Il suo papà costruisce barche e intaglia i remi. Dai pezzi di legno avanzati nascono così mille compagni di viaggio: blocchetti di massello trasformati in barchette a vela, che il bambino e i suoi amici affidano all’acqua per fare a gara. Tra quelle corse leggere si sta accendendo una passione destinata a diventare eccellenza. Quel bambino era Daniele Riva, che oggi rappresenta l’ottava generazione del Cantiere Ernesto Riva, la tradizione del legno applicato alla nautica dal 1771.

L’attività, iniziata a Laglio, è sempre stata rivolta alla costruzione di battelli, lance, inglesine e “lucie” manzoniane. «Mio padre ha costruito moltissimo in tutto il Nord Italia», racconta Daniele Riva, MAM – Maestro d’Arte e Mestiere. «Nei paesi dei laghi prealpini il 90% delle imbarcazioni – jole e da canottaggio – proveniva dalla nostra bottega. I nostri clienti hanno compiuto viaggi straordinari: discese lungo il Danubio, attraversamenti dei canali olandesi e francesi... Non solo per il piacere di navigare, ma anche per raccontare la storia e la tradizione del nostro territorio attraverso il viaggio». Che cosa significa, dunque, essere maestro d’ascia nel 2025?

«È una scelta controcorrente», spiega. «Oggi molti preferiscono materiali più facili da lavorare, come la vetroresina, orientati a rispondere a una domanda commerciale immediata. Creare un’imbarcazione in legno significa invece realizzare un oggetto

QUI:

unico, destinato a durare nel tempo, profondamente legato alla persona per cui viene costruito. Di solito, si tratta di appassionati che se ne prendono cura, la custodiscono per tramandarla di generazione in generazione». All’interno della nuova struttura di Maslianico, dove sono impiegate 15 persone, l’85% del lavoro resta artigianale. «Nella verniciatura, nonostante esistano macchinari appositi, non è possibile programmare un braccio robotizzato: ogni imbarcazione è unica, difficilmente replicabile. E così i nostri artigiani applicano fino a 26-30 mani di vernice. Anche nel reparto falegnameria si pialla artigianalmente, perché la barca è tutta curve e sinuosità, senza angoli a 90°». La progettazione, di esemplari a vela o a motore, è quasi sempre su commissione, ma si lavora anche al restauro, come avvenuto l’anno scorso, in collaborazione con il FAI – Fondo Ambiente Italiano, sulla famosa Velarca, casa-barca di 22 metri progettata dallo Studio milanese BBPR nel 1959, capolavoro firmato dagli stessi

architetti della Torre Velasca di Milano. «È stato come fare un salto indietro di tre generazioni, ripercorrendo le tecniche dei miei trisnonni, ma utilizzando materiali moderni e strumenti che all’epoca non esistevano. Mi sono sentito anche io un “sepoltone”: così venivano chiamati i maestri d’ascia del passato, perché nel loro lavoro di inserire la canapa tra un fasciame e l’altro sembrava che stessero “seppellendo” il materiale». Non si pensi, però, che l’attività sia rivolta solo al passato. «Crediamo sia necessario promuovere anche una mobilità sostenibile», rivela Daniele Riva. Dieci anni fa è nato così Ernesto, il primo e-commuter del lago di Como. Questo prototipo, costruito con il supporto dell’architetto Germán Mani Frers e dell’ingegner Carlo Bertorello, inserito nel progetto Slow Commuter finanziato da Regione Lombardia, è stato pensato e progettato per avviare un percorso di innovazione nella nautica. «Abbiamo recuperato i disegni delle “vaporine” storiche di Villa d’Este, realizzando una carena

moderna adatta all’elettrico. L’imbarcazione ha iniziato così a funzionare come navetta per i clienti degli alberghi. Conservo ancora il disegno originale, realizzato sul retro del conto di un bar. Dopo varie simulazioni e aggiustamenti, il risultato finale è stato sorprendentemente vicino a quello schizzo». A fine settembre è stato presentato un nuovo esemplare elettrico, con sovrastruttura in vetro e carbonio, firmato da Frers, con la collaborazione di Bertorello e Patricia Urquiola. Tra tutte le barche realizzate, difficile scegliere per Daniele quella a cui è più affezionato: «Rispondo sempre “la prossima”, perché guardo sempre avanti». Intanto, pare proprio che la nona generazione del Cantiere stia scaldando i motori. «Mio figlio Stefano studia disegno navale a La Spezia. Mia figlia Sara, al quinto anno di liceo artistico, ha un talento naturale per l’arte, che è fondamentale in questo lavoro. Ma io non impongo nulla, devono essere liberi di scegliere, anche perché questo mestiere si sposa con la vita solo se viene dal cuore». •

PAGINA ACCANTO: Le prime fasi di costruzione dello scafo della Vaporina 26. I correnti in mogano massello vengono inseriti nelle paratie fresate CNC, definendo l’ossatura portante dell’imbarcazione e garantendo stabilità e precisione.

QUI: A sinistra, la prua della Velarca Lo scafo deriva da un’antica gondola lariana di 19 metri, la Corriera Tremezzina, impiegata dal 1911 per il trasporto di merci e persone sul Lago di Como. A destra, dettaglio della fiancata. Le aperture ospitano vetri originali provenienti dai tram milanesi degli anni Sessanta, un dettaglio che intreccia memoria e contemporaneità. Foto: © Carlo Borlenghi

IN ALTO: Le due imbarcazioni elettriche

E–Next Open ed E–Next Villa d’Est e in navigazione. Il progetto

E–Next , firmato Mani Frers – FRERS Design, unisce la tradizione ultracentenaria del Cantiere Ernesto Riva a un linguaggio contemporaneo orientato alla sostenibilità e alle alte prestazioni.

A DESTRA: Daniele Riva sulla prua dell’Ernesto, barca ambasciatrice del progetto di elettrificazione avviato nel 2016. Un modello pluripremiato, riconosciuto a livello internazionale con titoli come Barca dell’Anno al Salone Nautico di Genova, Premio UIM, Premio Gustave Trouvé e numerose altre menzioni. Foto: © Valentina Sommariva

Paolo Rui, You say migration, I say vacation, acrilico e olio su tela, 100 × 60 cm, 2013.

Realizzata per una mostra personale a Taiwan presso la galleria Open Box di Taichung, l’opera rende omaggio a una delle molte specie di uccelli che ogni anno raggiungono l’isola per svernare, tema caro agli appassionati di birdwatching.

Le rotte immaginarie di Paolo Rui

di Luca Bergamin

Illustrazioni di Paolo Rui

Illustratore cosmopolita e spirito libero, Paolo Rui attraversa culture e linguaggi artistici per dare forma a un universo personale dove si intrecciano surrealismo, ironia e ricordi. Un viaggio tra Milano, Taiwan e la fantasia.

La sua mano, la sua testa, le sue gambe e le sue braccia sono costantemente in movimento, tanto su questo pianeta quanto su un altro, immaginario e tutto suo, con qualche incursione involontaria ma assai gradita di René Magritte e Dino Buzzati. Fisicamente, anche oggi, Paolo Rui — sessantatré anni — si trova seduto al suo tavolo da architetto anni Cinquanta, uno di quelli con il piano basculante, nel quartiere Stadera di Milano. Lavora all’interno di una vecchia tipografia ristrutturata e condivisa con altri creativi, a due passi dai Navigli, dove tra la Piscina S. Abbondio e la Canottieri Milano si dedica con regolarità svizzera al nuoto e alla corsa. Eppure, contemporaneamente, l’ex studente dell’Accademia di Belle Arti di Brera — «dove ho preso buonissimi voti, ma sono uscito senza sapere disegnare» — potrebbe trovarsi nella

Taiwan della moglie Mei Chi («significa sia pruno che angelo») o in California. È lì che, dopo il servizio militare e grazie a una borsa di studio della Commissione Fulbright, ha davvero appreso l’arte e le tecniche dell’illustrazione. «Per me il viaggio è un modo per volare lontano, prima di tutto con la mente. Pensate che nel curriculum scrivo sempre che sogno di pilotare un dirigibile e di volare su Marte, magari facendo le due cose insieme. Del resto, il tavolo sul quale disegno mi fu donato da mia madre, che proveniva da una famiglia titolare di un’azienda a quel tempo già leader nella fabbricazione industriale di verricelli per navi e transatlantici, fornitrice anche del mitico Rex».

I sogni e progetti artistici di Rui, per sua e nostra fortuna, non sono mai affondati. La rotta per arrivare in porto, tuttavia, è stata più lunga del previsto. «Il mio surrealismo ironico ha

Paolo Rui, Duomo, acrilico su tela, 50 × 40 cm, 1995. Opera utilizzata nel 2004 per promuovere un messaggio di pace durante le manifestazioni contro
la Guerra in Iraq. Inserita nel progetto Milano Postcards , è stata esposta in diversi contesti, tra cui la Galleria Vittorio Emanuele a Milano.

«Si dice che la luna sia sospesa sul capo di quanti abitano al di sotto di essa, e che coloro che abitano sopra di essa siano ad essa incatenati a causa del suo girare vorticoso». Un’immagine

navigato con fatica», racconta. «Colpa anche di un professore di Brera, convinto che quella corrente artistica fosse ormai una lingua morta e sepolta. Partendo da Magritte, ho virato verso Dino Buzzati, certamente più malinconico, ma autore di un linguaggio con picchi alti di allegrezza. Anche io, tramite il disegno, cerco una via di fuga da quel vicolo cieco in cui sembra essersi trasformato il mondo di oggi».

Fondamentale è stata Mei Chi, che una quindicina d’anni fa convinse il marito riluttante a partecipare alla fiera degli artisti sul Naviglio Grande. Fu allora che Paolo tornò a realizzare illustrazioni pittoriche, ritrovando la libertà espressiva della prima giovinezza, quando sognava di diventare illustratore di fantascienza. «Ero mosso dalla pulsione incontenibile a sperimentare, scoprire aspetti di me che non conoscevo.

Negli Stati Uniti ho iniziato a lavorare per la pubblicità, imparando tutte le tecniche possibili e immaginabili, ma smarrendo, in parte, la mia inclinazione originaria».

Illuminante fu il trasferimento a Taiwan verso la fine degli anni Novanta: non solo per l’incontro con Mei Chi, ma per l’immersione in una nuova lingua e cultura. «Mi ci sono gettato a capofitto», racconta, «e ho iniziato a lavorare nell’editoria per ragazzi, innamorandomi dei paesaggi e delle persone». Pur senza abbandonare del tutto la pubblicità, Rui inizia una carriera parallela, partecipando alle prime mostre nella nazione insulare.

«Nei miei quadri sono partito dal tema giocoso degli ex voto di Buzzati, in cui esprimeva una religiosità gentile attraverso figure come una Santa Caterina che salva i marinai dai

Paolo Rui, La luna secondo Plutarco, 2013. Illustrazione creata per una mostra collettiva curata dallo scrittore e sceneggiatore Aldo Tanchis. A Rui era stato affidato un passo di Plutarco:
che traduce in visione pittorica la forza evocativa del testo antico.

diavoletti volanti, per arrivare alla creazione di personaggi miei, ad esempio animali che risollevano Milano da un’ondata di caldo o dall’invasione della réclame, come il cucciolo Fuffi o un criceto. Sono stato molto influenzato dai variopinti uccelli di Taiwan, in particolare dal rigogolo rosso — occhi da merlo, corpo scarlatto, ali nere — che ho trasformato in un volatile tondeggiante chiamato Rrubi».

Un po’ ribelle verso il digitale più spinto, Rui pratica il disegno anche per affrontare temi sociali. I suoi taccuini, riempiti incessantemente di schizzi, sono per lui veri e propri diari personali: «A volte da lì emergono lavori di valore, altre restano cose intime e nascoste. L’importante è usare le tecniche tradizionali per dare vita a creature che incarnino la bellezza più pura, quella che si scopre — conclude Rui — lasciandosi smarrire dentro culture diverse dalla nostra, come la vita e la curiosità mi hanno insegnato a fare». •

ACCANTO, IN ALTO: Paolo Rui, Posta aerea 5, acrilico e olio su tela, 70 × 50 cm, 2018. Nel 1922 il pioniere Giuseppe Rossi conduce il suo idrovolante sul Lario trasportando il generale Mitchell: il volo, evocato

dalla presenza dello svasso dal collo rosso, unisce cielo e acqua e richiama la natura migratrice e tenace dei primi aviatori (terzo premio Lake Art Award, “Spirito del lago”, Dongo 2018).

PAGINA ACCANTO, IN BASSO: Paolo Rui al lavoro, nel suo studio, concentrato sul disegno.

QUI: Paolo Rui, La primavera nell’aria, acrilico e olio su tela, 40 × 40 cm, 2022. Un lavoro dal tono pop e surreale, dove leggerezza e colore si intrecciano in una composizione vibrante.

PAGINA
Paolo Rui, Turtle house, incisione su carta di Fabriano, 30 × 40 cm, 2015. Illustrazione realizzata presso lo studio Tsai-Tian del Maestro Pan a Yuanli, a Taiwan.

Collection Handcrafted in Italy

Nell’effervescenza

dell’atelier, Carlos Tieppo dispone sul tavolo da taglio i personaggi in

CARLOS TIEPPO

L’ago che attraversa mondi

Testo e fotografie di Susanna Pozzoli

Dall’Argentina ai grandi teatri europei, un maestro della sartoria costruisce costumi con un metodo unico, fatto di miniature, ricerca e precisione. Un sapere che unisce culture, tecnica e dedizione quotidiana.

costume per l’opera Fedora di Umberto Giordano. Li muove con cura, verificando ogni dettaglio: un gesto che rivela la precisione e la sensibilità del maestro.

La confezione di costumi in miniatura permette di definire proporzioni, verificare i colori, valutare l’effetto dei tessuti, il taglio e lo stile. Un passaggio

fondamentale per immaginare l’abito nella sua forma finale, prima che prenda vita sul palcoscenico.

Carlos Tieppo mi accoglie alla sartoria del Teatro La Fenice, da lui diretta con totale dedizione dal 2005. Sorridente e scherzoso, inizia a raccontarmi la sua storia di viaggiatore solitario. L’energia che trasmette questo grande maestro, dotato di estro, tanta esperienza e una vasta cultura, è quella di un giovane uomo aperto alle sfide, curioso e innamorato del proprio mestiere. Nato in un piccolo villaggio rurale in Argentina, Carlos Tieppo è figlio di immigrati di origine italiana, piemontese e veneta. Oggi ricorda che in quel contesto, lontano dalle luci dei grandi teatri, la radio trasmetteva l’Opera mentre il padre gli raccontava storie di famosi cantanti, apprezzati prima di lui da suo padre e suo nonno. Forse è proprio questo primo bagaglio, la passione che gli ha trasmesso, a prepararlo per il futuro. Il primo viaggio del giovanissimo Tieppo ebbe come meta il Perù e in seguito la Colombia, dove visse un anno, frequentando assiduamente gli artigiani autoctoni che confezionavano meravigliosi abiti tradizionali. In questo

contesto testò la sua manualità e rientrato in Argentina iniziò a ricamare il suo sogno: sin da bambino aveva immaginato di vivere a Parigi. Ne aveva parlato più volte al nonno piemontese, che lo canzonava. E invece... nel 1980 Carlos partì alla volta di Parigi. Considerato un po’ argentino, un po’ italiano, dovette imparare a orientarsi in un contesto culturale differente, studiando la lingua e imparando il mestiere lavorando.

Nella Parigi degli anni Ottanta erano attivi numerosi teatri, con molte produzioni e per farsi conoscere iniziò creando costumi per piccole compagnie latinoamericane. In Francia esistevano scuole specializzate per i mestieri di sartoria e non avere un diploma si rivelò un grande ostacolo. Tieppo si dovette destreggiare, accettando piccoli incarichi, a volte solo di stiratura o riparazione. Il percorso fu lungo e precario, ma ogni esperienza fu un’opportunità di apprendimento.

Grazie al passa parola arrivò infine la possibilità di lavorare per un giovane costumista francese. Questo gli permise di

IN ALTO: Prototipi dei costumi in fase di creazione per l’opera Ottone in villa di Vivaldi, in scena al Teatro Malibran a marzo 2026 con la regia di Giovanni Di Cicco e la direzione musicale di Diego Fasolis.

IN BASSO: Il maestro con i suoi collaboratori nell’atelier del Teatro La Fenice. Il Belcanto accompagna il lavoro attento e ritmato dell’équipe, scandendo il tempo della creazione.

inserirsi nell’ambiente, seguire uno stage di quattro mesi che gli aprì le porte delle migliori sartorie teatrali. Fu chiamato a far parte dell’atelier per la creazione dei costumi per la prima assoluta del musical Notre Dâme de Paris. Lavorò a progetto per il teatro Mogador, l’Opéra-Comique, il teatro di Chaillot e altri ancora, e finì il suo percorso all’Opéra Bastille, che lo assunse stabilmente in sartoria. Saltuariamente collaborava con altri teatri e nel 2004 fu assistente per i costumi de La pia dei Tolomei e una seconda produzione in Fenice. Nel 2005 ricevette inaspettatamente la proposta di trasferirsi a Venezia per creare internamente l’atelier di produzione di costumi di scena del teatro La Fenice, riaperto dopo la ricostruzione nel 2003. Sorpreso e stimolato da questa nuova sfida decise di accettare un contratto di sei mesi per provare... da allora sono trascorsi vent’anni!

La vita di Tieppo a Venezia è inscindibile da quella della sartoria, composta da una piccola équipe affiatata che

In questo mestiere l’estro si intreccia allo studio della storia del costume e dell’abito d’epoca. Per il centenario della nascita di Maria Callas, La Fenice

ha chiesto a Tieppo di realizzare una miniatura dell’abito indossato dalla cantante nel 1954 in Medea di Luigi Cherubini a Venezia.

realizza creazioni di altissimo livello, apprezzate, premiate e stimate dai massimi esperti e da registi importanti. Per lui, è essenziale lavorare in armonia. Per le numerose produzioni di cui ha ideato e realizzato gli abiti di scena, ha elaborato un originalissimo metodo: i costumi sono direttamente creati, tagliati, cuciti in miniatura e indossati da piccoli manichini di legno. Queste presenze curiose, con abiti e accessori elaborati, minuziosamente confezionati, sono il risultato di un lavoro attento di ricerca e di sintesi che richiede tempo e dedizione. Il regista, al momento di approvare il progetto, non si trova davanti a schizzi e campioni di tessuto, ma si confronta con dei personaggi tridimensionali, che può immaginare in scena, in movimento. Le caratteristiche e necessità dei singoli cantanti che indosseranno i costumi fatti su misura sono prese in attenta considerazione. Iniziando dalla creazione dei corset

o corsetti settecenteschi. Tieppo è un maestro nel dare forma a questo elemento nascosto, fondamentale per i cantanti lirici, che struttura dall’interno il costume. Carlos Tieppo ha posato a Venezia il suo bagaglio fatto di esperienza, sensibilità e cultura, di creatività e di competenze tecniche che coprono tutti gli aspetti del mestiere, dallo stilismo alla sartoria, incluso il taglio, la cucitura e finitura e il ricamo. Desideroso di trasmettere il suo sapere, vive giorno per giorno, impiegando tutte le risorse nella creazione in corso, senza nostalgia. Da buon viaggiatore è concentrato sull’oggi e sul domani. Lo lascio mentre è assorto nel taglio di un mantello in miniatura per l’Ottone in villa, opera di Antonio Vivaldi per cui ha immaginato costumi in stile epoca romana “un po’ Hollywood” con drappi, piume e cinture. •

L’opera Ottone in villa richiede quattro cambi costume ispirati ai quattro elementi. Tieppo li immagina nei minimi dettagli, con fatture differenti. Per non appesantire la miniatura, ricorre a tessuti e accessori leggeri, affinché l’abito risulti vibrante e restituisca con grazia la bellezza che avrà una volta indossato dai cantanti.

L’edizione 2026 di Doppia Firma rinnova il suo format distintivo celebrando l’incontro tra design contemporaneo e alta artigianalità. Dodici coppie di designer e maestri rileggono tradizioni locali in chiave attuale, dando vita a opere inedite esposte a Milano durante il Salone del Mobile.

Solo chi rischia di andare troppo lontano avrà la possibilità di scoprire quanto lontano può andare

Eliot

L’edizione 2026 di Doppia Firma, che ha luogo a Milano in occasione del Salone del Mobile come accade annualmente dal 2016, è ispirata al tema fascinoso del Grand Tour in Italia, meta prediletta dello storico viaggio di istruzione e formazione dei giovani europei. Le tappe classiche dell’itinerario includevano in particolare Venezia, Firenze, Roma, Napoli e la Sicilia. I viaggiatori potevano partire dal nord Italia, talvolta passando da Milano o Torino, e le destinazioni principali erano concentrate sulle grandi città d’arte, sulle bellezze del paesaggio e sui siti archeologici, che offrivano un’immersione nella cultura classica. Dagli splendidi itinerari storici del Grand Tour al turismo di massa dei giorni nostri sono cambiate tante cose: ma una sola per nostra fortuna è rimasta inalterata, ed è la passione per l’Italia, che resta saldamente una delle mete predilette dei viaggiatori di tutto il mondo, luogo fra i più desiderati e amati. Il tema è declinato nella nuova edizione di Doppia Firma, presso la Casa degli Artisti di Milano dal 21 al 26 aprile, in modo variegato e affascinante, grazie alle dodici coppie di designer e maestri d’arte, che si sono incontrati per dar vita a opere dense di significato e di bellezza, sempre nel segno di un recupero intelligente delle tradizioni locali (da Venezia a Firenze, da Milano a Torino, da Roma a Napoli a Palermo) e di una loro rilettura molto contemporanea. Il successo del format, ideato ormai 11 anni fa da Fondazione

Da circa settant’anni la Tessitura Pardi è sinonimo dello stile italiano nella biancheria per la casa e nell’arredamento di interni. Qui, esposizione di tovaglie di vari disegni e composizioni.

Giuseppe Tudisco, maestro della cartapesta e titolare della Antica Bottega d’Arte Tudisco a Nola (Napoli), con Elisa Ossino, designer siciliana basata a Milano.

Il Grand Tour in Italia di Doppia Firma

di Alessandra de Nitto Fotografie di Laila Pozzo

alla carriera, esperto di arti applicate.

Cologni con Living Corriere della Sera e con il supporto di Michelangelo Foundation, si rinnova grazie alla sua formula vincente: favorire l’incontro della grande cultura del progetto con il saper fare di eccellenza. Con un punto fondamentale: progettista e maestro artigiano sono sullo stesso piano, giocano ruoli di pari importanza, si relazionano in una dimensione autentica di scambio reciproco, “firmano” entrambi l’opera che nasce da questo sodalizio virtuoso, senza gerarchie tra creatività e manualità. In questo sodalizio tra creatività e talento, entrambi i protagonisti raccolgono la sfida e si mettono alla prova, spingendo le proprie capacità creative sempre più lontano, in territori spesso inesplorati. Una formula vincente, che è diventata modello replicato a livello internazionale e che negli anni ha dato vita a opere sempre inedite e sorprendenti, forti della connessione fertile tra visioni, capacità e culture diverse.

Quella di Andrea Anastasio e la Reale Manifattura di Capodimonte è una rilettura storica consapevole e profonda: Innesti #3 non è semplice citazione di un repertorio formale, ma memoria di forme e tecniche stratificate nei secoli, per arrivare all’oggetto vaso. Il vaso, nella sua funzione primaria, diventa così un dispositivo narrativo, portatore di memoria e di una tradizione manifatturiera unica. Arthur Arbesser, creativo viennese basato a Milano dove progetta arredi, oggetti di design, moda e costumi teatrali, ha lavorato con Andrea Bouquet, artista artigiano piemontese che “mescola, miscela e innesta” l’ebanisteria tradizionale con gusto contemporaneo. Un sodalizio che ha dato vita a un sofisticato complemento d’arredo in legno, un cabinet con un disegno a scacchiera che valorizza anche la sapienza artigiana nell’uso di legni diversi.

QUI: Nicolò Giuliano, maestro ceramista e titolare di Ceramiche Artistiche Nicolò Giuliano a Monreale (Palermo), con Sam Baron, designer francese, che opera tra Portogallo, Francia e Italia.
PAGINA ACCANTO: Alessandro Rametta, maestro dei metalli e titolare de La Fucina di Efesto a Milano, con Ugo La Pietra, architetto e designer, Compasso d'Oro ADI

Andrea Anastasio, designer di origini romane, con Valter Luca De Bartolomeis, architetto e direttore dell'Istituto Caselli ad indirizzo raro e della Real Fabbrica di Capodimonte a Napoli.

Sam Baron, noto progettista francese che porta avanti un’indagine artistica e funzionale molto originale legata anche a narrazioni culturali e storiche, ha incontrato a Monreale Nicolò Giuliano, maestro noto per le sue ceramiche decorative dai colori straordinari e per le installazioni di grandi dimensioni. Da questo incontro nasce Terra-Ma(d)re, un vaso cerimoniale in argilla bianca che riprende nel decoro simboli e figure della tradizione siciliana, come limoni, melograni, ulivi, figure marine. Morphose è il fascinoso complemento d’arredo progettato da Constance Guisset, designer e scenografa francese, che immagina una sorta di seduta fantastica, una creatura da scena teatrale suddivisa in tre moduli che sono in realtà tre pouf. L’effetto ricorda un serpente che entra ed esce dal pavimento. Per dare corpo a questa chimera Constance si è avvalsa del raro savoirfaire di Marco Castorina, ebanista di una delle storiche botteghe fiorentine, specialista nelle tecniche di intaglio del legno.

A Milano hanno lavorato due coppie d’eccezione, a rappresentare materie e lavorazioni tipiche del luogo. Ugo La Pietra, nome storico del design italiano, grande progettista e conoscitore del mondo artigiano, ha lavorato con Alessandro Rametta, maestro dei metalli de La Fucina di Efesto. L’inedita collaborazione ha preso forma in un’installazione di piccole case sul tema del rapporto tra città e natura, tanto caro e indagato da La Pietra, qui realizzato in rame e bronzo, omaggio all’arte dei metalli che ha trovato nella città storiche espressioni in botteghe artigiane importanti.

Ancora a Milano un’altra coppia d’assi: Sara Ricciardi e Fabscarte. La nota designer campana, sempre animata da una vena poetica molto libera e sensuale, si è cimentata nell’ideazione di una sorta di aquilone colorato in carta, sospeso e reso vivo dalla maestria di Fabscarte nella decorazione della carta a mano. Marcantonio, designer ravennate ben conosciuto per la sua

vena ironica e fantastica, e per il suo interesse nel rapporto uomo-natura, si è cimentato con il maestro bronzista romano Alessandro Valentini nella creazione di Awakeness, una figura umana in bronzo formata da calchi di forme vegetali come foglie, rami e fiori. Un’opera che mette suggestivamente in relazione l’essere umano con il mondo naturale.

A Firenze, due grandi nomi hanno trovato terreno fertile per un sodalizio originale. Paola Navone e Tommaso Pestelli. Il maestro orafo, autore di straordinari objet d’art di memoria rinascimentale, ha messo la sua arte sopraffina al servizio del progetto molto contemporaneo di Paola Navone, storica architetto e progettista italiana, viaggiatrice eclettica, che ne La table conquise esplora arditamente il concetto di natura che prende il sopravvento sull’umano con un’invasione di api, create a mano dal maestro Pestelli come piccoli gioielli e innestate sul servizio di piatti Reichenbach.

DALL’ALTO A SINISTRA:

Simone Cenedese, maestro del vetro di Murano, con Roberto Sironi, designer italiano con base a Milano.

Emilio Brazzolotto e Luigi Scarabelli, titolari dell’atelier meneghino di carte da parati Fabscarte, con Sara Ricciardi, poliedrica designer di origini beneventane basata a Milano.

Tommaso Pestelli, maestro orafo, gioielliere e creatore di oggetti d’arte da collezione a Firenze, con Paola Navone, torinese di nascita, architetto, designer di prodotti e art director.

Michele Pernaci, cofondatore assieme a Serena Dominijanni della legatoria artistica romana Librarti, con Clara von Zweigbergk, artista visiva originaria di Stoccolma.

Elena Ossino, architetto e designer siciliana, e Giuseppe Tudisco, il maestro dei gigli di Nola, hanno creato Intreccio sospeso, una lampada che esprime la bellezza dell’incontro tra la cartapesta e la luce in una forma essenziale e profondamente espressiva. È ancora la carta a ispirare la designer svedese Clara von Zweigbergk, affascinata a Roma dal talento di Michele Pernaci di Librarti: insieme hanno dato vita a una collezione di quaderni rilegati ad arte e a una poetica bambola di carta.

A Venezia, meta prediletta di ogni viaggio, si sono incontrati

Christian Pellizzari, designer e talentuoso volto della moda italiana, che con i maestri veneziani di Ongaro e Fuga si è cimentato nel vetro dando vita a Lacus, spettacolare specchio che sposa la grande tradizione veneziana alla sensibilità preziosa del designer.

E alla fine di questo incredibile viaggio, Roberto Sironi, sensibile artista multimediale milanese e il grande maestro muranese

Simone Cenedese si sono immersi insieme nei fondali di Venezia per dare vita a Abissi, due spettacolari sculture luminose in vetro soffiato che davvero sembrano portare alla luce le misteriose creature del mare. •

IN ALTO, A SINISTRA: Ludovico Fuga, della storica fornace di specchi Ongaro & Fuga a Murano, con il designer e creativo veneto Christian Pellizzari.

IN ALTO, A DESTRA: Marcantonio, designer e artista basato a Cesena, con Alessandro Valentini, maestro bronzista, titolare dell’omonima bottega a Roma.

PAGINA ACCANTO, IN ALTO: Marco Castorina, maestro intagliatore e titolare di Castorina 1895 a Firenze, con Constance Guisset, designer e scenografa basata a Parigi.

PAGINA ACCANTO, IN BASSO: Arthur Arbesser, designer di moda austriaco, con il maestro del legno Andrea Bouquet, basato a Villar Perosa (TO).

Roma artigiana, meraviglia viva

di Matteo Parigi Bini

QUI: Gaetano Aloisio

Atelier, via di Porta

Pinciana, 1. Presidente della Federazione

Mondiale dei Maestri

Sarti, Gaetano Aloisio è

uno dei più autorevoli ambasciatori del su misura italiano nel

mondo. Foto: Dario Garofalo©Gruppo Editoriale.

PAGINA ACCANTO: Cover della guida allo shopping artigianale

Roma su misura, edita da Gruppo Editoriale con la collaborazione di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, 2025.

Esiste una Roma lontana dai grandi monumenti, fatta di botteghe, atelier e gesti antichi. Roma su misura. Craft

Shopping Guide accompagna il lettore alla scoperta dell’alto artigianato romano: cinquanta maestri, storie preziose e luoghi autentici che raccontano l’anima più viva della città eterna.

Entrare a Roma da una porta diversa. Non quella dei grandi monumenti, ma quella delle botteghe, degli atelier, degli archivi storici e scoprire cosa si nasconde dietro la città del cinema, cuore della cristianità, capitale dell’eleganza italiana e della bellezza eterna, che proprio alle maestranze artigiane deve in gran parte la sua genesi e grandezza.

È da questo desiderio che nasce Roma su misura. Craft Shopping Guide, nuovo capitolo della collana su misura con cui la nostra casa editrice Gruppo Editoriale celebra il mondo dell’alto artigianato italiano e che, dopo aver attraversato l’intera Penisola con Italia su misura e aver svelato le eccellenze di Firenze, Milano, Venezia e Napoli, non poteva non fare tappa in questa città straordinaria, che da anni raccontiamo attraverso la rivista Roma the Eternal City. Il risultato è un entusiasmante viaggio, nuovamente a fianco di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, alla scoperta di 50 straordinari maestri artigiani, che vanno dalla sartoria all’arte sacra, dalla gioielleria al mosaico, dalla scultura alla calzatura su misura.

Nel corso del progetto – realizzato con il prestigioso supporto della maison Cartier, da sempre promotrice dei mestieri d’arte più preziosi e insignito del patrocinio dell’Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma – abbiamo varcato soglie monumentali e cortili silenziosi, osservato gesti antichi ripetersi con naturalezza assoluta, ammirato lavorazioni che affondano le radici nei secoli e che continuano a rinnovarsi con sorprendente vitalità.

Roma su misura. Craft Shopping Guide rappresenta un’esperienza immersiva nei templi dell’alto artigianato romano, raccontati attraverso volti, storie e oggetti cult, catturati per noi dall’obiettivo esperto e sensibilissimo di Dario Garofalo, e raccolti in un elegante volume di 240 pagine in doppia lingua (italiano/inglese). Un piccolo ma prezioso libro d’arte che conduce gli amanti del bello nelle strade del centro storico alla scoperta dei grandi nomi dell’artigiano romano. Pagina dopo pagina, il volume svela eccellenze riconosciute a livello internazionale come i gioielli premio Oscar di Diego Percossi Papi, indossati da Cate Blanchett in Elizabeth: The Golden Age, e le creazioni contemporanee di Paolo Mangano,

nate anche dal dialogo con artisti come Ai Weiwei e Jannis Kounellis. Spaziando poi dall’arte sacra dei Fratelli Savi Gioielli, che da generazioni lavorano per il Vaticano, alle raffinate opere in micromosaico de Le Sibille, dove il fascino romanico-bizantino si rinnova con sensibilità contemporanea. Il racconto prosegue tra i grandi nomi del su misura, come Gaetano Aloisio, tra i più autorevoli ambasciatori della sartoria italiana nel mondo, titolare delle ambite Forbici d’Oro già a soli 22 anni, e le calzature bespoke firmate Marini e Petrocchi, che hanno calcato set cinematografici e vestito icone senza tempo come Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Audrey Hepburn e Gregory Peck. Un viaggio che spesso ha stupito noi in primis, ad esempio con Litografia Bulla, uno dei più antichi studi litografici d’artista ancora attivo in Italia, fondato a Parigi nel 1818 da Francesco Bulla e dal 1840 a Roma, in un palazzo settecentesco vicino a piazza del Popolo. O con l’Antica Manifattura Cappelli e il suo archivio di oltre duemila forme in legno, e le creazioni di Laboratorio Pieroni e Move Officine del Cappello, apparse in film amatissimi come Titanic, Megalopolis e Poor Things. Tra mosaici che dialogano con l’architettura antica e contemporanea, come quelli di Fabio Bordi e Roberto Grieco, manufatti in marmo – lo stesso che da millenni dona a Roma la sua luce inconfondibile – le cornici di Paolo Mancini, che sono opere d’arte a sé, le delicate ceramiche di Coralla Maiuri e le sculture in legno di Vincenzo Piovano, Roma su misura. Craft Shopping Guide è un invito a guardare la città da vicino, a entrare nei suoi luoghi più autentici e a lasciarsi guidare dalla bellezza creata dalle mani d’oro di Roma. Un racconto fatto di immagini, storie e saperi che restituisce una città viva, creativa, eterna. La Guida è stata presentata recentemente a Roma in un contesto d’eccezione, la sala conferenze dell’Ara Pacis, davanti a una folla di maestri artigiani orgogliosi di questo commovente tributo alla bellezza e al talento dei nostri Tesori Viventi. •

testimo n iato da franco cologn i

Dove nasce lo stile italiano

Creatività, storia e territori compongono un paesaggio che genera bellezza e innovazione. Un patrimonio che alimenta il made in Italy e rende lo stile italiano un’identità viva, straordinaria e sempre capace di rinnovarsi.

Il paesaggio italiano è il capolavoro dell’interazione tra la nostra creatività – la bellezza delle nostre città, dei nostri monumenti, delle nostre tradizioni, del nostro tessuto produttivo – e il nostro ambiente.

Il paesaggio italiano, con la sua straordinaria diversità, diventa una fonte continua di stupore che permette di innovare, e di produrre bellezza: e attraverso la rete di connessioni culturali, artistiche e artigianali, sviluppatesi su un contesto naturale di splendore incomparabile, l’Italia si è nel corso dei secoli ammantata di una straordinarietà così unica, spettacolare, complessa e diversa, da far sì che una semplice formula – made in Italy –diventasse una parola magica in grado di creare valore.

La passione per l’eccellenza nasce in distretti che non si possono esportare né riprodurre altrove, perché sono intimamente legati a un territorio e a una storia unica al mondo: e non mi riferisco al “particulare” che Guicciardini giustamente deprecava, ma a secoli di bellezza e arte. La rilevanza dell’arte e del territorio emerge con chiarezza forse per la prima volta negli scritti di John Evelyn: lo scrittore inglese ricorda il profumo dei fiori della Riviera, e annota aspetti del «paese reale» che danno una visione dell’Italia non solo come culla della civiltà rinascimentale, ma anche come straordinario territorio dalla ricchezza smagliante. Il quartiere delle Mercerie, a Venezia, appare a Evelyn «una delle più deliziose contrade della terra: è come tappezzata da ambo le parti di stoffe d’oro, di ricchi damaschi e d’altre sete. Aggiungi a questo le rivendite di droghe e profumi e le gabbie innumerevoli di usignoli (…) sicché, chiudendo gli occhi, tu crederesti d’essere in aperta campagna mentre sei in mezzo al mare».

Curiosità, varietà, simmetria, contrasto, sorpresa (gusto naturale e gusto acquisito): i territori, le città, le contrade, le esperienze vissute in Italia sono «belle» in rapporto alla natura e alla natura umana. Ma anche all’ingegno, all’ospitalità, a un certo senso del “nuovo” che il nostro grande Dante aveva ben colto: lo stile italiano non è, appunto, “dolce” e “nuovo”?

Dolce di quella squisitezza che nasce dalla scoperta continua di territori, di tecniche, di passioni che riempiono il cuore di sorpresa e ammirazione. E “nuovo” perché in Italia non si celebra solo il rito del passato: si inventa, si ricerca, si sperimenta, si cambia, si cresce. Lo racconta molto bene la piccola ma preziosa mostra che Panerai, Maison di alta orologeria svizzera nata a Firenze, e che mi è molto cara per ragioni personali, ha allestito a Milano in occasione del Salone del Mobile: attraverso la narrazione dei suoi orologi, autentiche icone del design, racconta l’evoluzione di una passione tutta rinascimentale e tutta italiana per l’arte e la tecnica, di cui Firenze è stata culla e che oggi trova in Milano, soprattutto durante la Design Week, una nuova capitale. Un luogo multiforme dove si celebra l’arte di abitare, con uno sguardo fermo e innamorato sullo stile. Ma non su uno stile qualunque: su uno stile italiano. Bello, utile, dolce, nuovo. Indimenticabile, come tutti gli amori. •

THAT CERTAIN JE NE SAIS QUOI

The practice of travelling across Italy, known as the Grand Tour, can be traced back to the 16th century. Aristocrats, architects, artists and politicians from England, the Netherlands, France and Germany crossed the Alps to visit our cities, gardens, landscapes, villas, islands and, needless to say, artists’ studios and artisan workshops. Long before Italy even existed as a nation, artists and artisans across the peninsula were spreading the essence of an Italian identity through their magnificent creations. In the course of the centuries, these pilgrims of grace and culture played a major role in defining Italy as a place of beauty, of a country that, despite being relatively new, was already a desirable destination. Although Italy was fragmented into hundreds of independent states, travellers considered it a spiritual whole, a formative experience, a hotbed of artistic and scientific revolutions worth exploring. Italy thus became the ultimate stop on the Grand Tour and, through the eyes of travellers, it grew aware of its own identity, of the specific characteristics of its many regions, of the uniqueness of its people.

While the highlight of the journey to Italy was Rome, other places rich in beauty and authenticity made a lasting impact on travellers. Genoa and Naples stood out more for their landscapes than their monuments, while Venice was celebrated for its multiculturalism, its social scene and world-class craftsmanship.

A contemporary survey of this protean, innovative and inspiring genius loci is presented in the pages to follow. What we refer to as “Made in Italy” is not merely an indication of geographical origin, but also the symbol of a distinctive philosophy. It is a radiant and vibrant blend of history, passion, craftsmanship and inspiration that continues to attract those who appreciate beauty.

From north to south and from east to west, Italy’s geography unfolds into history. Or rather, into a collection of stories about people and techniques, materials and crafts, which we have carefully picked and enthusiastically presented.

We trust that even today, among those who travel the length and breadth of our country in search of treasures, there are those who – like Montesquieu, who was inspired by Italy when writing the definition of “taste” in Diderot and D’Alembert’s Encyclopédie – attribute to the value of beauty, to the poetry of creation, to the Italianness of every gesture a competitive advantage that makes all the difference.

In other words, that certain “je ne sais quoi” that, though impossible to define and measure, is instantly spotted by enamoured eyes.

Enjoy your reading!

WHEN THE WORLD FINDS ITS WAY INTO ARTISAN WORKSHOPS

Ugo La Pietra

In the 14th and 15th centuries, travelling was a practice undertaken by apprentices to gain admission into the guild of metalworkers, allowing them to learn the secrets of the trade by spending time in several affiliated workshops. Such was the case also for a group of German creatives who, as was customary for young European intellectuals and artists in the 1920s, embarked on the “Grand Tour of Italy”. Once they arrived in Vietri sul Mare, they were so enamoured by this paradise that they decided to settle there.

The area itself had little to offer, aside from a handful of ceramic workshops producing rather unremarkable wares. The young artists resolved to delve into the ancient tradition of pottery, and set themselves the challenge of deciding how to do it and what to represent. They thought it was important to capture the symbols of the Mediterranean, with its colours, scents, food, people, objects and landscapes. Their fascination for this culture made them leave their homeland forever.

Their first task being to identify these symbols, they set out to explore different regions around the Mediterranean Sea. When they eventually returned to Vietri, more than a year later, they had found the one that all these places had in common: a little donkey, painted in copper green, which to this day continues to welcome visitors to the Amalfi Coast.

Journeying has been, and continues to be, the way for artists and designers to acquire knowledge of the values associated with Italy’s culture of craftsmanship, while also

contributing to the renewal of its traditions. Through their travels, many enterprising and dedicated creative minds have shared their design-oriented approach with local artisans, enriching traditional practices with new symbols and styles.

In recent decades, creative people have often begun their travels in Milan, commonly referred to as the “Mecca of design” before proceeding to Volterra (to explore alabaster), Caltagirone (to rediscover ceramics), Spilimbergo (to experiment with mosaics), and Murano (to celebrate the beauty of glass).

This practice, spanning over forty years, has engaged hundreds of designers and artisans. My personal involvement in the renewal of traditional models in numerous fields of artisanal production has led me to theorise and develop what I defined, back in the 1980s, “territorial design”. An approach that, in contrast to the standardised models typical of our globalised culture, is based on diversity. Such diversity exalts the value of masterfully crafted unique pieces that often also reflect the genius loci of a specific region.

HERITAGE AND IDENTITY

While I am in the process of writing my reflections on the subject of travel, the UNESCO has recognised Italian cuisine as an Intangible Cultural Heritage of Humanity. On top of the joy for my country’s achievement, I find myself exploring the vast range of traditional regional recipes that not only reflect local cultures but, above all, the distinctive natural landscapes and farming practices specific to each area. It makes me think of how Oscar Farinetti glorifies the winds that rise from the sea and blow through the thousand valleys of the Apennines, where vegetation, scents and flavours intertwine in ever-changing and surprising ways... A voyage through a lifetime of delicious culinary memories, of the places and people who take pride in what they do, and of experiences shared with friends, evoking the awe of discovery. Reminiscing bygone beauty, I am led to Piazza Anfiteatro in Lucca, to the breathtaking Duomo in Lecce, and to Cefalù, where you can taste a delicious babà and gelato just across from the Cathedral, the apse of which shines with the most beautiful and immense mosaic of Jesus Christ Pantocrator.

For Italians, the “Grand Tour” is firmly rooted in our collective conscience, albeit often buried deep in the recesses of our memories, and draws a seamless line anchored to the charm of beauty. After all, beauty represents an essential element of our soul, and, when shared with others, a beautiful sunset over the sea is enough to dissolve our “ego” and create a feeling of brotherhood. Without beauty there is no joy or harmony, nor is there justice. Life is, often unknowingly, the eternal pursuit of beauty, and Italy is its ideal homeland.

From Trento to Siracusa, evidence of its presence can be traced in thousands of manifestations: in local traditions and dialects, in the man-made landscapes of rolling hills, in the unique character of its 20 regional capitals, the inventiveness of its manufacturing districts, and the architectural heritage spanning thousands of years, which has accompanied Italy’s rise as a world leader in design.

The excellence of our manufacturing industry stems from a culture based on the desire to “do things well”; generating beauty, it fulfils the sense of pride that lies in the DNA of authentic Italian craftsmanship. “Made in Italy” is much more than a geographical indication. It is a way of being and a way of thinking, the sharing of common purposes, a deeply-rooted respect for time and, last but not least, a joy that can only come from contemplation. The Amalfi Coast, for example, observed from a suspended garden in Ravello. Or the enchantment I experienced one night when, turning a corner in one of Ancona’s narrow streets, I found myself in the medieval Piazza del Plebiscito: a long, narrow square, leading up to the illuminated white marble statue of Pope Clement XII standing at the centre of the stairway, beneath the shadow of the Church of San Domenico... It’s a breathtaking sight, a miracle that unfolds before your eyes, embedding itself in your heart, where it leaves an indelible impression.

Surrounded by this beauty, I am not blind to its fragility, nor to its survival sacrificed on the altar of overtourism, which distorts our reason for being here, and lured the likes of Goethe and Stendhal, Turner and Byron. Local shops shut down and artisan workshops disappear, replaced by cheap restaurants and tourist outlets that sell

souvenirs imported from China and Vietnam. Will future generations preserve and enjoy the cultural heritage that was accumulated over the centuries, and which is a treasure trove of civilisation and beauty?

ALBUM

Stefania Montani

Bottega Conticelli

Contrada Torraccia, Castel Giorgio (Terni) tel. +39 0763 627971

A portable stool in leather and metal that closes like an umbrella; a foldable Menorcan chair with armrests covered in leather in the style of a tennis racket; a coloured variety of woven leather baskets; oversized soccer balls that can be rolled around the room, and used as pouffes… These are just a few examples of Stefano Conticelli’s remarkable creativity and craftsmanship that bring to life an endless range of top-quality furnishings and toys in his workshop on the Alfina plateau. “I started this activity after building a wooden lorry for my grandchildren, in 2007. Their joy encouraged me to bring happiness and delight to kids and adults alike, reawakening our inner child,” Stefano explains. His personal ingenuity is underpinned by the legacy of craftsmanship running in his family, epitomised by his uncle Marcello, a master blacksmith with whom the young Stefano had the opportunity to work and who taught him the many secrets of the trade. The workshop is fully equipped with workbenches, shelves stocked with assorted materials such as felt, wood, flannel, leather, canvas, cashmere, cotton, brass, gouges, pliers, hammers and sewing machines. This is where he creates his limited-edition designs, assisted by his son Francesco and a dozen expert artisans. “I make sure that all my projects retain a certain playfulness. That’s why I chose a rocking horse as my logo,” he adds. A Vespa motorcycle clad in leather and equipped with canvas bags in 12-ply twisted linen - a model that has charmed even Saudi princes - is the perfect choice for truly special journeys. “I also make trunks fitted with compartments, hand-hammered brass hinges and corners, oak reinforcements and leather trim; these can be used to carry clothes and also as decorative objects.”

Stefano’s imagination is limitless. “I create many accessories for animals, such as horse blankets, felt and leather dog beds, wicker saddle bags... Not to mention lampshades and furniture made of parchment, which draw inspiration from Gio Ponti. And, of course, all my production is strictly handmade,” he proudly underlines. Another of his passions lies in creating games and toys, such as backgammon boards, model cars and rocking horses, which are also masterfully crafted in his workshop: a universe where exquisite precision and elegance reign even in the smallest details. Stefano Conticelli received the MAM – Master of Arts and Crafts award, and his pieces are prized collector’s items among renowned industry leaders embodying the excellence of Italian manufacturing. bottegaconticelli.it

Mappamondi Zoffoli

Via Ungheria5, Rimini tel. +39 0541 629566

Italo Zoffoli was a gifted cabinetmaker who opened his workshop in Rimini in 1949. He was particularly skilled in lathe turning, carving tables and bed legs as well as other furniture in a wide range of styles, all made according to his customers’ wishes. His main interest, however, lay elsewhere: in his free time, Italo researched and studied antique maps. He examined them, carefully cut them out and mounted them on previously prepared wooden supports. Then they were transformed into globes, which were hand-watercoloured by his daughters and a few nuns from a nearby monastery.

Italo’s masterpieces quickly became famous when he thought of opening them up, transforming them into bar cabinets. The year was 1963, and this brilliant idea won him the Tornio d’Oro prize awarded by the Museum of Science and Technology in Milan. From then on, his globes enjoyed continued success in Italy, France, Germany and the United States, and were often featured on film sets. His grandson Mattia, who shares Italo’s resourceful spirit and passion for craftsmanship,

continues the family legacy today. “Passion is my driving force too,” Mattia confides. “I have extended our original range to create Living, a collection of objects in precious materials made in collaboration with designers. Our cartography reflects the thorough research carried out by our artisans, and we offer maps in many styles to suit every taste and environment. Our globes are still produced in our own workshops, as in my grandfather’s days, starting with a meticulous selection of raw materials. As a guarantee of quality,” he concludes, “part of the process remains handmade, including the decoration. This ensures that each globe is unique, just like those Italo Zoffoli created in the 1950s and 60s.” Always under the banner of artisan excellence and an enduring fascination with the world, travel and their many representations.

zoffoli.com

Lorenzi Milano

Piazza Meda 3, Milano tel. +39 02 49529106

The Lorenzi family can boast a remarkable history of excellence dating back to the early 20th century, when their great-grandfather Giovanni relocated to Milan from the Trentino region. An expert knife-maker, he soon established himself as a reference point in the city, so much so that his descendants continued in his vein, further developing the business.

Thanks to the emergence of an international clientele, during the economic boom of the 1960s, Franco Lorenzi’s store on Via Montenapoleone, which had its own workshop on the first floor, gained considerable renown thanks to its exquisite assortment of travel kits, shoehorns, lighters and cutlery, all finely crafted in bamboo, mother-of-pearl, oryx, buffalo and roe deer horn. “To respect the natural environment, scraps of precious wood and antlers are gathered in the forests and high in the mountains, after the animals have shed them,” explains Linda, Mauro’s daughter. “When manufacturing our pieces, we bear in mind that we are handling living materials, such as wood, that are affected by humidity and temperature changes. We always allow a margin of space between the pieces of a cladding, for example, so that the material can stabilise.”

In 2010, Mauro Lorenzi opened a larger workshop inside the former Ginori factory, in the Navigli district of Milan, where he brings to life iconic creations (shoehorns, table lighters, shaving kits with leather cases and handles carved from roe deer antlers or bamboo) aided by some twenty skilled artisans and using traditional tools, such as small metal lathes, band saws, grinders, cleaners and buffing wheels. “For cylindrical claddings, we use small pieces of horn cut to measure, which are then fixed with a soft adhesive and polished metal rings (normally in brass) creating decorative details that also provide structural support,” explains Linda. “To create and adorn our products, we employ all sorts of materials, including steel, carbon fibre, glass, marble and leather.” All of this makes every item truly unique, perfect for anyone who loves to be surrounded by beauty, even while on the go.

lorenzi-milano.com

ARTEPURA

Via Durini 24, Milano tel. +39 331 2782566

Elegance and refinement, in their ultimate expression, lie at the heart of Pier Maurizio Pasini’s designs. The master craftsman brings his expertise in leather goods into the world of interior design, transferring the principles of bespoke tailoring to yachts, cars, private jets and homes. “My father Placido started out in the leather goods business in the 1960s, creating works that reflected his exceptional craftsmanship,” explains Pier Maurizio. “He was the one who taught me how to work with leather. Several years ago, I started to explore the world of wallcoverings and furniture upholstery. My children, who represent the third generation, work with me today: Emanuele is skilled in the most refined techniques, while Alessandro specialises in design, constantly developing new concepts.”

Pasini sources sheepskin and cowhide from the best Italian tanneries, while so-called “exotic” leather comes from abroad. “We operate within a circular system, because the tanneries that supply us also serve the food industry,” Pier Maurizio points out. The Pasini workshop in Castelnuovo Scrivia, occupying the wing of an ancient castle

to which the family recently moved their business, is the hub where the upholstery for homes and boats is designed. Here, a team of skilled artisans crafts outstanding creations that combine traditional techniques and innovative processes: matelassé, decorative reliefs, inlays in different materials and special surface treatments. The process involves high-tech stitching, precision cutting machines, appliqués, finishes and hand-modelling, all performed without the use of laser technology.

“Our matelassé, for example, is given a distinctive pattern through a padding process in which we use both polished leather and suede. We even offer a wide range of customised designs, which can be done with or without stitching. The patterns on the leather can also be created using applications or hand-finishing techniques.” Not to mention the marquetry, in which different types and tones of polished and suede leathers are combined, resulting in authentic pieces of wall art. artepura.design

Intrecci Vegetali

Via Grevigiana 44, San Casciano in Val di Pesa (Firenze) tel. +39 3343133020

“Most people attribute everything to chance, but I believe that we are guided towards our own destiny,” claims young and lively Martina Nocentini, as she recounts how she first became involved in basket weaving. “Until 2016, I was creating costume jewellery in aluminium and objects in leather,” she explains. “Then one day I ended up in the village of Villaines-les-Rochers, in the Loire region. This area has been known for its basketry for centuries, and is now home to France’s largest community of contemporary wickerwork artisans. Out of curiosity, I enrolled in a 15-month training course, where I learned how to strip the bark from willow trees. I ended up being selected to join a team set up by Hermès, and was put in charge of quality control. I was also asked to hold workshops in Paris, organised by the French maison. I loved it! I was totally infected by the ‘basketry bug’, as they call it over there.” After five years, Martina decided to return to Tuscany to be with her family and opened her own workshop on the green hills surrounding Florence. At the centre of the room stands a big vat where she soaks the wicker. Using a hammer, an awl, a billhook, shears and pliers, she skilfully crafts a range of beautiful items, including mirrors, placemats, trays and pot covers. Some of her most distinctive creations include baskets with two handles, or a single central one, in vegetabletanned leather in different colours, and large basket-tables designed to be placed next to the sofa. “I also make traditional picnic baskets with a lid, which I decorate following my inspiration. Depending on the customer’s preferences, dividers can be added to separate glasses from bottle holders. These traditional containers are not only practical for transporting food, but they also add a touch of beauty to a day out in the countryside,” concludes Martina.

The internal committee of the Artigianato & Palazzo exhibition in Florence awarded her the first prize for craftsmanship and creativity.

Polvere di Tempo

tel. +39 320 7650466

Meeting Adrian Rodriguez Cozzani is like embarking on a beautiful journey to another dimension. Part artist, craftsman and philosopher, Adrian has found a way to make time count by rediscovering a quality of life that the hectic pace of cities has caused us to lose. “One day, some thirty years ago,” tells us the Venezuelan architect, “a friend of mine brought me a small sundial that immediately fascinated me. I started to study it, and ended up making two or three of my own. After that, I just couldn’t stop, and it became a full-time occupation. I explored the subject in depth, from both a scientific and a philosophical point of view. Eventually, I opened a workspace and shop in the heart of Rome.”

Polvere di Tempo swiftly became a treasure trove for the most fascinating objects, as well as a magical space to savour the here and now, filled with sundials, hourglasses and compasses. “An hourglass is straightforward to make, but not a simple task: it’s a lot like practising meditation. The sand measures the passing of time between past, present and future, and the tiniest foreign particle can interfere with the flow. Once the hourglass is turned, the cycle starts all over again. Time is the only asset that humans can truly call their own, and when they have it, they are prosperous.” The workshop was closed a couple of years ago, after which Rodriguez set up a small

studio in his home where he continues to give free rein to his imagination armed with compasses, colours, brushes, lathes, dies and drills. “Now that I am no longer under pressure to produce items for the shop, I can dedicate my time to creating more elaborate and sophisticated designs, often on commission, simply following my inspiration.” Some of his creations are displayed in the studio of his son, artist Manuel Arsenio Rodriguez, who was Adrian’s associate for many years and now lives in the town of Amelia, in Umbria. “The sundials, or to be more precise, diptych sundials, in my shop belong to my family’s history,” explains Manuel. “Designed and crafted by my parents in the 1980s, they represent the artisanal spirit I grew up in. We continue to produce and ship them around the world.” To this day, hourglasses, compasses, sundials and globes help us chart our course and discover the true meaning of time and travel. polvereditempo.it

Via San Tommaso 11, Torino tel. +39 011 5188601

Personal albums are a great way to preserve travel memories. They can be bound in leather, with an embossed and gilded cover, or in canvas with custom-made paper and stored in a protective box. The sky is the limit for Luciano and Paola Fagnola, who run the finest bookbinding atelier in Turin, renowned for its craftsmanship and one of the first to receive the Piedmont Region’s Award for Excellence in Craftsmanship.

Established in 1955 in the city centre, the shop soon became a landmark for anyone who wanted to have a book bound, or purchase photo albums and leather desk sets. When the original owners decided to retire, in 1981, one of their most talented young craftsmen took over the business. His name was Luciano, who had trained at the school of book art in Ascona. The bookbinding shop has continued to perfect its techniques ever since, introducing innovative designs and meticulous workmanship, along with a restoration service for paper.

His skill and passion have inspired not only his daughter Paola, who is his right-hand woman, but also a group of talented artisans who, under his guidance, contribute to the creation of the entire product range. In 2010, Luciano opened a new workshop measuring over 400 square metres and spread over two floors. Here, the company’s activities are divided into different sectors, including Bodonian binding on paper or hardbacks, sewing, hot stamping and gilding on leather, paper restoration and other more complex operations. Most projects are developed in collaboration with the many international artists and designers who entrust Luciano with the creation of their works. “I have trained even away from Turin and outside Italy, because my father Luciano invested in my education,” says Paola. “Gaining experience in other countries is a great way to broaden your horizons and learn from specialists abroad. But it’s also important to offer learning opportunities locally, which is why I contribute by mentoring internships and teaching at restoration schools.”

Luciano and Paola regularly collaborate with international artists - Ugo Nespolo, Guido Giordano, Francesco Casorati and musician Boosta to name a few - on unique pieces or limited-edition series. Luciano Fagnola received the MAM - Master of Arts and Crafts award from Fondazione Cologni. bottegafagnola.it

Cantieri Sangermani

Via dei Devoto 235, Lavagna (Genova) tel. +39 0185 307679

Sangermani exemplifies refined elegance in the yachting world. Undisputed leader in boat building, it represents a shining example of Italian manufacturing excellence, run by the same family for four generations. In the beginning, it was just a small shipyard overlooking the sea that Ettore, the great-grandfather of the current owners Giacomo and Filippo, opened in the late 1800s. Even back then, the quality of Ettore’s sailing boats was so outstanding that one of his designs won a gold medal. In 1928, his sons Cesare and Pio triumphed in the class championship with their Vespa racing craft. The Sangermani brothers were appointed to manage the Riva Trigoso shipyard during World War II, and in the 1950s they moved to Lavagna, where they established their permanent headquarters.

“Boat building is a team effort that brings together the shipowner, designers, naval

architects, interior design specialists, engineers and many other professionals, each with their own expertise,” says Giacomo Sangermani. “Every single component is individually handcrafted, which explains why we build just two or three yachts every year. For the structure, we use a patented wood and carbon fibre, both high-performance and resilient, complemented by stainless steel and carbon fibre equipment. All flat surfaces are decked with teak planks measuring at least 15 mm in thickness.”

Sangermani yachts are characterised by their clean, distinctive designs. Among the shipyard’s finest creations is the legendary Pegasus, an elegant vessel in red cedar wood that Cesare designed some thirty years ago. Alongside constructing new models, the shipyard specialises in restoration work for vintage boats. “Thanks to our archives and continuous research, we offer unrivalled expertise in all types of varnishes, enamels and paints. We can carry out sophisticated restoration projects with a strong emphasis on preserving the original materials and respecting the historical documents. With our expertise,” Giocamo Sangermani adds, “we can also work on crafts made in other shipyards.” cantierisangermani.it

Pedemonte Bike

Via Biscaccia 42, Gattegasca (Genova) tel. +39 010 6319298 - +39 349 5452266

Sergio Pedemonte grew up immersed in creativity and innovation. In the late 1980s, his father Marco, a rally driver, opened a body shop in the inland area of Genoa, specialising in the construction of racing car bodies in composite materials. His expertise was such that he was asked to provide consultancy to Ferrari and Lamborghini on the aerodynamics of their cars.

Sergio was trained by his father before deciding to focus on bicycles, his true passion, and eventually becoming a leading expert on the subject. “We design every frame according to what each customer is looking for, just like a tailor-made suit, believing it’s the bicycle that should adjust to the customer, not the other way around. Every measurement has to be taken into account, including the length of arms and legs, and the width of the shoulders. For racing bikes,” Sergio continues, “we work with a biomechanic who studies the athlete’s endurance and muscle power. We also introduced a special technology, called Internal Wrapping System, which consists of applying a double internal and external reinforcement to the parts of the frame that are subject to the most strain, increasing their resistance.”

Sergio and his team’s expertise is by no means limited to bicycles and cars: Pedemonte Bike has also partnered with PMT Compositi, a company supplying carbon fibre components used in the nautical, aeronautical, automotive and motorcycle industries. “Our expertise in reducing the weight of each component has enabled us to create special parts for the America’s Cup sailing boats: known as foils, they are designed to make the hull lift out of the water and fly over the surface,” he explains.

The huge warehouse, situated along the Strada del Turchino, is organised into different areas according to the production stages. “We moved here in 2013, because we needed more space, and this early 20th-century paper mill proved just perfect.” Amongst computers and drawing tables, a team of 12 skilled craftspeople work alongside Sergio to create each component. They design and develop anthropometric measurements, lamination cabins, a department devoted to the building of frames, cutting plotters, and a 1.5 x 4 m autoclave for the polymerisation of carbon fibres.

In addition to the Fulvio Acquati prize awarded in 2017 to Rhinoceros, which he received during the Cosmo Bike Tech Award in Verona, Sergio Pedemonte’s new gravel frame model, Altavia, dedicated to the famous Alta Via dei Monti Liguri, and is now a candidate for the Compasso d’Oro 2026 pedemonte.bike

AMA - ARTIGIANI MILANESI ASSOCIATI

Via Tortona 7, Milano tel. +39 02 4980510

Now in its third generation, the company established by Mario Ziribotti in Milan in 1953 continues to be one of Italy’s finest leather manufacturers, enjoying a

worldwide reputation. “We continue the legacy passed down by my grandfather Mario, my father Alfonso and his sister Rossella,” shares Nicolò Ziribotti, who carries on the family tradition alongside his cousin Caterina Prandoni, “always maintaining the high standards of craftsmanship that have earned us recognition and appreciation from the leading international brands with which we collaborate.”

In 2016, they relocated to a new 7,000-square-metre facility to provide more space for their workshops. “We have 70 employees who specialise in different stages of the production process involved in making bags, wallets, travel bags and rucksacks,” says Ziribotti. “This line of work requires a high degree of precision and skill. First, we receive designs and sketches from our clients, then we create a prototype incorporating structural adjustments required for production. Once the design is approved, we begin with the manufacturing process.”

The space is organised into different areas: there are worktables where leather and fabric are cut according to the templates, and where the uppers, soles and sides are prepared. In another area, individual components are assembled. Metal parts such as studs, fasteners, screws and bag feet are mounted in a dedicated space, while zippers are sewn in yet another. Lastly, trims and edging are applied in the finishing department.

“Major brands such as Gucci, Etro, Ferrari and Chanel are among our long-standing clients, with whom we have always maintained excellent working relationships,” adds Nicolò Ziribotti. “Much of the credit is due to our employees, many of whom have transferred their skills to their own sons and daughters, who work with us now. This is something we are particularly proud of: not only the Ziribotti family, but a good part of our employees are now in their third generation,” adds Nicolò. ama-milano.it

My Style Bags

Via Volta 69/B, Cardano al Campo (Varese)

tel. +39 0331 617818

Stylish, light, durable and elegant: My Style Bags have that certain something that makes them a favourite across different age groups. This truly versatile range of travel bags was created eighteen years ago by Lorenza Bellora, whose greatgrandfather established the first Bellora linen manufactory in Fagnano Olona. Backed by a tradition dating to the late nineteenth century, Lorenza decided to launch her project in 2007, designing and producing bags made from beautifully crafted linen and cotton fabrics. A successful idea, considering that there are now 22 My Style Bags stores in Italy. “The production cycle is overseen in our headquarters in Cardano al Campo: from the initial concept to its creative development, from the cutting of the fabric to the final assembly. Our experience in handcrafted fabrics enables us to provide the texture and durability that are essential for travel pieces,” she explains. “Our roots are strongly connected to craftsmanship, and personalising our products with initials, names and logos has really added value to them. For this reason, many of our stores are now equipped with machines that can embroider custom designs, even while you wait.” The collection is expanded with new items each year. “We have also launched several accessories and products designed for pets, such as pouches and blankets, as well as numerous beauty cases in a wide variety of colours and styles, suede holdalls and trolleys. We also offer a range of bags and rucksacks. When designing our travel bags, we consider hand-luggage requirements on aeroplanes.”

Her brother Giuseppe and Stefano Donadel Campbell are Lorenza Bellora’s business partners in this successful undertaking. The company receives many requests for customisations, and thanks to the high quality of its Italian-made products, in recent years it has begun to grow internationally, developing a network in Spain, the United Kingdom and Switzerland. mystylebags.it

Gruppo Editoriale

Via Cristoforo Landino 2, Firenze tel.+39 055 0498097

Everyone agrees that getting useful suggestions is an important part of planning a trip. With this in mind, 25 years ago Matteo Parigi Bini set out to establish a publishing house whose mission was to provide not only useful destinations, but

engaging stories that capture the essence of different cities.

“My father was a well-known reporter,” says the enterprising Tuscan publisher. “From an early age, I would visit him in the newsroom to breathe in that atmosphere brimming with energy and creativity, and pulsing to the rhythm of the typewriters. In the 1990s, he started a small publishing house in Siena: I was a university student at the time, but I frequently went to lend him a hand. I was eager to be part of the alchemical mix that turns an idea, an intuition, into a magazine. Then, one summer, a fellow student and I came up with the idea of creating a periodical that would bring together the textile industry and the world of fashion.” In 1997, just over two years later, La Spola had already become a benchmark for the sector. The Publishing Group grew out of that first magazine, followed by Firenze, Roma, Capri, Milano, Venezia Magazine and many other publications, including a book catalogue that currently features more than a hundred titles. Alex Vittorio Lana, Matteo Parigi Bini’s university friend, has been his business partner in the venture for almost thirty years. Where exactly did your passion for craftsmanship, which inspired the Su Misura series of guides, originate? “I developed a keen interest while observing master artisans at work in the workshops of Florence. There is something truly magical when tradition and creativity intersect. Through the Su Misura series, I wanted to showcase this world, providing a platform for those who preserve time-honoured knowledge with a contemporary perspective. Above all, I wanted to connect these masters with the most inquisitive and discerning travellers.”

His ability to capture the personalities of those who give character to a place is undoubtedly his forte. “No place can exist without those who fill it with life and transform it,” explains Matteo. “I truly enjoy telling the stories of the individuals working behind the scenes: the people running a museum, an atelier or a restaurant make every experience authentic and unique.”

Who made the biggest impression on you? “Everyone has left a mark, but there are two in particular: Oliviero Toscani, who supported me from the beginning and with whom I also shared a true friendship; and Giorgio Armani, who shone a light for me during the darkest days of lockdown. The interview he gave me allowed us to overcome that challenging period.” gruppoeditoriale.com

THE TIMELESS CHARM OF ILLUSTRATED TRAVEL JOURNALS

Like any well-organised traveller, let’s start with the basics: what are cahiers, also known as carnets de voyage? These are small notebooks that you take with you to document your experiences, the places you visit, the people you meet and your own reflections. Do they represent the latest trend among fashionable travellers? Not really, since the carnet de voyage was very popular among pioneers of tourism. As a matter of fact, these journals are deeply rooted in history. Before the invention of photography, drawing was the only way to take home images of the places, artworks, nature and civilisations that one encountered. The first travel diaries were packed with stories and illustrations that explored the world. Starting in the 1400s, diaries were kept by diplomats, cartographers, botanists, physicians, scholars, painters, writers, soldiers, architects, dreamers, noblemen, well-educated ladies and venturers.

The evolution of the carnet de voyage mirrors the changing concept of travelling: as it evolves into a more personal experience, so does the travel journal become more intimate and subjective. This notion took shape between the 18th and 19th centuries, when young aristocrats embarked on Grand Tours of continental Europe to discover countries and cities that were fundamental to their cultural education. Italy was a must-see destination. Thus, the ability to draw was an essential skill for the gentry, and the carnet de voyage became standard equipment for this new type of traveller, called “tourist” henceforth.

The height of the travel journal’s popularity and virtuosity occurred between the 19th and 20th centuries, thanks to the artists who took to travelling as a form of self-discovery and enrichment of their creative language. It was a time of intense cultural exchange, reflected in large-scale international exhibitions dedicated at first

to the Orient and later to Africa. The carnet de voyage bore witness to the creative evolution of the travelling artist, providing a source of inspiration and opening the door to a new art form. Interestingly, the carnet de voyage was thought to be doomed with the advent of photography. Instead, it has endured. Despite the closure of historic notebook manufacturers, it managed to survive even when cameras became pocket-sized and affordable. Indeed, it even survived the digital revolution. What about today? Is this era suited to pencils, brushes, paper and slowness?

So it seems. Carnets de voyage are rapidly gaining appeal across all ages and backgrounds. Once a symbol of status and a display of cultural refinement, they have evolved into a form of artistic expression, a meditative discipline and a means of personal growth. When talking about travel journals in contemporary Italy, is there any better source than those who regularly engage in this practice?

We are grateful to the travelling artists who have generously shared their work and perspectives with us.

Stefano Faravelli is a painter, philosopher, orientalist and author based in Turin. “I have been pursuing the Trail of the Carnet de Voyage for many yearsa meditative journey that sees all living forms (natural and cultural) as words contained in the great liber mundi, the cosmic Journal. In the travel journal, words express the thoughts that lie at the very heart of the visible world. Indeed, it is no coincidence that the Italian words for ‘idea’ and ‘to see’ share the same etymological root. The texts are not just descriptions of the images, but representations of the images themselves in a different form.

Drawing and painting are particularly effective in capturing the world as it reveals itself, but the visible dimension is only a gateway to a deeper realm. The world, in fact, only reveals itself when we are at one with it, because ‘the substantial unity of the visible world establishes itself and is perceptible without mediation when the soul merges with the perceived phenomena (Florensky)’. When I draw a landscape or a bamboo plant, I become that landscape, that bamboo plant.”

Marta Farina is an artist and illustrator from Belluno. “My journal is an essential companion when I travel; in fact, it has become a necessity. I use it to capture time and crystallise memories, so that I can truly be in the moment. When I open my journal, I choose to slow down, to look closely, to listen. It’s a form of active meditation, in addition to being a source of pure enjoyment. When I sketch, especially in Asia, people come closer, observe and smile. The act of drawing serves as a bridge that facilitates dialogue even when no words are spoken. I consider the practice of sketching while travelling to be part of my ongoing quest for meaning: each page represents a small portion of my experience, an illustrated account of my memories, intertwined within the broader story of the world.”

Marco Paci, illustrator, set designer and theatre actor, was born in Ravenna and currently lives in Verona. “My first attempts date back to the summer holidays during my years at art school. Keeping a journal and drawing real-life subjects nurtured my curiosity and visual vocabulary and made me push my boundaries. By studying illustrators and graphic novelists such as Pratt, Moebius, Baru and Scarry, I broadened my knowledge of symbols and techniques that I could explore. I experimented with watercolours, monochrome, ink wash, dry techniques, felt-tip and ballpoint pens. When I tried using the tablet as a notebook, the result was satisfactory, less so the process and the overall experience. Drawing has to do with getting your hands dirty, enjoying the challenge of integrating, with simplicity, a ‘mistake’ you made on paper.”

Simonetta Capecchi was born in Milan and lives in Naples. She is an architect, illustrator and urban sketcher. “I am a professional illustrator, and I prefer to work on location while things are happening. Artisans and artists at work, performances, processions, events. As well as landscapes and cities, details of nature, portraits, things large and small. I often add some text above or beside my drawings, and I use speech bubbles to represent the conversations of the people I observe. Visual journalism is my favourite form of expression. To me, drawing is always like going on a journey, whether it’s from my window or halfway across the world. It can be things I don’t understand or have never seen, things that I find beautiful and

important or ugly and weird: I just want to draw them. As long as I keep feeling this impulse, I think everything will be alright.”

Chiara Gomiselli is an artist and entrepreneur. For four months, she travelled solo on her motorbike from Trieste, where she lives, to Sicily, sketching her trip in notebooks. “Drawing pushes you to make choices. You can’t focus on everything in equal measure, so you have to settle on what resonates with you at that moment. It forces you to really connect with your experience, choosing to sacrifice some things in order to centre on others. The practice of keeping a travel journal allows you to immerse yourself in a particular place with all your senses: the warmth of the sun, the wind, the sounds all around you. Beauty can be found everywhere, provided you slow down, and this way of being goes far beyond drawing. Once we realise that there is so much beauty around us, life can only become more fulfilling.”

So, next time you set off, don’t forget your travel journal, a few pencils and your curiosity for exploration!

AN ATLAS OF WAYFARING GEMS

Alba Cappellieri

Travelling, like jewellery, is integral to the history of mankind. The Italian term viaggio, originates from the Latin word viaticum, which referred to the provisions that ancient Romans would pack when setting off on a journey. Food, clothing, money and jewellery were essential items not only to define the traveller’s identity, but also to the journey itself. Jewellery was always included in the viaticum: it was small in size, it had monetary value, it was a symbol of social status and an object of personal adornment.

Since time immemorial, people have travelled for a wide variety of reasons: religious pilgrimages in the Middle Ages (Mecca, the Holy Sepulchre, Rome, Santiago de Compostela); expeditions to discover and conquer new territories (the Americas, the Indies, the Orient); the thirst for knowledge and the love of art (the Grand Tour and the peregrinatio academica); for trade and personal well-being (thermal baths and heliotherapy). Eventually, in the 19th century, leisure travel became an established and accessible experience. All along, each journey was accompanied by specific jewels, which would grow richer with every new destination and cultural exposure. In their epic journeys, both Odysseus and Aeneas traverse worlds laden with symbols: golden weapons, engraved shields, jewels gifted by the gods. Telemachus is filled with awe at the display of King Menelaus’ wealth, which included gold, electrum, chiselled silver and fine purple cloths.

The flow of precious stones into European courts resulted from the long journeys undertaken by merchants across the globe: pearls from the Persian Gulf, diamonds from Golconda in India, sapphires from Myanmar, emeralds from Colombia, opals from Australia and tourmalines from Brazil. Gemstones were traded, decorative motifs were inspired by each other, and techniques grew more refined: Mycenaean marquetry mingled with Persian carving, Byzantine cloisonné blended with North African embossed gold, and Celtic silver highlighted the amber from the Baltic. The connection between jewellery and travelling is as old as time, and it reflects the history of the peoples who brought back gems, precious metals and techniques from their journeys to faraway lands, thus inspiring new styles and craft skills. A bond cemented with the advent of the Grand Tour, in the early 19th century, when young artists and aristocrats from Central Europe travelled to Italy to complete their education. They pioneered the practice of collecting “souvenir jewellery”, which captured the marvels of Italy’s most magnificent sites through classic imagery and landscapes. They served the purpose of preserving the memories of the monuments visited and of the genius loci itself, as exemplified by the exquisite jewels crafted by the Castellani family and Carlo Giuliani. Souvenir jewellery thus came to represent cherished travel memories as much as the identity of a territory and its artisans, expressed through techniques such as Sardinian or Ligurian filigree, Etruscan granulation, Roman micromosaic, Neapolitan and Sicilian gem engraving and cameos, Milanese enamels and Venetian murrine, all of which are emblems of a priceless heritage of knowledge, craftsmanship and beauty.

In the second half of the 19th century, travellers shifted from exploring Italy’s art to conquering uncharted and unexplored territories, introducing new aesthetics, materials and jewellery, which marked the advent of exoticism. The expression derives from the Greek exo (outside), and refers to the appreciation, research and adoption of foreign objects – from food to clothing, and from art to personal ornaments – alien to one’s local traditions and everyday life. Exoticism materialised through the evocation and exploration of distant worlds (such as the influence of Byzantium on Western culture) and flourished in France between the Romantic and Art Deco periods thanks to political events such as the conquest of Algeria, Napoleon’s Peninsular War in Spain and the opening, in 1853, of trade relations with Japan, as floral fans, lacquerware, kimonos, prints, fabrics and porcelain conquered Paris after the fall of the Shogunate. The Japonism craze that inspired some of the greatest artists, designers, goldsmiths, writers and musicians in the Western world was actually sparked in 1888 by Samuel Bing’s publication Le Japon Artistique, which featured the country’s refined beauty, delicate naturalism and graceful female silhouettes. Echoing Paul Poiret’s sumptuous kimonos and the tenets of exotic fashion, the jewellery houses on Place Vendôme created Oriental-inspired jewellery and accessories, such as Van Cleef & Arpels’s elegant velvet evening purses embellished with precious onyx, diamonds, rubies, emeralds, jade and malachite, and Cartier’s sophisticated Japanese Knot brooch of 1907.

At the turn of the century, Louis Cartier launched a new aesthetic, known as Mode Blanche, that heralded one of the most innovative and splendid periods in the history of jewellery, when the maison’s platinum millegrain creations, superb examples of creativity and craftsmanship, enjoyed worldwide success. In the early 20th century, travel became a fashionable pastime, and the styles of the great civilisations inspired jewellery and precious accessories that were all the rage throughout the 1920s. Amongst Cartier’s celebrated creations of the period were splendid pendulum clocks, such as the Portico Mystery Clock (1923); magnificent caskets featuring carps carved from antique jade (1925); cigarette cases and cosmetic sets decorated with oriental motifs, such as dragons and birds in jade, agate and nephrite; enamels; and the Vanity Case (1923) in gold, platinum, diamonds, rubies, pearls and onyx. Exoticism became the aesthetic standard for all arts, particularly decorative arts. Artworks from this period were inspired by the colours, decorations and gems found in Japan, India, China, Egypt, Persia, Africa and the Americas. This trend was fuelled by factors such as religion, fashion, theatre, culture, interior design and archaeological explorations. Indeed, Egyptomania spread like wildfire across Europe after the milestone discovery, in 1922, by British archaeologist Howard Carter, who unearthed the ancient tomb of Tutankhamun along with the artefacts, talismans and jewellery of this mysterious civilisation. Egypt became the style reference and inspiration for all kinds of art, including masterpieces like Cartier’s Scarab brooch (1925), featuring an Egyptian faience scarab with wings made of gold, platinum, diamonds, rubies and emeralds, which was originally also worn as a belt.

India offered yet another magical, exotic atmosphere, with its diamond mines, carved emeralds, the richness and opulence of Maharajahs and Maharanis, the splendour of their ceremonies and their fabulous treasures. Cartier’s historical ties with this fascinating continent were forged by Jacques Cartier’s journey to India in 1911, on the occasion of the coronation of George V and Queen Mary at the Delhi Durbar, and were further consolidated by the frequent visits to Paris paid by Indian princes. This trend came to its full expression during the Art Deco period, leading to the creation of two distinct types of jewellery: on the one hand, Indian gems refashioned by Cartier for the Maharajas in the style of the Western world; on the other, “India-inspired” creations for European and American clients. The latter led to the creation of Tutti Frutti, one of the French jewellery house’s most iconic and innovative collections. With sapphires, rubies and emeralds cut into cabochons and carved into leaves, buds and berries, these lavish and spectacular jewels inspired by Indian goldsmithing traditions were an unprecedented explosion of colour. The Tutti Frutti style has been a constant feature of the maison’s creations for over a century, its charm enduring throughout. Likewise, Cartier has never ceased to pay tribute to travel, as demonstrated by the Divita and Cafayate necklaces from the latest En Equilibre High Jewellery collection. For André Gide, travel is a journey of growth and, ultimately, exchange; indeed, one can never part with what one has given, nor keep what one has received.

LUXURY SAFEKEEPERS OF OUR JOURNEYS

No travel companion is more reliable than our suitcase: a silent presence, always at our side, the guardian of our clothes and belongings, whether valuable or everyday. A suitcase is both a fixture and a symbol of our travels. Not surprisingly, many enjoy personalising it with an image, a sticker, or anything else that can serve as a memento of each new destination.

So, what exactly is a suitcase? If we think of it as nothing more than an object, a suitcase is “just” a container that needs to be practical and functional. If, on the other hand, we look at it in relation to its contents, a suitcase takes on a more poetic and noble purpose. It holds the thoughtful selection of essential personal belongings that travellers decide to take with them. At the same time, it also carries the traces of recently visited places, like seeds waiting to take root elsewhere.

This philosophy continues to inspire the creations of Bertoni 1949, a historic company founded more than 70 years ago in the province of Varese, specialising in luxury leather goods for travel. The company was started in the post-war period, when Riccardo Bertoni and three of his friends, driven by a spirit of initiative and enterprise, decided to draw on their experience in leather goods and start their own independent business. “When the company was founded in 1949,” says Gaia Bertoni, representing the third generation at the helm of the family company, “Varese was a renowned centre for leather goods manufacturing, in particular footwear and travel bags. Over the years, the situation has changed significantly.”

After his partners withdrew from the business, Gaia’s grandfather carried on, fuelled by his passion and commitment, and built the foundations for what has since become an established name in luxury luggage.

Over time, Bertoni has taken a leading role in the field, thanks to meticulous focus on details, high-quality materials, skilled craftsmanship and a design that marries classic charm, contemporary style and functionality. “We like to think that customers who choose our suitcases are conscious of purchasing a travel companion that will stand the test of time,” continues Gaia. Indeed, Bertoni’s creations have the power to take one back to an era when those who could afford to travel would always do so in style. Looking at Bertoni’s iconic leather trunks, one temporarily forgets modern-day trolleys, more practical than stylish, and imagines travelling in the same carriages in which poets and writers journeyed across Italy, or on the Orient Express, or aboard the Sudan steamer depicted in Agatha Christie’s novel. “This vintage aesthetic has come to define our identity, reflecting not only the origins of the company but also suggesting a more sophisticated and meaningful vision of what travelling is all about,” continues Gaia.

A fine example can be found in the Nomad Trunk, which pays homage to the gentlemen and ladies of the era. Characterised by classic lines, it has been revisited and updated as a piece of furniture in its own right: combining white parchment and black alligator, the trunk reveals a travel desk equipped with a comfortable seat and oak drawers, all masterfully crafted by Bertoni’s artisans. Bertoni 1949’s philosophy, founded on a blend of heritage and innovation, is applied consistently to all its products. Classic design and traditional craftsmanship intertwine with a constant pursuit of new styles and materials, to offer customers experiences that are always new and original. “In our trunks, for example, we use parchment made from goatskin, a material that was widely employed in the past, but has fallen out of use due to its hard texture and irregular grain,” explains Gaia. “Drawing on tradition, we revamped this hard-wearing material, updating the range with a contemporary look and a variety of colours.”

Innovation is one of the company’s guiding principles, and it could not be otherwise if we consider how radically travelling has changed over the decades. When Bertoni was founded, leather trunks and travel bags with wooden frames were extremely fashionable, but over time the company has had to evolve and open up to new markets, addressing the changing needs of consumers and new ways of travelling. “A challenge successfully embraced by my father Alberto, who managed to continue the family business and also to expand it, venturing into international markets and new opportunities,” Gaia continues. Thanks to Alberto’s vision (recipient of the MAM – Master of Arts and Crafts award), Bertoni 1949 has developed partnerships

with major fashion brands, contributing its significant expertise. In addition to Bertoni’s independent and original production, headed by Alberto and Pietro, Gaia’s brother, the company thus takes on the no-easy task of translating the ideas of different creative directors into reality, adapting the company’s know-how to the specific needs of each brand. “Every part of the process, from carving the wood to the finishing touches, is carried out entirely in our workshop. Here,” concludes Gaia with pride, “a team of around thirty skilled artisans often work together to create these masterpieces which, as in the case of our iconic trunks, can take over a month to complete.”.

THE WORLD ACCORDING TO LEONARDO FRIGO

Some journeys are made physically, others with the imagination. Some are undertaken across foreign lands, others inside the pages of a book or on the surface of a globe, a promise of worlds only waiting to be discovered. Leonardo Frigo, an Italian artist and master craftsman based in London, works in this suspended dimension, creating globes that evoke the spirit of exploration, storytelling and different cultures.

Born in 1993 in the region of the Asiago plateau, Frigo graduated in Restoration from the Università Internazionale dell’Arte in Venice. He began his career decorating stringed musical instruments with literary and religious illustrations, developing a monumental project dedicated to Dante’s Divine Comedy. Since 2015, his journey has crossed paths with Vincenzo Coronelli, a Venetian cartographer who penned the Epitome Cosmografica in the 17th-century. Frigo’s fortuitous discovery of this manual prompted him to explore the ancient art of globe-making (including translating texts and recreating recipes for glues, varnishes and pigments), thereby reviving a practice that had fallen into oblivion. Both complex and fascinating, the procedure begins with the creation of a sphere in plaster and natural fibres. It continues with the printing of paper maps from copper etching plates and is concluded with the resins that come from Frigo’s native region, natural pigments from Assisi and paper manufactured in Fabriano. Each material carries its own history, and each step reflects the craftsmanship of bygone ages.

“The one I am most fond of is Dante’s Globe, inspired by the Divine Comedy,” shares Leonardo. “This work represents the essence of my passions: on the one hand, pure craftsmanship – building it, sourcing materials, engraving the copper plates and printing – and on the other, my many years of studying Dante Alighieri. All these elements come together in this globe: technique and poetry, substance and imagination. I have spent more than two and a half years working on it, and I consider it my travel companion. It led me to dig into archives and libraries, to hunt for craftspeople and materials, and to question myself about the best way to represent Dante’s geography. In a way, I felt somewhat like him, in his descent and ascent: more than just a project, it was a path of discovery and transformation. That’s probably why I am so connected to this globe, because it reflects my own journey, running parallel to that of Dante’s Comedy.”

Leonardo Frigo prefers to choose a destination by looking at a globe, which he finds much more intriguing than discovering it online, like most people do today:

“I usually let globes and maps guide me on my travels. While working on Dante’s Globe, for example, I had to locate the original sites, many of which are now known with other names and have different borders. This research has sparked my desire to visit some of those places, like certain sites in Greece mentioned in the Divine Comedy. At the same time, in recent years I have travelled to places connected with Coronelli’s globes. I charted a map of his globes scattered around the world and searched for them in museums and libraries: London, Paris, Munich, Florence, Rome, Venice, Milan, Bergamo... Each trip was another stage in my research, a way to learn more about different techniques, the signs of ageing, the way to preserve them. Travelling for me is not just about seeing new places, but also finding the globes that tell their story: in this way, I can live every journey from a perspective that blends past and present.”

Frigo’s work is significant not only for the objects he creates, but also for the knowledge he passes on. He regularly organises workshops and live demos on globe-

making, from the bare sphere to the final brushstrokes of colour. By sharing his expertise, he offers the public an opportunity to understand the deeper meaning of a time-honoured craft.

His globes invite us to travel through memory as well as across space, in a poetic dimension that is indeed the most intimate and perhaps most important feature of this art. “A globe is never just a map. It reflects the moment in time in which it was created, with all the knowledge and beliefs of that era. I am fascinated by the idea of finding a different perception of the world within every border, like a lyrical chronicle of the past. This is what I sought to convey with Dante’s Globe: the notion of Dante the geographer, not just the poet. Packed with references to places and geographical coordinates, the Divine Comedy is a literary work in which the cosmos is both scientific and spiritual. By transforming it into a globe, it is possible to translate words into geography and ideas into images. The journey is not only through space but also through time, taking us back to how the world was conceived and portrayed. In an age of digital maps, I believe it is necessary to offer something different: not a snapshot of the present, but a narrative. A handcrafted globe, which preserves history, imagination and artistry, not only shows us where we are, but also invites us to reflect on who we are.”

Leonardo Frigo’s globes are a demonstration that travel is more than just the routes charted on the surface of the Earth, but indeed the journey of knowledge handed down through generations. The nature of high craftsmanship lies precisely in this continuity: the ability to transform an object into a symbol, a gesture into heritage, and a globe into an invitation to set off on another journey.

THE REVOLUTIONARY HISTORY OF CARRIAGES

A powerful literary symbol of escape and inner unrest, the carriage has historically been an indicator of rank, serving both as a mode of transportation and a metaphor of life itself. Great authors such as Tolstoy and Jane Austen have made it the stage upon which the soul is revealed. When, suspended in the limbo of travel, the spirit settles, the mind becomes creative, the horizon expands to infinity, a kind of alchemy occurs within the carriage. The human consciousness, perpetually in motion, takes on a slow, natural pace following the rhythm of the horse’s breathing and endurance, in harmony with nature.

The town of Montichiari, in the province of Brescia, preserves the spirit of its ancient roads and the nobility that once travelled them. Stepping into the workshop of Pier Luigi Beschi and his son Bruno, restorers and builders of period carriages and bicycles, is like travelling back in time. As proud artisans whose expertise is rooted in centuries-old know-how, the Beschi family are the custodians of a tradition that would otherwise be lost to oblivion, their craftsmanship revealing itself in their extraordinary taste for beauty.

Pier Luigi, now eighty-two, was drawn to history by his love of horses and their unbridled spirit. “I developed a passion for horses and carriages as a child, accompanying my grandfather Pietro on his horse-drawn cart. In adulthood, a mare named Karin was the love of my life and my companion for thirty years. What I find fascinating about the relationship with horses is that it’s based on trust: communication requires the ability to listen and to keep focused. I became a restorer back in the 1980s, thanks to my natural manual skills, which were honed by working as a turner, first, and later through my collaboration with an importer of carriages from France called Marco Zane. He would buy them and I’d restore them. Eventually, I started building them myself.”

The origin of chariots stretches back to bygone times. In ancient Egypt and Mesopotamia, they were simple carts without any suspension, and it would be a long time before they evolved into sophisticated means of transport. Though both the Greeks and the Romans developed the art of carriage building, it was not until the 15th and 16th centuries, at the height of the Renaissance in Europe, that the metamorphosis truly began. Hungary established its leadership thanks to the town of Kocs, from which the word coach is believed to derive. Italy, the birthplace of the Renaissance, enthusiastically adopted this innovation, and the courts of Florence, Ferrara and Milan commissioned increasingly elaborate carriages, which became

true works of art on wheels. Gilded carvings, coats of arms, fine fabrics and decorative painting transformed these vehicles into travelling symbols of power and prestige. The carriage became a sign of social status and a “mobile theatre” for the nobility to flaunt their grandeur. In the Baroque period, during the reign of Louis XIV, the Sun King, carriages reached unprecedented levels of splendour. The first standards of quality were introduced only in the 18th century, when large specialist workshops began to appear and skilled craftspeople – coachbuilders, saddlers, blacksmiths, painters and decorators – joined forces in creating masterpieces of technical and artistic excellence. Their slow decline commenced in the 19th century, following the advent of the railway and automobiles. Even so, horse-drawn carriages remained an important feature of official ceremonies and everyday urban life until the early decades of the 20th century. Their disappearance from public life marked the end of an age of incredible elegance. With motorised transport, the whole idea of travelling as a contemplative experience, a dance between the soul and the outside world, was lost, thereby putting an end to the bond between human beings and animals.

In addition to a collection of carriages from different epochs, the Beschi workshop houses tools that could well belong in a museum of arts and crafts. Indeed, the master craftsman engages in a form of cultural resistance, armed with a remarkable collection of finely crafted objects in iron, wood, leather and fabric. In a world obsessed with global interchangeability, he reaffirms the value of durability, of repairability, of the passing of knowledge across generations. When Pier Luigi restores or rebuilds a carriage, his aim is not just to make it function again, but also to recover the narrative dignity that all historically significant artefacts possess. Each vehicle preserves memories of journeys, encounters and bygone days, making the restorer the interpreter and guardian of this silent legacy.

The walls of the workshop, a microcosm of different eras, are covered with photographs and newspaper articles documenting the stories associated with bicycles and carriages. One is about an Omnibus, restored by Pier Luigi for Mr. Zane in the 1980s, which had travelled for 40 days from Milan to Palermo, stopping in 37 different places to promote a line of products for animals. While Pier Luigi talks, his son Bruno – who also manages the archive – turns the pages of a collector’s book filled with illustrations of components such as hitches, front axles, shafts, headlights, wheels and leaf springs, which his father can replicate with striking accuracy. What makes the process so unique is the use of age-old techniques such as joint making and steam bending, which are mastered by only a handful of artisans, and of which Bruno is particularly proud.

One of Pier Luigi’s favourite creations is an 1830 sleigh owned by an archbishop of Gorizia, which he converted into a carriage. “No welding was used,” Bruno explains, “and the wheels can be removed for transport. Just like the wooden horse that is placed beside the carriages when they are exhibited, and which is made of three easily removable and transportable sections. My father works with his hands and his imagination, while I develop the designs. He will look at a drawing or photograph, visualise the piece and then create it.”

Another family treasure is a 19th-century carriage that belonged to the Borghese family, featuring silver headlights, ivory handles and a golden-yellow satin capitonné upholstery with 560 handmade buttons. Pier Luigi Beschi has restored it to its original splendour, preserving both its authenticity and its historical and cultural value. The Beschi collection on display in Montichiari includes gigs, landaus, Duc de dame, charrettes, breaks, phaetons, dos-à-dos and other unique pieces of extraordinary artistic value, such as an 1862 racing sulky and the replica of a Milord landau Bruno Beschi is the bridge between past and future, the successor who reinterprets tradition creatively. He started spending time in the workshop with his father when he was eleven, went on to graduate as a mechanical designer, and became skilled in carpentry, ironwork and the restoration of carriage upholstery and leather. He also designs and crafts furniture, clocks and bicycles. “Old-style bicycle tyres are the same as those used for carriages. When working on a collector’s bike that was racing in Soresina, I designed the mould and used the same technical process we use for carriage tyres. The bike is now in the bike museum collection, and I’ll never let this craft die out.” Another bicycle that will be remembered belonged to Giuliano Calore, a Guinness World Record holder and extreme cycling champion. In the 1980s, at the age of 73, Calore raced down the Stelvio Pass in the middle of the night on a bike without brakes or handlebars, rebuilt by the ingenious Pier Luigi Beschi.

The philosophy of Maestro Beschi and his son Bruno, champions of skills and unbroken generational continuity, can be summed up in the adage: “The craftsman creates, the industrialist copies.” They remind us that the pursuit of mastery requires time, patience and total dedication. Their work is living proof that the path to progress does not require discarding the past, but rather finding a way to integrate it into the present, thus perpetuating the excellence that defines the cultural identity of a territory and its communities.

MAPS THAT TRACE THE PASSING OF TIME

In 1930, one year after it was established by Vincenzo Visceglia, Cartografica Visceglia in Rome issued its first Toponymic Map of the city. “In those days,” says his granddaughter Laura Ottaviani, who currently manages the historical cartography studio, “a street map like the one my grandfather envisioned did not exist. It was the very first to be divided into tables, accurate down to individual house numbers, and entirely drawn by hand.”

Back then, Cartografica Visceglia was one of a handful of workshops – fewer than ten across Italy – specialising in the production of professional maps. “Cartography required a combination of different manual skills,” she explains. “The first step was sketching the map in ink on transparent acetate sheets, which were then superimposed on aerial photogrammetric images. Next, details such as place names were inked in, a process sometimes requiring site visits to confirm their accuracy. Once the ink had dried, any further corrections were made with a razor blade. The areas were then coloured individually using opaque red and, lastly, they were etched onto printing plates.” It was an entirely manual process that involved many days of work and required mastering a specific vocabulary of symbols and conventions. “They weren’t as precise as Google Maps, but they were definitely not as impersonal as today’s digital tools,” Laura adds with justified pride.

The beauty of Visceglia maps is not the result of an artistic approach. Laura goes on to explain that her grandfather preferred to hire graduates from scientific rather than artistic secondary schools, and that during the war he mainly employed female workers; partly because most men were at war, but also because he considered them less accurate and reliable than women. Indeed, after his death, the business continued to be run entirely by women: his daughter Rosangela first, then his granddaughter Laura.

How did Cartografica Visceglia survive the advent of GPS, navigation systems and digital maps, finding its place in today’s tech-driven world? The revolution came about when Laura and her mother first decided to design a road map of Italy digitally.

“We were never intimidated by experimentation or by the need to innovate. In the 1980s, we were already using computer technology for a variety of purposes, and we developed the first digital map in 1996. It marked the end of an era, but also the beginning of new opportunities. Our work remained manual, but the craftsmanship went digital, bringing significant benefits, such as the possibility of introducing additional elements and information, correcting errors more easily, and printing on a larger scale. Above all, we were presented with the opportunity to offer a tailored service, personalising our maps to our customers’ wishes, always helping them find the best solutions for their needs.”

Personalisation and creativity have become the hallmarks of Cartografica Visceglia, which has kept its artisanal spirit intact, notwithstanding technological progress. Drawing on the graphic tablet is not the only manual part of the workshop’s activity, which extends to furniture, decorative objects and gadgets. All items are made in collaboration with a network of artisans who master the techniques needed to transfer Visceglia’s customised maps – whether old or new, standard or made to order – onto different media. On top of these objects, the workshop currently offers experiences, such as guided tours of Rome using vintage Visceglia maps, allowing tourists to see how the city has changed over time, including sites that no longer exist or that have been transformed into something completely different. These voyages through space and time are made possible by the extraordinary Visceglia Cartographic Archive –officially recognised as a significant cultural heritage site by the Ministry of Culture – containing all the original maps and tracings created throughout the workshop’s long history. A monumental repository of memory and an indispensable resource

for whatever challenges Cartografica Visceglia will take on in the future. “I’m not nostalgic, but I believe the only way to understand the history and evolution of a territory is through its past,” Laura tells us. A vision that echoes her grandfather’s philosophy, which he penned in 1942: “Don’t dread the future, don’t worship the past. Those who are afraid of the future and of failing only limit their potential. Each setback is just another opportunity to start afresh with a smarter approach.”

AN INSPIRATIONAL RAILWAY JOURNEY ACROSS EUROPE

Ugo La Pietra

Travelling often means communicating, and communicating through travel also means to “lose oneself” – slowly and gradually – in the region being visited. One way of travelling that allows us to preserve our identity is by train. The essence of train travel lies in “sitting and watching” while the journey steadily unfolds along a set route. As the world glides past the train window, we are exposed to impressions that, however unfamiliar, can inspire our imagination. At the same time, we cannot perceive the scents and sounds of the territory we are travelling through nor, most importantly, connect with its nature and landscape.

The traveller’s separation from the outside world is amplified by the train’s furnishings and interior design, which form an integral part of the moving landscape. A condition that Gio Ponti was well aware of while designing the interiors of some of the great Italian ocean liners of the 1950s, including the Andrea Doria, Giulio Cesare, Conte Biancamano and Conte Grande: “Our ships must pay homage to Italy in two ways: figuratively, through the choice of furnishings, and symbolically, as an expression of Italian culture.” This is the spirit that has guided Milan-based architecture firm Dimorestudio, founded by Emilio Salci and Britt Morgan, in the La Dolce Vita Orient Express project. By reinterpreting the history of Italian design, we are reminded of the enduring relevance of a way of travelling across Europe that has nourished the imagination of many generations. Aboard a train, the journey unfolds in an organised context. We immerse ourselves in the passing landscapes while maintaining our identity, which becomes an opportunity to showcase the Italian art of living. Indeed, the interiors reflect the timeless skill of Italian craftsmanship, with furnishings and decorative elements that draw inspiration from the creative spirit of the 1960s and 70s.

Art and design underpinning Ponti’s naval furniture projects originated in the work of Gustavo Pulitzer, whose fittings for the Conte di Savoia set the standard for modern Italian-style nautical interior design. Through the refurbishment and new furnishings for the Orient Express, Salci and Morgan have demonstrated their commitment to carrying on the legacy of the great architects and designers of the past: collaborating with the best master artisans, designing bespoke solutions and reviving the discipline of “interior architecture” as it was once taught at university. Every item has been designed with the purpose of striking a balance between historical significance and contemporary functionality. Every space has been meticulously planned to feel as if it has always existed. With their approach, the two designers pay homage to Gio Ponti’s cherished concept of “classic” design: an object that stands the test of time and changing trends.

This is how La Dolce Vita Orient Express was born, a luxury railway travel project created by Arsenale Group in partnership with the Orient Express brand owned by Accor Group. From Rome to Paris, from Istanbul to Split, travellers will be staying in a hotel that reflects the duo’s aim to embody the Italian way of living through designer interiors and artworks, evoking the “Italian-style home” that Gio Ponti conceived in the 1940s and developed in his interior design projects. This creative model aims to spread meaningful values based on the tangible cultural heritage of Italian-made products, from objects to food.

INHABITABLE LANDSCAPES

Dolomitisch-Topographic Furniture was born from an idea as simple as it was radical: to transform mountains into functional and beautiful objects that can be

enjoyed and admired without compromising their existence. The company has three co-founders. Luca and Daniele, aged 33, have been friends since their youth, when they used to go trail-running in the woods together. Although their friendship endured, they chose different paths in adulthood. Luca became a researcher in forest ecology and assistant in wood anatomy at the University of Bolzano, while Daniele, who has a more technical mind, was fascinated by 3D modelling and the enormous potential of CAD/CAM/CNC technology in the production of highly detailed designs. Walter, on the other hand, is a seasoned professional with a deep expertise in business management and its complexities. In his many years in the woodworking industry, building houses and furniture, Walter developed manual and technical skills and an understanding of how wood can be worked and processed to bring out its full beauty. His leadership and motivation have been instrumental in driving the team forward. Their first endeavour was in response to Luca’s desire to build a table for his home. It was to be a special table, inspired by his interest in cartography. Luca wanted a tactile surface, one that he could run his fingers over while lying on the sofa and dreaming of the mountains. This experience marked the beginning of a collaboration involving different skills: from design to cabinetmaking, from engineering to territorial research, with the aim of developing a project that was initially just a dream. Their drawings, prototypes, skills and perseverance resulted in the creation of their first table. For them, the starting point was not the wood, but rather the contours, reliefs and topographical lines characterising the local landscape. These patterns, normally used to describe and measure, became the template from which they carved tables, benches and other surfaces. Their beloved Dolomites are transformed into objects, always maintaining a connection to the original context and the wood from which they are made. The techniques employed to create their signature benches are particularly noteworthy. More than a piece of furniture, but a three-dimensional map rendered in wood. Linear in design, each bench terminates in a section that is digitally extracted from the topographical features of a specific area, which is then carved layer after layer to mirror the morphology of a mountainside, like a gentle slope or an irregular crest.

The technological precision of this phase is complemented by their manual expertise: the sanding, the meticulous assembly of hand-picked woods and the finishing. Instead of being opposites, tradition and innovation become two sides of the same coin. The use of numerically controlled tools does not rule out craftsmanship. On the contrary, it demands it, because only the hands of an artisan can impart smoothness to a digitally created relief. Located in the heart of the Dolomites, the company is committed to sourcing timber locally or from within the Alps, and to offset the impact of its activities by donating part of its profits to reforestation projects. The partners have a close relationship with the woods, which they love and respect, working in harmony with their natural cycles. Their approach is both ethical and purposeful. They consider wood not as a raw material, but rather as a geological, biological and cultural resource. Each piece of wood is the result of time and weather conditions that have layered it. Indeed, their environmental mindfulness reflects their practice. What defines Dolomitisch is not the search for perfection, but rather the celebration of wood’s imperfections: knots, differences in colour, growth rings. Through these details, the spirit of the territory lives on within the object. Backpack and topographical maps in hand, Luca has journeyed through his beloved woods as well as to some of the world’s major natural parks. The topographical exploration of nature and the identification of wood types and their structure all lie at the heart of Dolomitisch. Toponymy is a distinctive feature of Dolomitisch’s meticulous approach. The names of places are not just labels, but also contain linguistic and cultural layers. Each bench, table or piece of furniture is linked to a specific place, from which it takes its name and identity. While this undoubtedly adds a poetic and sentimental value to Dolomitisch’s furniture, it also has a scientific purpose: the names of places are a way to understand the territory, revealing how different communities have experienced and interpreted the mountains throughout history. An object is therefore never detached from its context, but carries geographical, historical and social references. In many cases, it preserves memories and traces of the past.

The transition from small-scale artisanal workshop to international design networks was neither easy nor straightforward. The turning point occurred when their

creations were exhibited at the Rossana Orlandi gallery in Milan, a leading global player in the sector. Dolomitisch benches were welcomed as fragments of landscape transformed into design: not a design for the sake of design, but an object that embodies the significance, delicacy and beauty of the Dolomites. This tactile voyage reached its pinnacle in the Journeys room at Homo Faber 2024: more than just a piece of furniture, the Dolomitisch bench exhibited there transformed the narrative of a landscape into a shared experience.

The atelier’s identity is founded on a rare combination of technical precision and aesthetic research, of digital innovation and traditional craftsmanship, of being connected to the local area and having a global outlook. Each piece, which takes 40 to 50 hours to make, is a mix of science (cartography, toponymy) and emotions (the beauty of woods and mountains). This is where Dolomitisch shines: turning materials into stories and stories into journeys.

THE POETRY OF SAILING

A young boy keenly observes a model of a boat as it gently floats on the glittering surface of Lake Como. He has tied a piece of string to it in order to pull it across the water, to find out whether it will create noticeable ripples as it glides. The scene takes place in the 1970s, and the boy is already quite familiar with the topic, since his father builds boats and crafts oars. Indeed, a variety of vessels are created from the wood offcuts, which the child and his friends transform into small sailing boats that they race against each other. Those playful races are the seed of a passion destined to blossom into outstanding prowess. The young boy was Daniele Riva, who currently continues the legacy, spanning eight generations, of Cantiere Ernesto Riva, renowned for building wooden vessels since 1771.

Originally established in Laglio, the shipyard has consistently focused on the construction of transport boats and dinghies, as well as the historical Inglesina and Lucia rowing boats, typical of Lake Como. “My father was involved in the construction of countless vessels throughout northern Italy,” notes Daniele Riva, who was awarded the MAM – Master of Arts and Crafts title by Fondazione Cologni. “Ninety percent of the rowboats and canoes found in the villages around the pre-Alpine lakes were made in our shipyard. Many of our customers have embarked on memorable journeys with them, such as navigating the Danube or exploring the canals in the Netherlands and France. They were not only seeking the pleasure of travelling by boat, but also the opportunity to share the history and culture of our region.”

What then is the reality of being a shipwright in 2025? “It’s choosing to go against the grain,” he explains. “Many people today prefer practical materials, such as fibreglass, which are more commercial in nature. By contrast, when building a wooden boat, what you are creating is a unique object designed to last, and which is deeply related to the person for whom it is crafted. Such individuals are typically connoisseurs who take the utmost care of their vessels, with a view to passing them on as family heirlooms.” In the company’s new facility, in Maslianico, 85% of the work is still done by hand by a staff of 15 specialised artisans. “Due to the unique nature of each vessel, the painting process cannot be automated, despite the availability of modern machinery. As a result, our craftspeople still need to apply as many as 26 to 30 coats of paint by hand. The same goes for the carpentry department, where everything must be planed manually, since the boat is full of bends and curves, without any straight angles.”

Most Ernesto Riva sailing and motor boats are designed and made to order, but the shipyard also carries out restoration work. Last year, for example, it partnered with FAI – Fondo Ambiente Italiano to revive the famous Velarca, a 22-metre houseboat designed in 1959 by Milanese architectural firm BBPR, who also planned the iconic Torre Velasca high-rise in Milan. “It was like leaping back three generations: we had to replicate the techniques of my great-great-grandfathers using modern materials and tools that didn’t even exist back then. It made me feel like a true sepoltone, as master shipwrights were once called because when they filled the gaps between planks with hemp, it looked as if they were actually burying the material.”

This does not mean that the focus is solely on the past. “We are committed to

the promotion of sustainable mobility,” reveals Daniele Riva. Ten years ago, the company created Ernesto, the first electric commuter boat on Lake Como. Conceived with the support of architect Germán Mani Frers and engineer Carlo Bertorello, the prototype was developed within the Slow Commuter project funded by Regione Lombardia to usher in a new era of nautical innovation. “The design is based on Villa d’Este’s traditional Vaporina boats, which we updated with a new hull suited to an electric motor. The boat currently provides a shuttle service for hotel guests. I still have the original design, pencilled on the back of a bar receipt. After much experimentation and fine-tuning, we achieved a result that is remarkably close to that first rough sketch.” At the end of September, a new electric model was introduced featuring a glass and carbon structure designed by Frers in collaboration with Carlo Bertorello and Patricia Urquiola.

It is difficult for Daniele to choose his favourite among all the boats he has built: “I always answer that it’s ‘the next one’, because I am always looking to the future”. Meanwhile, it seems that the ninth generation is getting ready for action. “My son Stefano is training in nautical design in La Spezia, while my daughter Sara, in her final year of art school, possesses a natural artistic talent, which is a fundamental asset in this field. But I do nothing to influence them. I want them to be free to make their own choices, not least because this profession can be embraced as a way of life only if the calling comes from the heart.”

PAOLO RUI’S PHANTASY ROUTES

Luca Bergamin

His hand, his mind, his arms and legs are constantly in motion, both on this planet and on his imaginary one, where René Magritte and Dino Buzzati occasionally make unexpected but very welcome visits. To this day, at the age of 63, Paolo Rui continues to work at a 1950s architect’s desk (the kind with a tiltable top) in the Stadera neighbourhood of Milan. His studio is in a converted printing house, which he shares with other creative professionals. Being just a stone’s throw from the Navigli canals, between the S. Abbondio swimming pool and the Canottieri Milano rowing club, he can also dedicate himself (with Swiss regularity) to swimming and running.

A former student at the Brera Academy of Fine Arts - where he “got excellent marks but did not learn how to draw” - Rui could just as easily find himself in Taiwan with his wife Mei Chi (“her name means both plum tree and angel”) or in California, where he landed after his military service thanks to a Fulbright Commission scholarship, and finally picked up the art and techniques of illustration. “Travelling allows me to fly to distant places, first and foremost with my imagination. In my biography I always write that I dream of piloting an airship and exploring Mars, ideally both at the same time. The desk where I draw was a gift from my mother, whose family ran a company specialising in the production of winches for ships and ocean liners, including the legendary SS Rex.” Fortunately for both Rui and us, his creative dreams and projects never sank. The journey towards his final port, however, took longer than expected. “My irony-filled surrealism struggled to stay afloat,” he explains, “partly because one of my professors at Brera insisted that this artistic genre was a long-dead form of expression. I started out with Magritte, and then veered towards Dino Buzzati, who is unquestionably a more melancholic author, but whose style is marked by bursts of sheer joyfulness. Through my drawings, I myself am trying to find a way out of the dead end where today’s world seems to have wound up.”

Mei Chi played a key role in this change, some fifteen years ago, persuading her reluctant husband to take part in the artists’ fair that is held along the Naviglio Grande canal. As a result, Paolo took up painting illustrations again and rediscovered the expressive freedom he had enjoyed in his youth, when he had dreamed of becoming a science fiction artist.

“I was driven by the urge to experiment, to explore aspects of myself that were unfamiliar to me. During my time in the United States, I developed a wide range of skills working in advertising, but I lost touch with my original inclination.”

Relocating to Taiwan, in the late 1990s, was eye-opening: in addition to crossing paths with Mei Chi, the experience gave him exposure to a new language and

culture. “I dived right in,” he recounts, “working on publications for children and falling in love with the island’s landscapes and communities.”

Rui didn’t give up advertising altogether, but began a parallel artistic career in Taiwan, where his first artworks were exhibited. “My paintings were inspired by Buzzati’s playful ex-votos, in which he expressed a delicate spirituality through symbols such as Saint Catherine, who protects sailors from little flying demons. From there, I developed my own characters, including animals like Fuffi the puppy or a hamster, which rescue Milan from a heatwave or an invasion of billboards. Taiwan’s colourful birds had a big influence on me, particularly the red orioles, with eyes like a blackbird’s, scarlet bodies and black wings that I reimagined as a plump bird named Rrub.”

Rui isn’t a fan of extreme digital tech, preferring to use his illustrations to address social issues. His notebooks, which he constantly fills with sketches, serve as a personal diary: “Occasionally, this process yields meaningful works, while at other times, they remain private and concealed,” concludes Rui. “What is most important to me is to draw on traditional techniques to create creatures that encapsulate the purest form of beauty, of the kind one discovers by immersing in cultures that are different from one’s own. This is something life and my natural curiosity have taught me to do.”

THE THREAD CONNECTING DIFFERENT WORLDS

Carlos Tieppo ushers me into the costume department of La Fenice theatre, which he has been running since 2005. Friendly and cheerful, he tells me about his adventures as a solo traveller. A master of his craft, gifted with creativity, experience and vast expertise, Tieppo comes across as an energetic man who is always open to new challenges, driven by a thirst for knowledge and passion for his work. He was born in a small rural village in Argentina into a family of Italian immigrants from Piedmont and Veneto. Looking back, he fondly remembers how, far from the limelight of the big theatres, the radio station would broadcast opera music, while his father recounted stories of the famous singers he and his own father had enjoyed listening to. Tieppo believes that his early exposure to opera coupled with his father’s enthusiasm paved the way toward his future career.

His first journey led him to Peru and Colombia, where he stayed for a year, frequenting local artisans who crafted beautiful traditional clothes. During this time, he practised his skills and, back in Argentina, he started weaving his dream of living in Paris, which he had fantasised about for as long as he could remember. On several occasions, he shared his desire with his Piedmontese grandfather, who always teased him about it. As it turned out, Tieppo left for Paris in 1980. Being part Argentine and part Italian, he had to adjust to a different cultural environment by learning French and gaining experience on the job. During the 1980s, the Parisian theatre scene was thriving with numerous productions. To establish his reputation, Tieppo designed costumes for a number of minor Latin American theatre companies.

France offered vocational training programmes and Tieppo, who did not have a tailoring diploma, faced significant challenges. He was forced to work odd jobs, including pressing and mending. His journey would be long and precarious, but with every experience came a valuable learning opportunity. Following a series of referrals, he was finally offered the chance to work for a young French costume designer. As a result, he was able to gain access to the industry, completing a fourmonth internship that opened the door to the finest theatrical tailoring workshops. He was recruited by the atelier in charge of creating the costumes for the world premiere of the Notre Dame de Paris musical. He was involved in projects for the Mogador Theatre, the Opéra-Comique, the Théâtre de Chaillot and many others, until he was hired on a long-term basis by the Opéra Bastille. From time to time, Tieppo also collaborated with other theatres, and in 2004 La Fenice appointed him as assistant costume designer for La pia dei Tolomei and another production. Unexpectedly, in 2005 he received an offer to move to Venice and set up the costume department at the theatre, newly reopened after a complete rebuild in 2003. Surprised and excited by this new challenge, Tieppo accepted a six-month

contract to give it a try... and twenty years have gone by since then!

Carlos Tieppo’s life in Venice is inseparable from his tailoring workshop, consisting of a small, close-knit team. A harmonious working environment is an essential part of his profession, and his high-quality costumes are praised, awarded and admired by leading experts and famous directors. Tieppo has developed a highly original approach, which he uses in the many productions for which he has designed and tailored stage costumes: miniature versions of the outfits are cut and sewn first, and then fitted on small wooden mannequins. These unusual characters, all dressed in elaborate and meticulously crafted costumes and accessories, are the outcome of indepth research and meticulous planning, requiring considerable time and dedication. When a director approves a project, what they see are not sketches and fabric swatches, but three-dimensional figures that they can picture moving on stage. When creating bespoke costumes, the features and specific needs of each performer are given careful consideration. A process that begins with the creation of 18th-century corsets, which Tieppo is a master at shaping. This hidden yet fundamental piece of clothing provides an internal support structure for opera singers.

Carlos Tieppo has brought with him to Venice a wealth of experience, sensitivity and culture. His creativity and technical skills cover all aspects of the craft: from styling to tailoring, down to cutting, sewing, finishing and embroidery. Being a keen traveller and eager to pass on his knowledge, Tieppo stays focused on the present and the future, pouring all his resources into his ongoing projects, and never dwelling on the past. When I take my leave, he is busy cutting a miniature cloak for Ottone in villa, an opera by Antonio Vivaldi for which Tieppo has designed costumes inspired by ancient Rome featuring “Hollywood-inspired” drapery, feathers and belts.

DOPPIA FIRMA’S GRAND TOUR

OF ITALY

de Nitto

Only those who will risk going too far can possibly find out just how far one can go. —T.S. Eliot (*)

This year’s edition of Doppia Firma, the exhibition hosted in Milan during the Salone del Mobile since 2016, is inspired by the fascinating theme of the Grand Tour of Italy. Once a favourite educational and cultural destination for young travellers from across Europe, the Grand Tour typically included stops in Venice, Florence, Rome, Naples and Sicily. Travellers often departed from northern Italy, occasionally passing through Milan or Turin en route to major art cities, picturesque landscapes and archaeological sites, where they immersed themselves in classical culture. The days of the Grand Tour have given way to contemporary mass tourism, and many things have inevitably changed. Fortunately, one element has endured unabated: a passion for Italy, to this day one of the most beloved places to visit by travellers from around the world.

Doppia Firma 2026 explores the theme of the Grand Tour of Italy through the works of twelve creative duos - a designer and a master craftsperson - who have conceived objects that are both beautiful and meaningful. Presented at the Casa degli Artisti in Milan from 21 to 26 April, the project celebrates local traditions (spanning Venice, Florence, Milan, Turin, Rome, Naples and Palermo) reinterpreted in a contemporary key.

The format, initiated 11 years ago by Fondazione Cologni with Living Corriere della Sera and the support of the Michelangelo Foundation, owes its lasting success to its formula, aimed at connecting the finest expressions of design and craftsmanship. The projects share one fundamental principle: designers and master artisans have equal status and collaborate in an open exchange of ideas. Both parties “sign” the works born of their virtuous alliance, in which creativity and craftsmanship have the same rank. In uniting their talent, the two protagonists embrace the challenge and push the boundaries of their skills, venturing into often unexplored territories. Over the years, this winning recipe has established itself as a model widely adopted internationally, giving rise to original and surprising masterpieces that build on the cross-fertilisation of different perspectives, know-how and cultures.

The Innesti #3 vase created by Andrea Anastasio and Reale Manifattura di Capodimonte is not just a reference to the past, but a reading of shapes and

techniques developed in the course of the centuries. Through its primary function, the vase serves as a narrative framework, a repository of memories and a symbol of a distinctive manufacturing tradition.

Arthur Arbesser, originally from Vienna and now based in Milan, designs furniture, objects, fashion and theatre costumes. His collaboration with Andrea Bouquet, an artisan-artist from Piedmont who “blends, mixes and grafts” traditional cabinetmaking with contemporary taste, has resulted in a sophisticated wooden cabinet featuring a checkerboard pattern that reflects the high level of craftsmanship involved in using different woods.

In Monreale, renowned French designer Sam Baron, whose artistic and functional explorations often combine cultural and historical references, teamed with master craftsman Nicolò Giuliano, best known for his colourful decorative ceramics and large-scale installations. Their cooperation sparked Terra-Ma(d)re, a ceremonial vase in white clay adorned with symbols and figures representative of Sicily’s traditional heritage, such as lemons, pomegranates, olive trees and marine creatures.

Morphose is a striking piece of furniture imagined by French designer and scenographer Constance Guisset: a whimsical seat consisting of three ottomans, reminiscent of a snake slithering in and out of the floor. To bring this chimera to life, Guisset relied on the extraordinary expertise of Marco Castorina, cabinetmaker at one of Florence’s historical workshops and a specialist in the techniques of woodcarving.

Milan was represented by two exceptional creative partnerships using materials and techniques symbolic of the city’s time-honoured artisanal virtuosity. Ugo La Pietra, a prominent figure of Italian design and an authority in the field of craftsmanship, joined forces with master blacksmith Alessandro Rametta, founder of the workshop La Fucina di Efesto. Their collaboration resulted in an installation of small houses that addresses the relationship between urban and natural environments, a theme often explored by La Pietra. Crafted from copper and bronze, the piece is a tribute to the art of metalworking, a hallmark of the city’s historical workshops.

The second Milanese partnership brings together Sara Ricciardi and Fabscarte. The accomplished designer from Campania, with her signature free-spirited and evocative style, has developed a suspended kite made with the exquisite multicoloured paper hand-crafted by Fabscarte.

Ravenna-based designer Marcantonio, known for his ironic and imaginative spirit, created Awakeness in collaboration with Roman master bronzesmith Alessandro Valentini. Their artwork, representing a human figure composed of bronze castings of organic shapes such as leaves, branches and flowers, offers a striking insight into Marcantonio’s explorations of how human beings relate to nature.

Florence has fostered a unique partnership between Paola Navone, architect, historian, designer and eclectic traveller, and Tommaso Pestelli, a master goldsmith who creates extraordinary objets d’art inspired by the Renaissance. Pestelli applied his exquisite craftsmanship to Navone’s contemporary project, La table conquise, to portray nature’s takeover of the man-made world through an invasion of bees, which Pestelli grafted like small jewels onto Reichenbach chinaware.

Sicilian architect and designer Elena Ossino worked with Giuseppe Tudisco, master craftsman specialising in the creation of Nola lilies, to create the lamp Intreccio sospeso, whose intense and essential design captures the magical union of papiermâché and light.

Paper is also the source of inspiration for Swedish designer Clara von Zweigbergk, who fell under the spell of Michele Pernaci, owner of the Librarti bookbinding shop in Rome. Together, they have created a collection of beautifully bound notebooks and a charming paper doll.

In Venice, a dream destination for many a traveller, Christian Pellizzari, talented fashion designer, partnered with Venetian masters Ongaro and Fuga to create Lacus, a spectacular mirror that draws on the city’s rich glassmaking heritage and the Italian designer’s sophisticated aesthetic.

To mark the final stage of this remarkable journey, Roberto Sironi, multimedia artist from Milan, and master glassmaker Simone Cenedese from Murano, immersed themselves in the depths of Venice to create Abissi, two spectacular blown-glass sculptures that evoke images of mysterious marine creatures.

(*) Preface to Transit of Venus: Poems, by Harry Crosby. Paris: The Black Sun Press, 1931

ROME’S LIVING MARVELS OF CRAFTSMANSHIP

Explore Rome from a different perspective. Beyond its famous monuments, the city is home to countless workshops, ateliers and historical archives. Discover what goes on behind the scenes of the city famous for its cinema, for being the seedbed of Christianity, the capital of Italian elegance and eternal beauty, whose genesis and magnificence have been largely shaped by its skilled artisans. The volume Roma su misura. Craft Shopping Guide is inspired by this desire. It represents the latest chapter in the su misura (made-to-measure) series, with which Gruppo Editoriale celebrates the world of Italian craftsmanship. After covering the entire peninsula with Italia su misura and revealing the best of Florence, Milan, Venice and Naples, it was only natural to feature the city that has been the subject of our magazine Roma the Eternal City for many years. This exciting journey, undertaken yet again in collaboration with Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, is a chance to discover 50 extraordinary master artisans, specialising in fields including tailoring, sacred art, jewellery, mosaics, carving and bespoke footwear. Thanks to the invaluable support of Cartier, a long-time champion of the finest artistic crafts, and under the patronage of Rome’s Office for Major Events, Sport, Tourism and Fashion, we have stepped into monumental buildings and peaceful courtyards to observe time-honoured practices performed with natural ease, and admire traditional techniques that continue to evolve with surprising resilience. Roma su misura. Craft Shopping Guide offers an engaging journey of discovery through the sanctuaries of Roman craftsmanship, illustrated through their protagonists, their stories and iconic creations. Immortalised on camera by Dario Garofalo, renowned for his expertise and sensitivity, this gallery of images is presented in an elegant 240-page bilingual volume (Italian/English): a compact and remarkable art book inviting beauty enthusiasts to explore the ancient streets of the city centre and discover the celebrated master artisans of Rome. Page after page, the publication features internationally acclaimed creations such as Diego Percossi Papi’s Oscar-winning jewellery, worn by Cate Blanchett in Elizabeth: The Golden Age, and Paolo Mangano’s contemporary designs, inspired by collaborations with artists such as Ai Weiwei and Jannis Kounellis. The book goes on to explore the religious art of Fratelli Savi Gioielli, which has been serving the Vatican for generations, and the refined micromosaic works of Le Sibille, who infuse a contemporary edge into the timeless charm of Romanesque-Byzantine art. The tour continues among the most esteemed figures in the world of bespoke tailoring, including the likes of Gaetano Aloisio (universally regarded as one of the most influential ambassadors of Italian sartorial excellence, awarded the prestigious Forbici d’Oro award at the age of just 22) and bespoke footwear specialists Marini e Petrocchi, whose creations have trodden film sets and graced the feet of timeless icons such as Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Audrey Hepburn and Gregory Peck. This journey has often been a source of amazement even for us, starting with Litografia Bulla, one of the longest-running lithography studios, originally founded in Paris in 1818 by Francesco Bulla who relocated to Rome in 1840, where he opened a studio in an 18th-century building just off Piazza del Popolo. Other examples include Antica Manifattura Cappelli, with its archive of over 2,000 wooden moulds, and the creations of Laboratorio Pieroni and Move Officine del Cappello, made for some of the most beloved films of all time, such as Titanic, Megalopolis and Poor Things

Roma su misura. Craft Shopping Guide invites readers to take a closer look at the city, to venture into its most authentic spots and let their gaze wander among the beauty generated by the city’s skilled craftspeople: mosaics in dialogue with ancient and contemporary architecture, such as the marble artefacts crafted by Fabio Bordi and Roberto Grieco (the very material that has defined Rome’s character for millennia); Paolo Mancini’s frames (each one a piece of art in its own right); Coralla Maiuri’s delicate ceramics and Vincenzo Piovano’s wooden sculptures. Through images, stories and know-how, it offers a glimpse into a vibrant, creative and timeless city. In the unique setting of the Ara Pacis conference hall in Rome, the Guide was recently unveiled before an audience of eminent artisans proud of the tribute being paid to the beauty and talent of Italy’s Living Treasures.

THE CRADLE OF ITALIAN STYLE

The Italian landscape reflects the exquisite interplay between human creativity – the beauty of our cities, monuments, traditions and manufacturing skills – and the natural environment. With its extraordinary diversity, Italy represents an endless source of awe, offering an ongoing stimulus in the pursuit of innovation and grace. Through its network of cultural, artistic and artisanal connections, which have flourished over the centuries in a natural context of incomparable beauty, Italy has clothed itself in such extraordinary uniqueness, magnificence, complexity and diversity that a simple expression – Made in Italy – has become a magic formula that can create value.

The passion for excellence is born in local contexts that cannot be exported or replicated elsewhere, because of their strong roots in a specific territory and a history that is unparalleled in the world. I am not referring to personal self-interest, the particulare that Guicciardini rightfully disapproved of, but to centuries of artistic and cultural refinement.

The relevance of art and the local environment was probably expressed for the first time by English diarist John Evelyn. In his writings, he describes the scent of flowers along the Riviera, and provides details of an “authentic Italy” that offer a perspective of the country not only as the cradle of the Renaissance, but also as a remarkable region of breathtaking splendour. In Venice, Evelyn portrays the Mercerie as “one of the most delicious streets in the world for the sweetness of it, and is all the way on both sides tapestried as it were with cloth of gold, rich damasks and other silks (…) to this add the perfumes, apothecaries’ shops, and the innumerable cages of nightingales which they keep (…) so that shutting your eyes, you would imagine yourself in the country, when indeed you are in the middle of the sea.” (*) Curiosity, diversity, symmetry, contrast, awe (both innate and acquired): regions, cities, districts and experiences in Italy are “beautiful” from the perspectives of the natural environment and human nature. And also in relation to the ingenuity, hospitality and innovation that the great Dante perfectly captured in the expression dolce stil novo: after all, isn’t Italian style both “sweet” and “new”? The sweetness is inspired by the constant discovery of new places, techniques and passions, which fill the heart with surprise and admiration. Italy heralds the new because it does not just celebrate the traditions of the past. It continues to invent, research, experiment, change and grow.

This spirit is superbly captured in the small but impressive exhibition organised in Milan by luxury watchmaker Panerai during the Salone del Mobile. Through its watches, each of which is a design icon, the Swiss maison (very dear to me for personal reasons) traces the evolution of a quintessentially Italian and Renaissance passion for art and technology. A passion that began in Florence, where Panerai was originally established, and has since found a new hub in Milan, most notably during Design Week. A multifaceted setting that celebrates the art of living, focused on and devoted to style. Not just any style, of course, but Italian style: exquisite, functional, charming, innovative. And as unforgettable as true love.

(*) Evelyn, John. The Diary of John Evelyn (Volume 1 of 2). Urbana, Illinois: Project Gutenberg. Retrieved 2 February 2026 from https://www.gutenberg.org/ebooks/41218

present the Punta Ala Collection, a project that reinterprets Bonacina’s heritage through the contemporary language of Dimorestudio, combining formal research, memory, and new expressive possibilities.

Baia Chaise Longue, photographed at Bonacina Museo Galleria Giardino by Filippo Ferrarese

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