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Artemis Scienza Anno IV Numero 1

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I progetti di Cosmic raccontati da Riccardo Marchetto L'Italia alla guida dello spazio fino al 2028

GENNAIO 2026

L’editoriale

Ci stiamo avviando verso un nuovo modello di attività spaziale. Se negli ultimi anni abbiamo appreso delle molte potenzialità economiche legate alle attività spaziali, sia per la parte di sviluppo tecnologico sia per quella delle ricadute, l’ultimo triennio ci racconta una realtà ulteriormente evoluta o involuta, dipende dai punti di vista.

Lo spazio oggi è pervasivo di tutti i settori dell’attività umana, in special modo di quella produttiva. E il suo peso è tale che ha abbandonato definitivamente la componente pioneristica, intesa come momento di ricerca e di scoperta, per divenire un asset strategico per lo sviluppo di un paese. E così la gestione del settore spaziale ha modificato la visione specialistica della ricerca e sviluppo, sia di indirizzo sia industriale, per farne un tema di scelte strategiche governative nazionali ed Europee, nel nostro caso, in un contesto geopolitico in profonda trasformazione.

L’apertura di nuovi conflitti e cambi di governo hanno interessato nel profondo gli equilibri derivati dalla fine della guerra fredda e ci propongono uno scenario geopolitico complesso e ancora indeterminato. In questo quadro il settore spaziale ha fatto un ulteriore passo evolutivo (o involutivo, decidete voi) affacciandosi come determinante in caso di conflitto globale. Contemporaneamente, in questo modello empirico dell’uso dello spazio si sta perdendo la componente meno pragmatica e più indirizzata allo studio e all’apprendimento. La conquista umana di Marte è uscita dai radar di attenzione dei governi e il ritorno sulla Luna dell’uomo appare oggi l’elemento competitivo su cui si stanno cimentando vecchie e nuove potenze spaziali.

Sembra perdersi così quello che è sempre stato il collante tra i popoli, la condivisione della ricerca e della scoperta, quel modello di condivisione che ha permesso al genere umano di superare le glaciazioni, le epidemie di peste, le divisioni d’odio. Ma al contempo il genere umano è sempre stato consapevole di sé e capace, alla fine, di mettere il suo sviluppo come primario per la sua esistenza. Non fosse così ci saremmo gia estinti.

03

L’editoriale

06

Contributo senza precedenti per lo spazio europeo

- Ministeriale ESA, Italia alla guida fino al 2028

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Quando lo spazio diventa sentinella dell'acqua

- Intervista a Riccardo Marchetto

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Cosmo SkyMed seconda generazione fa il bis

16 Isaacman sbarca alla NASA

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Guida sintetica: AI stato dell'arte

- di Farizio Beria

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Formazione, territorio e divulgazione nell’attività della delegazione FISAR Roma e Castelli Romani

26 L'arte del fallimento

- a cura di Faros Edizioni

32 Orfani di scuola - a cura della casa editrice succedeoggi

36 Napoli e Totò

38 Sinnermania

40 Viva Caporetto!

N. 7 | GENNAIO 2026

Direttore responsabile

Paola Nardella pinar2019@gmail.com

Hanno collaborato a questo numero

Paola Nardella

Fabrizio Beria Cosmic FISAR

Faros Edizioni

Succede Oggi Editore

Progetto grafico e realizzazione Maria Carlotta Spina

Web editor

Fabrizio Beria

Concessionaria pubblicitaria

Pinar Marketing & Comunicazione

Contatti 0683425014 www.artemiscience.news

Editore

Pinar Marketing & Comunicazione

Crediti immagini

Esa, Nasa, Pexels, Unsplash, Gemini, Cosmic, Neptune, FISAR, Wikimedia Commons, Wikipedia, Faros Edizioni, Adobe Stock, Succedeoggi, Rai "Un Professore", "L'attimo fuggente", "Teen Wolf"

Contributo senza perprecedenti lo spazio europeo

Ministeriale Esa, Italia alla guida fino al 2028

Si è svolto a fine novembre scorso il Consiglio ministeriale dell’Esa che ha visto l’approvazione del contributo più consistente mai ricevuto, pari a 22,1 miliardi di euro. L’Italia, che presiederà il Consiglio per il prossimo triennio, ha contribuito con 3,5 miliardi di euro. Il Consiglio ministeriale si è svolto a Brema, in Germania, ed ha approvato i progetti del settore spaziale europeo che saranno messi in campo il prossimo triennio.

Il meeting ha riunito i ventitré ministri con delega allo spazio degli Stati membri Esa e i rappresentanti delle quattro nazioni associate, alla presenza del direttore generale dell’Esa Josef Aschbacher e il commissario dell’Unione europea per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius. Dopo due giorni di riunione, l’Agenzia spaziale europea si è aggiudicata il contributo più consistente mai ricevuto, pari a 22,1 miliardi di euro, con un aumento storico del 3,5 per cento all’anno al di là dell’inflazione.

L’Italia ha presieduto il Consiglio ministeriale con il Ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata alle politiche spaziali e aerospazio, Adolfo Urso, prendendo le consegne dalla Germania, alla guida della Ministeriale nel triennio 2022-25. Urso ha illustrato le linee programmatiche nazionali definite dal Comitato interministeriale per le politiche spaziali e

aerospaziali (Comint), che ha disposto un incremento delle risorse rispetto alla precedente Ministeriale di Parigi del 2022. Per il nostro Paese l’impegno finanziario si è attestato a 3,5 miliardi di euro, contributo che assesta l’Italia tra i primi tre contributori dell’Esa con Germania in testa, seguita dalla Francia. Rispetto alla scorsa tornata ministeriale il nostro Paese ha incrementato il proprio impegno di circa 500 milioni di euro.

«L’avvio della presidenza italiana alla Ministeriale Esa rappresenta una straordinaria opportunità per il nostro Paese per consolidare una posizione di leadership nel settore spaziale europeo», ha dichiarato il ministro Urso. «L’investimento destinato all’Esa testimonia la nostra determinazione a sostenere progetti comuni capaci di unire innovazione, sviluppo industriale e tecnologico e cogliere appieno le opportunità offerte dalla crescita del settore. Lavoreremo, come sempre, in piena sintonia con i partner europei per guidare l’Europa in un momento decisivo per la space economy».

I tre principali contributori – Germania, Francia e Italia – hanno espresso pieno sostegno all’Agenzia, seppur motivati da priorità nazionali nettamente diverse. Durante le varie sessioni sono emerse infatti posizioni leggermente diverse. La Germania mira a mantenere la leadership e raf-

forzare la propria sovranità, sviluppando al contempo un rapporto più equilibrato con gli Stati Uniti. La Francia è coerente sulla linea dell’indipendenza europea dai fornitori esterni, in primis Russia e Cina ma anche dagli Stati Uniti. L’Italia ha invece definito gli Stati Uniti come il principale alleato e ha sottolineato di voler massimizzare gli investimenti dell’Esa per ottenere il massimo ritorno possibile.

La regola del georeturn definisce infatti il cosiddetto principio del “giusto-ritorno” in base al quale un Paese membro dell’Esa riceve contratti equivalenti in proporzione ai propri contributi economici. Gli Stati membri finanziano il programma obbligatorio – che include le attività del programma scientifico, i costi delle infrastrutture e le attività generali di base – e i programmi opzionali. Per questi ultimi, la partecipazione è facoltativa e la scelta del livello della contribuzione destinata a ciascun programma è lasciata ai singoli Paesi. L’Esa opera sulla base di criteri di ripartizione geografica – il cosiddetto giusto-ritorno, appunto – garantendo che gli investimenti realizzati in ciascuno stato membro, mediante i contatti industriali per i programmi spaziali, siano proporzionali al contributo dello stato stesso.

Durante il Consiglio è stata anche sottolineata dall’Agenzia spaziale europea la visione strategica racchiusa nella Strategy 2040, che ha tracciato

la rotta per le ambizioni spaziali europee e definito gli obiettivi da conseguire a lungo termine. Il documento ha individuato la protezione della Terra e il rafforzamento dell’autonomia tra i pilastri programmatici delle attività spaziali europee per i prossimi decenni.

Il primo passo sarà quello di realizzare le missioni descritte nel piano a lungo termine Cosmic Vision, tra cui Lisa e NewAthena. Il passo in avanti sarà rappresentato dallo sviluppo tecnologico per le missioni previste dal piano Voyage 2050, in particolare dal progetto di ricerca di forme di vita su Encelado con la missione di grande portata L4 su Saturno e la sua luna.

Un altro aspetto rilevante emerso durante il Consiglio ministeriale è l’iniziativa European Resilience from Spa-

ce, introdotta per sostenere la capacità dual-use in Europa. Il finanziamento iniziale sarà destinato a un sistema che consentirà l’accesso e le condivisione delle immagini satellitari ad alta risoluzione temporale e spaziale. Il chiaro mandato per l’uso delle applicazioni spaziali a fini di difesa non aggressiva segna un cambiamento storico per l’Esa.

Un altro obiettivo rilevante per il prossimo futuro delle ambizioni spaziali europee è l’indipendenza tecnologica, insieme all’accesso garantito allo spazio. Accanto ai lanciatori europei Ariane 6 e Vega-C, l’Esa continuerà a sostenere l’evoluzione del mercato europeo dei lanci e lo sviluppo di nuovi mezzi di trasporto in orbita, compresa la European Launcher Challenge.

La leadership europea nell’osservazione della Terra sarà mantenuta con la preparazione della seconda generazione di satelliti Copernicus (in particolare le missioni ottiche Sentinel-2 Next Generation e Sentinel-3 Next Generation).

Tra le altre missioni da citare: Rosalind Franklin, che prevede l’atterraggio di un rover su Marte, finanziata con l’obiettivo di un lancio nel 2028; Argonaut, con destinazione Luna; e le missioni dedicate alla sicurezza spaziale: Ramses, Rise e Vigil.

Rimane in sospeso il problema dell’impatto economico e programmatico delle possibili defezioni della Nasa da alcune delle principali missioni europee che potrebbero di nuovo mettere in forse il completamento

nominale del programma, considerato inoltre che la nomina del nuovo Amministratore della Nasa, Jared Isaacman, imprenditore miliardario e astronauta privato, sostenuto da Elon Musk e confermato dal Senato degli Stati Uniti nel dicembre 2025 dopo una lunga procedura che ha visto una ri-nominazione da parte di Donald Trump, porterà a rafforzare la politica poco collaborativa con l’Europa che la nuova amministrazione statunitense sta portando avanti. Il vecchio continente dello spazio continua così ad oscillare tra l’aspirazione all’autonomia strategica e la difficoltà di trasformare investimenti enormi in risultati concreti. La narrativa sull’indipendenza stride con ritardi strutturali nei lanciatori, dipendenze tecnologiche persistenti e una governance priva di visione unitaria. Ariane e Vega restano asset essenziali ma ancora distanti dalla competitività dei grandi operatori globali. Emblematico della crisi di identità è il programma Spacerider: una piccola navetta la cui effettiva riutilizzabilità è ancora tutta da dimostrare e che rappresenta una capacità pari a una frazione infinitesimale rispetto ai sistemi internazionali sviluppati in tempi più rapidi e a costi comparabili. Anche la “ritrovata” collaborazione tra Italia, Francia e Germania arriva dopo anni di divisioni che hanno rallentato la capacità europea di tenere il passo con la competizione globale.

Sul piano scientifico, industriale e commerciale, la Ministeriale restituisce

un quadro disomogeneo. Gli investimenti sono ingenti ma vincolati a una distribuzione geografica che premia gli equilibri politici più dell’efficienza. Nel frattempo, i nuovi protagonisti globali avanzano rapidamente, mentre l’Europa procede con passo incerto.

In questo contesto, l’Italia esce da Brema con un ruolo rafforzato soprattutto sulla carta. Aumentare il contributo sembrerebbe non bastare, secondo alcune analisi occorrerebbe incidere davvero sulle priorità dell’Agenzia e ottenere ritorni proporzionati agli investimenti. La CM25 ha fissato obiettivi ambiziosi, ma resta da costruire la credibilità necessaria per realizzarli. Senza una governance più solida e una strategia chiara, la distanza tra annunci e risultati non potrà che ampliarsi.

I prossimi anni si evidenziano molto complessi per il futuro dello spazio europeo a cui mancano gli strumenti per una politica autonoma per quelle che sembrano le prospettive geopolitiche e geoeconomiche del futuro, un ambito che favorisce la frammentazione dell’UE piuttosto che la sua unità. All’Italia toccherà gestire parte del difficile processo di transizione che si annuncia per il prossimo triennio guidando la prossima ministeriale ESA in Italia nel 2028.

Quando lo spazio diventa sentinella dell'acqua

Riccardo Marchetto, classe ’76, master in Space Business Administration presso la Luiss di Amsterdam e con una forte passione per la programmazione, ha trovato nello Spazio la chiave per affrontare il problema delle perdite idriche, una delle sfide più critiche del nostro tempo. Ha iniziato la propria Space adventure nel 2014 con Neptune, una startup incubata nell’ESA BIC, introducendo sul mercato una nuova tecnologia basata sull’analisi di immagini satellitari. Il suo impegno è poi proseguito con la creazione di Cosmic, una nuova startup vincitrice dell’ESA Startup Competition, che continua a operare nel campo della ricerca perdite attraverso l’utilizzo dei raggi cosmici secondari. E altre idee sono ancora in arrivo.

Dall’informatica ai radar aerei e satellitari per trovare le perdite idriche. Come è avvenuto tutto ciò?

A dire il vero, quasi per caso. Ho lavorato come system integrator nel settore idrico per molti anni realizzando automazioni e sistemi di telecontrollo dislocati in tutta Italia; sviluppavo dispositivi in grado di raccogliere e trasmettere qualsiasi dato relativo all’acqua, dai livelli delle vasche di accumulo alle analisi chimico-fisiche, e tra i dati più importanti c’erano i volumi immessi nella rete. Tali valori erano poi confrontati con le quantità rendicontate in bolletta e da questo semplice confronto si faceva una prima stima delle perdite idriche. Già trent’anni fa tutti i gestori presentavano lo stesso problema dove vi era almeno un 20%, oggi non meno del 35%, di acqua potabilizzata ed immessa nella rete ma non fatturata. All’epoca la tecnica principale di ricerca si basava solo sull’ascolto fono-acustico generato dal rumore della perdita che, come oggi, richiede molto tempo per l’indagine della rete ma con modesti risultati se si pensa che quotidianamente una squadra percorre al massimo una decina di chilometri su reti che possono estendersi da 5 mila agli oltre 40 mila.

Dopo un po’ di anni trascorsi nei te-

lecontrolli decisi che era il tempo di una svolta professionale e seguii un master in cui i docenti provenienti da Thales Alenia Space curavano il modulo tecnologico. Durante una lezione ad un certo punto l’insegnante esordì dicendo “con i satelliti è possibile vedere l’umidità nel sottosuolo”. È stata una vera folgorazione! L’idea di avere una mappa in cui identificare subito le zone ad alta umidità e quindi limitare le zone d’indagine avrebbe velocizzato la ricerca, le riparazioni e di conseguenza il recupero idrico sarebbe stato più veloce. Ne parlai quindi con un amico, Giuseppe Michelini, anch’esso da anni operativo presso i gestori idrici, e da qui è partita la nostra avventura. Iniziammo ad investigare

nel campo delle immagini satellitari e ci confrontammo anche con il Prof. Giovanni Picardi che aveva curato lo sviluppo del radar MARSIS per l’identificazione dell’acqua nel sottosuolo marziano. La grande svolta è stata con l’accettazione della domanda di incubazione presentata all’ESA BIC Lazio che insieme ad ASI supportavano le prime startup che si affacciavano a quello che sarebbe diventato poi il settore altamente dinamico ed innovativo della Space Commercialisation.

Mentre per Cosmic?

Con Cosmic le cose sono andate diversamente e lo sviluppo della tecnologia ha richiesto studi e un impegno

maggiore per la definizione e raggiungimento dei primi risultati. Dopo aver conseguito una certa maturità tecnica sui dati satellitari, cercavamo un qualcosa di distintivo per differenziarci nel mercato ma che rimanesse fortemente legato allo Spazio. Grazie anche al confronto tecnico con massimi esperti del settore, tra cui anche il Prof. Roberto Battiston, è nato il progetto per la ricerca perdite mediante analisi dei raggi cosmici. Si trattava di un’applicazione completamente diversa rispetto all’osservazione satellitare e richiedeva la costruzione di un dispositivo mobile, trasportabile e georeferenziato. Nonostante queste difficoltà il vantaggio però risiedeva nella maggiore risoluzione e precisione del dato, che avrebbe fornito informazioni complementari in grado di migliorare anche l’analisi satellitare per velocizzare le attività di ricerca in campo. Siamo partiti da un prototipo montato su un carrellino trainato a mano lungo le strade, e oggi disponiamo di dispositivi che noleggiamo ai nostri Clienti che lo trasportano durante i loro normali tragitti, e in alcuni casi anche con cani robot lungo i pendii montani. Una delle intuizioni ed applicazioni più interessanti è stata realizzata con AcqueVenete dove nel territorio di Rovigo abbiamo coinvolto anche il gestore locale dei

rifiuti EcoAmbiente che ha installato i dispositivi all’interno del telaio dei camioncini della raccolta e quotidianamente ogni dispositivo percorre ed analizza oltre 120 km di rete. In questa maniera, i camioncini che ogni giorno percorrono le stesse strade ma per un rifiuto diverso (carta, plastica, umido, ecc), trasportano i nostri devices e raccogliamo costantemente i dati del sottosuolo. I dati poi si sovrappongono in più layer dello stesso territorio aiutando a diminuire i falsi positivi, nonché identificando le perdite già dalla loro nascita contenendo in maniera più significativa il dispendio idrico: di fatto un’indagine quasi in tempo reale. Questa soluzione promuove anche la sostenibilità in quanto non richiede l’impiego di mezzi aggiuntivi dedicati alla ricerca ma si utilizza un servizio già esistente e indispensabile.

State portando avanti anche altri progetti?

Da circa due anni stiamo lavorando ad un progetto finanziato da ESA NAVI-

SP che prevede di utilizzare i satelliti GNSS, che normalmente si usano per i servizi di geolocalizzazione, come veri e propri radar per la ricerca perdite. In pratica nell’analisi classica ci basiamo sulle immagini dei satelliti operanti in banda L, a circa 1.2 GHz, una frequenza che consente di superare le nuvole e di penetrare nel terreno. Il limite di questo approccio è legato al ridotto numero di satelliti disponibili e quindi comporta maggiori tempi di attesa con conseguenti attività di analisi e di consegna più lunghi. Ci siamo quindi focalizzati sull’onda elettromagnetica “grezza” delle costellazioni GPS, Galileo, Beidou e Glonass, anch’essa basata sulla banda L, chiedendoci se non fosse possibile riutilizzarla anche nell’Earth Observation. Abbiamo quindi presentato ad ESA l’idea basata sulla realizzazione di un ricevitore che sfrutta la riflettometria GNSS analizzando i segnali riflessi dal terreno per ogni singolo satellite e ricavando così l’umidità del sottosuolo. Si tratta di un grande progetto in quanto va a reimpiegare i satelliti esistenti nati per la navigazione in una nuova forma di radar distribuito. Le prime sperimentazioni stanno dando ottimi risultati e i vantaggi di questo tipo di strumento sono molti tra cui il costo contenuto ed il peso ridotto che lo rende trasportabile anche su droni.

Oggi siamo in piena Space Economy, e sono passati cinque anni da quando siete stati premiati da ESA, cosa è cambiato da allora?

Beh, molto direi. È stato un quinquennio di sviluppo e di crescita sotto molti aspetti: sia tecnico grazie all’evoluzione dei progetti di cui abbiamo parlato, organizzativo grazie al consolidamento del team che ci ha permesso di affacciarci sulla scena internazionale, ed economico con un fatturato che in cinque anni si è quintuplicato. Ciò che non è mai cambiato sono la curiosità e la passione che mettiamo, in particolare, nella sperimentazione. Non ci manca mai l’interesse di provare cose nuove ed affrontare le sfide, che ormai è un tratto caratteristico delle nostre aziende. Questo percorso di maturazione ha portato Neptune e Cosmic ad essere selezionate tra le prime dieci imprese, su oltre 140 proposte a livello europeo, per la Fase 2 del progetto Space4Cities. Si tratta di un’iniziativa di pre-commercial procurement finanziata dal programma Horizon Europe e gestita da EUSPA che coinvolge diverse città europee nello sviluppo di soluzioni innovative basate su dati spaziali per la resilienza urbana.

Essere un’azienda italiana che opera nello spazio comporta sfide specifiche. Qual è il valore aggiunto – e la difficoltà – di fare innovazione spaziale in Italia oggi?

Fare innovazione spaziale in Italia richiede oggi un livello di competenze

tecniche, economiche, legali e manageriali trasversali che non si improvvisano. Ammiro i giovani startupper che iniziano con determinazione e motivazione, tuttavia, ben presto devono confrontarsi con un ecosistema dove i tempi sono estremamente lunghi e le regole del gioco complesse nella gestione di programmi pubblici, e a volte spietate nella competizione con il mercato, nel fundraising, nel rispetto delle scadenze fiscali, ecc. Ritengo che uno dei valori aggiunti italiani che aiuti a superare queste complessità stia proprio nella densità di know-how e relazioni con cui creare partnership affiancandosi a catene di produzione capaci di trasformare la semplice idea in qualcosa di industriale e facilitando la fase di scalabilità dal prototipo al prodotto di qualità con capitali e tempi che non siano “da startup”. Credo comunque che sia un buon momento su vari fronti dove anche l’upstream, che era sempre stato prerogativa di grandi aziende, ora è sempre più accessibile a chiunque e, anche una persona inizialmente non esperta, può approcciarsi in questo settore innovativo, specialmente in vista delle future ed ormai prossime missioni lunari. Sicuramente non è un percorso semplice, però ci si può ritrovare con un vantaggio competitivo raro e di un va-

lore fatto di competenze profonde e di alta credibilità tecnica; se si è in grado poi di sfruttare i numerosi finanziamenti e canali sia europei che internazionali, la strada intrapresa può portare molto lontano.

Oggi potete dire di essere una realtà consolidata e richiesta, sia in Italia che in Europa?

Il servizio che offriamo è particolarmente richiesto perché anche il 2025 è stato un ulteriore anno di scarsità idrica confermando un trend preoccupante in tal senso. Le nostre soluzioni sono veloci, economiche e precise nel prelocalizzare le perdite, consentendo quindi un significativo risparmio nel recupero idrico; parliamo di milioni di metri cubi d’acqua all’anno solo in Italia, ma la situazione europea e mondiale non è molto diversa. A livello nazionale abbiamo coperto vastissime porzioni del territorio ed è stato un anno di grande espansione che puntiamo a consolidare nel prossimo quinquennio anche con altre soluzioni attualmente in fase di studio e sviluppo. Ci stiamo affacciando con continuità al mercato europeo, dove abbiamo avuto esperienze positive in Spagna, e nel mercato internazionale con progetti

Ravviati in Senegal e Colombia e dove la scarsità idrica è un problema aggravato anche a causa delle infrastrutture insufficienti.

L’acqua è sempre stato il vostro tema centrale o avete realizzato altri progetti?

Avendo tanta esperienza nel settore idrico l’acqua è sempre stato il nostro motore trainante, ma nel corso del tempo abbiamo applicato le nostre conoscenze in materia di dati satellitari anche su altri ambiti sviluppando molte strade parallele. Tra questi progetti vi sono stati il monitoraggio delle bonifiche per le discariche, analisi di riflettometria, dashboard che fornivano agli agricoltori le analisi satellitari di vari parametri dei loro raccolti, ed infine un software in realtà aumentata che visualizzava la sovrapposizione della vegetazione con le linee di alimentazione aeree allo scopo di prevenirne i blackout e i danni strutturali.

Quale sarà il futuro dello Spazio nel settore idrico?

È un mondo che ha sempre più sete. L’incremento della popolazione associato alle crisi idriche, vuoi o non vuoi influenzate dal cambiamento climatico, determinano un futurio scenario di scarsità. Anni fa si parlava di turnazione idrica oraria solo in alcune zone mentre adesso questo fenomeno sta coinvolgendo anche altri territori che storicamente non hanno mai avuto questo tipo

di problemi ed è quindi assurdo pensare di perdere l’acqua lungo le reti di distribuzione. Lo Spazio, specialmente il downstream, può fare un’enorme differenza coadiuvando a livello globale le attività ingegneristiche di progettazione e manutenzione che però devono essere supportate da modelli di digital-twin integrati nelle multiutilities nonché da forti interventi strutturali necessari su reti posate nel secondo dopoguerra e durante il boom economico e che quindi ormai presentano un’età media di almeno 40-50 anni.

Da startupper cosa ritiene sia più importante per chi decide di avviare una nuova attività?

All’avvio di una startup ritengo che tutto abbia importanza e ricopra un ruolo cruciale per la riuscita del progetto che si ha in mente, ma se dovessi sceglierne solo una direi senza esitazioni il team. Grandi idee e potenzialità senza persone che sanno guidarle rimangono carta straccia e sogni nel cassetto. Personalmente sono stato molto fortunato perché sono accerchiato da persone fantastiche, sia interne che esterne, che mettono anima e corpo in quello che fanno e che sanno trasformare fragili ipotesi e fantasie in solide realtà ed innovazione.

A proposito di sogni nel cassetto ne ha qualcuno?

Sempre tanti e forse troppi. Al momento, quello più concreto, riguarda la collaborazione con un’importante

azienda italiana con cui abbiamo avviato la progettazione di uno stormo di CubeSat per la realizzazione di un payload innovativo per l’osservazione della Terra. Mi affascina anche la robotica spaziale applicata allo Space Debris che diventerà un tema sempre più dominante. Infine, per restare nel tema acqua, tempo fa avevamo anche ragionato su un rover in grado di individuare automaticamente il water-ice presente nel sottosuolo lunare per supportare la scelta dei siti per le future infrastrutture; questo argomento a breve potrebbe tornare centrale vista l’attuale tabella di marcia del programma Artemis. Poi se parliamo proprio di sogni, beh un viaggetto nello Spazio chi non lo desidererebbe?

Cosmo SkyMed seconda generazione fa il bis

È stato lanciato con successo, alle ore 18:09 PT (ore 03:09 italiane del 3 gennaio) il satellite COSMO-SkyMed

CSG-FM3 dalla Vandenberg Space Force Base, in California, a bordo di un vettore Falcon 9 di SpaceX. Il lancio segna un importante traguardo per la filiera spaziale nazionale, consolidando il ruolo primario dell'Italia nell’Osservazione della Terra.

CSG-FM3 garantisce la continuità delle osservazioni radar tra la vecchia e la nuova generazione di satelliti, introducendo, inoltre, capacità avanzate di monitoraggio grazie a innovazioni tecnologiche che aumentano precisione, flessibilità ed efficienza. Il satellite è dotato di una antenna radar di nuova generazione, alleggerita con componenti realizzati in stampa 3D, capace di orientarsi dinamicamente per acquisire aree diverse con maggiore rapidità e dettaglio, superando i limiti delle modalità SAR convenzionali. A bordo è presente anche il Laser Retroreflector Array (CORA-S) sviluppato dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), che consentirà

di determinarne la posizione in orbita con accuratezza millimetrica. Le caratteristiche dei nuovi dati acquisiti da CSG-FM3 miglioreranno il portafoglio del sistema CSG in termini di prestazioni, dimensioni, flessibilità e informazioni disponibili. Grazie a queste innovazioni, il nuovo satellite potenzia la capacità nazionale di Osservazione della Terra, offrendo immagini radar ancora più versatili a supporto di ricerca scientifica, sicurezza, difesa e gestione delle emergenze.

Il programma COSMO-SkyMed, basato su una costellazione di satelliti dotati di radar ad apertura sintetica (SAR) che operano in banda X, è considerato uno dei programmi più innovativi nel campo dell’Osservazione della Terra, finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal Ministero della Difesa. La missione COSMO-SkyMed, concepita ad uso duale con applicazioni civili e militari, è progettata per monitorare ambiente, clima e territorio terrestre, marino e costiero con la massima precisione, fornendo dati fondamentali per la sicurezza, la gestione delle

emergenze e la tutela dell’ambiente, in ogni condizione meteorologica, di giorno e di notte. Grazie alle capacità di acquisizione dei satelliti CSG è possibile eseguire analisi di stabilità o rilevamenti accurati dei cambiamenti, spaziando da applicazioni urbanistiche, minerarie, marittime e petrolifere fino a applicazioni in ambito forestali e molte altre.

Con il lancio appena effettuato, la costellazione COSMO-SkyMed comprende oggi 4 satelliti pienamente operativi: due di prima generazione (CSK) e due di seconda generazione (CSG), ai quali si aggiungerà presto il terzo satellite di seconda generazione CSG-FM3. Sinora, grazie alle acquisizioni dell’intera costellazione, è stato realizzato un catalogo di 4.300.000 immagini.

Isaacman sbarca alla NASA

Il Senato americano ha confermato il miliardario imprenditore Jared Isaacman come nuovo capo della NASA, ponendo fine a una saga drammatica iniziata più di un anno fa.

Isaacman era stato inizialmente scelto per guidare la NASA nel dicembre 2024 dall'allora presidente eletto Donald Trump, ma Trump ha improvvisamente ritirato la nomina cinque mesi dopo, dopo «un'attenta revisione delle sue precedenti associazioni», in un momento di contrasto con Elon Musk primo sostenitore della sua candidatura alla guida delle politiche spaziali statunitensi.

Con una svolta inaspettata, Trump ha rinominato Isaacman a novembre, affermando che la sua esperienza e la sua passione per lo spazio «lo rendono la persona ideale per guidare la NASA in una nuova era audace».

Il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e presidente della commissione, aveva dichiarato di voler confermare Isaacman entro la fine dell'anno.

Isaacman, 42 anni, è fondatore e amministratore delegato della società di elaborazione dei pagamenti Shift4, ma non ha mai lavorato alla NASA né

nel governo federale. Prenderà il controllo dell'agenzia spaziale dal segretario ai Trasporti Sean Duffy, che dal luglio scorso ricopriva il ruolo di amministratore ad interim della NASA.

Durante l'audizione davanti alla commissione del Senato, Isaacman ha dichiarato di essere concentrato sul ritorno sulla Luna e sulla vittoria nella nuova corsa spaziale con la Cina. Entrambi i paesi vogliono stabilire una presenza umana a lungo termine sulla superficie lunare, ma il programma Artemis della NASA ha subito numerosi ritardi e superamenti dei costi. Il programma spaziale cinese, invece, ha registrato progressi rapidissimi negli ultimi anni.

La NASA mira a inviare quattro astronauti in un volo intorno alla Luna quest'anno, in un test cruciale per il suo razzo e veicolo spaziale di nuova generazione. Se avrà successo, l'agenzia spaziale ha dichiarato che tenterà di far atterrare un equipaggio vicino al polo sud della Luna nel 2027. La Cina ha dichiarato che intende far atterrare i propri astronauti sulla superficie lunare entro il 2030.

Al di là delle ambizioni lunari della NASA, l'agenzia spaziale deve affrontare l'incertezza sui suoi finanzia-

menti e sui suoi obiettivi. All'inizio di quest'anno, il progetto di bilancio di Trump suggeriva di tagliare più di 6 miliardi di dollari, ovvero circa il 24%, dai finanziamenti della NASA, ma tali proposte hanno incontrato una forte opposizione alla Camera e al Senato.

Durante il processo di conferma sono sorte anche domande sui legami di Isaacman con Elon Musk. Isaacman ha volato due volte nello spazio con missioni commerciali SpaceX, finanziando i voli di tasca propria per una somma non divulgata. Musk, fondatore e CEO di SpaceX, un tempo stretto alleato di Trump, ha sostenuto Isaacman quando è stato nominato per la prima volta.

La decisione del presidente di ritirare la nomina di Isaacman ha, infatti, coinciso con una faida pubblica tra Trump e Musk.

ENGINEERING

Guida sintetica

AI Stato dell'arte

Il 2026 è iniziato da poche ore, il tornado AI corre con vigore sempre maggiore facendo rapidi balzi evolutivi a cadenza ravvicinata e integrandosi ormai in ogni device e piattaforma anche mass-market.

La discussione tra catastrofisti ed entusiasti tocca ormai ogni argomento, da cosa ne saranno di molti modelli e rapporti lavorativi e sociali fino alle problematiche relative alla sicurezza e l’accesso e uso dei dati personali.

In questo articolo però non vogliamo addentrarci in riflessioni etiche ma cogliere il momento per fare una panoramica sullo stato dell’arte tra le maggiori piattaforme di AI e il relativo ambito di competenza e inclinazione specifica, consci del fatto che non si può più parlare di AI in senso lato ma, ormai, va presa cognizione di un’offerta in cui oltre alle piattaforme cosiddette generaliste c’è una galassia di piattaforme sempre più specializzate e specifiche.

Nel momento in cui scriviamo le due piattaforme di AI principali, ChatGPT e Gemini sono rispettivamente arrivate alla release GPT 5.2 (gennaio 2026) per la versione orientata al lavoro professionale eccellente nella creazione di "artifact" (fogli di calco-

lo, presentazioni, codice complesso, GPT 5.1 (dicembre 2025) nella versione “Instant & Thinking” (per il ragionamento adattivo e compiti logici complessi, mentre la Instant è focalizzata sulla velocità e sulla conversazione fluida), e versione 3 per Gemini.

Fatto questo doveroso incipit avviamoci alla lista e catalogazione delle principali AI fruibili ad oggi, prime ore di gennaio 2026, dividendole per attitudini e ambiti di utilizzo.

Analisi Dati e Ricerca Proattiva

Ambiti indicati: Fact-checking avanzato, navigazione web autonoma, sintesi di fonti scientifiche.

La ricerca d'avanguardia vede oggi il primato di ChatGPT (versione Pro con motore o3), che ha introdotto la modalità "Deep Search". Questo sistema non si limita a interrogare un indice, ma agisce come un ricercatore autonomo capace di navigare il web per 30 minuti consecutivi per produrre dossier documentati e verificati. Sul fronte della velocità, Gemini 3 Flash ha ridefinito gli standard della ricerca integrata: grazie alla "AI Mode" di Google Search, fornisce layout dinamici che si adattano alla query dell'utente in tempo reale. Per chi necessita di una ricerca strettamente bibliografica, Perplexity AI rimane il punto di riferimento per la trasparenza delle citazioni, mentre Genspark si distingue per la creazione istantanea di pagine web

enciclopediche su temi emergenti.

Composizione di Report e Dossier Complessi

Ambiti indicati: Redazione di documenti aziendali, analisi di mercato, sintesi documentale massiva.

Nella stesura di reportistica professionale, Claude 3.7 di Anthropic è considerato lo standard per la coerenza del tono e la capacità di strutturare argomentazioni complesse senza ripetizioni. Tuttavia, la nuova release di DeepSeek V3.2 ha scosso il mercato grazie al suo "indicizzatore lampo", che permette di processare documenti legali e tecnici voluminosi riducendo i costi di elaborazione del 70% rispetto ai competitor americani. Per i report integrati in ecosistemi preesistenti, Copilot per Microsoft 365 sfrutta l'IA per trasformare database sparsi in documenti Word pronti per la firma, mentre Jasper AI resta l'alleato principale per i dossier orientati al marketing strategico.

Ragionamento Matematico e Sviluppo Software

Ambiti indicati: Coding agentico, risoluzione di problemi scientifici, generazione di app.

In ambito tecnico, DeepSeek-R1 (la versione speciale per il reasoning) ha dimostrato capacità superiori a molti modelli occidentali, vincendo

medaglie d'oro nelle competizioni internazionali di informatica e matematica. Questo modello è oggi il cuore di molti flussi di lavoro per il debugging complesso. Per la generazione di applicazioni partendo da zero, Lovable e v0.dev consentono di creare MVP (Minimum Viable Product) in pochi minuti. Chi preferisce un ambiente di sviluppo integrato si affida a Cursor, un editor che utilizza l'IA per scrivere intere porzioni di codice in linguaggio naturale.

Gemini 3 Pro si inserisce in questo settore con "Antigravity", un sistema di agenti software che automatizza i test e la distribuzione del codice.

Infografica e Visualizzazione dei Dati

Ambiti indicati: Storytelling visivo, dashboarding, trasformazione dati in grafici.

La visualizzazione dei dati ha trovato in Canva Magic Studio lo strumento di democratizzazione definitiva, capace di generare presentazioni interattive complete. Per compiti più tecnici, Venngage AI eccelle nel tradurre dataset grezzi in infografiche coerenti con il brand aziendale. In questo ambito, la visione potenziata di ChatGPT permette oggi di caricare uno screenshot di un grafico complesso e chiederne non solo la spiegazione, ma la completa ricostruzione in un formato vettoriale modificabile, superando i limiti delle passate generazioni.

Catalogazione e Knowledge Management

Ambiti indicati: Archiviazione intelligente, tagging automatico, gestione della conoscenza aziendale.

La gestione dell'informazione è dominata da Notion AI, che ha integrato agenti capaci di catalogare autonomamente migliaia di pagine, creando relazioni semantiche tra appunti e progetti. Mem continua a essere la scelta per la gestione della conoscenza personale (PKM), eliminando la necessità di organizzazione manuale. Per l'archiviazione di documenti accademici, NotebookLM di Google trasforma qualsiasi raccolta di file in un ecosistema interrogabile, capace ora di generare riassunti audio in formato podcast per una fruizione in mobilità.

Generazione Audio e Doppiaggio

Ambiti indicati: Podcasting multilingua, sintesi vocale emozionale, sound design.

ElevenLabs rimane il leader indiscusso della sintesi vocale, con una capacità di clonazione della voce che include ora microespressioni e respirazione naturale. Nel campo della creazione musicale, Suno AI e Udio permettono di comporre brani di qualità discografica partendo da semplici descrizioni testuali. Queste tecnologie sono entrate prepotentemen-

te nella post-produzione, dove l'IA viene usata per creare effetti sonori (foley) dinamici sincronizzati perfettamente con le immagini.

Generazione di Immagini e Video

Ambiti indicati: Produzione cinematografica, concept art, pubblicità video.

Il settore visuale vive una competizione serrata: Midjourney V7 detiene il primato della qualità estetica, mentre Ideogram 3.0 è la scelta obbligata per chi deve includere testi tipograficamente perfetti nelle immagini. La vera rivoluzione del 2026 è però nei video: Sora 2 di OpenAI e Veo 3 di Google generano clip fino a 60 secondi con una coerenza fisica e temporale senza precedenti. Runway Gen-4 ha introdotto il controllo granulare della telecamera, permettendo ai registi di definire traiettorie e fuochi con precisione chirurgica. Per i contenuti corporate, HeyGen ha reso obsoleti i set cinematografici, permettendo la creazione di video con avatar fotorealistici pronti in pochi minuti. In questo ambito è doveroso citare anche Nano Banana, parte integrante dell’ecosistema Google Gemini ovvero il cuore tecnologico pulsante che permette a Gemini AI, di generare e modificare le immagini. Nano Banana è il nome in codice (diventato poi brand ufficiale nel 2025) del modello Gemini 2.5/3 Flash Image che è un modello integrato in Gemini.

Utilizzo in Ambito Accademico

Ambiti indicati: Revisione paritaria, analisi bibliografica, correzione bozze scientifiche.

Le università utilizzano oggi Elicit per condurre revisioni sistematiche della letteratura su milioni di paper. Paperpal si è confermato lo strumento essenziale per i ricercatori non madrelingua, garantendo che i manoscritti rispettino le convenzioni delle riviste scientifiche internazionali. Semantic Scholar completa il quadro offrendo una mappa semantica delle citazioni, identificando l'impatto reale di ogni pubblicazione nel tempo.

Per concludere questa breve panoramica non si può non aprire una parentesi dell'ecosistema rappresentato in primis da Gemini 3 e NotebookLM a cui si stanno aggiungendo via via altre App e integrazioni con il mondo Google che sta gettando le basi per una galassia sinergica dallo sviluppo potenzialmente illimitato.

Sinergia e Integrazione: L'Ecosistema Gemini 3 e NotebookLM nel 2026

Il 2026 segna il superamento della frammentazione negli strumenti di produttività. Se fino a poco tempo fa l'utente era costretto a fare "copy-paste" tra motori di ricerca,

strumenti di analisi e programmi di scrittura, oggi l'integrazione tra Gemini 3 e NotebookLM ha creato un flusso di lavoro circolare e senza interruzioni. Questa sinergia rappresenta la risposta di Google alla necessità di gestire non solo grandi quantità di dati, ma di trasformarli in conoscenza applicata e asset creativi in pochi minuti.

Gemini 3: Il Motore del Ragionamento Multimodale

Ambiti indicati: Orchestrazione di task complessi, programmazione assistita, analisi video e audio in tempo reale.

L'architettura di Gemini 3 (nelle versioni Flash e Pro) funge da "cervello centrale" dell'ecosistema. A differenza delle iterazioni precedenti, Gemini 3 introduce i cosiddetti "Thinking Levels": l'utente può decidere se richiedere una risposta istantanea (low latency) o attivare il ragionamento profondo (high reasoning) per risolvere complessi problemi matematici o di programmazione. Con una finestra di contesto che raggiunge ora stabilmente il milione di token, Gemini 3 è capace di "leggere" interi ecosistemi software o archivi video di ore, identificando pattern e correlazioni che sfuggono ai modelli più piccoli.

NotebookLM: La Base di Conoscenza Grounded

Ambiti indicati: Ricerca bibliogra-

fica, sintesi di database personali, creazione di basi di conoscenza verificate.

Se Gemini è il motore, NotebookLM è il serbatoio di carburante raffinato. La sua funzione principale è il "grounding": l'IA risponde esclusivamente basandosi sui documenti caricati dall'utente (PDF, file Word, fogli Google Sheets o trascrizioni audio). Nel 2026, NotebookLM si è evoluto in uno strumento di "Deep Research" capace di navigare autonomamente il web per arricchire i notebook con fonti esterne verificate, citando rigorosamente ogni riferimento per eliminare il rischio di allucinazioni.

Potenzialità di Integrazione: Il Flusso di Lavoro Unificato

La vera rivoluzione risiede nel "ponte" diretto tra le due piattaforme. Oggi è possibile collegare un intero taccuino di NotebookLM direttamente a una chat di Gemini 3.

• Dalla Ricerca alla Creazione: Un ricercatore può caricare 50 paper scientifici su NotebookLM per estrarne i punti chiave. Successivamente, richiamando quel notebook all'interno di Gemini 3, può richiedere all'IA di scrivere un articolo divulgativo o generare il codice Python per simulare i dati trovati in quei documenti.

• Data Tables e Export Dinamico: NotebookLM può ora sinte-

tizzare informazioni sparse in "Data Tables" strutturate. Queste tabelle non sono statiche: possono essere esportate in Google Sheets, dove Gemini 3 interviene per generare formule complesse o grafici predittivi basati sui dati appena estratti.

• Visual Storytelling Automizzato: Grazie all'integrazione con i modelli di generazione d'immagine e video (come Veo 3), l'utente può chiedere a Gemini 3: "Basandoti sulle strategie di marketing nel mio NotebookLM, genera uno storyboard per uno spot video e crea le prime tre scene animate".

Sviluppo e Progettazione: Verso gli Agenti Autonomi

Ambiti indicati: Prototipazione rapida di app, automazione aziendale, formazione personalizzata.

Per gli sviluppatori e i professionisti IT, l'accoppiata Gemini 3 e NotebookLM facilita la creazione di agenti personalizzati. Utilizzando NotebookLM come "memoria a lungo termine" contenente le specifiche tecniche di un progetto, e Gemini 3 come "esecutore" tramite l'API, è possibile costruire applicazioni che rispondono con precisione chirurgica alle esigenze aziendali. Questo sistema di "RAG (Retrieval-Augmented Generation) nativo" riduce drasticamente i tempi di sviluppo di assistenti virtuali per il customer service o per l'onboarding

dei dipendenti.

In conclusione, l'integrazione tra Gemini 3 e NotebookLM trasforma l'intelligenza artificiale da un semplice interlocutore a un partner di pensiero. La capacità di mantenere un contesto stabile e verificato (NotebookLM) unita alla potenza di calcolo e creatività di un modello di frontiera (Gemini 3) permette di gestire progetti di settimane o mesi con una coerenza informativa precedentemente impossibile.

Colloquio avvenuto a gennaio 2026

CREDIAMO NELL’INTELLIGENZA

Nel creare connessioni, osservare e scoprire, trovare similitudini, domandare e provocare, costruire e verificare.

Da oltre 40 anni crediamo nell’intelligenza

E negli ultimi 15 anni abbiamo investito nella progettazione di piattaforme di interpretazione di flussi di dati sempre più complessi da cui trarre stimoli e segnali per cercare di comprendere il presente e anticipare il futuro per i nostri clienti

Ma abbiamo continuato a ritenere fondamentale l’istinto, il pensiero laterale e qualche volta la visionarietà dell’umano intelletto.

Per questo crediamo fermamente nella IA. L’Intelligenza Animale.

grupporoncaglia.it

Formazione, territorio e divulgazione nell’attività della delegazione FISAR Roma e Castelli Romani

A cura di FISAR

- Federazione

Italiana Sommelier

Albergatori Ristoratori

- Delegazione Roma e Castelli Romani

Parlare di vino oggi significa andare oltre il calice. Significa raccontare un patrimonio culturale fatto di territori, persone, tradizioni, competenze e linguaggi in continua evoluzione. In questo contesto si inserisce l’attività della FISAR – Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori, realtà nazionale da anni impegnata nella diffusione della cultura enologica attraverso la formazione, la divulgazione e il contatto diretto con il pubblico.

All’interno di questo quadro, il lavoro delle singole delegazioni territoriali riveste un ruolo centrale. È sul territorio che la cultura del vino prende forma concreta, attraverso corsi, incontri, degustazioni guidate ed eventi aperti non solo agli addetti ai lavori, ma anche a chi desidera avvicinarsi al mondo del vino in modo consapevole.

La FISAR Roma e Castelli Romani è attiva dal 1994 e conta oggi quasi 600 associati. La sua attività si fonda sull’obiettivo di rendere il vino comprensibile e accessibile, evitando sia le semplificazioni eccessive sia un linguaggio esclusivamente tecnico, e promuovendo un approccio culturale, inclusivo e formativo.

I corsi di formazione rappresentano uno dei pilastri dell’attività. Si tratta di percorsi strutturati su tre livelli, pensati per accompagnare i partecipanti in un cammino graduale di conoscenza. Il primo livello affronta gli aspetti tecnici e introduttivi, dalla viticoltura alla vinificazione, dall’enografia alla legislazione vitivinicola, includendo anche una panoramica sul mondo delle birre e dei distillati.

Il secondo livello è dedicato all’enografia, con un approfondimento dei

territori vitivinicoli, in particolare delle regioni italiane, affiancato da uno sguardo internazionale che comprende la Francia e il resto del mondo.

Il terzo livello è interamente focalizzato sugli abbinamenti cibo-vino, con lezioni tematiche che mettono in relazione il vino con la gastronomia.

Ogni lezione è accompagnata da degustazioni tecniche di tre vini; nel terzo livello, alla degustazione si affiancano anche i cibi in abbinamento, selezionati in relazione ai temi trattati. Al termine del percorso è previsto l’esame per il conseguimento del titolo di sommelier, che rappresenta un’importante opportunità anche in ambito professionale. È inoltre possibile proseguire con percorsi di alta formazione per diventare docente o degustatore ufficiale.

Il percorso formativo offre anche opportunità di crescita professionale all’interno di FISAR attraverso la Squadra Servizi. Questa struttura è attiva nei principali eventi dedicati al vino a Roma e coinvolge i sommelier nella presentazione dei vini, nel servizio e nel supporto organizzativo, in collaborazione con aziende, istituzioni, cantine e grande distribuzione, permettendo di applicare concretamente le competenze acquisite.

Per molti soci questo coinvolgimento rappresenta un primo passo verso un’attività lavorativa continuativa nel settore, oppure un’importante integra-

zione al proprio percorso formativo.

Accanto alla formazione, un ruolo di primo piano è svolto dagli eventi. Degustazioni tematiche, serate realizzate in collaborazione con consorzi di tutela e aziende vitivinicole, seminari, masterclass e incontri di approfondimento diventano occasioni di confronto, in cui il vino è il punto di partenza per raccontare territori, identità produttive e scelte stilistiche.

Nel prossimo semestre la programmazione della delegazione prevede appuntamenti dedicati a denominazioni di rilievo come Barolo, Nizza e Oltrepò Pavese, oltre a una masterclass articolata in quattro incontri interamente dedicata alla Borgogna. Sono inoltre in fase di organizzazione il consueto viaggio a Vinitaly e, nel mese di giugno, un viaggio di approfondimento in Francia, concepito come esperienza formativa sul campo. Il calendario sarà completato da incontri con aziende vitivinicole di riferimento e da serate tematiche di taglio divulgativo, tra cui un appuntamento dedicato al rapporto tra vino e cinema.

Negli ultimi anni la delegazione FISAR Roma e Castelli Romani ha avviato collaborazioni con le istituzioni del territorio, realizzando eventi e iniziative condivise dedicate alla valorizzazione del patrimonio locale. In questa prospettiva si inserisce l’avvio di un corso di formazione patrocinato dalla Regione Lazio e da ARSIAL, dedicato al territorio dei Castelli Romani

e realizzato in sinergia con altre realtà associative. In tale contesto, la delegazione FISAR curerà la parte didattica del percorso, mettendo a disposizione competenze ed esperienza formativa.

La delegazione FISAR Roma e Castelli Romani prosegue così il proprio impegno nel formare, informare e creare occasioni di incontro, mantenendo un dialogo costante tra vino, territorio e persone. Perché il vino, prima ancora di essere degustato, va conosciuto e raccontato.

L’ARTE DEL FALLIMENTO

L'arte del FALLIMENTO

Jasper Juul - Faros Edizioni (2026)

ragionevoli, eppure portano a una conclusione controintuitiva quando si combinano nell’affermazione 3. Il paradosso del fallimento potrebbe anche chiamarsi “Perché lo sto facendo?”. Perché quando si sperimenta un fallimento spiacevole in un gioco, si desidera anche disperatamente continuare a giocare? Perché voglio provare qualcosa che allo stesso tempo non voglio provare? Questo paradosso - perché ci sottoponiamo al fallimento? - non è del tutto sovrapponibile al paradosso del perché guardiamo le tragedie, però le differenze tra i due ci forniscono alcuni indizi sulle differenze tra i videogiochi e altre forme culturali più riconosciute. Il paradosso del fallimento riguarda la concreta attività del giocare a un gioco che misura le nostre prestazioni.

Figura 2.1 – Thomas Rowlandson: A Hitt at Backgammon. EB8 R7967 810h, Houghton Library, Università di Harvard.

Un modo ovvio per risolvere il paradosso sarebbe sostenere che fallire in un gioco non sia mai doloroso o spiacevole. In tal caso, i giochi sarebbero solo fonte di piacere, e il paradosso sparirebbe. La figura 2.1 illustra quanto quest’affermazione sia sbagliata: i giocatori esprimono spesso grande frustrazione quando perdono.

Figura 2.2 – Un gioco per testare se il fallimento è correlato alla soddisfazione.

Amo profondamente giocare, ma quando perdo l’amore è l’ultima cosa che sento. La sostanza del paradosso del fallimento è questa: Generalmente evitiamo il fallimento. Quando giochiamo facciamo esperienza del fallimento.

Desideriamo giocare, anche se è probabile che vivremo qualcosa che normalmente evitiamo.

Questo è un paradosso perché le affermazioni 1 e 2 sembrano entrambe

Ciononostante, anche se i giocatori sembrano odiare perdere, continuiamo a pensare che i giochi dovrebbero far fallire i giocatori almeno qualche volta. Basandomi sulle mie osservazioni sul gioco e sul game design, io condivido questa opinione; ma è vera in generale? In collaborazione con Gamelab, ho sviluppato un gioco che unisce Pac-Man e Snake: usando il mouse, il giocatore controlla un serpente che cresce mentre il giocatore raccoglie delle pillole; il giocatore deve evitare i nemici e una pillola concede al giocatore il potere speciale di attaccarli per un tempo breve. (fig. 2.2)

Sul web ho reclutato ottantacinque giocatori che hanno giocato al gioco e a cui, in seguito, ho chiesto di darne una valutazione. La figura 2.3 paragona i risultati ottenuti dai giocatori alle valutazioni che ne hanno fatto. A quanto pare, i giocatori più positivi erano quelli che hanno fallito un po’ per poi completare il gioco. I giocatori che l’hanno completato senza fallire gli hanno dato una valutazione inferiore rispetto a quelli che hanno perso almeno una volta. (Come mostrano i voti, non era poi un gran gioco, ma non è questo il punto).

Ciò conferma l’intuizione che, anche se proviamo ad evitare il fallimento mentre giochiamo, esso contribuisce positivamente alla nostra valutazione di un gioco. C’è qualcosa nei giochi che sembra non piacerci, ma che in realtà ci porta ad apprezzare di più un gioco. Sfortunatamente, questo studio dimo-

stra solamente che il paradosso esiste, ma non lo risolve. Per fortuna, non dobbiamo partire da zero, ma possiamo imparare da un’altra discussione che va avanti da qualche migliaio di anni.

Il paradosso dell’arte dolorosa

Il paradosso del fallimento e il più ben noto paradosso della tragedia fanno parte di un concetto più ampio che è stato definito il paradosso dell’arte dolorosa. Il filosofo Aaron Smuts ha descritto questo paradosso nel modo seguente:

• Le persone non cercano situazioni che suscitano emozioni dolorose.

• Le persone reagiscono a certe opere d’arte provando emozioni dolorose.

• Le persone cercano arte che sono sicuri susciterà in loro emozioni dolorose.

Questo è un paradosso vero e proprio perché alcune delle nostre ipotesi di base sul comportamento umano (che gli umani vogliano evitare le emozioni dolorose) vanno in conflitto con il modo in cui gli umani si comportano in realtà (gli umani sembrano ricercare emozioni dolorose nell’arte). Ciò significa che ci dev’essere qualcosa di sbagliato nelle nostre supposizioni o nelle nostre argomentazioni. Ma cosa? A

quanto pare, la storia della filosofia è lastricata di tentativi di risolvere il paradosso e perfino fornire una panoramica sugli studi sull’argomento supererebbe di gran lunga lo spazio a mia disposizione. In un’analisi del paradosso, Smuts divide le soluzioni tradizionali in tre tipi:

• Svalutazione: L’arte non è dolorosa. Questo tipo di soluzione concorda con la prima premessa del paradosso (che evitiamo il dolore), ma nega la seconda (che l’arte ci fa provare dolore)

• Compensazione: Il dolore è compensato. Questo tipo di soluzione concorda con le prime due premesse del paradosso (gli umani evitano il dolore e sperimentano dolore genuino in relazione all’arte), ma procede affermando che l’arte fornisce qualcosa di positivo che compensa il dolore.

• Antiedonismo: Non cerchiamo sempre il piacere. Questo tipo di soluzione nega la prima premessa del paradosso affermando che gli umani non sono semplicemente creature che evitano il dolore e cercano il piacere. Si tratta di un modo efficace, per quanto inusuale, di risolvere il paradosso.

Comincerò a discutere le soluzioni in generale, per poi considerare come si

applichino al fallimento nei giochi.

Svalutazione: L’arte non è dolorosa

Il primo tipo di soluzione è quella svalutativa, che nega che l’arte susciti in noi emozioni dolorose. Secondo Kendall Walton, noi fingiamo di sentirci tristi quando viviamo una storia tragica. Ovviamente, l’affermazione di Walton è simile a quanto sostenuto da Samuel Taylor Coleridge secondo cui, per credere nella poesia, dobbiamo mostrare “una volontaria sospensione dell’incredulità”. Secondo questa linea di pensiero, intuitivamente non crediamo ai mondi che le opere d’arte ci presentano, ma facciamo uno sforzo per ignorare quest’incredulità al fine di interagire con le finzioni e avere una risposta emotiva nei loro confronti. Questa spiegazione non è del tutto soddisfacente: sembra strano affermare di compiere uno sforzo cosciente per credere a una finzione, quando l’esperienza comune è piuttosto quella di venire risucchiati in un romanzo o in un film, senza bisogno di volontà o sforzo. Robert Yanal ha affermato che Walton e Coleridge sbagliano nel pensare che la convinzione sia necessaria per la creazione delle emozioni (e quindi che non vi sia alcun bisogno di sospendere alcuna incredulità); solo soltanto delle risposte emotive agli eventi a prescindere dal fatto che crediamo in essi o meno.

Come variante della soluzione svalutativa, i teorici del controllo afferma-

no che, poiché abbiamo la possibilità di spegnere la televisione, smettere di leggere il libro o lasciare il teatro, siamo protetti dal provare emozioni genuinamente dolorose. In questa prospettiva, l’arte è speciale perché ci concede un tipo di controllo che ci manca al di fuori, e questo controllo ci protegge dal provare vero dolore. […]

Compensazione: Il dolore viene

compensato.

La compensazione è la seconda spiegazione. Secondo le teorie di compensazione, proviamo emozioni realmente spiacevoli in risposta all’arte, ma questa spiacevolezza viene compensata da fattori positivi.

L’idea di catarsi, o purificazione, è probabilmente la spiegazione più famosa al paradosso dell’arte dolorosa, ma è usata solo raramente nel campo della filosofia, ed è oltretutto abbastanza enigmatica, in quanto Aristotele parla di catarsi, solo una volta nella Poetica: “tragedia è imitazione di un’azione seria e compiuta, avente una sua grandezza, in un linguaggio condito da ornamenti, separatamente per ciascun elemento nelle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, che attraverso la pietà e la paura produce la purificazione di questi sentimenti”. (Aristotele, 1998) Gli studiosi di Aristotele hanno dibattuto sul vero significato di questo passo per secoli, ma per il nostro scopo il punto è che la catarsi è stata comunemente

intesa come una specie di purificazione (Golden, 1962). Secondo questa teoria, possiamo aver provato tristezza nelle nostre vite, ma guardando una tragedia quella tristezza viene purificata. Proviamo qualcosa di realmente spiacevole, ma in compenso riceviamo qualcosa di positivo che compensa questa spiacevolezza. […]

Antiedonismo: non cerchiamo sempre il piacere.

La terza soluzione, la meno comune, è l’antiedonismo, che nega la prima premessa del paradosso e afferma che gli umani non cercano semplicemente (o principalmente) il piacere. Per esempio, Alex Neill afferma che “l’idea che comunemente ci divertiamo o proviamo piacere nel vedere Edipo o Gloucester barcollare senza gli occhi è, dopotutto alquanto strana” e che “piacere” è una descrizione errata della nostra reazione alle tragedie. Egli crede che soddisfazione sia un termine più appropriato poiché non appare paradossale nel descrivere una risposta dolorosa. Neill continua affermando che proviamo effettivamente piacere con l’horror ma non con la tragedia, il soggetto tradizionale del paradosso.

Il paradosso del fallimento e il paradosso dell’arte dolorosa.

Come si applica tutto ciò al fallimento? Il filosofo Gregory Currie ha fornito di recente non una soluzione, ma un

punto di vista alternativo rispetto al paradosso della tragedia. Lo presenta così: sembra che quando prendiamo in esame l’opera shakespeariana Otello, desideriamo che Desdemona sopravviva. Tuttavia, ci arrabbieremmo se un regista avventato ci accontentasse e mettesse in scena una versione della tragedia in cui lei riuscisse effettivamente a sopravvivere. Pertanto, sembra che vogliamo due cose contraddittorie allo stesso tempo: vogliamo che Desdemona sopravviva e vogliamo che muoia. Currie alla fine rifiuta questa interpretazione come una soluzione troppo semplice, perché ritiene che in realtà non vogliamo che Desdemona sopravviva, ma che abbiamo solamente una sorta di desiderio fantasioso che ciò accada.

Alcune di queste affermazioni, inclusa la riformulazione di Currie, ammettono che possiamo provare diverse emozioni conflittuali contemporaneamente, ma la tradizione filosofica spesso pensa le emozioni come simili a proposizioni logiche: tutte operano allo stesso livello e sono incapaci contraddirsi a vicenda. Le teorie cognitive più recenti dichiarano che il nostro sistema emotivo è più frammentato di così. Il critico cinematografico Torben Grodal afferma che guardando un film attiviamo due sistemi cerebrali paralleli: un sistema globale che capisce che ciò che stiamo guardando è fittizio ed

un sistema locale che ha una reazione emotiva più immediata alle immagini sullo schermo. Nel caso di un film horror, una parte del cervello penserà che ci troviamo davanti a una minaccia vera e propria (quindi sobbalziamo sulla poltrona), mentre un’altra parte capirà che stiamo guardando una mera rappresentazione di una minaccia (per questo non scappiamo dal cinema). Sulla scia di Grodal, Jonathan Frome ha affermato che proviamo reazioni multiple e contraddittorie anche in risposta ai videogiochi.

Tabella 2.1

I due desideri contraddittori della tragedia

Desiderio immediato

Desiderio che il protagonista abbia successo

Desiderio estetico

Desiderio che il protagonista soffra come parte dell’esperienza estetica

La spiegazione semplice che Currie aveva respinto potrebbe allora essere sulla strada giusta. In effetti desideriamo due cose contraddittorie: vogliamo che Desdemona sopravviva e vogliamo che non lo faccia. Manteniamo questi due desideri simultaneamente, ma hanno due tempi diversi: il desiderio che Desdemona sopravviva è un’identificazione momento per momento con la sua situazione, mentre il desiderio che lei muoia è rivolto all’esperienza estetica complessiva dell’opera. La Tabella 2.1 mostra questi due desideri con tempi differenti.

Ciò non risolve il paradosso, ma lo riformula come un equilibrio tra la preoccupazione immediata e a breve termine per il benessere di un protagonista e la preoccupazione a lungo termine per la totalità di un’esperienza estetica. Torniamo allora al paradosso del fallimento, ricordando il libro per bambini di Banks Liam Wins the Game, Sometimes. Al bambino viene detto esplicitamente che è normale sentirsi male per una sconfitta, ma che deve accettare di perdere per poter giocare. In effetti, il libro di Liam, e gli ideali di sportività, descrivono il gioco come un desiderio immediato di evitare il fallimento, combinato con desideri a lungo termine per un’esperienza che includa la sconfitta come componente necessaria per promuovere le qualità estetiche (o sociali e morali) che ne derivano. La tabella 2.2 illustra come il paradosso del fallimento possa essere analogamente riformulato come due desideri contrastanti.

I due desideri contrastanti del fallimento

Desiderio immediato

Desiderio di evitare il fallimento

Desiderio estetico

Desiderio per un’esperienza che includa parzialmente il fallimento

La grande differenza tra il paradosso della tragedia e il paradosso del fallimento è quindi che, mentre la filosofia della tragedia appartiene di più

ai filosofi, la filosofia del fallimento viene insegnata ai bambini fin dalla tenera età. Forse, quando giochiamo, siamo tutti filosofi.

Jesper Juul è uno dei più autorevoli teorici e ricercatori nel campo dei Game Studies. È noto per il suo approccio interdisciplinare che unisce la teoria della letteratura, il design e la programmazione per analizzare il videogioco come forma d'arte e fenomeno culturale.

L'estetica della sconfitta: perché abbiamo bisogno di perdere

Il saggio di Jesper Juul si addentra in un territorio psicologico apparentemente illogico: il desiderio umano di esporsi volontariamente all'inadeguatezza. Come evidenziato dalla recensione di Joshua Smith, l'opera di Juul non è un semplice trattato tecnico, ma un'analisi "vitale" di come l'esperienza dello scacco plasmi non solo la nostra percezione del gioco, ma anche quella di noi stessi.

Al cuore del testo risiede il cosiddetto "paradosso del fallimento". Se nella vita quotidiana facciamo di tutto per evitare l'errore, nel dominio ludico lo ricerchiamo con ostinazione. Juul suggerisce che il dispositivo videoludico operi una "ferita" controllata alla nostra immagine di sé, generando un'immediata urgenza di riparazione. A differenza della realtà ordinaria, dove la sconfitta è spesso opaca o definitiva, il gioco promette una redenzione equa: il fal-

limento diventa il catalizzatore essenziale dell'apprendimento e, paradossalmente, del piacere stesso.

Juul dialoga con la saggistica e la filosofia classica, mettendo in discussione il concetto aristotelico di catarsi. Se la tragedia teatrale purga le emozioni negative attraverso l'osservazione distaccata, il videogioco le produce direttamente nel fruitore, rendendolo responsabile della propria disfatta. Smith osserva acutamente come questa dinamica offra uno "spazio di respiro" intellettuale per elaborare la nostra fallibilità in un ambiente protetto, trasformando l'incompetenza temporanea in crescita emotiva.

Senza svelare le riflessioni più profonde che Juul dedica ai confini tra abilità del giocatore e tragicità narrativa — dove il fallimento smette di essere una scelta per diventare un destino ineluttabile — il saggio invita a riconsiderare ogni "Game Over". In un mondo che raramente offre seconde possibilità, comprendere l'arte del fallimento significa accettare che perdere sia, in fondo, l'unico modo per imparare a vincere come esseri umani.

Orfani di scuola

Pagine a cura della casa editrice Succedeoggi

Tutti ne parlano. O perlomeno sono in molti a farlo. Quasi è impossibile non toccare l’argomento. E la ragione è che Un professore, fiction appena conclusa, in onda su Raiuno per la terza stagione consecutiva, tocca un nervo per molte ragioni scoperto: la scuola.

Piccola parentesi: da tempo ormai, con improprietà da linguaggio gergale (come smart-working trolley footing con affondi in ASAP iconico e meme) usiamo senza reticenze né dubbi la parola fiction per le serie televisive formato-sceneggiato. È appena il caso di ricordare che fiction si usa per indicare la narrativa di variabile lunghezza, o scrittura d’invenzione in prosa, ma vabbè. È una questione già vecchia, che va avanti dagli anni Ottanta, e allora conviveva anche con l’incresciosa confusione con le temibili telenovelas sudamericane, versio-

ne “latina” delle soap-operas wasp, giustamente oggetto di ironia tagliente da parte del Trio nel periodo, d’oro, in cui Marchesini Lopez e Solenghi erano ancora in tre.

Lo scopo di questo articoletto però non è ancora del tutto emerso. È stato solo preannunciato.

La scuola, si diceva. Chi non si sente autorizzato a parlarne per esserci stato? Chi non rinuncia a rivangare i propri ricordi e a friggere ancora per delusioni disavventure o ferri corti con qualche insegnante? Chi rinuncia a pontificare sulla scuola, da docente o ex-studente? Nessuno. È anche legittimo. Però ritorniamo sulla serie Un professore.

Specie nelle ultime puntate sento di aver intuito uno specifico rovello del capo degli sceneggiatori, Sandro Petraglia, il quale ha firmato quasi tutte le sceneggiature di puntata con Fidel Signorile.

Mi sono istantaneamente ricordata di Auguri Professore, film del 1996 scritto da Petraglia in coppia (inossidabile però poi ossidata) con Stefano Rulli (regista Riccardo Milani): Vincenzo Lipari (Silvio Orlando), docente di Lettere, va a insegnare in un paese sperduto tra le montagne d’Abruzzo, mi pare, e lì ritrova una sua ex-studentessa ora insegnante alle prime supplenze (Claudia Pandolfi!). Soprattutto col suo entusiasmo di docente, un po’ artista, un po’ poeta, ma soprattutto professore-pro-

fessore, instilla nei suoi studenti l’amore per i libri, per la letteratura, per la scuola, persino per la scrittura letteraria!, snidando un ragazzo in particolare dal torpore della vita di paese dominata da un sentimento della vita perdente.

Siamo nel secondo capitolo cinematografico, credo, tra le trasposizioni dai romanzi di Domenico Starnone sulla scuola: Starnone era già, si vedeva benissimo, uno scrittore, ma era anche ancora un docente di Lettere che dalle sue avventure nell’insegnamento ha tratto libri bellissimi tra cui Fuori Registro, Ex Cattedra (qui fin dal titolo annuncia di aver mollato), Sottobanco, Solo se interrogato.

Chi di noi, soprattutto insegnando, non ha riconosciuto tutte le storture degli scrutini finali? Chi di noi non ricorda il fantasmagorico argomento usato dal “prof” Silvio Orlando per salvare l’alunno Cardini: (ma come fa Cardini la mosca!)? Chi di noi non ha apprezzato quando al preside, già in odor di management (attenzione: mAnagement, non manAgement!), che esige la programmazione annuale, il “prof” Silvio Orlando risponde d’istinto: Preside, io non ho programmi?

Ebbene in quel secondo capitolo, Auguri Professore, il fantasmagorico prof Vincenzo Lipari lascia, tradisce i suoi allievi, li abbandona, lascia la scuola, tormentato, quasi distrutto professionalmente e privatamente. Quello studente che lui aveva tirato

fuori dalla noia, l’abbandono, la malinconia che sono la malattia della vita di paese, si ritrova riassegnato al suo destino di invisibile da cui credeva di poter emergere per la passione verso un altrove (letterario) che il professore ha destato in lui.

Succede a un certo punto anche in Un professore: Dante Balestra, professore a tutto tondo, è svuotato da una crisi personale, che gli fa mollare tutto. Soprattutto gli studenti, ormai orfani. C’è un tormento che non lo molla: l’idea che un allievo di uno dei suoi primi anni di insegnamento, morto poco prima della maturità, forse per overdose (ma ora sa per suicidio), possa averlo fatto per senso d’abbandono, per orfanaggio, per non essere stato compreso proprio dal giovane professor Balestra in cui vedeva un fratello maggiore, un esempio da seguire, un modello da imitare.

E c’è proprio un passaggio nel racconto, dunque nella sceneggiatura,

in cui appare lampante il passaggio di testimone tra quel finale di film così infausto e amaro, e adesso questa occasione che si ripresenta per riprendere il discorso del ruolo spesso inconsapevole che hanno gl’insegnanti nella vita degli studenti: anche se non vogliono, diventano per loro veri fari nella notte dell’anima (molto più frequente di quanto non si creda).

Un emissario da quel passato di cui Dante Balestra (Un professore) non si riesce a liberare è Leone (Dario Aita), ora collega, giovane e fascinoso professore di Fisica che ha già incendiato almeno un cuore. È lui a dirgli che in

altri anni, come adesso – momento difficile in cui Dante vuole mollare tutto e tutti, c’era chi faceva affidamento su di lui come compagno di cordata nella scalata alla vita, in una fase in cui (l’adolescenza, il liceo, le ultime fasi della “carriera” di studenti) ci si sente soli e oscuri, poco definiti, e si brancola in una specie di nebbia infida. Ecco, dico, ho trovato raffinatissimo questo passaggio di testimone tra due racconti sullo schermo a proposito della scuola, e del duello amorevole tra docenti e discenti, operato in sceneggiatura, come in un ideale unico romanzo sul tema, da Sandro Petraglia: come se avesse chiuso un cerchio, avesse cioè ripreso un filo rimasto appeso e lo avesse chiuso tessendo un altro tratto di tela, e chiudendo il punto. Una faccenda, direi, di ricamo, ecco.

Questo è un po’ il sale, il punto caldo dell’intera faccenda.

Non può non tornare in mente L’attimo fuggente, film struggente sulla scuola, molto criticato da chi non si arrende, è chiaro, a una verità che la scuola, affossata in mille modi perché sa a volte arrivare al centro duro del cuore guardingo degli studenti, riesce, a dispetto di tutto, a confermare: e cioè che la scuola è scuola solo quando è commozione. L’affetto è in assoluto il movente più potente ad apprendere, perché l’apprendimento è un processo affettivo: il dialogo educativo al centro di quella relazione pericolosa e insostituibile che è

il rapporto tra chi insegna e chi apprende è messo in moto ed evolve solo e per prodigio dell’affetto che corre tra le parti.

Sì, è vero ciò che dice Leone (ex studente, ora docente) a Dante (suo ex docente, ora collega): chi insegna ha una responsabilità enorme nei confronti di chi apprende perché gli offre un modello, un esempio da eguagliare, e ancor più qualcuno da amare per amare ciò che apprende.

Se chi offre tutto questo perché gliene è conferito il ruolo abbandona, molla, dunque tradisce, causa un disastro di proporzioni immense, della cui portata raramente è consapevole, e di cui raramente si fa scrupolo. Proprio come in Un professore accade tra Dante, insegnante a inizio carriera e a Gabriele, studente che, abbandonato, tradito, si lascia andare del tutto – come in Auguri professore lo studente snidato dal prof Lipari, tradito, mollato, abbandonato, ricade nel suo niente di prima.

Sembrerà azzardato arrivarci a questo punto, ma qualche anno fa girava sulle piattaforme una serie, Teen Wolf, che in apparenza trattava di licantropi mutaforma vampiri: in realtà raccontava la scuola e la relazione adolescente-adulto, figli-genitori, studenti-docenti, in una cornice situazionale solo in superficie surreale.

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Napoli e Totò

Di Ida Meneghello

«Io sono parte-nopèo e parte napoletano, quindi sono napoletano due volte», gli piaceva ripetere. Un napoletano al quadrato che non ha mai interrotto il legame fortissimo con le sue radici anche quando il teatro e il cinema lo portarono a vivere definitivamente a Roma e la fama fece fare alla sua faccia il giro del mondo. Ci volevano i duemilacinquecento anni della fondazione di Neapolis per celebrare il legame indissolubile tra la città e la sua maschera per eccellenza, lo scugnizzo del Rione Sanità, il principe di Bisanzio con dieci nomi al seguito del blasone, o più semplicemente con colui che incarnò l’anima profonda e vera della città-mondo che è Napoli: Antonio de Curtis, in arte Totò. Semmai è sorprendente constatare che questa celebrazione non sia avvenuta prima e non abbia ancora prodotto un museo permanente nel capoluogo campano. Anche se lui, con la sua faccia cubista

dominata da quel naso sbilenco, accoglierebbe l’idea con uno sberleffo e il suo “bazzecole, quisquilie, pinzellacchere!” Aggiungendo con un’alzata di spalle “ma mi faccia il piacere!”.

A colmare questa “dimenticanza” arriva finalmente la mostra Totò e la sua Napoli, inaugurata nella sala Belvedere di Palazzo Reale lo scorso 31 ottobre e aperta fino al 25 gennaio 2026. Un viaggio affascinante che sbarcherà nei prossimi mesi persino a New York e che ricostruisce tappa per tappa le origini e i magnifici sviluppi di questo rapporto inscindibile. La mostra è organizzata dall’imprenditore Alessandro Nicosia e curata dal più autorevole antropologo italiano che di Napoli e delle sue anime (vive e morte) sa proprio tutto essendo anche lui partenopeo: Marino Niola.

«È impossibile parlare di Totò senza parlare di Napoli, la grande sorgente della sua attorialità ma anche della sua personalità. Della sua capacità di essere uno, nessuno e centomila – spiega Niola –. Di fatto Totò riassume le mille identità di una Napoli che diventa teatro universale, grande metafora della condizione umana. La città lo ha amato moltissimo e incondizionatamente perché ciascun napoletano si è riconosciuto in una delle mille sfaccettature di questa maschera interclassista. Partenope ha modellato Totò e Totò ha rimodellato Partenope in tutta la sua miseria e nobiltà, facendone un simbolo che rappresenta tutti coloro che in ogni paese del mondo si

sentono vesuviani. Totò era la maschera perfetta di Napoli, una città-mondo che è facile riconoscere ma che è difficile conoscere. E che lui ha trasformato in una umanissima metafora che fa di Partenope un luogo dell’anima e proietta Napoli oltre Napoli».

Ecco dunque i capitoli di questa storia romanzesca. Che ovviamente inizia nel Rione Sanità dove Totò nacque nel 1898, figlio di una relazione clandestina tra Giuseppe de Curtis e la diciassettenne Anna Clemente (il padre lo riconobbe solo nel 1920 e il piccolo Antonio visse l’infanzia e l’adolescenza col “marchio” del figlio di NN). L’infanzia di Antonio si costruisce sulle mancanze – dell’affetto di una famiglia, della certezza dei pasti – la miseria modella la malinconia dell’artista come per Charlie Chaplin e getta le fondamenta dell’uomo generoso che diventerà. I vicoli stretti e i luoghi sacri della Sanità sono i primi palcoscenici delle sue esibizioni, della sua creatività istintiva che nasce spiando le persone per strada e che lo lancia nel variété, una nuova commedia dell’arte con maschere drammaticamente vere.

Ed è a teatro che nel 1920 nasce Totò, con la bombetta, il frac sdrucito e larghissimo, i pantaloni troppi corti a zompafossi e i calzini a righe. Una persona-maschera che crescerà anche grazie all’incontro con amici che lo accompagneranno per tutta la vita: Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, Nino Taranto, Tina Pica, Carlo Croccolo.

La poesia e la musica rappresentano un’altra faccia dell’arte di Totò e la dimensione in cui il legame con Napoli si fa ancora più intimo e profondo, anche se lui non sa leggere le note e suona il pianoforte con due dita. Con le canzoni Totò esprime il suo amore per la città di nascita e per le umanissime vicissitudini della sua gente, a cominciare da lui che ama e soffre e si ingelosisce e sempre ricorda nella lontananza dell’assenza. Ce lo raccontano gli spartiti di Malafemmena e delle altre canzoni che portano la sua firma.

E poi c’è il cinema che porterà la sua faccia in tutto il mondo. 97 film diretti da 42 registi, da Mario Mattoli a Steno, da Camillo Mastrocinque a Sergio Corbucci, da Mario Monicelli fino a Pier Paolo Pasolini. Quasi sempre da protagonista, stroncato in vita dai critici cinematografici, riconosciuto dopo la morte per quel gran genio comico che era. La mostra riunisce locandine e spezzoni di pellicole per il godimento dei visitatori che non vorrebbero più andarsene.

Le tappe conclusive del viaggio raccontano il legame indissolubile di Totò con la sua Napoli nei momenti della gioia e della tristezza: i ristoranti che lui amava frequentare quando era in città (come la celebre Bersagliera a Borgo Marinari davanti a Castel dell’Ovo); la folla oceanica che accolse la sua salma il 17 aprile 1967 per piangere, insieme a Nino Taranto che recitò l’orazione funebre, la sua anima più vera che preferisce sempre ridere anche quando restano solo le lacrime.

«La mia tecnica è l’istinto. Il comico nasce, non diventa comico. Si può diventare anche comico per forza, ma allora si è leziosi, si è falsi. Mentre il comico è quello istintivo, non c’è niente da fare. Io ho una comicità istintiva che porto nel mio lavoro e che all’inizio può non far ridere, ma poi, piano piano… come lo scultore che ha un pezzo di creta che plasma piano piano…».

E noi siamo ancora qui a ridere e piangere con quel pezzo di creta.

Sinnermania

Conosco persone che da giorni non fanno che riguardarsi la finale di Wimbledon, oltre che non perdersi alcun file su You Tube relativo all’evento, tra interviste e commenti vari, a scoprirvi ogni volta nuove inquadrature. Anch’io ho guardato la partita e ho scrutato a lungo gli occhi di Sinner, accesi di una cupa tensione, quasi gravati da una aggressiva determinazione. Un regolamento di conti dopo Parigi. Sì, ho spiato quel furore contenuto e la gioia esibita alla fine col pudore della sua gente, gli abbracci al team, ai parenti, agli amici. Tutto con molto understatement. Il momento soprattutto in cui alza le braccia al cielo, appena eseguito l’ultimo servizio fulminante, mentre il pubblico si alza in piedi e si moltiplicano i cori assordanti che invocano Jannik. Questo, dopo la ritrosia iniziale ad appoggiarlo, per i residui di fake news sul doping e l’ostilità dei giornali sportivi inglesi. O quando si china sull’erba magica del glorioso campo centrale di All England Lawn Tennis and Croquet Club, e la accarezza con piccoli tocchi della mano.

Oppure ancora allorché si copre gli occhi, a cancellare lo scempio emotivo provato un mese prima al Roland Garros. Intanto il braccio destro fasciato, dopo l’incidente durante l’imbarazzante match con Dimitrov, su cui campeggia il marchio Nike, a raddoppiare quello del berretto, fa del ragazzo, cresciuto in pochi anni dai ceti bassi della manovalanza turistica della famiglia all’high society di Montecarlo, un misto tra cinico portatore di brand pubblicitari, macchina compulsiva del mercato, e un corpo fragile, ferito, memore di umiliazioni e ingiustizie recenti. Si infittiscono gli inserti in cui lo vediamo come un automa esaltare pasta e caffè, creme solari e telefonie, energetici e conti bancari, orologi e capi d’abbigliamento, il tutto a rendergli per ora 43 milioni di euro all’anno.

A leggersi i commenti sui social si assiste ad un processo avviato di beatificazione, al costruirsi di un mito religioso. L’italiano più celebre oggi al mondo, a dispetto dell’accento poco toscano, riesce in effetti ad unire il paese dei Guelfi e Ghibellini al di là delle divisioni politiche. Trionfando sull’eterno rivale Alcaraz spalanca spazi infiniti al carro del vincitore. Tacciono i detrattori, gli haters da tastiera, che infieriscono puntuali dopo le sconfitte, e dilagano in cambio gli elogi appassionati, le espressioni trepide di venerazione, di riconoscenza, di amore. Tutte le generazioni, tutti i gender, tutte le culture si incontrano e si accalcano in una palpitante condivisione.

Voglia di Dio, da qualche parte, e questo infatti è biondo, o meglio arancione carota, versione magari buddista. In più, il bianco della divisa imposta dagli inglesi a Wimbledon accentua i lati monacali e ascetici del ragazzo, malgrado le saltuarie donnine, associate alla sua persona, maniacalmente riservata. E dunque la lontana e tranquilla Sesto in Val Pusteria diviene una sorta di Betlemme (sempre meglio, in fondo, di una Predappio), dove l’oscura famiglia di montanari alle prese col fine mese si trova ad un tratto catapultata nei riflettori di tutto il mondo, negli acquisti ben consigliati dal manager, fra lotti di terreno, appartamenti, fuori serie, aerei personali. A rivedere le sequenze del match, a partire dalla fine del secondo set, appariva chiaro il destino dei due contendenti. La fisicità dello spagnolo sembra quella di un topo che ha perso la bussola, in grado solo di muovere la testa in senso affermativo, in uno strano dialogo con sé stesso, mentre Jannik al contrario accentua le movenze di un felino, che attende al varco la propria vittima. Ti viene in mente allora la sua vita, l’uscita a tredici anni dalle sue montagne, la discesa a valle, o meglio al mare ligure, al Piatti tennis Center di Bordighera, paesaggio tanto diverso dalla Croda Rossa innevata, e goduta nelle sciate d’infanzia, e le saltuarie telefonate alla madre per accenni di malinconia, interrotti dalla bruscaggine della donna che protesta perché ha da lavorare. Lei camerierina e il padre Hanspeter cuoco allo chalet di fondo valle in Val Fiscalina. La stessa donna che adesso, dieci anni dopo, si vede sul-

lo schermo tra il pubblico, invecchiata nella pelle avvizzita della gola, ma con una sottile treccina teutonica sul capo a confermare il nome wagneriano di Siglinde, lo sguardo sbarrato dalla paura, mentre mastica nervosa una gomma, come fa col ciuccio la piccola nel cartoon dei Simpsons. La medesima bruscaggine del figlio, quando si sbarazza di collaboratori che valuta inadatti alla sua crescita. Al trionfo di costui, si nota l’assenza di rappresentanti del nostro paese. Invece il re di Spagna si mostra accalorato e plaudente nei momenti favorevoli a Carlitos, e poi disperato quando si profila inevitabile la disfatta. Mai disperato però come il figlio del principe William, fedele al suo pupillo, e pertanto sgarbato nonostante la bella Kate al suo fianco si muovesse a scaldare la fredda atmosfera generale. Perché la festa era preparata per lo spagnolo, non per l’azzurro. Solo se ne sta Sinner, nel cerimoniale secondo quanto sancisce la solitudine dei numeri primi. Alle sue spalle, in compenso, palpita un’intera nazione, come nella peggior retorica dei patrioti. Già, ma è così.

Ho giocato a tennis da ragazzo. Ero mediocre ma dotato di un buon passante di dritto. Così ho vinto perfino qualche coppa, finita tra i doni a una morosa poi lasciata e oggi morta. Se avessi sposato lei, oggi sarei vedovo. Ho amato Federer, e apprezzato le pagine del povero grande David Foster Wallace in cui lo scrittore americano coglieva nei suoi gesti bianchi, a dirla con Gianni Clerici, una luce divina. Ho sofferto nel 2019 quando Roger ha sprecato due match point a

Wimbledon contro il diabolico Djokovic. I vecchi, si sa, vivono di abitudini, contigui ai vizi, ma meno costosi e meno pericolosi. Difficile è stato stare senza Federer. Poi, a poco a poco, è subentrato Sinner, che nel gioco da energumeno difensivo da fondo campo e nella freddezza da laboratorio (dove ha sciolto la iniziale goffaggine da magro albatros delle cime) ricorda più il tennista serbo che le grazie implacabili dello svizzero. Adesso, assieme a mia moglie, anche lei coinvolta nel culto, e traboccante di pulsioni materne per il giovanotto triste e sempre calmo, assennato ed educato, aspettiamo con ansia gli incontri di Jannik. Anche mia figlia magistrata a Udine e i tre nipoti friulani partecipano a tale enfasi familistica. Del resto, ovunque si notano scene di isteria collettiva. Personaggi dello sport e dello spettacolo in delirio, ripresi in ginocchio mentre piangono di gioia. Proteste rabbiose contro telecronisti giudicati poco tifosi. Perché nel frattempo, grazie all’altoatesino, il tennis arriva a contendere al calcio il primato della popolarità tra gli sport, anche se i costi del primo risultano ben più onerosi del secondo. Una filiera di denaro, se sorgono come funghi dopo la pioggia improvvisati giornalisti sportivi, o meglio astuti influencer che si inventano un mestiere tenendo rubriche su Sinner, e supplicando sempre di porre un like alla fine, nel caso “questo file vi sia piaciuto”. Insomma, il 13 luglio rappresenterà tra qualche anno una data storica?

Viva Caporetto!

Di Pasquale Di Palmo

Uno dei libri più misteriosi e controversi del Novecento italiano è senz’altro Viva Caporetto! di Curzio Malaparte. Le notizie al riguardo sono contraddittorie e ben lungi dall’essere esaurienti. Si è persino dubitato dell’esistenza di questo titolo, nonostante sia unanimemente citato nelle bibliografie riguardanti l’autore toscano. Secondo il compianto Lucio Gambetti, che schedò il volume nel suo Rarissimi. Riflessioni sul collezionismo letterario del Novecento italiano (Biblohaus, 2015), l’unico esemplare reperito si troverebbe presso la Biblioteca della Fondazione Gramsci di Roma. Nella scheda allestita all’uopo si riporta che il libro, edito nel 1921 presso le Edizioni della Rivista “Oceanica” di Roma, risulta firmato da C. Erich Suchert (ma il vero nome dell’autore era Kurt Erich Suckert).

La copertina è riprodotta a pag. 79 del succitato testo di Gambetti: al centro campeggia il disegno di un volto con la dicitura “Rembrandt 1635”. La misura del libro è di cm. 20 x 14. Il titolo, con sottotitolo Varsavia 1920, è riportato senza punto esclamativo, presente invece sul recto del frontespizio. Sotto il titolo si legge: «Libro prescelto e ammesso alla Biblioteca Comunista di Mosca dal Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista». Il testo, letteralmente infarcito di refusi, occupa le pp. 3-138 e termina con la dicitura: «Varsavia – nelle giornate di sangue e di battaglia del 1920». Malaparte aveva firmato il manifesto dell’Oceanismo, movimento facente capo alla rivista «L’Oceanica», diretta dall’autore stesso, che si riprometteva di operare in virtù di un «sentimento oceanico della nostra umanità», profondamente avverso al mercantilismo e al razionalismo di origine borghese. Malaparte compose il libro tra Varsavia e Roma, proponendolo per la pubblicazione a Giuseppe Prezzolini. Quest’ultimo tuttavia aveva licenziato nel 1919 Dopo Caporetto presso la Società Anonima Editrice La Voce, in cui sosteneva una tesi non compatibile con quanto asserito da Malaparte, ovverosia che la disfatta derivasse da una sorta di «disgregamento morale» delle truppe e non da una rivolta della fanteria, considerata dallo scrittore pratese «il proleta-

riato della guerra» ed esasperata da una serie di situazioni contingenti, tra cui l’atteggiamento intransigente degli ufficiali. Scrisse Prezzolini: «Quando Malaparte era un giovane principiante, mi venne ad offrire il suo primo libro I Santi maledetti di Caporetto, come mi par si intitolasse un’operetta che faceva in un certo modo l’apologia di coloro che avevano abbandonato armi e bagagli in quella occasione. Non mi piacque. Non dico lo stile, ma l’idea. I soldati che scappano, dicevo io, scapperanno sempre, anche se cambia il regime italiano. O, almeno, ci sarebbe voluta da parte loro la dimostrazione di una grande fede, differente da quella della patria e del dovere, qualche cosa come la fede cristiana, che li avesse mossi. Ma non ce la trovavo. Ora, Malaparte non

se n’ebbe per male. Qualunque altro letterato italiano, credo, se la sarebbe legata al dito. O, diciamo, per essere caritatevoli ed ipotetici, una buona

parte me l’avrebbe giurata. Invece Malaparte no».

Il libro fu stampato a proprie spese presso lo Stabilimento Lito-Tipografico M. Martini di Prato, città natale dell’autore, dove nel 1918, a nome di Kurt Suckert, si sarebbe pubblicata anche l’altrettanto introvabile canzone, di stampo patriottico, Alla Brigata “Cacciatori delle Alpi”. Raro risulta inoltre il fascicolo A Giovanni Marra-

di, edito per conto del Liceo Cicognini di Prato nel 1914, forse in 800 copie non numerate, contenente una poesia di «Kurt Suckert, Studente di Prima Liceale», come riportato in copertina. Le tesi espresse in Viva Caporetto!, titolo che lo stesso scrittore definirà in seguito «infelicissimo», crearono sommosse e disordini per il loro contenuto considerato disfattista, tanto da costringere Giolitti a sequestrare il libro. Le copie sopravvissute furono confezionate dall’autore nell’arco dello stesso 1921 con il nuovo titolo La

rivolta dei santi maledetti, cambiando copertina e frontespizio. Il libro risulta edito dalla Casa Editrice Rassegna Internazionale che faceva capo alla rivista “Rassegna Internazionale” fondata da Guglielmo Lucidi e presenta in copertina un cliché tipografico a cerchi concentrici riportanti le iniziali UDC, sigla della Union Democratic of Control, organo dell’internazionalismo. Il volume subì analoga sorte, venendo di nuovo sequestrato. Infine, nel 1923, Malaparte lo ripubblicò, a nome Curzio Suckert, con testo riveduto e accresciuto, ma lo stesso titolo e l’indicazione di seconda edizione, 8° migliaio. Fu stampato a Pistoia dalla Ditta Alberto Pacinotti & C. –Officina Tipografica. La copertina riporta in aggiunta un Ritratto delle cose d’Italia, degli eroi, del popolo, degli avvenimenti, delle esperienze e inquietudini della nostra generazione. Scrive Luigi Martellini, curatore delle Opere scelte, edite nei Meridiani di Mondadori nel 1997: «Nell’edizione non figura la data di stampa, ma è possibile indicare il 1923 sulla base dei riferimenti bibliografici forniti dallo stesso Malaparte, delle sue testimonianze biografiche, delle affermazioni della sorella Edda e, infine, di una lettera a Binazzi del luglio 1923». Anche questa tiratura venne sequestrata. La quotazione di un esemplare del libro La rivolta dei santi maledetti del 1921 oscilla tra i 1000 e i 1500 euro mentre una copia del 1923 si attesta intorno ai 500 euro. Viva Caporetto! è naturalmente senza stime.

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